mercoledì 24 maggio 2017

LA LEZIONE FRANCESE: TRA STECCATI IDEOLOGICI E R€CUL€R AUTOLESIONISTA

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Da Francesco Maimone e Bazaar riceviamo, e volentieri pubblichiamo, questo post: ci pare che esso contribuisca a una riflessione necessaria proprio in questo momento, nel quale la "via stretta" di una resistenza democratica deve procedere, più che mai, evitando l'interpretazione "inerziale" (rispetto a tendenze che nel presente risultano inattuali) degli elementi strutturali della realtà.  
Ci pare cioè importante prevenire "scostamenti ideologici" da un corretto percorso dialettico, scostamenti destinati pericolosamente ad amplificarsi nel proseguire delle traiettorie prescelte. Ovvero, scostamenti destinati ad accentuare un "cul de sac", pur quando reso evidente dai duri fatti della realtà socio-economica dell'eurozona. Una realtà ormai decisamente orwelliana.
La cosa di cui dovremmo essere coscienti è che siamo in un momento eccezionale di travolgimento delle istituzioni costituzionali senza precedenti nella storia delle Repubblica: lo sforzo resistenziale dovrebbe indirizzarsi a neutralizzare il trascinamento di steccati ideologici, superabili con un realistico dialogo in nome della forza unificante del comune interesse costituzional-democratico (ovviamente, la disponibilità al superamento deve essere bilaterale: cioè vale per qualunque parte in causa). Ho aggiunto qualche "nota di Quarantotto" [NdQ].

1. Questo intervento prende le mosse dal post, a firma dell’amico Mimmo Porcaro, pubblicato il 10 maggio 2017 su “Sollevazione” ed intitolato “Strategia e tattica: le lezioni che ci vengono dalla Francia”. Le argomentazioni ivi addotte da Porcaro, ed in gran parte condivisibili, rappresentano allo stesso tempo l’occasione per alcune riflessioni su taluni passaggi del suo ragionamento che, di contro, non ci vede del tutto in sintonia.
In tal senso, Porcaro ha sottolineato con efficacia che il successo elettorale di Macron è stato determinato dalla “Union Sacrée” dell’oligarchia eurocratica dipinta, tuttavia, come forza democratica contrapposta al Front National propagandato, per converso, come forza dagli spiccati connotati fascisti. 
L’evidente dissonanza cognitiva di massa evidenziata da Porcaro ci pare corretta, dal momento che – come lo stesso sottolinea – la mera autoreferenzialità democratica ed antifascista, supportata ad arte dal clero mediatico, non può predicarsi per un europeismo padronale di cui Macron è al momento l’eroe riconosciuto” e che ha “da tempo messo in atto con efficacia una precisa strategia di dissoluzione de iure e de facto delle Costituzioni”. Pertanto, quell’europeismo “antifascista” (l’Union Sacrée), cosmeticamente acconciato da democrazia – prosegue Porcaro – sarebbe in realtà solo “il miglior sostituto funzionale del fascismo stesso” che, tuttavia, al momento “semplicemente non c’è”.

2. Quest’ultimo passaggio rappresenta il primo punto sul quale riteniamo di non convenire con il pensiero di Porcaro, per come testualmente dallo stesso espresso. 
In proposito, bisogna preliminarmente intendersi su cosa debba intendersi per “fascismo” (almeno nella tradizionale elaborazione della teoria marxiana) termine quantomai equivoco e foriero di fraintendimenti più di quanto si possa immaginare. Volendo definire il fenomeno in relazione a quelli che Lelio Basso assumeva fossero i suoi “caratteri permanenti” e non contingenti, è possibile sostenere che lo stesso è “… la tendenza del capitale ad esercitare una totale manomissione sul pubblico potere, assicurandosi in pari tempo una base di massa nel paese, qualunque siano poi le forme che questo regime reazionario di massa riveste di volta in volta” [L. BASSO, Fascismo ed antifascismo oggi, in Problemi del socialismo, marzo 1960, n. 3, 285].
Il capitalismo, a causa delle sue contraddizioni, nei suoi momenti di crisi (che per Marx costituiscono la normalità) si trova nelle condizioni di non riuscire a superarla e deve allora cominciare ad utilizzare lo Stato. 
Da questo punto di vista, il fascismo storico in Italia – innescato dalla crisi del primo dopoguerra, ma non solo - non ha fatto altro che anticipare “… un processo che poi si generalizzerà: cioè la simbiosi tra Stato e capitalismo, fra economia e politica. A un certo momento per non tenere in movimento - in quel caso per rimettere in movimento il meccanismo del profitto che si era fermato, e oggi viceversa per mantenere costantemente in movimento il meccanismo del profitto - è necessario che ci sia questa simbiosi fra Capitale e Stato. Lo Stato diventa l’ausiliario quotidiano del capitalismo” [L. BASSO, Le origini del fascismo, Savona, Centro giovanile, cicl., 10-45].

3. Ciò che costituisce la “forza determinante”, il carattere permanente del fenomeno fascista come storicamente rivelatosi è quindi la costante “tendenza del capitale oligopolistico all’appropriazione del potere statale” [L. BASSO, Le origini del fascismo, in Fascismo e antifascismo (1918-1936) – Milano, 12]. 
Nel fascismo storico la concentrazione del capitale oligopolistico aveva sembianze nazionali; negli odierni sviluppi (v. p.5) tale concentrazione, trainata dall’ideologia neo-liberista, si presenta in versione allargata e transnazionale, ovvero europea nonché a vocazione (naturalmente) globalizzata. 
Appropriazione del potere statale” significa sostanziale privatizzazione dell’interesse pubblico attraverso desovranizzazione degli Stati e manomissione definitiva dei processi democratici che continuano a permanere come mera vernice per coprire la restaurazione del vecchio ordine capitalistico (ante 1929, per intenderci), con le conseguenti manifestazioni che Porcaro bene elenca, cioè: dissoluzione della democrazia parlamentare, sottrazione di potere ai parlamenti nazionali e traslazione del medesimo potere “ad organismi non-parlamentari posti scientemente “al riparo dal processo elettorale” (le oligarchie economiche, rappresentanti del governo sopranazionale dei mercati).
 
