sabato 4 marzo 2017

LA METABOLIZZAZIONE INVERTITA DEL REFERENDUM E IL PUNTO DI ROTTURA DELLA SOFFERENZA COLLETTIVA

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Questo post è il montaggio coordinato e attualizzato di post precedenti in modo da raccordarlo a parti nuove che riguardano direttamente il presente; quindi, avendo a disposizione il maggior numero possibile di premesse e variabili da considerare...
Ho ritenuto fosse utile per "fare il punto" della stagnazione attuale.

1. Ripeterlo anche oggi ha molto senso. E proprio perché ci dà il "senso" della rimozione e della metabolizzazione invertita (cioè addirittura controproducente rispetto al suo esito) del referendum costituzionale.
Deflazione, insolvenze diffuse delle famiglie, fallimenti seriali di imprese e deindustrializzazione non contano nulla. E aggiungiamoci la solita "overdose" di privatizzazioni, almeno nelle intenzioni, per mettere" i conti in ordine e (perciò!) tornare alla crescita" (Padoan ci tiene alla sua reputazione internazionale...).
Quello che conta è mantenere la moneta unica.
...
L'euro, lo diciamo in altre parole rispetto a quelle che abbiamo tante volte detto, è una scelta politica volta a eradicare definitivamente la possibilità di redistribuzione del potere sociale al di fuori dell'oligarchia.
L'euro è infatti il presupposto e il fine ultimo - in un processo circolare inavvertito dalle masse anestetizzate dai media- che conferisce la legittimazione per poter adottare misure come quelle cui fanno riferimento le dichiarazioni sopra riportate.
In assenza del vincolo dell'euro, la necessità di quanto preannunciato anche in questi giorni, ma ovviamente lasciato al dopo-elezioni, ovvero a un governo tecnico da formare sull'anarchia tripolare nata dalla incapacità orchestrata di focalizzare nell'€uropa la radice dei nostri problemi, non avrebbe nè la priorità assoluta nè l'intensità che gli viene, variamente ma costantemente attribuita, da quando l'Italia ha intrapreso il cammino della convergenza dettata da Maastricht, aderendo poi alla moneta unica. 
2. Accettiamo pure quello che non appare affatto così scontato, cioè che l'Italia debba essere una economia fortemente "aperta", in modo massimizzato rispetto all'area UE, e in modo negoziato "in crescendo", in base alla intensificata apertura prevista da altri trattati rispetto al resto del mondo.
Il free-trade non è infatti una condizione "naturale" delle comunità sociali che, non ne subirebbero, ove possano saggiamente autogovernarsi, la potenziale spinta all'asservimento politico, e spesso militare, di chi prevale in questo free-trade; quello che esso determina è una competizione che si instaura INEVITABILMENTE tra comunità sociali politicamente autonome. 
Per "autonome", intendiamo sia territorialmente e organizzativamente distinte fra loro, sia caratterizzate, in base alla loro identità linguistica e culturale, dall'aspirazione al benessere collettivo; aspirazione, a sua volta, basata su un alto e spontaneo grado solidarietà interna al gruppo complessivo. Una solidarietà che, come ben sapevano i fondatori del federalismo europeo, è, in base all'esperienza millennaria della Storia umana, assente tra comunità politiche diverse.
Inutile dire, che in quanto ipotizzato dalle attuali classi politiche, il ritorno al protezionismo, magari intelligente (?), non è che un palliativo, scientificamente sbilenco, privo di qualsiasi attendibilità: il quadro dei trattati contraddice questa singolare eccentricità, pro-bono elettorato confuso, e, più ancora, ogni ipotesi di revisione dei trattati muove nella direzione della istituzionalizzazione della trojka come strumento di un'integrazione €uropea che si compendia nell'intensificazione del metodo esproprivativo della sovranità. 

3. In pratica, con le nuove "visioni" di neo-trattati €uropei, si aumenta a dismisura - per società dove territorio e mercato del lavoro sono già ora al collasso per come è finora attuata l'€uropeizzazione coatta- la contribuzione a un presunto bilancio federale dei paesi dell'eurozona per far sì che la RESTITUZIONE dei soldi prelevati dalle tasche dei cittadini italiani sia fatta, - e solo in parte- "a condizione" di realizzare ulteriori riforme strutturali del mercato del lavoro nonché privatizzatrici degli assets nazionali più (attualmente) impensabili. 
In questo programma di "riforma dei trattati"- cioè la riprova di quello che si ottiene a "sbattere i pugni sul tavolo"!-, "ridotto il perimetro dello Stato" nella versione hayekiana più drastica (cioè fine istruzione, sanità e pensioni pubbliche) il sedativo della disperazione - per la "protezione" fisica e sociale della casta oligarchia- viene propinato in qualche forma di reddito di inclusione o "di cittadinanza", o comunque denominato (i dettagli non contano per chi voglia "capire"), meglio se condito dalla eutanasia legalizzata per chi abbia superato, per età o condizione di malattia, la soglia di costo fiscale considerata tollerabile (e il bello è che lo chiamano "solidarietà tra generazioni").

