sabato 11 gennaio 2020

IL DEFICIT? ININFLUENTE. IL PAREGGIO DI BILANCIO? UNA SCIENTIFICA VIRTU'. IL NUOVO UOMO €UROPEO


1. Con una certa titubanza, ed un elevato scetticismo sulla possibilità che le più varie formazioni politiche italiane possano (voler) accedere a un dibattito approfondito sui motivi della necessità di efficaci politiche anticicliche, torniamo a trattare il problema del deficit pubblico.
Su questo punto, in realtà, ove si assecondino e si intenda rendere incontestabili i postulati economici che soprassiedono alle regole dell'eurozona, avremmo delle certezze che non possono non essere definite come "diritto positivo".
Anzitutto, avremmo l'indicazione costituzionale fornita dal "nuovo" (ormai non più tanto) art.81 della Costituzione, che, come dovrebbe essere notorio, dispone, nelle parti più direttamente rilevanti sul tema del "livello" del deficit (denominato "indebitamento", sottintendendosi, con tale termine, l'annualità e la pertinenza al settore pubblico dello stesso, nell'ambito dei c.d. saldi settoriali della contabilità nazionale):
"Lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.

Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali...
....Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l'equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei princìpi definiti con legge costituzionale."
2. Estremizzando una sintesi, il deficit del settore pubblico non dovrebbe esserci, almeno in condizioni cicliche non avverse.
Si tratta cioè di un predicato (costituzionalizzato) di politica economico-fiscale che assume il pareggio di bilancio come tendenza fisiologica del sistema economico di un certo Stato (nel caso l'Italia). 
Risulta altresì ben noto come tale norma costituzionale non nasca spontaneamente come elaborazione dell'indirizzo politico nazionale, ma sia andata a modificare la diversa originaria previsione dei Costituenti del 1948, in ottemperanza ad un obbligo di recepimento di una (atipica) fonte del diritto europeo, specificamente propria dell'eurozona, il c.d. fiscal compact: che è in realtà denominato "Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell'Unione economica e monetaria", sottoscritto il 2 marzo 2012 (a seguito di una precedente elaborazione che prese le mosse, almeno formalmente, dal c.d. Patto Europlus del 25 marzo 2011, appunto richiamato nelle premesse del trattato, con cui il Consiglio elencava una serie di misure tese ad "aumentare la competitività" dell'unione monetaria).

3. Va anche sottolineato che mentre il trattato intergovernativo in questione è stato ratificato dalla Repubblica italiana con deliberazioni 12 luglio (Senato) e 19 luglio 2012 (Camera), cui è seguita la promulgazione della legge di autorizzazione alla ratifica del 23 luglio 2012, la revisione costituzionale dell'art.81 (e di altri articoli connessi della Costituzione) è stata preventivamente e indipendentemente adottata con legge costituzionale 20 aprile 2012, n.1.
In sostanza, l'Italia, prima ancora di ratificare il fiscal compact, ha non solo provveduto a darvi attuazione nelle sue previsioni essenziali (sopra riportate almeno quanto all'art.81 Cost.), ma lo ha fatto a livello di norma costituzionale (unico paese dell'eurozona ad aver specificamente assegnato al Trattato tale collocazione nell'ambito della propria gerarchia delle fonti nazionali).

3. Tralasciando ulteriori approfondimenti di questa ricostruzione storico-politica e normativa - che segnalerebbe anche ulteriori "peculiarità", storiche e congiunturali, dell'adeguamento italiano alla regola europea del pareggio di bilancio -, la "liceità" di un deficit, cioè di un bilancio annuale non in pareggio, è dunque soggetta alla duplice condizione di un ciclo economico avverso e delle ricorrenza di eventi eccezionali (la legge attuativa del fiscal compact prevista dall'art.5 della legge costituzionale n.1/2012, precisa poi tali evenienze, organizzando un sistema di verifiche preventive e consuntive degli andamenti della finanza pubblica, articolato sui vari concetti normativizzati di "scostamenti", gravi recessioni economiche, crisi finanziarie e tipologie di eventi eccezionali).

4. La rilevanza del concetto di ciclo economico rispetto allo scostamento dal criterio del pareggio di bilancio, nonché il modo in cui si misura, tra varie possibili descrizioni teorico-economiche, tale scostamento,  risultano perciò di importanza fondamentale.
Una cosa però emerge con evidenza: la visione macroeconomica assunta come (super)vincolo normativo (sia perché derivante da una fonte intergovernativa disciplinante il regime dell'eurozona, sia perché il recepimento è stato posto nella citata legge costituzionale, modificando lo stesso testo costituzionale), implica che la fisiologia dell'azione dello Stato sia quella di svolgere la sua complessiva funzione di perseguimento dei suoi fini essenziali in condizione di pareggio di bilancio
Ora, va anzitutto notato, questa regola è stata finora acriticamente recepita - e peraltro neppure mai osservata fino in fondo -, senza alcuna verifica della compatibilità della stessa condizione finanziaria di pareggio di bilancio con la fissazione dei fini essenziali della Repubblica italiana da parte di norme costituzionali che, secondo la (ormai contraddittoria) giurisprudenza della Corte costituzionale, avrebbero (tutt'ora) natura di principi fondamentali non soggetti a revisione costituzionale (, in quanto caratterizzanti ad substantiam la stessa forma repubblicana ai sensi dell'art.139 Cost. (cioè dovendosi assumere tali principi come suoi elementi costitutivi ed essenziali).  

5. L'incoerenza di un'attuazione del fiscal compact, per di più recepita a livello costituzionale, con la previa assenza di qualsiasi verifica circa il rispetto dei limiti di modificabilità del testo costituzionale ad opera dello stesso procedimento di revisione, ha condotto, e condurrà sempre di più, ad un corto circuito di continui conflitti interni, potenziali e attuali, tra norme di rango costituzionale, che non ha finora trovato una soluzione nella giurisprudenza della Corte costituzionale: quest'ultima muove da una risalente e incompleta considerazione degli effetti dei trattati europei, a maggior ragione in quanto modificatisi nel corso di svariati decenni, che ha via via amplificato la sua inadeguatezza nel valutare la compatibilità degli effetti sociali, occupazionali e politico-istituzionali dell'applicazione del complessivo diritto europeo rispetto ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana.
Questo tema è stato più volte affrontato, (dando anche luogo ai due testi "Euro e (o?) democrazia costituzionale" e "La Costituzione nella palude"), segnalando come, in definitiva, la stessa Corte non appaia, oggi più che mai, culturalmente e scientificamente attrezzata per fronteggiare l'aporia organicamente instauratasi tra una Costituzione sociale a fondamento lavoristico, quale indubbiamente è quella del 1948, e un principio, il pareggio di bilancio, che, come tutta la più ampia disciplina della finanza pubblica assunta nei trattati europei, corrisponde ad una visione dell'assetto sociale, economico e fiscale, di tipo neo-liberale (visione che, secondo lo stesso Mortati, fin dal suo primo commento sull'opera svolta dai Costituenti, era ritenuta incompatibile con il fine, ritenuto essenziale nella fase Costituente, di poter coniugare "democrazia politica e democrazia economica", parlando egli, appunto, di "superamento del liberismo"; cfr; qui, p.7.1.).

