sabato 23 marzo 2013

OLTRE IL PUDE-3. IL FUTURO DELLO SVILUPPO, E IL LEGAME TRA INVESTIMENTO PUBBLICO, NUOVE TECNOLOGIE E OCCUPAZIONE.

Questo importante post di Flavio fa il punto su una questione centrale ineludibile.
Il pericolo che incombe sull'Italia, è la nefasta alternativa tra:
a) prosecuzione nell'euro della distruzione sistematica del nostro sistema industriale e del nostro futuro;
b) prosecuzione senza euro delle politiche deflazioniste neo-classiche basate sulla dottrina della banca centrale indipendente, che predicano la riduzione dello Stato e della spesa pubblica per un mercato del lavoro a disoccupazione intenzionalmente tenuta ad alti livelli (con la prospettiva dela privatizzazione di sistema sanitario e pensionistico);
c) tentativo di instaurare una nuova versione, (non più europeo-centrica e direttamente "Von Hayek"), della limitazione dello Stato nel suo disegno costituzionale, in favore della "decrescita felice", come paradigma planetario guidato da abili campagne multimediali di informazione "interessata".
Questo disegno, non affatto avvertito, conduce alla strutturale dipendenza da tecnologie straniere che colonizzerebbero un territorio nazionale a cui verrebbero riservate le versioni B o C, dato l'impoverimento della ricerca e della capacità industriale nazionali, irreversibilmente declinate, e quindi incapaci di assimilare tempestivamente i nuovi orizzonti tecnologici, mediante un adeguato livello di investimenti, pubblici e privati; cioè, volti già ora all'innovazione, alla ricerca e all'applicazione in dimensioni adeguate al nostro livello demografico.

Per questo occorre vigilare: perchè la soluzione c'è già. Ed è il modello economico e sociale delineato dalla nostra Costituzione. Che non può essere messa da parte criticandone questa o quella clausola episodica in materia di istituzioni parlamentari o di meccanismi di governo. Queste clausole appaiono problematiche solo come conseguenza patologica di un sistema economico alterato e di una classe politica globalmente incapace di rendersene conto.
Le geometrie istituzionali assumono un peso esasperato solo se la sostanza degli interessi perseguiti in Costituzione (i "contenuti") scompare dal dibattito tra le forze partitiche che dovrebbero esprimere un indirizzo politico conforme alla stessa Costituzione.
Perciò vigiliamo e non facciamoci ingannare dal gioco dei 4 cantoni di una politica asfittica e incapace.
ADDENDUM del 24 marzo: alla faccia del globalismo e dei PIGS, della "geopolitica che porta all'emergere di nuove potenze mondiali", alla faccia del decrescismo felice (che piace solo a chi ama farsi colonizzare da oil and finance), guardate cosa ha incentivato Obama: il programma EB-5 esiste dal 1992, ma la sua vera accelerazione è post crisi del 2008. Si "nazionalizzano-localizzano"  in pratica gli investimenti esteri e i relativi profitti. Questo sistema richiama la cooptazione censitaria nella classe senatoriale a Roma dei ricchi cittadini delle province su cui prosperò l'impero romano (e più tardi la stessa Costantinopoli). 

Prendendo spunto dall’invito di Giovanni, che ringrazio, elaboro il commento inserito al post pubblicato ieri da 48. Cercherò di utilizzare le fonti linkate di modo da cercare di esporre concretamente quanto ho ritenuto utile sottolineare. Partiamo dal principio: gli Usa dal 2020 diventeranno i più grandi produttori di petrolio al mondo, con tutte le conseguenze del caso: divenendo esportatori netti, avranno grossa voce in capitolo sui prezzi.
E chi rimane indietro (nel senso di dipendenza dal greggio), non avrà scampo. L’articolo linkato meriterebbe di essere letto in toto, soprattutto la parte finale, dove si prefigurano possibili scenari futuri dei prezzi, andando quindi ad incidere sui costi delle imprese e sull’inflazione di tutti i paesi dipendenti da tale materia prima:
Il prezzo del petrolio, sempre secondo l'Aie, crescerà moderatamente in concomitanza con la domanda. Il greggio arriverà a circa 125 dollari al barile in termini reali (al netto dell'inflazione) nel 2035, dai circa 108 dollari registrati attualmente.
Le incognite, però restano. Del resto il petrolio ha già abituato gli investitori a violente escursioni nel prezzo. Dopo aver raggiunto il picco storico a 147 dollari al barile nel luglio del 2008 è crollato nel 2009 in area 50 dollari per poi ritornare nel 2012 intorno a quota 100 (con il Brent londinese a 108,7 dollari e il Wti di New York a 85).
La posizione di indipendenza energetica verso cui si proiettano gli Stati Uniti potrebbe cambiare gli attuali equilibri con i Paesi dell'Opec (l'Organizzazione dei produttori del petrolio fondata nel 1960 per porre un freno al predominio delle aziende anglo-americane, allora conosciute come le "sette sorelle"). Ed è questa una delle più grandi incognite che si pone sul fronte energetico negli anni a venire.
Da svariati anni, in particolare da quando gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita hanno raggiunto un accordo dando vita alla United States-Saudi Arabian joint economic commission (Jecor) c'è una sorta di tregua.
Un compromesso nella produzione del petrolio in modo tale da regolare domanda e offerta ed evitare repentini aumenti dei prezzi. Questo anche per evitare altri embarghi, come quello annunciato il 16 ottobre del 1973 quando l'Iran e i cinque Stati del Golfo Arabo, Arabia Saudita inclusa, annunciarono un aumento del 70% del prezzo del petrolio (mossa che seguiva la guerra dello Yom Kippur, la principale festività ebraica che ricorre il 6 ottobre quando Egitto e Siria sferrarono un attacco militare contro Israele).
L'embargo, poi "limato" con un aumento del prezzo tra il 5 e il 10%, terminò il 18 marzo 1974. Pochi mesi furono però sufficienti per causare effetti dirompenti: i prezzo del petrolio dell'Arabia Saudita schizzò oltre gli 8 dollari quando all'inizio del 1970 era a 1,4. Una lezione mai dimenticata.”.  E questo è un punto su cui riflettere bene.
Molto dipenderà da quanto i big player (vedi post Oil & Finance) decideranno di incidere sui prezzi del greggio in termini di “speculazione”… e fino a quando questi legami non verranno spezzati - la disaggregazione Big Banks e multinazionali mondiali "energetiche" costituisce a mio modesto avviso passo fondamentale su questa via- rimarremo purtroppo alla mercè dei cosiddetti “mercati” cattivi ma a cui dobbiamo in qualsiasi momento sacrificare i nostri diritti ed il nostro avvenire.
Un po’ come se uscissimo dall’Euro lasciando tutto così com’è: sarebbe il disastro più completo, scaricato ancora una volta sulle spalle dei più deboli.

