domenica 29 maggio 2016

DA KEYNES A GRAMSCI: IL FILO DELLA PACE IMPOSSIBILE NELL'INTERNAZIONALISMO DEI MERCATI **


Nozioni elementari, un tempo note e oggi del tutto dimenticate (nell'insegnamento scolastico e specialmente nelle Università):
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http://www.gliscritti.it/blog/images/2015-07/gramsci.jpg

1. C'è un articolo di Keynes assurto ormai a rinnovata fama, almeno nel recente, e non casuale, dibattito attuale legato a globalizzazione e federalismo liberoscambista imperniato sull'euro: "National Self-Sufficiency", originato da una conferenza tenutasi all'Università di Dublino il 19 aprile 1933, e pubblicato in varie riviste economiche anglosassoni e anche italiane (in Italia, nel 1933 e nel 1936, con il titolo "aggiustato" di "Autarchia economica", non si sa se dovuto al traduttore o alla "diplomazia" dello stesso Keynes; cfr; la ripubblicazione dell'articolo stesso nel libro J.M.Keynes "Come uscire dalla crisi", raccolta di scritti a cura di Pierluigi Sabbatini, pagg.93 e seguenti; sul punto del titolo italianizzato, v.nota * alla stessa pag.93). 
L'articolo non risulta disponibile in rete nella sua versione integrale e per la citazione di vari ulteriori brani rinviamo, ex multis, a questa fonte.

2. Il pensiero di Keynes, al tempo largamente anticipatorio, è particolarmente ricco di spunti non solo ricostruttivi delle differenze del capitalismo (primo)novecentesco rispetto a quello del secolo precedente, ma anche di indicazioni ancora attualissime sugli elevati "costi" del liberoscambismo internazionale in termini di convenienza socio-economica e di pace nell'ordine internazionale, e sulle soluzioni che si potrebbero adottare con politiche di adeguamento della "struttura della capacità produttiva  alla struttura della domanda" (per usare la, non casuale, formula di Caffè) all'interno degli Stati nazionali (il punto è a lungo trattato, in termini generali alla pag.98 dell'op. cit., ma con varie delicate, anche col senno di poi, implicazioni relative a paesi come l'Italia, la Germania e la Russia).
Per porre nella giusta prospettiva i vari, e spesso illuminanti, passaggi di Keynes, occorre però, a nostro parere, farne precedere l'esposizione da alcune informazioni storico-economiche e storico-politiche

3. Sul piano storico-economico perché Keynes non poteva logicamente disporre, nel 1933, di dati comparativi tra la "crescita" che si supponeva fosse stata promossa dal liberoscambismo che vide come primario protagonista lo stesso Impero britannico e quella legata al periodo successivo alla seconda guerra mondiale, nel trentennio d'oro di (sia pur faticosa) applicazione del sistema di Bretton Woods. O meglio: dell'applicazione, tendenzialmente diffusa a livello mondiale, delle teorie politico-economico originate dal suo pensiero.
Per altro verso, sul piano storico-politico, l'integrazione delle informazioni, poi, va fatta, anzitutto, per via della premessa che egli stesso compie con grande onestà, già nell'incipit dell'articolo: "Come la maggior parte degli inglesi, sono stato allevato nel rispetto del libero commercio, considerato non soltanto come una dottrina economica, che una persona razionale ed istruita non poteva mettere in dubbio, ma anche come parte della legge morale" (pag.93, op. cit.).  Un certo riflesso di questo atteggiamento lo riproduce nel corso dell'esposizione, pur dopo aver iniziato a manifestare la sua critica verso il liberoscambio; ad es. a già a pag.94: "Cosa credevano di fare i liberoscambisti del XIX secolo, che erano i più idealisti e disinteressati tra gli uomini?". 
A questa prospettiva di intellettuale, anzi, a rigore, di aristocratico inglese, in quanto tale difficile da abbandonare del tutto, sul piano psicologico personale, mediante un imparziale distacco (che egli in fondo non reclama come suo), va aggiunto anche il fattore storico: egli, nel 1933, non poteva sapere quali sviluppi avrebbe avuto il conflitto, che già allora si preannunciava, tra le potenze europee e mondiali (in particolare il Giappone, pressocchè l'unico Stato asiatico non assoggettato a una qualche forma di controllo coloniale) "escluse" dall'accesso ai mercati mondiali delle materie prime e gli imperi colonialisti e (vetero)liberoscambisti. Liberoscambisti quantomeno all'interno delle loro sfere di influenza territorial-militare, serbando un simmetrico protezionismo, cioè una preferenza di accesso e di sfruttamento, rispetto a tali altre potenze, considerate avversarie senza alcuna possibilità di mediazione: almeno nel corso della cruciale prima parte del '900, quando appunto, il protezionismo "conflittuale", guerrafondaio, è quello ascrivibile agli imperi coloniali e, per riflesso, ai grandi Stati europei loro "contendenti" sul piano globale, e non certo quello dei minori Stati nazionali, europei in particolare.

4. Sul primo aspetto, storico-economico, richiamiamo i dati sulla crescita mondiale già riportati in un precedente post:
Al riguardo, ci basterà rammentare i dati, nudi e crudi, che si offre Ha-Joon Chang, in "Bad Samaritans" (capitolo 1, "The real history of globalization", pagg.6-14).
Ebbene, già al tempo dei "misfatti" dell'Impero inglese, - che pur ammessi non portano gli storici ad ammettere altrettanto la realtà economica conseguente e induce anzi a continuare a lodare gli effetti positivi "per tutti i paesi coinvolti" della globalizzazione "imperialista" dell'800-, l'Asia, che prima dei trattati aveva paesi al vertice dei PIL mondiali (tipicamente la Cina nella prima parte del secolo) crebbe solamente dello 0,4% all'anno tra il 1870 e il 1913. L'Africa, il più vantato esempio di civilizzazione e progresso free-trade colonialista, crebbe, nello stesso periodo, dello 0,6%. Europa e USA crebbero invece, rispettivamente, dell'1,3 e dell1,8% in media negli stessi anni. Notare che i paesi dell'America Latina, che nello stesso periodo recuperarono autonomia tariffaria e di politica economica, crebbero allo stesso livello degli USA! (Tralasciamo gli eventi susseguenti alla crisi del '29, quando i free-traders dominanti, abbandonarono il gold-standard e aumentarono sensibilmente le tariffe alle importazioni, prima nei settori dell'agricoltura e poi in generale nell'industria manifatturiera)


Che accadde nel dopoguerra del 1945, quando si verificò il progressivo smantellamento del colonialismo e l'adozione degli Stati interventisti praticamente in tutto il mondo, sviluppato (e in ricostruzione) o in "via di sviluppo" (col tanto deprecato neo-protezionismo, da incentivazione pubblica all'industria nazionale e alla ricerca)? Riassuntivamente: nei deprecati anni del protezionismo, rigettato come Satana dai vari governatori di tutte le banche centrali del mondo divenute indipendenti, in specie negli anni '60 e '70, i paesi in via di sviluppo che adottarono le "politiche "sbagliate" del protezionismo, crebbero del 3% in media all'anno: questo dato, sottolinea Chang, è il migliore che, tutt'ora, abbiano mai accumulato. Ma gli stessi "paesi sviluppati" crebbero, negli stessi decenni, al ritmo di 3,2% medio all'anno.


