venerdì 2 agosto 2019

ART. 4 COST.. FRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO (?)


(Post. di Arturo)


1. In occasione del settantenario della Costituzione, Carocci ha preso la commendevole iniziativa di pubblicare una serie di commenti dei primi 12 articoli, i principi generali, della Costituzione.
Apprezzabile sia per la lunghezza non eccessiva (circa 150 pagine ciascuno), sia per l’impostazione non troppo tecnica dei volumi, che li rende utilmente avvicinabili anche da chi avrebbe difficoltà a reperire e maneggiare i classici commentari. L’elevata, spesso elevatissima, qualità degli autori costituisce un’ulteriore garanzia.
Curatori della collana sono infatti uno dei massimi storici italiani del diritto pubblico, Pietro Costa, autore della monumentale e magistrale storia della cittadinanza in Europa intitolata Civitas, in quattro volumi, pubblicata presso Laterza, e una fine contemporaneista come Mariuccia Salvati.
Io ne ho letti quattro (commenti agli artt. 1, 3, 4 e 11) e posso confermarvi che la ricostruzione storica è ottima, ricca di dettagli spesso poco noti (particolarmente apprezzabile, nel volume sull’art. 3, l’ampio spazio giustamente dedicato alla figura di Basso: coautrice è in effetti Chiara Giorgi, che ha anche scritto la prima parte di una bella biografia del leader socialista), chiara e condivisibile nei giudizi (lo vedremo subito); insoddisfacente è però l’analisi del presente.
Se, come dicono i curatori nell’introduzione all’opera, “richiamare l’attenzione sui principi e sui diritti fondamentali ha il significato di sottolineare la loro decisiva importanza e attualità: solo prendendoli sul serio evitiamo il rischio (quanto mai concreto) che una loro declamatoria esaltazione si accompagni al loro effettivo svuotamento e alla conseguente trasformazione della democrazia costituzionale in uno stanco rituale o in una vuota facciata”, ebbene, quelle serietà dovrebbe implicare la necessità di confrontarsi con le cause che rendono quel rischio “quanto mai concreto” e che non sono in verità particolarmente difficili da accertare. Ma su questo ennesimo triste episodio di “eurostrabismo” tornerò alla fine.

2. Qui voglio parlarvi del libro dedicato all’art. 4, scritto dalla stessa Salvati.
2.1. Era stato Costa a individuare con mano sicura i tratti essenziali delle costituzioni sociali del dopoguerra: “Il loro elemento caratterizzante è la centralità dei diritti e la loro indivisibilità: l’esercizio dei diritti politici non può essere separato dall’eguale partecipazione di tutti al retaggio comune e la realizzazione dei diritti (di tutti i diritti e dei diritti di tutti) è lo scopo e il parametro di legittimità dello Stato. Stato sociale e cittadinanza sociale non sono separabili, proponendosi il primo come lo strumento indispensabile per la realizzazione della seconda. Possiamo usare promiscuamente e alternativamente le espressioni “Stato sociale” e “cittadinanza sociale” (come farò, per motivi di brevità, nel corso della mia esposizione), purché sia chiaro che la caratteristica essenziale della democrazia costituzionale sta proprio nella necessaria connessione funzionale dei due termini.
Lo Stato è l’organo deputato alla realizzazione della cittadinanza sociale e il termine medio, il tramite dell’inclusione e della partecipazione, è il lavoro.” (Cittadinanza sociale e diritto del lavoro nell’Italia repubblicana, Lavoro e diritto, a. XXIII, n. 1, inverno 2009, pag. 45).
E’ quindi nel rapporto tra cittadinanza e lavoro che deve rinvenirsi la chiave di volta del costituzionalismo sociale.
2.2. Nell’ambito di questo paradigma la costituzione italiana si distingue però per un profilo particolarmente spiccato:  a) solo il testo italiano, attualmente, fra tutte le costituzioni europee, si apre con un elenco di principi fondamentali, che i costituenti vollero, come mostra la numerazione progressiva, fosse parte integrante del testo complessivo; b) solo nel testo italiano - dato ancora più eccezionale - tra questi principi è collocato in posizione primaria anche il diritto al lavoro (nelle costituzioni di altri paesi, quando c’è, è in genere inserito nella sezione dedicata ai Rapporti economici).” (M. Salvati. Costituzione italiana: articolo 4, Carocci, Roma, 2017, pagg. 6-7).

