giovedì 14 gennaio 2016

DALLA SCOLASTICA A HAYEK A TIMMERMANS: LA FREE-MARKET CONNECTION E L'ANTISOVRANISMO €UROPEO- 1 (PERUGIA, OGGI)


Il Vice-Presidente della Commissione Europea Frans Timmermans oggi a Bruxelles. REUTERS/Yves Herman

1. Avrei voluto parlare di cose più attuali, come, da esempio (tra le tante vicende gravemente degenerative dell'€uropa)  la lettera di risposta del primo ministro polacco al vice-presidente della Commissione UE, l'olandese Timmermans (e che sia olandese viene giustamente rimarcato nella lettera). 
Ma la "clamorosa" vicenda resistenziale è stata già enfatizzata su goofynomics, dove trovate il testo (interesssantissimo e veramente eloquente) della lettera stessa.

2. Ora, però, colgo l'occasione per focalizzare una interpretazione storico-economica di non secondaria importanza, perchè ci spiega dalle sue radici il paradigma liberista e le sue immancabili e forti penetrazioni istituzionali: cioè quelle senza le quali l'oligarchia plutocratica (cioè che detiene, concentrandola, la ricchezza e, dunque, reclama il potere politico tout-court), non avrebbe potuto esercitare il proprio controllo sociale: e ciò quale che sia, come vedremo, il gruppo sociale che incarna tale oligarchia plutocratica nel corso della Storia.
Un tale controllo sociale, beninteso, coincide col controllo delle istituzioni, - e questo ci riporta alla vicenda €uropea e alla querelle Timmermans-Ziobro- ma , secondo la flessibilità tattica che ha sempre contraddistinto il liberismo (neo, ordo, o proto che dir si voglia), è preferibilmente esercitato in via di fatto, cioè lasciando la titolarità delle istituzioni stesse ad "altri", mandatari affidabili

3. Questo fenomeno di controllo "from behind" è ampiamente esposto ne "La Costituzione nella palude" e, se guardate bene quanto epigrafato nella home-page di questo blog, in forma di intestazione subito sotto il suo "titolo" (orizzonte48), è il tema stesso che ne ha portato alla creazione.
Insomma, più che mai, se impera il libbberismo, sono le istituzioni che inducono, o vorrebbero indurre, la struttura della società. E ormai dovrebbe essere più chiaro (rispetto all'inizio del blog stesso).
Il che ci riporta alla Costituzione che compie una scommessa esattamente inversa: perché vuole essere creativa di un ordinamento pluriclasse e far sì che tale schema inclusivo, cioè ricomprensivo dell'intera struttura sociale nella rappresentatività delle istituzioni stesse, sia EFFETTIVAMENTE realizzato. Uno scopo umanistico che dovrebbe oggi contraddistinguere l'analisi del "costituzionalismo" ma che, per via della costruzione europea, in Europa, dove è nato il costituzionalismo moderno, è andato perduto (almeno a livello accademico).

Il controllo istituzionale "from behind", ribadiamo ancora una volta, è quello che, dalla seconda metà del '900, fa sì che i liberisti acconsentano a conservare la democrazia schematizzandola nel (mero) processo elettorale: purchè però esso risulti "idraulico", cioè esattamente predeterminabile, avviando in apposite "condotte" (cioè tubature culturali), le scelte solo apparentemente "libere" della massa dei votanti, tramite la predeterminazione della "opinione pubblica" (l'esito deve essere dunque predeterminato dai controllori from behind, cioè dai liberisti che, in effetti, organizzano la quasi totalitaria padronanza del sistema mediatico).

4. Il tema si intreccia doppiamente con la ormai arcinota (per i lettori del blog) enunciazione di Hayek e rinvia con immediatezza alla questione che cercheremo di riorganizzare. 
Questo è lo "scambio" che fa emergere l'intreccio. Stopmonetaunica cita (più volte) questa fonte (che vi traduco: prego, anzi, "se potete", di farlo sempre nel postare i commenti):
"La comune percezione è che il complesso di idee noto come la Scuola Austriaca di economia emerga nel tardo diciannovesimo secolo con Carl Menger a venne alla sua piena fruizio nel primo '900 con Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. 
Quando gli economisti di convinzione austriaca lessero gli scritti della Scolastica spagnola dei secoli sedicesimo e diciasettesimo riconobbero le idee che furono sviluppate secoli più tardi dalla Scuola Austriaca."
Qui schematizzati i nomi di alcuni degli scolastici spagnoli e le idee che articolarono in coincidenza (anticipatoria) di quanto enunciato dalla Scuola austriaca:

ScholasticConcept or PrincipleAfiliation and/or Location
Father Juan de MarianaThe moral superiority
of natural law
Jesuit at the University of Salamanca
Bishop Diego de Covarrubias y LeyvaSubjectivist doctrine of valueJesuit in Segovia
Luis Saravia de la CalleNotion of economic rent determined by price
Cardinal Juan de LugoNo humans can deduce what prices should beJesuit
Juan de SalasThe complexity of the marketJesuit
Jerónimo CastilloNature of competition as rivalry
Luis de MolinaDangers of fractional reserve banking
Francisco de VitoriaThe moral superiority
of natural law
Dominican
Martin Azpilcueta NavarroQuantity theory of money
Time-preference principle








5. Questa prima fonte origina questa pregiudiziale risposta connessa al control from behind che è anche una simultanea spiegazione del perché i libbberisti siano anti-Stato (infatti vedremo come l'argomento sia sviluppato proprio da Rothbard e attenga alla visione ecclesiastica dell'economia). Ovviamente, in quanto lo Stato (riassunto nel monarca assoluto o a forma parlamentarista-rappresentativa che sia), agisca per l'interesse pubblico, cioè generale, apprezzato al di fuori della loro convenienza incontestabile:

"Toglietemi tutto ma non il mio "property right".
Più esattamente: toglieteGLI tutto (ai NON proprietari e "naturali" landlords), che tanto la proprietà (terriera e dell'oro) basta a difendersi da ogni tirannia (in genere, modo "eufemistico" di definire il potere esercitato nell'interesse pubblico e non dei proprietari stessi).

In fondo, la connessione storico-genetica non fa una grinza (e il pericolo di condanna infatti non proveniva dalle gerarchie ecclesiastiche): stare dalla parte dei feudatari conviene sempre.

Una volta che la tecnologia (principalmente militare) in Occidente, rende obsoleti i feudatari come padroni (o parte prevalente) dei rapporti di forza sociali, si passa ai nuovi anarco-(feudo)libertari, naturalmente anti-Stato, cioè contro il "qualunque" tiranno di turno: I BANCHIERI (di ogni religione purché sia monoteista).

Lo sposalizio tra anarco-darwinisti e holding immobiliar-finanziaria gerarchizzata "religiosa", è perciò INEVITABILE.
Hanno entrambi sempre un nemico comune. E, meglio ancora, AMICI comuni: i più forti che vogliono rimanere tali (senza assumere formalmente la titolarità, perché la politica-governante è un rischio che si può evitare: il volgo puteolente se la prende sempre troppo coi "titolari")...
"

6. La questione storico-economica (e teologica, in fondo) che stiamo affrontando, è così posta nel suo "thema decidendi": come si arriva nei suoi snodi dimostrativi all'assunto (certamente autorevole) sulle origini del capitalismo formulato dalla Scuola austriaca?

Sarà una trattazione lunga ma...è colpa vostra (del vostro entusiasmo e spirito di ricerca). 
Anzi, data la vastità dell'argomento, e l'impossibilità fisica di scrivere un libro in un giorno, sarà una trattazione "a puntate". Che, però, vi prego di seguire nella sua interezza, perché il lavoro di selezione e montaggio che vi proporrò non sarebbe utile se non si cerca di coglierne lo scopo di sistemazione organica di un argomento che pare appassionarvi molto.

7. E dunque, tutto nasce da questo notevole commento di Francesco Maimone:
"E’ interessante come l’ordoliberismo riesca a penetrare le midolla mediante creazioni di scenari ed utilizzo di una terminologia miratamente religiosa. Termini quali debito, credito (credere), fiducia (fides), redenzione, sacrifici, veicolano in modo subliminale messaggi quasi mistici tanto da far parlare di teologia economica (D. Fusaro).

Quanto allo scenario, nell’immaginario collettivo il vecchio paradigma era basato su una dialettica (visibile) tra l’uomo politico (i governanti) e l’uomo razionale (i governati), che avevano modo di relazionarsi con il potere mediante forme razionali di scelta (libere e democratiche elezioni secondo Costituzione). Il nuovo paradigma mondialista, invece, si in centra sulla declinazione di un potere le cui dinamiche si sono fatte invisibili (D. Estulin, l’Impero invisibile). I veri governanti sono d’un tratto “ascesi al cielo”, non sono più eletti e risiedono in una sorta di realtà iperuranica invisibile e dematerializzata; i governati, da bravi fedeli, sono invece costretti a genuflettersi in modo fideistico alle decisioni contornate sempre da un velo di mistero e lontane dalla razionalità.

I richiami martellanti a termini propri della religione non è per niente casuale e costituisce, in uno con l’assordante propaganda tea-party porriana (che insiste non a caso anche su un debito mostruoso), alla creazione di un novello dogma post Gotterdammerung. Un nuovo incantamento colonizza prima i cervelli.

Non è un caso se Hayek affermava che il vero liberalismo “non ha niente contro la religione” e non può che deplorare “l’anticlericalismo militante ed essenzialmente illiberale che ha animato tanta parte del liberalismo continentale del XIX secolo” (Hayek, La società libera, 451).
Anzi, continuava, il liberalismo “è stato spesso difeso e anche sviluppato da uomini che possedevano forti convinzioni religiose” (Hayek, Studi di filosofia, politica ed economia, 297). Ed ancora, “se la frattura tra il vero liberalismo e le convinzioni religiose non sarà sanata, non ci sarà alcuna speranza per la rinascita delle forze liberali. Ci sono oggi in Europa molti segnali che indicano tale riconciliazione più vicina di quanto non lo sia stata per lungo tempo e che mostrano come molte persone vedono in essa la sola speranza per preservare gli ideali della civiltà occidentale” (ivi 286-287).

Connotati spiccatamente fideistici dell’ordoliberismo, assunto come dogma, fanno sì che lo stesso non possa nemmeno essere discusso (e infatti non si discute) e che il suo compimento (anche fino alla tragedia) sia annoverato in una sorta di visione escatologica di disegno divino finalizzato sempre e comunque alla “salvezza” dell’uomo. 
La costruzione su mere basi scientifiche dell’ordoliberismo non avrebbe potuto resistere al controllo della razionalità spicciola; bisognava elevare il livello economico a divinità e creare orde di sacerdoti (collaborazionisti) che fungessero da medium con dette divinità sempre, beninteso, per il bene dei fedeli. Di razionale non vi è rimasto più nulla. Non a caso, sempre Hayek (tra le altre minchiate) parlava di “abuso della ragione”, di “costruttivismo” che non vuole tener conto del fatto che sia la legge che la società libera sono il prodotto di un’evoluzione spontanea che l’uomo non può governare, ma solo facilitare, eliminando al massimo l’intrusione della ragione politica (sul blog se n’è parlato e discusso molte volte).

Io credo (ma forse mi sbaglio) che senza questa forte associazione del fenomeno ordoliberale alla semantica religiosa (cui si assimila nel reale e nell’immaginario) non possa spiegarsi l’ottusità degli italiani e la loro riottosità a capire che, mentre fanno la nanna, la culla va a fuoco
Negli ottusi fideistici annovero ovviamente anche alcuni miei colleghi la cui preoccupazione è di accumulare “crediti formativi” partecipando a convegni improponibili sulle ultime novità della finanziaria di turno. Ma nemmeno un convegno giuridico in cui si sia discusso, per esempio, del pareggio di bilancio ficcato in Costituzione. Appunto."

8. Precisiamo che di convegni giuridici sul pareggio di bilancio ce ne sono eccome: un esempio lo trovate qui, e un altro si sta svolgendo proprio oggi: "Perugia domani".
Il problema, tuttavia, viene sempre affrontato - non a caso - in modo indiretto: partendo dalla crisi economica, quasi sempre, per i giuristi, dovuta a cause cui resisti non potest e mai attribuite all'inserimento dell'Italia nella costruzione europea in sé. E comunque, anche laddove una qualche eziologia tra crisi e UE sia ravvisata, sempre cercando di preservare ad ogni costo un futuro o una nuova veste (riformata) della costruzione europea attuale.
Il fatto è che i giuspubblicisti tendono a prendere come un dato di fatto acquisito, e quindi incontestabile e naturalistico, cioè non attribuibile, come invece è, ad una precisa scelta politica contingente, evitabile e connotata dall'essere contraria ai principi inviolabili della nostra Costituzione, la "scarsità delle risorse" (finanziarie pubbliche) e la "indipendenza della Banca centrale"
Su tali punti consiglio di leggersi (o rileggersi, per chi l'avesse già fatto), le iniziali analisi del prof.Guarino riportate alle pagine 116-120 de "La Costituzione nella palude" (e grazie ad Arturo, filologo di valore inestimabile per il mio lavoro).

