Perchè una moneta unica, cioè comune a più Stati caratterizzati da distinta sovranità per soggettività giuridica di diritto internazionale, possa condurre a una "economia" comune, non dovrebbero più aversi distinte bilance dei pagamenti. Cioè un current account balance ancora calcolato nella sua effettiva rilevanza economica, registrabile in tutti i suoi riflessi: andamento dei tassi di cambio reale, posizione debitoria su un "estero" che continua a includere i paesi aderenti alla stessa moneta unica, livelli di rendimento nella collocazione del rispettivo debito sovrano, differenti afflussi di liquidità da un paese all'altro e potere monetario che tenga conto delle esigenze che derivano da questo (ben preventivabile) fenomeno.
Questa, dopo qualche anno di dibattito innescato dalla c.d. euro-crisi, o crisi dei debiti sovrani europei, parrebbe quasi un'ovvietà.
Ma il problema di fondo rimane.
La irrilevanza economica della rispettiva bilancia dei pagamenti scaturirebbe dalla previsione, come meccanismo indispensabile e strutturato all'interno del trattato (di diritto internazionale) istitutivo della moneta comune, di trasferimenti automatici ai paesi con maggior squilibrio monetario e commerciale dai partner in "attivo" della stessa area valutaria.
Il che, com'è altrettanto noto, potrebbe essere gestito solo da un governo federale, cioè espressione di una unificazione che, arrivando al livello fiscale, cioè di bilancio pubblico altrettanto comune ai vari Stati, segnerebbe anche una unificazione politica e, in definitiva, una nuova soggettività (più che meramente cumulativa) di diritto internazionale.
Il che poi coincide(rebbe) con la nascita dell'Europa. Quella effettiva, non quella prefigurata dai banchieri come programmatica "shock economy" che costringesse a "ulteriori passi", essenzialmente a colpi di deflazione salariale. Seguendo pedissequamente la ricetta di Von Hayek.
Ebbene, se c'è una cosa chiara in questi frangenti storici europei, è che ciò non può essere realizzato.
Per il semplice fatto che il paese con la posizione estera attiva più importante - e commercialmente dominatore dell'area- non ha convenienza a farlo e utilizza una posizione politica di preminenza ormai sempre più forte, per impedire questa (molto teorica) soluzione: la Germania controlla "l'agenda" dell'eurozona e decide a suo piacimento i temi che possono o non possono essere presi in esame e in che termini. Con la sollecita e supina accettazione da parte delle istituzioni europee (forse con l'eccezione del commissario agli affari sociali Lazslo Andor).
Ma ci soccorre Draghi, che, formalmente addolorato del costo sociale della crisi, finisce poi, con una più realistica e sintomatica "eruzione" di verità, per considerare la recessione come un rischio prioritario, per un peculiare suo effetto: soltanto una volta che metta in pericolo l'amato sistema bancario (che ha imposto questa situazione e questa politica, di deleverage tutorio delle sue stesse posizioni creditizie):"The head of the European Central Bank says the region's persistent recession is weakening its banking system and is the most pressing risk it currently faces".
Questa potrebbe essere la paradossale "via di salvazione mediante le opere" in vista della fine dell'euro, cioè la ragione sostanziale della presa d'atto della sua insostenibilità.
Intanto i francesi continuano lo shopping in Italia, col caso Loro Piana. Pur versando in condizioni di offerta e di difficoltà di cambio forse peggiori delle nostre, hanno il vantaggio di non soffrire, misteriosamente, dello stesso "credit crunch". Il mistero (buffo) è svelato comprendendo la vistosa "eccezione" politica che i tedeschi, per ora, ancora concedono ai transalpini: basti rammentare i fiumi di liquidità, ben oltre il controllo della BCE che in Francia vengono creati con il sistema Euroclear-STEP, tutto controllato da Banque de France, senza molta interferenza della BCE.
Ma non basterà per salvare l'euro dal rischio bancario della recessione sventatamente provocata dalle politiche fiscali imposte di chi adesso ne paventa gli effetti. Ma basterà per creare la colonizzazione industriale di quel che resta dell'Italia.
Aveva ragione Minsky: l'intermediazione finanziaria e la sua logica speculativa di breve periodo altera la stessa funzionalità dell'industria e le sue prospettive di investimento basato sulla capitalizzazione di profitti che non possono razionalmente realizzarsi senza una domanda che non sia repressa dai decrescenti livelli salariali reali. La teoria di Von Hayek per cui la recessione è in realtà una cura per eliminare le distorsioni che si sono accumulate durante il boom e che le risorse sprecate in usi improduttivi finiscono invariabilmente per essere liberate e trasferite in settori in cui esiste una domanda reale e sostenibile, ignora la realtà bancario-finanziaria del capitalismo, una volta liberato dell'odiato controllo dello Stato-arbitro.
E di questo "principio di realtà" persino Draghi deve iniziare a rendere conto.
Le Istituzioni riflettono la società o esse "conformano" la società e ne inducono la struttura? In democrazia, la risposta dovrebbe essere la prima. Ma c’è sempre l'ombra della seconda...il "potere" tende a perpetuarsi, forzando le regole che, nello Stato "democratico di diritto" ne disciplinano la legittimazione. Ultimamente, poi, la seconda si profila piuttosto...ingombrante, nella sintesi "lo vuole l'Europa". Ma non solo. Per capire il fenomeno, useremo la analisi economica del diritto.
martedì 9 luglio 2013
lunedì 8 luglio 2013
ITALIA "MEDITERRANEA" E LA "PROGRESSIONE STABILIZZATRICE" USA
A parte che il server del blog fa le bizze...e sono costretto a scrivere in questa forma.
Vi segnalo questo articolo sul sussidiario.net. Allora, siccome il principale mercato delle imprese del nord-est (solo?..non pare del tutto esauriente) è divenuto il Mediterraneo, dovremmo convincere gli USA ad utilizzarci come "honest broker", laddove la Francia conserva un atteggiamento ancora troppo colonialista e aggressivo, la Gran Bretagna quasi pure, e la Germania non vuole essere "attratta" in tale scenario (a cui sarebbe marginalmente interessata, dato il pericolo di coinvolgimento con l'estremismo islamico).
La teoria dell'Italia che sa far negoziare le parti, e le incentiva a concludere accordi ben delineati con l'attrattiva di trattati economici "collegati", (che starebbe funzionando nel dopo-Gheddafi in Libia), ci riporta a un altro tema: quello del "perchè" gli USA, orientati rispetto al medio-oriente al "lead from behind", avrebbero interesse, tramite la Fed, a stabilizzare finanziariamente i paesi PIGS e, in particolare proprio l'Italia. Perchè questa, a sua volta, svolga un ruolo stabilizzatore politico delle varie aree sud del mediterraneo.
Argomento a cui abbiamo dedicato un precedente post dove avevamo sottolineato questo passaggio "...l’instabilità del Mediterraneo si è accentuata.
