
Questo post è
il montaggio coordinato e attualizzato di post precedenti in modo da
raccordarlo a parti nuove che riguardano direttamente il presente; quindi,
avendo a disposizione il maggior numero possibile di premesse e variabili da
considerare...
Ho ritenuto
fosse utile per "fare il punto" della stagnazione attuale.
1.
Ripeterlo anche oggi ha molto senso. E proprio perché ci dà il
"senso" della rimozione e della metabolizzazione invertita
(cioè addirittura controproducente rispetto al suo esito) del referendum
costituzionale.
Deflazione,
insolvenze diffuse delle famiglie, fallimenti seriali di imprese e
deindustrializzazione non contano nulla. E aggiungiamoci la solita "overdose"
di privatizzazioni, almeno nelle intenzioni, per mettere" i conti in
ordine e (perciò!) tornare alla crescita" (Padoan ci tiene alla sua
reputazione internazionale...).
Quello che conta è
mantenere la moneta unica.
...
L'euro, lo diciamo in altre parole rispetto a quelle che
abbiamo tante volte detto, è una scelta politica volta a eradicare
definitivamente la possibilità di redistribuzione del potere sociale al di
fuori dell'oligarchia.
L'euro è infatti
il presupposto e il fine ultimo - in un processo circolare inavvertito dalle
masse anestetizzate dai media- che conferisce la legittimazione per
poter adottare misure come quelle cui fanno riferimento le dichiarazioni sopra
riportate.
In assenza del
vincolo dell'euro, la necessità di
quanto preannunciato anche in questi giorni, ma ovviamente lasciato al
dopo-elezioni, ovvero a un governo tecnico da formare sull'anarchia tripolare
nata dalla incapacità orchestrata di focalizzare nell'€uropa la radice dei
nostri problemi, non avrebbe nè la priorità assoluta nè l'intensità che gli
viene, variamente ma costantemente attribuita, da quando l'Italia ha
intrapreso il cammino della convergenza dettata da Maastricht,
aderendo poi alla moneta unica.
2. Accettiamo
pure quello che non appare affatto così scontato, cioè che l'Italia debba essere
una economia fortemente "aperta", in modo massimizzato
rispetto all'area UE, e in modo negoziato
"in crescendo", in base alla intensificata apertura prevista da
altri trattati rispetto al resto del mondo.
Il free-trade
non è infatti una condizione "naturale" delle comunità sociali che, non ne subirebbero, ove possano saggiamente
autogovernarsi, la potenziale spinta all'asservimento politico, e spesso
militare, di chi prevale in questo free-trade; quello che esso determina è una
competizione che si instaura INEVITABILMENTE tra comunità sociali
politicamente autonome.
Per "autonome",
intendiamo sia territorialmente e organizzativamente distinte fra loro, sia
caratterizzate, in base alla loro identità linguistica e culturale, dall'aspirazione
al benessere collettivo; aspirazione, a sua volta, basata su un alto e
spontaneo grado solidarietà interna al gruppo complessivo. Una solidarietà
che, come ben
sapevano i fondatori del federalismo europeo, è, in base all'esperienza
millennaria della Storia umana, assente
tra comunità politiche diverse.
Inutile dire, che in
quanto ipotizzato dalle attuali classi politiche, il ritorno al
protezionismo, magari intelligente (?), non è che un palliativo,
scientificamente sbilenco, privo di qualsiasi attendibilità: il quadro dei
trattati contraddice questa singolare eccentricità, pro-bono elettorato
confuso, e, più ancora, ogni ipotesi di revisione dei trattati muove nella
direzione della istituzionalizzazione
della trojka come strumento di un'integrazione €uropea che si compendia
nell'intensificazione del metodo esproprivativo della sovranità.
3. In pratica, con
le nuove "visioni" di neo-trattati €uropei, si aumenta a dismisura
- per società dove territorio e mercato del lavoro sono già ora al collasso
per come è finora attuata l'€uropeizzazione coatta- la contribuzione a un
presunto bilancio federale dei paesi dell'eurozona per far sì che la
RESTITUZIONE dei soldi prelevati dalle tasche dei cittadini italiani sia fatta,
- e solo in parte- "a condizione" di realizzare ulteriori
riforme strutturali del mercato del lavoro nonché privatizzatrici degli assets
nazionali più (attualmente) impensabili.
