venerdì 15 luglio 2016

L'EQUALIZZAZIONE, LA GUERRA CIVILE PERMANENTE E L'ISRAELIZZAZIONE €UROPEA


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immagine tratta da: http://popoffquotidiano.it/2015/11/17/lemergenza-si-fa-regola-arriva-lo-stato-deccezione-permanente/

1. L'autore della strage di Nizza era di origine tunisina ma con documenti di cittadinanza francese; aveva alle spalle una storia di piccoli reati (di violenza).
Riferita alla situazione francese, che è quella che nell'Occidente europeo si presenta come la più caratterizzata dal terrorismo, si conferma quanto si era più volte evidenziato, parlando dell'evidente stortura di una "guerra con l'Islam". Bazaar ha ripetutamente analizzato questo aspetto in termini di conflitto sociale, e quindi distributivo, in un'economia dominata dal mercato globalizzato, parlando di "menti elementari", cioè quelle che reagiscono in automatico-acritico allo spin mediatico indotto dagli stessi che sostengono il mercatismo mondialista.

2. Nell'illustrare come manchino le condizioni più basilari per poter parlare del "siamo in guerra con l'Islam", - salvo quanto si può aggiungere sulla questione "saudita" (e occorrerà tornarci)- si era evidenziato un aspetto così evidente che, infatti, in Italia, è del tutto trascurato:
"Se i terroristi che agiscono in Francia sono essenzialmente di cittadinanza francese, si ha l'evidente conferma che si tratti di un problema di pubblica sicurezza: e non si dica che possono esistere rilevanti aspetti di connessione con territori e organizzazioni non francesi, quanto a addestramento e supporto logistico di questi terroristi, perchè ogni forma di terrorismo, come ci insegna la stagione italiana delle Brigate rosse, è costantemente sospettata di questi aspetti (mai ben chiariti...), cioè di strumentalizzazione di cittadini di uno Stato da parte di entità straniere per destabilizzare questo stesso Stato. 
Rimane il fatto che l'eventuale violazione del principio di non ingerenza commessa in questo modo, esige l'accertamento univoco e obiettivo (cioè delle prove esposte alla opinione pubblica in modo trasparente e credibile), della responsabilità di un preciso Stato che finanzi l'addestramento e l'armamento dei terroristi, identificandone pure l'indispensabile movente strategico (cioè quale "movente" e quale obiettivo persegua lo Stato che si ingerisce, promuovendo il terrorismo mediante cittadini di un altro Stato che agiscono sul territorio di quest'ultimo).
Ma il fatto che cittadini di uno Stato prendano le armi in preda a furia omicida nei confronti di propri connazionali, è certamente ed evidentemente un problema di ordine pubblico (v.qui al punto 11.3): e, attenzione, lo sarebbe anche se i terroristi non fossero cittadini dello Stato "colpito", laddove, come abbiamo visto, non si abbia la prova, ma nemmeno l'ipotesi, che il "diverso" Stato alla cui nazionalità appartengono i terroristi  sia coinvolto con azioni attribuibili alla chiara responsabilità del suo governo. 
Ad esempio, dopo l'11 settembre, infatti, pur essendo Bin Laden un cittadino saudita nessuno propose il bombardamento dell'Arabia Saudita.
Sta di fatto che non si può ignorare che i cittadini francesi (o belgi) accusati allo stato di essere autori delle stragi sono immigrati (presumibilmente di seconda generazione) di origine mediorientale o nordafricana, cioè provenienti da territori a religione islamica prevalente e, ovviamente, dichiaratamente musulmani "integralisti".
E' allora ragionevole domandarsi come e perchè questo tipo di immigrazione si converta in un problema di sicurezza pubblica di tale gravità, e, ancor più perchè  lo diventi ORA, in questi anni, trattandosi di seconde o terze generazioni, laddove la presenza di Maghrebini o mediorientali, provenienti da territori ex coloniali, non è certo una novità in Europa e certamente non in Francia. 
Dunque perchè "ora", viene generato un problema così devastante?
La risposta più logica ha a che vedere con l'accumulo di rabbia, proprio perchè assistiamo a un tale livello di cieca violenza. E tale rabbia a livello sociale ha spiegazioni non troppo difficili da fornire, usando un po' di buon senso (punto 11) guardando alle condizioni attuali de:

"...gli immigrati in Occidente, scacciati dalla loro terra per gli effetti di impoverimento permanente determinato dalle ex e post colonizzazioni, imposte dagli spietati "mercati". 
Siano essi di prima o di seconda generazione, questi immigrati non soffrono "soltanto" della mancata integrazione determinata da omissione o fallimento di presunte politiche sociali e culturali (ovviamente cosmetiche), quanto della impossibilità strutturale di un'integrazione che deriva da impostazioni di politica economica rigide e insensate, incentrante sull'idea della deflazione, della competitività e della connessa riduzione dello Stato sociale.
Tutti insieme, immigrati e strati crescenti della stessa popolazione autoctona dei paesi occidentali, soffrono di impoverimento e della arrogante imposizione della "durezza" del vivere da parte di una governance che vive nel più sfacciato privilegio della rendita economica (anche in Italia).  Gli immigrati, specie della seconda generazione, finiscono per sbattere contro il muro della fine della mobilità sociale imposta dal paradigma neo-liberista (in particolare quello adottato dall'UE):  quando si accorgono di essere destinati a un irredimibile destino di lavoratori-merce, che si aggiunge alla continua tensione razziale e culturale con gli strati più poveri della popolazione del paese "ospitante", sono nella condizione "ideale" per abbracciare l'Islam integralista.   L'adesione restituisce loro dignità, identità e una risposta alle frustrazioni della tensione con gli "impoveriti" del paese ospitante.  
Questa tensione è tanto più acuìta quanto più questi ultimi, gli "autoctoni", sono essi stessi assorbiti nella voragine del lavoro-merce. Come esito di tale processo ormai ultraventennale, gli immigrati sono posti, pur essendo (teoricamente) in condizioni materiali diverse da quelle dei disperati concittadini (o ex tali) delle terre di orgine, nella stessa attitudine di rabbia e disperazione dei diseredati dei paesi più impoveriti del mondo."
3. Riallacciando queste osservazioni al discorso relativo ai fatti di Dacca e alla ridicola osservazione che, in quel caso, gli attentatori sarebbero stati di "buona famiglia e di istruzione superiore", basti ribadire quanto di recente osservato complessivamente in questo post e in questa ulteriore osservazione: 
"Più ancora, c'è un punto che pare sfuggire totalmente: non è che i terroristi sono proletari oppressi che fanno una confusa lotta di classe. Tutt'altro.
Il terrorismo nasce da due ingredienti: l'islam e le sue strutture sociali feudali, maschiliste e comunitarie, e il forte impatto con la superiorità tecnologica e sessual-edonistica dell'occidente, ridivenuto neo-liberista e, perciò, liberoscambista e neo-colonialista. Cioè fortemente anti-Stato sociale: come ben sapeva Nasser; v.qui pp. 3 e 4.

