giovedì 2 aprile 2015

I QE "FLIRTING WITH DISASTER": GLI OSTACOLI INSORMONTABILI ALLE "OPZIONI" DI SALVEZZA NELL'ITALIA IN SVENDITA

L uomo confuso di affari cerca una soluzione al labirinto

1.Repetita iuvant. Di fronte al disastro imminente più che mai...
Naturalmente occorre ragionare in termini di ciclo economico e considerare la struttura indotta dalle politiche economiche seguite ormai da un lungo periodo. In €uropa e non solo.

Come stimolo alla discussione - che, date le variabili in campo, consente molteplici approcci ma, poi, si incentra su ben precisi elementi strutturali (appunto)- vi propongo il link a questa analisi di Mauro Bottarelli: ci parla della vana rincorsa USA (già analizzata qui), alla ripresa dell'economia reale, da parte del QE della Fed, pur in presenza di (almeno iniziali) di stimoli fiscali e ampi deficit del budget federale, e lo rapporta al paradosso dell'€uro-QE, dove più aumentano gli acquisti, più cadono i rendimenti, più diminuiscono i "titoli eleggibili" all'acquisto. 
E tutto ciò dato il limite inevitabile insito nel "floor" stabilito dai tassi di deposito (overnight) presso la BCE, che rende impraticabile l'acquisto di titoli con rendimento inferiore al - (meno) 0,20.
La progressiva scarsità di obbligazioni acquistabili potrebbe determinare, già nella seconda parte dell'anno in corso, un "tapering" da parte della stessa BCE. 
Il problema, dunque, rimane quello della liquidità, bloccata (in €uropa per...definizione) dalle politiche dei bilanci pubblici in cornice fiscal compact, e intrappolata dalla caduta della domanda che scoraggia gli investimenti produttivi (e quindi, la ripresa effettiva di occupazione, profitti e circolazione di liquidità...).

2. Persino i BRICS, gli "emergenti", risentono della mancanza diffusa della domanda mondiale, cosa che rende alquanto fragile e a rischio sia l'opportunità del loro mercato equities (transitoriamente meno "gonfiato"), sia di quello obbligazionario: i fattori di rischio convergente risiederebbero "nel livello di aumento della leva (anche sull'azionario-industriale) e del finanziamento estero, la debolezza strutturale della domanda e la fine di fatto del denaro a costo zero da parte della Fed". 
Quest'ultimo fattore, per la verità, alquanto ondivago su tempi e modi, almeno a vedere il balletto delle interpretazioni mediatico-specialistiche che i media USA intessono sulle dichiarazioni della Yellen (tra un rinvio e l'altro del rialzo dei tassi e un aggettivo sulla "pazienza" della banca centrale, v.qui par.3).

Ma se l'impostazione di Bottarelli si fonda sulla logica intrinseca (certo collegata alla non-ripresa dell'economia reale) dei mercati finanziari, - cosa abbastanza naturale in un "ambiente" globalizzato in cui la finanza "guida" ed ha perduto il suo carattere strumentale ed ausiliario dell'attività produttiva in senso reale- ci piace ricordare quanto avevamo da poco riproposto in termini di paradigma macroeconomico ("l'equilibrio della sotto-occupazione") che non lascia scampo alle fantasie su una ripresa "mondiale" (e meno che mai a epicentro €uropeo). 
Lo stesso Bottarelli fa riferimento alla trappola della liquidità in cui sono piombati i risparmiatori giapponesi (famiglie, sempre di meno, e sistema delle imprese sempre di più, com'è naturale in un sistema deflazionista basato sulla competitività estera. Cioè, - detto tra noi, dato che la governance UEM non vuole capirlo-, esattamente quello che si sta cercando di instaurare nell'area euro. 

