domenica 25 febbraio 2018

SEGNALI DI VITA DAL COSTITUZIONALISMO: LA SOVRANITA' "KEYNESIAN-DEMOCRATICA-SOSTANZIALE" BATTE DUE COLPI

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http://www.fasaleaks.it/the-italians-la-serie-21-guido-carli-si-sta-rivelando-utile/

1. Tra venerdì e sabato scorsi si sono, per così dire, concentrati una serie di segnali provenienti dall'area di sinistra (in un caso dichiaratamente, nell'altro, quantomeno, per collocazione mediatica), segnali relativi alla questione costituzione-incompatibilità coi trattati €uropei.

1.1. Faccio un richiamo preliminare per indirizzarne la comprensione e dare una chiave di lettura che risulti coerente per i lettori di questo blog, che potremmo definire un'avanguardia informata e, come tali, - dobbiamo rassegnarci per il momento-, in minoranza...ma, se non altro, culturalmente ponderabile (cioè dall'elevato peso specifico). 
Questo il richiamo preliminare: i trattati €uropei, - e con essi intendiamo tutto l'apparato normativo divenuto operante dagli anni '50 del secolo scorso- non erano ab initio e, a maggior ragione successivamente, non sono semplicemente divergenti (giudizio politico) rispetto all'indirizzo politico proprio di una democrazia costituzionale "sociale", ma sono, prima ancora e principalmente, insanabilmente incompatibili con la nostra Costituzione e con la democrazia sostanziale che essa prefigura.
Ciò fa sì che le "riserve", anche nel senso tecnico del diritto internazionale (v. in specie p.1.1. e p. II), che si possono apporre rispetto alla stessa adesione e applicazione dei trattati (e, come sappiamo, la Germania, di riserva, sostanzialmente unilaterale, e quindi "illecita" dal punto di vista del diritto dei trattati, ne ha apposta una gigantesca), non dovrebbero essere oggetto di un giudizio (o "ripensamento") di natura politico-economica, quanto piuttosto di un obbligo giuridico prioritario: quello del ripristino della legalità costituzionale come irrinunciabile qualificazione della sovranità democratica.

2. Tanto premesso - e le implicazioni che derivano dal richiamo preliminare sono state oggetto di un'interminata serie di post, che hanno cercato di affrontare tutte le possibili sfaccettature del problema di legalità e di compatibilità col modello economico-normativo della Costituzione stessa- il primo segnale proviene da un illustre costituzionalista, il prof.Azzariti, che ha scritto un interessante articolo su un quotidiano di sinistra(-sinistra...), prontamente seguito da un'intervista sul FQ.
Ve ne propongo i passaggi più significativi, nell'economia del discorso svolta da anni su questo blog, integrandola con dei links che costituiscono, allo stesso tempo, sottolineatura e approfondimento critico delle varie affermazioni:

"La legge costituzionale n. 1 del 2012, che ha introdotto nella Carta costituzionale il principio del pareggio di bilancio (“equilibrio tra le entrate e le spese”), è il frutto del peggior revisionismo costituzionale. Approvata praticamente all’unanimità da un Parlamento sotto pressione, in tempi rapidissimi.
Approvata in tempi rapidissimi e senza un’adeguata discussione, con una sinistra subalterna ad un governo tecnico che assumeva il rigore come unico parametro politico di giudizio, ha rappresentato una risposta alla crisi economica di natura puramente ideologica, collocando in Costituzione le particolari politiche di stampo neoliberista.
POLITICHE RILEVATESI poi fallimentari, che la stessa classe dirigente del nostro Paese non ha potuto perseguire. Infatti, da che è stata approvata la modifica al testo della Costituzione ci si è costantemente appigliati alla possibilità di derogare i vincoli di bilancio nei casi di “eventi eccezionali”. Un monumento alla miopia di una classe dirigente incapace di perseguire gli obiettivi che essa stessa si impone.
MA CIÒ CHE APPARE più grave della riforma è che essa rappresenta una rottura con la storia del costituzionalismo pluralista e democratico del nostro Paese. 
Come si può pensare, infatti, di escludere dall’ordine costituzionale ogni opzione diversa da quella neoliberista? Verrebbe da dire che la scelta compiuta nel 2012 sia stata espressione di un’infelice visione neo-totalitaria.
Accecati dall’ideologia che impone di limitare, in ogni caso, la spesa pubblica, si è dimenticato (?) l’obbligo della Repubblica di garantire i diritti fondamentali delle persone. 
Ed è qui il vulnus costituzionale più grande
Non può essere data, infatti, una riforma della parte economica della nostra Costituzione che stravolga i diritti la cui tutela è assicurata come “inviolabile” nella prima parte del testo (articolo 2). Tali diritti – lo ha scritto a chiare lettere anche di recente la Corte costituzionale (...??) – devono rappresentare un limite invalicabile, tutelato anche a livello internazionale. Pertanto deve essere “la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione” (così la sentenza n. 275 del 2016...??? NdQ: appunto, e teniamo conto anche della nascita di questo equivoco).
IL NOSTRO spigliato revisore ha maldestramente tentato di giustificare questa inversione delle priorità costituzionali (prima la stabilità, poi i diritti incomprimibili) in base ad un inesistente obbligo europeo. 
Il Fiscal compact in realtà si limita – e già non è poco – ad imporre vincoli di natura permanente, ma non obbliga ad iscriverli in Costituzione.
La scelta dunque di “costituzionalizzare” il principio del pareggio di bilancio ricade pienamente nella responsabilità politica del Parlamento italiano. Ciò comporta il gravissimo effetto di rendere immodificabili le politiche del rigore anche nell’auspicabile ipotesi di un ravvedimento a livello europeo.
SONO PASSATI sei anni da questa improvvida riforma e il suo fallimento è ormai evidente. Un Parlamento responsabile ne prenderebbe atto e rilancerebbe le ragioni del costituzionalismo così disinvoltamente disattese. In particolare, dovrebbe essere interesse di tutte le forze politiche e sociali che si ispirano alla Costituzione proporre una controriforma che riaffermi le giuste priorità: prima i diritti fondamentali delle persone, poi le ragioni legate agli equilibri delle finanze pubbliche. Dovrebbero essere le rappresentanze politiche e sociali di sinistra a sollecitare il cambiamento, ma così non è...
UNA LEGGE COSTITUZIONALE di iniziativa popolare è stata elaborata dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale (proposta presentata assieme al quella sulla legge elettorale e in accordo con quella sulla scuola). Essa si propone non solo di eliminare le regole contabili definite nella sciagurata revisione del 2012, ma anche di individuare il limite delle politiche di spesa, che devono in ogni caso garantire il “rispetto dei diritti fondamentali delle persone”. È necessario raccogliere 50.000 firme nel vuoto della comunicazione e in assenza di mezzi.
UNA LEGGE costituzionale di iniziativa popolare è un azzardo, ma anche un atto estremo di responsabilità. Ci vuole in effetti coraggio per proporre al prossimo Parlamento di invertire la rotta, provando a riparare i guasti prodotti dal revisionismo costituzionale...".

