giovedì 12 settembre 2013

LA GABBIA: "...CIO' CHE GLI UOMINI DEBBANO CREDERE E PER CUI SI DEBBANO AFFANNARE"

Allora, per cominciare, vorrei ricordare la "natura" del potere che ti troviamo a "fronteggiare". Per farlo, e per sviluppare il discorso di questo post, attingeremo al vasto materiale che risale ai contributi di altri "autori" e dei commentatori che animano questo blog. Che, quanto a "livello" del dibattito, non credo sia secondo a nessuno.
Allora, dicevamo, cominciamo con la "natura" di questo potere, citando un passaggio di Ktrchrds che mi ha molto aiutato in una nota "querelle" (peraltro molto utile per chiarire, credo, in modo definitivo, un aspetto "fondante" della situazione €uromostruosa):
«Il controllo economico non è il semplice controllo di un settore della vita umana che possa essere separato dal resto; è il controllo dei mezzi per tutti i nostri fini. E chiunque abbia il controllo dei mezzi deve anche determinare quali fini debbano essere alimentati, quali valori vadano stimati […] in breve, ciò che gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affannarsi».
(F. von Hayek da "Verso la schiavitù", 1944).

Cerchiamo di sviluppare questo concetto nelle sue ricadute pratiche, che poi, nel mondo socio-economico, sono un "programma politico".
Lo sintetizziamo come proposizione fenomenologicamente "essenziale": "I fini del controllo economico, cioè della "grande società" governata dal mercato, (possibilmente, secondo von Hayek, "globale"), implica il controllo dei mezzi necessari per tutti i fini che il "mercato" intende perseguire: cioè, di tutti i mezzi che consentono di determinare "ciò che gli uomini debbono credere e ciò per cui debbono affannarsi".
Siccome questi "fini" (abolizione della "demarchia", cioè della disfuzionalità dei processi democratici rispetto all'efficienza "naturale" del mercato, con riduzione dello Stato al "minimo"), implicano dei "valori" centrali, questi ultimi, come proiezione "etica" e, al tempo stesso, socialmente dissimulata per non far percepire direttamente alle masse i fini stessi - in quanto concepiti e funzionali ai soli interessi dei proprietari-produttori, necessariamente al sommo dell'auspicata società gerarchizzata-, sono riassumibili in concetti (dogmi a radice antropologico-naturalistica, secondo Hayek), che si impongano in via normativa.
Cioè come regole di un super-diritto, che Hayek stesso identifica nella "Legge", in contrapposizione alla meno importante e costantemente monitorata, nella sua conformità ai valori (e ai fini), "legislazione", produzione normativa statale da assoggettare alla forza della Legge stessa.

Per ritrovare questi valori in un contesto supernormativo, capace di imporsi come "Legge", superiore per definizione alla legislazione espressiva della sovranità statale, da depotenziare e "disperdere" in un contesto tanto sovranazionale quanto debba esserlo la "Grande società" del mercato, è, ormai, agevole, ricorrere al più grande esempio storico e concreto, di programmatica dispersione della sovranità (democratica) mai sperimentato dall'Umanità: il trattato UE.

Da queste premesse "valoriali" - e come l'inflazione e la inefficiente scarsità di concorrenza siano oggi circondate da un giudizio negativo universalizzato, nela "pubblica opinione", e portato sul piano "etico", non credo debba essere dimostrato-, è possibile derivare ogni altra strategia e tattica posta in essere per affermare i "fini" sopraindicati.
E quindi comprendere anche come i "mezzi" siano controllati per diffondere contenuti informativi che inondino, in ogni dimensione della vita sociale, le convinzioni per cui gli esseri umani si debbano affannare: ogni convinzione "politica", ma, inevitabilmente, in questa programmata visione totalitaria del controllo (economico) sulle spinte all'agire umano, "culturale" è, in una misura sempre più intensa, piegata ai suddetti "valori".