8.1. Quanto poi al tema della "teologia" (ordo)liberista, in realtà era stato già affrontato sul blog negli anni scorsi. Per chi avesse la voglia di leggerselo (ed è per questo che l'ho ritirato fuori) consiglio di verificare quanto siano attuali i links inseriti (eravamo a febbraio 2014): 

UN PERCORSO CRITICO SULLA TEOLOGIA DEL LIBERISMO (tra "spesapubblicaimproduttiva" e meritocrazia autoproclamata)

A scanso di equivoci precisiamo che la questione delle origini free-market, e colonialiste, "protestanti" del capitalismo non sono affatto negate (come traspare, esemplificando quanto normalmente emerge su questo blog, già dal commento di Francesco). 

Solo che l'approfondimento storico, proveniente da fonti interne a tale ideologia politico-economica, consente di risalire ad una radice ancora antecedente a quella smithiana ed alla nota spiegazione weberiana sull'etica del protestantesimo, -  quest'ultima già ampiamente smentita da Chang in "Bad Samaritans". 

 

9. La radice "ufficiale" smithiana, peraltro, rimane accettabile a certe condizioni: cioè, in pratica, non a torto, all'interno di un pensiero sintetizzato che risulta già "raffinato" nel nostro mondo di tecnicismo "pop". 

 

Quel che appare rivoluzionario alla fine del XVIII° secolo fu allora accolto nell'ambito filosofico (morale), come abbiamo visto nella prima parte di questo post (che riemergerà in seguito, nella spiegazione del ruolo del "Monte di Pietà"):

 

LA SPESA PUBBLICA IMPRODUTTIVA E MALTHUS AD USUM "PUDDINI"-SPAGHETTI TEA PARTY

E quel che è "filosofico", pur se secondo la mente smithiana, guardata prevalentemente come fortemente "innovatrice", ha sempre radici in qualche continuità col passato immediatamente antecedente che, nel caso, sono (non occorre molto a ritenerlo deduttivamente probabile) i pensatori (teologi e, oggi, filosofi in senso lato) più ovvi: quelli che hanno affrontato gli stessi temi di riflessione nei secoli XVI° e XVII°

Magari tali influenze (in Smith) risultano non "dirette" (cioè da lui stesso citate come se dovesse accreditare scientificamente, con la logica di oggi, un elaborato filosofico di ieri), quanto, piuttosto, acquisite indirettamente attraverso il consolidamento di precedenti idee all'interno del senso culturale condiviso: e, quindi, attraverso meccanismi di circolazione transnazionali della cultura che sono sempre esistiti in ambiente europeo specialmente considerato il ruolo inuficante, in tal senso, che dal medioeco ha avuto la Chiesa).

 

Va anche sottolineato che Smith era sì protestante ma pur sempre scozzese, cioè, al suo livello culturale (nel contesto dell'epoca), poteva entrare facilmente in contatto con l'elaborazione cattolica della filosofia morale, connaturalmente portata, (come vedremo e come abbiamo visto nella grafica riportata più sopra), ad analizzare i fenomeni economici e le loro condizioni di legittimazione "etica".

 

10. Stopmonetaunica, a sostegno di tale tesi cita Rothbard "economista, filosofo, politico, giornalista, storico e teorico giusnaturalista statunitense, esponente principale dell'anarco-capitalismo, del quale fu il più importante ideatore", dunque un attendibile ultra-neo-liberista:

"è comunque un dato che Hayek e la scuola austriaca si ispirassero alla scolastica spagnola, per loro stessa amissione. Questo non è perché lo dice l'Espresso, ma perché lo dicono gli stessi austriaci, molti dei quali erano anche cattolici. Dire che gli stessi austriaci si sbagliassero su loro stessi, o che abbiano mentito apposta, questo sì, mi sembra un po una forzatura e mi sembra un po' complottista, ma sono aperto alle considerazioni di tutti e pronto a cambiare idea se i fatti lo dimostrano.


"One of the main contributions of Professor Murray N. Rothbard has been to show that the prehistory of the Austrian School of Economics should be sought in the works of the Spanish scholastics of what is known as the “Siglo de Oro Español” (in English the “Spanish Golden Century”), which ran from the mid-16th century through the 17th century. Rothbard first developed this thesis in 1974 (2) and, more recently, in Chapter 4 of his monumental History of Economic Thought from the Austrian Perspective, entitled on “The Late Spanish Scholastics”.(3)

However, Rothbard was not the only important Austrian economist to show the Spanish origins of the Austrian School of Economics. Friedrich Hayek himself also had the same point of view, specially after meeting Bruno Leoni, the great Italian scholar, author of the book Freedom and the Law .(4) Leoni met Hayek in the fifties and was able to convince him that the intellectual roots of classical economic liberalism were of continental and Catholic origins and should be sought in Mediterranean Europe, not in Scotland .(5)"
http://www.jesushuertadesoto.com/articles/articles-in-english/juan-de-mariana-and-the-spanish-scholastics/"

 

11. Non l'ho tradotto perché la stessa analisi DIRETTA di Rothbard (ispirata, ex aliis, al lavoro di Kauder), - in una tesi che, come abbiamo appena visto, è condivisa da Hayek a seguito del suo confronto con Bruno Leoni -, è riportata in quest'altra fonte tradotta in italiano:

"Negli anni recenti un gruppo di studiosi (la maggior parte dei quali potrebbero essere definiti “cattolici di destra”) ha posto le basi per una revisione della classica tesi riguardante la nascita della scienza economica e del capitalismo, secondo cui la teoria e le politiche economiche del laissezfaire che generarono il capitalismo si svilupparono grazie all’abbandono dei vincoli cattolici medievali

 

Secondo l’interpretazione standard il moderno spirito dell’indagine scientifica sbaragliò il dogmatismo scolastico e permise il diffondersi dello spirito individualista e razionalista; il superamento dell’autorità della Chiesa condusse all’individualismo generalizzato in tutti i campi; l’etica e lo spirito calvinista, enfatizzando il valore positivo del duro lavoro, del risparmio e dell’arricchimento invece della disapprovazione cattolica della ricchezza, condussero ad una fioritura del capitalismo; l’economia del laissez-faire si sviluppò nell’atmosfera protestante della Gran Bretagna (Adam Smith e così via).
Esiste però un’altra faccia della medaglia, dato che negli ultimi anni sono comparse alcune interpretazioni contrastanti specialmente nei campi della filosofia politica (ad esempio sull’effetto della legge naturale) e della teoria economica.

 

Tra le letture di questa Nuova Scuola vorrei suggerire: Joseph A. Schumpeter, History of Economic Analysis (New York, 1954) pp.73-142; Marjorie Grice-Hutchinson, The School of Salamanca (Oxford, 1952); Emil Kauder, Genesis of the Marginal Utility Theory-Economic Journal (Settembre 1953); Kauder, Retarded acceptance of the Marginal Utility Theory-Quarterly Journal of Economics (Novembre 1953), e Comment (Agosto 1955); e Raymond de Roover, Scholastic Economics: Survival and Lasting influence from the 16th century to Adam Smith - Quarterly Journal of Economics (Maggio 1955).

 

Questi revisionisti, più che affrontare direttamente una delle pietre angolari dell’approccio standard – L’Etica Protestante di Weber – hanno operato per vie traverse

 

È raccomandabile la critica di Weber di H. M. Robertson, Aspects of economic individualism (Londra, 1933). Ad esempio, Robertson e altri hanno mostrato che in realtà il capitalismo iniziò a fiorire non in Gran Bretagna, ma nelle città italiane del quattordicesimo secolo, cioè in zone decisamente cattoliche. Il punto principale della critica revisionista, in ogni campo, è la continuità del fatto che il capitalismo, il liberalismo, il razionalismo e il pensiero economico iniziarono molto prima di Smith e sotto gli auspici cattolici. E che inoltre gli sviluppi successivi vennero costruiti su precedenti concezioni
cattoliche (in alcuni casi retrocedendo rispetto ad esse).
Kauder, infatti, rovescia la tesi di Weber sui suoi stessi seguaci, attaccando Smith e Ricardo per aver sviluppato la “teoria del valore-lavoro” sotto l’influenza del Protestantesimo

 

Anche Schumpeter si mosse in questa direzione. L’impatto di questa importante nuova tesi è il seguente: invece di affermare che Hume e Smith svilupparono la teoria economica quasi de novo, occorre ammettere che essa in realtà è stata sviluppata nel corso dei secoli, lentamente ma sicuramente, dalla Scolastica e da cattolici italiani e francesi influenzati dalla Scolastica; che la loro dottrina economica adottava generalmente l’individualismo metodologico e metteva in risalto la teoria dell’utilità, la sovranità dei consumatori e i prezzi di mercato; e che Smith in realtà riportò indietro il pensiero economico iniettandovi la dottrina puramente britannica del valore-lavoro, allontanando così l’economia dalla strada giusta per un centinaio di anni. 

 

Potrei aggiungere che la teoria del valore-lavoro ha avuto molte cattive conseguenze. È certo che spianò la strada, del tutto logicamente, a Marx. In secondo luogo, la sua enfasi sui “costi che determinano i prezzi” ha incoraggiato l’idea che siano gli uomini d’affari o i sindacati a far salire i prezzi, piuttosto che l’inflazione governativa dell’offerta di moneta. In terzo luogo, la sua enfasi sul “valore oggettivo e intrinseco” dei beni ha condotto ai tentativi “scientisti” di misurare e stabilizzare i valori attraverso la manipolazione governativa".

 

Se solo si ha riguardo alle parti enfatizzate in neretto, si ritrova lo schema generale dei caposaldi dell'ordoliberismo elaborato dal cattolico Roepke e posto alla base dei trattati europei.

 

Per il momento, mi pare che possa bastare: i precisi meccanismi economico-giuridici che spiegano l'esistenza di una simile "cinghia" di trasmissione tra elaborazione economica della "scolastica" e nascita del moderno capitalismo del free-market, li affronteremo nella prossima puntata.

Ma sempre rammentando che "l'economia" nasce all'interno della filosofia morale, prima di affermarsi come scienza: marginalista e marshalliana, ci spiega Galbraith, punto su cui Bazaar insiste, correttamente, più volte.

49 commenti:

  1. "Toglietemi tutto ma non il mio "property right".
    Un altro po di approfondimento

    “Like all these Spanish theorists, Covarrubias believed that individual owners of property had inviolable rights to that property. One of many controversies of the time was whether plants that produce medicines ought to belong to the community. Those who said they should pointed out that the medicine is not a result of any human labor or skill. But Covarrubias said everything that grows on a plot of land should belong to the owner of the land. That owner is even entitled to withhold valuable medicines from the market, and it is a violation of the natural law to force him to sell.”
    […]
    “Molina’s defense of private property rested on the belief that property is secured in the commandment, “thou shalt not steal.” But he went beyond his contemporaries by making strong practical arguments as well. When property is held in common, he said, it won’t be taken care of and people will fight to consume it. Far from promoting the public good, when property is not divided, the strong people in the group will take advantage of the weak by monopolizing and consuming all resources.
    Like Aristotle, Molina also thought that common ownership of property would guarantee the end of liberality and charity. But he went further to argue that “alms should be given from private goods and not from the common ones.”
    In most writings on ethics and sin today, different standards apply to government than to individuals. But not in the writings of Molina. He argued that the king can, as king, commit a variety of mortal sins. For example, if the king grants a monopoly privilege to some, he violates the consumers’ right to buy from the cheapest seller. Molina concluded that those who benefit are required by moral law to offset the damages they cause.”

    http://fee.org/freeman/free-market-economists-400-years-ago/

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    1. Il mio sommesso invito a tradurre? (non per me ma per la facilitazione ceteris nec-paribus)