6. I trattati, come si è altrettanto segnalato, rinviano esplicitamente ad un'organizzazione sociale, e degli stessi poteri pubblici, fondata sulla forte competizione economico-commerciale tra gli stessi Stati aderenti all'Unione nonché sulla stabilità dei prezzi: questi due elementi normativi "supremi" (risultando, gli altri fini indicati nelle norme fondamentali dei trattati, delle connotazioni "decorative" e posticce, quindi di tipo cosmetico e prive di effettiva operatività regolatoria) si concretizzano in un bias deflazionista (inarrestabile) che connota un concetto di "piena occupazione" costruito in stretta dipendenza da quello di "competitività" e strettamente subordinato agli obiettivi di contenimento dell'inflazione (cioè ad una crescita fondata sull'accrescimento delle esportazioni in modo assolutamente preferenziale). 
Di tale impostazione la moneta unica è la cerniera più forte, avendo come perno una banca centrale cui è precluso ogni ruolo sia di prestatore di ultima istanza, cioè di garante della stabilità finanziaria dell'area (in definitiva, cioè, di garante del risparmio depositato dai cittadini nelle banche dei paesi aderenti all'eurozona), sia di tesoriere, cioè di garante del debito pubblico emesso dai vari Stati aderenti e, peraltro, in strutturale competizione tra loro (dunque, anche sotto il profilo dell'accesso al finanziamento dei mercati). 

7. Il fatto dunque è che il pareggio di bilancio trova una giustificazione nell'accogliere come definitiva ed incontestabile una teoria economica che affonda le sue radici nel liberismo ottocentesco e si propaga ai nostri giorni sulla scorta di una riedizione restaurativa (e matematizzata) di un assetto sociale che non solo era ritenuto fallimentare ai tempi della nostra Costituente (il che, giunti al punto attuale di evoluzione, a rapporti di forza politico-internazionali ormai consolidati, pare essere senza conseguenze pratiche), ma che sta nuovamente fallendo, sia rispetto agli obiettivi dichiarati sia rispetto alla sua stessa tenuta politico-istituzionale
E ciò sta trascinando il continente europeo, di là dello stesso svuotamento del processo elettoralein un nuovo terreno di repressione sociale e di irrigidimento del controllo mediatico-culturale. 
Un controllo mediatico-culturale e uno svuotamento del processo elettorale, che tale teoria economica postula geneticamente e che costituisce un caposaldo della stessa teoria liberale, in ogni tempo, e del suo atteggiamento "strumentale" verso i parlamenti elettivi; uno svuotamento che è ben evidente, ma che al tempo stesso non evita, nelle stesse elites, i timori per la perdita del controllo di tale processo e, quindi, di ogni parvenza, anche solo transitoria, di consenso.  

8. Riassumiamo la sostanza dei ragionamenti economici che conducono a propugnare il pareggio di bilancio. E lo facciamo ricorrendo a un "vecchio" post di Francesco Lenzi:
Il deficit di bilancio, secondo la consolidata impostazione neoclassica, sarebbe ininfluente sul reddito di una Nazione.
A sostegno di tale affermazione è comunemente riportato il concetto di “equivalenza ricardiana” (J. Buchanan 1976). 
Secondo i lavori sviluppati da Ricardo (1821) e successivamente da Barro (1974), si è venuta a consolidare l’assunzione secondo la quale il deficit pubblico e di conseguenza il debito pubblico sia, nel migliore dei casi, neutrale rispetto alla capacità del sistema economico di creare reddito nel lungo termine.
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Se uno Stato spende più di quanto incassa, sarà costretto prima o poi ad incassare più di quanto spenderà e quindi ad aumentare proporzionalmente le tasse. Per tale ragione il debito pubblico potrebbe essere considerato al pari di un’imposta patrimoniale sui privati, intesa come valore attuale di tutte le tasse che in futuro verranno richieste in più per rimborsare il debito pubblico.
La spesa a deficit dello Stato, quindi, non migliorerebbe la posizione patrimoniale dei privati nel lungo periodo. 
Inoltre, a causa dell’inevitabile aumento delle imposte che dovrà avvenire in futuro per ripagare tale debito, gli stessi privati vorranno risparmiare oggi una quota maggiore del loro reddito per far fronte al successivo inasprimento fiscale (Barro, 1974) determinando, anche nel breve periodo, un effetto contrario a quello espansivo del deficit pubblico.
La spesa pubblica poi spiazzerebbe quella privata secondo il fenomeno del crowding out e quindi, non aggiungendo niente alla domanda aggregata, verrebbe spiazzata quella privata a favore di quella pubblica (che secondo l’impostazione neoclassica è più inefficiente). 
L’impossibilità da parte dello Stato di far deficit, secondo questa impostazione, garantirebbe pertanto un maggior accumulo di risorse da parte del settore privato, che è in grado di effettuare un’allocazione in maniera più efficiente delle stesse. (secondo questa impostazione è quindi possibile comprendere lo schema precedente riguardo al controllo sulla dinamica del debito pubblico da realizzarsi attraverso le misure di Euro Plus pact).

La critica principale a questo tipo di ragionamento si incentra sull’assunto di base secondo cui lo Stato non possa aggiungere niente più alla domanda aggregata di pieno impiego (come generalmente era considerata intorno gli anni ’70).
Ma con una disoccupazione che, ormai da 30 anni, è stabilmente sopra la soglia minima del pieno impiego, siamo veramente convinti che il settore privato, autonomamente riesca a raggiungere il pieno impiego?

9. Il problema, al tempo in cui Francesco operava questa ricostruzione, pareva correttamente ponibile in questi termini.
Ma, nel frattempo, nella realtà politica (delle decisioni governative e delle leggi parlamentari) aveva operato l'insieme delle regole applicative del fiscal compact.
E dunque, quella concezione di "piena occupazione", subordinata alla stabilità dei prezzi (e certamente "aliena" all'idea dei Costituenti), ha potuto ottenere la sua realizzazione normativa e divenire un potente fattore di ridisegno della società. 
E della democrazia.
In altri termini, anche se gli italiani non se ne sono accorti; anche se la disoccupazione nei suoi termini statistici è rimasta stabilmente più elevata rispetto al periodo pre-crisi; anche se la c.d. quota salari rispetto al Pil ha continuato a diminuire; anche se il precariato di pseudo-occupati e di working poors è aumentato a dismisura; anche se l'inflazione non ha mai raggiunto, in Italia certamente, il target inflattivo stabilito per giustificare l'azione monetaria "espansiva" della BCE e, anzi, ha iniziato drammaticamente a discendere nell'ultimo anno; anche se la ripresa degli investimenti rispetto ai livelli pre-crisi (finanziaria e austero-montiana), non si è minimamente verificata, e anzi si è perso un quarto della produzione industriale e una quota anche superiore del manifatturiero; insomma, nonostante tutto ciò, l'economia italiana godrebbe (all'incirca...) della sua massima salute "possibile".
Naturalmente tale valutazione, che prima che economica risulta politico-sociale (nonostante la sua matematizzazione), emerge applicando le regole €uropee del fiscal compact e delle deliberazioni applicative Ecofin che lo hanno reso in concreto operativo.
Sostanzialmente, una profezia normativa, circa la ragionevolezza e la "eticità" del pareggio di bilancio:, cioè una scelta politica che implica delle regole qualificatorie della realtà sociale e eliminatorie di ogni discrezionalità delle istituzioni nazionali emergenti dalla rappresentanza democratica, assistite da sanzioni (de jure, quali le procedure di infrazione, scandite e conclamate dinnanzi al mondo intero de "i mercati", per apporre un sigillo "umiliante" sui popoli non credibili e che vogliono vivere "al di sopra delle loro possibilità", e de facto, come gli spread, altro volto del ruolo atipico assegnato alla BCE, tra tutte le banche centrali del mondo). 
Una profezia normativa che, non senza una certa abilità (comunicativa) viene congegnata per essere, come vedremo, auto-avverantesi.


