mercoledì 13 febbraio 2019

SUL PRESUNTO RILANCIO DELL'IMPEGNO POLITICO DEI CATTOLICI


(Post di Arturo)

1. In occasione del centenario della fondazione del Partito Popolare si fa un gran parlare sui media di un rilancio dell’impegno politico dei cattolici, in particolare in chiave “sturziana”.
Per esempio un osservatore acuto, anche perché interessato, delle correnti profonde della politica italiana come Ernesto Galli della Loggia ritiene la situazione sia matura per una svolta cattolico-liberale:
Oggi la morte delle antiche culture politiche di destra e di sinistra, la crisi evidente del bipolarismo, l’emergere prepotente di un orizzonte confusamente nazionalista-identitario dai tratti populisti, mentre ancora sopravvive una Sinistra senz’anima e senza idee, oggi, dicevo, tutto ciò apre nuovi spazi, ridà una nuova prospettiva strategica e sembra riattualizzare in misura decisa l’ispirazione democratico-liberale propria del cattolicesimo politico italiano.
Ecco quindi il senso dell’appello ai cattolici:
Aggiungendovi un fondo di «popolarismo» il quale può ben rappresentare il germe potenziale di un populismo «buono» da opporre a quello cattivo del plebiscitarismo «russoiano» e della ruspa salviniana.”
Indicazioni chiarissime, su cui vale la pena riflettere, ma a contrario. Vi parlerò quindi sì di un esempio di impegno politico dei cattolici, ma di segno opposto a quello di Sturzo: mi riferisco a Giorgio La Pira.

2. A questo proposito raccomando ai cattolici, e non solo, il bel libro curato da Piero Roggi, I cattolici e la piena occupazione, pubblicato da Giuffrè nel 2004, arrivato alla sua terza edizione.
Oltre a un’approfondita e preziosa introduzione storico-economica, scritta dallo stesso Roggi, il volume contiene documenti di difficile reperibilità, riferiti a un dibattito che ha perso ben poco della sua attualità.
Iniziamo con un accenno alla formazione di La Pira.

2.1. La Pira approda al keynesimo a partire da una filosofia sociale legata all’Umanesimo integrale di Jacques Maritain.
Scrive Roggi (op. cit., pag. 48-50): “L’Umanesimo è la dottrina filosofica che presiede in questo periodo alla riflessione di La Pira sulle questioni sociali. Bisognerà partire da questa dottrina se si vuol giungere alla comprensione del suo pensiero economico. L’umanesimo integrale che la Pira professa è una teoria, una visione dell’uomo nella sua connessione con Dio e con la società.
L’idea generale che sostiene questo umanesimo consiste nella assoluta preminenza dell’uomo rispetto a tutte le istituzioni sociali nelle quali progressivamente egli si integra: la famiglia, la professione, lo Stato, la comunità internazionale.”

Aveva dunque questa visione generale del mondo una caratteristica (l’idea della superiore dignità dell’uomo rispetto a tutto il resto) che si venne poi specificando in un modo del tutto particolare di capire i fenomeni economici e il sistema economico nel suo complesso. Se l’uomo è preminente, se la sua dignità si può coniugare solo con quella di Dio e solo ad essa può essere paragonata, se insomma l’uomo è signore delle cose, questa signoria è rispettata oppure no nelle forme storiche che l’umanità si dà per risolvere i propri problemi economici?
Il capitalismo è un sistema economico nel quale l’uomo è signore della macchina che usa come strumento? E ancora: i rapporti che gli uomini intrattengono con gli altri uomini sono forse rapporti di pari sovranità? 
Tali furono le domande che da quella filosofia generale venivano poste all’attività economica.
Le risposte erano scontate: il capitalismo è un sistema economico caratterizzato dalla preminenza del capitale sull’uomo, cioè della macchina e del denaro sull’uomo il quale, all’interno del capitalismo, altro non è che un servo ubbidiente di tali nuove potestà, un nuovo schiavo, come l’aveva chiamato Lamennais.
Ovvero “« Il capitalismo per esistere suppone una violazione del Cristianesimo », dirà La Pira.”
Non erano ovviamente posizioni isolate in ambito cattolico.
L’originalità di La Pira è stata però di farne conseguire, anziché semplicemente la Dottrina Sociale della Chiesa, l’approdo al keynesismo.

2.2. La Pira arrivò a Keynes attraverso Beveridge. 
L’incontro si sviluppò non solo sulla base di motivazioni tecniche, ma, più in profondità, in ragione di un’affinità con la più generale ispirazione dell’opera keynesiana: 
Ma era soprattutto il filosofo sociale, oltre che il teorico, a suscitare l’interesse di La Pira. Le teorie sociali di Keynes contenevano una non ostentata simpatia per i poveri che collimava con quella di La Pira. Al contrario della filosofia sociale implicita nella teoria economica neoclassica, nella filosofia sociale di Keynes non trovava posto il famoso « beati possidentes »
L’occupazione operaia veniva fatta dipendere da una serie di fenomeni che un po’ genericamente possono essere ricondotti sotto l’etichetta dei vantaggi per gli operai e degli svantaggi per i redditieri. Nella teoria neoclassica dell’occupazione invece, questa viene a dipendere dal mantenimento di differenze sociali considerevoli e da una serie di vantaggi per i redditieri.
Argomentava dunque Keynes: «il nostro ragionamento parte dunque dalla conclusione che lo sviluppo della ricchezza lungi dal dipendere dall’astinenza dei ricchi, ne è ostacolato. Viene dunque a cadere una delle principali giustificazioni sociali alle forti disuguaglianze di ricchezza». E ancora «il nuovo stato ideale di cose significherebbe l’eutanasia del redditiere, cioè l’eutanasia del potere oppressivo del capitale ». Nella teoria neoclassica è il redditiero che spinge, col risparmiatore, la ruota dell’investimento. 
Non risparmiare è non investire e non investire significa non lavorare. Il risparmio è, rispetto all’occupazione, l’atto genetico, quello che deve essere circondato dal massimo delle premure sociali. 
Redditi sproporzionati si giustificano allora perché chi li percepisce risparmia; alti saggi d’interesse si giustificano allora perché favoriscono il risparmio. Ecco dunque la filosofia finale racchiusa, secondo Keynes, nella teoria neoclassica dell’occupazione: si tratta di una teoria incentrata sul risparmio e sui vantaggi dei redditieri che quel risparmio devono produrre. Al contrario di quanto avviene nella teoria keynesiana, il lavoro degli uni dipende dai privilegi degli altri. Non è invece questa la filosofia sociale implicita nella teoria keynesiana dell’occupazione; La Pira l’ha rilevato spesso nelle sue opere. 
Più che citarlo, le citazioni sarebbero tante, conviene cogliere ciò che del keynesismo poteva essergli congeniale. Il lavoro degli operai in Keynes, dei poveri per La Pira, dipende dal loro benessere. Non dal benessere di altri, ma dal loro stesso benessere. Gli altri, anzi, i redditieri, più saranno danneggiati, più lavoro ci sarà per i poveri. Ci sono alti salari? Ebbene questo è benessere ma, in termini keynesiani, è anche incremento di spesa per il consumo, è occupazione. Si decide di abbassare il saggio di interesse, di danneggiare i redditieri? La « convenienza ad investire » aumenterà; in termini keynesiani ciò vuol dire maggiore occupazione. Aumentano i prezzi e si svaluta la moneta: ciò favorisce ancora gli investimenti e aumenta l’occupazione. Ma i redditieri non si rallegreranno della svalutazione. Al fondo della teoria keynesiana dell’occupazione sta dunque uno schierarsi a favore dei meno fortunati: si tratta di una teoria dell’occupazione incentrata sui vantaggi dei meno ricchi e sugli svantaggi dei più abbienti. Al contrario della reazione che suscitava in La Pira la filosofia sottostante all’impostazione neoclassica, quella keynesiana aveva tutte le caratteristiche per accordarsi con la sua visione del mondo e con quella « passione per i poveri » che caratterizzò la sua opera.” (Ibid., pagg. 57-9).
Perdonate la lunga citazione, ma mi è parsa davvero illuminante, tra l’altro nel mostrare com’era più semplice difendere l’ortodossia monetaria in tempi prekeynesiani: se gli investimenti dipendono dal risparmio e questo dalla sua remunerazione ecco che l’inflazione diventa credibilmente il peggiore dei mali. Oggi bisogna ovviamente ricorrere a spiegazioni molto più faticose, pittoresco connubio di matematicorum e moralismo, in contrasto con elementari dati di realtà.  

