lunedì 16 settembre 2013

NON SI PUO' USCIRE DALL'EURO SECONDO I TRATTATI? FALSO. BASTA SAPERLI LEGGERE.



Alcuni concetti giuridico-interpretativi, che, nell'attuale situazione possono risultare molto importanti:

1) l'uscita dall'euro, intesa come delimitato recesso dallo status di "Stato membro la cui moneta è l'euro", senza simultanea fuoriuscita dall'Unione europea (quale specificamente prevista all'art.50 del Trattato sull'Unione-TUE), ha un fondamento normativo ricavabile deduttivamente dall'art.139 del Trattato sul funzionamento dell'Unione- TFUE;

2) ciò, in primo luogo, significa che la condizione di "Stato membro la cui moneta è l'euro" (espressamente enunciata dall'art.139 anch'essa, in contrapposizione a quella di "Stato membro con deroga"), non è obbligatoria, ma soggetta alla precondizione essenziale di una libera manifestazione di adesione in tal senso dello Stato interessato (che tale deve sempre rimanere);

3) ciò è confermato senza ombra di dubbio dal par.3 del successivo art.140, in quanto non solo la acquisizione dello status di "Stato membro la cui monetà è l'euro" consegue alla "richiesta" di tale Stato, ma la deliberazione ammissiva finale, DEVE essere adottata all'unanimità tra gli Stati già aderenti e lo stesso Stato "in deroga" che già ne abbia fatto richiesta;

4) la domanda, alquanto ingenua in termini logico-giuridici, ma resa attuale e cruciale dalla propaganda dei "banchieri" e politicanti che hanno il monopolio dell'interpretazione dei trattati, allora è: questo consenso, da manifestare sempre come presente e da attualizzare, può essere revocato, riconquistando, ovvero acquistando per la prima volta (per un paese originariamente aderente, come l'Italia), lo status di "Stato membro con deroga"?
5) la risposta, e cerchiamo di dirlo con sintesi, non può che essere positiva. Innazitutto, per ragioni letterali ancorate, appunto, all'art.139: questo dispone che "in deroga" sia lo Stato per il quale il Consiglio abbia deciso che non soddisfi le condizioni necessarie per l'adozione dell'euro. Il che, conferisce, contrariamente a quanto credevano i banchieri autori del trattato, alla "uscita" un altissimo grado di discrezionalità in capo allo Stato interessato;

6) ed infatti, il Consiglio "decide" la non ricorrenza delle condizioni di adesione all'euro, in base alla richiesta dello Stato membro dell'UE : tant'è vero che non solo nessuna norma prevede la partecipazione obbligatoria all'euro, ma che lo stesso art.140 condiziona alla richiesta-consenso successivo dello Stato in deroga la successiva ammissione. ERGO, LA DECISIONE DEL CONSIGLIO CHE ACCERTA LA "IDONEITA'" E' UN ATTO AMPLIATIVO E NON RESTRITTIVO DELLA LIBERTA' NEGOZIALE DELLO STATO CHE VOGLIA ADERIRE: COME TALE, RIMANE (per principio generale) NELLA DISPONIBILITA' DI QUEST'ULTIMO, CHE PUO' RINUNCIARVI E DECIDERE DI NON FRUIRE DELLA "PATENTE" DI PAESE CHE SODDISFA LE CONDIZIONI DI ADESIONE, REVOCANDO LIBERAMENTE QUEST'ULTIMA;

7) ciò, a maggior ragione vale nel caso in cui lo Stato-membro interessato si avveda, anche a seguito di continui richiami delle istituzioni UE-UEM, circa il mancato "mantenimento" di tali condizioni, di non soddisfare più i requisiti di adesione. Quella che, appunto, in special modo sotto il profilo dell'ammontare del debito, è la condizione attuale, ed anche originaria, italiana. Condizione ora aggravata dagli oneri del fiscal compact: ulteriore "trattato" la cui efficacia è ontologicamente e giuridicamente subordinata al possesso del (revocabilissimo) status di "Stato membo la cui moneta è l'euro";

8) insomma, tutto il trattato è congegnato in modo da delineare l'adesione all'euro come un "qualcosa in più" e di vantaggioso per il paese che vi aderisce, e, ad un "vantaggio", si può sempre rinunziare. Tanto più che tedeschi (e francesi), hanno più volte pubblicamente manifestato la posizione di considerare l'adesione italiana alla moneta unica come un sacrificio cui si sottoponevano in una pretesa prassi cooperativa, senza, inoltre, aver mai lamentato o sostenuto qualunque inadempienza dei paesi "in deroga" che non avessero ancora espressamente richiesto di aderire;

