venerdì 27 marzo 2020

L'IMPASSE DELL'EUROZONA A DETRIMENTO DELLA RISOLUZIONE DI UNA CRISI EPOCALE: UNA ROAD MAP PER SUPERARLA E PRESERVARE LA PACE E LA COOPERAZIONE IN EUROPA

Questo post è la riproduzione, con piccole modifiche apportate nello sforzo di renderlo ancora più chiaro, pur nella sua sinteticità, di un thread pubblicato su twitter.
Ogni passaggio è stato in realtà in precedenza ampiamente illustrato, analizzato e approfondito, nelle sue premesse giuridiche ed economico-monetarie, in precedenti post su questo blog.

Per i già "informati" sarà dunque chiara la struttura logica (negoziale, e quindi politica, giuridica, ed economica) del percorso suggerito.
Per i "non informati", potrà invece costituire un approccio, auspicabilmente semplificato e ridotto nella lunghezza, che li orienti, e li agevoli, a compiere un approfondimento dei numerosi punti critici della disciplina dell'eurozona che, in questi giorni, più che in passato, emergono come ostacoli gravissimi ed insormontabili all'adozione di una risposta tempestiva ed adeguata della Repubblica italiana agli eccezionali problemi posti, sul piano economico e sanitario, dall'emergenza epidemica.

Il "percorso" illustrato più sotto muove dalla notizia, che in vari modi è stata percepita da tutti gli italiani, dell'impasse conseguita, ieri (ma non solo) alla ennesima infruttuosa riunione del Consiglio Ue (e dell'Eurogruppo.
Ne tracciamo il "sunto" sulla base di un articolo di Fubini riprodotto da Dagospia:

LA POSTA IN GIOCO È L'EURO: È UNA VERA MONETA O UN MATRIMONIO D'INTERESSE PER SEMPRE PRECARIO, APPESO SOLO ALLE INIEZIONI DELLA BCE? LA MERKEL PRENDE TEMPO PERCHÉ TANTO COL SUO PACCHETTO DA 750 MILIARDI PUÒ SALVARE CHI E COME LE PARE, MENTRE ITALIA E SPAGNA NON HANNO UN MINUTO NÉ UN CENT DA PERDERE - IL FRONTE DEL NORD: CHI VUOLE SOLDI LI CHIEDA AL MES, CON CONDIZIONI TIPO TROIKA. CON L'AGGRAVANTE CHE I CREDITI DEL FONDO HANNO PRIORITÀ SU QUELLI DEI NORMALI INVESTITORI, CHE PERDEREBBERO VALORE METTENDO IL PAESE ''SALVATO'' SEMPRE PIÙ IN BALIA DELLO STESSO MECCANISMO EUROPEO

La sensazione, che avverte ogni italiano, che questa impasse sia insostenibile per il sistema sociale ed economico nazionale, è corretta e la sua alternativa, proponibile dalla Germania e dai suoi satelliti, è sotto sintetizzata: si tratta di uno sviluppo politico praticamente scontato che è comunque per noi insostenibile.
Ognuno può dunque comprendere che tale alternativa, in concreto, è inaccettabile perché per noi estremamente dannosa; e quindi non è praticabile.



1. Il blocco dei cosiddetti paesi "Med", cioè Italia, Spagna, Portogallo e, sostanzialmente la Francia, sostiene un obbligo a contrarre (cioè ad accordarsi su modifiche di regole essenziali dell'eurozona) fondato sulla presunta esistenza di un principio interstatale (rafforzato dalla presente emergenza) di solidarietà finanziaria contenuto nei trattati: questi invece la vietano espressamente.

Normalmente, a tali impasse nella esperienza societaria e commerciale comune a tutti i paesi del mondo civilizzato, consegue la (profonda) rinegoziazione del "patto societario" (o, nel caso, "sociale") ovvero la liquidazione dell'ente (principalmente per l'impossibilità sopravvenuta di raggiungimento dello scopo che ha giustificato l'originario accordo tra le parti che discende da un'evidente e irreversibile impossibilità di funzionamento deliberativo degli organi comuni).

2. Una precisazione al riguardo è importante: "l'ente" in questione è la moneta unica, cioè la istituzione interstatale interna all'Unione europea, governata essenzialmente dalla BCE.
Non l'intera organizzazione internazionale denominata appunto Unione europea.
La complessiva regolazione della moneta unica è ormai motivo di rabbiosi comportamenti anticooperativi che minacciano di travolgere anche il mercato unico, cioè il trattato Ue nel suo complesso (o quel che ne resterà dopo questa crisi; ma è discorso da vedere in un 2° momento).

3. Se si volesse perciò salvare ciò che si considera ancora un quid utile, la regola della buona fede (che significa anzitutto: correttezza reciproca nel venirsi incontro sulle esigenze manifestate dalle altre parti nei limiti di un ragionevole sacrificio), regola espressa in plurimi principi del diritto internazionale dei trattati, dovrebbe guidare verso un'euro-dissoluzione ordinata, in base a una volontà cooperativa (sarebbe, non sorprendentemente, l'unico momento cooperativo dell'unione monetaria europa: la sua stessa fine.)

Un euro-break ordinato sarebbe anche più VELOCE poiché la cooperazione, in questo frangente, oltre a por termine a tensioni dannose, crescenti e PREESISTENTI fra i paesi dell'eurozona (che appunto si susseguono da anni in crescendo), consentirebbe, ai singoli Stati, di recuperare l'autonomia indispensabile a fronteggiare la grave crisi economica e sociale.

4. Nessuno ci rimetterebbe e anzi tutti ci guadagnerebbero, il che dovrebbe essere comprensibile anche ai più idealisti degli assertori della mitologia dell'Europa unita: trovato un accordo di massima su questo obiettivo, cioè sull'esigenza di una dissoluzione ordinata dell'eurozona, gli step progressivi sarebbero facilmente concordabili.
Per provvedere nell'immediato a restitituire agli Stati gli indispensabili spazi di manovra fiscale a salvaguardia delle proprie necessità sanitarie e di finanziamento, basterebbe una delibera unanime sull'attivazione immediata di norme dei trattati che GIA' consentono determinati poteri eccezionali "di crisi" agli Stati, nonché l'accordo, altrettanto immediato, di sospensione temporanea di altre, ben note, norme dei trattati e del diritto europeo in senso lato (in particolare di quelle che fondano l'intera impalcatura di regole e organismi che disciplinano l'eurozona).

5. Ciò darebbe a tutti gli Stati il tempo per concordare, in spirito cooperativo ritrovato, le norme sostitutive di quelle sospese e da abrogare, nonché le procedure di liquidazione ordinata dei vari (costosi) istituti dell'eurozona; intanto riconoscendo, solo per ciò, dei crediti liquidi agli Stati (che questi organismi hanno creato fornendogli la contribuzione iniziale per decine di miliardi di euro a proprio carico).
Poi si procederà a un assetto finale che restituisca autonomia monetaria e fiscale agli Stati, preservando, e anzi migliorando, di conseguenza, le restanti norme dei trattati sul funzionamento del mercato unico-in specie quelle sugli aiuti di Stato-, da adeguare al sostanziale mutamento delle condizioni produttive globali, che sta intervenendo, a causa della crisi globale del coronavirus.
Il mercato unico, nella sua ideale aspirazione a promuovere opportunità di benessere cooperativo tra gli Stati europei, ne uscirebbe migliorato e aggiornato all'attuale ristrutturazione economica mondiale (che entro pochi anni, se non mesi, emergerà come inevitabile).

6. SE si assume la comunità dei paesi coinvolti nell'eurozona come implicitamente convergente verso il rafforzamento di cooperazione e democrazia, i principi di buona fede e del rebus sic stantibus (per cui ogni trattato va adeguato quando ne muta oggettivamente la base storicamente giustificativa propria del tempo della sua conclusione), - principi che governano tutti i trattati secondo il diritto internazionale generale "raccolto" nella Convenzione di Vienna -, dovrebbero naturalmente portare i vari governi a questo tipo di accordo.
E dunque, la "pausa di riflessione" decisa ieri dovrebbe essere utilizzata per promuovere alacremente questa procedura concordata con contatti negoziali tra tutti gli interessati.
Ma senza indugi, perché pensare che ci sia un'altra soluzione farebbe solo perdere tempo prezioso

7. Per quanto possibile psicologicamente per il "cittadino-elettore" comune, c'è un ulteriore aspetto che occorre considerare a complemento della breve esposizione che precede. E anche questo lo esponiamo in sintesi, sperando gli siano presenti tutti gli elementi essenziali per coglierne il senso:
"Sconsiglierei in partenza ogni parallelismo con la Brexit, inutilizzabile per questa situazione. La Brexit è atto unilaterale di un paese CON UNA PROPRIA MONETA E UNA PROPRIA BANCA CENTRALE; e ha determinato uscita dall'Unione tout-court (ancora a effetti indefiniti). Diverso è ACCORDO di REVISIONE NECESSARIA dei trattati che tale Unione hanno istituito allo scopo di preservarli e migliorarli".