4. Dunque se il trade internazionale è un fenomeno storicamente naturale per l'umanità (pure sulle piroghe del paleolitico, passando per i fenici e per i Danaos dona ferentes), è il "free" che non funziona: cioè la formalizzazione mediante un trattato (spesso imposto con la guerra) del fatto giuridico che non ci si possa in alcun modo difendere dai problemi di aggressione socio-politica derivanti dalla supremazia commerciale raggiunta da un altro gruppo. Per il benessere della comunità.

Quel "free", dunque, non è mai la libertà del gruppo sociale che - chissà come e perchè- è finito nella maglie dell'altrui trade, ma è, immancabilmente, una "free-competition" industriale e poi commerciale che impegna i sistemi sociali apertisi reciprocamente ad uno sforzo collettivo contrastante gli interessi dell'altro gruppo, sforzo del tutto omogeneo a quello espresso durante la guerra. 
Pure il conflitto armato, come tutti dovrebbero sapere, è essenzialmente vinto attraverso uno sforzo industriale: sia per produrre le armi, sia per supportare e finanziare l'azione bellica dei propri, tesa ad eliminare e ad uccidere abbastanza soldati e cittadini "nemici" da indurli alla resa, cioè alla sottomissione.
L'apertura delle economie al free-trade - lo abbiamo tante volte detto, come pure Bazaar- è dunque un vincolo (da trattato) allo scontro permanente.
Nella guerra vera e propria muoiono i lavoratori delle classi economiche subalterne divenuti soldati. 
Nello scontro industrial-commerciale fra "economie aperte", sono sempre i lavoratori a subire le perdite; sia con la disoccupazione, cioè con la miseria, sia con la costrizione all'emigrazione, sia col subire la propaganda dell'oligarchia del proprio regime che, comunque, riduce il loro benessere e la rappresentatività generale dello Stato, come pure le loro aspettative di vita e persino di riprodursi, mettendo su famiglia in condizioni di dignità e sopravvivenza.

5. Ma riprecisato questo, l'Italia non era, fino all'irrompere del "vincolo esterno", un paese così "debole" da essere destinato a soccombere in ogni scontro industriale e commerciale con altri sistemi-paese (come si dice oggi, in tecno-pop, per dissimulare la conflittualità inesorabile che deriva dalla "apertura delle economie"...per trattato free-trade, cioè un trattato free-fighting one-against-each-other, che è poi esattamente l'opposto di quello che ammette l'art.11 Cost., come saprà ormai chiunque abbia letto "La Costituzione nella palude"...o anche solo abbia veramente seguito questo blog).
Per porlo in condizioni di debolezza, cioè per far sì che la situazione divenisse tanto sfavorevole, per il popolo italiano, - e tanto favorevole per l'elite capitalista (nazionale e sovranazionale: in ciò naturalmente solidali) che vede sempre con favore questa situazione (per i motivi che vedremo, ben indicati da Kalecky e Caffè), si è dovuto inventare il vincolo esterno: al suo meglio, l'euro. Che ha epigraficamente gli effetti che segnala più sopra la frase di Padoan.

