mercoledì 18 settembre 2019

QE2: IL MIGLIOR LASCITO DI DRAGHI (LA RANA E LO SCORPIONE LOOMING IN THE DARK)


1. Nei primi due post di questo "nuovo" inizio abbiamo, dapprima, sottolineato la "lunare" distanza tra il dibattito politico, e conseguentemente politico-economico, in Italia, rispetto ai problemi dell'attuale fase critica (o, per taluni, terminale), della globalizzazione e, successivamente, della estrema difficoltà, per un'Italia in fase di crescita zero (in correlazione alla crisi strutturale della stessa globalizzazione), di districarsi dalle regole fiscali e monetarie dell'eurozona, per evitare di finire in una (nuova) recessione fiscalmente indotta.

2. Nel corso della trattazione del secondo post, abbiamo inserito un riferimento alla ripresa del QE, decisa dal board BCE l'11 settembre scorso. E questo perché la vulgata più diffusa nel dibattito mediatico nazionale è che da questa misura, mai come in questo caso intestabile a Mario Draghi, discenderebbe la salvezza per la nostra crescita.
In realtà, come dovrebbe essere ormai noto, il Quantitative easing non ha né come effetto, né come obiettivo, la salvezza/crescita italiana. Al contrario, il suo obiettivo è la salvezza dell'eurozona, con limitati e persino controvertibili effetti per l'Italia.
Se infatti, da un lato, la caduta dei c.d. spread avrebbe, e ha in parte avuto, l'effetto di alleggerire la nostra posizione fiscale ai fini delle regole del fiscal compact, consentendo, in teoria, un maggior spazio per una (sia pur debole) espansione fiscale, - e quindi per la crescita della domanda aggregata che da ciò discende -, dall'altro, l'insieme delle regole vigenti nell'eurozona, ha molto attutito persino questo effetto fiscale e re-flattivo.

3. Si deve tenere conto, al riguardo, che durante il corso della vita dello stesso QE (marzo 2015-dicembre 2018), in Italia è subentrata la disciplina dell'Unione bancaria (propria dei soli paesi dell'eurozona).
Il mix tra requisiti di capitale richiesti alle banche, effetti dell'austerità nel determinare l'aumento vertiginoso delle sofferenze bancarie e la conseguente svalutazione delle garanzie sottostanti (autoritativamente esplicitata e prociclicamente aggravata), nonché il modo in cui la vigilanza bancaria, accentrata presso la BCE, è stata esercitata, hanno invece determinato un generale effetto depressivo della ricchezza e di stagnazione dei redditi.
3.1. A questi effetti negativi incidenti sulla  espansione di risparmio, credito e investimenti, è altresì corrisposto un aumento dell'intervento pubblico (definibile come...welfare bancario) che molto ha pesato, e continua a pesare, sui conti fiscali italiani successivamente al 2016 (anno dell'intervento di welfare bancario per oltre 20 miliardi deciso da Padoan al fine di scongiurare una nuova crisi di insolvenza bancaria simile a quella del 2015, che aveva portato, grazie anche alla illegittima posizione assunta dalla Vestager, a una vera e propria tragedia per i piccoli risparmiatori coinvolti nel crack "pilotato" delle 4 banche).
In sostanza, il preteso, (e ripetiamo: molto teorico), effetto espansivo delle politiche monetarie unconventional e centralizzate, - e perciò regolate dal capital key (quindi che avvantaggiavano l'Italia in modo non mirato, essendo gli acquisti anche, e principalmente, diretti a paesi con più ampie partecipazioni nel capitale BCE, come la Germania, che non avevano problemi di rendimenti dei titoli del debito pubblico e neppure una situazione di deficit, e rapporto debito/PIL, oggetto di minacciosa attenzione da parte della Commissione)-, è risultato molto ridotto, se non inesistente.

4. In pratica, l'irrompere dell'Unione bancaria ha impedito che il "meccanismo di trasmissione" monetaria beneficiasse l'economia reale italiana. 
E fermo restando che tale effetto è, in generale, piuttosto dubbio di per sé: la nuova base monetaria, infatti, tende a fermarsi nell'aumento delle riserve bancarie e non implica alcun automatico aumento del credito a imprese e famiglie, tendendo piuttosto a creare delle asset bubble, cioè una crescita di valore, imputabile all'eccesso di liquidità non altrimenti utilizzabile da parte del settore finanziario, di titoli azionari e obbligazionari, (nonché dei beni patrimoniali tradizionali, quali oggetti d'arte e immobili; almeno nei paesi non sferzati, d'imperio, dalla pressante esigenza di smaltire le sofferenze bancarie, generando ondate di cessioni di crediti garantiti e di sovraofferta di immobili residenziali e di complessi aziendali). 
Si assiste quindi, nella realtà effettuale, ad un fenomeno di trasmissione puramente finanziaria, e speculativa, della base monetaria di nuova creazione che, appunto, l'irrompere del regime dell'UB€ ha reso in Italia ancor più evidente ma che è rilevato in tutti i paesi, compresi gli USA, dove sia stato effettuato un programma di acquisti come il QE (si veda, qui, pagg. 107-108, come, a livello globale, nuovendo dall'azione della Fed, Larry Summers descriva le evidenze emerse dai vari QE).

Su tutti questi aspetti ci siamo già soffermati, via via che si manifestavano, e rinviamo perciò ai links inseriti.

5. Tentiamo di porre l'attenzione, piuttosto, sul quadro politico e macroeconomico in cui si colloca l'attuale "mossa" di Draghi.
Dal punto di vista degli equilibri politici interni all'eurozona, la ventilata nuova ondata di acquisti (entro il tetto dei 20 miliardi al mese, secondo il capital key di ordinanza, e non soggetta a limiti temporali prefissati, in funzione di un effettivo raggiungimento del target inflattivo del 2%) risulta obiettivamente piuttosto debole e operativamente instabile: cioè soggetta a revoca o revisione ad opera di una futura nuova deliberazione del board BCE, successiva al cambio della presidenza, e quindi nella imminente gestione Lagarde.
Risulta ormai trapelato che non solo i governatori delle banche centrali di Germania e Olanda fossero contrari, ma anche quello della Francia: difficilmente la Lagarde, una volta che fosse reinserito il punto all'ordine del giorno di un board sotto la sua direzione, avrebbe lo standing e la determinazione a resistere a questa forte volontà contraria proveniente da tutti i i paesi dominanti; questi ultimi, è ragionevole supporre che abbiano soltanto voluto evitare il trauma di un presidente BCE messo in minoranza (e probabilmente costretto a destabilizzanti dimissioni anticipate) e ha accettato perciò la decisione con la riserva mentale di poterla a piacimento rivedere.

6. Per la Germania, in particolare, azionista "di riferimento" dell'eurozona, il "danno" di interessi durevolmente negativi sui propri titoli di Stato, e in generale (per contagio), sugli impieghi obbligazionari di emissione nazionale, implica una diminuita redditività del proprio disastrato sistema bancario - col potenziale aggravarsi del volume dell'eventuale intervento pubblico di ricapitalizzazione su istituti coome Deutschebank e Commerzbank. 
In termini più ampi, la Germania accusa crescenti difficoltà, da un lato, a garantire rendimenti tali da non mettere in crisi le prestazioni pensionistiche (e in generale il risparmio delle solerti famiglie tedesche), dall'altro, a impedire il crearsi di una bolla immobiliare che, unita a quella azionaria (data la macroscopica diminuzione dei profitti in un paese ferocemente export-led), potrebbe indicare nella Germania uno dei paesi più indiziati a scatenare la prossima crisi recessiva globale a base finanziaria.
La Francia, in tutto questo, evidentemente, non ha convenienza a forzare la mano, cercando piuttosto un'opera di moral suasion - o di "complicità, più o meno concordata- nei confronti dei paesi più mercantilisti, come Germania e Olanda, affinchè (questi, non l'Italia), intraprendano politiche fiscali espansive che diano respiro alla domanda estera francese
Ma certo, anche la Francia ha ormai visto precipitare i rendimenti dei propri tdp decennali in territorio negativo (peraltro insieme a Belgio, Austria, Finlandia, Olanda; mentre la Spagna e il Portogallo si approssimano a tale livello di interesse: i rendimenti negativi pertengono ormai al 62% dei titoli emessi dentro l'eurozona).

7. Ma c'è di più: il QE, com'è noto, implica una svalutazione dell'euro: per ovvi motivi, tra cui, connaturalmente, l'inevitabile impiego in dollari della liquidità acquisita dai cedenti i titoli alla BCE; tanto più probabile in quanto, realizzata spesso una plusvalenza dalla vendita, si voglia fuggire dagli interessi negativi. E, sull'attuale annuncio, si sta già determinando un effetto svalutativo relativo al dollaro che ha visto il suo minimo ai primi di settembre (laddove a inizio 2019 si aveva un picco di 1,15) e che registra allo stato un interlocutorio assestamento intorno al (vantaggioso) cambio 1.10.
Questo è probabilmente il principale vantaggio che il QE apporta a quella macchina export-led che è l'eurozona; laddove la parte del leone preponderante, nel determinare il saldo attivo, la fa la Germania, mentre l'Italia si è difesa ma in misura notevolmente inferiore rispetto al PIL e pur sempre con un sacrificio eccessivo della domanda interna.