3. Al riguardo, (nel post da ultimo linkato) avevamo riportato quanto analizzato dal New York Times:
"La caduta del risparmio in Giappone ha coinciso con l'erosione nelle retribuzioni e nella sicurezza per molti, specialmente giovani lavoratori".
Le famiglie giapponesi risparmiavano quasi un quarto dei loro redditi a metà degli anni '70. E mentre il tasso di risparmio declinava, rimaneva tuttavia più alto di quello di altri paesi fino agli anni '90 (ndr; esattamente come in Italia).
L'anno scorso il rateo nazionale di risparmio delle famiglie è scivolato all'1,3% (!), secondo le stime governative dello scorso dicembre...
Il Giappone non è sul punto di esaurire la liquidità risparmiata: grazie agli alti risparmi del passato, rimangono assets finanziari delle famiglie per circa 1400 trilioni di Yen.
Le imprese hanno sostituito le famiglie come accumulatori di risparmio. In un'era di rallentamento della crescita, esse vedono però poche opportunità di investimento; così i profitti semplicemente si accumulano nelle banche. Il risparmio "corporate" in liquidità ammonta a circa il 40% del valore del mercato di borsa giapponese, cioè il doppio di quello degli Stati Uniti.
Uno degli obiettivi della Abenomics, è di riportare questa liquidità di nuovo nelle mani degli individui - e in ultima analisi a scorrere nell'economia- in forma di aumenti salariali o di ritorni più elevati per gli investitori
Il primo ministro ha fatto un duro lavoro di lobbying sulla questione delle paghe, agevolando incontri tra gli executives delle corporations e i leaders sindacali, facendo intravedere la prospettiva di tagli alla tassazione sulle società come ricompensa agli aumenti di paga."
3.1. Rilievi a cui seguiva questa analisi:
"Quello che se ne ricava, e che ora più che mai vale la pena di ribadire, è quanto segue:
"Ora, come vedete, questo tentativo di correzione, per quanto non affidato a misure keynesiane tradizionali, tende a basarsi sugli stessi presupposti "diagnostici" e sugli stessi concreti effetti "terapeutici" delle teorie, per l'appunto, keynesiane. 

A conforto si potrebbero rammentare i ben diversi livelli di deficit fiscale mantenuti dal Giappone negli ultimi anni.

Ma per comprendere la attuale politica "mediatoria e sollecitatoria" di Abe, dobbiamo rammentare che, in presenza di un mercato del lavoro eccessivamente deflazionistico, cioè precarizzato al massimo, disattivando istituzionalmente ogni reale efficacia della tutela sindacale (v. infra, par.8 e grafici relativi), persino la politica fiscale espansiva - e non solo, com'è scontato, quella monetaria- riesce scarsamente efficace

Ciò perchè la liquidità aggiuntiva immessa coll'indebitamento pubblico, viene privata in modo strutturale (esattamente come le...riforme) di quella attitudine redistributiva che agevola la collocazione del prodotto così accresciuto verso le fasce sociali che hanno maggior propensione al consumo e che, perciò, stimolano maggiormente la domanda e la connessa trasformazione del risparmio in investimento.

Insomma, la politica europea di oggi, sta tristemente flirtando con un disastro (già) annunciato, appunto, dagli esiti delle politiche adottate in passato in Giappone: la miopia è di voler oggi insistere in queste politiche fallimentari, di stagnazione e indebolimento strutturale della domanda, nonchè della stessa fondamentale base demografica del Paese, come abbiamo visto più sopra.
La linea a cui oggi si è dovuto adeguare il governo giapponese mostra l'incoscienza e l'imprevidenza di chi oggi governa l'Europa: è ovvio che mutare il mercato del lavoro, e quindi perseguire la deflazione salariale che questo oggi comporta, è un compito impraticabile all'interno dell'€uro.
Di certo, il prezzo da pagare, da parte dell'intera area euro, all'ossequio al modello del "gold standard di fatto" (cioè alle correzioni degli squilibri commerciali tra i diversi paesi aderenti mediante svalutazione dei tassi di cambio reale ottenuta agendo sull'aumento della disoccupazione-sotto-occupazione e il calo delle retribuzioni, (adde: che vediamo ben confermato QUI), è troppo alto: e ciò in termini di distruzione della capacità di risparmio e di conseguente propensione all'investimento (e quindi alla stessa ricerca e innovazione tecnologica). E l'esempio "in avanscoperta" del Giappone dovrebbe servire ai governanti europei. Ma non pare che sia così."