Quale che sia l’interpretazione che si voglia dare delle primavere arabe, della guerra civile in Siria e delle prospettive dell’intera area medio-orientale, Iran compreso, non c’è dubbio che per gli Usa è indispensabile che l’Europa sia coesa, politicamente e socialmente. E soprattutto che siano stabili i Paesi meridionali dell’Europa, dalla Francia alla Spagna, dalla Italia alla Grecia: non solo e non tanto per il peso politico e per il ruolo effettivo che hanno all’interno della Nato, quanto per la necessità di un ampio consenso nell’eventualità di un acuirsi dei conflitti".
Alla fine dei giochi, potreste dire voi, non è una prospettiva un pò troppo di lungo termine e incerta, per poterci interessare? Beh, dipende. Dal quanto e dal perchè la si ribadisca. E dal "dove".
E poi, comunque, l'Italia, se si vuole essere oggettivi, non è propriamente un paesino irrilevante nello scacchiere internazionale. Sia economicamente che politicamente. Il che forse prepara un "futuro" possibile al di fuori della "colonizzazione" euro-germano-centrica.
Merkel e PUD€ permettendo...
domenica 7 luglio 2013
PROTEZIONISMO FINANZIARIO MONDIALE. IL PUD€ DISSIDENTE AMMASSA LE TRUPPE AL CONFINE DEL...25 LUGLIO
Oggi ho comprato "Le Monde" e il quadro della crisi europea che ne viene offerto è abbastanza sconfortante. Si parte, nell'inserto "Economia e imprese" (pag 1 e 3) col dire che la ("ennesima") mossa di Draghi, nel dichiarare che i tassi BCE rimarrano al livello attuale, "ou plus bas", per un periodo prolungato" avrebbe rassicurato gli investitori, che avevano fatto risalire i costi del debito pubblico nella zona euro, di fronte a un "mauvais" cocktail di crisi politica in Portogallo, instabilità in Grecia e annuncia della Federal Reserve di una prossima riduzione del sostegno monetario all'economia (pare consolidata dal raggiungimento di una riduzione della disoccupazione pià veloce del previsto).
Questo clima, come emerge dall'intervista al membro francese del "direttorio" BCE, Benoit Coeurè, non deve far pensare che si abbia davanti del tempo per"fare le riforme" (e te pareva!), dato che le "tensioni finanziarie possono tornare" (un mantra BCE-puddino immancabile).
In linea con la più ortodossa delle ortodossie, alla domanda perchè in tutto il mondo solo la zona euro sia in recessione (che già è un interrogativo "coraggioso", per i nostri standards mediatici italiani, dato che i "giornaloni" paiono implicare che è tutta colpa nostra e della nostra dannata mancanza di "competitività" perchè abbiamo un mercato del lavoro troppo rigido e non lavoriamo abbastanza), il "buon" Coeurè risponde: "Ciò è all'interno di un processo di "disindebitamento" (c.d. deleverage, naturalmente "doloroso") che coinvolge attori pubblici e privati. Questo pesa sulla domanda interna, in particolare nei paesi dell'Europa del sud, dove l'aggiustamento è più forte. Il tutto in un clima di incertezza (chissà come mai? L'intervistatore non lo chiede...) perchè, se le riforme sono necessarie, esse creano anche ansietà. A cui i governi possono rispondere facendo della pedagogia di queste riforme e indicando degli obiettivi chiari" (ma è proprio perchè fanno pedagogia e indicano obiettivi chiari, e chiaramente falliti con gli strumenti che si stanno utilizzando, che si crea...l'ansia!).
Sempre a pag.3 dell'inserto "Le Monde" quasi si rallegra che "Il governo cinese promette di aprire il sistema bancario al capitale privato", mancando del tutto di cogliere quanto viene detto in un interessante articolo di Harold James, professore di Storia a Princeton e all'Università "europea" di Firenze, dove si enfatizza la ri-nazionalizzazione, in funzione protezionistica, del capitale finanziario, con un inquietante parallelismo con i fatti che precedettero la I guerra mondiale (riferimento che, chi è venuto a Viareggio, rammenterà brillantemente argomentato da Cesare Pozzi).
E a proposito di Cina e dintorni si dice "Geopolitics is intruding into banking practice elsewhere as well. Russian banks are trying to acquire assets in Central and Eastern Europe. European banks are playing a much-reduced role in Asian trade finance. Chinese banks are being pushed to expand their role in global commerce. Many countries have begun to look at financial protectionism as a way to increase their political leverage".
E tratteggia un quadro che conferma quanto anticipato qualche settimana fa su questo blog:"Alcune delle dinamiche pre-1914 stanno riemergendo. Nel post-crisi finanziaria del 2008, le istituzioni finanziarie appaiono sia come pericolose armi di distruzione economica di massa, sia come potenziali strumenti per l'imposizione dei poteri nazionali.
Nel gestire la crisi del 2008, la dipendenza delle banche straniere dal rifornimento di liquidità in dollari, ha costituito una grande debolezza, e ha richiesto la concessione di linee di credito immense da parte della FED, e di interrompere le attività intraprese dalle grandi istituzioni finanziarie" (un chiaro riferimento alla reintroduzione del paradigma Glass-Steagall, guidato però dalla coeva reintroduzione del controllo pubblico).
Ma sentite l'analisi di scenario geopolitico: "Per i banchieri europei, ed alcuni governi (eufemismi che dissimulano il riferimento alla Germania, ndr.), gli sforzi attuali degli Stati Uniti di rivedere il proprio approccio alle operazioni sulle "sussidiarie" delle banche straniere sul proprio territorio, sottolineano questo imperativo. Essi hanno visto la "mossa" americana come un sorta di nuovo protezionismo finanziario e minacciano rappresaglie (!)"
E quindi, lo scenario conflittuale ci fa capire molto bene anche l'irrealistico solipsismo, ai limiti dell'autismo, delle strategie UEM di forsennato "deleverage", quali ribadite da Coeurè, senza preoccuparsi minimamente dell'impatto sull'economia globale: "Il prossimo "step" in questa logica è riflettere su come il potere finanziario possa essere diretto a vantaggio nazionale in caso di conflitto diplomatico. Le "sanzioni" sono una "routine" (e non molto di successo) applicata a paesi "ruvidi", coime Iran e Corea del Nord. Ma la pressione finanziaria può essere applicata con molta più forza persuasiva a paesi che siano profondamente inseriti nell'economia globale".
E in Italia?
Beh, per chi si preoccupasse su quale fine avesse fatto la strategia di riposizionamento "preventivo" del PUD€ dissidente, oggi si può assistere a un florilegio di prese di posizione.
Giuliano Ferrara scrive un editoriale su "Il Giornale"odierno, intitolato "Se non aggiustiamo l'euro l'economia resterà in panne".