8. Questa la situazione seguita da uno degli interrogativi più rilevanti (ma non il solo, come vedremo):
"The highest surpluses were observed in Germany (+€67.2 bn), the Netherlands (+€18.1 bn), Sweden (+€6.0 bn), Austria (+€5.4 bn) and Italy (+€4.5 bn), and the largest deficits in the United Kingdom (-€37.1 bn),France (-€15.9 bn), Spain (-€5.5 bn) and Greece (-€3.7 bn)What happens after Brexit when the country with the largest intra European Union trade deficit leaves?"
EU Current Account data by country Q1 2019
8.1. In questa situazione, e ferma la difficoltà estrema di fermare e resettare la macchina mercantilista dell'eurozona a German dominance, sia pure in relativa crisi (connessa a quella della globalizzazione e alle conseguenti guerre daziarie e valutarie), la Francia - appunto elemento decisivo nel determinare una maggioranza favorevole o sfavorevole al QE - pare indirizzata ad avere una convenienza geopolitica che non includa la (ulteriore) svalutazione dell'euro: 
a) per evitare di dare un segnale di guerra valutaria agli USA (che Trump ha già deplorato, in uno con la critica all'atteggiamento prudente della Fed nell'abbassare i tassi), i quali sono il paese di maggior destinazione delle esportazioni francesi e, quindi, per prevenire e attutire la minaccia di aumenti di dazi su vini e altri importanti prodotti alimentari, ribadita con forza da Trump proprio alla vigilia del G7 di Biarritz  di fine agosto (ondata daziaria che, peraltro, colpirebbe anche i nostri omologhi prodotti);
b) anche l'effetto Brexit congiura in questo senso, dato il possibile allineamento (certamente non svantaggioso) del Regno Unito all'atteggiamento USA, specie nel caso in cui si innescasse una hard Brexit;
c) alla Francia, dati anche i rapporti commerciali e industriali privilegiati instaurati con la Germania, conviene maggiormente puntare sull'espansione fiscale che i tedeschi, forse, saranno indotti a intraprendere per uscire rapidamente dall'attuale fase di stagnazione e produzione industriale negativa: e tale espansione tedesca, sarà tanto più favorevole alle importazioni dalla Francia quanto meno la spesa fiscale tedesca sia vincolata dalla prospettiva di un salvataggio pubblico del loro sistema bancario
E tutto ciò pone i francesi nella posizione di cointeressati, sia diretti che indiretti, all'aumento della redditività dei rispettivi sistemi bancari, tedesco e francese; profilo su cui gioca un ruolo essenziale il livello dei rendimenti dei titoli del DP, in quanto sia non intaccato ulteriormente dagli effetti del QE.

9. Certo, questi sono solo alcuni dei (tra loro contrastanti) fattori in gioco nella partita del nuovo QE: al settore industriale manifatturiero tedesco, ragionevolmente, non può dispiacere del tutto una svalutazione, tanto che persino Isabel Schnabel, una dei 5 membri del notorio German Council of Economic Experts, ha invitato politici e media tedeschi a moderare i toni critici nei confronti della BCE e di Draghi (così il Financial Times di ieri, pag.4).

9.1. Rimane il fatto, che deve ormai essere chiaro, che il QE, nell'attuale struttura istituzionale dell'eurozona - regime della moneta; poteri della stessa banca centrale nelle sue, comunque, politiche centralizzate e impedite al rifornire liquidità al di fuori dello stretto sistema finanziario; regime, in sostanziale inasprimento, dei c.d. aiuti di Stato; e non ultimo, regime iper-flessibile del mercato del lavoro, con un favor, appena politicamente schermato, per l'immissione di forza lavoro immigrata a fronte di un crisi demografica che non si sa/vuole risolvere; vincolo della crescita "reale" imposto all'aumento della spesa pubblica,- non può sortire rapidi effetti reflattivi.
Il primo QE ha obiettivamente fallito i suoi obiettivi in tal senso, insufficienti e peraltro, come s'è visto nel corso del 2018-2019, rapidamente scemati; il prossimo (e giuridicamente instabile) QE, potrebbe non avere che effetti trascurabili
I sottostanti i grafici sono relativi all'inflazione e alla più ristretta ed endogena (cioè non dipendente dai prezzi internazionali di prodotti petroliferi e commodities) inflazione core dell'eurozona:

Euro Area Inflation Rate
Risultati immagini per eurozone core inflation rate to 2019
9.2. E il quadro appena descritto ha determinato immediati effetti deflattivi, di (mancata) crescita reale e occupazionale "vera" (cioè non precaria),  sociali, e politici, non indifferenti, per l'Italia:
Italy core inflation rate
Italy Inflation Rate Ticks Up to 0.5% in August

9.3. Tanto più che, la Germania, anche sotto questo profilo del livello inflattivo, da anni sopra la media dell'EZ, è più che tentata dalla ripresa delle politiche salariali di svalutazione interna:

Germany Inflation Rate
Risultati immagini per germany inflation rate 2019
E tale tentazione, forte, avrebbe dei vantaggi, come abbiamo visto, che potrebbero trasmettersi, ma proprio in assenza di QE alla redditività reale (positiva, o almeno meno negativa) bancaria e finanziaria: ovvio che la via maestra, per realizzare una strategia del genere, sarebbe l'aumento, non la stabilità o la ulteriore flessione, dei tassi fissati dalla BCE
E la forte tentazione vale anche come reazione riflessa automatica alla prospettiva di una guerra daziaria con gli Stati Uniti
La recente crescita reale dei salari, cioè al netto dell'inflazione, in Germania, vede comunque un'attenuazione, sia pure a comprensibili fasi alterne, determinate da un'obiettiva esigenza di non comprimere brutalmente la domanda interna simultaneamente al rallentamento della domanda estera, a partire dalla seconda metà del 2017, onde evitare di andare in recessione:

Germany Real Wage Growth YoY

Germany Real Wage Growth YoY

10. Cerchiamo allora di trarre, con la prudenza del caso, qualche deduzione che ci illustri le evoluzioni possibili della situazione economico-politica (specificamente dell'eurozona):
- il QE attualmente deliberato presenta un bilancio costi/benefici non del tutto vantaggioso, o decisamente svantaggioso, per i paesi core. Ciò, in presenza di un quadro normativo apertamente non solidaristico dei trattati (artt. 123-125 TFUE), rende la stessa deliberazione politicamente "instabile";
- l'avvenuta deliberazione ha tuttavia un peso, poiché finché non sia revocata è pur sempre operativa. Essa pone un'ipoteca, una sfida a tutti i componenti dell'eurozona: "cooperate sul piano delle politiche espansive fiscali e, per tale via, eviterete sia problemi di destabilizzazione dei rispettivi sistemi bancari a causa della prolungata fase di tassi negativi, sia una guerra valutaria e daziaria con gli USA (almeno entro certi limiti di oggettiva rigidità teutonica dell'eurosistema...). In un certo senso, si potrebbe dire che questa mossa del QE2 sia obiettivamente il miglior lascito di Mario Draghi...;
- l'Italia, forse, in tutto questo, riacquista uno spazio negoziale sulla politica fiscale, gravata dall'alto debito pubblico e dalla connotazione di condanna morale che gli viene attribuita dai paesi del Nord €uropa, per cui può (sempre, forse) evitare di doversi piegare all'applicazione della (discriminatoria) regola dell'eurozona per cui il debito si "cura" mediante il taglio del deficit;
- ed infatti, offrendo la stessa Italia un appoggio concorde alla "revoca" del QE, potrebbe dar luogo  ad un inedito trade-off nei negoziati sullo spazio fiscale in deficit per tentare politiche anticicliche:  in sostanza, rinuncia italiana al QE, in cambio di un maggior deficit fiscale (ampiamente derogatorio delle regole del FC). Sullo sfondo di una "transazione" di tal genere, rimarrebbe comunque, come assolutamente indispensabile, la implicita garanzia di un atteggiamento di sostegno, da parte della BCE, nel riacquisto del nostro debito pubblico, via via che i titoli  italiani, detenuti in virtù del precedente QE, vengono a scadenza (e sappiamo come ciò, appunto, sia oggetto di vari livelli di discrezionalità, in atto esercitabile, che costituisce la sfera "politica" del fondamentale ruolo BCE all'interno dell'eurozona)

- tutto ciò avrebbe non solo il vantaggio di diminuire il rischio, appunto, di una guerra commerciale con gli USA, ma anche quello di reflazionare (leggermente) la nostra economia, con alcune importanti conseguenze:
a) far ripartire la domanda interna e, nella sostanza, rilanciare così gli investimenti privati, consentendo di coadiuvarli con investimenti pubblici che, a loro volta, se aventi un moltiplicatore fiscale superiore al rapporto inverso tra debito e PIL (sicuramente inferiore a 1), possono portare a un livello nominale di crescita superiore al deficit stesso e quindi a una diminuzione del rapporto debito/PIL (sul punto, v. qui e, più ampiamente, qui; e ringraziamo il professor Nuti per la sua lezione kaldoriana);
b) rinforzare, sul languente mercato interno italiano, la stessa domanda estera per i beni tedeschi, non secondariamente per le auto ibride e elettriche (peraltro anche francesi), una volta che, evitando una guerra valutaria, la Germania stessa intraprendesse politiche fiscali espansive interne (in infrastrutture e ricerca), - di sollievo per tutta l'eurozona -, e dovesse puntare nuovamente alla domanda sul mercato di prossimità dell'eurozona. Sempre che i tedeschi si siano persuasi che l'attuale struttura economica italiana non è ormai più quella del 2011 e non incorrerebbe più (dati i livelli di inflazione registrati costantemente da anni) nella mancanza di competitività e nell'accumulo di debito commerciale con l'estero che hanno caratterizzato la prima fase della vita dell'eurozona.