4. In questo "stato delle cose", cosa ti vanno a pensare in Italia? A tagliare la spesa pubblica (sempre poi per tagliare le tasse )!  
Ovviamente, la pressione più forte è sull'aggregato di spesa che, contabilmente appare più eclatante, cioè quello pensionistico.
Preliminarmente, un primo interrogativo: se mi trovo in una crisi di domanda che innesca una trappola della liquidità e, da ciò, una debt deflation che minaccia in modo esplosivo la stessa stabilità finanziaria (cioè la possibilità di restituzione dei debiti e la conseguente salute del sistema bancario), che faccio? 
Taglio l'unico sistema di aumento della liquidità che è realisticamente percorribile, cioè la spesa pubblica?
Ovviamente, sottostante a tale "perspicua" linea di intervento, c'è l'idea che la spesa pensionistica sia "improduttiva" e come tale illimitatamente "spiazzabile" (sarebbero più corretto dire "tagliabile", finora), essendo un parassitario "trasferimento": come se questa forma di assicurazione pubblica che convoglia una enorme quantità di risparmio si traducesse poi in una mera passività di sistema, cioè come se i pensionati non avessero alcuna propensione al consumo che sostiene fatturati e occupazione
Ma ancor più, come se la contribuzione non fosse altro che un fattore da considerare in modo alterato, cioè un onere "a vuoto" che non porterà altro che, appunto, a passività parassitarie (illimitatamente comprimibili, con beneficio di tutto il sistema....).
Peccato che le cose non stiano così: in realtà si vuole solo risparmiare risorse pubbliche in funzione contabile "fiscal compact", e da qui la più generale e rinnovata enfasi su una spending review che, da sempre, consiste solo in "tagli" al bilancio pubblico (cioè nella misura fiscale più recessiva e di più ampia drenatura della liquidità).

5. Una serie di interessanti commenti di Flavio (che riprende cose che qui abbiamo, invano, più volte enfatizzato) ci restituisce una vana (perchè inascoltata) verità:
"Stamattina in auto ascoltavo RadioAnchio su RadioUno. Ospite in studio Tito Boeri (dove è andato a finire? Ah, presidente dell'Inps, ecco perchè al tempo non pubblicò qualcosa di qualcuno, ma è altra storia). 
Si parlava di INPS, pensioni, busta arancione in arrivo ecc... Viene mandato in onda l'intervento del prof. Felice Roberto Pizzuti, docente La Sapienza Roma, colui che cura annualmente il cosiddetto Rapporto sullo Stato Sociale. Bene, l'intervento è stato interessante, preciso, puntuale.
Pizzuti ha definito una "bomba sociale" l'attuale piega che si sta prendere in Italia sul versante previdenziale e ha snocciolato diversi dati davvero interessanti, spiegando al paradosso per cui, di fronte a redditi medi e pensioni medie calanti, si continuino a lodare come salvifiche ulteriori modifiche che vanno a rendere ancora più insostenibile, in termini monetari così come pure di disuguaglianza, il sistema previdenziale italiano
Specifica attenzione poi è stata data al fatto che nella maggior parte delle volte, in Italia (sui media), si diano numeri a caso, agglomerando assieme dati previdenziali uniti a quelli per le prestazioni sociali (che sono ben altra cosa)
Il dato che più mi ha colpito è stato un numero: 21 (o 24, v.infra), come i miliardi che lo Stato ogni anno incassa, dalla differenza (in attivo) fra entrate contributive (da leone fa il fondo dei precari, anche da me/noi finanziato) e prestazioni previdenziali (pensioni da lavoro, se non ho capito male). Quante manovre sono 21 miliardi? Vogliamo sommarle ai circa 100 di interessi sul debito pubblico? Quanto fa'?. Ecco, allora, a chi (stra)parla dicendo: "Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità", d'ora in avanti abbiamo anche un numero, +21mld, con cui rispondere prontamente. 
Per chi volesse approfondire, qui anche un articolo relativo, e qui un excursus del professore su Sbilanciamoci...
"...ecco qui (tratto da uno degli articoli di Pizzuti appena linkati, ndr.) il passaggio (mi piace molto l'ultima considerazione):
"Anche in Italia si è verificata la stessa illusione statistica; attualmente la spesa sociale è pari al 28,4% del Pil, in linea con i valori medi europei
Tuttavia, se confrontiamo il valore pro capite, il nostro paese registra un forte e crescente divario negativo: fatto pari a 100 il valore medio dell’Unione a 15 nel 1995, quell’anno il dato italiano era 84,1, ma da allora è calato fino a 75,8 del 2011
In tutti i paesi europei, tranne l’Irlanda, la voce di spesa più importante è la previdenza (15,1% nell’EU-16); questa voce in Italia è pari al 18,8%, in Francia al 16,5% e in Germania al 13,6%. 
La superiorità del nostro dato previdenziale di 3,7 punti rispetto alla media europea è tuttavia viziata da diverse disomogeneità presenti nelle statistiche (numerazione romana aggiunta, ndr.). 
I. Ad esempio, l’Eurostat include nella spesa pensionistica italiana i trattamenti di fine rapporto (pari all’1,7% del Pil) che non sono prestazioni pensionistiche
II. C’è poi che le spese pensionistiche sono confrontate al lordo delle ritenute d’imposta, ma le uscite pubbliche sono quelle al netto
Tuttavia, mentre in Italia le aliquote fiscali (sulle pensioni) sono le stesse che si applicano ai redditi da lavoro, per un ammontare trattenuto pari a circa il 2,5% del Pil, in altri paesi spesso sono inferiori e in Germania sono addirittura nulle, cosicché i confronti operati al lordo sovrastimano i nostri trasferimenti pensionistici che, in realtà, non sono affatto anomali. 
In ogni caso, dopo le riforme del 1992 e 1995, fin dal 1998 il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali nette è sempre stato attivo; l’ultimo dato, del 2011, è di ben 24 miliardi di euro. Dunque, il nostro sistema pensionistico pubblico non grava sul bilancio pubblico, anzi lo migliora in misura consistente (pari a sei volte le entrate Imu sulla prima casa!)".

