lunedì 19 febbraio 2018

LA MACCHINA DI LIVELLAMENTO CHE DOMINA SOVRANA SUL CONFORMISMO DELL'UOMO MEDIO (IL TESTAMENTO MORALE DI BASSO)


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1. La campagna elettorale langue nei suoi (in apparenza) indecifrabili sommovimenti, tutti e solo giustificabili dalla legge elettorale (l'elissi a difesa del sistema) che è stata curiosamente prescelta dalle forze politiche: incautamente forse per loro stesse - imbarcatesi in calcoli lambiccati che sono andati presto, e prevedibilmente...fuori controllo...o forse invece no -, ma senza dubbio gradita a...Citigroup (con annessa prorogatio invertita).
Ed in fondo, più si avvicinano le elezioni, più appare compiersi l'implicita accettazione, ovvero, più precisamente, la preventiva assuefazione, a tale prospettiva ("Citigroup"), da parte di un elettorato depoliticizzato in quanto raffinatamente condizionato ad assumere maggioritarie "reazioni favorevoli al sistema": in modo, come vedremo, per lo più inconsapevole. 

1.1. Ci rifacciamo perciò al tema interconnesso che si riallaccia al problema del controllo mediatico (perfezionato quasi militarmente con la campagna sulle c.d. fakenews), dello svuotamento del suffragio universale e della conseguente rassegnazione al ruolo del parlamento come mera "stanza di registrazione" della volontà dominante ed extraistituzionale dei mercati: un parlamento come "macchina di livellamento degli uomini al denominatore comune di ‘uomo medio'".
I temi finora accennati si compongono di una serie di preziosi contributi di Francesco che risalgono al maggio del 2017 e che costituiscono una piccola "summa" della parte più acuta e profetica del pensiero di Lelio Basso.
Le dinamiche in atto confermano in pieno lo schema involutivo già allora preannunziato; un'involuzione, d'altra parte, è la conseguenza dell'azione concertata di poderose forze che Basso denunzia, quasi come in un testamento morale, a partire dal 1962 con un culmine finale del 1979. 

… uno dei più gravi aspetti negativi del neocapitalismo, su cui i suoi apologeti ‘democratici’ e ‘progressisti’ hanno tendenza a scivolare: la sua spinta di fondo antidemocratica, una spinta che appare coessenziale al sistema e pertanto non superabile nel quadro del sistema stesso.
Essa non si manifesta più nelle forme brutali del fascismo ma, come abbiamo detto, in modo più raffinato, nella completa depoliticizzazione delle masse, nella conformistizzazione della pubblica opinione, nel condizionamento di tutte le reazioni in senso favorevole al sistema…".
 
3. E ciò conduce ad un  forzoso accordo tacito, anzi inconsapevole, tra i componenti della non elites, del tipo di quello segnalato da Rodrik, con l'effetto, non paradossale, della:
"accettazione della società esistente con la sua organizzazione fortemente gerarchizzata e con le sue chiusure sociali; una élite del potere ristretta e padrona non solo della potenza economica e politica ma dei mezzi di condizionamento della pubblica opinione e della violentazione delle coscienze; in ultima analisi la depoliticizzazione totale e lo svuotamento della vita democratica.
La depoliticizzazione non è solo un fatto pratico ma è teorizzata: Daniel Bell in "The End of Ideology" spiega agli americani che le idee politiche non hanno più nessuna funzione nella vita moderna; si tratta solo di far funzionare il sistema e questo è un fatto tecnico, da risolversi caso per caso, senza bisogno di idee generali, ma secondo criteri di efficienza che sono gli stessi di cui dà prova il big business o di cui deve dar prova l’amministrazione militare per assicurare un’efficace difesa.

Ciò porta, come abbiamo altra volta osservato, all’annullamento della funzione dei partiti, almeno nel senso tradizionale: ESSI NON SI CONTRAPPONGONO PIÙ GLI UNI AGLI ALTRI COME PORTATORI DI IDEOLOGIE E DI SCELTE POLITICHE ALTERNATIVE, BENSÌ COME STRUMENTI PIÙ O MENO VALIDI, PIÙ O MENO EFFICIENTI PER IL MIGLIOR FUNZIONAMENTO DEL SISTEMA STESSO
Il cittadino non ha più possibilità reale di influire sulla cosa pubblica ma diventa un semplice ingranaggio della routine, e il potere si consolida sempre più totalitariamente nelle mani della chiusa oligarchia che lo detiene.
Il sistema parlamentare è sostanzialmente ridotto oggi ad una macchina per il livellamento degli uomini al denominatore comune di ‘uomo medio’, sul cui orientamento, condizionato e dominato dall’alto, tendono a poco a poco ad allinearsi tutti i partiti
In ultima analisi, come in sede economica la libera concorrenza porta in sé i germi del proprio superamento e della tendenza al monopolio o all’oligopolio, così in sede politica la democrazia parlamentare di tipo occidentale porta in sé i germi della propria distruzione come democrazia e della tendenza all’oligarchia, un’oligarchia che domina sovrana sul conformismo dell’uomo medio…[L. BASSO, Democrazia e nuovo capitalismo, in Problemi del socialismo, febbraio 1962, n. 2, 1-6].

3.1. In effetti, “… la struttura classista della società contemporanea è in grado di annullare di fatto molte delle “conquiste democratiche” del passato, a cominciare dalla principale conquista, quella del suffragio universale - che perde parte del suo valore effettivo a misura che il parlamento perde parte del suo potere a beneficio di altri centri decisionali extra-istituzionali” [L. BASSO, Le forze spontanee incalzino i partiti a prender coscienza del “nuovo” dalle masse, in Questitalia, gennaio-febbraio 1969, n. 130/131, 31-35]. (segue)

4. Sempre Lelio Basso, sulla potenza delle elites padrone dei mezzi di condizionamento della pubblica opinione e della violentazione delle coscienze illustra molto bene il come e, soprattutto, la ragion d'essere delle Fake News, individuando nelle stesse elites le principali "produttrici" delle stesse, per un ovvio interesse che è una metodologia di controllo dello stesso suffragio universale:
"Ne emerge il progetto di quello che Basso definiva “imperialismo culturale, cioè quell’oppressione che:
s'insinua per le vie sotterranee del subcosciente e modifica lentamente, quasi inavvertitamente, la coscienza del popolo o dell'uomo che ne è vittima
L’imperialismo economico, cioè il dominio sul mercato mondiale, che è oggi indispensabile alla sopravvivenza del capitalismo, non potrebbe a sua volta sopravvivere se non fosse accompagnato da un dominio CULTURALE E SCIENTIFICO
Qui entra in gioco uno degli apparati più formidabili dell'imperialismo: il controllo dei circuiti d'informazioneNon si tratta solo dell'informazione giornalistica: i messaggi che arrivano attraverso tutti i mass media costituiscono una pressione massiccia che soffoca ogni giorno di più l'autonomia degli uomini.
Gli eroi dei fumetti o della televisione, gli slogan ripetuti, le immagini quotidianamente ricorrenti, la pubblicità aperta o nascosta nelle pieghe dell'informazione, PONGONO DA OGNI PARTE L'ASSEDIO ALLA COSCIENZA DEGLI UOMINI
Marx ha insegnato, l'ideologia, che nasce come giustificazione di un sistema di dominazione, FA VEDERE AI POPOLI DOMINATI UN MONDO ROVESCIATO, un mondo in cui essi ribadiscono le proprie catene con l'illusione di affrancarsene…” [L. BASSO, Introduzione a L’imperialismo culturale, Milano, Franco Angeli, 1979, 9-17].

