giovedì 6 dicembre 2012

LA PRODUTTIVITA' E I TAGLI E POI ANCORA I TAGLI. IL CITTADINO E LA TRUFFA DELL'EURO-AUSTERITY EFFICIENTISTA

1. Il vero senso del termine "produttività" nelle logiche di intervento "austero-lo vuole l'europa".

Allora viste le vostre acute e "massicce" risposte all'appello sulla dichiarazione di Bonanni, in termini di "dove sta l'errore?", mi avventuro a precisare un aspetto da voi toccato o comunque sfiorato a più riprese.
Il problema della produttività ha una radice mooolto profonda nel "vincolo esterno". E lo vedremo anche in questo caso. 
Sull'argomento, traiamo appunto da goofy alcune premesse definitorie (così quelli che non si sono letti o non ricordano più il post "istruzioni per l'uso", o come diavolo si chiama ora, si rinfrescano i concetti).
Citiamo:
"...in economia il termine “produttività” ha tante accezioni...la produttività della quale si parla nel dibattito corrente è precisamente la produttività media del lavoro, definita come valore aggiunto per addetto, cioè:


L’idea è quella di misurare quale sia il “rendimento” medio, in termini di produzione, dell’input di lavoro, con l’idea di per sé condivisibile che più è e meglio è."
 
Come considerare la produttività, correttamente intesa, del lavoro nella pubblica amministrazione (pubblico impiego, non gli addetti a società pubbliche) ce lo dice Flavio:
"Innanzitutto partiamo dalla definizione.
Produttività = valore aggiunto/occupati totali.
Bene, sfiderei Bonanni a dirmi come fa, in base al rapporto poc'anzi indicato, a trovarmi un infermiere, o un medico, o un impiegato pubblico, un carabiniere o poliziotto "produttivo". Un lavoratore pubblico è più "produttivo" se fa mille cose in una? Oppure aumenta il valore aggiunto se fa le stesse cose con meno stipendio?
Forse Bonanni intende la produttività nel senso di voler - in base alla locuzione "valore aggiunto" appunto - dare dei servizi migliori nel binomio tempistiche/soddisfazione cittadino. Ma...se tagliamo la spesa pubblica (al netto degli interessi sempre ben al di sotto del 48,5% con punta del 40% nell'anno 2000), facciamo esattamente il contrario"
Che poi aggiunge:
"Vista in quest'ottica quindi, di migliorarne i servizi non se ne parla: bloccando turnover, assunzioni e spesa per miglioramento ed acquisizione materiali (benzina per auto polizia, materiale medico per gli ospedali) ecc...di certo non soddisfiamo il cittadino. Indi per cui la soluzione è il caro e vecchio salario decurtato via flessibilizzazione orario di lavoro...come già accennato da Gianluca Menti..." (ragazzi vi amo! E non sono gay...anche se, per carità era solo per precisare: ognuno è liberissimo di avere l'identità sessuale che lo fa sentire meglio).
Quindi Flavio opportunamente precisa:
"la produttività a cui Bonanni fa evidentemente riferimento (ma lo sa?) non è quella "specifica" del rapporto sopra-menzionato, bensì in realtà il CLUP, dato da redditi da lavoro dipendente/occupati dipendenti (redditi medi da lavoro) / valore aggiunto/occupati totali (produttività media del lavoro). Cioè ad esempio, se nei primi due dati caliamo il reddito (già in atto con blocco rinnovo contratti P.A. ecc.) vediamo che i CLUP comunque calano, dando alla P.A. la parvenza di migliore "produttività del sistema". E certo: siamo alla pari della proposta fatta ai dipendenti nazionali da più parti Confindustria di regalare alle aziende "un'ora di lavoro" così, per sport...la linea è quella e, come scrisse qualcuno: "Se accettiamo questo metodo, non ci sono limiti a quello che ci potrà essere imposto".
Precisamente parliamo, dunque, di ridurre il costo del lavoro, che è poi il senso (invertito) con cui si parla sempre di "produttività" quando la governance politico-europeista si mette in testa (mumble mumble...se ne escono sempre con questa idea fissa, eccitante! Efficientista! Fa "figo" che vuole "modernizzare" o come piace a Monti "efficientare").
Per capirci meglio ricorriamo ancora a goofy (facile, accessibile, democratico e antifascista...nel senso più attuale e contingente):
“costo del lavoro per unità di prodotto” (CLUP, in inglese ULC: Unit Labour Cost).
Come è costruito? Come rapporto fra i redditi unitari da lavoro dipendente (il costo del lavoro per addetto) e la produttività media (il prodotto per addetto):

