lunedì 29 giugno 2020

LO STRANO CASO ITALIA (il "terzo" libro)


Ecco, il nuovo libro è uscito.
Già ora è ordinabile in prevendita agevolata presso la casa editrice, a questo link.
Il libro affronta una serie di questioni che i lettori di questo blog hanno visto trattate più volte. Ma, spero di poter dire, le riordina in modo da consentire a chiunque avrà la bontà di leggerlo di disporre di una serie di principi con cui interpretare l'evoluzione della realtà sociale ed economica a cui stanno andando incontro l'Italia, l'Unione Europea e, più in generale, il mondo "globalizzato.
Questa interpretazione, naturalmente, non è una semplice predizione: si potrà scorgere l'andamento di questa evoluzione anche "in controluce", cioè come divergenza degli eventi, manifestatasi o in procinto di verificarsi, da quanto, nel libro, si ipotizza come auspicabile. 
Il libro si apre con una prima parte dedicata all'emergenza creata dal coronavirus e ne individua le forze (politiche e, di conseguenza, normative) a cui finora risulta irresistibilmente soggetta la famosa "risposta" data dalle istituzioni europee ed in particolare dell'eurozona.
L'appartenenza ad essa, come sappiamo, caratterizza in modo (sempre più) decisivo le politiche nazionali; tenendo conto di questo dato, le altre parti del libro trattano delle strette maglie, che è possibile scorgere nei trattati europei, entro le quali sarebbe forse possibile, a certe condizioni politico-istituzionali (appunto auspicabili), un ritorno alla crescita equilibrata e ad un accettabile futuro di benessere per gli appartenenti alla Repubblica italiana. 
Un futuro che già prima della crisi "pandemica" era già coperto, e da decenni, da fosche nubi che avevano riversato sull'Italia "precipitazioni" di impoverimento e di disperazione (intesa proprio come mancanza e fine della speranza di una vita futura migliore di quella attuale). E, come avvertono sempre più italiani dotati di consapevolezza e voglia di informarsi, da questa situazione non siamo usciti: tutt'altro. 
Le cure che si vengono proposte sono dense di inquietanti incognite e di certezze angoscianti che nascono dall'esperienza passata: tuttavia, ora abbiamo imparato a capire che l'appartenenza all'eurozona non ci ha portato benefici e, ancor peggio, che ci costringe a un interminabile serie di ulteriori "aggiustamenti". 
E ciò nonostante che, nel resto del mondo, difficoltà economiche e sociali di enorme portata siano ora affrontate in base ad un approccio (in parte) nuovo, sebbene ancora caotico e problematico, imposto dalla forza dei fatti che manifestano sempre più la crisi della globalizzazione istituzionale
La rigidità delle regole dell'eurozona - della cui presunta mitigazione attuale naturalmente parliamo nel libro -, ci pone in una condizione simile a quella di un vagone staccato dallo Spirito della Storia e destinato a un binario morto, senza altro senso che quello di regole scritte trenta anni fa e concepite, in realtà, negli anni '70 del secolo scorso (almeno ufficialmente, poiché queste regole, questo assetto, risalgono in realtà ad ancor prima).
Il libro, in definitiva, ha l'intento di suscitare una speranza; quantomeno di aprire una discussione, all'interno dell'opinione pubblica, affinché si possa concretamente tornare a ragionare di politiche economiche, sociali ed industriali, che ci riportino, senza ulteriori traumi, verso il tracciato segnato dalla democrazia costituzionale
Di traumi gli italiani ne hanno subiti abbastanza; innescare un percorso di crescita è possibile, nell'immediato futuro, utilizzando degli strumenti che il quadro dei trattati ci offre e che, finora, non sono stati sfruttati; e, se per questo, nemmeno concepiti.






sabato 27 giugno 2020

MERKEL SCIOGLIE IL NODO DEL "SUO" STATO NAZIONALE SOVRANO (un'€state molto diversa da quella del 2011)


Che siano la "severe financial crisis" o, piuttosto, recessione, insolvenze, deflazione/disinflazione e disoccupazione, i problemi più urgenti della "governance" dell'eurozona non è essenziale ai fini del discorso che stiamo per svolgere: più rilevante è constatare come stia reagendo la BCE all'offensiva teutonica.

1. Vi propongo una sintesi che, per chi abbia accompagnato il lungo percorso intrapreso da questo blog, non apparirà certo nuova: ma vale la pena di ribadirne i passaggi essenziali proprio in questo momento, poiché siamo nel pieno di un'estate in cui, in un modo che pare molto diverso da quanto è accaduto in quella del 2011, i nodi stanno venendo al pettine. Innanzitutto, individuiamoli per come si stanno manifestando, cioè in una dimensione e in un assommarsi tra loro che li rendono evidenti:



2. Di questa evoluzione, sorprendente (o addirittura denegata), solo per chi viva ostinatamente nella bolla dei "trattati immaginari" (della pace e della cooperazione in €uropa), registriamo una pluralità di indizi.
Cominciamo dal quesito che sorge dalla sentenza della Corte costituzionale tedesca, di cui abbiamo più volte parlato. Un recentissima intervista della Merkel ha suscitato in Italia molteplici interpretazioni: ma una cosa emerge con chiarezza, sia pure soltanto se si adotta un punto di vista giuridico-politico tedesco, tante volte ribadito con coerenza e forza (circa l'approccio unilaterale assunto nel proiettare l'interesse nazionale come valore predominante su quella mera "associazione di Stati nazionali sovrani", qui pp.2-3, che, per la Corte tedesca, è l'Unione europea):

Domanda: «La legislazione europea viola le leggi nazionali o viceversa? Il sistema giuridico europeo non dovrebbe in definitiva avere più peso di quelli nazionali in linea di principio?».
Risposta della Merkel: «Non è che questo argomento non sia mai stato discusso prima che la Corte costituzionale federale [tedesca] emettesse la sua sentenza sulla Banca centrale europea. Senza dubbio, il diritto europeo ha la precedenza sul diritto nazionale, ma non sappiamo dove inizia e finisce il regno del diritto europeo. L’essenza dell’Unione europea sta negli Stati membri che trasferiscono poteri. Nella terra di confine tra le sfere di giurisdizione del diritto nazionale ed europeo, può verificarsi attrito se il livello europeo definisce i suoi limiti in modo più ampio rispetto, ad esempio, al Parlamento tedesco. Questo è ciò che stiamo vedendo nel caso della BCE. Se la Corte costituzionale [tedesca] rileva che è stato superato un confine, si rivolge alla Corte di giustizia europea e richiede una revisione. Fino ad ora, tutti i disaccordi sono stati risolti. Ora abbiamo un conflitto. Questa è la natura della bestia, poiché uno Stato nazionale sarà sempre in grado di rivendicare poteri particolari a meno che tutti i poteri non vengano trasferiti alle istituzioni europee, il che sicuramente non accadrà.
4. Il contesto extra€uropeo spinge anch'esso (e anche qui si tratta di una questione annosa e, in definitiva, prevedibile) per una Germania che privilegia, legittimamente (sia chiaro), la dimensione di Stato nazionale sovrano, così accuratamente preservata all'interno dell'Ue e dell'eurozona: perseguendo l'interesse nazionale... 

Un'ultima osservazione: questa sequenza del tutto prevedibile degli eventi riporta in un certo qual modo all'attenzione l'ipotesi frattalica (v. pp. 7 e seguenti: ma qui lascio alle intuizioni dei lettori più versati su questo esercizio storico-previsionale "l'aggiustamento" della date corrispondenti agli eventi fondamentali di tale divertissment).

domenica 7 giugno 2020

IL TESORETTO? SURE, MES E RECOVERY FUND- IL SURE E LA SUA REALTA' REGOLAMENTARE (1)



(Avvertenza: alcune parti delle previsioni normative verranno riportate in inglese e non tradotte, poiché così rinvenibili sui rispettivi siti delle istituzioni Ue competenti. Risulta oggi importante che le fonti dirette siano conoscibili nella lingua in cui più frequentemente sono discusse e redatte: l'onere di un'adeguata conoscenza della lingua inglese risulta perciò importante per qualsiasi cittadino italiano che desideri informarsi avendo direttamente conoscenza delle iniziative regolatorie dell'Ue).

