domenica 17 marzo 2013

LA DOTTRINA DELLE BANCHE CENTRALI INDIPENDENTI E LA SUA ATTUALE EVOLUZIONE

9 paesi con banco centrale autonomo

Riportiamo l'intervento svolto al convegno del 16 marzo "festa equinoziale di orizzonte48",  da Luciano Barra Caracciolo, nella presentazione del tema "L'OCA è sempre indigesta? La rivincita dei cambi flessibili e l'evoluzione del ruolo delle banche centrali".

PREMESSA- Per comprendere il tema della “dottrina” delle banche centrali indipendenti, occorre ricostruire, in sintesi, il modo (apparentemente “nuovo”) con cui si è affermata la restaurazione della visione macroeconomica neoclassica.
Infatti tale “dottrina” è il culmine della restaurazione di un modello sociale e, al tempo stesso, l’idea-guida della “costruzione europea”, la cui realizzazione più pura è la stessa Unione monetaria.
Questo paradigma, sebbene accuratamente occultato alla comprensione delle opinioni pubbliche dei paesi interessati, è il segno distintivo di una visione estremizzata e dogmatica che, da un lato è sottoposta ormai a una generale revisione critica al di fuori dall’UEM; dall’altro colloca quest’ultima in una condizione di isolamento e di “diversità” crescenti dal resto del mondo, che rende la stessa area UEM una roccaforte fiera avversaria  dello Stato redistributivo e sociale, della spesa pubblica, della stessa rilevanza del lavoro al di fuori della sua dimensione di “costo di impresa”, con un’ostinata attitudine a sacrificare la crescita e il benessere dei popoli. Data la preferenza ideologica per la “lotta all’inflazione” e per la “rassicurazione degli investitori” (naturalmente finanziari), meglio se esteri.

1- IL MODELLO MACROECONOMICO NEOCLASSICO, ANTE CRISI DEL ’29.
 Questo si incentrava sulla incontestata validità della LEGGE DI SAY (PER CUI L’OFFERTA GENERA E INCONTRA SEMPRE LA PROPRIA DOMANDA), LA ASTRAEVA DAL SUO VALORE DESCRITTIVO SETTORIALE E LA PROIETTAVA A LIVELLO DI EQUILIBRIO GENERALE, C.D. WALRASIANO.

Una importante conseguenza del modello classico di piena occupazione è quindi l’assenza di disoccupazione involontaria anche se può esistere disoccupazione frizionale e/o volontaria. L’esistenza di disoccupazione si spiega, all’interno di questa corrente di pensiero, solo ipotizzando l’esistenza di attriti o interferenze nei meccanismi spontanei di riequilibrio.
A queste condizioni l’intervento pubblico per stabilizzare l’economia non è né necessario né desiderabile. Nella teoria della finanza pubblica era infatti dominante l’idea della “finanza ortodossa” per cui, nei periodi di allontanamento temporaneo dal pieno impiego, sarebbe stato preferibile mantenere il pareggio dei bilanci pubblici astenendosi dall’interferire sui meccanismi spontanei di riequilibrio.


2- LA TEORIA KEYNESIANA.
KEYNES muove, nella ricerca della condizione di equilibrio e degli strumenti per ottenerla, invece che dall’offerta produzione, dalla DOMANDA AGGREGATA, cioè dal sub-strato sociale nel suo insieme, comprensivo dello Stato e della sua azione. La sua analisi si giustifica per la constatazione dei fallimenti del mercato (cioè del modello generale di equilibrio basato sui domanda e offerta liberamente in reciproca interazione), ascritto a 2 fenomeni intrecciati tra loro:
1)   la creazione, sul lato dell’offerta, di MONOPOLI E OLIGOPOLI (che impedisce che la dom/offerta raggiungano strutturalmente una situazione di equilibrio);
2)   la logica finanziaria orientata al breve periodo, e quindi speculativa e mai capace di riflettere previsioni ed equilibri razionali.