8. Naturalmente sono a disposizione di chiunque voglia approfondire i vari passaggi e le condizioni concrete di fattibilità di questo percorso, delineato necessarimente per linee generali a scopo divulgativo.

martedì 24 marzo 2020

L'EUROZONA ALLA CRISI FINALE. SALVARE L'EURO O SALVARE I POPOLI EUROPEI? (I PALETTI AL MES MINIMALISTA)



1. Nei due precedenti post (cui rinviamo per brevità; qui e qui) abbiamo analizzato alcuni dei punti di riferimento giuridici e macroeconomici che, nel quadro istituzionale dell'eurozona, servono a comprendere l'evoluzione della situazione. Per evoluzione, intendiamo non solo l'incedere della gestione dell'epidemia, ma anche il crescente concretizzarsi di una recessione la cui dimensione è, ovviamente, dimensionabile in funzione dell'andamento del contagio e della durata futura delle misure di suo contenimento.

2. Un punto però deve essere chiaro: il quadro istituzionale dell'eurozona non è, e non è mai stato, politicamente modificabile: a fortiori adesso, sia a motivo della tempistica delle procedure legali-negoziali (che comunque esigono l'unanimità) sia, principalmente, a causa della irremovibile contrarietà dei paesi "dominanti", che vedono approssimarsi la "vittoria finale". Ciò  è confermato  da innumerevoli e ormai ridondanti segnali inviati, in queste stesse ore, dalla Germania, dall'Olanda e dall'Austria (la c.d. "area euro-marco"). 
Ma anche se fosse politicamente modificabile, e non lo è, perfino limitandosi ad alcuni accorgimenti secondari (ad es; chiarendo certi presupposti e condizioni dell'intervento ESM), la modifica delle regole dell'eurozona si sta manifestando, com'era scontato, inserita in un contesto in cui i tempi politici (prima ancora che giuridico-procedurali) di una formalizzazione, risulterebbero incompatibili con l'urgenza corrispondente al volume finanziario dell'intervento che dovrà intraprendere lo Stato italiano (di cui, proporzionalmente, l'entità di quello già messo in campo dalla Germania, ci dà la misura).
In altri termini, va subito detto che, intanto che si negozia, la situazione economica europea e globale, segna delle cadute molto più pronunciate di quelle a cui occorrerà, in qualche modo, provvedere da parte dei bilanci statali, rispetto al "fondamento della negoziazione" (Geschäftsgrundlage) che si sta tenendo presente ORA e trascinandosi tra i paesi dell'eurozona.
Quando (e se) arriveranno a un compromesso, questo rischia di essere già stato superato dagli eventi. Come dimostrano i bollettini provenienti dagli Usa, dalla Francia, dal Regno Unito, e persino dalla Norvegia; insomma, da tutto il mondo: e che si compongono in continue stime progressivamente peggiorative, aggiornate in un crescendo giornaliero.

3. Dunque, dobbiamo lavorare induttivamente dall'insieme dei segnali che si muovono intorno e dentro le sedi decidenti dell'eurozona.
Essendo riducibile ogni aggravamento della risposta emergenziale alla recessione, all'assenza di una vera banca centrale nel pieno dei suoi ordinari poteri (come viene confermato proprio oggi da questa "esortazione" dall'America) e al permanere (talora ambiguamente sospeso) di discipline quali il fiscal compact e l'Unione bancaria, i paesi UE "con deroga" (cioè estranei all'eurozona) non sono coinvolti nelle problematiche aggiuntive che derivano, rispetto a TUTTO IL RESTO DEI PAESI DEL MONDO, dall'appartenenza all'eurozona.
Fatta questa essenziale premessa, proponiamo quello che risulta un po' il punto di partenza (e di potenziale arrivo...) del nostro processo induttivo:


4. L'ESM come unica via d'uscita, politicamente parlando
Ribadiamo, proprio perché come paese aderente all'eurozona siamo privi di sovranità monetaria e fiscale e siamo automaticamente e, per taluni, irreversibilmente, assoggettati all'accordo con gli altri Paesi: il che si converte, altrettanto automaticamente, nel fatto che siamo soggetti alla autorizzazione, più o meno benevola, degli Stati dominanti i quali, infatti, hanno imposto quelle stesse regole dietro le quali ora possono trincerarsi legittimamente per negare il loro consenso a qualsiasi loro modifica nella sostanza.
Regole che, però, i nostri governi hanno accettato supinamente ed entusiasticamente, senza MAI sollevare alcuna obiezione in sede di negoziato. 
Ovviamente, nella parte "autoctona" di coloro che quelle regole, solo ora percepite come giugulatorie, hanno promosso, condizionando i governi a colpi di campagne mediatiche che culminano nella formula "fate presto!", c'erano e ci sono delle riserve mentali. 
L'applicazione delle regole invocate, e ottenute, doveva essere sempre e comunque rivolta a disciplinare la massa riottosa degli italiani, e non, in alcun modo, a danneggiare i loro stessi interessi;  e ciò in coerenza con la giustificazione consapevolmente data da Carli: "La nostra scelta del «vincolo esterno» è una costante che dura fino ad anni recentissimi, e caratterizza anche la presenza della delegazione italiana a Maastricht. 
Essa nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese." (Cinquant’anni di vita italiana, pagg. 266-7).

5. Ne possiamo obiettivamente dedurre che, nella soluzione ESM, da trovare in qualche forma che potremmo dire mitigata, minimalista o, più generalmente, cosmetica - cioè accettabile per l'opinione pubblica, previamente ammorbidita dall'emergenza sanitaria e comunque tenuta all'oscuro, ora e da sempre, sul reale impatto, nell'esistenza quotidiana, delle regole introdotte in base alla lettera del 2011 e ai vari "fate presto!"-, ci sono dei paletti, delle "no go areas": queste corrispondono alle riserve mentali e alla filosofia fondamentale di adesione al "vincolo esterno", quella dichiarata da Carli (Era il «modello di sviluppo» che l’élite liberale alla quale appartenevo aveva scelto fin dalla fine degli anni Quaranta), riassunta da Federico Caffè nella formula "ricatto dell'appello allo straniero"; qui, p.2).

6. Il rammentare questi paletti è immediato e manifestato con la massima fermezza ai partners dell'eurozona (leggi: Germania e suoi "ausiliari") da parte dei portavoce delle "elites liberali" (che essendo liberali, sono elites in senso capitalistico, finanziario e grande industriale, sebbene ormai sempre meno a controllo nazionale...).

Si tratta dunque: e la base della trattativa muove dall'esigenza di smuovere la Germania dalla posizione di assoluta intransigenza che si incarna, tra l'altro, in Altmaier (e si può notare che la fonte francese appare critica di tale posizione, sempre per ragioni simili a quelle delle elites italiane pro-vincolo esterno, ma formalmente di minore intensità).

C'è poi una sostanza macroeconomica in questa ossessione per la competitività, da parte di paesi che, peraltro, come al massimo grado l'Olanda, violano sistematicamente i limiti macroeconomici posti nel sixpacks, relativi all'eccesso di attivo del saldo delle partite correnti con l'estero (qui, p.5: che è l'atteggiamento più anticooperativo per antonomasia all'interno di un'unione economica dotata di moneta comune). 
Questa ossessione può apparire anacronistica, ma corrisponde al fervore religioso con cui il neo-liberismo ordoliberista si converte in una fede intransigente nella meritevolezza morale del  mercantilismo, cioè nell'essere creditori verso l'estero e perciò eticamente legittimati dall'effettivo potere di condizionamento del debitore, costretto, in condizioni economico-sociali impossibili, a dover diventare "come il creditore", cioè virtuoso (ovverosia dedito a depredare la domanda altrui). 
La sostanza macroeconomica è: imporre ad ogni costo la svalutazione interna mediante deflazione salariale, con totale indifferenza verso l'irrompere di una recessione a cause esogene come quella causata dal Coviv19:

7. I paletti, invece, corrispondenti alle (originarie) riserve mentali delle "elites liberali" nazionali nell'invocare le regole che ora potrebbero coinvolgerle nei loro effetti negativi, sono i seguenti (detti brutalmente):

a) no al commissariamento "stile Grecia" dell'attività di governo e legislativa nazionale, poiché ciò implica un livello di intervento troppo intenso sulle determinazioni, normative e amministrative, adottate nell'interesse del creditore ESM, relative alla (s)vendita del patrimonio pubblico, ed all'aggressione del patrimonio privato (attraverso la linea fiscale "dettata" dall'ESM-troika); questa tipologia di intervento, infatti, condurrebbe a un'inevitabile acquisizione estera, presso che immediata e totalitaria, del sistema produttivo e del conseguente controllo istituzionale (che è, nella vigenza dei trattati €uropei, garantito ai proprietari del capitale finanziario e grande industriale);

b) no a ipotesi di condizionalità, quale appunto quelle della linea di credito a condizionalità rafforzate (ECCL) in seno all'ESM, attualmente voluta da almeno una parte del governo tedesco, che, in base alla disciplina dell'ESM riformato - che viene perciò dato implicitamente per "approvato, sottoscritto e ratificato" - perché ciò condurrebbe inevitabilmente al default (o eufemisticamente: ristrutturazione) del debito pubblico italiano e, quindi, alla distruzione di valore nei bilanci dell'intero sistema bancario nazionale, che verrebbe perciò sottoposto a risoluzione che, a sua volta, oltre a coinvolgere i risparmiatori e gli stessi depositanti, porterebbe alla ricapitalizzazione dall'esterno degli istituti e alla conseguente perdita di controllo da parte degli attuali azionisti (che verrebbero azzerati nel valore dei rispettivi titoli).

