lunedì 16 novembre 2015

IL TERRORISMO. LA DUREZZA DEL VIVERE E IL PAREGGIO DI BILANCIO. NULLA PUO' SCUOTERLI


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1. La follia terroristica di Parigi (l'ennesima, come ben sappiamo), induce a fare il punto sulle decisioni di politica internazionale, nazionale e "europea", conformi (auspicabilmente) alle regole di civiltà della comunità internazionale, che potrebbero essere razionalmente intraprese.

Avevamo già esaminato le varie opzioni che questo tipo di terrorismo implica sul piano del diritto internazionale "moderno": anche se si può dubitare, tristemente, che quest'ultima definizione abbia ancora un senso di fronte alle trasformazioni indotte dalla spinta al "mondialismo", cioè alla instaurazione di un governo mondiale che faccia da poliziotto sull'intera umanità. Da poliziotto: non da garante del benessere, finalità che, in teoria, risulta ancora lo scopo più importante e caratterizzante delle Nazioni Unite, in base all'art.55 della Carta. Il mondialismo affida alla infallibile legge autoregolatrice dei mercati la realizzazione di ogni possibile e incontestabile "benessere".

2. Anche se la spinta emotiva dell'oggi rende poco probabile che si ragioni sulla base di principi giuridici , ribadiamo perchè non si tratti di una "guerra":

"La controversia internazionale che può dare luogo all'attacco armato, e quindi alla guerra, rilevante per il diritto internazionale, infatti, può aversi solo TRA STATI. Questi possono aderire a trattati di difesa comune militare (l'esempio più noto è la Nato), sicchè l'attacco armato ad uno Stato "alleato" può trasformarsi in una controversia, anche in forma armata, che coinvolge tutta la "coalizione".
Ma rimane il fatto che occorre pur sempre individuare uno Stato aggressore...


Il punto è che la cittadinanza dei ribelli (per essere tali, normalmente, sono proprio della stessa cittadinanza del paese nel cui territorio agiscono usando la violenza) o delle unità "irregolari" non è rilevante: fossero stati, come pare che in effetti siano, francesi o algerini o siriani o altro ancora, gli stessi non avrebbero comunque compiuto un attacco armato riconducibile allo stato di guerra
Semplicemente perchè si ricade, con tutta evidenza, nell'ipotesi di non riconducibilità ad uno Stato determinato nemmeno della violazione del divieto di ingerenza,(diversamente, sulla base di una serie di accertamenti di fatto reclamati dagli Stati Uniti, sotto il principio della legittima rappresaglia, è stato ritenuto per il caso dell'Afghanistan).

Attribuire all'intero Islam, in sè considerato, la fornitura di assistenza, armi, logistica ai gruppi di ribelli (se cittadini dello Stato in cui agiscono) o di truppe irregolari e mercenarie coinvolti nell'ondata di attentati attuale, è semplicemente impossibile: sia come giudizio di fatto (che implicherebbe l'accertamento di un'altra serie infinita di fatti, tra cui anche quello di una "intelligenza" unitaria ed organizzata di tutti i credenti in tale religione), sia sotto un corretto piano giuridico.  
Non esiste, infatti, un soggetto internazionale, meno che mai uno Stato, identificabile come "Islam".
Non esiste neppure un territorio dell'Islam giuridicamente identificabile, come non esiste un solo Stato islamico, e neppure, infine, è del tutto chiaro e consolidato un univoco concetto di Stato islamico, (distintivo rispetto a tutti quelli con popolazione appartenente in maggioranza a tale religione).  In ogni modo: se anche uno Stato - riconosciuto come tale dalla comunità internazionale, badate bene- a maggioranza musulmana si dichiarasse "islamico", poi, non esisterebbe, attualmente, la prova del suo aperto e diretto coinvolgimento nei fatti di Parigi. E comunque, se pure qualcosa risultasse, non sarebbe allo stato univocamente accertabile in termini di identificazione di un preciso Stato che si "ingerisce", compiendo la "violazione minore" del divieto di uso della forza (l'Algeria? La Siria nel caos? L'Iran che è sciita e pare del tutto estraneo a questi attentati? L'Iraq altrettanto nel caos totale? L'Arabia saudita in relazione alle diffuse voci di emuli di Bin Laden nel farsi finanziatori dei movimenti terroristici?).
La questione è cruciale: la guerra è una controversia tra Stati condotta mediante l'uso della forza armata da parte degli Stati coinvolti.
La violazione del divieto di ingerenza, col supporto a forze ribelli ed eversive che agiscano sul territorio altrui, richiede comunque la identificazione dello Stato che si "ingerisca"."

3. Sul punto della non qualificabilità come "guerra" degli episodi cui stiamo assistendo, proprio in funzione della cittadinanza dei terroristi coinvolti anche in questa ultima mostruosità, la cronaca ci fornisce qualche immediata conferma. Tra coloro che sono stati allo stato idenficati come autori delle stragi:
"ci sono un 29enne francese di origini algerine e due francesi residenti in Belgio. Gli altri due sono francesi che vivevano in Belgio, avevano 20 e 31 anni."
Se i terroristi che agiscono in Francia sono essenzialmente di cittadinanza francese, si ha l'evidente conferma che si tratti di un problema di pubblica sicurezza: e non si dica che possono esistere rilevanti aspetti di connessione con territori e organizzazioni non francesi, quanto a addestramento e supporto logistico di questi terroristi, perchè ogni forma di terrorismo, come ci insegna la stagione italiana delle Brigate rosse, è costantemente sospettata di questi aspetti (mai ben chiariti...), cioè di strumentalizzazione di cittadini di uno Stato da parte di entità straniere per destabilizzare questo stesso Stato. 
Rimane il fatto che l'eventuale violazione del principio di non ingerenza commessa in questo modo, esige l'accertamento univoco e obiettivo (cioè delle prove esposte alla opinione pubblica in modo trasparente e credibile), della responsabilità di un preciso Stato che finanzi l'addestramento e l'armamento dei terroristi, identificandone pure l'indispensabile movente strategico (cioè quale "movente" e quale obiettivo persegua lo Stato che si ingerisce, promuovendo il terrorismo mediante cittadini di un altro Stato che agiscono sul territorio di quest'ultimo).

4. Ma il fatto che cittadini di uno Stato prendano le armi in preda a furia omicida nei confronti di propri connazionali, è certamente ed evidentemente un problema di ordine pubblico (v.qui al punto 11.3): e, attenzione, lo sarebbe anche se i terroristi non fossero cittadini dello Stato "colpito", laddove, come abbiamo visto, non si abbia la prova, ma nemmeno l'ipotesi, che il "diverso" Stato alla cui nazionalità appartengono i terroristi  sia coinvolto con azioni attribuibili alla chiara responsabilità del suo governo. 
Ad esempio, dopo l'11 settembre, infatti, pur essendo Bin Laden un cittadino saudita nessuno propose il bombardamento dell'Arabia Saudita.
Sta di fatto che non si può ignorare che i cittadini francesi (o belgi) accusati allo stato di essere autori delle stragi sono immigrati (presumibilmente di seconda generazione) di origine mediorientale o nordafricana, cioè provenienti da territori a religione islamica prevalente e, ovviamente, dichiaratamente musulmani "integralisti".
E' allora ragionevole domandarsi come e perchè questo tipo di immigrazione si converta in un problema di sicurezza pubblica di tale gravità, e, ancor più perchè  lo diventi ORA, in questi anni, trattandosi di seconde o terze generazioni, laddove la presenza di Maghrebini o mediorientali, provenienti da territori ex coloniali, non è certo una novità in Europa e certamente non in Francia
Dunque perchè "ora", viene generato un problema così devastante?

5. La risposta più logica ha a che vedere con l'accumulo di rabbia, proprio perchè assistiamo a un tale livello di cieca violenza. E tale rabbia a livello sociale ha spiegazioni non troppo difficili da fornire, usando un po' di buon senso (punto 11) guardando alle condizioni attuali de:
"...gli immigrati in Occidente, scacciati dalla loro terra per gli effetti di impoverimento permanente determinato dalle ex e post colonizzazioni, imposte dagli spietati "mercati". 
Siano essi di prima o di seconda generazione, questi immigrati non soffrono "soltanto" della mancata integrazione determinata da omissione o fallimento di presunte politiche sociali e culturali (ovviamente cosmetiche), quanto della IMPOSSIBILITA' strutturale di un'integrazione che deriva da impostazioni di politica economica rigide e insensate, incentrante sull'idea della deflazione, della competitività e della connessa riduzione dello Stato sociale.