3. La rilevanza costituzionale del lavoro illumina evidentemente anche la gravità di una sua sistematica disapplicazione, particolarmente drammatica, o forse sarebbe il caso di dire tragica e autodistruttiva, quando si parla dei giovani.
E’ di qualche giorno fa questo articolo del Financial Times che fornisce un spietata fotografia dei costi che il mantenimento della moneta unica dopo la crisi del 2008 ha scaricato sulle giovani generazioni di Grecia, Spagna e Italia.
Basti questo grafico per dare un’idea dell’ecatombe:

La controtendenza tedesca non può che saltare agli occhi ed evidenziare, una volta di più, il vero volto dei Trattati.

4. Oltre che all’interno dell’Unione le asimmetrie accentuano anche le disuguaglianze interne agli Stati. Sappiamo bene delle situazione difficilissima del nostro Mezzogiorno, ma, tanto per smontare il solito autorazzismo italico, il fenomeno è tutt’altro che limitato al nostro paese.
Avevamo parlato, citando Rodrik (qui, n. 4), di “deindustrializzazione prematura” come fenomeno di probabile rilevanza per tutti i paesi periferici dell’area euro: una triste conferma per il caso spagnolo, periodicamente oggetto di qualche improbabile facciamocome, la si può trovare in questo articolo (che naturalmente sgrana il consueto rosario mainstream di pseudospiegazioni: il capitale umano, i salari troppo alti, eccetera, tutto salvo la moneta unica, appena menzionata).
Sta di fatto, come si dice, che “La deindustrializzazione prematura ha fatto sì che comunità del sud come l’Extremadura e l’Andalusia abbiano oggi un livello di industrializzazione inferiore agli anni Sessanta e la divergenza col nord della Spagna, sia in termini di rilevanza del settore industriale che per livello di redditi, sia rimasta intatta”.
I prevedibili effetti di immigrazione, interna ed esterna, fanno parlare oggi di  España vacía, con tutto quel che può conseguirne in termini di qualità, quando non di pura e semplice tenuta, sociale e politica.