6. Ma se questa questione non accenna a essere "inquadrata" cum grano salis (eufemisticamente parlando), - proseguendosi in una campagna strumentale che mal dissimula la folle politica di taglio della spesa pubblica, (nel caso "anche" pensionistica), per rientrare nell'altrettanto controproducente pareggio strutturale di bilancio-, un altro interessante (more solito) commento di Flavio, ci riporta al "cuore" del problema
E cioè al "ridisegno" suicida della realtà economica e sociale italiana, conseguente alla logica €uropea della limitazione dell'intervento dello Stato - questo implicando il principio centrale dei Trattati - art.3, par.3, TUE- della "economia sociale di mercato fortemente competitiva"- e quindi delle privatizzazioni (col pendant inevitabile del mitico INVESTITORE ESTERO) e dei tetti al deficit.  

7. Arricchiamo, anche questa volta, il commento con correlativi links sui vari punti:
"Ieri sera, questa volta ritornando a casa da lavoro, ma sempre su RadioUno (stessa trasmissione), discutevano in studio un altro professore (ci cui non ricordo il nome) e Mucchetti, sulla questione Pirelli, ma più in generale sulla questione IDE.
Così come Ansaldo STS, anche per Pirelli si è detto in queste settimane che "il matrimonio (perchè così si dice, acquisizione risulterebbe troppo drastico, anche se tale è) renderà la società più forte". 
Io non ho mai visto un pesce piccolo che, una volta inglobato all'interno di uno più grosso, si sia rafforzato. L'ho visto sempre morto. 
In ogni caso anche in studio si è fatto lo stesso ragionamento (non è rafforzamento, ma acquisizione). 
Di Mucchetti mi è piaciuto (effimero) il passaggio in cui ha detto che, "arrivati a questo punto, per onestà intellettuale - chi ce l'ha ancora, ha aggiunto - bisogna parlare di svendita all'estero, di decentramento delle attività decisionali fondamentali, di de-industrializzazione pesante e massiccia del nostro apparato produttivo". 
Si è parlato di IRI (seppur riportandosi a "quando funzionava", cioè quando al comando non c'erano i neoliberal che ora guidano la campagna di svendita), di CDP e del loro ruolo. 
Laconico Mucchetti alla domanda: "Ma non potevano scalarla gli italiani?", ha replicato "Eh, già, ma con quali soldi?!?! Chi c'aveva 7 miliardi per comprarsi Pirelli?". 
Tranchant anche una frase di cui riporto il senso, per cui si soggiungeva che oramai è "nostalgia" il fatto di voler chiamare ancora l'Italia come la seconda manifattura d'Europa e che una politica industriale su industrie al cui capo ci sono oramai gli stranieri risulta alquanto effimera, se non inutile
Ma io dico: ma con tutti questi miliardi di avanzo primario pubblico e di INPS di cui parlavamo ieri, perchè non si è potenziata la CDP ed il Fondo Strategico Italiano per acquisire all'estero aziende o trattenere quelle a rischio scalata che sono (erano) appunto strategiche per l'interesse nazionale
Eh no, troppo facile, meglio ingrassare i soliti noti con l'immobiliare o con le banche, gli stessi che poi girano in Audi, Mercedes, BMW e hanno gli Iphone, e magari il loro lavoro giornaliero sono le telefonate e la presenza nei CdA. Mentre la gente non arriva a fine mese, spaccandosi la schiena 8 o più ore al giorno e, pur lavorando più dei propri genitori, non arrivano a fine mese e non risparmiano il becco di un quattrino.