Se la produttività aumenta, il CLUP a parità di altre condizioni (cioè se il reddito medio da lavoro dipendente rimane fisso) diminuisce: lo stesso costo del lavoro per addetto si ripartisce su un numero più ampio di prodotti. Nelle condizioni di mercato oligopolistico (pochi produttori) oggi prevalenti, il prezzo del prodotto viene determinato come margine sui costi medi variabili (principio del costo pieno). Quindi, in linea di principio, quando la produttività aumenta e il CLUP diminuisce diminuiscono anche i prezzi (alla produzione): l’impresa diventa più competitiva.
Va da sé che questo ragionamento è semplicistico. Ad esempio, esso presuppone che la riduzione del costo del lavoro venga traslata interamente sui prezzi, ma questo potrebbe anche non accadere: semplicemente, il produttore potrebbe lasciare inalterato il prezzo, cioè aumentare il proprio margine di profitto. L’idea che mercati con tre o quattro (o anche dieci o venti) big player mondiali possano funzionare come funziona la concorrenza perfetta nei libri di scuola è un po’ rozza. I produttori possono mettersi d’accordo, e lo fanno (è sui giornali ogni giorno), per cui, come dire, il legame fra aumento della produttività e diminuzione del prezzo finale non è così meccanico. Diciamo però che a grandi linee il meccanismo funziona, e che quindi in effetti la dinamica della produttività si ripercuote nel lungo periodo su quella dei prezzi.

2. Lo Stato finisce per perseguire la rendita di monopolio scaricandola sui cittadini di cui dovrebbe perseguire il benessere.

Intanto queste precisazioni, così chiare, ci permettono di aggiungere un ulteriore tassello: la p.a., per definizione, non è in concorrenza con nessuno (neppure con altri sistemi paesi, come ci insegna Krugman, citato e linkato nel post su la "corruzione e il dr Petiot").
Quello che si vorrebbe con l'etichetta della "produttività", piuttosto, è che "teoricamente" lo stesso livello del servizio-funzione (es. facile-facile: rilascio di certificazioni o di autorizzazione edilizia):
a) sia eseguito da un minor numero di impiegati. E la chiamano "mobilità/revisione degli organici;
b) ovvero dallo stesso numero di addetti obbligati a compiere quelle operazioni per un orario più esteso. E la chiamano flessibilità di orario;
c) ovvero da impiegati che si trovino a dover fare alcune operazioni agguntive che prima non erano di loro spettanza (in base al profilo in cui erano inquadrati all'atto di assunzione). E la chiamano flessibilità di mansioni;
d) dalla combinazione di due o tutte queste tre possibilità (cioè diminuisco gli addetti, ne aumento gli orari, e ne estendo le mansioni in aggiunta a quelle già svolte per originario contratto di lavoro). E la chiamavano Trinità (m'è venuto fuori così, couldn't help myself...)

Sia come sia: garantisce tutto ciò un maggior livello di servizio e quindi contribuisce a creare una infrastruttura di servizio (pubblico) ausiliaria del sistema produttivo e della utenza in generale (anche i comuni cittadini) in modo tale da abbassare il costo di accesso a tale servizio?
Dipende.
Ho detto "teoricamente" sul mantenimento dello stesso livello/satisfattività di servizio, perchè occorre aggiungere un ulteriore elemento: non tutte le prestazioni "pubblicistiche", cioè le erogazioni di servizi e funzioni in cui l'amministrazione agisce come "autorità nell'interesse pubblico", sono gratuite. Anzi, quasi nessuna (provate a chiedere una certificazione oppure una autorizzazione senza pagare i "bolli" e i "diritti").
Il discorso di Bonanni correttamente inteso (ma lui, a quanto pare, non lo sa), implicherebbe che, adottando gli strumenti di aumento della produttività-riduzione del costo del lavoro sopra elencati (lett. a)-d) ), al fine di rendere (pro-utenti) più soddisfacente il sistema, questi bolli, tasse (in senso proprio), diritti e corrispettivi vari (su cui non sapete quanto ci si affanna a qualificarli), dovrebbero diminuire o scomparire.
I famosi "lacci e lacciuoli e balzelli" di craxiana memoria (quanto tempo che se ne parla, eh?).
Ma noi invece vediamo che ad ogni "manovra" questi balzelli semmai li aumentano (adesso si piccano persino di dire che quando tassano non si deve chiamare "sempre" manovra: lo decidono loro se la "manovra" è tale oppure è...che so un "sacchiappone" o anche un "ungulato", termine già utilizzato da Villaggio in senso facilmente "metonimico"= gioco di parole grossier ed evidente, in questo caso).

Ma il fenomeno, ormai lo abbiamo capito, è dovuto al fatto che lo Stato si comporta da monopolista in senso imprenditoriale (e non soltanto in senso descrittivo della sua natura pubblica-legale): goofy ci ha parlato degli oligopoli e della improbabile compressione delle loro "rendite" in caso di abbassamento del CLUP. Qui lo Stato, se decide di massimizzare la rendita, non deve appunto accordarsi (fare cartello) con nessuno.
Ed è ancora peggio che se fosse un monopolista privato perchè lo Stato dispone pure del potere di legiferare e di imporre autoritativamente il suo volere (con esecuzioni forzate "speciali" privilegiate sui beni dei cittadini, come ben sapete).
Potrebbe non farlo (il monopolista in senso stretto), potrebbe perseguire il benessere dei cittadini, come gli incomberebbe in base a tante norme costituzionali, ma invece ce lo ritroviamo che è un "ente avulso", oggettivamente ed economicamente non più "esponenziale" della comunità (nazionale o locale, tanto non cambia il risultato).
E perchè è un "ente avulso" (alienato?) ai cittadini...che dovrebbe rappresentare nei loro interessi?
Perchè "lo vuole l'europa": prima dovevamo "entrare in europa", cioè rispettare i "parametri di Maastricht" e quindi giù balzelli e tagli (ad investimenti, acquisti e personale della p.a.), poi dobbiamo "difendere l'euro" e pare che ciò si possa fare solo col "pareggio di bilancio" (e giù balzelli e tagli).
Dunque scordiamoci, finchè ci sarà l'obiettivo del pareggio di bilancio, o anche solo della riduzione dell'indebitamento (cioè del deficit pubblico) che un qualche vantaggio di questo tipo possa lontanamente associarsi alle suddette riforme della produttività del lavoro pubblico.