2.1. Una nota in calce all'idea di un'iniziativa popolare per una legge di revisione costituzionale (che vale anche nel caso che tale revisione fosse invece proposta da una maggioranza parlamentare): poiché, quand'anche su iniziativa popolare, il diritto costituzionale di revisione è derivato, in quanto "costituito" e non "costituente", esso comporterebbe una duplice controindicazione negativa nei confronti delle vere controparti della tentata riaffermazione delle priorità legali-costituzionali (cioè le occhiute e ostili istituzioni Ue-M): 
a) si avrebbe un diritto applicabile ex nunc, cioè non utilmente opponibile come originaria e duratura violazione "obiettivamente evidente" di "norme del diritto interno di importanza fondamentale"; 
b) in conseguenza di ciò, si ratificherebbe per implicito l'antica, e altrettanto duratura incomprensione della Corte costituzionale, sulla natura dei trattati e sulla portata dell'art.11 Cost., con effetti boomerang, cioè selfdefeating, in chiave di legittimità della pretesa di sciogliersi dal vincolo esterno. 

2.2. Insomma si tratterebbe di convalidare e "rimuovere" il problema fondamentale, - e non irrimediabile, poiché le norme costituzionali non sono abrogabili per desuetudine e l'illecito derivante dalla loro violazione non dovrebbe essere prescrittibile-, del perché e del come i "controlimiti" non siano mai stati effettivamente applicati (qui, p.11, per un suggerimento illuminante di Luciani)
Sul piano inevitabile dei rapporti di diritto internazionale, sarebbe estremamente rischioso determinare, sia pure indirettamente, una sorta di sanatoria di una gravissima fase di sospensione del dettato costituzionale non revisionabile, e affrontare una difficile conflittualità politico-internazionale che, invece, dovrebbe poter essere prevenuta. Specialmente facendo le proprie mosse (almeno nella fase di avvio) all'interno dell'eurozona (qui, p.2), come ha dovuto apprendere a sue spese la Grecia.

3. L'altro segnale di scottante attualità, proviene invece da questo appello (già oggetto di strenua discussione su twitter, dopo il lancio fattone dall'amico Massimo D'Antoni), firmato da un nutrito gruppo di studiosi e accademici (che vedete riprodotto in fondo e che, per quanto di nostra conoscenza, vede risaltare figure di assoluto rilievo tra cui, anche oltre i vincoli di amicizia che ho per taluni dei sottoscrittori, è da sottolineare la presenza di Domenico Mario Nuti). Anche qui riproduco i passaggi salienti, inserendo qualche link di approfondimento critico (senza riproporre quelli già inseriti nella parte dedicata all'articolo di Azzariti e validi pure per questo):


"Negli ultimi quarant’anni la scienza e la tecnologia hanno fatto progressi inimmaginabili e la ricchezza del mondo è aumentata, tanto nei paesi che avevano un minor livello di sviluppo che in quelli di più antica industrializzazione. 
In questi ultimi, però, la maggiore ricchezza generata è andata quasi esclusivamente nelle mani di un piccolo numero di persone, invertendo la tendenza a una più equa distribuzione che si era verificata a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Non si è trattato di una fatalità o di un fenomeno impossibile da controllare: è stato il frutto dell’ideologia economico-politica che ha conquistato l’egemonia dagli anni ’80 del secolo scorso.

Da questa ideologia si sono lasciati conquistare anche i partiti della sinistra storica, tanto da essere in molti casi protagonisti, come forze di governo, delle politiche che da essa venivano dettate. L’Unione europea è nata sulla base di questa ideologia, le cui linee fondamentali sono ben sintetizzate dalle parole di Guido Carli, subito dopo la firma del Trattato di Maastricht, riportate nelle sue memorie: 
L’Unione Europea implica la concezione dello ‘Stato minimo’, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva degli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell’industria, l’abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche da parte dei produttori di servizi, l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe. In una parola: un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di quest’ultimi”. 
Carli dimenticò di precisare “a favore di una parte di quest’ultimi”, ma per il resto la descrizione di quello che sarebbe accaduto è quanto mai precisa e definita.