Sentite cosa scrive:
"...il Cav guarda i sondaggi, capisce che la maggioranza assoluta degli italiani non si fida dei modi in cui le classi dirigenti hanno impostato l'economia della moneta unica, non vuole correre inutili e controproducenti avventure, ma in pari tempo si domanda se per risollevarsi non sia necessario un ripensamento strategico all'altezza dei casini che percorrono economia e società italiana. Tornare unilateralmente alla lira sarebbe un suicidio, non lo hanno fatto nemmeno i greci con la dracma, e sarebbe stata una scorciatoia per quanto illusoria. Ma mettere in discussione l'euro, i patti che lo hanno fatto nascere, le regole che ne fanno un cappio per certe economie, per certi sistemi di produzione e consumo, questo è il tipico ragionamento non ortodosso, da outsider, che un leader come Berlusconi ha in mente, e sul quale sta lavorando studiando e consigliandosi con gli imprenditori ed economisti di cui si fida.Berlusconi è un tipo che non si è mai fatto ricattare dall'ortodossia e dalla corrente convenzionale del pensiero unico. In questo è perfino esagerato, basti pensare alla surreale trovata di perorare la restituzione dell'Imu, una tassa per la quale obiettivamente basta e avanza una sospensione oggi e una ristrutturazione intelligente domani, qualunque sia l'opinione autorevole del Fondo monetario internazionale. La sola idea che sia proibito per dogma ideologico agire liberamente per un'Europa compatibile non con il nostro debito pubblico, al quale dobbiamo provvedere con tenacia, non con i nostri problemi strutturali, che hanno bisogno di riforme, ma con il futuro della nostra economia e del nostro sistema finanziario, questa sola idea induce un leader come lui e il suo blocco sociale, con gli interessi rappresentati, a esaminare in ogni dettaglio l'ipotesi di uno strappo, che poi è la versione realistica del braccio di ferro.Mario Draghi, i tedeschi più accorti e meno arcigni nel perseguimento dei loro interessi nazionali a scapito della coesione europea, e gran parte delle classi dirigenti, perfino una parte della sinistra in molti Paesi dell'area euro, lo hanno capito benissimo. Non è questione di aspettare il risultato delle elezioni in Germania, magari per vedersi concessa una qualche deroga, non è quello il problema. Ci vuole una nuova convenzione, un nuovo patto costituente dell'Europa unita che corregga aspetti fondamentali della recente storia dell'euro, al di là dei moralismi e dei sensi di colpa o delle paure ataviche che percorrono l'Europa e rincorrono tendenze inveterate all'egemonismo. Un sistema monetario più flessibile per una casa comune in cui non ci si senta prigionieri: a questo, tenendo in gran dispetto i richiami all'ordine dei soliti conformisti, e preoccupandosi delle angosce degli italiani e della necessità di darsi da fare per trovare una soluzione strategica valida per tutti gli europei, sta lavorando, senza colpi di testa, Silvio Berlusconi."
La Santanchè dà le pagelle: insufficienza a Letta, e chiede la testa di Saccomanni, predicando l'inopportunità di un esponente di Bankitalia al dicastero dell'Economia, mentre invece occore oggi saper rinegoziare con fermezza la nostra posizione in Europa.
Infine Raffaele Jannuzzi analizza non solo l'insostenibilità delle politiche dettate all'Italia dal suo inserimento dell'Europa, ma ne predica la radicale incompatibilità con la "dottrina sociale" della Chiesa, che risponderebbe alla vera via italiana al capitalismo (dimenticando la Costituzione; ma senza che questo sia una sopresa). In particolare si accusa la Merkel di essere abile tattica ma non buona stratega e, ancor peggio, di "sfidare" la dottrina sociale della Chiesa. Di rilievo l'accusa di "nonsense" all'austerità, al pareggio di bilancio e allo stesso limite del deficit al 3%...
venerdì 5 luglio 2013
VON HAYEK...HA DETTO TUTTO. ASPETTIAMO IL PROSSIMO "MONTAGGIO"
"...Fornire agli indigenti e agli affamati qualche forma di aiuto, ma solo nell’interesse di coloro che devono essere protetti da eventuali atti di disperazione da parte dei bisognosi."
Mariof pone questa questione, commentando un passaggio del precedente post sulla wanna-be "pseudo-ripresa" auspicata dai nostri governanti:
"- siccome non sanno PERCHE' E DOVE SBAGLIANO, di fronte alla caduta della domanda (interna e estera), e quindi di gettito fiscale (e persino con innalzamento di spesa per disoccupazione), non sapranno far altro che tassare ancora e tagliare la spesa comprimibile (che si allargherà a dismisura, con acclamazione mediatico-livorosa). Nel tentativo di arrivare prima o poi al "pareggio di bilancio".
Mi permetto di dissentire: non esiste ignoranza, non dopo gli ultimi due anni di diffusione, è cinica politica reazionaria per conto terzi mascherata da dabbenaggine. Pietà l'è morta!"
Salvatore Genovese si aggiunge:
Mi permetto di dissentire: non esiste ignoranza, non dopo gli ultimi due anni di diffusione, è cinica politica reazionaria per conto terzi mascherata da dabbenaggine. Pietà l'è morta!"
Salvatore Genovese si aggiunge:
"Concordo pienamente.
Non si può credere che sia ignoranza a questi livelli.
E' cinica politica reazionaria !"
Rispondo:
Non si può credere che sia ignoranza a questi livelli.
E' cinica politica reazionaria !"
Rispondo:
"Il punto è "strano": loro "vogliono" fare politiche deflattive salariali per la competitività e sanno che ciò occorre per correggere gli squilibri di bdp e di conseguenza l'indebitamento estero.
Ma al tempo stesso sono pure convinti che il moltiplicatore non si applichi alla spesa pubblica e che le correzioni di deficit-bilancio abbiano effetti puramente contabili. Perchè non dubitano delle teorie neoclassiche per le quali abbassamento dell'inflazione e spiazzamento di risorse dal pubblico (riducendo lo Stato) al privato inducono "aspettative razionali" di ripresa e quindi nuovi investimenti e assunzioni. C'è "anche" cosmesi (cioè coscienza di interventi di mera bandiera per volume), ma Saccomanni e Giovannini, come più volte qui evidenziato, alle sole "supply side" ci credono veramente.
La domanda aggregata per loro non è una dinamica di fattori interdipendenti, ma solo registrazione descrittiva di volumi che dipendono solo dall'offerta e dagli investimenti privati: ritenendo ancora valida la legge di Say"
Ma al tempo stesso sono pure convinti che il moltiplicatore non si applichi alla spesa pubblica e che le correzioni di deficit-bilancio abbiano effetti puramente contabili. Perchè non dubitano delle teorie neoclassiche per le quali abbassamento dell'inflazione e spiazzamento di risorse dal pubblico (riducendo lo Stato) al privato inducono "aspettative razionali" di ripresa e quindi nuovi investimenti e assunzioni. C'è "anche" cosmesi (cioè coscienza di interventi di mera bandiera per volume), ma Saccomanni e Giovannini, come più volte qui evidenziato, alle sole "supply side" ci credono veramente.
La domanda aggregata per loro non è una dinamica di fattori interdipendenti, ma solo registrazione descrittiva di volumi che dipendono solo dall'offerta e dagli investimenti privati: ritenendo ancora valida la legge di Say"
Mi rendo conto che per conciliare le intenzioni e gli effetti (in concreto divergenti rispetto alle prime) delle politiche oggi unanimemente seguite e condivise da governi, commissione UE e BCE, occorra comprendere il panorama scientifico, il background teorico, che tutti questi attori seguono. In un processo riduzionistico essenziale (fenomenologico), si tratta in effetti del profondo recepimento, convinto, privo di dubbi, delle teorie, o meglio ideologie, economiche di von Hayek.
