venerdì 2 agosto 2019

ART. 4 COST.. FRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO (?)


(Post. di Arturo)


1. In occasione del settantenario della Costituzione, Carocci ha preso la commendevole iniziativa di pubblicare una serie di commenti dei primi 12 articoli, i principi generali, della Costituzione.
Apprezzabile sia per la lunghezza non eccessiva (circa 150 pagine ciascuno), sia per l’impostazione non troppo tecnica dei volumi, che li rende utilmente avvicinabili anche da chi avrebbe difficoltà a reperire e maneggiare i classici commentari. L’elevata, spesso elevatissima, qualità degli autori costituisce un’ulteriore garanzia.
Curatori della collana sono infatti uno dei massimi storici italiani del diritto pubblico, Pietro Costa, autore della monumentale e magistrale storia della cittadinanza in Europa intitolata Civitas, in quattro volumi, pubblicata presso Laterza, e una fine contemporaneista come Mariuccia Salvati.
Io ne ho letti quattro (commenti agli artt. 1, 3, 4 e 11) e posso confermarvi che la ricostruzione storica è ottima, ricca di dettagli spesso poco noti (particolarmente apprezzabile, nel volume sull’art. 3, l’ampio spazio giustamente dedicato alla figura di Basso: coautrice è in effetti Chiara Giorgi, che ha anche scritto la prima parte di una bella biografia del leader socialista), chiara e condivisibile nei giudizi (lo vedremo subito); insoddisfacente è però l’analisi del presente.
Se, come dicono i curatori nell’introduzione all’opera, “richiamare l’attenzione sui principi e sui diritti fondamentali ha il significato di sottolineare la loro decisiva importanza e attualità: solo prendendoli sul serio evitiamo il rischio (quanto mai concreto) che una loro declamatoria esaltazione si accompagni al loro effettivo svuotamento e alla conseguente trasformazione della democrazia costituzionale in uno stanco rituale o in una vuota facciata”, ebbene, quelle serietà dovrebbe implicare la necessità di confrontarsi con le cause che rendono quel rischio “quanto mai concreto” e che non sono in verità particolarmente difficili da accertare. Ma su questo ennesimo triste episodio di “eurostrabismo” tornerò alla fine.

2. Qui voglio parlarvi del libro dedicato all’art. 4, scritto dalla stessa Salvati.
2.1. Era stato Costa a individuare con mano sicura i tratti essenziali delle costituzioni sociali del dopoguerra: “Il loro elemento caratterizzante è la centralità dei diritti e la loro indivisibilità: l’esercizio dei diritti politici non può essere separato dall’eguale partecipazione di tutti al retaggio comune e la realizzazione dei diritti (di tutti i diritti e dei diritti di tutti) è lo scopo e il parametro di legittimità dello Stato. Stato sociale e cittadinanza sociale non sono separabili, proponendosi il primo come lo strumento indispensabile per la realizzazione della seconda. Possiamo usare promiscuamente e alternativamente le espressioni “Stato sociale” e “cittadinanza sociale” (come farò, per motivi di brevità, nel corso della mia esposizione), purché sia chiaro che la caratteristica essenziale della democrazia costituzionale sta proprio nella necessaria connessione funzionale dei due termini.
Lo Stato è l’organo deputato alla realizzazione della cittadinanza sociale e il termine medio, il tramite dell’inclusione e della partecipazione, è il lavoro.” (Cittadinanza sociale e diritto del lavoro nell’Italia repubblicana, Lavoro e diritto, a. XXIII, n. 1, inverno 2009, pag. 45).
E’ quindi nel rapporto tra cittadinanza e lavoro che deve rinvenirsi la chiave di volta del costituzionalismo sociale.
2.2. Nell’ambito di questo paradigma la costituzione italiana si distingue però per un profilo particolarmente spiccato:  a) solo il testo italiano, attualmente, fra tutte le costituzioni europee, si apre con un elenco di principi fondamentali, che i costituenti vollero, come mostra la numerazione progressiva, fosse parte integrante del testo complessivo; b) solo nel testo italiano - dato ancora più eccezionale - tra questi principi è collocato in posizione primaria anche il diritto al lavoro (nelle costituzioni di altri paesi, quando c’è, è in genere inserito nella sezione dedicata ai Rapporti economici).” (M. Salvati. Costituzione italiana: articolo 4, Carocci, Roma, 2017, pagg. 6-7).

3. La rilevanza costituzionale del lavoro illumina evidentemente anche la gravità di una sua sistematica disapplicazione, particolarmente drammatica, o forse sarebbe il caso di dire tragica e autodistruttiva, quando si parla dei giovani.
E’ di qualche giorno fa questo articolo del Financial Times che fornisce un spietata fotografia dei costi che il mantenimento della moneta unica dopo la crisi del 2008 ha scaricato sulle giovani generazioni di Grecia, Spagna e Italia.
Basti questo grafico per dare un’idea dell’ecatombe:

La controtendenza tedesca non può che saltare agli occhi ed evidenziare, una volta di più, il vero volto dei Trattati.

4. Oltre che all’interno dell’Unione le asimmetrie accentuano anche le disuguaglianze interne agli Stati. Sappiamo bene delle situazione difficilissima del nostro Mezzogiorno, ma, tanto per smontare il solito autorazzismo italico, il fenomeno è tutt’altro che limitato al nostro paese.
Avevamo parlato, citando Rodrik (qui, n. 4), di “deindustrializzazione prematura” come fenomeno di probabile rilevanza per tutti i paesi periferici dell’area euro: una triste conferma per il caso spagnolo, periodicamente oggetto di qualche improbabile facciamocome, la si può trovare in questo articolo (che naturalmente sgrana il consueto rosario mainstream di pseudospiegazioni: il capitale umano, i salari troppo alti, eccetera, tutto salvo la moneta unica, appena menzionata).
Sta di fatto, come si dice, che “La deindustrializzazione prematura ha fatto sì che comunità del sud come l’Extremadura e l’Andalusia abbiano oggi un livello di industrializzazione inferiore agli anni Sessanta e la divergenza col nord della Spagna, sia in termini di rilevanza del settore industriale che per livello di redditi, sia rimasta intatta”.
I prevedibili effetti di immigrazione, interna ed esterna, fanno parlare oggi di  España vacía, con tutto quel che può conseguirne in termini di qualità, quando non di pura e semplice tenuta, sociale e politica.