Secondo punto:
- gli USA punteranno ad essere quasi un price maker del greggio all'estero, mentre per il mercato interno puntano ad eliminarlo virando sull'auto verde ed il gas (via fracking), grazie ai miliardi concessi alla ricerca. Ciò che vogliamo sottolineare qui è lo stretto legame fra una banca centrale che sostiene il sistema attraverso acquisto titoli Tesoro ed un governo incentrato, con tutti i difetti intrinseci del suo operato, a portare la propria economia in qualche modo fuori dallo stallo in cui l’ipertrofia finanziaria l’ha portato a danno dell’economia reale. L’articolo del Sole chiarisce una questione cruciale, l’investimento pubblico nella ricerca, la tanto vituperata SPESA PUBBLICA che sta alla base di tale politica:

Il presidente Obama ha proposto ieri di investire il ricavato dalle concessioni petrolifere nella ricerca, al fine di svezzare l'America dalla dipendenza dal petrolio. Nel suo primo discorso post-elettorale sul controverso argomento dell'energia, Obama ha riproposto il tema dell'energia rinnovabile ... L'investimento di 2 miliardi di dollari nell'arco di 10 anni non dovrebbe infatti accrescere di un centesimo il deficit pubblico.
Parlando all'Argonne National Laboratory di Chicago, famoso per la ricerca svolta negli anni 90 sulle batterie per l'auto elettrica, il presidente ha auspicato la creazione di un fondo per la ricerca, l'Energy Security Trust, dedicato ad abbassare il costo dei veicoli alimentati da biodiesel, gas, elettricità ed altre fonti di energia a basso inquinamento. «L'obbiettivo - ha detto - è quello di eliminare del tutto il petrolio come fonte di energia per auto e camion».
L'accento questa volta è sull'abbassamento dei costi dell'energia alternativa, non sull'indipendenza dall'energia importata. Grazie all'impennata della produzione di gas metano estratto con le nuove tecnologie del fracking, l'America infatti si sta rapidamente avvicinando all'autosufficienza con una produzione interna di energia capace di coprire il fabbisogno. Ciò non la isola tuttavia dalle ampie fluttuazioni dei prezzi, che vengono determinati sul mercato mondiale. Ieri per esempio il prezzo dei futures del gas naturale è schizzato in alto del 2,6% a 3,910 dollari per milione di BTU raggiungendo il livello più alto dal novembre scorso… I repubblicani hanno criticato Obama per non avere aperto la riserva naturale Arctic National Wildlife Refuge in Alaska alle trivellazioni, per non avere autorizzato la costruzione dell'oleodotto Keystone XL dal Canada al Texas, e per avere elargito agevolazioni fiscali a società di energia alternativa come la Solyndra, fallita pochi mesi dopo aver ricevuto stanziamenti pubblici. Il settore petrolifero era riuscito inoltre a ostacolare l'istituzione di un mercato per i diritti all'inquinamento, una soluzione di mercato al problema dell'inquinamento.
Il presidente è tuttavia sotto pressione anche per soddisfare le domande degli ambientalisti... Due miliardi in 10 anni per la ricerca sono pochi, ma sono un primo passo verso il consenso bipartitico sulla politica energetica nazionale.”. Capito Obama? Certo non sarà il presidente che tutti speravamo fosse, ma almeno non agisce come i pazzi di Bruxelles e Francoforte".

Al terzo punto, intravediamo in concreto altri campi in cui negli USA si punta pesantemente. Anche qui sono gli investimenti pubblici a trainare la ricerca in campi strategici per l’avvenire: Lockheed Martin, il colosso della Difesa americana (quella dei cacciabombardieri F-35 per capirci), trova il modo di trasformare acqua salata in acqua dolce grazie al grafene:
Il sistema (nato probabilmente dalla ricerca per usi militari, cioè per consentire alle truppe di disporre ovunque di acqua pulita) è costituito da filtri caratterizzati da membrane sottili di carbonio dotate di fori regolari delle dimensioni di un nanometro, un miliardesimo di metro. Una dimensione sufficientemente a far passare l'acqua ma abbastanza ridotta da poter bloccare le molecole di sale dell'acqua marina.
Secondo i tecnici di Lockheed Martin utilizzando fogli di grafene così sottili occorre molta meno energia per spingere l'acqua di mare attraverso il filtro con la forza necessaria per separare il sale dall'acqua. L'impiego di questa nuova tecnologia avrebbe un impatto notevole in molti Paesi in via di sviluppo costretti oggi a ricorrere a grandi stazioni di pompaggio che assorbono molta energia producendo acqua desalinizzata ma a costi poco competitivi.
Il nuovo filtro "è 500 volte più sottile di quello migliore oggi sul mercato e mille volte più resistente" ha dichiarato John Stetson, l'ingegnere che lavora dal 2007 a questo progetto... "L'energia richiesta e la pressione necessaria per filtrare il sale è di circa 100 volte inferiore" rispetto agli standard attuali…
Entro il 2040, la disponibilità di acqua dolce non terrà il passo con la domanda in assenza di una gestione più efficace delle risorse idriche" si legge nel rapporto - e i problemi idrici ostacoleranno la capacità di produrre cibo e generare energia elettrica. Nel 2012 le Nazioni Unite hanno valutato in circa 780 milioni le persone nel mondo che non hanno accesso all'acqua potabile e i progressi tecnologici nel settore della desalinizzazione a basso costo rappresenteranno in molte aree la differenza tra sviluppo e sottosviluppo.
Lockheed Martin non è l'unica grande azienda hi-tech a lavorare a progetti di questo tipo ma è probabilmente quella che ha compiuto i maggiori progressi. Jeffrey Grossman, professore associato presso il Massachusetts Institute of Technology e autore di ricerche sulle membrane di grafene per la filtrazione, ha confermato che realizzare membrane con fori di dimensioni nanometriche rappresenta un grande passo avanti in termini di efficienza di dissalazione grazie alla "possibilità di aumentare di 100 volte la permeabilità della membrana". Lockheed conta di avere pronto entro la fine dell'anno un prototipo di filtro applicabile alle stazioni di pompaggio al posto di quelli tradizionali e cerca partner per produrre e commercializzare nei prossimi 12/24 mesi il nuovo prodotto chiamato Perforene.”.

Infine: dove sono collocate le tre aziende più grandi produttrici di grafene al mondo? Negli USA. Dove si usa il grafene?
Nissan Motors, per esempio, ha sviluppato un dispositivo che permetterebbe di immagazzinare grandi quantità di idrogeno da sfruttare come carburante in automobili con celle a combustibile. Come? Il principio è semplice: costruire contenitori a base di grafene, la cui bassissima permeabilità permetterebbe di confinare in modo efficace l'idrogeno, risolvendo quindi uno dei principali problemi che assillano i progettisti di automobili ibride, quelle cioè non alimentate esclusivamente con carburanti fossili. La Princeton University e il Department of Energy, tra gli altri, hanno esaminato un altro campo di applicazione interessante: i materiali compositi, in cui il grafene sarebbe il comprimario, portando in dote le sue straordinarie proprietà meccaniche da unire alle caratteristiche di altri materiali. Una prospettiva interessante soprattutto per l'industria aerospaziale e aeronautica.
Un'altra caratteristica del grafene, la grandissima trasparenza, promette bene per impieghi nella tecnologia del fotovoltaico e per applicazioni più popolari come i touch screen, dove può sostituire il composto a base di indio attualmente usato, che ha il problema di essere fragile e costoso. Altro esempio: Graphene Energy, spin off dell'Università del Texas ad Austin, sta compiendo ricerche nel campo degli accumulatori di carica, ovvero di dispositivi che permettono di immagazzinare grandi quantità di energia in modo molto più efficiente rispetto alle prestazioni permesse dalle tecnologie attuali. In altre parole, il grafene promette pile con capacità mai viste.”.