4. Nel caso specifico del fenomeno €urounitario, gli strumenti utilizzati dalle oligarchie economiche transnazionali sono i trattati ordoliberisti, compiuta realizzazione di quella “terza via” dal carattere mimetico, convintamente messa alla porta, in Italia, in sede di Assemblea Costituente e poi “gioiosamente” rientrata dalla finestra grazie ad una sedicente “sinistra”, paludata di quel federalismo irenico e del benessere il cui suggello massimo si identifica con la moneta unica (novella versione dello storico gold standard) e la teoria della Banca Centrale Indipendente, teleologicamente orientata al mantenimento della stabilità dei prezzi (obiettivo cui sono preordinati principlalmente il divieto per la BCE e per le banche centrali nazionali di finanziare i deficit del bilancio pubblico nonché il divieto statutario di adottare azioni solidali interstatali, all'interno dell'eurozona, qui p.7, che possano perseguire o tentare di ripristinare la piena occupazione).
Orbene, se, mutuando ancora le parole di Gramsci a completamento di quanto poc’anzi detto, il fascismo “… è l'espressione organica della classe proprietaria in lotta contro le esigenze vitali della classe lavoratrice, della classe proprietaria che vuole, con la fame e con la morte dei lavoratori ricostruire il sistema economico rovinato dalla guerra imperialista (appunto il capitalismo ante 1929)…” [A. GRAMSCI, Il carnefice e la vittima, Ordine nuovo, 17 luglio 1921], allora l’attuale assetto eurounitario non può considerarsi un mero “sostituto funzionale del fascismo”, ma incarna la quintessenza stessa del fascismo, ontologicamente presente (pur essendo necessariamente diverso dal fascismo storico, appunto nelle contingenti forme sovrastrutturali e ideologiche, nel senso inteso da Marx). 

5. Questo riscontro dei "caratteri permanenti" indicati da Basso e Gramsci, semplicemente c’è, ed i dati in Italia sulla disoccupazione strutturale, il livello ingravescente della povertà e l’immiserimento generalizzato (del tutto incompatibili con il dettato della nostra Costituzione keynesiana) stanno a testimoniarlo.
Non dovrebbe destare stupore, peraltro, che il fascismo new style come sopra inteso difficilmente, nei suoi caratteri contingenti, esteriori ed equivoci (per esempio, lo squadrismo), possa ripresentarsi con le stesse forme del ventennio. 
Già nel ’60, al riguardo, Lelio Basso avvertiva: 
Da molti anni io mi sforzo di richiamare l’attenzione della sinistra italiana su questi equivoci e su questo problema, sulla necessità cioè di individuare la vera natura del fascismo e le sue radici strutturali; ciò è necessario anche a fini pratici perché compito della sinistra è precisamente quello di attaccare e distruggere quelle radici senza di che non sarà mai spianata la via alla democrazia
Non solo ma se non sappiamo distinguere gli aspetti permanenti e quelli contingenti del pericolo fascista, rischiamo di continuare ad attendere una minaccia fascista nelle stesse forme del 1922 e a non vedere il fascismo che si avanza per altre vie… Sotto questo profilo la posizione della destra socialista è tipica: agitando lo spauracchio di un fascismo vecchio stile, essa rinuncia a combattere a fondo il fascismo nuovo stile” [L. BASSO, Fascismo ed antifascismo, cit.].

6. Gli stessi moniti ci venivano rivolti nel 1950 da Piero Calamandrei (che pure non era marxista) il quale, nel rivendicare e difendere la sovranità democratica, avvertiva che 
“… le forme di limitazione di sovranità conosciute e classificate dai giuristi non sono tutte le limitazioni che operano di fatto nella vita degli Stati … i canali di penetrazione attraverso i quali le imposizioni esterne riescono ad infiltrarsi nell’interno di un ordinamento costituzionale apparentemente sovrano possono essere molto più complicati e molto meno classificabili di quelli previsti negli schemi dei giuristi.
Sicchè può avvenire che in uno Stato che si afferma indipendente gli organi che lo governano si trovino, senza accorgersene, in virtù di questi segreti canali di permeazione, a esprimere non la volontà del proprio popolo, ma una volontà che vien dettata dall’esterno e di fronte alla quale il popolo cosiddetto sovrano si trova in realtà in condizione di sudditanza” [P. CALAMANDREI, Lo Stato siamo noi, Chiarelettere, Milano, 2016, 35-36].  
Calamandrei non sarebbe purtroppo vissuto abbastanza per constatare che, nell’attuale frangente storico, quei “segreti canali di permeazione” sono in verità quanto mai palesi, e che quelle “limitazioni di sovranità” si sono concretate addirittura in cessioni di sovranità eurocertificate.