I terroristi, a livello "esecutivo", sono piuttosto persone dal profilo psicologico destabilizzato e condizionabile, facilmente reperibili laddove il modello sociale neo-liberista occidentalizzato si imponga brutalmente a suon di condizionalità, creando frustrazioni e vari complessi di "rifiuto" (si rifiuta per non essere rifiutati): e ciò sia se tale modello sia esportato (caso del Bangladesh, come dei paesi della primavera araba), sia se sia "da importazione", cioè imposto ai migranti di massa ghettizzati in terra straniera.

A livello ideativo e finanziario, il vertice del terrorismo è invece ben consapevole di questi meccanismi identitari e di frustrazione e li sfrutta abilmente, sapendo che è proprio il sistema occidentale inteso in senso cosmetico (cioè ridotto cialtronamente a questioni sessuali e di costume familiare) ad alimentare la base di reclutamento degli psicotici manipolabili.

Più ancora, il post voleva evidenziare perché:
a) dopo anni di applicazione delle "cure" FMI e WB del Washington Consensus, in un paese a maggioranza musulmana, il comune sentire sociale non produca una forte resistenza all'azione dei terroristi islamici, visti comunque come capaci di una qualche forma di riscatto, quand'anche non condiviso sotto il profilo del'estremismo identitario;
b) i governi non hanno interesse, in termini di consenso, in una situazione di tensione sociale prodotta dalla "modernizzazione" globale (liberista), e neppure sufficienti risorse finanziarie, per condurre con convinzione un'azione repressiva di tale terrorismo: sanno che, sul piano militare, le forze estere che lo finanziano, fanno reclutamento e addestramento, e lo armano, sono ben protette (dallo stesso occidente), mentre, d'altra parte, gli stessi governi, astretti dai vari modi delle "condizionalità" fiscali, non sono in grado di mutare l'assetto sociale che produce il substrato ideale per il reclutamento
4. Questo aspetto sistemico di rifiuto e di rabbia, - sia da parte di immigrati sottoposti contemporaneamente alla fine della mobilità sociale ed alla tensione cultural-razziale con gli strati sociali impoveriti "autoctoni", sia da parte di coloro che, segnatamente nei paesi islamici, vedono alterate dalla globalizzazione le condizioni minime di sviluppo e solidarietà sociali, nella loro stessa terra-, trova conferma in quanto esprime la stessa analisi critica francese, esprimendosi a caldo sulla strage di ieri:
La Francia, invece, sembra l’epicentro di una crisi multipla, politica ed economica. E sul piano sociale fatica a integrare gli immigrati. Tutto ciò la rende più vulnerabile?
«Certo, è così. Si sommano diverse componenti. L’arrivo massiccio di profughi, la crescita economica bloccata e l’alto tasso di disoccupazione. Ma c’è un numero chiave: circa l’8% della popolazione non si sente francese, non si riconosce nello Stato. E queste persone non sono rifugiati appena sbarcati. Sono figli di immigrati, giovani di seconda o terza generazione. E’ la percentuale più alta tra i Paesi europei. Dalla Francia sono partiti tanti foreign fighter verso l’Iraq e la Siria».
Messa così il governo di Parigi non sembra avere molti margini. Proprio ieri il presidente François Hollande aveva annunciato la revoca delle misure di emergenza…
«Il governo può rafforzare di nuovo le misure anti-terrorismo o i controlli alla frontiera. Ma questo non contribuirà a risolvere la questione di fondo, offrendo una possibilità ai giovani francesi, figli di immigrati, che oggi non si sentono accettati dal Paese. Quindi, se vogliamo andare in profondità, a questo punto per la Francia vedo solo due opzioni.
O si apre con decisione o si blinda. Prima strada: intensificare al massimo l’opera di integrazione dei giovani che oggi si sentono esclusi. Vuol dire massicci investimenti nell’educazione, in programmi di deradicalizzazione mirati, in posti di lavoro. Oppure la Francia può scegliere di diventare come Israele: sottoporre a stretta sorveglianza i soggetti considerati un potenziale pericolo per lo Stato».
Quale delle due opzioni sta guadagnando spazio politico e psicologico nell’opinione pubblica francese?
«Mi piacerebbe fosse la prima opzione, quella dell’integrazione, ma vedo invece avanzare la seconda».
5. E, se avanza la seconda, come risulta irresistibilmente probabile, anzi "vincolato" dalla rigida struttura fiscale della moneta unica, dato il divieto imprescindibile di fare quei "massicci investimenti nell'educazione e in posti di lavoro", la logica della "accoglienza" indiscriminata (ormai understated in modo strisciante), verrà contraddittoriamente mantenuta proprio per produrre i presupposti :
a) di un mercato del lavoro e di un sistema sociale "equalizzati" rispetto ai paesi di provenienza, considerato indispensabile per la competitività mercantile del sistema che adotta la moneta unica;
b) per un continuo riprodursi, - nel tempo del consolidarsi generazionale di questa presenza di immigrati accompagnata da assenza di mobilità sociale e scontato scontro con gli strati più poveri delle popolazioni locali-,  di nuove leve di giovani esasperati da rifiuto e emarginazione economico-sociale, che determinino, in un calcolo cinico, proprio quei problemi di sicurezza pubblica che, divengono una sorta di guerra civile permanente. ADDENDUM: una guerra civile che cristallizzi, al più alto livello di efficacia, il sub-conflitto sezionale che consente la stabile realizzazione del progetto delle elites globalizzatrici (come ben focalizza Rodrik, p.4: Inoltre, le elites possono ben preferire - e ne hanno l'attitudine- di dividere e comandare...giocando a porre un segmento di non elite contro l'altro);
c) per portare a livello di stabilità istituzionalizzata lo stato di eccezione che consegue a tale guerra civile permanente, in modo che, analogamente a quanto avvenne in Italia ai tempi della strategia della tensione, sia resa incontestabile la prosecuzione delle politiche economico-sociale attuali; l'idea della "israelizzazione" delle ex-democrazie sociali sottintende di raccogliere il consenso intorno a una "Autorità" salvifica e "protettiva", che possa rivendicare la sua legittimazione in termini polizieschi e di militarizzazione, anche esterna e in funzione di spesa "keynesiana", di ogni residua funzione dello Stato. O del super-Stato €uropeo...