9) quindi la "decisione" del Consiglio circa la soddifazione delle condizioni necessarie per l'adesione, vale, più che mai, come "rebus sic stantibus" e, per espresso dato normativo e sistematico del trattato, non può mai considerarsi "definitiva" e irreversibile, rimanendo, per coerenza con quanto accade in sede di adesione "successiva" ai sensi dell'art.140, subordinata alla perdurante unanimità di consenso che include la altrettanto perdurante volontà positiva dello Stato già aderente;

10) la fuoriuscita dall'euro, per revoca del proprio libero consenso (che tale deve rimanere nel tempo), consente allo Stato che manifesti tale volontà di accedere allo status di membro dell'Unione "con deroga". Ciò implica che vengono meno, ai sensi dello stesso art.139, non solo i vincoli del fiscal compact, ma anche quelli, espressamente enunciati dall'art.139, derivanti dalle norme che "non si applicano" agli Stati "con deroga". Tra essi spicca anche il mancato assoggettamento ai "mezzi vincolanti per correggere i disavanzi eccessivi, art.126, par. 9 e 11";
11) Fuoriusciti così da tutti i ricatti e le ipocrisie (disomogenei) esperibili contro l'Italia in caso di "disavanzo eccessivo" (lo vuole l'Europa), persino il nodo della banca centrale indipendente troverebbe ridefinizione. E' pur vero che il divieto di acquisto del debito pubblico (e gli altri divieti di azione della banca centrale nei confronti degli enti pubblici, in generale), ai sensi dell'art.123 TFUE, permangono anche in caso di Stato membro "con deroga", ma:
a) sarebbe possibile modificare la legislazione interna per consentire alla nostra BC di compiere questi interventi sui titoli sovrani (come fa la Bank of England), dato che l'adeguamento di tale legislazione è controllato dalla UE proprio in vista della futura adesione: e dunque la sanzione all'inadempimento sta nel non rinnovare la decisione del Consiglio di ammettere il paese in quella moneta unica da cui...si è appena voluti uscire. Cioè, non c'è un vero ostacolo giuridico, come dimostra la tranquilla azione di QE e di acquisto del debito perseguita da 2 anni dalla BOE;
b) sarebbe sempre possibile, comunque, che bankitalia agisse come...i tedeschi: cioè sottraendo dalle aste i titoli non collocati al tasso desiderato, trattenendoli in un "atipico" deposito e poi acquistandoli come "se fossero" già sul mercato secondario (una finzione cui finora nulla è stato mai opposto e che, comunque, fa leva sul fatto che tale acquisto "non diretto" non è vietato dai trattati).

Risolte "questioncine" come:
- il recupero della flessibilità del cambio (e della conseguente competitività di "prezzo"...anche su un "mercato unico" ove si riaprirebbero molte prospettive);
- l'assoggettamento al fiscal compact con i suoi esborsi, per noi paradossali ed esorbitanti, per la contribuzione ai vari fondi di salvataggio per gli Stati "la cui moneta è l'euro": oltre a non aggravare il nostro debito con ulteriori "ratei", ci andrebbero restituiti circa 45 miliardi e scusate se è poco...specie di questi tempi;
- il non doversi più preoccupare del pareggio di bilancio - con la "costituzionalizzazione" ce la possiamo vedere "all'interno", in termini di violazione dei principi fondamentali della Costituzione da parte della legge di "revisione"-, delle procedure di "deficit eccessivo, (di cui certo, nemmeno ora, si preoccupano Francia e Spagna);
- la incertezza del collocamento del debito, con possibilità di calmierazione, per più vie, dell'onere degli interessi (e poi, anche qui, la collocazione istituzionale della banca centrale ce la potremmo vedere con tutta una serie di norme nazionali e non più "volute dall'Europa", quindi democraticamente modificabili);
SI RICOMINCEREBBE A RAGIONARE. ANZI, A RESPIRARE.