"Nella interpretazione keynesiana del modello IS-LM, sia la politica fiscale sia la politica monetaria sono in grado di produrre effetti sull’economia reale.
I keynesiani in ordine alle pendenze delle curve IS e LM osservano, in base all’osservazione delle dinamiche sociali effettiva, (cioè in via induttiva) che la LM sia generalmente molto elastica e la IS sostanzialmente rigida (rispetto alla variazione del tasso di interesse). Di conseguenza, politiche fiscali espansive risulterebbero molto efficaci, poiché l’effetto di spiazzamento (delle risorse private che non troverebbero utili impieghi produttivi anche ove non fossero attratte nel bilancio pubblico mediante la presupposta imposizione) sarebbe limitato a causa dell’effetto non rilevante di crescita del tasso di interesse.Sarebbe infatti, a sua volta, ridotta la capacità stabilizzatrice della politica monetaria, poiché una riduzione del tasso di interesse indotta dall’aumento dell’offerta nominale di moneta (spostamento verso il basso della curva LM) non produrrebbe rilevanti effetti di aumento degli investimenti.
Per i keynesiani, inoltre, esiste un certo livello minimo del tasso di interesse nei confronti del quale la politica monetaria diviene chiaramente inefficace. Si tratta della c.d. trappola della liquidità; quando il tasso di interesse si posiziona ad un dato livello minimo, gli operatori si aspetteranno un suo aumento, e non reagiranno per evitare di incorrere in perdite in conto capitale, qualsiasi sia l’offerta di moneta. In questo caso, nessuno intende acquistare titoli che fruttano un tasso di interesse troppo basso e la preferenza per la liquidità sarà assoluta."


3- CRITICA MONETARISTA A KEYNES- (FRIEDMAN)
Questa teoria economica si sviluppa sulla base di un fenomeno cognitivo-teorico, di “rimozione” di un presupposto fondamentale della teoria kenesiana che si accinge a criticare. La rimozione, cioè, riguarda l’esistenza stessa del fenomeno dei “fallimento del mercato”: nelle sue argomentazioni viene negata le rilevanza dei monopoli e degli oligopoli.
Questa natura contrappositiva a Keynes, parziale e in definitiva asistematica, sottintende, in pratica, una premessa ideologica non apertamente dichiarata: la rimozione dall’analisi del “fallimento del mercato”, non è indice di una limitazione colposa dell’indagine, ma l’intenzionale proposizione di un modello che programmaticamente preveda la sopportazione dei costi delle ricorrente crisi sul fattore lavoro, cui viene fatto esclusivo carico della correzione inflazionistica su cui si impernia la stessa finalizzazione del sistema politico-economico.
Questo tratto ideologico è comune, come vedremo, anche alla nuova macroeconomia classica, che sviluppa questa idea centrale – negatoria dello stesso fenomeno dello scontro tra capitale e lavoro- in una completezza ideologica che culmina, appunto nella dottrina della banca centrale indipendente.

In una prima fase, la critica si fonda su una revisione della teoria quantitativa della moneta. In particolare:
a) si ristabilisce la fiducia nell’operare dell’economia di mercato (cioè nel modello generale domanda-offerta avulso dai fenomeni di concentrazione del potere di impresa);
b) si assegna una più elevata priorità all’obiettivo della stabilità dei prezzi;  
c) quindi si attribuisce all’intervento pubblico e alle autorità monetarie la residuale ed esclusiva responsabilità del processo inflazionistico.
In una seconda fase, la critica si estende alla interpretazione della curva di Phillips e se ne propone una nuova formulazione, in contrapposizione a quella keynesiana, rivolta a spiegare il fenomeno inflazionistico postulando l’inefficacia dell’azione di politica fiscale.
L’aspetto fondamentale della prima critica monetarista risiede nell’idea che gli elevati livelli di inflazione sperimentati nel sistema economico siano il frutto di una espansione eccessiva dell’offerta di moneta. Friedman si richiama esplicitamente alla teoria quantitativa e ne propone una riformulazione:
- gli operatori prendono le loro decisioni sulla base delle variabili reali del sistema, che riflettono il loro potere di acquisto;
- la domanda di moneta si mantiene stabile nel tempo: esiste cioè evidenza empirica di una relazione funzionale stabile tra questa e i fattori che la determinano.
In base a queste nuove ipotesi, Friedman dimostra che il tasso di variazione dei prezzi (cioè il tasso di inflazione) è pari alla differenza tra il tasso di crescita dell’offerta di moneta e il tasso di crescita della domanda di moneta per fini transattivi.
Nel lungo periodo, se il tasso di crescita dell’offerta di moneta supera il tasso naturale di crescita dell’economia, il risultato è l’inflazione. Quindi l’inflazione non è solo un fenomeno monetario, ma può prodursi in conseguenza del comportamento delle autorità monetarie. Alla base dello schema monetarista c’è l’idea, di pieno recupero del dogma neoclassico ante-crisi del ’29, che l’economia si trovi in uno stato naturale di lungo periodo in cui non esistono squilibri nei singoli mercati e tutte le variabili reali si trovano al loro livello naturale.