5. L'effetto di questo sistema di controllo, di questo "assedio alla coscienza degli uomini" al fine di "far vedere ai popoli un mondo rovesciato", non solo "beneficia centri di potere extraistituzionali", ma ha un effetto che spiega anche perché, chi le produce per sua funzione e metodologia, tenda a qualificare come Fake News tutto ciò che possa comunque scuotere da "sfiducia, disgusto, e apatia" ogni "vitalità della coscienza democratica"

E così, di pari passo con l’appiattimento indifferenziato e compatto dell’oligarchia partitica sulle istanze del governo sovranazionale dei M€RCATI, procede senza sosta lo svuotamento:
… di ogni vitalità [di] coscienza democratica del paese, per seminare a piene mani quella sfiducia, disgusto e apatia, che rendono ad un certo momento possibili i discorsi qualunquisti…” [L. BASSO, Dialogo fra generazioni di italiani nell’inchiesta sugli anni difficili, ne Il Paradosso, aprile-giugno 1960, n. 22, 38].
In una tale situazione, è quasi automatico che ad un certo punto siano gli stessi oppressi, spogliati della coscienza, ad invocare o assecondare la richiesta di un’abolizione del suffragio universale, a conti fatti ormai simbolo di una democrazia meramente procedurale e tecnocratica. Ci prenderanno per stanchezza. 

5.1. Quel che è certo, come affermava Basso, è che “… Per ora possiamo solo prendere atto di una cosa: la democrazia occidentale ha cessato di essere un modello…” [L. BASSO, Il Parlamento come pura facciata?, Il Messaggero, 12 luglio 1977].
Di fronte ad una tale desolazione, del tutto chiara a Basso sin dagli anni ’50, lo stesso affermava:
Quali sono le forze che, nella situazione di oggi, possono arrestare questa corsa al regime?
Quali sono i contropoteri efficaci che possono ristabilire l’impero della democrazia e della legge in un mondo dove l’arbitrio dell’oligarchia dominante si sostituisce sempre più alla legalità, dove il libito e non il lecito diventa sempre più la norma dell’agire?
… Come in tutti i casi in cui un ordinamento democratico cessa di funzionare o è paralizzato o non esiste affatto, IL VERO CONTROPOTERE DIVENTA DIRETTAMENTE IL POPOLO, con la sua presenza attiva e con il suo peso nelle lotte politiche.
Una coscienza popolare vigile e robusta, matura e impegnata, ha ancora a disposizione, pur nell’attuale situazione e prima che sia troppo tardi, strumenti pacifici per sbarrare la strada del regime e creare un’alternativa democratica, ma questa coscienza popolare rischia anche essa di addormentarsi.
L’addormentamento delle coscienze in un sonno conformista e qualunquista è una delle componenti necessarie della marcia al regime e i nostri avversari lo sanno e non trascurano di mettere in azione tutti i mezzi, dalla stampa alla radio, dalla clericalizzazione alla corruzione, per giungere a questo risultato.
E noi sappiamo tutti per esperienza che, se il qualunquismo dilaga, la strada è aperta alle dittature totalitarie.
In un paese come l’Italia, dove le masse sono sempre state al margine della vita politica e sociale, l’edificazione della democrazia, prima che un problema di leggi o di soluzioni parlamentari, è un problema di masse, di partecipazione, di lotte, di iniziative, di maturazione democratica, di coscienza civile…”. [L. BASSO, Verso il regime? in Problemi del socialismo, febbraio 1959, n. 2, 83-98].

27 commenti:

  1. Parole molto importanti su cui ragionare a fondo.

    Ho trovato alcuni spunti e valutazioni interessanti su questi temi in un libro recente che ripubblica due scritti di Calamandrei:

    «Basta osservare, per convincersene, il modo con cui i giornali danno i resoconti dei dibattiti della Costituente: in dieci giornali di dieci diverse tendenze la stessa seduta è raccontata in dieci modi differenti, così lontani l'uno dall'altro, che il lettore ingenuo, mettendoli a paragone, li crederebbe resoconti di dieci sedute diverse. Nessun cronista si cura di dare un resoconto tecnicamente esatto ed obiettivo di quello che hanno detto di seguito i vari oratori, ma ciascuno si limita a mettere in evidenza, come se fossero una grande orazione, le poche frasi o magari l'interruzione fatta dal deputato del suo cuore, e poi tace dei discorsi, anche se lunghi e importanti, fatti dai deputati degli altri partiti; o se li menziona si sforza di presentarli monchi e capovolti, in maniera da farli apparire ridicoli e privi di senso... Sicché il pubblico ha diritto di confermarsi sempre più nell'idea che il Parlamento sia, salvo pochissime eccezioni, una raccolta non solo di corrotti ma anche di deficienti»

    Attualmente "i giornali" sono compatti nel propinarci il vincolo esterno (anche solo sognare l'autodeterminazione farebbe aumentare il debitopubblicobrutto!) ma le diverse questioni trattate servono comunque a far confusione e ad alimentare l'autorazzismo.

    Conclude lo scritto Calamandrei:

    «I cittadini devono arrivare a sentire che chi accusa tutti i deputati, come si raccontava da principio, di essere «delinquenti e ladri», in realtà rivolge quest'accusa non agli eletti, ma agli elettori. In regime democratico i deputati rappresentano il popolo; e chi scaglia fango su loro, colpisce tutto il popolo che li ha scelti. Quando i cittadini italiani avranno acquistato, attraverso l'esercizio della libertà, quel senso di responsabilità politica senza il quale non può concepirsi una sana democrazia, un episodio come quello narrato all'inizio di queste note avrà un altro epilogo: perché la frase pronunciata dal viaggiatore pessimista sarà considerata da tutti gli altri viaggiatori come ingiuriosa, più che contro i deputati, contro i cittadini che li hanno eletti; e ognuno di essi, invece di rimaner tacitamente assenziente, insorgerà a protestare, in difesa non dei deputati, ma della propria onestà.»
    [P. CALAMANDREI, Patologia della corruzione parlamentare, «Il Ponte», III, ottobre 1947, 10, pp. 859-875]

    In tanti sentono che la Costituzione del 1948, nei suoi principi fondamentali, è la grande assente. E che la scelta è tra euro o democrazia costituzionale. Tertium non datur.

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    1. E c'è anche da riflettere sul fatto che tutt'ora "scienziati sociali" e persino costituzionalisti, ricostruiscono il senso della Costituzione su quei resoconti giornalistici - considerati fonti storiche attendibili- piuttosto che sui verbali della Costituente.

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    2. Parlano di tutto ma non della riconquista degli strumenti poter vivere secondo le norme che ci siamo dati.Al rammarico per le mie vicende private s'aggiunge pure quello per la sorte della mia comunità nazionale sulla via verso la schiavitù

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  2. Comunque nel 1959 le masse erano piu' attive di oggi.