Questa è l’Europa dell’euro e del Trattato di Maastricht a cui ci siamo legati.
Con una aggravante: il dominio politico-economico della Germania e dei suoi alleati, a cui per ragioni storiche è stata associata la Francia. 
Questo gruppo di paesi guida l’Unione in base ai suoi specifici interessi, anche quando confliggono con quelli degli altri membri. Pensare di riuscire a cambiare sostanzialmente questa situazione è puramente illusorio: la modifica dei trattati richiede l’approvazione all’unanimità (ma v. qui, p.2.1. per problemi opposti, cioè quelli di un'ennesima e incombente riforma sfavorevole all'Italia), che implicherebbe la rinuncia da parte del “nucleo forte” a una situazione che lo favorisce. 
La prospettiva è semmai di un peggioramento: le linee della riforma della governance europea, che dovrebbe essere approvata entro il prossimo anno, sono frutto di una trattativa essenzialmente tra Germania e Francia. Se verrà approvato lo schema attualmente in discussione, le conseguenze per l’Italia saranno pesantissime.
Il nucleo-guida ha già dimostrato di non tenere in alcun conto le ragioni del nostro paese: da oltre tre anni abbiamo chiesto ufficialmente di cambiare il metodo di calcolo del Pil potenziale (v. qui, pp. 11 e 16-18), che è la base di giudizio per i conti pubblici e che è stato giudicato poco attendibile da un gruppo di esperti incaricato di valutarlo dalla stessa Commissione, e ad oggi non abbiamo ottenuto alcun risultato. Questo è senza dubbio un pessimo segnale per il futuro.
...
Noi che sottoscriviamo questo documento crediamo che ciò avvenga perché LeU non ha dato precisi segnali di discontinuità rispetto al processo che ha portato i partiti tradizionali della sinistra a convertirsi alle idee del “pensiero unico” e alle scelte che questo ha comportato, prima fra tutte quella di disegnare un’organizzazione sociale funzionale ai desideri (non alle “necessità”) del mercato, subordinando ad essi le istanze di promozione sociale che la Costituzione pone come scopo della Repubblica. A parte alcune eccezioni, ci sembra che il suo atteggiamento rispetto all’Europa reale sia superficiale e reticente: non ha senso vagheggiare una ipotetica “Europa più giusta, più democratica e solidale” per cui non ci sono le condizioni né ci saranno nel prossimo futuro
Occorre invece porsi il problema di cosa fare per non farsi schiacciare dall’Europa che c’è. Che non abbia avuto il coraggio – o forse la convinzione – di dire che la strada dell’ultimo quarto di secolo era sbagliata per chi si ponga in un’ottica di sinistra.
...
Un primo passo può essere quello di proporre che sia possibile sottoporre preventivamente al giudizio della Corte Costituzionale, (NdQ: ipotizziamo pure i passi ulteriori e inscindibilmente complementari) anche su iniziativa dei cittadini, le norme e gli accordi che hanno origine dall’Unione europea. Come del resto avviene in Germania.

Nicola Acocella, economista, univ. La Sapienza
Davide Antonioli, economista, univ. Chieti-Pescara
Lucio Baccaro, direttore Istituto Max Planck, Colonia
Roberto Balduini, dirigente, Roma
Annaflavia Bianchi, economista, univ. Ferrara
Luigi Bosco, economista univ. Siena
Sergio Cesaratto, economista, univ. Siena
Guglielmo Chiodi, economista, univ. La Sapienza
Carlo Clericetti, giornalista, Roma
Massimo D'Angelillo, economista, Bologna
Massimo D'Antoni, economista, univ. Siena
Sebastiano Fadda, economista, univ. Roma 3
Daniele Girardi, economista, univ. del Massachusetts
Andrea Guazzarotti, costituzionalista, univ. Ferrara
Ugo Marani, economista, univ. Napoli L’Orientale
Salvatore Monni, economista, univ. Roma 3
Antonio Musolesi, economista, univ. Ferrara
Domenico Mario Nuti, economista, univ. La Sapienza
Leonardo Paggi, storico, già docente universitario
Paolo Pini, economista, univ. Ferrara
Geminello Preterossi, Filosofo del diritto, univ. Salerno
Fabio Ravagnani, economista, univ. La Sapienza
Pasquale Santomassimo, storico, univ. Siena
Roberto Schiattarella, economista, univ. Camerino
Alessandro Somma, giurista, univ. Ferrara
Antonella Stirati, economista, univ. Roma 3
Francesco Sylos Labini, fisico Centro Enrico Fermi, Roma
Mirco Tomasi, economista, Bruxelles
Leonello Tronti, economista, univ. Roma 3
Antimo Verde, economista, univ. Tuscia
Marco Veronese Passarella, docente economia, univ. Leeds
Paolo Piacentini, economista, univ. La Sapienza
Marzia Zanardi, pensionata, Bologna
Gennaro Zezza, economista, univ. Cassino e Levy Institute


32 commenti:

  1. La cosa più pazzesca del volantino è la foto del Nostro. Una moderna Madonna dei sette dolori (contabili) di modello ispanico. Di quelle che trovi nei retablo durante il cammino di Santiago e il cui ricordo ti fa dormire male anche se hai fatto 30 km a piedi in un giorno.

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  2. "La scelta dunque di “costituzionalizzare” il principio del pareggio di bilancio ricade pienamente nella responsabilità politica del Parlamento italiano. Ciò comporta il gravissimo effetto di rendere immodificabili le politiche del rigore anche nell’auspicabile ipotesi di un ravvedimento a livello europeo."

    Solo il Parlamento (se mai ci saranno i numeri e la volontà politica) potrà rimediare al danno.

    Altrimenti ci penseranno le assemblee costituenti degli stati successori della Repubblica Italiana.

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    1. Permettimi, ma il senso della "nota in calce", era un po' diverso: tecnicamente, ciò che è costituzionalmente illegittimo DEVE essere rimosso dalla Corte.
      Rammentiamo cosa dissero sul punto (tutela della Corte come clausola ultima di salvaguardia indispensabile) Ghidini e Calamandrei, a proposito di chi "non crede nelle Costituzioni" (Lucifero) e pensa che "un giorno conquistata la maggioranza potrebbe fare quello che gli pare".

      Ma c'è di più: una nuova disciplina costituzionale sul punto (cioè l'azione del parlamento), varrebbe solo come disciplina subordinata alla "Costituzione primigenia" (il concetto è nei post linkati), alla stessa stregua della revisione dell'art.81 (e altro). Ma con l'inconveniente di non essere, allora, opponibile come norma fondamentale e la cui violazione è "manifesta", alle controparti €uropee, ai sensi dell'art.46 della convenzione di Vienna sul diritto dei trattati.

      E last but not least: finché si accetta la supremazia del diritto €uropeo sulla Costituzione, secondo la nota e diffusa convinzione, il fiscal compact rimarrebbe idoneo ex se a prevalere sul resto della Costituzione.
      E infatti, la Corte si sta barcamenando sia per mitigare il prevalere del principio del pareggio di bilancio ma ben attenta a preservarlo (promuoverebbe "la crescita e il risanamento"!), sia per NON applicare i controlimiti.