Guardando loro e noi – e non me ne vogliate perché io amo il mio paese e non lo credo secondo a nessuno –  non posso notare come in fatto di investimenti pubblici per la ricerca noi siamo indietro anni luce dai tanto bistrattati “cugini” americani.
Avranno di certo tutti i difetti di questo mondo, ma non possiamo dire che, nel loro specifico interesse, non abbiano il coraggio di prendere in mano le redini del proprio destino ogni qualvolta la storia lo richieda. E non è questione di nazionalismo o quant’altro. Più che di un popolo coeso, gli Stati Uniti  nel bene e nel male riescono quando serve a coagulare la propria classe dirigente attorno ad un obiettivo comune di lungo termine. A differenza della classe dirigente italiana, che in questi anni non ha avuto remore nello “svendersi” al migliore offerente in cambio del proprio tornaconto personale. Il popolo italiano avrà di certo la sue colpe, ma trent’anni di moderazione salariale e di informazione pilotata non si cancellano in un “amen”… sta alla classe dirigente democraticamente eletta mettere in primo piano l’interesse nazionale. Negli Stati Uniti sembrano farlo… qui da noi?

Rispondendo in conclusione a Federico, che in un suo commento chiedeva lumi sulla ricerca in Italia: direi che la ricerca, come sempre è stata e come sempre sarà, è la base del futuro. Una nazione che si rispetti dovrebbe tutelare i propri cervelli, dare loro quindi la possibilità di crescere e lavorare in patria per lo sviluppo e la crescita tecnologico-economica della propria nazione. L’Italia in questa UEM non avrà mai il peso specifico che le dovrebbe competere, vuoi per piaggeria, per mancanza di amor proprio, per inadeguatezza (della propria classe dirigente); devo quindi purtroppo concordare con 48 su una visione pessimistica del futuro prossimo venturo.

Il privato fa ricerca, non lo mettiamo in dubbio, ma la spina dorsale di quella buona che si fa in Italia nasce nell’Università (con tutti i difetti che essa porta con sè) pubblica… così come il “privato” non è più efficiente del “pubblico”: qui numerosi studi sono stati postati a riguardo sulla non veridicità dell’assunto.
Ci vuole una spinta decisiva, ci vuole quindi l’unica via che in questo momento ha la concreta possibilità di dare respiro ad una economia intera sull’orlo del collasso: l’investimento pubblico.
Ciò che serve all’Italia è un piano nazionale di ricostruzione economica, energetica, monetaria.
Mettiamo il caso che si possa, attraverso politica fiscale e monetaria che agiscano nuovamente di concerto, risparmiare ad esempio 30miliardi l’anno di interessi. Cosa ci potremmo fare? Cosa potremmo finanziare? Quali ambiti di ricerca potremmo sostenere? A quanti ricercatori potremmo dare lavoro? Di quanto potrebbe crescerebbe il PIL? Quante tasse si raccoglierebbero con una economia che riparte? E, ultimo ma non meno importante, quanto capitale umano potremmo finalmente mettere in campo per riappropriarci di quel qualcosa che i tecnocrati della BCE ci stanno togliendo… il futuro!

Spesa pubblica non è solo spreco. Basta con questa stupida diceria che a destra e a sinistra si va ripetendo da troppo tempo. Guardiamo all’Italia degli anni d’oro!! Quanta spesa pubblica c’era nelle aziende di Stato che ci portarono ad essere ai primi posti nel mondo industriale? Quanta spesa pubblica c’era per la ricostruzione delle aree colpite dai disastri naturali che via via si sono succeduti sul suolo patrio negli anni della Repubblica? Quanta spesa pubblica per vedere nascere all’interno delle nostre scuole economisti come Pasinetti, Garegnani o tutti i ricercatori o studiosi che attualmente tengono alto l’onore della nostra nazione nel mondo?
Spesa pubblica è ricerca, è innovazione, è scuola, sono ospedali, sono infrastrutture  fisiche e virtuali, sono aiuti ai più bisognosi, sono incentivi e sgravi per chi non ce la fa. Chi la combatte a priori, dicendo che essa è solo spreco, non è nostro compagno di viaggio. 48 ha quantificato in 4 miliardi i risparmi derivanti dai VERI tagli sui costi alla politica, Lorenzo Carnimeo diceva giustamente in un suo commento che i risparmi sugli stipendi della “Gasta” sono nell’ordine dello zero virgola qualcosa rispetto al totale della spesa pubblica stessa…
Allora carissimi, di che cosa si sta parlando in questo momento all’interno dell’agone politico? Di fuffa… purtroppo. Parliamoci chiaro: la Costituzione di chiara enunciazione keynesiana o la si abbraccia tutta o la si rigetta tutta.
E’ così: non si può prenderne una parte, dimenticandone un’altra quando fa più o meno comodo. O tutto, o niente.
Nel primo caso, si metta in primo piano il lavoro, ed in questa situazione l’unico datore di lavoro di ultima istanza è lo Stato affiancato ad una Banca Centrale “dipendente”.
Altrimenti, se l’unica soluzione è il taglio della spesa pubblica quale male assoluto e l’eliminazione dello Stato quale regolatore di un mercato intrinsecamente portato al fallimento, meglio dichiarare da subito decaduta la Costituzione repubblicana a vantaggio della pseudo-regolamentazione europea (che, attenzione, non è diretta espressione del popolo ma enunciazione calata dall’alto) poiché una politica da perseguire in tal senso va in netto contrasto con quanto nella Costituzione Repubblicana è contenuto. Punto.
Esagero, ma sarebbe meglio da subito gettare la maschera: dopo 30anni di teatrini, anche il popolo bue inizia a stancarsi della solita medicina che il padrone ha interesse a somministrargli.



venerdì 22 marzo 2013

LA RECESSIONE GIA' RIVEDUTA E CORRETTA. ILLUSIONE FINANZIARIA E DECRESCITA FELICE.

Il calcolo riportato il 25 gennaio, su questo blog, della recessione e del deficit 2013, ed effettuato rebus sic stantibus, cioè al netto di manovre non ancora prevedibili, e pertanto scontando essenzialmente gli effetti su quest'anno degli interventi 2011 e 2012, concludeva così:
"Quindi la recessione 2013, si collocherà in un "range" tra (0,8+0,5) e...(1,2+0,5), cioè tra 1,3 e 1,7 (sarei più propenso alla seconda cifra, ma ammetto che, mediando, potrei puntare su 1,5). Questo se li lasciamo fare e pur sempre valutando "ottimisticamente" il "loro" europesimo...
A questo punto, poichè la pressione fiscale rimane QUANTOMENO (ma probabilmente aumenterà, in pratica) a 45,2% del PIL, avremo anche una corrispondente caduta della base imponibile e, quindi, un ulteriore aggravamento del deficit/PIL rispetto al previsto: da 1,8 dovrebbe incrementarsi, diciamo "prudenzialmente", di  un ulteriore 0,6-0,7, punti di PIL, (moltiplicando, appunto, il minor PIL per la pressione fiscale). Quindi l'indebitamento netto sarà ancora maggiore dell'1,8 e intorno a 2,4/2,5 del PIL."

