domenica 15 luglio 2018

GLOBALIZZAZIONE E CONFINI – ELOGIO DEL LIMITE (COSTITUZIONALE)


GLOBALIZZAZIONE E CONFINI – ELOGIO DEL LIMITE (COSTITUZIONALE)
Post di Francesco Maimone
(I Parte)




1. Viviamo nell’epoca della globalizzazione e alcune “suggestioni” non potrebbero che suonare più naturali: “quando l’Europa si farà e i popoli si riconosceranno nella pace e nella concordia, le frontiere saranno segni convenzionali e non diaframmi”. Queste le parole di Saragat ricordate di recente dall’attuale Capo dello Stato il quale, in altra occasione, ha rincarato la dose sostenendo che “chiudere i confini è irresponsabile”. Tutto ciò in concomitanza, tuttavia, con un momento storico in cui vengono (re)introdotti dazi commerciali, l’accordo di Schengen è stato già ampiamente derogato e la mitizzata €uropa pare in modo irrimediabile destinata a frantumarsi (anche) di fronte al fenomeno dell’immigrazione.
Più si evocano fedi, si pronunciano auspici e si richiamano sogni (di pace e di concordia) e più la realtà, tuttavia, sembra riluttante ad adeguarsi. Forse il momento sembra propizio per tornare ad occuparci, sia pur brevemente, delle trasformazioni spaziali che gli ordinamenti giuridici stanno vivendo, prendendo le mosse proprio dalla rappresentazione spaziale degli ordinamenti medesimi, del destino della convivenza umana basata sull’idea di “spazio” e del rapporto tra questo e l’idea di “norma” (e quindi di Costituzione, come livello normativo supremo).

2. Sull’argomento, possiamo iniziare con l’avvertenza che la storia dell’elemento spazio come fondamento degli ordinamenti giuridici non può prescindere dai contributi teorici che, nella disciplina del diritto pubblico, sono stati apportati da Carl Schmitt, riservandoci le dovute precisazioni.
C. Schmitt, già in Terra e mare, avvertiva al riguardo come “l’ordinamento spaziale” (konkrete Raumordnung) rappresenti “l’ordinamento fondamentale…la costituzione di un paese o di un continente” denominato dal giurista tedesco con il termine NOMOS, inteso come “il processo fondamentale della suddivisione dello spazio, che è essenziale ad ogni epoca storica LA FORMA IMMEDIATA NELLA QUALE SI RENDE SPAZIALMENTE VISIBILE L’ORDINAMENTO POLITICO E SOCIALE DI UN POPOLO[C. SCHMITT, Terra e Mare, Milano, 2003, 63]. L’ordinamento giuridico concreto è tale solo se radicato in uno spazio determinato (Schmitt non a caso utilizza Nomos anche come sinonimo greco di “misura”).

2.1. Nomos, secondo C. Schmitt, è perciò il termine che rende l’idea “del processo fondamentale di unificazione di ORDINAMENTO e LOCALIZZAZIONE” (Ordnung e Ortung) [C. SCHMITT, Il nomos della terra, Milano, 1991, 71] e, in definitiva, del nesso indissolubile tra ordinamento (giuridico) e territorio, definibile come porzione del globo terrestre entro il quale “… è consentito ad un soggetto di esercitare il potere giuridico a lui conferito e che forma la sfera della sua competenza territoriale, o, ancora, l’ambito spaziale il quale non solo delimita tale sfera, ma si pone esso stesso quale oggetto di un’autonoma potestà di comando esercitantesi sul medesimo”. [C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, 1969, 102].
Il diritto è fenomeno sociale (secondo il brocardo ubi societas hominum ibi ius) e solo in un territorio condiviso e delimitato può realizzarsi un progetto di convivenza che non si riduca a semplice com-presenza tra individui tra di loro indifferenti: “… il diritto è un tutt’uno con la determinazione spaziale di un popolo. Il suo essere, la sua storica concretezza e comprensibilità logica, è nel radicamento terrestre[N. IRTI, Geo-diritto, Riv.Trimestrale di diritto e procedura civile, Milano, 2005, fasc. I, 27].
Si può quindi sostenere che non è possibile l’esistenza di un ordinamento giuridico senza una sua localizzazione territoriale: “… insegna la dottrina delle scuole risultare lo Stato dalla sintesi di popolo territorio sovranità. Concetti e metafore, teorie ed immagini esprimono il rapporto tra Stato (e dunque potestà di prescrivere e coercire) e superficie della terra: lo Stato ha un territorio; lo Stato è un territorio, lo Stato abita in un luogo; il territorio è la casa dello Stato [N. IRTI, cit., cit. 22].