Ciò rende assolutamente indispensabile un'opera totalitaria di controllo dei mezzi dell'informazione e il costante e sostenuto effetto di consolidamento di convinzioni che non possano deviare dai valori e fini perseguiti.

Questa operazione di controllo-condizionamento culturale, a cui non si sottrae perciò nessuna voce e nessuna "idea" che possa comparire sul palcoscenico mediatico (quand'anche si parlasse di letteratura, di gastronomia, di cinema o di archeologia, o, persino, di sport), presuppone una previa "destrutturazione" di tutto ciò che sia incompatibile con i valori di "forte competizione" e "stabilità dei prezzi".
Questa fase è attuata attraverso la riprogettazione "tecnica" della pubblica istruzione. Dove per "tecnica", si intende la sua ridefinizione alla stregua di complesse proposizioni di natura pubblico-contabile, predicando un "quadro finanziario" offerto come migliorativo delle condizioni sociali (genericamente intese e mai connesse a concrete situazioni esistenziali dei cittadini inseriti nelle società costituizionali democratiche): questo è il caso dell'enorme valore culturale, acriticamente annesso alla formulazione tecnica dei parametri di Maastricht. O alla dottrina delle "banche centrali indipendenti".
Non percepiti nel loro significato concreto da centinaia di milioni di cittadini interessati, questi strumenti si sono imposti come presupposti, rapidamente divenuti intangibili, della stessa operazione preliminare di destrutturazione della istruzione e formazione affidata allo Stato.

In questo post, Sofia, analizzato il quadro dei tagli alla pubblica istruzione legislativamente apportati nel quadro finanziario seguente a Maastricht, ci illustra le "teorie di Habermas, Dewey ed Heller i quali partivano proprio dall'evidenza che è l’ignoranza la causa della inefficacia dell’opinione pubblica nella sua essenziale funzione di controllo democratico sull'operato dei governi.
Dewey sosteneva che mediante l'educazione si può promuovere e sviluppare una intelligenza sociale (non l'intelligenza come possesso individuale, quindi), la capacità di confronto, di discussione, di proposta, capace di dirigere il cambiamento. Questa opinione pubblica illuminata va costruita e ci vuole, quindi, un impegno educativo continuativo.
Perché al problema dell’istruzione se ne aggiungono altri, che comunque non sono altro che una ulteriore e diretta conseguenza della mancanza di istruzione stessa.
Ad esempio manca lo spazio pubblico di discussione sui problemi generali (non solo nelle scuole, quindi), perché l'opinione pubblica é diventata (anch’essa) una finzione giuridica, una facciata del tutto formale di legittimazione di poteri di fatto oligarchici e sempre più autorefenziali, con i quali, quindi, è difficile pensare di partecipare e fornire competenza, conoscenza, metodo.
Fuori dal quadro istituzionale politico, l'opinione pubblica si trasforma nell'opinione di massa e ciò che si pensa in questi ambiti é irrilevante politicamente o non ha incidenza politica proprio perché è la realtà di opinioni che non sono frutto di riflessione e discussione
".

Neutralizzata progressivamente, ma inesorabilmente, la funzione pubblica e statale di porre le premesse minime per l'esistenza di una pubblica opinione "attiva" e "consapevole" - certamente un'aspirazione solo in parte realizzabile, forse utopica, ma comunque programmaticamente contenuta nella nostra Costituzione- si apre la via del processo circolare, in cui la formulazione di idee e linguaggio diviene prerogativa del sistema mediatico senza più controbilanciamenti critici collettivi, in ogni sua possibile forma.
Ma, in cui, anche, ed è in ciò la "circolarità viziosa", gli stessi linguaggio ed idee appaiono offerti come "rilevazione" della pubblica opinione.
Da qui la forza "stabilizzatrice" delle oligarchie di programmi televisivi come Ballarò, in cui ogni proposizione funzionale all'oligarchia viene puntualmente confermata da sondaggi e pseudo-test in cui le opzioni espresse dagli "interrogati" sono lo scontato riflesso del preventivo dispiegamento del pensiero mediatico del "cartello" che lo programma accuratamente.