8. Qui, per concludere, dovremmo rammentare il lungo discorso sulle "politiche industriali" (che a "qualcuno", al solo nominarle, fanno venire, testuale, "la pelle d'oca"), che pure consentirebbe alcune - per quanto ormai "disperate"- "opzioni" di salvezza
Ma non a queste vogliamo riallacciarci. Attualmente, sarebbe un inutile esercizio di wishful thinking.
- l'ordoliberismo che, - per ammissione non ufficiosa degli stessi massimi organi di governance UEM, oltre che per espressa previsione delle norme fondamentali dei trattati-, è (nelle intenzioni irremovibili di tale governance) destinato a solidificarsi nell'area UEM, è una costruzione ormai altamente instabile.

- Essa, nella rigidità delle intenzioni programmatiche confermate dopo le recenti elezioni (contro ogni evidenza dei suoi risultati), implica un modello deflattivo salariale accelerato che passa per il mantenimento di un'alto tasso di disoccupazione, con una meramente formale lotta contro la deflazione - irrealisticamente curata dalle nuove misure di Draghi, volte in realtà alla difficilissima costrizione della Germania alla reflazione-, e il perseguimento prioritario delle riforme liberalizzatrici "finali" del lavoro (sostanzialmente totale liberalizzazione del licenziamento in ogni settore, voluta dagli USA anche come precondizione essenziale del futuro Ttip, cioè dell'area di liberoscambio USA-UE);

- poichè tale complesso di misure, - sempre ambiguamente rilevabili tra le righe, dovendo l'ordoliberismo per sua natura esprimersi in modo tattico e dissimulato dai media-, ha come effetto l'acuirsi nel tempo dei problemi di caduta della domanda interna nell'area UEM, e (semmai) lo stabilizzarsi di un surplus commerciale complessivo dell'area stessa, le stesse misure sono destinate ad un fallimento estremamente doloroso per i popoli europei

- Fallimento doloroso in particolare per il nostro, che essendo fortemente patrimonializzato (almeno nelle valutazioni dello "ieri") e (l'unico) super-fedele nella realizzazione dei vincoli fiscali, va sicuramente incontro a fasi di recessione alternata a stagnazione, per un lungo e insostenibile periodo, cui sarà inevitabilmente accompagnata la svendita dei suoi, sempre più svalorizzati, asset patrimoniali pubblici e privati, resi convenienti per i paesi creditori e gli investitori finanziari esteri, secondo la logica del "tacchino da spennare" (inutile sottolineare l'enfasi che, anche oggi, personaggi come Fortis o Prodi, pongono sugli IDE come presunto sistema di rilancio della nostra economia e persino dell'occupazione!);

- dovendo considerare la compatta ortodossia delle forze politiche italiane a questo modello, prima di dichiarare fallimento, c'è il rischio concreto che passino degli anni e che l'Italia sia perciò, in tale breve periodo, ridotta a "fabbrica cacciavite" e a hub turistico a controllo estero (naturalmente), subendo una deindustrializzazione irreversibile che non le consentirà più di riprendersi il suo posto tra le maggiori potenze industriali europee e mondiali.

- Nondimeno, il costo del fallimento ineluttabile del modello deflazionistico-mercantilistico imposto dall'UEM, quand'anche scontassimo le pressioni USA sulla correzione reflattiva del surplus della Germania (comunque contraddittorie rispetto alla ripresa della domanda interna, essendo affidate alla sola politica monetaria ed irremovibile sul problema del costo del lavoro), rispondendo a calcoli e terapie già rivelatesi sbagliate su entrambe le sponde dell'Atlantico, condurrà la Germania a prendere atto dell'eccessivo rischio di intervento, ancorchè indiretto, a sostegno finanziario degli altri maggiori paesi, in particolare della Francia

- Quest'ultima, a sua volta, essendo già soggetta a forti tensioni politiche interne, non potrà ancora a lungo gradire un sistema che comunque non le consentirebbe di correggere a sufficienza la propria competitività extra-UEM (dato il corso dell'euro rispetto al dollaro, non mitigabile realisticamente con le politiche intraprese dalla BCE), per finire sotto l'influenza finanziaria dominante della Germania, secondo un'inesorabile proiezione, quale ci ha evidenziato Brigitte Granville.