3 Se un ordinamento deve di necessità essere localizzato, ciò significa che esso deve di conseguenza essere delimitato da CONFINI: “Il concetto di confine vi ebbe, e tuttora vi svolge, importanza straordinaria. Una famiglia di parole - limite, termine, confine - serve a designare il divieto di oltre-passamento, a distinguere il dentro e il fuori. II confine, rompendo la continuità estensiva della superficie, determina un luogo, questo o quel luogo della terra…. IL CONFINE circoscrive e individua, divide e separa, e prime tra le altre funzioni - include ed esclude. La funzione inclusiva genera l'appartenenza: appartiene, ossia è parte di un tutto, chi si trova al di qua del confine. Quegli è cittadino, membro della civitas. Coloro, che stanno dentro il confine, si chiamano perciò con-terranei: essi, non soltanto abitano, ma vengono dalla medesima ed unica terra.
LA CONTERRANEITÀ NON È ESTENDIBILE A TUTTI GLI UOMINI, che pure dimorano sulla superficie del globo, ma raccoglie soltanto coloro che hanno origine da un certo e dato luogo. Conterraneità implica determinazione di luogo; luogo postula determinazione di confini. SENZA CONFINI, e dunque senza la separatezza da altri, GLI UOMINI NÈ APPARTENGONO NÈ SI DICONO CONTERRANEI. I confini generano la forma spaziale dello Stato, e così di regioni città villaggi, e d'ogni altro gruppo insediato sulla terra. Il confine anche adempie una FUNZIONE ESCLUSIVA. Dividendo e separando, non lascia oltre-passare. A coloro che, stando dentro, appartengono, e dunque si ritrovano nell'esser conterranei, sono contrapposti i forestieri, gli uomini di fuori…[N. IRTI, cit., 22-23].

4 I caratteri e le funzioni dello spazio de-limitato sopra richiamati e trasposti nel campo del diritto, non costituiscono peraltro frutto di arbitrarie elucubrazioni, ma vengono mutuati da Irti direttamente dalla sociologia classica e, in particolare, da Georg Simmel, autore per il quale lo spazio costituisce senza dubbio uno dei principi strutturali posti alla base della sua riflessione sociologica.
Dal punto di vista generale, in proposito, si può dire infatti che “… l’analisi spazialista di Georg Simmel si distingue … per la capacità di attribuire allo spazio il doppio ruolo di scenario plasmabile dall’azione umana e di stampo entro cui le relazioni umane prendono forma…”, nel senso che “… lo spazio è al tempo stesso condizione e simbolo delle forme sociali: da un lato costituisce la struttura alla base della realtà sociale che in qualche modo determina l’agire, dall’altro è risultato e, quindi, emblema dell’azione[V. COTESTA, M. BONTEMPI, M. NOCENZI, Simmel e la cultura moderna: La teoria sociologica di Georg Simmel, Morlacchi Editore, 2010, 216-217].
Nello specifico, invece, l’individuazione delle caratteristiche / proprietà dello spazio consente a Simmel di interpretare le forme delle interazioni sociali. E tra tali caratteristiche spiccano proprio il confine (o limite) e la esclusività.

4.1 Lo spazio è infatti scomposto in unità definite da confini che ne rendono così possibile la sua utilizzazione pratica. Per Simmel “… i confini sono per i gruppi sociali quello che le cornici sono per i quadri e delimitano ciò che è dentro rispetto al mondo circostante, esercitando una doppia funzione GENERATRICE DI IDENTITÀ STABILI al loro interno e DI DIFFERENZIAZIONE RISPETTO ALL’ESTERNO. In questo modo si garantisce coerenza interna marcando un distacco con il mondo esteriore …” [V. COTESTA, M. BONTEMPI, M. NOCENZI, cit., 220]. In un gruppo sociale, quindi, la relazione degli elementi che la compongono e l’unità della reciproca azione acquistano la loro espressione spaziale nel confine che la incornicia, determinandone l’organizzazione concreta dell’esperienza.
Si può dire che “… gli individui agiscono e si relazionano costantemente in contesti spaziali, operando un’interpretazione della situazione che permette loro di DARE UN SIGNIFICATO ALLE PROPRIE AZIONI e garantisce che queste siano comprese dagli altri. In questo compito, si è facilitati da una serie di segnali presenti nel contesto che concorrono a definirne il frame, la cornice di riferimento, delimitando i confini di una specifica situazione e isolandola dalle altre…[V. COTESTA, M. BONTEMPI, M. NOCENZI, cit., 221].
Per Simmel “…certi tipi di relazioni possono realizzarsi secondo tutta la loro forma sociologica soltanto quando, entro il campo spaziale che viene riempito da uno dei loro esemplari, non vi è posto per un secondo[Simmel, Sociologia, Torino, 1998, 526]. Ciò in quanto solo all’interno di questa cornice – cui corrisponde una comunità omogenea – “… ciò che gli attori “fanno” acquista un senso specifico …” [A. DAL LAGO, Il conflitto della modernità. Il pensiero di Georg Simmel, Bologna, 1994, 62].