7. Alla luce di quanto sopra esposto, su altri punti dell’analisi fornita da Porcaro ci permettiamo di dissentire. 
Egli, al riguardo, dopo aver affermato che “il fascismo semplicemente non c’è”, paventa altresì che esso potrebbe materializzarsi in futuro sotto le sembianze del Front National e della Lega Nord, qualificati all’uopo - in quanto movimenti di una “destra protezionista” - come “organismo politico della frazione più debole del capitale” che andrebbe incontro “alla specifica esigenza di una parte del capitale, che non è già quella di avere una nazione priva di immigrati… ma piuttosto quella di avere una nazione piena di immigrati clandestini, e quindi più facilmente sfruttabili”.
Orbene, chiarita in primo luogo l’intima essenza di quel fenomeno autoritario che per comodità chiamiamo fascismo, sia il “soggetto” che attualmente lo impersonifica (ovvero, l’assetto eurounitario risultante nel complesso dai Trattati), a noi sembra invece fondamentale “spulciare” il programma della Lega Nord (lo stesso vale per il Front Nazional francese) per capire se tale movimento assecondi o meno un tale assetto istituzionale. 
E su questo specifico aspetto si dà il caso che proprio la Lega Nord (così come il Front National) abbia assunto come primario punto programmatico la rivendicazione della sovranità democratica (sia pure con una "indecisione" terminologica che, oggettivamente, riflette un conflitto al suo interno che non appare ancora del tutto risolto), opponendosi in ogni sede (nazionale ed europea) a quest’Europa mediante la pubblica denuncia dei suoi metodi e delle sue finalità considerate (a ragione) in netto conflitto con i principi fondamentali della Costituzione (appunto nella sostanza, laddove, peraltro, non è solo tale partito, ma praticamente tutti, ad "accusare" un richiamo poco consapevole alla effettiva portata del modello costituzionale).

8. In tal senso, diciamo "sostanziale" (e indubbiamente ben suscettibile di essere perfezionato in base al compimento di un intero percorso), la rivendicazione della piena sovranità democratica-costituzionale (intesa, ex artt. 1, 3, comma II, e 4 Cost., come effettiva e necessitata realizzazione di tutti i diritti sociali) - la quale presuppone di necessità l’abolizione della BCE indipendente e del connesso “vincolo esterno” – deve essere considerata tutt’altro che irrilevante ai fini della tutela della dignità dei lavoratori e dei diritti fondamentali di tutti i cittadini italiani, i quali di quella sovranità sono e rimangono gli esclusivi titolari. 
Ciò che semmai può rimproverarsi alla Lega Nord (meno al Front National, almeno fino ai recenti "tentennamenti", che denotano una certa qual mancanza di fiducia nella propria scommessa politica) è semmai l'enfasi largamente insufficiente posta sui temi evidenziati (rapporto di assoluta idiosincrasia tra BCE indipendente, mercato del lavoro flessibile e, ovviamente, parametro costituzionale di sua tutela come principale argomento di legittima opposizione al "vincolo €uropeo"), la cui propugnazione è invece essenziale, se non assorbente, per chiudere la partita del conflitto sociale.

9. In secondo luogo, è bene altresì intendersi in cosa consista quella “frazione più debole del capitale” protezionista di cui la Lega Nord (e il Front National in Francia) costituirebbe il rappresentante politico. 
Se, come sembra, la “frazione più debole del capitale” è fatta coincidere da Porcaro con la piccola e media borghesia, cioè con quel ceto medio che Lelio Basso (ma v. qui, P.4) definiva Terza Forza (PMI, intellettuali, liberi professionisti, burocrati etc.), essa - chiusa nell’individualismo che non è affatto coscienza liberale, ma un meschino egoismo antisociale - è in realtà una vittima del capitale oligopolistico, esattemente come il proletariato: “La piccola borghesia e gli intellettuali, per la posizione che occupano nella società e per il loro modo di esistenza, sono portati a negare la lotta delle classi e sono condannati quindi a non comprendere nulla dello svolgimento della storia mondiale e della storia nazionale che è inserita nel sistema mondiale e obbedisce alle pressioni degli avvenimenti internazionali …” [A. GRAMSCI, Previsioni, Avanti!, ed. piemontese, 19 ottobre 1920].
Privo di una coscienza di classe, il ceto medio è incapace di rendersi conto che l’attuale concentrazione capitalistica, trainata dall’assetto €urocratico, non può che condurlo alla rovina: “… Il regime fascista muore perché … ha contribuito ad accelerare la crisi delle classi medie. L'aspetto economico di questa crisi consiste nella rovina della piccola e media azienda: il numero dei fallimenti si è rapidamente moltiplicato in questi due anni. Il monopolio del credito, il regime fiscale, la legislazione sugli affitti hanno stritolato la piccola impresa commerciale e industriale: un vero e proprio passaggio di ricchezza si è verificato dalla piccola e media alla grande borghesia, senza sviluppo dell'apparato di produzione; il piccolo produttore non è neanche proletario, è solo un affamato in permanenza, un disperato senza previsioni per l'avvenire” [A. GRAMSCI, La crisi delle classi medie, L'Unità, 26 agosto 1924].