      Il problema, dunque, è essenzialmente quest'ultimo fenomeno di "incomprensione&dimenticanza".

      Ergo, come suggerisce il link e il riferimento ai passi "ulteriori" al primo, posto nella esposizione dell'"appello", si fa prima, e con costi politico-internazionali minori, a riformare composizione e modi di accesso alla Corte...
      Poi ci sono accorgimenti complementari (ad es; fare una legge costituzionale di interpretazione, che avrebbe, come tale, efficacia ex tunc: ma sarebbe opportuna una vera fase "costituente" per formularla dettagliarla nei suoi plurimi aspetti...).

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    2. "Si fa prima, e con costi politico-internazionali minori, a riformare composizione e modi di accesso alla Corte".

      E' certamente il modo migliore di rimediare al danno, ma rimane sempre una questione di volontà politica (e di numeri) del Parlamento.

      Solo la Lega (mi pare di ricordare) non votò la legge a suo tempo ed ha messo questo punto specifico nel programma elettorale.

      Un pò poco per rimediare al danno in meno di 5-6 anni.

      Nel frattempo però è molto più probabile che arrivi prima lo 'shock esterno' e la tenuta dello stato unitario sarà messa a dura prova.

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    3. E siamo purtroppo d'accordo.
      Siamo, allo stato, costretti a ragionare come meglio sarebbero impiegabili degli ipotetici voti & numeri in parlamento: converrai che sarebbe un peccato sprecare le cartucce con delle mosse non ponderate.

      D'altra parte, metà della soluzione (in senso politico) sta già nell'uscire dall'eurozona (come sottolinea il post ed è comunque ovvio; almeno per noi): e per far ciò non occorre alcuna revisione costituzionale (http://orizzonte48.blogspot.it/2013/11/lunione-europea-in-base-ai-trattati-non.html), ma solo un'attenta considerazione di come e quando "comunicarlo" all'Ue, avendo apprestato alcune salvaguardie di "primo" intervento...

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    4. Naturalmente, è la metà più facile: supponiamo che la liberazione dal "vincolo esterno" avvia un percorso a V.
      La prima parte sarebbe in discesa; la seconda è una salita durante la quale si incontrano almeno 30 anni di legislazione supply side e anti-tutela del lavoro e anti-welfare.

      Ed è li che si annidano i regalini più insidiosi del "meraviglioso mondo di von Hayek" spaghetti-liberista...

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    5. In riferimento ai "regalini" progressivamente imposti ad ostacolo della ripresa ho visto di recente (in link): questa che è probabilmente una delle più recenti manifestazioni di emergenza rispetto un problema di vecchia memoria, che sta per colpire molti dipendenti ex INPDAP.

      Vengono i brividi a leggere come la Circolare INPS sia tutta incentrata sulla prescrizione dei contributi previdenziali, dopo le modalità strumentali di loro gestione accennate nell'intervista sopra in link.

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    1. Poggio, perché eliminare un commento accorato e divertente?

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  4. ... abbandono dell'istruzione pubblica, riduzione della cultura a hobby per ricchi e della scuola ad avviamento verso il lavoro minorile.

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  5. Leggo l'appello degli economisti, sorvolo sul lieve ritardo di alcuni, e poi... mi sovviene di prenderli a male parole. Tutti.

    Posso dire che chi si definisce "di sinistra", solo per il fatto di farlo, non ha ancora capito una beata mazza?

    Posso dire che chi è schiavo di un brand le cui fee del franchising spettano da decenni alla grande finanza, è intellettualmente e politicamente - usando un eufemismo - "ininfluente"? e mi fa torcigliare lo stomaco?

    Porelli, senza la bandiera rosa, sono persi. Non sanno più chi sono. La moglie li deve schiaffeggiare e spinger loro in faccia la carta d'identità.

    « Amore, tu esisti! te lo assicuro, anche se non sei "di sinistra". Sei mio marito, padre dei tuoi figli, sei di Canicattì, nato l'anno della Pecora... guardati! »

    Nulla.

    Il vuoto.

    Le palle degli occhi ruotano nelle orbite, la pupilla dilatata: « "de sinistra" ergo sum »

    « "de sinistra" ergo sum »

    « "de sinistra" ergo sum »

    « de sinistra ergo sum »


    Capisco che tra il 3 maggio del Sessantotto ed il 20 luglio del '69, ore 20:18 UTC, la guerra fredda ha fatto capire chi controllava la stragrande maggioranza delle risorse terrestri e ha darwinisticamente selezionato intellettuali nati in determinati anni del calendario cinese, ma possibile che non ci sia chi parteggi semplicemente come Italiano, nell'interesse della nazione?


    (Tanto vale fare come l'élite dei rentier e della sottocultura pop, ormeggiati a Portofino, tra buon vino, belle gambe e piano bar autorale... proporsi come i cosmopoliti de Genova)

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    1. In effetti la contraddizione è palese: se si deve presumere che a muovere la coscienza morale di sinceri democratici sia "l'interesse della Nazione", perché rivolgere un appello e, per di più, a chi ha dato (in ogni possibile occasione) la prova di non essere minimamente interessato all'argomento?
      Afferma quello che devi affermare e basta.

      Ma c'è un ma...è chiaro che la prospettiva di una sconfitta elettorale gioca un ruolo decisivo: su cosa potrebbero più mettere in scena la propria identità politica, una volta che l'antiberlusconismo diventa impraticabile (per diktat degli stessi media dell'elite del vincolo €sterno)?

      In un certo senso, la situazione è preoccupante, ma anche potenzialmente apportatrice di impreviste svolte...

      Non dimentichiamo che il banco è comunque a forte rischio di saltare comunque per un prevedibile shock esterno che si appropinqua sempre di più in un orizzonte tempestoso.

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    2. Sì, vabbè, ma qui si va ben oltre all'identità politica.

      Qui siamo oltre la nevrosi.

      Voglio dire, fa bene Soros a « sentirsi Dio » e capisco che il filantropo ci « si senta a suo agio »: la realtà gli dà ragione. È vero.