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    2. “Come tutti questi teorici spagnoli, Covarrubias credeva che i singoli proprietari avessero diritti inviolabili su questa proprietà. Una delle molte controversie del tempo era se le piante che producevano medicine avrebbero dovuto appartenere alla comunità. Coloro che lo affermavano sottolineavano che tale medicina non è il risultato di alcun lavoro o abilità umana. Ma Covarrubias diceva che ogni cosa che cresceva in un appezzamento di terreno doveva appartenere al proprietario terriero. Tale proprietario aveva anche il diritto di sottrarre le medicine di valore dal mercato, e sarebbe stata una violazione della legge naturale forzarlo a venderle.”
      “La difesa della proprietà privata da parte di Molina riposava sulla credenza che la proprietà è fissata nel comandamento “non rubare”. Ma egli andò oltre i suoi contemporanei portando anche forti e pratiche argomentazioni. Quando la proprietà è condivisa, egli diceva, non sarà tenuta in cura, e le persone combatteranno per consumarla. Lontano dal promuovere il bene pubblico, quando la proprietà non è divisa, le persone più forti nel gruppo saranno portate a trarre vantaggio nei confronti dei deboli monopolizzando e consumando le risorse.
      Come Aristotele, Molina pensava anche che la proprietà comune dei beni avrebbe avallato la fine della liberalità e della carità. Ma egli andò oltre argomentando che “l'elemosina dovrebbe provenire da beni privati e non da quelli comuni.”
      Nella maggior parte degli scritti di oggi sull'etica e il peccato sono applicati standard differenti al governo piuttosto che ai singoli individui. Ma non negli scritti di Molina. Egli sosteneva che il re può, in quanto re, commettere una varietà di peccati mortali. Per esempio, se il re concede un privilegio di monopolio ad alcuni, egli viola i diritti dei consumatori di comprare dal venditore più economico. Molina concludeva che coloro che ne beneficiavano dovrebbero essere costretti dalla legge mortale di compensare i danni che provocano.”
      Spero di non aver fatto errori

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    3. “Come tutti questi teorici spagnoli, Covarrubias credeva che i singoli proprietari avessero diritti inviolabili su questa proprietà. Una delle molte controversie del tempo era se le piante che producevano medicinali avrebbero dovuto appartenere alla comunità. Coloro che lo affermavano sottolineavano che tale medicinali non erano il risultato di alcun lavoro o abilità umana. Ma Covarrubias diceva che ogni cosa che cresceva in un appezzamento di terreno doveva appartenere al proprietario terriero. Tale proprietario aveva anche il diritto di sottrarre i medicinali di valore dal mercato, e sarebbe stata una violazione della legge naturale forzarlo a venderli.”
      “La difesa della proprietà privata da parte di Molina riposava sulla credenza che la proprietà è fissata nel comandamento “non rubare”. Ma egli andò oltre i suoi contemporanei portando anche forti e pratiche argomentazioni. Quando la proprietà è condivisa, egli diceva, non sarà tenuta in cura, e le persone combatteranno per consumarla. Lontano dal promuovere il bene pubblico, quando la proprietà non è divisa, le persone più forti nel gruppo saranno portate a trarre vantaggio nei confronti dei deboli monopolizzando e consumando le risorse.
      Come Aristotele, Molina pensava anche che la proprietà comune dei beni avrebbe avallato la fine della liberalità e della carità. Ma egli andò oltre argomentando che “l'elemosina dovrebbe provenire da beni privati e non da quelli comuni.”
      Nella maggior parte degli scritti di oggi sull'etica e il peccato sono applicati standard differenti al governo piuttosto che ai singoli individui. Ma non negli scritti di Molina. Egli sosteneva che il re può, in quanto re, commettere una varietà di peccati mortali. Per esempio, se il re concede un privilegio di monopolio ad alcuni, egli viola i diritti dei consumatori di comprare dal venditore più economico. Molina concludeva che coloro che ne beneficiavano avrebbero dovuto essere costretti dalla legge mortale a compensare i danni che provocavano”
      Ho corretto qualche imprecisione di traduzione che avevo messo nella versione precedente. Spero che questa sia corretta, segnalate eventuali errori

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    4. Che il Signore (degli anelli?) te ne renda merito... :-)

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    6. "Toglietemi tutto ma non il mio "property right".

      Sospettabile chiave di volta per ogni visione "naturalistica" in economia. Il concetto di proprietà è fondamentale. Una volta definito correttamente le chiacchiere vanno a zero.

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  2. Gli austriaci: quelli della Favola delle Api. Vizi privati, pubbliche virtù.

    (A proposito di doppia verità che trae origine in una doppia morale: quella del capitale e quella del lavoro. Quella del padrone, e quella dello schiavo. I Dieci comandamenti sono norme morali notoriamente asimmetriche in funzione della classe)

    Il Vangelo secondo de Mendeville

    «[Mandeville] argomentava che il proprio interesse e il desiderio per il benessere materiale, comunemente stigmatizzati come vizi, era nei fatti gli incentivi che operavano per costruire il benessere, la prosperità, e la civilizzazione.» L. von Mises

    Rothbard: un pazzo.

    In realtà, più che un economista, è stato uno storico revisionista.

    Per lui Mendeville era un proto-keynesiano: «[per Mendeville] il "beneficio" nasceva dal meccanismo pre-Keynesiano della spesa a deficit». tanto che scova una lettera di M. a Dion del 1732 pubblicata poco prima della sua morte, in cui insiste che non è il libero mercato, ma la "saggezza" e "l'abile gestione di un politico competente" che sono necessari a "trasformare i vizi privati in pubblici benefici".

    «Il lusso e la frode [per Mendeville] forniscono lavoro agli avvocati, e il furto lo fornisce ai fabbri» per non parlare dell'incendio di Londra che secondo Mendeville avrebbe dato un sacco di lavoro a chi ha dovuto ricostruire la città... scava la buca e riempi la buca! Un genio!

    Ce ne aveva anche per Hayek e per Strauss: troppo raffinati per i suoi neuroni libertariamente atomizzati.

    Ovviamente, oltre ad essere contro lo Stato sociale (per lui Hayek era un insopprtabile statalista) era contro ai movimenti per i diritti civili, e Martin Luther King sarebbe stato un ostacolo per l'emancipazione degli afroamericani (razzialmente per lui inferiori ai bianchi).

    Il femminismo era roba da "donne ebree", "lesbiche", e "Yankee protestanti"

    Credeva che i bambini fossero "beni di consumo" in accordo con le forze di mercato, e che anche se tutto ciò può apparire "superficialmente mostruoso", "chiunque" avrebbe beneficiato dal coinvolgimento del mercato in materia famigliare: insomma, vendere e abbandonare bambini era per costui cosa bella e sacro santo diritto. Nonostante molti amici si aspettavano una sua conversione al cattolicesimo (cit. Gerard Casey), ciò non avverrà mai.

    Più in generale - con un appunto a parte per i cardinali Menger e von Mises - la scuola austriaca ha più a che fare con dei predicatori invasati che con un qualche forma di economia.

    Si ricorda che il padre nobile dei padri nobili europei Coudenhove-Kalergi - mondialista dichiaratamente cristiano, filosemita e liberale - una sua nota consulenza sulla moneta unica europea se la è fatta fare durante la IIGM da von Mises.

    Menger, il fondatore della scuola austriaca, è uno dei tre padri nobili del marginalismo.

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  3. «Subjectivist doctrine of value»

    In questa dottrina morale - relativista - c'è il vero cuore reazionario del liberalismo neofeudale: il liberalismo, che nasce nominalmente in Spagna nel XIX secolo, ha un'accezione reazionaria, diversa, rispetto a quella usata durante l'illuminismo: che è appunto - orrore! - usata in contesto di inversione etica, ovvero come il rifiuto di "ristrettezze bigotte".

    Anche se la sovrastruttura etica è formalmente diversa, il "liberismo economico", nelle sue varie gradazioni, congiunge tutte le diverse "teorie filosofiche" liberali.

    L'empirismo che contraddistingue il liberalismo inglese, è connesso alle necessità contingenti alla rivoluzione industriale e al capitalismo moderno, che rimane formalmente rivoluzionario rispetto all'ordine precedente.

    L'approccio empirista causa qualcosa di terrificante per chi auspica la restaurazione: getta le basi per il positivismo in economia che, prima di essere usato per fini contrari, permette a Marx di creare il "socialismo scientifico". E cosa c'è di più scientifico delle argomentazioni di Marx sulla "teoria del valore"?

    Questo è proprio ciò che pare causi una dialettica all'interno delle élite nuove e vecchie: la Rivoluzione francese porta la nascita al centro dell'impero di Burke e dei conservatori.

    Il capitalismo liberale anglosassone, è connesso all'industrializzazione, agli Stati-nazione funzionali alle politiche industriale e alle varie "specializzazioni", alla grande industria, all'imperialismo (sì, proprio come "fase suprema del capialismo" di leniniana memoria), e, di converso, ai grandi partiti di massa, alle lotte sindacali... alla democrazia!

    Il marginalismo, e il recupero della nietzschiana travalutazione del valore del lavoro, diventa il trait d'union della grande reazione che andrei a collocare nella seconda metà dell'ottocento con l'orgia positivsta della matematizzazione marginalista.

    Voi arrivate a sfidare la filosofia morale classica con il razionalismo e la scienza? Bene: noi rispondiamo con la "religione" e lo scientismo.

    Cosa c'è che possa mettere d'accordo tutti - ESSI - se non un governo unico mondiale con mundelliana moneta unica che smantelli tutti gli Stati-nazione sotto il controllo delle menti e degli spiriti di un monoteismo totalitario?

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  4. La situazione sembra essere in rapida evoluzione, hmmmmm
    EU in Panik: Schäuble spricht vom möglichen Kollaps des Euro-Raums.

    Se tornano i conrtolli doganerieri dice la commissione UE, l'euro finirà. Schäuble parla persino di collasso del euro se Schengen fallirà.

    Solo bluff o c'è qualcosa dietro, mah. A primavera si vedrà se i flussi migratori continueranno o si fermeranno.


    Mi sà che a Brüssel le sedie si stiano surriscaldando :-)))
    Brüssel si stà mutando in un bordello fuori controllo.

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  5. (Viene in mente la "Genealogia della Morale" di Nietzsche, e la sua riflessione sul diritto illimitato - sino alla crudeltà - del creditore nei confronti del debitore insolvente.

    Un mutuo prevede etimologicamente una "simmetria morale" che non permetterebbe la manipolazione di massa delle coscienze tramite la colpevolizzazione, che circonviene i guilt system con la paura di una sentenza di morte eterna di un Giudice universale.

    La connessione tra peccato originale monoteistico e debito pubblico - "debito comune" - è inquietante. La retorica del "debito lasciato ai propri figli"... chi diventa Dio, Übermensch, o suo ministro, ha credito illimitato verso il resto dei debitori. Pardon... dei peccatori. I servi, i soldati e gli schiavi.

    Questo è il dogma della banca centrale indipendente)

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  6. Altro bel post che chiarisce ancor di più l’eziopatogenesi de fenomeno che ci tocca fronteggiare, arricchito da contributi fondamentali di quanti sono disposti a pensare per arricchire dibattito e la conoscenza.
    @stopmonetaunica: grazie anche a te (come a Bazaar) per il certosino lavoro di reperimento delle fonti; non soltanto per la ricerca e lo studio delle stesse, ma anche per la loro traduzione, sempre molto gradita da chi, come me, se la cava forse meglio con il greco classico che con l’inglese .
    “Come Aristotele, Molina pensava anche che la proprietà comune dei beni avrebbe avallato la fine della liberalità e della carità. Ma egli andò oltre argomentando che “l'elemosina dovrebbe provenire da beni privati e non da quelli comuni […].” Sul punto, mi permetto di fare qualche precisazione sulla fonte tradotta da stopmonetaunica.

    Nella sua Politica (che non può essere letta se non in stretta correlazione con l’Etica a Nicomaco di cui è la prosecuzione), Aristotele – nel libro II - si pone il problema se, nello stato ideale, la proprietà debba essere comune o meno. Il filosofo ad un certo punto afferma “[…] In realtà, la proprietà deve essere comune, in qualche modo, ma, come regola generale, privata: così la separazione degli interessi non darà luogo a rimostranze reciproche, sarà piuttosto uno stimolo, giacché ciascuno bada a quel che è suo, mentre la virtù farà sì che nell’uso le proprietà degli amici siano comuni […] ivi ciascuno, pur avendo la sua proprietà privata, mette alcuni beni al servizio degli amici e a sua volta ne usa alcuni degli amici, in quanto comuni. […] Ordunque, è meglio, come ben si vede, che la proprietà sia privata, ma si faccia comune nell’uso: abituare i cittadini a tale modo di pensare è compito particolare del legislatore” (Politica, II, 26-40).