5. Questa piccola digressione vorrebbe dar sostanza, caso mai ce ne fosse bisogno, alle perduranti buone ragioni di un modello di cittadinanza ancorato al lavoro, ossia precisare i termini odierni in cui si pone quell’orientamento alla giustizia, che fa inestricabilmente parte del diritto, non nel senso di fornire bell’e pronto un “sistema di verità”, ossia un “controcodice” a-storico da contrapporre al diritto positivo, come implausibilmente vorrebbe il giusnaturalismo moderno, quanto di presentare “un problema che a tutti si impone, come avviene nei Dialoghi di Platone”, per dirla con un fine conoscitore del pensiero antico come Giuseppe Duso (La rappresentanza politica, Franco Angeli, Milano, 2007, pag. 78), e che trova risposte diverse in differenti contesti storici, fondando, più o meno solidamente, la legittimità dei vari ordinamenti.
5.1. Qui anche filosofi consapevoli del loro lavoro potrebbero e dovrebbero aiutarci a fare pulizia concettuale. Purtroppo, anche se non casualmente, la specializzazione dei saperi ha separato le scienze sociali dalla filosofia, lasciando gli economisti inconsapevoli dell’inevitabile porsi di giudizi di valore e questioni di giustizia nell’ambito di qualsiasi materia riguardante ciò su cui “si può deliberare”, come diceva Aristotele, e i filosofi sforniti di strumenti per analizzare la realtà, magari cullandosi nell’illusione che si potesse “arrivare all’essenza senza passare per la conoscenza determinata dell’ontico, che si potesse essere filosofi direttamente, senza amore per la sapienza, cioè senza dedizione e gratitudine alle scienze e alla tradizione, ma passeggiando per i sentieri di montagna che portano alle radure. Così la filosofia non ha più nulla da dire agli uomini.”, come ha scritto Paolo di Remigio.  
5.2. Non tutti forse sanno che, per esempio, Hegel, per scrivere i suoi Lineamenti di filosofia del diritto, oltre ovviamente ai classici della filosofia, s’era letto Ferguson, Hume, Steuart e Adam Smith (la notizia in P. Rosanvallon, Le libéralisme économique, Éditions du Seuil, Parigi, 1989, pag. 162).
5.3. D’altra parte quando pure lo studioso fornisca un’adeguata attenzione al rinnovato porsi della “questione sociale”, i risultati dell’analisi perlopiù non superano i ristretti confini dell’ambito accademico. Mi domando quanti sappiano che il più noto filosofo politico della seconda metà del Novecento, John Rawls, riteneva che la stabilità “per le giuste ragioni” sia “sempre mancante in un regime costituzionale puramente formale. Tra gli interventi richiesti per conseguire questa stabilità Rawls indicava l’istituzionalizzazione dell’impegno dello Stato a fungere “da datore di lavoro di ultima istanza”. “La mancanza di un senso di sicurezza a lungo termine e di un’opportunità di un lavoro ed occupazione dotati di significato è non solo distruttiva del rispetto di sé dei cittadini, ma del loro senso di essere membri di una società, anziché esserci capitati per caso.” (Political Liberalism, Columbia University Press, New York, 1996, pagg. lviii–lix).
In effetti Rawls è stato uno dei pochi che, posto di fronte alle dolorose smentite inflitte dalle “repliche della storia” neoliberali a un ottimismo che all’epoca dell’uscita di Una teoria della giustizia (1971) poteva sembrare giustificato, non ha tirato i remi in barca, ma ha anzi rafforzato la radicalità pratica delle sue posizioni. Ben poco di questo suo impegno mi pare però sia arrivato fino al grande pubblico, e non solo per la lunghezza e complessità delle opere rawlsiane. In ogni caso, a chi volesse esaminarne da vicino l’evoluzione teorica, consiglio questo bel libro.
5.4. Insomma, deriva pratica e culturale sono figlie del medesimo cupo contesto sociale. Come ammette francamente Honneth (Capitalismo e riconoscimento, Firenze University Press, Firenze, 2010, s. p.), che è stato per vent’anni assistente di Habermas: “Nel corso degli ultimi due secoli non era mai avvenuto che si registrassero così pochi tentativi di difendere una concezione umana ed emancipativa del lavoro come accade oggi.”
Tale drammatico impoverimento di un discorso attento al sociale, perfino nell’Ottocento diffuso ben oltre i confini politici del socialismo (basta consultare il secondo e terzo volume di Civitas per rendersene conto), costituisce un indizio particolarmente allarmante della natura totalitaria dell’odierno neoliberismo, per quanto tollerante esso si possa mostrare verso la chiacchiera innocua: “Date le mutate condizioni, la teoria critica della società sembra così occuparsi soprattutto di questioni concernenti l’integrazione politica e i diritti civili senza più prendere minimamente in considerazione i pericolosi sviluppi avvenuti nella sfera della produzione. La sociologia stessa, cioè la scienza partorita dall’industrializzazione capitalistica, si è allontanata sempre più dal suo nucleo tematico originario eleggendo ad oggetto di analisi i processi di trasformazione culturale.” (Ibid.)
Appunto: tira una cert’aria, parliamo d’altro. L’autocensura è d’altra parte la più efficace di tutte.
Mentre la dura realtà è che l’aspirazione a un posto di lavoro che non assicuri soltanto la sussistenza ma sia anche individualmente soddisfacente non è affatto scomparsa; il fatto è che non influenza più le discussioni pubbliche e le arene dei confronti politici. Dedurre da questo opprimente e assordante silenzio la tesi per cui le richieste volte ad una riorganizzazione dei rapporti di lavoro apparterrebbero ormai ad un passato definitivamente tramontato sarebbe però empiricamente falso nonché quasi cinico. La distanza tra le esperienze del mondo della vita sociale e i temi della riflessione degli studi sociali verosimilmente non è mai stata tanto ampia quanto oggi: mentre in questi ultimi il concetto di lavoro sociale non riveste più un significato prioritario, attorno ad esso ruotano invece, ancor più che non in passato, le necessità, le paure e le speranze dei soggetti interessati.” (Ibid.).
Sono osservazioni che autorizzano a sollevare molti dubbi sulla fondatezza di giudizi improntati a un cinismo liquidatorio, spesso tutt’altro che disinteressato, circa la perdurante legittimità di un modello di democrazia sociale “necessitata”.
Alla cui storia si tratta ora di tornare.