2.3. Tornando a noi, bisogna fare chiarezza sulla natura precisa di questa preoccupazione per i poveri, anticipando una citazione dal dibattito che seguì a quello che sarebbe stato il frutto teorico della coniugazione del Vangelo con Keynes, ossia L’attesa della povera gente.
Osserva La Pira: "è stata toccata la premessa religiosa, quando sono state riportate le parole di Gesù: « I poveri li avrete sempre con voi », quasi a legittimare l’impotenza di un determinato sistema economico, finanziario e politico incapace di eliminare dal suo seno il cancro della disoccupazione e quello della miseria."

La risposta di La Pira è perentoria: "I poveri non sono un'eucarestia sociale".

Ovvero: "La premessa cristiana impegna nel fine ed impegna anche nella ricerca sempre viva dei mezzi proporzionati a tale fine: questi mezzi devono esistere, esistono, se ad essi è legato un fine così essenziale per l’uomo: si tratta di ricercarli con amore appassionato, con mente sempre aperta ad ogni spiraglio di luce che permetta, in qualche modo, di intravederli.
Keynesiani, non keynesiani? I nomi non contano, contano le cose: credere che sia possibile una tecnica risolutiva (anche se con prudenza) del massimo problema sociale (disoccupazione e miseria) o essere scettici intorno alla possibilità di essa ed alla efficacia risolutiva di essa: questo è il dilemma.
La radice del contrasto che questa polemica così viva ha messo in luce è tutta qui: è un contrasto di fondo; rileva due concezioni diverse delle ripercussioni sociali del cristianesimo, due modi diversi di concepire la finalità dell’economia, della finanza e della politica. Non è un dissenso di dettaglio, non si può dire che, in fine, le due parti sono d’accordono, non sono d'accordo, perché il loro disaccordo tocca le idee di base e di orientamento.”
 La parte in neretto è enfatizzata con un corsivo nel testo originale, La difesa della povera gente

3. Ovviamente per l’assimilazione dell’impostazione keynesiana fu determinante la frequentazione della sinistra cattolica: Fanfani, di cui La Pira, eletto deputato nel ’48, fu sottosegretario al lavoro, e le dossettiane “Cronache sociali”, dove scriveva il giovane Caffè. In effetti l’attesa comparve proprio su “Cronache sociali” (n. 1, del 15 aprile 1950).
Il problema che si trovò ad affrontare La Pira fu quello di essere keynesiano in un governo dominato dalla linea liberale Einaudi-Pella (abbiamo parlato diverse volte dell’origine del centrismo: per esempio qui). Un’esperienza breve e faticosa, da cui ricavò alcune riflessioni che possono forse avere ancora una qualche utilità: 
Quando però accettò di essere eletto deputato nel ’48 ed in seguito di diventare sottosegretario al Lavoro, con Fanfani ministro, lo fece proprio perché pensava ad una larga possibilità di intervento. Accettò e volle il potere come possibilità di cambiare le cose (e sempre nella vita ironizzò sui « contestatori del potere »: « non vogliono che lo abbiano altri per prenderlo loro; senza potere che fai? » « L’operatività viene dal potere, è grande responsabilità; bisogna pensare prima di accettare, poi non hai altro dovere che portare avanti bene le cose »).” (I cattolici e la piena occupazione cit., pag. 101).
Proprio l’insoddisfazione per la linea governativa fu all’origine delle dimissioni di Fanfani e La Pira. Può essere interessante riportare ciò “che La Pira ebbe a dare sulla vicenda molti anni dopo: « Fummo ragazzi, volevamo 450 miliardi subito per sanare la disoccupazione e demmo le dimissioni tutti quanti ». A distanza di tempo ci rideva — commenta Fioretta Mazzei nel suo libro di ricordi su La Pira — e scuoteva il capo: « potevamo fare tante cose ».” (Ibid., pag. 39). Da meditare.

4. Uscito dal governo scrisse le Attese. Il testo, che ho linkato sopra, non è lungo, lo potete leggere integralmente.
Qui riporto solo un paio di passaggi (eliminando le note).
La povera gente “che ha buonsenso” non si dà pace quando riflette su questa incongruenza dell’attuale struttura dell’economia: ma come, con tante case da costruire, con tante terre da bonificare, con tanti beni essenziali da produrre, con tante “aree depresse” da elevare, si può permettere l’esistenza di tanti milioni di braccia inoperose [sul testo riportato da Giorgio, che è quello contenuto nella raccolta di scritti di Caffè, leggiamo “operose”, ma come potete verificare qui, pag. 22, l’aggettivo è ovviamente “inoperose”]?
E si tenga conto, inoltre, del fatto del “moltiplicatore”: per uno che cessa di lavorare cessano di lavorare altri (concetto tecnico in Di Fenizio, Economia politica, pp. 456 e segg.).
Come mai sia possibile questo vero “impazzimento” economico e morale la povera gente non lo capisce; essa comprende che c’è qualcosa di specioso, di fondamentalmente errato, nella risposta inumana che comunemente si dà per giustificare questo triste fenomeno della disoccupazione: Non c’è denari!
Ecco: prima di rispondere a queste domande “che potrebbero provocare la risposta pigra: non ci sono i danari perché il bilancio dello Stato è in deficit “bisogna fare una premessa: l’ozio forzato è uno spreco di risorse materiali e di vite umane, che non potrà mai esser rimediato e che non può difendersi con ragioni di ordine finanziario (Beveridge, §198).  
Bisogna capovolgere il modo comune di impostazione del problema, cioè proporzionare la cassa alla spesa e la spesa all’occupazione; si comprende, è un’impostazione del problema che esige un grande sforzo di riflessione, di volontà creatrice. Partire dall’uomo, cioè dal fine, non dal danaro, cioè dal mezzo.
E’ questa un’impostazione secondo il Vangelo (perché una impostazione umana dell’economia attira la benedizione di Dio e opera dei veri miracoli, incognita di ogni calcolo generoso!) ed è anche un’impostazione economicamente sana (perché tra l’altro i danari per dar da vivere ai disoccupati bisogna trovarli necessariamente).
Questa impostazione esige che il Ministro del Tesoro (o quello del Bilancio o quello delle Finanze) rovesci, per dir così, il suo modo usuale di considerare la finanza dello Stato e il bilancio dello Stato; tale bilancio deve essere compilato con riferimento non più al danaro ma al potenziale umano disponibile: tanti uomini da occupare, tanti danari da spendere. Deve diventare un bilancio a “scala” umana (Beveridge §182).
Evidentemente questa logica umanista rappresenta il puntuale rovesciamento del feticismo economico. Vale la pena ricordare che in effetti fu proprio su questo terreno “personalista” che Basso, citando con approvazione Jean Rivero, riteneva risiedesse il fondamento dell’accordo costituzionale (vedi Il principe senza scettro, Feltrinelli, Milano, 1998 [1958], pagg. 163-4).