4.2 Quanto all’esclusività, essa rappresenta peculiarmente una caratteristica che consente di comprendere i processi di costruzione identitaria di un gruppo sociale; “… proprio in quanto costruzione sociale, una dimensione fondamentale dell’identità è quella locativa: l’attore concepisce sé stesso in un ambito, cioè entro confini, che rendono l’individuo o il gruppo simili a chi è dentro e diverso da chi si colloca fuori dai confini stessi. La costruzione dell’identità consiste in sostanza nella costruzione di un confine, finalizzato a produrre stabilità e, soprattutto, prevedibilità del comportamento sociale[V. COTESTA, M. BONTEMPI, M. NOCENZI, cit., 223].
Perciò Simmel può affermare che l’esclusività è una qualità per cui ogni segmento dello spazio (nonché una comunità in esso situata) “… ha una specie di unicità per la quale non esiste praticamente analogia[G. SIMMEL, Sociologia, Torino, 1998, 525].
N. Irti, cogliendo anche tale profilo identitario giocato dallo spazio delimitato da confini, può sostenere di conseguenza che “… nella misura in cui una formazione sociale è fusa o, per così dire, solidale con una determinata estensione di territorio, essa presenta un carattere DI UNICITÀ O DI ESCLUSIVITÀ CHE NON PUÒ ESSERE CONSEGUITO IN ALTRA MANIERA[N.IRTI, cit., 23]. Viene da chiosare che la solidarietà, non intesa in senso liberal-metafisico, in primis non può che essere appannaggio del gruppo sociale radicato su un territorio. L’esempio della costruzione europea conferma empiricamente una tale affermazione, poiché – come dovremmo sapere – nel magnifico condominio €uropeo la solidarietà non solo non è prevista, ma è espressamente vietata.

4.3 Per dare conto delle relazioni essenziali, oggi praticamente svilite e demonizzate, che intercorrono tra formazioni sociali e localizzazione, si può altresì citare, anche in questo caso per le espresse implicazioni politiche, Max Weber. E’ quest’ultimo, dal canto suo, che “… nell’ambito dei Grundbegriffe … stabilisce un nesso tra il confine e la comunità definendo le connotazioni della comunità (Gemainschaft), anche di quella politica, come caratterizzata da quel SENTIMENTO DI APPARTENENZA DEI SUOI MEMBRI CHE SGORGA DA UNA LUNGA E STRETTA CONVIVENZA E DAL PRENDERSI CURA L’UNO DELL’ALTRO. Ne derivano dell’appartenenza o esclusione. La delimitazione territoriale è la decisiva connotazione della comunità politica: per cui coloro che stanno all’interno di tale delimitazione SI CONSIDERANO SOTTOPOSTI ALLO STESSO POTERE RICONOSCIUTO COME LEGITTIMO[I. RICCIONI, Comunicazione, cultura, territorio. Contributi della sociologia contemporanea, Milano, 2008 63].

5 Volendo provare a tirare le fila di quanto sin qui argomentato, si può sostenere che l’ordinamento (Ordnung) può fregiarsi del crisma stesso della “giuridicità” in quanto possiede una localizzazione (Ortung), cioè una sua delimitazione territoriale, dove quest’ultima - come specificato - costituisce un diretto precipitato del fenomeno sociale: “… questo concetto generale di delimitazione reciproca è tratto dal limite spaziale, tuttavia essa costituisce soltanto, più profondamente, la cristallizzazione o spazializzazione dei processi di delimitazione che sono i soli reali. … Il limite non è un fatto spaziale con effetti sociologici, MA È UN FATTO SOCIOLOGICO CHE SI FORMA SPAZIALMENTE [G. SIMMEL, cit., 531].

6 Scopriamo clamorosamente, quindi, come il “luogo” sia un’entità fondamentalmente antropo-sociologica. L’essere umano, conferendo rilevanza alla sua dimensione spaziale, ne individua e ne demarca continuamente i limiti, cioè i confini. E si può abitare uno spazio solo se vengono tracciati confini, cioè producendo spazi custoditi (territori):
noi cominciamo ad operare distinzioni appena nati. Giungiamo in uno spazio non marcato (e ci ritroviamo compresi in esso), indi eseguiamo il primo ordine: traccia una distinzione! Così facendo siamo costretti a indicare quale parte della distinzione scegliamo, e indicandola (può essere il nostro corpo) sviluppiamo la distinzione. In seguito tendiamo a ripetere tale indicazione e in questo modo si condensa la forma. Mediante la condensazione, la parte indicata assumerà non solamente la qualità logica dell’identità, ma anche la qualità metalogica della familiarità. La distinzione si sviluppa fino a sfociare nella distinzione tra familiare e non familiare[N. LUHMANN, Familiarità, confidare e fiducia, in D. Gambetta, Le strategie della fiducia. Indagini sulla razionalità della cooperazione, Torino, 1989, 124]. E’ persin banale osservare che il limite o confine, prima che categoria tutta normativa, è innanzi tutto esperienza materiale.