In questo
programma di "riforma dei trattati"- cioè la riprova di quello che
si ottiene a "sbattere i pugni sul tavolo"!-, "ridotto il
perimetro dello Stato" nella versione hayekiana più drastica (cioè fine
istruzione, sanità e pensioni pubbliche) il sedativo della disperazione
- per la "protezione" fisica e sociale della casta oligarchia- viene propinato in qualche forma di reddito
di inclusione o "di cittadinanza", o comunque denominato (i
dettagli non contano per chi voglia "capire"), meglio se condito
dalla eutanasia
legalizzata per chi abbia superato, per età o condizione di malattia, la
soglia di costo fiscale considerata tollerabile (e il bello è che lo
chiamano "solidarietà
tra generazioni").
4. Dunque se il
trade internazionale è un fenomeno storicamente naturale per
l'umanità (pure sulle piroghe del paleolitico, passando per i fenici e
per i Danaos dona ferentes), è il "free" che non funziona:
cioè la formalizzazione mediante un trattato (spesso imposto con la guerra)
del fatto giuridico che non ci si possa in alcun modo difendere dai problemi di
aggressione socio-politica derivanti dalla supremazia commerciale raggiunta da
un altro gruppo. Per il benessere della comunità.
Quel
"free", dunque, non
è mai la libertà del gruppo sociale che - chissà
come e perchè- è finito nella maglie dell'altrui trade, ma è,
immancabilmente, una "free-competition" industriale e
poi commerciale che impegna i sistemi sociali apertisi reciprocamente ad uno
sforzo collettivo contrastante gli interessi dell'altro gruppo, sforzo del
tutto omogeneo a quello espresso durante la guerra.
Pure il
conflitto armato, come tutti dovrebbero sapere, è essenzialmente vinto attraverso
uno sforzo industriale: sia per
produrre le armi, sia per supportare e finanziare l'azione bellica dei propri,
tesa ad eliminare e ad uccidere abbastanza soldati e cittadini
"nemici" da indurli alla resa, cioè alla sottomissione.
L'apertura
delle economie al free-trade - lo
abbiamo tante volte detto, come pure Bazaar- è dunque un vincolo (da
trattato) allo scontro permanente.
Nella guerra vera e propria muoiono i lavoratori delle classi economiche subalterne divenuti soldati.
Nella guerra vera e propria muoiono i lavoratori delle classi economiche subalterne divenuti soldati.
Nello scontro
industrial-commerciale fra "economie aperte", sono sempre i
lavoratori a subire le perdite; sia con la disoccupazione, cioè con la miseria,
sia con la costrizione all'emigrazione, sia col subire la propaganda
dell'oligarchia del proprio regime che, comunque, riduce il loro benessere
e la rappresentatività generale dello Stato, come pure le loro aspettative di
vita e persino di riprodursi, mettendo su famiglia in condizioni di dignità e
sopravvivenza.
5. Ma riprecisato
questo, l'Italia non era, fino all'irrompere del "vincolo
esterno", un paese così "debole" da essere destinato a
soccombere in ogni scontro industriale e commerciale con altri sistemi-paese
(come si dice oggi, in tecno-pop, per dissimulare la conflittualità
inesorabile che deriva dalla "apertura delle economie"...per trattato
free-trade, cioè un trattato free-fighting one-against-each-other,
che è poi esattamente l'opposto di quello che ammette l'art.11 Cost., come
saprà ormai chiunque abbia letto "La
Costituzione nella palude"...o anche
solo abbia veramente seguito questo blog).
Per porlo in
condizioni di debolezza, cioè per far
sì che la situazione divenisse tanto sfavorevole, per il popolo italiano, - e
tanto favorevole per l'elite capitalista (nazionale
e sovranazionale: in ciò naturalmente solidali) che vede sempre con favore
questa situazione (per i motivi che vedremo, ben indicati da Kalecky e Caffè), si
è dovuto inventare il vincolo esterno: al suo meglio, l'euro. Che ha
epigraficamente gli effetti che segnala più sopra la frase di Padoan.
6.
Dunque, per Costituzione, questo non si sarebbe potuto fare: in realtà,
governanti che intendano fare gli interessi del proprio popolo e mantenerne il
consenso, non avrebbero avuto nemmeno bisogno del precetto inderogabile di
una Costituzione (rigida) per concepire, con la logica della democrazia
sostanziale, di non intraprendere una strada del genere.
Governanti
saggi, coscienti che l'opposta logica
della massimizzazione del potere di pochi sull'intera società che dovrebbero
governare non porta mai al benessere collettivo e alla stabilità sociale, dovrebbero
tendere piuttosto al pieno impiego e propugnare, di fronte all'insorgere,
sempre possibile, dei problemi di bilancia dei pagamenti determinati dal
fenomeno "naturale" dello scambio internazionale, la condizione
dell'equilibrio dei conti con l'estero come unico limite al perseguimento del
"pieno impiego" democraticamente accettabile.