3. Com'è veramente andata con la "flessibilità" del lavoro privato.

Ma abbiamo fatto tante premesse per trarre anche altre conseguenze, che ci facciano capire perchè "dare dei servizi migliori nel binomio tempistiche/soddisfazione cittadino" (grazie Flavio), sia un esito molto improbabile di queste misure di...produttività. Vediamo perchè.
Ci serviamo di un altro interessante lavoro, svolto da Saltari e Travaglini, che formulano e dimostrano ampiamente (non è controintuitiva sicchè gli "economisti-espertologi" del "più europa" non la capiscono) che:
"1. Le riforme che hanno aumentato la flessibilità del mercato del lavoro hanno accresciuto l’occupazione, ma hanno anche condotto a un rallentamento della produttività del lavoro e dell’efficienza produttiva (TFP);
2. La maggiore flessibilità ha prodotto due effetti:
- Un più basso tasso di accumulazione, minor ritmo di crescita del rapporto capitale-lavoro
-  Lo spostamento verso settori a minor contenuto tecnologico."
Riassumendo i loro passaggi (già schematizzati e dimostrati coi dati e grafici cui vi rinvio) per quanto ci interessa:
"Nel passato il tasso di crescita dell’occupazione era basso mentre era alto quello della produttività del lavoro; negli ultimi 15 anni la crescita dell’occupazione si è fatta vigorosa mentre si è quasi azzerata la crescita della produttività
Le cause di ciò, secondo lo studio, paiono essere note:
1. Fattori macro: Scarsa adozione delle nuove tecnologie (ICT); Bassa internazionalizzazione
2. Fattori micro: Specializzazione settoriale; Dimensione imprese;
3. Fattori istituzionali: Assetti proprietari delle imprese; Mancate riforme."
Siamo di fronte a una spiegazione "mainstream" e crolla tutta la nostra dimostrazione? Non proprio.
Perchè aggiungono che "tuttavia":
"1.Il rallentamento della produttività e della TFP (efficienza, ndr) è fenomeno relativamente recente;
 2. Inizia alla metà degli anni 90 e diviene acuto in questo decennio quando i tassi di crescita di produttività e TFP si azzerano o divengono negativi.
I fattori prima indicati sono in larga misura preesistenti:
1.Specializzazione produttiva e nanismo industriale preesistente
2.Basso grado di concorrenza
3.Basso grado di internazionalizzazione
4.Assetti proprietari delle imprese
Ma non hanno impedito una crescita della produttività del lavoro negli anni 70 e 80.
Invece, i cambiamenti del quadro istituzionale che regola il mercato del lavoro sono da considerare alla base del calo della produttività. 
Vantaggi e svantaggi. L’ingresso sul mercato del lavoro di nuove forze ha consentito una crescita occupazionale. Ma anche l’emergere di forme di lavoro precario. Maggiore volatilità dell’occupazione, più rischi di disoccupazione nelle fasi di recessioneRiforme del mercato lavoro e flessibilità hanno provocato:
   Effetti diretti

Riduzione del prezzo relativo lavoro-capitale
Maggiore occupazione, ma anche:
Spostamento verso tecniche a maggiore intensità di lavoro

Effetti indiretti
Investimenti in settori tradizionali piuttosto che ICT
Minore crescita della TFP
L’aumento dell’occupazione è avvenuto attraverso forme contrattuali temporanee. Soprattutto, ai nuovi posti di lavoro non è corrisposto un parallelo sviluppo della produttività e delle retribuzioni.
Un risultato che dipende in modo determinante dal modo in cui la flessibilità  del mercato del lavoro è stata utilizzata per l’accumulazione di capitale e il progresso tecnologico.
Cosa è avvenuto
Maggiore flessibilità: le imprese verso l’occupazione a bassa specializzazione, cioè a maggiore intensità di lavoro. La maggiore occupazione è stata indirizzata verso produzioni ad alta intensità di lavoro, a cui è corrisposta una minore produttività e un minore progresso tecnologico. Nessun incentivo all’adozione delle nuove tecnologie e delle nuove forme di organizzazione della produzione (ICT).
Conclusioni
Le riforme verso la flessibilità non accompagnate da riforme nel mercato dei beni possono generare un’allocazione delle risorse peggiore di quella da cui si parte.
Nelle ultime righe del lavoro, fra gli shock che caratterizzano e provocano ulteriormente questo quadro, e che circoscrivono però al periodo decorrente dal 1999 (senza analizzarne la correlazione con gli atri fattori di crisi della produttività prima indicati) aggiungono, come lapidario ed eloquente pro-memoria:
L’Euro. Politica monetaria. La perdita della sovranità monetaria. BCE e entrata in vigore dell’euro dal 1999.
Rinuncia al Tasso di cambio: svalutazioni competitive (sorvoliamo...)