Poi intervengono le liberalizzazioni alla circolazione dei capitali e gli accordi tariffari: i paesi sviluppati, già negli anni '80 vedono la crescita media annuale abbattersi al 2,1%. Anche questi facevano le riforme, e infatti gli effetti di deflazione  e rallentamento della crescita si vedono (finanziarizzazione e redistribuzione verso l'alto del reddito crescono a scapito delle invecchiate democrazie sociali). Ma le riforme più intense, sono imposte proprio ai paesi in via di sviluppo, tramite il solito FMI: è qui che si registra il calo della crescita più marcato.

I paesi emergenti, infatti, debitamente "riformati" e "aperti" nelle loro economie, vedono la crescita praticamente dimezzarsi dal 3% a circa la metà, negli anni '80-'90, cioè all'1,7 medio annuo.

Ma attenzione: la decrescita "infelice", cioè l'impoverimento neo-colonizzatore, sarebbero ancora più marcati se si escludessero Cina e India. Infatti, nota Chang, questi paesi si imposero progressivamente alla crescita, realizzando un 30% del prodotto globale dei paesi in via di sviluppo già nel 2000 (dal 12% degli anni '80): ma India e Cina rifiutarono il Washington Consensus e le "riforme" stile "golden straitjacket" tanto propugnate dal noto Thomas Friedman (che abbiamo già incontrato in questo specifico post).
5. Questi dati, lungi dallo smentire Keynes, rafforzano la sua critica ai liberoscambisti, relativa al fatto che pensassero, almeno quelli del XIX secolo, "di essere persone perfettamente ragionevoli", che "credevano di risolvere il problema della povertà, e di risolverlo in tutto il mondo, utilizzando al meglio, come una buona massaia, le risorse e le capacità presenti sulla Terra". 
L'ironia di Keynes, col riferimento alla "buona massaia", appare a posteriori una critica troppo tiepida, almeno in quanto, in tutto lo scritto, si tende a non negare una certa qual buona fede nelle intenzioni ("Essi pensavano inoltre di garantire non solamente la sopravvivenza di ciò che è più opportuno dal punto di vista economico ma, battendosi contro le forze del privilegio, del monopolio e dell'arretratezza, ritenevano anche di servire la grande causa della libertà, libertà dell'iniziativa e del talento individuale, nonché la causa della creatività artistica...Erano convinti infine di essere gli amici e i garanti della pace, della concordia internazionale, della giustizia economica tra le nazioni e i propagatori dei benefici del progresso"; pag.95). 

6. E qui possiamo andare invece ai dati storico-politici, che consentono una diversa visione una volta che, fuoriuscendo nella stessa limitazione che auto-indica Keynes (cioè quella di un inglese "allevato nel rispetto del libero commercio"), si veda la questione dal punto di vista culturale dei paesi che subirono il liberoscambismo imperialista.
Sappiamo infatti che, proprio sul piano delle intenzioni e della supposta buona fede, i liberoscambisti del XIX secolo, non potessero certo dirsi esenti dal ricercare i privilegi e il monopolio, secondo una convenienza che era giustificata dall'utile individuale e, quindi dalla superiore razionalità della "mano invisibile" (delle leggi del mercato), senza alcuna preoccupazione morale sul conservare e, anzi, determinare la povertà e l'immiserimento dei popoli interessati. 
Ne abbiamo una, non l'unica, delle riprove, in quello che fu il più grande affare di arricchimento colonialista, apertamente teorizzato come liberoscambista, del XIX secolo: il traffico dell'oppio (vicende analoghe, si svolsero, sempre in chiave di libero mercato che non doveva trovare ostacoli nei "confini" all'affermazione delle sue leggi naturali di "benessere", rispetto ai business del legno di tek o alla coltivazione intensiva dell'albero della gomma). 

7. Il traffico dell'oppio, comunque lo si voglia contestualizzare, coinvolse, in diverse forme e fasi di aggressione politico-territoriale, e quindi militare, i più grandi paesi di quella e della nostra stessa epoca, Cina e India:

"La Compagnia (britannica) delle Indie Orientali (ne esistettero anche una francese e una olandese, che ebbero la peggio nello scontro, per il dominio colonial-mercantilista, con la prima),  aveva stabilito che la coltivazione dell'oppio in India, e in particolare nel Bengala (ma non solo), dovesse divenire il suo "core business". 
[ADDE: e questo, si noti, in regime produttivo, e di vendita all'ingrosso, caratterizzato da monopolio: il processo di distribuzione e commercializzazione "a valle", peraltro, risultò poi liberoscambista "guerrafondaio", nel senso che non si ammise neppure un'eccezione normativa alla importazione, da parte della Cina, fondata su fondamentali interessi pubblici sanitari, nemmeno applicando la reciprocità di diritto internazionale, cioè riconoscendo ai cinesi di poter introdurre lo stesso standard normativo di divieto praticato sul territorio dell'Impero britannico. 
In ultima analisi, così come oggi, il liberoscambismo tende ad affermare, tramite quella che, come vedremo, Keyens definisce la "specializzazione internazionale", cioè gli effetti dei c.d. "vantaggi comparati", delle gerarchie che, - in qualsiasi regime politico sia esso propugnato, incluso il federalismo (unificatore sul piano "politico", cioè l'UE), ovvero il super-trattato per grandi aree politiche congiunte, (il TTIP)- sono gerarchie tra comunità umane, che vengono plasmate e ricondotte a diversi gradi strutturali di benessere e di prospettive di sviluppo. Chi viene posto in condizione recessiva, nella graduazione delle produzioni meno convenienti, dovrà rimanervi per sempre. La sanzione morale per qualsiasi tipo di resistenza a questo asservimento e impoverimento "relativo" (sia alla condizione precedente, sia rispetto ai paesi dominanti nella gerarchia) è oggi l'accusa di nazionalismo e populismo che "mette in pericolo la pace".
Dell'instaurarsi di tali gerarchie, considerate inevitabili e, anzi, auspicabili, i fautori dell'euro e del TTIP, (che tendenzialmente coincidono, trattandosi dell'allargamento di un unico paradigma politico-economico), non parlano mai: si tratta di un problema che i media orwelliani non trattano, se non in modo del tutto indiretto: cioè, per colpevolizzare i vari popoli circa la loro inadeguatezza "competitiva" che sarebbe la soluzione per crescere  fondandosi (solo) sulla domanda estera, celando pervicacemente che, in realtà, si mira solo a imporre riforme strutturali, del mercato del lavoro, che favoriranno, inevitabilmente, i futuri controllori esteri dell'economia degradata, all'interno della gerarchia perseguita ].
L'Inghilterra, infatti, si trovava nella scomoda posizione di essere in costante deficit degli scambi con la Cina, che produceva merci pregiate che erano effettivamente molto, troppo, richieste nel resto dei territori dell'Impero britannico.
Per non depauperare le proprie risorse finanziarie, dato che, adottando il gold standard, non poteva permettersi un costante saldo negativo (equivalente a un'emorragia di oro verso il paese creditore commerciale) con la più importante economia mondiale del tempo (appunto la Cina), stabilì di incrementare al massimo possibile la coltivazione e la lavorazione dell'oppio. Con conseguenze socio-economiche distruttive per i territori indiani sotto il loro dominio.
Tra queste conseguenze, la sistematica deportazione (oggi diremmo "arrivo di migranti"), a Sri-Lanka e nelle Mauritius - e servendosi delle navi già utilizzate per il traffico degli schiavi-, della manodopera agricola divenuta eccedente, una volta instaurata una monocultura con obbligo di una produttività "minima". Infatti,  accadeva che, ove non fosse raggiunta la quantità di prodotto prestabilita, e pagata a prezzi irrisori, all'agricoltore indiano venisse sottratta la proprietà del terreno, mediante una rapida escussione della garanzia del debito contratto forzatamente con la Compagnia. 
L'esecuzione forzata era assicurata sotto il controllo di giudici inglesi, che erano sostanzialmente dei dipendenti della Compagnia delle Indie, (dato che esercitava anche le funzioni sovrane di amministrazione di giustizia e ordine pubblico sui territori indiani). 
La Compagnia in tal modo estendeva notevolmente la diretta proprietà dei terreni utili e dediti alla coltivazione e, agendo da monopolista, tendeva a ridurre i salari e la stessa capacità di sopravvivenza dei contadini bengalesi (già resa critica dall'esistenza di una monocultura forzata). Da cui l'ulteriore ampliamento dell'ondata di deportazioni, ben controllata dal funzionamento strutturale dell'economia nel paese di partenza, e che doveva apparire come un evento quasi meteorologico nelle terre di arrivo...
L'oppio raccolto dai produttori veniva quindi raffinato nei giganteschi stabilimenti di proprietà della Compagnia e poi venduto in apposite aste a "liberi mercanti" inglesi, americani, olandesi e anche indiani; in particolare appartenenti all'etnia "parsi" (antichi mercanti persiani, ancora seguaci del culto di Zoroastro, trasferitisi, tra l'altro, nei territori indiani, in particolare nella zona di Calcutta)
I liberi mercanti erano anche armatori di navi che arrivavano principalmente a Canton (unico approdo ove era consentito il commercio in entrata dalle autorità imperiali cinesi e, tradizionalmente, un polo commerciale con "l'occidente" sviluppatosi per millenni)".