Tutti insieme, immigrati e strati crescenti della stessa popolazione autoctona dei paesi occidentali, soffrono di impoverimento e della arrogante imposizione della "durezza" del vivere da parte di una governance che vive nel più sfacciato privilegio della rendita economica (anche in Italia). 
Gli immigrati, specie della seconda generazione, finiscono per sbattere contro il muro della FINE DELLA MOBILITA' SOCIALE IMPOSTA DAL PARADIGMA NEOLIBERISTA:  quando si accorgono di essere destinati a un irredimibile destino di lavoratori-merce, che si aggiunge alla continua tensione razziale e culturale con gli strati più poveri della popolazione del paese "ospitante", sono nella condizione "ideale" per abbracciare l'Islam integralista.   L'adesione restituisce loro dignità, identità e una risposta alle frustrazioni della tensione con gli "impoveriti" del paese ospitante. Questa tensione è tanto più acuìta quanto più questi ultimi, gli "autoctoni", sono essi stessi assorbiti nella voragine del lavoro-merce. Come esito di tale processo ormai ultraventennale, gli immigrati sono posti, pur essendo (teoricamente) in condizioni materiali diverse da quelle dei disperati concittadini (o ex tali) delle terre di orgine, nella stessa attitudine di rabbia e disperazione dei diseredati dei paesi più impoveriti del mondo.


Lo scatenarsi, anche nella forma del fanatismo religioso terroristico, di sub-conflitti "sezionali", tra credenze teologiche, stili di vita, pregiudizi razziali e etnici, sono solo il sottoprodotto di società globalizzate votate a destrutturare gli Stati democratici pluriclasse dell'Occidente (ex illuminista?): questi sono, o erano, gli Stati aventi come obiettivo sia la mobilità e la giustizia sociali "interne", in Occidente (dove si era affermato questo tipo di democrazia), sia quello di autolimitarsi dall'intraprendere azioni che stabilizzassero tali ingiustizie  nel c.d. Terzo Mondo."


5.1. Dunque la "durezza del vivere", come cifra dei rapporti sociali promossi attualmente dagli Stati occidentali, ed in particolare europei post Maastricht, nei confronti di immigrati - considerati (tutt'ora: anzi, in accelerazione) "utili" per la realizzazione di quel mercato del lavoro-merce, che è la priorità assoluta del neo-liberismo propugnato dai trattati-, viene unita alla umiliante intrasigenza morale e culturale che si connette allo smantellamento programmatico degli Stati sociali
Il disoccupato e il sottoccupato, non solo sono "bloccati" socialmente nell'ambito del codice di successo darwinista  (pop, cioè pubblicitario e iper-consumista), ma frustrati in ogni aspetto più intimo che potrebbe dar loro dignità umana, a prescindere cioè dal successo economico che premia solo i sopravvissuti alla prova della durezza del vivere.

Come può un esercito comune europeo risolvere questo problema di...coesione sociale? 
Pensarlo appare totalmente fuori luogo.  
Eppure c'è chi lo pensa e lo propugna ora, affidando al "più €uropa" una direzione che nulla ha a che fare con la radice dei problemi e che, anzi, dimostra una incapacità di scorgerla che, oltretutto, dimentica che la Francia è inserita nella Nato, a pieno titolo (essendo terminata la lunga fase della "separazione" gaullista ed essendo rientrata dal 2003 nel comando militare integrato).
Se il problema è di tipo militare, e non lo è, perchè ciò che proprio gli europei hanno già promosso e rafforzato in decenni di spinta cooperativa dovrebbe essere meglio concepito, rispetto alla già esistente soluzione Nato, in questa UE attuale percorsa da dissidi e incomprensioni senza precedenti nella sua storia?

6. Rammentiamo allora quanto precedentemente detto in risposta a un commento che tratta dei problemi che in UE, e specialmente nella "fantastica" eurozona, si verificano in progressione inarrestabile. 
Anche, quindi, a voler considerare correttamente il problema come di sicurezza interna, cioè di prevenzione e di intelligence, oltrechè, certamente, di controllo del proprio territorio in termini di apparato di ordine pubblico:
"Politiche comuni su sicurezza e investigazione ci sono già, e si è visto con quale spirito di cooperazione ed efficienza; v. artt.67-76 TFUE, con tanto di Comitato PERMANENTE istituito, ex art.70 TFUE, "in seno al Consiglio" (organo esecutivo e normativo supremo).
L'Europol, a "sostegno" delle "polizie e servizi" dei paesi aderenti, nell'ambito della "cooperazione di polizia", è stata già istituita in base all'art.88 TFUE: tra l'altro, esplicitamente con funzioni di "prevenzione e lotta contro...il terrorismo".

E' come il cooordinamento delle politiche economiche e sociali nella ricerca della piena occupazione: in UE le intendono sempre e solo come fa comodo a loro, cioè SOLO come flessibilizzazione massima del mercato del lavoro e qualche modesta politica supply side.

Cosa volete che possano fare con Europol e intelligence varie in comune di più di quanto fatto dopo il 9/11 avendo come principio irrinunciabile e supremo il pareggio di bilancio, e cioè"ognuno paghi per sè"?

In ogni modo, invocare ciò che c'è già, dimostra la consueta ignoranza dei trattati e la consueta mancanza di realismo su come sono nati e come li si vorrà sempre applicare..."
7. Ma la "durezza del vivere" e il "pareggio di bilancio" sono duri a perdere il controllo assoluto delle politiche €uropee
Questi caposaldi "irrinunciabili" della costruzione europea, causativi, nel corso di decenni di esperimenti di ingegneria sociale ordoliberista, dello scollamento sociale delle crescenti frange di disperati, hanno già agito come desertificatori della cultura solidaristica. 
Al limite, a quanto pare, sarebbero ridiscutibili solo quando si tratti di rilanciare i progetti dell'industria militare europea (l'unica spesa pubblica "buona" a quanto pare).
Eppure, a rigor di logica, visto che tutti vogliono una qualche "azione" degli Stati e "iniziative", misure eccezionali "pubbliche" e quant'altro, la durezza del vivere e il pareggio di bilancio, dovrebbero oggi risultare di evidente ostacolo alla soluzione del problema del terrorismo
E certamente, a monte, in termini di pressione sociale sul territorio europeo, di ostacolo anche alla razionale soluzione del problema dell'immigrazione no-limits: sempre che la mera accoglienza continui ad essere considerata l'unica questione rilevante, dimenticando la spesa pubblica in politiche di piena occupazione, di pubblica istruzione, di edilizia pubblica, etc, che, pure, sono la parte più importante della soluzione.


8. Di tutto questo, in parte (a differenza di chi nel parlamento europeo, come abbiamo visto, invoca la soluzione dell'esercito europeo...), pare iniziare ad essere cosciente qualcuno tra gli stessi europeisti (critici ma in termini di "questa" €uropa, come se ce ne potesse essere mai stata un'altra): ad esempio Mucchetti che svolge questa ragionevole osservazione:
"...se la Francia e l'Europa sono in guerra, i vincoli di finanza pubblica del patto di stabilità perdono il loro già scarso senso. Se ci sentiamo in stato di guerra, sia pure di una guerra asimmetrica, di un conflitto di tipo nuovo, non possiamo sperare di non sopportarne gli oneri. Chi guardasse la curva del debito pubblico del Regno Unito vedrebbe due picchi spaventosi: sono quelli delle due guerre mondiali. L'Unione europea deve allargare le maglie. Già la questione dell'immigrazione l'ha stretta alle corde. Parigi e' la prova d'appello. 
Piangere i morti di Parigi a finanza pubblica invariata equivale a versare lacrime di coccodrillo.  
Il diritto alla sicurezza viene prima del pareggio di bilancio."