6. Dunque, per Costituzione, questo non si sarebbe potuto fare: in realtà, governanti che intendano fare gli interessi del proprio popolo e mantenerne il consenso, non avrebbero avuto nemmeno bisogno del precetto inderogabile di una Costituzione (rigida) per concepire, con la logica della democrazia sostanziale, di non intraprendere una strada del genere.
Governanti saggi, coscienti che l'opposta logica della massimizzazione del potere di pochi sull'intera società che dovrebbero governare non porta mai al benessere collettivo e alla stabilità sociale, dovrebbero tendere piuttosto al pieno impiego e propugnare, di fronte all'insorgere, sempre possibile, dei problemi di bilancia dei pagamenti determinati dal fenomeno "naturale" dello scambio internazionale, la condizione dell'equilibrio dei conti con l'estero come unico limite al perseguimento del "pieno impiego" democraticamente accettabile.
Ma è qui che, dove la logica democratica non avrebbe consentito spazi di manovra (sorretti dal consenso), subentra la scelta politica di forzare le cose col trattato free-trade e di indebolire ogni capacità di resistenza democratica (cioè del lavoro) attraverso il cambio fisso-moneta unica.
7. Vediamo dunque se, in qualche modo, il fenomeno Trump, - che pure aveva segnato una sconfitta delle alte aspettative dell'oligarchia mondialista del free-trade, ossia della guerra alle classe medie del lavoro e ai "ceti indipendenti" (indipendenti dal controllo politico degli oligopoli/monopoli sovranazionali, come avvertiva, nel 1949, Lelio Basso), - ha mutato questo scenario. Attualmente no: forti tensioni politiche sono sorte tra le due sponde dell'Atlantico ma essenzialmente su dichiarazioni e enunciati di astratto principio.

8. Ma tutto questo non si potrà presumibilmente tradurre in un cambiamento tangibile, almeno nel breve periodo:
a) né delle classi dirigenti che realmente controllano la traiettoria delle economie occidentali, al di là di questa o quella formazione politica che si affanni, in tutta €uropa, a raccontare che porterà il "cambiamento";
b) né della cultura mediatico-accademica che a tale controllo è funzionale: semplicemente perché un "riposizionamento" sostanziale implica una profonda autocritica e, per lo più, si sono estinte le risorse cognitive persino per concepirla, mentre le risorse morali per assumersi la responsabilità delle proprie colpe non è...roba di questo mondo.
Ribadiamo che Trump è un segno dei tempi, non la soluzione a una deriva sempre più drammatica; è quindi "l'accettabile compromesso" (per le elites, certamente), che cerca di salvare capra e cavoli, dell'interesse USA, in teoria "popolare" e legato al malcontento delle classi medie impoverite, mediante la sostanziale intangibilità delle cause del problema, ricorrendo, in vario modo, alla consueta tecnica di attaccare gli "effetti" nella forma dell'acutizzazione dei conflitti sezionali.

9. Ora la (quasi fisiologica) correzione verso l'alto dei prezzi petroliferi (e di conseguenza delle commodities), riporta l'inflazione, in €uropa, verso il 2% senza alcun merito di Draghi: che infatti indirettamente lo ammette nel rispondere alle stucchevoli pretese tedesche di por fine al QE e di ricominciare a far salire spread e tassi di interesse.
Ma il fatto è che la (mitica) guerra (s)valutaria tra euro e dollaro, cioè una rivalutazione del primo sul secondo (e il conseguente "colpo finale" alla moneta unica), è ancora al di là da venire: la Yellen incombe col rialzo dei tassi e comunque l'effetto Trump su Wall Street, pur privo di qualunque logica, ostacola e imprigiona qualsiasi efficace politica strutturale di correzione, ex parte USA, dei conti con l'estero, unita ad un rilancio dell'occupazione manifatturiera, in assenza di investimenti in capitale fisico che il settore pubblico avrà grandi, se non insormontabili, difficoltà a innescare.

10. E dunque?
"In questo contesto, tutto sommato,...sono segnali contraddittori nel complesso.

E confermano che, negli USA, si ha una prevalente visione non "destabilizzante" dei rapporti con la Germania: perchè ci sono fin troppe questioni intrecciate, e convergenti visioni prevalenti, rispetto ai motivi di dissapore.
In particolare, gli USA non possono non considerare l'enorme utilità della Germania per disciplinare il resto dei paesi UEM, quelli con le "Costituzioni antifasciste", ed eliminare una volta per tutte la tutela del lavoro, flessibilizzandolo e privandolo del welfare (salario indiretto di "resistenza" alla durezza del vivere), e liquidare anche solo una parvenza di senso del sindacato.
Prima questo: poi si ragiona eventualmente sul resto.
Salvo complicazioni: che gli USA possono avere dal fronte interno, cioè dalla fine della loro mobilità sociale e dai suoi riflessi elettorali forse imminenti, ovvero da Putin. Ma non dalla Germania".
"E noi italiani, in mezzo a tutto questo? 
Attendiamo appunto. 
Attendiamo che si completi la riforma incessante del mercato del lavoro, lo smantellamento del welfare in vista della sua privatizzazione (TTIP o meno che sia), e, in sostanza la fine della democrazia sociale (non liberale, che è invece l'obiettivo che, se siamo fortunati, ci viene riservato dal capitalismo finanziario e oligopolistico). 