37 commenti:

  1. Chi li manovra conta proprio sulla reazione di chi penserà: "sono giustificati dalla rabbia, sono proletari sfruttati come noi, non facciamo guerre tra poveri". E' il blocco del "il nemico non può essere uno come me, uguale a me". Errore fatale da egualitarismo che negandola, non riconosce la non reciprocità dell'amore tra proletariati mondiali.
    Non saremo inoltre un po' condizionati anche dalla paura di dover un giorno dar ragione a Israele?

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    1. Stai parlando di cose divere. Il post non implica alcuna delle cose che dici in premessa: ma capisco che, fisicamente, la sua lettura compresi i links) per te è un'impresa ardua.
      Basti dire che viene affermato che il contraccolpo etnico-religioso di una già operante conflittualità tra fasce sociali impoverite e immigrati islamici,- anche di seconda e terza generazione (parliamo dei paesi come la Francia che conservano e cercano di amplificare le sfere di influenza ex-coloniale)-, è considerato un meccanismo/costo scontato nel calcolo e sfruttabile utilmente.
      Quantomeno, non si rinuncia nè a proseguire nello smantellamento dello Stato sociale pluriclasse (cioè nellunico modo in cui si potrebbe depotenziare un "certo" limitato livello di tensione islamista, come appunto, fecero Nasser e i partiti baatisti), nè all'accoglienza degli islamici.

      Lo dice lo stesso politologo francese, in termini esatti con quanto qui sostenuto: evidentemente si crede cioè, da parte delle elites, che in qualche modo il processo sia controllabile (pagano i passanti, la gente comune: per i neo-liberisti, umanità del tutto superflua), e anzi integrabile nell'intera strategia mondialista.

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    2. Sicuro però che neoliberismo ed elites siano monoblocchi e non abbiano conflitti al loro interno? Chi è anche marginalmente addentro a quegli ambienti sostiene che il NWO non ci sarà perché si elimineranno prima l'un l'altro per faida.

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    3. Mah ragione a Israele proprio non possiamo darla. Nel senso che, se alcuni dei paesi Europei possono dirsi relativamente innocenti rispetto ai disastri all'origine dei flussi migratori verso il loro interno, la creazione stessa dello stato di Israele è la causa dei loro problemi. Insomma parliamoci chiaro la creazione dello stato di Israele è essenzialmente un atto coloniale del mondo occidentale, che tra l'altro si è accompagnata a una discreta dose di pulizia etnica. Per loro l'integrazione non è un opzione perché il loro obiettivo (anche dichiarato) è "liberare" il loro Stato.
      Peccato che il loro Stato sia usurpato. E di certo non possiamo pensare che gli Arabi non reagiscano in qualche modo. Di questo Israele è consapevole. Sa bene che un raffreddamento delle ostilità potrebbe passare solo attraverso una restituzione dei territori occupati indebitamente.
      Direzione diametralmente opposta ai loro obiettivi strategici, quindi consapevolmente si attrezzato per uno stato di guerra permanente.

      In Europa fortunatamente non siamo in una situazione paragonabile

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    4. Ma sì, la logica di diritto internazionale delle "riparazioni" avrebbe imposto che, se uno Stato israeliano avesse dovuto esserci, a millenni di distanza dalla guerra di Tito, e considerati i luoghi e gli autori dell'Olocausto, questo dovesse essere "ricavato" dal territorio tedesco (e, probabilmente, non solo, in Europa centrale).

      Ma la rivendicazione sionista, come tutte le distopie intransigenti, si realizza attraverso una dettagliata strategia, divenuta, poi, molto ben finanziata.

      Quanto ai dissidi entro il mondialismo, ci aiuta molto poco sapere che, - a livello rigorosamente secondario e terziario nella catena di comando-, esistano delle divaricazioni di vedute.

      Lenin e Luxemburg avevano ben chiarito come tra oligarchie interstatali, la solidarietà sovranazionale è agevolmente raggiungibile in nome della lotta di classe (che ESSI prediligono come prassi politica "naturalistica"); ma poi, quando si tratta di spartire controllo del "cda" e gli utili, valgono solo i rapporti di forza.
      Che poi sorosiani (e apparatnik di sussidiarie ONG&think-tank), da un lato, e hayekiani (con sottospecie dissidente rothbardiana), dall'altro, siano in contrasto, nel portare con zelo risultati al vertice a cui rispondono, è risaputo.
      Tanto gli a.d. delle multinazionale oil&finance sono alquanto pragmatici e multilevel nello scegliere le soluzioni politiche praticabili nel "momento".

      ESSI non credono di realizzare veramente il governo mondiale, peraltro: gli basta lo schema delle città globali autonome della Sassen e il dissolvimento degli Stati sovrani democratici.

      Governare il caos e il vuoto, prezzando le istituzioni in evoluzione eterodiretta (da loro), è molto meno impegnativo e "responsabilizzante", dell'assumere formalmente il ruolo di autorità mondiale (v. post sui "l'effetto pretoriani")...

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    5. Ma guarda. Da un pezzo dico scherzando che bisognerebbe dargli la Baviera la Carinzia e la Lombardia, più qualcosa nei Balcani e in Giappone...

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    6. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    7. Non capisco molto bene il senso di questo commento. Per colonizzazione intendo l'installazione in Palestina di un gruppo etnico sostanzialmente allogeno e la rimozione forzata/marginalizzazione degli abitanti arabi (a volte anche ebrei/arabi) della zona.
      Su questo direi che ci sono pochi dubbi.

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    8. Se hai pochi dubbi va bene così.
      Anzi, cancello il commento.

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  2. Ciao 48, sempre sul pezzo. Post davvero lucidissimo che condivido in toto. Vorrei davvero che tutti gli xenofobi che ora si trastullano fra ruspe, invasioni e guerre sante avessero gli strumenti culturali per capirlo. Un abbraccio a te e Sofia! :)

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    2. Un abbraccio a te, Mattia.
      Non che un problema Islam non esista, tra i numerosi effetti di un'unica causa di sistema. Ma domandarsi perché insorga solo ora, vale a dire da pochi decenni che, non casualmente, coincidono con la restaurazione neo-liberista e internazionalista, mi parrebbe il minimo (dell'uso della ragion critica).

      L'attitudine alla radicalizzazione arcaicistica di un'identità religiosa è direttamente proporzionale all'alienazione alla quale qualsiasi comunità sociale viene sottoposta con la forza (che siano cannoniere, portaerei o vincoli finanziari, o tutte queste cose insieme, il meccanismo non cambia).

