mercoledì 19 aprile 2017

LA GLOBALIZZAZIONE-BUONA E I TITANISTI ANTISOVRANI


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1. Ne abbiamo parlato tante volte, e in fondo il trilemma di Rodrik (se non altro perché è la spiegazione fenomenologica più attuale) dovrebbe aver chiarito che la democrazia delle singole comunità sociali sovrane è, ed è sempre stata, (cfr; p.6) la vera via alla pace: ma non c'è  niente da fare. 
Gli slogan mondialisti, fondati sulla proiezione paradossale degli oppressi negli interessi dell'oligarchia, sono troppo radicati per poter essere modificati:



2. Anzitutto, dovrebbe essere chiaro che una "globalizzazione senza regole" non può esistere, perché essa non è un fenomeno "naturale" (come ben sanno i suoi maggiori teorici): la globalizzazione può essere solo un fatto istituzionale, cioè di regole pretesamente "superiori" alle Costituzioni democratiche, promosso ed imposto dal diritto internazionale. Nella nostra epoca, più che mai, dal diritto internazionale di specifici trattati.
I trattati pongono obblighi a carico degli Stati nazionali, e questi divengono il vettore di un'azione di denazionalizzazione e, dunque, di sostituzione dei loro scopi fondamentali (precedenti); vale a dire, inevitabilmente, per virtù della prevalenza reclamata dalle regole del trattato, sostitutivi di quelli che caratterizzano la sovranità costituzionale.

3. Le regole pattizie sovranazionali che impongono la globalizzazione, poi, sono regole di liberoscambismo, cioè di affermazione del dominio dei "mercati" sulle società umane, i cui bisogni, - l'occupazione, la dignità del lavoro, la solidarietà sociale espressa nella cura pubblica dell'istruzione, della previdenza e della sanità- divengono recessivi e subordinati alla "scarsità di risorse" (pp. 4-5), che caratterizza gli squilibri crescenti tra le varie aree del mondo, determinati dalla logica inevitabile del liberoscambismo istituzionalizzato e regolato "contro" le Costituzioni democratiche. 
Infatti, l'essenza (supernormativa) del liberoscambismo istituzionalizzato mediante trattati, cioè sempre iper-regolato e vincolante, è quella di rimuovere gli ostacoli (pp. 7-10) alla instaurazione dell'ordine sovranazionale dei mercati, che altro non è che il perseguimento di una specializzazione estesa a livello mondiale (possibilmente; ma soprattutto e sicuramente €uropeo), in base al principio economico dei vantaggi comparati

4. La globalizzazione è dunque un sistema di regolazione sovranazionale mirato a rafforzare le mire dei paesi (Stati nazionali) che la propugnano, da posizioni iniziali di forza politica ed economica, nel conquistare "i mercati esteri"
Questo meccanismo fondamentale si esprime inevitabilmente non solo come denazionalizzazione ma anche in termini di privatizzazione (antistatuale) degli interessi tutelati dalle norme istituzionali sulla globalizzazione: la conquista dei mercati avviene da parte dei monopoli e degli oligopoli privati delle nazioni più forti a danno di quelle più deboli e presuppone la minuziosa conservazione dei saldi della contabilità nazionale.
Nulla più della globalizzazione istituzionalizzata indulge a rilevare gli effetti del "vincolo esterno", cioè dell'indebitamento commerciale (e quindi privato) con l'estero dei vari paesi. E a trarne le conseguenze in termini di politiche che si impongono sui singoli Stati nazionali: politiche, a loro volta, riflesso automatico e condizionale delle regole precostituite nei trattati e per l'azione delle istituzioni organizzate che essi prevedono.