11. Ma queste finora svolte al p.10, sono solo deduzioni logico-razionali; poco più dell'esplorazione probabilistica di uno scenario, ove gli operatori interessati fossero veramente "razionali": E non, piuttosto, preda della follia della loro natura: come la rana e lo scorpione.





lunedì 16 settembre 2019

PATTI CHIARI E AMICIZIA LUNGA. IL MISTERO DELLA MANOVRA "NON RESTRITTIVA"




1. Una riflessione sintetica sui saldi prevedibili della manovra per il 2020.
Partiamo dalla situazione attuale che, entro poche settimane, dovrebbe essere resa nota attraverso la nota di aggiornamento al DEF.
Il deficit tendenziale per il 2019, scaturente dalla trattativa per l'uscita (peraltro temporanea; cioè, espressamente definita "at this stage" nella nota del 3 luglio scorso dalla Commissione) dalla procedura di infrazione per violazione della regola del DEBITO (non del deficit-disavanzo), viene accreditato dalla Commissione, sempre salva ulteriore attenta sorveglianza, al 2,04
Ciò esattamente in linea con il saldo dichiarato in sede di approvazione condizionale della manovra a dicembre 2018; questo risultato di millimetrica compliance, come sottolinea sempre la Commissione, è dovuto all'adozione da parte dell'allora governo del decreto-legge di assestamento di bilancio, implicante una correzione fiscale "for 2019 amounting to €7.6 billion or 0.42% of GDP in nominal terms".

2. Quanto tale consolidamento, sia pure a legislazione vigente, possa incidere (negativamente) sulla crescita nella seconda parte dell'anno, ancora non sappiamo. Quel che sappiamo è che il secondo trimestre ha registrato per l'Italia una crescita pari a 0, che peraltro si riflette in un decremento del PIL anno su anno (su base giugno) dello 0,1% (così il bollettino Istat pubblicato il 30 agosto).
Il trend espansivo dell'azione fiscale, dunque, sia in termini di spesa pubblica che di prelievo tributario nel loro complesso, risulta perciò "certificato", per l'esercizio in corso, come nullo, ovvero, a rigore, come orientato a un leggero consolidamento; essendo il deficit per il 2018 ormai assestato a 2,1 (un trend 2019 oggettivamente pro-ciclico, sia pure in misura lieve, in una fase di stagnazione manifestatasi almeno a partire dall'ultimo trimestre del 2017).

3. Anzi, la solerzia fiscale nell'attenersi ai saldi e alle correzioni imposte dalla trattativa con la Commissione (sia a dicembre che a giugno), secondo le "fonti" del MEF riprese da Reuters il 2 settembre scorso, farebbe attestare il deficit per il 2019 (addirittura) all'1,9%.
Se tale stima informale sarà confermata lo sapremo appunto con il NADEF il 27 settembre; ma in quella sede si forniranno altri dati, tra cui, non secondario, quello relativo alla misteriosa crescita stimata per il 2019; stimata ma non necessariamente ottenuta e, tantomeno, giustificabile con evidenza lineare, a fronte di un aggiustamento fiscale di 0,42% del PIL, rispetto agli stanziamenti effettuati con la manovra approvata a dicembre.
Circostanze, queste ultime, che, a rigore di logica elementare, potrebbero rompere il fragile equilibrio della crescita prossima allo zero del primo semestre, e far registrare un inizio di leggera (ulteriore) recessione già negli ultimi trimestri del 2019. Visti anche i dati negativi sulla produzione industriale acquisiti fino a luglio, e il contributo zero alla crescita dato, almeno fino al primo semestre dalle varie componenti del PIL (incluse le esportazioni e i consumi e con un +0.3 degli investimenti fissi lordi, compensato però da un pari contributo negativo delle scorte...); ma ciò fotografa la situazione prima del suddetto consolidamento di "tregua" con la Commissione.



4. Ciò premesso, esaminiamo la situazione politico-negoziale emersa dall'ultimo Ecofin informale con riguardo alla situazione di bilancio italiana: il succo conclamato, sia da parte italiana che degli interlocutori europei è che "l'Italia rispetta e rispetterà le regole".
Ora, le regole hanno, anzitutto, come riferimento de facto, un deficit tendenziale 2020 - cioè "inerziale", in quanto a legislazione vigente, che notoriamente include l'applicazione dell'aumento dell'IVA per 23 miliardi, sulla carta, a partire dal 2020 - all'1,6.
Ebbene: la prima e più certa regola che si dovrà applicare, in assenza di condizioni e circostanze di eccezionale concessione della flessibilità, è quella di una correzione del deficit di almeno 0.6% del PIL, in ottemperanza al percorso verso l'obiettivo di medio termine di saldo strutturale (per il raggiungimento del pareggio). 
Questa è la regola principale, applicativa del patto di stabilità e crescita (fiscal compact) quale risultante dalla Comunicazione della Commissione del 13 gennaio 2015, ampliata (per certi versi, in questa sede secondari) dalla Posizione Comune del Consiglio Ecofin del febbraio 2016: per quanto ci riguarda, infatti (v. tabella riassuntiva nel documento linkato), essendo considerato sostanzialmente colmato l'ouput-gap, siamo nella situazione di "congiuntura normale", e, in particolare, sotto la duplice condizione di "divario tra prodotto effettivo e potenziale < 1,5" e di "debito superiore al 60 o rischio di sostenibilità", a cui corrisponde appunto una correzione fiscale > 0,5% del PIL.

5. Muovendo dunque da un deficit stimato a 1,9 per il 2019, il corrispondente saldo per il 2020 dovrebbe essere posto (almeno) all'1,3.
Quindi, "rispettare le regole", - serenamente o meno che sia (trattasi di scelte circa l'atteggiamento psicologico con cui si conduce il negoziato e si giustifica poi davanti al Paese la propria scelta di negoziazione)-, implica l'applicazione della "clausola IVA" e, aggiuntivamente, di un consolidamento fiscale di 0,6% (attenzione: se benevolmente la Commissione non si impunta sulla violazione della regola del debito e non richiede, legittimamente secondo le regole, uno "sforzo" ulteriore, minacciando una procedura di infrazione). 
Le due voci in gioco, nella misura del consolidamento fiscale, ammontano all'incirca a totali 33 miliardi (23 per la clausola IVA e oltre 10 miliardi di aggiustamento "minimo dovuto"). Quasi 2 punti di PIL. L'effetto recessivo di un simile consolidamento fiscale in una condizione di crescita 0, o di lieve recessione già in atto, è facilmente immaginabile.

6. Occorre poi rammentare che la stessa Comunicazione del gennaio 2015 (che con humor involontario si intitola “Sfruttare al meglio la flessibilità consentita dalle norme vigenti del patto di Stabilità e Crescita”), ammette la c.d. flessibilità ma a rigorose e non ripetibili condizioni: 
"il Vademecum della Commissione europea sul PSC(6) chiarisce che questa ipotesi, definita di adeguamento del percorso di consolidamento di bilancio, secondo la disciplina del Six pack del 2011, non si traduce in una sospensione a tempo indefinito del consolidamento delle finanze pubbliche, bensì nella riprogettazione del percorso di avvicinamento, su basi specifiche per il singolo Paese, al fine di tener conto delle circostanze eccezionali di una grave crisi economica nell’area euro o nell’Unione, ovvero di un evento inconsueto al di fuori del controllo dello Stato.
In tali circostanze, dunque, le descritte deviazioni temporanee possono essere consentite ex ante oppure possono non essere prese in considerazione ex post."
Questa è la limitata operatività della "flessibilità" per "eventi eccezionali", che, in quanto tali, non sono considerati legittimamente ripetibili e riutilizzabili, essendo tale il senso della "eccezionalità" e della ristretta temporaneità della deviazione ammessa (in un singolo esercizio e salvo percorso di pronto recupero). 
Questo è allora il senso della supposta "apertura" alla flessibilità per il nuovo governo, nel quadro del "rispetto delle regole", su cui, appunto, molto formalmente si dichiara una generica disponibilità da parte della Commissione e dei vari "responsabili" della fiscalità dell'EZ, inclusi i c.d. paesi "core" in sede di Ecofin, ad es; Bruno Le Maire, ha ribadito l'attualità delle regole e delle condizioni di loro rispetto, esortando semmai la Germania ad effettuare politiche di investimenti per il rilancio della propria crescita, ma senza aprire ad alcun flessibilità extra-regole per l'Italia; e così, nella sostanza, si sono schierati sia Centeno che Dombrovskis che la Von Der Leyen. 

7. Dunque, allo stato, il rispetto delle regole non consentirebbe la ulteriore concessione di flessibilità per i titoli, praticamente tutti quelli previsti, già utilizzati dall'Italia negli anni passati
I media riportano che l'attuale ministro dell'economia, conterebbe su una flessibilità concessa per investimenti "verdi" e nell'economia digitale per "contrastare il cambiamento climatico": ma tali voci, secondo le regole, non sono legittime condizioni eccezionali di concessione della flessibilità. 