Dalla raccolta di Dagospia di "flash" economici, ora, due mesi più tardi, apprendiamo questo:
"PIL: GRILLI, -1,3% NUOVA STIMA GOVERNO PER 2013, +1,3% NEL 2014Radiocor - Le nuove stime del Governo sul prodotto interno lordo del Paese prevedono un calo del Pil dell'1,3% quest'anno (-0,2% la precedente stima) e un ritorno alla crescita nel 2014 con un +1,3 per cento. Il Pil 2012 e' sceso del 2,4 per cento. Lo ha annunciato il ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, in conferenza stampa a Palazzo Chigi. Le nuove stime del Governo sul rapporto deficit/Pil prevedono un rialzo al 2,4% per quest'anno e all'1,7% nel 2014. Grilli ha spiegato che l'impatto dei provvedimenti in cantiere per il pagamento dei debiti della Pa portera' il deficit al 2,9% quest'anno. Il debito pubblico, invece, salira' di 20 miliardi quest'anno e altri 20 miliardi il prossimo."
Dai giornali odierni in una confusa ridda di ipotesi e dati, si apprende che erogando il pagamento dei crediti arretrati nella seconda parte del 2013 (?), il deficit aumenterebbe fino a 2,9 punti di PIL. Il che, considerando che in assenza di tali pagamenti, sarebbe comunque al 2,4%, rende il tutto poco comprensibile (poichè 20 miliardi sono oltre 1,5 punti di PIL). Semmai si confermerebbe che queste uscite di "cassa" saranno, per circa un punto di PIL, prontamente coperte con altrettante entrate di "cassa" ovvero con un mix in cui entrino ulteriori tagli di spesa. Cioè una manovretta (si fa per dire) di circa un punto di PIL, che si aggiunge agli effetti già analizzati e all'aumento dell'IVA. Ma vedremo poi quali le probabili "pensate". Tutte amplificative della recessione e quindi anche dello stesso deficit, una volta ritarato sul PIL effettivo che ne risulterà.

Oh, mica è finita qui.
Nel citato post, abbiamo anche detto:
"E quindi potrei essere di gran lunga ottimista negli attuali calcoli (sottostimando "l'europeismo" di Bersani-Monti e la questione degli "esodati non garantiti", circa 150.000, per risolvere la quale dovrebbero spendere, secondo i giornali, qualche imprecisato "miliardo". E poi non sia mai che si registri qualche emergenza bancaria "interna", tipo MPS).
Dunque, assumendo un moltiplicatore medio-ponderato da "mix" di ulteriori tagli e tasse (cioè di poco superiore a 1), si dovrebbe avere, almeno, un altro mezzo punto circa di PIL di ulteriore recessione (ma è per una buona causa: tutelare i crediti delle banche tedesche verso i PIGS, specie la Spagna e magari...Cipro. Insomma, "più europa" è sempre una soluzione "buona" per...vivere al di sopra delle nostre possibilità)."

Insomma, il nostro calcolo su deficit-recessione, rivelatosi esatto (al centesimo), non solo conferma che "loro" l'hanno perfettamente capita la storia del moltiplicatore fiscale ma anche che questo calcolo è solo provvisorio: e quindi probabilmente da ritarare verso il basso non appena note le "nuove pensate" con le quali vorranno dare copertura ai problemucci determinati dai 20 miliardi aggiuntivi di pagamenti arretrati della p.a..
Se, infatti, questi portano all'aumento del deficit, secondo la "loro" stessa asserzione, dovrebbero in teoria attivare un moltiplicatore positivo: ma così non ci si attende che sia, visto che comunque la recessione viene rideterminata in peggioramento come pure, solo parzialmente, il deficit, in un modo per cui i conti non tornano. Ciò confermerebbe, in ogni modo, che mettono le mani avanti su qualcosa che hanno già programmato in aggiunta agli effetti sull'anno della spending review e dell'inevitabile aumento dell'IVA.
Quindi, sia come tagli alla spesa, in specie agli stipendi nel pubblico impiego, oltre al previsto blocco dei contratti, sia come tasse a pioggia. Ad es; aumento "ulteriore" dell'IVA ovvero tagli alle deduzioni-detrazioni fiscali, revisione in aumento delle rendite catastali (in momento di cali vistosi dei prezzi immobiliari, quindi su prezzi di mercato ormai irrealistici) e altri mezzucci.
E sempre non paiono tener conto che il deficit aumenta anche e proprio per via della restrizione della base imponibile determinata dalla recessione aggiuntiva che, a sua volta, è determinata dalle politiche fiscali imposte dall'Europa. 
E se l'hanno già programmato, significa che ogni decisione politico-fiscale, a prescindere dalla formazione di una maggioranza o l'altra di governo, è già scritta nei vincoli europei che, come sottintende Draghi nelle sue esplicite dichiarazioni, ci governano "in automatico". 

Quindi non possiamo che restare in attesa di ulteriore europeismo e di "lotta-agli-sprechi-e-alla corruzione" invocata da zeloti incompetenti che confondono lo Stato e i suoi essenziali compiti costituzionali con le cricche (salvo non avere alcuna idea di quali siano i meccanismi, intatti, in base ai quali queste lucrano i propri illeciti profitti).
Sul 2014, poi, a meno di rivolgimenti radicali della situazione politico-istituzionale, ho come la sensazione che una crescita all'1,3 sia nè più nè meno che "illusione finanziaria" del tipo più classico. Quella forma di comunicazione da parte dei governanti fondata programmaticamente sull'ignoranza dei governati. O sulla "felicità" di proseguire nella decrescita, che poi è la stessa cosa.

giovedì 21 marzo 2013

IL "TIMIDO" RITORNO A KEYNES DELLA FED

Diciamo subito che questo post è meglio comprensibile per chi si sia (almeno) letto il post sulla dottrina delle banche centrali indipendenti nonchè quello sul sindacato di costituzionalità delle leggi in materia finanziaria.
Sulla scorta di queste premesse ci accingiamo a commentare l'articolo in prima pagina del Financial Times odierno, intitolato "Fed keeps its foot on the QE pedal" ("La Fed continua a tenere il piede sul pedale del quantitative easing", cioè dell'immissione di liquidità nel sistema economico USA...e, come abbiamo visto, non solo USA).
L'articolo parte da questo enunciato, relativo al terzo "round" di QE, ma avverte che si registra un "leggero" cambiamento di linguaggio per sottolineare i suoi "costs and risks".
Cerchiamo di capire perchè (visto che il FT si guarda bene dal dirlo con chiarezza).
La prosecuzione degli acquisti di "assets" (tendenzialmente treasury bond) per 85 miliardi di dollari al mese, insieme col mantenimento di bassi tassi di interesse, è infatti funzionale alla caduta della disoccupazione dal 7,7% al 6,5%.