4.2. E l’inflazzzione?
E infatti: inflazione significa danaro senza cose, rappresentante senza rappresentato; ma se le cose ci sono e c’è il danaro che le rappresenta, dov’è l’inflazione? Se cresce la popolazione (e, quindi, la spesa) è chiaro che deve crescere anche “a parità di velocità di circolazione “il volume del danaro che circola. L’inflazione c’è soltanto quando alla crescita della circolazione “a parità di velocità” non corrisponde una crescita proporzionata della produzione. E’ così chiaro!
E allora: se spendo un milione di lire per costruire un milione (anzi più) di case, o per bonificare un milione di terra, o per produrre un milione di energia, dov’è l’inflazione?

5. Inutile dire che l’intervento di La Pira suscitò un vespaio di polemiche. I documenti della discussione non sono facilmente reperibili, qualcuno è anche inedito, ed è quindi merito notevole di Roggero averli raccolti.

5.1. La prima questione sollevata fu relativa all’uso diretto del Vangelo nella discussione politico-economica. Sul punto mi pare si possa concordare con Roggero (op. cit., pagg. 71-2), e riconoscere a tale impostazione almeno il pregio della chiarezza:
gli economisti non amano, né hanno mai amato, rendere esplicite le premesse filosofiche sulle quali si fondano il loro ragionamenti. C’è una sorta di « pudore per le premesse » che caratterizza larghissima parte del pensiero economico così come s’è venuto sviluppando nella sua storia. C’è, in ogni opera di un economista, una specie di dissidio segreto fra ciò che resta implicito e ciò che viene detto apertis verbis, fra quello che si legge e quello che non è scritto.
Ciò da cui l’autore ci esclude, ciò che inconsapevolmente ci nasconde è la visione del mondo, l’immagine sintetica, la metafora, in una parola la sua premessa non economica. Ed è appunto verso la decifrazione dell’implicito che è rivolto lo sforzo maggiore dell’interprete. In La Pira l’implicito non ha spazio, tutto è esplicito, alla luce del sole. Ed è così che egli, in un certo senso, obbliga il suo critico a rompere la convenzione, a uscire dal pudore dell’implicito per discutere direttamente le premesse.”

5.2. Quanto all’aspetto propriamente religioso, “soltanto un esegeta che sia esperto « scritturista » può difendere o biasimare il procedere di La Pira. Soltanto lui infatti ci può dire se l’impiego di quella parabola, nel contesto dell’argomentazione economica, rispetta il suo significato più vero: giudizio senz’altro impegnativo se si considera che anche le interpretazioni di medesimi passi evangelici subiscono nel tempo mutamenti d’accento a volte anche non del tutto irrilevanti.” (Ibid., pagg. 93-4).

Io “scritturista” non sono e quindi mi taccio.
Può essere però interessante, parlando di credenze, esaminare, tra le risposte polemiche alle Attese, quella, grondante ironia, del nostro vecchio amico Ernesto Rossi, che in un articolo su Il Mondo (La finanza in paradiso) del 13 maggio 1950 (il testo è riportato nel volume curato da Roggero, pag. 249 e ss.) così ci delizia: “Nei primi anni del mio insegnamento all’Istituto tecnico diverse volte ho dato ai miei studenti da svolgere il tema: « Perché non si risolve la questione sociale stampando tanti bei bigliettoni da mille e distribuendoli ai poveri? ». A questa domanda l’on. La Pira, in sostanza ora risponde: « perché il Ministro del Tesoro non è un buon cristiano ».
È questo che ho spesso osservato agli esperti keynesiani. Non si capisce per quale ragione essi siano così moderati nelle loro richieste. Se è possibile proporzionare il reddito alla spesa con manovre monetarie, sono tanti e poi tanti i bisogni essenziali che potrebbero essere soddisfatti aumentando la capacità d’acquisto dei lavoratori.
Pare che la difficoltà maggiore per tali esperti sia di trovare un modo per fare entrare i biglietti in circolazione. Si strizzano il cervello come un limone per escogitare i più complicati meccanismi che consentano di superare questa difficoltà: si potrebbero dare i quattrini a chi fa delle buche, oppure a chi esporta merci che gli stranieri non sono disposti a pagare, oppure ai lavoratori occupati ed ai datori di lavoro, rovesciando il sistema delle assicurazioni sociali... Ma, santo cielo, non si preoccupino, li facciano distribuire dagli aeroplani, troveranno sempre qualcuno disposto a raccoglierli, a meno che non ci sia sopra la réclame di Armido Banfi. E ci penserà poi il moltiplicatore ad accrescere la ricchezza generale.
Quando, in questo modo, avremo risolto il problema sociale in occidente potremo poi passare alle centinaia di milioni di uomini di colore che aspettano il nostro aiuto in Africa, e in Asia: ai miserabili fellah egiziani, agli intoccabili indiani, ai coolies cinesi.”
Mancava solo la pizza di fango del Camerun e poi l’assortimento era completo.
Ovvero, con tutte le professioni di laicità del coautore del Manifesto di Ventotene, almeno rispetto al feticcio monetario, era in realtà assai più laico La Pira di Rossi.

6. Non bisogna comunque credere che le posizioni lapiriane venissero accolte con unanime consenso nel mondo cattolico, come le stesse osservazioni di La Pira nella Difesa, che ho riportato sopra (e la cui vicinanza al pensiero hegeliano mi pare meriti di essere segnalata), chiaramente indicano.
Roggero riporta una gustosa lettera di Sturzo a La Pira (Ibidem, pagg. 63-4), che ci consente di ricollegarci alla questione posta all’inizio del post e arrivare alle conclusioni:
Certi cattolici dovrebbero finirla di vagheggiare un marxismo spurio (così Sturzo definisce il keynesismo) buttando via come ciarpame l’insegnamento cattolico sociale della coesistenza e cooperazione fra le classi e invocando una specie di socialismo nel quale i cattolici perderebbero la loro personalità e la loro efficienza”.
Bordata contro il keynesismo pressoché identica a quella di Einaudi. Non si tratta di una vicinanza casuale o episodica. 
Non solo Einaudi nominò Sturzo senatore a vita ma ne fece un elogio in polemica con Salvatorelli, che in un articolo sulla “Stampa”, a commento di una raccolta di scritti di Sturzo curata da Gabriele De Rosa, aveva attribuito a Sturzo una continuità “dal suo clericalismo temporalista di fine ottocento al suo liberismo antisociale di questi giorni.

6.1. Ed ecco ovviamente insorgere Einaudi: “Qualsisia fosse il punto di partenza di Luigi Sturzo alla fine dell’Ottocento, oggi il suo punto di arrivo non è certamente quello definito dall’insigne storico con le parole da me sottolineate.
In primo luogo non posso far gran torto allo Sturzo attribuendogli un « liberismo » che, se è quello corrente nella accezione comunemente invalsa, è un fantoccio (vedi in questa dispensa a p. 391) di cui nessuno studioso serio conosce l’esistenza, fantoccio inventato da chi attribuisce agli economisti idee che essi non hanno mai professato. Non posso far quel gran torto a Luigi Sturzo perché, assiduo lettore dei suoi articoli sul «Giornale d’Italia», vedo che egli difende le opinioni antistatalistiche, antidirigistiche, antisocialistiche non solo con gli argomenti della logica comune, di cui, per ragion di divisione del lavoro, si servono preferibilmente gli economisti, sebbene, e massimamente, con riflessioni d’indole politica e morale. 
Sturzo è contrario alle idee che combatte non tanto perché sono cagione di danno economico — ed il certo danno economico è tuttavia il minore —, ma sovratutto perché corrompono la società politica, asserviscono gli uomini, conducono alla tirannia ed alla immoralità. Egli, in quanto antisocialista, antidirigista ecc. ecc. non vuole il «liberismo» che è cosa piccola; vuole il «liberalismo» nell’ampio senso tradizionale suo proprio.
Al suo, che dal Salvatorelli è denominato « liberismo » e da me invece « liberalismo », non si può in ogni modo apporre l’aggettivo « antisociale ».
Le ragioni per le quali ritengo erronea la taccia di «antisociale» mossa al liberismo (e cioè al liberalismo) di Sturzo sono state ripetutamente da me esposte […] sicché qui posso ristringermi ad affermare che la proposizione essere il «liberalismo» antisociale è accettabile solo da chi appartenga alle correnti socialistiche, dirigistiche, corporativistiche e simili; o, senza appartenervi, ne accolga implicitamente i metodi storiografici.
Chi invece ritenga essere quelle concezioni e quei metodi lontani dalla realtà e dal vero, e viva nel mondo spirituale del liberalismo, è persuaso che socialismo, dirigismo, corporativismo, statalismo sono essi antisociali, perché cagione di miseria economica, di discordia sociale e di tirannia politica e che il liberalismo promuove invece l’elevazione dei più, la stabilità sociale e la libertà politica.
Queste tesi dei liberali non sono nuove. Posseggo un esemplare della seconda edizione della Ricchezza delle nazioni di Adamo Smith, con legatura contemporanea (1778). Fin d’allora, il possessore del libro, il quale, diverso in ciò dai commentatori odierni, l’aveva evidentemente letto, aveva fatto incidere sul dorso una colomba portatrice del ramo d’olivo; simbolo di pace e di concordia fra i popoli, e frutto di quella libertà di muoversi del pensiero, delle cose e degli uomini, che è connaturata al liberalismo, antico e nuovo. La colomba smithiana fu ed è annunciatrice di pace e di avanzamento politico sociale; laddove le colombe odierne sono il segnacolo in vessillo di guerre e di discordia!
(La “colomba smithiana”: immagino che indiani e cinesi ne ricordino con affettuosa nostalgia il pacifico frullio).
Quanto sopra è tratto da “Liberismo o liberalismo o della continuità di Sturzo” in Prediche inutili, Einaudi, Torino, 1959, pagg. 379-81.

7. Questo con buona pace di chi vagheggia rinnovati “sturzismi”.
Ovvero, di là dalle più o meno insultanti o accattivanti caratterizzazioni elargite dai media, c’è il modello costituzionale da un lato e i (neanche tanto) vari gattopardismi liberali, dall’altro. Senza con ciò negare che la criticità della situazione possa giustificare gradazioni di giudizio, ma anche senza evitare di chiamare le cose col loro nome.





domenica 3 febbraio 2019

Il Trattato franco-tedesco di Aquisgrana e l'incompatibilità rispetto alle politiche comuni dell'UE.


(traduzione di Pellegrina - commento di Sofia)

Una gentilissima lettrice del blog (Pellegrina), si è premurata di tradurre il Trattato franco-tedesco di Aquisgrana. Nel ringraziarla per questo suo lodevole lavoro, lo pubblichiamo su Orizzonte48, non senza qualche preliminare considerazione.

1) Innanzitutto, dovrebbe essere evidente come questo Trattato si inserisce in un contesto molto più ampio, in cui si intersecano interessi nazionali, europei, mondiali, in cui dovrebbero valere le regole del diritto internazionale governate, come sappiamo, dai rapporti di forza che si affermano nel tempo.
Su questo contesto di massima, Orizzonte48 ha già scritto molto in questo blog, ed in particolare, in un post che risale, addirittura, al 12 febbraio 2014, aveva chiarito come funzionano certi rapporti di forza, quelli in particolare che hanno certamente portato alla formazione dei Trattai europei ma il cui schema è riproducibile per ogni tipo di trattato internazionale o bilaterale.
Orizzonte48 aveva infatti chiarito come il diritto internazionale altro non è che un modo di regolare conflitti ineguali, ed il cui esito è sostanzialmente già deciso, o comunque ben delineato, nella realtà politica internazionale, per fare in modo che siano mantenute le posizioni di vantaggio dei più forti e che siano limitate le perdite per i più deboli, attraverso "concessioni" che altrimenti non sarebbero raggiungibili. 
Ciò avviene attraverso trattati internazionali e, quindi, decisioni politiche che conducono a forme transattive (reciproche concessioni, per prevenire o porre fine ad un controversia tra di loro), ma i cui pesi e contrappesi dipendono sempre ed inevitabilmente dai rapporti di forza delle parti contraenti. Nel senso che avranno maggiore peso coloro che apportano il maggior contributo iniziale (la cui influenza si manifesterà nella capacità dettare la formulazione delle norme pattizie) e il maggior peso contributivo-organizzativo, i quali poi invariabilmente utilizzeranno la propria posizione di forza, generalmente nata nella realtà contemporanea sul piano economico-industriale-finanziario, anche nella successiva applicazione del trattato, imponendo la prassi applicativa delle regole del trattato che più conviene ai forti.
Quanto alle parti più deboli, quindi, se nei fatti bruti della realtà internazionale un certo Stato (comunità) è recessivo rispetto a una o più delle controparti di un trattato, ciò si riflette, ancor prima della conclusione di esso, nel fatto che la classe politica e dirigente di tale Stato, è già, in qualche forma e "misura", captured, cioè controllata da quella del Paese più forte: "...il diritto internazionale destatalizzato si trasforma in un ordinamento privatistico su scala mondiale, che istituzionalizza il traffico del mercato globalizzato. Il dominio delle leggi che si autoeseguono non avrà più bisogno di alcuna sanzione statale, perché le funzioni di coordinamento del mercato mondiale bastano a una integrazione pre-statale della società mondiale (Habermas, 2005, pp.188-189)".

2) Ovviamente, alla lunga, i rapporti di forza e gli interessi particolaristici vengono inevitabilmente allo scoperto. Lo si è visto con riferimento ai Trattati europei, dove l’asse frenco-tedesco si è mostrato in tutta la sua evidenza, ancor più dopo la Brexit, e dove la tendenza privatizzante e derubricatrice degli Stati e della loro sovranità democratica, inizia a mostrare la corda, sotto i colpi dei fallimenti del mercato.
Anche in questa nuova situazione, pur essendo evidente che  i rapporti di forza continuano ad operare e il Trattato di Aquisgrana né è un esempio, ci spiegava Quarantotto come non sia facile comprendere e anticipare le mosse dei diversi interlocutori, ognuno dei quali, oltre ad essere condizionato dalle proprie matrici culturali, persegue obiettivi propri sul piano internazionale e mondiale che sono mutevoli anche in relazione all’evolversi delle circostanze.
Ad esempio, le scelte strategiche dell'Italia saranno certamente condizionate dal fatto che questa è guidata dal monetarismo sul piano del sistema bancario e dalle supply side-export oriented-deflattivo-salariali sul piano delle politiche economico-fiscali, da circa 30 anni e che ha trovato alimento e cerca tutt'ora di appoggiarsi nel liberismo intrinseco della governance economica USA. L’Italia, quindi, come noto, sta all’interno di un disegno dominante e i politici finiscono per essere meri esecutori, non sempre in grado di comprendere neppure quando, nel tempo, i propri approcci si rivelano inadeguati rispetto agli stessi originali propugnatori, cioè alla linea politica USA che è inevitabilmente influenzata dalla pressione "privatizzata" dei grandi gruppi economico-finanziari, che ha obiettivi propri e non vive di formule preconcette rigide, ma risponde a un sistema molto più dinamico.
Lo stesso può dirsi per Francia e Germania, che non solo hanno potuto dettare una linea determinante per la salvaguardia dei propri interessi nell’ambito dei Trattati Europei, peraltro immodificabili senza il loro contributo, ma anche ora che l’Unione Europea incomincia a manifestare segni di sfaldamento, regolano, sempre in base ai reciproci rapporti di forza, i loro rapporti bilaterali sia con riferimento al contesto Europeo che mondiale.

3) Ora, su cosa ci sia veramente dietro questo Trattato, sono state fatte già molte congetture, ma comunque tutti concordano sul fatto che il disegno di  una Europa più integrata e unita è ormai una chimera.
Qualcuno sostiene che con l’uscita del Regno Unito, l’Unione Europea non avrebbe capacità di proiezione esterna e spazio di manovra sullo scenario mondiale, e in previsione anche degli esiti delle elezioni europee, il patto franco-tedesco costituirebbe una sorta di Piano B, una mossa difensiva delle due potenze in difficoltà fuori dallo scenario europeo, e dagli Stati Uniti, con cui da un lato si proietta il futuro dell’Europa  (costituita da Francia Germania e tutto il resto sono colonie, quale ennesima prova del fatto che l’attuale Europa è ormai obsoleta ) e dall’altro si lancia un chiaro messaggio alle richieste/pretese USA (che vorrebbe maggiori acquisti dei propri armamenti da parte dell’Europa) contrapponendo l’obiettivo di sviluppare un’industria militare e una forza di intervento esclusivamente franco-tedesca.
Insomma, a parere di qualcun altro, Francia e Germania si arroccano in una posizione di potenza invece che distribuire il peso della potenza medesima tra tutti gli interlocutori del’Unione, contribuendo in tal modo all’indebolimento dell’Europa su scala globale. Sostanzialmente, il Trattato di Aquisgrana confliggerebbe con i nostri interessi fondamentali, il nostro ”peso determinante”. In questo senso, infatti, il Trattato aggraverebbe la nostra posizione internazionale perché accrescerebbe i nostri gradi di dipendenza subalterna nell’equilibrio europeo.

4) In ogni caso, che anche il Trattato di Aquisgrana sia l’ennesima manifestazione e rappresentazione di specifici rapporti di forza, emerge anche dalla tecnica giuridica di redazione del Trattato stesso che, avuto riguardo al linguaggio dei trattati contemporanei, è piuttosto stringente e dunque foriero di prassi applicative politicamente forti. Con una esplicitazione di oggetto e scopo, che non sono affatto coerenti con oggetto e scopo del trattato Ue, ma anzi paiono, secondo il principio di specialità, il tentativo di controllare (cosa che già era nei fatti) l'Ue in modo più esplicito e soprattutto idoneo a ridefinire la natura stessa del Trattato europeo.
Sostanzialmente,  non solo c'è una logica imperialista (e quindi di massimizzazione del controllo politico dei due paesi forti su tutti gli altri), ma questa è anche contraria al processo di cessione simultanea di sovranità attuata da tutti gli altri paesi dell’UE e di prospettata parità. La sovranità esterna dei due paesi, nei rapporti internazionali, ne viene esaltata, e il trattato UE finisce per essere politicamente, economicamente e militarmente subordinato.
Il Trattato franco-tedesco, dal nostro punto di vista, non solo mette in situazione di imbarazzo tutte le politiche attuate quale corollario della limitazione di sovranità attuata dal nostro Paese in adempimento dell’art. 11 Cost, che aveva quale presupposto le condizioni di parità con gli altri stati (quando è invece evidente che alcuni stati forti si sono avvantaggiati competitivamente della limitazione di sovranità operata di altri Stati), ma si palesa incompatibile con i Trattati Europei.
I vari paesi, infatti, vi hanno aderito (cedendo “di fatto” la propria sovranità) sul presupposto della “creazione di un'unione sempre più stretta tra i popoli dell'Europa” (art. 1 TUE), e di una “coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri” (art. 3 TUE).
Inoltre, sempre in base all’art. 3 TUE “Gli Stati membri adottano ogni misura di carattere generale o particolare atta ad assicurare l'esecuzione degli obblighi derivanti dai trattati o conseguenti agli atti delle istituzioni dell'Unione. Gli Stati membri facilitano all'Unione l'adempimento dei suoi compiti e si astengono da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell'Unione”.
Mentre è evidente che con il Trattato di Aquisgrana i due paesi, in maniera subdola, se pure non sembrano sottrarsi alle politiche comunitarie, di certo si sottraggono a quella componente solidaristica, paritaria, comunitaria delle politiche per perseguire interessi sempre più particolaristici e, in un certo senso, attraverso lo sfruttamento di una posizione dominante derivante dai propri rapporti di forza, rafforzare tale posizione privilegiata, sia dentro l’Europa che fuori.  
Basta leggere le scarne disposizioni dell’accordo bilaterale franco-tedesco per rendersi conto come queste non siano compatibili con quelle dei Trattati che invece, impongono politiche industriali, commerciali e di politica estera, unitarie. Ad esempio, secondo l’art. 42 del TUE “La politica di sicurezza e di difesa comune costituisce parte integrante della politica estera e di sicurezza comune” (comma 1) e ancora, al comma 2 che “La politica di sicurezza e di difesa comune comprende la graduale definizione di una politica di difesa comune dell'Unione” e (comma 3) “contribuisce a individuare e, se del caso, mettere in atto qualsiasi misura utile a rafforzare la base industriale e tecnologica del settore della difesa, partecipa alla definizione di una politica europea delle capacità e degli armamenti, e assiste il Consiglio nella valutazione del miglioramento delle capacità militari”.
Le politiche comuni attengono anche all’industria (v. art. 173 TFUE), tema su cui  gli Stati membri si consultano reciprocamente in collegamento con la Commissione e, per quanto è necessario, coordinano le loro azioni”. Così come alla coesione economica, sociale e territoriale (art. 174 TFUE) su cui pure gli “Stati membri conducono la loro politica economica e la coordinano anche al fine di raggiungere gli obiettivi dell'articolo 174” (v. art. 175 TFUE).
Insomma, pare piuttosto evidente come gli impegni dei due paesi trasposti nel Trattato, non possano definirsi coerenti con i principi dei Trattati Europei e le obbligazioni che ne scaturiscono a carico di ciascun paese aderente che come noto,  deve continuamente adeguare le proprie politiche interne alle esigenze comuni dei Trattati.
E allora, se pur avendo aderito all’Europa, i vari stati non si trovano più ad agire in situazioni di parità e non vengono più perseguite politiche comuni (le sole che giustificano forti limitazioni della libertà di autoregolare le proprie politiche economiche interne) perché gli interessi particolaristici (che in verità ci sono sempre stati) riprendono vigore attraverso escamotage più o meno espliciti, occorre domandarsi quale sia il senso e il futuro dell’Europa.
E  soprattutto se vi siano i presupposto per esercitare una sorta di recesso a causa dell’inadempimento di alcune parti e del venir meno delle finalità che con l’UE si volevano perseguire.

5) Quarantotto ha ampiamente esposto anche le proprie teorie sul punto, sull’applicabilità del recesso ex art. 50 TFUE, cui si rimanda, richiamando, ora, solo un breve passaggio che si attaglia perfettamente  al tema ora trattato:  “la funzione e gli obiettivi fondamentali dell’Unione, anche nella loro proiezione “monetaria” (concretizzatasi nella scelta dell’adozione dell’euro), non possono che individuare, come parametro di correttezza dei comportamenti riconducibili ai vincoli pattizi, l’interesse negoziale, “reciproco” e condiviso, dedotto dal soggetto (statale) aderente. Tale interesse ha una sostanza giustificativa inevitabilmente comune a tutti gli Stati-membri, dunque valevole come “condizione” essenziale (paritaria) per l’adesione, e deve necessariamente consistere nella promozione del “benessere” dei cittadini che in quel soggetto aderente si riconoscono. Da tale rilievo, tra l’altro, si può trarre la ragionevole e obiettiva deduzione interpretativa che la stessa manifesta violazione delle condizioni di parità “di interesse sostanziale” tra Stati (e rispettivi cittadini soggetti alle conseguenze politiche economiche del trattato) integri di per sé la “eccessiva onerosità” che giustifica l’invocazione della clausola “rebus sic stantibus”…. Pertanto, alla luce della giustificazione costituzionale e della “causa naturale” della stessa partecipazione “europea”, ove:
- nell’applicazione di un trattato tali condizioni di parità non siano state effettivamente reciprocamente garantite, in conseguenza di un’interpretazione “inattesa”, secondo il metro della “buona fede in senso oggettivo”, ovvero addirittura “dolosa”, delle clausole del trattato da parte di altri Stati membri;
- le posizioni univocamente assunte da altri partners - che abbiano vìolato o “eluso” principi o obiettivi fondamentali della convenzione-, mostrino che le medesime “condizioni”(parità e perseguimento omogeneo del benessere dei cittadini) siano divenute non più avverabili a costi obiettivamente ragionevoli, nonché coerenti con un quadro correttamente cooperativo (che è la “causa” generale “tipica” di tale tipo di trattati);
- ne discende che la denunzia del trattato secondo, quantomeno, il principio “rebus sic stantibus” (mutamento essenziale dei presupposti giustificativi del patto internazionale), appare un dovere attuativo della previsione costituzionale.



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Trattato tra la Repubblica francese e la Repubblica federale tedesca sulla cooperazione e l’integrazione franco-tedesche.

Testo pubblicato su La Tribune il 16 gennaio 2019.
[Link aggiunti dal traduttore].

La Repubblica francese e la Repubblica federale tedesca:

Riconoscendo il successo storico della riconciliazione tra i popoli francese e tedesco a cui il Trattato del 22 gennaio 1963 tra la Repubblica francese e la Repubblica federale tedesca sulla cooperazione franco tedesca ha apportato un contributo eccezionale e da cui è nata una rete senza precedenti di relazioni bilaterali tra le rispettive società civili e i rispettivi poteri pubblici a tutti i livelli,

Convinte che sia giunto il momento di innalzare le loro relazioni bilaterali a un livello superiore e di prepararsi alle sfide cui i due Stati e l’Europa sono confrontati nel XXI secolo, e desiderando far convergere le rispettive economie e i rispettivi modelli sociali, favorire la diversità culturale e avvicinare le proprie società e i propri cittadini,

Convinte che la stretta amicizia tra la Francia e la Germania è stata determinante e rimane un elemento indispensabile di una Unione europea unita, efficace sovrana e forte,

Impegnate a approfondire la loro cooperazione in materia di politica europea al fine di favorire l’unità, l’efficacia e la coesione dell’Europa, contemporaneamente mantenendo tale cooperazione aperta a tutti gli stati dell’Unione europea,

attaccate ai principi fondatori, diritti, libertà e valori dell’Unione europea, che difendono lo stato di diritto ovunque nell’Unione europea  e lo promuovono all’esterno,

impegnate a operare in vista di una convergenza sociale ed economica ascendente in seno all’Unione europea, a rinforzare la solidarietà reciproca e a favorire il miglioramento costante delle condizioni di vita e di lavoro conformemente ai principi dello zoccolo europeo dei diritti sociali, anzitutto accordando un’attenzione particolare all’acquisizione dell’autonomia da parte delle donne e alla parità tra i sessi,

Riaffermando l’impegno dell’Unione europea in favore di un mercato mondiale aperto, equo e fondato su regole, il cui accesso riposa sulla reciprocità e la non discriminazione, retto da norme ambientali e sociali di alto livello,

Coscienti dei loro diritti e obblighi in virtù della Carta delle Nazioni Unite,

Fermamente attaccate a un ordine internazionale fondato su regole e sul multilateralismo di cui le Nazioni Unite costituiscono l’elemento centrale,

Convinte che prosperità e sicurezza non potranno essere assicurate che agendo d’urgenza al fine di proteggere il clima e di preservare la biodiversità e gli ecosistemi,

Agendo conformemente alle loro rispettive regole nazionali costituzionali e giuridiche e nel quadro giuridico dell’Unione Europea,

Riconoscendo il ruolo fondamentale della cooperazione decentrata dei comuni, dei département [suddivisioni amministrativo-territoriali francesi la cui istituzione risale alla Rivoluzione francese], delle regioni, dei Länder [stati federali della RFT], del Sénat [camera eletta da grandi elettori per rappresentare le collettività territoriali] e del Bundesrat [camera dei Länder], come quello della cooperazione tra il Plenipotenziario della Repubblica federale tedesca addetto agli Affari culturali nel quadro del Trattato sulla cooperazione franco-tedesca e i ministri francesi competenti,

Riconoscendo il ruolo essenziale della cooperazione tra l’Assemblée Nationale e il Bundestag tedesco, in particolare nel quadro del loro accordo interparlamentare del 22 gennaio 2019, che costituisce una dimensione importante degli stretti legami tra i due paesi,

Convengono quanto segue:


Titolo primo
Affari europei

Art. 1
I due Stati approfondiscono la loro cooperazione in materia di politica europea. Agiscono in favore di una politica estera e di sicurezza comune efficace e forte, e rinforzano e approfondiscono l’Unione economica e monetaria. Si sforzano di condurre in porto il compimento del Mercato unico e si impegnano a costruire una Unione competitiva facente assegnamento su una forte base industriale, che serva di base alla prosperità, promuovendo la convergenza economica, fiscale e sociale, così come la durevolezza in tutte le sue dimensioni.

Art. 2
I due Stati si consultano regolarmente a tutti i livelli prima delle grandi scadenze europee, cercando di stabilire posizioni comuni e di concordare interventi coordinati dei loro ministri. Si coordinano sulla trasposizione del diritto europeo nel rispettivo diritto nazionale.

Titolo 2
Pace, sicurezza, sviluppo

Art. 3
I due Stati approfondiscono la loro cooperazione in materia di politica estera, di difesa, di sicurezza esterna e interna e di sviluppo, sforzandosi contemporaneamente di rinforzare la capacità di azione autonoma dell’Europa. Si consultano al fine di definire posizioni comuni su ogni decisione importante che tocchi i loro interessi comuni e di agire congiuntamente in tutti i casi in cui ciò sarà possibile.

Art. 4
(1)           in conseguenza degli impegni che li legano in virtù dell’ art. 5 del Trattato del nord Atlantico [N.d.T = NATO] del 4 aprile 1949 e dell’art. 42 c  7 del Trattato sull’Unione europea del 7 febbraio 1992, modificato dal Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 che modifica il Trattato sull’Unione europea e il Trattato istitutivo della Comunità europea, i due Stati, convinti del carattere indissociabile dei loro interessi in materia di sicurezza, fanno convergere sempre più i loro obiettivi e politiche di sicurezza e difesa, rinforzando perciò stesso i sistemi di sicurezza collettivi di cui fanno parte. Si prestano aiuto e assistenza con ogni mezzo di cui dispongono compresa la forza armata, in caso di aggressione armata contro i loro territori. Il campo di applicazione territoriale della seconda parte del presente comma corrisponde a quello dell’art. 42, par. 7, del Trattato sull’Unione europea.
(2)           I due Stati agiscono congiuntamente in tutti i casi in cui ciò sarà possibile, conformemente alle proprie rispettive regole nazionali, nella prospettiva di mantenere la pace e la sicurezza. Essi continuano a sviluppare l’efficacia, la coerenza e la credibilità dell’Europa nel campo militare. Così facendo essi si impegnano a rafforzare la capacità di azione dell’Europa e a investire congiuntamente per colmare le lacune di capacità, rinforzando così l’Unione europea e l’Alleanza nord-atlantica [NATO].

(3)       I due Stati si impegnano inoltre a rafforzare la cooperazione tra le rispettive forze armate nell’ottica di instaurare una cultura comune e di operare dispiegamenti congiunti. Essi intensificano l’elaborazione di programmi di difesa comuni e il loro allargamento a dei partner. Ciò facendo essi intendono favorire la competitività e il consolidamento della base industriale e tecnologica della difesa europea. Essi sono a favore della cooperazione più stretta possibile tra le rispettive industrie della difesa, sulla base della reciproca fiducia. I due Stati elaboreranno un approccio comune in materia di esportazione di armamenti per ciò che concerne i progetti congiunti.
(4)       I due Stati costituiscono il Consiglio franco-tedesco di difesa e di sicurezza come organo politico di pilotaggio di questi reciproci impegni. Il Consiglio si riunirà al più alto livello a intervalli regolari.


Art. 5
I due Stati estendono la cooperazione tra i loro ministeri degli Affari esteri, ivi comprese le missioni diplomatiche e consolari. Essi procederanno a scambi di personale di alto rango. Stabiliranno scambi in seno alle loro rappresentanze permanenti alle Nazioni Unite di New York, in particolare tra le loro équipe del Consiglio di sicurezza, le loro rappresentanze permanenti presso la NATO e quelle presso l’Unione europea, così come tra gli organismi dei due Stati incaricati di coordinare l’azione europea.

Art. 6
Nel campo della sicurezza interna i governi dei due Stati rafforzano ancora la loro cooperazione bilaterale in materia di lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, così come la loro cooperazione nel campo giudiziario e in materia di servizi segreti e di polizia. Essi mettono in opera misure comuni di formazione e dispiegamento e creano una unità comune in vista di operazioni di stabilizzazione in paesi terzi.

Art. 7
I due Stati s’impegnano a stabilire un partenariato via via più stretto tra Europa e Africa rinforzando la loro cooperazione in materia di sviluppo del settore privato, integrazione regionale, insegnamento e formazione professionale, parità dei sessi e all’acquisizione dell’autonomia delle donne, con lo scopo di migliorare le prospettive socioeconomiche, la vivibilità, la buona gestione  così come la prevenzione dei conflitti, la risoluzione delle crisi, soprattutto nel quadro di mantenimento della pace, e la gestione delle situazioni post-conflitto. I due Stati istituiscono un dialogo annuale a livello politico in materia di politica internazionale di sviluppo al fine di intensificare la coordinazione e la pianificazione dell’attuazione delle loro politiche.

Art. 8
(1)           Nel quadro della Carta delle Nazioni Unite, i due Stati coopereranno strettamente nel seno di tutti gli organi dell’ONU. Essi coordineranno strettamente le loro posizioni nel quadro di uno sforzo più ampio di concertazione tra gli Stati membri dell’Unione europea che siedono nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e nel rispetto delle posizioni e degli interessi dell’Unione europea. Essi agiranno di concerto al fine di promuovere alle Nazioni Unite le posizioni e gli impegni dell’Unione europea di fronte a sfide e minacce di portata mondiale. Essi non tralasceranno nulla per raggiungere una posizione unificata dell’Unione europea in seno ai relativi organi delle Nazioni Unite.
(2)           I due Stati si impegnano a proseguire i propri sforzi per concludere negoziazioni intergovernative riguardanti la riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’ammissione della Repubblica federale tedesca in quanto membro permanente del Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite è una priorità della diplomazia franco- tedesca.

Titolo 3
Cultura, insegnamento, ricerca e mobilità

Art. 9
I due Stati riconoscono il ruolo decisivo che giocano la cultura e i media nel rinforzare l’amicizia franco-tedesca. Di conseguenza, essi sono risoluti a creare per i loro popoli uno spazio condiviso di libertà e possibilità, così come uno spazio culturale e mediatico comune. Essi sviluppano la mobilità e i programmi di scambio tra i loro paesi, in particolare rivolti ai giovani nel quadro dell’ Office franco-allemand pour la Jeunesse e definiscono degli obbiettivi quantitativi in questi campi. Al fine di favorire legami sempre più stretti in tutti i campi dell’espressione culturale, soprattutto per mezzo di istituzioni culturali integrate, essi istituiscono programmi specifici e una piattaforma digitale destinati in particolare ai giovani.

Art. 10
I due Stati avvicinano i rispettivi sistemi educativi grazie allo sviluppo dell’apprendimento reciproco della lingua dell’altro, all’adozione, conformemente alla reciproca organizzazione costituzionale, di strategie che mirano a accrescere il numero di allievi che studiano la lingua del partner, a una azione in favore del reciproco riconoscimento dei titoli di studio e alla istituzione di strumenti franco-tedeschi di eccellenza per la ricerca, la formazione e l’insegnamento professionale, così come di doppi programmi franco-tedeschi nell’insegnamento universitario.

Art. 11
I due Stati favoriscono la messa in rete dei loro sistemi di insegnamento e di ricerca, così come delle loro strutture di finanziamento. Essi perseguono lo sviluppo dell’ Università franco-tedesca e incoraggiano le università francesi e tedesche a partecipare a reti di università europee.

Art. 12
I due Stati istituiscono un Fondo civico comune destinato a incoraggiare e sostenere le iniziative e i gemellaggi tra città con lo scopo di avvicinare ancora i loro due popoli.