Ed infatti, poiché entrambe tali voci (economia verde ed economia digitale) sono da anni nell'agenda delle politiche industriali dei paesi Ue, ed anche oggetto di numerose direttive di imminente recepimento obbligatorio, - negoziate ed accettate dall'Italia senza sollevare particolari riserve e senza muovere obiezioni sulla sostenibilità economica e fiscale della loro applicazione-, risulta quantomeno forzato, se non improprio, che questi obblighi di recepimento, ben noti e in tal guisa (de plano) negoziati, possano essere addotti come "basi specifiche per il singolo Paese, al fine di tener conto delle circostanze eccezionali di una grave crisi economica nell’area euro o nell’Unione, ovvero di un evento inconsueto al di fuori del controllo dello Stato".
Poche cose sono più certe del recepimento delle direttive Ue che si sono per anni negoziate: e qualificarle come "evendo inconsueto al di fuori del controllo dello Stato", senza aver sollevato in alcuna fase e sede obiezioni circa il loro impatto, è una pretesa logicamente debole, giuridicamente contraddittoria e che, semmai, indica una preventiva impossibilità ad adempiere gli obblighi di cui ci si assume il vincolo nella fase ascendente, cercando di prevenire una serie inevitabile di future procedure di infrazione.

8. La conclusione interlocutoria (cioè salvi colpi di scena puramente "politici" e quindi extra-regole) a cui si può pervenire, dunque, è che, tenuto conto del contesto, quand'anche considerato politicamente più amichevole, l'applicazione delle regole, così concordemente richiamata sia da parte del nostro governo che dai più fondamentali interlocutori con cui si troverà a trattare, implica un consolidamento fiscale di 33 miliardi in condizione di sempre più probabile (lieve...per ora) recessione. Nell'ambito del rispetto delle regole, a questa prospettiva, come direbba la Thatcher, non ci sono, all'orizzonte, alternative (TINA). 

8.1. Certo, si può ottenere una moratoria di un anno (come da taluni riportato) nell'applicazione della regola dell'aggiustamento dello 0,6%: ma sarebbe una sostanziale e vistosa violazione delle regole (peraltro, non inusuale per altri paesi membri dell'EZ, come dimostrano gli annosi casi dei deficit consentiti alla Francia, alla Spagna e al Portogallo...ai quali però, per vari motivi non sempre coerenti, non si imputa la sistematica violazione della regola del debito). 
Una violazione concordabile a livello politico, elargibile per una (inusitata, almeno finora) amicizia praeter legem.
Ma di cui, sinceramente, non si vedono le premesse nell'atteggiamento delle istituzioni e dei principali partners dell'eurozona; che infatti sono particolarmente attenti a separare il tema dell'attuale rispetto delle regole di bilancio e di sorveglianza sui paesi dell'EZ da quello dell'eventuale loro riforma...non necessariamente in senso meno restrittivo:...anzi, privilegiante un'assistenza Ue, in caso di recessione, crisi bancarie e difficoltà legate ai corsi delle varie emissioni di titoli pubblici, che prevede il default-ristrutturazione del nostro debito pubblico (e prevedibilmente delle esiziali voragini nei bilanci delle banche italiane, con un conseguente pericolo di bail-in per milioni di correntisti e risparmiatori).
E anche qui, non risulta che l'Italia, nella c.d. fase ascendente, abbia almeno tentato di fermare il percorso di adozione che, cominciato negli anni scorsi, è stato praticamente definito tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre del 2018 (senza obiezioni di merito da parte dei rappresentanti del governo italiano) e portato alla sua imminente deliberazione preliminare di adozione nello scorso giugno.

giovedì 12 settembre 2019

L'ITALIA LUNARE E L'€UROPA NELLA NOTTE...(PRIMA DELLA TEMPESTA)


1. Proviamo a ricominciare, insieme, il discorso interrottosi per motivi di "opportunità" durante la mia esperienza di governo.
La situazione dinnanzi alla quale si trova la società italiana è abbastanza evidente; direi materialmente percettibile a ciascuno di noi.
Sintetizzando: a seguito dell'adesione alla moneta unica, - che, come abbiamo più volte detto, è la punta di diamante della globalizzazione, una colossale istituzione (= costruzione normativa che organizza e condiziona i comportamenti umani), derivante da trattati e fonti di diritto internazionale (privatizzato)-, e avendo subito la conseguente ristrutturazione del proprio modello industriale e sociale derivante dalla "correzione Monti" (in poi), l'Italia registra una crescita zero (ultimo dato Istat). Con lievi (per ora) sconfinamenti in una vera e propria recessione.

Italy GDP Growth Rate

2. Questa attuale fase risulta susseguente a un lungo periodo di stagnazione - ovverosia di crescita bassa o di pochi decimali- che, a sua volta, è seguito a un periodo di doppia caduta in una fase recessiva.
La prima recessione va considerata globale, ed esauritasi peraltro alla fine del 2009; la seconda, invece, è stata fiscalmente indotta, a partire dalla fine del 2011: cioè determinata dall'unico modo di correzione del debito commerciale esterno predicato ab initio all'interno della moneta unica.
La stessa recessione (inesattamente definibile come double dip, dovendo essere considerata la seconda, e più distruttiva, fase, come il fisiologico ed indipendente agire normativo del regime della moneta unica a fronte di prevedibili shock esogeni), seguiva peraltro alla debole crescita, accompagnata da perdita di competitività, - e quindi dalla trasformazione del surplus delle partite correnti in un prolungato deficit -, che si è accompagnata all'introduzione della moneta unica e del suo vincolo di cambio. Questa nuova è più intensa forma di "vincolo esterno" aveva infatti simultaneamente imposto il venir meno della domanda estera, - a causa di un tasso di cambio reale inevitabilmente sfavorevole e non correggibile nel breve periodo, se non a costi sociali e politici insostenibili per qualsiasi governo-, e della domanda pubblica, repressa fin dall'era della "convergenza" verso la stessa moneta unica, come conferma l'impressionante serie di avanzi primari di bilancio che l'Italia, più di ogni altro paese al mondo, ha registrato a partire dal 1992. 

2.1. Riporto, qui sotto, i grafici rappresentativi della serie storica del PIL e del saldo Bdp elaborati dal Dipartimento apposito della Presidenza del Consiglio dei ministri, con l'avvertenza che dal dicembre 2018 non risultano aggiornati:

 Il tasso di crescita italiano ha toccato il picco del 3,7% nel 2000, subendo successivamente un calo più pronunciato rispetto a quello della media dell’UE27, pur rimanendo positivo fino al 2007. Si sono poi verificate due fasi durante le quali il PIL è diminuito in valore assoluto, nel 2008-2009 e nel 2012-13
Il saldo della Bilancia commerciale era in pareggio o in surplus fino al 2005. Successivamente l’Italia ha sperimentato un peggioramento del saldo fino ad un deficit massimo di 4 miliardi di euro nel mese di dicembre 2010. A seguito della nuova recessione, della contrazione dei consumi interni e dunque delle importazioni si è svolto un processo di riaggiustamento che ha ridotto molto rapidamente il deficit commerciale trasformandolo nella primavera del 2012 in un surplus consistente.

Italy Fiscal Balance and Primary Balance

Italy fiscal balance and primary balance
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3. L'intreccio tra globalizzazione destatualizzatrice, - cioè il free-trade istituzionalizzato, che determina una spinta, più o meno intensa (dipende dai tempi e dai modi di adesione a trattati come il WTO e dalle riserve che in questa o altre sedi vengono imposte dai negoziatori nazionali), verso la piena libertà della circolazione dei capitali, dei beni e servizi, e anche della forza lavoro-, e moneta unica - che, ancor più intensamente, obbliga, nella macroregione economica denominata Eurozona, a tale libertà di movimento (di capitali, lavoro, merci e servizi) -, ha trasformato l'Italia in un paese export-led e vincolato a un incessante "rigore fiscale", indipendente da qualsiasi considerazione ciclica: un rigore essenzialmente finalizzato alla "stabilità monetaria". 
Quest'ultima, vera e propria Grund-Norm dell'intera eurozona, non tollera scostamenti, se non discrezionali e circondati da moniti "minacciosi". 
La stabilità monetaria (id est; l'autoconservazione della moneta unica, a vantaggio di chi ne trae un beneficio tutt'altro che cooperativo, in quanto a scapito delle controparti del trattato),  è divenuta, a sua volta, il perno di un inestricabile assetto normativo (molto rigido) che considera il "lato dell'offerta" come l'unico ad avere una qualsiasi rilevanza per la (modesta e sempre più aleatoria) crescita.

4. Ed infatti, per vincolare e monitorare le politiche economico-fiscali degli Stati dell'eurozona, ci si fonda su un'idea, anzi un'ideologia, in cui l'equilibrio macroeconomico si rapporta alla mera funzione della produzione: tutt'al più, integrata dal mito dello spontaneo e costante progresso tecnologico, (molto) ipoteticamente generato (esclusivamente) dalle forze del mercato (c.d. residuo di Solow). 
Ogni altra interferenza dell'intervento pubblico viene normativamente vista come un danno, un'inefficiente allocazione del capitale e della forza lavoro. E ogni deviazione viene duramente sanzionata dalle istituzioni dell'EZ e dai "mercati"...il che introdurrebbe al tema del ruolo della banca centrale e dei limiti "antisolidali" che deliberatamente gli impone il trattato, conferendogli una discrezionalità tanto assoluta, quanto ormai giunta alla quasi-impotenza...come evidenzia, ex multis, Larry Summers.
Tutto questo assetto normativo, internazionale e proprio dell'eurozona, per definizione, può ascriversi a un modello di crescita profit-led, in cui le politiche distributive sono utilmente svolgibili solo a favore del capitale (come argomentano Marc Lavoie e Engelbert Stockhammer in questo approfondito lavoro), risultando invece controproducenti politiche non solo di incremento, ma anche di mantenimento, del welfare (cioè di redistribuzione del prodotto a favore del lavoro, attraverso salario indiretto, cioè sanità, assistenza e istruzione pubbliche, e salario differito, cioè il sistema pensionistico pubblico).