10.1. Con questa nostra traiettoria rigidamente prestabilita, il referendum ha, in fondo, solo un'interferenza strumentale: la Costituzione, nei suoi principi fondamentalissimi che delineano il modello socio-economico voluto dal Potere Costituente democratico, è ormai praticamente già disattivata.
Il referendum sarebbe, se vincessero i sì, una mesta ratifica formalizzatrice di questo stato di cose.  E servirebbe da propulsore nell'accelerazione della traiettoria.
Se vincessero i no, (solo) l'indebolimento di una serie di personalità che si sono autopromosse come "i migliori garanti" del completamento del disegno delle oligarchie sovranazionali riservato a noi italiani (ovviamente non soltanto a noi italiani, ma per noi "di più"...et pour cause).
E servirebbe come presupposto per uno "stato di eccezione" (v. n.4 successivo) da cui rafforzare la traiettoria stessa.
Ma il disegno e la sua scansione inarrestabile - almeno da parte di forse endogene- rimarrebbero in qualsiasi dei due casi.
  
11. Ed infatti, in questi giorni, assistiamo sia all'indebolimento di queste "personalità" sia all'inarrestabilità del disegno stesso: che può sempre trovare nuovi interpreti, non meno avviluppati nelle spire del rilancio dell'€uropa ad ogni costo, peraltro senza badare più ad alcuna verosimiglianza delle loro previsioni e confuse rivendicazioni.
L'attuale situazione (politico-mediatica) oscilla tra il semplice preparare una maggioranza eurista, quale che sia la forma ircocervica o chimerica che essa debba assumere, e la sub-ipotesi, sempre più probabile e segretamente preferita da tutti, del governo tecnico o "di emergenza nazionale" che segua le elezioni e riprenda il discorso interrotto negli ultimi tre anni. 
Un discorso, nei fini dell'oligarchia sovranazionalista - e quindi esterocontrollata- che si è rivelato un pieno successo.
Non possiamo non tenere conto di questo: le politiche economico-fiscali succedutesi a partire (almeno) dal 2010 (neppure dal 2011, a rigor di...conti), sono considerate un indubbio successo dalla classe politico-mediatica a "pensiero unico" che, in qualche modo, ritiene di poter continuare a governare secondo il metro delle Conferenze di Bruxelles e di Genova (pp.7-8), rispettivamente, del 1920 e del 1922.

11.1. L'unica vera variabile non controllabile, piaccia o no, è la possibile elezione in Francia di Marie Le Pen: non certo rose e fiori per l'immediato interesse italiano (il che è del tutto ovvio), ma almeno si tratta di un cambiamento che risulterebbe completamente fuori quadro e tale da imporre un ricalcolo delle alchimie auto-mantenitive che, altrimenti, in Italia, nel complesso delle maggiori forze politiche, dovrebbero portare al completamento del "successo" e alla sua stabilizzazione.
E' poco? E' tanto? E' quello che abbiamo...Nessuno, in €uropa, può vincere il dopo-elezioni, come abbiamo detto, ma nondimeno nessuno "può" mollare l'osso prima di averlo completamente spolpato.  
E queste sono però considerazioni di breve periodo: nel lungo periodo saremo tutti morti, ma nel "medio", spolpare l'osso non porterà beneficio e l'€uropa crollerà comunque per la cecità di chi la conduce. 
Attendiamo di vedere, in un'Italia totalmente alla deriva e incapace di sprigionare una reazione autoconservativa minima, come la non-vittoria alle elezioni di chiunque, e la prospettiva dell'imposizione, abbondantemente fuori tempo massimo, di un governo tecnico-emergenziale, condurrà alla sofferenza collettiva oltre qualsiasi soglia di tollerabilità.
Il che è già una sconfitta: ma anche nel 1943 si prese atto di una sconfitta...

giovedì 2 marzo 2017

IN VIAGGIO, CIOE' IN SOGNO, S€NZA CARRIOLA


http://vignette2.wikia.nocookie.net/nonciclopedia/images/b/b6/Carriola_antica.jpg/revision/latest?cb=20120102212411