Da questa concezione si sviluppa il concetto di tasso naturale di disoccupazione, che, sotto un profilo empirico, è il livello di disoccupazione che prevale quando l’economia è al suo livello di pieno impiego.
Da notare che questa idea tautologica della disoccupazione e del “pieno impiego”, legata a qualsiasi equilibrio consentito dalle variabili reali (al netto dell’inflazione) del sistema economico, tende proprio a disinnescare gli enunciati redistributivi, affidati all’intervento dello Stato, propri della Costituzioni democratiche successive alla II guerra mondiale e, simbolicamente, al c.d. Rapporto Beveridge.

Secondo Friedman, se l’economia si dovesse allontanare da questa situazione di pieno impiego, il sistema, nel lungo periodo, tenderebbe naturalmente al riequilibrio.
La direzione dell’attacco monetarista contro la politica fiscale attiva dei keynesiani cambia alla fine degli anni ‘60, rivolgendosi esplicitamente a minare le basi della curva di Phillips attraverso l’introduzione, in quello schema, del livello atteso di inflazione come variabile addizionale nella determinazione del tasso di variazione del salario monetario.
Infatti, nel saggio The role of monetary policy del 1968, Friedman negava l’esistenza nel lungo periodo di un trade-off tra disoccupazione e inflazione nella attuazione della politica economica.
La politica di stabilizzazione del ciclo economico, in questa ottica, passa per le seguenti ineludibili vie (che trovano una evidente Eco in molti tratti delle attuali politiche monetarie propugnate da Bundesbank e, di riflesso, dalla BCE):
1) le autorità possono ridurre la disoccupazione al di sotto del tasso naturale solo nel breve periodo e solo perchè il livello di inflazione non è ancora anticipato in modo corretto. L’ipotesi di aspettative adattive implica aggiustamenti graduali e non immediati delle aspettative e la politica fiscale può ancora essere efficace nel breve periodo;
2) qualsiasi tentativo di tenere il livello della disoccupazione al di sotto del suo tasso naturale produce solo una accelerazione della inflazione;
3) se si intende ridurre il tasso naturale di disoccupazione e quindi aumentare il livello dell’output è necessario perseguire politiche dal lato dell’offerta per migliorare la struttura e il funzionamento del mercato del lavoro piuttosto che politiche dal lato della domanda;
4) il tasso naturale di disoccupazione, (come abbiamo visto), è compatibile con qualsiasi tasso di inflazione che a sua volta è determinato dal tasso di espansione monetario come postulato dalla teoria quantitativa. Data la convinzione che l’inflazione è essenzialmente un fenomeno monetario dovuto ad un eccesso di crescita monetaria, i monetaristi affermano che l’inflazione può essere ridotta solo riducendo il tasso di crescita della offerta di moneta."

E’ importante vedere che, in tal modo, si perfezionò un’operazione a carattere “metonimico”: si attribuì al mercato del lavoro l’inflazione dovuta agli shock petroliferi degli anni ’70, quando in effetti l’assetto del lavoro, assistito dalla linea redistributiva variamente sancita nelle Costituzioni (globalmente definite come “rigidità” contrarie all’equilibrio naturale), era soltanto responsabile della limitazione dei profitti (in situazione di ciclo negativo), cioè, in pratica, della simmetrica distribuzione delle conseguenze recessive dell’inflazione petrolifera anche sul lato del capitale. 
In effetti la restaurazione del modello neo-classico assolve a questa funzione di contro-distribuzione del rischio delle ricorrenti crisi economiche, e in generale della ricchezza, e, in definitiva, di revisione profonda del ruolo dello Stato in quanto ostacoli, con le sue proposizioni costituzionali, questa funzione. 