5. Ora, già l'aver fatto questo schematico riassunto in premessa (essendo però, in base ai links, svolgibili gli opportuni approfondimenti), fa comprendere come, a voler essere benevoli, a partire dal Trattato di Maastricht, il modello costituzionale non sia stato rispettato: per espressa previsione delle norme inviolabili, e non soggette a revisione, della nostra Costituzione (artt.1, 4, 36, 38, 32, 33...quantomeno), l'economia italiana segue un modello keynesiano che sarebbe, evidentemente, wage-led, come direbbero Lavoie e Stockhammer sopra citati, perché "fondato sul lavoro"; sicchè esso non tollererebbe (cioè, non contemplerebbe come costituzionalmente legittime) politiche che, sempre per attenersi alle classificazioni e schematizzazioni di questi ultimi, implichino apertamente la (ormai estrema) flessibilizzazione del mercato del lavoro, la moderazione salariale, la conseguente discesa della quota salari su PIL, la riduzione (sia pure graduale ma inesorabile) dello Stato sociale, il costante indebolimento della contrattazione collettiva e l'aumento della dispersione salariale (che, tra l'altro, come abbiamo spiegato, si accompagnano, e non a caso, a misure complementari, e di loro "cristallizzazione", come il reddito di cittadinanza e il salario minimo).

6. Ora che l'Italia registri una fase, abbastanza prolungata da risultare allarmante, di crescita zero, è manifestamente dovuto al congiurare di queste due condizioni, appena tratteggiate: 
a) la crisi strutturale della stessa globalizzazione (rinviamo ancora all'analisi di Summers per la sua tempestività e completezza), -  non dovuta alle contingenze politiche del commercio internazionale che sono la conseguenza inevitabile del problema strutturale-;
 b) l'impedimento sempre più stringente, all'interno dell'eurozona, allo svolgimento di quelle politiche della crescita e dello sviluppo che sono dettate dalle norme fondamentali della nostra Costituzione. Tali politiche, a livello strutturale, sono preventivamente volte a limitare il fallimento del mercato determinato dalla creazione di monopoli e posizioni di rendita private; mentre, a livello anti-ciclico, conducono all'oculato intervento diretto dello Stato nell'investimento industriale, secondo le linee dell'effetto "sostituzione" (ci produciamo ciò che siamo capaci di produrre e che altrimenti saremmo costretti a importare in misura squilibrata), e della "rimozione delle strozzature" (investiamo "su" e potenziamo ciò che oggi costituisce una filiera in cui ancora si dispone di un vantaggio competitivo, aumentandone le capacità di consolidarsi sul mercato interno e internazionale).  
Ciò che è l'esatto opposto delle privatizzazioni che, dopo una funesta stagione impostaci negli anni '90 (qui, p.5), per la "convergenza", si vorrebbe proseguire fino allo sfacelo di ogni vitalità, e possibilità di ripresa, dell'economia industriale di un paese il cui "successo" dipende dall'abilità nella creazione di valore nel settore manifatturiero.

7. Ebbene, per quanto ci siano molte cose da aggiungere e da approfondire (avrei voluto parlarvi di come e perché non "funzioni" più la Curva di Phillips, problema strettamente connesso alla crisi strutturale della globalizzazione...ma lo farò), mi limito a segnalarvi l'aspetto più eclatante che, come si suol dire, "a contrario", emerge da queste riflessioni: tutta la problematica, - così importante, così annosa, così drammatica per la vita dei cittadini italiani -, che vi ho segnalato, e che per la verità agita in modo sempre più evidente il dibattito mediatico-economico di tutto l'Occidente a capitalismo "maturo", è completamente assente dalle dichiarazioni programmatiche e dal dibattito politico attuale...Si ha come l'impressione di essere in una realtà parallela, fatta di miopi polemiche di parte e di slogan ripetuti senza comprenderne appieno il significato.

8. L'Italia, questo grande paese democratico (in ragione della sua Costituzione, sempre attualissima e viva nelle soluzioni che offre a chi...la studia, specialmente dal punto di vista politico-economico) e industriale, non sta sulla Luna...e l'eurozona, peraltro, non è l'astro della notte, tutt'altro (al limite è nella "notte" della Ragione...). E l'Italia non può permettersi di essere raccontata e guidata ignorando la sua natura, la sua vocazione, ben collocata in questa Terra, interconnessa con i problemi di una globalizzazione che è stata guidata dai progettisti di Elysium, da spietati Malthusiani, e che ora, nella sua fase discendente, rischia di trascinarci nel suo "cupio dissolvi"...
Parliamone: non lasciamo che discorsi "lunari", ipostatizzati su un pensiero unico e irresponsabile verso il popolo sovrano, ci facciano suonare, come comprimari, nell'orchestra del Titanic...

domenica 1 settembre 2019

QUELLI CHE … “LA REPUBBLICA PARLAMENTARE” E L’INARRESTABILE FRATTURA DEMOCRATICA

Post (da leggere con estrema attenzione) di Francesco Maimone.

QUELLI CHE … “LA REPUBBLICA PARLAMENTARE”
E L’INARRESTABILE FRATTURA DEMOCRATICA


“… (terzo) aspetto essenziale di questo concetto di sovranità è il problema della partecipazione permanente. Il popolo è composto da tutti i cittadini e se la decisione sovrana deve intervenire con il concorso di tutti i cittadini, è necessario che tutti i cittadini abbiano possibilità di partecipare non saltuariamente ma continuamente al governo della cosa pubblica… In un ordinamento democratico ci dev’essere corrispondenza continua fra la volontà degli elettori e quella degli eletti… il nostro ordinamento conosce alcuni meccanismi volti a questo scopo, e precisamente:… d) lo scioglimento anticipato delle Camere da parte del Presidente della Repubblica che dovrebbe essere pronunciato quando fosse constatata un’aperta frattura fra Parlamento e Paese.

[L. BASSO, Per uno sviluppo democratico nell’ordinamento costituzionale italiano, in Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea Costituente, IV, Aspetti del sistema costituzionale, Firenze, Vallecchi, 1969, 10-36]
1. Nelle stesse ore in cui mi accingo a confezionare questo intervento, si sta consumando - a mio sommesso avviso – l’ennesima violazione sostanziale del dettato costituzionale che non è escluso venga portata a termine in modo repentino. Ed infatti, la crisi di governo agostana, che ha condotto alle dimissioni del Presidente del Consiglio, ha innescato il conferimento di un nuovo incarico nonché le frenetiche consultazioni del Colle all’esito delle quali dovrebbe essere sancito lo sciagurato amplesso tra forze politiche accomunate dalla devozione indefessa verso L€uropa, senza che ciò suoni in alcun modo sorprendente (in particolare per i malcelati apritori di scatole di tonno rivelatisi appartenenti a pieno titolo al partito del PUD€). Posticcio Fogno di una nott€ di m€zza estat€” in salsa italica (scelga il lettore a chi attribuire, tra gli esponenti politici di spicco protagonisti del probabile sodalizio, il ruolo di Ermia e quello di Lisandro).

2. Ci si chiede, tuttavia, se la tragicomica vicenda istituzionale, alla quale per l’ennesima volta è costretto ad assistere il Sovrano buggerato, trovi legittimazione nella nostra Carta Costituzionale, ciò soprattutto (ma non solo) alla luce degli avvenimenti che hanno scandito la vita politica repubblicana quantomeno negli ultimi tre anni. Al netto del giudizio dei soloni mass-mediatici ed espertologi in merito a chi avrebbe “tradito” all’interno della vecchia coalizione di governo o, ancora, se sia stata meno avventata la mossa politica di “staccare la spina” all’Esecutivo con le tempistiche palesate, la domanda reclama una risposta di stretto diritto costituzionale. Rebus sic stantibus, è cioè consentito approntare un “Governo con maggioranza purchessia”?
Di certo per quelli che “siamo in una Repubblica parlamentare” la domanda potrà sembrare quasi insensata, corroborati per un verso da “precedenti, prassi e convenzioni costituzionali” in genere che, negli anni, hanno oscurato in modo consolidato i principi fondamentali della Cost. anche in materia di rimedi alle “crisi di gabinetto” e, per un altro, dalla dottrina dello scioglimento delle Camere quale “ultima spiaggia”, che fa della durata fisiologica della legislatura e della stabilità del Governo l’unico Grunwert delle relazioni politico-istituzionali, come se anche la stabilità non nascesse dalla coscienza democratica [“…si è parlato del tentativo di dare alla nostra democrazia condizioni di stabilità con norme legislative … oggi la disciplina, la stabilità è data dalla coscienza politica, affidata all’azione dei partiti politici…”, G. AMENDOLA, Commissione per la Costituzione, II Sottocommissione, seduta del 5 settembre 1946];
Insomma, sino a quando risultasse possibile una soluzione non traumatica della crisi – si afferma - la stessa sarebbe l’opzione da preferire, essendo quindi il Capo dello Stato tenuto a farvi luogo. Di conseguenza, “morto un governo”, è ormai consueto assistere quasi in via automatica al cerimoniale delle consultazioni all’esito delle quali, in presenza di una maggioranza comunque racimolata, sarebbe il “Parlamento sovrano” ad avere l’ultima parola.