- Risultato: l'Italia ha la altissima probabilità di finire nella situazione sintetizzata da Churchill alla vigilia della seconda guerra mondiale ("potevate scegliere tra la guerra e il disonore: avete scelto il disonore e avrete la guerra"). Cioè sarà ridotta a manifatturiero "cacciavite", espropriata del controllo dei principali gruppi industriali, costretta a livelli di reddito irrecuperabili rispetto al periodo ante-entrata nella moneta unica, e DOVRA' COMUNQUE FRONTEGGIARE L'EURO-BREAK, innescato dalla Germania o dalla stessa Francia!
Appunto, la Francia (per dire...):

6 commenti:

  1. Carissimi,
    leggo spesso e volentieri questo blog, anche se fin qui non sono mai intervenuto, data la mia incompetenza in materia economica. L’altro giorno, però, mi è capitata una cosa troppo simpatica e, a suo modo, istruttiva, perché io non la riferisca in questa sede, anche in considerazione dell’oggetto di quest’ultimo post.
    Come giurista, sono stato chiamato a comporre la commissione dell’esame finale di un dottorato di ricerca in economia e diritto. Prima che discutessero le tesi, ho chiacchierato un po’ con i candidati.
    In particolare, ce ne era uno, simpatico ed intelligente, che aveva svolto il dottorato a Cambridge, in una scuola di economia di cui ora mi sfugge il nome, ed era totalmente vittima dei peggiori luoghi comuni neo-liberisti (non si può negare che l’eccessiva spesa pubblica italiana degli anni 80’ ha fatto esplodere il debito pubblico).
    Ebbene, questo ragazzo ha discusso una tesi riguardate l’effetto degli IDE –anzi, dei FDI, ché la tesi era in inglese- sulla crescita economica: sia degli FDI in genere, che in un particolare settore di suo interesse, caratterizzato da forte innovazione tecnologica (e pure molto politicamente corretto).
    Ovviamente, l’intento della tesi era quello di dimostrare il grande impatto dei FDI sulla crescita economica di un Paese, in generale, e, in particolare, nel settore ad alta tecnologia che a lui interessava (molto politicante corretto, che si voleva usare per giustificare investimenti in uno, invece, con una fama peggiore, cioè gli ogm: ma qui entreremmo nella specificità del caso, che non ci interessa).
    Insomma, il dottorando aveva preso in considerazione i dati relativi a ben 18 Paesi dell’eurozona, dal 1991 al 2013. Ovviamente, ha spiegato a lungo come ha selezionato e raccolto i dati, come li ha elaborati, etc., etc., e poi è arrivato ai risultati. E quali sono questi risultati?
    L’opposto di quelli che si aspettava. Allora, il risultato, nei Paesi in questione e nel periodo analizzato, è che l’influenza tra FDI è crescita economica risulta nulla, in generale. Venendo, poi, ai risultati relativi al singolo settore interessato (ad alta tecnologia) scopriamo che il rapporto tra FDI e crescita economica è stato pari a zero. E allora giù a scusarsi….ovviamente, questo non vuol dire che non ci sia rapporto tra FDI e crescita economica di un Paese (ah, no, e allora che vuol dire?). Perché, magari, per ottenere un risultato diverso, dovevo prendere in considerazione altri Paesi, altri periodi, altri settori specifici, etc., etc. Insomma, i dati mi hanno detto il contrario, ma non per questo io voglio cambiare idea (scontrandomi col pensiero unico, o, comunque, prevalente).
    Devo ammettere che il tutto è stato, almeno per me, istruttivo.
    1. Nel senso che mi sono reso conto che qualcosa del bombardamento mediatico finisce per influenzare pure chi, come me, nella sua presunzione, immagina di esserne immune. Voglio dire, io non credevo certo che gli IDE fossero un elemento centrale nella crescita di un Paese, ma che un minimo effetto positivo potessero averlo, non mi pareva inverosimile, mentre, che la loro influenza fosse addirittura pari a zero, non vi nascondo che ha stupito anche me.
    2. L’atteggiamento del dottorando, poi, che si giustificava del risultato oggettivo ottenuto, che comunque non scalfiva le sue granitiche certezze in senso contrario, credo dimostri “oltre ogni ragionevole dubbio” che il neo-liberismo è un’ideologia, e non una teorica economica, e che aveva ragione Vittorio Messori, quando diceva che una persona irrimediabilmente ideologizzata si riconosce perché, quando i fatti smentiscono l’ideologia cui aderisce, dice: “tanto peggio per i fatti!”.
    Un caro saluto.
    Tom Bombadill - Tom Bombadillo
    (cioè Vito Plantamura)