Tante altre cose potrebbero essere fatte, SEMPRE SUL PRESUPPOSTO, preso in considerazione IN CONDIZIONE NON DI SHOCK RICATTATORIO, CHE LA COSTITUZIONE NON PUO' ESSERE ALTERATA NEI SUOI PRINCIPI FONDAMENTALI DA ALCUN TRATTATO INTERNAZIONALE. Ma questa parte la conoscete già molto bene. LA COSTITUZIONE, LA DEMOCRAZIA, SONO PIU' FORTI DEI "VINCOLI ESTERNI": PERCHE' COSI' STA SCRITTO IN ESSA. Insomma, siamo molto più liberi di decidere il nostro destino di quanto non ci voglia far credere il PUD€.
E' SOLO UNA QUESTIONE POLITICA (purtroppo...per ora).

21 commenti:

  1. E' "solo" una questione politica...che non possiamo risolvere perché nessuna forza politica ne ha intenzione. Come si farà?

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    1. Intanto potremmo smettere di accapigliarci sulla questione se sia possibile uscire dall'euro senza uscire dall'Unione. E' pur vero che questa implica una serie di vincoli "autonomi" dall'euro. Ma gli spazi che si aprirebbero con lo Status di "membro con deroga" consentirebbero un cammino di ritorno alla Costituzione, e proprio basandosi sui "controlimiti" alla prevalenza del diritto UE nell'ampiezza che ha affermato la Corte costituzionale tedesca (sarebbe molto più agevole affermare il principio di diritto internazionale della "reciprocità").
      Quanto alla volontà politica il problema è: informazione-consenso. Se non si inizia a diffondere l'informazione, il consenso non si stratificherà mai. O no?
      Le forze politiche presenti in parlamento (tutte) sono in realtà paralizzate dalla stessa propaganda che hanno innescato per 20 anni. Ma sono pure sempre più consapevoli (magari in segreto e senza pubblica ammissione), che chiunque vada al governo è costretto "solo" a gestire diversi livelli di recessione. In pratica, rischiano di scomparire elettoralmente (tutti), sotto il peso delle decisioni, per di più commissariate, che sarebbero costretti a prendere. Anche perchè le bufale del mainstream, sulla austerity espansiva, sono arrivate al capolinea della logica anche del cittadino comune. E ogni tentativo di rilancio passa, come sottolineo costantemente, per le misure, complessivamente recessive, di sgravi coperti da tagli. Un cul de sac che è anch'esso vicino al capolinea (basta attendere il 2014).
      Poi al pessimismo, nel solco della legge di Murphy, non c'è limite, per carità...

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    2. In effetti il progetto di colonizzazione ordinata potrebbe fallire per accelerazioni in Francia o altrove e comunque la nostra classe dirigente dovrebbe capire che i posti da vassallo sono limitati e il turnover elevato.

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    3. Purtroppo, essendo l'Italia il bersaglio "grosso" della sedazione imperialistico-commerciale della democrazia, i posti da vassallo sono abbastanza per tenerli tutti in fila, magari anche solo per un ruolo da vassallino...

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    4. Valvassori e valvassini in fila e Letta che riceve investiture dal potere spirituale di Bruxelles e Francoforte o da quello imperiale di Berlino. Magari però quelli in fila dovranno rivedere al ribasso le loro aspettative e fare i conti con un consenso "volatile" se Pasok e Front National insegnano qualche cosa.

      A proposito della troika e dei vassalli, mi viene in mente il Principe di Machiavelli capitolo V (che copio e incollo sotto): ecco che la distruzione economica deliberata, i "successi" della Grecia, lo svuotamento della costituzione, l'emigrazione e i piddini paiono acquistare un senso nel processo cui siamo sottoposti. (ovviamente la chiave di interpretazione che ci fornisce Kalecki resta la migliore)

      Capitolo 5. In che modo siano da governare le città o Principati, quali, prima che occupati fussino, vivevano con le loro leggi

      Quando quegli stati, che si acquistano, sono abituati a vivere con le loro leggi e in libertà, a volerli mantenere, ci sono tre modi: il primo, raderne al suolo le città; l’altro, andarvi ad abitare personalmente; il terzo, lasciarli vivere con le loro leggi, traendone un tributo e creandovi dentro un’amministrazione fatta di pochi individui che te li conservino amici. Quell’amministrazione è stata creata da quel principe, perciò ogni città sa che non può stare senza la sua amicizia e la sua potenza, e che deve fare di tutto per mantenerle. E più facilmente si mantiene sotto controllo una città, abituata a vivere libera, con l’aiuto dei suoi cittadini, che in alcun altro modo, volendo evitare di distruggerla.