6. L’autrice consegue un altro risultato interpretativo apprezzabile, attraverso un esame attento dei verbali della Prima (impegnata nell’elaborazione dei principi generali) e Terza Sottocomissione (incaricata della disciplina dei rapporti economici) della Commissione per la Costituzione (la c.d. Commissione dei Settantacinque: qui uno schema illustrativo dell’organizzazione della Costituente), evidenziando “in confronto, per esempio, con il fallito, contemporaneo, tentativo francese” “la volontà esplicita dei costituenti italiani di trovare forme di collaborazione anche tra posizioni ideologiche in origine distanti, pur di salvaguardare l’obiettivo dell’affermazione di alcuni principi ritenuti fondamentali per il futuro del paese: quelli oggi compresi tra l’art. 1 e l’art. 4 in cui si proclama in maniera solenne e ripetuta l’intreccio tra democrazia, cittadinanza e lavoro, cioè tra diritti politici e diritti sociali (a garanzia di una Repubblica “democratica e antifascista”)” (pag. 32), contribuendo a smontare il riduttivo giudizio sulla natura compromissoria del patto costituzionale, un interessato luogo comune pedissequamente ereditato dai nemici del coté sociale weimariano, già peraltro confutato, proprio in riferimento al nucleo essenziale dei principi-fini, da Mortati (qui, n. 5).
6.1. Fondamento dell’accordo, e anche di questo abbiamo già parlato (in particolare qui, n. 4), un personalismo concretamente sociale: “Nel caso della Prima, già dalle due sedute iniziali (26 e 30 luglio) emerge limpidamente quale sarà il nucleo dei protagonisti del dibattito. Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti sono i primi a intervenire per chiarire che quando si parla di “diritti e doveri del cittadino” (primo punto all’ordine del giorno) non si fa riferimento a individui ma a “persone” e, di conseguenza, con quei termini non si intendono solo i classici diritti di libertà, ma anche quelli economico-sociali, e questo sarà di fatto il terreno di incontro finale. Da qui anche il richiamo alla Costituzione sovietica, a quella di Weimar, mentre si respinge il progetto francese «che riecheggia il tipo di Costituzione dell’89» (cioè rimanda a una concezione dell’individuo “astratto”; AC, 26 luglio 1946, p. 2).” (pag. 44).
Nessun equivoco quindi sull’esigenza di superamento della democrazia formale.
6.2. Altro punto fermo, molto importante (pag. 78): “dal punto di vista delle culture politiche delle democrazie occidentali, possiamo concludere che la sconfitta più pesante (e storica) ha riguardato nel nostro paese il pensiero liberale che, già scarsamente influente nella storia della nazione, è sopravvissuto a fatica nell’Italia repubblicana, schiacciato fra le due grandi culture di massa.”
Le togliattiane “quattro noci in un sacco”.

7. Si tratta ora di tirare le somme sul libro. Giudizio positivo? Sì e no. Sì, e molto, per la parte storica; no, come già anticipato, per la carenza di analisi riguardante il presente (neanche poi così prossimo, poi, perché parliamo di un percorso che inizia almeno quarant’anni fa).
7.2. Ci si limita alla consueta evocazione di mutamenti epocali, sui cui non molto utili dettagli sorvolo, di cui si deprecano gli effetti senza chiarire le cause (mai menzionato il “vincolo esterno”); benintenzionati ma vani gli appelli a ipotetiche tutele del lavoro internazionali ed europee (pag. 133); quanto alle questioni post-occupazionali, agitate dai vari D’Antona e Romagnoli, evocative di un fantomatico cittadino che «si apre ad altri valori e si nutre di altri desideri» (le parole sono di Romagnoli), non saprei aggiungere nulla alle parole di Honneth.
7.3. Arrivati a questo punto chiedere qualcosa in più a chi in teoria si farebbe latore del perdurante valore della Costituzione mi pare senz’altro giustificato. Non solo ci sono testimonianze inequivocabili dei protagonisti, come il sulinkato Carli, o il buon Andreatta, ma ormai è disponibile una letteratura di un certo peso, da Alberto a Somma, da Streeck al nostro ospite, per tacere di Preterossi (ne linko il libro perché non gode purtroppo della notorietà che meriterebbe) o Galli. Non pervenuti.
Dalla pubblicazione del libro si sono aggiunti lavori che non inducono a maggior indulgenza, ma anzi confermano l’inefficacia esplicativa di un’impostazione analitica che scansi il confronto col vincolo esterno.
7.4. Ad esempio in questo devastante articolo Storm affonda senza esitazioni la lama nel bubbone vincolista:
L’Italia, come mostro nell’articolo, è stata l’allievo modello dell’Eurozona, l’unico Paese che si è davvero impegnato con forza e coerenza nell’austerità fiscale e nelle riforme strutturali che costituiscono l’essenza stessa delle regole macroeconomiche dell’UME (Costantini 2017, 2018). L’Italia è stata più rigorosa anche di Francia e Germania, pagando un costo molto alto: il consolidamento fiscale permanente, la persistente moderazione salariale e il tasso di cambio sopravvalutato hanno ucciso la domanda interna italiana e questa carenza di domanda ha a sua volta asfissiato la crescita della produzione, della produttività, dell’occupazione e dei redditi. La paralisi italiana è una lezione per tutte le economie dell’Eurozona, ma parafrasando G.B. Shaw: come avvertimento, non come esempio.”
7.5. Cesaratto, addirittura sul Sole, ci chiarisce il peso esclusivo dei tassi di interesse nel determinare la crescita del debito pubblico (altro che disordinata frammentarietà del welfare come causa dell’aumento, come lascia cadere l’autrice, a pag. 57!):
Fra il 1980 e il 2017 il debito pubblico, in termini di peso sul PIL, è aumentato di poco meno del 76%. Questo è il risultato esclusivo (e impressionante) del contributo della spesa per interessi, pari a 275 punti (ossia, 7,24 punti di media annua). Tutti gli altri fattori hanno, nel complesso, “remato a favore”. In particolare, il saldo primario, ossia la differenza fra entrate fiscali e spese pubbliche (al netto della spesa per interessi) evidenzia un piccolo saldo negativo (-7,76): questo significa che nei quasi quattro decenni esaminati gli italiani hanno ricevuto in beni e servizi meno di quanto abbiano versato in tasse. Politicamente, a fronte delle continue accuse dal Nord d’Europa, questo è un fatto non trascurabile. Semmai è il contributo italiano al salvataggio delle banche tedesche e francesi (versamenti ai fondi europei ESFS e ESM) che ha remato contro (chi legge sarà ben consapevole di come il salvataggio della Grecia fosse un salvataggio delle banche tedesche e francesi creditrici verso quel Paese). Le privatizzazioni hanno avuto un ruolo secondario nell’alleviare il rapporto debito/PIL (-11,80 punti), il che suona desolante a fronte della demolizione dell’apparato industriale italiano che esse comportarono. La crescita reale del PIL (che aumenta il denominatore del rapporto debito /PIL) e, soprattutto, l’inflazione (deflatore PIL) sono stati fattori che hanno contribuito ad alleviare il rapporto. L’aumento del denominatore (il PIL nominale) determinato dall’inflazione contribuisce a contenere il valore del rapporto (debito / PIL, appunto) o, detto in altri termini, un elevato deflattore del PIL riduce i tassi reali pagati sui titoli del debito sovrano, come evidenziato nella Figura 1.