1. Appare sempre più forte la spinta mediatica a sostegno della decisione del governo italiano di richiedere e fruire di una linea di credito a condizioni rafforzate entro il programma speciale detto  ESM  Pandemic Crisis Support (linea di credito appunto definita ECCL, secondo tutte le deliberazioni sia inizialmente adottate, il 9 aprile dall'Eurogruppo e il 23 aprile 2020 dal Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo, che ribadite dall'Eurogruppo e dal Board dei governatori ESM, rispettivamente l'8 e il 15 maggio 2020). 
Essendo evidenti le difficoltà di definire tempi e volumi di intervento del Recovery Fund- Next Generation, la pressione a finanziarsi presto, e a qualsiasi costo, mediante la contrazione di debito con le istituzioni europee, si spinge anche a cumulare la fruizione dell'ulteriore strumento del SURE, ovvero il c.d. European instrument for temporary support to mitigate unemployment risks in an emergency (SURE) following the COVID-19 outbreak. Supponendo che i fondi prestabili da quest'ultimo siano immediatamente disponibili su mera richiesta.

2. Esemplificativamente traiamo l'esempio di questo atteggiamento da un assemblaggio di articoli, rinvenibile su Dagospia, rispettivamente di Verderami e Folli. Prescindendo da ogni ulteriore considerazione e dalla verifica della sua attendibilità, ci limitiamo a sottolineare due conclusioni più o meno coincidenti così espresse (neretto aggiunto): 
a) Verderami: "sommando Mes, Sure, l' impegno della Bce a sostegno dei titoli di Stato e un nuovo scostamento di bilancio da chiedere al Parlamento, Conte si ritiene soddisfatto e immagina che il gruzzolo possa garantirgli la permanenza a Palazzo Chigi anche quando arriverà la bufera d' autunno: «Sarò ancora il garante della sicurezza sanitaria e della stabilità economica»..."
b) Folli: "Sul piano finanziario, si prevede che il governo dovrà affrontare uno scostamento di bilancio di circa 50 miliardi entro la fine dell' anno. Escluse per ovvie ragioni nuove tasse, poco realistici i consueti annunci (lotta all'evasione e taglio delle spese inutili), restano appunto i 37 miliardi del Mes e il Sure. La cifra complessiva è quella che serve".
Esamineremo pertanto le effettive condizioni di finanziamento di ESM (che esiste), del SURE (che deve essere ancora approvato come vedremo) e, se vedrà mai la luce (senza essere uno stretto duplicato dell'ESM), del c.d. Recovery Fund. 
Per questi strumenti considereremo gli oneri di contribuzione concretamente a carico degli Stati-membri ed il costo complessivo dell'obbligo di restituzione (per interessi e capitale: se anticipatamente e con certezza quantificabili...), scontando, in quest'ultimo aspetto, i tempi e i margini effettivi di utilizzazione dei prestiti ricevibili e sempre cercando di individuare gli obiettivi di intervento fiscale effettivamente finanziabili in rapporto con quelli obiettivamente prioritari e necessari nell'attuale congiuntura economica italiana.

3. Cominciamo dal SURE: rinviando al sito della Commissione Ue, la relativa regulation è attualmente allo stato di proposta in attesa dell'approvazione del Consiglio"Proposal for a COUNCIL REGULATION on the establishment of a European instrument..."
Ma più che la mancanza di un'attuale applicabilità operativa di una normativa non ancora approvata (forse potrebbe esserlo nei prossimi mesi ed entro l'autunno), risulta obiettivamente (molto) poco realistico che lo strumento possa dar luogo a un "tesoretto" in tempo utile (questo autunno) e per di più di ammontare vicino ai 10 miliardi, entro il 2020: cioè, non si vede come possa evitare il finanziamento mediante il ricorso al mercato relativamente al deficit aggiuntivo che si paventa come necessario, nel momento in cui occorrerà fronteggiare la fine del finanziamento dell'attuale (potenziale) erogazione della cassa integrazione in forma derogatoria (straordinaria e ordinaria) e fiscalizzata, che comunque terminerà la sua attuale copertura al 31 ottobre 2020.

4. Precisiamo che, fondato sulla clausola solidaristica dell'art.122 TFUE, il SURE è una linea di credito, che nelle intenzioni espresse nel preambolo della proposta di regolazione, si fonda sia sul primo che sul secondo paragrafo di tale norma: una curiosa previsione in cui "lo spirito di solidarietà" trova la sua massima espressione nella concessione di un prestito, la cui provvista è raccolta sul mercato dalla Commissione, soggetto ad obbligo di restituzione "a determinate condizioni", come recita il par.2: cioè non necessariamente non onerose, o poco onerose, per il beneficiario debitore a cui si presta...per solidarietà.
Ma torniamo alla presunta tempestività dell'erogazione di tale prestito: successivamente alla non ancora avvenuta approvazione del regolamento in questione, deve infatti svolgersi, in un periodo di tempo imprecisato, e al limite senza alcun termine vincolante, - a dimostrazione della facoltatività della solidarietà ex art.122 TFUE -, un peculiare procedimento presupposto di "prestazione di garanzia" da parte degli Stati-membri.
Al completamento unanime (cioè partecipato dalle garanzie apprestate da tutti gli Stati-membri) di tale fase attuativa "presupposta", - che però risulta riducibile al 25% della soglia, massima e non vincolante, stabilita in 100 miliardi -, è subordinata la successiva raccolta della provvista, da parte della Commissione, che verrebbe poi erogata in base a precisi limiti quantitativi massimi
Tutto il sistema è soggetto a fasi di prestazione di garanzia facoltativa, di misure massime (e minime) di raccolta sul mercato e di concessione del prestito, di adozione di decisioni attuative consiliari e di fasi consultive per gli Stati aderenti, che si assommano alle condizioni onerose di restituzione nel configurare l'effettiva erogazione del prestito come incerta nei tempi e nei volumi

5. Basta al riguardo riprodurre una selezione dei principali articoli dello schema di proposta e seguire la concatenazione intrecciata di fasi e previsioni che, lette in sequenza, rendono evidente quanto detto senza bisogno di particolari interpretazioni. 
Evidenziamo più sotto le parti salienti che danno conto della ratio sistemica del meccanismo e dello stesso art.122: la solidarietà finanziaria - cioè una qualche misura, delimitata e temporanea, di finanziamento di un altro Stato-membro da parte di alcuni o di tutti gli altri -, non costituisce mai un obbligo, a prescindere dalle ragioni in cui uno Stato membro dell'Unione, e ancora più dell'eurozona, versi in difficoltà, - per quanto cioè essere possano essere a tale Stato non imputabili le "difficoltà" e queste stesse, oggettivamente se non tragicamente gravi -, perché vige il divieto di solidarietà finanziaria dell'art.125 TFUE; e l'art.122, parr. 1 e 2, non ne sono altro che un corollario enfatico, cioè di mera enunciazione di facciata del principio. In pratica, se esiste un progetto comune a cui prestare garanzie, in base alla convergente e concorde decisione politica degli Stati-membri, si può erogare un credito a uno Stato che versi in gravi difficoltà per situazioni eccezionali che sfuggono al suo controllo; ma la Commissione non può agire da prestatore senza tale accordo e le condizioni del prestito, secondo l'art.122, non devono essere necessariamente favorevoli rispetto a quelle ordinariamente ottenibili sul mercato. Vige d'altra parte anche l'art.124 TFUE, per cui uno Stato non può rivolgersi ad alcuna istituzione finanziaria, inclusa (eccezionalmente) la Commissione, per avere un "accesso privilegiato":
Article 4
Form of financial assistance
The financial assistance referred to in Article 3 shall take the form of a loan granted to the Member State concerned. To that end, and in accordance with a Council implementing decision adopted pursuant to Article 6(1), the Commission shall be empowered to borrow on the capital markets or with financial institutions on behalf of the Union at the most appropriate time so as to optimise the cost of funding and preserve its reputation as the Union's issuer in the markets.
Article 5
Maximum amount of financial assistance
The maximum amount of financial assistance referred to in Article 3 shall not exceed EUR 100 000 000 000 for all Member States.
Article 6
Procedure for requesting financial assistance
1.The financial assistance referred to in Article 3 shall be made available by a decision adopted by the Council by means of an implementing act, on a proposal from the Commission.
2.Before submitting a proposal to the Council, the Commission shall consult the Member State concerned without undue delay to verify the sudden and severe increase in actual and possibly also planned expenditure directly related to short time working schemes and similar measures in the Member State requesting support, which are linked to the exceptional occurrence caused by the COVID-19 outbreak. To that end, the Member State concerned shall provide the Commission with appropriate evidence. In addition, the Commission shall verify the fulfilment of the prudential rules referred to in Article 9. 
3.The decision to make available the financial assistance referred to in Article 3 shall contain:
(a)the amount of the loanits maximum average maturityits pricing formulaits maximum number of instalments, its availability period and the other detailed rules needed for the granting of the financial assistance;
(b)an assessment of the compliance by the Member State with the conditions referred to in Article 3;
(c)a description of the national short-time scheme(s) or similar measures that may be financed.
Article 7