      La "sinistra" si è trasformata in una comunità di fedeli ed osservanti religiosi, trasnazionale come quella cattolico-romana, con i suoi sacramenti, le sue liturgie e le omelie, con i suoi scioperi della fame e la retorica onusta di moralismo. Le buone parole, piene di perifrasi, per non far sentire le merde che sono i "diversi" (pardon. i "diversamente eguali"), i "deboli". Il sogno e l'immacolata concezione dell'Europa. La promessa di crescita nell'aldilà.

      Il moralismo, poi, a differenza della coscienza morale, ha un leggero difetto: le virtù sono degli a priori dei quali si entra in possesso, non tramite l'agire materiale, ma per tessera; tessera per cui è necessario corrispondere un qualche obolo: la fee al santissimo padre figlio di Popper.

      Si è perché si appare tali. C'è la certificazione di conformità e ortodossia data dal Partito e poi c'è il fedele rispetto dei comandamenti:

      1 - ti ho fatto uscire dalla condizione servile, non potrai prendere alcuna direzione all'infuori della mia: piuttosto va a sbattere.
      Non ti farai idolo né immagine oltre a quella di Carlo Marx, del Che e di Bob Marley

      2 - pronuncia sempre invano il nome della Costituzione, della democrazia e del socialismo

      3 - osserva l'editoriale della domenica di Scalfari

      4 - onora i genitori 1 e 2, e disprezza la madre patria

      5 - non uccidere almeno che non sia fascio

      6 - non commettere adulterio, almeno che non sia una banca

      7 - non rubare: i soldi ce li hanno i ricchi

      8 - non pronunciare vera testimonianza, il popolo non capirebbe

      9 - non desiderare la moglie del tuo prossimo: preferisci gameti alloctoni. Dio ama il meticciato.

      10 - non desiderare la casa e le cose del tuo prossimo: ci ha già pensato Piketty.

      La sinistra "liberal" « compatibile »...

      Vorrei ricordare che le guerre di religione sono di annientamento ed è roba medievale: una sinistra al passo coi tempi.

      Che devo dire?

      Qualche giorno fa mi son messo a discutere con un "compagno" che era così radicale, ma così radicalmente di sinistra, che non mi voleva sganciare il patentino di marxista.

      Non c'è stato verso di fargli capire che col suo patentino mi facevo i pannolini per mia figlia e che certamente, come Marx, non sono marxista.

      Il problema consisteva nel fatto che per questo archetipale "compagno", l'ortodossia necessaria per ottenere il patentino di "marxista" si sostanziava nel ripudiare quel reazionario di Hegel, gettare nello sciacquone il "positivismo" delle scienze sociali, quindi lottare contro il complotto giudaico-massonico e studiare bene quel comunistaccio di Carl Schmitt.

      Ovviamente il "compagno" era fervente antifascista.

      Così siamo messi.

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    3. Se si fossero "soltanto" trasformati in una comunità di fanatici religiosi, che costituiscono in ciò il modello per altri "movimenti", sarebbero in fondo fatti loro: il fatto è che sono divenuti tali per legittimarsi a fare gli ascari di un "governo permanente dei mercati"; e nell'interesse di potenze estere.

      Insomma, non sono solo i toni moralistici per avvilire tutti gli altri (non parte di questo clero di governo TINA,. ma è il fatto che "una volta profilato come "atto dovuto", senza alternative, il piegarsi preventivo ed incondizionato dell'elettorato alle esigenze del "lovuolel'€uropa", le "soluzioni" assumono il carattere più preciso di MINACCE". Peraltro, con il mito continuo dell'efficienza nel realizzarle (tipico paradigma neo-liberista)
      https://orizzonte48.blogspot.it/2017/12/le-promesse-cioe-le-minacce-elettorali.html

      "Un tale carattere minaccioso delle dichiarazioni programmatiche elettorali potrebbe sembrare un ben curioso calcolo di captazione del voto".

      Ecco: la parte più competente, avendo i mezzi critici per rendersi conto che non si può prolungare questo metodo all'infinito, prende le distanze da esso e riscopre la Costituzione (a lungo resa liturgia nominalistica irrilevante).

      Ma, a ben vedere, la tecnica delle minacce, fatta una concreta ponderazione costi/benefici, è divenuta la cifra programmatica della grandissima parte dell'offerta politica: e queste minacce sono, nel caso del "campo opposto" (?) altrettanto moralisticamente legittimate come "conflitto sezionale", nei suoi temi più classici.

      Insomma, il paradigma ideologico del TINA liberista "delle minacce", s'è diffuso e radicato molto più in profondità per limitarlo alla "sinistra" che, certamente, ha per prima adottato il franchising
      Ma...Bognetti ce lo siamo dimenticato? Credi che la pianta che ha seminato non sia più rigogliosa che mai?.

      Per farla breve, rinvio alle risposte date al secondo commento di Luca Cellai...(il percorso a V).

      La dialettica storico-politica propone delle (auto)antitesi che si preannunciano come ribaltamento (ribaltamento del "paradosso €uropeo"? Lo vedremo).

      Ma si tratta di sbirciare entro il caos oscuro del dopo-elezioni.
      Credi forse che possiamo, a nostra volta, affidare le speranze ad un atto di fede nel risorgere del sole? :-)

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    4. leggo oggi questo e ve lo riporto : La libertà è il contrario della coazione ossessiva

      ZW: Per questo il concetto di Neoliberalismo è spesso considerato l’arma argomentativa preferita della sinistra.

      BCH: Non è esatto. Il Neoliberalismo descrive molto bene la condizione della società attuale, perché riguarda lo sfruttamento della libertà. Il sistema si batte per incrementare la produttività, e così sostituisce lo sfruttamento degli altri con lo sfruttamento di sé, perché questo genera maggiore efficienza e maggiore produttività, tutto sotto la maschera della libertà.

      ZW: La sua analisi non è molto incoraggiante. Stiamo sfruttando noi stessi, non rischiamo nulla, né in amore né in politica, e non vogliamo essere ferito o ferire.

      BCH: Mi dispiace, ma questo è un dato di fatto.