Noi abbiamo visto come, nella teoria keynesiana la "curva" IS, cioè quella di trasformazione del risparmio in investimento, con conseguente espansione della produzione e quindi dell'occupazione, sia assunta come essenzialmente rigida: cioè abbassandosi il tasso di interesse aumenta la domanda di moneta (curva LM tendenzialmente elastica) ma non necessariamente si ottiene un aumento di investimenti e occupazione.
Per sbloccare questo fenomeno Keynes suggeriva la soluzione dell'intervento pubblico.
La Fed è, si dice, tutt'ora variamente legata a teorie monetaristiche (per le quali l'offerta di moneta in eccesso è causa dell'inflazione e quest'ultima determina solo variazioni nominali degli indicatori del PIL, allontanando il riequilibrio naturale del sistema, compreso quello del livello di occupazione di equilibrio) o neo-macroeconomiche-classiche/neo-keynesiane (per cui ciò che traina la crescita reale è l'equilibrio determinato da aspettative di bassa o comunque invariata inflazione e, al più, si ammette, in presenza di calo dell'inflazione il c.d. "effetto saldi reali" che stimola gli investimenti in funzione di una maggior effettiva disponibilità di valore monetario).
Ma ora, col suo  "leggero cambiamento di linguaggio", preannunzia di essere cosciente delle difficoltà di ottenere dei "progressi verso i suoi obiettivi economici" (cioè il predetto calo della disoccupazione) non a causa dell'inflazione, ma, (come "vagamente" riportato nell'articolo), proprio a causa della restrizione nella spesa pubblica!
Vediamo a cosa si riferisca la Fed e in che cornice previsionale.

Il suo Statement riassume "costs and benefits" della prosecuzione della politica monetaria espansiva: "il mercato del lavoro ha mostrato segni di miglioramento e il settore immobiliare si è ulteriormente rafforzato". Tanto che la Fed (per voce del suo Federal Open Market Commitee), "continua a vedere rischi in riduzione e abbandona", persino, "la precedente perplessità circa tensioni nel mercato finanziario globale, nonostante la situazione a Cipro".
Cioè la stima dell'impatto di tale crisi (regionale) pare riferita, implicitamente e con visibile diplomazia, a una questione politica "minore" tra UE (rectius Germania) e Russia. Quindi non attualmente preoccupante, dato che parrebbe ipotizzabile un chiarimento su cosa sia consentito fare e cosa no alla potenza occidentale europea egemone rispetto a quella europeo-orientale.

Quanto ai rischi, e qui viene il bello, il mancato accordo (c.d fiscal cliff) sul modo di realizzare il contenimento del deficit, tra Casa Bianca e Congresso, ha, com'è noto, impedito un programma di copertura del deficit con una rimodulazione della tassazione (a carico dei contribuenti più abbienti come avrebbe voluto Obama), portando a tagli nella spesa pubblica, indiscriminati e lineari: da ciò la Fed trae la valutazione di una "politica fiscale più restrittiva".
Trattato delle perdite dovute al calo del corso del dollaro innescate da tale "restrictive fiscal policy", in quanto influenti sui rendimenti dei bond, e ritenutele comunque "limitate", la Fed affronta poi la sua previsione di crescita 2013, tagliandola dal 2,7 al 2,6% (con una piccola riduzione anche per il 2014).
Ciononostante, la previsione sulla disoccupazione è positiva: essa "è caduta più velocemente del previsto. Ed infatti, si prevede un 7,4% alla fine del 2013, rispetto ad una originaria previsione al 7,6%" (Cioè in origine, si prevedeva che sarebbe bastata una inversione del trend negativo della disoccupazione, ancorchè segnato dalla sua pratica stabilità).
Ma perchè questo? Dobbiamo andare indietro alle politiche preannunziate e comunque varate da Obama nel 2012 (certamente anche in vista della rielezione).

In questo post di Flavio si era citato questo articolo, dove si diceva:
"American exports increased by $8.6 billion in December over the year-ago month, lifted by sales of industrial supplies, including a $1.2 billion rise from November in nonmonetary gold.
Reflecting the country’s current boom in oil and natural gas, petroleum exports rose by nearly $1 billion during the month to a record high.
A fall in petroleum purchases led overall imports to decline by $4.6 billion in December from the year-ago period. For the entire year, the country’s imports of crude oil fell to their lowest levels since 1997 in terms of volume.
Stocks prices on American exchanges rose as investors took note of the strong trade data, which included the United States figures as well as readings showing stronger exports and imports in China during January.
For all of 2012, the United States trade gap shrank by 3.5 percent, to $540.4 billion. Running trade deficits means the country loses dollars, which drags on the economy; rising exports reduce that effect."
Ebbene, al di là del boom di "oil and natural gas" (che certo non guasta), quello che colpisce è l'incremento delle "sales of industrial supplies", cioè il rafforzamento dei dati della bilancia commerciale, il cui deficit si contrae, grazie alla rinnovata fiducia degli investitori nel proprio sistema industriale.  
Ciò conferma, come vedete, l'elementare principio che se si innalza la produzione industriale e il conseguente export, si riduce l'effetto di perdita di liquidità a favore dell'estero.
Ma come si è realizzata questa ripresa della produzione e dell'export?
In una certa misura, indubbiamente, influisce il clima determinato dal QE (anche nei suoi precedenti 2010-2012, di politica di espansione della liquidità) e quindi, principalmente, il non rafforzamento del dollaro sul mercato dei cambi valutari, nonostante appunto la crescente offerta di moneta.
Da notare, poi, che sull'attuale QE-Fed, quest'ultima, tralasciando ogni traccia di monetarismo militante (alla Friedman) ci dice che si attende "una piccola variazione delle previsioni inflattive, con una crescita dei prezzi che rimarrà al di sotto dell'obiettivo di lungo periodo del 2% per il 2013, 2014 e il 2015".
Ma, per dipanare il vero "scenario" che sta guidando le previsioni e le stesse azioni della Fed, dobbiamo invece prendere atto che dietro alla crescita di produzione industriale e occupazione c'è la spesa pubblica (aggiuntiva) e quindi il moltiplicatore fiscale.
Questa verità alquanto semplice, e molto Keynesiana, non è enunciata con chiarezza nell'articolo del FT: però certamente data come presupposto della sua analisi dalla stessa Fed.