8. Ritornando all'articolo di Keynes, egli si interroga sulla efficacia dell'internazionalismo economico relativamente all'ottenimento della pace (sempre nei limiti di contesto, punto di osservazione, e di momento storico, fin qui tratteggiati; cfr; pagg.95-98): 
"...al momento attuale non sembra logico che la salvaguardia e la garanzia della pace internazionale siano rappresentate da una grande concentrazione degli sforzi nazionali per conquistare i mercati esteri, dalla penetrazione, da parte delle risorse e dell'influenza di capitali stranieri, nella struttura economica di un paese e dalla stretta dipendenza della nostra vita economica dalle fluttuazioni delle politiche economiche di paesi stranieri.
Alla luce dell'esperienza e della prudenza, è più facile arguire proprio il contrario
La protezione degli attuali interessi stranieri di un paese, la conquista di nuovi mercati, il progresso dell'imperialismo economico, sono una parte difficilmente evitabile di un sistema che punta al massimo di specializzazione internazionale e di diffusione geografica del capitale, a prescindere dalla residenza del suo proprietario.
...Ma quando lo stesso principio (ndr; di scissione tra proprietà "azionaria" del capitale e gestione dell'impresa multinazionale, cioè che investe all'estero) è applicato su scala internazionale, esso è, in periodi di difficoltà, intollerabile: io non sono responsabile di ciò che posseggo e coloro che gestiscono non sono responsabili verso la mia proprietà non sono responsabili nei miei confronti. Vi può essere qualche calcolo finanziario che mostra i vantaggi di investire i miei risparmi in qualche parte della Terra, mettendo in evidenza la più elevata efficienza marginale del capitale o il più elevato daggio d'interesse ch eposso ricavare. Ma l'esperienza dimostra sempre di più che quando si considerino le relazioni tra gli uomini, il distacco tra proprietà e gestione è un male, e che esso quasi sicuramente, nel lungo periodo, provocherà tensioni e antagonismi, facendo fallire il calcolo finanziario."

9. Sulla scorta di questa premessa previsionale, relativa a "tensioni e antagonismi" che, col senno di poi, paiono un understatement rispetto agli eventi che si produrrano sulla scena mondiale, Keynes azzarda una ricetta, applicando la quale per tempo si sarebbe potuto evitare il disastro
I paesi colonizzati, in questo schema, avrebbero avuto un necessario grado di autonomia politica per poter sviluppare, con un ragionevole protezionismo (qui, p.6), l'infant capitalism (ben prima della fase del trentennio d'oro), i mostri del nazi-fascismo sarebbero stati (forse) in gran parte ridimensionati, sul piano delle stesse motivazioni sovrastrutturali che li animavano, dalla riapertura dei giochi (specie sulle materie prime,) e delle conseguenti "gerarchie" che erano la giustificazione per la conservazione degli imperi coloniali europei; la stessa tendenza al gold-strandard e alle politiche di bilancio austere in caso di crisi, incentrate sul riequilibrio naturale dei prezzi e dei salari, avulse dalla politica delle bilance di pagamento in attivo (o del loro equilibrio raggiunto a scapito della permanente dipendenza economica delle aree coloniali), avrebbero perso gran parte della loro implicita ragione politica (molto più forte, già allora, di quella economico-scientifica, essendo in corso già le conseguenze della crisi del '29).

10. In conclusione, a complemento del discorso svolto da Keynes, ci pare opportuno riportare l'analisi di Gramsci (citata da Francesco), che con la sua consueta nitidezza, tratteggia, in raccordo alle stesse intuizioni keynesiane, una cornice storico-economica che, oggi, risulta più che mai attuale; la visione gramsciana, infatti, appare capace di descrivere le analoghe tensioni a cui sono esposte, sempre a causa dell'ordine internazionale dei mercati come paradigma che si deve affermare a qualsiasi costo, la pace e il democratico benessere dei popoli:
"Lontani anni luce da Gramsci che non si era fatto attrarre da tali sirene, consapevole della vocazione globale del capitalismo mercataro e del falso mito dell’internazionalismo: “Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato. [...] La concorrenza è la nemica più accerrima dello stato. La stessa idea dell'Internazionale è di origine liberale; Marx la assunse dalla scuola di Cobden e dalla propaganda per il libero scambio, ma criticamente” (A. Gramsci, L'Ordine nuovo, 1919-1920, Torino, 1954, 380).
E sulla “globalizzazione”, diversamente da rapporti inter-nazionali tra Stati sovrani come concepita, già allora scriveva: “Il mito della guerra - l'unità del mondo nella Società delle Nazioni - si è realizzato nei modi e nella forma che poteva realizzarsi in regime di proprietà privata e nazionale: nel monopolio del globo esercitato e sfruttato dagli anglosassoni. La vita economica e politica degli Stati è controllata strettamente dal capitalismo angloamericano. [...] Lo Stato nazionale è morto, diventando una sfera di influenza, un monopolio in mano a stranieri. Il mondo è "unificato" nel senso che si è creata una gerarchia mondiale che tutto il mondo disciplina e controlla autoritariamente; è avvenuta la concentrazione massima della proprietà privata, tutto il mondo è un trust in mano di qualche decina di banchieri, armatori e industriali anglosassoni” (A. Gramsci, L'Ordine nuovo, cit. 227-28).