Ma è qui che, dove
la logica democratica non avrebbe consentito spazi di manovra (sorretti dal
consenso), subentra la scelta politica di forzare le cose col trattato free-trade
e di indebolire ogni capacità di resistenza democratica (cioè del lavoro)
attraverso il cambio fisso-moneta unica.
7. Vediamo dunque
se, in qualche modo, il
fenomeno Trump, - che pure aveva segnato una sconfitta delle alte aspettative
dell'oligarchia mondialista del free-trade, ossia della guerra alle classe
medie del lavoro e ai "ceti indipendenti" (indipendenti dal
controllo politico degli oligopoli/monopoli sovranazionali, come avvertiva, nel
1949, Lelio Basso), - ha mutato questo scenario. Attualmente no:
forti tensioni politiche sono sorte tra le due sponde dell'Atlantico ma
essenzialmente su dichiarazioni e enunciati di astratto principio.
8. Ma tutto
questo non si potrà presumibilmente tradurre in un cambiamento tangibile,
almeno nel breve periodo:
a) né delle
classi dirigenti che realmente controllano la traiettoria delle economie
occidentali, al di là di questa o quella formazione politica che si affanni, in
tutta €uropa, a raccontare che porterà il "cambiamento";
b) né della
cultura mediatico-accademica che a tale controllo è funzionale:
semplicemente perché un "riposizionamento" sostanziale implica una
profonda autocritica e, per lo più, si sono estinte le
risorse cognitive persino per concepirla, mentre le risorse morali per
assumersi la responsabilità delle proprie colpe non è...roba di questo
mondo.
Ribadiamo che
Trump è un segno dei tempi, non la soluzione a una deriva sempre più
drammatica; è quindi "l'accettabile
compromesso" (per le elites, certamente), che cerca di salvare capra e
cavoli, dell'interesse USA, in teoria "popolare" e legato al
malcontento delle classi medie impoverite, mediante la sostanziale
intangibilità delle cause del problema, ricorrendo, in vario modo, alla
consueta tecnica di attaccare gli "effetti" nella forma
dell'acutizzazione dei conflitti sezionali.
9. Ora la (quasi
fisiologica) correzione verso l'alto dei
prezzi petroliferi (e di conseguenza delle commodities), riporta
l'inflazione, in €uropa, verso il 2% senza alcun merito di Draghi: che infatti
indirettamente lo ammette nel rispondere alle stucchevoli
pretese tedesche di por fine al QE e di ricominciare a far salire spread e
tassi di interesse.
Ma il fatto è che la
(mitica) guerra
(s)valutaria tra euro e dollaro, cioè una rivalutazione del primo sul
secondo (e il conseguente "colpo finale" alla moneta unica), è ancora
al di là da venire: la Yellen incombe col rialzo dei tassi e comunque
l'effetto Trump su Wall Street, pur
privo di qualunque logica, ostacola e imprigiona qualsiasi efficace
politica strutturale di correzione, ex parte USA, dei conti con
l'estero, unita ad un rilancio dell'occupazione manifatturiera, in assenza di
investimenti in capitale fisico che
il settore pubblico avrà grandi, se non insormontabili, difficoltà a innescare.
10. E dunque?
"In questo
contesto, tutto
sommato,...sono segnali contraddittori nel complesso.
E confermano che,
negli USA, si ha una prevalente visione non "destabilizzante" dei
rapporti con la Germania: perchè ci sono fin troppe questioni intrecciate, e
convergenti visioni prevalenti, rispetto ai motivi di dissapore.
In particolare, gli USA non possono non considerare l'enorme utilità della Germania per disciplinare il resto dei paesi UEM, quelli con le "Costituzioni antifasciste", ed eliminare una volta per tutte la tutela del lavoro, flessibilizzandolo e privandolo del welfare (salario indiretto di "resistenza" alla durezza del vivere), e liquidare anche solo una parvenza di senso del sindacato.
Prima questo: poi si ragiona eventualmente sul resto.
Salvo complicazioni: che gli USA possono avere dal fronte interno, cioè dalla fine della loro mobilità sociale e dai suoi riflessi elettorali forse imminenti, ovvero da Putin. Ma non dalla Germania".
In particolare, gli USA non possono non considerare l'enorme utilità della Germania per disciplinare il resto dei paesi UEM, quelli con le "Costituzioni antifasciste", ed eliminare una volta per tutte la tutela del lavoro, flessibilizzandolo e privandolo del welfare (salario indiretto di "resistenza" alla durezza del vivere), e liquidare anche solo una parvenza di senso del sindacato.
Prima questo: poi si ragiona eventualmente sul resto.