4. Il mito della produttività come forma di deflazione salariale in una pubblica amministrazione strtturata sul "saldo primario di bilancio pubblico.

Applichiamo tutto questo alla suddetta "Trinità" delle misure di "flessibilizzazione" del lavoro implicitamente auspicate da Bonanni (ovviamente, in quanto esponenziale di una intera cultura del lavoro: solo che non dovrebbe essere propria del sindacato), aggiungiamoci il precariato diffusosi sempre più nel lavoro pubblico, (siamo a 260.000 unità!) e avremo il quadro comparativo completo per ricondurre tutte le condizioni e le conclusioni dello studio in questione al pubblico impiego, in tutti gli elementi critici segnalati.
Notare che nell'articolo sul precariato "linkato", un dirigente della Cgil, dichiara: "una politica sbagliata, fatta da una parte di blocco delle assunzioni e dall'altra di tagli lineari, ha prodotto precariato senza diritti. Ed e' questa la risposta alla domanda che il ministro dovrebbe farsi, e cioe' per quale motivo si e' formato tutto questo precariato?"
Sì ma le parole "euro-Maastricht-austerità-pareggio di bilancio" non gli escono mai? Perchè se non gli escono, non è che possano fare molto altro che non sia lamentarsi, ossia "fare ammuina" solo per differenziarsi da...Bonanni.
Infatti:
- la flessibilità così intesa non può che comportare il suevidenziato fenomeno di alterazione del rapporto capitale (investimenti)/lavoro, a tutto scapito del maggior impiego del secondo, sempre più dequalificato per necessità economica dello schema propugnato, e quindi non solo si avrà una minor produttività, ma anche un peggioramento e, nella migliore delle ipotesi, una "stagnazione" della qualità delle erogazioni pubbliche (funzioni e servizi);
- l'accumulo di capitale (nel caso, risparmio pubblico), che non si trasferisce in investimento pubblico, insito inevitabilmente nel contemporaneo "irrinunciabile" (lo vuole l'europa) perseguimento di un forte avanzo primario pubblico, non può che contribuire ad una minor produttività;
-sostenere che il problema, addirittura, non sia in una "insufficienza di risorse" significa rinunziare "in assunto" ad investire in nuove tecnologie di processo, le uniche che potrebbero portare al risultato che, solo nelle eclatanti quanto incoerenti dichiarazioni di "riforma", vengono perseguite;
- la "colpa" e il costo di una politica ventennale di tagli di spesa pubblica e di mancati investimenti viene fatta ricadere sui pubblici dipendenti, cioè sui lavoratori, ma, come al solito, si tratta soltanto di una modalità, camuffata e propagandisticamente spendibile, di tagli alla spesa pubblica per pagare, poi, in sostanza, gli interessi sul debito contratto, a partire dai primi anni '80, per..pagare i crescenti interessi corrisposti al sistema finanziario "creditore" (nel caso dello Stato). 
Dunque la flessibilità, che non ha, in tali termini, nulla a che fare con la produttività, significa soltanto mancati adeguamenti salariali per maggiori prestazioni, per favorire un modello organizzativo ad alto impiego di lavoro ma inefficiente e scarsamente produttivo.
Questi mancati adeguamenti salariali non faranno altro che risolversi in una ulteriore deflazione salariale reale, che si aggiunge a quella derivante dalle misure già adottate secondo gli inequivocabili rilievi già svolti in proposito dalla Corte dei conti.
Il tutto poi, oltre a non avere nulla a che fare con un vero impulso all'aumento di produttività, finirà per amplificare effetti depressivi sulla domanda aggregata superiori ai vantaggi (mancati adeguamenti contrattuali) formalmente perseguiti, senza che si possano realizzare, come abbiamo visto, nemmeno minori costi diretti per gli "utenti" (i balzelli), che non solo non saranno alleggeriti, trattandosi in definitiva di forme di imposizione fiscale o para-tributaria, ma saranno molto probabilmente aumentati.









 

21 commenti:

  1. Mammamia hai tirato fuori uno di quei temi dove un convegno lungo un mese non basterebbe per arrivare in fondo.

    Di base ci sono tante considerazioni, a partire dalla deindustrializzazione dei paesi occidentali, sostituita dal terziario che, a parole, è avanzato, nella realtà è spesso semplicemente fare il commesso (walmartizzazione) o l'addetto di call center.