4- NUOVA MACROECONOMIA CLASSICA (LUCAS: POST FRIEDMAN).
Compiutasi la “rimozione” ideologica del fallimento del mercato, e aperta così la via alla traslazione dei costi delle crisi cicliche a carico del solo fattore lavoro, la nuova macroeconomia classica affida la sua demolizione della teoria keynesiana ad una sua “contestualizzazione storica”, interpretando Keynes- e ancor più il portato della Costituzioni- come il riflesso di un dato assetto politico, transeunti e intrinsecamente denunziato come “non ottimale”.

Durante gli anni settanta e la Nuova Macroeconomia Classica (NMC), si pone l’obiettivo di dimostrare PER ALTRA VIA il naufragio della sintesi neoclassica, in modo però da recuperarla sia sotto il profilo teorico, sia dal punto di vista delle conseguenze in termini di politica economica.
La base di riferimento è ancora quella del monetarismo di Friedman, ma i contributi di R. Lucas e di altri autori rivolti a mettere in discussione anche la curva di Phillips aumentata per le aspettative, tendono a negare qualsiasi ruolo per le politiche fiscali e monetarie.
Per poter attaccare così profondamente le tesi keynesiane, la NMC ha però bisogno di ripristinare alcune assunzioni proprie della teoria classica e di modificarne alcune già presenti nel monetarismo di Friedman. In particolare:
a) tutti i prezzi, compresi i salari, sono perfettamente flessibili sia verso il basso sia verso l’alto e il modello è di tipo walrasiano
b) l’ipotesi di aspettative adattive considerata da Friedman viene rimpiazzata da quella di “aspettative razionali”...
La conseguenza fondamentale del ragionamento di Lucas è quindi che politiche pubbliche anticipate non possono influenzare la produzione reale e l’occupazione, ma solo le variabili nominali. Osservata da un altro punto di vista, la conseguenza è che solo politiche imprevedibili o shock inattesi possono determinare variazioni delle variabili reali e portare temporaneamente il sistema in squilibrio, con la produzione e l’occupazione al di sopra dei loro valori naturali. Dovrebbe però essere chiaro che ciò esclude qualsiasi ruolo per le politiche di intervento pubblico a fini di stabilizzazione.

 In particolare, la sintesi neoclassica individua tre casi principali a cui si può ricondurre la validità della tesi keynesiana:
a) se gli investimenti sono poco sensibili al tasso di interesse, cioè nel caso di IS particolarmente rigida;
b) se esiste una trappola della liquidità, nel senso sopra osservato;
c) se i salari monetari sono rigidi verso il basso, cioè se il processo classico di aggiustamento, in presenza di disoccupazione, fosse bloccato nella sua fase  iniziale.
Per la sintesi neoclassica sono questi gli unici elementi in grado di interrompere i nessi causali di aggiustamento sostenuti dalla teoria classica e quindi in grado di spiegare l’esistenza di un equilibrio non di piena occupazione.
Da notare che almeno 2 casi su tre, tra quelli indicati, riflettono un assetto politico in cui:
- (caso a) per ragioni determinate proprio dal sistematico intervento pubblico, i tassi di interesse reale tendono ad essere negativi e la disoccupazione è contenuta proprio per l’esistenza programmatica di una spesa pubblica sociale e di una legislazione di protezione del salario e dell’azione sindacale;
- (caso c), analogamente, si è in presenza di un assetto politico in cui la domanda di lavoro è organizzata in un forte sindacato. Ciò è enunciato proprio in termini di “lavoratori che non accettano che il PIL cresca senza che crescano i salari, a prescindere dalla presenza di un certo tasso di inflazione.
Corollario di questa “colpevolizzazione” dell’assetto politico-sindacale, è la diffusione mediatica e politica dell’odio verso il pubblico impiego, settore nel quale la resistenza ad abbandonare il criterio di compartecipazione del lavoro alla crescita della ricchezza nazionale, è stato (finora) più forte, in ragione di vari fattori politici (riassumibili nella vicinanza ai decidenti dell’Esecutivo affidatario delle stesse politiche economiche neo-classiche).