1. Chiunque, - visionando un qualunque programma televisivo in cui uno/una qualunque (che ce l'abbia fatta o meno) ci enuncia, inevitabilmente, i suoi "sogni", o un analogo programma in cui anche un VIP racconta se stesso-, insomma, chiunque sia sottoposto alla proiezione identificativa del pop (con gli..."oppressori"), può sentirsi narrare che l'aspirazione massima del de cuius, - VIP, neo-VIP, o donna/uomo qualunque-, è viaggiare-vedere-il-mondo: quindi, vedere gente "diversa" (per scoprire, a tesi, che è tanto eguale, ma diversa, ma eguale), e, in sostanza, associare al viaggio quella sensazione di pace e di esperienza diretta (?) della vita che, non infrequentemente, è riassunta nella locuzione "fare il cazzo che ti pare". 
Si va in viaggio, per adempiere al "sogno" (unico e unificato: globale, insomma), e muniti del bagaglio essenziale delle pre-conoscenze e della pre-comprensione, indotte dagli slogan riforniti dalle ONG e dall'industria (mediaticamente dissimulata, per lo più) del grande turistificio globalizzato.

2. E questa sarebbe la "libertà" - molto teoricamente e senza tollerare verifiche, come vedremo-, che è poi IL sogno, che poi sarebbe consentito dall'euro.
E siccome sarebbe consentito (solo) dall'euro, e il sogno è libertà-irrinunciabile, anche l'euro non è rinunciabile. 
Vuoi mettere nel caso del ritorno alla liretta svalutata del millemilapercento, la scomodità di andare in giro a fare l'autostop o di prendere una "carrettera de segunda classe", portandosi dietro una carriola piena di lire svalutate, per potersi aggirare tra le montagne di qualche sierra remota, o nella "selve lacandone", o nelle jungle dell'Indocina?

Insomma, il sogno del turista-che-non-è-turista, ma l'individuo libero e progressista alla scoperta di se stesso, amico del mondo e di tuttalagente che si abbraccia pur nella sua infinita varietà, - ché la varietà nel mondo si sa che c'è, anche se tutto il mondo è sottoposto alla stessa condizionalità di un unico paradigma che va, però, ostentatamente ignorato- sarebbe inscindilmente legato all'euro. 
I confinibrutti si superano solo se non hai una cariola di lirette al seguito e se prendi tutto quello che ti viene dall'€uropa come un'educazione, nel senso più alto del termine, magari talora severa, ma certamente necessaria per il "bene" delle persone buone&tolleranti.

3. Naturalmente, il turista-che-non-è-turista, ma un vero buonotollerante in cerca di se stesso e della cultura "dell'altro", persegue un sogno, irrinunciabile e coincidente con l'euro, che pone al vertice della spiritualità umana il "viaggiare" (possibilmente per tutta la vita) come strumento che poi ci fa scoprire che siamotuttieguali (e come altrimenti potresti scoprirlo? Si conosce la cucina universale solo assaggiando in concreto tutte le pietanze, possibili e immaginabili di tutti i popoli viventi e pure in estinzione, per capire che tutti, in fondo, vogliamo mangiare, pensate, e possiamo farlo secondo le condizioni, prima economiche e poi geo-climatiche, che determinano certe soluzioni gastronomiche). 
Dunque, poiché siamo proritariamente in cerca di noi stessi e della realizzazione di un sogno, tutti Ulisse e tutti titanici nel riscoprire ab imis, da soli e a mani nude, la ruota e il fuoco, anche gli emigranti sono solo dei "diversamente-non-turisti-in-cerca-del-sogno" e chi siamo noi per toglierglielo?

4. Ma sarà poi vero che grazie all'euro, che non svaluta mai a differenza della liretta in cariola, questo sogno è meglio realizzabile e alla portata di tutti? 
"Un’altra precisazione importante riguarda invece il concetto stesso di turismo, che ha un significato più ampio di quello del “fare vacanza”, per cui i dati riportati includono anche i viaggi e i soggiorni per affari o per altre motivazioni, che complessivamente hanno riguardato 34,774 milioni di soggetti, pari al 57,2% della popolazione residente in Italia. A questo proposito i ricercatori precisano che il numero dei pernottamenti degli italiani all’estero è stato da loro depurato delle lunghe permanenze per ragioni di studio o di lavoro o per visite a parenti e amici, allo scopo di renderli coerenti e raffrontabili con quelli dell’ISTAT che, come abbiamo visto, considera soltanto le presenze relative alle strutture ricettive classificate. Di conseguenza il totale di 101,806 milioni di pernottamenti stimati dai ricercatori risulta inferiore a quello indicato dall’Indagine alle frontiere sul turismo internazionale della Banca d’Italia".
Ci sono forse meno sognatori, più carriole, o meno occupazione e reddito? Diavolo, forse l'euro non funziona, neanche per il sogno! Non può essere...