8. Danzare più o meno graziosamente attorno a questo mastodontico elefante mi pare abbia solo alimentato l’illusione di poter difendere la Costituzione attraverso l’opera di chi intendeva smontarla. Occorre parlar chiaro, indicare nomi e responsabilità: non si tratta di generici mutamenti epocali ma di precise scelte istituzionali, della liberalizzazione dei movimenti di capitali all’indipendenza delle banche centrali, cristallizzate in primis nel sistema dei Trattati europei. Naturalizzarne i risultati e (quindi) sovraordinarne la forza prescrittiva alla Costituzione significa contribuire a indebolire ciò che a parole si professa di voler preservare.
8.1. Questo è un punto su cui è comprensibile che uno storico possa avere incertezze, ma ai giuristi non vanno lasciati paraventi: è proprio su questo terreno istituzionale che si misura la fedeltà, oppure no, alla legalità costituzionale, senza che ci siano possibili rifugi dietro a pensosi “ma ormai”, “this time is different” e altrettanto profondi apoftegmi.
Ogni riformulazione del nichilismo giuridico si radica nel tentativo di mistificare gli atti con i fatti. Il giurista nichilista non rinuncia a presentarsi come autore di atti, ma, volendolo essere secondo la potenza assoluta del suo arbitrio, li mistifica come prodotto dei fatti e così si sgrava dal doverne rispondere. Sostituisce alla trialità del dialogo, responsabile degli atti, l’univocità del monologo innocente, che ‘dice’ i fatti, ovvero compie atti ma li mistifica come fatti.” (B. Romano, Due studi su forma e purezza del diritto, Giappichelli, Torino, 2008, pag. 119), magari evocando una novella “costituzione materiale” cresciuta spontanea e innocente come l’erba nei prati.
8.2. Più in generale, riprendendo le osservazioni di cui sopra sull’inevitabile porsi della questione della giustizia: Nei confini del fatto, che non accede alla struttura dell’atto, perdono senso i concetti di ingiusto e di male. I fatti sono, come le cose, solo ciò che sono; non sono atti imputabili, non rispondono della violazione del giusto, come è proprio invece dei soggetti-autori degli atti, che non sono cose, ma presentificazioni dell’io personale ed incarnato, soggetto responsabile dell’inscrizione di un senso nei fatti.
Diviene qui inevitabile interrogarsi sul rapporto tra la politica ed il diritto e dunque tra lo Stato e la giustizia, riprendendo a considerare con Agostino che «se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? E sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, e vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione».” (Ibid., pag. 121).

9. Sono quindi molte le buone ragioni, di legalità in primis, ma anche di giustizia e di civiltà, che nulla hanno sottratto alla razionalità pratica delle prescrizioni costituzionali, a un modello di cittadinanza che si propone di coniugare lavoro e democrazia. Di cui continuare, testardamente e a rischio di riuscire noiosi, a riproporre la centralità di fronte all’apparentemente infinito e variopinto repertorio di diversioni. D’altra parte, come diceva giustamente Del Noce: “chi dice che il monotono sia il falso? E’ del falso che bisogna aver paura, non di ciò che può apparire banale.”


domenica 7 luglio 2019

Agostiniani e Paolini



La sovranità costituzionale, la dissonanza cognitiva e un concilio di Nicea allo stadio. 

POST DI BAZAAR




«Diffidate di quei cosmopoliti che vanno a cercare lontano nei loro libri i doveri che trascurano di svolgere nel loro ambiente. Quel tale filosofo ama i tartari per non essere costretto ad amare i suoi vicini.» Jean-Jacques Rousseau, Émile




Mentre l’Unione Europea – espressione del capitalismo delle potenze egemoniche occidentali, lentamente, come un boa, stritola l’Italia e gli italiani – fenomeni macroscopici, per le dimensioni dell’impatto sociale o mediatico, dividono, spaccano, l’opinione pubblica in due.