c) una condizionalità che fosse oggetto di un compromesso rispettoso di questi "paletti" sarebbe "offribile" all'opinione pubblica e all'elettorato come "leggera", o "praticamente inesistente", anche se nel precedente post abbiamo già visto come nei fatti non possa essere così. 
Questa definizione di "levità" sarebbe solo politica, cioè condivisa nel linguaggio del negoziato, ma, sul piano giuridico e economico-finanziario, la condizionalità permarrebbe inevitabilmente come sostanzialmente "rigorosa".
La rigorosità intrinseca al rapporto creditizio è "funzionale" (cioè è la "causa" stessa dell'accordo, imposto in modo sostanzialmente unilaterale dal "finanziatore"), ed è quindi genetica a prescindere dal momento in cui la facoltà di imporre tali condizionalità, per previsione dell'accordo, si manifesti in concreto: il rapporto è di durata con prestazioni di restituzione periodiche, dunque la garanzia è di durata, e come tale le modalità in cui viene prestata tale garanzia sono soggette al principio adeguativo del rebus sic statibus e del fatto sopravvenuto conoscibile da entrambe le parti.

c1) E dunque, proprio per le ragioni già esposte (punti 5.4.- 5.6.), dobbiamo considerare elemento costitutivo del rapporto "creditizio", il fatto  della fisiologica imponibilità di ulteriori e più pesanti condizionalità ex post, da considerare conseguenza integrativa de iure di qualsiasi accordo nel quadro ESM, e in realtà di qualsiasi rapporto obbligatorio di erogazione di credito che dia luogo a prestazioni periodiche di dare (pagamenti in restituzione).
Le condizionalità, in funzione della variazione della capacità di "reddito" e del valore del patrimonio del debitore, devono essere sempre rinegoziabili via via che si procede, alle varie scadenze, alla restituzione del credito erogato; ciò è altresì rafforzato dallo svolgersi del rapporto "ESM-stato debitore" all'interno delle norme del fiscal compact di cui sarà entro poco ripristinato il pieno vigore..

d) Quel che conta, comunque, è che giuridicamente, queste condizioni:
d1) possono passare il vaglio del rispetto dell'art.136, par.3, TFUE da parte della CGUE, in quanto non sarebbe difficile dimostrarne (da parte dei contraenti, e nel clima emergenziale attuale) il sostanziale carattere rigoroso (e dunque la cosmeticità della "leggerezza");
d2) in quanto appunto "sostanzialmente  rigorose, potrebbero consentire l'attivazione dell'OMT all'Italia (e agli altri aderenti all'eurozona che stipulassero analoghi accordi di compromesso) cioè del programma di acquisto di titoli del debito pubblico da parte della BCE, mirato al singolo paese, purché sottoposto a, e costantemente osservante di, un "programma di sostegno" rigorosamente condizionale.

8. Insomma, ad un compromesso che tenga conto di questi paletti,  si può arrivare.
E sempre rammentando che le condizionalità "accettabili", invece, potrebbero vedere una convergenza di interessi tra Germania e elites nazionali: ed infatti, tali condizionalità, stante l'aggravamento scontato della posizione fiscale italiana derivante dal credito dell'ESM (che implica la restituzione del capitale oltre che degli interessi, soluzione comunque più onerosa del finanziarsi sul mercato con la mera corresponsione degli interessi), consistono essenzialmente in alcune riforme strutturali che, più o meno, tutte le forze politiche italiane vedono di buon occhio ma di cui non si sono potute permettere finora di sopportare il costo elettorale.
Come conferma l'intervista di Padoan ieri al Financial Times, ove colpisce il costante collegamento tra ESM e suo costo politico ("un incubo"), non economico e sociale: dunque un costo considerato alto sul piano del consenso elettorale, fino a risultare "tossico" ("chi lo tocca muore").

9. La tipologia di queste riforme l'abbiamo già passata in rassegna quando abbiamo, in vari post, esaminato l'agenda FMI e le sue proiezioni sulle potenziali manovre finanziarie adottabili da un "policy maker ideale" che sappia adottare tale agenda dando l'impressione di "salvare l'Italia".
Date le circostanze eccezionali e il livello di recessione che si profilano all'orizzonte, le riforme strutturali e le misure in questione possono potranno essere realizzate e giustificate con il crisma (passe-partout) dell'equità e l'urgenza assoluta di provvedere in una situazione di finanziamento resa difficile fino, appunto, all'intervento dell'ESM e, ancor, più dell'OMT
Dunque, sotto la pressione dell'ESM e della difficoltà di "accesso al mercato" per "finanziare a debito", si potranno fare praticamente tutte le riforme liberal-rivoluzionarie finora non consentite (dalla sconvenienza elettorale) coi precedenti "fate presto!": 
- contrattazione aziendale come nico livello ammesso di determinazione dei trattamenti salariali e ulteriore agevolazione dei licenziamenti; 
- taglio sostanziale ulteriore delle pensioni, sia in godimento che quanto all'ammontare di quelle di futura liquidazione, sancendo un tetto determinato de facto dall'applicazione super-straordinaria di un accresciuto contributo di solidarietà (intergenerazionale e per il sostentamento degli incapienti e dei disoccupati);
- taglio lineare emergenziale "pesante" degli stipendi nel pubblico impiego, eventualmente calibrato per fasce di reddito e per un periodo transitorio adeguato alla gravità della crisi, caratteristica per cui potrebbero scampare al vaglio della Corte costituzionale. Sono tutte misure che consentirebbero poi di figurare come provvista fiscale per sgravi contributivi e fiscali supply side.

10. Su un'impostazione del genere, c'è da temere che torneranno alla carica ogni giorno, in tutte le salse, finché non trovano una formula cosmetico-propagandistica adeguata. 
In questo quadro di "riforme strutturali" sottostanti all'accordo in sede Ue, in cui in qualche modo sarebbero indotte a convergere tutte le forze politiche, l'ombra minacciosa dell'ESM-creditore diventa una "manna costrittiva" e deresponsabilizzante le varie forze politiche coinvolte.
L'ottemperare a quelle stesse misure e riforme strutturali dettate dallo stato di eccezione, però, in una sorta di trade-off a salvaguardia dei "paletti" sopra definiti, consentirebbe di procedere agli eventuali ma probabili salvataggi bancari mediante ricapitalizzazione pubblica e (forse) di evitare un prelievo patrimoniale a regime sui depositi. Ma potrebbero farne almeno uno, magari con ammontare fissato sulla base imponibile attuale e scaglionato in più anni,  e poi cartolarizzato, chiamandolo Covid-tax.
A complemento: per salvare la faccia, e per non contrariare gli Usa su eventuali espansioni di ondate di investimenti cinesi, potrebbe essere allargato il golden power, cioè il potere "speciale" dello Stato di interdire, limitare e comunque condizionare, gli investimenti esteri su alcuni assets strategici (finora tipizzati in modo alquanto insufficiente e limitato) e reintrodotta (nonostante la semi-contrarietà, in passato, della Corte europea a tale strumento, per via del suo costituire ostacolo alla libera circolazione dei capitali ), la golden share, analogo potere "speciale" (ma che presuppone un compartecipazione, ancorché minima, dello Stato al capitale), posto a protezione della nazionalità del controllo delle società a partecipazione statale. 
E magari, sulla scorta di tali "poteri speciali", i fondi dell'ESM (comunque verranno poi denominati) potrebbero finire a finanziare le acquisizioni di imprese o l'allargamento di partecipazioni pubbliche di salvataggio in luogo dell'acquisizione, sotto-prezzata, da parte di investitori stranieri; con un certo effetto paradossale. Oltretutto, azioni e valori di bilancio saranno bassissimi nei prossimi mesi e quindi sarebbe molto più agevole procedere a delle quasi-nazionalizzazioni di salvataggio (che comunque troverebbero fondamento negli artt. 41, 42 e 43 della Costituzione).

11. Si può ipotizzare che, se si concorderà sulla condizionalità minimal, cioè, in pratica facendo intervenire l'ESM (esclusivamente) non ricorrendo alla ECCL, i paesi "virtuosi" dell'eurozona potrebbero ritenersi soddisfatti di una imposizione coattiva della svalutazione interna, via regime del mercato del lavoro ed ulteriore limitazione (liquidatoria) del welfare. Tipo Spagna, più che Grecia

Per questo, si può ritenere che alla fine, le "minimal conditions" saranno bilateralmente ben viste; devono solo trovare il quadro giuridico adatto per aggirare l'art.136 par.3 TFUE (e abbiamo visto come sia sostanzialmente possibile) e poter dunque innescare collateralmente l'OMT
Naturalmente tutto questo vale, come abbiamo sopra accennato, rebus sic stantibus, poiché il lock down dell'attività produttiva causato dall'epidemia, potrà generare effetti recessivi e di soccorso sanitario e finanziario all'economia reale, nonché ovviamente al substrato sociale, non solo in Italia, e tali da rendere inadeguato qualsiasi ipotetico volume di intervento che l'ESM potrebbe mettere in campo. Condizionalità rigorose o leggere che siano.
Ed allora, con molto più buon senso, potrebbe aprirsi la via della monetizzazione e della ripresa della sostanziale sovranità monetaria dei governi, in luogo dell'armamentario (basato su un anacronistico bias antiinflazionistico), sempre più farraginoso, delle banche centrali. 
Ma purché una banca centrale al servizio della comunità sociale vivente su un certo territorio, la si abbia...
(P.S: forse nei prossimi giorni, se sarà necessario, augurandoci di no, dovremo illustrare perché l'art.122, par.2, TFUE, costituisca una via impervia, non meno di un'applicazione derogatoria della disciplina dell'ESM, o della stessa modifica dell'art.123 TFUE).