10. [NdQ] Dunque, sul piano strutturale, e non su quello sovrastrutturale-ideologico delle "illusioni" del Terzo Partito, abbiamo un'evidenza: se i ceti medio-piccolo imprenditoriali e professionali,  in base ad un corretta analisi dei dati economici registrabili dagli esiti delle politiche economiche del fascismo, furono marginalizzati da esso - in nome dello stato di necessità che corrispondeva, allora, all'antioperaismo utilizzato come spauracchio sedativo-, ne dovremmo trarre un'obbligata quanto incredibilmente trascurata conclusione (che pure la storia economica di addita con grande chiarezza).
E cioè che, sul piano logico, se tale condizione passa, tra l'epoca del fascismo ed il secondo dopoguerra, dalla marginalizzazione politico-economica ideologicamente sedata, ad una rilevanza politico-economica senza precedenti, questi stessi ceti hanno goduto, forse più di tutti, della crescita del benessere legata alla (pur parziale) applicazione del modello democratico costituzionale
Ed inoltre, il passaggio dalla condizione di operaio o contadino a quella di piccolo-medio imprenditore o di professionista, è tra l'altro, un fenomeno (generazionale) che si afferma solo dopo il 1948, come frutto della progressiva democratizzazione sociale costituzionale, e denota l'irrompere nella società italiana della c.d. "mobilità sociale" che è appunto il frutto della "eguaglianza sostanziale" e della c.d. "redistribuzione ex ante", (qui, p.4) che è la vera caratteristica della democrazia costituzionale del 1948.
I ceti "indipendenti", valorizzati politicamente e, specialmente, allargati nel numero, sono, sul piano dei riscontri consentiti dalla ricognizione dei fattori della crescita italiana del dopoguerra (v. qui, pp.5-8), i grandi beneficiari delle politiche industriali pubbliche codificate dalla c.d. "Costituzione economica", che hanno diffuso sul territorio, e pervaso in strati sociali sempre più ampi, la capacità di reddito e di spesa originata dall'incremento occupazionale e competitivo consentito dalla presenza della grande impresa pubblica.

10.1. Infatti, come negli anni ’20 per le oligarchie nazionali, così nella situazione odierna per il capitale oligopolistico internazionale:
… Tutta una serie di misure viene adottata dal fascismo per favorire una nuova concentrazione industriale … L'accumulazione che queste misure determinano non è un accrescimento di ricchezza nazionale, ma è spoliazione di una classe a favore di un'altra, e cioè delle classi lavoratrici e medie a favore della plutocrazia
Il disegno di favorire la plutocrazia appare sfacciatamente nel progetto di legalizzare nel nuovo codice di commercio il regime delle azioni privilegiate; un piccolo pugno di finanzieri viene, in questo modo, posto in condizioni di poter disporre senza controllo di ingenti masse di risparmio provenienti dalla media e piccola borghesia e queste categorie sono espropriate del diritto di disporre della loro ricchezza.
Nello stesso piano, ma con conseguenze politiche piú vaste, rientra il progetto di unificazione delle banche di emissione, cioè, in pratica, di soppressione delle due grandi banche meridionali …”. [A. GRAMSCI, Il fascismo e la sua politica, Tesi approvate dal congresso del partito comunista a Lione (gennaio 1926)].
Nelle parole di Gramsci risuona l’eco delle privatizzazioni che hanno investito e continuano ad interessare il nostro Paese sull’onda di un clima di crisi permanente, della deindustrializzazione massiccia del sistema produttivo italiano (nonché del conseguente indotto, campo prediletto delle PMI) ormai per lo più estero-controllato, l’acquisizione in mano straniera degli assets strategici (da ultimo, il caso Alitalia prossimo venturo) nonché i probabili sviluppi della crisi bancaria sottoposta alle regole del bail in europeo a danno della gran massa dei risparmiatori.

11. Ciò che risulta paradossale, peraltro, è che il capitale oligopolistico non celi le proprie strategie di concentrazione, ma anzi le reclami in nome del “più €uropa” e della globalizzazione, come si ricava dalle inequivocabili parole di Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria, ovvero della la più grande associazione di quella “frazione dominante del capitale” che Porcaro pur individua essere “l’elemento che realmente diede il via libera a Mussolini”.
 
Nel corso dell’incontro linkato, infatti, l’intervistatore ha fatto notare a Boccia che il sistema italiano è composto in maggioranza di PMI, riferendo che un grande imprenditore italiano avrebbe però affermato quanto segue “Le piccole e medie imprese sono microaziende. Le microaziende, in questo mondo, non hanno più alcun significato”. 
Il commento di Vincenzo Boccia è stato lapidario: “Ha ragione. Piccolo è una condizione da superare. Bisogna costruire le filiere e le alleanze. Se vogliamo affrontare i mercati globali, quello che dice Guerra è esattamente la verità. Non possiamo più difendere lo status quo, ma bisogna costruire un percorso. Bisogna andare in Borsa”.
Il ceto medio – confermando le parole di Gramsci sopra riportate - non è quindi in grado di comprendere che nulla ha da spartire con quest’€uropa di matrice mercantilistica (cioè costruita su misura proprio per la “frazione dominante del capitale” votata all’export ed alla concentrazione), dal momento che il proprio terreno di elezione è da sempre rappresentato dal mercato interno, ormai quasi del tutto sterminato a causa delle politiche deflattive neo-ordoliberiste e della valuta unica che vietano ogni intervento statale in economia.  
In definitiva, quella medesima piccola e media borghesia, appoggiando il sistema eurocratico anti-Stato che la vuole “far fuori”, non è cosciente che si autocondanna a diventare una costola del proletariato oppresso e con il quale, a ben vedere, avrebbe quindi tutto l’interesse a solidarizzare.

12. A stretto rigor di termini, dunque, ammettendo che la Lega Nord (stesso discorso è valido per il Front National) sia “l’organismo politico” della piccola e media borghesia alla quale la propria proposta politica si rivolgerebbe (la “frazione più debole del capitale”), allora la battaglia programmatica anti-€uro e per il recupero della piena sovranità costituzional-democratica (monetaria, di controllo pubblico dell’economia e dei confini nazionali) non può che avvantaggiare tutte quante le classi, in teoria antagoniste (coscienti o meno che siano) della grande borghesia capitalistica internazionale. 
Quanto detto ci porta di conseguenza a sostenere che dette forze politiche non si scaglino affatto “contro una parte dei lavoratori”, poiché la rivendicazione di un’attuazione piena ed incondizionata della democrazia costituzionale significa, per antonomasia, tutela sociale redistributiva e pluriclasse.
[NdQ-2] Come sarebbe poi (parliamo del caso, e del programma del Front National) operativamente possibile "scagliarsi contro una parte dei lavoratori" se oltre al recupero della sovranità monetaria, si considera prioritario (parlando addirittura di "sacralizzazione"), il rafforzamento dell'iniziativa industriale pubblica e la pubblicizzazione non negoziabile dei servizi pubblici, insieme con l'abolizione della loi travail? 