La polarizzazione, nonostante gli sforzi dei media per creare dialettiche falsate, tesi e antitesi solo fintamente contrappositive che lasciano al governo materiale delle forze economiche proseguire la propria agenda politica al di là degli interessi generali e «al riparo del processo elettorale», si articola da un lato in un pubblico più o meno incosciente che però resiste – e che si ritiene, per ironia farsesca della Storia, perlopiù “conservatore” – e un pubblico che, a questa agenda politica, presta invece direttamente o indirettamente sostegno. Quest’ultimo si ritiene perlopiù progressista, e sulla sua “consapevolezza” sarà interessante riflettere.

Entrambe le fazioni portano avanti ideologicamente, di fatto, un pensiero (neo)liberale, nonostante la stragrande maggioranza delle persone, in particolar modo nella fazione resistente e conservatrice, rivendichi politiche e necessità di chiara matrice socialista: intervento dello Stato al fine di aumentare le assunzioni nel pubblico impiego, ripresa della crescita salariale nell’amministrazione pubblica, espansione della servizio sanitario nazionale, diminuzione dell’età pensionabile, supporto dello Stato alla famiglia e altre, sacrosante, battaglie socialiste i cui obiettivi furono perentoriamente iscritti in Costituzione e che questa inderogabilmente prescrive.

Dall’altra parte della barricata c’è quel blocco sociale guidato dalla borghesia che vive nelle zone urbane centrali, tendenzialmente di area liberal e progressista, che ha avuto perlopiù vantaggi dall’agenda politica eurounionista, o che ancora non ha subito le conseguenze di quello che è a tutti gli effetti uno strangolamento finanziario volto alla deindustrializzazione dell’Italia, alla grande espropriazione dei patrimoni dei ceti medi e alla definitiva mezzogiornificazione della penisola. Nota: all’espropriazione economica consegue l’esproprio della sovranità democratica.

Mentre i dati macroeconomici sono chiari nel descrivere il progressivo impoverimento degli italiani e nel delineare l’impressionante area di sofferenza sociale dovute alla disoccupazione e alla privatizzazione dello Stato sociale, l’interpretazione tra le due fazioni che abbiamo individuato è completamente opposta: ciascuna è preoccupata come fosse in gioco la propria vita (e giustamente, perché lo è), ma interpreta in modo diametralmente opposto i fatti sociali. E, fin qui, nulla di anormale. In definitiva, l’area progressista è identificabile da chiari interessi di classe (antinomicamente “conservatori”, in quanto difendono un privilegio) mentre i resistenti, i “conservatori”, appartengono alle classi tendenzialmente disagiate (e quindi in ricerca di “progresso” nella sicurezza sociale ed economica).

Grosso modo questi raggruppamenti delineano politicamente, ma anche a livello di dibattito extraparlamentare, la destra conservatrice dalla sinistra progressista: quindi abbiamo conservatori che rivendicano progressismo sociale, e progressisti che rivendicano posizioni socialmente conservatrici. Una complexio oppositorum che non mette in discussioni i dogmi (neo)liberali e la cui contraddittorietà logica e dissonanza cognitiva si risolvono nel bipensiero o in forme di misticismo da curva sud.

L’inosservato elefante nel corridoio è che le rivendicazioni socialiste non hanno praticamente rappresentanti e interlocutori politici, i quali, salve limitate eccezioni, abbracciano un pensiero politico che va dal liberalismo conservatore a un liberalismo progressista, entrambi col minimo comun denominatore del liberismo economico e di uno Stato se non minimo non più che supplente (“i posti di lavoro mica li può creare lo Stato” e slogan analoghi): Keynes e Marx non pervenuti.

Quello però che ci incuriosisce è il dato socio-ideologico: ovvero quella insanabile e inconciliabile spaccatura in seno alla società, non solo italiana, per cui su qualsiasi tema il dibattito si divide tra una sinistra progressista e una destra conservatrice, senza che la vera posta in gioco, ossia le sottostanti dinamiche socioeconomiche, riesca mai ad essere messa a fuoco in modo chiaro. Quest’appiattimento e omologazione, ossia il mancato radicamento della discussione nella specifica storia politica delle comunità, rappresenta di per sé una netta vittoria di chi sta imponendo la mondializzazione.

La capacità di coordinamento di cui hanno dato prova i media occidentali, e le scelte ideologico-linguistiche-normative “calate dall’alto” dalle organizzazioni internazionali, fanno la differenza. E questo significa che il “progressismo” della sinistra globalista ha vinto parecchie battaglie politiche.

Sicuramente è stupefacente come su qualsiasi tema – qualsiasi – questa inconciliabile contrapposizione si manifesti, escludendo a priori qualsiasi possibilità dialogica sui temi che una fondazione materiale del divenire storico imporrebbe come primari.

Il problema si presenta in questi termini: se nei temi che riguardano la morale è normale che la sensibilità di ognuno vari profondamente, e, quindi, si manifesti una simmetrica polarizzazione del tipo SÌ-NO su proposte di legge, o intorno a giudizi sul comportamento di personaggi mediatici (o “mediatizzati” dalla cronaca), in merito agli interessi materiali, sociali ed economici, questa simmetrica distribuzione non c’è: chi è più ricco – ovvero la minoranza – vuole conservare la propria posizione di privilegio e, in generale, è materialmente interessato a ciò che sente come esigenza di classe. Chi è povero – ovvero la stragrande maggioranza – ha come priorità far quadrare i conti famigliari o, se è in età fertile, sarà preoccupato di avere la stabilità economica necessaria per avere figli e mettere su famiglia.

Tutto il resto viene dopo. È cosa, se si vuole, abbastanza banale e intuitiva, comune esperienza di tutti noi.

Eppure, come si può facilmente constatare, questa solidarietà di preoccupazioni, che rende una classe tale, manca. O, se c’è, alligna solo presso quella classe identificabile con l’alta e medio-alta borghesia che sa come curare i propri affari ed è abbastanza numericamente ristretta – e geograficamente confinata (v. ZTL) – per discutere dei propri interessi inter pares.