lunedì 23 marzo 2020

IL "MUTAMENTO APPARENTE" DEL QUADRO DELLE REGOLE DELL'EUROZONA NELL'EMERGENZA CORONAVIRUS: TROPPO POCO E TROPPO ESM



1. Proviamo a decifrare la situazione che si sta creando a seguito dell'emergenza sanitaria causata dall'epidemia di coronavirus.
Come possiamo constatare dalle azioni annunciate dagli altri Paesi Ue, in particolare aderenti all'eurozona, in simultanea alle misure straordinarie di prevenzione e terapia sanitaria, si sta verificando un evidente "fermo" di una parte consistente e crescente delle attività economiche che producono il reddito e che, nel loro complesso, formano il c.d. PIL. 
Si produrrà pertanto una forte recessione la cui misura potrà arrivare a livelli senza precedenti, a seconda degli attualmente imprevedibili sviluppi nella prosecuzione del contagio, dell'ondivaga risoluzione a livello strutturale dell'emergenza assoluta dell'organizzazione medico-sanitaria, e della connessa durata ed estensione crescente dell'arresto delle attività produttive.

Per capirci: un blocco del sistema economico al 40% (come esemplificazione indicativa), prolungato per 3 mesi, porterebbe a una perdita di PIL di circa 175 miliardi, cioè di circa il 10% del PIL del 2019.
Quali siano le possibilità di successiva ed immediata ripresa della crescita non è allo stato esattamente pronosticabile; sia perché non è possibile preventivare quanta parte delle limitazioni emergenziali, e quindi dei limiti all'attività produttiva, dovranno essere mantenute nel tempo (o, in caso di riaccendersi di focolai di contagio, re-incrementate), sia perché, ogni ripresa successiva ad una recessione di rilevante entità dipende dall'adeguatezza e dalla fattibilità, giuridica e finanziaria, di un combinato di misure che inevitabilmente dovrebbe essere lo Stato a poter adottare.
E sempre che le misure, al di là del volume e della praticabilità finanziaria, siano anche calibrate in modo mirato e corretto.

Dunque, anche nell'ipotesi, formulabile solo in base alle incerte informazioni e stime di cui si dispone attualmente, che questo stato di cose eccezionale si concluda a giugno, il calo della produzione, e conseguentemente del reddito di lavoratori e imprese di ogni tipo, sarà arrivato a livelli tali da imporre un sostegno dello Stato senza precedenti all'intera società italiana, in ogni sua componente.

1.1. Il finanziamento da parte dello Stato della ripresa dell'attività economica e sociale, a sua volta, presuppone che lo Stato stesso reperisca le famose "risorse", cioè una quantità di moneta avente corso legale (cioè che tutti i soggetti viventi sul territorio dello Stato debbano accettare come mezzo di pagamento), corrispondente al "valore" del sostegno che si dovrà intraprendere.
In una situazione istituzionale normale, lo Stato, di fronte a un'esigenza straordinaria, si riserva la facoltà, anzi che di chiedere in prestito tale denaro al sistema privato finanziario, di provvedere direttamente a creare questa moneta, coordinandosi con la banca centrale nazionale: quest'ultima, sia attraverso la sottoscrizione integrale e immediata dei titoli emessi dal ministero del tesoro di tale Stato, sia attraverso la dazione diretta di moneta agli apparati statali (c.d. scoperti di conto), accrediterà allo Stato tutta la moneta necessaria, sostanzialmente creandola "elettronicamente" dal  nulla.

1.2. Ma non siamo in una situazione istituzionale normale, poiché abbiamo aderito all'eurozona: ciò comporta che lo Stato italiano non disponga di una banca centrale che emette una moneta nazionale, e che, comunque, fatto ancora più importante, sia la sottoscrizione di titoli emessi dal tesoro, sia il diretto trasferimento di liquidità monetaria allo Stato, da parte della banca centrale europea, siano espressamente e rigorosamente vietati dal Trattato (art.123 TFUE).

Consapevoli di questo aspetto, che mina alla base le possibilità di reazione degli Stati di fronte a eventi imprevisti, e dovuti a cause esterne, che provochino una grave crisi economica, le istituzioni dell'Unione, negli ultimi giorni, avrebbero apprestato delle "deroghe" e delle mitigazioni delle regole che disciplinano la moneta unica. Ma, come vedremo, tutte implicitamente attestate sull'idea riespandibile, e quindi irrinunciabile, del pareggio di bilancio, e quindi dell'impossibilità di fare deficit senza sottoporsi alla sanzione di un giudizio negativo dei mercati finanziari, creditori dei titoli del debito pubblico emessi; una sanzione che può estendersi dalla richiesta di interessi sempre più elevati fino all'arrivare a richiederne un livello tale da paralizzare, in quanto economicamente insostenibile, il finanziamento dello Stato (che sia assoggettato alle regole dell'eurozona).

2. Questa premessa ci consente di esaminare, in sintesi, le misure allo stato adottate dall'Unione europea e dalla BCE, per verificare se siano in grado di risolvere il problema di finanziamento dello Stato italiano di fronte alla dimensione dell'intervento che la situazione emergenziale gli impone; fin da ora.
La risposta deve essere negativa. Nulla di quanto finora messo in campo dalle istituzioni Ue è risolutivo per consentire alla Repubblica italiana le risposte adeguate.
Le agevolazioni e deroghe temporanee e, soprattutto, parziali del quadro dei vincoli a ispirazioni monetarista e ordoliberista che caratterizzano l'eurozona, consentirebbe alla Repubblica, nella migliore delle ipotesi, una risposta inadeguata, proprio perché meccanicamente temporanea, cioè di durata fissata "d'imperio" e dall'esterno (cioè subita passivamente dagli organi nazionali d'indirizzo politico, detentori dell'obbligo costituzionale di provvedere), a prescindere dall'effettiva situazione specifica italiana e dal suo protrarsi nel tempo.
Questa previsione può essere ragionevolmente compiuta in base a ovvie ed intuitive leggi economiche. 
Anzitutto, va segnalata l'impossibilità di ritornare alla crescita (uscendo dalla stagnazione o lieve recessione precedenti alla "crisi Covid") senza un sostegno pubblico alla domanda e all'occupazione immediato e protratto anche nella fase post-recessione: un intervento che consenta, cioè, di assorbire, e via via eliminare, la ragguardevole spesa per stabilizzatori automatici, di tipo tradizionale e "nuovo", che verranno attivati. E questo, intuitivamente, grazie al ripristino e, possibilmente, all'incremento delle entrate derivanti da un livello adeguato di produzione.

Parliamo dunque, nell'immediato, di un aumento anticiclico della spesa corrente, indispensabile alla velocità della ripresa, data la maggior effettività temporale del suo moltiplicatore fiscale; ad es; spesa per il potenziamento strutturale del servizio sanitario e delle funzioni pubbliche direttamente connesse, anche a fronte, tra l'altro, del sempre più possibile ripetersi di epidemie virali, e comunque delle diffuse esigenze di cura riabilitativa post guarigione e di prevenzione sulle fasce più esposte al contagio. 
Questa esigenza di incremento (della spesa corrente), adeguato ai diritti essenziali previsti dalla Costituzione, risulta in ogni modo molto più tangibile alla generalità dei cittadini-elettori - essendo stata l'esperienza della pandemia (non meno di quella del Ponte Morandi, tra le altre), un "evento rivelatore". 
La spesa corrente, come prima e più rapida forma  di intervento (si pensi, su tutto, all'assuzione di nuovi medici e infermieri, alle forniture dei materiali e macchinari indispensabili, ora e nei prossimi anni), deve appunto rivolgersi a prevenire il ripetersi dei ritardi e dei limiti operativi delle strutture pubbliche di fronte a questa o ad altre emergenze, quali quelle potenzialmente "in agguato" nelle infrastrutture fondamentali del Paese.
Questa, ed altre emergenze potenziali sono ormai da considerarsi, alla luce delle esperienze traumatiche accumulatesi negli ultimi anni, stati di eccezione prevedibili: e perciò doverosamente prevenibili
Oltre all'aumento adeguativo (al livello di civiltà da cui non si può arretrare in una società democratica) della spesa corrente, va anche in concomitanza considerata l'impossibilità di riattivare la propensione all'investimento privato, in una misura che riporti il capitale produttivo a livelli accettabili di impiego, senza il ripristino di condizioni attuali di effettiva erogabilità del credito, senza un tempestivo incentivo alla conversione dello stock di risparmio privato in investimento (anche intermediato, come prevede l'art.47 Cost.), e senza un segnale costituito da coordinati (art. 41 Cost.) investimenti pubblici in infrastrutture e anche nel capitale dei settori strategici (nazionalizzazioni, artt. 42 e 43 Cost.), segnali che soltanto la spesa pubblica in investimenti diretti nell'economia reale è, in situazione di grave recessione, idonea a fornire. 
Le altre Nazioni coinvolte, comprese quelle appartenenti all'eurozona, si stanno già attrezzando per operare in questo senso.