Le conseguenze sono quelle descritte nel post, ovvero: “L'Italia è diventata un mercato di sfruttamento coloniale, una sfera di influenza, un dominion, una terra di capitolazioni, tutto fuorchè uno stato indipendente e sovrano. [...] Quanto più la CLASSE DIRIGENTE ha precipitato in basso la nazione italiana, tanto più aspro sacrificio deve sostenere il proletariato per ricreare alla nazione UNA PERSONALITA' STORICA INDIPENDENTE” (A. Gramsci, L'Ordine nuovo, cit., 262-263).

24 commenti:

  1. "Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato. [...] La concorrenza è la nemica più accerrima dello stato. La stessa idea dell'Internazionale è di origine liberale"
    "è avvenuta la concentrazione massima della proprietà privata, tutto il mondo è un trust in mano di qualche decina di banchieri, armatori e industriali anglosassoni”
    A. Gramsci
    Gramsci complottista!!! Oppure...Gramsci non è affidabile perché non è pirreviù!

    Che differenza tra Gramsci e il fu "maggiore" intellettuale organico italiano della nostra epoca, sponsor dei poteri forti e membro dell'Istituto Aspen (nonché anticomplottista), cioè Umberto Eco:
    “Voi siete i figli di settant'anni di pace ” dice Umberto Eco e il merito, aggiunge, è dei padri fondatori dell’Europa Unita: uomini come Spinelli, Adenauer, De Gasperi, Schuman"
    http://www.raistoria.rai.it/articoli/leuropa-della-cultura-umberto-eco-lectio-magistralis-al-quirinale/28626/default.aspx

    Prima c'erano gli eretici, poi quegli eretici diventarono comunisti, adesso si chiamano complottisti.

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  2. Keynes era infarcito di liberalismo: il motivo è semplice: era un Lord inglese.

    Solo un uomo con un'intelligenza sconfinata, un'autostima e una confidenza nei propri mezzi indubitabili, una cultura classica importante e alimentata dalle frequentazioni più all'avanguardia e libertine del secolo, un'eccezionale onestà intellettuale, e tutto ciò impilati su un metro e 98 centimetri di sguardo sul mondo, poteva vivere tranquillamente con un tale conflitto spirituale.

    Fare pragmaticamente gli interessi propri e della propria comunità sociale di riferimento, conciliare la morale personale con la doppia morale del liberalismo, e, oltremodo infastidito dalle religiose rivendicazioni di classe, arrivare a teorizzare consapevolmente la rivoluzione scientifica che... Marx non aveva potuto fare.

    Non sopportava il quarantottino Marx, troppo mazzinianamente "poco presentabile", con l'aggravante di essere facile all'ubriachezza e a quel turpiloquio da proletario perennemente incazzato col mondo.

    Preferiva il più borghese e a modino Engels.

    Toh! Ecco qui una soluzione che risolve il conflitto sociale senza ghigliottine né dittature di proletariati, portando alla destinazione finale quel liberalismo sociale che nasce con J.S. Mill.... ovvero nella direzione diametralmente opposta dell'italianissimo socialismo liberale, quello che avrà massimo sviluppo con Spinelli, i radicali, l'eurocomunismo e il suo serpentone che nella forma finale si è trasmutato nel renzismo delle eversive riforme costituzionali.

    Keynes, sul letto di morte, tornerà ad invocare Smith e "la sua mano invisibile", che avrebbe risolto "nel lungo periodo" gli squilibri di Bretton Woods, dietro le proteste di Joan Robinson e degli altri "keynesiani".

    Keynes era inglese, aveva letto i classici, ma non è espressione della cultura classica.

    Che ci piaccia o meno, pare per colpa di Goethe - io credo di Leibniz - la classicità, dopo l'asservimento degli italiani, è stata ereditata solo dai tedeschi.

    Gramsci è Gramsci: Lelio Basso, dopo averlo incontrato in carcere, rimase impressionato per statura umana ed intellettuale di quell'uomo di cui il duce ("Lui", per gli imbecilli) si preoccupò «di spegnere il cervello».

    (Così come ha spezzato "le reni alla Grecia"...)

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    1. http://www.corriere.it/cultura/16_maggio_29/antonio-gramsci-quaderni-del-carcere-prigionia-fascismo-56a19fa0-25ab-11e6-8b7b-cc77e9e204b3.shtml

      più che Mussolini, credo fosse interesse dell'Internazionale stalinista (dunque Togliatti) eliminare una mente pensante del livello di Antonio Gramsci. Un nemico dello Stato non muore in clinica, ma in galera: si veda anche la condotta mussoliniana verso Pietro Nenni

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    2. Però Marx aveva sposato una nobildonna e pur se mantenuto dall'amico non poteva far mancare le lezioni di piano alla figlia, mentre Engels aveva sposato un'operaia della sua fabbrica. Bisogna leggere il carteggio Marx-Engels, in particolare lo scambio dopo la morte della moglie di Engels, per rendersi conto della caratura dei due personaggi in questione. Fra parentesi, Marx tovava poco presentabili sia Garibaldi sia i sopravvissuti della Comune parigina che andavano a casa sua a Londra...

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    3. Mi hai tolto le parole di bocca...

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    4. @Antonio Martino

      Grazie mille per la segnalazione: ho fatto una breve ricerca: ci sono recenti pubblicazioni che imputano la morte stessa di Gramsci ad una combutta Togliatti-Nkvd-Stalin.

      Mi lascia solo perplesso la coincidenza di queste "rivelazioni" alla vigilia di una nuova legge Acerbo: sovietici cattivi, Mussolini "moralmente integro" e che si fa in quattro per i vecchi amici.

      Peccato che fra questi non c'era anche Gobetti.

      (Pure Hitler non si scordò del medico ebreo che curò sua madre...)


      @Unknown

      Quindi l'interpretazione che do dell'asimmetria di giudizio di Keynes dei due amici rivoluzionari la condividi?

      O il "però" indica qualcosa di diverso? :-)

      Quelle considerazioni di Keynes le fa proprio commentando il carteggio di scambi epistolari del duo: la "migliore" immagine dell'archetipo "borghese" è, comprensibilmente, quella più posata e "centrata" di Engels piuttosto che di quella di Marx, con le sue note contraddizioni.

      Credo siano le sue stesse "contraddizioni" ad essere impresentabili.

      Poi, "migliore", in questo contesto, andrebbe compreso se in senso etico o di efficacia comunicativa e politica.


      Francamente non so neppure se Carletto fosse mai arrivato ad essere realmente "cencioso" come Mazzini (cit. Metternich), ma, altrettanto francamente, mi fa una certa simpatia la passionarietà quarantottina dei rivoluzionari ottocenteschi.

      Trovo evidente il motivo per cui Marx è entrato nel cuore degli oppressi e "il Capitale" si è trasformato in un nuovo "Corano" (con, purtroppo, il relativo effetto "boomerang").

      E, impresentabilità o meno, le riflessioni di Gumilëv sono dirimenti...


      (Marx tradiva pure i compagni e cari amici comunisti, passando informazioni ai Servizi per denaro: sono convinto che Mussolini non lo avrebbe mai fatto...)