6.1 Se ciò è plausibile, risulta “… un pò arbitrario tentare di dissociare LA PRATICA EFFETTIVA DELLA LIBERTÀ, la pratica dei rapporti sociali, DALLE DISTRIBUZIONI SPAZIALI. Nel momento in cui separiamo queste cose, esse diventano incomprensibili. L’una non può essere compresa che attraverso l’altra…[M. FOUCAULT, Biopolitica e liberalismo, Milano, 2001, 180]. Si ritornerà sull’argomento parlando dei diritti fondamentali e della loro tutela.
Le porzioni di spazio de-limitate divengono quindi uniche ed irripetibili e, come tali, connotano nella loro unicità ed irripetibilità le formazioni sociali che le riempiono e che vi agiscono come comunità politiche che si danno regole di convivenza. A coloro i quali, invece, ritengono che i confini siano un male, basterà rammentare come persino C. Schmitt sia riuscito in modo persuasivo ad affermare che “il diritto e la pace poggiano originariamente su DELIMITAZIONI IN SENSO SPAZIALE [C. SCHMITT, Il nomos, cit., 21].
Tale ultimo aspetto non dovrebbe apparire bizzarro, se si considera che nello studio storico della relazione tra diritto e confini, i giuristi non hanno mancato di evidenziare la capacità del confine di anticipare lo scontro, di dirimere i potenziali conflitti, di permettere, se accettato, una convivenza pacifica. Ed a questo proposito i giuristi non mancheranno di alimentare la convinzione di un legame etimologico tra le parole limite(m) e lite(m). Per non parlare degli esempi offerti dalla letteratura agiografica la quale ci informa come “…traslato dalla sfera privata a quella pubblica e politica, il significato simbolico del confine, coi suoi segni apotropaici e giuridici, fu il simbolo stesso della sicurezza e della identità territoriale”.

7. Detto ciò, l’aver assunto il Nomos schmittiano come categoria interpretativa non equivale certamente ad assumerne al fondo anche le inaccettabili conseguenze di cui infra, quanto, semmai, ad evidenziare come le stesse siano state oggigiorno reintrodotte, ma con modalità affatto diverse.
Al riguardo, non bisogna infatti dimenticare come per Schmitt il Nomos coincida comunque con il fatto originario della OCCUPAZIONE della terra (“… all’inizio della storia dell’insediamento di ogni popolo, di ogni comunità e di ogni impero sta sempre in qualche forma il processo costitutivo di un’occupazione di terra…C. SCHMITT, Il nomos, cit., 27). E l’occupazione di terra istituisce il fenomeno giuridico secondo una duplice direzione:
“…verso l’interno, vale a dire internamente, al gruppo occupante, viene creato con la prima divisione e ripartizione del suolo il primo ordinamento di tutti i rapporti di possesso e di proprietà; in questo modo ogni occupazione di terra crea sempre, all’interno, una sorta di superproprietà della comunità nel suo insieme”;
verso l’esterno, di contro, “… il gruppo occupante si trova posto di fronte ad altri gruppi e potenze che occupano la terra o ne prendono possesso…O si acquista una porzione di suolo da uno spazio che era stato fino ad allora libero…oppure viene sottratta al possessore e padrone riconosciuto fino ad allora una porzione di suolo che viene trasmessa al nuovo possessore e padrone[C. SCHMITT, Il nomos, cit., 24].

8 Si evince dai passi riportati come la occupazione della terra “… sia per Schmitt un evento niente affatto individuale e privato, bensì esclusivamente collettivo, e come dei due profili del nomos egli consideri quello esterno dell’appropriazione primario rispetto a quello interno della divisione. Ritorna insomma la tesi…del primato della politica come LOTTA TRA GRUPPI “ESISTENZIALE, vale a dire condotta fino allo sterminio di uno dei due contendenti (o quantomeno al suo annientamento giuridico, alla sua riduzione in schiavitù) al quale segue logicamente l’occupazione del territorio da parte del gruppo vincitore…[S. CARLONI, Terra contro Mare. Riflessioni sul nuovo ordine mondiale a partire da Carl Schmitt, Roma, 2016, 49].
Il Nomos di C. Schmitt – quale espressione tipica di un pensiero giuridico decisionista, cioè basato sulla pura forza e del tutto refrattario al riconoscimento della pluralità ordinamentale – si basa in sostanza sulla semplicistica e brutale distinzione amico / nemico (amicus/hostis), ove quest’ultimo dev’essere annientato con violenza sino alla possibilità reale della sua uccisione fisica.

9 Ne consegue che nella Weltanschauung schmittiana l’Ortung (localizzazione) viene a coincidere con l’occupazione/invasione fisica e potenzialmente sconfinata di territori, mentre l’Ordnung (ordinamento) viene ad identificarsi con il detentore assoluto del potere a cui spetta la decisione suprema ed a cui il popolo (ridotto a mero aggregato umano) è sottomesso in base ad un Führerprinzip.
Un tipico esempio di quanto detto è riscontrabile nelle parole che Hitler pronunciò davanti al Reichstag tedesco il 13 luglio 1934 dopo aver ordinato e fatto eseguire l’uccisione del capo delle SA Röhm e dei suoi seguaci. Hitler dichiarò a giustificazione dell’uccisione “Se qualcuno mi rimproverasse di non esserci rivolti a normali tribunali per ottenere una sentenza, io posso solo dire: in questa ora io ero responsabile del destino della Nazione tedesca e, in tal modo, il più alto magistrato del popolo[I. KERSHAW, Hitler, Vol. 1, Milano, 1998, 653]. E’ noto che C. Schmitt, in un articolo dal titolo “Il Führer protegge il diritto”, nell’occasione “… espose un’argomentazione di abbellimento giuridico del fatto…” [M. MAIWALD, Diritto e potere, in Riv. italiana di diritto e procedura penale, Milano, 2004, fasc. 1, 5].

9.1 L’ordinamento concepito come pura forza ed eretto su basi predatorie e di dominio (“… il dominio è in primo luogo esclusivamente dominio sulla terra, e solo in seguito a ciò dominio sugli uomini che abitano nella terra”, C. SCHMITT, Il nomos cit., 26) trova poi naturale sponda nel c.d. normativismo, cioè in quella concezione giuridica che, emancipandosi dalla materialità del territorio (come luogo del politico, per definizione de-limitato) risulta funzionale a raccontare del diritto positivo come riferito ad un generico e sconfinato spazio nonché idoneo ad obliterare quella connessione ancestrale tra Ordnung e Ortung.
Un ordinamento come quello descritto, non a caso, nella elaborazione teorica di Schmitt rimanda alla ideologia nazionalista ed espansiva del Lebensraum, che vide in Friedrich Ratzel il principale teorico grazie alla sua opera Geografia politica.

10 E’ così intuitivo per la coscienza democratica la ragione per cui la Weltanschauung di Schmitt merita reiezione che non pare necessario un particolare ulteriore approfondimento. Dal punto di vista metodologico, in questa sede basterà però ricordare - anche ai fini di quanto verrà di seguito ancora spiegato - la lezione di Santi Romano, per il quale invece l’Ordinamento giuridico – che è necessariamente “plurisoggettivo” [S. ROMANO, L’ordinamento giuridico, Firenze, 1962, 61] - non coincide semplicemente con un insieme di norme, bensì consiste in
“… un’unità in sé - e un’unità, si noti bene, non artificiale o ottenuta con un procedimento di astrazione, ma concreta ed effettiva[Ibidem 13], dal momento che a sua volta il diritto è “… COSCIENZA CHE INCARNA LE RAGIONI DELLA COESISTENZA E DEL SISTEMA IN CUI I SINGOLI SI UNIFICANO, che fa da mediatore, che appella al rapporto tra le parti fra loro e col tutto, che è come l’incarnazione dell’io sociale, del socius tipico… il diritto non consacra soltanto il principio della coesistenza degli individui, ma si propone soprattutto di vincere la debolezza e la limitazione delle loro forze, di sorpassare la caducità, di perpetuare certi fini al di là della loro vita naturale, creando degli enti sociali più duraturi dei singoli…[Ibidem, 19 e 40].

10.1 Del resto, non bisognerebbe mai dimenticare che la “plurisoggettività ordinamentale” (che ha per protagonisti gli Stati-nazione, ciascuno identificato dal trinomio “popolo-territorio-sovranità”) rappresenta un principio fondamentale acquisito nel diritto internazionale, ovvero nelle norme di jus cogens, “… nel senso che il loro rispetto rappresent[a] la (vera) condicio sine qua non della pace e della sicurezza internazionale [F. LATTANZI in Dig. disc. pubbl., Torino 1987, 7, voce Autodeterminazione dei popoli]. Non si vuole quindi negare che “… ci sono bensì politica estera e diritto internazionale, ma, appunto, come un affacciarsi e protendersi di diritto e politica al di là del confine, onde l’uno si svolge inter-nationes e l’altra si fa extera, ossia esce al di fuori e si indirizza allo straniero[IRTI, cit.,24].
In termini più comprensibili: la coincidenza perfetta tra diritto e territorio statale non trova alcuna smentita nel diritto internazionale; quest’ultimo, semmai, in quanto rete di impegni esterni, ma pur sempre derivanti dalla volontà statale, continua a persistere nel circuito della sovranità statale e territorialmente radicata. In tal modo l’equilibrio diritto interno - -diritto internazionale risponde alla collocazione della volontà normatrice degli Stati nella posizione più elevata su un territorio. Insomma, “Gli Stati sono e restano i signori dei trattati”.

10.2 Un tale approccio, d’altronde, … segna…la distanza di Romano dallo schema monista della dottrina normativista. Come è noto, Kelsen riduce la questione dei rapporti tra ordinamenti essenzialmente alle relazioni intercorrenti tra diritto interno e diritto internazionale, risolvendoli attraverso l'opzione “monista” della reductio ad unitatem” nella variante “supremazia del diritto internazionale sul diritto interno[F. SALERNO, L'influenza di Santi Romano sulla dottrina e la prassi italiana di diritto internazionale, Riv. di Diritto Intern., Milano, 2018, fasc.2, 357 ss.]; laddove Santi Romano sostiene invece che “… in un dato ordinamento originario le norme di un secondo ordinamento non possono avere valore se non in base a norme del primo …” [S. ROMANO, cit., 146].
E in una visione siffatta non esiste alcuna “trappola territoriale”, come si affannano ad sostenere i soloni del cosmopolitismo liberista [cfr. J. AGNEW, The territorial trap: the geographical assumptions of international relations theory] al fine di mettere in questione l’assunto della centralità dello Stato nazionale per la spiegazione dei fenomeni politici, dal momento che la pluralità ordinamentale non può essere concepita in termini oppositivi e conflittuali, ma di uguaglianza e pari dignità. Tanto, come si tenterà di spiegare in altra sede, è possibile solo sulla scorta delle Costituzioni democratiche che, in termini generali, costituiscono già un confine. Il limite fondamentale.

giovedì 12 luglio 2018

RAZZISMO, XENOFOBIA: LE FRONTIERE DELLA MISTIFICAZIONE.


RAZZISMO, XENOFOBIA: LE FRONTIERE DELLA MISTIFICAZIONE.



Post di Arturo

Se avete un qualsiasi contatto con i media non potrete fare a meno di notare la reiterata, direi ossessiva, accusa di razzismo, quando non di fascismo, rivolta, oltre che al nuovo governo, agli elettori della maggioranza che lo sostiene.
Emblematica, tra le molte fonti pertinenti, un’intervista a Camilleri, che esordisce con questa surreale preterizione: “Non voglio fare paragoni ma intorno alle posizioni estremiste di Salvini avverto lo stesso consenso che a dodici anni, nel 1937, sentivo intorno a Mussolini. Ed è un brutto consenso perché fa venire alla luce il lato peggiore degli italiani, quello che abbiamo sempre nascosto.



Vorrei soffermarmi in particolare su due aspetti: l’accusa di razzismo; il significato politico di tale accusa. In questo post mi concentrerò sulla prima, mentre rimando l’esame del secondo a un’altra occasione.

Vorrei iniziare recuperando osservazioni chiarificatrici avanzate a suo tempo da un intellettuale del calibro di Lévi-Strauss, autore fra l’altro di due famosi interventi sull’argomento, entrambi redatti su commissione dell’UNESCO: Razza e cultura, nel 1952; Razza e storia, nel 1971 (per tutte queste notizie, e le citazioni che seguono, sto utilizzando C. Lévi-Strauss, D. Eribon, Da vicino e da lontano, Rizzoli, Milano, 1988, cap. 16).
Osserva Lévi-Strauss, intervistato da Eribon:
Però i giornali, la radio, eccetera, richiedono spesso il suo parere sulla questione del razzismo, e lei generalmente rifiuta di rispondere…
Non ho voglia di rispondere perché, in questo campo, si naviga in piena confusione, e qualunque cosa si dica so in anticipo che sarà male interpretata. Come etnologo sono convinto che le teorie razziste siano allo stesso tempo mostruose e assurde. Ma banalizzando la nozione di razzismo, applicandola a sproposito, la si svuota di contenuto, e si rischia di giungere al significato opposto a quello che si persegue. Infatti, che cos’è il razzismo? Una dottrina precisa, che si può riassumere in quattro punti. Uno: esiste una correlazione tra il patrimonio genetico da un lato e le abitudini intellettuali e le inclinazioni morali dall’altro. Due: questo patrimonio, da cui dipendono queste attitudini e queste inclinazioni, è comune a tutti i membri di certi raggruppamenti umani. Tre: questi raggruppamenti chiamati “razze” possono essere ordinati secondo una scala in funzione della qualità del loro patrimonio genetico. Quattro: queste differenze autorizzano le “razze” dette superiori a comandare, sfruttare gli altri, eventualmente a distruggerli. Teoria e pratica insostenibili per numerose ragioni che dopo altri autori, o contemporaneamente ad essi, ho enunciato in “Razza e cultura” con altrettanto vigore che in “Razza e storia”. Il problema dei rapporti fra culture si situa su un altro piano.

Qui sta la mistificazione su cui si gioca!

Quindi, secondo lei, l’ostilità di una cultura nei confronti di un’altra non è razzismo?
L’ostilità attiva sì. Niente può autorizzare una cultura a distruggere o reprimere un’altra. Quella negazione dell’altro si fonderebbe inevitabilmente su ragioni trascendenti: quelle del razzismo, o ragioni equivalenti. Ma che certe culture, pur rispettandosi, possano sentire maggiori o minori affinità le une per le altre, è una situazione di fatto che è esistita in ogni tempo: è di norma nei comportamenti umani. Denunciandola come razzista si rischia di fare il gioco del nemico, perché molti sprovveduti diranno: se il razzismo è questo, allora io sono razzista.
[…]
Se comprendo bene la sua definizione di razzismo, lei ritiene che non vi sia razzismo nella Francia di oggi.
Si osservano fenomeni inquietanti, ma che – salvo quando si uccide un arabo perché è arabo, cosa che si dovrebbe punire all’istante e senza pietà – non appartengono al razzismo nel senso forte del termine. Ci sono e ci saranno sempre comunità inclini a simpatizzare con quelle i cui valori e il cui genere di vita non contrastano con i propri; e meno con altre. Ciò non impedisce che anche con queste ultime i rapporti possano e debbano restare sereni. Se il mio lavoro richiede il silenzio e se una comunità etnica si trova bene nel rumore o se ne compiace perfino, non la biasimerò e non metterò sotto accusa il suo patrimonio genetico, preferire tuttavia non abitare troppo vicino, e non mi piacerebbe che con quel falso pretesto si cercasse di farmi sentire in colpa.

Alla luce di queste utili riflessioni potremmo quindi concludere che: salvi episodi criminali, da condannare senza esitazione, non ha senso parlare di razzismo in relazione a posizioni ostili all’immigrazione; sarebbe forse più pertinente evocarlo, congiuntamente al classismo, a proposito di chi si augura un arrivo di immigrati per svolgere mansioni che gli italiani, molto ipoteticamente, rifiuterebbero, quasi che l’immigrato debba essere naturalmente relegato a lavori faticosi e poco remunerativi. Su questo argomento tornerò dopo.





Ci si potrebbe però allora domandare se non sia invece fondata l’accusa di “xenofobia”.

Io direi proprio di no: xenofobia evoca un timore irrazionale, una paura priva di fondamento; qui però di infondato c’è ben poco.



Come su questo blog è stato detto e ripetuto, il controllo dell’immigrazione costituisce una prerogativa dello Stato nel diritto internazionale, il cui esercizio il nostro diritto costituzionale vincola ai fini di una sovranità democratica fondata sul lavoro (vedi soprattutto qui, in particolare n. 7 e n. 8).
Che l’immigrazione possa rappresentare una duplice minaccia, economica e politica, per i cittadini e lavoratori del paese di arrivo, è stato ampiamente argomentato citando il già linkato Chang, l’American Socialist Party, Barba e Pivetti (n. 6), Engels e Korpi mentre un utile esame di fonti marxiane è stato compiuto da Visalli e da Moreno Pasquinelli.

(Per duplice minaccia, non fosse chiaro, si intende sia l’attacco diretto ai salari, sia la moltiplicazione di conflitti sezionali di tipo culturale (menzionati qui, n. 13.1; per l’osservazione che si tratta di un caso specifico di una più generale prassi delle élite globaliste, di oggi e di ieri, vedi le osservazioni di Rodrik, riportate qui, n. 4).

Qui intendo riportare ulteriori fonti, non bastassero quelle già esaminate: cominciamo con Dean Baker, economista americano non certo di destra.
Nel suo libro, The Conservative Nanny State. How the Wealthy Use the Government
to Stay Rich and Get Richer,  Center for Economic and Policy Research, Washington DC, 2006 (che potete peraltro scaricare liberamente qui), figura un interessante paragrafo dal titolo: “Immigrazione: un altro strumento per la compressione salariale”. Citerò, traducendo, da pagg. 23 e 24.
Vediamo un po’: L’immigrazione è stato un altro importante strumento per deprimere i salari di un segmento significativo della forza lavoro. Il meccanismo con l’immigrazione è esattamente lo stesso che col commercio: si approfitta dei miliardi di lavoratori nei paesi in via di sviluppo disponibili a lavorare per un salario più basso dei lavoratori americani per abbassare i salari in un ampio ventaglio di professioni.
Le leggenda dello “stato balia” conservatore è che gli immigrati fanno lavori che i lavoratori americani non vogliono più fare [mi ricorda qualcosa questa argomentazione…], come per esempio custodi, lavapiatti e raccoglitori di frutta, tutti lavori con salari molto bassi. Il problema con questa leggenda è che la ragione per cui è poco probabile che i lavoratori autoctoni vogliano svolgere questi lavori è perché sono poco pagati, non perché sono sgradevoli in sé. Lavoratori autoctoni sono stati disponibili a fare molti lavori spiacevoli, se ben retribuiti. Il confezionamento della carne è un ovvio esempio di un industria che offriva lavori relativamente ben pagati, molto ricercati dagli autoctoni, anche se nessuno sarebbe particolarmente felice di lavorare in un macello. Questo è meno vero oggi che nel passato, perché l’industria di confezionamento della carne ha approfittato della disponibilità di lavoratori immigrati per peggiorare i salari e le condizioni di lavoro del settore. Il risultato è che oggi gli immigrati costituiscono una vasta porzione della forza lavoro nell’industria di confezionamento della carne.
Lo stesso avviene per tutti i lavori che in teoria i lavoratori autoctoni non vorrebbero fare: sarebbero in realtà disponibili a lavare piatti, pulire gabinetti e raccogliere pomodori per 20 $ l’ora. Quanto i conservatori “statalisti” affermano che non riescono a trovare autoctoni per questi lavori intendono che non riescono a trovarne ai salari che vogliono pagare, nello stesso modo in cui la maggior parte di noi non troverà un dottore o un avvocato autoctono disponibile a lavorare per 15 $ l’ora.