2.1. Esaminiamo allora le misure derogatorie e emergenziali messe in campo finora dalle istituzioni Ue, per verificare se siano realmente volte ad agevolare il quadro di interventi anti-ciclici che ogni Paese al mondo tenderà ad adottare, secondo le rispettive concrete necessità. 
Partiamo dalla prima misura in ordine di diffusa comprensibilità (si fa per dire) per l'opinione pubblica italiana: l'estensione del programma di acquisto di titoli da parte della BCE (c.d. QE), per 750 miliardi (in aggiunta al volume già in atto di acquisti per 30 miliardi complessivi).
Questo intervento della BCE sarebbe evidentemente mirato a mitigare il costo differenziale del finanziamento a carico dei titoli del debito pubblico degli Stati dell'eurozona, il c.d. spread, che, in un primo tempo, pochi giorni prima, la Lagarde aveva pubblicamente negato come aspetto di cui la BCE dovesse occuparsi.
Per capire l'efficacia di questa azione, però, dobbiamo tenere conto di un insieme di fattori e condizioni che limitano la stessa in base al quadro normativo che è stato concordato in seno al Board della BCE:
a) gli acquisti dei titoli del debito pubblico impegnano solo circa i 2/3 del volume di liquidità messo in campo dalla BCE, poiché la restante parte è riservata agli acquisti di obbligazioni e strumenti cartolari di credito del sistema privato (financial e commercial corporate instruments);
b) gli acquisti dei titoli del debito pubblico sono inoltre soggetti al duplice limite della corrispondenza alla quota di capitale della BCE sottoscritta da ciascun Stato aderente (c.d. capital keyper l'Italia si tratta del 13,8165%) e di un ammontare complessivo di acquisto da parte della stessa BCE non superiore a 1/3 del debito complessivo di ciascuno Stato;
b1) questo secondo limite, di un terzo, è in procinto di essere raggiunto per quanto riguarda la Germania entro poche settimane. 

Si tratta di una regola immanente alla concezione "monetarista" propria dell'architettura della moneta unica: la "neutralità fiscale" dell'azione della BCE (e di ogni altra istituzione dell'eurozona, come lo stesso ESM), per cui l'allocazione distributiva della moneta  all'interno dei vari Stati dell'eurozona deve seguire l'evolversi delle regole fissate per lo svolgimento del mercato unico e non deve pertanto essere alterata da interventi compensativi delle istituzioni Ue: deve essere esclusivamente la "forte competizione" (art. 3, par.3 TUE) in "libera concorrenza" (artt.121 e 127 TFUE) a decidere, secondo i rispettivi livelli di competitività (e quindi di compressione relativa dei tassi di cambio reale, e in definitiva delle retribuzioni reali)  la direzione dei flussi degli scambi e di conseguenza l'allocazione della liquidità derivante dai relativi pagamenti. 
In rigorosa ed inderogabile subordinazione a tali norme fondamentali dei trattati, la BCE è perciò tenuta ad acquistare anche i titoli del debito di Stati che non hanno uno spread rilevante o non lo hanno affatto e che, anzi, servono da "base di riferimento" per misurarlo all'interno dell'eurozona, come la Germania; che comunque è la beneficiaria più consistente degli acquisti, pur non avendone bisogno e, anzi, contrastandone l'effetto, per se stessa ovviamente negativo, di sovra-stima dei prezzi di collocamento, che porta al crescente rendimento negativo sui bund e quindi, in generale, alla compressione dei tassi ai fini della redditività del loro sistema bancario e di quello previdenziale dei fondi pensione.
b.1.1) su questo punto, è intervenuta, nella giornata del 21 marzo 2020, una "novità": l'annuncio da parte del governo tedesco di una manovra di sostegno, in deficit, all'economia per un ammontare di 356 miliardi di euro, pari a circa 10 punti del PIL della Germania. Ciò, se tempestivamente attuato con l'emissione dei corrispondenti titoli di debito, dovrebbe comportare un spostamento in avanti del momento di saturazione della quota tedesca di acquisti effettuabili, saturazione che avrebbe arrestato il programma di acquisti in blocco, poiché non sarebbe stato più possibile rispettare l'altro limite delle quote percentuali di ciascun paese. 
Il sottostante grafico mostra il cambiamento della traiettoria temporale degli acquisti della BCE che si renderebbe così effettuabile. In assenza della maximanovra tedesca, quindi, il QE, quand'anche allargato, si sarebbe dovuto fermare all'incirca a luglio 2020.

Immagine

b.2) Ma nonostante ciò, l'azione del limite percentuale di acquisto per quota BCE (capital key) di ciascun Paese, pone lo stesso dei gravi problemi per un'azione realmente efficace di contenimento degli spread sui titoli pubblici italiani; ed infatti, la quota spettante all'Italia da qui alla fine del 2020, abbiamo visto, è pari al 13,8165% delle disponibilità totali dedicabili dalla BCE (fino al 31.12.2020), pari a 750 miliardi + 30 miliardi mensili già deliberati, meno un terzo dedicato agli acquisti dei titoli corporate privati: il calcolo ci dà di un plafond massimo di acquisto pro-quota italiana pari a 93 miliardi.
Tuttavia, i titoli pubblici italiani, delle varie tipologie di emissione, da rinnovare da qui alla fine dell'anno, ed a cui va aggiunto almeno quanto finora stanziato in ulteriore deficit con la manovra di marzo, pari a dichiarati 25 miliardi, dovrebbe aggirarsi sui 200 milioni. 
Il QE dunque non coprirebbe il rischio di tenuta dei prezzi di collocamento, e di innalzamento degli spread, per più della metà del debito che l'Italia si troverà a dover rinnovare;
b3) in questa situazione di insufficienza preventivabile dell'intervento della BCE, inoltre, se il termine finale dei maggiori acquisti fosse tenuto fermo al 31 dicembre 2020, si manifesterebbero problemi di "nervosismo", anticipati sui mercati, e quindi di massicce vendite di titoli italiani, già negli ultimi mesi del 2020.
b4) Va infine tenuto conto del fatto che l'atteggiamento della BCE vale rebus sic stantibus e come parziale sollievo sull'eventuale debito aggiuntivo: cioè sulla base delle previsioni di andamento dei volumi di debito e dei deficit effettuate nel momento in cui viene deliberato, laddove potrebbero divenire necessari volumi di indebitamento da parte dello Stato di ben altra dimensione di quello attualmente previsto, in seguito al manifestarsi di una recessione, e di esigenze socio-economiche di intervento, ben superiori a quelli scontati dall'attuale decisione della BCE (a fronte di uno scostamento finora richiesto dall'Italia per soli 25 miliardi).

In conclusione: il QE, quand'anche allo stato "sotto ossigeno" datogli dalla manovra tedesca di salvataggio della propria economia, è una misura di solo parziale contenimento della crescita dei rendimenti dei nostri titoli di Stato e ad esiti che si profilano alquanto incerti, poiché la BCE esercita comunque un'elevata discrezionalità (sull'an correlato al quando degli acquisti) e non è certamente tenuta, in base ai trattati, a provvedere alla costante attenuazione degli spread, poiché il suo compito principale, se non (inteso come) esclusivo, è quello di mantenere la stabilità dei prezzi (art.127 TFUE), e non la stabilizzazione macroeconomica (art.120-122 TFUE), e quindi, in tempi di recessione, di quella fiscale (artt. 123-125 TFUE), dell'eurozona.

3. Circa il regime degli aiuti di Stato, la Commissione ha adottato uno "schema provvisorio" (temporary framework), proprio avendo di mira "l'impatto economico del coronavirus". 
Tale intervento è in realtà solo un'ovvia mitigazione, puramente dichiarativa - cioè relativa a effetti applicativi già comunque derivanti da una interpretazione corretta, letterale e sistematica, dell'art.107 TFUE -, e che contiene in sé l'ammissione degli effetti negativi, sulla crescita e sull'occupazione, che normalmente produce il modo in cui la disciplina dei trattati, in tema di "aiuti", è stata finora intesa dalla Commissione. 
Sarebbe troppo lungo esaminare le previsioni e le ipotesi di compatibilità e di eccettuazione dal divieto di aiuti di Stato contenuta negli artt. 107 (in specie paragrafi 2 e 3) e 108 (in specie per l'ipotesi estensiva per "circostanze eccezionali" prevista al paragrafo 2, comma 3).
Basti dire che la Commissione si è ben guardata dall'esaminare, o dal rivedere, o anche semplicemente dal rammentare, le ampie ipotesi derogatorie, derivanti dalla superiore fonte dei trattati, cui si è fatto sopra accenno
Ma cosa ancora più importante è che, contrariamente a quanto riportato da taluni media, la ricapitalizzazione preventiva, pubblica, degli istituti bancari in difficoltà (punto 7 della comunicazione) è stata oggetto del semplice annuncio di un generico esercizio di maggior tolleranza nell'applicare il quadro dell'Unione bancaria sotto l'aspetto concorrenziale, ma con il puntuale richiamo della piena applicabilità di tali condizioni giuridiche restrittive. Compresa quella relativa al punto 45 della comunicazione bancaria del 2013, che riguarda l'esistenza di un ovvio, in questo caso, rischio sistemico di instabilità finanziaria al fine di evitare il burden sharing.
Riporto il testo del punto 7:
If due to the COVID-19 outbreak, banks would need direct support in the form of liquidity recapitalisation or impaired asset measure, it will have to be assessed whether the measure meets the conditions of Article 32(4)(d) (i), (ii) or (iii) of the BRRD. Where the latter conditions were to be fulfilled, the bank receiving such direct support would not be deemed to be failing-or-likely-to-fail. To the extent such measures address problems linked to the COVID-19 outbreak, they would be deemed to fall under point 45 of the 2013 Banking Communication 6, which sets out an exception to the requirement of burden-sharing by shareholders and subordinated creditors.