      ZW: Come può un individuo trovare la felicità in questa società – dovremmo impegnarci di più nelle nostre idee?

      BCH: Il sistema lo rende difficile. Non sappiamo nemmeno cosa vogliamo. I bisogni che percepisco come i miei bisogno non sono i miei bisogni. Come esempio prendete Primark, la catena di abbigliamento a basso costo. Le persone organizzazione car-sharing perché non ci sono negozi Primark in ogni città. Quando arrivano a destinazione, saccheggiano letteralmente il negozio. C’era un articolo su un giornale recentemente; riguardava una ragazza: quando è venuta a sapere che Primark stava aprendo un punto vendita vicino a C&A in Alexanderplatz [Berlino], ha urlato di gioia e ha detto: se qui c’è Primark allora la mia vita è perfetta. Questa vita è davvero perfetta per lei, o si tratta di un’illusione generata dalla cultura consumistica? Cerchiamo di vedere con esattezza cosa sta succedendo. Le ragazze comprano centinaia di vestiti, e ogni vestito costa forse cinque euro – che di per sé è follia, perché le persone muoiono per questi vestiti in paesi come il Bangladesh se un’industria di abbigliamento fallisce. Queste ragazze comprano centinaia di vestiti, ma difficilmente li indossano. Sapete cosa fanno con questi vestiti?

      ZW: Li fanno vedere su YouTube, su video Haul.
      qui tutta l'intervista http://tlon.it/byung-chul-han-se-sei-felice-sei-un-illuso/

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    5. Bah...è tutto un "signoramiaquestoconsumismodoveciporteràconquestigiovanichestannosuisocialeyoutubbe".

      Lo sfruttamento è sempre di pochi capitalisti su molti lavoratori (altro che autosfruttamento, "moralisticamente" evitabile...): che poi gli anti-consumisti moralisti (il Bangladesh!) e decrescisti prosperino (soprattutto in Germania), sulla proiezione identificativa degli oppressi con gli interessi degli oppressori, è un altro paio di maniche (ordoliberiste).

      http://orizzonte48.blogspot.it/2013/02/decrescismo-e-teoria-dei-mercati-saturi.html

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    6. Il moralismo e la "questione morale" paludano il tema epistemologicamente e letteralmente fondamentale della - appunto -
      fondazione morale delle scienze sociali.

      Questa considerazione, il fenomenologo, le associa immediatamente al problema cognitivo, ovvero interpretativo e coscienziale del reale, essendo dirimente per distinguere i due grandi paradigmi che divergono nella sostanza nelle visioni possibili della società dell'avvenire.

      Il paradigma "naturalistico" è alienazione, lo "storicismo" è autocoscienza ed emancipazione.

      Questa chiave di lettura porta consapevolezza e permette di portare coscienza alla sovrastruttura più bassa, quella politica: con la coscienza politica è possibile la prassi volta alle riforme della struttura sociale in senso progressivo e democratico.

      Riflessioni non così banali, ma assolutamente semplici una volta acquisite, che pare attecchiscano in luoghi non così prevedibili...

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    7. Mi stupisco di te: nella conversazione linkata ci sono delle non trascurabili imprecisioni storiche, o. se vuoi, "compressioni nell'indistinto" di fasi storicamente ben collocate e ben anteriori a quella attuale. Insomma, una buona serie di intuizioni ma un pochino confuse e, perciò, fenomenologicamente deboli
      Basterebbe aver letto con attenzione Galbraith sulla fase neo-classica e la relativa matematizzazione, già anteriormente a Keynes. Poi, certo dopo (in reazione allo stesso Keynes), utilizzata come fondazione teologica e moralistica ancor di più...)

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    8. Ma io mi accontento di poco: è tutta una imprecisione la divulgazione di questo ricercatore, d'altronde si occupa di campi che non sono il suo. E con la divisione e la specializzazione delle conoscenze, non mi aspetto un gran rigore nella multidisciplinarità. Soprattutto di carattere filologico.

      Ti dirò di più: credo che tutto ciò che travalica la sua professione è prodotto di erudizione acquisita dall'informazione indipendente prodotta in rete.

      Sono rimasto soddisfatto delle "categorie" usate per costruire una minimamente ed organica riflessione multidisciplinare, con del pathos che non sconfina solo nel livore.

      Insomma, ho avuto l'impressione di un "eppur si muove" anche a livello culturale...

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    9. Temo ci sia dell'altro (ricordamelo di dirtelo appena ci sentiamo/vediamo)

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    10. In questi anni si sviluppò anche la formulazione matematica di rapporti economici: di costi in relazione a prezzi, di redditi dei consumatori in relazione alla forma della funzione della domanda e molte altre cose. Ci fu anche una discussione continua circa l’utilità dell’economia matematica, spesso chiamata teoria matematica, discussione nella quale coloro che erano bravi nella scienza dei numeri adottarono un’opinione favorevole, mentre coloro che non avevano altrettanto talento abbracciarono un’opinione prudentemente sfavorevole verso ciò che non capivano. L’abilità matematica nella teoria economica conseguì un certo valore obiettivo come condizione di ammissione alla professione di economista, un mezzo per escludere coloro che avevano solo un talento puramente verbale. E anche se tale teoria non diede un grande contributo — come si ammetteva senza difficoltà — nel determinare l’indirizzo pratico di politica economica, assolse un’altra funzione. Le formulazioni sempre più tecniche e la discussione sulla loro validità e precisione fornirono lavoro a molte migliaia di economisti, di cui c’era ora bisogno per insegnare l’economia in università e istituti secondari in tutto il mondo. Se tutte queste voci avessero cercato di essere ascoltate su questioni pratiche, il clamore risultante avrebbe suscitato confusione, forse a un livello intollerabile.
      L’economia matematica diede all’economia anche un aspetto professionalmente gratificante di certezza scientifica e di precisione, contribuendo utilmente al prestigio degli economisti accademici nella loro associazione universitaria con le altre scienze sociali e con le cosiddette hard sciences. Uno dei costi di questi vari servizi fu, però, l’allontanamento di vari passi di questa disciplina dalla realtà. Non tutti, ma un numero grandissimo degli esercizi matematici cominciavano (cosa che rimane valida ancor oggi) con le parole: «Supponendo una concorrenza perfetta». Nel mondo reale la concorrenza perfetta stava conducendo ora un’esistenza sempre più esoterica, se aveva in effetti ancora una qualche esistenza, e la teoria matematica era, in misura non piccola, la copertura altamente raffinata sotto cui essa riusciva a sopravvivere. Storia dell'economia Galbraith pag 649

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    11. Grazie @natolibero68

      Dal mio punto di vista, queste sono tipicamente pragmatiche considerazioni di raffinatezza intellettuale angloamericana, non troppo diverse da quelle fatte brillantemente da Keynes.