      Tra gli esempi che si possono portare ci sono gli spartani e i romani. Gli spartani mantennero Atene e Tebe creandovi un’amministrazione di pochi individui (=un’oligarchia); tuttavia le riperderono. I romani, per mantenere Capua, Cartagine e Numanzia, le rasero al suolo, e non le perderono. Vollero mantenere la Grecia quasi come la mantennero gli spartani, facendola libera e lasciandole le sue leggi. Ma non vi riuscirono. Così furono costretti a radere al suolo molte città di quella provincia, per mantenerla.

      In verità non c’è modo più sicuro a possederle che la loro distruzione. E chi diviene padrone di una città abituata a vivere libera e non la distrugge, aspetti di esser distrutto da quella. Nella ribellione essa ha sempre per rifugio il nome della libertà e i suoi antichi ordinamenti politici, che mai si dimenticano né per la lunghezza dei tempi né per i benefici che hanno dato. E, per quanto si faccia o si provveda, se non si disperdono o si annientano, gli abitanti non dimenticano quel nome né quegli ordinamenti. E subito in ogni circostanza che lo permette tentano di ribellarsi. Così fece Pisa dopo cento anni che era sotto il dominio dei fiorentini

      Ma, quando le città o le provincie sono abituate a vivere sotto un principe e quel sangue sia spento, i cittadini da un canto sono abituati ad obbedire, dall’altro non hanno il principe vecchio, perciò non si accordano di farne uno fra loro, né sanno vivere liberi. In tal modo sono più lenti a pigliare le armi e con più facilità un principe se le può guadagnare e renderle sicure. Ma nelle repubbliche è maggiore vita, maggiore odio, più desiderio di vendetta; né le lascia, né può lasciare riposare la memoria dell’antica libertà, tanto che la via più sicura è spegnerle o abitarvi.

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  2. Scusa, faccio presente che le regole del Fiscal Compact, si applicano ANCHE ai paesi in deroga.

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  3. purtroppo devo constatare che c'è un errore nell'articolo. Il Fiscal Compact NON obbliga SOLO gli Stati aderenti all'EURO ma tutti gli Stati che lo hanno firmato, tra cui anche paesi dell'UE non aderenti all'EURO E' infatti un Trattato che prosegue restringendola, tra l'altro illegittimamaente (vedi GUARINO), la politica di bilancio restrittiva già prevista dal Trattato di Maastricht per TUTTI gli Stati UE.

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  4. Inoltre, riguardo la sola uscita dall'EURO, l'art. 139 del TFUE è posto al Capo 5 intitolato "Norme Transitorie", infatti esso sostituisce le precedenti norme transitorie previste dal Trattato di Maastricht che prevedevano il rispetto dei famosi parametri prima dell'esame di ammissione per entrare nella moneta unica, terza fase dell'Unione Europea. Esse, come norme transitorie possono, mi pare logico, essere richiamate solo per quello per cui erano originariamente state previste e cioè la verifica dei requisiti per l'ammissione di un nuovo Stato all'interno dell'Eurozona. Non credo possa "LEGGERSI" di più in una norma dichiaratamente transitoria. Non si può cioè leggere come chiave di uscita di un paese GIA' aderente all'EURO.

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    1. Obiezioni estremamente formalistiche e fondate sulla enfatizzazione di dati letterali o che non tengono conto del contenuto delle complessive normative richiamate:
      a) gli artt.139 e 140, intanto, sono richiamati per i "principi" di diritto "materiali" che ne sono estraibili: questi per definizione non sono "transitori" e, d'altra parte, sono conformi ai principi interpretativi del diritto dei trattati ed ermeneutici in generale;
      b) in ogni modo, la disciplina contenuta in tali articoli, al di là del "nomen" della partizione (che com'è noto, non vincola l'interprete alla luce del prevalente criterio dell'oggetto e dello scopo del trattato), sono tutto meno che "transitorie". Sia in quanto delineano procedure e status che non sono soggetti a termine finale (neanche implicito), sia in quanto regolano status ormai stabilmente compresenti nell'Unione, e, per di più, con procedure che, in via generale ed astratta, sono ad applicazione indefinitamente "ripetibile" (per ogni caso che si possa presentare in astratto e al di là di ogni limite di tempo).

      L'introduzione tra le norme transitorie è dunque nulla più che un errore sistematico del trattato (che ne è infarcito) e, comunque, è basata su di un "rebus sic statibus" superato dagli eventi e dalla prassi (cioè si supponeva che, negli anni successivi a maastricht e Amsterdam tutti si sarebbero affrettati a entrare nell'euro, onde la condizione di stato-membro "con deroga" sarebbe stata "di fatto" transitoria: ma è una mera valutazione politica e sbagliata pure).