Poiché per la sintesi neoclassica la validità della tesi keynesiana (attivisti della politica fiscale) è da ricondursi ai tre casi speciali sopra evidenziati, i neo-macrosconomisti classici, dichiaratisi  non attivisti abbiano rispetto all’intervento pubblico, sulle inclinazioni delle curve IS e LM,hanno versioni opposte a quelle assunte come enunciato keynesiano.
Essi, infatti, ritengono che la IS sia alquanto piatta (ELASTICA) e la LM piuttosto rigida; il primo caso segnala un elevato valore della elasticità degli investimenti al tasso di interesse; il secondo, invece, riflette la scarsa elasticità della domanda di moneta al tasso di interesse.
In tale contesto la politica monetaria risulta più efficace di quella fiscale, dal momento che l’elevata elasticità della IS rispetto a  i, combinata con una LM rigida, amplificherebbe l’effetto di spiazzamento e ridurrebbe l’effetto globale di una manovra di bilancio espansiva; mentre la ridotta elasticità della LM rispetto a  i, combinata con la elasticità della IS, è in grado di amplificare l’effetto su Y di una variazione dell’offerta di moneta (il che spiega perchè si tenda correntemente a trascurare il moltiplicatore fiscale e ad avere fiducia illimitata nella...BCE, ndr.).

L’ossessiva enfasi posta sullo “spiazzamento” (crowding-out), cioè nella convinzione, deduttiva e mai dimostrata in base alle serie storiche degli indicatori economici che avrebbero potuto confermare tale assunto nella realtà, dà luogo, sempre sul piano ideologico enunciati politici e mediatici) all’idea della spesa pubblica improduttiva come indistinto freno all’ottimale allocazione delle risorse che sarebbe consentita dall’affidamento delle stesse al solo mercato; dogma contemporaneo, di enorme valenza nelle decisioni “europee”, che a sua volta, rimane valido sulla base della esaminata “rimozione” del fenomeno del fallimento del mercato.

Il culmine della sintesi neoclassica, ma per certi versi anche il suo superamento, si raggiunge dopo la pubblicazione, nel 1956, di un fondamentale contributo di D. Patinkin e l’elaborazione teorica del concetto di “effetto saldi reali”(real balance effect).
L’effetto saldi reali è, nella concezione di Patinkin, l’effetto potenziale che sulla domanda aggregata potrebbe essere esercitato dall’accrescimento delle disponibilità monetarie reali detenute dagli individui a seguito di una caduta del livello dei prezzi, a partire da una situazione di pieno impiego. Maggiori disponibilità monetarie reali, afferma Patinkin, potrebbero generare un aumento della domanda aggregata e un conseguente aumento della produzione e dell’occupazione, sino a che l’equilibrio di pieno impiego non sia ristabilito.
...Il contributo di Patinkin tende a riaffermare la neutralità della moneta, cioè l’assenza di effetti reali a seguito di modificazioni delle variabili monetarie. In secondo luogo, l’utilità della politica fiscale sembrerebbe venire meno: con le ipotesi di Patinkin e la capacità dell’effetto saldi reali di far fronte a due dei tre casi speciali identificati dalla sintesi neoclassica, la necessità di politiche fiscali espansive sarebbe limitata ai casi di rigidità dei salari, cioè alla rimozione di una delle ipotesi sulle quali si regge lo schema di Patinkin.
Tuttavia, lo stesso Patinkin afferma che l’effetto saldi reali potrebbe essere in realtà troppo debole per garantire il raggiungimento di una situazione di pieno impiego; ne consegue che le politiche keynesiane potrebbero mantenere un ruolo importante nella misura in cui possano accelerare il naturale manifestarsi dell’effetto saldi reali o supplire al loro mancato verificarsi."