      Vedi, però, la matematizzazione dell'economia, riproponendo di fatto la filosofia morale del feudalismo, ha degli aspetti - secondo me - ben più profondi.

      1 - la dialettica potenzialmente progressiva che si portava con sé l'economia classica nata dall'etica smithiana viene spazzata via dalla totale radicalizzazione del conflitto distributivo: nel marginalismo è implicito il radicale rifiuto di risolvere politicamente il conflitto tra classi;

      2 - i tre padri del marginalismo arrivano alle medesime conclusioni indipendentemente nel medesimo periodo e, nel medesimo periodo, ossessionato pure dai movimenti operai, Nietzsche codificherà i medesimi principi "anti-evangelico-solidaristici" propri dei filosofi morali cattolici, della scuola di Salamanca. La trasvalutazione di tutti i valori si risolve in un'inversione di tutti i valori, che è l'unico modo per "giustificare" l'elitismo, il classismo, e il conseguente sfruttamento;

      3 - questo, nella società dello spettacolo, porta al parossismo l'alienazione di tutte le classi sociali;

      4 - come dallo spirito giuridico medievale, Natura idest Deus - la matematica è il linguaggio della natura: matematizzare l'economia, una scienza morale, umana, significa ricondurre a natura ciò che è artificio istituzionale e politico. È naturalizzazione e divinizzazione della struttura sociale volta allo sfruttamento.

      Alla fine tanto un empirista come Hume, quanto un idealista come Hegel o un religioso come Florenskij, arrivano ad un concetto fondamentale: l'uso del « simbolo non conforme allo scopo » è un « innocuo gioco » quando va bene ed « inettitudine del pensiero » quando va male.

      Tralasciano le non indifferenti questioni di carattere morale, chi lascerebbe mai in mano l'egemonia politica e coscienziale a dei popperiani "inetti del pensiero"?



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    12. A proposito di ciò che è "umano" ed "artificiale" e di ciò che è "naturale" ed "alienante": lo stesso concetto di "capitale" viene declinato come un insieme impersonale, alieno alla persona umana, di mezzi della produzione, materiali, immateriali o finanziari, ossia il marginalistico "potere d'acquisto disponibile per acquistare mezzi produttivi".

      Per Karl Marx, invece, il significato primo di "capitale" è definito come « rapporto sociale ». E si apre e si inizia a percepire un mondo completamente diverso.

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  6. “E' certamente il modo migliore di rimediare al danno, ma rimane sempre una questione di volontà politica (e di numeri) del Parlamento.”

    Vorrei sapere chi sono queste forse politiche:

    la c.d. Costituzione economica costituisca una parte fondamentale della stessa Carta, in quanto proiezione diretta degli articoli sul fondamento lavoristico: dunque non soggetta a revisione ex art.139 nè, profilo estremamente importante in questo frangente, derogabile da alcun trattato ai sensi dell'art.11 Cost (e questo in tema di protezione della legalità costituzionale sarebbe il...minimo sindacale).

    Ma non appena fatto ciò:
    a) verrebbe meno la supremazia del diritto europeo: praticamente nella sua interezza, perchè è un trattato economico (dunque incide sulle stesse materie) e, laddove finge di non esserlo, pone standards di diritti civili più bassi della nostra Costituzione;

    b) chi iniziasse una simile riaffermazione del diritto costituzionale e della sovranità democratica, dovrebbe ammettere di aver navigato "in", se non di aver apertamente propugnato, decenni di illegalità costituzionale.

    Entrambi gli effetti sarebbero quindi tollerabili e sostenibili solo per forze politiche non compromesse nè con il "fogno" €uropeo, nè con l'attacco sistematico del neo-liberismo alla Costituzione.
    E allo stato forze politiche (rappresentate in parlamento) del genere, in Italia, non ce ne sono. Neanche si avvicinano all'orizzonte, peraltro..".

    http://orizzonte48.blogspot.it/2016/02/lart47-cost-come-la-linea-del-piave.html

    per capirci…. Io non ne vedo NESSUNA.

    Quindi concordo con parte dei commenti.

    Un saluto a tutti. Credo di non sentirci neanche dopo le elezioni….

    Comunque continuo a seguirvi.

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  7. PESO SPECIFICO
    (ndr, cioè il rapporto differnziale tra unità FISICHE: peso (kg) e volume (m3) ovvero N/m3)
    (ps: il “cancellato” era zuppo d'errori ortografici ovvero poco “estetico” e un poco troppo …:-) )

    Son pragmatico (cioè e/spirato da un atteggiamento esopico e da un interesse pratico rispetto a quelli teoretici che, comunque a me – “mi”, son italico longobardiano - i/inspira una poetica dostoevskijana dell'idiota che “la bellezza salva il mondo” e le note “trimpellante” del 3° di Rachmaninov a cui culturalmente appartengo non per per genia e, tanto meno per possibilità, quanto per un in/naturale triviale gustosità estetica) e quindi tra i destinatari ultimi, e quindi fruitori – come tale dovrebbero essere – della legittimità costituzionale.

    Son uno degli scolari svogliati dell'ultimo banco “con scarpe grosse” ed emmo allora, ed ancor oggi, a domandarci cosa fosse e cosa rapprentasse la riforma costituzionale introdutta con la Legge Costituzionale 20 aprile 2012 n.1 che evaporava la traiettoria economica della Costituzione Italiana.