      Inoltre il fiscal compact è essenzialmente volto a rafforzare la "unione monetaria" (basta vederne il preambolo motivazionale, inequivoco sul punto), tant'è vero che differenzia i suoi termini di rientro nei parametri tra paesi "la cui moneta è l'euro" e Stati "con deroga" eventualmente aderenti (per ragioni che avevano a che fare con l'introdotto emendamento alle procedure di revisione dell'originario trattato, oltre che per il "gravitare" di fatto, in base a vincoli di cambio unilaterlamente accettati di taluni di questi paesi).
      Di fatto e di diritto, la qualità di "Stato la cui moneta è l'euro" è decisiva per l'assoggettamento alla parte cogente e effettivamente sanzionatoria del "neo-patto di stabilità". Per questo la fuorisucita da questo status, per l'Italia, ne fa venire meno l'applicabilità nelle sue linee operativamente riconoscibili, in quanto "fondamento essenziale" del vincolo assunto. Quale disciplina e quali obblighi e termini gli sarebbero applicabili una volta che il "presupposto essenziale di status" venisse meno?

      Quindi il simultaneo effetto di fuoriuscita dalla moneta unica e dal fiscal compact, per un paese che vi abbia aderito come "Stato la cui moneta è l'euro" è logicamente e giuridicamente inevitabile (salvo preconizzare un integrazione analogica col livello di vincolo assunto da Stati con deroga, del tutto inammissibile a fronte della esigenza di una legge di esecuzione che aveva un oggetto ben determinato e che non può perciò essere cambiato ex post in via analogica).

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  5. Quello che mi sfugge è il vantaggio che l'Italia avrebbe nel permanere nell'unione europea come "paese in deroga".

    Non sarebbe più vantaggiosa un'uscita completa, acquisendo uno status simile a quello di Turchia o Svizzera, e poi si rinegozierebbero, SOVRANAMENTE, in maniera bilaterale, i trattati che ci convengono.

    Forse mi spingo troppo avanti, ma sai che soddisfazione...Herr Schauble, ecco il nostro dazio sulle BMW....monsieur Hollande questo è il dazio sullo champagne...

    Questo forse è un sogno, ma certo non è un fogno...

    A parte gli scherzi qualcuno lo ritiene possibile?

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    1. L'uscita integrale dall'UE non sarebbe necessariamente vantaggiosa per un paese (ridivenuto) esportatore come l'Italia. Certo, visto che Kohl, alla vigilia dell'introduzione dell'euro dichiarava "la mancata adesione dell'Italia all'euro sarebbe rovinosa per la Germania", l'uscita potrebbe indurre a ritorsioni commerciali...un terreno, però, estremamente sdrucciolevole per tutti gli interessati (e per svariati motivi).
      Meglio essere pratici e vedere come si potrebbe evolvere una situazione che potrebbe semmai indurre a un più ampio ripensamento dell'Unione (meglio se in senso rispettoso delle democrazie costituzionali dei paesi interessati)

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    2. Era solo un Sogno...

      Ma scherzi a parte mi piacerebbe sapere se è stato mai affrontato a livello economico (e non politico) uno scenario di un'Italia fuori dall'unione europea(minuscolo voluto).

      Non so se ce la caveremmo così male...penso non peggio di adesso....in fondo resteremmo sempre nel WTO...

      Se qualcuno ha notizia di uno studio (possibilmente da fonte non troppo PUDE) o se qualcuno fosse in grado di tratteggiare anche a grandi linee lo scenario potrebbe avere il suo perchè...

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  6. @sergio Gagliano 17 settembre 2013 10:45

    "purtroppo devo constatare che c'è un errore nell'articolo. Il Fiscal Compact NON obbliga SOLO gli Stati aderenti all'EURO ma tutti gli Stati che lo hanno firmato, tra cui anche paesi dell'UE non aderenti all'EURO"

    Se non ho sbagliato trattato (ciò che senz'altro potrebbe essere), non mi risulta.

    TRATTATO SULLA STABILITÀ, SUL COORDINAMENTO E SULLA GOVERNANCE NELL'UNIONE ECONOMICA E MONETARIA TRA

    ARTICOLO 1

    2. Il presente trattato si applica integralmente alle parti contraenti la cui moneta è l'euro. Esso si applica anche alle altre parti contraenti nella misura e alle condizioni previste all'articolo 14.