5. Questa piccola digressione vorrebbe dar sostanza, caso mai ce ne fosse bisogno, alle perduranti buone ragioni di un modello di cittadinanza ancorato al lavoro, ossia precisare i termini odierni in cui si pone quell’orientamento alla giustizia, che fa inestricabilmente parte del diritto, non nel senso di fornire bell’e pronto un “sistema di verità”, ossia un “controcodice” a-storico da contrapporre al diritto positivo, come implausibilmente vorrebbe il giusnaturalismo moderno, quanto di presentare “un problema che a tutti si impone, come avviene nei Dialoghi di Platone”, per dirla con un fine conoscitore del pensiero antico come Giuseppe Duso (La rappresentanza politica, Franco Angeli, Milano, 2007, pag. 78), e che trova risposte diverse in differenti contesti storici, fondando, più o meno solidamente, la legittimità dei vari ordinamenti.
5.1. Qui anche filosofi consapevoli del loro lavoro potrebbero e dovrebbero aiutarci a fare pulizia concettuale. Purtroppo, anche se non casualmente, la specializzazione dei saperi ha separato le scienze sociali dalla filosofia, lasciando gli economisti inconsapevoli dell’inevitabile porsi di giudizi di valore e questioni di giustizia nell’ambito di qualsiasi materia riguardante ciò su cui “si può deliberare”, come diceva Aristotele, e i filosofi sforniti di strumenti per analizzare la realtà, magari cullandosi nell’illusione che si potesse “arrivare all’essenza senza passare per la conoscenza determinata dell’ontico, che si potesse essere filosofi direttamente, senza amore per la sapienza, cioè senza dedizione e gratitudine alle scienze e alla tradizione, ma passeggiando per i sentieri di montagna che portano alle radure. Così la filosofia non ha più nulla da dire agli uomini.”, come ha scritto Paolo di Remigio.  
5.2. Non tutti forse sanno che, per esempio, Hegel, per scrivere i suoi Lineamenti di filosofia del diritto, oltre ovviamente ai classici della filosofia, s’era letto Ferguson, Hume, Steuart e Adam Smith (la notizia in P. Rosanvallon, Le libéralisme économique, Éditions du Seuil, Parigi, 1989, pag. 162).
5.3. D’altra parte quando pure lo studioso fornisca un’adeguata attenzione al rinnovato porsi della “questione sociale”, i risultati dell’analisi perlopiù non superano i ristretti confini dell’ambito accademico. Mi domando quanti sappiano che il più noto filosofo politico della seconda metà del Novecento, John Rawls, riteneva che la stabilità “per le giuste ragioni” sia “sempre mancante in un regime costituzionale puramente formale. Tra gli interventi richiesti per conseguire questa stabilità Rawls indicava l’istituzionalizzazione dell’impegno dello Stato a fungere “da datore di lavoro di ultima istanza”. “La mancanza di un senso di sicurezza a lungo termine e di un’opportunità di un lavoro ed occupazione dotati di significato è non solo distruttiva del rispetto di sé dei cittadini, ma del loro senso di essere membri di una società, anziché esserci capitati per caso.” (Political Liberalism, Columbia University Press, New York, 1996, pagg. lviii–lix).
In effetti Rawls è stato uno dei pochi che, posto di fronte alle dolorose smentite inflitte dalle “repliche della storia” neoliberali a un ottimismo che all’epoca dell’uscita di Una teoria della giustizia (1971) poteva sembrare giustificato, non ha tirato i remi in barca, ma ha anzi rafforzato la radicalità pratica delle sue posizioni. Ben poco di questo suo impegno mi pare però sia arrivato fino al grande pubblico, e non solo per la lunghezza e complessità delle opere rawlsiane. In ogni caso, a chi volesse esaminarne da vicino l’evoluzione teorica, consiglio questo bel libro.
5.4. Insomma, deriva pratica e culturale sono figlie del medesimo cupo contesto sociale. Come ammette francamente Honneth (Capitalismo e riconoscimento, Firenze University Press, Firenze, 2010, s. p.), che è stato per vent’anni assistente di Habermas: “Nel corso degli ultimi due secoli non era mai avvenuto che si registrassero così pochi tentativi di difendere una concezione umana ed emancipativa del lavoro come accade oggi.”
Tale drammatico impoverimento di un discorso attento al sociale, perfino nell’Ottocento diffuso ben oltre i confini politici del socialismo (basta consultare il secondo e terzo volume di Civitas per rendersene conto), costituisce un indizio particolarmente allarmante della natura totalitaria dell’odierno neoliberismo, per quanto tollerante esso si possa mostrare verso la chiacchiera innocua: “Date le mutate condizioni, la teoria critica della società sembra così occuparsi soprattutto di questioni concernenti l’integrazione politica e i diritti civili senza più prendere minimamente in considerazione i pericolosi sviluppi avvenuti nella sfera della produzione. La sociologia stessa, cioè la scienza partorita dall’industrializzazione capitalistica, si è allontanata sempre più dal suo nucleo tematico originario eleggendo ad oggetto di analisi i processi di trasformazione culturale.” (Ibid.)
Appunto: tira una cert’aria, parliamo d’altro. L’autocensura è d’altra parte la più efficace di tutte.
Mentre la dura realtà è che l’aspirazione a un posto di lavoro che non assicuri soltanto la sussistenza ma sia anche individualmente soddisfacente non è affatto scomparsa; il fatto è che non influenza più le discussioni pubbliche e le arene dei confronti politici. Dedurre da questo opprimente e assordante silenzio la tesi per cui le richieste volte ad una riorganizzazione dei rapporti di lavoro apparterrebbero ormai ad un passato definitivamente tramontato sarebbe però empiricamente falso nonché quasi cinico. La distanza tra le esperienze del mondo della vita sociale e i temi della riflessione degli studi sociali verosimilmente non è mai stata tanto ampia quanto oggi: mentre in questi ultimi il concetto di lavoro sociale non riveste più un significato prioritario, attorno ad esso ruotano invece, ancor più che non in passato, le necessità, le paure e le speranze dei soggetti interessati.” (Ibid.).
Sono osservazioni che autorizzano a sollevare molti dubbi sulla fondatezza di giudizi improntati a un cinismo liquidatorio, spesso tutt’altro che disinteressato, circa la perdurante legittimità di un modello di democrazia sociale “necessitata”.
Alla cui storia si tratta ora di tornare.