Insomma, piuttosto che inseguire, dichiarazione dopo dichiarazione, i preannunzi di misure economiche in gestazione, le giustificazioni e i DEF relativi agli "effetti attesi" delle manovre, basta sapere come si sia espresso von Hayek.
L'analisi completa di un autore così ricco di produzione e prese di posizione nel corso di gran parte del secolo scorso sarebbe, com'è stato già fatto, il naturale oggetto di un autentico trattato.
Ma alla fine, le idee di von Hayek, seppure giustificate da lunghe premesse di ordine filosofico e antropologico, attento com'era a giustificare in termini di "istinti naturali", di conoscenze individuali incomplete, (colmate da forze che gli individui trovano nella stessa realtà biologica che li contraddistingue), la stessa creazione della "grande società" e tutti i fenomeni e gli equilibri economici che possono derivarne, le sue idee, dicevamo, si esprimono in una gamma di tematiche alquanto limitate e ossessivamente reiterate.
Per una strana necessità simmetrica, la sua stessa critica instancabile a Keynes si impernia sull'attribuzione a questi di un'equivalente limitatezza di temi e di idee-guida (tipico fenomeno proiettivo segno di alterazione emotiva dell'individuo, paludata di logica ma dettata dalle stesse pulsioni inconscie che egli esamina, in un ennesima semplificazione della realtà evolutiva umana, come spinta pre-culturale dell'individuo).
Ma qui si vede la fallacità della costruzione hayekkiana, dato che Keynes non escluse affatto il ruolo creatore di ricchezza delle iniziative individuali, cui anzi assegnava la piena libertà di iniziativa riconoscendo la funzione propulsiva degli "animal spirits", la complessità-ricchezza delle componenti della "propensione agli investimenti", la funzione coadiuvatrice, semmai correttiva delle fasi di crisi, e non esclusivamente determinante, dell'intervento pubblico rispetto ad essa.
Non certo un "credo" basato sulle sole funzioni di spesa statale- con i suoi, tra l'altro, denegati, effetti monetari- e di programmazione pubblica; questi assunti, nella forma schematizzata che egli critica, non si trovano mai enunciati nelle riflessioni di Keynes, attente, a differenza di Hayek, alla registrazione dei fenomeni della realtà sociale nella loro effettiva manifestazione e varietà storica.
Sospinta da una tecnica polemica para-razionale, basata sulla sistematica estrapolazione di segmenti isolati di un pensiero ricco, flessibile e articolato nei suoi oggetti e nei fenomeni fattuali presi in esame, Hayek è in definitiva l'iniziatore della "critica a un Keynes inesistente" che trova il suo punto di forza, solo apparentemente solido, nella famosa questione della stagflazione degli anni '70 (la cui contigenza dovuta a fattori attinenti al petrolio e alle materie prime, viene dilatata strumentalmente per criticare, alla fine, esclusivamente l'assetto sindacale e le dinamiche salariali, mentre invece trovò soluzione nell'autocorrezione, sempre in uno scenario globale di equilibri geopolitici).
Sulla universalizzazione di una critica economica fondata su tali basi contingenti, - la cui "eccentricità", rispetto alla realtà del fenomeno, sarebbe emersa se solo si fosse compiuto un sereno esame e della correzione avutasi nel lungo periodo e degli effetti della isterica instaurazione dei regimi monetaristi che, frettolosamente, si sono attribuiti meriti correttivi che alla prova dei fatti, scientificamente osservati, non hanno avuto-, manca tutt'ora una reazione scientifica "funditus", capace cioè di ristabilire la verità dei fatti e, più ancora di raggiungere la stessa fortuna culturale che hanno avuto la teoria Hayekkiana e i suoi allievi ed epigoni, a cominciare da Friedman.
Una prima acuta serie di osservazioni riequilibratici della verità dei fatti (in base a dati diffilmente confutabili), in Italia, la si deve a Bagnai, che passa in rassegna quelle vicende anche nel libro "Il tramonto dell'euro".
Sta di fatto, però, che il mainstream, figlio e "nipotino" di von Hayek, è ancora solidamente al comando, e, come abbiamo detto, il suo apparato di idee-guida risulta interiorizzato, forse al di là di quanto non sia cosciente, dai protagonisti della c.d. "governance" economica europea e naturalmente italiana.
Insoma, tutto quello che questi possono esprimere, posti di fronte ai frangenti di qualsiasi congiuntura ed esigenza di politica economica, finisce per essere solo una citazione o un montaggio e rimontaggio di qualche frase o formula di von Hayek. Basta conoscerne le proposizioni fondamentali e data una certa "issue" sul tappeto, si può prevedere con puntuale e sconcertante esattezza quale posizione e quali soluzioni adotteranno gli esponenti di questa governance.
A titolo esemplificativo ma altamente indicativo riportiamo alcuni passaggi del von Hayek pensiero, quali divulgati dalla Fondazione Bruno Leoni, che tra le sue missioni pare aver adottato anche quella di esaltare quella hayekkiana come teoria economica ottimale, salvifica e provvidamente anti-keynesiana (essendo visto Keynes come uno dei mali retaggio del XX secolo, al pari del comunismo sovietico). Basti al riguardo questo passaggio tratto da una delle loro pubblicazioni:
<Come superare le crisi?
Murray Rothbard (1926-1995), l’ultimo grande rappresentante della scuola austriaca ha scritto:
Fino a che non avremo ripudiato Keynes allo stesso modo di come lo sono stati Marx e Lenin nell’Europa dell’Est e nell’Unione Sovietica, non usciremo mai dalle periodiche stagnazioni e cicli economici. Dobbiamo gettare definitivamente queste tre icone del XX secolo nel cestino della storia. (
Making Economic Sense, Mises Institute, pag.224).
Ma all’orizzonte non ci sono segnali che ci facciano sperare in un tale cambiamento. Almeno fino a quando nelle facoltà universitarie di economia si continuerà ad insegnare Keynes, ignorando Hayek.>
Nell'illustrare le esemplificazioni del (reiterato) pensiero di von Hayek, partiamo dalla arcinota querelle con Keynes originata da una lettera di quest'ultimo del 17 ottobre 1932. Le risposte di Von Hayek (unitamente ad altri economisti) sono indicative di un pensiero che può dirsi già allora condensato e rigorosamente trasmesso e "fissato" come paradigma omogeneo e dogmatizzato in un blocco praticamente non più messo in discussione al giorno d'oggi.
"Due giorni dopo, il 19 ottobre, quattro docenti dell’Università di Londra replicarono alla lettera di Keynes. Uno dei firmatari era Friedrich von Hayek che, cinquant’anni più tardi, avrebbe vinto il Premio Nobel per l’economia.
Hayek e gli altri economisti evidenziavano tre punti discutibili nella lettera di Keynes: in primo luogo facevano giustamente notare che la tesi keynesiana relativa alla futilità del risparmio equivaleva in realtà al classico tema economico del pericolo rappresentato dalla tesaurizzazione, vale a dire alle conseguenze potenzialmente perniciose di un aumento generalizzato della domanda di moneta al quale non corrisponda una crescita adeguata dell’offerta di moneta stessa. «Concordiamo sul fatto che accumulare il denaro, in liquidità o in saldi inattivi, produce effetti deflattivi. Nessuno pensa che la deflazione sia qualcosa di auspicabile».