Le classi subalterne mancano al momento della capacità di organizzare le proprio convinzioni politiche attorno a questi interessi: di fronte alla disarticolazione e cooptazione dei loro rappresentanti storici, rimane loro la (magra) soddisfazione del tifo ricalcato sul modello calcistico: ci si divide quindi su questioni secondarie o, magari, su questioni di primaria importanza ma per motivi secondari. Per pura fede e appartenenza.  

L’arena politica è trasformata dai media in uno stadio gigantesco, probabilmente grande come l’intero Occidente, dove giocano due squadre di calcio.

Quest’incontro dove le virtù “calcistiche” diventano una fondamentale questione morale per gli spettatori, tanto che dagli spalti si distinguono milioni di dotti teologi – a sinistra i santi progressisti, a destra i sadici e bigotti conservatori – raggiunge subito un obiettivo: quello di far sì che i tifosi dalle tribune siano equamente distribuiti quando la ricchezza non lo è. Va da sé che il primo obiettivo è quello di scollare, tramite la narrazione moralistica, la relazione tra bisogni materiali e politica che, nel capitalismo, è in primis politica economica.

Invece di rivendicazioni di classe, si esprimono pubblicamente rivendicazioni morali, per lo più attinenti alla sfera del privato, mentre privatamente si consuma – magari in silenzio – la sofferenza sociale che, invece, ha macro-ragioni di carattere pubblico, bisognose di essere discusse politicamente.

Non solo gran parte delle due tifoserie teologiche, “paolini” de sinistra e “agostiniani” de destra, non persegue i propri interessi materiali (infatti ingoiano entrambe le riforme strutturali liberiste, non avendo altra ideologia all’infuori di quella del mercato, compresi i noglobal e gli anticapitalisti dell’Illinois), ma una delle due condivide vezzi e pregiudizi dell’universalismo “di nessun luogo”, come lo ha felicemente definito Andrea Zhok, della classe dominante, che trova espressione nella teologia paolina dell’amore per tutte le minoranze, a partire da quella che monopolizza il mercato: gay, lesbiche, transessuali, africani, islami…( ehm… no, gli islamici non li vuole nessuno: sono per motivi fallaciani inaccettabili dagli agostiniani e mettono in imbarazzo i paolini open minded della famiglia senza frontiere).

I paolini amano tutti tranne gli agostiniani, che li vorrebbero vedere morti e a causa dei quali, dovendo condividerci il territorio, vorrebbero emigrare. Gli agostiniani ricambiano.

Il paolino de sinistra entra in loop quando si rende conto che, amando le minoranze, “non ama” le maggioranze (l’odio non è politicamente corretto: si agisce, ma non si proclama nella dottrina paolina): ovvero non ama la grande maggioranza composta dai poveri. Se d’altronde difendi le minoranze, devi difendere la più celebre delle minoranze, quella dell’élite, mica puoi prendere le parti di quella massa di agostiniani pezzenti e portatori di “pulsioni” fasciste! (Nella dottrina paolina vige l’equivalenza freudiana: povero + italiano = agostiniano fasciorazzista )

Il dramma interiore si risolve nel momento in cui, non potendo amare i poveri agostiniani, troppo vicini, può amare l’immigrato, che arriva da lontano ed è – ai suoi occhi – puro di cuore. Non è un fasciorazzista come l’agostiniano, corrotto dall’opulenza della civiltà occidentale, ottenuta grazie al colonialismo, anche se l’agostiniano in questione è da generazioni immemori figlio di contadini, operai, e attualmente disoccupato, separato e con un assegno di mantenimento da passare ogni mese ai figli che non può più vedere.

Agostiniani e paolini non possono proprio comprendersi: d’altronde, la teologia agostiniana è palesemente diabolica, ispirata al despotismo clericale del santo che li ha battezzati nel nome del conservatorismo. I paolini non possono accettarlo. Loro sono buoni. Soprattutto quelli che vivono nelle ZTL.

Quindi se gli agostiniani vedono nelle ONG che trasbordano africani in Italia strutture espressione dei servizi segreti di nazioni ostili che attentano alla nostra sovranità nazionale e, nei capitani delle relative navi, negrieri che deportano schiavi, manodopera a basso costo e sottoproletariato che andrà a delinquere nelle stesse periferie in cui vivono quegli squattrinati agostiniani, i paolini vi scorgono invece la magnifica costruzione della cosmopolitica società senza frontiere, la fine della Babele westfaliana e i primi passi verso la costruzione di un’ecologica e multiculturale società globale: la costruzione della società promessa. (La teologia è tutto: non importa se la globalizzazione abbia omogeneizzato qualsiasi forma di vita sul pianeta: il bipensiero permette al paolino di vedere nel monoculturalismo del mercato un multiculturalismo. Mistero della fede).

Quelli che sono trafficanti di esseri umani, lavoro-merce per gli agostiniani, sono invece capitali...ehm... capitani coraggiosi, eroi, salvatori-di-vite. Non è un problema di ordine sociale e di sovranità: il problema per paolini è giustamente morale. Perché loro sono buoni e… accoglienti.

Gli agostiniani credono di essere in guerra, i paolini credono di essere in missione per conto di Dio.

Qualsiasi possibilità dialogica e di riflessione sulla concretezza dei propri interessi materiali è di fatto impossibile: quando c’è di mezzo la religione esistono dogmi ed eretici. La fede per una squadra di calcio sempre fede è.

Ed è così per qualsiasi fatto di cronaca: le vaccinazioni obbligatorie e le relative sanzioni sono un sopruso anticostituzionale per gli agostiniani, mentre sono una rivelazione della Scienza per i paolini, confidando nel sacro metodo galileiano che è in sé Bene e Amore incondizionato per l’intera umanità.

E su quel boa constrictor dell’Unione Europea?

Per gli agostiniani è una sottrazione di benessere economico e sociale contestuale alla sottrazione di sovranità, per i paolini è un sogno.

Amen.