Tabella 5 – Confronto tra arrivi e presenze in Italia e all’Estero degli Italiani                                                   – Anno base: 2008 = 100
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5. La ital-tendenza al sogno, quando c'è, cioè quando si viaggia per turismo e non per altri motivi, parrebbe, parrebbe, piuttosto rigida e quindi correlata alla (non) crescita del reddito e del PIL (e quindi in crescita ma mooolto moderata, austera, dunque, credibile, verrebbe voglia di dire...): siamo costanti, come viaggiatori (non necessariamente sognatori), probabilmente grazie all'assenza della carriola, come dimostra l'andamento degli ultimi tre anni rilevati:

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Ma andando sui dati Istat, di un significativo anno 2014 (se non altro un bench mark nel segnare il "punto di caduta" dei viaggiatori in cerca di se stessi...e che ce lo dicono quando vanno in televisione), si scoprono i dettagli del grande €sogno:
"Nel 2014, i residenti in Italia hanno effettuato 63 milioni e 632 mila viaggi con pernottamento, il 9,5% in meno rispetto all'anno precedente (erano 70 milioni e 350 mila).
La durata media dei viaggi resta stabile a 5,8 notti (6,2 per quelli di vacanza e 3,5 per quelli di lavoro), per un totale di 370 milioni di pernottamenti.
Diminuiscono le vacanze brevi (-23,6% e -21,2% in termini di pernottamenti), mentre i viaggi per vacanza lunga (29,9 milioni) e quelli effettuati per motivi di lavoro (8,2 milioni) rimangono sostanzialmente invariati (anche in termini di pernottamenti).
Il calo si registra tra i viaggi in Italia (-15,2%), che rappresentano oltre i tre quarti del totale, mentre quelli all'estero aumentano (+19,7%), a seguito della crescita dei viaggi di lavoro nei paesi dell'Ue (+23,8%).
La diminuzione dei viaggi si concentra nel primo semestre dell'anno: -17,5% tra gennaio e marzo, -11,9% tra aprile e giugno.
Francia e Spagna sono le destinazioni europee preferite per le vacanze: nella prima si trascorre circa un terzo (32,8%) delle vacanze brevi, mentre nella seconda il 16,5% delle lunghe. La Germania è, invece, il paese più visitato per motivi di affari (21,9%).
Tra le destinazioni extra-europee, il Marocco e la Tunisia sono i luoghi più visitati per le vacanze (3,5% e 2,7%) e gli USA per i viaggi di lavoro (8%).
In Italia, oltre il 10% delle vacanze lunghe estive è trascorso in Toscana (13,2%) e Puglia (10,2%), mentre le mete invernali preferite sono Trentino-Alto Adige (27,6%) e Lombardia (16,7%).

6. In sintesi:
a) le vacanze brevi diminuiscono anche rispetto ai minimi già toccati a seguito della crisi (difficile un recupero rispetto ai livelli ante-crisi: esattamente come per il PIL);
c) significativo aumento dei viaggi di lavoro all'estero, certamente non effettuati per motivi altamente spirituali di ricerca di se stessi "nell'altro": non necessariamente un segno positivo perché, quantomeno, significa che sopravvivono solo gli affari legati all'export o, peggio, all'importazione, mentre, infatti, diminuiscono i viaggi in Italia: e notare, sia per motivi turistici che per lavoro. La domanda interna langue e con essa l'occupazione. E se cala la domanda interna e ristagna l'occupazione, con un'alta disoccupazione (EURO)STRUTTURALE i redditi disponibili diminuiscono e con essi, appunto, i sognatori in viaggio...

7. Ma niente paura: se diminuiscono i viaggiatori-sognatori che considerano l'euro il sogno irrinunciabile, aumentano i precari stagionali che, invece di viaggiare e fare le vacanze alla scoperta di se stessi, passano l'estate a lavorare. 
Dentro l'euro, naturalmente, laddove il "sogno" assume una versione, nei fatti, leggermente diversa da quella che "si" raccontano in televisione. Oh, non crediate che si sia persino pagati: non nel senso previsto dall'art.36 Cost. Si tratta di fare formazione e continuare a sognare...con gli stage. E va bene solo se avete studiato: