giovedì 18 febbraio 2016

BREXIT-DELIRIUM. IL FANTASMA MOLTO VIVO DELLA COOPERAZIONE ECONOMICA EXTRA-UE (L'Islanda e la Svizzera guerrafondaie?)


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Nobel per la pace all’Europa, l’ironia di Twitter: i tweet più cattivi [FOTO]

1. La storia della Brexit deve dare molto fastidio. 
Abbiamo visto come i principali infastiditi siano gli USA che, nel manifestare la propria contrarietà, devono ammettere che il Regno Unito dentro l'UE serve a guidarla meglio (cioè "ancora" meglio), verso i propri interessi.

Non risulta perciò sorprendente che si animi, nel sistema mediatico europeista "a prescindere" (dai fatti e dai dati), un singolare quadro di deterrenza propagandistica anti-Brexit
Nella consueta scissione tra stime espertologiche, alquanto "pop", e  argomenti, molto più aderenti ai fatti dell'economia reale e della finanza pubblica, che animano l'effettivo dibattito nel Regno Unito, su "Affari &; Finanza" de La Repubblica, si ipotizza che l'uscita dall'UE dovrebbe "costare circa 11 miliardi in tariffe doganali e l'equivalente di una perdita di circa 176 sterline l'anno per ogni cittadino e di 426 sterline per ogni famiglia".
Gli europeisti, che esistono anche in UK e che, secondo l'articolo, alla fine trovano i loro principali esponenti nei "mercati finanziari" e nella Bank of England - e già questo dovrebbe significare "qualcosa"- ammoniscono che "l'uscita dall'Unione precipiterebbe questo paese in una condizione da Corea del Nord comunista, distruggendo il suo import-export".

2. Non solo, ma trattandosi di preoccupazioni provenienti da ambienti molto finanziari (che più finanziari non si può), il monito sulla "distruzione dell'import-export" si estende curiosamente a un aspetto che, forse anche per un lettore di Repubblica, dovrebbe risultare alquanto "singolare", in quanto contraddittorio. 
Sentite un po': "Un'analisi della banca di investimenti Goldman Sachs (che è tra i finanziatori della campagna per il sì alla Ue, dunque non un commentatore neutrale) avverte che il Brexit (Britain exit, cioè Britannia esce - sottinteso dall' Europa) provocherebbe un ritorno della sterlina a livelli non più visti dal lontano 1985".
E dunque, mettendo insieme gli argomenti dell'articolo, siccome una banca d'affari USA come G&S dice che la sterlina si svaluterebbe, ne conseguirebbe una distruzione dell'import-export: ma come, tutti e due insieme e a seguito di una svalutazione?
Ma non ci stanno ora dicendo che il QE di Draghi, svalutando l'euro rispetto al dollaro, sarebbe alla base della "lenta e moderata" ripresa dell'eurozona in quanto favorisce le esportazioni (extra-UEM)? 
Perchè dunque svalutare la sterlina dovrebbe distruggere l'export britannico?

3. Si implica: perché quest'ultimo sarebbe assoggettato a forti dazi come rappresaglia, cioè come decisione politica, adottata, si deve supporre, compattamente dagli ex partners UE.
Peccato che, su un primo piano giuridico ed economico, questa minaccia sia altamente irragionevole: attualmente, infatti, come abbiamo visto (p.7), i britannici  "sanno di essere il mercato di esportazione leader per l'Unione europea (cioè sono forti importatori dai partners UE)".  
Evidentemente non lo sanno, o non lo dicono, i giornalisti italiani.
L'importante è che lo sappia l'Istat del Regno Unito. La realtà infatti ci offre questo dato, laddove per ben oltre il 50%, il saldo passivo delle partite correnti britanniche è realizzato nei confronti dei paesi UE:

http://cdn.static-economist.com/sites/default/files/imagecache/original-size/images/print-edition/20150110_BRC644.png


graph_UK_current_account
E il peggioramento del saldo, in coincidenza con la svalutazione dell'euro e la rivalutazione corrispondente della sterlina, lo si può vedere nel 2015, proprio rispetto al mercato dei "beni" (escludendo i servizi e i redditi da investimenti che sarebbero il settore più "forte" di saldo attivo UK):

 http://chart.finance.yahoo.com/z?s=EURGBP=X&t=5y&l=on&z=m&q=l

https://content.markitcdn.com/corporate/Company/Files/NewsCommentaryContentImage?cmsId=70e4d5c4c7c443899d1907030511ead7&version=1

4. Insomma, il Regno Unito non si troverebbe svantaggiato da una svalutazione della sterlina, considerata l'incidenza di questo fattore rispetto ai suoi principali partners UE, che sono essenzialmente degli esportatori in saldo attivo verso i britannici, secondo le ben note linee del mercantilismo nord-UE(M), e considerato quanto sia un grosso e reale problema, per UK, l'accumulo di deficit delle partite correnti:

http://www.economicshelp.org/wp-content/uploads/blog-uploads/2012/11/oecd-changes-current-account-2008-12.png
E con ciò cade la connessione dell'argomento "G&S", relativamente alla distruzione dell'import e, più che altro, dell'export; argomento irreale (o, come spesso accade nel pensiero €uropeo, surreale, o dadaista) basato sulla svalutazione della sterlina.  
Una svalutazione che certo non fa piacere ai rentiers finanziari globali, perchè una moneta forte non è abbastanza deflazionista: mentre una moneta più debole tende a essere, più o meno, re-flazionista, nella misura in cui le importazioni costano certamente di più, ma, per ciò stesso, vengono ad essere inibite dall'effetto di svalutazione monetaria, esattamente come questo favorisce le esportazioni del paese medesimo.

5. Ma l'altro aspetto da considerare è questa storia dei forti dazi che verrebbero imposti a merci e servizi UK
Sorge spontanea la domanda: perchè i paesi esportatori in attivo verso il Regno Unito dovrebbero autolimitarsi ulteriormente questo mercato di sbocco, in aggiunta all'effetto della svalutazione, solo per "punire" le sue esportazioni? 
Questo non ha nè senso economico, nè giuridico, in corrispondenza del quadro del diritto internazionale, nonché delle relazioni politico-commerciali intraeuropee, esterne all'UE, e neppure del quadro del diritto "europeo".

In questo quadro, anzitutto, il referendum non implica, a norma dei trattati, l'effetto automatico della Brexit.  
Il suo esito sarebbe solo il presupposto "interno" per avviare la procedura di recesso di un paese membro prevista dall'art.50 del TUE.
Ma come abbiamo visto in lungo e in largo ne "La Costituzione nella palude", questa procedura, "serenamente" praticabile da uno Stato non aderente all'eurozona (perché non soggetto al ricatto della BCE sul modello "Grecia"...e, allo stato, anche "Italia"), pone capo a un trattato ulteriore e diverso che, a norma del paragrafo 2 dell'art.50, non regola solo le modalità concrete del recesso ma anche le "future relazioni con l'Unione".

6. E come mai potrebbero essere regolate queste relazioni? Ricorrendo, come implica l'articolo di Repubblica al trattamento di massima chiusura doganale e tariffaria, stile "Corea del Nord"?
A prescindere dalla comune adesione dell'UE e del Regno Unito alla regolazione liberalizzatrice dei commerci del WTO, e per rimanere al quadro attuale dei trattati, l'accordo in questione tra UE e UK, dovrebbe rimanere quantomeno ancorato alla lunga tradizione della "cooperazione economica, finanziaria e tecnica con i paesi terzi", quale prevista dall'art.212 del TFUE
"...l'Unione conduce azioni di cooperazione economica, finanziaria e tecnica, comprese azioni di assistenza specialmente in campo finanziario, con i paesi terzi diversi dai paesi in via di sviluppo" (art. 212, par.1). 
Ed infatti "Nell'ambito delle rispettive competenze,  l'Unione e gli Stati membri collaborano con i paesi terzi e con le competenti organizzazioni internazionali. Le modalità della cooperazione dell'Unione possono formare oggetto di accordi tra questa e i terzi interessati" (par.3).
Nel caso specifico, non semplicemente "possono", ma "devono" essere oggetto di accordo, in virtù della vista previsione esplicita di accordo regolatore del recesso e delle "future relazioni" nell'ambito della procedura ex art.50 TUE.

7. D'altra parte, non si vede perché, per tutti i motivi di convenienza economica sopra visti, i paesi "esportatori" UE debbano adottare verso il Regno Unito un atteggiamento più duro di quanto, nel quadro normativo dei trattati, abbiano finora riservata a paesi come, ad esempio, Norvegia e Svizzera.
Forse che tali paesi, - che a differenza di UK, sono tra l'altro tendenzialmente (in disparte la crisi dei prezzi petroliferi , per la Norvegia, e le rivalutazioni monetarie "obbligate" per la Svizzera) esportatori netti verso l'UE-, hanno visto il loro import-export (che non sono mai lo stesso fenomeno) "distrutto" ed il loro ruolo equiparato a quello della Corea del Nord?

8. Tutt'altro: in passato c'era stata - e in parte ancora opera-, l'Associazione europea di liberoscambio, (AELS, in Italia viene utilizzato l'acronimo EFTA dall'inglese European Free Trade Association): 
"...fondata il 3 maggio 1960 come alternativa per gli stati europei che non volevano, o non potevano ancora, entrare nella Comunità Economica Europea, ora Unione europea; la sua sede è a Ginevra, ma l'associazione ha uffici a Bruxelles e nel Lussemburgo.
La Convenzione di Stoccolma fu firmata il 4 gennaio 1960 da sette stati: Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e Regno Unito. L'anno successivo, la Finlandia si associò all'AELS, diventandone un membro a tutti gli effetti nel 1986. Nel 1970 entrò a farne parte l'Islanda e nel 1991 fu il turno del Liechtenstein
Già nel 1972 Danimarca e Regno Unito decisero però di lasciare l'Associazione, preferendole la CEE; lo stesso fecero il Portogallo nel 1985 e l'Austria, la Finlandia e la Svezia nel 1995 (nel frattempo la CEE aveva preso il nome di UE - Unione europea). 
Quindi l'AELS è attualmente costituita da quattro stati: Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera; ovviamente nessuno di questi fa parte dell'UE. La Convenzione di Stoccolma fu successivamente sostituita dalla Convenzione di Vaduz."

9. Successivamente, ai sensi dell'attuale art.217 del TFUE, questo accordo è stato esteso, nel senso della maggior integrazione economica e commerciale, con un ulteriore trattato per creare lo "Spazio Economico Europeo".

"Note sintetiche sull'Unione europea - 20161
LO SPAZIO ECONOMICO EUROPEO (SEE), LA SVIZZERA E IL NORD.
Lo Spazio economico europeo (SEE) è stato istituito nel 1994 allo scopo di estendere le disposizioni applicate dall'Unione europea al proprio mercato interno anche ai paesi dell'Associazione europea di libero scambio (EFTA). La legislazione dell'UE relativa al mercato interno diventa parte della legislazione dei paesi SEE una volta che questi ultimi accettano di recepirla. 
L'attuazione e la concreta applicazione sono quindi assoggettate al controllo di appositi organismi EFTA e di un Comitato parlamentare misto.
L'UE è inoltre legata a due dei suoi partner SEE (la Norvegia e l'Islanda) da varie «politiche settentrionali» e forum incentrati sulle aree più settentrionali dell'Europa, in rapida evoluzione, e sulla regione artica nel suo insieme. La Svizzera, pur non facendo parte del SEE, resta un membro dell'EFTA. 
Gli oltre 120 trattati bilaterali settoriali che legano il paese all'UE includono per lo più le stesse disposizioni adottate dagli altri paesi SEE nei settori della libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali. Le relazioni bilaterali sono state, tuttavia, messe a dura prova a seguito dell'iniziativa anti-immigrazione lanciata nel febbraio 2014 e il cui esito ha messo in discussione i principidella libera circolazione e del mercato unico su cui si fondano tali relazioni.
BASE GIURIDICA
Per il SEE: articolo 217 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (accordi diassociazione)
Per la Svizzera: accordo in materia di assicurazione del 1989, accordi bilaterali I del 1999, accordi bilaterali II del 2004
IL SEE
A.Obiettivi
La finalità dello Spazio economico europeo (SEE) è estendere il mercato interno dell'UE ai paesi dell'Associazione europea di libero scambio (EFTA) che non intendono aderire all'UE o che non l'hanno ancora fatto.
B.Contesto
Nel 1992 gli allora sette membri dell'EFTA negoziarono un accordo che consentiva loro dipartecipare all'ambizioso progetto del mercato interno della Comunità europea, avviato nel 1985 e completato alla fine del 1992. 
L'accordo relativo allo Spazio economico europeo (SEE) fu sottoscritto il 2 maggio 1992 ed entrò in vigore il 1° gennaio 1994. 
Il numero dei membri EFTA/SEE era però destinato a diminuire nel giro di breve tempo: la Svizzera scelse di non ratificare l'accordo a seguito dell'esito negativo di un referendum in materia, mentre l'Austria, la Finlandia e la Svezia aderirono all'Unione europea nel 1995. Rimanevano così nel SEE solo l'Islanda, la Norvegia e il Liechtenstein (e tali sembrano senz'altro destinati a rimanere, mentre la Svizzera, ancora membro dell'EFTA, come vedremo, ha una storia di trattati sua "peculiare", ndr.).
I dieci nuovi Stati membri che hanno aderito all'UE il 1° maggio 2004 sono diventati automaticamente anche membri del SEE, così come la Bulgaria e la Romania quando hanno aderito all'Unione nel 2007 e la Croazia nel 2013.
Nel giugno 2009, anche l'Islanda si è candidata ad aderire all'UE come via d'uscita dalla crisi finanziaria globale del 2008. Il Consiglio ha accettato la candidatura dell'Islanda il 17 giugno 2010 e i negoziati sono iniziati nel giugno 2011. 
Tuttavia, a seguito delle elezioni parlamentari dell'aprile 2013, la nuova coalizione di centro-destra, formata dal Partito dell'indipendenza e dal Partito progressista, ha interrotto i negoziati subito dopo il suo insediamento, rilasciando una dichiarazione nel maggio 2013 e ritirando ufficialmente la domanda di adesione nel marzo 2015. Il governo ha sostenuto che la richiesta di adesione fosse stata solo una mossa da parte del precedente governo socialista, senza un ampio sostegno da parte della popolazione, e che gli interessi islandesi fossero meglio salvaguardati restando aldi fuori dell'UE. Sebbene in quel momento il ritiro abbia scatenato grandi proteste — avendo evitato l'iter parlamentare e il referendum — il dibattito interno sulla questione sembra essersi affievolito e così sembra essere destinato a rimanere, se non per sempre, almeno fino alla fine dell'attuale mandato di governo.
C.Ambito di applicazione del SEE
Il SEE trascende i tradizionali accordi di libero scambio (ALS) in quanto estende l'insieme dei diritti e degli obblighi legati al mercato interno dell'UE ai paesi EFTA (ad eccezione della Svizzera). Il SEE include le quattro libertà del mercato interno (libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali) e le relative politiche (concorrenza, trasporti, energia nonché cooperazione economica e monetaria). 
L'accordo include politiche orizzontali strettamente correlate alle quattro libertà: le politiche sociali (inclusi la sanità e la sicurezza sul lavoro, il diritto del lavoro e la parità di trattamento tra uomini e donne), le politiche in materia di protezione dei consumatori, ambiente, statistica e diritto societario, nonché una serie di politiche di accompagnamento come quelle relative alla ricerca e allo sviluppo tecnologico, non sono basate sull'acquis dell'UE o su atti giuridicamente vincolanti, ma sono attuate mediante attività di cooperazione.
 
D.I limiti del SEE
L'accordo SEE non detta disposizioni vincolanti in tutti i settori del mercato interno o in riferimento ad altre politiche previste dai trattati dell'UE. Più specificamente, le sue disposizioni vincolanti non riguardano:
la politica agricola comune e la politica comune della pesca (sebbene l'accordo contenga disposizioni in materia di scambi commerciali di prodotti agricoli e ittici);
l'unione doganale;
la politica commerciale comune;
la politica estera e di sicurezza comune;
il settore della giustizia e degli affari interni (anche se tutti i paesi EFTA fanno parte dellospazio Schengen); oppure
l'unione economica e monetaria (UEM)."

10. La Svizzera, poi, invece di essere relegata allo status di "Corea del Nord", "stranamente", ha svolto una vasta attività negoziale di integrazione commerciale e tariffaria con l'UE, inclusa l'adesione, da paese non UE, al trattato di Schengen (tra l'altro). Questo è un quadro riassuntivo i cui dettagli possono essere agevolmente verificati sulla fonte ufficiale del governo della Confederazione:
"I principali accordi bilaterali Svizzera-UE
I primi Accordi
1972 Libero scambio dei prodotti industriali
Abolizione degli ostacoli sui prodotti industriali (dazi doganali, contingenti);
1989 Assicurazioni
Stessi diritti di stabilirsi per le compagnie di assicurazione (eccetto il settore dell’assicurazione vita);
1990 (integralmente riveduto nel 2009) Facilitazione e sicurezza doganali 
Regole sui controlli e sulle procedure doganali (regola delle 24 ore);
 Interesse: Accesso reciproco al mercato

Libero scambio
Contenuto:
• L’accordo crea una zona di libero scambio tra la Svizzera e l’UE per prodotti esclusivamente industriali.
Vieta dazi doganali e misure di effetto equivalente per i prodotti industriali con origine nel territorio di entrambe le parti contraenti nonché qualsiasi restrizione quantitativa all’importazione o all'esportazione (contingenti).
Portata dell’Accordo:
Importante per l'economia svizzera poiché nel 2014 il 55 per cento delle esportazioni svizzere (circa 114 miliardi di franchi) erano dirette verso l'area UE e, viceversa, 73 per cento delle importazioni svizzere (circa 131 miliardi di franchi) provenivano dall'UE.
Entrata in vigore: 1973."

11. Naturalmente, tutti questi principi economici e giuridici, e questi rilevantissimi precedenti negoziali che li concretizzano, valgono sia per la Gran Bretagna che, nelle medesime condizioni, per la stessa Italia
L'esempio svizzero smentisce, in base a un pronostico di ragionevolezza e di rispetto dei principi di diritto internazionale comuni alle Nazioni civili, che l'import e l'export siano "vendicativamente" regolati in termini punitivi e non cooperativi al di fuori dell'appartenenza all'UE (e in occasione dell'accordo di recesso previsto dall'art.50 del trattato in caso di Brexit).

E notare che questo alto grado di integrazione economica, obiettivamente cooperativo, non ha implicato alcuna questione relativa alla "cessione di sovranità" dei paesi cooperanti. E anche soddisfatti, a quanto ci attestano i fatti storici, di queste reciproche relazioni.

Avete mai sentito di nazionalismi aggressivi di Svizzera, Norvegia o...Islanda? Insomma, Westfalia e guerra coincidono solo nelle predicazioni tese a conservare un federalismo imperniato sull'asimmetrica dominanza tedesca.

Rimane il fatto che, la storia dei rapporti negoziali e commerciali tra paesi europei, anche successivamente alla venuta ad esistenza dell'UE, indica come la cooperazione economica, doganale, tariffaria e finanziaria sia un fenomeno del tutto naturale, come lo è sempre stato anche in passato e senza passare necessariamente per l'imposizione di un federalismo.
Stati democratici e sovrani, vicini tra loro e forti di una tradizione di scambio economico e culturale che risale a molti secoli prima dell'UE, instaurano, appunto "naturalmente", rapporti di cooperazione economica: molto più elastici, stabili e convenienti di quanto si stiano rivelando quelli fondati sui trattati europei.
Cioè, proprio al di fuori dell'eurozona e dell'UE, si è naturalmente instaurato un tipo di relazioni veramente cooperative, e non mercantilistiche a favore dei paesi più forti, che impongono il contenuto dei trattati in chiave di integrazione "politica" e di "vincolo esterno": proprio perchè queste relazioni si svolgono nell'ambito di trattati a CONVENIENZA RECIPROCA ED EGALITARIA, come prescrive l'art.11 della Costituzione. 

27 commenti:

  1. Ecco l'articolo di approfondimento che tutti dovrebbero leggere quando paventano disastri dall'uscita di un Paese aderente dall'Unione Europea: la cooperazione, e credo che la GB voglia cooperare in questo ambito, può essere attuata con l'adesione ad accordi già esistenti come per gli Stati fuori UE o ad accordi bilaterali che vedrebbero i Paese aderenti non in situazione di oggettiva subordinazione ma in un'ottica win-win.

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  2. Se fossi nel governo britannico mi preoccuperei più che altro per l'andamento pesantemente e strutturalmente negativo della bilancia dei pagamenti da 15 anni a questa parte. Mi sa che la Gran Bretagna ha proprio bisogno di una bella svalutazione della sterlina...
    Come fanno le finanze inglesi a stare in piedi con una bilancia dei pagamenti messa così?

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  3. E' il (secondo me) molto saggio approccio neorealista: "Nell’ambito internazionale l’assenza di una giurisdizione accentrata non equivale a una situazione di anomia e di anarchia nel radicale senso hobbesiano del bellum omnium contra omnes. Hobbes stesso, del resto, distingueva fra lo "stato naturale puro" degli individui e lo "stato di natura”
    degli Stati e implicitamente attenuava, nel secondo caso, l’i­potesi panconflittualista. Nonostante la possibilità della guerra — sempre incombente e frequentemente praticata — non si può dire, neppure da un punto di vista rigorosamente realistico, che una situazione di status statui lupus, per dir così, rappresenti la normalità nei rapporti fra gli Stati. Gli attori statali, pur in assenza di una generale "armonia di in­teressi” e perciò in aspra competizione fra di loro, non vivo­no in una situazione permanente e onnilaterale di conflitto a somma zero. Al contrario, mostrano la tendenza, sia pure in chiave fortemente selettiva e nel contesto di imponenti asim­metrie di potere e di risorse, a interagire, ad "adattarsi" e a cooperare con gli altri attori alla ricerca di vantaggi recipro­ci. Si tratta di una condizione che potrebbe essere definita "anarchia cooperativa" o, per usare il penetrante ossimoro proposto da Kenneth Waltz, "ordine anarchico”. Oppure,per sottolineare i rapporti di socialità che comunque caratte­rizzano il sistema "anarchico” degli Stati sovrani, si potreb­be parlare di "società anarchica", secondo l’interpretazione realistica della tradizione groziana proposta da Hedley Bull nel suo classico lavoro. Soltanto un realismo arcaico e dogmatico può ancora rappresentare gli Stati, in particolare gli Stati democratici, come attori "razionali" paretianamente impegnati a massi­mizzare il loro potere e la loro ricchezza in un contesto di perfetta anarchia e quindi a scapito di tutti gli altri sogget­ti." (Danilo Zolo, Cosmopolis, Milano, Feltrinelli, 1995, pagg. 128-9).

    Non si capisce com'è che si vedano spuntare ordini spontanei ovunque, tranne che nei rapporti fra gli Stati: "Secondo una classica proposizione sistemica, in condizioni ambientali di elevata complessità, interdipendenza e tur­bolenza, l’ordine, per quanto in forme imperfette e precarie, può emergere spontaneamente dal disordine. Ma si tratta di un ordine flessibile e policentrico, essenzialmente non ge­rarchico. Nonostante ogni apparenza contraria, una strut­tura normativa monocentrica e gerarchica può avere invece l’effetto di frenare nel lungo periodo lo sviluppo dei fattori di equilibrio sistemico e provocare più gravi conflitti. È dunque lecito domandarsi se, in presenza di una elevata complessità e turbolenza dell’ambiente internazionale, una dose altrettanto elevata di indeterminatezza e di disordine normativo non sia preferibile alla ricerca di un ordine giuri­dico completo e universale." (Ibid., pag. 132)

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  4. Ancora: "Per quanto riguarda la tesi federalistica radicale, penso che essa debba essere ridimensionata. Sia pure nel quadro di un ampio pluralismo morfologico dei soggetti internazio­nali, gli Stati nazionali conserveranno ancora a lungo fun­zioni importanti, che non potranno essere assorbite da strutture di aggregazione regionale, come invece vorrebbe, ad esempio, l’enfasi federalistica dei fautori di un'integrale unificazione europea o come proponeva il suggestivo dise­gno del federalismo mondiale tracciato trent’anni fa dall'in­diano Rajini Kothari. In tutti i casi in cui la forma politica dello Stato moderno realizza un rapporto ottimale fra esten­sione geopolitica e lealtà civile, esso svolge già per questo motivo una funzione preziosa, anche nei confronti degli ec­cessi del nazionalismo etnocentrico. E la realizza tanto più se si tratta di uno "Stato di diritto", impegnato nella tutela dei diritti fondamentali dei cittadini e degli stranieri. E svolge una preziosa funzione protettiva proprio a tutela del­l'identità collettiva dei paesi più deboli, dei più esposti alle pressioni di una globalizzazione estraniatrice." (Ibid., pag. 159)

    (Notare il friedmaniano spettro della Corea del Nord...).

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    1. Una domanda sorge prepotentemente: ma Danilo Zolo cosa ha poi detto sulle vicende derivate dalla Unione europea fino ai nostri giorni?

      Questa sua consapevolezza a quali fatti storici, oggi così tangibili e drammatici, si è poi agganciata?
      Un coerente sviluppo del pensiero così espresso, lo porrebbe come voce "naturale" accanto a quelle di cui cerchiamo di dare testimonianza in questa sede...Per fare un esempio

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    2. ...buona domanda. La risposta, per quel che ho visto finora (oltre a Cosmopolis, I signori della pace, Chi dice umanità, Sulla paura) è: ben poco. Sostanzialmente non molto più di osservazioni incidentali scettiche come quella che ho riportato sopra. Temo sia uno dei non rari casi in cui tocca portare le analisi di uno studioso più avanti di quel che ha fatto lui stesso (certo che sull'Europa...lucidità e/o coraggio, saltatemi sempre adosso).

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    3. Appunto: considerato che certi pensieri "lucidi" parvero adeguati quando, in fondo, si trattava di contrastare criticamente la prospettiva dell'egemonia USA, negli anni '90 (all'epoca della "fine della Storia" e del "nuovo ordine mondiale"), e, ancor più, quando, a sinistra, veniva propugnata la teoria che il federalismo UE, e la stessa moneta unica, sarebbero stati mezzi di contrasto a tale egemonia (salvo poi rilegittimarsi come anti-Ciiiiina, una volta esaltata la globalizzazione come vantaggio irreversibile)

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  5. Ottimo post.
    Secondo me, poi gli "espertoni" di "Repubblica" trascurano anche un altro piccolo particolare di natura geopolitica. Anche con il "brexit", tanto la Gran Bretagna che i paesi del nord europa rimarrebbero comunque nello stesso contesto atlantico delineato dal trattato NATO, il cui articolo 2 statuisce espressamente che "[ le parti ] cercheranno di eliminare i conflitti nelle rispettive politiche economiche internazionali ed incoraggeranno le reciproche relazioni economiche".
    Ora, c'è da dubitare fortemente che l'U€ a guida tedesca possa adottare pesanti sanzioni nei confonti della Gran Bretagna senza violare questa norma e -considerati i riflessi in termini di crisi politica- incrinare la coesione del patto atlantico (molti stati membri UE sono anche membri NATO).
    Anche perché, secondo quanto riferisce l'ex ministro della Difesa, ammiraglio Di Paola (http://www.repubblica.it/europa/2015/11/11/news/di_paola_in_europa_manca_una_cultura_politica_della_sicurezza-44870/), gli USA, saluterebbero volentieri la nascita di una vera e propria "difesa europea", delegando all'€uropa la responsabilità della sua sicurezza.

    E qui si torna alla domanda: quale può essere la strategia americana? Il "Brexit" come si colloca in questo quadro?
    Dice sempre Di Paola: "il Brexit, da un punto di vista militare e di difesa, priverebbe l'UE di una componente fondamentale. Per contro potrebbe spingere gli altri stati a procedere più speditamente verso un'integrazione, senza la forte resistenza del Regno Unito".
    Tuttavia, non è difficile ipotizzare come potrebbe essere questa ipotetica integrazione militare, eventualmente "favorita" dal Brexit. Visti i precedenti, se la BCE è un'appendice della Bundesbank e le istituzioni europee riflettono -in modo drammaticamente pedissequo- l'orientamento di quelle tedesche, la futura "difesa europea" (se mai realizzata), altro non potrebbe essere che la Wermacht che risorge dalle proprie ceneri.