Salvo complicazioni: che gli USA possono avere dal fronte interno, cioè dalla fine della loro mobilità sociale e dai suoi riflessi elettorali forse imminenti, ovvero da Putin. Ma non dalla Germania".
"E noi
italiani, in mezzo a tutto questo?
Attendiamo
appunto.
Attendiamo che si
completi la riforma incessante del mercato del lavoro, lo smantellamento del
welfare in vista della sua privatizzazione (TTIP o meno che sia), e, in
sostanza la
fine della democrazia sociale (non liberale, che è invece l'obiettivo
che, se siamo fortunati, ci viene riservato dal capitalismo finanziario e
oligopolistico).
10.1. Con
questa nostra traiettoria rigidamente prestabilita, il referendum ha, in fondo,
solo un'interferenza strumentale: la Costituzione, nei suoi principi
fondamentalissimi che delineano il modello socio-economico voluto dal Potere
Costituente democratico,
è ormai praticamente già disattivata.
Il referendum
sarebbe, se vincessero i sì, una mesta ratifica
formalizzatrice di questo stato di cose. E servirebbe da propulsore
nell'accelerazione della traiettoria.
Se
vincessero i no, (solo) l'indebolimento
di una serie di personalità che si sono autopromosse come "i migliori
garanti" del completamento del disegno delle oligarchie sovranazionali
riservato a noi italiani (ovviamente non soltanto a noi italiani, ma per noi
"di più"...et
pour cause).
E servirebbe come presupposto per uno "stato di eccezione" (v. n.4 successivo) da cui rafforzare la traiettoria stessa.
E servirebbe come presupposto per uno "stato di eccezione" (v. n.4 successivo) da cui rafforzare la traiettoria stessa.
Ma il disegno e
la sua scansione inarrestabile -
almeno da parte di forse endogene- rimarrebbero in qualsiasi dei due
casi.
11. Ed infatti, in
questi giorni, assistiamo sia all'indebolimento di queste
"personalità" sia all'inarrestabilità del disegno stesso: che può
sempre trovare nuovi interpreti, non meno avviluppati nelle spire del rilancio
dell'€uropa ad ogni costo, peraltro senza badare più ad alcuna
verosimiglianza delle loro previsioni e confuse rivendicazioni.
L'attuale
situazione (politico-mediatica) oscilla tra il semplice preparare una
maggioranza eurista, quale che sia la forma ircocervica o chimerica che
essa debba assumere, e la sub-ipotesi, sempre più probabile e
segretamente preferita da tutti, del governo tecnico o "di emergenza
nazionale" che segua le elezioni e riprenda il discorso interrotto
negli ultimi tre anni.
Un discorso, nei
fini dell'oligarchia sovranazionalista - e quindi esterocontrollata- che si è
rivelato un pieno successo.
Non possiamo non
tenere conto di questo: le politiche economico-fiscali succedutesi a partire
(almeno)
dal 2010 (neppure dal 2011, a rigor di...conti), sono considerate un
indubbio successo dalla classe politico-mediatica a "pensiero
unico" che, in qualche modo, ritiene di poter continuare a governare
secondo
il metro delle Conferenze di Bruxelles e di Genova (pp.7-8), rispettivamente,
del 1920 e del 1922.
11.1. L'unica vera
variabile non controllabile, piaccia o no, è la possibile elezione in Francia
di Marie Le Pen: non certo rose e fiori per l'immediato interesse
italiano (il che è del tutto ovvio), ma almeno si tratta di un cambiamento
che risulterebbe completamente fuori quadro e tale da imporre un ricalcolo
delle alchimie auto-mantenitive che, altrimenti, in Italia, nel complesso delle
maggiori forze politiche, dovrebbero portare al completamento del
"successo" e alla sua stabilizzazione.
E' poco? E' tanto?
E' quello che abbiamo...Nessuno, in €uropa, può vincere il dopo-elezioni, come
abbiamo detto, ma nondimeno nessuno "può" mollare l'osso prima di
averlo completamente spolpato.
E queste sono però
considerazioni di breve periodo: nel lungo periodo saremo tutti morti, ma nel
"medio", spolpare l'osso non porterà beneficio e l'€uropa crollerà
comunque per la cecità di chi la conduce.
Attendiamo di
vedere, in un'Italia totalmente alla deriva e incapace di sprigionare una
reazione autoconservativa minima, come la non-vittoria alle elezioni di chiunque,
e la prospettiva dell'imposizione, abbondantemente fuori tempo massimo, di un
governo tecnico-emergenziale, condurrà alla sofferenza collettiva oltre
qualsiasi soglia di tollerabilità.
Il che è già una
sconfitta: ma anche nel 1943 si prese atto di una sconfitta...