Salta agli occhi come l’armamentario retorico che ci viene propinato, da noi a quanto pare ritenuto più spendibile se imbellettato con un’allure “progressista”, è precisamente quello denunciato da Baker.

Un’altra fonte utile, e direi abbastanza devastante, per studiare gli effetti sociali e culturali dell’immigrazione di massa è questo paper di Robert Putnam.
Notate bene che l’autore è favorevole all’immigrazione, ma un esame onesto dei dati e della vasta letteratura lo costringe a dipingere un quadro piuttosto scoraggiante, per usare un eufemismo.
Ve ne riassumo i punti principali.
In primo luogo Putnam ammette (pag. 142) che la “contact hypothesis”, sostenuta, io direi in assai dubbia buona fede, dai multiculturalisti, secondo cui la diversità aumenterebbe la tolleranza e la solidarietà sociale, non è supportata dalla maggioranza degli studi, che tende invece a convalidare la “conflict theory”, secondo cui la “diversità alimenterebbe la sfiducia extra-gruppo e la solidarietà intra-gruppo”, cioè sostanzialmente la ghettizzazione.
Quello che è interessante del lavoro di Putnam è che in realtà le sue conclusioni sono ancora peggiori di così. Studi empirici svolti in USA, Australia, Svezia, Canada e Gran Bretagna riscontrano una correlazione fra immigrazione, riduzione della solidarietà sociale e addirittura dell’investimento in beni pubblici. L’aspetto però più disturbante dei risultati di Putnam è che la solidarietà sociale non tende semplicemente a restringersi a un più piccolo gruppo di “simili”, ma cade in generale, anche all’interno dei vari gruppi etnici. La conclusione (pag. 149) è che la “differenza tende a innescare non una divisione fra esterni e interni al gruppo, ma anomia e isolamento sociale. In termini colloquiali, la gente in ambienti etnicamente differenziati tende a ritirarsi nel proprio guscio, come una tartaruga”. E questo vale per tutti i gruppi esaminati, con modeste differenze per età, sesso e convinzioni politiche.
Non molto incoraggiante per chi ritiene importanti valori come solidarietà e impegno; appetibile per chi da sfiducia e astensionismo ha tutto da guadagnare.
In effetti l’happy end multiculturale di Putnam si riduce a un “hunch” (pag. 163), un’intuizione. Andiamo bene. Naturalmente però irrazionale e razzista è sempre il popolino ignorante.   

Con ciò, sia chiaro una volta per tutte, non si intende affatto rinunciare a valori come universalismo e solidarietà, ma semplicemente prendere atto che per affrontare in modo quanto più democratico possibile situazioni complesse e fra loro molto diverse, si richiede un’articolata pluralità di mediazioni politiche, non bambineschi, ma interessati, “we are the world”, imposti a colpi di ciniche strumentalizzazioni di tragedie del passato.

Per esempio che l’emigrazione risulti dannosa per il paese che vi fa ricorso – ne abbiamo parlato a proposito di un intervento dei vescovi africani (n. 7) – è un fatto noto da lunga pezza alla letteratura economica dello sviluppo.
Nei lontani anni ’50 Myrdal (An International Economy, Harper & Brothers, N. Y., 1956, pag. 95) scriveva: “Chiedere ai paesi ricchi di aprire le loro frontiere all’immigrazione di massa sarebbe davvero una discutibile forma di idealismo. Se in un paese persiste una situazione di eccedenza di manodopera in quanto lo sviluppo economico non tiene il passo con l’aumento di popolazione, occorre aumentare il ritmo dello sviluppo quanto le risorse del paese consentono. Se non è comunque possibile conseguire il pieno impiego, l’aumento della popolazione dovrebbe essere controllato. Affidarsi ai paesi stranieri perché si scelgano lavoratori formati che, seppure non rappresentano un gran valore produttivo nel loro paese, finché esso rimane sottosviluppato, costituiscono comunque costi notevoli spesi per loro fino a quando non sono pronti per emigrare, rappresenta la via alla povertà permanente.

Insomma, con tutti i quantocicosta con cui ci bombardano quotidianamente, potrebbero degnare di un minimo di attenzione la tragedia sociale, e costituzionale, dell’emigrazione italiana, che da anni si consuma sotto i nostri occhi. (E che ovviamente non si intende minimamente ridurre a un problema di poste contabili…).