9. Naturalmente rimangono le obiezioni all'esistenza dello "stato di guerra", in senso internazionale (tant'è che Hollande non ha dichiarato alcuna guerra, ma semmai lo "stato di emergenza" che è il potere eccezionale più tipico di ordine pubblico interno); tuttavia, dire che il diritto alla sicurezza viene prima del pareggio di bilancio ha alcune conseguenze che dovrebbero essere chiare a chi propugna tale soluzione.
L'euro si regge sulla costrizione alla correzione degli squilibri commerciali mediante svalutazione interna e quindi mediante deflazione salariale realizzata con lo strumento fiscale della riduzione del deficit e dunque della domanda interna.
La pesante leva della spesa pubblica militare - o in apparati di ordine pubblico più ampi e strutturati- non pare compatibile con questa evidente strumentalità delle politiche fiscali a mantenere in vita l'euro.

10. Ebbene, sia invece chiaro che nella lettera del Presidente del Consiglio europeo che definisce la posizione dell'UE nel G20 di Antalya in svolgimento in questi giorni (ieri e oggi), lettera diretta a tutti i capi di Stato e di governo europei, non c'è alcuna traccia di questa impostazione e di questi evidentissimi problemi; anzi, si propugna in sostanza maggior apertura al commercio internazionale come soluzione ai problemi di disoccupazione diffusa e di mancata inclusione sociale. 
Sull'euro, e sul suo tipo di mercato del lavoro come punto di arrivo delle politiche fiscali (e sociali) di pareggio di bilancio, non c'è neppure una parola.
In altri termini, si va avanti così, sulla durezza del vivere, insistendo su questo paradigma e sulla sua realizzazione. Come se nulla fosse...
E i greci e portoghesi lo stanno imparando molto bene. E anche tutti gli altri popoli europei; composti sempre più dalla programmatiche masse di immigrati che accelerano il processo di svalutazione salariale per realizzare il grande benessere della competitività esterna e del free-trade.

11. Non c'è dunque nulla che può scuotere la "facciata marmorea" del progetto di ridisegno sociale €uropeo: nulla che induca a interrogarsi sulle implicazioni anche più tragiche del modello economico del rigore e delle riforme per attirare gli investimenti stranieri. 
Nulla che accenni solo lontanamente al ruolo dello Stato di garante della sopravvivenza (ormai anche fisica) e del benessere delle comunità sociali.
Qualsiasi tipo di Stato: anche quello federale €uropeo, di cui infatti non si parla, infranto da anni sulla prevista assenza di qualsiasi spirito solidale di reciproca "contribuzione" al bilancio comune, cioè substrato sociale.
In altri termini, la Francia, finanziariamente è sola, e sola resterà di fronte alle sue stragi e al sangue nelle sue strade. Come qualsiasi altro paese dell'eurozona
Questa chimera del rigore e della disattivazione dell'intervento solidale dello Stato democratico nazionale non muore mai: neppure di fronte alle stragi e alle emergenze, sempre considerate nell'effetto finale (il terrorismo come la "accoglienza"), e mai nelle loro cause.

42 commenti:

  1. Professore, mi sono fermato alla dicitura: non esiste uno stato...". Purtroppo, volente e nolente quello stati esiste fattualmente. Attenersi al dato legale, non è, realisticamente parlando, opportuno.

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    1. Il dato della individuazione di uno Stato che organizzi, finanzi e diriga strategicamente i terroristi è UN FATTO CHE RILEVA SOLO SE FORMALMENTE ACCERTATO SECONDO REGOLE DI DIRITTO COMUNEMENTE ACCETTATE.

      Al di fuori di ciò, esiste solo la pura analisi politica, soggettiva e estremamente variabile; e nei FATTI, questa conta solo in base ai RAPPORTI DI FORZA (costituita: in altri termini, nulla è più inutile che polemizzare coi fatti: per quanto di essi si faccia un'alterazione mediatica sistematica).

      Ognuno infatti può pensare quello che ritiene ragionevolmente deducibile dai fatti che conosce. Se ne conosce abbastanza.
      Ma conta solo quel che ne consegue in termini di obblighi e riscontri di cui i governanti, chi decide, debba formalmente prendere atto.

      Al cittadino rimane dunque la potente arma della conoscenza critica relativa alla coerenza di comportamenti e dichiarazioni di tali governanti.
      Apprendendo come separarli da propaganda e manipolazioni.
      E' non è poco: anzi...

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    2. Quarantotto, ricordando i miei studi di diritto... Se non sbaglio uno Stato, per essere tale, ha bisogno di tre elementi caratterizzanti:
      - territorio su sui esercita sovranità
      - cittadini
      - ordinamento politico, giuridico, economico.
      Il cosiddetto Stato islamico potrebbe forse avere uno o al massimo due dei tre elementi caratterizzanti, ma alquanto in modo "stiracchiato". Fatto insolito inoltre considerare uno Stato l'ISIS che in realtà è una organizzazione paramilitare eterogenea (si dice uzbechi, ceceni, uiguri e molti altri turcofoni dell'Asia centrale)... per non parlare di chi li finanzia e li ricovera... Ci andrei quindi piano a considerarlo uno Stato e a fornire farlocche "dichiarazioni di guerra" se fossi un presidente di qualsiasi Stato europeo...

      Sorge infine spontanea una domanda: ma se la Francia dichiara guerra all'ISIS, che si mettono a fare Arabia Saudita, Turchia e Stati Uniti? Devono prepararsi alla guerra contro Hollande? Non capisco... :)

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    3. Sai che c'è? Quando si inizia a dire che "gli Stati nazionali sono polvere", poi è scontato che si faccia grande confusione a vedere dentro il polverone così sollevato.

      La questione turca-stati della penisola araba, nemici dichiarati dei...nemici (sul campo) dell'ISIS, è tragicomica (se non fosse virata solo sul tragico nei suoi effetti).

      Sono curioso di vedere come se ne usciranno gli USA, dato che una scelta tra "alleati" incompatibili tra loro (la Francia in testa), diviene a questo punto inevitabile (e non lontana nel tempo..).

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    4. Pigra Cicala Mediterranea16 novembre 2015 15:08

      Ma infatti la conraddizione mi sembra trasversale agli stessi USA e alle varie lobby di riferimento. Obama per il momento non sembra inserirsi nel solco tracciato e cerca il negoziato. E' chiaro che altri vogliono far fallire questi tentativi di trovare una soluzione negoziata. Questa faglia di frattura interna agli stessi Stati nazionali ci riporta ad un quadro inquietante di poteri (privati, di fatto) che agiscono al di fuori (ma anche al di dentro) del quadro istituzionale e "democraticamente" legittimato...
      E poi dire "guerra all'ISIS", proprio per l'ambiguità delle posizioni di molte delle parti coinvolte sullo scacchiere, costituisce una copertura ideale sotto la quale ognuno può in realtà muovere guerra ai suoi veri nemici. In pratica si fa la guerra ma non si dice qual é il vero obiettivo, che non coincide con quello dichiarato. Che poi é quello che sta già avvenendo....

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    5. Sappiamo già che le monarchie della penisola araba a Sud della Giordania forniscono armi, munizioni e mezzi al sedicente ISIS... giusto per dire... gli Americani hanno ultimamente paracadutato 50tons di armi ai cosiddetti "ribelli moderati" anti Assad (e già qui dovrebbe sorgere spontanea qualche domanda, ah per loro moderato è anche il Fonte di Al-Nusra, affiliato... Al Qaeda)... indoviniamo a chi sono andate a finire questi rifornimenti... Cioè per gli USA "Assad must go" - ci ricordiamo le "armi chimiche" di Assad contro i siriani, poi scoperte essere state usate da sedicente Isis, un po' come i cecchini di Yanukovich poi rivelatisi "altro - quindi riforniscono i ribelli (tra cui Al-Nusra e Isis), però poi sui media gli USA vogliono trovare soluzione e come antidoto affermano di voler combattere Al-Nusra e Isis...
      Come on!! Are you kidding me?