(Questa contrapposizione con retorica da guerra civile, dove cappi penzolano da sedi di partiti, ed esponenti politici vengono raffigurati appesi a testa in giù, è molto preoccupante: quando il dibattito politico diventa una scontro di carattere religioso, o, meglio, metaetico, ci si trova in una situazione prepolitica, o, stando con Calamandrei, ci si trova «allo stato di fatto, allo stato meramente politico in cui le forze politiche [sono] di nuovo in libertà senza avere più nessuna costrizione di carattere legalitario». Tutto questo era ciò che la Costituzione avrebbe dovuto evitare, e che il processo desovranizzante eurounionista ha permesso)












giovedì 23 maggio 2019

ECB: USO DISCREZIONALE (A EFFETTO POLITICO) DELLA LIQUIDITA'



Introduzione
ECB crea moneta e la distrugge. In quanto Banca Centrale, attraverso l’acquisto e vendita diretti di TdS-Titoli di Stato; in quanto Supervisore Bancario, (“SSM”) attraverso la valutazione (normativa o discrezionale) degli attivi e dei passivi delle banche. Ma è la prima forma di creazione e distruzione, quella più rapidamente osservabile, attraverso l’andamento dei rendimenti dei TdS.
Della creazione e distruzione monetaria, operata da ECB sul mercato dei TdS italiani, tutto si può dire, meno che sia stata neutra: il presente articolo la definisce “imbarazzante”. Nel senso di aver mostrato un andamento al mercato (tanto al rialzo, quanto al ribasso), in misura più significativa di quanto mai avrebbero potuto fare direttamente (attraverso manovre correttive, sacrifici, etc) i successivi governi italiani. Loro sì, continuamente sottoposti alla fiducia di un Parlamento costituzionale, democraticamente eletto e legittimamente in carica.
Eppure, gli importi azionati non appaiono enormi: 5 miliardi €, come vedrà il lettore. Nulla che non possa essere azionato da un governo consapevole e volenteroso, attraverso quella che l’articolo chiama “una rete di protezione” nazionale.
Oppure, attraverso la imposizione di un normale regime di controllo ai movimenti di capitale, aggiungeremmo noi.
Né ci pare valere l’eventuale obiezione, che i 5 miliardi € di ECB possano “valere di più” in quanto “promessa” di ulteriori interventi. Il mercato essendo a perfetta conoscenza, che lo OMT è barrato a tripla mandata (Karlsruhe, ESM eligibility criteria, ESM ex-ante TdS restructuring).



ECB:uso discrezionale e politico della liquidità
By Guado

  1. ECB crea la moneta
ECB, come qualsiasi altra banca centrale, crea moneta dal “NULLA”. Sul punto William White (ex BoE/BoC/BIS/OECD) è chiaro:

Intervista a William White



Le Banche Centrali creano moneta, in modo permanente, acquistando asset:



La Fed ha monetizzato nei suoi QE titoli di debito pubblico americano (Treasury) e MBS (cartolarizzazione di mutui).
La BoJ acquista, creando moneta, titoli di debito pubblico giapponese e, a sua volta, ETF ECB, nel suo programma di creazione moneta APP (Asset Purchase programme) acquista:
1. Titoli di debito pubblico dell’area Euro (programma PSPP)
2. Titoli di debito corporate area Euro (programma CSPP)
3. Covered Bond, obbligazioni garantite dell’area Euro (programma CBPP)
4. Titoli emessi a seguito di cartolarizzazione di prestiti bancari (programma ABSPP)
Dalla crisi 2008/2009 sono stati creati globalmente circa 15 Trilioni di $ di nuova liquidità:



ECB ha gonfiato il proprio bilancio di 2,5 Trilioni di € dal 2008. I titoli acquistati sono posti nell’attivo dello stato patrimoniale...




...cui corrispondono nel passivo le nuove riserve create per le banche commerciali...



...con nuova liquidità, a disposizione delle banche commerciali, che dovrebbe agevolare il rilascio di nuovi prestiti al settore economico.



  1. Dentro il programma di acquisto e creazione moneta della ECB
L’acquisto di titoli di debito pubblico (PSPP) rappresenta il programma principale...



...e pesa oltre l ’80% degli oltre 2,5 Trilioni di € complessivi creati dal QE ECB da marzo 2015.

L’asset titoli di debito pubblico, e quindi il BTP, svolgono un ruolo fondamentale in questo “gioco”. Il BTP è cash “privilegiato” per le banche commerciali italiane. Grazie alla sua monetizzazione, al suo status di “free risk” ed alla sua “capacità” di generare rendimento garantito dal patrimonio pubblico e privato italiano.





  1. Dentro la discrezionalità della ECB di creare e distruggere liquidità.
ECB si pone, sul PSPP 2, limiti: acquista TDP in proporzione al capital key dell’Eurosistema (per Italia pari al 17,49% fino al 31/12/2018) e non può detenere oltre il 33% dei titoli di debito emessi ed in essere di ciascun paese (“issuer limit”); tuttavia, date le regole, ECB si concede un margine di manovra, asserendo che può, se le condizioni di mercato non la soddisfano, TEMPORANEAMENTE deviare da questi parametri, in particolare dal Capital Key.
Da marzo 2015 a dicembre 2018 abbiamo avuto questo “ritmo” di creazione moneta mensile:




a) La prima discrezionalità ECB è la ripartizione della liquidità che viene creata mensilmente, tra i vari programmi APP...



... e il trend 2018 appare chiaro:








b) Il secondo livello di discrezionalità, nell'uso della liquidità da parte di ECB, è decidere se e quanto della liquidità disponibile utilizzare in quel mese.
Il totale della liquidità disponibile mensile è pari alla somma della liquidità NUOVA che veniva creata da marzo 2015 a dicembre 2018 e quella derivante dai rimborsi dei titoli di debito pubblico, acquistati da ECB e giunti a scadenza.
Fino al 31/12/2018, ECB si era data la regola dei 3 mesi sull’uso della liquidità proveniente dai rimborsi, una volta cessata la creazione della nuova monetaMa, da Gennaio 2019, questo limite è stato ampliato, ad un anno.
Anche qui il trend del 2018 appare chiaro ... 





tra i mesi di carico e quelli di scarico e come questo influenzi il BTP.