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  3. ESSI NON SI CONTRAPPONGONO PIÙ GLI UNI AGLI ALTRI COME PORTATORI DI IDEOLOGIE E DI SCELTE POLITICHE ALTERNATIVE, BENSÌ COME STRUMENTI PIÙ O MENO VALIDI, PIÙ O MENO EFFICIENTI PER IL MIGLIOR FUNZIONAMENTO DEL SISTEMA STESSO…

    In generale:

    “… Una classe dirigente che non si rende conto che non è possibile, per difendere il suo privilegio e il suo profitto egoistico, spingere a condannare milioni e milioni di italiani alla fame, alla miseria, alla disoccupazione forse sperando di spingerli alla disperazione, che non si rende conto che anche a questa politica di sfruttamento, anche a questa politica di egoismo di classe, vi sono dei limiti che sono imposti dalla forza delle cose, la classe dirigente che giunge a dimenticare quella che è la storia di pochi anni fa, il fallimento e il crollo di un regime, i lutti tremendi che questo regime è costato al nostro paese, una classe dirigente a cui nulla hanno insegnato le esperienze del passato, che dimentica quale è stata la fatale sorte dei Crispi dei Rudinì, la tragica sorte dei Mussolini, e si mette a ripercorrere la stessa strada … una classe dirigente che ancora una volta come Crispi nel ‘96, come Mussolini nel ‘40 si illude anche all’ultimo momento per sfuggire alla morsa delle sue responsabilità, alla resa dei conti… una classe dirigente, giunta a questo grado di miopia, di cecità e di follia, è veramente una classe dirigente ormai completamente condannata dalla storia…” [L. BASSO, Cinquant’anni di lotta del proletariato italiano illustrato dal compagno Lelio Basso, in Il Socialista reggiano, 22 settembre 1951].

    https://orizzonte48.blogspot.com/2017/04/capitalismo-fascismo-tra-la-marcia-su.html?showComment=1493323257469#c7763677250062596352

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  4. "Marx ha insegnato, l'ideologia, che nasce come giustificazione di un sistema di dominazione, FA VEDERE AI POPOLI DOMINATI UN MONDO ROVESCIATO, un mondo in cui essi ribadiscono le proprie catene con l'illusione di affrancarsene…”

    Non c'è più più nemmeno l'illusione.
    Le catene vengono lucidate e basta.

    Notizia di poco fa: in Europa oltre al libero movimento dei fattori di produzione compare anche quello delle truppe di occupazione (ovviamente previo futuro arruolamento dei milioni di immigrati africani fatti arrivare negli ultimi anni, perchè oggi di truppe da movimentare ce ne sono solo bbastanza per garantire l'ordine interno)!

    https://www.zerohedge.com/news/2018-02-19/dancing-washingtons-tune-nato-creates-military-schengen-launches-iraq-mission

    Sembra pure che Germania e Francia siano diventate molto ansiose di perdere uomini e mezzi (e quel poco di prestigio eventualmente ancora presente) in Medio Oriente.

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  5. Pur non condividendo di fatto l'approccio, deficitario delle analisi sociostrutturali tipici dell'economia politica, capisco bene la necessità della scuola di Francoforte di coniugare Marx con Freud: le sovrastrutture ideologiche sono diventate talmente tecnicamente raffinate che, per portare coscienza, ci si ritrova ad avere a che fare, non con l'intelligenza delle persone, ma con il loro inconscio. Inconscio opportunamente manipolato dagli ingegneri sociali, dagli spin doctor.

    La questione degli archetipi strumentalizzati ad arte è piuttosto evidente.

    (Di fatto una specie di malattia mentale della noosfera)

    Ci si trova ad avere a che fare, soprattutto con le persone più istruite, con individui assolutamente destrutturati psicologicamente. Mossi dalla più assoluta ed incosciente disonestà intellettuale. Con menti ingombrate da sovrastrutture razionali che non fanno altro che allontanare ciò che pensano da ciò che "sentono", "percepiscono": fare divulgazione o, semplicemente, confrontarsi dialetticamente, diventa generalmente impossibile. Ci si confronta con ego fragili ed arroccati su posizioni spiegabili solo dal terrore, dall'irrazionale panico di abbandonare "il rifugio nella caverna".

    Le persone scolarizzate non ricercano: soprattutto se sono "ricercatori".

    Il totalitarismo liberale si manifesta con la completa destrutturazione, "de-gerarchizzazione", della morale e dell'etica, delle Weltanschauungen, dove ogni punto di vista è relativo e moralmente lecito, salvo che il punto di vista venga ritenuto incompatibile con il relativismo liberale stesso. E tutta la chiave sta nello stabilire chi "ritiene incompatibile" o meno un punto di vista con tutti gli altri punti di vista. Bene: costui è il mercato. Il Capitale. Il tiranno di tutti i valori.

    Colui che naturalisticamente - divinamente - come ogni tiranno in grado di esercitare un'influenza totalitaria, decide ed impone valori e prezzi.

    Questa disarticolazione ideologica - esemplificabile dall'interlocutore che, messo di fronte all'evidenza logica ed empirica, risponde « non sono d'accordo, io non la penso così » - è la disarticolazione di ogni comunità sociale, dalla famiglia alla Stato nazionale, è l'alienazione massima che corrisponde allo smarrimento di ogni identità, dal sé, soggettivo e riflessivo, al Noi "specie umana", all'identità "Noi Uomo", archetipo di ogni olismo.

    Il totalitarismo liberale si manifesta nella distruzione di qualsiasi elemento umano affinché il tiranno abbia a suo uso e consumo non il popolo, ma l'umanità stessa. Affinché la possa plasmare, alienata, spersonalizzata, privata di qualsiasi soggettività cosciente, privata della Storia, e quindi fatta "mero oggetto", cosificata, mercificata e scambiabile e mutabile a piacimento del tiranno, del parassita.

    La disarticolazione e la "de-gerarchizzazione" - liberalizzazione - di qualsiasi sovrastruttura istituzionale - come la famiglia o lo Stato - o sovrastruttura coscienziale come la morale e l'etica sociale (distruzione dello Stato etico, strettamente connesso con lo Stato sociale), corrisponde dialetticamente alla cristallizzazione della struttura sociale classista volta allo sfruttamento.

    Ovvero il pluralismo liberale ha in nuce la tirannia fascista.

    Ovvero l'antiautoritarismo non volto a fini di progressività sociale - in un paradigma centrato sul conflitto distributivo dei due fattori della produzione che rappresentano due classi sociali in dialettica - è volto alla destrutturazione di tutte le sovrastrutture della società per permettere l'autoritarismo del mercato. Del capitale. Della Libertà dei liberali.

    Eh sì, Orwell la raccontava bene: la libertà è schiavitù.

    (Ecco, questa degerarchizzazione sovrastrutturale è racchiusa in un nome: Sessantotto)

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    1. Cioè (il '68) è la sovrastruttura ideologica, riservata alla "massa", della "rivoluzione liberale" (la massificazione per slogan della cultura, - definita cialtronicamente "elevata" e creativa del fenomeno del semicolto-, è un sottoprodotto, e al tempo stesso un presupposto, dell'industrializzazione finanziarizzata pop).