In questo altro post, sempre Sofia, parlando del fenomeno di controllo mediatico monopolistico-oligopolistico- ma, nella sfera dei fini-valori condivisi in apice, UN CARTELLO- ci aveva radiografato lo stato delle cose dell'informazione di ogni tipo, compresa quella prevalente sul web:
". Il sistema, è ormai cosa nota, gestisce l’informazione ma anche, in modi indiretti e spesso occultati, la stessa contro-informazione: per cui, il prodotto che giunge al cittadino medio è la disinformazione, cioè la famosa “verità ufficiale”, più efficacemente divulgata se contenente, al suo interno, un'apparente dialettica di versioni "opposte", provenienti però dalla stessa indistinta "fonte di divulgazione".

Alla lunga, questo perverso meccanismo, produce anemia intellettuale, passività e pigrizia inconscia.
La maggioranza dei cittadini finisce per perdere così quella capacità di analisi critica nel leggere le notizie e, quindi, farsi un’opinione personale dei fatti e degli eventi di cui viene a conoscenza.
Lo scopo del sistema al potere è quello di impedire l’accesso dei cittadini alle notizie oggettive e, al loro posto, offrire un complesso sistema informativo apparentemente pluralista ma sostanzialmente monolitico. L’informazione per il consumo di massa dirige tutto il sistema e le fonti di notizie “ufficiali” sono vitali all’interno di questo processo informativo globale.
In questo contesto, la stessa libertà di informazione è in serio pericolo anche perché i media a larga a diffusione appartengono a pochi grandi gruppi di imprese, che tentano di mantenere ed estendere il controllo su gran parte delle fonti ufficiali di informazione.
La posizione politico-economica di questi stessi gruppi dipende, a sua volta, sempre più, da contenuti prestabiliti e notizie preconfezionate (conflitto di interesse).
Si crea così un rapporto simbiotico tra chi diffonde le notizie e chi le fornisce. Gli oligarchi al potere ricercano a tutti i costi il consenso e lo fanno anche attraverso l’eliminazione delle voci libere e il consolidamento della proprietà dell’informazione nelle mani di pochi gruppi dominanti.

Il luogo comune che ha sempre accompagnato la nascita e la diffusione di Internet come canale di diffusione e propagazione dell’informazione è la sua intrinseca capacità di garantire una maggiore libertà di espressione. Web, blog, twitter, i contenuti viaggiano senza che nessuno possa realmente impedire che le voci vengano censurate.
Ma la verità è che Internet diventa un grande normalizzatore di stili di vita ed è il più grande strumento per colonizzare il pensiero di una moltitudine di persone che risiedono nei luoghi più diversi del pianeta.
Internet diviene infatti il "luogo" di legittimazione di una nuova "ufficialità", solo in apparenza estranea ai sistemi di formazione del dato-notizia propri dei media tradizionali
In ogni momento di discontinuità tecnologica che ha accompagnato l’evoluzione dei media si è sempre determinato un ordine di potere economico più ampio del precedente.
I padroni dell’industria mediatica sono oggi dei colossi che un tempo nessuno immaginava potessero esistere. Se da una parte i costi di accesso a internet rendono possibile a singoli e piccoli gruppi di portare la propria voce sulla rete è altresì vero che i capitali che possono garantire l’esercizio di un vero impero mediatico sono alla portata di pochissimi gruppi i quali tendono ad avere interessi plurimi in quella che è oggi diventata la comunicazione convergente video-dati-voce, declinata attraverso il controllo di più media, Internet-TV-Giornali
."