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    1. In termini di incidenza sul saldo delle partite correnti con l'estero -corrispondendo a interessi e profitti, oltrechè a "super-super-stipendi" di executives esteroresidenti, da pagare all'estero-, gli IDE o FDI danno certamente luogo a flussi che vanno sottratti dalla crescita del PIL (basti vedere le bilance dei pagamenti di paesi come Irlanda o lo stesso UK).

      Strutturalmente, poi, indicano la condizione di debolezza industriale e finanziaria di un paese, cioè la sua incapacità di generare risparmio e accumulo di capitale-fattori della produzione (cultura, conoscenze tecniche, expertise di una sufficiente massa di addetti tecnicamente formati) in misura sufficiente allo sviluppo di un adeguato volume di investimenti produttivi.
      In ultima analisi, sono una spia che la domanda interna (inclusa la spesa pubblica in istruzione e ricerca), da cui dipende il livello di risparmio-investimento di un paese, è insufficiente.

      Ma anche al di là della obiettiva connessione a questi aspetti negativi della crescita, abbastanza agevoli da prefigurare in una ricerca sul punto, il dottorando poteva frequentare le lezioni di Ha Joon Chang a Cambridge su "infant capitalism" e condizioni di sviluppo fuori dal liberoscambismo (finanziarizzato), e risparmiarsi di finire nel vicolo cieco delle convizioni propagandistico-ideologiche del mainstream.

      Anche se forse nulla sarebbe potuto servire...

      Con queste piccole notazioni, in effetti, un esempio eloquente...

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  2. Fedor Dostojevskij3 aprile 2015 01:04

    a scacchi se credi che il tuo avversario ha sbagliato un paio di mosse di fila ma tu non sei comunque in vantaggio allora è probabile che quelli che tu consideri errori facciano parte di una strategia che non hai compreso. qui si presuppone che loro giochino tenendo come timone la salute del sistema economico (considerato da loro soltanto un elemento transitorio), io credo che la rotta che stanno tracciando abbia come stella polare esattamente i risvolti socio-politici che si stanno generando e che loro sono già da tempo pronti a cavalcare. l'entusiasmo e la determinazione con cui ad ogni tornata spingono sull'acceleratore ne è la prova più evidente. sul fronte interno questa partita la stanno giocando da soli, sul fronte esterno qualche avversario impensierisce, ma non ha ancora gli attributi per fare un salto di qualità che possa minacciarli internamente. saluti

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    1. Sicuro che la chiave di interpretazione della strategia di ESSI sia questa. Qui lo abbiamo più volte evidenziato
      http://orizzonte48.blogspot.it/2014/03/il-rabbioso-tramonto-delleuro-il-ttip-e.html
      "...l'euro, nel suo tramonto di rabbia (verso l'umanità), continuerà a costituire il mezzo di normalizzazione del lavoro-merce, divorando le Costituzioni democratiche.

      E' poi solo un apparente paradosso che l'euro, nel momento della sua massima efficacia applicativa, si spenga.

      Non è infatti un paradosso una volta che lo si consideri, senza l'aggressiva isteria dei suoi attuali sostenitori, nella sua ben orchestrata e genetica a/simmetria. Che non poteva per definizione funzionare ma che è servita a creare - dissimulato dall'instillazione mediatica del senso di colpa- l'indispensabile stato emergenziale continuativo, arrivando così a riplasmare definitivamente l'ordinamento italiano, in modo da instaurare il meccanismo per cui solo il lavoro debba sopportare il peso delle crisi economiche periodicamente innescate dal capitalismo finanziario.
      Com'è intuibile da quanto detto finora, lo schema in corso, per chi sappia vedere il disegno complessivo di medio-periodo, mette da parte d'un balzo le poche rovine ancora in piedi delle Costituzioni democratiche e disattiverà il residuo intervento pubblico NON supply side, secondo le premesse nel neo-liberismo macroeconomico.
      Dimenticandosi così la domanda aggregata (ormai una bestemmia), se non nello stretto necessario in cui essa si correli all'unica ipocrita bandiera della "lotta alla disoccupazione": ma senza più una dinamica retributiva legata alla produttività (sarà facile accorgersene quando non ci sarà più l'euro; ma per allora contano che ci saremo abituati), la crescita, come dice Krugman, sarà sempre inferiore alla potenzialità del sistema.