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  6. "Questa disarticolazione ideologica… è l'alienazione massima che corrisponde allo smarrimento di ogni identità, dal sé, soggettivo e riflessivo, al Noi "specie umana", all'identità "Noi Uomo", archetipo di ogni olismo".
    Il commento di Bazaar coglie anche questa volta un punto essenziale del drammatico passaggio storico che stiamo vivendo: quell’alienazione che Hegel aveva elaborato in chiave filosofica, e poi Marx ridefinito in una dimensione economico-sociale, oggi si presenta appunto come spersonalizzazione completa dell’individuo, che viene allontanato dalle proprie radici e dai propri valori, in nome e in funzione di un culto assoluto e mortifero, al cui centro sta il mitico ‘mercato’, unica fonte di verità per il totalitarismo dei nostri tempi, ormai divenuto ideologia dominante proprio perché non perché percepita come tale. Disoccupati e pensionati al minimo che invocano tagli alla spesa pubblica, dipendenti statali che votano imperterriti per quelli che vogliono spazzarli via come residui tossici, piccoli commercianti sull’orlo della chiusura che ancora invocano ‘meno stato più mercato’, quando proprio questo è il programma che si sta attuando da almeno vent’anni e li sta facendo fallire uno alla volta. Tutti inesorabilmente soggiogati dalle efficacissime e raffinatissime tecniche di persuasione mediatico-informativa attive h 24 e 365 giorni l’anno. Poi, sul piano della propaganda politica, il volto multiforme del totalitarismo neoliberista assume connotati diversificati, per cogliere il massimo dei risultati sul mercato elettorale, si va dal volto apparentemente mite e rassicurante che promette ‘stabilità e fedeltà all’Europa’ a quello incattivito dell’eroina delle istituzioni europee, nonché dei miliardari che la voteranno compatti, erede, ma in versione perfino più talebana e spietata, della Thatcher.

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  7. Sempre una boccata d’aria, Basso.
    Voglio soffermarmi un attimo sul pezzo del ’62: mi pare chiaro che quando si afferma che la società non esiste, vuol dire che tutte le dimensioni della vita collettiva appartengono al regno della tecnica.

    Il popolo non è più quindi un soggetto collettivo creato e ricreato dalla libertà politica dei cittadini, ma un oggetto, sperabilmente passivo (sennò è fascista), su cui intervenire per realizzare obiettivi tecnici: è quello che Foucault chiama bio-potere.

    Un esempio eloquente mi pare lo fornisca quell’intervento di Cœuré di cui abbiamo parlato: Cœuré riconosce che “Even the most flexible and efficient markets cannot fully absorb very large shocks without imposing economic hardship on a considerable number of people.”.

    Ma queste persone, nonostante il loro “considerable number”, non hanno alcuna voce in capitolo sulle “durezze” che li aspettano, visto che si tratta di strumenti tecnici indispensabili “to deliver a stable currency. They are needed to protect the ECB and its mandate.”.

    Per un così obiettivamente indiscutibile scopo, che sarà mai qualche sacrificio umano?

    Quello di cui gli “antifascististi” (ho deciso di ribattezzarli così…) di oggi non si rendono conto è che questo modo di ragionare disumanizzante e deresponsabilizzante è molto più vicino alla logica sottesa ai drammi che evocano a sproposito di tutti gli episodi di cronaca per cui si scaldano tanto.

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    1. Grazie mille, era proprio ciò che avevo in mente e che di cui avevamo appena discusso.

      L' antifascistismo è forse il problema maggiore per riportare la sinistra politica ad essere socialista e patriottica.


      (Tra gli strumenti che permettono il biopotere - che sottende in definitiva l'inversione etica "naturalismo/storicismo", l'Uomo che da soggetto della Storia diventa oggetto passivo delle "forze naturali" rappresentate dalla Tecnica - c'è proprio la scienza fascistologica, detta fascistologia: l'antifascistismo è infatti l'alienazione dell'antifascismo... ed è questo il motivo per cui l'antifascistismo dal basso assomiglia tanto al fascismo dall'alto)


      (Antifascistismo che si scontra nelle piazze con il fascismo patafisico...)

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    2. Il complotto fasciorazzista per la riorganizzazione del partito fascista e del KKK: A quando i pogrom?

      Sì, il qualunquismo sta dando il colpo di grazia agli ultimi scampoli di democrazia.

      Antifascistismo malattia senile del qualunquismo?

      Qualunquismo becero, reazionario e violento. Fascista.

      La noosfera ha preso la meningite.

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  8. Quanto sottolinea Arturo sono ricadute connesse alla filosofia sessantottina, con le sue uscite “fucoltiste”. Foucault in fondo sostituisce, con funzione normalizzante, alla marxiana “critica dell’economia politica” proprio la “biopolitica”, dissolvendo di fatto il soggetto e legittimando l’autofondazione del mercato come unica causa della società (C. Preve).

    Da qui all’abbraccio con Hayek il passo è breve:

    …per la sinistra occidentale una sorta di icona è Michel Foucault, nel quale pure sono presenti «tematiche neoliberiste» così «radicali» da denunciare «nelle politiche sociali del dopoguerra un’ispirazione simile a quella del nazismo» (Garo, 2011, p. 139)… Resta il fatto che nella critica dello Stato sociale egli non è meno netto di Hayek, al quale peraltro esplicitamente si richiama. Il punto più importante non è l’affermazione per cui lo Stato sociale rinvierebbe a «una razionalità sorta attorno alla prima guerra mondiale» e sarebbe in contraddizione con «la razionalità politica, economica e sociale delle società moderne» (Foucault, 2001, vol. 2, p. 1187)…

    La questione centrale è un’altra: richiamandosi a Hayek, Foucault (2004, pp. 113-4 e 195-6) accosta nel giudizio di condanna nazismo, comunismo, repubblica di Weimar e socialismo, tutti accomunati dal culto rovinoso dello Stato sociale!

    … Nel corso di lezioni del 1978-79 sulla Nascita della biopolitica, Foucault (2004, p. 196) riprendeva la tesi di Hayek relativa al nazifascismo quale sbocco inevitabile del movimento socialista…
    ” [D. LOSURDO, La sinistra assente – Crisi, società dello spettacolo, guerra, Roma, 2014, versione ebook, 8.8 – Sulle orme di Hayek: Foucault e la sinistra]. Ecco perché un’icona dell’asinistra.

    Non è un caso che siano proprio i degni eredi del Sessantotto a pianificare e portare sostanzialmente a termine (dal 1996 al 2001) la distruzione della scuola in senso ultracapitalistico e massificante, come sottolineato da Quarantotto

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    1. E pensare che Losurdo rimane eurista-internazionalista (pur essendo marxista-leninista..grosso modo); si vede che gli è mancata una serie di fonti inequivocabili da integrare nelle sue altrimenti condivisibili analisi storiche (insolitamente sostanziose, per gli standards attuali della storiografia italiana, proprio perché...hegeliane).

      In fondo, vista il risibile fondamento fenomenologico (e quindi logico-ricostruttivo) della tesi di Foucault, il problema a sinistra è più che un Losurdo si fermi (chissà perché...) alle soglie del disvelamento dell'orrida verità sul tradimento della democrazia sostanziale (e di Gramsci), piuttosto che l'ascolto di cui gode...Cacciari dalla Gruber.

      Naturalmente, il commento è rivolto a coinvolgere anche Arturo e Bazaar su questa strana antinomia...

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    2. Per quanto mi riguarda, su Foucault il discorso è un po’ più nuancé.

      Certo, lungi da me ignorarne i limiti, come credo di aver mostrato nei commenti a questo post.