    Aristotele, che era realista, sapeva che è connaturato nell’uomo il desiderio di possedere ed afferma che “è indicibile quanto concorra alla felicità ritenersi proprietario di qualcosa”, biasimando l’egoismo, ma affermando che “non è egoismo amare se stessi, bensì amare se stessi più del conveniente, come pure l’avidità del denaro” (Politica, II, 1263b). Aristotele, in sostanza, dimostra la necessità della proprietà privata mediante tre argomenti: 1) economico: stimola di più il lavoro; 2) argomento organizzativo: garantisce di più l’ordine nella società sviluppando il senso di responsabilità che si sviluppa quando una parte dei beni che ognuno si procura con il proprio lavoro è lasciata a proprio uso; 3) argomento politico: garantisce il mantenimento della pace nella società in quanto ognuno è contento delle sue cose.
    (segue)

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  7. A questi tre argomenti a favore della proprietà privata come sopra intesa, se ne aggiunge un altro, che possiamo definire “etico”: con la proprietà privata l’uomo può esplicare la virtus largitatis, cioè della liberalità nel donare ad altri, virtù che l’uomo non potrebbe acquistare né esercitare in quanto nullatenente (sempre Politica, II, 1263b).
    Molina, a quanto sembra di capire, è costretto a tirare la giacca ad Aristotele per portare acqua al proprio mulino, cioè per sostenere il diritto di proprietà privata (inteso come assoluto ed inviolabile dai liberisti) che non è, però, quella aristotelica ed introducendo un termine (elemosina) che non ha nulla a che vedere con l’aretè aristotelica della liberalità negli averi. Aristotele, sin dagli esordi dell’opera (Pol., libro I, 1252° e ss) ha come obiettivo il bene comune, la comunità statale e la sua “vita buona” (l’”eu zen”, Pol. I, 1252b, 27-30), mentre agli ordoliberisti il sociale fa schifo (Anche nella nostra Costituzione la proprietà è pubblica o privata. E quella privata è riconosciuta e garantita allo scopo, però, di assicurarne la funzione sociale. Non è uno scandalo riconoscere la proprietà privata secondo limiti che non possono andare contro, ma anzi devono assicurare la “funzione sociale”). E quanto non vada giù ad Hayek ed ai suoi accoliti il termine “sociale” è risaputo ed in questo blog se n’è discusso più volte (per una breve sintesi, M. Baldini, F.von Hayek, L’utopia liberale, “g) il liberale e la giustizia sociale”).

    @Bazaar: perfettamente d’accordo nell’analisi da te fatta sul relativismo etico come “cuore reazionario del liberalismo feudale” nella forma ancora più involuta. Un liberismo utilitarista in senso generico (senza distinguere tra le varie accezioni alla Bentham, alla Mill oppure alla Harsany) identificato con l’economicismo slegato da principi morali.
    “Il capitalismo è stato l’espressione della razionalità economica libera infine da ogni ostacolo. Era
    l’arte del calcolo, quale era stata sviluppata dalla scienza, applicata alla definizione delle regole di condotta. Elevava la ricerca dell’efficienza al rango di “scienza esatta”, eliminando in tal modo i criteri morali o estetici dal campo delle considerazioni che guidano le decisioni. Così razionalizzata, l’attività economica poteva organizzare le condotte e i rapporti umani in maniera “oggettiva”, vale a dire facendo astrazione dalla soggettività del decisore e sottraendolo alla contestazione morale. La questione non era più sapere se agiva bene o male, ma solo se la sua azione era correttamente calcolata. La “scienza economica” in quanto guida della decisione e della condotta da tenere, sollevava il soggetto dalla responsabilità dei suoi atti. Egli diventava il “funzionario del capitale”, in cui si incarnava la razionalità economica. Non doveva più assumere le proprie decisioni, dal momento che queste decisioni non gli erano più imputabili come persona ma risultavano da un procedimento di calcolo rigorosamente impersonale, nel quale le decisioni del soggetto non trovavano (apparentemente) alcun posto. Si applica qui bene quel che dice Husserl delle “scienze naturali” matematizzate. La matematizzazione traduce un certo tipo di rapporto vissuto col mondo circostante in formalizzazioni che “rappresentano e travestono” (vertreten und verkleiden) questo rapporto e ci dispensano dall’alimentarlo con la nostra intenzionalità. […] La tecnicizzazione consente insomma al soggetto di rendersi assente dalle sue operazioni. Essa garantisce il rigore dell’agire e del pensare sottraendo quest’ultimo alla sua soggettività, ma anche alla riflessione e alla critica” (A.Gorz, Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica, 136-138)

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    1. La citazione del lavoro di Gorz merita un encomio: l'avevo letto anni fa e pensa che recentemente, avendo dimenticato sia il nome dell'autore che l'opera, stavo scartabellando in rete alla sua ricerca :-)
      Peraltro, ricontrollato il frame, mi avvedo che Gorz cade nella facile idea che si crei più ricchezza e "meno" lavoro, creandosi la giustamente criticata categoria del lavoratore-consumatore, su cui si incentra l'ordoliberismo e l'UE (prefigurando, Gorz, alcune idee bertinottiane...il che francamente non depone bene. Ma sull'inganno della scientificità deresponsabilizzante il decidente, neo-liberista, ha una felice intuizione).
      Ne parlerò con Cesare Pozzi...

      Circa la "deformazione" del pensiero aristotelico alla sintassi e tassonomia teologico-curiale, sfondi una porta stra-aperta.
      E' un processo che è alla base del pensiero moderno, in forma di razionali elaborati per errori iniziali ad effetto cumulativo, molto più di quanto non si pensi.

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    2. Ti ringrazio anch'io per quella citazione di Husserl: è un concetto che mi sta molto a cuore e che è difficile da esplicitare.

      Teoria del valore, crisi della modernità, nichilismo "passivo", trasvalutazione dei valori, nichilismo "attivo", e riordino della società secondo le "caste" oratores, bellatores, laborares, credo siano intimamente correlati e nodo etico irrisolto che dovrebbe stare a fondamento della coscienza sociale in termini resistenziali.

      La risposta più convincente l'ho trovata studiando i principi fondanti della nostra Carta.

      Oltre che riguardo alla "matematizzazione" che nasconde le radici etiche dei paradigmi economici, è un concetto che ho provato ad esprimere rispetto alle teorie neomaltusiane: le scienze sociali hanno questo "doppio aspetto" epistemologico, scientifico e filosofico, non immediatamente comunicabile.

      Se si preme troppo sui "dati" e sulla matematica, senza ricordare le premesse "morali" - ovvero a quali dei due principali fattori del conflitto distributivo si pone interesse promuovendo una determinata teoria - si offusca il messaggio politico.

      Viceversa insistendo sulla "filosofia morale", si rende asimmetrico ciò che è naturalmente simmetrico.

      (Chissà qual era, se c'è mai stata, la vera versione del Padre Nostro e l'eventuale senso di quei debiti o peccati simmetricamente da rimettere, in via di liberazione... e non viceversa: chissà se nell'unica preghiera lasciata da Gesù si è mai fatto riferimento ad una giudizia in terra o meno. Chissà se i monoteisti hanno sempre pregato il medesimo Padre di Gesù... se effettivamente ha predicato l'Etica che gli si è sempre attribuita.)

      Leo Strauss lo individua chiaramente negli scritti politici: ci sono messaggi che, per loro natura, ovvero per tutelare gli interessi dei pochi iniziati a scapito dei molti profani, sono reticenti.

      Non può non essere così.

      Tutto il moralismo monoteistico sembra nato per paludare il conflitto distributivo e per censurare l'aspirazione alla Giustizia in terra.

      (L'utilitarismo anglosassone porta ai primi abbozzi di liberalismo sociale di Mill finendo di collassare marxianamente in se stesso con Keynes e Beveridge)

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    3. “Il capitalismo è stato l’espressione della razionalità economica libera infine da ogni ostacolo. Era l’arte del calcolo, quale era stata sviluppata dalla scienza, applicata alla definizione delle regole di condotta".

      Yamamoto Tsunetomo non fu certo tenero, al proposito, nello scrivere questo passaggio in Hagakure: "Un uomo calcolatore è spregevole. Il calcolo consiste nel pensare al guadagno e alla perdita e ciò suscita una disposizione d’animo costantemente legata al guadagno e alla perdita. Chi pensa alla morte come a una perdita e alla vita come a un guadagno non tiene la morte nella giusta considerazione, e questo è spregevole. Allo stesso modo, chi ha ricevuto una buona educazione può mascherare, con la sua intelligenza e la sua eloquenza, la codardia o la cupidigia che costituiscono la sua vera natura. Di ciò, molte persone non si rendono conto".

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    4. io ci andrei cauto con Andrè Gorz, Anch'io lo lessi anni fa e la sua critica alla società lavorista era tutta incentrata nella decrescita "felice" senza lavoro e nel ritorno ai bei tempi andati "non razionali" a zappare la terra nei campi:
      "Un ruolo importante in questa svolta sarà l’incontro con le idee di Ivan Illich del quale contribuirà a diffondere le idee in Francia. Nel 1974 andrà a trovare Illich nel suo istituto di Cuernavaca. Pioniere della riflessione ecologica, sin dagli anni Settanta analizza le relazioni tra emancipazione degli individui e critica radicale del produttivismo e del consumismo, iscrivendo l’ecologia nell’ambito del superamento del marxismo. È stato tra i primi pensatori ad utilizzare apertamente il termine “decrescita” fin dal 1977 nel suo libro Écologie et Liberté, Editions Galilée, Paris (trad. it. Sette tesi per cambiare la vita), uno dei testi fondanti dell’ecologia politica nel quale delinea una critica dell’economicismo, dell’utilitarismo, del produttivismo, dell’accumulazione, del consumo di materie prime, e di energia."
      http://decrescita.it/persone/andre-gorz/

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    5. Io distinguerei la scienza (che è ricerca della verità) dallo scientismo odierno.
      Io non ho nulla contro la scienza, la riflessione critica, le scienze matematiche, la ricerca della verità: sono caratteristiche che ci hanno portato a progressi emancipativi. Stiamo attenti a non gettare via il bambino (la ragione, la riflessione critica) insieme all'acqua (lo scientismo, il razionalismo fine a se stesso).
      ""Voi arrivate a sfidare la filosofia morale classica con il razionalismo e la scienza? Bene: noi rispondiamo con la "religione" e lo scientismo.""
      Su questo passo Bazaar ha ragione
      La scienza adesso si è trasformata in verità rivelata, così come la religione dei secoli bui. Adesso hanno creato mega istituzioni globali, che ai piccoli uomini sembrano così grosse e autorevoli che non possono certo avere torto. Onu, Ipcc, Comissione Europea, Fondo Monetario Internazionale, BCE, Fao, ecc.. sono di dispensatori delle verità "religiose" globali verso le quali i piccoli uomini sempre meno istruiti nelle scuole pubbliche si possono solo inchinare. I pochi che contestano queste verità rivelate applicando la ragione, la scienza e la riflessione critica, sono quelli che incarnano la nuova figura dell'eretico ai tempi del nuovo ordine globale.
      Sinceramente a me ciò che spaventa di più è il disvelarsi di un nuovo DOMINIO FONDATO SULL'IRRAZIONALISMO, che si ammanta all'esterno come scienza, ma che è in realtà una religione dogmatica rivestita di nuovi abiti.

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    6. Che discussione interessante. :-)

      @Bazaar: sulla questione del Padre nostro, ti riporto quanto osserva Meier (Un ebreo marginale, Brescia, Queriniana, 2002, pag. 356): "Sia nel greco classico che ellenistico, le parole per "debito" e "debitore" conservano il loro riferimento secolare e non erano usate metaforicamente, in un contesto religioso, per il peccato. Al contrario, la parola aramaica equivalente veniva spesso usata in tale senso; siamo dunque alle prese almeno con una creazione molto antica dei cristiani palestinesi di lingua aramaica[nota 19, con riferimento ad alcune fonti di Qumran], se non proprio con un insegnamento di Gesù."

      Quindi se da un lato si può ipotizzare un'origine gesuana della preghiera, dall'altra risulta plausibile che la parole venisse usata in senso metaforico. Infatti il termine debito si trova in Matteo, mentre Luca sostituisce "debiti" con "peccati" nella prima metà della richiesta, col probabile intendimento di "rendere più intelligibile la metafora della seconda metà" (Ivi, pag. 351).