6. L’autrice consegue un altro risultato interpretativo apprezzabile, attraverso un esame attento dei verbali della Prima (impegnata nell’elaborazione dei principi generali) e Terza Sottocomissione (incaricata della disciplina dei rapporti economici) della Commissione per la Costituzione (la c.d. Commissione dei Settantacinque: qui uno schema illustrativo dell’organizzazione della Costituente), evidenziando “in confronto, per esempio, con il fallito, contemporaneo, tentativo francese” “la volontà esplicita dei costituenti italiani di trovare forme di collaborazione anche tra posizioni ideologiche in origine distanti, pur di salvaguardare l’obiettivo dell’affermazione di alcuni principi ritenuti fondamentali per il futuro del paese: quelli oggi compresi tra l’art. 1 e l’art. 4 in cui si proclama in maniera solenne e ripetuta l’intreccio tra democrazia, cittadinanza e lavoro, cioè tra diritti politici e diritti sociali (a garanzia di una Repubblica “democratica e antifascista”)” (pag. 32), contribuendo a smontare il riduttivo giudizio sulla natura compromissoria del patto costituzionale, un interessato luogo comune pedissequamente ereditato dai nemici del coté sociale weimariano, già peraltro confutato, proprio in riferimento al nucleo essenziale dei principi-fini, da Mortati (qui, n. 5).
6.1. Fondamento dell’accordo, e anche di questo abbiamo già parlato (in particolare qui, n. 4), un personalismo concretamente sociale: “Nel caso della Prima, già dalle due sedute iniziali (26 e 30 luglio) emerge limpidamente quale sarà il nucleo dei protagonisti del dibattito. Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti sono i primi a intervenire per chiarire che quando si parla di “diritti e doveri del cittadino” (primo punto all’ordine del giorno) non si fa riferimento a individui ma a “persone” e, di conseguenza, con quei termini non si intendono solo i classici diritti di libertà, ma anche quelli economico-sociali, e questo sarà di fatto il terreno di incontro finale. Da qui anche il richiamo alla Costituzione sovietica, a quella di Weimar, mentre si respinge il progetto francese «che riecheggia il tipo di Costituzione dell’89» (cioè rimanda a una concezione dell’individuo “astratto”; AC, 26 luglio 1946, p. 2).” (pag. 44).
Nessun equivoco quindi sull’esigenza di superamento della democrazia formale.
6.2. Altro punto fermo, molto importante (pag. 78): “dal punto di vista delle culture politiche delle democrazie occidentali, possiamo concludere che la sconfitta più pesante (e storica) ha riguardato nel nostro paese il pensiero liberale che, già scarsamente influente nella storia della nazione, è sopravvissuto a fatica nell’Italia repubblicana, schiacciato fra le due grandi culture di massa.”
Le togliattiane “quattro noci in un sacco”.