9.1. Ed in effetti,, il parametro a cui si fa riferimento nel valutare, in definitiva, la piena occupazione dei fattori della produzione (lavoro e capitale), e quindi nel corroborare la teoria del pareggio di bilancio fondata sulla inefficienza del deficit pubblico a determinare un maggior livello di prodotto,- appunto, sul presupposto del raggiungimento della "piena occupazione"...per incorporazione statistica dello staus quo -,   è quello di deficit strutturale; che si collega a quello di Pil potenziale (e di output gap). 


"Il termine “strutturale” accoppiato alla parola “deficit” identifica una specifica fattispecie: la differenza tra le entrate e le spese dello Stato al netto delle circostanze cicliche (peggioramento della congiuntura) e delle misure una tantum (misure imprevedibili come catastrofi naturali o emergenze sociali come l’immigrazione). 
Il deficit strutturale, dunque, rappresenterebbe la condizione dei conti pubblici di un Paese in corrispondenza del PIL potenziale, vale a dire in corrispondenza di una situazione in cui l’economia riesce ad impiegare tutte le risorse di cui dispone – lavoro e capitale – senza generare pressioni inflazionistiche. Per l’Italia, che è un Paese con elevato debito pubblico, le regole europee prescrivono un deficit strutturale pari a zero.
Il PIL potenziale di un’economia non è una grandezza osservabile, ma va stimato sulla base delle risorse a disposizione dell’economia. La stima di questo valore è fonte di grande incertezza, statistica e teorica, tanto da aver dato vita ad un apposito gruppo di lavoro presso la Commissione Europea chiamato Output Gap Working Group (OGWG).
L’OGWG, infatti, utilizza il metodo cd. “della funzione di produzione” per stimare il PIL potenziale (D’auria et al., 2010). 
La funzione di produzione utilizzata dalla Commissione è una funzione Cobb-Douglas a rendimenti costanti, in cui il prodotto potenziale è funzione dello stock di capitale potenziale, della disponibilità di lavoro e della cosiddetta produttività totale dei fattori, TFP, o residuo di Solow, che rappresenta il progresso tecnico di un’economia. Stando a documenti ufficiali prodotti dalla Commissione (Havik et al., 2014) il PIL potenziale costituisce il miglior indicatore composito dell’offerta aggregata di un’economia e il suo scopo è quello di indicare una crescita sostenibile e non inflazionistica. Una concezione, propria della teoria neoclassica, che vede il PIL potenziale come determinato unicamente da fattori di offerta, al più modificabile solo grazie a shock tecnologici o di natura strutturale.
Un punto fondamentale su cui focalizzarsi è il concetto di crescita non inflazionistica, che si basa su un tasso di disoccupazione “strutturale” calcolato anch’esso dalla Commissione Europea: il NAWRU (non accelerating wage rate of unemployment), cioè il tasso di disoccupazione in corrispondenza del quale il tasso di crescita dei salari nominali non accelera.
Questo tasso di disoccupazione è considerato “strutturale” in quanto connaturato ad un certo sistema economico, come se fosse il risultato di determinati fattori che vanno a caratterizzare una economia: legislazione del mercato del lavoro, andamento demografico etc.
Il NAWRU, è bene ricordarlo, è una grandezza oggetto di diverse controversie teoriche (Stockhammer, 2006; Stirati, 2016) ed è stato oggetto di ripensamento e modificazione, sia teorica che empirica (Ball et al., 2009). Secondo la letteratura tradizionale, essendo un indicatore strutturale, esso non può essere modificato da politiche discrezionali dal lato della domanda, ma può essere influenzato solamente da politiche strutturali, appunto, come la modificazione, quasi sempre in senso flessibilista, delle istituzioni che presiedono al mercato del lavoro. [1]
Questo tasso di disoccupazione rappresenta una situazione di spartiacque tra situazioni di inflazione crescente e di deflazione crescente. Quando il tasso di disoccupazione effettivo eguaglia il NAWRU il tasso di crescita dei salari nominali, secondo la teoria, non dovrebbe accelerare; quando ad esempio il tasso di disoccupazione effettivo è inferiore al NAWRU il tasso di crescita dei salari monetari, secondo la teoria, dovrebbe invece accelerare. I modelli che prendono in considerazione questa grandezza dividono l’analisi in due parti: come ben evidenziato anche nell’ultimo articolo di Viscione (2018), nel breve periodo viene accettata l’idea che possano esservi fasi in cui il tasso di disoccupazione effettivo differisce dal NAWRU, ma nel lungo periodo si suppone che il sistema tenda verso il NAWRU, che viene messo alla stregua di un punto attrattore per il sistema economico.
Nel caso di tasso di disoccupazione effettivo diverso dal NAWRU si viene a configurare una situazione di unemployment gap, cioè di differenza tra la disoccupazione effettiva e quella giudicata strutturale. Questo gap nella disoccupazione si riverbera in un gap tra il PIL potenziale e il PIL effettivo. Tale differenza va a definire una grandezza fondamentale per le correzioni di finanza pubblica indicate da Bruxelles: l’output gap.
Tanto più l’output gap è elevato in valore assoluto, tanto più la Commissione permette all’Italia di fare deficit perché si ritiene che lo iato tra le due grandezze sia destinato ad assorbirsi nel corso del tempo, attraverso una quasi automatica tendenza del prodotto effettivo a quello potenziale. In una situazione del genere, dunque, la Commissione attribuisce al deficit una natura ciclica, che potremmo definire giustificata dalla congiuntura economica. Al contrario, quanto più il gap tende a chiudersi, tanto più l’Italia deve ridurre il proprio deficit convergendo verso il rispetto del saldo strutturale di bilancio in pareggio, visto che in corrispondenza di una situazione in cui l’economia si esprime al massimo potenziale l’Italia non può avere un disavanzo pubblico. Un metodo del genere risulta essere di non semplice interpretazione: infatti, seguendo MEF (2009), nella realizzazione delle politiche economiche, i policy-maker dovrebbero essere in grado di distinguere la natura congiunturale del deficit rispetto a quella strutturale.