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    6. E questa è la risposta di Hollande: "La Francia è in guerra... abbiamo bisogno di un regime costituzionale in grado di gestire la lotta a questo nemico. Ritengo, in coscienza, che dobbiamo far evolvere la nostra Costituzione per agire contro il terrorismo di guerra".". Et voilà.

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  2. Il terrorismo globale a vocazione mondialista: quando imperialismo e conflitto di classe diventano una identità.

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    1. p.s.

      Meglio ricordarselo e tenerlo bene a mente: perché qui stanno veramente a dare i "numeri".

      In tutti i sensi.

      (Occhio all'escalation con la connessione: Latakia/Kirkuk verso il Myanmar dei Rohingya di Soros...)

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  3. Naturalmente, sottoscrivo ed ammiro tutto il percorso logico fatto nell'articolo.
    Tuttavia, mi sembra che si tratti appunto di un ragionamento svolto come esercizio retorico, nel senso che in politica non possiamo limitare le nostre osservazioni in base a considerazioni giuridico-formali, le tesi politiche hanno costituzionalmente un loro carattere ipotetico e che debbano solo soddisfare a criteri di plausibilità, non necessitando di certezze formalmente garantite.
    Uno come me che tende a privilegiare l'aspetto propriamente politico, crede piuttosto che questi fatti di Parigi, ma più in generale ciò che va accadendo nello scenario mediorientale, "miracolosamente" sembrano aiutare il piano neoliberista, almeno dal punto di vista del contribuire ad aumentare il terrrore che possiede ormai costantemente la mente del medio cittadino europeo, spiengendolo vieppiù in un percorso di crescente schiavizzazione verso il potente alleato USA, l'unico che a tanti appaia adeguato a difenderlo da siffatti diabolici e crudelmente malvagi nemici.

    Un ulteriore commento.
    L'osservazion di Mucchetti potrebbe anche apparire ragionevole, ma direi che è quantomeno incompleta. Il punto infatti non è quello di giudicare (e poi, chi sarebbe titolato a farlo?) quando certe norme non vadano obbedite a causa di uno stato di emergenza, ma l'illogicità dello stesso aver sottratto a stati sovrani la loro sovranità monetaria, di come credere che uno stato che non abbia una propria banca centrale che stampi il denaro e svolga il ruolo di prestatore di ultima istanza, abbia ridotto gli stati alla situazione di semplici privati, negandone quindi sin dai fondamenti la loro sovranità e quindi la stessa possibilità a svolgere ruoli tipicamente statuali, come quello di difendere militarmente la propria integrità territoriale ed i propri interessi geopolitici.

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    1. Hai dedotto esattamente ciò che è razionalmente deducibile dal post utilizzando le informazioni che sono state appositamente fornite in esso.
      Anche su Mucchetti, se si legge con attenzione.

      Ma le valutazioni politiche non sono proprie di questo blog che fa appunto analisi economica del diritto.
      E ciò, a quanto pare, risulta utile per consentire al lettore di fomarsi una propria consapevole opinione

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    2. E dai, Quarantotto, son soddisfazioni :-)

      Quando l'aspetto "positivista" delle scienze sociali diventa maieutica per l'analisi politica.

      La si può pensare come si vuole, ma da "qui" - dallo studio delle scienze sociali - ci si deve passare.

      (Dedicato ai professoroni espertologi di analisi politica per cui "l'economia non è una scienza": il relativismo viene a morire, insieme all'opinionismo da bar di codesti eruditi politologi....)

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  4. Durante questa conferenza (molto interessante) insieme a Sapir, Jacques Myard, vecchio diplomatico e politico francese, attirava l'attenzione sull'art. 42, paragrafo 7 del TUE: "Gli impegni e la cooperazione in questo settore [quello della politica estera e di sicurezza comune] rimangono conformi agli impegni assunti nell'ambito dell'Organizzazione del trattato del Nord-Atlantico che resta, per gli Stati che ne sono membri, il fondamento della loro difesa collettiva e l'istanza di attuazione della stessa."

    Ovvero, in ogni caso, sembra difficilino sostenere che la politica estera "europea" possa essere qualcosa di più che un'appendice della NATO.

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    1. Ma è pacifico che il "preesistente"quadro di trattati internazionali coinvolgente le stesse parti (o la maggioranza di esse), già strutturato e operativo, NON possa essere ignorato, quand'anche non esplicitamente richiamato dal TUE-TFUE.

      Il fatto è che, poi, è anche richiamato, come attesta il par.2., capoverso, dello stesso art.42 TUE.

      Cioè la competenza UE in tema di difesa nasce apertamente soggetta al principio di facoltatività (operativa) e di compatibilità con gli obblighi Nato: tanto più che, a conferma di ciò, l'art.4 TFUE neppure la menziona tra le competenze concorrenti.

      Ma poi, soprattutto, nella sostanza, non si comprende quale inadeguatezza e carattere "fallimentare", o insufficiente, si imputi alla Nato.

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  5. Quello su cui possiamo contare con certezza sarà la disinformazione; è la dottrina del "trasformare un problema in un'opportunità". L'agenda europea sta scricchiolando? Allora bisogna usare questa spallata per puntellarla.
    E i media faranno i pesci in barile lanciando solo qualche "più Europa!" - esattamente come ha fatto Scalfari ieri - in attesa che arrivi la linea delle prossime narrazioni, ovviamente TINA.
    Qualcosa del genere, anche se in modo meno coordinato, era già avvenuto in occasione dell'11 settembre.

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  6. Se non è lecito giuridicamente dichiarare la guerra si può sempre chiamarla missione di pace ;-)
    Comunque, la coalizione a guida americana anti isis in Siria e in Irak con quale mandato si sta muovendo?
    La Russia può intervenire in Siria perchè paese alleato chiamato da quest'ultima.

    Poi (ma magari ho capito male) mi sembra maledettamente riduttivo ridurre gli attentati di Parigi ad un problema di integrazione e durezza del vivere degli immigrati musulmani di seconda generazione(punto 4 e 5):io non so se è un false flag ,ma di certo (come imparato anche da questo sito sull faccenda Ucraina) ci sono giochi molto sporchi sullo scacchiere politico internazionale

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    1. Pigra Cicala Mediterranea16 novembre 2015 19:48

      Non mi pare che qui si riducano gli atttentati di Parigi ad un problema di integrazione degli immigrati di seconda generazione. E' però un aspetto importante, al di là della "mente" di queste operazioni perché è evidente che il terreno di coltura sia di questi attentatori (lo abbiamo visto anche nel caso di Charlie Hebdo) come dei foreing fighters che vanno ad arruolarsi in Siria o in Irak viene indibbiamente alimentato dalle dinamiche descrite nel post . Per dire, Couachi credeva veramente di fare il jihad e per lui era probabilmente un gesto che gli ridava una dignità che evidentemente sentiva calpestata. Insomma, gli esecutori materiali sono "idealisti", sia pure in modo distorto, ma forse qualcuno che li ha avvicinati, ha suggerito loro gli obiettivi, ha fornito loro armi e supporto magari no. Infatti in questi episodi quasi sempre c'è qualche terrorista che fa perdere le tracce mentre tutti gli altri si fanno esplodere o vengono uccisi. Come é anche naturale che la reazione immediata della popolazione autoctona a questi atti sanguinari generi sempre più diffidenza e odio verso gli immirati vecchi e nuovi (immessi a dosi sempre più massive) alimentando la spirale dell'odio etnico e razziale (che n'zia mai dovesse maturare una coscienza di classe!). Lo stesso del resto avviene in USA, anzi lì sono maestri. e fin tanto che si fanno la guerra i poveri tra di loro, ESSI stanno tranquilli.

      @ Flavio
      Il discorso di Hollande: forse é proprio quello l'obiettivo più immediato e a breve termine che si cerca? Dopotutto la democrazia, per quanto ridotta a involucro formale comporta pur sempre i suoi bei rischi....

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    2. Bravo/a Cicala.
      Qui non si riduce affatto (e rinvio al quadro delineato, senza doverci perdere troppo tempo, per l'Anonimo anti-islamico ontologico), il problema alle seconde e terze generazioni.