      Ciò detto, dopo aver fatto ulteriori letture, tra cui in particolare il libro di Dardot e Laval, penso che i concetti di bio-potere e di governamentalità possano avere un loro utilità, se usati cum grano salis.

      Dirò di più: credo, ma non sono l’unico, che ci sia una certa affinità tra una delle accezioni di “società civile” elaborate da Gramsci (vd. per es. Q 10 II, 15) e il concetto di governamentalità. Il che non è poi così strano, visto che Gramsci ha fornito un contributo fondamentale all’analisi marxista dello Stato e degli apparati pubblici (e pubblico-privati), che in Marx – mi pare difficile negarlo - è insufficiente.

      Insomma, trovo il giudizio di Losurdo un po’ troppo liquidatorio.

      Quanto alla sua impasse, temo tristemente sia semplice inerzia gregaria: negli ambienti che frequenta certe posizioni lo isolerebbero. V. Giacché potrebbe confermare o smentire l'ipotesi.

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    3. Insomma, non ho problemi a pensare e a dir male: anzi, malissimo.

      Certi "filosofi" ed "eruditi" mainstream trovano consenso e spazi mediatici per essere manifestamente sostenitori delle sovrastrutture edificate dalla classe egemone. Ossia sono tendenzialmente investimenti che gli oligopoli classificano a bilancio tanto come immobilizzazioni immateriali quanto come cespiti la cui vita utile è paragonabile a quella biologica ed il cui criterio d'ammortamento varia in funzione dell'oroginalità dei danni alla coscienza colletiva per cui sono strumentali. Ammortizzati, se sono italiani, dedicano loro una via che si incrocia col tuo (vero) antifascista preferito.

      Veniamo ora all'Accademia vera e propria e, in particolare, a coloro che fanno professione di fede progressista...

      Sicuramente è fondamentale lo spirito gregario e, sicuramente, tengono famiglia: il limite dell'organicità e della coerenza del loro pensiero e della loro prassi teorica e magari politica potrebbe risiedere esclusivamente nei loro interessi materiali di ceto. A livello sociologico e di struttura avrebbe senso.

      Ma Losurdo... voglio dire, potrebbe essere mio nonno. Che cavolo avrebbe da perdere a dire le cose come stanno, con la fama internazionale che ha già? quali amici temerebbe di perdere?

      Innanzitutto, come faceva notare la Arendt, dietro allo spirito gregario ci sta già un enorme problema di coscienza morale.

      Questa considerazione potrebbe essere liquidatoria per gran parte del gregge delle pecore, ma non so se lo può essere anche per il gregge dei pastori.

      Losurdo è, stando con Preve, il miglior filosofo hegelo-marxiano che abbiamo in Italia e, per quel che ne so, uno degli storici più raffinati ed eruditi al mondo: è una fonte sterminata di preziosissime analisi filogiche. Fondamentali.

      E qui sta, secondo me, il problema: costui è un pozzo di scienza ma non credo abbia mai capito un bel nulla di *come* si sia concretizzata 'sta Caporetto della coscienza democratica. (Tutto 'sto "materialismo" per non capire nulla della razionale realizzazione del "concreto"...)

      Ma cosa si può generalizzare della categoria?

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    4. La struttura neoliberale ha creato ricercatori che più sono eruditi più non capiscono i fondamentali, più sono tronfi e chiusi nell'immagine disonesta del sé, più sono tronfi e chiusi, meno capiscono i fondamentali più si erudiscono senza aver mai acquisito le categorie fondamentali per coltivare con profitto collettivo il campo della conoscenza... più sono tronfi e chiusi... il gregge dei talebani de sinistra, intransigenti, eruditi, ma talmente antisocratici da rimanere semicolti anche quando sono le persone più erudite della terra tipo Eco.

      Peggio, se sono de sinistra, più sono antisoratici più si credono Socrate. (da cui la nota fenomenologia del Platone come "gerararca piddino" (cit. Bagnai)

      Cosa penso dei marxisti colti alla Losurdo o all'Azzarà? Semplicemente non sono mai stati una "avanguardia intellettuale": sono la retroguardia dell'attuale regime che, magari, agisce il proprio fallimento emettendo bile addosso agli italiani da loro ritenuti "incolti".

      Possibile che Azzarà o Losurdo non abbiano mai letto Anschluss?

      Non so; so solo che non si può spapocchiare gli zebedei con il materialismo storico e non avere un minimo metro per analizzarlo "questo materialismo". Studio dell'economia portami via? voglia di numeri e dati saltami addosso?

      Alla fine, gli storici ed i filologi che questo "metro" lo hanno, tipo l'Adam Tooze che ci ha fatto conoscere Arturo, sono probabilmente più utili alla causa democratica dei nostri dotti marxisti.

      Chissà perché Marx, che credeva col suo genio di risolvere la questione economicistica in qualche settimana, si ritroverà a studiare e criticare l'economia politica per decenni. Che birichino questo Carletto.

      Si può essere marxisti senza fare analisi sociostrutturali con gli strumenti dell'economia politica e dell'analisi economico-istituzionalista?

      Sì, lo si può essere. D'altronde anche Marx non era marxista.

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    5. Non so se è OT…. Solo che mi è venuto un mente questo….(per me è uno dei tuoi commenti più belli):

      Bazaar29 settembre 2015 19:22

      Devo dire che leggendo i grandi intellettuali di ispirazione marxista, da Sartre ai nostri Losurdo e Preve, sono rimasto piuttosto colpito nel constatare alcune "lievi carenze" in tutte le analisi che comportassero una sintesi funzionale alla prassi.

      Voglio dire, la grande Sinistra di ispirazione socialista che ha dato un grande contributo alla nostra Costituzione e, in genere, ai provvedimenti di politica economica di matrice keynesiana del dopo guerra, aveva una caratteristica, a partire proprio da Marx: conciliavano filosofia politica e scienze sociali.

      Il contributo che dà Marx alla filosofia della storia e alla sociologia, lo dà grazie all'approccio positivista, superando l'utopia pseudo-religiosa di promessa di "felicità" post-mortem: ribalta la dialettica hegeliana in funzione della prassi e riconduce un vago idealismo a "scienza": e come lo fa?

      Tramite la sociologia e l'economia.
      [ ]

      I grandi marxisti ortodossi erano tutti studiosi di economia, avevano un approccio multidisciplinare che includeva la ricerca scientifica, compresi Lenin e la Luxemburg.

      A un certo punto un pensiero sociopolitico è diventato qualcosa al confine tra religione e metafisica, facendo esasperare i grandi post-keynesiani che Marx se lo studiavano, fornendo poi le "correzioni" teoriche utili, a tempo debito, a far star meglio le grandi masse lavoratrici.

      Ma che senso hanno i discorsi di Preve e Sartre (grande amico di Basso) su destra e sinistra? Non dico a livello antropologico culturale, per carità: dico proprio a livello di prassi.

      Non voglio bestemmiare: ma non servono praticamente a nulla.

      L'unica destra e sinistra che contano sono quelle economiche: tutto il resto è sovrastrutturale. Cazzo, cosa c'è di più marxista e pragmaticamente condiviso al di là di qualsiasi etica di questa semplice asserzione?