    In realtà il progresso tecnologico ha effettivamente reso meno necessaria in tanti settori la specializzazione del lavoro per cui questo può venire delocalizzato dove più conviene con una perdita di qualità accettabile (che comunque c'è) per cui al massimo vengono mantenute nel luogo originario gli uffici amministrativi e quelli di ricerca/design.

    Come quelli che propongono di fare le Silicon Valley quando metà di quel modello o è in crisi o in grosso ripensamento/cambiamento. Non è tutto Apple ma anche Hewlett Packard nell'hardware o Yahoo nel settore internet, o realtà con molto hype ma dall'incerto business plan come Facebook o Twitter per non parlare di Sony in Giappone, oramai in perdita da anni.

    Le sfide quindi sull'industriale sono sempre più complicate e con ritorni sul capitale sempre più incerti, per cui qui da noi (e anche e soprattutto in altri paesi come la Spagna) si è preferito investire in settori a bassa tecnologia ma protetti dalla concorrenza come l'immobiliare, alcuni servizi privatizzati dallo Stato (Autostrade il caso più evidente, ma anche le Banche o TLC) oppure la Grande Distribuzione. Uno non compra casa in Cina, viaggia sulle autostrade indiane, va a fare la spesa in Brasile o usa la rete telefonica del Sud Africa no?

    Questo ha creato bolle speculative (immobiliare) e la crescita a dismisura di reti commerciali senza che ci fosse una reale crescita di domanda: i casi sono tanti, io conosco bene quello bancario.

    Prendiamo appunto questo, reti di filiali in continua espansione senza proporzionale espansione di offerta di risparmio (che è anzi in calo).

    A questo punto la redditività delle ormai privatizzate banche (anche se al loro interno la presenza pubblica tramite le Fondazioni è rimasta a riprova che il quadro normativo è più importante della composizione azionaria) si è basata su

    - espansione degli impieghi (aumento del debito privato, finanziato dall'estero) prevalentemente sul settore immobiliare che assorbiva spread di tasso consistenti, oltre che, avendo la garanzia reale accessoria, teneva (falsamente) bassi gli indici di rischiosità per la Banca.

    - passaggio da una gestione del risparmio "monetaria" (cioè titoli di stato o altre obbligazioni a basso rischio e bassa redditività) ad una finanziaria che permetteva un ricarico di commissioni continuo senza preoccuparsi della bontà dell'investimento per il cliente ma solo sulla redditività a breve per la banca.
    Notare come in questo caso la "concorrenza" fa decadere l'interesse per la banca di salvaguardare il risparmio del cliente perché mentre nel passato era un "capitale" che assicurava ulteriori futuri guadagni perché il cliente era fidelizzato ed era cmq complicato spostarsi da una banca all'altra, adesso invece diventa invece una semplice fonte finanziaria a breve termine, sostituibile con altre anche di tipo diverso e a basso costo (interbancario UE) e poi magari domani questo trasferisce tutto ad un'altra banca quindi tanto vale "spennarlo" per più che si può.

    - riduzione ed emarginazione delle funzioni interne di controllo, viste come "in antitesi" alla spinta "commerciale" prevalente (i classici rompicoglioni che fan saltare gli affari tanto per capirci)

    - utilizzo di personale sempre più dequalificato, temporaneo e con retribuzioni in calo e concentrato sul front office. Bancario come commesso di un negozio che vende prodotti che, ovviamente, non sa minimamente come son fatti e come funzionano.

    Spero che questi piccoli frammenti di esperienza "personale" servano per la discussione.

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    1. Ottimi spunti. E in parte attinenti al tema.
      Eravamo comunque stanchi (e comunque più "fuori" del solito) entrambi? Quando ho postato (e prima ancora scritto) e quando tu hai fatto le tue interessanti osservazioni.
      Quindi probabilissimamente non mi sono spiegato bene.
      Ovviamente terziarizzazione e finanziarizzazione sono sullo sfondo e ci sono ben note.
      E per la verità non le ho enfatizzate trattandosi, specie con riferimento all'Italia, di tematiche molto..."luogocomuniste", tra le più fuorvianti e esplicitamente diversive :-)
      Quello che mi piaceva, dello studio citato, è proprio che evidenzia e dimostra come i fattori che sono alla base, nella realtà italiana, della presunta debolezza "industriale" siano preesistenti e non abbiano impedito PRIMA DELL'EURO di aumentare constantemente la produttività.
      E questo mi è servito a smascherare ancor meglio l'(ab)uso del termine "produttività" come un'esigenza in qualche modo legata al vantaggio dei cittadini-utenti, laddove invece è pura deflazione salariale in diretta funzione di riduzione del deficit pubblico.
      Evidenziando subito come lo Stato "MONOPOLISTA" CIOE' ALLA RICERCA DELLA RENDITA MASSIMIZZATA SULLE PRESTAZIONI PUBBLICO-FUNZIONALI NON E' AFFATTO LA COSA SCONTATA CHE 20-30 ANNI DI "MANOVRE" CI HANNO ABITUATO A CREDERE.