      E pensare, ad esempio, che i bengalesi producevano le avanguardie rivoluzionarie marxiste asiatiche del XX secolo: e poi avrebbero prodotto il fenomeno terroristico tipo-Isis così, all'improvviso, perché sono musulmani e quindi arcaici, tribali e medievali?
      Ci sono dei salti logici, in tutto questo fare antropologia (pop, alla Fallaci), che potrebbero pure essere il bagaglio di una cultura media impigrita (occidentale e...pop), ma che, di fronte all'insieme dei problemi che fronteggiamo oggi, tragicamente, risultano un peso inutile e dannoso...

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  3. In un momento così drammatico, avvolto da una nauseante retorica e da un pietismo mediatico di facciata, mi permetto di riportare stralci di un discorso fatto in tempi non sospetti (e durato una vita intera) che nessun politico oggi mai farà:
    “Per evitare qualsiasi equivoco, premetto subito che il mio giudizio di condanna sull’attentato compiuto … è totale ed incondizionato. D’altra parte non sarei un marxista se credessi in metodi di lotta che il marxismo ha sempre rigorosamente condannato, e la cui condanna ha contribuito circa un secolo fa a dividere definitivamente i marxisti dagli anarchici. Ma se si trattasse soltanto di pronunciare un giudizio di condanna o di approvazione, potrei terminare qui il mio intervento, mentre mi sembra che quello che può interessare il pubblico di oggi - un pubblico abituato a leggere ogni giorno sui giornali la cronaca di nuovi e sempre più gravi atti di violenza - è in primo luogo distinguere fra le diverse forme di violenza e in secondo luogo RISALIRE IL PIÙ POSSIBILE A MONTE, ALLE CAUSE DEGLI ATTENTATI, PER VEDERE SE È POSSIBILE RIMUOVERE QUESTE CAUSE, CHE SONO CERTAMENTE COMPLESSE…Perché sarebbe certamente ingiusto - almeno dal punto di vista politico e più ancora da quello storico - condannare un atto e non occuparsi minimamente delle cause che l’hanno generato. Queste cause mi sembrano di due specie e chiaramente determinabili. In primo luogo, il ruolo crescente che la violenza ha esercitato negli ultimi decenni nella politica interna e internazionale degli stati cosiddetti “civili”. Il fascismo e il nazismo fra le due guerre poterono essere giudicati fenomeni isolati spiegabili con cause specifiche, ma nel corso del secondo dopoguerra, nonostante la carta dell’ONU, la violenza, l’arbitrio, il diritto del più forte sono diventati quasi ovunque la regola...Non dimentichiamo che nella maggior parte dei casi gli attentatori sono giovani … a cui è stato tolto tutto…ed è stata lasciata solo la disperazione. La quale è certamente una cattiva consigliera e può spingere a compiere gesti inconsulti che… come chi scrive queste righe… deve risolutamente condannare. Il mio richiamo ha soltanto un significato: … se vogliamo evitare per l’avvenire il ripetersi di gesti disperati e inconsulti, che seminano la morte fra tanti innocenti, NON BASTA CONDANNARE GLI AUTORI DELL’ATTENTATO CHE È GENTE CHE SI È GIÀ VOTATA ALLA MORTE PERCHÉ PREFERISCE MORIRE CHE VIVERE IN CATTIVITÀ, MA BISOGNA ELIMINARE LE CAUSE…” [L. BASSO, Un terrorismo senza ragione, Corriere della sera, 21 dicembre 1973]. (segue)

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  4. Ed allora cerchiamo di comprendere: “…io vorrei affrontare il problema più a monte per cercare di capirlo. Guai se immaginassimo il terrorismo come il frutto di pochi cervelli malati o traviati che si tratta di eliminare, senza renderci conto che la causa prima risiede nella stessa società. Il terrorismo è stato quasi sempre una risposta - e quasi sempre…una risposta a mio giudizio sbagliata e riprovevole - a una società repressiva. Uso quest'aggettivo non soltanto con riferimento alla repressione politica, ma soprattutto alla repressione sociale. La società capitalistica è di sua natura una società repressiva, in cui gli uomini son costretti a subire norme di vita sotto la pressione non soltanto di quella che Marx chiamava la “silenziosa coazione delle leggi economiche”, ma come abbiamo dimostrato nella nostra recente Conferenza di Algeri, sotto la pressione dei modelli culturali imposti con ogni mezzo fin dalla più tenera età. E' UNA SOCIETÀ IN CUI GLI UOMINI - MILIARDI DI UOMINI - VENGONO SACRIFICATI ALLE ESIGENZE DELLA PRODUZIONE, DI UNA PRODUZIONE SEMPRE CRESCENTE, E - CIÒ CHE È VERAMENTE ABERRANTE - NON PER ASSICURARE LA SODDISFAZIONE DEI BISOGNI COLLETTIVI MA PER INCREMENTARE IL PROFITTO PRIVATO, SOPRATTUTTO DELLE GRANDI SOCIETÀ PADRONE DEL NOSTRO DESTINO. L'ho già ricordato altra volta: le leggi della produzione sono ferree ed esigono che tutti i meccanismi sociali siano bene oliati e funzionanti. I modelli di vita e di cultura imposti da questa società rispondono a questo scopo. Le giovani generazioni, lo abbiamo visto, resistono e si ribellano, ma - almeno fino a che non avranno imparato a battersi per soluzioni veramente alternative - finiscono a poco a poco col cedere e con l'integrarsi nella società. E, in generale, quando sono integrati diventano benpensanti: hanno sacrificato la libertà, la personalità, e vogliono almeno aver conquistato la tranquillità. Ma se la società non riesce a trovare valvole di sfogo per le generazioni sempre più insofferenti che rapidamente si susseguono…la risposta sarà sempre più tragica... quanto più le esigenze della produzione richiedono una macchina sociale perfetta (la formierte Gesellschaft del cancelliere Erhard…), tanto meno lo stato si autolimita e tanto più sopprime libertà... E a fianco della macchina statale di repressione funziona quella sociale di emarginazione, che mette al bando anche i maggiori intellettuali se pretendono di difendere la libertà. E' QUESTO IL TERRENO DI CULTURA DA CUI NASCE IL TERRORISMO, IL QUALE A SUA VOLTA ALIMENTA LA REPRESSIONE. E' UNA SPIRALE DI VIOLENZA CHE VA AFFRONTATA IN RADICE…” [L. BASSO, Terrorismo e repressione, il Messaggero, 25 ottobre 1977]. (segue)

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  5. Già, perché “… contrariamente a quel che insegnavano gli economisti classici, il rapporto capitalistico di scambio non é un rapporto fra eguali per uno scambio di equivalenti, ma È UN RAPPORTO DOVE IL CONTRAENTE PIÙ FORTE DOMINA IL CONTRAENTE PIÙ DEBOLE (IL DATORE DI LAVORO DOMINA IL LAVORATORE, IL PAESE CAPITALISTICAMENTE PIÙ AVANZATO DOMINA IL PAESE ARRETRATO, E VIA DISCORRENDO). Ne consegue - come ha dimostrato lampantemente l’economista svedese Gunnar Myrdal e con lui, si potrebbe dire, tutta l’economia moderna - CHE È UN SISTEMA FATTO APPOSTA PER ACCRESCERE LE DISTANZE, PER DISTRUGGERE OGNI POSSIBILITÀ DI EGUAGLIANZA E QUINDI PER PROVOCARE UNA SERIE DI TENSIONI. L’accesso all’indipendenza di decine e decine di Paesi nuovi in questo dopoguerra, che oggi hanno diritto di voto uguale nei consessi internazionali a cominciare dall’assemblea dell’ONU, ha messo in crisi il tipo di rapporto preesistente e ha reso necessario trovare un nuovo sistema di rapporti internazionali rispettoso DELL’INDIPENDENZA EFFETTIVA DI PAESI CHE NON VOGLIONO PIÙ SUBIRE, NEPPURE IN FORMA MASCHERATA, LA CONDIZIONE COLONIALE O SEMI-COLONIALE O NEOCOLONIALE. E inoltre un sistema di rapporti che non solo non tenda ad accrescere le disuguaglianze, ma favorisca, nella misura del possibile, anche lo sviluppo dei Paesi sottosviluppati [L. BASSO, Si discuterà l’avvenire di 2 miliardi di uomini, Il Giorno, 15 agosto 1976].
    Proprio in queste condizioni, lo schizoide di turno può trovare più facilmente un terreno fertile per il compimento di atti orribili:
    “…la violenza è in aumento in tutti i Paesi occidentali ed è molto maggiore nei Paesi industrialmente più avanzati dell’Italia, come gli Stati Uniti. Inoltre sappiamo che in tutti i periodi di crisi (e non c’è dubbio che il mondo occidentale sta attraversando non solo una crisi economica, ma una crisi di valori socio-culturali) la violenza è in aumento, PERCHÈ SI ROMPE UN CERTO TIPO DI EQUILIBRIO PRIMA CHE NE SIA COSTITUITO UN ALTRO, EQUILIBRIO FRA L’UOMO E L’AMBIENTE, FRA L’UOMO E LA SOCIETÀ, e questa rottura toglie all’individuo molti punti d’appoggio del vecchio ambiente, sacrifica la sua vita sociale e lo sottrae ad ogni forma di controllo storico-sociale tradizionale, esponendolo solo e indifeso a nuovi modi di vita che non possono non scatenare istinti innati di aggressività che sono normalmente frenati dall’armonia con l’ambiente in cui vive. Questo fenomeno è accaduto in Italia a milioni di uomini che sono stati sradicati dal loro ambiente e scaraventati a vivere in baracche, ai margini della vita sociale, spesso senza lavoro, senza pane, e quasi sempre senza scuole, ospedali, abitazioni e mezzi di trasporto decenti. In tutti questi casi la violenza, anche quella comune, HA UNA PROFONDA RADICE SOCIALE E QUINDI IN UN CERTO SENSO POLITICA …Questo diventa ancor più agevole oggi, in una società che ha PER MOTORE IL PROFITTO E PER INSEGNA IL GUADAGNO, IL SUCCESSO, IL POTERE: l’estorsione di miliardi a miliardari che non pagano tasse può essere facilmente presentata come un modo di redistribuzione del reddito. Allo stesso modo il giovane politico rivoluzionario che vuole sul serio l’emancipazione sociale segue in tutta buona fede un processo convergente con quello del criminale e cioè ricorre all’aggressione…per combattere una società oppressiva. E naturalmente questo rende qualche volta incerti e labili i confini tra la violenza politica e quella comune. (segue)

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    1. Il solito inarrivabile Basso: cita Gunnar Myrdal, socialdemocratico keynesiano, all'epoca da poco umiliato dopo aver ricevuto il Nobel insieme al noto sociopatico pinochettiano Hayek.

      Poco prima, il grande economista svedese aveva, appunto, pubblicato un'opera in tre volumi sulle cause della miseria di ciò che allora veniva ipocritamente chiamato "mondo sottosviluppato": « Asian Drama - An inquiry into the Poverty of the Nations ».

      Non mi meraviglia che Basso lo citi, essendo in quegli anni impegnato nel Tribunale Russell, ad indagare la stretta relazione tra l'imperialismo della guerra del Vietnam e il neocolonialismo delle "multinazionali" che lo portò, nel 1976, a realizzare la Carta di Algeri.

      Come umilmente afferma invitato dai Federalisti Europei, egli non non sa nulla di "federalismo", semplicemente ama il risultato di quelle profonde aspirazioni che fenomenologicamente si manifestano da subito come Utopie.

      Non era ancora cosciente di quanto fosse Fogno l'utopia kantiana di quel movimento anch'esso finanziato dalla CIA.

      Ironia della sorte che, proprio colui che portò in Italia gli scritti della Luxemburg, non conoscesse il suo scritto sulla relazione tra utopia, federalismo europeo ed imperialismo del 1911; ma se fosse sopravvissuto ancora qualche anno, avrebbe potuto comprendere nel profondo i motivi strutturali per cui il federalismo interstatale sarebbe inevitabilmente stato uno strumento di oppressione delle classi subalterne.

      Infatti fu Myrdal a fornire lo strumento concettuale a Kaldor per chiarire l'inevitabilità strutturalmente imperialistica del federalismo e delle grandi aree di libero scambio in genere: quel processo di "causazione circolare e cumulativa" dovuta ai "vantaggi comparati" con cui le aree a maggior inflazione si deindustrializzano e si impoveriscono in favore del "centro", a cui cedono pure la meglio gioventù. Quella deportata a fini schiavili e chiamata Emigrante.

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    2. Mentre Orwell già nell'aprile del 1946 analizzava gli effetti culturali - segnatamente sulla lingua, che è il mezzo di produzione e il veicolo di trasmissione del pensiero critico - di quel processo di "causazione circolare e cumulativa": « Now, it is clear that the decline of a language must ultimately have political and economic causes: it is not due simply to the bad influence of this or that individual writer. But an effect can become a cause, reinforcing the original cause and producing the same effect in an intensified form, and so on indefinitely. A man may take to drink because he feels himself to be a failure, and then fail all the more completely because he drinks. It is rather the same thing that is happening to the English language. It becomes ugly and inaccurate because our thoughts are foolish, but the slovenliness of our language makes it easier for us to have foolish thoughts. The point is that the process is reversible. Modern English, especially written English, is full of bad habits which spread by imitation and which can be avoided if one is willing to take the necessary trouble. If one gets rid of these habits one can think more clearly, and to think clearly is a necessary first step toward political regeneration: so that the fight against bad English is not frivolous and is not the exclusive concern of professional writers ». [tratto da Politics and the English Language]

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  6. … il solo vero antidoto contro la violenza politica è la democrazia, MA UNA DEMOCRAZIA AUTENTICA COME QUELLA PREVISTA DAL 2° COMMA DELL’ARTICOLO 3 DELLA NOSTRA COSTITUZIONE, che fa obbligo alla repubblica di eliminare le disuguaglianze economiche e sociali che impediscono ai lavoratori la piena partecipazione alla vita pubblica. Bisogna finalmente persuadersi che la coscienza morale degli uomini d’oggi non tollera più la disuguaglianza e il privilegio, e che non si potrà mai sopprimere la violenza politica (e ancor meno, è chiaro, quella comune) finché vivremo in una società che queste disuguaglianze e questi privilegi ostenta nel modo più sfacciato e dove la TV ne porta l’immagine in ogni casa, in una società dove gli scandali degli altolocati sono sistematicamente soffocati, dove i giudici infliggono tranquillamente magari tre anni di carcere a un ladruncolo, ma si affrettano a mandare all’ospedale il generale o l’industriale autori di ben più gravi reati… dove le riforme si promettono e non si fanno mai; oppure, se vogliamo guardare al di là delle nostre frontiere, in un mondo dove è tollerato l’apartheid del Sudafrica, dove è consentito da anni ad Isralele di sfidare impunemente la legge internazionale (occupazione con la forza di territori altrui) e di ignorare le decisioni vincolanti di un organismo di cui fa parte (l’ONU), dove non si batte ciglio di fronte al massacro di centinaia di migliaia di uomini in Indonesia o dove un intero continente, come l’America Latina, è sottoposto alle più feroci dittature militari per il profitto delle multinazionali. Ecco dove risiede la violenza politica: solo quando gli uomini ne avranno preso coscienza e avranno saputo esprimere nuovi valori per una convivenza civile, e vivranno secondo questi valori, la violenza potrà sparire. IO CREDO IN QUESTA UTOPIA E MI BATTO PER ESSA [L. BASSO, La democrazia antidoto alla violenza politica, Il Giorno, 28 novembre 1975].
    Non c’è giustificazione che tenga al gesto di psicopatici e chi dovesse giustificarli sbaglia in modo clamoroso. Detto ciò, non possiamo nemmeno pensare che psicopatici si nasce e che disuguaglianza, povertà, emarginazione (pianificate) siano un bagno di salute per milioni di esseri umani e per la loro dignità

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    1. Non mi ricordo dove parlai di "distanza siderale" tra l'attimo (ahimè fuggente) in cui potevamo assistere a un Lelio Basso ascoltato come autorità politica e morale, e il lungo tragico presente di disprezzo e censura verso la democrazia sostanziale.
      Dopodichè, il sonno della ragione genera mostri: ormai quotidiani e alberganti nella coscienza di massa. Senza quasi più accorgersene

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  7. Sintesi del pensiero elementare meta-fallaciano:

    « non esiste quel monoblocco astratto che si chiama "classe". Cazzate da gretti materialisti.

    (E da sociologi conflittualisti de noantri, tipo di quelli che vorrebbero capire il mondo addirittura studiando)

    "Proletari di tutto il mondo unitevi" non significa - idiozia - "acquisire coscienza di classe": significa, come successe nel 1917, uscire dalla trincea ed abbracciare piangendo i ragazzi con la divisa dell'altro colore.

    (Che cosa avrà mai inteso Neruda in quella poesia in cui incitava a "girare le armi dall'altra pare", verso i padroni?)

    Non esiste un'anonima struttura sociale con le sue leggi. Cazzate marxiste: esiste un panteismo esoterico-religioso in cui le razze, con il loro rispettivo dio, si scontrano all'ultimo sangue.

    Lo scontro tra civiltà: ne rimarrà soltanto una.

    Bianca, cristiano-protestante e passabilmente english-speaking....

    (Non sicuramente i crucchi geneticamente nazisti e troppo biondi per essere veramente ariani...???...)

    Gli esseri umani non lottano per mangiare, riprodursi o emanciparsi come sostengono quelle bestie socialiste e democratiche che straparlano di dialettica servo-signore.

    La Storia è un mistero assiologico e teodiceo della lotta tra il bene ed il male. Tra i buoni ed i cattivi.

    E, si sa, i cattivi litigano sempre tra loro: è uno scontro tra la ThreeEyes de' Rockefeller e le varie Urrelogges.

    (A differenza del Medioevo in cui tra feudatari s'andava d'amore e d'accordo: quante cose devi imparare caro Quarantotto!)

    Quante cose si possono imparare dai fumetti della Marvel!

    Batman, poi, è la dimostrazione che non esiste l'oppressione tra classi! I malvagi sono i disadattati sociali, mentre i fantamilardari si travestono da pipistrelli e ci difendono da 'sti cattivoni!

    Insomma: bisogna far delle barricate come si vede nella raffinata produzione hollywoodiana a tema catastrofista: l'eroe buono, muscoloso e mezzo scemo che lotta per la sopravvivenza della specie umana.

    Per non rischiare di rimanere in uno sparuto gruppo nascosto nelle Highlands, è evidente che i pogrom sono a priori la soluzione.

    Tutto il resto "è invidia sociale" o piddinismo radical-chic. »


    L'importante è sapere di sapere e gridarlo abbastanza forte; magari condito con efficace turpiloquio da prima serata tivvì: rigorosamente con pellicola d'importazione.


    (Intanto la gente muore e le classi subalterne continuano a fare una vita indegna per essere umanamente vissuta)

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    1. Mi sa pure a me che 'sti progrom (teologicamente correct, il Dio tribale e medievale non può essere "buono") devono essere rilegittimati: ma devono essere spontanei e naturalistici, perché ESSI odiano il sangue e odiano che i pretoriani debbano fare troppo enforcement e, magari, poi, si organizzino in sindacati (come gli Achei...e via mitizzando).

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    2. I liberisti, come tu Bazaar hai avuto modo di commentare se non erro in un altro post, hanno letto Marx e forse lo hanno anche capito; solo che non lo hanno mai digerito (Deo gratias!). Ciò comporta in loro frequenti fenomeni di reflusso gastro-esofageo, tale che il materialismo storico (roba per volgari) si trasforma ora in scontro di civiltà, ora in guerre di religione ed ora in supercazzole assortite (roba, invece, per scienziati fini). Come possono cambiare idea? D'altronde è di dominio pubblico che la rivoluzione francese e quella d'ottobre furono uno scontro di civiltà; gli indiani d'America scomparvero dopo una guerra religiosa tra i seguaci di Manitù e quelli del Dio occidentale. Anche Rosa Luxemburg, nel bel mezzo di uno scontro di civiltà, morì di appendicite, e Gramsci, in situazioni analoghe, morì però di vecchiaia nel calduccio del suo letto dopo una vita lunga e serena. Basso? Uno de passaggio che si dilettava, nel tempo libero, a scrivere articoli della Costituzione(pensa che vergogna). Quanto ai poveri, infine, loro crepano perché sono sessualmente incontinenti (ma loro sono stati sempre anacronistici e, diciamocelo, anche un po' puzzolenti).
      Questa è ormai la storia dei trolls €uro-mondialisti mascherati da fighetti intellettuali con aria da sinistrati

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    3. Che è poi la medesima storia - simmetricamente riflessa - dei thatcherian-fallaciani da Bar dello Sport che cercano di nascondere la propria morale piccolo-borghese dietro improbabili "dislessie da formattazione"; quando è manifesto l'analfabetismo funzionale.

      Per costoro, riflesso pavloviano al piddinismo sorosiano, i "troll" sono rigorosamente gli altri.

      Non sia mai che scoprano che Marx è padre delle scienze sociali anche per coloro che marxisti non sono.

      Anche a me Newton sta sui maroni... Ma f rimane uguale ad m per a.

      Menti elementari.

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    4. Comunque, se controllate la voce "pogrom" sulla Treccani, risulta quanto segue (fornisco il link per chi ha bisogno di toccare con mano per credere):

      pogrom ‹paġròm› s. m., russo [propr. «distruzione, devastazione», der. del v. gromit′ «devastare, saccheggiare», col pref. po- che indica il completamento di un’azione]. – Violenta sollevazione popolare contro comunità ebraiche che, nella Russia zarista ma anche in altre regioni dell’Europa orientale, provocava massacri e saccheggi, spesso perpetrati con la connivenza delle autorità, sotto la spinta di motivazioni economiche (cancellazione di debiti non pagati) mascherate con motivi religiosi (vendetta della crocifissione di Cristo). Per estens., qualunque azione di persecuzione esercitata contro minoranze etniche o religiose con l’appoggio più o meno manifesto dell’autorità centrale.

      Non è che anche alla Treccani saran, sotto sotto, tutti marxisti imboscati? Ai profeti futuri l'ardua sentenza. Passo e chiudo, ché ho da sbucare da qualche fottuta parete colà dove si puote ciò che si vuole.

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  8. Bazaar, sento il... BISOGNO di postare il tuo commento su Facebook. È di una nettezza folgorante. Ovviamente non lo farò senza il tuo placet, e in caso affermativo vi includerò il link all'intero post. Posso? C'è bisogno di ossigeno, di lucidità dello sguardo, di intelligenza, anche tra chi solitamente fa l'upload del proprio gattino...

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    1. Il milite ignoto non può essere crotalo per definizione. È rigorosamente copyleft.

      (Ma si sente meglio quando non vede circolare gli errori ortografici...)

      Soprattutto: mi raccomando la formattazione!

      Ché si sa... anche la forma è sostanza! ;-)

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  9. ++++++++++ BREAKING NEWS ++++++++++++

    Tentativo di un golpe militare in Turchia.

    BREAKING: Turkish military units attempt uprising, PM says

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    1. Saremmo già al punto che Erdogan, dopo rifiuto atterraggio a Istanbul, è stato rifiutato anche dalla Merkel

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  10. Grazie! Ora procedo - e colgo l'occasione per quotare anche Francesco, presumendolo copyleft par tuo (sennò non la finiamo più con le autorizzazioni).

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  11. Per paradosso un figlio di immigrati trova nella sua identità comunitaria un modo per dirigere la frustrazione e la rabbia verso qualcosa che riesce a percepire come oppressivo perché altro da sé, attribuendo però i suoi guai a una diversa identità socio-religiosa. Gli autoctoni, invece, non avendo nessuna coscienza, neppure confusa, della propria alterità economico-sociale al mondo che li opprime, finiscono con il non saper più cogliere il dovere di rivolta (ovviamente non sulla folla, senza raffiche di mitra né stragi sotto le ruote), e con l'invocare "più EUropa" o espulsioni di chi, sia pure in modo perverso ed distorto, ancora riesce confusamente a identificare un nemico, vale a dire un'organizzazione economica che lo rifiuta, pur attaccando in concreto delle vittime come lui stesso è... Forse la sua origine lo aiuta a essere meno ingenuo degli autoctoni, per quanto cieco e rozzo sia il suo tentativo di esistere.
    Ben pensata come trappola, per gli uni e per gli altri.

    Una persona che si occupa di assistenza psicologica ai bambini delle elementari parigine descrive situazioni dickensiane. Famiglie sfasciate, disoccupazione, madri di n figli che lavorano a intermittenza solo nelle pulizie o ai livelli bassi dell'assistenza, padri, spesso multipli, inesistenti o violenti, patologie non diagnosticate, case fatiscenti, ragazzini cresciuti a zucchero sul biberon perché stiano zitti che perdono i denti a nove anni... questo è ciò che i piccoli assorbono, molto più del Corano. Questa persona non riesce ad intervenire quasi mai, perché i fondi non ci sono, i sostegni in classe e anche i servizi ospedalieri di assistenza specializzata sono tagliati e ridotti. Segue sette o otto scuole da sola. Le classi vengono tagliate anch'esse. Ormai non si può più aprire nuove classi se non vengono chiuse altrove in pari numero nella città.
    La scuola francese era ricca di persone formate e preparate, era un orgoglio per la nazione e ci teneva molto all'essere appunto éducation nationale; ora sta venendo smantellata anch'essa, dapprima facendola passare sotto gli enti locali con una ampia discrezionalità su tutto, dai programmi allo status degli insegnanti, poi con i tagli dei fondi e delle classi.
    Pare diventata una favola, la coscienza che il disagio sociale provoca malattia, in tutti i sensi.

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    1. La correlazione, prima di tutto, tra smantellamento del sistema della scuola pubblica e dilagare di forme di comportamento antisociale, è evidente: siamo alla fonte prima di quel rifiuto e di quella fine della mobilità sociale che provocano, in modo del tutto scontato, disperazione e alienazione.
      Non mi sorprende tanto che le "menti elementari" non pensino minimamente a questo meccanismo causativo: quello che testimoni è impressionante. Però non se ne parla. E non se ne parlerà: il tritacarne deve continuare a funzionare.

      Tanto i costi non sono sopportati da chi lo aziona: per non perdere il consenso - finchè si voterà...e nello stato emergenziale perenne non è detto-, poi, basta innescare per via mediatica il conflitto sezionale nella sua variante religioso-etnica.

      Ma negli USA ad esempio, sta funzionando alla grande sulla tradizionale base razziale.

      Ma non voglio ripetermi: solo che la cecità indotta verso le cause effettive di tutto ciò, lascia spazio solo all'odio. Cioè all'abbrutimento, simmetrico e contrario, di chi si sente minacciato dagli effetti di questo paradigma sociale. Ma mai minacciato dalle cause facilmente individuabili in base a indagini sulla trasformazione della struttura socio-economica in atto.

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  12. Berman, nel suo libro, si è occupato anche del terrorismo islamico in Israele: il suo modello del club risulta ancora una volta esplicativo, in particolare delle differenze fra la Jihad Islamica palestinese, Hamas ed Hezbollah. Benché la prima sia ideologicamente ancora più radicale degli ultimi due, non è mai riusciuta a sviluppare una struttura militare di comparabile efficacia: "Yet the PIJ lack a social service provision network, and, consistent with the defection-constraint argument, they are much less lethal than the other radical religious organizations, Hamas and Hezbollah. Their level of lethality is similar to that of the secular nationalist organizations, all of which lack a social service provision network." (Berman, op. cit., pag. 142).

    Visto che parliamo di Hamas, qualche notizia storica può essere utile: si tratta di un'organizzazione che non nasce con un braccio armato, ma lo sviluppa negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della prima Intifada. Questo il contesto: “Le politiche governative subordinavano i territori alle esigenze israeliane, ostacolando lo sviluppo economico palestinese. Secondo gli studiosi Ze’ev Schiff e Ehud Ya’ari, questa politica era frutto di “puro dispotismo, egoismo e avidità”, i territori servendo come una sorta di “mercato degli schiavi” per l’economia israeliana. Per proteggere le industrie israeliane la pubblica amministrazione – il ramo civile del governo militare – impediva agli arabi di impiantare stabilimenti. Una rete di permessi (per viaggiare, per importare materie prime e capitali, per costruire edifici) trasformò i territori in un grande mercato, se non in una discarica, per i prodotti israeliani.
    Mentre impedivano ai contadini arabi di coltivare alcuni vegetali (per proteggere le esportazioni israeliane) le autorità incoraggiavano, e a volte promuovevano (con finanziamenti, consulenze e così via) la produzione di altri prodotti (pomodori, cocomeri…) atti a soddisfare la domanda interna israeliana. Così i contadini israeliani erano liberi di investire in settori in grado di procurare valuta pregiata: i fiori, le primizie, la frutta e la verdura tropicale.
    L’iniziativa economica araba essendo scoraggiata nell’industria e nell’agricoltura, gran parte della manodopera locale era costretta a cercare lavoro in Israele. Nel 1987 ben 120.000 arabi della Cisgiordania e della striscia di Gaza, pari al 40% della forza lavoro, erano impiegati nello Stato ebraico. Per lo più, svolgevano compiti umili e percepivano miseri salari; inoltre, erano pagati meno dei colleghi israeliani, e spesso non usufruivano dei normali benefici assistenziali e d’altra natura”.


    L’impossibilità per la gracile economica dei territori di assorbire i diplomati e laureati, che pure le locali scuole sfornavano, condusse a una massiccia emigrazione verso altri paesi arabi e in Occidente. La guerra Iran-Iraq costrinse molti a rientrare, accavallando disoccupazione e prosciugamento del flusso di petroldollari delle rimesse, situazione ulteriormente aggravata dall’afflusso di immigrati ebrei dalla Russia ex-sovietica (non a caso zoccolo duro elettorale dell’estrema destra israeliana) “spesso disposti ad accettare il tipo d’impieghi poco qualificati fin lì appannaggio dei palestinesi, aggravando ulteriormente la disoccupazione di questi ultimi”. (B. Morris, Vittime, Rizzoli, Milano, 2001, pagg. 703-4. Credo una fonte abbastanza autorevole e imparziale).

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    1. Confermo anche per testimonianza diretta: il razzismo riversato dagli israeliani ai palestinesi non ha una particolare natura confessionale o campanilista, in qualche modo vox populi.

      È la medesima - precisa - propaganda che si può ascoltare in Germania nei confronti dei tedeschi dell'est.

      Propaganda razzista, come quella nazista.

      E, guarda a caso, è sempre tendenzialmente rivolta verso i gruppi sociali oggetto dello sfruttamento concentrazionario e sterminazionista del capitalismo dominante.

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  13. Se a ciò aggiungiamo che ancora alla vigilia dell’Intifada “le autorità [israeliane] fingevano di non vedere i finanziamenti ad Hamas, mentre cercavano di bloccare in tutti i modi quelli destinati agli attivisti dell’OLP” (Ivi, pag. 718) forse la rassicurante favoletta di un inscalfibilmente atavico fanatismo islamico sempre uguale a sé stesso rischia di non reggere più (a chi si domanda quanto la situazione israeliana sia sostenibile a lungo termine, posso solo consigliare di guardarsi il bel documentario The Gatekeepers e ascoltare con attenzione le interviste a 6 ex capi dello Shin-Bet (il servizio segreto interno, quello esterno è il Mossad, israeliano): difficile sospettarli di piddinismo radical-chic).

    En passant faccio notare che si tratta di un modulo retorico ricorrente, applicato per esempio ai nazionalismi balcanici, nati in una regione anch’essa segnata dalla continua presenza dell’imperialismo delle grandi potenze, e usati per giustificare ulteriori interventi da parte di chi ha prima contribuito a creare le condizioni sociali della loro nascita e poi ha spesso deliberatamente soffiato sul fuoco del loro radicalismo a scopo divisivo. Anche l’avversione fra ebrei e arabi nella Palestina mandataria fu attentamente coltivata dagli inglesi.

    Ai tanti seminatori di odio e fumo va contrapposta la razionalità, sine ira ac (magno) studio.

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    1. Lo studio, se portato sull'analisi della struttura socio-economica in cui maturano (con prevedibile conseguenzialità) gli "estremismi", dovrebbe/potrebbe servire: ma con quale motivazione sarebbe intrapreso se non ci si rende conto che va a sovrapporsi a una descrizione mediatica della stessa realtà che si è ingurgitata per decenni (e tutt'ora),magari nell'età formativa dei canoni fondamentali delle proprie avversioni/propensioni?

      La precomprenzione rules: e spesso è un salvagente senza il quale si ha la sensazione di affogare...

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    2. La speranza è quella che fonti insospettabili per qualità e provenienza possano costituire un salvagente alternativo. D'altra parte chi bazzica questi lidi un certo sospetto verso i media è probabile che già lo coltivi...

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