    Sulla base di queste premesse, la strategia americana parrebbe allora essere questa: la permanenza della Gran Bretagna nell'Unione europea, con ruolo politico di "stecca nel coro", recherebbe disturbo all'egemonia tedesca. Allo stesso tempo gli USA spingerebbero per una difesa europea effettiva ma allo stesso tempo ancillare alla NATO che consenta di allentare la loro presenza pur mantenendo un saldo controllo politico. Infine, la stessa egemonia tedesca sarebbe -sempre secondo questa strategia- annullata dalla stipula del TTIP (che diventerebbe in sostanza la normativa di attuazione dell'art.2 del trattato NATO).

    -segue-

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    1. Una "difesa europea" sarebbe funzionale come l'UE o ancora peggio come l'euro-zona, cioè il vuoto pneumatico. 28 paesi, 28 lingue, 28 mentalita diverse in poche parole, il caos.
      Con una Germania che vuole fare il gallo nel pollaio.


      Una specie di esercito brancaleone.

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  6. -SEGUE DAL PRIMO POST-

    Questa strategia, a mio avviso, ha dei punti deboli. Una difesa comune, "vera" e tale da favorire un reale disimpegno americano, presuppone una coesione politica che l'Europa -lasciata così come è- non avrà mai (anzi, Di Paola ci dice che le resistenze nazionali ci sono! Solo noi italiani abbiamo tutta questa ansia di svendere anche l'industria della difesa.), e l'unico modo per avere una possibilità di raggiungere questa coesione sarebbe -paradossalmente- tramite il..... brexit. Ma questo potrebbe portare -se del caso- verso una maggiore tedeschizzazione dell'europa continentale e a una difesa europea "tedesca" la cui voglia di rimanere imbrigliata nel trattato NATO sarebbe tutta da verificare.
    Poi, la Gran Bretagna, non è l'Italia o la Spagna. E' una potenza vincitrice della II guerra mondiale, è un centro finanziario globale di primaria importanza ed ha una tradizione storicamente poco incline ad essere subordinata politicamente all'europa continentale. Non credo che nessuno, nemmeno gli USA, li possano "costringere". E comunque, qualora il Brexit avvenga, gli USA stessi non avranno scelta: salvare il salvabile evitando a tutti i costi una guerra commerciale (che potrebbe tradursi nella stessa rottura del Patto atlantico, oltre che dell'Unione europea). Altro che "Corea del Nord".

    Quello che resta, è il fallimento ormai totale dell'ideologia europeista, o almeno di quella fatta propria dalle cosiddette "sinistre" (e dai giornalisti di "Repubblica"). L'Europa doveva essere la prova provata del successo dell'integrazione dell'economia di mercato con la tutela dei diritti sociali: ha fallito. Doveva promuovere il benessere diffuso: ha fallito. Doveva essere un veicolo per affermare il principio della tolleranza: ha fallito. Doveva seppellire il ricordo dei lager: ha trasformato in lager intere nazioni (vedi Grecia). Doveva superare i nazionalismi (che tanto male avevano fatto al mondo): ne ha fatto trionfare uno e per giunta quello tedesco, ossia il peggiore, riportandoci alla prima metà del '900.
    E i nostri "intellettuali" che insistono a credere che la causa (Stato europeo), possa nascere dagli effetti (moneta unica, difesa unica, ministro unico......).

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    1. Non sono sicuro (anzi, sono certo del contrario) che il federalismo europeo abbia mai contemplato di voler/poter coniugare l'integrazione dell'economia di mercato con la tutela dei diritti sociali.

      L'ordoliberismo (cioè la programmatica cosmesi del prevalere dell'economia di mercato sulle democrazie sociali) piuttosto, è ciò che, agli occhi degli USA e dei loro evidenti obiettivi, legittima la funzione egemone tedesca, proprio per lasciare intatto solo l'involucro di questi diritti e svuotarli radicalmente, estirpando dal mondo avanzato ogni idea di sopportabilità del costo del benessere diffuso, mediato dallo Stato, da parte di una società capitalista.
      Le affermazioni di esponenti della "sinistra" italiana in tal senso, sono indicativamente pedisseque di questa strategia a trazione USA (mai minimamente nascosta nelle dichiarazioni di vertice politico).

      La mia netta sensazione è che il nodo della "restituzione" agli europei della responsabilità della "difesa" (più che altro, forza di deterrenza e di intervento militare), sia stato gestito con totale approssimazione dagli USA.

      Mi spiego.
      La Brexit è prima di tutto un crollo della tenuta sociale determinato dal prevalere dello stesso modello USA in UK, IN QUANTO accoppiato all'onere del mercantilismo di impronta tedesca(mercantilismo in cui, come ci spiega la Robinson, degenera inevitabilmente il free-trade imposto per trattati a finalità politiche e non più solo commerciali).

      Quindi, in UE-M non c'è stato fallimento, bensì il grande successo di una strategia from behind; ma proiettato sul piano militare, questo successo ha un costo esorbitante.

      Il federalismo europeista è gerarchico, competitivo, spietatamente classista; ad un livello che neppure gli USA apertamente propugnano e che, al loro interno, non potrebbero certo permettersi.

      Pensaci: in UE, il politically correct, profuso su componenti etniche per definizione extracomunitarie, si accoppia a un innalzamento verticale del razzismo verso gli €uropei stessi, i PIGS, ri-gerarchizzati in una classificazione implacabile che diviene addirittura normativa e suprema.

      Sul piano politico, dunque il costo della restaurazione neo-liberista, mina il miope successo perseguito dagli USA e lo rende un gigantesco backfire, un esperimento da apprendisti stregoni.

      In questo senso, le osservazioni di Di Paola, mi paiono più una registrazione di effetti malcacolati che una effettiva spiegazione del quadro geopolitico europeo (e del ruolo di UK): la guerra, da sempre, non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi.