      Ma di certo, in presenza di Stati democratici partecipativi e del lavoro, nonchè della laicizzazione araba dei partiti Baathisti (per capirsi), l'integralismo islamico era inversamente proporzionale alle provvidenze e alle sicurezze che i vari Stati laici potevano garantire: la durezza del vivere porta "stranamente" a considerare con altro occhio, certamente più propenso, l'arcaica ferocia medievale del pigro quotidiano dell'integralista circondato da donne asservite in ogni aspetto e private di ogni possibile accesso alla istruzione.

      Nulla è più favorevole all'integralismo della scelta tra l'umiliazione permanente (in quanto maschio) derivante dal modello occidentale, pervasivo (cioè non solo €uropeo), per l'allargamento forzoso dei mercati, e la gratificazione immediata e anche "eterna" della jihad.

      A quali interessi e a quali strategie corrisponda l'integralismo islamico, cioè sfruttare QUESTO PREVEDIBILISSIMO MECCANISMO GENERATIVO DI UNA FACILE AUTODIFESA IDENTITARIA, in Occidente come nei paesi musulmani, mi pare abbastanza evidente: certi mutamenti epocali del quadro internazionale non coincidono temporalmente per caso.
      A meno che Gesù Cristo non sia morto di freddo...

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  7. "...gli immigrati in Occidente, scacciati dalla loro terra per gli effetti di impoverimento permanente determinato dalle ex e post colonizzazioni, imposte dagli spietati "mercati" ...

    si ma perche' gli immigrati NON SUNNITI allora non si danno al terrorismo ?
    Negare l' importante fattore culturale non solo devia da una utile comprensione del problema, ma segnala anche un pregiudizio di fondo tipico della radical-borghesia che queste masse" (fatte arrivare dal "capitale" per fare sostanzialmente da "crumiri") facciano poi la tanto desiderata " rivoluzione sociale" che "l' aristocrazia operaia" europea "all' epoca" si era rifiutata di fare.

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    1. Attenzione, se si legge il post, ci si acorge che parla della Francia, Sì DELLA FRANCIA PENSA UN PO'.
      Cioè del principale paese coloniale nel Maghreb: e dunque, nei fatti, quello che viene alla ribalta di queste tragiche cronache.
      E il post si interroga pure sull'esistenza di immigrati di seconda generazione anteriormente a questa fase, sempre in Francia, anche negli anni '50 e '60: perchè non avevano dato problemi?

      Perchè l'Islam come minaccia all'Occidente nasce dagli anni '90 in poi?

      Gli stessi anni in cui si afferma la "fine della Storia" a trazione USA-globalizzati, e si applica Maastricht con tutti i suoi effetti di transfer, in tutta Europa, del Washington Consensus (cioè Stato-brutto aboliamolo, corruzione e troppe tasse...ecc).

      Sull'evidenza che il terrorismo islamico abbia un'origine nella strategia dei mujhaeddin (USA) anti-sovietici in Afghanistan, prosegua per la de-laicizzazione medioorientale con le guerre del Golfo e lasci in piedi il principale paese integralista, l'Arabia Saudita wahabita, senza mai porgli alcun problema (da parte della comunità internazionale "democratica"), magari è meglio informarsi.
      INFORMARSI.

      Un atteggiamento culturale si diffonde e si organizza militarmente se trova finanziatori e strateghi che hanno precisi interessi ad usare uno strumento (facile da evocare e suscitare). Piuttosto che un altro (un tempo il terrorismo serviva a dimostrare che il comunismo non poteva essere che violento e rivoluzionario, da parte di chi aveva esattamente l'interesse ad una opposta rivoluzione neo-liberista: che stiamo puntualmente vivendo).

      Rispondere a queste domande e STUDIARE questi aspetti è essenziale.

      Ma capisco non per te, Anonimo, che straparli qui di radical-borghesia: la quale attualmente è tutta per il più Europa e per l'accoglienza indiscriminata (chissà se c'entra il mercato del lavoro e la deflazione salariale competitiva), Islam buono e poi, però, dichiara guerre contro non si sa chi: e infatti poi non le fa.

      Mi attendo però che tu raduni l'esercito dei saputoni-di-buon-senso-con-la-vera-cultura e parti per la guerra.
      Poi raccontami.

      Anzi non raccontarmi: non sarai più ospitato cortesemente su questo blog...

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    2. Puro buon senso, caro Quarantotto. Ma "l’eau tiède de George W. Bush" dell'idea dello scontro di civiltà, come l'ha definita Alain Chouet, ex capo dei servizi segreti francesi (non un borghese radical-chic, credo), ha il fascino della semplictà, nonostante "les résultats désastreux de cette politique aux États-Unis."

      Quanto all'aspetto culturale, credo potrebbero tutti riconoscere che "Tout le monde peut nourrir des pensées mauvaises, horribles ou dégoûtantes. Mais elles restent de simples fantasmes à moins que l’on ne trouve un moyen de les manifester concrètement dans le monde qui nous entoure.

      Ainsi, pour comprendre comment l’idéologie qui anime l’État islamique a réussi à rassembler les ressources matérielles nécessaires pour conquérir un espace plus grand que le Royaume-Uni, nous devons inspecter de plus près son contexte matériel." (qui la fonte, con una ricostruzione, per noi abbastanza risaputa ma sempre utile, di queste fonti materiali).

      Troppo prosaico? Vabbeh, ci metto allora anche un riferimento più concettuale: Radical, Religious, and Violent (Cambridge-London, The MIT Press, 2009,) di Eli Berman, uno dei testi di analisi economica del fondamentalismo islamico (e non solo islamico) più importanti apparsi negli ultimi anni. Che ci dice Berman? Che l'ideologia ha un ruolo mai sufficiente a rendere pericolosi gruppi radicali, ma occorre sempre un radicamento sociale, analizzato usando il modello del club, reso possibile dalla fornitura di servizi sociali in un contesto di Stato assente ed elevata disoccupazione. Ma guarda tu! Esempi di strategie di contrasto efficaci? Per dire (pag. 191): "As we saw in the case of Egypt, President Nasser provided a crude but positive example of this constructive approach to preemptive counterinsurgency in the 1950s. He nationalized the schools, clinics, and other social service institutions of the Muslim Brotherhood, effectively shutting down their organizational base for two decades."

      Ma il nasserismo è oggi un lontano ricordo: le "rifome" che l'Egitto (e non solo l'Egitto, ovviamente) ha implementato negli ultimi 15 anni hanno significato massicce privatizzazioni e un attacco, per quantità e qualità, a ciò che restava del settore publico, in quanto, come dice la solita Banca Mondiale (citata da Hanieh), "reduc[e] government employment and the wage bill [through measures such as] lowering remuneration for new entrants, adjusting the pay scale to strengthen the link between compensation and productivity, and focusing on nonwage benefits that distort labor decisions, such as generous pension systems and family allowances that add to the lure of employment in the public sector".

      Morale: se lo Stato non è mai la soluzione, ma sempre il problema e il divieto di ingerenza un lontano ricordo, ISIS et similia ce li teniamo.

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    3. Caro Arturo, "anonimo" non capirà comunque: per quanti studi seri tu possa citargli, per lui rimarranno tutti espressione di "pregiudizio radical-borghese". E la realtà gli rimarrà oscura. Come il perchè l'aristocrazia operaia che non abbia voluto la rivoluzione (e dire che Popper lo spiegò molto bene: sarà radical-borghse anca lu'? Sicuramente...).

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    4. Se perfino un economista americano esponente della teoria della public choice può arrivare a fare un elogio di Nasser e delle sue nazionalizzazioni...c'è speranza per tutti!

      Possiamo provare a chiamare il welfare "preemptive counterinsurgency": magari così ce lo lasciano fare. ;-)

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    5. Tra l'altro la risposta all'amico è "perché gli Sciiti sono la minoranza etnico-religiosa che detiene il potere politico del "Baath": la frammentazione imposta in medioeorente porta a quella "segmentazione" per cui a classe sociale tende ad identificarsi con un'etnia, una religione, una razza.

      Così come negli USA, dove si vedranno facilmente grandi disordini in cui si movimentano masse di afroamericani, non di WASP.