Dunque, a monte di tutto, c'è stato l'intervento della spesa pubblica, il c.d stimolo fiscale, come avevamo visto qui (sempre grazie alla accurata ricostruzione di Flavio):  
"Cifre invece a sei o nove zeri rappresentati dagli incentivi alle imprese, come quantifica il Sole24 ore...
Vale a dire: 80 miliardi di dollari ed “una rete di 1800 programmi gestiti da enti locali… mettendo a disposizione edifici, regalando servizi, pagando costi di qualificazione della manodopera e cancellando imposte locali” sono una delle “cause” del rimpatrio dall’estero delle aziende americane delocalizzate negli ultimi decenni. come illustra la seguente mappa, attirate da ben 18miliardi di tagli alle tasse sul reddito e 52 miliardi di riduzione delle tasse sulle vendite.
Numeri impressionanti: sgravi fiscali trentennali alla Nike in Oregon, 22milioni a Twitter da San Francisco, 1,77 miliardi da vari stati alla GM, 381 milioni la General Electric, 338 la Boeing, 200 milioni la Caterpillar."
Insomma, in conclusione anche nell'ex tempio della politica monetaria si comprende che quest'ultima non basta...e che tantomeno essa debba essere solo attenta alla variazione dell'offerta di moneta per prevenire l'inflazione, che come abbiamo visto rimane alquanto "fredda".
Piuttosto: la curva IS è veramente "rigida" come diceva Keynes e non c'è modo di attivare investimenti spontanei, e quindi trends di crescita industriale e occupazionale basandosi solo sulla politica monetaria "credibile" (cioè finalizzata solo a controllare l'inflazione e a lasciar agire le "aspettative razionali", come si crede ancor oggi a Bundesbank...che poi è la BCE...o viceversa).
Ovviamente, l'intervento pubblico nel rilancio dell'economia è spesa pubblica. E' occupazione. E' anche crescita delle esportazioni.
Certo la politica monetaria espansiva aiuta, abbassando i tassi di interesse, ma la stessa Fed sa come stanno veramente le cose.
E non è certo l'indipendenza della Banca centrale a venire in gioco.
Al contrario, è proprio la sua cooperazione col governo nel fare ciò che è esattamente e dogmaticamente avversato in Europa: emettere nuova liquidità per acquistare i titoli del debito pubblico corrispondenti al deficit aggiuntivo determinato dalla stessa spesa pubblica.
E' proprio questo che consente di avere positivi effetti sull'occupazione: non certo il riequilibrio "naturale" delle politiche monetarie restrittive "credibili" in funzione antiinflattiva.
Ma è sempre per questo che la Fed mostra un linguaggio prudenziale "nuovo" rispetto agli effetti del QE: è consapevole che sarà tanto più efficace quanto più esso potrà accompagnare una politica di spesa espansiva e non restrittiva.
I fatti, as always, danno ragione a Keynes.
Mentre invece Monti, Draghi e Weidmann hanno, contro le loro teorie, il peso dei risultati negativi: ostinatamente negativi.

mercoledì 20 marzo 2013

CIPRO, L'EURO CRISI E LA DIFESA PREVENTIVA CONTRO UN NUOVO PARADIGMA

La questione Cipro pone delle interessantissime questioni. Almeno in mezzo all'angoscia che poteva essa stessa suscitare e a quella più generale legata alla coscienza di essere "infognati" nel Mattatoio Europa dei diritti costituzionali.
Abbiamo già visto nei commenti al precedente post, come essa si stia rivelando una situazione atipica, proprio perchè coinvolge il legame di quel (mini?) paese con la potenza russa.
E in tal senso, in prima battuta, mette allo scoperto come l'euro sia non solo un elemento fondamentalmente politico-internazionale (certo non fondato su razionali esigenze economiche), ma proprio un sistema ormai esplicito di affermazione dell'egemonia politico-bancaria della Germania (il che ci risparmia ulteriori dispute col fronte italiano del PUD€, sempre più allargato all'intero arco parlamentare).
Ora: attendiamo su questa svolta di visibilità dei termini della questione - prima affidata a intepretazioni in buona fede che i media, specie italiani, si rifiutavano di compiere- una presa di posizione degli USA e degli stessi alleati privilegiati inglesi.
Una presa di posizione che espliciti, più di quanto già adombrato in passato, le realtà pangermanica dell'euro, come tale pericolosa per l'intera crescita della domanda mondiale, segnerebbe immediatamente le sorti dell'attuale assetto UEM.
La Germania si troverebbe a fare immediatamente i conti con la propria intransigenza, che, oltretutto, l'ha messa in una situazione in cui non può più fare marcia indietro. Specie in vista di elezioni politiche che non possono che svolgersi all'interno della folle e menzognera propaganda che i suoi "poteri forti" hanno disseminato senza sosta.
Voi sapete come qui si sia sostenuto che un nuovo paradigma potrebbe instaurarsi "oltre l'euro": E questo paradigma non promette nulla di buono, mirando a perpetrare, attraverso un radicale controllo dei media, vecchi e nuovi, un apparente ri-orientamento dell'opinione pubblica.
Questo passerebbe per una diversa, ma egualmente insidiosa e antidemocratica, spinta "decrescista", verso una dipendenza estera del nostro paese da tecnologie e produzione di beni (e servizi), rigorosamente private e privatamente pianificate, che ci porrebbero in una condizione di dipendenza strutturale e di sostanziale colonizzazione (v. introduzione, punto 2).
Per evitare ciò, l'idea residuale e emergenziale mi pare possa essere quella della creazione di un organismo di salute pubblica simile ai Comitati di Liberazione Nazionale.
Se ci saranno le condizioni, di coscienza collettiva condivisa, di coraggio civile e di impegno attivo al ripristino della Costituzione, è aspetto che si rivelerà in questa fase storica della nostra comunità nazionale.
Perchè poi potrebbe essere troppo tardi.