9.2. Approfondiamo il tema con alcune osservazioni ed alcune domande sollevate in questo scritto di Aldo Barba (che vale la pena di leggere integralmente):

"...Nonostante la metodologia approvata dal Consiglio ECOFIN miri, attraverso l’uso di una funzione di produzione, a fare della nozione di crescita del prodotto potenziale qualcosa di più che una semplice estrapolazione del trend di crescita dagli andamenti ciclici della produzione effettiva, essa resta poco più che una media dei tassi di crescita registrati negli anni precedenti.
...
Una seconda e più sostanziale considerazione investe invece il significato da attribuire ad una nozione di crescita potenziale pari all’andamento medio della crescita effettivamente registrata. 
Che vi sia una relazione tra produzione effettiva e produzione potenziale, quali che siano i limiti di misura della produzione potenziale, è cosa innegabile, dal momento che difficilmente le risorse produttive possono crescere permanentemente ad un tasso maggiore della produzione effettiva, essendo la seconda innanzitutto destinata a riprodurre le prime. 
La questione centrale è piuttosto un’altra: è la produzione potenziale a vincolare quella effettiva oppure il contrario? Per usare l’espressione della BCE, se la produzione potenziale rappresenta le condizioni dell’offerta e quella effettiva quelle della domanda, è l’offerta a vincolare la domanda oppure il contrario?
...
 Secondo l’Unione, il trend di crescita potenziale è indipendente dalle condizioni della domanda ed è influenzabile dalle sole politiche strutturali del piano Europa 2020
Le riforme contemplate dal piano individuano tre aree di intervento: mercato del lavoro, mercato dei prodotti, innovazione e conoscenza
Quelle relative al mercato del lavoro mirano al contenimento delle imposte sui salariati, da conseguirsi attraverso la riduzione dei contributi pensionistici ed uno spostamento del carico fiscale dal lavoro ai consumi. 
L’obiettivo dichiarato di queste misure è quello di accrescere, al contempo, il margine di profitto e il salario netto.

Tuttavia, difficilmente i salariati possono beneficiare della minor imposizione, a prescindere dalla loro forza contrattuale: se i salariati fossero infatti in grado di preservare i precedenti livelli salariali al lordo dell’imposizione, questo incremento sarebbe in ogni caso fittizio, traducendosi in minor salario differito e in forme contributive più regressivese, al contrario, e come le attuali condizioni distributive lasciano realisticamente pensare, il salario al lordo delle imposte si riducesse,con la detassazione, l’alleggerimento del carico fiscale sul lavoro si tradurrebbe in un minor salario netto

Lo slogan “detassare l’impresa e il lavoro per accrescere la competitività” deve essere pertanto correttamente inteso come un mutamento del carico tributario tutto a favore dei margini di profitto, visto che, nel caso più favorevole ai salariati, lascerebbe immutate le retribuzioni nette.
Le misure relative al mercato dei prodotti dovrebbero conseguire la riduzione del mark up sui prodotti finali e quella dei costi amministrativi, rimandando quindi ad un ulteriore recupero dei margini di profitto da ottenersi grazie ad una riduzione dei redditi misti, dominanti proprio nei settori della distribuzione e dei servizi all’impresa. 

Infine, l’azione volta al rafforzamento dell’innovazione e della conoscenza dovrebbe garantire crediti fiscali e sussidi al settore R&S, considerato strategico al fine di sostenere importanti processi di innovazione di prodotto e di processo. 
10. Ogni problema pare dunque risolto: l'Italia, secondo i più recenti Country Report, avrebbe sostanzialmente colmato l'output gap e si trova in situazione prossima alla piena occupazione. L'inflazione non sia surriscaldata da "eccessi di domanda": l'occupazione è ai suoi livelli (quasi) ottimali e ogni interferenza dell'azione espansiva della finanza pubblica va vista come inefficiente e inflattiva. 
E certamente come non idonea ad aumentare il prodotto interno in modo corretto e stabile. 
Anzi, il deficit risulterebbe destabilizzante, portando a effetti inflattivi determinati dalla creazione di occupazione in attività considerate, per presunzione normativa prima che per verifica empirica, non produttive nonché da pretese salariali eccessive ed ingiustificabili (appunto, denominate "rigidità del mercato del lavoro"): in concreto, ciò si rifletterebbe nel mero aumento del debito pubblico rispetto ad un Pil la cui crescita può essere momentaneamente drogata, ma che, nel medio e nel lungo periodo, porterà a perdita di competitività, aumento delle importazioni e disoccupazione.
11. Nell'intero svolgimento degli assunti a cui rinvia la concezione  europea del pareggio di bilancio e considerando l'intera impalcatura della struttura e delle dinamiche economiche fissate per standard supernormativo dalle istituzioni dell'eurozona, risaltano due "razionali"
a) la crescita si ottiene sempre e soltanto per via della "innovazione tecnologica", ovverosia l'offerta, purché tecnologicamente avanzata, (a prescindere da come tale giudizio sia formulabile in modo oggettivo), trova sempre il modo di determinare la sua stessa domanda (non importa dove, avendosi il "mercato-mondo" globalizzato a disposizione);
b) il consolidarsi statistico di qualsiasi livello di disoccupazione e di qualsiasi livello di trasformazione in capitale produttivo di qualsiasi livello di risparmio nazionale - purché non sia superato in eccesso il target inflattivo e sia garantita una crescita delle esportazioni, che contiene in sé la prova della capacità tecnologica innovativa dell'offerta nazionale -, costituisce "piena occupazione" ai sensi dell'art. 3, par.3 del Trattato sull'unione europea.
Il mancato raggiungimento del target inflattivo per difetto, non rileva: non è prevista, rispetto a questa tautologia statistico-deduttiva, alcuna implicazione negativa della mancata crescita salariale. L'ideale, che viene assunto a dimostrazione della virtù dell'austerità fiscale, è la crescita dell'occupazione con il simultaneo, "curioso", fenomeno della crescita dell'occupazione con un'inflazione stabile o, sempre più frequentemente, in calo.

Anzi: le riforme strutturali devono essere ulteriormente completate, tagliando il welfare, pubblico (pensioni, sanità, istruzione pubblica) in quanto distorsivo ed inefficiente nell'allocazione delle risorse che otterrebbe il settore privato; e, inoltre, riformando, in senso riduttivo del costo del personale e del numero degli occupati (mediante l'innovazione digitale!) il settore della pubblica amministrazione. 
La creazione di posti di lavoro è altrettanto affidata al riformismo strutturale: completare il riassetto del mercato del lavoro è prioritario, aumentando la "certezza" del licenziamento senza causa, affidando alla contrattazione aziendale,, fortemente localizzata e in assenza di intervento pubblico, la determinazione "atomizzata" delle retribuzioni. 
Le tipologie di contratto di lavoro, gli orari e le modalità di svolgimento delle prestazioni, decono essere, in ogni modo e a qualsiasi costo, maggiormente flessibilizzate:, le aspettative di risparmio e di investimento delle famiglie, e le stesse possibilità di consumo, sono una variabile indipendente dall'equilibrio macroeconomico

L'innovazione tecnologica e l'efficiente allocazione delle risorse in assenza di deficit del settore pubblico, provvederanno; chi non si ritrova in questo assetto socio-economico, è un perdente della globalizzazione, un inadatto all'ordine internazionale del mercato. 
Gli si può riservare il reddito di cittadinanza (e la relativa "pensione" di cittadinanza) ma solo se graduata in funzione della "ricchezza", costituita dal retaggio di abitazioni (non importa se ereditate, o fatiscenti, o non riscaldate) e se il "beneficiato" sia sottoponibile alla condizionalità "educativa" della flexicurity. E in ogni modo, il reddito di cittadinanza non deve incentivare un irrigidimento del salario di entrata sul mercato del lavoro, in modo da por fine alla deflazione salariale competitiva da cui dipende l'equilibrio del ciclo economico (statisticamente autoalimentato da qualsiasi livello di crescita e di occupazione che si stabilizzi per un periodo sufficientemente significativo).