      Si riproduce artificialmente quell'ordine sociale per cui esistono i padroni romani e gli schiavi greci, i signori feudali "barbari" e i servi della gleba latini.

      Quindi la descrizione materialista dei fenomeni sociali rimane un modello descrittivo imprescindibile anche nelle dinamiche sociopolitiche più straordinarie ed eccezionali.

      Ma il pensiero non può non andare alla magnifica definizione proposta dal mitico Matteo in rif. a Spinelli: menti elementari

      Qual è il prodotto finale più classista della propaganda pop? La produzione massiva di "menti elementari".

      Di fronte all'evidenza per cui non esiste alcuna "guerra fra civiltà", ma interessi materiali di classe, ci sono ancora delle "menti elementari" per cui entrambi le proposizioni sono vere. Non riescono, non ce la fanno a scorgere la contraddizione: non avvertono dissonanza cognitiva. È vero che l'immigrazione è un'arma di distruzione di massa, MA, è anche vero che la Fallaci aveva ragione.

      Non ce la fanno: essendo loro la grande maggioranza della minoranza rumorosa, e muovendosi per appartenenza - pavloviani - difficilmente riscontrano feedback negativi dall'ambiente esterno. Non hanno nessun confronto diretto per cui si evidenzi la fallacità patologica del loro pensiero: inano perché illogico. Promosso da emotività stupida e deficiente.

      Sono gli elemente naturali su cui gli ingegneri sociali edificano le sovrastrutture ideologiche, gli slogan virali, i frame e le trappole cognitive.

      Ma il problema della "mente elementare", non è di carattere meramente intellettivo, di potenzialità cognitiva: è di carattere emotivo, dove la vera scelta ha luogo. È un problema di intelligenza emotiva, e, facilmente, di etica.

      Voglio dire: ma se non hai studiato, perché parli? anzi, "urli"?

      Mia nonna aveva la quinta elementare, ma era molto sapiente. Silenziosa, parlava al momento opportuno e difficilmente si sbagliava negli argomenti in cui interveniva.

      (Lo Stato sociale ha un problema: per mantenere l'ordine sociale e contestualmente limitare la democrazia - che, come noto, "non può limitare se stessa", è necessario il "consumismo senza senso": questo sistema non è più ecologicamente sostenibile. TINA. Keynes necessita una democrazia sostanziale: quindi è meglio una lenta asfissia per deflazione, una violenta repressione o un'orwelliana guerra permanente... chi è a capo dell'ISIS? Osama Bin Goldstein?)

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    6. E c'è pure l'esperto fiscale che si avventura in complicate analisi di diritto internazionale e fa coincidere (in mezza paginetta) il potere estorsivo dei foreign fighters finanziati da potenze straniere, su popolazioni persino di diversa religione e soggette a torture e esecuzioni sommarie, con la "effettività" dello Stato ISIL!
      http://www.giustiziafiscale.com/index.php?option=com_content&view=article&id=801:i-tributi-dellisis-e-il-concetto-di-stato&catid=43:giustizia-fiscale-possibile&Itemid=127
      (La Mafia gongola di fronte a un criterio del genere: sono persino autoctoni i vari capizona e "soldati")


      Non ho parole: Dunning-Kruger saranno pure semplificatori comportamentalisti, ma ci hanno dato un quadro di analisi empiricamente affidabilissimo :-)

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    7. Aiuto....

      Ma Quarantotto, tu cosa ne vuoi sapere di diritto pubblico e diritto internazionale?

      Tutto è sovrastruttura del sistema fiscale: la Storia è storia di gabelle ed accise; dovresti studiarti Hayek!.

      Già il giurista medio non capisce un'acca di economia, se poi ci ha pure la laurea in economia "neoclassica", è evidente che il premio Nobel per l'espertologia gli è assicurato!

      Ho mal di schiena: sarà meglio che mi faccia visitare dal ginecologo....

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    8. A proposito del potere sovrano, statale ed effettivo di "imposizione fiscale" di Daesh
      http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/22/isis-due-miliardi-da-droga-riscatti-e-petrolio-ecco-come-si-finanzia-il-terrore/2242036/

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  8. Quello che oramai è più che un sospetto e che personaggi come Padoa Schioppa non dicano cose perché le pensano, ma dicano cose perché sono opportune per loro. Non potrebbero dirle perché le pensano perché è impossibile pensarle nel minimo di coerenza richiesto, ma anche una cosa insensata può essere detta se chi la proferisce sente che gli servirà a raggiungere più celermente uno scopo. Che questo signore abbia raggiunto i suoi obiettivi sotto la benedizione della sinistra la dice lunga sulla forma cosmetica della politica italiana degli ultimi 25 anni. Più in là si è visto Monti, ora si continua a vedere Draghi, ma si sa che sono tutti camerati della stessa baracca, e prima di loro venivano i Ciampi e i Prodi, ma sempre di intelletti limitati si tratta che per tutta la vita hanno dato ampia rassicurazione della loro limitata libertà di pensiero, e reiterata rassicurazione di questo, in modo da mostrare di non poter costituire pericolo alcuno.
    Intelletti limitati, allineati e coperti.
    Oramai, questa deriva della stupidità rassicurante ed utile è dilagata su tutto l'occidente, dunque anche per questo grave problema del terrorismo islamico la soluzione, come è stato detto sopra, sarà quella che viene ritenuta ottimale dal potere costituito, sia che essa segua logicamente dagli eventi sia che essa ribalti la minima razionalità insita nei fatti.
    Molto probabilmente Assad verrà cacciato. Ecco tutto.
    Cosa che, ovviamente, ha un suo lato tragicamente comico, ma non per cloro che interpretano la realtà in funzione dei loro interessi, e danno allo morte seminata a Parigi il significato più congeniale e all'interno di una interpretazione complessiva già consolidata. Il criterio di intervento non essendo più guidato dalla ragione e dal torto, dalla giustizia o dalla lealtà, ma dall' “utile”, che si declina appunto come: l'opportuno.
    Del resto la coscienza morale dei popoli è già fiaccata a sufficienza, e la gente non chiede altro che poter uscire da casa senza fastidi. L'opportuno è la nuova religione dell'occidente.

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  9. Pigra Cicala Mediterranea16 novembre 2015 23:03

    E infatti guarda quanto risulta "opportuno" il wahabismo che ti sdogana perfino lo schiavismo, quello stesso schiavismo che qui da noi si cerca subdolamente di riproporre sottoforma, ad es., di lavoro non retribuito in cambio di vitto e alloggio (per gli immigrati) ma anche per giovani autoctoni "che vogliono vivere un'esperienza" e "conoscere il mondo del lavoro". Batti che ti ribatti alla fine si farà passare anhe questo, un po' come stanno sdoganando il mangiare gli insetti (che sono così economici e nutrienti), In fondo anche il reddito di cittadinanza può aver e la funzione di slegare sempre di più il lavoro dalla retribuzione, che da "giusta mercede" diventa elargizione, elemosina, ti toglie la dignità e, in ultima analisi, ti rende schiavo, alla mercé dell'alrui benevolenza.

    Scrive Quarantotto:
    "Nulla è più favorevole all'integralismo della scelta tra l'umiliazione permanente (in quanto maschio) derivante dal modello occidentale, pervasivo (cioè non solo €uropeo), per l'allargamento forzoso dei mercati, e la gratificazione immediata e anche "eterna" della jihad."
    A questo proposito, mi chiedo quale effetto devastante si vuole innescare immettendo forzosamente masse di islamici, anche non fondamentalisti ma comunque osservanti, in una società già secolarizzata e che, a ritmo incalzante, si vuole anche aprire a matrimoni gay, al transgender, e a hi più ne ha più ne metta. Il risultato è far sentire tutti stradicati, impedire l'identificazione delle persone in una comunità più allargata, rendere impossibile la coesione sociale e anzi seminare i germi dell'odio e dell'inimicizia. Uha società di individui parcellizzati, divisi, diffidenti l'uno dell'altro e per ciò stesso utilizzabili uno contro l'altro.
    .