      Sull'empirismo, penso ti possa piacere questa citazione di Hegel (La scienza della logica, Torino, Utet, 2004, pagg. 188-9): "L'empirismo contiene questo grande principio, e cioè che, quello che è vero, deve essere necessariamente nella realtà effettiva e deve esserci per la percezione. Questo principio è contrapposto al dover essere, di cui si gloria la riflessione e su cui si bassa il suo disprezzo per la realtà effettiva e presente, in nome di un al di là che deve avere la sua sede e la sua esistenza soltanto nell'intelletto soggettivo. Anche la filosofia, come l'empirismo, conosce soltanto quello che è, e non ciò che soltanto deve essere e quindi non c'è. Dal lato soggettivo va pure riconosciuta l'importanza del principio della libertà insito nell'empirismo, e cioè il fatto che l'uomo deve vedere egli stesso ciò di cui deve ammettere il valore nel suo sapere, deve sapervisi presente egli stesso. Lo sviluppo coerente dell'empirismo, nella misura in cui, secondo il contenuto, si limita al finito, porta però a negare il soprasensibile in generale, o, almeno, la conoscenza e la determinatezza di esso, e consente al pensiero soltanto l'astrazione e l'universalità e l'identità formale. L'errore fondamentale dell'empirismo scientifico consiste sempre in questo: l'empirismo usa le categoria metafisiche di materia, forza, e anche di uno, di molto, di universalità, ed, ancora, di infinito e così via, e sulla scorta di tali categoria procede a trarre delle conclusioni, presupponendo e applicando le forme del sillogismo, ma, nal fare tutto questo, non sa di contenere e fare della metafisica, ed usa quelle cateogire e le loro connessioni in modo del tutto acritico e inconsapevole".

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    7. "È però un Gorz che va anche oltre Marx, estremizzando l’idea dell’alienazione ed arrivando ad un “luddismo” mai dichiarato, ma presente e particolarmente virulento. Le pagine conclusive mostrano infatti tutta la sua disaffezione per l’innovazione tecnologica. “L’informatizzazione generalizzata non abolisce semplicemente il lavoro. … Abolisce il mondo sensibile, vota le facoltà sensoriali all’inoperosità, nega loro la capacità di giudicare del vero e del falso, del bene e del male”. Un attacco quasi scomposto alla tecnosofia: “tutto procede come se l’accumulazione dei beni materiali e immateriali si manifestasse come un’immensa macchina per subordinare e condizionare gli agenti del consumo e della produzione. Gli effetti esterni finiscono per rendere esterni coloro che li suscitano”. Sono parole dense, l’arrivo di un percorso filosofico personale durato decenni. Parole di dura critica al contemporaneo. E stupisce quasi che questo pessimismo dell’analisi del reale riesca poi a fondersi in perfetto equilibrio con l’ottimismo della speranza, suggerita con queste intense esposizioni sulla “società del tempo libero” e sulla scelta della multiattività."
      " La garanzia del reddito è una questione ormai anche dibattuta in Svizzera, dove è stata lanciata un’iniziativa popolare federale per inserire nella costituzione il diritto ad un reddito di base incondizionato. Gorz ne individua soprattutto due tipi possibili: un “reddito insufficiente” a proteggere contro la miseria e un “reddito sufficiente” che affranchi l’individuo dalle costrizioni del mercato del lavoro.
      Il reddito insufficiente (voluto ad esempio dai Chicago Boys) sostituirebbe gli attuali redditi di redistribuzione e sarebbe una sovvenzione pubblica agli impieghi a bassissima qualificazione e debole produttività, quindi non redditizi. Il reddito avrebbe la funzione di creare un secondo mercato del lavoro proteggendo l’economia dai paesi a basso salario e contemporaneamente limitando i diritti dei lavoratori. Questo sistema di workfare è problematico, perché stigmatizza coloro che godono di questo reddito minimo.
      Il reddito sufficiente è ben altro ed è in questo senso che si inserisce l’iniziativa popolare svizzera “per un reddito di base incondizionato”. Non sarebbe una forma di assistenza e nemmeno di protezione sociale, sarebbe piuttosto ripartizione del lavoro in modo tale che diminuisca per tutti. Spingerebbe inoltre i lavoratori autonomi a ridurre il loro tempo di lavoro.
      Ma soprattutto, e questo punto è probabilmente decisivo in tutta la costruzione teorica di Gorz, si staccherebbe il legame che si vuol far intercorrere oggi tra “valore” e “lavoro”. Il pieno sviluppo delle forze produttive dispenserebbe dal pieno impiego di queste stesse forze e permetterebbe così di fare della produzione un’attività accessoria. In pratica l’economia produttiva sfocerebbe da sola nell’eliminazione del lavoro."
      "Lo Stato assumerebbe un altro atteggiamento rispetto a quanto fatto finora. Invece di sovvenzionare l’impiego per ridurne il costo salariale, deciderebbe ora di sovvenzionare il non-lavoro accrescendo il potere dei lavoratori. È chiaro: vengono messe in dubbio l’ideologia del lavoro e il concetto di disoccupazione, viene creato il diritto a lavorare in modo discontinuo."
      http://menteallegra.blogspot.it/2014/06/read-key-cose-il-lavoro-philippe-godard.html
      Con Gorz siamo in pieno filone decrescista, GRILLINO, anti-industriale, anti-tecnologico, anti-lavorista, pro reddito di cittadinanza, pro flexicurity ma, sopratutto, ANTICOSTITUZIONALE!!! In tempi di deindustrializzazione e disoccupazione forzata ne abbiamo bisogno? Io credo di no.

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    8. Un errore di prospettiva che deriva da un'imperfetta conoscenza dell'economia; la "società del tempo libero e la scelta della multiattività" aumenterebbero il PIL. A condizione che, ovviamente, la cultura continuasse ad essere promossa dallo Stato mediante un sistema avanzato di istruzione pubblica aperto a tutti. Ma senza crescita del PIL non sarebbe finanziabile (a meno di leggere solo libri in lingua straniera e selezionati per la convenienza di un colonizzatore straniero).

      Ma è il guaio dei filosofi (specie se leggono troppo Sartre): non si rendono conto che "volendo" essere "cittadini del mondo", cioè mondialisti e antisovranisti (è proprio il caso di G.:https://it.wikipedia.org/wiki/Andr%C3%A9_Gorz), il tempo libero si trasformerebbe in pandemiche forme di abbrutimento (oggi: birrino e tablet in piazzetta con discorsi fumosi intessuti di luoghi comuni, prediffusi dalle oligarchie mondialiste).

      Normalmente l'economia del tempo libero diverrebbe un mercato complesso e in continua espansione, con molti occupati e, in prsenza di investimenti, di livelli qualificati e ben remunerati.
      Tuttavia, se ritiene che consista nell'andare a mettere su un chiosco ai caraibi, per discutere di musica e filosofia con gli avventori, occorre che ci siano produttori petroliferi, aeroplani, attività lavorative che consentono il risparmio ai turisti per viaggiare e comprare il cocktail (per quanto alternativo possa essere).

      E più di tutto una cornice tecnologica applicata che sia mantenuta e perfezionata con adeguati investimenti.
      Altrimenti si diventa cittadini del "borgo", e ci si ubriaca per la fatica di aver zappato fino a rompersi la schiena, per conto del proprietario latifondista.
      Che avrebbe il totale controllo dello Stato e, un giorno, abolirebe tutti i redditi minimi, sufficienti o insufficienti, come principale strumento di politica correttiva di qualsiasi periodo di ciclo economico avverso.

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    9. "Attraverso un pensiero fondamentalmente anti-economista, anti-utilitarista e anti-produttivista, egli combina questo rifiuto della logica capitalista d'accumulo di materie prime, di energie e di lavoro a una critica del consumismo, amplificata dalla lettura del rapporto del Club di Roma sui limiti del consumo"
      "Gorz diventa favorevole all'idea di un reddito di cittadinanza indipendente dal lavoro, sviluppando in particolare le proprie riflessioni sulla differenza tra ricchezza e valore, quest'ultimo distinguendosi per il suo carattere monetizzabile."
      https://it.wikipedia.org/wiki/Andr%C3%A9_Gorz
      "Normalmente l'economia del tempo libero diverrebbe un mercato complesso e in continua espansione, con molti occupati e, in presenza di investimenti, di livelli qualificati e ben remunerati."
      Per avere tempo libero di qualità, infatti, devo avere anche incentivare un'occupazione di qualità, devo avere uno stato che incentiva lavori che siano da servizio a chi vuole spendere bene il proprio tempo libero; devo avere una cultura di qualità, con scuola, università, ricerca e sviluppo dove c'è gente impiegata e ben remunerata che mi insegna qualcosa.
      Ma con quelli che sostengono le tesi del Club di Roma siamo sempre alle solite. Ma tutto il pensiero di questo Gorz è infarcito di palesi contraddizioni. Se sono per il reddito di cittadinanza e contro l'industrializzazione e l'impiego retribuito cosa ci compro con il mio reddito di cittadinanza, se non merci straniere di paesi produttori di tecnologia, innovazione e sapere? E' un paradiso amaro quello in cui vorrebbe farci vivere Gorz. Il paradiso del mangiare a babbo e vivere sulle spalle dei produttori stranieri, mentre la nostra industria, la nostra innovazione e la nostra scuola scompaiono. Alla fine se tutte le nazioni si comportassero così non ci sarebbero più innovazione, più tecnologia, non ci sarebbe più un'industria statale, una scuola pubblica e tutto si riassumerebbe nel spendere il nostro reddito di cittadinanza al borgo sottocasa e farsi una bella bevuta di barbera prodotto a KilometroZero, offrendo da bere a tutti i compaeasani, ballando e cantando alla festa di paese, dopo che si è passati una bella giornata "libera" a zappare nei campi. Ma anche la considerazione del lavoro all'interno dell'industria tecnologica che ha questo Gorz come prettamente alienante è un attimino da rivedere. Innanzi tutto con l'evoluzione tecnologica il lavoro può migliorare anche in qualità e sicurezza; può farci esprimere le nostre capacità anziché inibirle. La nostra Costituzione parla di lavoro dignitoso in grado di mantenere se stessi e la propria famiglia, parla di scegliere e svolgere un’attività o una funzione, che concorra al progresso materiale e spirituale della società. Questo presuppone un intervento dello Stato che sia in grado di migliorare le condizioni di lavoro e fare in modo che nel lavoro i cittadini esprimano al meglio se stessi e nel contempo siano di utilità al resto della società. E' già scritto nella nostra costituzione il superamento dell'alienazione del lavoro merce e dello schiavismo.
      Se posso permettermi una considerazione: io, dopo averli letti quasi tutti questi nuovi filosofi-sociologi "di sinistra" che si sono affacciati sulla scena da 40 anni a questa parte, in perfetta sincronia con la controrivoluzione della Trilaterale, del sessantotto, del Club di Roma, ecc...ogni giorno apprezzo sempre di più quanto scrissero i nostri costituenti molti anni prima di loro.

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    10. @stopmonetaunica Puoi rinviare il commento, andato perduto? Grazie

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    11. @quarantotto Quello delle 9:31 qua sopra pubblicato è l'ultimo che ho mandato

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    12. @Stop

      Proprio così: mi rifacevo da una parte (religione) alla "teologia" austriaca - fede in postulati ben dimostrati essere empiricamente falsi - e, dall'altra (matematizzazione) ai loro compañeros dell'economia neoclassica.

      Sulla natura dialettica dei fenomeni storici - ben difficilmente descrivibili con l'idea "statica" per cui il buon senso pop vorrebbe che il giusto stia "nel mezzo" - ecco colui che ha reso inutili o dannosi gran parte dei filosofi moderni: Hegel

      @Arturo

      Ho apprezzato sì.

      Senza metafisica non esisterebbe nemmeno la logica: senza metafisica Marx non avrebbe potuto creare il concetto di "materialismo storico". (Concetto incomprensibile per Blondet... :-) )

      Per gran parte dei logici matematici - forse la forma più alta e più complessa di astrazione umana - ad ogni "concetto matematico" corrisponde un'identità ontologica.

      Un approccio squisitamente empirista non avrebbe permesso lo sviluppo della fisica moderna di cui, ricordo, prima sono state fatte le scoperte di fisica - appunto - teorica, e solo in un secondo momento è stato possibile, grazie al progresso tecnologico, provvedere a confermare le ipotesi per via sperimentale.

      Sempre ragionando di logica matematica, è d'obbligo rimarcare che Gödel ha dimostrato l'impossibilità della non esistenza dell'Entita padre di tutte le entità: Dio.

      E se è vero, come gran parte delle più grandi menti della storia della matematica ammettono, che per ogni concetto esiste un'entità ontologica, c'è sempre con maggior inquietudine l'esigenza di chiedersi a Chi i sacerdoti dei monoteismi prestano "fedeltà"....

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    13. Pigra Cicala Mediterranea16 gennaio 2016 18:03

      @ Bazaar: (Chissà qual era, se c'è mai stata, la vera versione del Padre Nostro e l'eventuale senso di quei debiti o peccati simmetricamente da rimettere, in via di liberazione... e non viceversa: chissà se nell'unica preghiera lasciata da Gesù si è mai fatto riferimento ad una giudizia in terra o meno. Chissà se i monoteisti hanno sempre pregato il medesimo Padre di Gesù... se effettivamente ha predicato l'Etica che gli si è sempre attribuita.)