      E la politica che si manifesta nel dominio mercantilista e nella gerarchizzazione dei popoli, in €uropa, non può portare, come ha sempre portato, che a veri disastri.
      Ma gli USA non paiono comprenderlo...

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  7. Io vivo in UK e, sebbene condivida l'impostazione dell'articolo, vorrei segnalare che esiste un altro problema.
    L'ala pro brexit del governo Tory e' prontissima a cancellare tutte le residue forme di protezione e di diritto dei lavoratori dipendenti non appena non vi sia alcun vincolo dovuto all'EU.
    Pare infatti (non ho verificato di persona) che il limite delle 48 ore di lavoro settimanali ed il minimo di 20 giorni di ferie annui stabiliti per legge derivino dal recepimento di normative europee.

    Roberto Seven

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    1. La principale flessibilità del mercato del lavoro dipende dalla possibilità di variare in meno, riducendo la retribuzione (fino ai c.d. "zero hour"), l'orario massimo, da quella di non pagare straordinari "indotti" e dall'ampia possibilità di licenziamento (senza reintegrazione).

      Su questi aspetti, comuni a tutti i paesi UE (con condizioni anche peggiori, come in Italia e Spagna, ormai), le direttive UE (e la Carta di Nizza), che si guardano bene dal tutelare la stabilità, non influiscono.

      D'altra parte, UK, all'interno di questa flessibilità, non eccedente quella del resto dell'UE, ha una flessibilità di intervento pubblico di sostegno, effettivamente perseguito (e certamente retaggio del pur smantellato sistema "Beveridge"), dovuta al fatto che non è all'interno dell'applicazione del fiscal compact e non è soggetto alle sanzioni della procedura di infrazione per violazione del 3%.

      E, infatti, essendo un paese in deroga, che ha conservato la propria moneta, può perseguire la piena occupazione effettiva invece che quella apparente di super-precariato (che include pure il tempo indeterminato liberamente risolubile) del resto d'europa.

      UK, dunque, alla prova dei fatti, ha un tasso di disoccupazione attualmente al 5,1 (ovviamente, si tratta di dati simili all'U3 USA, quindi inclusivo di lavoratori part-time involontari e working poors)
      http://www.tradingeconomics.com/united-kingdom/unemployment-rate

      Insomma, l'appartenenza all'UE li pone in pericolo per la forza relativa della sterlina rispetto all'attuale corso UEM, ma più che altro per via della deindustrializzazione intrapresa nell'era Thatcher (rnvio ai vari post in materia): il balance of payments contraint, in effetti, vede i tories decisi ad una correzione deflazionista, ma non dissimile da quella che gli imporrebbe l'eventuale appartenenza all'UEM.

      Ma, in ogni caso, col vantaggio di poter intervenire in via fiscale in caso di livello di disoccupazione eccessivo (come in effetti si à fatto dopo il 2007): quanto poi al poter ricreare posti di lavoro da piena occupazione "buona" (quella di cui parla Kalecky, "quando il licenziamento finisce di essere una misura disciplinare"), dovrebbero avviare un processo di investimenti e politiche industriali imperniati sul manifatturiero e cercare così di rispondere alla condizioni di Marshall-Lerner.
      Obiettivo che sarebbe impossibile da perseguire all'interno dell'eurozona e molto, molto, difficile all'interno dell'UE.

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    2. Riapro brevemente questa discussione per segnalare una articolo del Guardian che tocca esattamente questo punto.

      http://www.theguardian.com/politics/2016/feb/25/workers-rights-are-on-the-line-in-eu-referendum-warns-tuc

      "Workers’ rights are on the line in EU referendum, warns TUC"

      Roberto Seven

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  8. Altra gatta da pelare per l'Italia: pare che a Bologna sia stato aperto un fascicolo riguardante uno dei figli di Erdogan con l'accusa di riciclaggio di denaro. Stiamo pian piano tornando ad essere l'ombelico del mondo pur contando poco o nulla sullo scacchiere politico internazionale: non so proprio decidermi se questo sia un bene o un male a tali condizioni. Voi cosa ne pensate?

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  9. La Germania stà creando una gigantesca academia statale.
    Questa academia statale sarà composta da:

    - Politici
    - Esercito
    - Industriali
    - Scienza
    - Istruzzione (Università)
    - Giornalisti, naturalmente "embeddet"
    - Sindacati, IG Metall -> Thyssen-Krupp -> Industria bellica.
    - Chiesa

    Scopo di questa academia con nome BAKS (Bundesakademie für Sicherheitspolitik) possiamo chiamarlo anche Think Thank, proteggere è allargare o intensificare gli interessi esplicitamente TEDESCHI al estero. Non quelli del UE è nemmeno quelli degli USA ma quelli della Germania, unicamente della Germania.

    Cito il BAKS: "Quando siamo al estero, non ci saranno più frontiere tra i vari gruppi (Esercito, Industria, Politica, ecc.) ma lavoreremo TUTTI per gli interessi della GERMANIA.
    Alla faccia dei pirla del "più Europa" italiani.

    Per chi si vuole informare sulla politica tedesca, sopratutto estera, consiglio vivamente il sito GERMAN-FOREIGN-POLICY, vedi sopra. È anche in inglese.

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    1. Questa è una interessante conferma...

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    2. È il famoso sistema-Paese, efficace espressione che sta a nascondere (e significare) che per fare CERTI interessi TUTTO è consentito e anzi dovuto.
      Tutti i poteri, le funzioni, gli organi e i corpi sociali dello Stato (informazione, scuola, esercito e forze dell'ordine, sanità, sindacati, industria, religione, politico, legislativo, magistratura etc) vengono sviati.
      Il moderno liberalismo è questo: essersi impadroniti delle istituzioni non per demolirle (come è invece nelle dichiarate intenzioni dei liberisti naif) ma per modificarle geneticamente e porle al proprio servizio.