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    1. La tua ultima osservazione rende conto del valore (autoproclamato) "pragmatico e non ideologico" (!) della perorazione di Tusk relativa all'ordoliberismo, così come del valore effettivo del richiamo alla pace di Padoa-Schioppa (v.commenti sotto): ne merge, con sgomento, la totale e ostinata negazione della realtà, che si pretende invece di riassumere in una visione dotata di saggezza superiore (sempre autoproclamata come tale).

      Nulla può scuotere chi si identifica in una cultura del genere.

      Persino il richiamo, pur contrappositivo, al '68, appare grottesco e strumentale: col grande equivoco che quel trionfo definitivo del pop, e quindi del conformismo "contestatorio" di massa, fosse invece uno sterile massimalismo di sinistra.

      E costituì piuttosto la grande semina della cosmesi pacifista anti-Stato e anti-democrazia sostanziale: segnò invece, nell'orgia dell'egalitarismo dell'improvvisazione e nell'elogiio del dilettantismo, la preparazione del politically correct e dell'ambientalismo: i grandi temi del conflitto sub-settoriale che infrangono la solidarietà del lavoro estesa all'intera società (e non confinata al "particolare" del pop-narcisistico)

      Una semina senza la quale Padoa-Schioppa e Tusk non avrebbero potuto permettersi il loro linguaggio esplicito e inesorabile...

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  10. Tommaso Padoa-Schioppa nella presentazione dell'edizione del Manifesto di Ventotene pubblicata dal Corriere della Sera nella collana "I classici del pensiero libero" (lo scritto riporta come data un generico "aprile 2006"): "I primi anni Quaranta furono un periodo estremamente fecondo per la riflessione umana. La tragedia che si stava svolgendo e di cui non si conosceva l'esito, non solo la guerra ma un vero e proprio ritorno alla barbarie in forme industriali nuove e sataniche, sollecitarono alcune grandi figure a una meditazione che andava tanto in profondità quanto profonda era la discesa nella barbarie a cui cercava di opporsi. In campi, luoghi e situazioni personali diversissimi quei grandi spiriti posero le basi su cui fu possibile - dopo il 1945 - edificare un ritorno alla civiltà, molti di essi pagando con la vita. Simone Weil e Friedrich Hayek, Helmut von Moltke e Joseph Schumpeter, Karl Polany e Etty Hillesum, Edith Stein, Jacques Maritain, Karl Popper, Marc Bloch; la lista potrebbe continuare. Opere di filosofia, politica, economia, diari e meditazioni religiose, lettere e trattati.
    Di questo ristretto gruppo di scritti il Manifesto di Ventotene è l'opera fondamentale nel campo della politica e dei rapporti tra Stati, quella che va alla radice della questione della pace e dell'ordine internazionale, vero epicentro della tragedia in corso. Da secoli e ancora oggi l'uomo cerca il fondamento della pace. Nell'epoca contemporanea si è di volta in volta creduto che quel fondamento potesse essere il regime vigente entro gli Stati piuttosto che il regime dei rapporti tra gli Stati. Si è di volta in volta creduto che quando entro gli Stati fosse realizzato un ideale di religione, o di nazione, o di classe, o di democrazia, la pace si sarebbe instaurata tra gli Stati. Il Manifesto apre gli occhi su questa illusione e indica la via d'uscita federalista. [...] Oggi, proprio per aver saputo elaborare il pensiero racchiuso nel Manifesto e per essersi poi mossa lungo la via che esso indicava, l'Europa quasi possiede gli elementi per evitare che vi scivoli [nella "montante tensione delle relazioni mondiali fra pretese egemoniche ed equilibrio delle forze. Su scala continentale, quella tensione l'Europa la conobbe e la patì nel sangue per secoli", ndw] il mondo intero ripetendo, su scala e con rischi ampliati, le stesse esperienze tragiche da essa vissute."

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    1. Il manifesto di Ventotene è naturalmente la pietra angolare per tutti questi criminali fascisti.
      Esso è, per chi lo legge, una esperienza sconcertante.
      Partendo da un'analisi storica risibile e da una preparazione politica irrisoria, vengono fissate irremovibili conclusioni epocali, fermamente credute, e credute con ancora più rutilante certezza.
      Qualunque studioso avrebbe proposto una sua interpretazione storica. E qui invece no! Veniva presentata la soluzione finale. Era epoca di soluzioni finali, come si sa. Quello che si finge di non sapere è che spesso gli uomini di un epoca che cercano invano di differenziarsi da coloro che reputano peggiori, spesso non riescono in questa non ovvia meta, per raggiungere la quale troppa più cultura e profondità sarebbe necessaria che quella alla portata degli improvvisati leggitori di manuali liceali. Stupisce alla prima lettura il continuo, ripetuto, reiterato, ribadito, riconfermato richiamo alla assoluta negatività dell'autarchia. E non ci si può non chiedere: come mai un così deciso odio verso una componente come un'altra, e neanche la più vistosa, dei regimi totalitari?, per tacere che la stessa pratica, sotto mentite spoglie in linguaggio più educato, era ed è sempre stata in uso anche nei regimi liberali.
      Ma ecco che ci soccorrono per entrambi i due dubbi sopra riportati, le dichiarazioni rilasciate al riguardo dal suo principale e orgoglioso, e contento lui, estensore di questa coglionaria.
      Egli spiega che le prime idee gli vennero, dopo aver abbandonato il comunismo, leggendo articoli del 1913 e 1918 di Einaudi, e incapace di comprendere quale sorta di gaffe stia compiendo, ci tiene a sottolineare che appena Einaudi ne fu messo a parte aderì alle idee e senza riserva e per tutto il resto della sua vita. Poteva esistere una mente più elementare di questa? Ma potrebbe essere perdonato. Per uno che sta in cella per 10 anni, praticamente in isolamento, è legittimo aspettarsi oramai una lucidità limitata. Ma ecco che le dichiarazioni a chiarimento, essendo state prodotte a mente fredda e anni dopo, mostrano che la lucidità, con ogni evidenza, non fu mai più riacquistata. Candidamente, questa mente elementare, ammette che nell'immediato dopoguerra, venuto quel suo documento nelle mani di più accorti studiosi, dell'ipotesi federalista non se ne facesse più nulla e che perciò lui abbandonasse la vita politica.
      Per ricredersi e ravvedersi e riprendere il suo piglio appena Marshall, proponendo il suo piano, impose all'europa, come contropartita, che si costituisse in una federazione il più possibile affiatata.
      Ma razza di asino?! Ma non ti chiedi come mai proprio gli Stati Uniti riesumano queste tue belle idee? Non eri stato comunista? Nessun vantaggio avevi avuto da quel pensiero forte e unitario, seppure ora non lo condividevi più? Possibile che tu credessi d'essere più vigoroso pensatore di Marx e Croce su questi argomenti?
      Lo credeva. E non senza un malcelato orgoglio sottolineava d'aver firmato il suo documento con le iniziali sue e d'Ernesto Rossi, ma non quelle di Eugenio Colorni, il quale evidentemente, più avveduto e profondo pensatore, doveva averlo messo in guardia e perciò s'era mostrato indegno di menzione.
      E per fortuna dico io. Per fortuna si può ancora pensare a Colorni come ad una mente pulita e superiore. Come facesse la moglie a preferire l'imbecille al più accorto, questo è un mistero confinato nel mondo femminile del serraglio. Anche per lei, comunque, sarei a diminuirne le proclamate virtù. Diffuse un documento di cui ignorava la portata e la gravità, e a nulla valgono le attenuanti sentimentali se le conseguenze di tanta leggerezza e infatuazione comportano la corresponsabilità nella infelice, e per certi versi tragica, sorte di milioni di individui.
      Alla faccia di Marx e Croce, questa terra è degli imbecilli.

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  11. Donald Tusk, attuale Presidente dell'European Council, in un'intervista rilasciata al Financial Times questa estate: "I am really afraid of this ideological or political contagion, not financial contagion, of this Greek crisis. Today’s situation in Greece, including the result of the referendum and the result of the last general election, but also this atmosphere, this mood in some comments – we have something like a new, huge public debate in Europe. Everything is about new ideologies. In fact, it’s nothing new. It’s something like an economic and ideological illusion, that we have a chance to build some alternative to this traditional European economic system. It’s not only a Greek phenomenon.