Disbursement of the loan
The loan referred to in Article 6(3) shall be disbursed in instalments.
Article 8

Borrowing and lending operations
1.The borrowing and lending operations referred to in Article 4 shall be carried out in euro.
2.The characteristics of the loan referred to in Article 6(3), point (a), shall be agreed in a Loan Agreement between the beneficiary Member State and the Commission. That agreement shall contain the provisions referred to in Article 220(5) of Regulation (EU, Euratom) 1046/2018
[quest'ultimo recita: 5.   La Commissione sottoscrive con il paese beneficiario un accordo contenente disposizioni che:
a)
assicurano che il paese beneficiario verifichi a cadenza regolare che i finanziamenti erogati siano stati utilizzati correttamente in conformità delle condizioni predefinite, adotti misure atte a prevenire irregolarità e frodi e, se necessario, intraprenda azioni legali per il recupero dei fondi concessi a titolo di assistenza finanziaria che siano stati oggetto di appropriazione indebita;
b)
assicurano la tutela degli interessi finanziari dell’Unione;
c)
autorizzano espressamente la Commissione, l’OLAF e la Corte dei conti a esercitare i loro diritti conformemente all’articolo 129;
d)
assicurano che l’Unione abbia diritto al rimborso anticipato del prestito qualora si riscontri che, in relazione alla gestione dell’assistenza finanziaria, il paese beneficiario è stato coinvolto in atti di frode o di corruzione o in altre attività illegali che ledono gli interessi finanziari dell’Unione;
e)
assicurano che tutti i costi sostenuti dall’Unione in relazione all’assistenza finanziaria siano a carico del paese beneficiario.]
3.At the request of the beneficiary Member State and where circumstances permit an improvement in the interest rate on the loan, the Commission may refinance all or part of its initial borrowing or restructure the corresponding financial conditions.
4.The Economic and Financial Committee shall be kept informed of a refinancing or restructuring as referred to in paragraph 3.
Article 9

Prudential rules applicable to the portfolio of loans
1.The share of loans granted to the three Member States representing the largest share of loans granted shall not exceed 60% of the amount referred to in Article 5. 
2.The amounts due by the Union in a given year shall not exceed 10% of the amount referred to in Article 5. 
3.Where a Member State fails to make a repayment, the Commission may roll over the associated borrowings contracted on behalf of the Union.
...
Article 11

Contributions in the form of guarantees from Member States
1.Member States may contribute to the Instrument by counter-guaranteeing the risk borne by the Union 
2.Contributions from Member States shall be provided in the form of irrevocable, unconditional and on demand guarantees.
The Commission shall conclude an agreement with a contributing Member State on the irrevocable, unconditional and on demand guarantees. The agreement shall set out the payment conditions.
3.Calls on guarantees provided by Member States shall be made on a pari passu basis. Where a Member State fails to honour a call in time, the Commission shall have the right to make additional calls on guarantees provided by other Member States on a pari passu basis up to the overall contributed amounts. Member States shall be reimbursed for such additional contributions from recovered amounts. 
4.Contributions referred to in paragraph 1 shall constitute external assigned revenue within the meaning of Article 21(5) of Regulation (EU, Euratom) 1046/2018 to this Instrument.
Article 12

Availability of the Instrument
1.The financial assistance referred to in Article 3 shall only become available after all Member States have contributed to the Instrument with contributions referred to in Article 11(1) for an amount representing at least 25 per cent of the amount referred to in Article 5provided that the relative shares of contributions of each Member State of the overall amount of Member States contributions correspond to the relative shares of Member States ithe total Gross National Income of the Union, as resulting from the column (1) of Table 3 of Part A Introduction and financing of the general budget of the Union”, of the revenue part of the budget for 2020 set out in the general budget of the European Union for the financial year 2020, as adopted on 27 November 2019 4 
The Commission shall inform the Council when the Instrument becomes available."

In sostanza, la mancata contribuzione anche di un solo Stato può paralizzare l'attuazione del regolamento, ancorché questo sia stato, in futuro, approvato e reso operativo, almeno laddove la Commissione non decida di percorrere la traumatica e politicamente improbabile imposizione a carico degli Stati-membri "pienamente solidali", cioè già resisi garanti per l'intera garanzia rapportata al tetto massimo di 100 miliardi, della quota non versata dallo Stato "recalcitrante" (art.11).
Ma l'ammontare della provvista concretamente raccoglibile e (quindi) prestabile, qualora gli Stati inizino a prestare garanzie pro-quota secondo una "libera" auto-riduzione rispetto all'ammontare massimo stabilito dall'art.5 (cioè 100 miliardi), potrà legittimamente risultare in soli 25 miliardi, secondo un orientamento facoltativamente raggiugibile de facto dagli Stati-membri; per conseguenza, l'ammontare massimo attingibile dall'Italia potrebbe altrettanto essere limitato a 2,5 miliardi per il primo anno: ma questo sarà presumibilmente il 2021, dati i tempi ragionevolmente attendibili della complessa procedura successiva alla futura approvazione del regolamento; e non dunque per il 2020, quello in cui più intensa e drammatica potrebbe essere l'esigenza di finanziamento degli ammortizzatori sociali. 
Il massimo attingibile annualmente da uno Stato "principale", è infatti quantificato nel 10% della provvista comunque garantita da tutti gli Stati ai fini dell'operatività della raccolta sul mercato prudenzialmente operabile da parte della Commissione (non è infatti chiarito se, ottenuta la base di garanzia del 25%, la raccolta sul mercato sia estensibile, e in che tempi, a 100 miliardi); e per di più anche tale limitato ammontare parrebbe dovuto in plurimi versamenti e non in unica soluzione, come appunto impone l'art.7.
Article 13

Control and audits
The agreement referred to in Article 8(1) shall contain the necessary provisions regarding controls and audits as required by Article 220(5) of Regulation (EU, Euratom) 1046/2018.
Tale previsione, in concreto, può portare "l'accordo" di concessione del credito a un insieme di parametri di incisione sulla generale gestione della spesa pubblica dello Stato beneficiario ad un livello non molto diverso da quello che accompagna una linea di credito ESM]

6. Dunque il SURE si configura, in concreto, esattamente nel modo in cui lo aveva descritto Stefano Fassina:
"Il Sure è un grande bluff. Perché? Perché è ad adesione volontaria e viene avviato soltanto dopo che tutti gli Stati dell’Unione europea hanno aderito. È un prestito, quindi debito pubblico aggiuntivo, da ripagare. Per farlo decollare, ciascuno Stato dell’UE deve apportare garanzie irrevocabili, liquide e immediatamente esigibili affinché la Commissione possa emettere sul mercato i titoli necessari a raccogliere le risorse da prestare agli Stati in difficoltà. L’astuta terminologia “fino a 100” miliardi copre la possibilità di arrivare a un ammontare di risorse disponibili decisamente inferiore, poiché dipendente dalle garanzie volontariamente messe a disposizione da ciascuno degli Stati UE e dai limiti annui di impegno contenuti nelle norme istitutive: per avere a disposizione 100 miliardi da distribuire, sono necessarie garanzie per 25 miliardi, ma il massimo utilizzo complessivo annuo, per tutti gli Stati richiedenti può essere soltanto il 10% delle risorse mobilizzabili dal Fondo. In sintesi, per la fase più acuta della recessione, potremo avere a disposizione, nello scenario ottimale ma altamente improbabile, qualche centinaio di milioni in prestito, sui quali risparmiare qualche milione di spesa per interessi, ma dopo aver impegnato 2 o 3 miliardi in garanzie ‘irrevocabili, liquide e immediatamente esigibili’. Un affarone".


venerdì 29 maggio 2020

LIBERTA' DI SUICIDARSI CON UN "AUSILIO IN FORMA COMMERCIALE" O PREVENIRE POVERTA' ED ESCLUSIONE SOCIALE?