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  3. «Bernard-Henri Lévy, André Glucksman, Alain Krivine, Bernard Kouchner, Daniel Bensaïd, Henri Weber, Pierre Lambert. Tiennoch Grumbach, Marc Kravetz e molti altri divennero i sostenitori più fanatici del capitalismo e dell’imperialismo degli Stati Uniti. Con De Gaulle scomparso, l’embargo sulle armi ad Israele, imposto nel 1967, venne prontamente sollevato dal presidente Pompidou e nel 1973 fu approvata la legge Rothschild che privava lo Stato francese del diritto di stampare moneta. Il risultato fu il crollo dello standard di vita e l’esplosione del debito nazionale, con 1400 miliardi di euro solo sugli interessi da pagare, soprattutto, a banchieri privati stranieri.
    L’ibridismo della rivolta del 1968 è una lezione attuale. Mentre i lavoratori francesi intraprendono azioni concrete, occupando raffinerie di petrolio, centrali nucleari e fermando i mezzi pubblici, il regime di Hollande affronta la prospettiva di una rivolta popolare incontrollabile. Non sorprende quindi che gli oligarchi responsabili della primavera araba assolutamente reazionaria e controrivoluzionaria promuovano ‘nuit debout’. L’élite dominante ha capito da tempo come manipolare la piccola borghesia, che Lenin descrisse come classe oscillante, utilizzata nel mondo dal capitalismo finanziario come un ariete contro ciò che resta dello stato sociale. Gli intellettuali di sinistra di ‘Nuit debout’ cercano di controllare il movimento dei lavoratori. A ciò si deve resistere con pugno di ferro! Alcun slogan è più specioso di ‘repubbliche sociali’ e ‘un altro mondo è possibile!’ E’ tempo per i lavoratori francesi di controllare le aziende pubbliche e private. Il movimento operaio deve capire la connessione tra fasulla guerra al terrore, guerre infinite e oppressione di classe. Gli attentati terroristici che richiedono più militarizzazione e sospensione delle libertà civili saranno utilizzati dallo Stato per schiacciare la solidarietà di classe dei lavoratori, incitando al razzismo e alla xenofobia. L’emigrazione coercitiva ingegnerizzata, con cui gli oligarchi come George Soros finanziano la sostituzione dei lavoratori europei con i migranti, sarà usata anche per schiacciare l’unità della classe operaia. Pertanto, la prima tappa dell’emancipazione sociale richiede l’affermazione della sovranità nazionale, la fine degli slogan dell’ultra-sinistra infantile su ‘senza confini’, che ha sempre significato ‘capitalismo senza frontiere’. Se questo movimento è guidato dai lavoratori, allora la rivoluzione nazionale può diventare socialista, diffondendosi in Europa e nel mondo.
    »

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    1. Ce la faranno a riorganizzare, più che la solidarietà di classe, il buon senso minimo di un popolo (rispetto alla sua identità, peraltro coerente con solidi antecedenti storici)?

      Mi rammenta certe "speranze" nutrite, qui da noialtri (allora ancora meno numerosi), a cavallo tra il 2011 e il 2012: allora non sapevamo che la Francia avrebbe avuto incondizionata licenza di sforare il deficit e di infischiarsene del fiscal compact.

      Certo, la possibilità del rapporto privilegiato di rifinanziamento del proprio sistema bancario (con una BCE che lascia alla BdF di fare come..."la casa delle libertà"), era un atout forte: ma intanto, come evidenziammo, deficit delle partite correnti e NIIP negativa sono aumentate.

      E però, non possiamo dimenticare che il socialismo (ordo)liberale si realizza per primo, come tecnica di governo, in Francia, Mitterand regnante; e in forma molto più compiuta ed efficiente che in Italia.
      La cosa positiva è che se il senso comune e diffuso dell'indirizzo politico mutasse in Francia, in Italia verrebbe meno uno dei motori fondamentali dell'€uropeismo sedicente progressista; la cosa negativa è che, anche se ciò si realizzasse veramente (in Francia), linguaggio tecno-pop e spin mediatico espertologico, nel frattempo, si sono completamente anglo-conformati (nel senso di derivati dagli USA), tanto che stanno disfacendo la Costituzione secondo gli schemi oil&finance.

      L'unica cosa che mi consola è che sempre più persone un tempo "irremovibili", oggi mi chiedono spiegazioni con insospettata apertura e curiosità; e convengono persino sulle analisi.
      Ma si tratta pur sempre di persone istruite che hanno comunuqe accumulato decenni di descrizioni del mondo orwelliane; disintossicarsi richiede tempo e un certo grado di dolore
      Al punto che sospetto un paradosso: se al referendum costituzionale vincesse il "no", molti che oggi si fanno delle domande tornerebbero poi a credere che l'euro garantisce la pace e la democrazia.

      E, come in Francia, non si renderebero conto che, realizzato il mercato del lavoro-merce, neppure una (moderata) espansione del deficit sarebbe più una soluzione per il ritorno alla crescita (intanto ti sei "specializzato" irreversibilmente al giogo dell'investitore estero). Ma chi "tiene famiglia" le domande dovrebbe continuare a farsele, a parte la spiegazione della corruzione e dei costi della politica.

      Non voglio sembrarti pessimista, ma, a questo punto, il cambiamento verso il recupero della democrazia pluriclasse e keynesiana mi pare possa diventare attuale quando si ribellerà la base sociale irlandese (la Spagna ha una tradizione nel non essere "pervenuta" e nel fallire i cambiamenti epocali).

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    2. Bè, per farsi delle iniezioni di ottimismo basta leggere Leibniz :-)

      Un esistenzialista troverebbe incomprensibile la metafisica di Leibniz: anzi, proprio non concepirebbe. Tutto concentrato sul proprio io.

      Il proprio arimanico io.

      «Ebbene, è esattamente questo che l'uomo moderno sta facendo: sta limitando sempre di più il proprio punto di vista sul mondo; e, contemporaneamente, sta tirando delle conclusioni di carattere sempre più generale. Il minimo della visuale contro il massimo della inferenza. Ma, in queste condizioni, la realtà non potrà che apparirgli sempre più orribilmente deformata e, pertanto, sempre più incomprensibile, sempre più assurda, sempre più beffardamente crudele.
      L'uomo moderno sta impazzendo, vittima della propria superbia intellettuale e del proprio antropocentrismo esasperato.
      Non sarebbe ora che si riscuotesse dagli incubi che egli stesso ha evocato, e che non sembra più in grado di controllare?
      »

      Però, il candido liberalismo volterriaro contiene dialetticamennte una scottante verità antitetica: il mondo umano non è "il migliore possibile".

      Mondo umano creato dall'Uomo: perché, come sanno bene coloro che hanno fede religiosa, il lavoro umano non è altro che il proseguimento della creazione divina.

      Al libero arbitrio personale, si sovrappone quindi quello della metafisica sociale: alla dialettica exiologica individuale, si sovrappone quella politica.

      L'arbitrio della persona umana e l'arbitrio dell'Uomo.