11.1. Solo se e quando si sarà creato lo spazio fiscale risultante dalla completa attuazione delle riforme strutturali, e quindi quando sarà posta sotto controllo la spesa per pensioni, stipendi dei pubblici dipendenti, servizio sanitario pubblico, in modo da realizzare il pareggio strutturale di bilancio, - essendo per definizione mantenuta dinamicamente la piena occupazione deflattiva -, si potrà pensare a fare investimenti pubblici in eventuali infrastrutture che possano aumentare la produttività dal lato dell'offerta; ma solo a queste ristrette condizioni. Altrimenti, a rigore,, l'investimento pubblico dovrà essere aumentato, - ove ne fosse rappresentato il bisogno dal lato dell'offerta e per le esigenze della produttività e della competitività -, all'interno del pareggio di bilancio e ad ulteriore discapito della spesa corrente: quest'ultima va assunta come illimitatamente comprimibile, una volta abbattutto l'imbarazzo della disapplicazione sistematica delle norme della Costituzione in materia di tutela del lavoro e di prestazioni previdenziali e solidaristiche.
Il pareggio di bilancio, ovvero, la teoria economica che lo considera come obiettivo di uno stabile equilibrio "ottimale" dell'economia e della convivenza sociale, ci proietta in un nuovo mondo  di  "piena occupazione",, conforme al NAWRU, praticamente sempiterna (salvo schock esogeni che nascerebbero da condizioni di...irrazionalità in altre parti del mondo globalizzato e interconnesso, dove non si adotti prontamente e efficientemente lo stesso sistema di regole fiscali dell'eurozona, competitiva e esprtatrice): cioè,chi lavora lavora,ma non faccia storie premendo per ottenere aumenti salariali. Ci sarà sempre chi ancora non lavora (o non lavora più; o lavora a condizioni di povertà difficilmente protraibili) che sarà disciplinatamente disposto ad accettare una retribuzione non inflattiva, produttivistica e competitiva.. Almeno fino a che non si decida di redistribuire, forse, un giorno, la crescita reale della produttività. 
Un mondo perfetto e privo di crisi congiunturali, tutte imputabili alla rigidità dei prezzi e alle spinte inflattive determinate dall'assetto "distorsivo" del mercato del lavoro e dai livelli di privilegio ingiustificato "spuntato" (in tristi fasi politiche "collettiviste") col sistema previdenziale e la gratuità della sanità pubblica. 
E un questo mondo dell'€uropa competitiva,un uomo responsabile e produttivisticamente efficiente, sarà vivificato dal contatto con la "durezza del vivere", scevro da comportamenti parassitari e pretenziosi che, oltretutto, sono alla base del riscaldamento globale; e quest'uomo, umile e credibile, ragionevolmente remissivo e assuefatto alla virtù della sopportazione, imparerà a trovare il suo ruolo nel mondo, controllato e programmato, in futuro, dall'idolatria della digitalizzazione.
Amen.



martedì 31 dicembre 2019

UN AUGURIO PER UN 2020 DI BENESSERE E DEMOCRAZIA A TUTTI GLI ITALIANI

http://www.ceredaclaudio.it/wp/wp-content/uploads/2016/07/assembleacostituente.jpg
"...Ed infatti, per i teorici del costituzionalismo politico non esistono i “diritti”, tanto meno fondamentali:
“… “i diritti non sono briscole che mettono sotto scacco il bene comune perché essi hanno senso solo nella misura in cui contribuiscono ad esso e forniscono un ampio ventaglio di opportunità individuali per tutti i membri della comunità” … In quanto intrinsecamente politici, i diritti hanno bisogno di essere costantemente vigilati e protetti da processi politici
Inoltre, questa condizione rimanda al fatto che il dibattito pubblico sui diritti non può accettare una loro qualificazione come beni assoluti, poiché ciò contrasterebbe con l’idea che l’agire politico sia anzitutto mosso dalla volontà di trovare una conciliazione, per quanto temporanea, al conflitto fra diverse interpretazioni. Una cultura dei diritti eccessivamente legalistica rischia di ammantare le rivendicazioni personali di un atteggiamento fortemente atomistico, poco incline al compromesso…” [8].

1. Mi permetto di rivolgere gli auguri di in Felice Anno Nuovo a tutti gli italiani.
Non parlerò di "sfide" che ci attendono: perché le "sfide" sono una categoria utilizzata nel linguaggio delle organizzazioni economiche internazionali, e che aspirano a essere sovranazionali, per significare la creazione di regole sovranazionali che limitano, impoveriscono e ostacolano il benessere dei cittadini, e, allo stesso tempo, per indurli ad accettare questi oneri e queste difficoltà come inevitabili, TINA.
"Sfide" è quindi un termine, apparentemente accattivante, che induce, e spesso costringe, a sopportare nuove regole vessatorie e incomprensibili al senso comune, in nome di vantaggi futuri che sono e saranno acquisiti solo da coloro che "dominano" i mercati
Il meccanismo (psicologico di massa) implicito è che se non raccogli la "sfida", al di là di qualsiasi calcolo elementare sulla convenienza nel farlo, non sei all'altezza, o sei un codardo, o un retrivo, che si oppone a un imprecisato "progresso", calato dalle alte sfere dell'insindacabile tecnocrazia dei mercati, e che, come tale, non si è (ma più) abilitati a porre in discussione.

Le "sfide", - come può constatare chiunque legga un documento programmatico, od un qualsiasi testo che racchiude la presunta "ragion d'essere" di una proposta o di una fonte normativa proprie di un'organizzazione economica internazionale (laddove tale termine è utilizzato ad ogni piè sospinto) -, sono dunque l'artificio retorico per attivare la richiesta di una sottomissione a un peso, a un malessere, a un sacrificio, che normalmente non ha alcuna contropartita e che, più in generale, non trova alcuna base giustificativa nei principi fondamentali della nostra Costituzione democratica.

2. parlerò di altri concetti apparentemente accattivanti ma che dissimulano il proprio contrario: come l'identità nazionale, laddove accoppiata all'idea di un'irreversibile ed accelerata privazione della sovranità nazionale. I due concetti, identità e privazione, ovverosia "cessione", della sovranità, nazionali, sono in evidente ed insanabile contrasto. 
Si tratta di un eloquente esempio (qui, p.2, infine) di "proposizioni usate come se fossero complementari, - ad es. “libero mercato” e “giustizia sociale”, “stabilità monetaria” e “piena occupazione”[8] – mentre, per motivi strutturali, qualsiasi sovrastruttura giuridica non potrà obbligare gli organi di governo ad eseguire entrambi gli obiettivi, essendo per motivi “tecnici” mutuamente esclusivi. Poiché il capitale è naturalmente più forte del lavoro, la spoliticizzazione del governo delle comunità sociali permette di relativizzare l'ordine giuridico in funzione degli interessi del capitale del Paese dominante".