Rimontiamo organicamente il discorso con quanto ulteriormente detto nel primo dei post di Sofia qui citati:
"La formazione dell’opinione pubblica nel bar, nella strada, nella piazza, o anche nei meet-up telematici o nei social network, anziché all'interno di un sistema di istruzione e formazione pubblica, vincolato alla imparzialità (art.97 Cost.) ed alla libertà (art.33 Cost.) sancite dalla Costituzione (art.97 Cost.), ha maggiori probabilità di portare a questo: a opinioni informali, luoghi comuni indiscussi, espressione di una cultura inconsciamente condivisa e frutto di un processo di apprendimento passivamente riassunto in slogan, totalmente privo di autonoma riflessione razionale, basata cioè sulla diretta capacità di conoscere e valutare i fatti assunti nella loro effettiva rilevanza: un processo, come tale, artificiale, che dipende dai gruppi di cui si é parte, dalla staticità del loro livello di formazione-informazione, con opinioni formulate in serie, e corollari incapaci di evolvere i postulati, data la chiusura, abilmente indotta dal sistema mediatico, alla inoculazione di nuove informazioni che alterino il rassicurante quadro semplificato che li ispira."

E' chiaro adesso perchè, in una contrapposizione solo apparente (gestione di informazione e, pretesa, "controinformazione", cioè nulla più che un prodotto artificialmente differenziato, immesso sul mercato dallo stesso "cartello"), si possa dibattere su Berlusconi sì o no, debitopubblicobrutto come causa della crisi e di taglio delle tasse da finanziare con tagli alla spesa, senza essere presi a pernacchie a furor di popolo? In fondo, si tratta di una "gabbia". E non hanno intenzione di aprirla.
Ma, in realtà, il controllo dei mezzi e l'obiettivo totalizzante di determinare ciò che "gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affannarsi", sta raggiungendo il suo livello ottimale e "finale": quand'anche la gabbia fosse aperta, nessuno penserebbe VERAMENTE di uscirne per tornare alla "vita libera" e nemmeno avrebbe la forza di concepirla. Al più, si riunirebbero in un'altra forma di cattività (una "gabbia" con annesso cortile per l'ora d'aria), sempre delimitata dai "controllori". Ironia della sorte: è accaduto in Austria e uno degli scimpanzè di chiamava "Fred", Frederick.

13 commenti:

  1. In un mondo dove le dicotomie scompaiono cosa rimane?Stanno giocando una partita impari,loro sono causa e noi effetto,come ribaltare il tavolo?La discesa diventa salita e viceversa!Come posso comportarmi?Ho capito fino in fondo il problema?Ho la soluzione?Ho capito che ogni soluzione è "sistema",perciò come mi libererò?Come posso liberare altri se io non sono libero?Mi vengono in mente le parole di un filosofo:il grande contiene il piccolo non viceversa!Non so altro la corazza è basalto! Grazie.

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    1. Oddio: facciamo un pò di chiarezza. Le dicotomie mi portano a diffidare, perchè sono quasi sempre "apparenti" e giocano sulla sedazione moralistica della libertà critica. La capacità di distinguere i fenomeni dipende dal grado di informazione di cui si dispone e dalla intenzionalità nel verificarne la eventuale falsificazione.
      Insomma, abbiamo tutto il potenziale, volendo,per non essere solo "effetto" ma anche osservatore del sistema. E già questo riapre il campo della possibilità di scelta.
      Certo, non è facile da ottenere; costa un pò di fatica. Ma è la dimensione stessa dell'esistenza umana che la implica

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    2. Anch'io diffido delle dicotomie,anzi sono proprio queste che hanno originato la crisi in corso:alto basso(catena di comando),destra sinistra(politica),ricco povero(società),dentro fuori(etica) etc.in fondo il mondo gira intorno a questi semplici schemi.Mi chiedevo,cosa succede alla società che non vede più nel ceto dominante il suo punto di riferimento?Perchè,secondo me,la crisi sta portando a questo,la crisi finanziaria,politica,istituzionale,sociale sta generando una sacca enorme di vuoto esistenziale molto pericolosa perchè incosciente.Insomma sembra,a me,che il mondo sia al bivio tra la salvezza e la guerra.E gli strumenti di manipolazione sappiamo benissimo in quali mani stanno.Ricordo qualche tempo fa ad un convegno sull'euro una ragazza disse che l'euro l'aveva forgiata(l'euro?e che gli dici a una così?).Ho scritto di getto,perciò il commento potrebbe risultare confuso.Non mi offenderò se lo cestini.Ma quello che vedo e sento tutti i giorni è poco carino,e non sono un pessimista e non per questo smetterò di lottare.Saluti.

