domenica 7 ottobre 2018

IL RISVEGLIO DELL'OVVIO: LA MERKEL NON LEGGE KRUGMAN

POST DI BAZAAR



    
«La vittoria a sorpresa di R.Brinkhaus [a capogruppo alla Camera] deve mostrare ad Angela Merkel che la [sua] fine è vicina»

1. Il risveglio dell’ovvio nelle coscienze di chi è pagato per non aver coscienza.

Da Berlino a New York sembra che l’ovvio – se non proprio il banale – si faccia breccia nella consapevolezza degli intellettuali delle nazioni dominanti.

Questo articolo su politico.eu di Konstantin Richter si profila come un interessante punto di vista sulla dinamica economico-politica della Germania.

Il nostro rileva come la percezione dell’opinione pubblica sulla politica economica e sulle relative performance della Germania sia assolutamente fuorviata dalla propaganda tedesca.

Richter mette in luce come l’ideologia propria del capitalismo tedesco sia diversa da quella del mondo anglosassone, segnatamente da quella statunitense: «la nostra economia è condotta dall’ansia» a differenza di quella statunitense il cui «successo economico» è «basato sulla mera avidità o sull’ambizione epica o sul desiderio, come da Silicon Valley, di creare la prossima grande innovazione».

I media tedeschi sono focalizzati su altri problemi sociali, come quelli creati dall’immigrazione di massa, oppure su lontani problemi di cronaca internazionale, sorvolando sui segnali che arrivano dalla sfera economica nazionale; e vengono ricordati:

1 – lo scandalo degli accordi di cartello volti alla falsificazione delle quantità di emissioni emesse dai motori delle maggiori case automobilistiche tedesche;

2 – le condizioni disastrose in cui versa Deutsche Bank che «è l’istituzione che ha gestito praticamente la grande impresa tedesca controllando grosse quote delle società più importanti». Commerzbank non è messa meglio.

3 – Tyssenkrupp è sotto attacco dagli investitori;

4 – Bayer si è esposta con l’acquisizione ad alto rischio di Monsanto;

5 – il settore automobilistico non ha investito in innovazione.

Quando all’inizio del terzo millennio la Germania veniva chiamata dalla stampa estera «il malato d’Europa», il catastrofismo propagandato agevolò le riforme del mercato del lavoro e dello Stato sociale di Gerard Schröder, con la relativa compressione delle dinamiche salariali volta alla “svalutazione competitiva”.

Il nuovo modello tedesco di economia di mercato – che noi per inciso sappiamo essere il classico vecchio modello mercantilistico teutonico – ha rassicurato con le sue performance l’opinione pubblica.

Richter fa notare che questo stato di euforia nasconde l’insidioso lato nascosto del modello di sviluppo tedesco: nessuno parla più del problema demografico, della mancanza di personale qualificato – strettamente legati al modello mercantilista –  o del declino di Deutsche Bank.

Soprattutto Richter osserva come il gigante tedesco abbia i piedi d’argilla: come è stato ottenuto l’incredibile surplus tedesco se il vantaggio competitivo su cui sono basate le esportazioni non è stato ottenuto tramite gli investimenti?

Non solo con la svalutazione del lavoro  ottenuta da Schröder.

La rivelazione di una dura presa di coscienza è così espressa: «il successo degli esportatori tedeschi è ancora basato sulla superiorità dei loro prodotti? O è solo la droga anestetizzante dell’euro debole?»

La risposta a questa domanda la conosciamo: l’euro è spaventosamente sottovalutato per il mercato tedesco, regalando un vantaggio competitivo alla Germania che risulta essere destabilizzante per l’intera economia mondiale.

Ma i risvegli sui temi che la frontiera intellettuale italiana ha da tempo acquisito e divulgato, non si fermano al tragico karma alemanno: il nobel Krugman ci porta in altre vette dell’ovvio che, fuori da questi spazi, non è così banale: la dialettica tra microeconomia e macroeconomia che – dopo decenni di neoliberalismo – siamo abituati a non percepirla più, considerato che le due discipline risultano confusamente sovrapposte, non permettendo di distinguerne i diversi ambiti; ciò sappiamo essere naturale in quanto caposaldo del pensiero liberale è il cosiddetto individualismo metodologico che, nelle scienze economiche, si manifesta nello sviluppare modelli microfondati sul comportamento individuale al posto di ragionare per aggregati.

D’altronde, come amava dire la Thatcherpasdaran del liberismo antioperaio e discepola di Hayek «non esiste la società: esistono soltanto gli individui».

2. Risvegli: «La macroeconomia è meglio di ciò che pensate, la microeconomia è peggio, ed i dati sono limitati»

 

Krugman fa notare l’assoluto fallimento della comunità scientifica degli economisti nel dare supporto alla politica al fine di evitare, gestire, ed uscire dalla crisi che, da più di dieci anni, sta dilaniando la vita di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.