3. Non parlerò, ancora, della coesione nazionale invocata come atteggiamento in qualche modo "dovuto", da parte dei cittadini e dei popoli, quale risposta o reazione collettive, alle "sfide": cioè all'imposizione di sacrifici, privi di contropartita e di legittimazione costituzionale, e alla cessione di sovranità nazionale. 
In un simile contesto, quale indubbiamente si profila oggi per tutti gli italiani, questa coesione nazionale, questo dover essere uniti e criticamente passivi nell'accettazione di "vincoli esterni", si risolve in un imperativo morale al "subire" la privazione del benessere e dei diritti e delle libertà fondamentali garantite dalla Costituzione democratica del 1948.

4. Neppure parlerò, infine, del "bene comune", come obiettivo, altrettanto ambiguamente imprecisato e volutamente sfumato, - in quanto privo di ogni ancoraggio al testo della Costituzione repubblicana -, a cui va asservito ogni diritto e ogni dialettica politica all'interno del popolo sovrano (art.1 Cost.). 
"Bene comune" è un concetto extra-costituzionale e, a rigore, estraneo al diritto positivo nazionale, e quindi extra-giuridico, che legittima come valore, prevalente su ogni altro, quello dell'ordine del mercato temperato dalla volontaristica e spontanea "fraternità", consistente nell'animo caritatevole dei percettori di profitti ed interessi; spontaneo ma, in quanto tale, incoercibile e non esigibile da parte delle norme degli Stati democratici. 
(Cfr; qui, pp. 5-10: "Questo insieme di lodevoli propositi, che certamente presuppongono una sforzo ideale e etico, costantemente ritrovabile nell'intera comunità sociale, (dato che la stessa teoria postula che se anche uno solo se ne tira fuori, rischia di azzerarsi il vantaggio di ogni possibile "bene comune"), viene dunque contrapposto all'interesse pubblico incarnato dalle norme dello Stato: inevitabilmente, se lo Stato limita il "libero mercato", da un lato nega la precondizione di diffusione del bene comune, dato che gli individui non potranno più liberamente esercitare la loro spinta solidaristica coessenziale all'iniziativa economica (secondo questa visione, ovviamente), dall'altro, disconosce il carattere esclusivamente privato, e funzionale al bene comune, della stessa illimitata disponibilità e trasmissione della proprietà mediante il "mercato" (se non altro lo Stato vorrà tassare e appropriarsi di una parte della proprietà delle ricchezza prodotta e deciderà di intestarsi  alcuni beni per ragioni di interesse statale, stabilite da norme pubblicistiche).
...
Riteniamo che siano ora chiarite origini e portata del concetto di "bene comune", e che quindi risulti  verificato, nella coerenza del relativo pensiero, come esso sia alternativo e, in termini molto pratici, oppositivo a quello di interesse pubblico generale incarnato dallo Stato costituzionale democratico". )

5. Parlerò invece, dell'augurio più sentito, per tutti gli italiani, che è quello di ritrovare la democrazia sostanziale, che è in definitiva, nelle intenzioni dei nostri Costituenti, un sinonimo di sovranità democratica.
Riporterò perciò (ancora una volta, perché ce n'è bisogno), le parole di Lelio Basso su questi temi:
(qui, p.4) “…penso che la battaglia per la democrazia nei singoli paesi debba essere prioritaria rispetto ai fini federalisti…ci sono cose che vanno, secondo me, profondamente meditate. A me, se così posso dire, la sovranità nazionale non interessa; però c’è una cosa che mi interessa: è la sovranità democratica... Nella Costituzione abbiamo scritto, nel primo articolo: “L’Italia è una Repubblica democratica”; poi abbiamo aggiunto quelle parole forse sovrabbondanti “fondata sul lavoro”; e poi abbiamo ancora affermato il concetto che la “sovranità appartiene al popolo”
Sembra una frase di stile e non lo è. Le costituzioni in genere hanno sempre detto “la sovranità emana dal popolo” “risiede nel popolo”; ma un’affermazione così rigorosa, come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita” era una novità arditissima. Contro la concezione tedesca della “sovranità statale”, di quella francese della “sovranità nazionale”, noi abbiamo affermato la “sovranità popolare” quindi democratica. A questo tipo di sovranità io tengo” [37]. La sovranità costituzionale è tutto. (L. BASSO, Consensi e riserve sul federalismo, L’Europa, 15-30 giugno 1973, n. 10/11, 109.118).
Ed ancora (qui, p.7):
...a) innanzi tutto le limitazioni di sovranità sono consentite solo ai fini di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni, e sì riferiscono quindi a organismi tipo ONU, tribunali internazionali e simili, ma non ad un organismo, la Comunità, il cui fine precisato dall’art. 2 del Trattato, è quello “DI PROMUOVERE UNO SVILUPPO ARMONIOSO DELLE ATTIVITÀ ECONOMICHE”;
b) in secondo luogo altro è una “limitazione” di sovranità (come può essere la rinuncia alla guerra, la limitazione del diritto di armarsi e anche l’accettazione di controlli reciproci al riguardo, e simili) e altro è invece il trasferimento della propria sovranità ad organi esterni, come il consiglio o la commissione, la quale ultima, come previsto dall’art. 157, avrebbe potuto non comprendere neppure un italiano
 (ndQ: e sull'art.11 rammenterei ancora le profetiche precisazioni di Meuccio Ruini); 
 c) in terzo luogo va osservato che la parola “sovranità” ha un duplice significato: uno riguarda la personalità internazionale dello Stato e significa il diritto di ciascuno Stato alla piena indipendenza nei confronti di ciascun altro; il secondo riguarda invece il modo come ciascuno Stato esercita nel proprio interno il potere sovrano…

Ora pare a me che la “limitazione” di cui parla l’art. 11 si riferisce ai rapporti fra Stati, ma non può intaccare il principio fondamentale della nostra costituzione, secondo cui (art. 1) l’Italia è una repubblica democratica e “la sovranità appartiene al popolo che la esercita”
Attribuire poteri legislativi, senza il concorso e anche contro la volontà del Parlamento italiano, a un consiglio composto da un rappresentante di ciascun governo, o addirittura a una commissione nominata collegialmente dai governi membri, SIGNIFICA SPOGLIARE IL POPOLO DELL’ESERCIZIO DELLA SOVRANITÀ in materia di estrema importanza e, quindi, sovvertire l’ordinamento costituzionale italiano.

Dell’esistenza di questo grave problema l’opposizione è stata cosciente: chi scrive…ha personalmente sostenuto una lunga battaglia in seno alla commissione degli esteri della Camera fino al 1969, ma governo e maggioranza si sono sempre mostrati sordi.