      Sì, di quell'Uomo al contempo metafisico e archetipico che corrisponde identitaristicamente a tutta l'umanità: umanità che la liberale Arendt si rifiutava di vedere in un modo diverso che somma di singole individualità. Altrimenti suonava troppo "totalitarista": esistono i cittadini consumatori ma non il popolo sovrano, di cui il Lavoro sarebbe la connessione organicistica che rapporta dinamicamente tutte "le varie attività e funzioni" delle "cellule" che compongono il "corpo sociale".

      Eh sì: l'esistenzialismo - senza la sua essenziale controparte dialettica - è una delle tante forme di abbruttimento bestiale della persona umana, e, al contempo, ulteriore vettore di atomizzazione di massa, nichilisticamente antagonista della creazione e della procreazione. Ovvero della vita stessa.

      D'altronde, l'esistenza, è solo una parte dell'essere. E, ciò che esiste, va fenomenologicamente ben al di là del proprio psicologistico io, troppo spesso confuso con la propria spiritualità.

      È importante ricordare che non è sempre stato così, e che chi crede alla "superiorità degli Antichi" e fonda i propri contenuti valoriali sulla Tradizione, forse ha - oggi più che mai - le sue ottime ragioni...

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    3. Libero arbitrio, è ragionevole ottimismo, è ragionevole speranza.

      Altro che TINA, senso di appartenenza stile mucchio selvaggio, e varie adorazioni del proprio inutile e vile "io" individualistico:

      «[...] Leibniz' monadology is compatible with whatever the truths of pure mathematics may turn out to be. A positive consequence of this fact is that, should a purely conceptual or internal justification for the reflection principle be found this will fit into the monadology immediately. But Gödel was also interested in yet another approach. The idea here is to deepen Leibniz' monadology by considering that concepts and possibilities, though not created by God, are constituted in his mind. To Hao Wang, Gödel once complained that some of the concepts, such as that of possibility, are not clear in the work of Leibniz, and he stressed that Leibniz had not worked out the theory". As a means to develop Leibniz' philosophy, Gödel came to embrace and recommend Husserl's transcendental phenomenology from 1959 onward. The suggestion, then, is that a phenomenological analysis of the types of acts and powers involved in the constitution of possibilities may lead to sufficient clarification of the notion of mathematical possibility to lead to a (direct) justication of the reflection principle.»

      Tutto si tiene.

      Quante sterili dialettiche tra keynesiani, marxisti, cattolici, islamici....



      (L'analisi sull'Irlanda mi sfugge...)

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    4. Gödel, se devo essere sincero, non riscuote il mio soverchio interesse. Per ragioni proprio fenomenologiche: l'intuizione è attivata dalla sospensione non dalla precostituzione assiomatica dei termini in cui attivarla. In pratica, precede sia le parole-pensiero che la simbologia per esprimerle in forma di logica pura (ma consequenziale agli assunti).

      Poi, alla fine, gli "allineamenti" percettivi sono sicuramente consentiti entro i limiti di "serie" di possibilità insite nella struttura energetica umana: come potrebbe essere diversamente?

      Per questo, attendo che l'Irlanda immagini un recupero del suo socialismo rivoluzionario. Basterebbe che si accorgessero che l'indipendenza non esiste se ti attesti su massicce dosi di working poors (v. voce NPL) e di bambini malthusianamente in condizione permanente di povertà, ai livelli pre-decolonizzazione
      http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/csr2016/cr2016_ireland_en.pdf

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    5. “È importante ricordare che non è sempre stato così, e che chi crede alla "superiorità degli Antichi" e fonda i propri contenuti valoriali sulla Tradizione, forse ha - oggi più che mai - le sue ottime ragioni”

      Dal sin-bolico al dia-bolico, non è questa in fondo la storia dell’uomo occidentale? Distacco tra il proprio logos ed il Logos del cosmos, con l’affermarsi del primo sul secondo. Qualcosa si è spezzato, e’ vero. Ma senza quella rottura non ci sarebbe stata storia. Quella Tradizione liquidata come mitologia in fondo ricorda un tempo in cui l’umano non si sentiva straniero sulla terra. D’altronde, “Non ascoltando me, ma il Logos è saggio riconoscere che tutto è uno” (Eraclito, DK, fr. 50) e che “L’armonia invisibile val più della visibile” (Eraclito, DK, fr. 54). Dal pensiero come pura ammirazione al pensiero come intenzione egoica, a libero arbitrio umano, al prevalere ed al “progresso” celebrato dall’illuminismo a metà, affermatosi da un bel po' come esclusiva ragione strumentale e catastrofica

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    6. Credo che questo ritorno alla Tradizione, sia una sorta di epoché, una riduzione di tutte queste parassitarie sovrastrutture psicologiche e sociali che imbrigliano la coscienza umana, così come le effettive potenzialità stesse della persona umana nella realtà mondana.

      Cos'è il progressismo sociale se non dare all'Uomo di nuovo la possibilità di tornare ad esprimere tutte le sue potenzialità senza i vincoli dell'oppressione materiale e spirituale?

      Il razionalistico «calculemus!» di Leibniz è da valorizzare dialetticamente con il fideismo di quell'epoca, e l'incapacità di vedere, paradossalmente, "un mondo migliore di questo".

      L'Illuminismo stesso, come fai notare, era dialetticamente gravido tanto del progresso sociale, quanto di un generico "progresso" umano, razionalista e positivista, che credo sia preferibile chiamare "modernismo" (sociopoliticamente reazionario).

      È prevalso, forse per la natura materiale della Storia nel livello del tempo umano, il liberalismo che, come si faceva notare, conteneva anch'esso, però, dialetticamente il progresso sociale. (La sintesi "borghese" conteneva la "vecchia" antitesi "giacobina"...)

      Pur di negare la contraddizione dialettica della realtà storico-sociale, si inocula nelle menti il batterio (pop) della contraddizione logica.

      Credo che la Logica e le sue categorie siano innate, e quindi non "mi scandalizzo" della fenomenologia trascendentale del secondo Husserl.

      A Locke Leibinz obietta «Nulla è nell'intelletto che non fu già nei sensi», aggiungendo «fatta eccezione per l'intelletto stesso».

      Leopardi, "cazziato" più sopra, afferma: «Che la materia pensi, è un fatto»

      Sul fatto che poi questo pensiero sia "divinamente finalistico" o meno, è, almeno stando con la "sospensione del giudizio" fenomenologica, irrilevante.

      Platone vede la Repubblica, ovvero la Costituzione, come il ritorno all'Uno.

      Keynes, attaccato patriotticamente com'era alla filosofia inglese, tende a Grasmsci e a quella classica "continentale".

      Molti dei Grandi Autori, nelle loro differenze e nelle loro dialettiche convergono in qualche cosa di... sensato.

      Qualcosa che non è la pura materialità della pura forza intesa come nient'altro che violenza economica e militare. Proprio come quella dell'imperialismo dei mercati "internazionalizzati".

      Quando la coscienza morale è così sbriciolata come in Italia (o in USA, o in Germania), credo che l'epistemologia - segnatamente secondo attitudine fenomenologica - sia un ottimo metodo per ridurre tutta questa "cosificazione spirituale" e, in ultimo, convergere all'Uno.

      Certo, è obiettivamente complesso, ma credo che sia qualcosa di più che uno sterile "esercizio intellettuale": credo che sia un processo di emancipazione dalle "sovrastrutture parassitarie".