Simili argomentazioni, a ben vedere, sembrano peccare di un tale formalismo che, se potranno essere utilizzate dai più per giustificare qualsivoglia alchimia politica sotto il crisma asettico della “legalità”, non sembrano tuttavia in grado di superare il vaglio di “legittimità” costituzionale [sulla diferenza tra “legalità” e “legittimità”, si veda C. SCHMITT, Legalità e legittimità (1932), ora parzialmente tradotto in Id., Le categorie del politico, Bologna, 2013]. Al fine di dare una risposta all’interrogativo che sopra si è posto, pare perciò che si renda necessario compulsare ancora quei principi costituzionali tanto fondamentali quanto, purtroppo, ormai accantonati.

3. In proposito, la norma dalla quale bisogna prendere le mosse è l’art. 1, comma II, Cost., la quale prevede che “La sovranità APPARTIENE al popolo”, ove il verbo “appartiene” sostituì il verbo “emana” (dal popolo) dopo ragionato ed approfondito dibattito che trovò ampia convergenza tra i Costituenti.
Afferma C. Mortati che “… Nel progetto di costituzione era detto che la sovranità “emana” dal popolo. Si osservò che questa formula avrebbe potuto indurre nella convinzione che il potere parta dal popolo ma non si fermi in esso, mentre il punto che premeva mettere in rilievo era …la permanenza dell’esercizio di questa nel popolo, come contrassegno essenziale ed ineliminabile del regime democratico che si intendeva instaurare…” [C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, I, Padova, 1969, 141].
3.1 Bisogna sottolineare, peraltro, che in sede di Assemblea Costituente non furono solo le forze di sinistra a voler mutare detta formula, ma anche rappresentanti liberali, come l’on. Luciferoche spiegò in modo cristallino le ragioni che avrebbero dovuto portare, a scanso di futuri equivoci, alla scelta del verbo “appartenere”:
Può sembrare la questione sottile, ma è una questione concettuale;…Quindi credo che la Costituzione democratica debba chiaramente sancire il concetto che la sovranità, cioè il potere, non solo appartiene al popolo, ma nel popolo costantemente risiede Ed allora bisogna impedire qualunque interpretazione che un giorno possa far pensare a sovranità trasferite o comunque delegate[R. LUCIFERO, Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 22 marzo 1947]. Non esistono più i liberali onesti di un tempo.
4. Il popolo, quindi, eletti i propri rappresentanti, non si spoglia mai della propria sovranità trasferendola al Parlamento, ma continua diuturnamente ad esserne il legittimo titolare. L. Carlassarre chiarisce bene tale ultimo passaggio allorché precisa quanto segue:
“… La sovranità popolare ha costituito fin dall’inizio il fondamento del sistema costituzionale repubblicano che si andava a costruire, ha orientato l’intero disegno, ispirato ogni concreta proposta. Nella Relazione di Meuccio Ruini al Progetto di Costituzione il principio  della sovranità popolare - che deve rimanere "fermissimo" - appare subito come il punto cardine cui ogni altra scelta s'ispira, in particolare quella relativa alla posizione degli organi di vertice dello Stato e ai loro rapporti: "…la sovranità spetta tutta al popolo", che è "la forza viva" cui si riconduce ogni potere degli organi dello stato, "l'elemento decisivo che dice sempre la prima e l'ultima parola". Di conseguenza il "fulcro dell'organizzazione costituzionale" è nel Parlamento, "che non è sovrano di per sé stesso, ma è l'organo di più immediata derivazione dal popolo …” [L. CARLASSARRE, Sovranità popolare e Stato di diritto, in Costituzionalismo.it, 1-2].
La stessa dottrina, nel lavoro appena citato, tiene perciò ad evidenziare come dagli atti dell’Assemblea Costituente emerga costantemente “… la lontananza (dei Costituenti) da ogni concezione che esalti la posizione degli eletti in forza della legittimazione popolare…” [L. CARLASSARRE, Sovranità popolare, cit., 28]. Venne quindi adottata una forma di governo parlamentare tesa, per ovvi motivi, ad evitare “le degenerazioni del parlamentarismo ”[così nella seduta di mercoledì 4 settembre 1946, Commissione per la Costituzione, II sottocommissione]. E la conferma di tale discorso si ricava dalle parole dei Costituenti.
M. Ruini, per tutti, nello stesso anno in cui entrò in vigore la Carta, in proposito confermò quanto segue:
Sovrano non è il Parlamento; è il popoloè il popolo che deve aver sempre la prima e l'ultima parola; ed anche se non fosse organo, ma forza motrice, l'elettricità che muove la macchina, ci basterebbe per affermare la sua sovranità” [M. RUINI, Il Parlamento nella nuova Costituzione, in Il centenario del Parlamento 1848-1948, Roma, Camera dei Deputati, luglio 1948, 407-411; “La sovranità è nel popolo, non è nel Parlamento, e noi qui contiamo unicamente per quel che rappresentiamo”, aveva tuonato R. LACONI,in Assemblea Costituente nella seduta del 5 marzo 1947].
5. Posto ciò, in effetti “ogni altra scelta” non potè che essere coerentemente calibrata dai Costituenti partendo proprio dal predetto “punto cardine”, cioè dall’aver sancito l’appartenenza della sovranità in modo costante ed inalienabile al popolo che, come tale, deve considerarsi sempre “… nell’esercizio delle proprie funzioni, che non sono soltanto quello di votare, ma altresì quelle di sorvegliare, controllare, criticare e insomma fare quanto è necessario perché la sua vera volontà…si traduca in azione politica” [L. BASSO, Il Principe senza scettro, cit., 171].
In tal senso, è indicativo proprio il ruolo del popolo che emerge “… dalla Relazione sul potere legislativo di Costantino Mortati. Esponendo i tipi concettualrnente possibili di ordinamenti democratici moderni… egli distingue in primo luogo "i sistemi nei quali al popolo è affidata una funzione di pura e semplice preposizione alla carica dei titolari degli organi costituzionali elettivi (che danno vita alle forme meramente rappresentative)" dai sistemi, invece, "in cui il popolo designa anche, in modo più o meno esplicito o diretto, gli indirizzi politici , e quindi appare come organo di espressione di una concreta volontà politica". La nostra Costituzione sicuramente non ha inteso dar vita a una forma "meramente rappresentativa" ….
Circa le forme "in cui è prevista la possibilità dell'accertamento in ogni momento della corrispondenza tra la volontà del popolo e quella degli organi rappresentativi, e quindi è prevista l'adeguazione tra le due volontà per mezzo della riduzione della durata normale di vita degli organi elettivi", descrive  i" mezzi  tipici" destinati a mantenere l'accordo, i mezzi  tipici per  Mortati sono: "il principio della responsabilità politica del governo innanzi al Parlamento, e la dissoluzione delle Camere elettive in caso di presunto disaccordo con la volontà  popolare…". [così, L. CARLASSARRE, Sovranità popolare, cit., 28-29], dissoluzione che (si legge tra l’altro nella Relazione di Mortati) “… può essere determinata o dalla necessità di affrontare problemi di notevole importanza politica non agitati in occasione della elezione del Parlamento in carica; o dal sospetto di mutamenti intervenuti nello stato della pubblica opinione durante la legislatura (fra i sintomi più caratteristici sono da ricordare i risultati di elezioni parziali ”.

6. Ciò che i Costituenti intendevano affermare è che, se la sovranità appartiene al popolo e se, come diretta conseguenza, la Costituzione avrebbe dovuto adottare un regime parlamentare non “meramente rappresentativo”, è gioco forza dedurne che sarebbe stata indispensabile in ogni momento una rispondenza tra la composizione del Parlamento (dal quale ogni Esecutivo dipende) e la reale configurazione politica del Paese. D’altronde, sarebbe un ossimoro giuridico predicare “l’appartenenza” permanente ed inalienabile della sovranità al popolo (che deve avere sempre “la prima e l’ultima parola”) se a quest’ultimo fosse concesso di votare soltanto una volta e per tutte i propri rappresentanti e poi gli fosse impedito, per il prosieguo della legislatura, di poter continuare ad esercitare la propria sovranità.
La costante e permanente appartenenza della sovranità al popolo, pertanto, implica di necessità “… che gli organi dello Stato, cioè lo Stato-apparato, debba essere interprete fedele della volontà popolare secondo quanto prescrive appunto l’art. 1 della nostra Costituzione…la formula usata da questo articolo [implica] delle conseguenze giuridiche, e pensiamo che proprio una conseguenza giuridica sia quella relativa alla necessaria corrispondenza fra la reale volontà popolare e gli organi a cui il popolo affida l’attuazione di questa volontà, in modo particolare, naturalmente, le assemblee parlamentari…Per queste ultime l’essenza dello Stato democratico esige…che la corrispondenza sia il più possibile perfetta, cioè che le assemblee parlamentari siano la fotografia il più possibile fedele dei contrasti di opinioni e di tendenze politiche che esistono nel Paese. E in concreto possiamo ritenere che l’ordinamento italiano accolga questa esigenza. Infatti, il rapporto fra l’Italia, cioè il popolo italiano, e la Repubblica, cioè gli organi statali, sarà veramente democratico…quanto più il Parlamento sarà lo specchio fedele del popolo” [L. BASSO, Il Principe senza scettro, cit., 172].