Post di Francesco Maimone.
Da leggere fino in fondo: se appare evidente quanto siamo distanti dalla cultura giuridica e socio-politica tedesca, ciò basta a giustificare il fatto compiuto di aver lasciato la nostra Costituzione in un "limbo" solo per non dover porre in discussione i "principi" del diritto Ue (che la stessa Germania, per i suoi interessi finanziari ed economici, ormai pone così radicalmente in discussione)?


Cosa si può contrapporre, da parte di una classe innovatrice, a questo complesso formidabile di trincee e fortificazioni della classe dominante? Lo spirito di scissione, cioè il progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica…
(A. Gramsci)

1. In un recente post, Quarantotto si chiedeva  … qual è il valore di una vita salvata? E specialmente, quello di una vita che non si è potuta salvare?...”. Ci sembra opportuno recuperare quelle domande a partire da un’analisi comparata della giurisprudenza costituzionale in tema di “suicidio”. La problematica del fine vita affrontata di recente dai giudici costituzionali italiani e tedeschi, e passata in sordina, si rileva di estrema attualità ed è collegata anche alla “emergenza” in corso più di quanto non si riesca a percepire di primo acchito. Bisogna anticipare sin da subito che le pronunce della Corte Costituzionale italiana sono di gran lunga da preferire a quella dell’omologo plesso germanico. Non ci si può però esimere dal constatare, nei termini che verranno spiegati, le persistenti aporie a tutt'oggi irrisolte contenute nelle pronuncie della Consulta, soprattutto se confrontate con la giurisprudenza adottata dalla stessa degli ultimi tre decenni in materia di “diritti sociali”.

2. La Corte costituzionale federale tedesca è intervenuta sulla problematica del suicidio assistito con sentenza del 26 febbraio 2020 nel giudizio di costituzionalità dell’art. 217 del codice penale tedesco (Strafgesetzbuch-StGB) che disciplina il reato di sostegno professionale al suicidio” (Geschäftsmäßige Förderung der Selbsttötung), [sull’argomento, si rimanda all’approfondimento di F. CAMPLANI, Diritto penale e fine vita in Germania. I reati di omicidio su richiesta e di sostegno professionale al suicidio nello Strafgesetzbuch, in Giurisprudenza Penale Web, 2019, 1-bis]. Della dispozione in parola, il primo comma prevede che “Chiunque, con l’intenzione di agevolare il suicidio altrui, professionalmente offra, procuri o medi l’occasione per suicidarsi, è punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa”. Secondo la dottrina citata, l’avverbio è stato utilizzato …per intendere un supporto attivo, continuato nel tempo…e organizzato alle altrui intenzioni di suicidarsi, senza la necessità che tale attività rappresenti una fonte di profitto per chi la propone…” [F. CAMPLANI, Diritto penale e fine vita in Germania, cit., 13].

2.1 Come si ricava dalla sentenza (§ 2), ognuna delle categorie di ricorrenti ha dedotto articolate argomentazioni per sostenere l’incostituzionalità dell’art. 217 a seconda della lesione ravvisata alla propria posizione: a) le persone affette da gravi patologie hanno sostenuto che la disposizione impugnata avrebbe violato la loro dignità umana (art. 1, comma I, della Grundgesetz, per brevità GG), nonché il loro diritto all’autodeterminazione (art. 2, comma I, GG), la quale includerebbe anche la decisione di ottenere assistenza al suicidio da parte di terzi; b) le associazioni hanno lamentato che l’art. 217 avrebbe leso la loro libertà di associazione (art. 9, comma I, GG), la libertà di scegliere la professione (art. 12, comma I, GG) ed il diritto al libero sviluppo (art. 2, comma I, GG); c) i rappresentanti organizzativi, dipendenti e medici svolgenti prestazione lavorativa presso le associazioni hanno sollevato le medesime censure dei loro datori di lavoro, denunciando altresì la violazione della loro libertà di coscienza (art. 4, comma I, GG); d) infine gli avvocati hanno affermato che la disposizione penale sarebbe stata lesiva della libertà di professione in quanto non avrebbe consentito loro di prestare consulenza ed assistenza nella gestione suicidaria (§ 3-6).

3. Senza soffermarci in modo dettagliato nell’analisi della corposa sentenza, appesantita da richiami comparatistici, analisi storiche ed esame di osservazioni presentate nell’occasione anche dagli “amici curiae”, è sufficiente ai nostri fini concentrare l’attenzione sui § 204 ss. nei quali i Giudici di Karlsruhe hanno sostanzialmente accolto tutte le censure proposte dai ricorrenti, dichiarando l’art. 217 del codice penale non conforme alla GG.

3.1. La Corte ha colto l’occasione innanzi tutto per declinare in modo compiuto un DIRITTO FONDAMENTALE AL SUICIDIO, ancorandolo al principio della cosciente autodeterminazione come corollario della dignità umana. E’ stato affermato che “…il diritto della persona capace di libera autodeterminazione…di suicidarsi è coperto dal contenuto di garanzia del diritto della personalità (§ 204) ed “…il rispetto e la protezione della dignità umana sono principi dell’ordine costituzionale(§ 205), con la conseguenza che “il diritto generale della personalità… comprende anche un diritto alla morte autodeterminata, che include il diritto al suicidio. La protezione dei diritti fondamentali si estende anche alla libertà di chiedere aiuto a terzi a tale scopo e di farne uso per quanto offerto” (§ 208). Sul punto, ha ancora specificato che “…la decisione di porre fine alla propria vita è di importanza esistenziale per la personalità di una persona” e che “il senso che l’individuo vede nella propria vita è soggetto ad idee e credenze molto personali” riguardanti “…questioni fondamentali dell’esistenza umana” in grado di influenzare “l’identità e l’individualità … come nessun altra decisione” (§ 209).

3.2 Tale esordio - sebbene i protagonisti principali della vicenda fossero persone affette da gravi patologie - ha però dato alla Corte la stura per spingersi ben oltre la fattispecie concreta; essa si è così preoccupata di osservare in via generale che “…il diritto alla morte autodeterminata come espressione della libertà personale non si limita alle situazioni definite da altri”, nel senso che “…il diritto di disporre della propria vita…NON SI LIMITA IN PARTICOLARE ALLE MALATTIE GRAVI O INCURABILI O A DETERMINATE FASI DELLA VITA”. Ciò in quanto il restringimento del diritto al suicidio a determinati motivi “…equivarrebbe ad una valutazione dei motivi per i quali la persona aveva deciso di suicidarsi e una predeterminazione basata sul contenuto che è estranea al concetto di libertà della Legge Fondamentale”. In breve, il diritto alla morte autoderminata come espressione del “libero arbitrio” (freier Wille), in quanto “RADICATO NELLA GARANZIA DELLA DIGNITÀ UMANA”, implica che “…la decisione autodeterminata relativa alla fine della propria vita NON RICHIEDE ULTERIORI GIUSTIFICAZIONI (e) DEVE ESSERE RISPETTATA DA PARTE DELLO STATO E DELLA SOCIETÀ” (§ 210 e, negli stessi termini, al § 211).

3.3 Fissata tale specificazione, la Corte ne ha fatto discendere alcune conseguenze, e cioè: I) che  “… il diritto di uccidersi, protetto dall’art. 2, paragrafo 1, GG, comprende anche la libertà di chiedere aiuto a terzi”(§ 212). In tali eventualità, invero, “l’esercizio di un diritto fondamentale dipende dal coinvolgimento di terzi ed il libero sviluppo della personalità dipende in questo modo dalla partecipazione di un altro(§ 213);
II) che il divieto di promozione del suicidio legato alle imprese “rende praticamente impossibile per i denuncianti avvalersi dell’aiuto suicida” (§ 216). Siffatto divieto, atteggiandosi a “limitazione oggettiva della libertà di suicidarsi” (§ 218), è stato perciò giudicato non rigorosamente proporzionato (§ 220-223) alla tutela della libertà fondamentale ed all’autonomia dell’individuo. Il ragionamento è stato infine esteso anche a tutti quei soggetti (medici, avvocati etc.) i quali collaborano con organizzazioni che prestano assistenza al suicidio (cfr. § 310 ss.).