13. [NdQ3] Semmai, a rendere implausibili queste enunciazioni, è tentennare e "reculer" sulla questione dell'euro, che, per l'appunto costituisce il vincolo istituzionale che rende impossibile ogni attuazione di politiche sociali del pieno impiego, nonché di politiche industriali pubbliche, falcidiate dal regime del divieto di aiuti di Stato e dai limiti di bilancio (che sono appunto previsioni dei trattati intenzionalmente intese a rendere irrilevanti tali politiche, proprio perché incompatibili col modello sociale gold standard abbracciato dall'Unione europea).
Ma la scarsa fiducia nella comprensione degli elettori, da parte delle forze "sovraniste", di fronte a inevitabili battute d'arresto transitorie, è il risultato (erroneo) di una presa d'atto della forza mediatica delle oligarchie finanziarie, e in nessun modo l'indicatore rivelante una recondita strategia di scagliarsi contro "una parte dei lavoratori". 
E tra l'altro, tale "parte", come verrebbe selezionata dato che, abbiamo visto, quei punti programmatici avvantaggiano indistintamente tutte le classi danneggiate dai poteri timocratici filo-europeisti? 
Sarebbe un'operazione (di maliziosa "riserva mentale") semplicemente irrealizzabile a posteriori, perché suicida dal punto di vista del consenso, una volta conquistata una posizione di governo da cui realizzare quei punti progammatici. (E la riconversione post-elettorale di Trump, comunque nascente da un'ambiguità originaria ben più accentuata, insegna quanto le "riserve mentali" siano una strada di perdizione verso la precarietà nel consolidamento del potere conquistato alle urne).

14. Su un ultimo punto, in proposito, ci sembra importante porre l’attenzione. 
Ci sembra innanzi tutto una (ulteriore) contraddizione in termini qualificare, come fa l’amico Porcaro, dette forze politiche come protezioniste e addirittura xenofobe, salvo poi sostenere che le medesime vorrebbero “una nazione piena di immigrati clandestini … più facilmente sfruttabili”. 
A noi pare, piuttosto, che una tale asserzione sconti una “contaminazione ideologica”, in quanto da un lato non si fonda su reali dati fenomenologici (è anzi di dominio pubblico che Lega Nord e Front National siano contrari all’immigrazione clandestina, e proprio per tale motivo sono ormai identificati in modo semplicistico come forze politiche razziste/xenofobe) e dall’altro, correlativamente, presuppone che il protezionismo sia sempre e comunque negativo.
Il protezionismo, quello autentico (ammesso che il termine abbia un senso univoco fuori dal contestodegli imperialismi europei e del loro naturale sviluppo in termini di controllodei mercati), non può in prima battuta avvantaggiare le PMI, le quali semmai ne traggono solo un vantaggio riflesso e marginale, essendo le stesse – come detto - legate all'intervento pubblico nell'economia nonché alla connessa crescita industriale del territorio. 
Il protezionismo in senso stretto, infatti, avvantaggia l'oligopolio nazionale, che fa “da asso piglia tutto” e non consente di certo - dato il suo panorama istituzionale e il funzionamento della "rendita" rispetto al livello di occupazione - che esista una "frazione debole del capitale".

15. Il grande capitale oligopolistico, infatti, mira sempre e comunque a creare classi subalterne ed oppresse, mantenute a livelli di mera sopravvivenza non dissimili da quelli del medio-piccolo salariato, in linea con la previsione di Marx secondo cui la lotta suprema è combattuta tra due classi soltanto, proletariato e borghesia, senza alcuna distinzione - nell’ambito di quest’ultima - tra frazione debole e dominante del capitale
In definitiva: protezionismo imperialista old style o "internazionalismo cosmopolita" (sempre come definito da Basso nella sua equivalenza al primo, p.2), è sempre e solo la grande impresa finanziarizzata a dominare la scena.
Piuttosto, un protezionismo intelligente, una sapiente “autarchia economica nazionale” in campo merceologico e della forza lavoro erano sostenuti da Keynes [J.M. KEYNES, National Self-Sufficiency, The Yale Review, Vol. 22, no. 4 (June 1933), 755-769] come da Federico Caffè (intellettuali che non possono essere definiti propriamente imperialisti o xenofobi), ci sembrano quanto mai necessari e conformi, in Italia, al dettato della Costituzione. 
[NdQ4] Senza dimenticare quell'anello di congiunzione tra i due costituito dall'illuminante analisi di Kaldor relativa al "vincolo della bilancia dei pagamenti" rispetto alla piena occupazione, e ai diversi modi di risolverlo, cooperando e adottando misure di coordinamento non egoistico tra paesi diversi: cioè esattamente l'opposto di quanto predicato nei trattati europei.

16. Deve, cioè, essere assolutamente chiaro che non sono più eludibili l’interrogativo e le argomentazioni che proprio Caffè poneva in proposito negli anni ’80:
“… Nell’ambito di un’economia mondiale interdipendente e soggetta, nello scorcio degli anni più recenti, a vicissitudini perturbatrici origine di problemi tuttora aperti, è individuabile una funzione utile per una politica economica che miri a realizzare un adeguato dosaggio tra l’incoraggiamento delle esportazioni e un’autonoma azione di sostegno della domanda interna? I termini adoperati evitano ogni appello emotivo alla creazione di “un nuovo ordine internazionale”, come pure ogni atteggiamento difensivo di orientamenti protezionistici
Né le frasi ad effetto, ripetute sino alla noia, né il ripudio della realtà con aprioristiche demonizzazioni contribuiscono a dare concretezza allo sforzo di comprensione e di immaginazione necessario per avviare a soluzione i complessi problemi dell’economia internazionale.
La loro gravità non sembra da collegare a prospettive di crolli finanziari o di disgregazioni involutive proprie delle vicende degli anni trenta. Trasformazioni profonde sono intervenute rispetto a quei tempi. Nondimeno malgrado l’enfasi che abitualmente viene posta sulle proiezioni verso il futuro, non può sfuggire a un osservatore attento il riaffermarsi di quella “cristallizzazione delle disuguaglianze” che, nell’immediato secondo dopoguerra, fu di ostacolo al conseguimento degli attesi risultati istituzionali sul piano della cooperazione internazionale nella sfera degli scambi internazionali. Si assiste, oggi, a un succedersi di monologhi che sembrano sinora incapaci di dar vita a un valido dialogo” [F. CAFFE’, In difesa del welfare – Saggi di politica economica, Rosemberg & Sellier, 1986, 93 e ss.].

16.1. Ripudiare la realtà attestandosi su “aprioristiche demonizzazioni” (in particolare riassunte nella frettolosa e non scientificamente univoca locuzione "protezionismo"), e contra Constitutionem, in nome della pace e di un benessere utopistici da decenni contrabbandati però ad arte dal pensiero unico, significa continuare a sostenere (anche involontariamente ed in modo equivoco) posizioni inaccettabili propugnate già da Von Mises [L. MISES, Die Gemeinwirtschaft - Untersuchungen über den Sozialismus, 1922, 219, nota 1, e 220] nonché da Einaudi [L. EINAUDI, Protezionismo operaio,Corriere della sera 20 novembre 1910], che francamente non ci sembrano essere stati campioni di democrazia e di solidarietà sociale.
Recuperare, in Italia, l’indipendenza nazionale e la sovranità democratica della dignità del lavoro costituisce quindi la essenziale (e necessaria) pre-condizione rispetto ad ogni altra discussione; solo in un secondo momento, quello della normalizzazione che superi lo “stato di eccezione” eterodeterminato e la “rottura costituzionale”, sarà possibile ritrovare lo spazio per la legittima contrapposizione politica e le differenze programmatiche (nei limiti, s’intende, del necessitato programma fissato dalla Costituzione repubblicana). 
Sino ad allora – e senza che ciò significhi in alcun modo “legittimare l’idea … che in fondo Le Pen e Salvini sono “un po’ di sinistra”, o comunque “più di sinistra” dei vari Renzi, D’Alema, Bersani e via elencando” - ci sembra autolesionistico, in nome di una intransigente prevenzione, escludere dal novero degli “Alleati” qualunque forza politica che dichiari di condividere l’obiettivo sopra menzionato e che solo la storia, a posteriori, sarà quindi in grado di giudicare.

lunedì 22 maggio 2017

LA MIGLIORE SULL'EURO? QUELLA DEI KABARETTISTI

http://www.diariodecine.es/sscabaretfilm6.jpg


1. Come feedback all'articolo di Wolf appena commentato in questo post, sul FT di venerdì 19 (pag.10), compare questa lettera:

"...Martin Wolf (Comment, May 17) pone in luce l'influenza negativa dell'enorme surplus delle partite correnti della Germania nell'eurozona. E, come in altra occasione ha sottolineato Wolf, un'eurozona che cerchi di imitare nel suo insieme il surplus tedesco ha un'influenza malefica sulla crescita della domanda globale (ndr; growth failure da liberoscambismo mercantilista, per dirla con Joan Robinson, che conferma il ruolo di punta di diamante della globalizzazione incarnato dall'ideologia dell'euro, imperniato istituzionalmente su crescita export-led e riforme strutturali, smentendo, ancora una volta, l'idea dell'ital-grancassa mediatica che l'euro sia una forma di "difesa" dalla globalizzazione stessa).

Wolf esprime il dubbio, da molti condiviso, che possa mai verificarsi in Germania l'aumento dei salari necessario per il riallineamento della sua competitività.

Un meccanismo che potrebbe essere utilizzabile per promuovere un tale aggiustamento è una rivalutazione fiscale (ndr; ovviamente del tasso di cambio reale tedesco): ciò implica che la Germania aumenti i contributi sociali e assistenziali gravanti sui datori di lavoro e riduca le tasse sul consumo (come l'IVA...ndr; essendone l'aumento "preventivo e competitivo", invece, misura isomorfa a un contingentamento delle importazioni, in violazione dell'art.34 TFUE). Una tale politica può essere definita come fiscalmente neutra.

Si potrebbe immaginare un rivalutazione tedesca accompagnata da misure in opposta direzione da parte dei paesi che tendano a bilanciare il proprio deficit verso il pieno impiego.

Paesi come la Grecia o il Portogallo hanno già ricevuto pressioni in questa direzione, onde aumentare l'IVA mentre si riducono gli "oneri sociali" per i datori.

Sebbene i tentativi per via fiscale di imitare l'impatto delle variazioni dei cambi nominali siano ben lontani dall'esserne un perfetto sostituto, l'evidenza empirica ha suggerito che essi siano efficaci.

Lo step cruciale per l'eurozona, comunque, è di riconoscere la necessità della simmetria nell'aggiustamento.

La Germania dovrebbe convenire che aumenti del costo del lavoro per unità produttiva costantemente sotto il 2% fissato normativamente dalla BCE costituiscano un problema che esige una correzione esattamente come quelli dei paesi che hanno registrato costanti aumenti al di sopra di tale limite.

Malcom Barr,

Senior Western European Economist,

JP Morgan

London...UK".


1.1. Già: ma se i tedeschi non riconoscono questa "necessità della simmetria"? 

Beh, si porrebbe un altro interrogativo, della massima importanza polititica, ma non €uropea, quanto mondiale. E l'interrogativo è il seguente:

- se, permane un vincolo istituzionale immodificabile, per via dei "rapporti di forza" che governano l'applicazione dei trattati, e proseguisse l'influenza "malefica" sulla crescita della domanda globale, provocata da un'eurozona che funziona "nel suo insieme" secondo le imposizioni tedesche, non sarebbe piuttosto, l'imporre questa simmetria nell'aggiustamento, un affare del resto del mondo?

Per capirne un corollario, un'ulteriore domanda: se, come certamente non si può escludere, si verificasse una nuova crisi finanziaria globale, l'intero pianeta potrebbe permettersi che l'area che esprime la maggior percentuale di PIL al mondo, fosse soggetta a un'altra correzione basata sulla "austerità espansiva" (dunque pro-ciclica!), magari con una BCE governata da un Weidman (le due circostanze rischiano di sovrapporsi cronologicamente in modo inquietante)? 
ADDENDUM-QED. Per dire: questa, qui sotto, è la traiettoria attuale che può solo autoaggravarsi per via degli effetti sui conti pubblici della compressione ulteriore della domanda interna e può divenire tragica in caso di shock esterno come nel 2011. E tutto ciò, mentre il complesso delle forze politiche si preoccupa solo di una legge elettorale che consenta la formazione di un governo capace di sopravvivere alla impopolarità esiziale di una legge di stabilità con un volume di consolidamento senza precedenti dal 2011: cioè a 6 anni di distanza dal governo Monti che doveva risolvere facendo presto! :

NON FA SOSTA L’EURO-SUPPOSTA - IN ARRIVO DA BRUXELLES LE “RACCOMANDAZIONI” AL GOVERNO ITALIANO. VOLETE SAPERE QUALI? TASSARE LA PRIMA CASA E AUMENTARE L'IVA - L’EUROPA CI VUOLE MORTI: LA PRESSIONE FISCALE ITALIANA, SOMMANDO LA COMPONENTE TRIBUTARIA A QUELLA CONTRIBUTIVA, È AL 64,8% CONTRO MEDIA EUROPA 40,6%



2. In realtà, la proposta del gagliardo Barr (giovane 28enne laureato in marketing e già rugbysta di discreto successo nella nazionale di...Hong Kong), risponde a ipotesi ed analisi che ritrovate nel post di goofynomics sopra linkato (e, in generale, ne "Il tramonto dell'euro", nonché, anche qui, estendendo l'analisi all'assetto giuridico inderogabile dei trattati).

L'obiezione che svolgeva Alberto, al tempo (2012!), entro una polemica che gli anni hanno rivelato priva di oggettivo fondamento (appunto per l'irremovibilità tedesca), era la seguente:

"Ora ci dicono che loro sono virtuosi e che dobbiamo fare come loro. Cioè violare il Patto di stabilità, chiederà Pierino? No, Pierino, noi (noi) dobbiamo essere virtuosi....

Ma se il loro scopo non fosse stato quello di fotterci, perché, di fare le riforme, non ce l’hanno proposto mentre loro si accingevano a farle? 
Se lo scopo di queste riforme è vincere insieme la guerra santa contro la Cina (una delle due ossessioni degli ortotteri, l’altra essendo la castacoruzzzzzzionebrutto), perché, chiedo, perché i virtuosi alamanni non hanno voluto che le decidessimo insieme? Questo nessuno se lo chiede, perché la risposta a questa domanda che nessuno si pone (i Giannino, i Cruciani, gli Alesina, i Polito, i Gramellini) è tanto semplice quanto sgradita agli occhi degli errand boys e dei loro Castle hacks: perché chi picchia per primo picchia due volte (soprattutto se  l’avversario è bendato), e loro volevano fotterci. 
Bene: a queste persone che evidentemente volevano fotterci, ora tu vai a chiedere di aderire a uno standard retributivo? Suvvia... siamo seri!

Del resto, non so se noti il paradosso.

Il paradosso consiste nel fatto che noi dovremmo costringere i custodi europei dell’ortodossia e del libero scambio a fare quello che naturalmente accadrebbe (rivalutare in termini reali) se essi lasciassero liberamente agire le forze di mercato, che invece reprimono. Perché col culo degli altri son tutti (libero)scambisti. Chiaro, no? Qui ovviamente non ci può essere buona fede."



3. Le obiezioni che, in questa sede, abbiamo mosso alla soluzione consistente nella rivalutazione "reale" tedesca (proponibile in svariate modalità), sono, sul piano giuridico, perfettamente in linea con quella logico induttiva basata sui fatti concludenti; tali obiezioni, risultano, ci permettiamo di dire, giuridicamente assorbenti

i) (qui, p.5): Per poter ottenere un qualche risultato in questa direzione, occorrerebbe che il sistema sanzionatorio attuale, praticamente a effetti nulli, fosse profondamente rivisto: invece della procedura avviata, nel 2013 (!) dalla Commissione per lo squilibrio eccessivo dei conti esteri tedeschi non s'è saputo più nulla e la Germania continua imperterrita nel suo atteggiamento mercantilista. 
Il quadro attuale, fondato sugli artt.articoli 119, 121 e 136 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), conduce al massimo, e senza alcuna garanzia che ciò debba essere portato a tali conseguenze, alla comminatoria di un deposito infruttifero, trasformabile in equivalente sanzione, dello 0,1% del PIL a carico della nazione che inadempia a piani di correzione e reiterate (negli anni!) raccomandazioni. In pratica, il quadro legale europeo, sugli squilibri da avanzo eccessivo delle partite con l'estero, è un mero palliativo sprovvisto di qualsiasi persuasività normativa. 
Questo quadro di soft-law, cioè di giuridicità incompleta derivante dall'inesistenza, nonché dalla mancata e perdurante inapplicazione, di sanzioni dotate di effettività, non è casuale o episodico: è parte di un assetto consolidato, coerente e corrispondente alla politica della forza che caratterizza, storicamente, i trattati liberoscambisti-