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    3. A mio vedere invece le dicotomie non solo ci sono, e sono evidenti ed utili, ma il fatto che si creda che siano scomparse in questo periodo post-post moderno è proprio il frutto di un'ideologia che in questo blog si cerca di contrastare, cioè il liberismo pervasivo (qui ordoliberismo). Ad esempio prendiamo la dicotomia Costituzione/democrazia vs. governance transnazionale; oppure in Europa tra centro e periferia; oppure in Italia tra destra e sinistra.Perché, sì, l'ordoliberismo ci fa credere che destra e sinistra non ci sono più, che il post-moderno sia contraddistinto da quello che è managerialmente e tecnicamente giusto, eccetera... niente di più sbagliato: pura ideologia politica con un progetto preciso che qui si conosce bene.

      Oggi più che mai l'ideologia anti-democratica ordoliberista è vincitrice e, secondo me, negare la dicotomia (cioè che a questa ideologia non se ne possa opporre un'altra) è un autogol clamoroso. Del resto non è quello che fanno anche i Grillini quando si tratta di questioni politiche centrali come immigrazione, euro, etc...? Negando la dicotomia, cioè dicendo che quello che loro promuovono è tecnicamente giusto, perderanno.

      Nemmeno la c.d. massa va sottovalutata. In ambito accademico -in particolare anglosassone- la parola chiave qui è legittimazione. Il processo di legittimazione da parte della 'massa' verso chi governa è molto complesso ed è basato fortemente su una dicotomia: cioè c'è chi comanda e chi accetta il comando come legittimo. E' palese che oggi questa relazione va sfaldandosi in due modi: il primo consiste nella progressiva delegittimazione della massa verso l'apparato Statale; il secondo sfaldamento sta nell'errore grave di individuazione del Problema da parte della 'massa' nello Stato/Governo, quando oggi il potere -quello vero- è decentralizzato, transnazionale e slegato da qualsiasi controllo democratico.

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  2. Ok, per ora stanno vincendo, gazie anche agli effetti speciali. Tutto cio' ( spero bene) puo' servire loro solo a guadagnare tempo( e continuare l'esproprio di gran parte dei beni dei cittadini). La gente per fortuna, tende sempre a dare la colpa a chi e' al governo. Picchia e mena, prima o poi il popolo un po' di idee se le schiarira'. Ne stanno facendo e ne faranno davvero troppe...infatti persino Von hayek, nell'evidenziato "verso la schiavitu',"sostenne che
    " Su questa tematica, la posizione di Hayek è assai drastica: le persone svantaggiate (i poveri, gli ammalati, i portatori di handicap, le vedove, gli orfani, ecc) debbono essere protetti da una “rete” che assicuri loro il minimo necessario alla sopravvivenza, ma ciò deve avvenire al di fuori del libero mercato e non come intervento correttivo del mercato da parte della legislazione. Assicurare un reddito minimo a tutti è, secondo Hayek, un dovere della società libera: ma ciò deve verificarsi tramite l’assistenza e non cambiando in modo artificiale le regole del mercato."
    Non mi pare che in Italia sia previsto un reddito minimo. Altrimenti, disse la Fornero , la gente si accontenterebbe di mangiare pasta e pomodoro (benvenuti nel meraviglioso euro-mondo della per nulla rimpianta Fornero). Quindi per lei i disoccupati potevano tranquillamente accomodarsi sotto un ponte. Diciamo che gli allievi dei nostri giorni hanno superato il maestro.