lunedì 18 marzo 2013

CIPRO. IL METODO SOVRANAZIONALE E IL DIRITTO ALLA RESISTENZA INTERNAZIONALE

La vicenda di Cipro è indicativa di un metodo.
Il metodo è il seguente: la forza bruta dei mercati, organizzata in istituzioni sovranazionali composte da esponenti del mondo bancario-finanziario designati, all'interno della relativa comunità di privati stakeholders, da governi composti e comunque istituzionalmente condizionati da tali stakeholders, decide le vite dei cittadini di uno Stato (formalmente) democratico, fino a intaccarne gli interessi materiali più direttamente legati al benessere "minimo e fondamentale".
E non si tratta solo del fatto che viene imposto un prelievo considerevole di risparmio. Si impone la convocazione del parlamento nazionale per ratificare, senza alcun margine di scelta politica, un assetto predeterminato da tali istituzioni sovranazionali. Per far precipitare poi automaticamente il paese coinvolto in una recessione che, come insegna il caso Grecia, non sarà controllabile; questo con le istituzioni democratiche esautorate da ogni ruolo che non sia la trattativa sul quando e quanto realizzare le misure ulteriori di "rientro" di una condizione di indebitamento (sempre e comunque verso i mercati) che tenderà sempre più ad aggravarsi.
Contemporaneamente altri Stati, egualmente senza alcuna possibilità di scelta, essendo ormai esaurita la propria sovranità politico-fiscale nella sovranità delle istituzioni sovranazionali rappresentative dei "mercati", dovranno parimenti aggravare la propria situazione di indebitamento per garantire, con i redditi (prelievo fiscale) e il patrimonio (relativo prelievo fiscale e distruzione di risparmio per via di vincoli di bilancio pubblico) dei propri cittadini, gli interessi privati dei mercati, rappresentati nelle medesime istituzioni sovranazionali.
Tutto questo, infatti, pare condurre alla diretta aggressione del patrimonio dei cittadini dei paesi debitori e già precipitati in recessione a causa delle pretese dei paesi creditori, schermo, a loro volta, dei rispettivi sistemi bancari detentori della sovranità di fatto.
Cipro in realtà, a stare ai criteri imposti da queste istituzioni sovranazionali, che indicano nel debito pubblico (esposto sistematicamente ai mercati in virtù della adozione della dottrina "pura" dell'indipendenza della banca centrale all'interno di tale organizzazione sovranazionale) la causa principale della crisi, è nella stessa situazione della Germania all'indomani della crisi del 2008: debito pubblico al 70% del PIL e possibilità (teorica) di rifinanziamento statale del proprio sistema bancario in crisi. Una crisi determinata essenzialmente, al di là della comoda scusa del riciclaggio di denaro illecito della malavita organizzata russa (fenomeno che coinvolge certamente altri paesi considerati virtuosi e non problematici), dall'esposizione del sistema bancario cipriota sul debito pubblico greco, inservibile come collaterale per ottenere credito, proprio a causa dello stesso metodo sovranazionale adottato per il rientro del debito privato di quel paese.
La Germania invece aveva registrato le voragini nei bilanci bancari (peraltro tutt'ora in buona parte nascoste sotto il tappeto della virtù di facciata) a causa della spericolata esposizione speculativa sui derivati.
Come si era evidenziato in dettaglio su questo blog:  
"I nostri cari amici tedeschi (le classi dominanti, non di certo i lavoratori, sia chiaro) non sono nuovi a questo tipo di leggerezze. Ben sappiamo come il contribuente tedesco abbia praticamente salvato una dopo l’altra le banche tedesche in difficoltà quali Hypo Real Estate  con 140 miliardi elargiti sull’unghia, Commerzbank  per altri svariati miliardi  e le varie Landesbanken  e Sparkassen azzoppate dalle rischiose operazioni nell’Est Europeo o sui mutui ipotecari americani, di cui sono state, a livello europeo, le più voraci procacciatrici.
Effettivamente, come si riscontra leggendo Panorama  e come deve notare la stessa Repubblica, di certo non avvezza a queste rivelazioni, non è difficile notare come il “guardiano dell’UEM”, la tanto laboriosa e produttiva Germania che traina il pericolante carro dell’Eurozona e ne porta saggiamente in mano le redini, a conti fatti, sia un gigante dai piedi di pasta frolla (o marzipan?), con una esposizione al credito inesigibile americano abnorme ed una sofferenza nel settore periferico dell’Eurozona pari a 704 miliardi di dollari (circa 550 miliardi di euro al cambio attuale)."
Ma al di là delle differenze in termini di "moral hazard" (certamente più immorale nel caso dei tedeschi), Cipro, nella logica incongruente della "Europa=euro", dovrebbe potersi salvare da sola aumentando il debito pubblico come ha fatto la Germania.
Oppure dovrebbe potersi salvare da sola aumentando il proprio debito pubblico utilizzando il sistema dell'Outright Monetary Transaction di Draghi, tanto decantata come soluzione della crisi della moneta unica e mai utilizzata nella pratica, rimanendo quella "tigre di carta" paventata dal Financial Times e dall'Economist.
Oppure poteva salvarsi col sistema Irlandese: fruire, tramite la banca centrale cipriota di nuova liquidità gravante sul balance sheet della BCE, da utilizzare per capitalizzare una neo-istituzione bancaria (pubblica), inglobante quelle in crisi, avendo in cambio promissory notes dello Stato cipriota, da restituire in comode rate di debito pubblico; salvo poi, com'è clamorosamente accaduto nel caso irlandese, ricontrattare scadenze e restituzioni direttamente a carico di titoli del debito pubblico molto "speciali" (a scadenze lunghissime, un vero haircut de facto), cioè sottoscritti direttamente e autonomamente dalla banca centrale (irlandese), in violazione dell'art.123 "fatidico" del Trattato (TFUE) e completamente sostitutivi della stesse promissory notes.
Ma è inutile sottilizzare sulle assurde geometrie di un sistema UEM impazzito nell'autoritarismo "creditorio-bancario" in varie versioni e gradazioni.

Quello che conta, a questo punto, è che, pur trovandosi l'Italia in posizione di paese virtuoso per ammontare del deficit pubblico (tranne rispetto alla Germania che non dovrebbe esserlo, se fosse cooperativa...appunto) e dell'avanzo primario, l'obbligo europeo a innalzare ulteriormente il suo debito (e lo sforamento del suo indebitamento annuale programmato), per la demenziale condizionalità del pareggio di bilancio costituzionalizzato (prima nella pretesa costituzione-trattato UEM e poi in quella nazionale), provocherà esigenze di copertura (o rialzo degli spread, il che ai fini contabili è lo stesso) tali da aggravare ulteriormente la recessione, che già si preannunzia fuori controllo. Come avevamo puntualmente previsto e proprio con riferimento al "fattore Cipro"
E ciò con tutto il suo funesto corollario di mortalità a catena di imprese, aumento della disoccupazione, e aggravamento dei conti pubblici che vanifica la presunta efficacia dell'austerità espansiva precisata dai giannizzeri del sultano bancario che governa l'UEM

Ricordiamo allora come Mortati aveva prefigurato, in sede di Assemblea Costituente, il diritto di resistenza costituzionale, come diritto "naturale" pregiuridico e implicito nella Costituzione (ipotizzato nel non recepito art.30 del progetto):
"Con questo articolo si vuole individuare un caso particolare: quello, cioè, in cui i supremi poteri dello Stato opprimono la libertà, quando cioè siano eliminate, o non funzionino tutte le garanzie di carattere giuridico costituzionale. Noi abbiamo creato un insieme di garanzie atte a preservare dalla violazione dei diritti anche di fronte ai supremi organi dello Stato.
Ora quando si verifichi l'ipotesi che tutte queste garanzie siano esaurite e quando la stessa Corte costituzionale abbia convalidato — con la sua sentenza l'atto arbitrario della pubblica autorità, in questo caso il cittadino — secondo il significato della disposizione proposta — non deve acquietarsi alla violazione dei diritti supremi, garantiti dalla Costituzione come inviolabili, ma deve ribellarsi.
Intesa in questo senso la disposizione, ci si deve chiedere: è opportuno che essa sia inserita nella Costituzione?
Circa la sostanziale esattezza e, vorrei dire, la santità di questo principio, nessuno potrebbe sollevare delle obiezioni, e tanto meno noi cattolici, poiché è tradizionale nel pensiero cattolico l'ammissione del diritto naturale alla ribellione contro il tiranno. Ci sono scrittori cattolici che riconoscono la legittimità perfino della soppressione del tiranno. Quindi non è al principio che noi ci opponiamo, ma alla inserzione nella Costituzione di esso, e ciò perché a nostro avviso il principio stesso riveste carattere metagiuridico, e mancano, nel congegno costituzionale, i mezzi e le possibilità di accertare quando il cittadino eserciti una legittima ribellione al diritto e quando invece questa sia da ritenere illegittima.
Siamo condotti con questa disposizione sul terreno del fatto, e pertanto su un campo estraneo alla regolamentazione giuridica."