4. Sebbene non si disponga di sufficienti riferimenti storico-esegetici in grado di consentire una ricostruzione sistematica del significato che i costituenti tedeschi hanno inteso attribuire nella GG a concetti chiave come “dignità umana”o “libero sviluppo della propria personalità”, non è tuttavia fuori luogo affermare che la sentenza tedesca rappresenti un manifesto dell’individualismo sfrenato ed anticomunitario (qui, p. 7 e 8), avallato dai giudici con un un formalismo riesumato dalla “cassetta degli attrezzi” di matrice illuministica. Tale conclusione risulta particolarmente giustificata se si considerano i capi della sentenza (e sono tanti) in cui la “libertà” della persona (nella fattispecie, quella di togliersi la vita anche in assenza di patologie irreversibili e refrattarie a trattamenti sanitari) viene fatta corrispondere tout-court al “libero arbitrio” di un soggetto totalmente astratto non contaminato con la realtà concreta.

4.1 Il suicidio, nella visione della corte tedesca, non presenterebbe insomma alcun legame e rapporto eziologico con le condizioni sociali; lo Stato, dal canto suo, avrebbe il compito non di adoperarsi attivamente per creare le condizioni affinché la vita sia sempre degna di essere vissuta, bensì quello prevalente di tutelare (non viene spiegato come) la genuinità dell’autodeterminazione della persona (§ 223). Ecco perché il divieto di promozione del suicidio legato alle imprese “… deve essere valutato in base ad una rigorosa proporzionalità” (v. anche § da 227 a 230).

4.2 Il principio di “rigorosa proporzionalità” (che sappiamo già essere un parametro caratteristico nel giudizio della corte tedesca) nonché quello di “ragionevolezza” (§ 223) sono perciò gli strumenti utilizzati dai giudici per sancire il désengagement sostanziale dello Stato teutonico oltre che nei rapporti con gli altri Stati appartenenti all’U€, ancor prima nei rapporti interni. Nessuna solidarietà della Germania, dunque, in primo luogo nei confronti dei propri cittadini i quali, a quanto pare di intuire, qualora non trovassero di loro gradimento le c.d. riforme Harz (compresa la “meravigliosa” Hartz IV), saranno “liberi” di “farla finita”, brandendo il vessillo dell’autodeterminazione e della dignità umana proprie di una democrazia filosofica, in un cortocircuito logico tipico di un teatro dell’assurdo.

4.3 La riflessione non dovrebbe trascurare, oltre al già rammentato “diritto fondamentale” di togliersi la vita (disegnato da Karlsruhe alla stregua di mera “libertà negativa”), anche quello di avvalersi di soggetti terzi (privati) in grado si fornire un ausilio professionale ed “in forma commerciale”. Dietro tali capi della sentenza si può intravvedere la scrittura di uno “Statuto” nel quale la vita umana (e persino le sue sofferenze) viene concepita come nuova “categoria merceologica”, una semplice “materia prima” come tante altre; la trasformazione dell’essere umano a quello che già Heidegger definiva “puro fondo” (bloss Bestand) e che anzi paventava potesse diventare “la più importante materia prima” (wichtigste Rohstoff) [M. HEIDEGGER, Oltrepassamento della metafisica, in Saggi e discorsi, Milano, 1976, 60]. Il capolavoro di impronta orwelliana consiste, allo stesso tempo, nello spacciare tale operazione come una conquista da annoverare tra i “diritti fondamentali, in modo che si possa ottenere l’adesione se non la collaborazione entusiasta degli oppressi. Ci pare superfluo aggiungere altro, dovendosi lasciare alla coscienza del lettore il compito di trarre le proprie conclusioni.

5. Anche la Corte Costituzionale italiana si è occupata recentemente dell’argomento, in particolare con l’ordinanza n. 207/2018 e la successiva sentenza n. 242/2019 che hanno definito il c.d. caso Cappato.
5.1. La Corte d'Assise di Milano aveva sollevato q.l.c. dell'art. 580 c.p., laddove prevede il delitto di istigazione o aiuto al suicidio, per violazione tra l’altro degli artt. 2, 13 e 32 Cost, che riconoscerebbero alla persona la facoltà di autodeterminarsi anche in ordine alla fine della propria vita. Con ordinanza interlocutoria (n. 207 del 2018), la Corte ha affermato che, entro determinati limiti, la norma impugnata sarebbe stata censurata di incostituzionalità, a meno che il Parlamento non avesse nel frattempo provveduto ad approvare una nuova disciplina della materia, rinviando all'udienza del 24 settembre 2019. A tale udienza, dopo aver appurato il mancato intervento del legislatore, la Corte ha dichiarato incostituzionale l'art. 580 c.p. nei termini di cui infra.

5.2 Tra le citate pronunce e quella della Corte di Karlsruhe deve registrarsi un divario abissale, non fosse altro che la Consulta non ha mai lontanamente ventilato un diritto soggettivo a morire, tanto meno “fondamentale” [si rinvia alle interessanti osservazioni di F. CONSULICH, Stat sua cuique dies libertà o pena di fronte all'aiuto al suicidio?, in Rivista Italiana di Diritto e Procedura Penale, fasc.1, Marzo 2019, 101 ss.]. Anzi, già nell’ordinanza interlocutoria (cui si farà riferimento nel prosieguo, ed alla quale la sentenza n. 242/2019 si ricollega in “consecuzione logica e complementare”), la Corte aveva avvertito che “l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non può essere ritenuta incompatibile con la Costituzione”. Posta tale importante premessa, i giudici hanno ritagliato con certosina attenzione un'area di illegittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. al ricorrere, però, di rigorose condizioni (cfr. punto 8 delle considerazioni in diritto).

5.3 E dire che, con il provvedimento di rimessione, il giudice a quo aveva pur tentato di prospettare l’illegittimità dell’art. 580 c.p.c. facendo leva su argomentazioni che ricordano quelle “liberali” ed individualiste utilizzate nell’esaminata sentenza della Corte tedesca (cfr. le considerazioni in fatto). La Consulta ha però correttamente respinto detta tesi. Di tutto il ragionamento esplicitato dalla Corte nell’ordinanza n. 207/2018, in questa sede preme tuttavia sottolineare alcuni profili che, per le implicazioni sistematiche e socio-politiche che ne dovrebbero discendere, sembrano inspiegabilmente essere stati trascurati nei pur numerosi commenti che è stato possibile reperire.

5.4 Ed infatti, allorché ha rinvenuto la ratio di tutela sottesa all’art. 580 c.p., individuandola nella “persona umana come valore in sé” e nel “rispetto del bene della vita”, la Consulta ha espressamente impiegato in motivazione il parametro costituzionale di cui all’art. 3, comma II, Cost., declinandolo nei termini che meritano integrale menzione:
“… Il divieto in parola [ovvero l’aiuto al suicidio] conserva una propria evidente ragion d’essere anche, se non soprattutto, nei confronti delle persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita, qualora l’ordinamento consentisse a chiunque di cooperare anche soltanto all’esecuzione di una loro scelta suicida, magari per ragioni di personale tornaconto. Al legislatore penale non può ritenersi inibito, dunque, vietare condotte che spianino la strada a scelte suicide, in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale che IGNORA LE CONDIZIONI CONCRETE DI DISAGIO o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite. Anzi, è compito della Repubblica PORRE IN ESSERE POLITICHE PUBBLICHE VOLTE A SOSTENERE CHI VERSA IN SIMILI SITUAZIONI DI FRAGILITÀ, RIMOVENDO, IN TAL MODO, GLI OSTACOLI CHE IMPEDISCANO IL PIENO SVILUPPO DELLA PERSONA UMANA (art. 3, secondo comma, Cost.)”.