3.1. Ed è questo l'aspetto più nevralgico della situazione potenziale di grave insolvenza diffusa, e quindi instabilità finanziaria, che minaccia di verificarsi, in dimensioni finora sconosciute, con riguardo al sistema bancario e al connesso regime di coinvolgimento nelle perdite di bilancio delle banche (burden sharing e bail-in) dei risparmiatori e dei depositanti, che discende dall'Unione bancaria. 
Certo, come per tutti gli altri profili di intervento fiscale (garanzie e sussidi c.d de minimis, sgravi fiscali, linee garanzia al sistema bancario per potenziarne le capacità di credito) considerati dal temporary framework, il presupposto per un intervento preventivo e correttivo dallo Stato è quello della sostenibilità fiscale del relativo indebitamento; e quindi delle condizioni di accesso al mercato, solo parzialmente garantibile dalla BCE, come abbiamo visto.
In pratica, anche sospendendo transitoriamente gli stringenti limiti fiscali del patto di stabilità e crescita, c.d. fiscal compact, e anche fruendo di un certo sostegno della BCE per mitigare gli spread, ed infine, anche consentendosi margini più ampi (o meglio: un po' meno restrittivi) nella concessione degli aiuti di Stato, non c'è una sufficiente copertura del rischio di una insostenibilità del costo dell'intervento fiscale, di fronte al "metodo" di esclusivo finanziamento degli Stati sui mercati, imposto dall'art.123 TFUE
Neppure in questa situazione mondiale senza precedenti nella storia economica: uno Stato anche volendolo e anche trovandosi nella assoluta necessità di salvare un settore produttivo  fondamentale ovvero il sistema bancario, potrebbe non riuscirci per il costo esorbitante del relativo indebitamento sul mercato, anche in presenza del QE allargato e del temporary framework.

4. Veniamo infine al tema accennato poco sopra: la cosiddetta sospensione del fiscal compact.
Al momento in cui scriviamo queste righe, dal sito della Commissione non risulta adottato nessun atto tipico, comunicazione o decisione, che riguardi la sospensione del patto di stabilità e crescita; quello che risulta è che il 20 marzo, in una dichiarazione resa ai media, la presidente della Commissione abbia più esattamente preannunciato che la Commissione stessa proporrà, a un non meglio precisato organo decidente, presumibilmente il Consiglio, tale sospensione.
In relazione a tale dichiarazione mediatica la Commissione ha fatto seguire un comunicato esplicativo che contiene uno schema di domande e risposte per illustrare il fondamento delle varie problematiche di sorveglianza fiscale subentrate e la procedura di adozione della stessa "sospensione".
Pertanto, tale misura, forse, potrà essere discussa, sulla proposta della Commissione, al Consiglio dei ministri Ue della finanza del 23 marzo (in teleconferenza...), ovvero, anche, e in aggiunta, all'Eurogruppo del successivo 24 marzo, essendo il patto di stabilità e crescita (c.d. fiscal compact), un accordo che riguarda gli "Stati la cui moneta è l'euro" (e solo marginalmente, cioè senza una vera applicazione operativa, come d'altra parte avviene per lo stesso ESM, gli "Stati con deroga" non aderenti alla moneta unica). 
Attesa la tendenziale natura preparatoria e pre-decisionale dell'Eurogruppo, un accoglimento della proposta della Commissione (che dovrà essere presumibilmente unanime), sarà formalizzabile al successivo "Consiglio europeo" del 26 marzo (sempre in videoconferenza e con la partecipazione dei capi di Stato e di governo).

4.1. Sta di fatto che la "sospensione" nella stessa dichiarazione pubblica (e come tale informale) della Von der Leyen, viene legata alla general escape clause, o "clausola di salvaguardia", in assunto contenuta all'interno dello stesso "Patto" (a seguito della modifica in esso introdotta col six packs, dice la Commissione, un po' genericamente, trattandosi di un riferimento ad una pluralità di complesse fonti a loro volta recepite in diversi atti attuativi del diritto europeo).
Avendo di fronte il testo del c.d. fiscal compact (patto di stabilità e crescita), nella versione disponibile da parte dello stesso Consiglio Ue, la previsione corrispondente a tale clausola di salvaguardia è contenuta, frammentata in più parti, all'interno dell'art.3. Riproduciamo tali parti evidenziandole in modo da coordinarle tra loro (si tratta del par.1 lettera c) e del par.3 lettera b), coordinabili tra loro per rinvio):
Par.1, c) le parti contraenti possono deviare temporaneamente dal loro rispettivo obiettivo di medio termine o dal percorso di avvicinamento a tale obiettivo solo in circostanze eccezionali, come definito al paragrafo 3, lettera b); 
...
Par.3, b) per "circostanze eccezionali" si intendono eventi inconsueti non soggetti al controllo della parte contraente interessata che abbiano rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria della pubblica amministrazione oppure periodi di grave recessione economica ai sensi del patto di stabilità e crescita rivisto, purché la deviazione temporanea della parte contraente interessata non comprometta la sostenibilità del bilancio a medio termine. 

4.3. Ammesso che dunque questa atipica procedura, in sostanza semi-interpretativa in via generalizzata, e quindi dichiarativa di una situazione eccezionale che è prevista dalle norme del "patto di stabilità e crescita" e che le stesse ordinariamente affidano alla discrezionalità della Commissione nella sorveglianza di bilancio sul singolo Paese, sia "sancita" da una deliberazione del Consiglio europeo, quali potrebbero essere i suoi effetti concreti?
In buona sostanza, la non attivazione temporanea della procedura di infrazione per deficit o debito eccessivo (permanendo intatta la visione economica delle istituzioni dell'eurozona, per cui il raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio l'unico mezzo per ottenere la riduzione di tale debito in rapporto al PIL).
Certo, ciò significa anche che, per il momento, si sospenderebbe (pare, non sappiamo cosa stabilirà il Consiglio) un altro obbligo degli Stati nell'ambito del two packs (cioè della procedura di sorveglianza sul bilancio, in fase preventiva): cioè quello di richiedere, ed ottenere, un'autorizzazione a deviare dal livello di disavanzo risultante dalla legge di stabilità in precedenza approvata dalla Commissione e che è, comunque, oggetto delle raccomandazioni che vengono (tendenzialmente) emesse, per ciascun Paese, entro il febbraio dell'anno successivo: e tali raccomandazioni, in genere, implicano la costante insufficienza delle misure di consolidamento fiscale e indicano le specifiche direttive con cui procedere al suo ulteriore inasprimento. 

4.4. Ma agli effetti pratici, cioè dei volumi di intervento fiscale finanziariamente sostenibili per l'Italia, conta ben poco: questo aspetto è infatti tutto affidato alle condizioni di accesso al mercato finanziario in sede di collocamento, che come abbiamo visto, dipendono essenzialmente dal comportamento della BCE sul c.d. mercato secondario, e dai limiti auto-stabiliti del suo intervento (e non da oggi, ma, ormai, dal tempo della dichiarazione del "whatever it takes", dei vari LTRO e TLTRO, e, ovviamente, della successiva attivazione "ampliata" - QE- del programma di acquisti della BCE, all'inizio del 2015, in costanza di un mercato secondario dove gli acquirenti sono rarefatti e in cui, sui titoli dei paesi non rispettosi dei limiti fiscali imposti col fiscal compact, gli acquirenti si riducono alle stesse banche centrali, dalle cui "mosse" dipendono i conseguenti comportamenti degli operatori accreditati sul c.d. mercato telematico).

4.5. Dal punto di vista sistemico, cioè delle aspettative e appunto dei comportamenti degli operatori economici finanziari, il contesto cambia relativamente: si tratta solo di una fase di "attesa", che sconterà il fatto che la BCE ha cominciato ad agire con il suddetto allargamento del QE, in una certa misura (che abbiamo visto essere limitata e probabilmente insufficiente), che forse potrebbe allargarlo, o, al contrario, rivederlo in senso restrittivo, e che, comunque, la BCE agirà in modo transitorio. Per ora, solo fino al 31 dicembre 2020
Troppo poco perché il principale "malato sotto osservazione" (da parte dei mercati) dell'eurozona, possa azzardarsi ad allargare il proprio bilancio per svolgere un'adeguata azione di sostegno anticiclico alla propria economia flagellata dal coronavirus e già comunque logorata dalla stagnazione imposta dal rigore fiscale; il cui "braccio armato" principale, che vincola l'Italia in un circolo vizioso, è il criterio stocastico-solowiano di misurazione dell'output gap, attuativo del fiscal compact (qui, p.9.1.), per cui si finisce per essere considerati in pieno impiego, o prossimi a tale livello, anche a fronte di una crescita pari o di poco superiore allo allo zero, nonché in presenza di un elevato livello di disoccupazione strutturale (considerata cioè non patologica, ma naturale purché  "non inflazionistica"; criterio del NAIWRU), trascinata da anni. 
In conseguenza di ciò, l'Italia è costantemente esposta alla procedura di infrazione, senza poter svolgere (mai più) politiche anticicliche di rilancio della crescita che possano mitigare e invertire il rapporto debito su PIL.