      Sul senso di quei debiti può essere interessante il riferimento al giubileo ebraico, come prescritto nel Deuteronomio 15,1-18, testo biblico risalente probabilmente all'VIII-VII sec. a.C. nei contenuti ma messo per iscritto intorno al VI sec.

      "1 Alla fine di ogni sette anni celebrerete l'anno di remissione. 2 Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l'anno di remissione per il Signore. 3 Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere. 4 Del resto, non vi sarà alcun bisognoso in mezzo a voi; perché il Signore certo ti benedirà nel paese che il Signore tuo Dio ti dà in possesso ereditario, 5 purché tu obbedisca fedelmente alla voce del Signore tuo Dio, avendo cura di eseguire tutti questi comandi, che oggi ti dò."
      Inoltre ogni 49 anni (7 volte 7) si celebrava un giubileo speciale (il termine deriva dal corno d'ariete usato per proclamarlo, detto jobel), in cui ognuno rientrava in possesso della proprietà ceduta per pagare i debiti, chi era stato ridotto in schiavitù per debiti doveva essere liberato. Ciò serviva a impedire il cristallizzarsi, di generazione in generazione, delle disuguaglianze e a operare una sorta di reset del tessuto sociale. L'autore deuteronomista è particolarmente attento alle tematiche sociali. Richiama continuamente: "ricordati che sei stato schiavo in Egitto", ma occorre considerare che storicamente si colloca al tempo della cattività babilonese e legge il passato d'Israele alla luce della catastrofe presente. In pratica riflette su quello che Israele avrebbe dovuto essere (e non è stato), cioè un pezzo di mondo sottratto all'ingiustizia e all'iniquità e dove regnasse Dio e la sua giustizia, anche e soprattutto giustizia sociale, solo così avrebbe attratto gli altri popoli alla conversione. Interessante anche Isaia 58, 4-6:
      "Non digiunate più come fate oggi,
      così da fare udire in alto il vostro chiasso.
      [5]E' forse come questo il digiuno che bramo,
      il giorno in cui l'uomo si mortifica?
      Piegare come un giunco il proprio capo,
      usare sacco e cenere per letto,
      forse questo vorresti chiamare digiuno
      e giorno gradito al Signore?
      [6]Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
      sciogliere le catene inique,
      togliere i legami del giogo,
      rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?"
      Gesù aveva certamente presenti questi e altri testi della Legge e dei Profeti, d'altra parte negli Atti degli Apostoli 2,44-45 viene così descritta la vita della prima comunità cristiana apostolica a Gerusalemme: "[44]Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; [45]chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno."

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  8. Leggendo il Suo libro (la Costituzione nella Palude), Presidente, mi sono convinto che i nostri Costituenti non potessero non avere presente Aristotele. Tenterò di spiegare questo pensiero in un altro commento. La relazione che c'è tra Etica a Nicomaco e Politica in Aristotele e certi passaggi esplicativi del Suo testo relativi ai diritti fondamentali della nostra Carta Costituzionale, rimandano automaticamente ad Aristotele ed al concetto di felicità come "eudaimonia" del personale nel collettivo e viceversa

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    1. NOn saprei: cercherei più direttamente dalle parti di Karl Schmitt, dato che il concetto di "bene comune" (che in realtà ci spiega una dicotomia contrappostivia interna al pensiero teologico), non risulta mai utilizzato, in favore del ben più chiaro (quantomeno "meno equivoco") concetto di "interesse pubblico" "interesse (o utilità) generale" ben connesso a quello dei "fini sociali" e della eguaglianza sostanziale...

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    2. Credo che più che Aristotele, che è padre spirituale dell'empirismo e del liberalismo anglosassone, sia fondamentale Platone.

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    3. @Bazaar
      A leggere la Metafisica di Aristotele, unica opera dello stagirita che abbia in corso di apprendimento, vien da pensare che, come per molti altri, sia stato anch'egli scelto e deciso essere il padre spirituale dell'empirismo, non solo anglosassone.In modo analogo, i primi due darshana (punto o modalità d'osservazione) dell'induismo, Nyaya e Vaisheshika, trattano della logica e della manifestazione fisica, ma nella visione tradizionale indù non sono contrapposti e nemmeno svincolati dalle asserzioni metafisiche finali, assai più ampie, del sesto darshana, cioè quello dell'Advaita.

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    4. @Citodacal

      Vero: come però non credo che sia un caso che sia stato Platone - di converso - ad essere stato scelto come nemico number one della "Società aperta".

      Con Platone si ha chiaro il concetto del molteplice che torna all'Uno, l'arché statuale che tramite l'azione politica come "una spola" mette insieme il conflitto sociale bilanciando kratos e dunamis.

      Con gli "interventi" di Socrate, ad un opera come la Repubblica (Costituzione!) di carattere "essenzialista", proto-machiavellana e "oggettivista", si inserisce l'elemento etico "contrastante", "confliggente", di chiaro profilo "esistenzialista", "soggettivista".

      Con la "dialettica" e lo sforzo progressivo di ricondurre il caos all'ordine, il molteplice all'Uno, oltre ad essere un'incredibile pilastro per la politica occidentale, ci trovo delle analogie incredibili con il Taoismo, da tutt'altro "fronte"... dalle citazioni che fai mi sa che mi potresti confortare o meno su questa ipotesi...

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  9. Grazie per i suggerimenti. Ci rifletterò

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  10. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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    1. La preghiera è di non utilizzare termini che risultino oggettivamente e direttamente offensivi. Evitiamo o sono costretto a non pubblicare

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    2. Versione emendata del commento di Paolo Corrado (da ora in poi epiteti ingiuriosi non verranno più pubblicati e il relativo commento sarà, se pertinente e interessante, ripubblicato con la censura delle parti "inaccettabili").
      Si prega altresì di evitare diretti riferimenti nominali a partiti politici.

      Grazie a tutti per la collaborazione.

      "Posso anche sbagliarmi, ma ho la forte sensazione che quest'anno i mercati subiranno un bel botto: no, non le banche italiane o non solo.
      È questo sarà l'occasione buona per uscire dall'euro; ma forse si andrà a schiantare da solo.

      Il rischio più grande per l'Italia è l'ignoranza pressochè totale economica ed anche finanziaria, dei governanti o della èlite italiana.
      Una miscela tra spaghetti liberisti che vorrebbero abolire lo stato intero, roba che farebbe impallidire persino i liberali più radicali del Tea Party americano, e dall'altra parte sognatori pseudosocialisti, economicamente totalmente incompetenti e ignoranti che pensano che con il "PIÙ EUROPA" si regola tutto che, poi, regolarmente vanno a sbattere la testa contro il muro, per poi ricomciare da capo con il "PIÙ EUROPA".

      Invece di andare alle radice della crisi bancaria italiana, cioè la distruzione della domanda interna di Monti e ripristinare (si scrive così?) subito la domanda interna, mandando al Diavolo Brüssel cosa fà l'Italia? Va a litigare con la commissione UE, sempre sperando nel "PIÙ EUROPA". Ussignur.

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  11. Per ragioni universitarie sto leggendo il libro dello storico tedesco Wolfgang Reinhard 'Storia dello Stato moderno' ('Geschichte des modernen Staates'), la cui prima edizione risale al 2007. Sentite un po' cosa scriveva il nostro allora (pp. 22-23): "Lo stato moderno si dà una costituzione che, fra le altre cose, lo vincola al rispetto dei diritti fondamentali e dei diritti umani, ed entro questa cornice emana leggi su cui devono orientarsi la giustizia e l'amministrazione. Esso riconosce in tal modo il principio dell'antica repubblica cittadina, già formulato da Aristotele, secondo cui il dominio deve essere esercitato dalle leggi, non dagli uomini ["la legge è l'intelletto senza passioni"].
    Tuttavia, l'aspetto decisivo non è il programma dichiarato, bensì la prassi quotidiana dello stato secondo diritto. Ma la quotidianità della sovranità statale, come si sa, è l'amministrazione. Lo stato di diritto diventa così lo stato del diritto amministrativo ben ordinato: una formula che risale all'impero tedesco. Quest'ultimo, pur essendo privo di molti connotati dello stato costituzionale democratico, si può considerare, in tal senso, stato di diritto.
    Per uno stato di diritto pienamente sviluppato in questo senso è fondamentale garantire la giustizia - compresa la tutela giuridica nei confronti dell'azione statale - attraverso la giustizia amministrativa, assicurata nella Repubblica federale tedesca dall'articolo 19, comma IV della Legge fondamentale. Inoltre, lo stato risponde delle conseguenze delle azioni dei propri organi. Le competenze e procedure dell'amministrazione devono essere note e trasparenti. I soggetti interessati all'azione amministrativa hanno diritto a essere ascoltati, partecipando così a tale azione. Sia le leggi sia le decisioni amministrative devono essere precise e stabili; è di regola escluso che siano retroattive. L'applicazione degli strumenti del potere statuale deve rispettare il principio di proporzionalità rispetto all'obiettivo.
    Lo stato di diritto così definito fu sviluppato, a partire del XIX secolo, soprattutto in Germania come governo dei giuristi e dei funzionari. Esso costituiva un vero e proprio surrogato della partecipazione democratica dei cittadini e oggi, per altri motivi, potrebbe tornare ad assumere tale funzione [!!!]. La sua realizzazione presuppone il monopolio statale della violenza, ma non richiede legittimazione democratica. Esso può dunque facilmente trasformarsi in un regime formalmente corretto ma iniquo, come accadde in Germania dopo il 1933 [se il richiamo a quei tempi bui - altro che Medioevo, se mi si consente di dirlo - lo fa un tedesco, direi che non si tratta di una semplice boutade]. È documentato infatti che la maggioranza dei giuristi e di altri funzionari fu disposta a prestare fedelmente servizio anche sotto un regime ingiusto, fintantoché il loro comportamento fosse adeguatamente legittimato sul piano giuridico [la supremazia della tecnicizzazione spersonalizzante al servizio dell'obnubilamento delle coscienze].

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  12. Persino in condizioni «normali» il potere statale e i suoi organi sono in condizione di eludere facilmente le proprie stesse leggi evitando di applicarle o disattivandole con opportune norme di attuazione. Così, ad esempio, la libertà d'informazione del cittadino recentemente introdotta per legge viene disincentivata da costi eccessivi [formazione di uno stato di oligopolio dei media in cui i "venditori" di informazioni fanno cartello e operano secondo le regole del regime di monopolio]. Inoltre, sia le leggi sia le costituzioni sono modificabili, cosa che in Germania accade talmente spesso che in alcuni campi (come quello fiscale) gli interessati perdono la visione d'insieme del diritto [in Italia, invece, caro Wolfgang, c'è una conoscenza diffusa e una fedeltà ai principi della Carta che non ti dico]. Anche questo è uno dei modi in cui la classe politica, composta prevalentemente da giuristi, si assicura il controllo sullo stato e sui cittadini. Rule of law and not of men - that means rule of lawyers and not of men (John Dewey).
    Anche i diritti fondamentali e i diritti umani hanno valore solamente in forza di un'autolimitazione del potere statale stabilita dalla costituzione. In caso di emergenza nulla e nessuno potrebbe impedire a quello stesso potere di abolire la costituzione o di creare, accanto a essa e in contrasto con essa, un regime di totale o parziale sospensione del diritto [mi raccomando, questo non ditelo ai "piddini"]. Ne è un recente esempio, oltre al Terzo Reich, la stessa democrazia-modello americana [Bazaar qui sarà d'accordissimo, e io con lui]. In situazione di emergenza, la finzione giuridica della sovranità popolare, come pure altri principi politici, non possono impedire sviluppi più di quanto possa farlo il diritto dei cittadini alla resistenza in difesa della costituzione; diritto sancito dalla Legge fondamentale tedesca (art. 20, c. IV), e introdotto a suo tempo solo per placare il malcontento nei confronti della legislazione di emergenza [teorizzazione del diritto alla resistenza in chiave cosmetica?].
    Decisivi a tale riguardo sono sempre gli interessi e il potere reale dei detentori del potere statale. Di essi fa parte anche il modo in cui essi si pongono nei confronti delle aspettative e delle consuetudini politiche dei governati. In casi estremi, infatti, solo un massiccio rifiuto all'obbedienza da parte dei cittadini, e soprattutto della polizia e dei militari, potrebbe bloccare i detentori del potere statale [utopia nella distopia?], ma ciò accade raramente, in quanto contrasta con la cultura politica dello stato moderno [più avanti Reinhard spiega come la "cultura politica" vada intesa come "prassi politica" più che come "idee e valori che regolano l'agire politico degli uomini offrendo loro orientamenti mentali"]. Pertanto, in caso di eccessi da parte del potere statale si preferirà ricorrere all'opzione alternativa di un intervento esterno [La Russia? La Ciiiiina? Gli alieni?]."