In secondo luogo, i professori di Londra trovavano discutibile l’asserzione che la forma assunta dalla spesa (consumo o investimento) non contasse. Essi ritenevano che fosse «particolarmente auspicabile una ripresa degli investimenti», prefigurando così la posizione dei supply-siders di oggi. Hayek e i suoi colleghi distinguevano tra l’accumulo di denaro e i risparmi destinati all'acquisto di titoli e riaffermavano l’importanza del mercato dei titoli mobiliari, che permette la conversione del risparmio in investimenti.
Il terzo, e più importante, elemento di dissidio con Keynes verteva sui benefici apportati dalla spesa pubblica in disavanzo. Hayek protestava che «l'esistenza di un debito pubblico di grandi proporzioni impone attriti e ostacoli al riassestamento dell’economia che sono molto maggiori di quelli imposti dall'esistenza del debito privato». Non era il momento (per menzionare l’esempio fatto da Keynes) di mettersi a costruire nuove piscine comunali e simili cose. Per traslare questa affermazione nel nostro contesto odierno, non è il momento di mettersi a lanciare “stimoli economici”.
Per finire, è importante osservare che Hayek e gli altri firmatari della lettera offrivano una via d’uscita. I governi di tutto il mondo, guidati dagli Stati Uniti delle nefaste tariffe introdotte nel 1930 dalla legge Smoot-Hawley, avevano adottato politiche protezionistiche e restrizioni ai flussi di capitale. Hayek sosteneva invece che fosse il momento di «abolire quelle restrizioni agli scambi e al libero movimento dei capitali».
Passiamo poi a una "traccia" un pò più consistente di illustrazione del pensiero, finale e maturo, del "nostro".
"Possiamo ancora evitare l’inflazione?di Friedrich A. von Hayek
...Quando nel 1970 Hayek tiene questa sua lezione sulla questione monetaria, l’economia occidentale si trova in una situazione assai particolare. Dopo la crescita che aveva caratterizzato la ricostruzione post-bellica, su entrambi i lati dell’Atlantico la situazione economica era contrassegnata da una sovrapposizione di inflazione e sostanziale stagnazione economica.
La forte penetrazione delle idee socialiste aveva progressivamente logorato le basi dell’economia libera: l’affermarsi del
welfare state, con il conseguente costante aumento della spesa e dell’indebitamento, aveva determinato la necessità di una politica monetaria discrezionale e inflazionistica.
Solo l’anno successivo a questa conferenza di Hayek sul tema dell’inflazione, tanto carica di preoccupazioni e tristi presagi, il presidente americano Richard Nixon deciderà il definitivo abbandono del gold standard, ponendo fine al sistema dei cambi fissi uscito dagli accordi di Bretton Woods del 1944. In tal modo, la convertibilità delle valute in dollari e dei dollari in oro (gold exchange standard) veniva abbandonata e quella statunitense diventava compiutamente una valuta "fiduciaria", sganciata da ogni rapporto con l’oro o con qualunque altro bene.
A livello internazionale stanno per acuirsi sempre più le contrapposizioni tra Occidente e mondo arabo, soprattutto a seguito delle tensioni connesse alla questione arabo-israeliana. Nel 1973 la vittoria di Israele nella guerra del Kippur spingerà l’Opec a penalizzare i Paesi occidentali importatori di petrolio, causando una grave crisi energetica. Un’altra grave crisi si avrà qualche anno dopo, nel 1979, a seguito della rivoluzione khomeinista in Iran.
In questo quadro, le stesse società europee vedono moltiplicarsi le tensioni politiche e sociali, soprattutto a causa di una crescente conflittualità sindacale e di un ribellismo studentesco che in qualche caso genererà gruppi terroristici. Sul piano economico, l’Occidente è entrato in una spirale inflazionistica durante la quale si utilizza la politica monetaria per rispondere più facilmente alle crescenti richieste di aumenti retributivi.
È questo il contesto nel quale si situa il profondo pessimismo delle pagine hayekiane che seguono, che appare profondamente diverso dalla grande fiducia nella buona discussione intellettuale come viatico per la buona politica così tipica di tanti lavori di Hayek. Tuttavia, proprio nel buio di quegli anni, comincia a vedersi una luce nel buio. Dopo che per anni – seguendo la lezione della Teoria generale – si era ritenuto di poter evitare ogni rischio di stagnazione tramite un’espansione monetaria e quindi una certa dose di inflazione, quello che negli anni Settanta apparirà sulla scena è un fenomeno nuovo, che verrà detto stagflazione. In una medesima economia si assiste, infatti, a un progressivo innalzamento dei prezzi e a una mancata crescita. "Tutti gli errori di Keynes", per citare il titolo di un recente saggio di Hunter Lewis pubblicato dal nostro Istituto,1 diventano materia di discussione – e, piano piano, riprende vigore un pensiero diverso.
Sarà anche grazie a tutto ciò che le tesi di Hayek, premiato nel 1974 con il premio Nobel per l’economia, torneranno a essere prese seriamente in considerazione. E sarà grazie al sovrapporsi dell’evidenza di un fallimento politico, e del rinato entusiasmo per una prospettiva intellettuale diversa, che gli anni immediatamente successivi vedranno imporsi idee ben diversie: l’attenzione per l’indipendenza delle banche centrali dalla politica come problema istituzionale, l’ambizione a diminuire i margini di discrezionalità dei banchieri centrali, l’abolizione dei controlli valutari, l’abbassamento della pressione fiscale, la parziale
deregulation avvenuta ad opera di Margaret Thatcher in Inghilterra e di Ronald Reagan negli Stati Uniti.
Ma questo intervento per la Foundation for Economic Education precede tale (parziale) inversione di rotta. Esso si colloca quindi in uno dei momenti di maggior depressione conosciuti della cultura liberale: e non è un caso se proprio in tale situazione Hayek torna a riflettere su un tema che a più riprese aveva studiato con grande attenzione: quello della moneta.
L’analisi hayekiana muove dalla convinzione che l’inflazione andrebbe combattuta ed evitata, ma anche dalla lucida consapevolezza che manchino le condizioni politiche (e pure culturali) in grado di spingere le autorità economiche e monetarie a difendere la moneta. E anche se è consapevole che la situazione sia disastrosa e che lo sarà ancor più negli anni a venire, pure egli non rinuncia a riprendere le sue passate analisi e a ricordare la lezione del maestro, Ludwig von Mises (1881-1973).
D’altra parte, proprio alla questione della moneta Hayek – di lì a pochissimi anni – dedicherà una delle sue riflessioni più ardite e "inattuali": quelle pagine sulla necessità di denazionalizzare la moneta con cui egli prendeva atto definitivamente dell’impossibilità di conciliare sound money e banca centrale, la lotta all’inflazione e il monopolio della moneta.