Già agli inizi del prossimo anno (o anche prima: non lo si può escludere ora), nel quadro istituzionale attuale, - solo parzialmente mitigato in quanto "sospeso" ma ostinatamente immutato (l'eccezione, come è noto, specialmente se temporanea, conferma la regola), e perciò pronto a riprendere vigore nel suo pieno funzionamento non appena si dichiari terminata l'emergenza sanitaria -, l'Italia potrebbe ritrovarsi a fronteggiare in simultanea convergenza:
a) i mercati che vedono approssimarsi la fine degli acquisti "maggiorati", e che riprenderebbero a vendere massicciamente i suoi titoli pubblici, a fronte di una recessione che potrebbe non essere terminata e, comunque, di una ripresa della crescita che non è "istituzionalmente" perseguibile nel quadro delle regole dell'eurozona;
b) la possibile azione di richiamo della Commissione per un adeguato piano di rientro nell'obiettivo di medio termine per il pareggio strutturale di domanda, laddove, nel frattempo, il rapporto debito/PIL (che potrebbe essere arrivato oltre il 150% del PIL) verrebbe considerato, dal giorno dopo della fine delle misure emergenziali adottate per il coronavirus, passibile (a piacimento) di una procedura di infrazione; e quest'ultima appunto, in applicazione della "regola del debito", cioè quella della sua riduzione nella misura di 1/20° all'anno della parte eccedente il "tetto" del 60% (essendo, come s'è visto, l'Italia impossibilitata a rispettarla mediante un'espansione fiscale che promuova la crescita...senza compromettere i saldi commerciali con l'estero);
c) la stessa amplissima discrezionalità della BCE che avrebbe acquisito una quantità ulteriore di titoli del nostro debito pubblico, e di liquidità utilizzabile per ulteriori acquisti alla maturazione delle scadenze, tale da lasciarla quale arbitro totale degli spread e quindi, in definitiva, da configurarla come principale "disciplinatrice" (più ancora delle modeste sanzioni pecuniarie conseguenti alla lunga e articolata procedura di infrazione) delle nostre politiche fiscali di rientro verso l'obiettivo del pareggio di bilancio.

5. Ma se la situazione dentro alle ordinarie regole dell'eurozona, pur quando queste siano transitoriamente sospese o mitigate, è destinata a essere, sia ora che in prospettiva, difficilissima, - al punto che non potendosi nel presente gestire adeguatamente una fase di intervento fiscale proporzionato alle circostanze, non si possono nutrire sufficienti speranze di una vera ripresa nel post-crisi -, i rimedi che offrono gli economisti più vicini alle istituzioni Ue, portano a prospettive ancora peggiori. E, a quanto pare, questi rimedi sono visti di buon occhio dal nostro ministro dell'economia e dal nostro presidente del consiglio. E persino dal commissario italiano dell'Ue
Anche in concomitanza con le dichiarazioni della Von der Leyen, si è parlato di contatti e negoziati per arrivare, in qualche modo, a sottoporre l'Italia alla "assistenza" finanziaria dell'ESM.
Probabilmente consapevoli delle ampie perplessità emerse in sede parlamentare circa l'approvazione della sua riforma, si agitano una serie di "proposte", dal non chiaro fondamento normativo, ma essenzialmente attivabili nel quadro dell'accordo attualmente vigente (cioè l'ESM approvato nel 2012).

5.1. Il 22 marzo, di domenica, il Financial Times, pubblica un'intervista con lo stesso Gentiloni che "fa il punto" su queste proposte:

"Mentre nelle capitali si dibatte sull'azione congiunta per combattere il fallout della pandemia, Gentiloni ha detto al Financial Times che i funzionari (ndr: si deve sottintendere della stessa Commissione) hanno lavorato durante il weekend su tre opzioni di intervento. Egli ritiene che un accordo sulla proposta di supporto fiscale possa essere conclusa in tempo per la video conferenza dei leader Ue del prossimo martedì (ndr: abbiamo visto sopra quale sia il calendario che culmina nel Consiglio europeo di giovedì 26 marzo, dopo eurogruppo e Ecofin, in teleconferenza).
La prima opzione è che lo European Stability Mechanism — il fondo di bail-out dell'eurozona  — offra linee di credito precauzionale a un certo numero di Stati membri (ndr: lo stesso FT precisa che tale opzione consentirebbe di ridurre lo "stigma" che deriverebbe all'Italia dall'essere l'unico Paese a fruire del credito), ha detto Gentiloni. Alternativamente  potrebbero essere introdotte delle più ristrette possibilità di accesso al credito mirate alla spesa per l'emergenza sanitaria. Una terza opzione si incentrerebbe sulla introduzione dei cosiddetti coronabonds, che potrebbero essere emessi da un'istituzione o meccanismo Ue già esistente, incluso l'ESM, per raccogliere la liquidità occorrente a combattere la crisi.

La terza ipotesi sembrerebbe suggerita come quella preferibile, parrebbe, al fine di vincere le resistenze che lo stesso FT racconta  esservi nelle "capitali" europee "inclusa Roma", in quanto l'intervento dell'ESM sarebbe considerato "politicamente tossico". Da sottolineare che, sempre a commento delle stesse dichiarazioni di Gentiloni, il FT riporta che da Berlino (immancabilmente), si argomenta di fornire il credito dell'ESM unicamente all'Italia in modo da vincolarla alla sola spesa per il sistema sanitario, imponendo poi, in un secondo momento delle condizionalità per indirizzare l'uso del deficit dopo il termine della crisi.

5.2. Quest'ultima "ispirazione" tedesca, in vicinanza comunque col range di soluzioni rappresentate da Gentiloni, pare, non casualmente, coincidere con la proposta proveniente da un gruppo di economisti, tra cui il tedesco Clemens Fuest, il francese Pisany Ferry e, per l'Italia, di Giavazzi e della Reichlin, e pubblicata su Vox.Eu. Tralasciandone le premesse, il clou della soluzione è in questi termini:
Uno schema possibile sarebbe che una serie di Stati membri - idealmente tutti, per evitare qualsiasi tipo di stigma -, avanzino una richiesta per la Enhanced Conditions Credit Line dell'ESM (ECCL, cioè linea di credito a condizioni rafforzate...di condizionalità). Ciò potrebbe dar loro accesso ai prestiti dell'ESM e aprire la via all'attivazione della Outright Monetary Transactions da parte della BCE (ndr; nella stessa disciplina della OMT "decisa", nel 2012, dalla BCE, ritenuta proprio per ciò legittima dalla stessa Corte di giustizia Ue, l'acquisto di titoli pubblici mirato a un singolo membro dell'eurozona, è ab origine strettamente subordinato alla sottoposizione del "beneficiario" alla rigorosa condizionalità di un programma gestito dal ESFS o, appunto dall'ESM), rafforzando perciò la legittimazione della BCE a controllare gli spread sui rendimenti dei titoli di stato e evitando una crisi del debito autoavverantesi
Ma  l'ECCL è comunque uno strumento specifico concepito per ridurre i rischi di accesso al mercato di uno specifico paese. Può essere concessa per un solo anno, con la possibile proroga fino a un'annualità ulteriore (ndr: 2 proroghe semestrali massime).  
Un'alternativa migliore sarebbe che l'ESM creasse una nuova linea di credito dedicata, la Covid Credit Line, con una lunga durata, condizioni di accesso e condizionalità ex post. Dovrebbe concedere a tutti gli Stati membri (ndr: solo dell'eurozona, cui, va sempre rammentato, che sono sottoposti alla BCE, e hanno concordato sia l'ESM che lo stesso fiscal compact), linee di credito di lungo termine dedicate a finanziare gli sforzi per combattere il Covid
L'allocazione tra i vari Stati dovrebbe essere proporzionata alla severità delle "sfide" sanitarie pubbliche ed economiche incontrate.  La condizionalità dovrebbe risultare minima e consistere nell'impegno degli Stati membri ad essere trasparenti nell'uso della linea di credito, e nel non introdurre nuove spese o nuovi sgravi fiscali a carattere discrezionale che non siano correlati al Covid come pure di impegnarsi a sopprimere gli sforzi fiscali correlati al Covid una volta che la crisi sia terminata (ndr: cioè non introdurre affatto nuove spese o tagli del prelievo, per un periodo protratto fino ad futuro imprecisato, coincidente possibilmente con un "per sempre", quale che sia il livello di recessione e quali che siano le sue conseguenze strutturali nel tempo; in pratica la eufemisticamente "minima" condizionalità iniziale presume che non vi sia "mai più", o comunque per "una durata molto lunga", alcuno spazio per politiche anti-cicliche che non siano strettamente legate alla durata ed alla misura del contrasto all'epidemia; come se, al netto dell'imprevista interferenza di essa, non preesistessero e non tornassero a manifestarsi, aggravate dall'ulteriore perdita di capitale produttivo e di occupazione, le problematiche di crescita, anzi di non crescita, che costituiscono l'ormai ordinaria situazione dell'Italia all'interno dell'eurozona). 
La durata di queste linee di credito dovrebbe essere molto lunga perché gli Stati membri dovrebbero emergere dalla crisi del Covid con un severo indebolimento, e non saranno nella posizione di ripagare con immediatezza. L'alternativa di rimpiazzare le linee di credito dell'ESM con l'emissione di nuovo debito frustrerebbe l'esercizio. In coerenza, i nuovi bond emessi dall'ESM dovrebbero essere a scadenza molto lunga, purché tale da avere un mercato
Questa opzione rappresenta un concreto miglioramento comparativamente all'attuale situazione. L'ESM ha attualmente la capacità di prestito di   €410 miliardi (3.4% del PIL dell'area euro), che può essere accesciuta dal Board of Governors (dell'ESM)
Ciò implicherebbe ancora coordinamento e solidarietà limitati tra gli Stati membri,  poiché ciascuno di essi rimarrebbe l'unico responsabile per il suo debito di fronte all'ESM. Ma una Covid Credit Line aiuterebbe a sostenere lo sforzo degli Stati membri e aiuterebbe a rendere il costo del corrispondente prestito indipendente dalla situazione fiscale individuale (ndr; nel senso che, in assenza di questa linea dedicata, l'ESM potrebbe concedere solo la quantità di credito commisurata alla valutazione della sostenibilità del debito pubblico e della capacità fiscale di restituzione del credito, a prescindere quindi dai volumi finanziari di intervento oggettivamente necessari per tutelare la vita, la salute e l'occupazione dei cittadini). Innalzare il volume dei bond europei (ESM)  risulterebbe altresì stabilizzante per il settore finanziario e amplierebbe la portata per l'azione della BCE.