    ARTICOLO 14

    5. Il presente trattato si applica alle parti contraenti con deroga, quali definite all'articolo 139, paragrafo 1, del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, o con esenzione, di cui al
    protocollo (n. 16) su talune disposizioni relative alla Danimarca allegato ai trattati dell'Unione europea, che hanno ratificato il presente trattato, dalla data di decorrenza degli effetti della
    decisione di abrogazione di tale deroga o esenzione, a meno che la parte contraente interessata dichiari che intende essere vincolata, in tutto o in parte, dalle disposizioni dei titoli III e IV del
    presente trattato prima di tale data.

    ps concordo con Vocidallestero : post angolare!

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    1. Bravo Neri. E d'altra parte, rimane l'obiezione preliminare: se cade lo status essenziale di partenza del vincolo per l'Italia, quale sarebbe la residua disciplina applicabile? Appena "acquisito" lo status di Stato con "deroga" (e quale altro potrebbe acquistare, dato che rimarrebbe pur sempre membro dell'UE e dichiarasse il non possibile "mantenimento" dei parametri "dinamici" di adesione?)

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    2. Ma ho come l'impressione che le dette obiezioni "per sentito dire" siano state fatte per intima preconvinzione ideologica...

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    3. Probabilmente si tratta di troll disinformatori.

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  7. NON PUBBLICHI LE cose che non ti fanno comodo? Vergogna, vigliacco!

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  8. non rispondete, bene! Starete leggendo i trattati finalmente!

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    1. Egregio signore,
      lei, oltre ad insultare in modo diretto, si limita a ripetere il proprio punto di vista asserendo che è è giusto perchè è...così. Punto.
      Nessuno è autorizzato a commenti seriali, frammentati e privi di argomentazioni, solo per ripetere il proprio punto di vista, errato e superficiale, SENZA LEGGERSI CIO' CHE, CON PAZIENZA ED EDUCAZIONE GLI E' STATO RISPOSTO.

      Questo blog non è a sua disposizione per sfogare, con spazio illimitato, frustrazioni e superficiali teorie aprioristiche.
      Ci sono altri blog per fare ciò: qui si discute in base ad argomenti che si arricchiscono a vicenda e fondati sull'analisi giuridica ed economica.
      Non è d'accordo con quanto qui sostenuto? Ha avuto risposta. Può tranquillamente tornare a frequentare i suoi blog preferiti.
      E d'altra parte qui non sarà più pubblicato.
      In conclusione: NON C'E' SPAZIO PER I TROLL ARROGANTI E PRESUNTUOSI, che si divertono a disturbare per un infinito e pressappochistico amor proprio

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  9. Mi permetto una considerazione politica, lasciando il giure a chi lo conosce sul serio. Mi pare ahimè fin troppo dimostrato che i domini della UE e dell'euro sono abituati, sin dall'inizio, a usare il diritto internazionale e non secondo mera convenienza, in linea con il famoso detto attribuito a Bismarck che "i trattati sono pezzi di carta". Nella storia tedesca postunitaria non ci sono esempi di moderata resipiscenza, di cordiale apertura alla trattativa, di capacità di distinguere fra dominio ed egemonia. Ci sono invece parecchi esempi di ostinazione suicida e di propensione al Gotterdamerung, o al muoia Sansone con tutti i filistei.
    Insomma, io francamente non credo che l'auspicata uscita dall'euro e/o dalla UE di un paese europeo si potrà svolgere in forma concordata. E' certamente importante raccogliere tutti gli argomenti anche giuridici allo scopo di conquistare il "moral high ground", e di garantirsi spazio di manovra diplomatica: ma al momento buono, dubito fortemente che la trattativa sarà condotta in atmosfera di collaborazione. Potrebbe esserlo se l'amministrazione americana, che ha interesse a evitare un avvitamento recessivo dell'eurozona, fosse in grado di fare da intermediario. Il caos anche mentale di cui essa sta dando prova proprio in questi giorni non mi sembra promettente. Se poi alle prossime elezioni europee il FN francese ottenesse un importante risultato, si scalderebbe al calor bianco la polemica fascismo/antifascismo. Mi pare insomma, per concludere, che sarebbe opportuno prepararsi a un piano B1, di uscita in atmosfera di aspra contrapposizione e colpi bassi a volontà.

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