5- STRUMENTI NMC DI POLITICA ECONOMICA E DOTTRINA DELLA BC INDIPENDENTE.
L’impianto teorico dei nuovi classici ha prodotto, quindi, conseguenze non trascurabili sulla efficacia degli strumenti di politica economica:
A) in primo luogo, come osservato in precedenza, la NMC implica l’inefficacia di politiche fiscali e monetarie sistematiche e anticipate, cioè anticicliche per via di intervento pubblico.
B) in secondo luogo, e in conseguenza della proposizione di inefficacia DELLE POLITICHE MONETARIE E FISCALI, l’operatore pubblico, e soprattutto le autorità monetarie, devono preoccuparsi di controllare il tasso di inflazione e applicare una politica stabile che segua il tasso di crescita naturale dell’economia.
C) In terzo luogo, l’unica politica perseguibile per aumentare il reddito e ridurre la disoccupazione in modo permanente è quella dal lato degli incentivi di tipo microeconomico per le imprese e per i lavoratori, che producano miglioramenti strutturali dal lato dell’offerta e non dal lato della domanda.
Questa affermazione fornirà la base per lo sviluppo, negli anni Ottanta, delle tesi della supply side economics, rivolte a sostenere la necessità di intervenire non con politiche di sostegno della domanda aggregata, ma direttamente sulle determinanti del tasso naturale di crescita dell’economia".
Questa proposizione può spiegare anche l’ostilità recente verso la stessa incentivazione pubblica “diretta” all’investimento (Giavazzi): anche sussidiare con spesa pubblica l’investimento comporta una “spiazzamento”, diminuendo l’efficienza nella scelta di investimenti non liberamente effettuata in base al naturale comporsi delle esigenze di mercato, dovendo limitarsi ogni intervento pubblico alla riforma del mercato del lavoro ed alla attenuazione dei suoi costi fiscali e contributivi.

D) INFINE, in contrasto sia con i keynesiani sia con i monetaristi, i nuovi classici affermano che nel caso di una politica monetaria restrittiva credibile, affinchè gli agenti economici rivedano immediatamente le loro aspettative sui prezzi verso il basso sicchè una politica deflattiva potrà essere rapida e senza conseguenze rilevanti in termini di disoccupazione e di reddito (insomma, ossessionati dalla "curva di Philips" la confutano perchè sanno che...è corretta: inflazione significa potere contrattuale sul lato salariale e quindi l'unica preoccupazione monomaniacale è combatterla, facendo delle politiche deflattive l'unica ipotesi considerata, ndr) .
Per rafforzare la credibilità della politica monetaria è necessario evitare la possibilità di discrezionalità nella sua attuazione. A questo scopo si auspica l’assegnazione della competenza sulla politica deflazionistica ad una autorità indipendente come la banca centrale.

5- IL VERO SIGNIFICATO DELLA DOTTRINA DELLA BC INDIPENDENTE.
In realtà la neutralità della politica monetaria (affidata alla BC indipendente) non svolge gli EFFETTI DIRETTI DICHIARATI nel contenere-ridurre l’inflazione.
Questo perché la sottesa teoria quantitativa della moneta (eccesso di offerta come causa dell’inflazione, abbracciata da Bundesbank e imposta a BCE), ovvero la teoria della presunta rigidità della curva LM (rispetto a al tasso di interesse) nei fatti E’ SMENTITA DALLA NATURA ENDOGENA DELLA MONETA. Cioè, empiricamente tutto conferma che la quantità di moneta complessiva dipende dalla formazione e dal livello dei prezzi e non viceversa.

Piuttosto il vero obiettivo di tale dottrina è L’EFFETTO COLLATERALE, FINANZIARIO PUBBLICO, ritenuto capace di AGIRE SULL’INFLAZIONE nel modo redistributivo voluto. Più specificamene è l’effetto sul contenimento salariale e quindi sulla crescita, vista come obiettivo recessivo in favore della “stabilità finanziaria e dei pressi”. Cioè:
1)        la BC non finanzia-monetizza il deficit pubblico, il che comprime naturalmente il risparmio privato perché
2)        rende più costoso l’onere del debito ed induce a comprimere la spesa pubblica primaria (il che riafferma il valore ideologico del crowding-out, cioè della ipotizzata maggior efficienza dell’allocazione delle risorse ai privati, derivata dalla presunta elasticità degli investimenti rispetto al tasso di interesse);
3)        si ottiene così di sterilizzare progressivamente l’intervento pubblico e di avere una crescente disoccupazione, (non correggibile con espansione fiscale)
4)        la quale disoccupazione crescente (intesa come naturale) diminuisce come tale il livello salariale e quindi l’inflazione.
DA NOTARE: tutti gli effetti così perseguiti confermano implicitamente la Curva di Philips keynesiana, che di facciata tale teoria intende confutare.
Inoltre, si disattivano ex post, cioè come imposizione istituzionale (self-fulfilling prophecy) e non come tendenza empiricamente verificabile, 2 casi su 3 di validità (ammessa) della teoria keynesiana:
1)        curva IS rigida: cioè investimenti poco sensibili al variare del tasso di interesse. “Sensibili” lo ridiventerebbero in quanto rafforzate le aspettative razionali di nulla o negativa variazione dell’inflazione. Ciò sebbene la crescita dovuta al “ripiazzamento” di risorse per investimenti privati non si sia ancora vista, cioè registrata in differenziali di crescita superiori a quelli in precedenza realizzati: le serie storiche del PIL, successive alla progressiva applicazione di tali teorie, indicano invece il contrario;
2)        rigidità verso il basso dei salari (neutralizzando le resistenze del calcolo inflattivo per l’accrescita disoccupazione).