5.5 Il giudizio della Corte ci sembra ineccepibile e rovescia di centottanta gradi quello dell’omologa Corte tedesca: nell’ordinamento italiano, ed a Costituzione vigente, non può trovare posto un generale “diritto di morire” ancorato alla mitica autodeterminazione” della persona né tanto meno al suo “libero arbitrio. L'interruzione dell'esistenza può, semmai, giustificarsi in modo del tutto eccezionale e come extrema ratio di tutela della personalità dell'individuo e delle sue scelte in presenza di rigorosissimi presupposti che possono coincidere - fuor di ogni moralismo - con altrettante vicende drammatiche della vita di ogni persona. L’intervento dell’Ordinamento non può, pertanto, limitarsi all’asettica astensione “liberale” di fronte al proposito di chi intende darsi la morte, anche servendosi dell’aiuto di terzi (libertà negativa). Viceversa, l’Ordinamento (la Repubblica) ha in modo fisiologico il dovere di adoperarsi con ogni mezzo nel rimuovere gli ostacoli che si frappongano al “diritto di fiorire” della persona (libertà positiva) e, quindi, di consentire alla stessa di vivere pienamente ed in modo dignitoso.

6. Discorso chiuso, dunque? Niente affatto. A noi sembra, invece, che siffatto approdo giurisprudenziale debba rappresentare solo l’inizio di una riflessione il cui finale attende fattivo compimento. 
Il fatto che la Corte Costituzionale abbia evocato proprio l’art. 3, comma II, Cost. - norma nella quale Romagnoli intravvedeva “… la prova più evidente della sincerità” della Carta – non può infatti farci dimenticare che altrettanto atteggiamento sincero non sempre si è riscontrato nella Corte Costituzionale nell’uso della norma in parola, “… UN USO GENERALMENTE FURTIVO” che aveva portato Livio Paladin a “…(sconsigliare) la Corte di proseguire oltre su questa strada – “una strada sbagliata”…” [così U. ROMAGNOLI, Commentario della Costituzione, (a cura di) G. Branca, art. 3, Bologna, 1975, 171-172; il riferimento è a L. PALADIN, Il principio costituzionale di uguaglianza, Milano, 1965, 137 ss.].

6.1 E’ innegabile anche oggi, d’altronde, che “… dalla stragrande maggioranza degli operatori giuridici la disposizione [sia] considerata un grande brutto “cliente”, un botoletto dotato di mostruosa vitalità che è bene lasciare all’uscio, sonnecchiante e al guinzaglio. Dal loro punto di vista, non hanno torto” poiché “il 2° comma dell’art. in questione rappresenta davvero la cattiva coscienza dell’ordinamento e dei suoi sacerdoti” [U. ROMAGNOLI, cit.]. 
L. Basso non a caso qualificava l’art. 3, comma II, come “… LA NORMA FONDAMENTALE DELLA COSTITUZIONE [quella che] LA PUÒ SOVVERTIRE TUTTA”. Ed in questo senso, è incontestabile il fatto che sovente la Corte si sia servita principalmente “… del 1° comma dell’art. in esame per accedere [solo] in punta di piedi all’interno delle strutture giuridiche costruite dalla “esperienza storica liberale e democratica” allo scopo di sottoporle ad un’ispezione che, per il modo in cui è condotta, non suscita a priori eccessivo allarmismo”, ciò in quanto “il 1° comma è figlio della stessa esperienza “liberale democratica” [U. ROMAGNOLI, cit., 174], mentre dovrebbe sottolinearsi “… che nell’art. 3, 2° comma, l’esperienza liberale e democratica quasi rinneghi se stessa” [P. RESCIGNO, Persona e comunità, Bologna, 1966, 391].

7.  L’uso “furtivo” di tale norma [come ammesso anche dalla dottrina, cfr. per tutti F. SORRENTINO, Uguaglianza formale, Costituzionalismo.it, fasc. 3/2017, 20], proprio perché “sovversiva”, se proprio per questo motivo non può passare inosservato, allo stesso modo rischia di rivelarsi insoddisfacente nel caso in cui si limiti ad una deferente e simbolica menzione. Brandire l’art. 3, comma II, Cost., implica, infatti, il pieno riconoscimento di quella formidabile carica pragmatica-effettuale [F. SORRENTINO, cit. , 4, parla di “valore dinamico e positivo” del precetto in parola”] che le è sottesa, ciò in quanto l’uguaglianza sostanziale - come compito inderogabile della Repubblica - rappresenta il “… corollario finalistico e perciò qualificante, risolutivo delle questioni, domande, aspirazioni, obiettivi la ragione e la direzione costituzionalmente vincolata della dinamica che gli è costituzionalmente prescritta [così G. FERRARA, I diritti del lavoro e la costituzione economica italiana ed in Europa, in Costituzionalismo.it, fasc. 3/2005]. Detto diversamente, proprio perché della Costituzione è coinvolto il principio più importante ed in grado di esprimere al massimo grado il concetto di sovranità, non può ritenersi appagante il solo “gettare il sasso e poi ritirare la mano”.

7.1. E’ possibile cogliere appieno il senso di quanto appena detto se si considera che “… scarsa importanza pratica [la norma di cui all’art. 3, comma II] rivestirebbe se non trovasse svolgimento in disposizioni, armonicamente coordinate fra loro, rivolte, per una parte, a darle immediata concretezza” [C. MORTATI, Costituzione delle Repubblica italiana (voce), in Enc. del diritto, Milano, 1962, 217], disposizioni che difatti si rinvengono “… nella seconda parte [della Cost.], dedicata ai rapporti economici” [C.MORTATI, cit.] e che formano quella che impropriamente è denominata “costituzione economica” (artt. 36-47 Cost.) da intendersi come gli “STRUMENTI ATTRAVERSO I QUALI SI DISPIEGA L’ASSIOMA [del fondamento-lavoro]” [G. FERRARA, I diritti del lavoro, cit. , 2].

7.2 In altri termini, è necessario ribadire (qui, p. 2) che se da un lato i principi fondamentali della Carta (art. 1-12) fissano lo scopo che la Repubblica deve perseguire (la c.d. “democrazia necessitata”), le disposizioni contenute nella parte economica configurano gli strumenti (o mezzi) con i quali detto fine deve essere realizzato. La questione, d’altronde, fu chiara ai futuri Costituenti e dagli stessi dibattuta, in quanto – come ebbe a scrivere tra gli altri Calamandrei nell’agosto del 1945 -  “… il problema vero non [era] quello della enumerazione dei diritti (sociali)…”, ma il problema vero era quello “di predisporre i mezzi pratici per soddisfarli [P. CALAMANDREI, Costituente e questione sociale, in Costruire la democrazia – Premesse alla Costituente, Editrice Le Balze, 2003, 79]. 
Che poi il “sistema economico” scelto e contenuto nelle disposizioni della seconda parte della Carta sia stato quello di chiara ispirazione keynesiana, è ormai un dato storico assodato che si ricava agevolmente dai lavori della Costituente la quale, nel concepire la trasformazione dell’esistente ed il superamento del capitalismo storico”, delineò quelle che Meuccio Ruini definì “le quattro vie”, ovvero: “… lo Stato assistenziale (welfare), la perequazione e distribuzione dei redditi, la modifica strutturale dell’impresa privata e l’estensione dell’impresa pubblica [M. RUINI, Lavoro e comunità di Lavoro, Ed. Nuova Cultura, 2013, 73].

7.3. Bisognerà prima o poi prendere atto, in generale, dell’importanza che rivestono i mezzi nella realizzazione di uno scopo, come ben spiegato da Hegel nella sezione “teleologia” della sua Scienza della Logica. La teleologia presuppone un contenuto e quindi un concetto; e tale contenuto, in quanto scopo razionale, deve essere una totalità: “… La relazione dello scopo è perciò più che un giudizio; è il sillogismo del libero concetto per sé stante che si riconnette con sé stesso mediante l’oggettività…” [G.W.F. HEGEL, Scienza della Logica, trad. it. A. Moni, Bari, 1925, Libro III 223]”. Il concetto si presenta perciò come realizzazione dello scopo soggettivo quale unità di essere oggettivo con lo scopo medesimo. Dal che ne consegue che l’unico modo per connettere uno scopo con l’oggettività è il mezzo per realizzarlo, il quale svolge la stessa funzione di medio di un sillogismo espresso dall’oggettività, ad un estremo, e dalla soggettività dello scopo dall’altro. Entrambi si mediano proprio attraverso il mezzo: “… Lo scopo si conclude per opera di un mezzo coll’oggettività, ed in questa si conclude con sé stesso. IL MEZZO È IL TERMINE MEDIO DEL SILLOGISMO” [G.W.F. HEGEL, Scienza della Logica, trad. it. A. Moni, Bari, 1925, Libro III, 228].