      In compenso, il potere delle oligarchie finanziarie sarà stato ben consolidato e dell'output gap chissenefrega."

      Elimina
  3. In effetti, oramai, quello che emerge dalle drammatiche notizie che qui leggo è l'ascesa di una nuova aristocrazia non meno parassitaria di quella dell'ancien regime.
    E anche molto più pericolosa, perchè in grado di utilizzare con profitto tanto la scienza economica, quanto strumenti di controllo delle masse sconosciuti a chi la ha preceduta. Dureranno veramente "per sempre"?
    Lo stesso giappone, se non ho capito male, testimonia il fallimento di politiche espansive poste in essere rimanendo comunque sotto l'ombrello ideologico del liberismo. stessa cosa per le misure adottate in america (pare abbiano generato solo una nuova bolla), e in UE.
    Il liberismo è storicamente fallito. Eppure ciò non basta a dare una speranza, che fare?
    Almeno registro con piacere che ortodossi come Mucchetti comincino ad aprire almeno un occhio......

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  4. Io non credo che il liberismo sia fallito. O meglio, questa parentesi storica del liberismo, con molta probabilità, è destinata a fallire. Credo si tratti di una tappa più o meno “pianificata”, ma non credo che l’orgia si sia pienamente consumata. A meno che i Gentelmen non siano stati veramente così sprovveduti da pensare che questo tipo di capitalismo avesse una vita infinita. Le bolle finanziarie, con le relative crisi ed i piani di austerità, sono un approccio a qualcosa di più letale. Mi verrebbe da dire che fino ad ora hanno saggiato quanto l’Occidente sia in grado di resistere al dolore (disoccupazione, indigenza generalizzata, disuguaglianza mai sperimentata prima) e quanto, soprattutto, le democrazie (cioè i popoli così come usciti dalla seconda guerra mondiale e che hanno sperimentato qualche decennio di benessere) siano effettivamente in grado di opporre ostacolo al mercato.

    La Grecia, Cipro o il prossimo Paese che li seguirà, sono solo “danni collaterali” e funzionali.
    Verificato che, tutto sommato, le democrazie non sono in grado di opporre ostacoli significativi e che ormai c’è una assuefazione generale alla crisi, si può anche andare avanti fino al punto di non ritorno che, paradossalmente, non è mai l’ultimo.

    Gli ordoliberisti satanici hanno già l’asso nella manica e si chiama TTIP, come ricordato più volte dal Presidente. Gli Stati Uniti ed il premio nobel per la pace Obama hanno fretta, a quanto pare, di concludere al più presto il pactum sceleris con l’Europa ed anche quest’ultima aspira all’amplesso (per mezzo della Commissione che il Trattato di Lisbona ha giuridicamente eletto a maggiordomo dei potentati che ivi hanno fisso domicilio). Hanno capito che sta per chiudersi un ciclo del “capitalismo virtuale” che sarà spazzato via dalla prossima catastrofe finanziaria e stanno preparando uno scenario diverso. Non mi stupirei se, solo dopo la prossima sciagura finanziaria (perché non l’hanno fatto fino ad ora?), finalmente il sistema che l’avrà generata si decida a prendere provvedimenti restrittivi in perfetto stile cosmetico: come dire, chiudere i cancelli dopo che i buoi sono scappati.

    Si aprirà un nuovo ciclo più grave di quello precedente: con la giustificazione dell’ulteriore crisi (come se fosse un evento di natura), il prossimo Prodi o Juncker di turno ci diranno che era necessario firmare i TTIP e che questo tipo di accordi daranno nuove opportunità di crescita e prosperità (andatelo a chiedere a Canada e Messico quanto sono contenti di aver firmato il NAFTA!) e, magari, che i cittadini non potevano essere consultati perché bisognava fare in fretta. Pazienza, abbiamo imparato che la democrazia costituzionale ha processi lenti ed è un lusso che purtroppo non possiamo più permetterci.

    E poi vedremo cosa dirà la Merkel!

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