5.3. Alla proposta in questione, come pure all'idea generale che l'intervento dell'ESM, inevitabilmente mantenuto all'interno delle regole attuali di funzionamento "nell'interesse del creditore", possono muoversi delle decisive obiezioni che sono deducibili da tutto quanto esposto in precedenza in questa stessa sede.
Si prende atto che la proposta, con pragmatica volontà di portare rapidamente l'Italia (soprattutto) dentro alla condizione di debitore dell'ESM, senza doversi far carico delle procedure e delle incertezze e resistenze politiche di un mutamento dell'accordo per renderlo meno "punitivo" per il debitore, - attenuazione che i Berlino, come abbiamo visto, vede come il fumo negli occhi - mette da parte lo schema del previo finanziamento diretto da parte della BCE della provvista che l'ESM dovrebbe prestare (che, come abbiamo visto in precedenza, troverebbe ostacoli giuridici di difficile superamento) e rifluisce sulla (abile) adattabilità, essenzialmente nelle forme, ma non nella sostanza, della disciplina vigente. 
Ma il punto in un certo senso  "curioso" è che si consideri implicitamente  vigente, non la versione del 2012 dell'accordo istitutivo dell'ESM, bensì quella di "riforma" attuale, sulla quale si sarebbe raggiunto un molte volte sbandierato nuovo accordo, ma non la fase di sottoscrizione e tantomeno quella di ratifica parlamentare dei vari aderenti.
Ed infatti, il Covid-bond rientrerebbe nel potere di "scelta degli strumenti" finanziari adottabili dal consiglio dei governatori su proposta del direttore generale (art.13, par.3, infine dell'accordo nella versione "riformata" ma non ancora operativa).
Viene inoltre ribadita, in termini oggettivi e nonostante le proposizioni apparentemente minimizzatrici utilizzate, la sottoposizione alla rigorosa condizionalità prevista, inderogabilmente, già dall'art.136, par.3, TFUE e ritenuta indispensabile, anche dalla Corte di giustizia europea, sia per ogni forma di disciplina concordata sul funzionamento dell'ESM, sia per la successiva attivazione della BCE mediante il programma OMT (che appunto è sempre subordinato all'iniziale imposizione e alla costante osservanza di un "programma" caratterizzato da tali rigorose condizionalità).

5.4. Neppure lo (pseudo)scaglionamento, a parole, delle stesse condizionalità risponde alla sostanza economica e finanziaria della proposta: l'iniziale condizionalità minima,  consistente "nell'impegno degli Stati membri ad essere trasparenti nell'uso della linea di credito, e nel non introdurre nuove spese o nuovi sgravi fiscali a carattere discrezionale che non siano correlati al Covid come pure di impegnarsi a sopprimere gli sforzi fiscali correlati al Covid una volta che la crisi sia terminata", è in realtà pesantissima
Essa muove dall'idea che, appunto, finita l'emergenza e i suoi non meglio precisati effetti economici diretti, il quadro delle regole dell'eurozona, pienamente ripristinato, possa ex se consentire quella crescita che l'Italia non ha mai registrato da quando è nella moneta unica; e questo pur dovendosi sostanzialmente, quantomeno, esplicitamente, "bloccare" l'ammontare della spesa pubblica e della pressione fiscale, per tutto il periodo di durata del credito, al livello esistente prima dell'irrompere dell'emergenza sanitaria. 
E ciò vale al punto che gli "sforzi aggiuntivi" - attenzione: quand'anche non finanziati a seguito della provvista prestata dall'ESM! -, dovranno essere riassorbiti, sì da implicare che, fin da ora, nessuna misura strutturale di potenziamento del sistema sanitario pubblico, o di sgravio fiscale a famiglie e imprese, risulterà essere stata adottabile se non procedendo, poi, alla corrispondente riduzione di altre voci di spesa pubblica (ad es; quelle sulla funzionalità delle forze dell'ordine, o quelle di concessione di aiuti di Stato de minimis, col tetto innalzato dal temporary framework, per fermarsi solo a quelle emergenziali in senso stretto, e senza allargare il campo a qualsiasi altra linea di spesa obligatoria rientrante nell'attuale bilancio pubblico) ovvero all'innalzamento intensificato della pressione fiscale
https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2020/03/23/statement-of-eu-ministers-of-finance-on-the-stability-and-growth-pact-in-light-of-the-covid-19-crisis/

5.5. In soldoni, pare una pistola alla tempia, messa a una comunità sociale gravemente ferita da lutti e recessione, per ridurre il welfare pensionistico e assistenziale ed aumentare la pressione tributaria, secondo le consuete linee già derivanti dalle raccomandazioni della Commissione, che rimangono pendenti e pronte a riprendere vigore, cioè di aumento della imposizione sui patrimoni e della tassazione indiretta.
E queste, appena tratteggiate nelle linee essenzialissime, sono solo le conseguenze inevitabili della iniziale "condizionalità minima" (secondo una versione comunicativa cosmetica, perché, sul piano della legittimità del diritto europeo, questa può essere soltanto "rigorosa").

5.6. Ma a tutto questo quadro intuibile, che risulterebbe già di per sè un ostacolo insormontabile alla ripresa in Italia, si aggiungono: 
a) l'aggravamento, certo e non eludibile, della situazione fiscale della Repubblica italiana, poiché il credito comunque erogato dall'ESM, sia pure in ipotizzati 40 anni, va comunque restituito non solo per gli interessi, - che si accumuleranno negli anni e potranno essere unilateralmente inaspriti dal creditore ESM (Grecia docet), alle inevitabili scadenze di restituzione, in funzione della situazione fiscale ed economica del Paese, che non potrà certo risultare florida in concomitanza con dosi massiccie di austerità (espansiva) comunque scaturenti dalle iniziali condizioni del credito -, ma anche per la sorte capitale;

b) il subentrare della "condizionalità ex post", che seguirà inevitabilmente, allorché la capacità di restituzione di interessi e capitale prestati, sarà messa in pericolo dall'impedimento alla crescita costituito dall'aggravata situazione debitoria dello Stato, vincolato comunque a riprendere il percorso verso il pareggio strutturale di bilancio; ciò aprirebbe inevitabilmente la via, tramite i vari futuri e scontati "memorandum", cioè i protocolli di  intesa, alla totale attivazione della garanzia patrimoniale diretta del creditore fornito dall'interezza dei beni patrimoniali pubblici, e dalla garanzia indiretta fornita dai patrimoni e dai redditi dei privati; indiretta, ma facilmente escutibile per via di misure legislative di prelievo (in ogni forma) imposte dalla legislazione nazionale, commissariata dalle imposizioni dei vari protocolli di intesa.


5.7. Questo è il quadro delle prospettive che potrebbero essere deliberate entro la settimana che va dal 23 al 27 marzo in sede europea: la vera speranza è che una nuova consapevolezza, condivisa da tutte le forze parlamentari, le guidi a non accettare di compromettere, per via di imposizione di accordi giugulatori, e per ulteriori generazioni, la crescita, il benessere e la stessa democrazia
Si spera che tutte le forze politiche abbiano la chiarezza di idee per capire che, una volta sottoposti al programma ESM, sarebbe sostanzialmente, e per intero, inutile votare per l'uno o l'altro programma di ciascun partito politico; e la campagna elettorale sarebbe ridotta, se pure ci lasceranno in futuro ancora votare, a un costante referendum contro l'Ue. Ignorabile, tra l'altro, come è accaduto in Grecia nell'estate del 2015, segno estremo di un vincolo esterno che ha trasceso ogni ragionevole giustificazione costituzionale e in generale democratica.
Nonostante l'ostinata cecità di chi, trovandosi in posizione decisionale, non scorge gli eventi esiziali, pregressi e in avvicinamento, che rischiano di travolgere l'intero popolo italiano.