7. In sostanza, è possibile convenire con lo stesso Basso che “noi viviamo in un sistema di presunzioni: presunzione di fiducia che il Governo abbia dalla Assemblea e presunzione di consonanza fra la volontà dell’Assemblea e la volontà del paese; ma presunzioni che durano fino a prova contraria ” [L. BASSO, Il colpo di Stato di De Gasperi, cit.].
Che la nostra Carta Costituzionale postuli tale consonanza presuntiva di volontà fra corpo elettorale ed Assemblea legislativa è possibile ricavarlo, secondo Mortati, da due istituti presenti in Costituzione. Infatti i diritti del Parlamento si basano sulla presunzione che esso interpreti sempre la volontà popolare, e la nostra Costituzione ha voluto che fosse possibile controllare questa coincidenza creando a tale scopo proprio due strumenti: l’appello al popolo mediante il referendum popolare (ovvero, il controllo al quale una parte ha diritto di sottoporre le decisioni dell’Assemblea allo scopo di verificare se realmente la volontà dell’Assemblea coincide con quella del corpo elettorale), e il potere del Capo dello Stato di decretare lo scioglimento delle Camere allorché ritenga che detta coincidenza non sussista più.
7.1 In particolare, con riferimento allo scioglimento anticipato dell’Assemblea, è da notare che sin dall’edizione del 1952 del suo Istituzioni di diritto pubblico Mortati ebbe ad affermare (con ciò confermando quanto già relazionato in sede di Assemblea Costituente) che “… l’istituto di armonizzazione fra rappresentanti e rappresentati, fra Parlamento e corpo elettorale, che meglio appare adeguato alla struttura propria del regime parlamentare, è quello già ricordato dello scioglimento delle Camere elettive…Per quanto riguarda LA FINALITÀ DELLO SCIOGLIMENTO, ESSO IN REGIME DEMOCRATICO NON PUÒ ESSERE CHE UNA: L’ACCERTAMENTO DELLA CORRISPONDENZA DEL POPOLO E QUELLA DEI SUOI RAPPRESENTANTI”, ciò sempre in ragione della “… accentuazione del potere politico del corpo elettorale in armonia con la trasformazione prodottasi nelle democrazie moderne, le cui manifestazioni non paiono più contenibili nello schema della pura rappresentanza, e che risulta dall’ampia possibilità offerta di scioglimento delle Camere, nell’intento di fare dell’appello del popolo IL MEZZO NORMALE DI SOLUZIONE DELLE CRISI COSTITUZIONALI” [C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, I, Padova, 1952, 314-315; 323].
7.2 D’altronde, bisogna considerare che, per far in concreto sentire la propria voce, il popolo (riunito in “corpo elettorale” inteso quale “… parte dell’elemento personale dello stato fornito di poteri di partecipazione all’attività politica statale…attinente alla determinazione ed allo svolgimento della direzione politica…”, così C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, II, Padova, 1969, 399-400) non ha altri strumenti se non quello del voto.
Mortati, ancora, espone in modo magistrale questo concetto nel seguente passaggio, allorché sostiene che quanto ai mezzi “… offerti ai cittadini per consentire un loro intervento nell’attività dello stato (diritto di petizione e di iniziativa popolare) è da osservare come essi si rivolgono in manifestazioni di mero desiderio, in nessun modo vincolanti, e rivelatisi all’esperienza pratica sforniti di concreta efficacia.
 Sicchè (se si prescinde dal diritto di resistenza, strumento per sua natura eccezionale ed aleatorio nei risultati) la sola arma efficiente affidata ai cittadini politicamente attivi…è quella del voto per l’elezione dei componenti i corpi preposti alla direzione politica dello Stato”, di modo che “… In mancanza di un potere popolare di revoca degli eletti… 
...la consonanza fra eletti ed elettori è affidata alla funzionalità, tutt’altro che efficiente da noi, di quei congegni (come il presidende della repubblica) cui dovrebbe essere affidato il compito circa la permanenza della consonanza stessa, e quindi L’EFFETTIVITÀ DEL REGIME DEMOCRATICO VOLUTO INSTAURARE” [C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, II, Padova, 1969, 442].

7.3 Quanto appena detto, secondo i rilievi formulati al riguardo ancora da L. Basso, è (o dovrebbe essere) assolutamente “… normale una volta che si consideri la sovranità come spettante al popolo reale e tutti gli organi governativi come strumenti di attuazione della sua volontà: è normale, cioè che il Capo dello Stato, custode del rispetto della Costituzione, sciolga il Parlamento, cioè praticamente chieda al popolo di scegliersi altri rappresentanti quando ritenga che quelli esistenti non rispecchino più fedelmente la volontà, siano cioè dei rappresentanti infedeli” [L. BASSO, Il Principe senza scettro, cit., 173]. Piaccia o no, la sovranità popolare è principio omnibus, al di là delle interpretazioni patafisiche della Costituzione che vengono ululate ormai da anni.
Quindi, anche quando si appuri una “frattura” fra rappresentanti e corpo elettorale, cioè si palesi una crisi di rappresentatività dell’organo elettivo per mancata corrispondenza fra Parlamento e corpo elettorale dovuta a mutamento della situazione politica all’interno del Paese, il Capo dello Stato diviene l’interprete diretto del corpo elettorale e non può non prendere atto del rinnovato contesto dall’alto del suo ruolo di organo neutro e di garanzia.
7.4 Non a caso, Meuccio Ruini, sin dalla propria Relazione al progetto di Costituzione, si preoccupò di affermare in materia di scioglimento delle Camere ad opera del PdR, che “… Più grave e penetrante d'ogni altro intervento è poi la facoltà del Presidente della Repubblica di sciogliere le camere…L'affermazione di Mirabeau che “lo scioglimento è il mezzo migliore di lasciar modo di manifestarsi all'opinione pubblica, che non ha mai cessato di essere la sovrana di tutti i legislatori” riecheggia oggi nella dichiarazione di Blum che “lo scioglimento delle camere è la chiave di volta di un ordinamento democratico…[M. RUINI, Relazione al progetto di Costituzione presentata all’Assemblea il 6 febbraio 1947]. L’autorevolezza dell’intervento di Ruini non fu ovviamente un caso isolato.
7.5 Ed infatti, in Assemblea, dipanatasi la discussione in ordine alla previsione o meno del potere in capo al Presidente della Repubblica di sciogliere le Camere (considerata l’importanza dell’atto) e risoltasi poi nel senso di ammetterlo, non vi fu dubbio alcuno che detto potere fosse visto dai Costituenti come uno strumento per ristabilire “un equilibrio che è venuto meno. Ma lasciamo che a parlare siano ancora i nostri Padri Costituenti:
Il potere di scioglimento è considerato, da tutti, il mezzo caratteristico del meccanismo per ristabilire un equilibrio venuto meno, per creare un nuovo rapporto di fiducia che si è rotto fra la maggioranza dell'Assemblea e il Governo o per accertare la corrispondenza fra gli orientamenti popolari e quelli degli organi rappresentativi, in base al sospetto di mutamenti intervenuti, nello stato della pubblica opinione, durante la legislatura, o per affrontare problemi di considerevole importanza politica, non agitati nel corso della campagna elettorale, ecc. È l'intervento della volontà personale del Capo dello Stato nel Governo, nel Parlamento, nel Paese: possibile sempre, specie in momenti delicati e complessi e con l'esistenza di forze politiche frazionate...” [Così V. LA ROCCA, Assemblea Costituente, seduta del 12 settembre 1947];
“… Sciogliere le due Camere significa constatazione della esistenza di un contrasto tra il paese ed i suoi rappresentanti” [A. ROMANO, Assemblea Costituente, seduta del 21 ottobre 1947];
… Non c'è nessun dubbio che nel sistema della nostra Costituzione lo scioglimento anticipato sia una necessità. Si potrebbe pensare diversamente se avessimo ammesso il sistema della legislatura breve, ma con Camere che durano cinque o sei anni e con la mutevolezza della pubblica opinione in Italia, sarebbe impossibile immaginare un sistema diverso. Lo scioglimento è inevitabile…” [P. ROSSI, Assemblea Costituente, seduta del 24 ottobre 1947].
L’on. Aldo Moro, nella stessa seduta del 24 ottobre 1947, sostenne in modo che non può dare adito ad alcun fraintendimento: “… Dichiaro che il nostro Gruppo, ritenendo che il potere di scioglimento delle Camere sia uno strumento indispensabile per adeguare la rappresentanza popolare ai reali mutamenti dell'opinione pubblica, al di fuori della durata normale delle legislature, voterà in favore dell'articolo 84 (poi l’attuale art. 88 Cost.) e contro tutti gli emendamenti modificativi…”.
In sostanza, l’Assemblea convenne sui contenuti e le riflessioni esposti da Costantino Mortati (vera anima giuridica dell’Assemblea) nella propria Relazione menzionata sopra al p.5.