      ORA HO "AGGIORNATO" IL FILE CON CARATTERI PIU' GROSSI E SPERO SIA PIU' SERENAMENTE LEGGIBILE.
      Comunque Alessandro, GRAZIE dell'intervento: la parte sui controlli interni aziendali ("audit") mi ha confermato da dove hanno tratto l'idea della riforma BASSANINIANA degli anni '90!!!
      ...Appuntamento mattutino? "Un caffè con Guerani"? Andiamo in qualche radio...ma libera "veramente" :-)

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    2. Ovviamente l'invito al "post" (ma il grande Guerani mi sa', credo, abbia un suo blog?...) per te "a fortiori" è sempre valido.
      La visione emblematica della vicenda organizzativo-imprenditoriale bancaria mi pare meritevole, in quanto riassume benissimo la vicenda dell'euro-sòla

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    3. Ho un blog ma di tutt'altro (cioè è relativo al mio lavoro attuale).

      Quello che nel paper manca, sicuramente per motivi di semplificazione, è il confronto con la produttività di settore.

      Mi spiego meglio, sto andando a memoria e vorrei ritrovare i dati, ma mi ricordavo che la produttività del settore industriale italiano ha, pur con l'euro, mantenuto un livello comparabile a quella della Germania.

      Dove vi è invece un notevole scarto? Nella produttività del settore servizi dove la Germania è nettamente in vantaggio grazie alla scarsa remunerazione del lavoro.

      Chiaro che il dato macro è utilissimo a fare confronti e ragionamenti ma il tema della terziarizzazione è fondamentale, ed è quello che gli stessi autori affermano in realtà quando parlano di "spostamento verso settori a minor contenuto tecnologico", cioè immobiliare e servizi.

      Quello che gli autori invece ancora non riescono ad esplicitare appieno è che la aumentata disponibilità di beni importati a basso costo grazie all'euro porta inevitabilmente alla sostituzione di industria nazionale (ora fuori mercato) con attività commerciale terziaria che vende prodotti importati a basso costo. E' appunto la famosa walmartizzazione che negli USA è un fenomeno molto più studiato che da noi e politicamente estremamente sensibile.

      Tutto qui.

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    4. Concordo. Ma in essenza di questo "limite" dell'indagine, se ci fai caso, l'ho detto nel commentarne la parte finale.
      Qunato all'alternativa tra legge di Thirlwall e deflazione via salariale con me sfondi una porta aperta. Flavio è uno specialista in materia, poi :-)
      Peraltro non dimentichiamo che l'oggetto del post era evidenziare gli specifici meccanismi attivati dalla "flessibilità" in termini di totale contraddizione rispetto alla professione di vler incrementare la "produttività"...

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  2. "Amplifica gli effetti depressivi..." Non c'è dubbio, dopo questa lettura non mi sento molto euforica...comunque quando vengo a Roma te la offro io una pizza, per questo grande lavoro che stai facendo !

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  3. Parlo del mio campo: la giustizia. L'unica riforma su cui tutti (avvocati-magistrati-personale ausiliario pubblico e privato) credo siano d'accordo è quella di più risorse pubbliche per consentire di sveltire i processi e renderli più giusti.
    Più magistrati, più personale ausiliario, più "macchine", più edifici. La privatizzazione (v. mediazione obbligatoria) non è mai stata la strada giusta, semplicemente perché toglie il diritto di mezzo e lo sostituisce con la legge del più forte (era come limitare al malato l'accesso ad un ospedale obbligandolo a quattro mesi di stregoneria preventiva: sia mai che il male passi!). Invece assistiamo alla mancata sostituzione dei cancellieri che vanno in pensione, a una insensata turnazione dei magistrati tra le varie sedi del Paese e alla mancanza perfino di carta per fare le fotocopie (che paghiamo comunque noi).
    Ovviamente il tutto condito da aumenti dei contributi unificati in campo civile del 40% circa in meno di due anni.
    Che dire di più?

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    1. E ccc'hai ragggione c'hai. Mo' vado a comprare (di tasca mia e, come dice Alberto, sono "ricco" - culturalmente- di famiglia) proprio la carta per la stampante:-)

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  4. Ciao Quarantotto grazie per l'articolo, se posso vorrei commentare questa frase che ha allietato il mio animo.
    "1. Le riforme che hanno aumentato la flessibilità del mercato del lavoro hanno accresciuto l’occupazione, ma hanno anche condotto a un rallentamento della produttività del lavoro e dell’efficienza produttiva (TFP);