Titolo 4
Cooperazione regionale e transfrontaliera

Art. 13
(1)           I due Stati riconoscono l’importanza rivestita dalla cooperazione transfrontaliera tra Repubblica francese e Repubblica federale tedesca per rinsaldare i legami tra cittadini e imprese da ambo le parti della frontiera, soprattutto il ruolo essenziale delle collettività territoriali e altri attori locali a questo riguardo. Essi intendono facilitare l’eliminazione degli ostacoli nei territori di frontiera al fine di attuare progetti transfrontalieri e facilitare la vita quotidiana degli abitanti di questi territori.
(2)           A questo effetto, nel rispetto delle regole costituzionali rispettive dei due Stati e nei limiti del diritto dell’Unione europea, i due Stati dotano le collettività territoriali dei territori frontalieri e le entità transfrontaliere come gli eurodistretti di competenze appropriate, risorse dedicate e procedure accelerate, in particolare nei campi economico, sociale, ambientale, sanitario, energetico e dei trasporti [NdT: qui la descrizione degli obbiettivi di un eurodistretto come la dà quello di Strasburgo-Ortenau]. Se nessun altro mezzo permette loro di sormontare gli ostacoli, possono essere accordate disposizioni giuridiche e amministrative adattate, soprattutto deroghe. In questo caso tocca ai due Stati adottare la legislazione appropriata.
(3)           I due Stati rimangono legati alla preservazione di norme rigide  nei campi del diritto del lavoro, della protezione sociale, della salute e della sicurezza così come della protezione dell’ambiente.


Art. 14
I due Stati istituiscono un comitato di cooperazione transfrontaliera che comprende soggetti interessati come lo Stato e le collettività territoriali, i parlamenti e le entità transfrontaliere come gli eurodistretti e, in caso di necessità, le euroregioni interessate. Il comitato è incaricato di coordinare tutti gli aspetti dell’osservazione territoriale transfrontaliera tra la Repubblica francese e la Repubblica federale tedesca, di definire una strategia comune di scelta dei progetti prioritari, di assicurare il controllo delle difficoltà incontrate nei territori di frontiera e di avanzare proposte nell’ottica di porvi rimedio, così come di analizzare l’incidenza della nuova legislazione nei territori di frontiera.

Art. 15
I due Stati sono attaccati all’obiettivo del bilinguismo nei territori di frontiera e accordano il proprio sostegno alle collettività di frontiera al fine di elaborare e attuare strategie appropriate.

Art. 16
I due Stati faciliteranno la mobilità transfrontaliera migliorando l’interconnessione delle reti digitali e fisiche tra loro, soprattutto nei collegamenti ferroviari e stradali. Essi agiranno in stretta collaborazione nel campo della mobilità innovativa, sostenibile e accessibile a tutti, al fine di elaborare approcci o norme comuni a entrambi gli Stati.

Titolo 5
Sviluppo sostenibile, clima, ambiente e affari economici

Art. 17
I due Stati incoraggiano la cooperazione decentrata tra le collettività dei territori non frontalieri. Essi si impegnano a sostenere le iniziative lanciate da queste collettività che sono attuate in questi territori.

Art. 18
I due Stati si adoperano per rafforzare il processo di attuazione di strumenti multilaterali relativi allo sviluppo sostenibile, alla salute mondiale e alla protezione dell’ambiente e del clima, in particolare l’ Accordo di Parigi del 12 dicembre 2015 e il Programma di sviluppo sostenibile orizzonte 2030 delle Nazioni Unite. A questo effetto, essi agiscono di concerto al fine di formulare approcci e politiche comuni, soprattutto istituendo dispositivi nell’ottica della trasformazione delle loro economie e favorendo delle azioni ambiziose di lotta contro i cambiamenti climatici. Essi garantiscono l’integrazione della protezione del clima in tutte le politiche, soprattutto attraverso scambi trasversali regolari tra governi nei settori chiave.

Art. 19
I due Stati faranno progredire la transizione energetica in tutti i settori appropriati e, a questo scopo, sviluppano la loro cooperazione e rinforzano il quadro istituzionale di finanziamento, di elaborazione e di messa in atto di progetti congiunti, in particolare nei campi delle infrastrutture, delle energie rinnovabili e dell’efficacia energetica.

Art. 20
(1)           I due Stati approfondiscono l’integrazione delle loro economie al fine di istituire una zona economica franco-tedesca dotata di regole comuni. Il Consiglio economico e finanziario franco-tedesco favorisce l’armonizzazione bilaterale delle rispettive legislazioni, soprattutto nel campo del diritto degli affari, e coordina in modo regolare le politiche economiche tra la Repubblica francese e la Repubblica federale tedesca al fine di favorire la convergenza tra i due Stati e di migliorare la competitività delle loro economie.
(2)           I due Stati istituiscono un “Consiglio franco-tedesco di esperti economici” composto di dieci esperti indipendenti al fine di presentare ai due governi delle raccomandazioni sulla loro azione economica.

Art. 21
I due Stati intensificano la loro cooperazione nel campo della ricerca e della trasformazione digitale, soprattutto in materia di intelligenza artificiale e di innovazione radicale. Promuovono su scala internazionale direttive sull’etica delle nuove tecnologie. Costruiscono iniziative franco-tedesche aperte alla cooperazione a livello europeo al fine di promuovere l’innovazione. I due Stati istituiranno un processo di coordinamento e un finanziamento  comune al fine di sostenere programmi congiunti di ricerca e innovazione.

Art. 22
Le parti coinvolte e gli attori interessati dei due Stati sono riuniti in seno a un Forum per l’avvenire franco-tedesco al fine di lavorare sul processo di trasformazione delle loro società.

Titolo 6
Organizzazione

Art. 23
Riunioni tra i governi dei due Stati hanno luogo a cadenza almeno annuale alternatamente nella Repubblica francese e nella Repubblica federale tedesca. Dopo l’entrata in vigore del presente Trattato, il Consiglio dei ministri franco-tedesco adotta un programma pluriennale di progetti di cooperazione franco-tedesca. I segretari generali per la cooperazione  franco-tedesca incaricati di preparare le riunioni assicurano il controllo dell’attuazione del programma e riferiscono al Consiglio dei ministri.

Art. 24
In alternanza un membro del governo di uno dei due Stati prende parte almeno ogni tre mesi al Consiglio dei ministri dell’altro Stato.

Art. 25
I consigli, strutture e strumenti della cooperazione franco-tedesca sono oggetto di un esame periodico e sono, in caso di necessità, adattati senza indugio agli obbiettivi fissati di comune accordo. Il primo di questi esami dovrebbe avere luogo entro sei mesi dall’entrata in vigore del presente Trattato e proporre gli adattamenti necessari. I segretari generali per la cooperazione franco-tedesca valutano regolarmente i progressi compiuti. Essi informano i parlamenti e il Consiglio dei ministri franco-tedesco sullo stato generale di avanzamento della cooperazione franco-tedesca.

Art. 26
Dei rappresentanti delle regioni e dei Länder, così come del comitato di cooperazione transfrontaliera, possono essere invitati a partecipare al Consiglio dei ministri franco-tedesco.

Titolo 7
Disposizioni finali

Art. 27
Il presente Trattato completa il Trattato del 22 gennaio 1963 tra la Repubblica francese e la Repubblica federale tedesca sulla cooperazione franco-tedesca ai sensi del paragrafo 4 delle Disposizioni finali del Trattato.

Art. 28
I due Stati si informano reciprocamente, per via diplomatica, del compimento delle procedure nazionali richieste per l’entrata in vigore del presente Trattato. Il presente Trattato entra in vigore alla data di ricevimento dell’ultima notifica.