      Certo, una volta che il patto sociale si fonda sulla sinistra economica - ovvero sul lavoro! - è evidente che le differenze politiche tra destra e sinistra diventano per lo più cosmetiche: il programma è uno solo, quello costituzionale, piena occupazione e uguaglianza sostanziale. Lo stesso Keynes lo aveva preannunciato che, date l'effettiva realizzazione della sua politica economica, ovvero assicurati i diritti sociali, si sarebbe "litigato" solo sui "diritti civili". Certo, ma dopo aver realizzato la democrazia sociale!

      Di che cavolo parlano questi intellettuali? Positivismo contro anti-positivismo? Da un estremo all'altro? Ma dove sta la coscienza critica? Si fa fatica a studiare economia, imparare a leggere grafici e analizzare dati?

      Come si fa a pretendere che Feltri dica qualcosa di utile in tutta la sua vita quando per trovare un pensiero politico degno di questo nome bisogna rileggere ciò che veniva scritto un secolo fa?

      Quando si legge Caffè si legge qualcuno che sa di cosa parla, quando si legge Sartre non lo so.

      Infatti Caffè non lo conosce nessuno...

      https://orizzonte48.blogspot.com/2015/09/feltri-e-la-grecizzazione-italiana.html?showComment=1443547322536#c950807294196737676

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    6. Grazie Luca, il tema centrale è proprio quello in cui si discuteva in quel post: il fallimento della sinistra politica e di quella intellettuale che si richiama al socialismo, è rintracciabile proprio nell'allonatanamento dall'ortodossia sostanziale del metodo marxiano, un po' per inettitudine, un po' per omodossia culturale.

      I pochi (a quanto pare "troppo pochi") che avevano le qualità sono stati esclusi e inghiottiti, di fatto, dal totalitarismo liberale.

      Da qui l'oggettivo "tradimento" di un'intera generazione politica ed intellettuale.

      Un processo che, dalle testimonianze di Basso, inizia speditamente già nel dopoguerra e subisce un'accelerazione con quella sconfitta "intellettuale" - all'apice del potere politico dei lavoratori - che abbiamo chiamato, suffragando la critica previana, "Sessantotto". Ovvero contestualmente alla grande controrivoluzione neoliberale che, di fatto, vincola il dissenso tramite l'iconoclastia giovanilista e lo svuotamento sostanziale dei pilastri della critica socialista al liberalismo capitalistico. I democratici diritti sociali cedono progressivamente il passo ai liberali "diritti" civili (diritti civili che, senza diritti sociali, sono per "censo"). Il moralismo piccolo-borghese, infarcito di moralismo clericale, toglie coscienza morale alle masse che, con la Società dello spettacolo consumistica, vengono completamente alienate.

      Se non ci si occupa dell'analisi delle forze che plasmano la struttura sociale e i rapporti di produzione, è naturale che si finisca, come prima di un certo liberalismo illuminista, e, soprattutto, del socialismo scientifico, nella dialettica tra becero moralismo da una parte, e strumentabili ribellioni livorose ed incoscienti dall'altra.

      Voglio dire: Marx dà un risposta tanto al cristianesimo "moralistico", quanto al luddismo o all'anarchismo a vocazione "terroristica".

      La modernità è segnata da un grande progresso tecnologico ma anche da un grande regresso culturale che, pochissime e grandissime personalità, hanno rallentato ma non potuto fermare.

      (I vari "nostalgici" che non hanno ancora capito che il catechon non sta nell'esoterico antisemitismo o ai vari "delnociani" che non hanno ancora capito, dopo l'ultima grande guerra, che il catechon non è rappresentato dal cattolicesimo, rifiutano ciò che di fatto, per esclusione, rimane: ossia il socialismo)

      Parliamoci chiaro: tutto il pensiero che non si rifà all'atteggiamento fenomenologico rivolto alla totalità, nel suo fluire dialettico e contraddittorio, ossia a ciò di cui il metodo marxiano è storicamente paradigmatico, diviene immediatamente assorbibile dal totalitarismo liberale.

      E queste considerazioni dovrebbero farle in primis i nostri amici "materialisti storici" che, almeno per deontologia professionale, dovrebbero mettersi in discussione.

      Solo che, stando con Husserl, bisognerebbe avere quella tensione morale che spinga ad essere anche teleologicamente uomini.

      Invece rimane solo la condanna moralistica di questi ai loro compaesani dominati "dalla debolezza culturale e dalla mentalità paranoica"... quindi?


      (Dalla filosofia della prassi alla prassi della filosofia)

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    7. ma sempre grazie a te Bazaar

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  9. Questi ultimi due post mi portano ad interrogarmi sul “populismo” - che comincio a pensare sia il tentativo si sradicare il termine “socialismo” fornendo un sostituto in neolingua, opportunamente depurato da ogni accenno alla lotta di classe se non per rifiutarla, “imbastardito” e “fascistizzato” confondendo caratteristiche proprie dello “stile politico” e del “discorso politico” con i contenuti politici (ovvero economico-sociali), per darne una connotazione volutamente sghemba e negativa così da rendere quasi impossibile poterlo prendere sul serio come una concreta alternativa a TINA.

    “Nel momento in cui si svolse il Simposio della London School of Economics (Lse) [organizzato dalla rivista “Government and Opposition” nel maggio 1967], ormai da tempo il vocabolo “populismo” si era affermato nel gergo delle scienze sociali, tanto da essere applicato sia all’analisi di un’ampia serie di esperienze di integrazione politica di masse precedentemente escluse dalla scena politica nel contesto di regimi dal profilo autoritario in paesi del Terzo mondo (...) sia all’individuazione di tendenze che si erano fatte strada all’interno di sistemi pluralistici, a partire da quello degli stati uniti d’America. (...) Constatando ironicamente che, ad onta del suo carattere “elusivo e proteico” il populismo si era ormai sostituito al comunismo nell’interpretazione del ruolo di spettro destinato ad ossessionare il mondo , gli organizzatori dell’incontro, significativamente intitolato “To Define Populism” si chiedevano se esistesse davvero un fenomeno unico corrispondente ai contenuti che quella parola evocava e se, in caso di risposta affermativa, lo si dovesse catalogare come un’ideologia, un movimento, una mentalità risultante da una particolare situazione sociale oppure una predisposizione psicologica. (...)
    Si può infatti far risalire a Edward Shils, che si era occupato dell’influenza del fenomeno sulle politiche di sicurezza statunitensi a metà del decennio precedente, la convinzione originaria secondo cui il populismo “proclama che la volontà del popolo in quanto tale detiene una supremazia su ogni altra norma, sulle norme delle tradizionali istituzioni, sull’autonomia delle istituzioni e sulla volontà di qualunque altro strato sociale”, “identifica la volontà del popolo con la giustizia e la moralità” ed esprime il desiderio di una relazione diretta fra popolo e governanti, non mediata da istituzioni. Da allora in poi, la convinzione che l’appello al popolo [stile politico, NdM], considerato la pietra angolare di un ordine equo e legittimo, stia al centro di ogni manifestazione politica di questo fenomeno si è trasformata in un luogo comune; ma attorno ad essa sono fiorite numerose e dissonanti proposte di integrazione di ulteriori elementi in quel nucleo indiscusso.”
    [M.Tarchi, Italia populista, Il Mulino, 2015, pagg. 26-28]
    (segue)