Il massimo che gli economisti riescono a produrre come autocritica è chiedersi se «non sarebbe necessario dare un maggiore ruolo ai mercati finanziari nei loro modelli».

Pochi, però, «hanno fatto ciò che avrebbero dovuto», ossia, «mettere in discussione interamente la direzione che ha preso la macroeconomia in questi ultimi quarant’anni».

L’economista americano ci informa che generalmente tra economisti la vulgata è – sulla falsa riga del meno-stato-più-riforme, più-disastro-economico, meno-stato-più-riforme, più-disastro-economico, ecc., in un circolo vizioso e viziato dagli interessi immediati delle classi egemoni – che il fallimento delle ricette economiche sia stato dovuto a troppa-macroeconomia-troppo-poca-microeconomia.

Per cui il circolo vizioso e viziato di meno-stato-più-riforme, con tutti i vari corollari microfondativi della microeconomia applicati alla crisi, ha trovato pure la leva del circolo vizioso (e viziato) di troppa-macroeconomia-troppo-poca-microeconomia, ricette-inutili-quando-va-bene-e-catastrofiche-quando-va-male, e via, viziosamente, nelle bolge infernali della stagnazione quando va bene, della recessione e della depressione quando va male.

Paul Krugman ci dice che «l’esaltazione della micro come l’unica “vera” teoria economica dà alla microeconomia troppo credito e ciò è di gran lunga la causa  dei modi in cui la scienza economica ha fallito».

L’imbarazzante conclusione di queste dinamiche, ci informa il premio Nobel, è stata che influencer, tanto all’esterno quanto all’interno della professione economica, hanno deciso che la scienza economica è un «nonsense» – insomma, non è proprio una scienza – e, quindi, sarebbe stato molto meglio affidarsi a «coloro che erano immersi nel mondo reale, ovvero ai grandi capitani d’impresa»; da cui l’epopea mediatica accompagnata dalla maestosa immagine: “lo ideale dell’omo virile” schumpeterianamente emerso dalla selva di cadaveri lasciati dal darwinismo mercatista: in breve, l’epopea degli espertologi.

Oppure – osserva l’illustre economista – di converso e per amor di positivismo, ci si è «concentrati sui risultati empirici e si è tralasciato i modelli».

Secondo Krugman gli aitanti espertologi del mondo dell’imprenditoria (e delle grandi organizzazioni sovranazionali, aggiungiamo noi) sono stati, «nell’ultimo decennio, più dannosi che inutili, mentre le vocine nell'aria udite dagli squilibrati (sic) con potere decisionale hanno, come al solito, dato un pessimo consiglio». Parole di Paul.

Mentre – guarda un po’ – se «l’evidenza empirica è importante e ce n’è sempre più bisogno, i dati non parlano pressoché mai per se stessi; punto che è stato ampiamente dimostrato dai recenti eventi di politica monetaria».

Insomma, di fronte all’evidenza del disastro economico-sociale che ci circonda, dove una banda di «squilibrati» – quattro noci in un sacco (avrebbe Togliatti in Costituente a proposito dei liberali) – ha dirottato e preso in ostaggio gran parte dei Paesi a democratizzazione avanzata, pare che qualche Nobel abbia iniziato timidamente a far dell’epistemologia delle scienze sociali.

Krugman porta l’esempio dei due fisici Julian Schwinger and Richard Feynman: Schwinger riuscì per primo a venire a capo dell’elettrodinamica quantistica, ma i suoi metodi erano incredibilmente complicati.

Feynman ci arrivò egualmente ma con un approccio molto più semplice – i suoi famosi diagrammi – che davano il medesimo risultato ma erano molto più semplici da usare.

Nessuno vide mai Schwinger usare questi diagrammi, ma si mormora che avesse una stanza chiusa a chiave in cui teneva i diagrammi di Feynman che usava in segreto.

Ecco, la macroeconomia moderna ricalca questo aneddoto: immaginate però che  Schwinger controlli tutte le riviste e sia in una posizione per cui può prevenire che nessuno possa pubblicare con il metodo più semplice.

Cos’è l’equivalente dei diagrammi di  Feynman?

Ciò che tutti gli studenti del primo anno dei corsi di economia politica studiano sotto il nome di “modello IS-LM”.

Bene: tutti gli economisti che lavorano in istituzioni che si occupano di macroeconomia ragionano, pensano, e discutono tra loro in funzione del modello IS-LM; ma, quando hanno bisogno di pubblicare sulle riviste, vengono costretti a «microfondare» il loro modello.

E un esempio lo facciamo noi: è come se si volesse dimostrare il principio di Archimede non considerando il volume complessivo dell’acqua spostata dopo averci immerso un solido, ma cercando di capire la reazione fisica dell’acqua studiando il comportamento di ogni singola molecola.