    This new intellectual mood, my intuition is it’s risky for Europe. Especially this radical leftist illusion that you can build some alternative to this traditional European vision of the economy. I have no doubt frugality is an absolutely fundamental value and a reason why Europe is the most prosperous part of the world…. My fear is this ideological contagion is more risky than this financial one.

    One of the most important parts of this new thinking about Europe is in fact something like questioning Europe as an idea, the EU as an organisation. From time to time, I feel that some politicians and some intellectuals in Europe are bored by the EU and they are ready to question everything, they’re ready to change everything in Europe, including treaties, but also this traditional way of thinking about Europe and our values.

    For me, the atmosphere is a little similar to the time after 1968 in Europe. I can feel, maybe not a revolutionary mood, but something like widespread impatience. When impatience becomes not an individual but a social experience of feeling, this is the introduction for revolutions. I think some circumstances are also similar to 1968.

    The most impressive for me was this tactical alliance between radical leftists and radical rightists, and not only in the European Parliament…. The discussion about Greece, it means a discussion against austerity, a discussion against European tradition, anti-German in some part. Everything was provoking enthusiasm on both sides. It was quite symbolic.

    It was always the same game before the biggest tragedies in our European history, this tactical alliance between radicals from all sides. Today, for sure, we can observe the same political phenomenon.

    The main melody today is anti-European. When I say anti-European I mean this traditional thinking about the EU and European and the common currency, and of course anti-market, anti-liberal – in fact, something revolutionary. From time to time, I feel for them it doesn’t matter what kind of ideology it is.

    The debate, and the main actors in this debate, everything they say today is very attractive and spectacular and intellectually brilliant. Unfortunately, it has nothing to do with the political reality. It’s also very similar to 1968. For sure today we need fresh discussion and we have new challenges, so we need new arguments and new debate. But I’m absolutely sure what we need as our main need today is very pragmatic and realistic discussion about what we can do with our organisation, the EU and our currency.

    If I look for something inspiring when it comes to the economy, I am ready to look towards something wise and responsible in different sources than this kind of debate. For me, maybe the best school of thinking is the so-called “ordoliberals” in Germany, in this critical time after the Second World War. Very pragmatic, no ideology, no illusions. Books and also practical politics from [Ludwig] Erhard, [Walter] Eucken, [Wilhelm] Röpke. This, for me, is the source of thoughts that can be very useful for today".

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  12. " tant'è che Hollande non ha dichiarato alcuna guerra, ma semmai lo "stato di emergenza" "

    ...o di eccezione?

    Farc

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  13. IL PROFUMO DEI FIORI
    (otc .. allegoriche bretelle quando cascano le braghe)

    Primule e papaveri, rose, garofani e crisantemi a distinguere stagioni ed eventi, ciascuno diverso nelle forme e nei colori dei quali parrebbe – e pare – svanito il profumo.

    Sarà stata la coltivazione intensiva, l’uso estensivo di fertilizzanti e fitofarmaci usati dai propietari terrieri, da coloni mezzadri, dai padri senza oro e ermellino, dagli strilloni al mercato a renderne scolorito il colore ed evanescente il profumo per darne il prezzo effimero.

    Tant’è che - mutati un poco nell’aspetto e nell’odore come avviene anche in modalità meno darwiniane - s’è andato perduto quel gusto e piacere del colore e del profumo della Storia, della Memoria e el Tempo.

    Ben oltre le ciancie di “quattro amici al bar” c’è ancora lo SPIRITO DELL’UOMO & IL PROFUMO DEI FIORI senza i quali la resistenza è vana ;-)

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  14. Ciao Quarantotto, a me sembra che dalla strage dell'11 settembre 2001 a quella di venerdì sera ci sia un invisibile filo che le lega.
    1) L'elevatissima preparazione ed esecuzione degli attentatori/esecutori, che puntualmente sfuggono alle maglie sempre larghe dei sistemi di sicurezza.
    2) L'impreparazione dei servizi di sicurezza si trasforma, subito dopo, in efficienza assoluta. Dopo poche ore si sanno già chi sono gli attentatori e anche i mandanti, con tanto di passaporti dimenticati/persi e intatti, che da organizzatori eccezionali si trasformano subito in dilettanti allo sbaraglio.
    3) Nel giorno dell'attentato , c'è sempre una esercitazione in atto.
    Riporto dal sito di Blondet:
    "Mentre finivo il pezzo, un collega mi manda un video da France Info dove un infermiere soccorritore, Patrick Pelloux, dice in diretta : “Per fortuna questa mattina al SAMU di Parigi (un gruppo di ambulanze, ndr.) era stato programmato un esercizio che simulava un attacco a più siti, così eravamo preparati. Si deve sapere che c’era una mobilitazione di forze di polizia, pompieri, soccorritori, associazioni che sono venute, e abbiamo cercato di salvare più persone possibile”

    4) Vengono sempre colpite le persone comuni, mai Essi.

    5) Dopo l'attentato tutti i media sono compatti all'unisono di dichiarare guerra all'Islam.

    Ti chiedo ma dall' 11 settembre in poi sulle stragi abbiamo qualche verità giudiziaria, o la verità si è fermata alle indagini delle forze dell'ordine ?

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    1. E, aggiungerei, che essendo 14 anni e più che è stata dichiarata e anche combattuta 'sta guerra all'Islam (poi dopo qualche giorno si aggiunge l'aggettivo politically correct, "terroristico"), nessuno si accorge, nella massa condizionata, di quale riflesso pavloviano sia stato indotto.

      E, a maggior ragione, nessuno (nella massa) si accorge della crescente incapacità di scorgere i termini corretti (di comprensione) della questione che è stata suscitata in questa massa: pavloviana o orwelliana? (C'è solo da scegliere: a bene vedere propenderei per il secondo termine).
      PS: Sui termini corretti della questione rinvio vieppiù allo scambio con Arturo.

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  15. Perdonate la mia cocciutaggine. Manca un tassello tra il "sessantotto" e l'uso operativo seguente (secondo me correttamente descritto da Quarantotto). E cioè "l'abbandono" da parte dello stato (la minuscola in questo caso è voluta) di una scuola italiana che non era più quella progettata da G. Gentile.

    ps cocciuto sì ma anche conciso....

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    1. Si coicisamente questo è il tassello che mancherebbe: ma se non ne fai un'analisi più approfondita storico-ordinamentale e cultural-mediatica, l'intuizione rimane lì :-)

      Per esempio Calamandrei aveva anticipato il "punto di attacco" Scuola. Mentre del come abbiamo smantellato la scuola pubblica, abbiamo questa ricostruzione:
      http://orizzonte48.blogspot.it/2013/06/istruzione-opinione-pubblica-e.html
      Partendo da qui si possono approfondire i passaggi nel corso del tempo e il disegno sottostante...

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    2. Troppo giusto caro Quarantotto. Cerco un punto di attacco che mi sia raggiungibile. Dopodiché se son rose....

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  16. Grazie a tutti voi e soprattutto a orizzonte48. E' chiaro che qui siamo di fronte ad un'offensiva di classe, e non di religione, e risulta chiaro che la classe capitalista internazionalista che detiene il potere stia usando le religioni, distorcendole a suo piacimento al fine di consolidare il proprio potere nell'opera millenaria del divide et impera. Adesso questa classe ha deciso di farci ritornare tutti (neri, bianchi, cristiani, musulmani) alla durezza del vivere perché vuole il potere illimitato tutto per sé. E nel contempo usa, nei sudditi, logiche di appartenenza etnico-religiosa che offuscano i rapporti di forza e di potere che sono in fase di dispiegamento.

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  17. Buongiorno, a me pare che ci si ostini parlare di "stato di guerra" e di "guerra tra Stati" proprio perché si è persa la nozione di Stato. E ciò accade non a caso ma proprio come conseguenza del continuo assalto del mondialismo alla sovranità dei singoli Stati con relative Costituzioni. Da questo punto di vista trovo il post a dir poco illuminante. Mi chiedo se siete ringraziati abbastanza per il servizio che effettua questo blog.

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