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  10. "Su disvelamento dell'orrida verità sul tradimento della democrazia sostanziale" la vedo veramente dura, anche se non dispero :-)

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  11. Ciò premesso, vediamo i contenuti politici dei partiti “populisti”:

    “Sul terreno economico, accetta la formazione di ricchezze costruite sul lavoro, sull’ingegno e sulla fatica - componenti essenziali del suo elogio dell’uomo comune - ma respinge drasticamente il potere esercitato dalla finanza di cui detesta il carattere smaterializzato, anonimo e, per definizione e vocazione, cosmopolita. Il capitalismo “usuraio”, a volte contrapposto ad un capitalismo produttivo diffuso, “popolare” e perciò sano e legittimo, è uno dei suoi bersagli prediletti, e la connivenza tra il potere dei finanzieri (i burattinai) e quello dei politici (i burattini) è spesso al centro delle sue invettive e delle ricostruzioni complottistiche che costituiscono uno dei piatti forti della retorica dei suoi esponenti. Le gerarchie basate sul denarocontrastano nettamente con gli ideali del populismo, che non a caso nelle sue prime manifestazioni di rilievo in epoca moderna, in Russia e negli Stati Uniti, ha fatto del contadino, quintessenza del lavoro produttivo e vittima esemplare dello sfruttamento, la propria icona, e agli effetti nefasti dell’economia si ricollega un altro degli spauracchi dei populisti, la lotta di classe, minaccia mortale all’unità naturale del popolo e strumento di disgregazione della comunità in cui esso vive. Anche nelle sue coniugazioni con il socialismo, frequenti nel Terzo mondo, il populismo ha sempre abbracciato un ideale di riconciliazione della collettività fondato sulla preminenza di una giustizia sociale amministrata con spirito paternalistico, fustigando gli agitatori sociali e i fomentatori di conflitti intestini, paragonati agli untori.”
    [ibidem, pagg.65-66]

    Per quanto riguarda la situazione odierna, sul ruolo del populismo nel dibattito politico, gli studiosi concordano sul fatto che il populismo sia presente come “ reazione inevitabile di fronte all’”obiettiva involuzione in senso oligarchico-burocratico dei regimi politici democratico-rappresentativi contemporanei” e al deficit di legittimità democratica di molti organismi pubblici.” e che esso, “sostengono molti dei suoi analisti, trova nelle crisi economiche e sociali , ancor prima che in quelle politiche che spesso ne sono l’obbligata conseguenza, l’humus ideale, se non l’unico terreno di coltura, e lo sfrutta al meglio quando l’apertura di un periodo di incertezze e difficoltà può essere messa direttamente in conto alla classe politica e alle istituzioni, più che mai esposte in tali frangenti, alle accuse di inettitudine e inconcludenza” [ibidem pagg. 81 e 104].

    Interessante, a questo proposito, la visione di James Montier e Philip Pilkington, (esponenti del fondo di investimento GMO LLC) illustrata recentemente in ‘The deep causes of secular stagnations and the rise of populism’, GMO White Paper, March 2017, che, individuando nella globalizzazione - di cui i populisti sono acerrimi nemici, una delle caratteristiche del “neoliberismo”, insieme a “the abandonment of full employment as a desirable policy goal and its replacement with inflation targeting...; a focus at the firm level on shareholder value maximization rather than reinvestment and growth...; and the pursuit of flexible labour markets and the disruption of trade unions and workers’ organisations.” e che sostengono che alla base della “reazione” populista non vi sia altro che questo neoliberismo instauratosi a partire dagli anni ‘70.
    https://www.gurufocus.com/news/494452/gmo-the-deep-causes-of-secular-stagnation-and-the-rise-of-populism
    (segue)

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  12. “Nei paesi che a partire dalla metà degli anni Ottanta hanno subito l’impatto negativo della globalizzazione economica, con la decadenza dell’industria destinata alla produzione di massa e la corrispondente crescita di un settore terziario tecnologicamente avanzato che ha sempre meno bisogno di risorse umane stabilmente occupate e sempre più di capitali e di serbatoi di manodopera precaria e flessibile, alla polemica neopopulista contro gli abusi dei detentori del potere politico si è affiancata la promozione di un nazionalismo economico che vede nella grande finanza, negli speculatori di borsa e nelle società multinazionali gli artifici di un sistema di sperequazioni sociali di cui l’immigrazione di massa dai paesi poveri, che garantisce il contenimento dei salari operai ed alimenta forme di concorrenza sleale a danno dei commercianti al dettaglio, è una pedina fondamentale. ” [M.Tarchi, cit. pag.148]

    “L’internazionalità e il cosmopolitismo, da sempre aborriti, hanno infatti assunto progressivamente le sembianze esemplari della società multietnica e multiculturale, ancora più preoccupante agli occhi di chi condivide una mentalità populista in quanto introduce un elemento di stabile divisione della società e di complicazione dei rapporti fra i suoi membri, quando addirittura non è vista come la premessa di una progressiva “sostituzione di popolazione” destinata in tempi più o meno lunghi a ridurre in minoranza il ceppo autoctono. Ciò spiega perchè nei movimenti populisti abbia oggi assunto un forte rilievo la predicazione di opinioni xenofobe, caratterizzate cioè, come ha messo in rilievo Giovanni Sartori, da una paura dello straniero, più che da un suo rifiuto caratterizzato da presupposti di superiorità razziale (tipici invece degli ambienti di estrema destra). “[ibidem, pagg. 67-68]

    L’autore spiega anche le molteplici differenze tra partiti di “estrema destra” e partiti “populisti” (che non vi sto qui a riproporre), identificando però Lega e Front National come partiti populisti e non “estrema destra”(e non a caso, mi viene da osservare, questi fanno parte dello stesso gruppo al Parlamento Europeo). Per quanto riguarda la Lega, convergono i pareri di quasi tutti si siano occupati scientificamente del fenomeno, sul fatto che “Nelle motivazioni che ne determinano la nascita, nelle forme di espressione, nello stile di azione, nelle caratteristiche della leadership e dell’organizzazione, nei temi valorizzati per attrarre consensi, così come nelle strategie adottate nei vari periodi dell’evoluzione che lo ha portato ad essere, da gruppuscolo marginale quale era in origine, prima movimento di opposizione e poi partito di governo in tre diversi periodi, il leghismo appare come un’incarnazione quasi idealtipica del populismo, di cui offre la prima manifestazione di massa in Italia dai tempi del qualunquismo ma con una ben maggiore stabilità” [ibidem, pag. 243]
    L’autore illustra poi l’evoluzione della Lega da partito “etnoregionalista” alla attuale conformazione “anti-establishment”, ovvero che si fa forte dei contenuti populisti, in primis l’avversione per l’Unione Europea (tema di battaglia introdotto nel 1956 dal poujadismo, “prototipo” del populismo europeo contemporaneo, il primo a denunciare il Mercato comune europeo come simbolo di un’Europa “schiavista” e infeudata dall’alta finanza - e tra le cui fila Jean-Marie Le Pen fu eletto, diventando il portavoce del movimento in parlamento).
    (segue)