Ecco, la formula di galleggiamento, invece di risultare una semplice equazione con un paio di rapporti, si presenterebbe come un’orgia di equazioni differenziali… non risolte.

E diciamo noi, non risolte perché alla classe egemone non interessa che sia risolto alcunché. Perché la classe egemone ha scommesso sull’affondamento del Titanic (alias, “mercato globale”) e, se la nave non galleggia, i profitti e la sua influenza politica aumentano.

Il delirio matematico permette di dimostrare tutto ciò che fa comodo a chi può finanziare il delirio matematico stesso.

Immaginatevi, quindi, quale potrà essere la deontologia media dell’economista che ce la fa. Che ha un nome prestigioso...

Ora, le analisi basate sul modello IS-LM non danno grandi informazioni in tempi normali, ma forniscono precise previsioni – spesso previsioni molto preziose per le priorità delle persone – durante i tempi di grave crisi.

Ad esempio, se c’è un grande shock avverso della domanda, come quello che è avvenuto nel 2007/2008 quando è scoppiata la bolla dei mutui subprime, si manifesta un cambiamento di regime per cui né la politica monetaria né la politica fiscale hanno i medesimi effetti come in tempi normali.

Ad esempio, la macroeconomia keynesiana afferma che una volta che i tassi di interesse sono vicini allo zero, le politiche monetarie servono a poco o nulla.

Insomma, il famoso quantitative easing delle banche centrali non servirà a produrre inflazione.

Se per esempio si va a spiare (nella stanza chiusa a chiave di cui si diceva più sopra) i modelli di Tobin sul sistema bancario, scopriremmo che grandi aumenti della base monetaria non serviranno nemmeno molto a mettere in circolo moneta.

Ciononostante alcuni economisti sono impazziti nel cercare di spiegare come mai Bernanke alla Fed abbia aumentato di cinque volte la base monetaria e – nonostante gli ammonimenti sul deprezzamento del dollaro e l’allarmismo sull’inflazione – iprezzi siano rimasti al palo.

Eppure, commenta Krugman, «questo è esattamente ciò che ci si sarebbe dovuti aspettare».

...

E sulla politica fiscale?

La macro tradizionale afferma che – quando i tassi di interesse scendono intorno allo zero – non si sarebbe dovuto verificare alcuno spiazzamento, che i deficit non avrebbero dovuto far salire i tassi d’interesse, e che i moltiplicatori fiscali sarebbero stati più grandi che in condizioni normali.

Ovviamente le cose sono andate come dovevano andare secondo la macro keynesiana: non ci sono altri modelli in grado di stupire per accuratezza previsionale e “controintuitività” – eppure – non-economisti (ma anche economisti) si rifiutano di crederci.

La microeconomia non è servita a nulla, se non a ricordare che la macroeconomia keynesiana funziona.

Ciononostante, «la teoria microeconomica, fondata  nella rigorosa derivazione del comportamento individuale dalla massimizzazione dell’utilità, è stata presa come il gold-standard».

La macroeconomia keynesiana, a parte generiche proposizioni di profilo psicologistico come quelle relative alla propensione marginale al consumo, si occupa di aggregati senza esplicitamente descrivere cosa gli individui facciano: questa prassi è sempre stata considerata dubbia e rozza.

Però, cari liberisti-microfondatori, dice Krugman, «il-mondo-non-funziona-nel-modo-in-cui-pensate».

Tutte le previsioni basate sulla macroeconomia microfondata, del tipo: “solo i flussi monetari inaspettati dovrebbero influenzare la produzione reale”, “le temporanee variazioni del reddito non dovrebbero influenzare i consumi”, “la spesa pubblica dovrebbe spiazzare la domanda privata”, ecc. si sono rivelate sbagliate.

Un modo per capire che le teorie ed i modelli usati sono errati, è il dato empirico, ovvero il muro della realtà contro cui si va a sbattere! (Sulla pelle dei lavoratori, ovviamente).

Un altro argomento che tocca Krugman è il principio di autorità: «Io sono un famoso professore, quindi devi credere in ciò che dico». Commenta: «Così non finisce mai bene».

L’atteggiamento fallace opposto, invece, è quello per cui «gli economisti non sanno niente», e, aggiungiamo noi, chiunque può dire la qualunque, in un’orgia di espertologia che va dagli studi televisivi al bar sotto casa.

«Gli economisti non si sono guadagnati il diritto di essere altezzosi e superiori, soprattutto se la loro reputazione deriva dall’abilità di fare matematica complessa: la matematica complessa è stata particolarmente di poco aiuto ultimamente, se mai lo è stata»

Bè, caro Krugman: forse non sono semplicemente degli squinternati coloro che si affidano ai multimiliardari per le ricette di politica economica.

Forse è il pensiero economico dominante che, come direbbe Marx, è sovrastrutturato al potere economico dei multimiliardari.

Forse… nel frattempo tutti gli altri economisti e commentatori continuino a dormire.