    Da figlio e uomo del popolo che ha conosciuto la fabbrica in giovane età l'ho sempre pensata così. Anzi secondo me il processo degenerativo nasce ancora prima, dal momento in cui il Datore di lavoro (el Paron), anche nelle aziende medio/ piccole, rinuncia al suo ruolo di assunzione diretta del personale, per delegarlo a delle nuove figure esterne ed estranee alla fabbrica: i selezionatori del personale.
    Secondo me questo semplice passaggio genera, magari inconsapevolmente un cambio di pardigma nella classe imprenditoriale, il lavoratore nelle sue accezioni più ampie, non viene più considerato una risorsa che si valorizza nel tempo, un valore aggiunto, ma una merce, un costo da comprimere.
    Bisognerebbe passare da una rivoluzione del linguaggio: dal COSTO DEL LAVORO al PLUSVALORE GENERATO DA CHI PRESTA IL PROPRIO LAVORO MATERIALE E INTELLETUALE.
    Poi la flessibilità con la Legge Treu ( mio concittadino)che era scontato che provocasse meno produttivita'. Ci sono lavori che ci vogliono anni per impararli e solo dopo la tua produttività aumenta in modo più che proporzionale rispetto al tempo.Un ulteriore danno viene provocato dalla mancanza di trasmissione di conoscenza fra le generazioni.
    Poi aumentando la competitività oltre certe soglie all'interno della azienda viene meno la cooperazione fra gli agenti lavorativi, in quanto ognuno non è più il tuo collega ma il tuo concorrente, (se faccio meglio di te verrò io assunto a tempo indeterminato).

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    1. Ottimi punti.
      E infatti la "ferretti" cantieri navali l'hanno acquisita e mandata pe' stracci, proprio i fichetti che hanno deciso che gli artigiani magistrali che fanno l'eccellenza dei nostri prodotti, non fossero poi così importanti...forse perchè non producevano "brevetti"?

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  5. L'importanza di questo Blog e di Goofy è che dalla punta dell'Icerbg (cioè lo slogan) nel caso specifico la produttivita, fanno riemergere come materiale inconscio, ciò che davvero si nasconde dietro certi ammiccamenti, dietro certi termini apparentemente evocativi di crescita economica di benessere, di competitività ecc.

    Che aggiungere poi sulla flessibilità (quella negativa, che spazza via diritti e conquiste epocali dei lavoratori per ricondurli ai tempi della rivoluzione industriale: manca solo il lavoro minorile, ma per via della disoccupazione e della recessione.) connessa con questo richiamo alla produttività?

    Mi soffermerei invece sul fallimento totale della mission (brutta parola ma per loro va bene) da parte dei Sindacati, tu lo fai notare en passant (giustamente perchè i soggetti in questione sono solo lo spunto del post), io invece vorrei che qualcuno ci scrivesse un trattato, sulla scarsa produttività e sul mancato raggiungimento degli obiettivi da parte di un certo mondo sindacale, perchè chi è per definizione improduttivo non può darci lezioni di produttività.

    P.s.: tu e il Prof. siete più produttivi dei tedeschi, gna fo' a leggere e commentare tutto ma vi seguo( Sil-viar sa, che sto un po' smemoranda this period:) però come tutti i cecati/ ho apprezzato il cambio font, anche se il mio preferito resta sempre il Verdana:).

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    1. Oggi passaavo per piazza Farnese mentre sfilava un corteo CGIL-FIOM: ero tentato di chiedere la parola. Ma ero sicuro che chi conduceva col megafono non avrebbe gradito :-)
      BIsogna avere pazienza...anche sapendo che il tempo a disposizione è poco...

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    2. A proposito. Verdana è un pò...disadorno, ma ci proverò (mi devo ricordare mentre sono preso dalla scrittura del post)

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    3. Come nel 68, ah ah ah. Pensa che io faccio come i testimoni di Geova se becco qualcuno che accenna alla crisi non lo mollo finchè non crolla per stanchezza:) mi manca solo l'opuscolo con su scritto torre di guardia...prima o poi me meneno:)
      Si infatti a me piace verdana perchè sono minimalista, ma nun te preoccupa' : famo un sondaggio?

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    4. @ Quarantotto 06 dicembre 2012 17:11

      Le occasioni non mancheranno (temo). Magari cominciare con un flashmob ... ?

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  6. Ottimo post, grazie 48.

    Volevo aggiungere una considerazione, che è anche un pò una domanda, visto che sono incompetente in materia.
    Mi chiedevo se, oltre a tutti gli effetti negativi da te enunciati, conseguenti a questa scelta\tendenza di aumentare la produttività via austerity, non comportasse, per certi settori avanzati sui quali in passato si è investito (quando ancora si poteva!), un vero e proprio spreco di denaro.
    Mi riferisco, ad esempio, al mondo della ricerca (ma credo si adatti bene anche a quello della sanità e ad altri).
    A causa dei tagli, spesso lineari e mai preceduti da attenta analisi, spesso si rischia di vanificare del tutto investimenti (anche cospicui) effettuati precedentemente, il cui mancato ammortamento per inutilizzo, rappresenta un vero e proprio costo per la p.a.
    E la presa per il c..o è che chiamano questa operazione col nome di "razionalizzazione" delle risorse (la fiera dell'ossimoro di sti tempi), quando di razionale non vi è assolutamente nulla.
    Io che lavoro nella ricerca ormai da diversi anni (e 'mmò mi hai sdoganato gli "argomenti personali" col termine di "testimonianza" e sò cavoli tuoi ;-)), mi ritrovo circondato da apparecchiature costosissme che sottoutilizziamo, perchè non vengono più finanziati progetti di ricerca come un tempo.
    Oltre al fatto che io ed altri colleghi ci si ritrova spesso senza aver nulla da fare (alla faccia dell'aumentare la produttività).
    Vi sono settori importantissimi, che esistono solo o prevalentemente nel pubblico, i quali, secondo me, funzionano un pò come la
    legge di Liebig
    la loro produttività è strettamente correlata alla presenza\assenza di colli di bottiglia.
    E mi fermo qui, perchè non è un argomento che si possa esaurire in un commento e questo blog è appena agli inizi...credo ci sarà tempo :-)