7.6 Nonostante l’evidenza e la concordanza delle parole sopra riportate, bisogna tuttavia constatare, secondo la dottrina, che:
 … Stranamente oggi trascuriamo alcuni degli aspetti più classici dei poteri di garanzia del Presidente, che ha, sì, il dovere di prendere atto di una maggioranza parlamentare idonea a sostenere un governo, ma anche quello di accertarsi che tale maggioranza non sia in contrasto con quella espressa dal corpo elettorale o comunque che non ci sia una “frattura” consolidata (per esempio attraverso diverse elezioni e prove referendarie) e inaccettabile (per l’evidenza dell’opinione pubblica) fra la maggioranza parlamentare e l’orientamento prevalente del Paese” [Così A. SPADARO, Poteri del Capo dello Stato, forma di governo parlamentare e rischio di “ribaltone”, in forumcostituzionale.it; nello stesso senso si vedano, tra gli altri, P. BARILE, I poteri del Presidente della Repubblica, in Rivista trimestrale di diritto pubblico, 1958, VIII, fasc. 2, 332 ss.; V. CUOCOLO, Istituzioni di diritto pubblico, Milano, 1992, 381; L. CARLASSARE, Il Presidente della Repubblica (art. 88-91), in Commentario della Costituzione, a cura di G. BRANCA, Bologna, 1983, 12-13 e 61-64P. COSTANZO, Lo scioglimento delle assemblee parlamentari. II, Studio sui presupposti e i limiti dello scioglimento nell’ordinamento repubblicano italiano, Milano, 1988, 93].
Pertanto, volendo riassumere, si può dire che in base a quanto si evince dai lavori dell’Assemblea Costituente e secondo le convincenti ricostruzioni dottrinali, lo scioglimento delle Camere da parte del Capo dello Stato deve essere giustificato anche per un vizio funzionale nel rapporto tra corpo elettorale e Camere, vizio che di solito si manifesta in itinere (ovvero dopo la formazione di un primo Esecutivo) e che configura quello che la dottrina ha efficacemente definito come “sopravvenuto difetto di rappresentatività”, ovvero il venir meno della “rappresentatività dei rappresentati[così A. RUGGERI, Crisi di governo, scioglimento delle Camere e teoria della Costituzione, in forumcostituzionale.it, 6].


8. Orbene - per tornare al presente e volendo esporre quella “prova contraria” alla “consonanza tra volontà dell’Assemblea e la volontà del Paese” di cui parlava Basso - appare innegabile che almeno dal 2016 ad oggi, ed in particolare dall’indomani dei risultati del referendum costituzionale, il sentimento politico del Paese sia sostanzialmente mutato, soprattutto nei riguardi di quelle forze politiche (ci si riferisce in primis al PD, ed i suoi satelliti vari, nonché al M5S) che oggi si appresterebbero ad appoggiare il nuovo esecutivo.
Al di là della decenza (se proprio non può esigersi coerenza) che anche in politica non guasta e della quale, francamente, nella fattispecie si rinvengono dosi modestissime (tali da far apparire di per sé già inaccettabile all’opinione pubblica un connubio tra forze che per anni in pubblico si sono letteralmente disprezzate ed insultate, con strascichi che la cronaca ci indica non di rado anche giudiziari), bisogna infatti evidenziare come ad oggi quelle stesse forze politiche assise in Parlamento dopo le consultazioni politiche del marzo 2018 paiono non rispecchiare più fedelmente la volontà del corpo elettorale.
E tali considerazioni non discendono da meri sondaggi elettorali, ma si basano fenomenologicamente sui risultati pubblici delle ultime consultazioni (segnatamente, amministrative ed europee) che nelle more si sono susseguite e che hanno notoriamente registrato tutte un clamoroso calo di consenso popolare proprio per le compagini politiche in parola che, a quanto pare, al di là delle dichiarazioni di facciata, oggi sarebbero accomunate solo dalla preannunciata benedizione de L€uropa (che tanta pace e prosperità deflattiva, come sappiamo, ha portato al nostro Paese).
Viene da chiedersi, in tal senso, come possa il corpo elettorale accettare gli improsvvisi mutamenti di “indirizzo politico” esternate tanto da parte del “nuovo” Presidente incaricato quanto da parte di forze politiche che per anni si sono dichiarate (almeno in pubblico) del tutto alternative l’una all’altra e che in pochi giorni, al solo scopo di evitare le urne e dare l’ultima parola al legittimo Sovrano, stanno inscenando un autentico vaudeville affannandosi ad approntare improbabili quanto consuete e distopiche (se riferite alla democrazia sociale necessitata imposta dalla Carta) convergenze di programma.


9. Il discorso non muta quand’anche, per assurdo, non si vogliano considerare i “fatti sopravvenuti” di cui si è detto. 
Bisogna infatti rilevare, sempre in punto di diritto, che il nuovo esecutivo verrebbe appoggiato da forze che alle elezioni politiche del marzo 2018 – ed in virtù della nuova legge elettorale che ammette le coalizioni” - non hanno singolarmente riportato la maggioranza relativa più alta. La coalizione di centrosinistra ha infatti ottenuto il 22,8% dei voti (con il PD quasi al 19%) ed il M5S il 32,7%, mentre era stata la coalizione di centrodestra ad aver riportato il 37% dei voti. E la legge elettorale, come ha rilevato la dottrina, per quanto imperfetta sia, non è una variante trascurabile della forma di governo.
E’ stato osservato, sul punto, che “… In questo stadio dell’evoluzione della forma di governo parlamentare italiana, i limiti o vincoli costituzionali che incontra il capo dello Stato sono due a) alla luce delle indicazioni della Carta, il governo della Repubblica deve avere la fiducia della maggioranza dei componenti delle Camere; b) alla luce del sistema elettoralela maggioranza delle Camere che sostiene il governo deve essere coincidente con quella espressa dal corpo elettoralein assenza della seconda condizione, il governo – pur godendo della fiducia parlamentare - non gode però della fiducia del corpo elettorale e…inevitabilmente rischia di inserirsi nella tradizione italica legata al malcostume del trasformismo politico...” [A. SPADARO, Poteri del Capo dello Stato, cit., 5].

9.1 Nello stesso senso, è stato anche evidenziato che la formazione di un nuovo Governo, in passato… giudicata incondizionatamente possibile… è stata negli anni a noi più vicini ammessa unicamente in quanto idonea a prendere corpo in seno alla stessa maggioranza di partenza (l’Autore, in nota, riporta il caso della nascita del I Governo D’Alema ed alla motivazione nella circostanza data dal Capo dello Stato del proprio operato); il che, a quanto pare, vale come dire che, in presenza di consistenti alterazioni strutturali che investano la coalizione di governo (e, dunque, la “formula politica” cui essa dia luogo) e/o di parimenti sostanziali mutamenti riguardanti l’indirizzo politico, non resterebbe che andare diritto al voto, ALLA VERIFICA DELLA CONSONANZA POLITICA TRA ELETTORI ED ELETTI: come suol dirsi, della rappresentatività dei rappresentanti” [A. RUGGERI, Evoluzione del sistema politico-istituzionale e ruolo del Presidente della Repubblica, in forumcostituzionale.it, 8].

In definitiva, e concordando con la dottrina citata, pare che non possa negarsi che “… il vincolo suddetto (ovvero quello della “formula politica”) abbia basi normative (addirittura in un principio fondamentale dell’ordinamento), NEL QUADRO DI UNA RICOSTRUZIONE DELLA COSTITUZIONE COME “SISTEMA”, CHE PORTI DUNQUE A RIVEDERE GLI ENUNCIATI DI NATURA ORGANIZZATORIA ALLA LUCE DEGLI ENUNCIATI DI VALORE. Ammettere il superamento della “formula politica” in occasione di crisi di governo sopravvenute al fatto elettorale può alimentare OPERAZIONI DI TRASFORMISMO POLITICO che, forse, potranno anche considerarsi consentite in base ai disposti degli artt. 92 e 94 cost., isolatamente considerati, non pure però, a mia opinione, in base alle norme di valore della Carta, e segnatamente a QUEL VALORE DEMOCRATICO CHE DÀ SENSO, UN SENSO REALE E NON MERAMENTE DI FACCIATA, ALLE ESPRESSIONI DI VOTO DEL CORPO ELETTORALE
Ed è dunque da chiedersi se preservare la legislatura - costi quel che costi - debba essere la cura principale (diciamo pure, una sorta di chiodo fisso) del Capo dello Stato, come invero parrebbe esser stato (e seguitare ad essere), così come, da una prospettiva più ampia, è da chiedersi se seguitare stancamente a ripetere ed a fare utilizzo di taluni schemi teorici ispirati al pur innegabile principio della salvaguardia dell’autonomia delle istituzioni e della politica renda davvero un servizio a queste ultime, laddove di contro certe manifestazioni di trasformismo politico…portano unicamente ad aggravare la disaffezione e la sfiducia dei cittadini nei riguardi dei governanti ed a rendere perciò sempre più marcato lo scollamento dei partiti dalla società cui pure appartengono…” [A. RUGGERI, Evoluzione del sistema politico-istituzionale, cit.].
Ma tant’è, sembra ormai che la “… democrazia [sia] fraintesa, alterato il ruolo del popolo sovrano, rovesciato il pensiero dei Costituenti…” [L. CARLASSARRE, Sovranità popolare, cit., 28].


10. Se andasse veramente in porto l’operazione politica di cui si discute (l’ennesima), come potrebbe non insinuarsi nel Popolo, a questo stadio oramai avanzato, il dubbio (o la conferma, per i cittadini più coscienti) che a decidere delle sorti dell’Italia sia ormai da decenni quella “oligarchia sovrana” del “governo sopranazionale dei mercati” denunciata da L. Basso già negli anni ‘60? 
E come si potrebbe, appunto, evitare che cresca “… la sfiducia nei pubblici poteri che, dietro la facciata delle istituzioni apparentemente democratiche, [vanno] sempre più distaccandosi dal “popolo sovrano” - vero “principe senza scettro” - per concentrarsi nelle mani di una ristretta oligarchia formata dai vertici economici, politici, ecclesiastici e burocratici...”? [L. BASSO, L’opposizione senza scettro, in Astrolabio, 29 maggio 1966, n. 22, 12-14].  
Questi sono gli ulteriori interrogativi che, in calce alla breve riflessione esposta, si possono rivolgere – nelle incerte contingenze odierne, ma anche per quelle immediatamente venture - a tutti quegli organi cui è affidato il compito di garantire il rispetto sostanziale della nostra Carta costituzionale.