    Son grato, caro orizzonte48 - the Knight- di affacciarmi alla finestra e carpire scienza e cono/scienza e fò quello che mi garba fare.

    Non son cattedratico ma lì sotto, con “cervello fino”, ho d'aderire idealmente e paludo qualcun altro in cattedra che, con enorme giramento gonadico, ha valicato la voglia tra il dire e il fare. .

    PUNTO

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  8. Ciao Quarantotto scusami se vado fuori tema ma l'appello di questi economisti fa risuonare nella mia mente queste parole del compianto Fisico Emilio Del Giudice:

    "La società si è costituita con le sue leggi, che non sono la conseguenza delle leggi della biologia, ma le leggi dell’economia che in principio sono leggi diverse. La legge della Biologia richiede cooperazione, la legge dell’economia richiede la competizione. Quindi in questo senso l’economia è intrinsecamente un fatto patologico, è intrinsecamente un fatto che genera patologia, che genera malattia. Finora nella storia umana siamo stati nella preistoria. Perché nella preistoria? Perché la specie umana come tale non ha mai avuto la possibilità di formarsi. Perché per formarsi la specie umana ha bisogno che i suoi componenti risuonino fra di loro. Lo possono fare? No, c’insegnano che il principio della saggezza per l’economia è la competizione e la competizione è l’esatto contrario della risonanza. Come faccio risuonare con uno se devo stare attento che non me lo infili in quel posto. E’ evidente che non posso."

    Mi chiedo dove sia stata l'Accademia in questi ultimi 25 anni, forse non si sono accorti che in questa rivoluzione neoliberista, dove l'UE e l'Uem sono strumenti funzionali alla sua attuazione, l'umanità per usare le parole del regista Franco Arminio è stata posta ad un bivio: "da una parte qualcosa che si può definire umano, dall'altro qualcosa che possiamo definire autismo corale. L'autismo corale è nella sostanza un Tumore di tutti e questo è possibile perchè siamo tutti connessi, dunque le cellule infette sono estese ovunque, hanno toccato passioni intime e quelle civili. La velocità vertiginosa dei cambiamenti sta producendo una sorta d'immobilità dello Spirito....... L'Autismo corale potrebbe diventare la nostra Antropologia definitiva, quella per cui ci congediamo per sempre dall'umano. Non finisce nulla, semplicemente la vita dei vivi viene sostituita dalla vita dei morti

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    1. Erano troppo impegnati a svendere l'universita'.

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    2. Grazie Mauro per questo commento, era un po’ che ci pensavo, mi ci voleva Emilio del Giudice!

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  9. c'è miglior risposta oggi che non sia questa? «Proteggimi da ciò che voglio» Jenny Holzer(una badilata nei denti a Von Hajek & C)

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  10. Appena letto l’appello degli economisti mi sono chiesta perchè scegliere un tale interlocutore. Penso sia un problema culturale, di autorappresentazione dell’intellettuale, per cui deve essere per forza di sinistra la classe politica in grado di esprimere un “pensiero raffinato”.

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  11. Il “richiamo preliminare” di Quarantotto è un macigno. “Obbligo giuridico prioritario” e “principio di effettività” contenuto nell’art. 3, comma II, Cost., sono un tutt’uno. Se si vuole continuare a parlare ancora di Stato (costituzionale) di diritto e si vuole evitare il rischio di perdersi inconsciamente nei meandri del soft law. Ma il principio di effettività come diviene operativo?

    Su quest’aspetto mi preme sommessamente di rilevare quanto segue. Nell’articolo del prof. Azzariti si afferma che, con riferimento alla legge costituzionale n. 1/2012: “ciò che appare più grave della riforma è che essa rappresenta una rottura con la storia del costituzionalismo pluralista e democratico del nostro Paese. Come si può pensare, infatti, di escludere dall’ordine costituzionale ogni opzione diversa da quella neoliberista?...”.

    Sembra di capire che quella “neoliberista” sia comunque individuata come un’opzione e che esistano altre “opzioni” parimenti degne di essere prese in considerazione allorché si tenti di attuare il prinipio di effettività (imposto come obbligo giuridico). E ciò in nome di un "pluralismo democratico".

    A me sembra che che questo “equivoco” debba essere fugato una volta per tutte, dal momento che anche la più avanzata dottrina costituzionalistica ritiene che “…proprio la genericità delle previsioni costituzionali sul bilancio, che buona parte della dottrina ha criticato, è rivelatrice dell’intenzione difondo dei nostri Costituenti. Essi, infatti, rifuggirono da ogni dogmatismo e consapevolmente RIFIUTARONO DI CONFORMARE LA COSTITUZIONE AD UNA SPECIFICA PREMESSA DI TEORIA ECONOMICA” (pag. 34).

    Da un lato, la teoria economica liberista fu coscientemente rigettata dai nostri Costituenti, quindi non può essere una “opzione”; dall’altro, sappiamo che i nostri Costituenti adottarono in maniera consapevole e senza alcun dubbio la teoria keynesiana come strumentario economico necessario per poter dar seguito a quel principio di effettività. Quindi, Keynes (che era un liberale) non potrà essere considerato una “opzione” tra le ipotetiche altre (compresa quella liberista), ma è “l’opzione”.

    La democrazia necessitata (=tutela dei dei diritti fondamentali sociali), blindata giuridicamente con il principio di effettività di cui all’art. 3, comma II, Cost., non può essere realizzata senza QUELL’IMPIANTO teorico keynesiano che ha decretato il fallimento storico del pensiero economico liberista. Si possono dosare le politiche keynesiane a seconda del ciclo economico, ma lo strumento (altrettanto necessitato) quello resta.

    Mi sono permesso di scrivere questo (ma se sbaglio o ho frainteso, ovviamente Quarantotto mi corrigerà) perché mai come ora (in una ipotetica discussione che potrà seguire dopo l’appello alla “sinistra” e dopo l’iniziativa del prof. Azzariti) bisogna essere assolutamente netti e radicali.

    La nostra Costituzione è keynesiana perché così la vollero i nostri Costituenti (se vogliamo ancora parlare di “armonia complessa”). Punto.

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