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  13. Sul controverso rapporto tra populismo e fascismo e la tendenza dell’accademia ad assimilare i due fenomeni, l’autore sostiene che “Per effetto dell’eredità fascista, alcuni dei suoi temi ispiratori - la diffidenza verso partiti e politici di professione, la ricomposizione organica della società al di là delle “artificiali” contrapposizioni ideologiche o di classe, la fiducia nelle virtù personali di un leader molto più che nella bontà o nell’ applicabilità dei suoi programmi - hanno trovato una vasta eco nell’opinione pubblica italiana già nell’immediato dopoguerra, influenzando la propaganda e l’azione anche dei partiti maggiori”, dove per eredità fascista si intende, oltre alla retorica della leadership dell’uomo forte, che “dopo un’abbondante ventennio di predicazione ufficiale di molte delle parole d’ordine del populismo, non ci si può sorprendere se, nel momento in cui il regime fascista crolla, la società italiana è ancora impregnata della mentalità che attraverso di esse ci si è sforzati di diffondere” [ibidem]

    Perchè dunque è importante la distinzione tra contenuti del populismo e il suo “stile politico” o “discorso politico” (a cui moltissimi studiosi tendono a limitare il fenomeno), si capisce proprio tenendo presente l’eredità fascista: da un lato abbiamo i populisti “autentici”, laddove l’opposizione alle élite cosmopolite, la finanza, i politici asserviti ad interessi estranei ed opposti ai problemi del “popolo”, la diffidenza verso i burocrati, tecnocrati ed esperti, l’avversione viscerale per gli intellettuali e per tutte le forze “esterne” che dividono la società italiana, nonchè la rivendicazione di una democrazia che effettivamente consenta l’esercizio della sovranità da parte del popolo a cui è stata scippata, si coniuga con una leadership forte, possibilmente plebiscitaria, che permetta l’identificazione del leader con i suoi “seguaci”, anche attraverso un discorso semplice e facilmente comprensibile in opposizione alla “fumisteria” di politici, tecnici ed intellettuali; dall’altro c’è “la retorica populista” in sé, che può essere applicata a qualunque contenuto politico, ed in questo senso Matteo Renzi “attinge a piene mani al repertorio del populismo, dei suoi luoghi comuni e del suo lessico, sia pur leggermente addolcito, per sottrarre ad un avversario pienamente populista come Grillo spazi di manovra e consensi (...)Inaugurando una tattica che è probabilmente destinata a fare proseliti, e che ad avviso di taluni avrebbe già avuto dei precedenti, Renzi parla il linguaggio dei populisti nelle sedi istituzionali, facendone paradossalmente uno strumento dell’élite per prendere in contropiede i contestatori” [ibidem].

    Detto ciò, mi viene da pensare che i movimenti “populisti” che “sanno l’economia” e che dimostrano, con i “suoi attuali, contingenti, e prestigiosi, esponenti "economisti", a noi ben noti” di voler mettere in pratica un programma genuinamente populista e non solo di avvalersi della retorica populista, visto il consenso che sembrano attrarre secondo gli ultimi sondaggi elettorali, e considerata l’insistente propaganda di Essi sull’inutilità del voto e l’inevitabilità di un Gentiloni bis e dunque dell’impossibilità dell’abbandono della strada maestra delle riforme, la lotta alle fakenews, nonché l’imminente scoppio di una devastante bolla finanziaria a cui fanno pensare i segnali lanciati dai “mercati” negli ultimi tempi, e non da ultimo la svalutazione del dollaro, Trump l’outsider e la lotta intestina tra Essi, esista realmente, oggi, in Italia, una certa qual “difficoltà di controllare gli esiti del processo elettorale a suffragio universale, posto in pericolo il prediletto gold-standard” e che si stia effettivamente gettando le basi per la potenziale (ri)nascita di un regime fascista di cui l’”ideologia” o meglio la mentalità Antifa d’importazione sarà un tassello essenziale nel caso in cui le cose vadano davvero male.

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    1. La parte più interessante dei tuoi commenti è nelle ultime righe.

      Personalmente, rifiuterei in modo definitivo la categoria "populismo", specialmente a livello descrittivo (appurarne una sostanza "reale", non dico fenomenologica, è puro esercizio di conformazione al paradigma neo-liberista, come è agevole dedurre da Wolf), perché accettarla è in sè una resa allo schema orwelliano di deprivazione del linguaggio.
      In analogia a quando Bazaar sottolinea che porre il discorso sul terreno dell "xenofobia" sia già accettare le categorie del nemico.

      Un regime fascista basato sull'antifa e, quindi, sull'autoritarismo, reso poliziesco, del politically correct nelle sue varie forme e fantasiose proiezioni adattative?

      L'ipotesi va seriamente considerata: ma il capitalismo cosmopolita non ha bisogno di utilizzare un linguaggio storicamente connotato (appunto il fascismo). Ogni strumento di default storicamente aggiornato ha la sua definizione nel bislinguaggio e la sua sovrastruttura ideologico-nominalistica.

      Scomodare il fascismo storico genera solo confusione; e crea uno pseudo oggetto nominalistico - un fattoide- che rischia di legittimare "l'antifascistismo" come metodo di demolizione della democrazia sostanziale residua.

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    2. Grazie. Concordo che “populismo” sia una “categoria” del nemico, tuttavia mi sembra utile indagarla, considerata la sparizione dei partiti social-democratici “tradizionali” e al contempo l’avanzata di movimenti che ESSI appunto definiscono populisti, per vedere cosa c’è dietro, un po’ come riconoscere che dietro le fakenews ci sta la censura. Tanto più che l’Antifa contemporaneo d’importazione “nasce” proprio in risposta alla retorica “populista” di Trump. Che il fascismo nella narrazione attuale sia volutamente un “fattoide” (così come il “populismo”, a mio parere) proprio per legittimare l’“Antifascismo” come metodo di demolizione della democrazia sostanziale residua comincio ad avere pochi dubbi. L’atteggiamento tenuto dai maggiori partiti della “sinistra” sul caso Macerata (fomentare gli animi, gridare al terrorismo, dare la colpa ai populisti) per poi lasciare il lavoro sporco, la piazza, agli zelanti novelli “Antifa” e susseguentemente prenderne le distanze chiedendo, attraverso il sindaco, “di abbassare i toni” credo dica già molto. Poichè ormai è inaccettabile, per la stragrande maggioranza elettorale un Gentiloni bis in continuità con Monti, non mi stupirei venisse riproposto il conflitto squadristi vs operai nella formula Antifa vs sovranisti, nel caso in cui il risultato elettorale fosse ambiguo, per potersi poi appellare ad un governo di responsabilità nazionale, eventualmente chiamato a riportare l’ordine con le forze armate. Ma c’è anche l’altra, remota, possibilità che vincano i populisti, nel qual caso ESSI, potrebbero optare per l’isolamento internazionale, rendendo così la via dell’autarchia e una certa dose di autoritarismo praticamente inevitabile, facendo dell’Italia uno “stato canaglia” da sanzionare e/o in cui intervenire - anche qui con le forze armate, per liberare il paese dalla corruzione e dal fascio-populismo, con il supporto della Resistenza Antifa. Questi gli scenari che mi immagino, almeno nel caso di sopravvivenza dell’euro. Se invece, a causa di forze esogene, l’euro dovesse crollare, e con esso l’amato gold-standard e tutta la struttura istituzionale collegata, credo che - nel panorama politico internazionale attuale, ci troveremmo in una situazione di enorme incertezza, in cui potrebbero aprirsi scenari tutti da immaginare.

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