venerdì 7 giugno 2013

IL TRATTATO DI WESTFALIA! BRAVO! GRAZIE. IL TRATTATO DI WEST...! BRAVO! GRAZIE. IL TRATTATO...BRAVO! GRAZIE!

Una delle cose su cui ha ragione Alberto Bagnai è che se si punta ad avere un blog che faccia informazione di "qualità", si ha l'enorme vantaggio di avere lettori di qualità: che, quindi, ti fanno pensare ancor meglio e ti fanno tirar fuori approfondimenti e punti di vista sempre meglio formulati. 
Molti di questi lettori spero di vederli a Viareggio il 22 giugno (chiedere per ulteriori informazioni a
sil-viar@virgilio.it, "promoter" della situescion, anche detta "convenscion").

Ora, in questa ottica, oggi mi sono imbattuto in un articoluccio sul Financial Times di tal "Philip Stephens", intitolato "Nations are chasing the illusion of sovereignty" (pag,. 9 sotto l'articolo di Martin Wolff).
Questo Stephens parrebbe un giornalista di punta del FT: laureato in storia moderna a Oxford, naturalmente, come tutti gli storici, ritiene di avere la superiore visione che gli consente di discettare, "dall'alto"(di non si sa che cosa), sia di teoria generale del diritto che di macroeconomia. Finendo inevitabilmente per focalizzare un solido "luogocomunismo" apparentemente colto.
Tutto il discorso si aggira in una ridda di "iperconvinzioni" in realtà storico-pressappochistiche, mediaticamente conformiste e prive di adeguate basi giuridico-economiche. che tirano l'acqua al tristo mulino dell' "Internazionalismo" delle elites economiche, quale analizzato in questo post. A titolo esemplificativo, Stephens dice:
"Per un momento, dopo il collasso del comunismo, il futuro apparteneva a uno Stato "postmoderno". Questo rimaneva il blocco edificato essenziale della organizzazione politica, ma avrebbe riconosciuto interessi condivisi. Cioè gli Stati avrebbero scartato concetti ristretti dell'interesse nazionale in favore di sicurezza e prosperità cooperative. Strano a dirsi, dopo il tumulto degli anni recenti, ma l'UE era vista come modello per il nuovo ordine internazionale.
C'era di più in questo "daydreaming" utopista. La globalizzazione ha stretto i vincoli della interdipendenza economica. Le minacce alle nazioni sono manifestamente di carattere internazionale (vallo a dire e greci e ciprioti, infatti, ndr.), dal clima alle pandemie (...?), dal terrorismo alla proliferazione di armi non convenzionale, alla migrazione di massa. La mobilità dei capitali, le catene di "offerta" integrate tra diversi paesi, e le connessioni dell'era digitale, determinano un'emorragia di potere dai singoli Stati. Il modo di ricatturare l'autorità perduta è agire di concerto...
Ma ora il "mood" sta cambiando"...Gli USA stanno arretrando dal ruolo di poliziotto globale. Persino l'UE post-moderna, laddove salvare l'euro richieda un altro balzo verso l'integrazione, sta lottando con tensioni tra il "nazionale" e il "sovranazionale".
I nuovi "potenti", Cina, India, Brasile e Sud Africa, preferiscono la sovranità assoluta di Thomas Hobbes al mondo cooperativo di John Rawls..."
"La interdipendenza è una realtà ineludibile per Stati grandi e piccoli. I sentimenti sulla Nazione possono essere cambiati, ma non il fatto della globalizzazione. Se non altro, la dispersione di poteri statali a "attori" non statali, si è accelerata".