    Insomma, nel sonno della ragione dei molti, qualcuno che non si arrende all'irrazionalità economica, giuridica, storica e mette le cose nero su bianco c'è e lotta insieme a noi, prima di noi (in realtà parlo a titolo personale, magari voi avevate già capito tutto quando io dovevo ancora venire al mondo).

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    1. Mi rallegro che Wolfgang Reinhard, ragionando su cose un tempo (lontano) ovvie, giunga a conclusioni non dissimili da quelle esposte in questo blog. Senza una Costituzione che ponga dei limiti invalicabili a ogni possibile "stato di eccezione" non c'è Stato di diritto dotato di effettività (nel garantire i diritti) e il processo elettorale non sarebbe che una copertura posticcia a questo stato di cose.

      Non so se poi parli del fatto che, per aggirare il vincolo democratico delle Costituzioni, si sia escogitato il remedium magnum dei trattati sovranazionali in materia economica...

      Ma dimmi la spassionata verità; senza questo blog saresti stato effettivamente in grado di "riconoscere" la rilevanza essenziale - e molto concreta e attuale per la tua esistenza- di questa versione?
      E quanti dei tuoi colleghi studenti sono veramente in grado di rendersi conto e di porre attenzione prioritaria a questa analisi?

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    2. Questo blog è stato senza ombra di dubbio decisivo per permettermi di riconoscere l'importanza sistemica e le sottigliezze prammatiche insite nel nostro dettame costituzionale, capace di formalizzare quanto di meglio le conoscenze storiche, filosofiche, giuridiche ed economiche dell'epoca mettessero a disposizione dell'umanità tutta allo scopo di elevarne la condizione materiale e spirituale; ancora più decisivo, però, è stato nell'evidenziare con sicurezza le radici ideologiche dell'attuale costruzione europea e nel farmi conoscere tante voci anonime quali Arturo, Bazaar, stopmonetaunica e tutti gli altri validissimi commentatori, alla cui riflessione collettiva sono felice di poter offrire un contributo modesto, ma spero apprezzato (non nel senso di "retribuito" :-)). Anzi mi auguro vivamente che in futuro si possano presentare nuove occasioni per poter dialogare de visu.
      Tra l'altro, se sono entrato in contatto con questo spazio di attenta analisi e libera discussione, è grazie ad un consiglio di mia madre (che in questo momento mi sta minacciando per ottenere il riconoscimento del merito che giustamente le spetta x__x), che è a tutti gli effetti una sua pasdaràn.

      Veniamo, brevissimamente, alle note dolenti: i laureandi e laureati in giurisprudenza ed economia e commercio che conosco (e sono parecchi) si muovono immancabilmente su di uno spettro di gradazioni che va dal liberista all'anarcoliberista passando per il neoliberista, l'ordoliberista, il turboliberista, l'arciliberista, l'orcoliberista e il veteroliberista; il più delle volte a loro insaputa e con una sicumera tale che, nel peggiore dei casi, quando discuto con loro di questi argomenti, mi becco del "complottista-pessimista" (e certo, dopo che riporto puntualmente le fonti dei "padri ignobili" di questo sistema ed enuncio i principi basilari delle teorie economiche che in questa sede sono state abbondantemente analizzate) e nel migliore un "hai anche ragione, ma non si può tornare indietro: il mondo della finanza è troppo cambiato da quando c'era il Glass-Steagall e poi il mio sogno è lavorare nella City" (giuro che non me lo sto inventando: questo è ciò che mi sono dovuto sorbire all'uscita dal cinema dopo la visione di The Big Short-La grande scommessa, al ché ho risposto laconicamente così: "Scusami, ma se, giunto dinnanzi a un bivio, imbocchi la strada verso destra e ti accorgi che ti porta a schiantarti su un muro, cosa fai? Acceleri per farla finita nel minor tempo possibile o fai marcia indietro e imbocchi la strada a sinistra per vedere dove ti porta?"). Pasolinianamente, mi sono convinto di una cosa: la rinascita democratica di questo Paese non passerà da loro.

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    3. Nell'ultimo commento il "ché" va senza accento.

      Tornando al testo di Reinhard, la cui lettura da parte mia è in fieri, ci sono altri spunti lucidissimi (dunque ne consiglio vivamente la lettura) che porto alla vostra attenzione.

      Per quanto riguarda il contesto istituzionale attuale scrive: "La reazione libertaria nei confronti di simili tendenze [Unione Sovietica e "socialismo reale"] ha condotto la politica, nella seconda metà del XX secolo, a proclamare la fede nelle forze di auto-organizzazione della società e a ridurre lo stato a meri compiti di regolamentazione.
      Concretamente, tuttavia, l'auto-organizzazione della società è intesa soprattutto come economia di mercato priva di restrizioni. Il bene comune non deve venire più dallo stato, ma dall'equilibrio fra vari interessi particolari prodotto dalle forze del mercato. Questo modello è stato inizialmente sostenuto soprattutto dalla cultura anglosassone, favorito da un'idea di politica secondo cui lo stato è un semplice organo al servizio della società. In tal modo si è perso di vista il paradosso fondamentale della libertà, vale a dire il paradosso per cui una libertà illimitata fa puntualmente sì che alcuni attori approfittino della libertà generale per accumulare un potere che lascia poco spazio alla libertà degli altri [questo tema lo abbiamo elaborato di recente qui].
      Come reazione allo strapotere del mercato da una parte e dello stato dall'altra è stata sviluppata una nuova visione di civil society: termine quest'ultimo che in tedesco viene tradotto Zivilgesellschaft, per distinguerlo dal precedente termine bürgerliche Gesellschaft, che fa riferimento a uno stato composto da meri soggetti economici. In base a questa nozione esiste, accanto all'economia e alla politica, un terzo elemento sociale indipendente da entrambe, rappresentato dalla comunicazione e dall'espressione simbolica, dalla cultura e dalla socievolezza.
      Tuttavia, poiché in realtà questi ambiti si trovano da tempo sotto il controllo dell'economia e dello stato, si tratta di trovare forme organizzative che riducano tale controllo e garantiscano istituzionalmente l'attività autonoma della società civile. I pilastri fondamentali in tal senso sono innanzitutto un'opinione pubblica alimentata da mezzi di comunicazione indipendenti, e in secondo luogo le cosiddette organizzazioni non governative (Ong). Compito di queste ultime è sostenere, senza essere orientata al profitto, quegli interessi sociali che vengono trascurati dall'economia e dallo stato, soprattutto in ambito umanitario o ambientale."

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    4. Per quanto concerne il ruolo giocato dalla Chiesa nel processo che portò all'affermazione dello Stato moderno in ambito prettamente europeo la sua analisi è ancora più puntuale: "Inoltre il diritto romano aprì la strada all'istituto della persona giuridica che è alla base della vita politica moderna, e in tal modo al superamento di una collettività basata sulle relazioni personali. Tra «pubblico» e «privato» esisteva una differenza, ma il termine «pubblico» indicava soltanto la particolare sfera giuridica del re in contrapposizione a quella di altri e non, come oggi, qualcosa di strutturalmente diverso da essa. Per questo, ancora in piena era moderna non esisteva un debito di stato: solo il re era una persona giuridica responsabile, mentre lo stato non lo era ancora. Superate le varie soluzioni intermedie (come il concetto di «corona» intesa come astratto anello intermedio fra re e regno) si finì per sviluppare l'idea, basata sui precetti del diritto romano, di una persona collettiva fittizia, distinta da coloro che ne fanno parte e imperitura.
      A gettare queste basi contribuì l'interesse della Chiesa latina a garantire l'inalienabilità del patrimonio ecclesiastico [si pensi alla cosiddetta "donazione di Costantino"], prima ancora che il principio venisse applicato ai beni della corona. La Chiesa di Roma ebbe, su questo e altri punti, il ruolo di mediatrice culturale dell'antichità. il cristianesimo, che originariamente aveva mantenuto le distanze dalla politica e soprattutto dalla guerra, seppe adattarsi alla religione dell'impero romano. Da questo punto di vista l'organizzazione della Chiesa era «più moderna» di quella della giovane collettività politica dell'Europa medievale, poiché il sistema formato da parrocchie, diocesi e arcidiocesi, che aveva al suo vertice il papa, aveva carattere fortemente territoriale, e il personale ecclesiastico condivideva un'idea istituzionale della carica che faceva dei sacerdoti i primi funzionari d'Europa (Otto Hintze).
      Inoltre la rivendicazione di piena sovranità del papa sulla Chiesa fornì il modello di una monarchia illimitata che disponeva liberamente del diritto e delle leggi umane. Un docente di diritto ecclesiastico fu il primo a introdurre nel discorso politico europeo, nel XIII secolo, il concetto di «potere assoluto». Analogamente è documentato che i monarchi europei, nell'ampliamento della propria posizione di potere, presero a modello il papa.
      Tuttavia solo nella Chiesa d'occidente il pontefice riuscì a conquistare una posizione pari a quella dell'imperatore. E sebbene nell'alto medioevo rivendicasse una signoria universale, nell'Europa meridionale sopravvisse il dualismo, formulato alla fine dell'era natica, fra potere spirituale e temporale, laddove il primo inizialmente si trovò in una posizione di vantaggio. Il diritto personale distingueva fra clero e laici, e il diritto reale fra spiritualia e temporalia. Distinzione non significava però totale separazione: nella vita quotidiana le due sfere erano strettamente legate fra loro, e i monarchi d'Europa non assunsero affatto il loro carattere sacrale, ma seppero conservare un carisma cristiano per diritto proprio, che nel caso dei principi tedeschi sarebbe sopravvissuto, nell'idea di «grazia di Dio», fino al 1928.
      Questo dualismo, unico nella storia mondiale, fra potere temporale e spirituale, cui faceva però da contraltare il collegamento nella prassi fra queste due stesse sfere, che in teoria erano per l'appunto separate, non solo procurò all'Europa un lungo conflitto fra Chiesa e stato, ma diede anche all'individuo europeo uno speciale margine di libertà ideologica e pratica rispetto ai due poteri, sebbene essi non tenessero molto, di per sé, alla libertà individuale. La riforma religiosa del XVI secolo non sarebbe stata possibile senza questa tensione."

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    5. Non tu entusiamare troppo, ci sono chiari segni di moderato ordoliberismo (la teoria del "terzo elemento" è una sòla molto ben incartata): rammentiamo che l'ordoliberismo è facilmente ingannevole.
      Specie per gli italiani che non masticano economia (cioè praticamente tutti i giuristi, proff. in testa).

      Rileggiti Mortati senza farti fuorviare: il segreto è tutto lì :-) (e ENTRO quei limiti i lavori di Bodin e lo stesso Carl Schmitt, il quale concettualmente è molto chiaro nel definire il diritto pubblico e il ruolo dello Stato di diritto costituzionale contemporaneo)...

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    6. Ho appena finito di leggere il libro ed effettivamente è alquanto schizofrenico nella seconda parte: basandosi su diagnosi per lo più condivisibili suggerisce terapie incomplete o compromissorie in senso peggiorativo. La mia opinione è che, trattandosi pur sempre di uno studioso tedesco, la cultura che respira è inevitabilmente quella che è, ma sono presenti sprazzi di schiettezza analitica e critica implicita ed esplicita al sistema, specialmente nel finale (dedicato al "declino dello stato moderno").