8. Per tornare alle pronunce della Consulta, si può dire che l’utilizzo dell’art. 3, comma II, Cost., dovrebbe immancabilmente comportare: 
a) che fosse data sempre per riconosciuta dai giudici costituzionali la sostanziale ed intima inferenza tra quelle che Lavagna ha definito “le norme strumentali” - ovvero, la “costituzione economica” - e le “norme di scopo”, cioè la democrazia sociale [C. LAVAGNA, Costituzione e socialismo, Bologna, 1977, 52 e 61]; 
b) per l’effetto logico, che fossero sempre soggetti a rigoroso sindacato di costituzionalità anche tutti quegli atti normativi che introducano nell’Ordinamento disposizioni suscettibili di incidere negativamente sulla parte economica della Carta nel senso di sterilizzarla. Diversamente, è del tutto inutile ed erroneo già “nel concettoqualsiasi accenno (peraltro “furtivo”) alla democrazia sostanziale, al diritto al lavoro e ad una vita dignitosa, abdicandosi a priori alla realizzazione dello scopo per mancanza o non pertinenza del mezzo.

8.1 L’attenzione, come si può intuire, non può che essere rivolta in via prioritaria al diritto €urounitario e, per esso, a tutte le innumerevoli disposizioni che in più di mezzo secolo ne hanno integralmente recepito i principi, dando luogo a quella “… vicenda relativa alla prevalenza selettiva del diritto comunitario sulle fonti di livello costituzionale nazionali” (qui, p. 4) e che, lungi dall’essere stigmatizzata, ha invece fatto parlare di una “nuova costituzione economica”. 
Oggi più che mai risulterebbe vano, d’altronde, occultare che … l’ordinamento costituzionale italiano [sia] stato avvolto nell’ordinamento europeo, che lo ha come inglobato e [dovendosi constatare] che le normative dei Trattati dell’Unione si ispirano a principi diversi da quelli che sono sanciti nella Costituzione italiana, SPECIE IN MATERIA DI DIRITTI SOCIALI e quanto alla PROIEZIONE DEL FONDAMENTO DELLA REPUBBLICA ITALIANA” [G. FERRARA, cit.; si veda, per una analitica trattazione, L. BARRA CARACCIOLO, Euro e(o?) democrazia costituzionale, Roma 2013].

8.2 Se lo scopo principale dei Trattati €uropei non è quello di cui all’art. 3, comma II, Cost., realizzato mediante un diffuso intervento pubblico nell’economia, bensì la restaurazione del “capitalismo storico” la cui disciplina economica, mutuata dai principi ordoliberali, è affidata ad un unico principio (quello del mercato aperto e della concorrenza finalizzati al mantenimento della stabilità dei prezzi, con la mon€ta unica a funzionare da gold standard come punta di diamante del sistema), allora non può confutarsi che “… tutti i limiti all’iniziativa economica privata incompatibili [con i nuovi scopi] veng(a)no automaticamente a cadere [così come] dall’integrazione del Trattato con gli articoli 41 e 42 della Costituzione consegu(a) che la disciplina dell’iniziativa economica privata e dei beni privati deveattenersi ai principi della concorrenza e del mercato, in questi sensi dovendo oggi vincolativamente interpretarsi le espressioni “utilità sociale” e “funzione sociale”…” [così G. GUARINO, Verso l’Europa, Milano, 89].

9. Orbene, in base a quanto detto, viene però da domandarsi perché la Corte Costituzionale non abbia mai scritunato funditus la costituzionalità della normativa interna che ha recepito nell’Ordinamento il diritto €uropeo (dalle leggi di ratifica dei vari Trattati a quelle di attuazione delle innumerevoli direttive, quando non auto-applicative), cioè di quel complesso sistema normativo che, basato sull’acritico principio del “primato del diritto comunitario”, ha nei fatti neutralizzato lo strumentario economico della Carta. Come si giustifica il fatto che la Consulta possa aver ritenuto “difficilmente configurabile” (in aderenza all’abbrivio iniziale contenuto nella sentenza n. 183/1973) l’influenza di Trattati commerciali sui rapporti civili ed etico-sociali (si veda qui, in proposito, l’analitica ricostruzione giurisprudenziale di Arturo), tanto da non sentire il bisogno sino ad oggi di approntare un indagine analitica sulla questione?

10. Si può fondatamente ipotizzare che il mancato intervento della Corte in tale contesto sia una “conseguenza diretta” delle stesse ragioni per cui il principio di uguaglianza sostanziale continua ad essere impiegato solo di rado in sede di giudizio costituzionale, cioè in primis l’ossequio alla DISCREZIONALITÀ DEL LEGISLATORE (v. qui, p. 4, 5.2 nonché i commenti al post), profilo in base al quale sarebbe precluso al giudice costituzionale ogni “interferenza politica” con l’attività del Parlamento ed ogni valutazione di norme legislative sotto il profilo del “merito”. Poiché – come viene sostenuto - il giudice costituzionale non può sostituirsi al Parlamento e “… creare essa stessa l’intervento legislativo necessario a rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza sostanziale…”, tale circostanza escluderebbe anche sindacati intorno alla legittimità o meno dei mezzi necessari a realizzare il disposto dell’art. 3, comma II. La Corte, pertanto, potrebbe solo verificare la conformità al principio di eguaglianza (formale) di interventi legislativi i quali, differenziando in modo irragionevole diverse situazioni, dovessero eccedere dall’obiettivo di cui all’art. 3, comma II, Cost. [si veda in questi termini F. SORRENTINO, cit., 20, in nota].

11. Ora, a noi sembra francamente che tali “tecniche argomentative e decisionali” della Corte siano a dir poco discutibili e che, senza troppi giri di parole, finiscano soltanto “… per autorizzare la classe dominante a limitare l’azione riformatrice alle sole riforme che essa medesima ritiene di poter accettare” [U. ROMAGNOLI, cit., 186]. A monte, la stessa propensione della Corte a “confondere” tra il 1° ed il 2° comma dell’art. 3 Cost., come ebbe a rilevare Paladin [L. PALADIN, Il principio costituzionale di uguaglianza, cit.], evidenzia i limiti di tale approccio nella realizzazione del programma costituzionale, volendo l’art. 3, comma I, “una parità che non sacrifichi la realtà” [così M. FRAGALI, Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea Costituente, Ed. Vallecchi, VI, 1969, 272]. E il mancato impiego in modo autonomo dell’art. 3, comma II, Cost., in materia di uguaglianza “…sta lì a dimostrare che il 2° comma, scaraventato fuori dalla porta, viene fatto rientrare dalla finestra, per alloggiarlo ragionevolmente in qualche ripostiglio della casa” [U. ROMAGNOLI, cit., 174].

11.1 In via generale, si consideri infatti che se fossero portati alle estreme conseguenze i riflessi della “discrezionalità del legislatore”, si giungerebbe inevitabilmente a legittimare quest’ultimo (tramite sue condotte commissive o omissive) finanche a stravolgere la Carta, mentre la creazione della Corte Costituzionale ha risposto ad un intento diametralmente opposto, ovvero quello di evitare che “tutto il nostro ordinamento costituzionale e gli stessi diritti fondamentali di libertà [fossero] abbandonati all’arbitrio di una maggioranza parlamentare o dell’esecutivo” [L. BASSO, La crisi della Corte, “Avanti”, 28 marzo 1957]. 
Non può revocarsi in dubbio, al riguardo, che i nostri Costituenti avessero avuto una “preveggenza luminosa circa l’importanza di apprestare strumenti che rendessero perenne l’affermazione della democrazia” del lavoro contro il ritorno delle “forze regressive”, individuando in tale evenienza proprio nella Consulta l’organo cui incombe il dovere di dichiarare l’incostituzionalità di quelle norme contrastanti o limitative dei “diritti al lavoro” [si veda L. BARRA CARACCIOLO, La Costituzione nella palude, cit., 91-92, nella parte in cui riporta il discorso dell’on. Ghidini pronunciato in Costituente l’8 marzo 1947; anche qui, p. 4].

11.2 Quello della “discrezionalità del legislatore” e del correlato utilizzo dell’art. 3, comma II, non in maniera autonoma, ma come parametro di controllo di costituzionalità in tema di uguaglianza solo sotto il profilo della “ragionevolezza”, ad una attenta analisi si rivelano dunque delle tecniche decisionali derivanti dal “… PREGIUDIZIO PROPRIO DEL LEGALISMO POSITIVISTICO, ligio al dogma dell’assoluta sovranità del Parlamento, superato ormai dalla SOVRANITÀ DELLA COSTITUZIONE e dal principio che ne discende del dovere della legittimità costituzionale” [C. MORTATI, Appunti per uno studio sui rimedi giurisdizionali contro comportamenti omissivi del legislatore, in Foro it., Milano, 1970, 190], espedienti giuridici che, in ultima analisi, hanno l’unico effetto di far camminare la Corte “… sul filo del giustificazionismo ad ogni costo…” rispetto alla realtà esistente [così U. ROMAGNOLI, cit., 187].

12. Nello specifico, quanto al mancato intervento (o meglio, fino ad ora, della assoluta mancanza di prospettazione del problema) ad opera della Corte in materia di idoneità degli strumenti per la realizzazione dello scopo di cui all’art. 3 capoverso, ci sembra che tale scelta risponda proprio alla stessa logica: se nell’attuazione dell’uguaglianza sostanziale la Corte non deve intromettersi nella “discrezionalità” del Parlamento, agli stessi limiti si vede soggetto un controllo sull’attitudine dei mezzi che di quella discrezionalità implicitamente condivide la sorte.

12.1 Sul punto, tuttavia, a noi pare più razionale e generalizzabile quanto sostenuto da C. Mortati, il quale rilevava che se:
“… è vero che il problema della congruenza dei MEZZI predisposti per assolvere un obbligo imposto allo Stato per soddisfare diritti…attiene alla politica legislativa…è da chiedere se la discrezionalità nella scelta del mezzo non incontri un limite costituito dalla sussistenza di un minimo di idoneità del mezzo prescelto a realizzare l’imperativo costituzionale. Se risultasse sicuramente dimostrato che L’ISTITUTO ADOTTATOMANCA DEI REQUISITI MINIMI NECESSARI AL CONSEGUIMENTO DEL FINE, non potrebbe non competere al giudice della legittimità costituzionale desumerne quanto sufficiente per dichiarare il contrasto con il parametro da assumere per il giudizio.
A confortare tale soluzione giova richiamare IL PRINCIPIO DELL’EFFETTIVITÀ SANCITO DALL’ART. 3 COSTITUZIONE; principio che indubbiamente si rivolge al legislatore, cui però impone che l’adempimento dell’obbligo di consentire ai meno dotati di mezzi economici la soddisfazione degli interessi costituzionalmente protetti non venga effettuato in modo da renderlo illusorio e solo apparente. Sembra inesatto ritenere estraneo al sindacato della Corte, facendolo rientrare nel merito, accertare quando ciò accada. Infatti la pronuncia che giunga ad una conclusione del genere, risolvendosi nella constatazione…della assoluta inidoneità delle norme predisposte ad assolvere all’obbligo predetto, RIENTRA NELLA CATEGORIA DI QUELLE BASATE SULLA RAGIONEVOLEZZA” [C. MORTATI, Appunti, cit., 968].

12.2 Non sembra nemmeno corretto si possa negare a priori, peraltro, un sindacato materiale e di merito circa un “eccesso di potere” compiuto dagli organi legislativi (e concettualmente collegato alla loro attività “discrezionale”), oltre che per quanto sin qui esposto, anche perché - come rileva Pierandrei – “…quando all’Assemblea costituente si prescelse la formula relativa alla legittimità costituzionale non si escluse che essa, data la sua analogia con la formula vigente nell’ambito amministrativo, si potesse riferire ai vizi accertati in quest’ultimo, e quindi anche all’eccesso di potere” [F. PIERANDREI, Corte Costituzionale (voce), in Enc. dir., Milano, 1962, 906]. 
In ogni caso, sarebbe inesatto vietare un tale sindacato in presenza di norme che fissano principi ed indicano fini da perseguire e che per ciò stesso sono dotate di minore “elasticità”; in presenza di tali norme, infatti, subentrano “limiti” alla discrezionalità del legislatore che “…non potrebbero essere superati se non mediante violazione della Costituzione” [così F. PIERANDREI, Corte Costituzionale, cit., 907]. Non vi è dubbio, quindi, che norme di tal genere siano sindacabili per irragionevolezza secondo diversi profili, in un “giudizio di pertinenza (diretto a verificare se i mezzi normativi predisposti per raggiungere un certo fine sono o meno ragionevolmente strumentali rispetto a questo) o in un “giudizio di congruità (in cui la valutazione attiene alla non palese inidoneità dei mezzi normativi rispetto ai fini costituzionali) [queste le illuminanti classificazioni di C. LAVAGNA, Ragionevolezza e legittimità costituzionale, in AA.VV., Studi in memoria di Carlo Esposito, Padova, 1973, 1580].

13. Alla luce di quanto detto e provando a rispondere al quesito sopra formulato, pare dunque che non sussistano fondate ragioni di natura squisitamente giuridica perché la Corte continui ad imporsi un self-restraint da un lato nella utilizzazione più frequente ed “autonoma” del parametro di costituzionalità di cui all’art. 3, comma II, Cost. e, dall’altro, nel sindacato di merito di norme sotto il profilo della adeguatezza o meno dei mezzi predisposti per la realizzazione dello scopo sotteso a detta norma
Gli unici ostacoli che sembrano frapporsi, invero, sono i dogmi dell’ordoliberismo di importazione €uropea che, nei confronti degli strumenti diretti a realizzare la democrazia costituzionale, si atteggiano a “VINCOLO ESTERNO” (inteso come adeguamento ordinamentale italiano all'indirizzo politico derivante dai trattati UE e dall'adesione alla moneta unica) ormai marchiato a fuoco persino nel modificato art. 81 Cost. e dotato di una cogenza tale da non essere messo in discussione, data la sua accettazione “… implicita e mai verificata, secondo un’unica scuola di pensiero” (così Quarantotto nei commenti).

13.1 Per ritornare al tema del “fine vita” dal quale questo intervento ha preso le mosse e nel tentativo di coerentizzare il discorso fin qui condotto, è da segnalare come le cronache giornaliere continuino ad informarci circa un tessuto sociale sempre più in progressivo sfaldamento a causa dell’ennesima e diuturna emergenza. Si registra giornalmente – come già dopo la crisi post 2008 – un aumento del numero dei suicidi ed un innalzamento costante dei livelli di povertà e di esclusione sociale per milioni di italiani, il tutto immerso in un clima surreale fagocitato dal mantra della “scarsità delle risorse” e del “debito pubblico che grava sulle future generazioni” (due dei tanti falsi corollari del “vincolo esterno”).

14. Ora, se è da condividere - come ha affermato di recente il Presidente della Consulta – essere “LA CARTA COSTITUZIONALE così com’è…a offrire a tutte le istituzioni e a tutti i cittadini LA BUSSOLA che consente di navigare “per l’alto mare aperto” dell’emergenza e del dopo emergenza che ci attende ...”, è altrettanto vero che l’ineccepibilità di tale assunto imponga come estremo atto di coerenza che la Corte si avvii finalmente verso una radicale rivisitazione del proprio approccio nei confronti del diritto €uropeo. Sarebbe questa volta sì “ragionevole” prendere finalmente atto che senza una moneta nazionale, gli strumenti di politica fiscale, economica e industriale così come congegnati dai Costituenti, e dissattivati dal “vincolo esterno”, è del tutto illusorio che si possa porre in essere politiche pubbliche volte a sostenere chi versa incondizioni di fragilità” (così nell’ordinanza n. 217/2018), in primo luogo attraverso il diritto ad un lavoro dignitoso (artt. 4 e 36 Cost.).
Qualora ciò non dovesse accadere e la Corte optasse invece per continuare nella “amministrazione della quotidianità” [così, U. CERRONI, Studi sassaresi, Sassari, 1971, 144], auspichiamo ci venga quanto meno risparmiato in futuro il mero “omaggio formale” alla norma di cui all’art. 3, comma II, Cost.