ORA TUTTO SI IMPERNIA SU QUESTO ASPETTO COMPLEMENTARE-ISTITUZIONALE della politica monetaria “credibile” (cioè solo anti-inflattiva in funzione delle aspettative razionali “esatte”).
E, in termini pratici, SUL DIVIETO DI FINANZIAMENTO AGLI STATI DA PARTE DELLE BC. Finanziamento diretto che non descrive la funzione di “Lender of last resort”, che è, invece, una valvola di sicurezza residuale per il caso di grave crisi di liquidità e, inoltre, riguarda anzitutto il sistema bancario (e non lo Stato).
E’ INVECE UN “DIVIETO DELLA FUNZIONE DI TESORIERE DEL GOVERNO”, naturale quando questo sia titolare della politica monetaria.

Va poi osservato che, in teoria, una moneta unica sarebbe realizzabile SENZA APPLICARE LA DOTTRINA DELLA BC INDIPENDENTE, trasferendo la politica monetaria dai governi nazionali che danno luogo all’OCA ad un Governo federale (che tra l’altro dovrebbe essere comunque il principale titolare della politica fiscale; nella teoria dell’OCA correttamente intesa).

EBBENE: SOLO L’UEM HA REALIZZATO IL MODELLO PURO DI BC INDIPENDENTE (MONETARISTA E NEO-MACROECONOMICO CLASSICO). PERCHE’ L’HA FATTO MEDIANTE UNA PREVISIONE SUPER-NORMATIVA, PARACOSTITUZIONALE.
Quindi solo l’UEM crede che le aspettative razionali governino effettivamente l’equilibrio economico, garantiscano la piena occupazione, intesa come “disoccupazione naturale” (multi equilibrio); e solo l’UEM crede che sia senza conseguenze per la crescita perseguire incondizionatamente la deflazione per via salariale; come pure che lo spostamento delle risorse dalla spesa pubblica al sistema privato sia garanzia incontestabile di efficiente allocazione delle risorse (e di crescita).

Nel resto del mondo ciò non vige ad un equiparabile livello normativo, con tale rigidità –se non come conseguenza dell’esportazione politica del modello UEM (paesi est europeo)- ed è stato sostanzialmente applicato come criterio di opportunità politica suscettibile di rivedibilità altrettanto politica (cioè al più cambiando una mera legge e non una fonte superprimaria).
E I FATTI CHE STANNO ACCADENDO NEGLI ULTIMI MESI LO DIMOSTRANO.
LA DOTTRINA è IN FATTO O IN DIRITTO POSTA GENERALMENTE IN DISCUSSIONE A LIVELLO DI INDIRIZZO POLITICO GENERALE in materia economico-finanziaria (riappropriato dai governi).
Piu’ in generale TUTTI GLI STRUMENTI DI POLITICA ECONOMICA TEORIZZATI DALLA NMC SONO RINNEGATI O CONTRADDETTI DAI PIU’ IMPORTANTI PROTAGONISTI DELLA ECONOMIA MONDIALE (Usa, UK, Giappone, Russia, Brasile, ab origine dalla stessa Cina ecc.)





14 commenti:

  1. Chiarissimo e utile Dispiace non averlo potuto ascoltare di persona B

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  2. Ottimo, complimenti ancora.
    Solo una correzione: La UEM (intesa come dirigenza) non crede affatto a queste deliranti teorie. Le follie di Lucas & co. altro non sono che un ridicolo paravento pseudoscientifico per la loro folle ideologia reazionaria.