Ora attendiamo la decisione della Corte, ma se anch’essa si pronunciasse in senso contrario a quanto qui sostenuto, il problema sarebbe risolto solo sul piano formale. Si tratta infatti di vedere se un popolo, che vuol essere democratico, può essere governato da norme, che invadono campi sempre più vasti, e che sfuggono a qualsiasi decisione preventiva o controllo successivo di organi elettivi, cioè al controllo della rappresentanza dei cittadini interessati
” [L. BASSO, È incostituzionale l’adesione al MEC ?, Corriere della Sera, 27 maggio 1973].

In nome di questa memoria, di questa limpida versione della legalità costituzionale, mi permetto perciò di dare un senso ai miei auguri a tutti gli italiani.

mercoledì 18 dicembre 2019

UN PO' DI STORIA ITALIANA...LA "SVOLTA" DEL 1946. "UN GIRO DI VITE INTORNO ALL'INFORMAZIONE"

Umberto II in partenza per l'esilio dall'aeroporto di Ciampino.
ADDENDUM in premessa: questo post di storia politico-istituzionale, va letto come antefatto dello sviluppo istituzionale e politico-economico, dichiaratamente praeter Constitutionem (se non "contra"...), che abbiamo narrato, con il contributo delle fonti richiamate da una pluralità di commentatori, in questo precedente post:

BREVE STORIA DELLA RIMOZIONE PREVENTIVA DELLA COSTITUZIONE: IL VINCOLO INTERNO COME SOSTANZA DEL VINCOLO ESTERNO (anche i commenti che ne contrassegnano il conseguente dibattito meritano un'attenta lettura).



1. Grazie a Luca, che ha richiamato un precedente intervento di Francesco Maimone (in 4 parti), risulta utile riportare questa ricostruzione storica di Lelio Basso e, per connotarne l'aderenza ai fatti dell'epoca, le sue esatte premesse storico-politiche tratte dal libro di M.Lucia Sergio "De Gasperi e la questione socialista – "L’anticomunismo democratico e l’alternativa riformista", (Rubettino, 2004, 79-81).
Queste vicende storiche risultano tanto illuminanti, quanto ostinatamente ignorate da un popolo che, nella crisi attuale, pare aver perduto ogni contatto con la sua storia e, ancora più, con la capacità di identificarla e comprenderla; questo riproporsi di "fattori dominanti", nell'adattamento delle forme di governo a orientamenti ancor oggi certamente presenti, indurrebbe a una riflessione sul senso vero del fenomeno "fascismo" (se mai si volesse dar credito alla sua ricostruzione storica sempre compiuta da Basso e, non paradossalmente, da Von Mises, qui, pp. 3-4, ma vale la pena rileggersi il post fino in fondo).
Successivamente, dopo una combattuta trattativa, seguì un accordo tra sindacati e Confindustria, concluso il 30 ottobre dello stesso anno, riguardante "l’aumento del 35% dei salari minimi, il pagamento della tredicesima e la retribuzione di 12 giorni di ferie l’anno, accordo accompagnato dall’adozione della «scala mobile» diretta ad adeguare i salari operai al costo della vita". 
Questo accordo, come si desume dal contesto della ricostruzione storica sottoriportata, conseguì ad un clima politico in cui le elezioni amministrative, tra il marzo e l'ottobre del 1946, avevano, nella seconda tornata, complessivamente ridimensionato il peso elettorale della democrazia cristiana rispetto al risultato delle politiche, svoltesi il 2 giugno insieme al referendum sulla forma repubblicana:

2. “…. E’ a questo luglio 1946 (quando al disagio per il Premio della Repubblica gli industriali associano l’angoscia per le violenze riscontrate in molti episodi di contestazione operaia) che si può datare probabilmente la nascita del famoso “quarto partito” imprenditoriale.

Infatti, i verbali della Giunta esecutiva di Confindustria di quei giorni restituiscono un clima di profonda animosità nei confronti della classe dirigente del paese, una difficoltà di rapporti diretti col Presidente del Consiglio e coi rappresentanti economici del partito di maggioranza relativa, e una sfiducia nella politica, che si traduce nella determinazione ad agire “da soli”, a “farsi partito” con una propria autonomia di propaganda, lobbyng e gestione dei finanziamenti politici.

Nella seduta del 9 luglio Angelo Costa non nasconde il suo dissenso con De Gasperi e sottolinea la tentazione di rottura presente nello stato d’animo di gran parte degli imprenditori: “Fino ad ora le conversazioni con l’on. De Gasperi sono state improntate all’opportunità o meno dell’aumento e sulla sua eventuale misura. Di fronte a questo fatto nuovo, non so più come si possa collaborare”.

A latere
di questa dichiarazione preliminare del Presidente di Confindustria, si sviluppa nella Giunta Esecutiva degli industriali un dibattito molto acceso sulle modalità di pressione politica dell’organizzazione padronale e di finanziamento dei canali privilegiati:

“Siamo estraniati completamente – dice l’imprenditore edile Gualdi – da quelle che erano le nostre forze, e pur essendo in periodo parlamentare, al parlamento non abbiamo alcuna nostra rappresentanza…Ricordiamo che durante le elezioni la nostra azione è stata la più infelice che si potesse immaginare. Siamo partiti tardi, senza alcuna intesa, abbiamo elargito somme anche cospicue senza che ci sia un partito che debba dimostrarci riconoscenza, senza che ci siano uomini che considerino questo nostro apporto come l’elemento determinante della loro elezione
. Un risultato più ignobile ed inutile non può pensarsi”.

Nella seduta del giorno successivo Alighiero De Micheli, futuro Presidente di Confindustria nel quinquennio ’57-’62, chiede molto polemicamente: “Quale sarà il partito e quali saranno i partiti che ci difenderanno? ... E’ opportuno che la Presidenza inviti le aziende associate a versare un contributo per le spese di stampa e propaganda, senz’altra specifica. Senza questa base concreta, e cioè se gli industriali non sono disposti nemmeno a questo piccolo contributo mentre poi devono tirar fuori i denari per San Togliatti…è meglio chiuder bottega. I DENARI, DACCHÉ I FENICI HANNO INVENTATO QUESTA MERCE, È L’UNICO MEZZO CON CUI SI RIESCA A FARE QUALCOSA”.

Fra gli industriali c’è chi propone la creazione di un “partito industriale-agrario” espressione diretta in politica delle istanze del liberismo conservatore (in nota: la proposta era di De Ponti, presidente dell’unione industriale di Bergamo). Tale proposta non piace a Costa che definisce “maschere di vetro” gli organismi politici apertamente collaterali a Confindustria. S’insinua fra le righe del dibattito confindustriale quella seduzione di un “fare politica indiretto e latente” che, secondo una celebre interpretazione di Paolo Farneti, caratterizza storicamente “l’alienazione dalla politica” della borghesia italiana.