      Questa "complessità" può essere recepita da terzi come:

      1 - un ostacolo necessariamente da affrontare nei limiti delle proprie risorse materiali;

      2 - una serie di supercazzole inutili di persone incapaci di esprimersi altrimenti; le risposte sono più semplici e, puntualmente, "sono già dentro di noi". (Il virgolettato non viene tendenzialmente mai direttamente esplicitato...)

      Bene: la differenza tra il primo e il secondo gruppo è, secondo lo scrivente, di ordine morale.

      Ovverosia, il secondo gruppo potrebbe essere meglio perderlo che trovarlo...

      (Insomma: meglio aver coscienza di non capire, che credere di aver capito)

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    7. La logica è il prodotto puro dell'epoché: cioè è il silenzio dell'illogico da cui affiora la sintesi ermeneutica (ergo, poi, verbalizzabile) della percezione.
      E' così sempre e per tutti: purché attingano mai la logica, invece che la frenesia emozionale dell'ordine sociale, e non siano perciò anticipati costantemente dal pensiero "pensato".

      Purtroppo, il solo prospettarsi un simile procedimento cognitivo intenzionale (quindi non meramente sensibile ma che esiste finchè esiste il percettore individuale coi suoi sensi), richiede un livello di energia inversamente proporzionale alla preoccupazione per i propri averi e per la propria posizione sociale...

      Le proprie risorse materiali quindi sono un ostacolo in quanto ci vincolino alla preoccupazione per l'ordine sociale: trovare parcheggio e la dichiarazione dei redditi sono tra le vere prove epistemologiche che dobbiamo affrontare (è sempre preconizzabile di molto peggio, ma sempre sul presupposto della mancata accettazione della finitezza di questa esistenza :-)

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  4. In perfetta consonanza con quanto correttamente evidenziato da Bazaar:
    “Keynes era convinto che una società prospera in cui tutti avevano un lavoro fosse la maniera più sicura per tutelare l’indipendenza di pensiero e azione che considerava garante della vera democrazia. “Rimarrà ancora ampio spazio per l’esercizio dell’iniziativa e della responsabilità privata. All’interno di questo spazio varranno ancora i tradizionali vantaggi dell’individualismo”. Inoltre sosteneva che “l’individualismo, se emendato dai suoi difetti ed abusi, è la migliore salvaguardia della libertà personale nel senso che, diversamente, da qualsiasi altro sistema, amplia notevolmente lo spazio per l’esercizio della scelta personale” (The General Theory of Employment, Iinterest and Money, Macmillan, London 1936, 380). Keynes non aveva la minima intenzione di aprire la strada a un tetro futuro in cui le libertà personali erano sommerse da un guazzabuglio di regolamenti statali. La sua ricetta era la mano leggera al timone e una ciurma ricca e soddisfatta. Come dice il suo biografo Robert Skidelsky, “regalò alla gente la speranza che la disoccupazione potesse essere curata senza campi di concentramento” (Intervista a Robert Robert Skidelsky, 18 luglio 2000, per Commanding Heights: The Battle for the World Economy, http://pbs.org/wgbh/commanding/shared/minitext/int_robertskidelsky.htlm). Keynes anticipò il giudizio negativo di Hayek sulle conseguenze del distacco dal libero mercato offrendo un ramoscello d’ulivo alla scuola marginalista con l’allusione che la teoria classica aveva ancora un ruolo importante da svolgere. “La nostra critica alla teoria classica invalsa dell’economia è consistita non tanto nel trovare i difetti logici nella sua analisi quanto nel ricordare che i suoi assunti taciti venivano soddisfatti di rado o mai, con il risultato che non può risolvere i problemi economici del mondo reale”, scrisse. I metodi per ottenere il pieno impiego non implicavano per forza una società socialista o semisocialista. “Se gli investimenti statali nelle opere pubbliche riescono a favorire un volume aggregato di output corrispondente al pieno impiego per quanto possibile, la teoria classica da qui in poi torna valida. A parte la necessità di controlli centrali per favorire un aggiustamento tra la propensione al consumo e quella a investire, non ci sono più ragioni di prima per socializzare la vita economica” (The General Theory of Employment, Iinterest and Money, Macmillan, London 1936, 378). Keynes stava affermando che, appena su fosse arrivati al pieno impiego, molte delle certezze della Scuola classica sarebbero tornate valide" (N. WAPSHOTT, Keynes o Hayek, Milano, 2015, 138-139). (segue)

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  5. E per aggiungere qualcosa sulla grandezza e sull’umanità di quell’uomo impegnato a risolvere i problemi della gente e a non trastullarsi in sterili supercazzole, ricordiamo che Hayek aveva spedito nell’aprile del 1944 una copia di The Road to Serfdom a Keynes. Keynes, dopo averlo letto, inviò una lettera ad Hayek con la quale prima lo lusingò e poi lo stroncò, affermando “A parer mio è un testo grandioso. Abbiamo tutti ogni motivo di esserle grati per aver detto tanto bene quanto ha bisogno di essere detto. Non si aspetterà di sicuro che io accetti pressochè in toto le ricette economiche. Però moralmente e filosoficamente mi trovo d’accordo praticamente con tutto quanto, e non solo d’accordo, ma sentitamente d’accordo”…. Poco dopo Keynes partì al contrattacco. “ Direi che ciò che vogliamo non è zero pianificazione, o anche meno pianificazione, anzi direi che quasi di sicuro ne vogliamo di più”, proseguiva. “Però la pianificazione dovrebbe avvenire in una comunità in cui più persone possibili, leader e seguaci, condividano in pieno la sua posizione morale…UNA PIANIFICAZIONE MODERATA SARÀ INNOCUA SE COLORO CHE LA GESTISCONO SONO GIUSTAMENTE ORIENTATI NELLE MENTI E NEI CUORI RIGUARDO ALLA QUESTIONE MORALE. In realtà è già così per alcuni di loro. Ma il guaio è che esiste anche un settore importante che potremmo quasi affermare voglia la pianificazione non per goderne i frutti ma perché moralmente ha idee esattamente opposte alle sue e vorrebbe servire non Dio bensì il diavolo”. Keynes stava ammettendo che alcuni socialisti britannici erano criptototalitari. E proseguiva dicendo “Pertanto quel che ci serve, a parer mio, non è un cambiamento dei nostri programmi economici…NO, QUEL CHE CI SERVE È IL RIPRISTINO DEL RETTO PENSIERO MORALE, UN RITORNO AI GIUSTI VALORI ETICI NELLA NOSTRA FILOSOFIA SOCIALE” continuava. “Se soltanto lei potesse volgere la sua crociata in quella direzione non sembrerebbe e non si sentirebbe così tanto un Don Chisciotte. LA STO ACCUSANDO DI AVERE FORSE CONFUSO UN TANTINO ETICA E PROBLEMI MATERIALI. Le attività pericolose possono essere svolte in tutta sicurezza in una comunità che pensa e sente in maniera retta, ma sarebbe la via per l’inferno se fossero svolte da chi pensa e sente in maniera errata”(Lettera di Keynes a Hayek, 4 aprile 1944, LSE Archives, Londra). (N. WAPSHOTT, Keynes o Hayek, Milano, 2015, 177-178). Chapeau.