    La mia piu' che una correzione , ovviamente, immagino sia il modo "di esplicitare" un sott' inteso alla tua bella relazione.

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    1. D'accordo: ma in realtà non credevo di non averlo esplicitato. Se ti rifeisci al grassetto finale, nel contesto, appare "enfatico" messo in relazione con vari altri passagi,ad es;
      "In effetti la restaurazione del modello neo-classico assolve a questa funzione di contro-distribuzione del rischio delle ricorrenti crisi economiche, e in generale della ricchezza, e, in definitiva, di revisione profonda del ruolo dello Stato in quanto ostacoli, con le sue proposizioni costituzionali, questa funzione."

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  3. Come farebbe un modello creato dall'uomo ad autoregolamentarsi seguendo aspettative razionali ?
    Senza empirismo non c'è scienza. Ergo dal 1600 la scienza si basa su un metodo empirico (Bacone Galielo), le evidenze empiriche, e appunto lo stesso concetto di scienza, sono in totale contrasto con le teorie neoclassiche.
    Insomma in questo dialogo sui massimi sistemi del mondo, economico , alla fine, il sistema che più si avvicina ad un modello eliocentrico, per un un osservatore attento, resta quello Keynesiano.
    A mio avviso una banca centrale indipendente non può coesistere con uno Stato Sovrano, c'è una contraddizione in termini, o lo Stato è sovrano o la banca è indipendente (il potere di una banca centrale è indubbio, può influire , e lo vediamo, sulle decisioni di uno Stato, a tal punto, che esso , non puo' più dirsi sovrano).


    Grazie per la festa di sabato e per l'ospitalità, mancavano solo I ching :).

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    1. C'hai ragggione. Ma appena sei a Roma in un'altra occasione (a tua scelta)facciamo le consultazioni. Anzi, potremmo fare un minisessione collettiva con chi (ovviamente nei paraggi), fosse interessato a interrogazioni "frattaliche" et similia :-)

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    2. Certo buona idea è solo da scegliere un'occasione in cui saremo tutti a Roma visto che si profilano un sacco di Ponti:)
      Comunque adesso che ho scoperto che anche Sofia (personcina deliziosa devo dire:) è di natali castellani, non mi sento più minoranza:)

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    3. Mi accodo qui per ringraziare il prof. Pozzi per la sua relazione e Quarantotto per la "requisitoria pubblico-ministeriale" unita alla squisita l'ospitalità.

      Federico.

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    4. Ciao Federico. Spero che tu abbia visto da vicino e constatato di persona lo "Spirito" che sorregge questa visione delle cose :-)

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  4. Ma della festa equinoziale avete fatto almeno dei video?
    Li avete messi su youtube?
    Altrimenti sono Bacchettate sulle dita !!!!
    :-)

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    1. No. Ci sono solo delle riprese televisive parziali. Che vedremo di capire come riuscire a divulgare.

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  5. Accidenti a questo Keynes. L'abbiamo quasi sistemato, manca solo l'eliminazione della trappola della liquidità. E allora sai che ti faccio? Via il contante, così di materassi non se ne parla più e sui conti correnti posso applicarti un bel tasso negativo, oltre che qualche haircut ogni tanto, così tanto per divertirmi.

    Albert_one

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    1. Scherzando, scherzando (sai sono spiritosi col c... degli altri)

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  6. La dottrina della banca centrale indipendente potrebbe essere spiegata, specie nella declinazione germanica, come una forma di regresso verso forme primordiali di elezioni a suffragio "ristrettissimo". In versioni meno dogmatiche il paradigma dell'indipendenza della b.c. può essere letto comunque come uno sbilanciamento a favore del censo nelle scelte di voto.
    Intanto, contro le emergenti eresie, il gran sacerdote tedesco pronuncia l'ammonimento equinoziale

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    1. Ciao! Beh direi che sul piano delle "forme di governo" è un'esatta descrizione di devolution (involuzione ottocentesca) della democrazia.
      Quanto a Weidmann: lui dice esattamente quello che gli permettiamo di dire, una volta che la dottrina della BC indipendente è portata alle estreme conseguenze dalla privazione totale della sovranità monetaria e anche fiscale. E' come pescare con la dinamite in uno stagno...per lui. Noi però abbiamo chiuso le acque e autorizzato ogni tipo di pesca...

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