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    1. Certo che è così: l'investimento viene effettuato in via meramente inerziale e con l'idea di spendere subito prima che ti tolgano i soldi. QUESTO DA ALMENO 20 ANNI.
      Come sempre in mancanza di adeguati PIANI E CONTROLLI RELATIVI e della coerenza programmatoria...e anche di buona fede: se c'è a appaltare la fornitura, capisci bene che...Se invece c'è da finanziare ricerca teorica, allora i fondi li tagliano subito, alla prima crisi o parametro non rispettato.
      Insomma INVESTIRE significa avere un'idea sostenuta nel tempo degli obiettivi, con volumi adeguati di interventi organici, vitali.
      Acquistare per spendere in forniture, servizi (non ti dico cosa combinano con l'informatizzazione), e lavori è potere e consenso. Fare un piano di investimento di durata gli legherebbe le mani ai prossimi tagli..per la crescita (lovuolel'europa)

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  7. Ciao quarantotto, mi fermo solo per un doveroso saluto e per farti i complimenti per la tua iniziativa. Ho scoperto solo da un paio di giorni il blog, e sono indietro con le letture.

    Piuttosto, a proposito del fatto che “I produttori possono mettersi d’accordo, e lo fanno”, proprio ieri «la Commissione europea ha inflitto una multa record da € 1,47 mld a sette compagnie che per dieci anni, [dalla fine degli anni novanta], si sono messe d’accordo sui prezzi dei tubi catodici per televisori e schermi di computer [...] Ogni anno le authority anti-trust svolgono inchieste su centinaia di società che aggirano il divieto di accordi dietro le quinte. Caffè, detersivo per lavastoviglie, cemento e prodotti chimici, schermi, lettori di dvd, vetri e cavi elettrici per automobili, perfino gli automezzi dei vigili del fuoco e i gamberetti grigi: l’elenco dei settori coinvolti è senza fine, o quasi».
    E anche in questo caso i tedeschi non sono poi così virtuosi come vogliono far credere. Anzi, ci marciano proprio.

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    1. "Fermati" in futuro quando e quanto vuoi :-)
      Sul problema delle "intese restrittive", e poteri e inziative antitrust in Italia, ci sarebbe molto da dire (non so se i tedeschi stiano peggio di noi). Forse ci farò apposito post...

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  8. per come vedo la situazione..
    il quadro per me si instaura su alcuni aspetti-bomba:
    1) cambi fissi che da un lato hanno prodotto DELOCALIZZAZIONI.
    in pratica, togliendo molta professionalità!
    se hai un ingegnere che ti sbriga gli affari in Cina, sai benissimo quanto ti costano le cose e quindi tagli molto in termini di esperti contabili.
    Oltre al fatto che gli ingegneri sono lì ma qua.

    IN POCHE PAROLE SI PERDE PROFESSIONALIA'


    2) cambio fisso per chi sta qua: dato che devi dominare le dinamiche "inflazionistiche" è chiaro che si faranno tagli!
    allora le grandi imprese o le hub esternalizzeranno i servizi!
    ma con prezzi al ribasso!
    e a catena cosa succede? giochi sul costo!
    ma il costo è in termini anche di professionalità!
    la professionalità costa sia in termini di reclutamento sia in termini di formazione sia in termini di esecuzione e così via

    3) smantellamento grande industria.. non ne discutiamo ulteriormente.. non che le piccole siano inefficienti ma va visto come ulteriore motivazione


    4) pareggio di bilancio perpetuo. Se non investe lo Stato per creare strutture, ricerca e via dicendo chi dovrebbe farlo? e considerando il rapporto con la grande industria basta vedere come era il Piemonte grazie alla FIAT e al Polittecnico

    5) aspetto psicologico
    discutendo con degli operai mi hanno detto questa: una volta entravi e facevi il manovale e sapevi che guadagnavi tot mentre chi ti guidava molto più di te.
    oggi questo non avviene.. anzi! anzi, non assumono manovali e quindi devi saper già lavorare ma senza avere prospettive!
    insomma, non si investe in formazione (manovali), quando si investe non esiste motivazioni (se sali il gradino guadagni lo stesso!) e cmq, se sei avanzato non vedi prospettive


    Sull'incremento di occupazione..
    certo che se si fa il promoter o la centralinista che produttività si ha?

    a margine..
    Se hai unì'economia con un cambio flessibile ci si adegua e si può puntare sulle seguenti cose:
    1) prodursi da sé certe tecnologie in maniera da non importarle
    2) puntare sulla qualità e sul mercato interno (tanto si può svalutare se non si creano iper economie di scala)
    3) curare ambiente e sicurezza (tanto i maggiori costi vengono scaricati con la svalutazione)

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