Questa lezione di Tarrytown è utile a comprendere come l’ultimo e più visionario Hayek sviluppi quelle tesi proprio nello sforzo di dare risposte veramente legittime e razionali di fronte a questioni cruciali: a partire dal tema della determinazione dei salari. In particolare, egli aveva compreso che solo una restituzione della moneta al mercato poteva collocare su binari nuovi il rapporto tra imprese e lavoratori, destinato diversamente a generare ogni forma di populismo e tensione. Ma questa lezione deve essere anche una lezione di ottimismo. A pochi anni da momenti così bui, a un passo da quella che poteva apparire come una tragedia incipiente, le idee davvero riescono a sparigliare e a rifare le carte alla storia politica. Ripubblicare questa conferenza di Hayek è per noi, non solo un modo per rendere nuovamente disponibile un saggio così bello ed istruttivo. È anche un auspicio, per l’anno nuovo. (Carlo Lottieri)
In un certo senso, la domanda posta nel titolo è puramente retorica. Spero infatti che nessuno pensi che io possa aver dubitato, anche solo per un momento, che, dal punto di vista tecnico, fermare l’inflazione costituisca un problema. Se le autorità monetarie lo vogliono realmente e sono disposte ad accettare le conseguenze della loro decisione, l’inflazione può essere fermata praticamente da un giorno all’altro. Esse controllano la base della piramide del credito e un annuncio credibile che esse non accresceranno la quantità di banconote in circolazione e depositi bancari, ma che, semmai, ne ridurranno il volume basterà a compiere il gioco. Su questo, fra gli economisti, non ci sono dubbi.
Ciò che ora mi interessa non sono le possibilità tecniche, ma quelle politiche. E qui, certamente, ci troviamo di fronte a una questione così difficile che un numero sempre maggiore di persone, anche di grande competenza, si è rassegnata all’inevitabilità di un’inflazione di durata indefinita. Per quanto ne so, infatti, nessuno ha cercato di mostrare concretamente come possiamo superare gli ostacoli situati non nel campo monetario, ma in quello politico. E, del resto, neanch’io posso affermare di possedere una medicina che sia sicuramente efficace e adatta alle condizioni attuali. Ma, una volta compresa l’urgenza del problema, non mi pare neppure che la sua soluzione vada al di là delle possibilità umane. In questa sede, il mio scopo principale è fare capire chiaramente che, se vogliamo conservare una società di uomini liberi in cui abbia senso vivere,
dobbiamo fermare l’inflazione.
Se l’urgenza di questa necessità viene pienamente compresa, spero che si troverà il coraggio necessario a rimuovere gli ostacoli politici e a ripristinare un’economia di mercato.
Nei libri di scuola, e probabilmente anche nella testa della gente, viene preso in considerazione con la necessaria serietà solo uno degli effetti dannosi dell’inflazione, quello sui rapporti fra debitori e creditori. Certamente un deprezzamento imprevisto nel valore della moneta danneggia i creditori e favorisce i debitori. Questo è un effetto importante dell’inflazione, ma certamente non il più importante. E poi, dato che sono i creditori ad essere danneggiati e i debitori a guadagnarci, la gente non se ne preoccupa molto, almeno fino a quando non capisce che nella società moderna la più importante e numerosa classe di creditori è costituita dai salariati e dai piccoli risparmiatori, e i gruppi di debitori che guadagnano prima di tutti sono le imprese e gli istituti di credito.
Ma non voglio soffermarmi troppo su questo ben noto effetto dell’inflazione che, peraltro, è quello che si autocorregge più velocemente. Vent’anni fa avevo ancora qualche problema nel convincere i miei studenti che se in generale ci si attendeva un aumento dei prezzi in ragione di un tasso, poniamo, del 5 per cento, avremmo avuto tassi di interesse del 9-10 per cento, o più. E c’è qualcuno che non ha ancora capito che tassi d’interesse di quest’ordine di grandezza sono destinati a durare finché dura l’inflazione. Così, finché le cose stanno in questi termini e i creditori sanno distinguere fra ricavo lordo e netto, perlomeno i prestatori a breve termine non hanno ragione di che lamentarsi, anche se i creditori a lungo termine, come ad esempio i possessori di titoli di stato, vengono parzialmente espropriati.
Ma c’è anche un altro aspetto, più subdolo, di questo processo che merita attenzione. È l’aspetto che lede la credibilità di ogni pratica contabile e fa risultare profitti spuri considerevolmente superiori ai guadagni effettivi. Certamente, un dirigente avveduto potrebbe tenere conto anche di questo fattore, almeno in modo approssimato, e considerare un profitto solo ciò che resta dopo aver considerato il deprezzamento della moneta nella valutazione dei costi di sostituzione del capitale. Ma il fisco non glielo permetterebbe e pretenderebbe di tassare ogni pseudoprofitto. Una tassazione di questo tipo non è altro che una vera e propria confisca di parte del capitale e in periodi di inflazione galoppante può diventare un problema estremamente serio.
mercoledì 3 luglio 2013
DEFICIT, PAREGGIO DI BILANCIO E PSEUDO-RIPRESA
Per chi se le fosse perse, e ad ogni buon conto, faccio il montaggio delle risposte date alle pertinenti osservazioni fatte da Lorenzo Carnimeo:
"Una cosa va detta: tecnicamente, se accettano di lasciare nel breve periodo il deficit al 3%, può in effetti verificarsi un periodo di assestamento con crescita poco sopra lo 0,...
Ma questa è un'ipotesi che non tiene conto della bilancia dei pagamenti: questa ha avuto un miglioramento "ante mortem", dovuto alla restrizione fiscale della domanda interna (aumenti dell'IVA e delle accise sui carburanti, con generale e drastica caduta dei consumi).
Tuttavia, la recessione (innescata dalle manovre dell'estate 2011 e seguenti) ha inciso in modo strutturale sull'offerta nazionale: la caduta simultanea e drammatica di investimenti e consumi, porterà alla incapacità di produrre quanto una "eventuale"domanda, non dico in crescita, ma anche solo "stabilizzata", potrà comportare.
Ecco allora che, dopo una fase di stagnazione (crescite 0,3...) che verrà salutata come ripresa, la bilancia dei pagamenti (in tutte le sue voci, non solo per la partita "merci", beninteso), ritrascinerà l'Italia in recessione e si procederà a nuova deflazione salariale (unico metodo di correzione conosciuto in UEM), nuova caduta della domanda, nuova deindustrializzazione da caduta della domanda; e perciò calo del PIL, del gettito fiscale, acuito da furiosi tagli della spesa pubblica (in risposta) e quindi fallimento successivo dell'obiettivo di deficit.
SE SI RIMANE NELL'EURO, questo e solo questo ci attende; PER DECENNI.
Cioè il ciclo oscillerà sempre e solo tra stagnazione e recessione: e con una frequenza allarmante e distruttiva.
Esattamente come prefigura ciò che è accaduto dal 2002 ad oggi.
Ma questa è un'ipotesi che non tiene conto della bilancia dei pagamenti: questa ha avuto un miglioramento "ante mortem", dovuto alla restrizione fiscale della domanda interna (aumenti dell'IVA e delle accise sui carburanti, con generale e drastica caduta dei consumi).
Tuttavia, la recessione (innescata dalle manovre dell'estate 2011 e seguenti) ha inciso in modo strutturale sull'offerta nazionale: la caduta simultanea e drammatica di investimenti e consumi, porterà alla incapacità di produrre quanto una "eventuale"domanda, non dico in crescita, ma anche solo "stabilizzata", potrà comportare.