c) Il terzo ed ultimo livello di discrezionalità, nell’uso della liquidità da parte di ECB, è tra tutti il più “incidente”. Quando ECB decide di deviare i propri acquisti dal capital key sui titoli di debito pubblico italiano, questo ha delle conseguenze dirette sull’andamento del BTP e dello spread:




È evidente che il BTP ha necessità di un sostegno “extra”, da parte di ECB. Ma questo sostegno non viene assicurato in modo costante.
C’è stato un momento in cui quella linea rossa è andata sotto la linea nera della retta di regressione lineare ... momento coincidente con la fine del governo Gentiloni e con le nuove elezioni italiane; e si è protratto a lungo dopo l’insediamento del nuovo governo LN+M5S.
Questa deviazione dal capital key dell’Eurosistema pesa, a vantaggio dell’Italia, per circa 30 miliardi di €, cumulati da inizio QE ad oggi (non avendo ripartito la quota della Grecia, che non partecipa al QE, tra le nazioni rimanenti; come è prassi di conteggio della deviazione da parte di ECB).





(In caso di quota greca spalmata sulle altre banche centrali, la deviazione è sui 20 miliardi di Euro).
Possono queste poche decine di miliardi influenzare l’andamento del BTP in modo così marcato?





Sì.

  1. Passati effetti della discrezionalità della ECB
ECB è il primo fornitore di liquidità BTP e l’unico buyer REALE dal 2015 al maggio 2018, quando le banche italiane assorbirono lo scarico di debito pubblico italiano detenuto da investitori esteri:








Con il QE, il mercato dei titoli di debito pubblico italiano ha visto ridursi la dimensione dei suoi scambi su MTS, per un ammontare equivalente ai titoli acquistati da ECB, pari a 365 miliardi al 31/12/2018.





A questi, bisogna aggiungere i 395 miliardi detenuti dalle banche italiane. Dei quali oltre il 50% sono valutati al costo ammortizzato, cioè sono detenuti fino a scadenza e quindi non commerciabili.





Ai quali bisogna aggiungere altri 130 miliardi circa, in mano alle assicurazioni. Anch’essi detenuti a coperture delle polizze e contabilizzati prevalentemente come detenuti fino a scadenza.
Complessivamente sono NON commerciabili contabilmente, perché detenuti fino a scadenza, circa 700 miliardi di titoli di debito pubblico italiano.
Tutto questo ha reso il mercato dei titoli di stato italiano sensibilissimo alla presenza o meno di liquidità giornaliera sul book di trading di MTS (mercato telematico all'ingrosso dei titoli di Stato, riservato a operatori specializzati e gestito dall'omonima s.p.a.... privatizzata nel 1997).
Il momento chiave è l’asta di apertura giornaliera su MTS alle 08.30.
Su MTS partecipano solo banche, imprese d’investimento, MEF e Banca d ’Italia, che lì effettua le operazioni di politica monetaria ECB (QE-APP-PSPP).
Banca d ’Italia/ECB fa “sentire” la propria presenza, agli operatori di mercato, coprendo il lato del Bid (lato della domanda per acquistare BTP) del book di trading (“size del bid”), immettendo liquidità.
Servono pochi milioni (lotto minimo 2,5 milioni), non miliardi, per coprire il BTP.





La copertura ECB sul BTP nel 2019 è stata “ondivaga”, nonostante ECB abbia cessato di creare moneta a dicembre 2018. ECB ha utilizzato liquidità “altrui” per comprare nuovi BTP ed aumentare il totale di BTP detenuti, ampliando in questo modo la deviazione, a favore dell’Italia, di 5 miliardi €.









In tal modo, ECB ha dimostrato quanto questo trattamento privilegiato sia INDISPENSABILE per l’Italia. E si è posta, già da allora, in una posizione di vantaggio, obiettivamente in grado di, eventualmente, condizionare la scena politica e sociale del paese, nel secondo semestre 2019.

Ad esempio, in caso di non allineamento alle indicazioni e prescrizioni, in tema di politiche economico-fiscali, della Commissione Europea, ECB ha il potere discrezionale di rientrare della liquidità “anticipata” sul BTP: usando liquidità italiana per acquistare altro debito, oppure semplicemente cessando di seguire quel trend in deviazione dal capital key, che si è dimostrato fondamentale per mantenere il BTP in una zona di sicurezza.










  1. Potenziali futuri effetti della discrezionalità della ECB
Di seguito il piano dei rimborsi comunicato da ECB per i prossimi 12 mesi.
Questi flussi di liquidità condizioneranno sicuramente l’andamento del BTP, in particolare se ECB cesserà di coprire il BTP, fornendo giornalmente qualche milione di liquidità sul lato bid del book di trading del MTS.
Notare come giugno/agosto/settembre/novembre/dicembre appaiono mesi difficili. Mentre ottobre prometterebbe una liquidità “salvifica”:












Se, da giugno, ECB sarà “distratta” e non fornirà la minima e costante copertura sul BTP, nessuno può escludere un crash in stile 29 maggio 2018 sulla curva del BTP come evento finale.
Non “percependo” la copertura della ECB, le banche e/o istituzioni finanziarie che svolgono il ruolo di market maker sui mercati, reagiscono riducendo progressivamente la liquidità messa a disposizione sul mercato, a sostegno delle contrattazioni.
Nei casi estremi, come quello accaduto il 29 maggio 2018, in particolare il mercato del BTP sulla parte corta della curva (BTP 2 anni) diviene illiquido ed “ingestibile”, con deviazioni dalla normalità di magnitudo estrema:










  1. Conclusioni
La principale e più logica possibilità di “salvezza” sarebbe creare una “rete di protezione” “nazionale”, fornendo liquidità sul book di trading del BTP su MTS, almeno nelle prime 2 ore di contrattazione nei momenti di massimo “stress”.
Fornitori di liquidità? CDP, banche ed assicurazioni italiane con i loro book di trading.
La spirale banche-Btp (Loop) è già un “problema” italiano ma, almeno, in questo modo essa diverrebbe funzionale ad evitare l’innesco di una spirale catastrofica (DoomLoop) sistemica, tale da condizionare, in misura estrema, la vita economica e sociale del paese.