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  10. Al di là di come finirà la questione Brexit (e potrebbe pure essere che l'UE ne esca a pezzi anche se l'Inghilterra dovesse decidere di restare nell'UE ma fosse soddisfatta in tutte le sue richieste ... vedremo), ormai l'UE fa paura, perché ha mostrato il suo vero volto, rendendo trasparenti (alle opinioni pubbliche estere ... noi ormai siamo già nel canale digestivo) gli obiettivi veramente perseguiti e gli strumenti utilizzati.
    Vero che il liberismo è l'ideologia dominante anche dell'Inghilterra, ma evidentemente la classe dirigente di questo Paese, forse proprio grazie al fatto che il liberismo e il suo corollario mercantilista li conosce bene, ha ben chiaro che la funzione dell'UE è l'asservimento alla Germania dei suoi Stati membri.
    Con altri Stati, le cui classi dirigenti erano, e sono, impreparate e corrotte, il gioco suicida è riuscito, con l'UK no. E questo al di là del fatto che l'UK rimanga, come probabile, o meno nell'Unione Europea.
    Strumenti di cooperazione extra-UE ce ne sono in abbondanza, come ben evidenzia il post di 48 e come è normale in un ordinamento internazionale in cui la libertà delle parti è l'elemento fondamentale e il presupposto irrinunciabile.
    Vedremo, per ora mi godo il tono da tragedia nazionale con cui vengono raccontati nei TG i "passi indietro" dell'Inghilterra nel Consiglio UE attualmente in corso, sulla questione brexit.

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  11. Perdoni, Luciano, per alleggerire, ma c'è una contraddizione che manca:
    ma se la UK con l'uscita praticamente si autodistruggerà entro dieci secondi, a voi che ve frega? Glielo avete detto, li avete avvertiti, mo' so' cavoli loro.

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    1. A...ESSI che je frega? Non dovrebbe importargli nulla; se non fosse che in realtà questa propaganda terroristica è diretta a tipini come italiani (principalmente) e magari spagnoli o portoghesi.

      Per i greci, curiosamente, ormai la questione non si pone più: dopo che Tsipras ha definito antidemocratico e contro i trattati (!) il fatto che gli fosse "imposta" l'€xit, e dopo che lo hanno rivotato (e poi se la sono presa con lui per tasse e pensioni), direi che la questione è chiusa. Come tutta le Grecia: chiusa per liquidazione finale...

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    2. Eh, lo so
      Ci siamo perfettamente capiti :-) :-)

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  12. «[The problem in UEM is analogous to] the problem that results in an undersupply of public goods like policing and schools in localities where the population is heterogeneous, wherein each group is reluctant to pay additional taxes for fear that the resources so mobilised will go to pay for public goods valued by other groups but not by itself.»

    «[Il problema politico dell'unione monetaria è analogo] al problema che si traduce in un'offerta insufficiente di beni pubblici [il welfare!, ndt] come la polizia e le scuole in paesi dove la popolazione è eterogenea [segmentata, ndt], in cui ogni gruppo è riluttante a pagare tasse aggiuntive per il timore che le risorse così mobilitate andranno a pagare per beni pubblici sfruttabili da parte di altri gruppi sociali, ma non dal proprio».


    Barry Eichengreen riassume i problemini "leghistici" diagnosticati da Alesina, A, R Baqir and W Easterly del trade-off tra Stato sociale e "multiculturalismo" nel 1999 in “Public Goods and Ethnic Divisions,” Quarterly Journal of Economics 114, pp.1243-128)

    Quindi dà la sua ricetta per far sopravvivere l'euro...

    Ecco perché bisogna cooperare in eurozona!

    Per un ritorno alla virile durezza del vivere. [cit. Bognetti + Padoa-schioppa].

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  13. Anche Bootle nel suo libro The Trouble with Europe (best seller in Gran Bretagna) analizza i legami commerciali che la Gran Bretagna potrà avere dopo la Brexit. Dopo aver indicato l’EFTA come possibile modello per i paesi europei dopo il dissolvimento dell’Unione Europea, suggerisce comunque per la Gran Bretagna, dopo la Brexit, un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, la partecipazione al NAFTA, accordi di libero scambio con il più grande numero possibile di Paesi – compresa la Cina – e legami più stretti con i Paesi del Commonwealth, che include anche Paesi africani e non è riservato soltanto a nazioni che avevano fatto parte dell’Impero britannico.

    Con un intento sarcastico neanche troppo velato, Bootle aggiunge che i leader dell’Unione Europea «come generali che hanno l’abitudine di prepararsi a combattere l’ultima Guerra, sono fissati nell’idea di una integrazione politica ed economica con Paesi vicini in senso geografico» e che questo si riferisce all’esperienza continentale fino alla prima guerra mondiale, che non ha più senso nella realtà contemporanea, e neanche in passato, visto che la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna, il Portogallo, l’Olanda avevano imperi marittimi. A maggior ragione oggi, le comunicazioni a vasta distanza sono possibili.

    In altre parole: c’è ampio spazio di manovra e il dibattito interno alla Gran Bretagna ne discute.

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    1. E a conferma di ciò, l'accordo sbandierato in sede UE non risolve e non tocca alcuno di questi punti; e infatti lascia praticamente inalterato il dibattito in UK. Ma non quello, penoso, in Italia...

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  14. Leggo su 3spoken How Britain should leave the EU:

    The UK should leave the EU by not leaving the EU. What we do is repeal the 1972 European Communities Act. And that's about it.

    That ends the capacity of anybody outside the UK from enforcing treaty rules within the UK. We then just assume grandfathering and carry on pretty much as before.

    The UK will then move away from the EU in the same way that an iceberg moves away from an ice sheet. Slowly as the laws are amended.


    Questo approccio è fondato? Lo sarebbe anche per l'Italia?

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    1. Bah, lo dice pure: "non sono un esperto di diritto internazionale, ma..."

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