      Riporto i passi a mio avviso maggiormente degni di nota: "Il nazionalismo non è però l'unica religione politica nuova di questo tipo. Accanto al fascismo e al comunismo si potrebbero citare oggi anche la fede nel mercato, e persino il gioco del calcio (Moshe Zimmermann)" [pag.88]

      "La mobilitazione dell'economia di guerra durante il primo conflitto mondiale condusse alla gestione dirigistica dell'economia da parte dello stato. Costretti a fronteggiare le conseguenze della guerra e della crisi economica mondiale del 1929, i governi si trovarono nella condizione di dover continuare ad assolvere a questo compito. Da allora, le responsabilità dello stato per l'andamento dell'economia e per una politica economica legittimata dalla teoria economica vengono ormai date per scontate. I ministeri economici di nuova creazione rivendicano importanza pari a quella dei dicasteri tradizionali.
      In precedenza una politica economica in questi termini era pressoché sconosciuta; al massimo si prendevano misure riassumibili con il termine mercantilismo, finalizzate ad accrescere il gettito fiscale e a mettere fuori causa la concorrenza straniera. All'inizio dell'era moderna, invece, nelle città medievali e nelle monarchie erano numerosi i provvedimenti di ordine pubblico o di politica sociale che avevano conseguenze sul commercio e i mestieri.
      Ma neanche il liberalismo ottocentesco, convinto delle virtù salvifiche della più ampia libertà di mercato, poteva rinunciare a simili regolamentazioni: l'accresciuta complessità dell'economia e della società industriale le rendeva più che mai necessarie, anche e soprattutto in Gran Bretagna, dove i liberali fin dal 1894 criticavano lo «stato interventista». Anche la più accesa politica economica neoliberale del nostro tempo, che per molti aspetti costituisce un ritorno al XIX secolo, è ormai una politica di trasformazione attiva che prevede massicci interventi nell'economia e nella società, e non un atteggiamento passivo di «lasciar fare» nei confronti delle forze economiche, nel senso di uno «stato guardiano» che non è mai esistito." [pp.95-6]

      "Il conflitto tra le due potenze mondiali, Gran Bretagna e Francia, fu combattuto su scala planetaria fin dalla guerra dei Sette anni. Ma esso ebbe scarse ripercussioni sull'Europa. La sconfitta della Francia e l'indipendenza delle colonie americane crearono una nuova situazione in cui il commercio mondiale e il controllo dei mari furono per un breve periodo appannaggio esclusivo della Gran Bretagna.
      In questa situazione non sorprende che l'Inghilterra sostenesse la libertà dei commerci e considerasse irrinunciabili le colonie e l'India." [pp.103-4]

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    7. "Questa sovraestensione pseudodemocratica dello stato burocratico e di polizia ha suscitato forti critiche, sopratutto in Germania, dove il fenomeno poteva essere ricollegato alle esperienze del Terzo Reich. Dopo che quest'ultimo aveva commesso omicidi di massa e scatenato la seconda guerra mondiale, che ebbe ripercussioni sulla vita individuale della maggior parte degli abitanti del pianeta, anche un popolo devoto allo stato come quello tedesco non era più disposto a identificarsi in esso; era invece propenso a valutarlo in base al criterio dell'utilità a fini privati. Solo così la democratica Repubblica federale tedesca, con i suoi successi di politica economica e sociale, poteva procurarsi sostenitori fedeli. È dunque prevedibile che la perdita di queste conquiste pregiudichi seriamente l'identificazione dei cittadini con uno stato non più sostenuto da una vasta legittimazione." [pag.108]

      "È sorta infatti una forte tendenza a non identificarsi più con stati e nazioni, ma con entità, gruppi e movimenti più piccoli. Si è affermata la tendenza a definirsi non più in primo luogo come francese bensì come alsaziano, o non più come persona bensì come donna. Questa evoluzione tanto importante per il destino dello stato moderno, è stata definita «rivoluzione fondamentalista». Nonostante le molte differenze di dettaglio, tutti i movimenti che seguono tale tendenza, infatti, mettono seriamente in discussione, in modo religioso o quasi-religioso, alcuni fatti considerati ovvi, come per esempio i consueti ruoli di genere o appunto lo stato moderno, e intendono rifondare su nuove basi il relativo contesto di vita. [...] movimenti che danno spesso prova di una spaventosa intolleranza." [pag.109]

      "Sebbene lo stato sociale democratico continui a dare, con le sue competenze onnicomprensive, un'impressione di forza, esso è diventato da tempo uno stato debole dal punto di vista dei suoi spazi di manovra." [pag.111]

      "Un principio essenziale dell'economia di mercato neoliberale, basata sul capitalismo socialdarwinista senza freni, è l'ottenimento di rendite inimmaginabili per gli imprenditori del passato. Paradossalmente, fra i più accaniti cacciatori di rendite vi sono i fondi pensione che gestiscono la parte della previdenza coperta da capitali. La massiccia disoccupazione consente di accrescere le rendite comprimendo i salari, o addirittura ricorrendo a licenziamenti di massa. Grazie alla politica di liberalizzazione fatta intorno alla fine del XX secolo, le imprese hanno potuto reagire all'intransigenza dello stato sul terreno delle politiche fiscali e sociali investendo in paesi in cui gli elettori hanno minori pretese, i salari sono inferiori, i sindacati più deboli, i lavoratori più indifesi, le norme ambientali meno rigorose. Persino gli investimenti nel proprio paese vengono spesso utilizzati per razionalizzazioni che comportano perdite di posti di lavoro qualificati. Dal punto di vista della politica economica, finanziaria e sociale gli stati hanno ormai solo lo spazio di manovra concesso loro dai global players dell'economia. Essi hanno perso la sovranità sul mercato, divinità del nostro tempo. Ma in questo mercato non regna la libera concorrenza di cui parlano i libri di testo di economia: a dominare sono infatti le grandi imprese internazionali. Inoltre, la caccia al denaro facile pregiudica la stabilità e l'integrità finanziaria, risorsa elementare delle economie di mercato capitalistiche." [pag.112]

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    8. "Nel frattempo, però, in vaste zone dell'Africa si è affermato un «parastato», un «dominio degli intermediari» che avocano a sé parte della sovranità e dei compiti essenziali del potere statale. Nell'Africa occidentale tali intermediari sono sia le cosiddette «organizzazioni non governative» (Ong), sia capi tribali più o meno legati alla tradizione. Poiché le Ong sono perlopiù organizzazioni estere di cooperazione allo sviluppo, si conferma la tesi secondo cui esse non sarebbero che «quasi-stati» privi di risorse sufficienti a sopperire alla domanda di servizi statali da parte dei sudditi e a svolgere una politica estera autonoma. Esse operano perciò sotto la tutela della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, e devono a volte accettare interventi di organizzazioni interstatali come l'Onu, la Nato o l'Oua (Organizzazione dell'unità africana).
      La comunità internazionale assicura loro indipendenza formale, sebbene in ultima analisi si tratti di una nuova forma di imperialismo collettivo delle principali potenze, di un nuovo tipo di Empire cui, da parte anglosassone, si attribuisce ogni sorta di effetti salvifici per i popoli interessati e per la pace mondiale. Tuttavia, quando vengono meno gli interessi delle potenze, conflitti interni possono condurre alla sostanziale disgregazione interna di una collettività che sopravvive formalmente alla «rovina dello stato»." [pp.114-5]

      "Tuttavia, il carattere statuale dell'Unione rimane frammentario. Le prerogative del parlamento sono limitate, e le decisioni generali del consiglio europeo e dei capi di stato e di governo o specifiche dei Consigli europei prevalgono su quelle della Commissione. Questa sorta di alleanza degli esecutivi dei singoli stati è sottoposta a scarsi controlli democratici persino nei rispettivi paesi. Per questo motivo, e per il fatto di aver avuto origine da un'alleanza economica finalizzata, l'Unione risente di un notevole deficit di democrazia e di stato sociale. Ciò è molto probabilmente intenzionale, poiché le classi politiche degli stati membri intendono assolutamente evitare che, come già accaduto nella formazione degli stati europei, dalla convivenza nell'ambito di istituzioni comuni nasca un popolo europeo sovrano. Non si vuole che esista una sovranità popolare europea, ma tutt'al più una «sovranità dei popoli» europei. Inoltre, è più semplice smantellare lo stato sociale in ogni singolo paese che fronteggiare un'opposizione organizzata e sostenuta su scala europea.
      In quanto alleanza finalizzata primariamente alla politica economica, l'Ue è perfettamente in linea con il contesto di globalizzazione economica del capitalismo socialdarwinista; globalizzazione resa possibile dalla politica di deregolamentazione mirata degli Stati Uniti e dei loro alleati. È vero che la strategia sopra ricordata delle imprese, finalizzata a massimizzare i profitti a spese dello stato, si realizza ancora in gran parte in Europa, ma non mancano certo le relazioni d'affari, ad esempio, con il capitalismo ibrido della Cina." [pag.117]

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    9. "Lo stato moderno, sviluppatosi nel corso di vari secoli di storia europea e diffusosi nel mondo attraverso l'espansione dell'Europa, ha già cessato di esistere. Ada aver perso validità è soprattutto il criterio della modernità tout court: l'unità, a suo tempo conquistata all'Ancien régime, tra il popolo e il potere statale, tra il territorio e la sovranità dello stato. Il monopolio statale del potere si è dissolto in favore di istanze intermedie e raggruppamenti substatali. D'altra parte, gli stati sono collegati e vincolati a livello sovranazionale in un modo che non può più essere adeguatamente compreso utilizzando le vecchie categorie di un diritto internazionale fra stati sovrani.
      Di conseguenza, la politica statale non è più in grado di creare alcunché, né di risolvere alcun problema: può solo arrabattarsi alla meglio. All'evento politico reale subentra l'evento messo in scena; si discute, anziché di questioni concrete, della sensazione estetica suscitata dalle persone. La politica diventa uno sport da spettatori, le elezioni si riducono alla misurazione dell'intensità dell'applauso." [pp.118-9]

      "Inoltre, sebbene quest'ultimo [lo stato] non abbia più il monopolio della violenza esterna e interna, e recentemente persino dell'attuazione delle pene, esso si presta ancora a svolgere funzioni regolatorie e repressive.
      Anziché uno stato centralizzato, sembra che si stia sviluppando una collettività con numerose istanze intermedie: un «nuovo medioevo» privo tuttavia (a differenza del precedente) di idee valoriali in comune. La società come totalità è priva di volontà comune ed è tenuta a malapena insieme da ciò che resta del potere statale o da interessi economici. La volontà generale su cui si regge lo stato, propria della filosofia dell'identità democratica, ha abdicato in favore di identità di gruppo in concorrenza fra loro. I gruppi si incontrano ormai solo sul mercato. E tuttavia è ragionevole supporre che i meccanismi di mercato da soli non bastino a regolare i rapporti fra gruppi, poiché nemmeno un livello minimo di disponibilità all'intesa è ottenibile a costo zero in termini morali.
      È prevedibile che la generale sovraofferta di forza lavoro in una situazione di capitalismo priva di controlli crei in tutto il mondo una società polarizzata in modo nuovo. Una parte della popolazione, dotata delle qualifiche richieste in un determinato momento, vivrà nella ricchezza e nel lusso, mentre agli altri rimarrà la scelta tra il lavoro salariato sottopagato e privo di garanzie, che si diffonde sistematicamente, e la disoccupazione: non necessariamente la miseria, ma una grande frustrazione.
      Il problema politico nell'ambito dello stato consisterà nel rapporto numerico tra quei due gruppi. Una società composta per due terzi da ricchi o comunque da benestanti, che sarebbero dunque in maggioranza, potrebbe rimanere democratica. In una società dove due terzi della popolazione sono persone povere, viceversa, la democrazia metterebbe a rischio l'arricchimento senza riserve; tale società dovrebbe quindi adottare un regime autoritario o peggio.
      C'è chi guarda lontano nelle sue analisi strategiche e si prepara già ai nuovi conflitti prodotti dal «pianeta degli slum». La rovina dell'agricoltura dei paesi poveri porta infatti un numero sempre maggiore di persone ad affluire nei ghetti delle megalopoli, e dunque le forze autosalvifiche proclamate con successo dai liberali (l'utilizzo di terre libere e il trasferimento dell'attività economica nel settore informale) non trovano i territori e le nicchie di mercato di cui hanno bisogno. In questa situazione, ai dominatori del pianeta non mancano certo le tecnologie repressive, ma gli emarginati hanno dalla loro parte «gli dèi del caos» (Mike Davies)." [pp.119-120]

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  13. Alla fine, come nei migliori gialli, l'assassino è quello più vicino a noi, e il più insospettabile. Può sicuramente tirarsi un filo comune a diritto romano, rielaborazione dottrinale operata dalla Chiesa e società dei mercanti dell'epoca di comuni e signorie e poi delle repubbliche marinare e del Rinascimento.
    Per inciso, solo una società intimamente capitalista, fondata su rapporti finanziari di credito-debito, avrebbe avuto la necessità, e la capacità, di inventare, con il frate francescano (eh eh eh) Luca Pacioli, le scritture contabili in partita doppia.
    E d'altra parte quest'origine così lontana e profonda dell'ordoliberismo mi sembra che possa individuare uno dei motivi per cui i suoi valori fanno così presa nell'uomo "comune". L'ordoliberismo post-bellico potrebbe cioè, piuttosto che aver costruito (dis)valori ex novo, essersi limitato a richiamare determinate suggestioni già radicate nel corpo sociale e soltanto superficialmente scalfite dalle nuove idee introdotte dalla Carta costituzionale.

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  14. http://www.maurizioblondet.it/2951-2/ interessantissimo post che sostiene l'inconciliabilità tra l'insegnamento della Chiesa e il liberismo. Impressionante la citazione di Mario Pirani, fanatico sostenitore dell'indipendenza della banca d'Italia.

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