Nella seduta della Giunta Esecutiva i verbali registrano spesso delle interruzioni perché il Presidente Costa in più occasioni si apparta per chiedere telefonicamente ai membri del Governo notizie dettagliate sul Premio della Repubblica. Vengono contattati in ordine Corbino, De Gasperi e Campilli. 
A proposito della telefonata con De Gasperi, Costa riferisce, davanti ad un uditorio piuttosto freddo e contrariato, che il premier ha ricusato la richiesta di udienza degli industriali ed ha altresì comunicato che la decisione della revisione dei salari è irrevocabile. In nota: Verbale della riunione della Giunta Esecutiva del 10 luglio 1946: “Ho parlato in questo momento col Capo del Governo. Mi ha detto che è dispiacente di non poterci ricevere immediatamente perché è impegnato nella formazione del Governo. Ha spiegato che la questione del premio gli è stata presentata come se potesse essere accettata dagli industriali e che ha trovato l’accordo con il ministro Corbino (ndQ: Corbino poi si dimetterà, nel settembre 1946, data l'impopolarità delle politiche deflattive perseguite, "con l'aiuto decisivo del governatore della Banca d'ItaliaLuigi Einaudi"). Si tratta di una soluzione fra richieste di diverse entità, e purtroppo non si può tornare indietro.

Chiusa la parentesi dei contatti telefonici col governo, la riunione riprende poi sul tema della creazione del partito “antipartito” imprenditoriale, cioè dell’organizzazione dell’attività di lobbyng in funzione di una rappresentanza degli industriali il più possibile autonoma dai partiti esistenti. Alla fine l’idea che prevale, perché ritenuta la meno dispendiosa, è in primo luogo quella di lasciare alle associazioni territoriali aderenti alla Confederazione il compito di amministrare le sovvenzioni alle campagne elettorali e in secondo luogo – e su questo punto batte l’insistenza della Giunta Esecutiva – di stringere un giro di vite intorno all’informazione mediante:
a) interessamento diretto sulla proprietà della testata;
b) interessamento indiretto sulla proprietà della testata tramite gruppi amici e coordinati in una comune azione;
c) parziale copertura di disavanzi di gestione o comunque sovvenzioni a fondo perduto, con la promessa, quale contropartita, di determinati atteggiamenti (in nota: Archivio storico Confindustria, Considerazioni su di una possibile azione di coordinamento nel campo della stampa, Allegato 2, Stampa e propaganda, 1 luglio 1946).


Il “quarto partito” era nato. Restava solo da rodare la macchina. E le elezioni amministrative del novembre 1946 erano solo la prima occasione…
” [M. LUCIA SERGIO, De Gasperi e la questione socialista – L’anticomunismo democratico e l’alternativa riformista, Rubettino, 2004, 79-81].

3. Il seguito e le conseguenze attualizzate ce li spiega Lelio Basso:
… Le elezioni amministrative dell’autunno 1946, che segnarono per la democrazia cristiana una netta perdita di posizioni, agirono da campanello d’allarme; le pressioni americane e vaticane esercitate in quel periodo trovarono un terreno favorevole. In dicembre la rottura del tripartito e il nuovo orientamento a destra della democrazia cristiana eran già decisi e poco appresso attuati; correlativamente l’Uomo Qualunque veniva dagli industriali abbandonato al suo destino, e la destra democristiana, diventata la vera ispiratrice della politica del partito e del governo, spariva o quasi come frazione costituitaDe Gasperi annunciava ufficialmente il suo connubio col “quarto partito”, cioè COL PARTITO DEGLI INDUSTRIALI E DEGLI AGRARI…

Trovato il partito adatto alla nuova esperienza totalitaria, è necessario porre in essere gli strumenti perché questa visione totalitaria domini veramente tutta la vita dello stato. Questa azione si articola in due momenti distinti ma strettamente uniti: 
- creare un mito totalitario e farne il substrato dell’unità nazionale, dichiarando antinazionali e stranieri tutti coloro che rifiutano di accettare questo mito e che non sono d’accordo con la politica ufficiale, in modo da isolare le forze progressive
- in secondo luogo lottare contro queste ultime per indebolirle progressivamente ed escluderle dalla partecipazione reale alla vita del paese.

La tecnica del mito
è ormai conosciuta: tuttavia il suo contenuto varia a seconda delle circostanze. 
Il mito della razza pura e del dominio mondiale sugli altri popoli (hitlerismo), il mito dei destini imperiali di Roma (fascismo) furono caratterizzati da un contenuto attivo, cioè di aggressione;
MA IN UN PAESE LA CUI POLITICA UFFICIALE È QUELLA DELL’ASSERVIMENTO ALLO STRANIERO, COME L’ITALIA DI OGGI, sarebbe difficile poggiare su un mito di conquista imperiale; alla fase attuale appaiono quindi più confacenti dei miti negativi di difesa contro un immaginario pericolo e perciò di solidarietà di tutti i popoli (cosmopolitismo) , i quali miti presentano anche il vantaggio di offrire alle masse un capro espiatorio, indicato dalla classe dominante come responsabile di tutti i mali di cui le masse soffrono in realtà per le contraddizioni della società, cioè proprio per l’oppressione della classe dominante stessa: ... l’antisemitismo, la difesa della civiltà occidentale … appartengono a questo genere di miti a contenuto negativo. 
Il mito di conquista è riservato invece al popolo eletto, agli americani (mito del “secolo americano”, del “modo di vita americano”). 
Parallelamente chiunque non accetti di porsi sul terreno di queste false solidarietà nazionali, chiunque tenga fede a sé stesso, viene dichiarato nemico della comunità nazionale, posto al bando della società (“antinazionale” dei fascisti, “separatista” dei gollisti, unamerican della odierna propaganda ufficiale americana, “quinta colonna” secondo l’espressione di De Gasperi) …
L’ATTIVITÀ PARLAMENTARE È RIDOTTA A UNA MERA LUSTRA, in quanto non è più la maggioranza parlamentare che esprime il governo e gli traccia l’indirizzo politico, ma è il governo, o, meglio ancora, il ristretto gruppo dirigente del partito di governo, che si crea la sua maggioranza attraverso i metodi elettorali ben conosciuti e le prescrive la condotta sotto vincolo di disciplina. … gli elementi democratici vengono per quanto è possibile allontanati o messi in disparte. 
Il gruppo dominante si riduce così a pochi esponenti politici, AI MAGNATI DEL CAPITALE FINANZIARIO, ad alcuni alti papaveri della burocrazia, e, naturalmente, ai rappresentanti dell’America e del Vaticano.

NON VI È DUNQUE NULLA DI MUTATO NELLA SOSTANZA. Ancora una volta l’Italia si trova di fronte ai suoi problemi insoluti: … una classe dirigente incapace di iniziativa e decisa a vivere sempre più parassitariamente a carico della collettività, la crisi dei ceti medi più che mai pauperizzati e frantumati e anelanti soprattutto a un regime di stabilità e sicurezza, milioni di disoccupati e di sotto-occupati… 
E ancora una volta la classe dominante tende a ripercorrere la stessa falsa strada del passato, che consiste nell’evitare la soluzione facendo tacere i contrasti e così ignorando o addomesticando i problemi. Siamo convinti che la classe dominante in Italia non può più governare democraticamente il nostro paese, e che essa ha un’incoercibile tendenza a ristabilire in pieno il dominio totalitario, mutando naturalmente le forme e i nomi, e in parte anche i metodi, del suo governo, ed adattandoli al clima di questo secondo dopoguerra” [L. BASSO, Due totalitarismi: fascismo e Democrazia Cristiana, Milano, 1951, 280-291].

Pare proprio che ci toccherà cestinare il certificato elettorale…