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    1. Il reddito minimo no! Ti prego!
      a) http://orizzonte48.blogspot.it/2013/06/quello-che-non-vogliono-capire-2-ancora.html
      b) http://orizzonte48.blogspot.it/2013/04/quello-che-non-vogliono-capire-salario.html

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  3. la realtà politica, economica, sociale, fisica è talmente complessa che per comprenderla bisogna avere degli strumenti culturali adeguati di cui non è umanamente possibile disporre; se un fisico mi descrive la teoria delle stringhe io posso farmi un'idea ma non riuscirò mai a capire la veridicità dei dettagli fondamentali, lo stesso vale per qualsiasi altro aspetto del sapere, in definitiva appoggiandomi al buon senso ed alla razionalità mi devo fidare dell'altro, dell'esperto, lo devo confrontare con altri suoi pari per farmi un'idea oggettiva di quello che dice, forse questa capacità di scavare e di cercare la verità è più comune di quanto si pensi, del resto fa parte della nostra storia evolutiva, quante volte l'uomo ha dovuto fare delle valutazioni sulle azioni altrui, se non fosse così potremmo convincerci di vivere in Matrix

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    1. Forse viviamo effettivamente in Matrix...e la questione dell'euro e del modello di società di cui esso è strumento, costituisce una metafora "applicativa"...E quindi la libertà è sempre e comunque consapevolezza: ciò non toglie che i problemi epistemologici, in una scienza sociale, hanno dati molto meno elusivi e oggettivabili. Alle super-strings non puoi arrivare a livello percettivo, mentre alla gravità sì. Così, sul funzionamento dei cambi flessibili e sul loro riscontro in termini di distribuzione della ricchezza e della conoscenza, non hai bisogno di confrontarti con tutte le teorie assurde dei neo-classici. Non devi fidarti degli "esperti": siamo in un campo in cui puoi applicarti e studiare i fenomeni e apprendere con relativa facilità la distinzione tra buon senso oggettivato (scientificità) e non. Non tutti gli "esperti" sono uguali...

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  4. Intanto Carmen ed Henry su voci dall'estero (blog libero e di qualità), certificano la fine della Democrazia

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    1. Grazie. In effetti li avevo letti i due post di Carmen (con cui siamo in sostanziale e feconda cooperaziona). Il tuo "punto" sulla questione coglie nel segno: in effetti, più che di fine della democrazia, ridotta a un simulacro già da Maastricht in poi, si può parlare in modo più ufficiale di "fine della sovranità nazionale" (de facto già vi assistevamo, con la fine del perseguimento dei diritti fondamentali, che della sovranità sono l'essenza)

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  5. https://youtu.be/O6hmF-pKJ7o?list=PLimc7jftHxGXQGnfmxa_wTk7lZIHEUriL

    Ma, in realtà, il controllo dei mezzi e l'obiettivo totalizzante di determinare ciò che "gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affannarsi", sta raggiungendo il suo livello ottimale e "finale": quand'anche la gabbia fosse aperta, nessuno penserebbe VERAMENTE di uscirne per tornare alla "vita libera" e nemmeno avrebbe la forza di concepirla. Al più, si riunirebbero in un'altra forma di cattività (una "gabbia" con annesso cortile per l'ora d'aria), sempre delimitata dai "controllori". Ironia della sorte: è accaduto in Austria e uno degli scimpanzè di chiamava "Fred", Frederick.
    credo me le faro' tatuare queste parole,dove Io possa rileggerle in caso di bisogno...GRAZIE,mi sento meno solo

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  6. http://ilpedante.org/post/i-moderati-sive-de-grege
    i moderati sono i "Fred"?io dico si,rinchiusi nella loro gabbia apparentemente sicura e priva di rischi

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    1. Assolutamente sì. In altre parole, di costoro si tratta...

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