7. Si tratta ora di tirare le somme sul libro. Giudizio positivo? Sì e no. Sì, e molto, per la parte storica; no, come già anticipato, per la carenza di analisi riguardante il presente (neanche poi così prossimo, poi, perché parliamo di un percorso che inizia almeno quarant’anni fa).
7.2. Ci si limita alla consueta evocazione di mutamenti epocali, sui cui non molto utili dettagli sorvolo, di cui si deprecano gli effetti senza chiarire le cause (mai menzionato il “vincolo esterno”); benintenzionati ma vani gli appelli a ipotetiche tutele del lavoro internazionali ed europee (pag. 133); quanto alle questioni post-occupazionali, agitate dai vari D’Antona e Romagnoli, evocative di un fantomatico cittadino che «si apre ad altri valori e si nutre di altri desideri» (le parole sono di Romagnoli), non saprei aggiungere nulla alle parole di Honneth.
7.3. Arrivati a questo punto chiedere qualcosa in più a chi in teoria si farebbe latore del perdurante valore della Costituzione mi pare senz’altro giustificato. Non solo ci sono testimonianze inequivocabili dei protagonisti, come il sulinkato Carli, o il buon Andreatta, ma ormai è disponibile una letteratura di un certo peso, da Alberto a Somma, da Streeck al nostro ospite, per tacere di Preterossi (ne linko il libro perché non gode purtroppo della notorietà che meriterebbe) o Galli. Non pervenuti.
Dalla pubblicazione del libro si sono aggiunti lavori che non inducono a maggior indulgenza, ma anzi confermano l’inefficacia esplicativa di un’impostazione analitica che scansi il confronto col vincolo esterno.
7.4. Ad esempio in questo devastante articolo Storm affonda senza esitazioni la lama nel bubbone vincolista:
L’Italia, come mostro nell’articolo, è stata l’allievo modello dell’Eurozona, l’unico Paese che si è davvero impegnato con forza e coerenza nell’austerità fiscale e nelle riforme strutturali che costituiscono l’essenza stessa delle regole macroeconomiche dell’UME (Costantini 2017, 2018). L’Italia è stata più rigorosa anche di Francia e Germania, pagando un costo molto alto: il consolidamento fiscale permanente, la persistente moderazione salariale e il tasso di cambio sopravvalutato hanno ucciso la domanda interna italiana e questa carenza di domanda ha a sua volta asfissiato la crescita della produzione, della produttività, dell’occupazione e dei redditi. La paralisi italiana è una lezione per tutte le economie dell’Eurozona, ma parafrasando G.B. Shaw: come avvertimento, non come esempio.”
7.5. Cesaratto, addirittura sul Sole, ci chiarisce il peso esclusivo dei tassi di interesse nel determinare la crescita del debito pubblico (altro che disordinata frammentarietà del welfare come causa dell’aumento, come lascia cadere l’autrice, a pag. 57!):
Fra il 1980 e il 2017 il debito pubblico, in termini di peso sul PIL, è aumentato di poco meno del 76%. Questo è il risultato esclusivo (e impressionante) del contributo della spesa per interessi, pari a 275 punti (ossia, 7,24 punti di media annua). Tutti gli altri fattori hanno, nel complesso, “remato a favore”. In particolare, il saldo primario, ossia la differenza fra entrate fiscali e spese pubbliche (al netto della spesa per interessi) evidenzia un piccolo saldo negativo (-7,76): questo significa che nei quasi quattro decenni esaminati gli italiani hanno ricevuto in beni e servizi meno di quanto abbiano versato in tasse. Politicamente, a fronte delle continue accuse dal Nord d’Europa, questo è un fatto non trascurabile. Semmai è il contributo italiano al salvataggio delle banche tedesche e francesi (versamenti ai fondi europei ESFS e ESM) che ha remato contro (chi legge sarà ben consapevole di come il salvataggio della Grecia fosse un salvataggio delle banche tedesche e francesi creditrici verso quel Paese). Le privatizzazioni hanno avuto un ruolo secondario nell’alleviare il rapporto debito/PIL (-11,80 punti), il che suona desolante a fronte della demolizione dell’apparato industriale italiano che esse comportarono. La crescita reale del PIL (che aumenta il denominatore del rapporto debito /PIL) e, soprattutto, l’inflazione (deflatore PIL) sono stati fattori che hanno contribuito ad alleviare il rapporto. L’aumento del denominatore (il PIL nominale) determinato dall’inflazione contribuisce a contenere il valore del rapporto (debito / PIL, appunto) o, detto in altri termini, un elevato deflattore del PIL riduce i tassi reali pagati sui titoli del debito sovrano, come evidenziato nella Figura 1.