ii) Va poi precisato che, se non si può intaccare questo pseudo-sistema di inefficace correzione del più anticooperativo degli squilibri macroeconomici (ed anche il meno conforme alla funzione, teorica, di un trattato economico dichiarato federalista e unionista), cioè arrivando a una revisione dei trattati e delle fonti da esso derivanti (in particolare del regolamento concernente la Macroeconomic Imbalance Procedure — MIP), l'Italia non ha, e nemmeno Macron, se per questo, alcun speranza di vedere accolta la proposta avanzata, anche di recente,  di "avere margini di flessibilità per tagliare l’Irpef e per effettuare (i mitici) investimenti".

Una tale pretesa, infatti, allontanerebbe l'Italia dalla strada della correzione svalutativa interna imposta dal bench mark della produttività reale e del CLUP tedesco, portando l'Italia stessa, e non la Germania, a reflazionare e, quindi, a subire ancora di più la pressione competitiva dei prodotti tedeschi (e non solo) sul nostro mercato interno, rimangiandosi, mediante un ritorno al disavanzo estero, la poca crescita che tali misure, comunque molto limitate nelle dimensioni che sarebbero consentite, potrebbero innescare. Per la Francia...idem (e a fortiori);


iii) anche ammettendo che "il riconoscimento di un'esigenza di ripristino della simmetria" (con rivalutazione fiscale autonomamente promossa), da parte della Germania, sia ragionevolmente sostenuto da molta parte degli economisti (cosa che neppure rispetto alla sua attuale forma tardiva è pacificamente affermabile), rimangono sul tappeto tutte, e proprio tutte, le ragioni sui presupposti fondamentali, di natura ideologica, dei trattati e sui loro contenuti.
Presupposti e ragioni "graniticamente" avallati dalla Corte di giustizia UE (che ha sempre evitato di prendere in esame una possibile violazione tedesca dei trattati, interpretandoli in un modo che ne prescinde e si adegua alle loro "esigenze"), e culminanti in questo fuoco di sbarramento giuridico (p.14). Si tratta di una diatriba "riformistica" di lunga data, sempre infrantasi sull'effettivo costo della solidarietà fiscale per la Germania (e gli altri Stati in forte surplus dei conti con l'estero), stimato realisticamente da Sapir ad esempio. 


3.1. Ed infatti, a questa ormai poco convinta rivendicazione "solidale" viene opposto (con successo): 

a) il pacta sunt servanda, cioè l'irrevocabilità (più o meno correttamente sostenibile sul piano delle regole del diritto dei trattati) di vincoli assunti volontariamente dagli Stati, per quanto onerosi possano poi rivelarsi; 

b) ai fini di adozione di regolamenti o "risoluzioni" (v. ad es; l'OMT, cioè il whatever it takes annunciato da Draghi) che introducano la flessibilità e/o la "solidarietà", si eccepisce l'essenzialità stessa delle clausole sul divieto di solidarietà fiscale, che giustificherebbero, comunque, la legittimità del richiamo tedesco alla teoria della "presupposizione"; e quindi alla nullità di ogni modifica dei principi dei trattati che ne costituiscono Voraussetzungen: cioè presupposti essenziali della stessa conclusione del trattato, tali da risultare invocabili davanti alla stessa Corte GUE, e, prima ancora, davanti alla Corte costituzionale tedesca, per sancire la nullità/inefficacia dell'introduzione di ogni meccanismo solidaristico di tal genere; 

c) l'esigenza dell'unanimità per poter comunque introdurre una sostanziale modifica del trattato UE e FUE (a prescindere dall'invocabilità della procedura ex art.48 TUE, in forma ordinaria o semplificata)".

4. Ma probabilmente, il miglior contributo al dibattito sulla sostenibilità dell'euro e sulle ragioni, culturali prima che economiche, della sua irriformabilità, viene proprio dalla Germania; e non lo diciamo ironicamente. 

Anzi, la realtà dei fatti (economici, storico-ideologici e istituzionali) emerge con chiarezza proprio dalla viva voce della parte non...elitaria del popolo tedesco, cioè da dei kabarettisti, dei comici, che esprimono una chiarezza di idee anzitutto impensabile da parte dei propri omologhi italiani ma che, più ancora, non supererebbe neppure il filtro implicito (e censorio della realtà) che viene imposto da decenni sulle televisioni italiane:




5. Allo "stato dell'arte", questo video rappresenta il condensato della miglior comunicazione di massa raggiunta in argomento (tranne, forse, per il "credito" attribuito, con un ottimismo un po'....prematuro, alla ragionevolezza delle richieste di Macron): si può ridere o sorridere, ma senza dimenticare che sottostante a tutta la "scenetta" c'è un senso di disperazione, di impossibilità ad indurre alla ragione, che fa onore ai suoi autori. 
Ma che mostra anche che la insostenibilità dell'ordoliberismo mercantilista, a guida tedesca, consente risposte che si limitano alla tragica risata del popolo che per primo la subisce e che, in definitiva, si appella alla "intelligenza" di tutti gli altri popoli coinvolti. Ma anch'essi disperati...