5. Dal che si desume, nella curiosa sequenza sopra riportata, una fallacia logica che ha dell'incredibile: e cioè, che la reazione, inevitabilmente nazionale (e come potrebbe essere altrimenti?), a politiche imposte dalle istituzioni sovranazionali, ma ad impatto sociale nazionale, distruttivo della democrazia costituzionale e del benessere generale che essa persegue, sarebbe nazionalismo guerrafondaio!!!
Si giunge così alla assurda conclusione che l'estrema autodifesa di sopravvivenza, che si richiami alla sovranità democratica, opposta a politiche ad effetti nazionali, concepite come vincolo imposto al di fuori di qualunque circuito decisionale democratico ascrivibile alle costituzioni e ai loro fini, sarebbe alla base delle guerre.
In questa logica, paradossale, la Grecia ai tempi odierni, o la Cecoslovacchia o la Polonia ai tempi del secondo conflitto mondiale, sarebbero gli Stati responsabili dei conflitti armati.

6. Ma v'è di più: questa assurda conclusione, declamata come uno slogan altamente etico (basta affermare che si è contro la guerra per paralizzare ogni analisi logica della realtà strutturale che si vuole difendere),  basta di per sè a giustificare qualunque repressione del dissenso e qualunque compressione della democrazia sociale in qualunque parte del mondo. Ma, più di tutti, in €uropa.
Chi si oppone alla globalizzazione, inevitabilmente regolata e quindi legittima, propugnerebbe la guerra.
Il paralogismo si completa di un corollario implicito del tutto irreale: le regole della globalizzazione sarebbero  carenti e chi vuole la pace si "dichiara", implicitamente ma necessariamente, portatore del potere di integrare e modificare queste regole. 
La pace coinciderebbe, in pratica (senza magari rendersene conto), nel volere la regolazione, buona e comunque diversa, della lotta per la conquista dei mercati: ciò che è già un ossimoro, poiché questa lotta è l'essenza stessa di quella ricerca di dominio sui popoli che è lo scopo finale dei conflitti armati. E non c'è regola, storicamente immaginabile e ipotizzabile, che possa attenuare la brutalità e l'enorme costo sociale di questa essenza.
E si dichiara questa nobile finalità, - riformatrice del mondo capitalista nel massimo della sua potenza autolegittimata-, nonché la capacità di realizzarla, anche se questi "mercati" sono dominati da colossali interessi privati che hanno già il saldo controllo del processo istituzionale. 

7. Ma la integrazione e modifica delle regole imposte e applicate dai vincitori della lotta sui mercati è proprio la ragione per cui sono sorti i conflitti più devastanti del nostro tempo (sempre qui, p.6)
Dunque, sostenendo la prospettiva di una globalizzazione "buona-in-quanto-regolata-diversamente", si ignora (infatti...) sia la preesistenza di una regolazione già fortemente strutturata, che spiega l'andamento attuale del fenomeno, sia la fisiologica impotenza delle parti più deboli nella competizione sui mercati a imporre un qualsiasi cambiamento delle "regole del gioco" (al massacro di interi popoli), se non a prezzo di una vero conflitto armato.

7.1. Sarà superfluo (data la demonizzazione acritica di questo autore imperante presso gli altriglobalisti o altro€uropeisti), a questo riguardo, citare Keynes che, sull'imperialismo economico, - cioè sulla globalizzazione, legata alla logica della specializzazione (cioè vittoria/sconfitta nell'aggiudicarsi, sui mercati internazionali "aperti", ma a vantaggio della propria nazione "vincente", le produzioni  a maggior valore aggiunto, lasciando alle altre nazioni le briciole della dipendenza economica e politica, con il "vincolo esterno")-  si era espresso con chiarezza:

"Keynes...si interroga sulla efficacia dell'internazionalismo economico relativamente all'ottenimento della pace (cfr; pagg.95-98, in "National Self-Sufficiency", originato da una conferenza tenutasi all'Università di Dublino il 19 aprile 1933, e pubblicato in varie riviste economiche anglosassoni e anche italiane (in Italia, nel 1933 e nel 1936, con il titolo "aggiustato" di "Autarchia economica", non si sa se dovuto al traduttore o alla "diplomazia" dello stesso Keynes): 
"...al momento attuale non sembra logico che la salvaguardia e la garanzia della pace internazionale siano rappresentate da una grande concentrazione degli sforzi nazionali per conquistare i mercati esteri, dalla penetrazione, da parte delle risorse e dell'influenza di capitali stranieri, nella struttura economica di un paese e dalla stretta dipendenza della nostra vita economica dalle fluttuazioni delle politiche economiche di paesi stranieri.

Alla luce dell'esperienza e della prudenza, è più facile arguire proprio il contrario

La protezione degli attuali interessi stranieri di un paese, la conquista di nuovi mercati, il progresso dell'imperialismo economico, sono una parte difficilmente evitabile di un sistema che punta al massimo di specializzazione internazionale e di diffusione geografica del capitale, a prescindere dalla residenza del suo proprietario."

"...Sulla scorta di questa premessa previsionale, relativa a "tensioni e antagonismi" che, col senno di poi, paiono un understatement rispetto agli eventi che si produrrano sulla scena mondiale, Keynes azzarda una ricetta, applicando la quale per tempo si sarebbe potuto evitare il disastro

I paesi colonizzati, in questo schema, avrebbero avuto un necessario grado di autonomia politica per poter sviluppare, con un ragionevole protezionismo (qui, p.6), l'infant capitalism (ben prima della fase del trentennio d'oro), i mostri del nazi-fascismo sarebbero stati (forse) in gran parte ridimensionati, sul piano delle stesse motivazioni sovrastrutturali che li animavano, dalla riapertura dei giochi (specie sulle materie prime,) e delle conseguenti "gerarchie" che erano la giustificazione per la conservazione degli imperi coloniali europei.
La stessa tendenza al gold-strandard e alle politiche di bilancio austere in caso di crisi, incentrate sul riequilibrio naturale dei prezzi e dei salari, avulse dalla politica delle bilance di pagamento in attivo (o del loro equilibrio raggiunto a scapito della permanente dipendenza economica delle aree coloniali), avrebbero perso gran parte della loro implicita ragione politica (molto più forte, già allora, di quella economico-scientifica, essendo in corso già le conseguenze della crisi del '29)".

8. Concluderemmo queste sconsolate osservazioni citando il pensiero di Gramsci (sempre qui, p.10).
Egli, relativamente alla globalizzazione, - che non è certo un'invenzione di questi ultimi decenni, quanto piuttosto una "restaurazione" dell'ordine internazionale dei mercati, propugnato negli anni successivi alla prima guerra mondiale (e già a sua volta nostalgico del capitalismo sfrenato della prima metà dell'800; p. 7 ss.)-, aveva già anticipato l'importanza dei rapporti di forza istituzionalizzati (al tempo dalle regole del diritto internazionale generale, direttamente creato dalla prassi delle "cannoniere") e le conseguenze della desovranizzazione degli Stati come processo distruttivo della democrazia:
"Gramsci...non si era fatto attrarre da tali sirene, consapevole della vocazione globale del capitalismo mercataro e del falso mito dell’internazionalismo: “Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato. [...] La concorrenza è la nemica più accerrima dello stato.  
La stessa idea dell'Internazionale è di origine liberale; Marx la assunse dalla scuola di Cobden e dalla propaganda per il libero scambio, ma criticamente” (A. Gramsci, L'Ordine nuovo, 1919-1920, Torino, 1954, 380).
E sulla “globalizzazione”, diversamente da rapporti internazionali tra Stati sovrani come concepita, già allora scriveva: 
Il mito della guerra - l'unità del mondo nella Società delle Nazioni - si è realizzato nei modi e nella forma che poteva realizzarsi in regime di proprietà privata e nazionale: nel monopolio del globo esercitato e sfruttato dagli anglosassoni
La vita economica e politica degli Stati è controllata strettamente dal capitalismo angloamericano. [...] Lo Stato nazionale è morto, diventando una sfera di influenza, un monopolio in mano a stranieri
Il mondo è "unificato" nel senso che si è creata una gerarchia mondiale che tutto il mondo disciplina e controlla autoritariamente; è avvenuta la concentrazione massima della proprietà privata, tutto il mondo è un trust in mano di qualche decina di banchieri, armatori e industriali anglosassoni (A. Gramsci, L'Ordine nuovo, cit. 227-28).

8.1. E voi neo-regolatori, conditores della neo-istituzionalizzazione della "globalizzazionebuona", siete davvero così forti da tacitare il grido di dolore di centinaia di milioni di disoccupati e precarizzati, privati della dignità del lavoro e del benessere, con l'autoproclamazione della vostra titanica capacità di battere questo "trust" che domina il mondo, oggi più incontrastato che mai?

12 commenti:

  1. La nave ,con i suoi compartimenti stagni,è l'immagine che visualizzo nell' auspicare un futuro pacifico.I compartimenti sarebbero gli stati nazionali che dovrebbero perseguire invece che un" fiscal compact" un "EXTERNAL COMPACT",( un pareggio a medio termine dei saldi con l' estero)come ho letto per la prima volta sul "Tramonto dell' euro",fondando domanda dei loro prodotti e servizi principalmente sulla domanda interna,non dipendendo da quella estera per evitare che una crisi lontana diventi un problema interno(i subprime negli Usa 2008 ).In fondo anche Keynes ,propose anche per gli stati in surplus il pagamento d' interessi negativi per prevenire saldi con l'estero positivi permanentemente che causano i conflitti.Serve una regolazione internazionale ma perchè sia equa e quindi sostenibile per il bene anche dei più forti (essere creditori di crediti inesigibili è rovinoso quanto essere debitori insolventi)serve il recupero degli strumenti di autotutela dei più deboli,cosa che i furfaro la qualunque fingono di non capire.Le foto dei crolli dei cavalcavia,quello di Camerano è sulla strada che faccio per andare al lavoro tutti i giorni, rendono bene l' idea della condizione nella quale siamo :l' attuale inerzia imposta dal fiscal compact impedisce al nostro paese pure la manutenzione delle infrastrutture realizzate nei decenni scorsi con il deperimento di quanto accumulato nel tempo dalla nostra comunità nazionale

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  2. Testimonianza terra terra sulla globalizzazione. Sono a Parigi, la mia tablette nuova di azienda singaporiana smette di accendersi. L'assistenza, rigorosamente online, mi invierà speriamo un trasportatore in 48 h. Tempo previsto di riparazione due settimane. Devo preparare un pacco con tanto di etichetta, ovviamente stampata da me (che io possa avere difficoltà di connessione non è contemplato). Sgrano gli occhi. Il pacco va a Gottinga... io aspetto (leggasi smanio soffro peno e deliro) a Parigi! non nel Massif central... almeno, per ora... No, non è l'itinerario di google che passa per Londra se devi arrivare in Spagna. Qui è proprio vero.
    Cui prodest?

    "lotta per la conquista dei mercati: ciò che è già un ossimoro, poiché questa lotta è l'essenza stessa di quella ricerca di dominio sui popoli che è lo scopo finale dei conflitti armati. E non c'è regola, storicamente immaginabile e ipotizzabile, che possa attenuare la brutalità e l'enorme costo sociale di questa essenza."

    E questi non si svegliano!!! nemmeno dopo la svendita di Alstom e di altre aziende del CAC 40 lo scorso anno.

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    1. Rettifico: non a Gottinga, più lontano, sotto Dresda, a pochi km dalla frontiera cecoslovacca. Da cui magari giunge la manodopera che ci lavorerà, sottopagata (come già avviene nelle grandi fabbriche del sesso a pagamento vicino alle frontiere con i paesi dell'est).
      Potenza della geografia.

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  3. Lato economico: europeismo “antirestrizionista” = neoliberismo (Caffè, 1945).

    Lato politico: scaricare la colpa del conflitto sulla comunità sotto attacco, perché resiste o potrebbe resistere, è un espediente vecchio quanto l’imperialismo: diciamo dal dialogo dei Meli e degli Ateniesi in poi.

    In ogni caso, commentando lo scritto di Keynes riportato nel post, Skidelsky osserva (Keynes. The Return of the Master, Penguin, Londra, 2010, s.p.) che “the idea that ‘globalization’ can lead to war, national self-sufficiency to peace, was of course a complete reversal of the traditional teaching.”; tuttavia, aggiungendo la citazione di questo passo, conclude che “Keynes endorsed a qualified internationalism”. (Dico, qualcuno avesse avuto il sospetto che si debba “scegliere” fra artt. 4 e 11…).

    No, non va bene, troppo “borghese”? (Ormai sappiamo che ipocrisia e malafede non conoscono limiti).

    Bene, allora si becchino pure questo: “Nessun democratico può negare il diritto dell’Ucraina a separarsi liberamente dalla Russia: proprio il riconoscimento senza riserve di questo diritto, ed esso soltanto, permette di condurre una campagna per la libera unione degli ucraini e dei grandi russi, per l’unione volontaria dei due popoli in un solo Stato. Proprio il riconoscimento senza riserve di questo diritto, ed esso soltanto, può veramente rompere fino in fondo, irrevocabilmente, col maledetto passato zarista che ha fatto di tutto per rendere stranieri popoli tanto vicini per lingua, per territorio, per carattere e per storia.” (Lenin, Opere, Vol. XXV, Editori Riuniti, Roma, 1967, pag. 81).

    L’accusa di “socialnazionalismo” sarebbe in effetti diventata un tipica arma polemica staliniana, guarda un po’ tu, verso cui Lenin espresse tutta la propria preoccupazione nel suo c.d. testamento (Opere, Editori Riuniti, 1969, vol. XXXVI, pagg. 442-3): “Il georgiano che considera con disprezzo questo aspetto della questione, che facilmente si lascia andare all'accusa di «socialnazionalismo» (quando egli stesso è non solo un vero e proprio «socialnazionale», ma anche un rozzo Diergimorda grande-russo) quel georgiano in sostanza viola gli interessi della solidarietà proletaria di classe, perché niente ostacola tanto lo sviluppo e il consolidamento della solidarietà proletaria di classe quanto l’ingiustizia nazionale, e a niente sono cosi sensibili gli appartenenti alle nazionalità «offese» come al sentimento di eguaglianza e alla violazione di questa eguaglianza, anche solo per leggerezza, anche solo sotto forma di scherzo, alla violazione di questa eguaglianza da parte dei loro compagni proletari.

    Furfaro e soci la prossima lista potrebbero provare a chiamarla “l’altro imperialismo neoliberista” (con il/la ragazzo/a immagine di turno)…

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    1. Sempre sul pezzo...caro Arturo.
      Ma a leggersi, ad es;, "La nascita dell'economia europea" di Eichengreen, se ne ricava che la scelta tra l'art.4 e l'art.11, fu invece fatta ab initio: si intese (almeno nella visione del nostro) la piena occupazione esattamente come quello spettro di cui Caffè parla in via di prevenzione (inascoltato), e l'apertura delle economie come garanzia di pace, nel senso di superamento delle ragioni di diffidenza francese nei confronti della Germania e del Regno Unito nei confronti di...tutti (significativa l'imposizione USA della convertibilità delle riserve, da cui la mitigazione obbligata del Piano Marshall).

      Al di là della reinterpretazione neo-classica del trentennio d'oro, - e noi sappiamo quanto il Quarto Partito pesasse, proprio in Italia- la verità che è l'art.4 fu inteso da subito in senso "enfatico" (come ci ha ricordato Francesco nell'analisi storica delle decisioni della Corte) e la cooperazione economica=pace, come apertura progressiva dei mercati.

      Si può però dire che in Italia si verificò un'anomalia: l'industria pubblica funzionò molto meglio di quanto i modelli di crescita US-imported prevedessero e sviluppò ricerca e innovazione contro ogni di ESSI logica.
      E, inoltre, consentì una ragionevole stabilizzazione salariale verso "l'alto", che faceva crescere domanda e investimenti dei privati ("incubando" la vitalità produttiva delle PMI).

      Insomma, l'Italia, proprio l'Italia, era un'eccezione imperdonabile, perché dimostrava che, nonostante le interpretazioni di art.4 e art.11, la connessione di tali previsioni (ben chiara ai Costituenti) con il resto della Costituzione economica, operasse nel senso della crescita.
      E non ci sarà mai più perdonato...

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  4. Ciao Quarantotto post magistrale. Nel dipanarsi degli eventi mi è difficile comprendere una cosa. Capisco che le elites dei paesi dominanti siano favorevoli alla cosiddetta globalizzazione, sono questi che dettano le regole per conquistare/rapinare i mercati degli altri paesi, nonchè le loro materie prime attraverso le missioni di pace che chiamano esportazioni di democrazia, liberando questi Paesi dai feroci dittatori. Ma un paese come l'Italia, privo di materie prime, costretto ad esportare manufatti, per importarle, che ha perso la seconda guerra mondiale e che quindi già aveva alienato la propria sovranità militare, che non è nel novero delle potenze mondiali le quali determinano le regole, anzi le subisce, che vantaggio può avere dalla globalizzazione? L'unica arma che avevamo per difenderci, tradotto per non subirla troppo, era la flessibilità del cambio con relativa sovranità monetaria/economica e l'abbiamo abbandonata con la stessa facilità ( per usare le parole del compianto Caffè) con cui abbiamo dichiarato guerra agli Stati Uniti. Le nostre elites hanno sostenuto questa follia ( cedere la sovranità monetaria è stato come castrarsi con le proprie mani) e non si sono minimamente ravvedute in questi ultimi 20 anni dove hanno visto il proprio Paese sprofondare a tutti livelli economico/culturale/professionale/morale, anzi sono diventate più globalitariste, più elitiste, più antipopolari, spargendo disprezzo ed odio continuo verso il popolo colpevole di aver perso una partita truccata fatta combattere da loro, questo disprezzo e questo odio che non potrà sfociare alla fine che in una nuova guerra civile, dove loro sono i veri responsabili. Non si sono ravveduti nemmeno quando abbiamo perso il 25% della nostra produzione industriale, nemmeno quando intere filiere produttive sono passate in mano estera, nemmeno quando l'intero sistema bancario e assicurativo rischia di passare in mano estera, preferiscono essere SERVI ASSOLUTI delle Elites straniere pur di schiacciare il proprio popolo, pur di non condividere nulla con esso, sostenuti in questo dalla maggior parte della classe intellettuale, la quale senza ritegno pur di frequentare i salotti cosiddetti buoni, non ha la minima vergogna delle bestialità che promanano le loro immonde bocche, sovvertendo la realtà 24 ore su 24 come tu hai descritto in modo magistrale. Un esempio per tutti dopo il divorzio Tesoro/Banca d'Italia, (Limitazione di sovranità monetaria) il debito pubblico in 12 anni è raddoppiato. Come farlo diminuire? Semplice cedendo definitivamente la sovranità monetaria, a una banca privata indipendente, quindi alla possibilità di stampare moneta. In cambio di cosa? Di nulla, se non di povertà e miseria. Se questa è una classe dirigente?

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    1. Sì, come potrai vedere dalla risposta ad Arturo, l'anomalia italiana era qualcosa che andava contro la "loro" logica.

      Per poterla per sempre normalizzare si dovette inventare di sana pianta un problema, "la questione morale" (che agì in sinergia con l'eterodiffusione della cultura dell'autorazzismo), per imporre la deflazione.

      Ma per poterne sopportare il costo economico e sociale, contro la convenienza oggettiva del popolo italiano, c'era bisogno della sete di potere di pochi che, garantendosi una rendita politica stabile, trasformassero i drives del modello di specializzazione italiano, (cosa di cui ad es; Carli era ben consapevole fino agli anni '70), in una serie di rendite private, possibilmente a favore di investitori esteri.

      Fino a fare della colonizzazione e della deindustrializzazione una scelta senza alternative, al punto da poter dire che tornare indietro è ormai impossibile.
      Ed eccoci qua...

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    2. Cosa hanno avuto in cambio le elite locali o meglio in che modo hanno ottenuto un vantaggio dalla dismissione della sovranità.la domanda la faccio in base a quanto vedo nella mia città ,Ancona,con da un lato la svendita dei servizi più redditizi imposta dalle norme europee(gas ,trasporti pubblici)gestita da una giunta con una forte componente proveniente dall' università locale.Quello che non capisco è che pur perdendo potere privatizzando procedono per questa strada con determinazione cieca.L' unica risposta che mi do è che privatizzando emarginano dalla gestione di quelli che erano i beni pubblici sopratutto i cittadini che con il voto esprimono le assemblee elettive,ma sento che non è una risposta soddisfacente e che c'è dell' altro che m sfugge

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    3. Beh, scrutina con attenzione chi è stato nominato nel tempo nei cd'a e in base a quali criteri e "vicinanze".
      Il quadro essenziale rimane sempre questo
      http://orizzonte48.blogspot.it/2012/11/a-corruzione-e-il-fogno-lo-strano-caso_30.html

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  5. Trasformisti piccolo-borgh€si con il codazzo della vecchia asinistra. E’ sempre la solita cricca che, a seconda di come tira l’aria del capitale, sono prima fascio-nazionalisti e poi, con un doppio carpiato, diventano europeisti e sostenitori della globalizzazione. Siccome le prime sembianze non sono più convenienti per il capitale di cui sono stati e sono luridi servitori, accusano gli altri di nazionalismo.

    Ripropongo quanto pensava Lelio Basso:

    La borghesia nasce con una coscienza nazionale all'origine e si pone come classe nazionale; lotta per superare le divisioni che erano retaggio della vecchia organizzazione feudale; lotta per abbattere le dominazioni straniere che erano retaggio delle vecchie contese dinastiche, e sopratutto lotta perché il capitalismo si assicuri le condizioni di un libero sviluppo sulla base di un sufficiente mercato. È questa sopratutto opera del capitalismo industriale, ma a misura che il capitale finanziario si sovrappone al capitale industriale, ed esercita il suo diretto dominio sull'apparato statale, esso rivendica sempre nuove posizioni.

    Lo Stato nazionale diventa nazionalistico, imperialistico. Il capitale finanziario, per sua natura aggressivo, espansivo, esce dei limiti del proprio paese e tende a conquistare altre terre, assoggettare altri paesi, tende ad estendere la sua sfera di influenza economica; entra in conflitto con il capitalismo di altri paesi. Siamo nella fase delle guerre imperialistiche in cui la coscienza nazionale si esaspera a nazionalismo e in cui la borghesia considera più che mai lo stato come strumento per questa sua politica di conquista, di aggressione, di sfruttamento non soltanto delle classi lavoratrici proprie ma anche delle classi lavoratrici di altri paesi. Ma, attraverso queste guerre imperialistiche, tutte le borghesie dei paesi capitalistici, esclusa quella americana, sono uscite stremate.

    Sono uscite incapaci di reggere le posizioni raggiunte e di superare le contraddizioni interne che lacerano in modo spaventoso ogni paese. La situazione dl questo dopoguerra è caratterizzata dal fatto che riesce impossibile alle borghesie, alle classi dominanti, indebolite dell'Europa occidentale, di conciliare la legge del profitto capitalistico con la necessità di garantire un sufficiente tenore di vita alle classi popolari; riesce impossibile difendere ancora i propri privilegi contro la pressione di classi che- hanno acquistato la coscienza dei propri diritti e che non potendoli soddisfare nel quadro delle antiquate strutture, minacciano di farle saltare.

    È allora che interviene il capitale finanziario americano per sorreggere queste classi decadenti condannate dalla storia e che non hanno più la forza di assolvere al loro compito storico, che difendono soltanto posizioni superate. Interviene il capitale finanziario americano, il più forte, il più aggressivo, il più potente, il solo che non conosca rivali nel mondo capitalistico, il quale garantisce, si, ad ognuna delle borghesie di questi paesi la difesa dell'ordine sociale, ma vuole assicurare a sé stesso la più larga parte di profitto, disposto a chiamare le borghesie capitalistiche dei singoli paesi quali associate allo sfruttamento sempre più intenso che esso fa delle classi lavoratrici. È questa la politica…che gli Stati Uniti hanno sempre applicato per un secolo all'America Latina, dove ben pochi paesi godono ancora qualche margine di indipendenza, ed è la politica che essi intendono applicare anche in Europa
    . (segue)

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  6. Ed ecco che noi assistiamo e questo punto al passaggio improvviso di quelle borghesie occidentali dal vecchio esasperato nazionalismo, ad un'ondata di cosmopolitismo. Ma così come il sentimento nazionale del proletariato non ha nulla di comune con il nazionalismo della borghesia, così il nostro internazionalismo non ha nulla di comune con questo cosmopolitismo di cui si sente tanto parlare e con il quale si giustificano e si invocano queste unioni europee e queste continue rinunzie alla sovranità nazionale.

    L'internazionalismo proletario NON RINNEGA IL SENTIMENTO NAZIONALE, non rinnega la storia, ma vuol creare le condizioni che permettano alle nazioni diverse di vivere pacificamente insieme. Il COSMOPOLITISMO DI OGGI che le borghesie nostrane e dell'Europa affettano è tutt'altra cosa: è rinnegamento dei valori nazionali per fare meglio accettare la dominazione straniera

    questo popolo degli Stati Uniti… che in casa sua è il più nazionalista dei popoli della terra, oggi, quando si rivolge ai popoli dell'Europa, parla con affettato dispregio dei pregiudizi nazionali, come di un elemento di arretratezza, e trova subito nei capitalisti europei dei suoi servi che sono pronti ad applaudire al cosmopolitismo. Le stesse borghesie italiana e francese, che furono per molti anni accese scioviniste, e si trovarono poi con la massima indifferenza pronte a subire la dominazione hitleriana per difendere i propri interessi e privilegi oggi con la stessa indifferenza e sfacciataggine proclamano il verbo del cosmopolitismo e dell'europeismo per servire gli interessi del capitalismo americano. Esse cercano di pervertire con questo veleno il vero sentimento nazionale… Noi possiamo leggere, per esempio, sotto la penna di uno dei più smaccati servitori della borghesia francese di oggi, il Malraux, frasi di questo genere: “L'uomo diventa tanto più uomo quanto meno è unito al suo paese”. Anche la propaganda hitleriana era basata come quelle americana di oggi, su questo stesso dualismo. Il popolo tedesco, parlava di sé come di un popolo eletto, popolo destinato a dominare il mondo; quando si rivolgeva agli altri popoli, parlava viceversa di europeismo…
    ” [L. BASSO, 13 luglio 1949, in Il dibattito sul Consiglio d’Europa alla Camera dei deputati, in Mondo Operaio, 10 settembre 1949, n. 41, 3-4].

    Ancora più chiaramente, per descrivere la decadenza che è sotto ai nostri occhi:

    … Noi assistiamo proprio in questo periodo alla fase conclusiva di questa decadenza, per cui questa stessa classe dirigente oggi è preoccupata soltanto di difendere le sue condizioni privilegiate baratta giorno per giorno la propria dignità, contro il proprio vantaggio e cerca di ammantare questo mercato di una qualsiasi veste ideologica. Vediamo che gli stessi uomini, gli stessi giornalisti, i rappresentanti degli stessi, ceti e degli stessi interessi, la stessa classe dirigente in una parola, che dieci, quindici, vent’anni fa irrideva alla democrazia, e alla libertà e proclamava di avere sacrificata la democrazia e la libertà agli ideali di grandezza nazionale agli ideali imperiali, oggi, invece, finge di farsi paladina della democrazia e della libertà, e in nome di questa falsa democrazia, in cui essa non crede, irride alla indipendenza nazionale, irride all’unità nazionale e fa mercato della dignità del nostro Paese, fa mercato dell’indipendenza del nostro Paese. Questo essa chiama difesa della democrazia, è pronta a rispolverare la formula del nazionalismo e a schernire nuovamente la democrazia…” [L. BASSO, Uomini nuovi nella società nuova che sorge, Discorso pronunciato il 21 marzo 1948 al Teatro Nuovo di Milano].

    Il trucco c’è e si vede, eccome se si vede. Per chi lo vuole vedere

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  7. Ma questo furfaro la "globalizzazione senza regole" dove l ha vista?

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