8. Danzare più o meno graziosamente attorno a questo mastodontico elefante mi pare abbia solo alimentato l’illusione di poter difendere la Costituzione attraverso l’opera di chi intendeva smontarla. Occorre parlar chiaro, indicare nomi e responsabilità: non si tratta di generici mutamenti epocali ma di precise scelte istituzionali, della liberalizzazione dei movimenti di capitali all’indipendenza delle banche centrali, cristallizzate in primis nel sistema dei Trattati europei. Naturalizzarne i risultati e (quindi) sovraordinarne la forza prescrittiva alla Costituzione significa contribuire a indebolire ciò che a parole si professa di voler preservare.
8.1. Questo è un punto su cui è comprensibile che uno storico possa avere incertezze, ma ai giuristi non vanno lasciati paraventi: è proprio su questo terreno istituzionale che si misura la fedeltà, oppure no, alla legalità costituzionale, senza che ci siano possibili rifugi dietro a pensosi “ma ormai”, “this time is different” e altrettanto profondi apoftegmi.
Ogni riformulazione del nichilismo giuridico si radica nel tentativo di mistificare gli atti con i fatti. Il giurista nichilista non rinuncia a presentarsi come autore di atti, ma, volendolo essere secondo la potenza assoluta del suo arbitrio, li mistifica come prodotto dei fatti e così si sgrava dal doverne rispondere. Sostituisce alla trialità del dialogo, responsabile degli atti, l’univocità del monologo innocente, che ‘dice’ i fatti, ovvero compie atti ma li mistifica come fatti.” (B. Romano, Due studi su forma e purezza del diritto, Giappichelli, Torino, 2008, pag. 119), magari evocando una novella “costituzione materiale” cresciuta spontanea e innocente come l’erba nei prati.
8.2. Più in generale, riprendendo le osservazioni di cui sopra sull’inevitabile porsi della questione della giustizia: Nei confini del fatto, che non accede alla struttura dell’atto, perdono senso i concetti di ingiusto e di male. I fatti sono, come le cose, solo ciò che sono; non sono atti imputabili, non rispondono della violazione del giusto, come è proprio invece dei soggetti-autori degli atti, che non sono cose, ma presentificazioni dell’io personale ed incarnato, soggetto responsabile dell’inscrizione di un senso nei fatti.
Diviene qui inevitabile interrogarsi sul rapporto tra la politica ed il diritto e dunque tra lo Stato e la giustizia, riprendendo a considerare con Agostino che «se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? E sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, e vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione».” (Ibid., pag. 121).

9. Sono quindi molte le buone ragioni, di legalità in primis, ma anche di giustizia e di civiltà, che nulla hanno sottratto alla razionalità pratica delle prescrizioni costituzionali, a un modello di cittadinanza che si propone di coniugare lavoro e democrazia. Di cui continuare, testardamente e a rischio di riuscire noiosi, a riproporre la centralità di fronte all’apparentemente infinito e variopinto repertorio di diversioni. D’altra parte, come diceva giustamente Del Noce: “chi dice che il monotono sia il falso? E’ del falso che bisogna aver paura, non di ciò che può apparire banale.”