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    1. Avevo fatto cenno in un post passato (credo "Hayek ha detto tutto" o qualcosa del genere), a questo celebre scambio di corrispondenza.
      Da notare che Hayek la prese maluccio e si abbandonò a risposte di tipo (giuridicamente) ingiurioso. I suoi seguaci poi trasformarono le ingiurie in diffamazione, costruendo una vulgata "tutta loro" del pensiero distorto di Keynes.

      Da allora, questa vulgata è divenuta il senso comune tecno-espertologico, al punto che Keynes non è più sostanzialmente insegnato nelle nostre università (se non in versioni sintetiche e filtrate, in partenza, dalla interpretazione mainstream che, nel frattempo, era divenuta una vulgata delle risposte piccate hayekiane).

      D'altra parte, come abbiamo già riportato in un recente post, anche Caffè mostrava come il problema della gestione della piena occupazione, al fine di evitare spinte inflazionistiche sul mercato del lavoro e per assicurare la continuità di politiche (statali) capaci di riportare in equilibrio costantemente risparmi e investimenti, fosse presente alla stessa Joan Robinson.

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  6. Si, ne aveva gia' parlato nel blog. Hayek tempo dopo ammise che lo Stato potesse intervenire, ma solo quando la concorrenza non funzionasse e che, come al solito, dovesse essere garantito a tutti un "minimo di cibo". Keynes lo incalzo' allora criticandolo di non saper fornire una tesi mediana, Hayek rispose stizzito sul fatto che la pianificazione non significava aprire la strada alla tirannide in un paese, l'Inghilterra, che amava la liberta'. Scrisse "temo che molti miei amici britannici ancora credano, come credeva Keynes, che le attuali convinzioni morali degli inglesi li proteggano da un simile destino. E' assurdo. Non ci si puo' basare su un inyrinseco carattere inglese che salvi il popolo britannico dal suo fato"

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  7. Di Caffe' sono riuscito a ordinare "L'economia moderna e l'interventismo pubblico" del 1956. Dovrebbe arrivare i primi di giugno. Spero di poter approfondire ancor di piu' il suo pensiero sul punto

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  8. 2 interessanti articoli su come Trump vuole risolvere il problema del debito pubblico americano è probabilmente mondiale.
    Come ho capito io prolungare l'attuale debito al infinito è la totale nazionalizazzione della banca centrale.

    QUI è QUI.


    Sè non mi sbaglio tanti spaghetti libbbberisti sono sostenitori di Trump. :)))))))))

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    1. La banca centrale è gia "nazionale": è una U.S. statutory central bank, cioè una derivazione della rule of law, nazionale, che lascia comunque al potere legislativo di determinarne le condizioni di esercizio.

      Come pure la moneta è già nazionale: è chi ha la legittimazione a stabilirne il corso legale, appunto come Stato= US Governement, che ne determinata tale caratteristica: il potere di emissione di una moneta sovrana, come il dollaro, è sempre DERIVATO da parte dello Stato USA ("delegation doctrine" applicata all'aspetto moentario).

      In realtà, nel caso, si tratta di "monetizzazione" del debito: questo essendo ipotizzato l'acquisto sui titoli già emessi.
      Una cosa di cui ha già parlato pure Stiglitz, sottolineando come sia un'operazione sempre possibile in ogni momento, rispetto a un debito che, in definitiva, "hai con te stesso".

      Ovviamente, ciò sul presupposto che:
      a) o la Fed collabori, magari dietro indicazione del parlamento; b) ovvero che se ne riaffermi la indipendenza, ma come dovrebbe essere, in senso solo tecnico-funzionale, cioè riassoggettandola alle superiori indicazioni dell'Amministrazione presidenziale, decide nell'ambito della politica economica generale (cosa perfettamente legittima, dato che la fonte della "indipendenza" in senso organico e politico, com'è intesa oggi, è un ordinario act del Congresso che definisce la mission della Fed, e non una norma costituzionale).

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    2. Si ma gran parte del debito USA ca. il 40% è detenuto da stranieri (Banche, stati ecc.) è un altro 30% da investori privati americani (fondi, banche, assicurazioni) a quali il tesoro cioè lo stato americano paga interessi.

      È Trump come ho capito io vuole abbolire questa pratica.

      Come in Giappone dove il 100% debito pubblico praticamente è in mano allo stato giapponese.

      Sarebbe interessante sapere il parere di Borghi.

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    3. Il 2° degli articoli linkati, infatti, parla non solo di monetizzare il debito, sostanzialmente rendendone il servizio gratuito (per le tasche dei contribuenti, in quanto la Fed acquirente rimetterebbe gli interessi al Treasury), ma riporta varie voci che vorrebbero monetizzare ANCHE il deficit: cioè il flusso di indebitamento annuale dello Stato.

      Se entrambe queste misure, - riacquisto del debito pregresso e sottoscrizione all'emissione, con emissione monetaria (perenne e senza alternativa alla continuità della sottoscrizione alle scadenze future)-, verranno attuate integralmente, non ci sarebbe, progressivamente, più debito detenuto da privati (esteri o meno).
      Si attiverebbe la ormai scomparsa funzione di tesoreria (eventualmente anche in forma diretta, cioè senza il passaggio per l'emissione di titoli).

      Se invece verranno attuate parzialmente, potrebbe aversi un riacquisto e/o una monetizzazione parziale (che comunque garantisce l'invariabile collocamento al prezzo di emissione comunque prescelto dal Tesoro): in tal caso, potrebbe scegliersi di sottrarre alle mani estere la maggior parte del debito che attualmente è detenuto da queste.

      Ma il corso del dollaro andrebbe molto, ma molto giù: per vari motivi, alcuni più evidenti (verrebbe emessa/offerta un'enorme quantità di moneta per il riacquisto), altri meno (dipende dalle politiche fiscali effettivamente seguite).
      Ciò potrebbe aiutare il riequilibrio dei conti esteri USA, ma a condizione che non si trattasse solo di importare meno: altrimenti si avrebbe inflazione ex import, in assenza di sostituzione di beni che, per rigidità della domanda USA oltre un certo livello, costerebbero di più e la cui spesa non sarebbe necessariamente bilanciata da maggiori esportazioni.

      Gli USA dovrebbero agire come un paese normale (dato che l'enorme liquidità aggiuntiva rimarrebbe "in casa"): e sarebbe un'autentica rivoluzione politico-globale...(e fermo restando che il Giappone se lo può permettere per via della sua fortissima posizione netta sull'estero e finchè abbia risparmio nazionale sufficiente: cosa che se non modifica il mercato del lavoro e la distribuzione del reddito verso le "famiglie", diverrà in futuro sempre più difficile)

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  9. L'Italia è diventata un mercato di sfruttamento coloniale, una sfera di influenza, un dominion, una terra di capitolazioni, tutto fuorchè uno stato indipendente e sovrano. [...] "

    Ciò che accadde al Regno delle Due Sicilie accade oggi all'italiella €uropeista. Storie fotocopia.
    1ª legge del contrappasso macroeconomico.
    Chi la fa, credendosi furbo, l'aspetti.
    Ad ogni modo, il grosso dei capitalisti italioti ha già varcato da un pezzo i confini. Il capitale non ha patria in petto ma un portafoglio ;)
    L'Europa non è una nazione come non lo è l'Italia. Prima ci si farà una ragione di ciò, più milionate di altri morti liBBerali risparmieremo.

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