Ecco allora che, dopo una fase di stagnazione (crescite 0,3...) che verrà salutata come ripresa, la bilancia dei pagamenti (in tutte le sue voci, non solo per la partita "merci", beninteso), ritrascinerà l'Italia in recessione e si procederà a nuova deflazione salariale (unico metodo di correzione conosciuto in UEM), nuova caduta della domanda, nuova deindustrializzazione da caduta della domanda; e perciò calo del PIL, del gettito fiscale, acuito da furiosi tagli della spesa pubblica (in risposta) e quindi fallimento successivo dell'obiettivo di deficit.
SE SI RIMANE NELL'EURO, questo e solo questo ci attende; PER DECENNI.
Cioè il ciclo oscillerà sempre e solo tra stagnazione e recessione: e con una frequenza allarmante e distruttiva.
Esattamente come prefigura ciò che è accaduto dal 2002 ad oggi.
Quindi non avremmo una "ripresina"; in realtà sarebbe una "non recessione". Cioè crescita prossima allo zero, ma non negativa (sostanziale stagnazione).
Cerco di farla sintetica:
il margine di spesa pubblica è in realtà estraneo a ciò; come dice pure Munchau si tratta di programmi risibili. Quelli attuali e pure i futuri; gli sbandierati cofinanziamenti esigono pur sempre un concorso di spesa nazionale, contabilmente ridotto a essere simbolico;
- la "non recessione", nella visione paradossale e ormai fuori dalla realtà dei responsabili della nostra economia, è in realtà dovuta:
Cerco di farla sintetica:
il margine di spesa pubblica è in realtà estraneo a ciò; come dice pure Munchau si tratta di programmi risibili. Quelli attuali e pure i futuri; gli sbandierati cofinanziamenti esigono pur sempre un concorso di spesa nazionale, contabilmente ridotto a essere simbolico;
- la "non recessione", nella visione paradossale e ormai fuori dalla realtà dei responsabili della nostra economia, è in realtà dovuta:
a) al fatto stesso di consentire il mantenimento di un deficit e di non perseguire con immediatezza il pareggio tecnico (-0,50, in assenza di congiuntura);
b) il che significa di non dover calibrare, con la stessa frequenza e dimensione degli ultimi 2 anni, manovre di austerity su questo obiettivo, lasciando, più o meno i conti come stanno e attendendo, secondo le "loro" previsioni, che la deflazione salariale aumenti la competitività e l'export;
- questa stessa aspettativa conferma che la recessione è dovuta tutta alle politiche fiscali!;
- poichè invece la crisi è di domanda, anche lasciando le cose come stanno (più o meno, e comunque per il 2014, perchè il 2013 è già di recessione), la domanda interna calerà lo stesso e non potrà essere sostituita da quella estera "aggiuntiva", perchè mancati investimenti e deindustrializzazione nazionali sono stati portati troppo in là, mentre i nostri vicini UEM soffrono di problemi analoghi e il livello del cambio non ci consente una vera espansione extra-UEM;
- differenziali di interessi, credit crunch, crollo del valore patrimoniale di assets finanziari e immobiliari, porteranno poi ad una ulteriore forte fuga di capitali, i cui rendimenti permarranno all'estero e non verranno reimportati (fenomeno simile alla fuga delle expertise migliori, cervelli e relativi redditi in fuga);
- siccome non sanno PERCHE' E DOVE SBAGLIANO, di fronte alla caduta della domanda (interna e estera), e quindi di gettito fiscale (e persino con innalzamento di spesa per disoccupazione), non sapranno far altro che tassare ancora e tagliare la spesa comprimibile (che si allargherà a dismisura, con acclamazione mediatico-livorosa). Nel tentativo di arrivare prima o poi al "pareggio di bilancio".
Risultato: brevi stagnazioni preluderanno a fasi recessive da ripresa della austerity.
Vorrebbero andare avanti così all'infinito gli ITALIAN-PUD€, non avendo capito il moltiplicatore e cosa non funzioni nel vincolo di cambio.
Perchè l'euro, per loro, è irrinunciabile e la deflazione salariale come prospettiva illimitata nel tempo li esalta troppo.
- questa stessa aspettativa conferma che la recessione è dovuta tutta alle politiche fiscali!;
- poichè invece la crisi è di domanda, anche lasciando le cose come stanno (più o meno, e comunque per il 2014, perchè il 2013 è già di recessione), la domanda interna calerà lo stesso e non potrà essere sostituita da quella estera "aggiuntiva", perchè mancati investimenti e deindustrializzazione nazionali sono stati portati troppo in là, mentre i nostri vicini UEM soffrono di problemi analoghi e il livello del cambio non ci consente una vera espansione extra-UEM;
- differenziali di interessi, credit crunch, crollo del valore patrimoniale di assets finanziari e immobiliari, porteranno poi ad una ulteriore forte fuga di capitali, i cui rendimenti permarranno all'estero e non verranno reimportati (fenomeno simile alla fuga delle expertise migliori, cervelli e relativi redditi in fuga);
- siccome non sanno PERCHE' E DOVE SBAGLIANO, di fronte alla caduta della domanda (interna e estera), e quindi di gettito fiscale (e persino con innalzamento di spesa per disoccupazione), non sapranno far altro che tassare ancora e tagliare la spesa comprimibile (che si allargherà a dismisura, con acclamazione mediatico-livorosa). Nel tentativo di arrivare prima o poi al "pareggio di bilancio".
Risultato: brevi stagnazioni preluderanno a fasi recessive da ripresa della austerity.
Vorrebbero andare avanti così all'infinito gli ITALIAN-PUD€, non avendo capito il moltiplicatore e cosa non funzioni nel vincolo di cambio.
Perchè l'euro, per loro, è irrinunciabile e la deflazione salariale come prospettiva illimitata nel tempo li esalta troppo.
Ora, fresca di giornata, arriva la notizia ANSA che conferma al 100% questo quadro.
"La Commissione Ue ''consentira' deviazioni temporanee dal raggiungimento dell'obiettivo di medio termine'' che consentiranno ''investimenti pubblici produttivi'', cofinanziati dalla Ue. Lo ha annunciato il presidente Jose' Barroso e oggi il commissario Olli Rehn scrivera' ai ministri per spiegare il nuovo approccio.
La Commissione, ha spiegato Barroso, "ha esplorato ulteriori modi all'interno del braccio preventivo del Patto di Stabilità (cioé per chi è sotto il 3% di deficit e quindi fuori da procedura, ndr) per realizzare investimenti pubblici non ricorrenti con un impatto provato sulle finanze pubbliche". E oggi quindi Barroso ha annunciato che "quando la Commissione valuterà i bilanci nazionali per il 2014 e i risultati di bilancio del 2013, considererà di consentire deviazioni temporanee del deficit strutturale dal suo percorso verso l'obiettivo di medio termine (per l'Italia è il pareggio strutturale nel 2014-2015, ndr) fissato delle raccomandazioni specifiche per Paese". Tale deviazione "deve essere collegata a spesa pubblica su progetti co-finanziati dalla Ue nell'ambito della politica strutturale e di coesione, delle reti trans-europee e della 'Connecting Europe Facility' con un effetto nel lungo termine positivo, diretto e verificabile sul bilancio".
Puddo-piddini di tutte le "etnie" festanti. Un trionfo!
Ma la prospettive sono puntualmente quelle sopra enunciate. Il discorso è questo: "per il 2014 vi consentiamo di mantenere il deficit al 3%, ma solo se ci "piace" quello che fate in termini di spesa, chiamandolo "investimenti" (cioè supply side per produrre ma non si sa, per le ragioni dette, per vendere a chi).
Per il 2015, l'obiettivo deve essere il "prossimo al pareggio di bilancio", cioè l'obiettivo "strutturale" da cui non si può deviare. E lo ribadiscono.
Nella migliore delle ipotesi, per chi ha capito il moltiplicatore e il funzionamento del saldi settoriali: se non verrà impostata una riduzione del deficit "a consuntivo" del 2013, pseudo-ripresina nel 2014 e, alla fine di tale anno, massiccia manovra riduttiva del deficit per il 2015 (sul deficit che risulterà a fine 2014: e ci sarà da divertirsi, per così dire, dato che sarà molto difficile persino mantenere il deficit al 3%).
Quindi nuova inevitabile recessione...e manovre correttive per "promuovere la crescita" attraverso la "virtuosità" fiscale.
martedì 2 luglio 2013
THE CLASH- 2. HA DDDA VENI' TREMONTI COL TAGLIO LINEARE...?
Non aggiungo altro. Con questi post:
siete perfettamente in grado di valutare gli effetti di questo: "Pensioni e Imu: il governo Letta prepara le riforme. Tutte le ipotesi allo studio"...
Solito cocktail di tagli e tasse in arrivo (notare che cercano in effetti far passare un taglio, ulteriore, alle pensioni come un vantaggio, dando per scontata una dilagante disoccupazione per gli anni futuri: servizio "prevenzione esodati").
Certo che tra:
- inglobamento (leggi: falsa abolizione) dell'IMU nella "Service Tax", - con in più la famigerata revisione degli estimi catastali (dicono che "avvicina ai valori di mercato"...stimati 4 o 5 anni fa! Ma poi: c'è ancora un mercato immobiliare?E soprattutto: esistono i "servizi"?);
- disboscamento delle agevolazioni tributarie (una botta al reddito disponibile);
- part-time forzato per gli "anziani" (leggi: deflazione salariale e pensionistica);
- e addizionale ulteriore IRE sugli alti redditi;
parrebbe un programma poco accettabile dal PUD€ dissidente.
- inglobamento (leggi: falsa abolizione) dell'IMU nella "Service Tax", - con in più la famigerata revisione degli estimi catastali (dicono che "avvicina ai valori di mercato"...stimati 4 o 5 anni fa! Ma poi: c'è ancora un mercato immobiliare?E soprattutto: esistono i "servizi"?);
- disboscamento delle agevolazioni tributarie (una botta al reddito disponibile);
- part-time forzato per gli "anziani" (leggi: deflazione salariale e pensionistica);
- e addizionale ulteriore IRE sugli alti redditi;
parrebbe un programma poco accettabile dal PUD€ dissidente.
Che infatti, insiste così sul taglio "viuuuleeento", e torna ad elogiare Tremonti sul taglio lineare della spesa(pubblicaimproduttivabrutta-tuttabrutta).
Insomma, the clash tra queste due linee appare inevitabile, ma...tranquilli la seconda, quella degli pseudodissidenti, è per precostituirsi un alibi che giustifichi quando passerano all'attacco...mica ce credono!
E' solo che non possono far vedere che accettano di fare quello che, se fossero stati al governo da soli, avrebbero senz'altro fatto lo stesso (tasse incluse: la riduzione delle agevolazioni fiscali è una escogitazione di Tremonti dell'estate 2011).
Solo che, se queste sono le premesse di "the clash", si tratta di una corsa ad incolpare tempestivamente L'ALTRA PARTE di aver aggravato la recessione.
Cosa che riuscirà molto meglio ai "dissidenti": gli europuddini credono ancora che tagli e tasse e contenimento del deficit, in situazione recessiva, portino alla crescita.
Una situazione "lunare", che gli italiani non riescono a decodificare.
...Singolarmente, intanto, l'affaire "datagate" si sta rivelando più grave del previsto, almeno per l'escalation stupefacente di reazioni degli europei, in testa la Germania.
Hard to believe, trattandosi di prassi che adottano un pò tutte le nazioni e proprio per la trasformazione, post fine della guerra fredda, dell'intelligence politico-militare, sempre più, in intelligence economico-finanziaria; il che rende inevitabile controllare il flusso di dati espressi da qualunque grande attore politico-economico.
Anzi, questa evoluzione, piaccia o no, conferma che la forma più avanzata di conflitto concepibile al giorno d'oggi si manifesta proprio su questo piano. Il che conforta l'impianto frattalico (a ben vedere, l'Europa è già in preda a un conflitto generale).
Solo l'ipocrisia può portare a enfatizzare le "proteste" diplomatiche, in un caso come questo: dato che tutti avrebbero dovuto e potuto sapere benissimo, e da un pezzo, avendo persino partecipato.
Ma in Europa, l'ipocrisia è un sistema di governo.
E come sempre l'ipocrisia crea una facciata per nascondere qualcos'altro, un "non detto" che forse, qui abbiamo già "carpito".
Specie se si considera che si parla persino di "guerra fredda USA-Germania" (ohibò!), perchè venivano spiate Bundesbank e BCE. Ma forse gli USA hanno capito che sono praticamente la stessa cosa, con poche variabili cosmetiche per lo "spettacolo".
Una situazione "lunare", che gli italiani non riescono a decodificare.
...Singolarmente, intanto, l'affaire "datagate" si sta rivelando più grave del previsto, almeno per l'escalation stupefacente di reazioni degli europei, in testa la Germania.
Hard to believe, trattandosi di prassi che adottano un pò tutte le nazioni e proprio per la trasformazione, post fine della guerra fredda, dell'intelligence politico-militare, sempre più, in intelligence economico-finanziaria; il che rende inevitabile controllare il flusso di dati espressi da qualunque grande attore politico-economico.
Anzi, questa evoluzione, piaccia o no, conferma che la forma più avanzata di conflitto concepibile al giorno d'oggi si manifesta proprio su questo piano. Il che conforta l'impianto frattalico (a ben vedere, l'Europa è già in preda a un conflitto generale).
Solo l'ipocrisia può portare a enfatizzare le "proteste" diplomatiche, in un caso come questo: dato che tutti avrebbero dovuto e potuto sapere benissimo, e da un pezzo, avendo persino partecipato.
Ma in Europa, l'ipocrisia è un sistema di governo.
E come sempre l'ipocrisia crea una facciata per nascondere qualcos'altro, un "non detto" che forse, qui abbiamo già "carpito".
Specie se si considera che si parla persino di "guerra fredda USA-Germania" (ohibò!), perchè venivano spiate Bundesbank e BCE. Ma forse gli USA hanno capito che sono praticamente la stessa cosa, con poche variabili cosmetiche per lo "spettacolo".
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