Le inesattezze delle premesse di questo ragionamento esigerebbero un lungo percorso analitico, evidenziando però da subito come la descrizione riassunta nei suoi tratti salienti, cioè i consueti "cavalli di battaglia" dell'internazionalismo, fallisca proprio nel non saper vedere il sub-strato comune di tutti i problemi che sarebbero indicati come a risoluzione internazional-cooperativa necessaria.
La globalizzazione, infatti, è un sistema che desidera e implica, in tutti i modi, lo smantellamento degli Stati democratici, perchè si incentra su due tendenze insopprimibili:
a) l'imperialismo economico post o para-colonizzatore, portato sul piano commerciale, come modo di determinazione delle relazioni internazionali; 
b) la sottostante dominanza del capitalismo finanziario che deve poter scegliere dinamicamente, cioè svincolandosi da qualsiasi regola vincolante precostituita, il proprio baricentro territoriale, camuffandosi, in modo mimetico, dietro la realtà statale che più le convenga al momento, ma senza mai aderire a una "realtà comunitaria di popolo", se non a livello di strumentale condizionamento della sua opinione pubblica (gli USA, in generale, ma la Germania, ad esempio, nello scenario europeo).
In questa omissione di individuazione delle radici ideologiche e strutturanti dell'Internazionalismo, esso è invariabilmente proposto come causa del problema (creata subdolamente ad arte), che vedrebbe, "stranamente" la paradossale soluzione  nella sua stessa accentuazione (come l'austerity di Merkel-Draghi).
Ricorrente è la non casuale idea dello Stato inteso in senso Hobbesiano, con la compiaciuta citazione del trattato di Westfalia, quello che portò al "principio di non interferenza": questa idea, in effetti, è sia storicamente relativa, dato che il "superiorem non recognoscens" era una garanzia di libertà rapportabile alla concezione dei "poteri universali", cioè il Sacro Romano Impero e, prima, il Papato; sia storicamente superata, dato che detto principio vige ormai solo come regola del diritto internazionale generale, come jus gentium, ma nella nuova forma garantistica del riconoscimento del "nuovo" principio (originariamente anticolonialista) della "autodeterminazione dei popoli".
Questa forzatura, storicamente e giuridicamente insostenibile, ci rammenta la lectio magistralis di Barbara Spinelli, anch'essa ancorata al trattato di Westfalia e alla inattuale rievocazione del modello di Stato hobbesiano: il famoso Moloch portatore dei nazionalismi totalitaristi, di cui si nasconde la relatività storica della formulazione e l'ipostatizzazione demonizzante "moralistica". Ed infatti, questa ossessiva demonizzazione serve ad inibire qualsiasi resistenza all'internazionalismo, ragionevolmente fondata sulla realtà effettiva degli Stati moderni!
Dunque, la sequenza che si cerca di imporre, con la sottile arma di un'etica e di una "necessità" incontrastabili, è la seguente:
Globalizzazione-Internazionalista
= evoluzione "naturale" del sistema economico e delle sue tecnologie
---> erosione "naturale" della funzionalità degli Stati
---> necessità della cooperazione/organizzazione internazionale come risposta inevitabile
---> unificazione e indistinzione del concetto di organizzazione internazionale, complessivamente offerto (insistitamente) come proteso alla cooperazione ed al superamento della conflittualità tra Stati
---> cessione di poteri decisionali "sovrani" riguardo alle comunità dei paesi aderenti in nome di un nuovo "diritto naturale" (cioè razionale "in assoluto")
---> qualificazione del nazionalismo statale, in quanto conservativo della sovranità, intesa come spinta (post-westfaliana) alla supremazia sugli altri Stati, come risposta involutiva
---> portatrice di conflittualità e di difficoltà a soluzioni ottimali nell'interesse dei singoli individui componenti le comunità.

La vera sequenza è in realtà questa (noterete che è più lunga della prima, proprio perchè esige lo svelamento della "semplificazione" mistificante su cui questa si basa):
Globalizzazione- finanziaria imperialista e sovranazionale
= scelta imposta, dagli interessi delle oligarchie economiche (prima di tutto liberalizzazione dei capitali), agli Stati nazionali "dominanti" nel diritto internazionale (che è pacificamente formato su tali assetti di prevalenza-recessività dei suoi soggetti statali)
--> tramite il "controllo" istituzionale di tali Stati "dominanti" la scelta è portata alla erosione della sovranità degli Stati "influenzabili"
---> creazione mediatica "globalizzata" di un'etichetta di Stato nazionale= Stato hobbesiano, cioè imputato di essere tendente al conflitto internazionale e alla sopraffazione sugli individui (etichetta riservata agli Stati nazionali che resistano all'assetto guidato dalle oligarchie di governance transnazionale);
---> oscuramento-deformazione dell'idea di Stato democratico moderno, inteso come ordinamento costituzionale mirato alla tutela dei diritti fondamentali, in particolare di quelli di "arbitraggio delle relazioni sociali", cioè i diritti pretensivi di seconda generazione (c.d. "welfare")
---> affermazione della esigenza di ratificare il rapporto di forza internazionale in trattati creativi di organizzazioni internazionali che acquisiscano, estinguendola, la sovranità in senso moderno
---> occultamento (salto logico-culturale di tipo propagandistico) della distinzione tra organizzazione internazionale, per prima l'ONU, o la versione originaria dello stesso MEC, creata per la cooperazione tra Stati democratici come reazione alle due guerre mondiali del '900, ed organizzazioni internazionali volte a promuovere la competizione economica ed il commercio internazionali
---> e ciò scontando che i media e la "cultura" non rammentino più all'opinione pubblica che le guerre mondiali furono piuttosto originate da tendenze imperialiste (e non nazionaliste in senso proprio, come durante le lotte di indipendenza dell'800) di Stati che avevano o volevano proprio ottenere una dimensione di dominio sovranazionale - cioè esattamente opposta a quella sancita dal Trattato di Westfalia!- e che quindi, volevano esattamente disconoscere il "superiorem non recognoscens" di Stati nazionali più "deboli" (il che equivale al fenomeno dell'odierno internazionalismo, che persegue tale obiettivo essenzialmente sul piano finanziario-economico) ;
---> prospettazione del "welfare" (diritti fondamentali sociali, non mere "libertà"), per la proprietà transitiva, come manifestazione dello Stato Hobbesiano, visto quanto meno come "invasivo" e inefficiente e, quindi, in quanto tale, eticamente connesso al nazionalismo e contrastante il progresso e il benessere tecnologico.

Riporteremo quindi i passaggi di precedenti esposizioni in cui abbiamo illustrato come e perchè i concetti rispondenti alla realtà effettuale siano i secondi e non i primi.

1. La sovranità in senso moderno, cioè nel concetto che si è affermato a seguito della lotta al nazismo, e che aveva il suo precursore nella Rivoluzione francese, è quella che risiede e promana dal "popolo", cioè dall'insieme degli individui, uomini e donne, che vivono su un certo territorio e che vuole connotarsi come comunità politica a fini generali (cioè provvedere congiuntamente ai bisogni che, storicamente, sono considerati meglio soddisfacibili mediante un'organizzazione collettiva);
2. La forza legittimante la sovranità di una consimile comunità non risiede nella sua azione materiale affermatrice di supremazia ma nel dar vita al fatto giuridico genetico della sovranità: il potere costituente popolare. Nelle democrazie moderne, cioè, il popolo trova, nei fatti, delle forme organizzative e rappresentative per fondare ed affermare una Costituzione;
3. Questo processo di legittimazione della democrazia costituzionale vale in sè, come metodo generale, diciamo socio-antropologico, corrispondente a un certo stadio di evoluzione culturale dell'umanità.
4. Quindi non è necessariamente legato a una comunità-nazione. Esso lo è "prevalentemente" per via di vicende storiche che hanno connesso la creazione della democrazia costituzionale alla Nazione, intesa come comunità etnica caratterizzata dalla comunanza linguistica evoluta da un tempo (storico) necessariamente considerevole e, inscidibilmente da ciò, di una certa omogeneità di tradizione culturale. Ma può essere legato a qualsiasi comunità che raggiunga quella certa omogeneità linguistica e di tradizione culturale, indipendentemente dall'estensione e dalla caratterizzazione etnica del territorio interessato (si avranno di fatto, in questo caso, Stati detti "federali", come ad es; gli USA).
5. Quindi il processo Costituente democratico, "in rerum natura", presuppone una comunità che, per le caratteristiche etno-culturali ora dette, possa definirsi "popolo". Altrimenti, non sarà possibile quell'accordo iniziale INDISPENSABILE a stabilizzare un processo costituente, e meno che mai una democrazia, che nasce dalla AUTOIDENTIFICAZIONE DEGLI INDIVIDUI NELLA COLLETTIVITA' che dà luogo al fatto genetico della Costituzione e, quindi, della sovranità popolare.
6. In questo ragionamento, come si vede, non è necessario immettere il concetto di Stato: perchè, in effetti, oggi questo concetto trascolora, nella communis opinio delle nazioni civili (cioè nell'ambito del diritto internazionale generale, storicamente prevalente), in quello di democrazia costituzionale, cioè che si concretizza, in un forma sacralizzata da una Carta scritta e considerata fonte di diritto superiore ad ogni altra. Cioè fonte di jus, nel senso sostanziale di regola che persegue la giustizia, identificata nella effettiva realizzazione dei diritti fondamentali, che includono sia quelli di libertà (negativi) che quelli sociali, di benessere-welfare (che hanno contenuto di pretesa positiva). 
7. Quindi attaccare il concetto di Stato, nella sua accezione di Stato-nazione, e sulla base della sua definizione hegeliana e Hobbesiana, è un problema mal posto. Di più, è un falso problema. Perchè proprio per superare (riuscendovi) questo concetto di Stato, capace di prevaricare gli individui in nome del concetto astratto di Nazione, strumentalizzato da una classe governante non democratica, sono nate le moderne democrazie costituzionali.
8. Ma, come abbiamo visto, queste presuppongono il sub-strato sociale di un popolo, in cui gli individui viventi su QUALSIASI ESTENSIONE DI TERRITORIO, si autoidentifichino.
9. E non solo: ma che gli interessi materiali di questo popolo siano espressamente perseguiti da una Carta scritta che riconosca non solo gli stessi diritti formali ad ogni individuo, ma che impegni l'organizzazione (lo Stato di diritto democratico) che nasce da tale Costituzione, a renderne l'esercizio concretamente uguale per ciascun individuo. Cioè un'organizzazione che persegua l'eguaglianza sostanziale, senza eccezione, di tutti gli individui, a prescindere dalla specifica parte del territorio, proprio della comunità, in cui essi vivano;
La questione della edificazione della nazione e del suo rapporto con la democrazia è controversa. Potrebbe pensarsi infatti che l’idea di nazione ha condotto alle degenerazioni del nazionalismo ed alle guerre mondiali per sposare una irenica prospettiva universalistica e federalistica (che è più o meno alla base dell’ideologia dell’Unione europea).
Tuttavia la stessa Unione ed il mercato globale sono il frutto – a ben vedere – di politiche statali.
Benché il nesso tra la costituzione di stati-nazione centralizzati e burocratizzati, da un lato, e, dall’altro, lo sviluppo del capitalismo globale non sia un nesso causale diretto, questi due fenomeni sono strettamente correlati.
La creazione di territori statali delimitati e controllati centralmente ha fornito condizioni chiave per lo sviluppo di forti economie capitalistiche circoscritte. Certamente tali economie "nazionali" potevano svilupparsi soltanto nel contesto dell’emergente mercato mondiale: il commercio estero e il colonialismo hanno fornito una base importante all’accumulazione capitalistica e all’industrializzazione e poi alle diverse fasi di globalizzazione dei mercati.
Ma esiste anche una complessa relazione tra sviluppo dello stato-nazione capitalistico e "borghesia", vale a dire democrazia politica parlamentare e pluralista: una relazione derivante dal fatto che lotte democratiche e conflitti di classe hanno potuto svilupparsi con successo solo entro terreni economici e istituzionali relativamente delimitati.
I fondamentali orientamenti normativi - eguaglianza, relazioni sociali governate da regole legali, libertà generali, rispetto per i diritti umani - anche se spesso non pienamente praticati, restano legati allo stato-nazione.
Paradossalmente, lo stato-nazione funziona anche come barriera sostanziale, nella misura in cui tali orientamenti restano mere finzioni al di fuori dei confini dello stato-nazione.
I diritti umani trovano infatti sostanza solo in quanto codificati come diritti civili entro uno stato-nazione, mentre le relazioni internazionali restano affidate alla dipendenza (coloniale), alla violenza e alla guerra.
Solo occasionalmente l’oppressione e il diritto del più forte sono stati controbilanciati da sistemi legali e istituzionali.
La relativa importanza dei valori fondati sulla democrazia e sulla società civile è rimasta confinata all’interno di un piccolo numero di stati economicamente e politicamente potenti.
"Senza un ordinamento statale sancito in una fonte costituzionale, non avremmo neanche un sistema giuridico (fonti di diritto, enforcement e giudici) che consenta l'operatività dell'acquisto, della intestazione proprietaria e, prima ancora della formazione del risparmio necessario all'investimento (che presuppone operatività giuridica di una serie di contratti a monte), se non ci fosse un "Patto fondante" che stabilizza questo stesso sistema giuridico.
E perchè chi non ha accesso al lavoro, al risparmio e alla proprietà di beni "funzionalmente" vitali (in un concetto di esistenza libera e dignitosa), dovrebbe "legittimare", questo sistema giuridico se esso stesso lo escludesse programmaticamente dai suoi oggetti-rapporti regolati (problema che portò alla rivoluzione d'ottobre e prima ancora al marxismo e che il capitalismo risolse con la redistribuzione e, appunto, le Costituzioni democratiche)?
Pensare che qualcuno o molti si possano unilateralmente "svincolare" da quella carta di valori, porta dritti alle legge del più forte e quindi al conflitto permanente come in un branco di lupi (tralasciamo le conseguenze evoluzionistiche e etologiche di tale modello, ma di ciò si accorsero, alla nascita degli Stati moderni, Hobbes e Locke).
Le Costituzioni moderne, col loro tanto deprecato welfare, a questo stadio dell'evoluzione umana (secondo
Konrad Lorenz lasciata solo al drive "culturale" e pure, ormai, in modo ristretto), evitano questa piega social-darwinista (e il bagno di sangue permanente che ne conseguirebbe).
WTO e FMI, invece, consentono di aggirare questo limite, in modo "inavvertito", sfruttando pesudovalori para-logici e "quasi-giuridici" che non devono fare i conti con le Costituzioni, proprio perchè si inseriscono in un sistema sovranazionale. Questo, per sua natura autoqualificatoria, che si aggancia alla ben diversa serie di esigenze che portarono alla nascita prima della Società delle Nazioni e poi dell'ONU, "appare", per un innuendo forzatamente amplificato dai media, come sempre e comunque portatore di quelle esigenze e "valori": ma, oggi allo stato attuale dei rapporti economici "globali", cosa ha a che fare con la "reazione al terribile shock umano e sociale" delle due guerre mondiali del secolo scorso? Domanda retorica: nulla.
Quindi, "organizzazione sovranazionale" non significa proprio, automaticamente, finalità di pace tra i popoli.
E questo vale anche per i trattati di Maastricht e Lisbona, infarciti di deflazionismo, circolazione di capitali e...Von Hayek, che sono, infatti, "intessuti" esattamente del simmetrico contrario del cooperativismo pragmatico che diede origine a SdN e ONU (riuscite o meno che siano tali esperienze).

E come la mafia non potrebbe esistere e prosperare senza lo Stato (nazionale, che controlla il consenso sul territorio "reale" mediante il "bene comune" delle Costituzioni democratiche), così le "forze sovranazionali economiche organizzate", non potrebbero agire senza impadronirsi delle istituzioni nazionali (indispensabili strumenti per far digerire logiche capitalistico-finanziarie in una cornice di "apparenza" democratica). Cioè istituzioni senza le quali il gioco social-darwinista sarebbe "scoperto" e porterebbe alle reazione delle masse "parassitate" (esattamente come accade per la mafia, che mira costantemente all'infiltrazione istituzionale in difetto della quale perderebbe l'effettività e il "controllo" sociale)
.
"


Ma c'è un ultimo punto che vale la pena di chiarire.
La realizzazione di un internazionalismo cooperativo è possibile sulla base di una convergenza che non sia forzata su parametri economici, altrimenti naturalmente divergenti tra i soggetti di diritto internazionale, cioè gli Stati; e quindi, invece, sulla base di una forza identificativa dei soggetti detentori della sovranità, cioè i popoli. Questa spinta si è rivelata "costituente" e quindi, tutoria dei diritti fondamentali, solo su basi nazionali (per una serie di logici presupposti che sussistono solo su tale livello e per di più solo tendenzialmente, come dimostrano i "localismi" secessionisti presenti in Stati recenti e frutto di equilibri geo-politici transeunti).
Il vero "internazionalismo" è quello della convergenza delle Costituzioni nel formulare come prioritario il compito dello Stato di realizzare attivamente questi diritti e non solo di preservare le delimitate libertà che, in origine, sono servite a ratificare la prevalenza della borghesia imprenditoriale, i "capitalisti", sull'aristocrazia feudale e sui sovrani assoluti.
La "convergenza" verso la cooperazione internazionale si ha proprio attraverso questo costituzionalismo, portatore dell’universalizzazione e la specificazione dei diritti, evolutisi nei "diritti sociali", garantiti dagli Stati. Che gli Stati nazionali "convergano" in ciò, anzi, è la prima e vera garanzia di pace e prosperità delle Nazioni, e il miglior presupposto affinchè pace e prosperità consentano la cooperazione, cioè forme di collaborazioni tra Stato tese al reciproco aiuto nel migliorare, e non nello smontare il sistema di arbitraggio del conflitto sociale. Evitandone la "esportazione" in forma di conflitto bellico o di colonizzazione economica.
Ecco che allora, se una demarcazione sovranazionale veritiera, su cui vale la pena di fare informazione "globalizzata", può essere rinvenuta è quella tra neo-liberismo Von Hayek, munito ormai di armi "internazionaliste" e sempre più deciso a estenderle, e costituzionalismo universale democratico, finalmente capace di caratterizzarsi come forza solidaristica spontanea dei popoli: spontanea ma munita di una solida base, le Costituzioni democratiche, che occorre difendere.
E in fondo la questione dell'euro va vista solo su questo piano: uscirne per rimanere nel dominio incontrastatto dei "nipotini di Von Hayek" è un'operazione di facciata. Una beffa. Uscirne per ripristinare la sovranità dei diritti, costituzionale e universalistica, è la vera frontiera della democrazia.

25 commenti:

  1. Sulla base di questa ultima frase: " E in fondo la questione dell'euro va vista solo su questo piano: uscirne per rimanere nel dominio incontrastato dei "nipotini di Von Hayek" è un'operazione di facciata. Una beffa. Uscirne per ripristinare la sovranità dei diritti, costituzionale e universalistica, è la vera frontiera della democrazia" su cui mi trovo in sintonia il mio dubbio rimane:
    "come fare a perseguire questo punto?" se come ho letto qui dentro le politiche keynesiane si sono lasciate intenzionalmente sviluppare col piano Marshal dopo la II guerra mondiale "solo" per creare una "terza" via per evitare il ritorno di Nazismi e soprattutto comunismi, come è pensabile ora che anche uscendo dall'euro non si venga a proporre una nova versione del liberismo sfruttando lo shock di transizione visto che il "nemico" comunista non esiste più?Dopo il crollo del muro di berlino si è affermato il luogo comune "comunismi=dittatura" e in fondo il popolo fatica ad avere consapevolezza che anche ultraliberismo=dittatura e che la "terza" via è quella che ha dato risultati migliori. Questa "terza via" fino a ieri io (con la massa) la davo per scontata, ma oggi mi rendo conto che vi ci troviamo dentro per pura casualità (intesa come un incrocio di convenienze), tant'è che ora, che lo spauracchio del comunismo è crollato, c'è stato una regressione verso il liberismo sfrenato. Capisco che ci debba essere una azione di divulgazione, ma a volte sono perplesso, non vedo tutta questa consapevolezza e voglia di capire nelle persone (io compreso fino a ieri), vedo solo esseri umani che sperano di cavarsela, ma non mi sembrano molto consapevoli in che mondo stanno vivendo. probabilmente solo arrivando a toccare il fondo potrebbero interessarsi a questi argomenti. Scusate il pessimismo, ma ripercorrendo la storia, mi sembra di capire che i periodi felici per le masse siano stati pochi.

    Spero di essermi fatto intendere.

    P.S. sapete che questo blog incomincia ad appasionarmi? all'inizio faticavo a capirne il linguaggio, ma piano piano leggendo anche altri libri incomincio a capirne linguaggio e riferimenti, non mi sento di avere la padronanza della materia (davvero lontano dalla mia formazione ipertecnica figlia della motorvalley emiliana), ma almeno incomincio a "intuire". parafrasando...."c'ho capito e non c'ho capito", spero di migliorare! Grazie

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    1. Il punto è corretto.
      Ne abbiamo parlato anche qui, in effetti.
      Ma il "comunismo" non è che una delle forme di dialettica contrappositiva quando il capitalismo (ri)diventa "sfrenato".
      La "terza via" è esistita e esisterà anche oltre l'eclisse del socialismo reale. Non sempre stabilisce un equilibrio duraturo, ma non per questo non ricompare la pressione degli emarginati dal benessere. E non per questo deve essere perduto il buon senso per impedire che questa pressione divenga insostenibile e traumatica per la società.
      http://orizzonte48.blogspot.it/2013/03/popper-le-catastrofi-europee-e-la.html
      http://orizzonte48.blogspot.it/2013/04/uomini-e-no.html

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  2. " Quindi il processo Costituente democratico, "in rerum natura", presuppone una comunità che, per le caratteristiche etno-culturali ora dette, possa definirsi "popolo". Altrimenti, non sarà possibile quell'accordo iniziale INDISPENSABILE a stabilizzare un processo costituente, e meno che mai una democrazia, che nasce dalla AUTOIDENTIFICAZIONE DEGLI INDIVIDUI NELLA COLLETTIVITA' che dà luogo al fatto genetico della Costituzione e, quindi, della sovranità popolare."

    Oh!
    Questo il punto nodale del perché l' Europa POLITICA unita non potrà mai esistere (e di conseguenza, tanto meno, una moneta unica) o almeno per qualche secolo!!
    Si, qualche secolo, non è esagerato.
    Ma insomma; per quelli che "solo una Europa unita bla bla...impedirà le guerre...":
    Ma le peggiori carneficine in Europa sono state fatte proprio da chi voleva unire il continente sotto una unica direzione politica: Hitler e Napoleone, non volevano forse una Europa unita? Questa dei tecnocrati (così detti) potrebbe presto rivelarsi una altra carnefinia (e già lo è).

    In Europa NON esiste e non esisterà mai un popolo che si riconosca parte (intimamente) di una unica comunità! E, secondo me, questo mantenimento delle differenze culturali, delle varietà, delle diversità, è la vera ricchezza! D' altronde varietà e diversità non sono forse sinonimo di ricchezza?
    Cosa c'è di piu' povero della sterile omogeneità?

    Facciamo una prova del 9 del fatto che il "sentimento" europeo è totalmente posticcio (è il "nazionalismo" "paneuropeo" delle elite, una roba da ridere, a pensarci):
    Quando vediamo qualcuno bruciare una bandiera, di qualsiasi nazione, anche se ci stesse antipatica, non ci piace, come minimo ci turba. perché? Perché sappiamo che quel gesto è profondamente offensivo per una intera comunità (vilipendere una bandiera -non a caso- è reato in molti Stati, ci sarà un perché?). Tocca nel profondo la sensibilità di un POPOLO.
    Se vedessimo bruciare una bandiera della UE, al di là di come la si pensi, che reazione ci provocherebbe?
    Se non menefreghismo, scarso interesse, perché? perché non offenderemmo nessuno (salvo un gruppetto di "banchieri-politici" invasati)

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    1. Osservazione finale acuta (more solito) :-)
      Ma vallo a dire a...Piga (a cui ho visto che ne hai dette di cose)!

      Qui si trova una sintesi in una formula che loro stessi tendono a mistificare: il Trattato di Westfalia (bravo! Grazie!) avrebbe sancito il "superiorem non recognoscens" degli Stati nazionali (e già l'Italia non c'entrava, anzi) e questo sarebbe il dato negativo della sovranità, portatore di conflitti.
      Invece le guerre mondiali del '900, e anche quelle che l'hanno precedute, nascono in effetti proprio dalla negazione del superiorem non recognoscens "altrui".
      Esattamente il modello UE-UEM-Spinelli-BCE-Bundesbank.
      Hollande se ne accorgerà presto...



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  3. La mia rassegna stampa quotidiana, di questi tempi, include sempre Goofynomics e Orizzonte 48.
    È buffo come oggi mi sia imbattuto prima in questo commento dell'utente Rita:

    "Du' perle der paper "The Euro area adjustment: about halfway there" di JPMorgan (28/5/2013) raccolte da Leigh Phillips.

    1. In the early days of the crisis, it was thought that these national legacy problems were largely economic: over-levered sovereigns, banks and households, internal real exchange rate misalignments, and structural rigidities. But, over time it has become clear that there are also national legacy problems of a political nature. The constitutions and political settlements in the southern periphery, put in place in the aftermath of the fall of fascism, have a number of features which appear to be unsuited to further integration in the region. When German politicians and policymakers talk of a decade-long process of adjustment, they likely have in mind the need for both economic and political reform.
    2. The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence, reflecting the political strength that left wing parties gained after the defeat of fascism. Political systems around the periphery typically display several of the following features: weak executives; weak central states relative to regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which foster political clientalism; and the right to protest if unwelcome changes are made to the political status quo. The shortcomings of this political legacy have been revealed by the crisis. Countries around the periphery have only been partially successful in producing fiscal and economic reform agendas, with governments constrained by constitutions (Portugal), powerful regions (Spain), and the rise of populist parties (Italy and Greece).There is a growing recognition of the extent of this problem, both in the core and in the periphery. Change is beginning to take place. Spain took steps to address some of the contradictions of the post-Franco settlement with last year’s legislation enabling closer fiscal oversight of the regions. But, outside Spain little has happened thus far. The key test in the coming year will be in Italy, where the new government clearly has an opportunity to engage in meaningful political reform. But, in terms of the idea of a journey, the process of political reform has barely begun."

    E subito dopo in questo magistrale e puntuale post di 48...

    Quando si parla di differenti punti di vista...

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    1. Prendiamo atto che per JP Morgan la Germania NON ha una Costituzione che tenga conto della precedente dittatura.
      E che questo sarebbe una cosa altamente positiva.

      E a ben pensarci che le Costituzioni del resto dei paesi core siano avulse dall'esperienza del nazismo occupante e delle tensioni provocate dall'avanzata dei carri armati di Stalin (pure l'Austria e il Belgio a quanto pare...per tacere di Vichy). Ma pensa tu!

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    2. In realtà della natura delle costituzioni dei paesi core JPMorgan non tiene conto, visto che quei paesi non hanno bisogno di forti "riforme" antidemocratice...

      Questo è il LINK all'intero paper.

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  4. ENTRY LEVEL
    N'è di natura mia l'essere o dopo o prima, e uso e consumo dell'accoglienza di '48, kgnith amico mio :-), per un "fuori luogo" tra tanti "luoghi comuni" e "troppo" poco avezzo ad acronimi (ndr, O.T.C. T.V.T.B. V.N.F.C. TR.K.S. ...).

    Quale il paradosso "moderno" di INTERNAZIONALIZZARE QUALCOSA CHE NEPPURE S'E' MAI PENSATO D'ESSERE, non solo come "popolo" ma come ESISTENZA INDIVIDUALE.

    :-)

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    1. Grande Poggio.
      La grande falsificazione però funziona a pieno ritmo, a quanto pare.
      Siamo solo una "nicchia" e al massimo attendiamo grandi forze che si mettono in azione; la Storia comunque chiederà il conto

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    2. Come Alberto ha dimostrato, non ci sono mai pasti gratis, neppure alla Caritas :-)

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    3. E pensa che Keynes quando sentiva "non ci sono pasti gratis" (altra frase dei capitalisti come quella, evidenziata da Kalecky, "dovrai guadagnarti il pane col sudore della fronte) andava su tutte le furie :-)

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    4. Con questa, knight, si sei "guadagnato" il titolo di highlander ma NOI lo sapevamo :-)

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  5. Che strano! Nel leggere l'articolo del FT che dà lo spunto alla discussione, quando ho visto OXFORD mi è subito balenata in mente l'immagine di una persona che lì aveva insegnato e a cui aveva dato lustro; poteva sembrare un'idea nata così, per caso, per semplice associazione o forse per serendipità. Proseguendo nella lettura dell'articolo e delle tue successive considerazioni, tale idea si è però rafforzata e ha portato a domandarmi: se egli fosse ancora vivo, cosa penserebbe dell'attuale tecnocrazia europea "tutta Von Hayek e distintivo? Che idea si farebbe del degrado culturale continentale che ha elevato una moneta - un feticcio - a rango di divinità pagana? Che giudizio morale avrebbe della nostra società contemporanea, Isaiah Berlin? Considerato unanimemente come uno dei maggiori pensatori del Novecento, Berlin - tra le altre cose - è famoso per i "Due concetti di libertà" che rappresentò la lezione inaugurale a Oxford il 31 ottobre 1958. Proprio la sostanziale mancanza di libertà in cui viviamo, mascherata da un alto livello di tecnologia che (pensiamo alle pubblicità dei cellulari, ad esempio) fa credere agli individui di essere liberi all'interno di un archetipo assimilabile a un alveare globale, mi ha richiamato l'opera del filosofo e politologo russo di origine ebraica, che spese tutte le proprie energie intellettuali nello studio della teoria liberale. Berlin, oltre a essere un convinto assertore del pluralismo, era contrario a ogni forma di autoritarismo e uniformità imposta dall'alto tendente alla sopraffazione dell'individuo. Questa visione pluralistica del mondo, unita a una difesa serrata al diritto degli individui ad autogestirsi (il potere costituente popolare, ora necessario più che mai) lo portò a condannare, senza mezzi termini, le feroci dittature del XX secolo. E' nell'opera "Il riccio e la volpe" che, a mio parere, il discorso di Berlin si attualizza e diventa estremamente interessante. Berlin amava citare un verso dell'antico poeta Archiloco: "la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande". L'immagine del riccio e della volpe può essere assunta come metafora delle profonde differenze che caratterizzano gli individui (nella fattispecie le élites): i ricci riferiscono ogni cosa a una visione centrale, a un sistema coerente; le volpi, invece, perseguono molteplici fini, a volte anche incoerenti. I ricci sono monisti, le volpi sono pluraliste: il monismo del riccio (identificabile allora con il comunismo adesso con l'euro-fascismo) poggia sul presupposto che le domande abbiano una sola risposta e che la strada per la verità sia solo una; al contrario il pluralismo della volpe vede nella varietà e nella diversità l'essenza del mondo. Sono convinto che i ricci monisti di oggi, Barbara Spinelli in primis, avrebbero vita assai dura con un autorevole vero liberale come Berlin a sbugiardarne i proclami.
    PS: molto pertinente e gustosa la citazione di Petrolini nel titolo.

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    1. E' semplice(mente) strepistoso ritrovare da '48 tanto universo dello spirito umano.
      Salpa da analisi economicche del diritto e traccia rotte ardite nel "sum ergo cogito".
      Riccardo ci intriga tutti con l'esopica del riccio e della volpe di I Berlin (gratidutine perchè non lo conosco ma intrga) e rilancio quella botanica nella quale mai s'è visto, in natura, una sequoia negar esistenza ad un trifoglio sotto le proprie coltri.
      Al von H (ndr, i Goti arrivano tutti da quelle valli come i grandi "prodi" della Storia? :-) lascio il dar di spiega e alabarda le ragioni delle darwiniane "differenza" ma a te, Riccardo ancora grazie, rilancio lo "spunto" lieve sulla "valigia nera" di W Benjiamin (la "fonte" non è la preferita per queste "seti" ma è intrigante e "autorevole che proprio li se ne parli)

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    2. Grazie Poggio, troppo buono:-)

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    3. Meno male che qualcuno ha riconosciuto la citazione di Petrolini :-)!

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    4. Non bontà ma, "simple comme bonjourn", dignità e rispetto del "rimaniamo umani".
      Grazie alla consapevolezza che il tuo Lionheart (anch'esso di Oxford).

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  6. Bel post, convincente; i luoghi di approfondimento sono rari e questo è uno di quelli.
    Un appunto: come rendere un ragionamento logico, complesso e necessario, fruibile per il piddino medio.
    Un invito operativo: non sarò a Viareggio, chi non c'è ha sempre torto, ma vorrei si parlasse soluzioni operative.
    Grazie.

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    1. Appunta, appunta: il piddino non è il target, l'importante è che sia fruibile da un "risvegliato" medio. Poi se ha compreso, e gl capiterà, saprò utilizzare gli argomenti col piddino (ammesso che questi sia disposto ad ascoltare)...
      E come vorremmo tutti che si parlasse di soluzioni operative :-)!

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  7. Se mi posso permettere. (mariof è uno dei miei commentatori preferiti)
    In riguardo al " rendere un ragionamento logico, complesso e necessario, fruibile per il piddino medio"; sulle argomentazioni "euriste" la dialettica di Bagnai che tu ben conosci è assolutamente di efficacia straordinaria.
    Sulle argomentazioni (mendaci)"principi del pensiero (unico) neoliberista (così detto) o Von Heyek (come direbbe 48)" ti consiglio visione di qualche video di Nando Iappolo, non sempre preciso, non sempre del tutto condivisibile, ma di una strordinaria efficacia comunicativa e estremamente divertente da ascoltare.
    per quanto riguarda "risvolti costituzionali", bè, le argomentazioni di 48 sono abbastanza eloquenti (ultimamente, ho notato, sta facendo sforzi davvero commendevoli per "abbassare" al volgo i concetti dal "giuridichese" di sua pertinenza), ma prima necessitano "substrato" comprensivo di cui sopra. Anche se lo spirito costituzionale (progressista redistributivo) è ampiamente condiviso nell' intimo, dall' italiano medio, e, ancor piu' , forse, dal piddino medio (che pensa solo, previa lavaggio crervello a mezzo stampa, che "non sia piu' perseguibile", "perché c'è la Ciiina", ecc. ecc.)

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  8. Mi sembrano riflessioni molto compatibili con queste di Lordon. Il dato di fondo, mi pare, è l'illusione liberista che il libero commercio e la libera circolazione dei capitali (e magari pure il cambio fisso...) siano portatori di pace; come invece sostenevano gli illuministi radicali (uso qui l'espressione di Jonathan Israel) è la democrazia che garantisce la pace, mentre il liberismo crea tali disastri sociali da minare la democrazia e poi pure la pace: da questo punto di vista le momorie di Dino Grandi, un fascista liberista, sono una lettura che illumina tale mentalità.

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    1. In effetti se pensi ai soggetti che usano l'argomento "trattato di Westfalia", di natura storica (relativamente) sofisticata, è più una cosciente manipolazione propagandistica (affidata alla intelighenzia organica) che una vera illusione.
      E' vero che pensano che il libero commercio renda conveniente la pace, ma sempre sulla base di schemi istantanei, micro: non si preoccupano di risolvere gli squilibri di medio-lungo periodo, come al solito: li nascondono perchè è proprio ciò a cui mirano.
      Per risolverli utilizzano il ricatto "se ti opponi sei contro la pace" e, alle brutte: "sei talmente contro la pace da dover essere "pacificato" con mezzi militari (di potenza esterna) o polizieschi (di governo guidato da potenza esterna)"

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  9. Senza entrare nel dettaglio del post, vorrei provare ad entrare nella psicologia del personaggio barbaraspinellipiueuropabello. L'appello al trattato di Westfalia discendente diretto dello stato Leviatano di Hobbes, in senso negativo e foriero di tutte le disgrazie di questo mondo, ha nella mente dei suddetti personaggi, un convitato di pietra innominabile Carl Schmitt. L'idea di uno stato di eccezione permanente che attraverso il terrorismo(sullo Stato) la paura(del futuro) il disprezzo(delle passate generazioni), dispensate a suon di moralismo, stritola attraverso politiche deflattive, le costituzioni democratiche nazionali. Una sorta di abbraccio cosciente ma innominabile fra i nipotini di Schmitt e di Von Hayek. Nonsochenepenza!

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  10. Leggo solo oggi questo interessantissimo articolo (evito "post" per non parlare la lingua dell'Impero). Di fine dell'ordine westalliano parlava Prem Shankar Jha, economista indiano e critico della globalizzazione (v. es. http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2347), interpretandola negativamente come fine dell'autonomia degli Stati nazionali in favore di un Potere neo-imperialista globalizzato

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  11. Ma chi mai ha rispettato il vero principio di autodeterminazione dei popoli e il principio di nazionalità e sovranità dei popoli?i popoli avrebbero ceduto la loro sovranità a un altro potere superiore in cambio di preservare determinate liberta ?ma quando mai...la consuetudine non è legge ,i popoli dovrebbero dire no a questa consuetudine rievocando i poteri a queste entità politiche che non fanno gli interessi dei popoli .Ogni etnia deve avere il proprio stato

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