Ora dobbiamo rammentare che sebbene non possiamo ancora dire se la nostra Corte costituzionale abbia convalidato questa serie insensata e arbitraria di atti limitativi dei principi fondamentali della Costituzione imputabili alle autorità di governo, esistono vari elementi decisivi che rendono molto difficile l'attivazione di questa garanzia di "ultima istanza":
1) il fattore tempo: occorrerebbe che una serie di pronunce fosse adottata in tempi tali da non vanificare la loro stessa efficacia pratica, per avvenuta consumazione della stessa distruzione del sistema economico, industriale e occupazionale italiano;
2) la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, che obbligherebbe, per la prima volta nella sua storia, la Corte a prendere posizione su una norma costituzionale proveniente dal procedimento di revisione, operanto quel sindacato interno alla Costituzione sul conflitto tra norme di principio intangibili, quelle di cui parla espressamente Calamandrei, e fonte costituzionale "derivata";
3) la pronuncia della Corte di giustizia europea che esclude ogni profilo di illegittimità dell'ESM e, per assorbimento, della stessa variazione delle clausole del trattato legata al c.d. six packs, cioè al pareggio di bilancio; e, in tal caso, la Corte nazionale dovrebbe sindacare, in senso negativo e sempre per la prima volta, i limiti di intrusione del diritto europeo sui principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale, operazione che, come abbiamo visto, può riuscire solo a condizione di:
a) dotarsi di una capacità di lettura della "attendibilità" macroeconomica delle previsioni europee nel loro impatto sui principi fondamentali;
b) essere capace di una visione di insieme, e non analitica (cioè portata sugli effetti di una singola previsione europea scissi dal contestuale effetto di tutto il sistema UEM).
Quindi:
- Una volta preso atto della pratica disattivazione della "estrema garanzia" della giurisdizione costituzionale, se non altro per la sua incertezza di esiti nel contesto attuale e, più ancora, per l'elemento temporale della sua tempestività, nel prevenire un timing distruttivo per il benessere dei cittadini italiani e la stessa sopravvivenza del patto fondamentale che li lega reciprocamente;
- una volta preso atto della assoluta indifferenza su questi temi dell'intero arco dei partiti che oggi siedono in Parlamento - tutti variamente orientati a sostenere il vincolo euro(peo) "whatever it takes", ovvero a colpevolizzare per la crisi la comunità nazionale, invertendo la percezione del suo meccanismo causa-effetto;
- non rimane che prendere in considerazione l'eventualità dell'attivazione spontanea e diffusa del diritto di resistenza a difesa della Costituzione.
Questo, trattandosi dell'aggressione perpetrata attraverso lo svuotamento dei principi immutabili della Costituzione da parte di norme di origine internazionale, e in patente violazione dell'art.11 Cost., dovrebbe anzitutto esplicarsi nella creazione di un Comitato di Liberazione Nazionale,  capace di riacquistare la capacità negoziale di cui i nostri governi si sono privati unilateralmente e senza riflettere sulla compatibilità costituzionale di ciò, e, quindi, di prendere contatto con analoghi organismi auspicabilmente sorti negli altri paesi interessati dal medesimo fenomeno distruttivo della sovranità popolare e dei principi fondamentali delle rispettive Costituzioni democratiche.
E' possibile immaginare una sensibilità diffusa di esperti (costituzionalisti, economisti) e cittadini "rappresentativi", esponenziali di una tale linea di salvezza in Italia e nei vari paesi dell'UEM?
Per quanto difficile, appare la unica vera possibile via d'uscita per il recupero della democrazia costituzionale (incombendo purtroppo anche vie d'uscita non democratiche e non rispettose della Costituzione).
E magari potrebbe spingere i governi a riconsiderare la propria posizione rispetto agli interessi costituzionali di cui sono istituzionalmente portatori, per riappropriarsi del dovere di esercitare la propria capacità negoziale in conformità a tali interessi (e non a quelli di potenze contrapposte e interessate solo a massimizzare il proprio disegno egemone sul piano di un anomalo ed autoritario diritto internazionale).


 

domenica 17 marzo 2013

LA DOTTRINA DELLE BANCHE CENTRALI INDIPENDENTI E LA SUA ATTUALE EVOLUZIONE

9 paesi con banco centrale autonomo

Riportiamo l'intervento svolto al convegno del 16 marzo "festa equinoziale di orizzonte48",  da Luciano Barra Caracciolo, nella presentazione del tema "L'OCA è sempre indigesta? La rivincita dei cambi flessibili e l'evoluzione del ruolo delle banche centrali".

PREMESSA- Per comprendere il tema della “dottrina” delle banche centrali indipendenti, occorre ricostruire, in sintesi, il modo (apparentemente “nuovo”) con cui si è affermata la restaurazione della visione macroeconomica neoclassica.
Infatti tale “dottrina” è il culmine della restaurazione di un modello sociale e, al tempo stesso, l’idea-guida della “costruzione europea”, la cui realizzazione più pura è la stessa Unione monetaria.
Questo paradigma, sebbene accuratamente occultato alla comprensione delle opinioni pubbliche dei paesi interessati, è il segno distintivo di una visione estremizzata e dogmatica che, da un lato è sottoposta ormai a una generale revisione critica al di fuori dall’UEM; dall’altro colloca quest’ultima in una condizione di isolamento e di “diversità” crescenti dal resto del mondo, che rende la stessa area UEM una roccaforte fiera avversaria  dello Stato redistributivo e sociale, della spesa pubblica, della stessa rilevanza del lavoro al di fuori della sua dimensione di “costo di impresa”, con un’ostinata attitudine a sacrificare la crescita e il benessere dei popoli. Data la preferenza ideologica per la “lotta all’inflazione” e per la “rassicurazione degli investitori” (naturalmente finanziari), meglio se esteri.

1- IL MODELLO MACROECONOMICO NEOCLASSICO, ANTE CRISI DEL ’29.
 Questo si incentrava sulla incontestata validità della LEGGE DI SAY (PER CUI L’OFFERTA GENERA E INCONTRA SEMPRE LA PROPRIA DOMANDA), LA ASTRAEVA DAL SUO VALORE DESCRITTIVO SETTORIALE E LA PROIETTAVA A LIVELLO DI EQUILIBRIO GENERALE, C.D. WALRASIANO.

Una importante conseguenza del modello classico di piena occupazione è quindi l’assenza di disoccupazione involontaria anche se può esistere disoccupazione frizionale e/o volontaria. L’esistenza di disoccupazione si spiega, all’interno di questa corrente di pensiero, solo ipotizzando l’esistenza di attriti o interferenze nei meccanismi spontanei di riequilibrio.
A queste condizioni l’intervento pubblico per stabilizzare l’economia non è né necessario né desiderabile. Nella teoria della finanza pubblica era infatti dominante l’idea della “finanza ortodossa” per cui, nei periodi di allontanamento temporaneo dal pieno impiego, sarebbe stato preferibile mantenere il pareggio dei bilanci pubblici astenendosi dall’interferire sui meccanismi spontanei di riequilibrio.


2- LA TEORIA KEYNESIANA.
KEYNES muove, nella ricerca della condizione di equilibrio e degli strumenti per ottenerla, invece che dall’offerta produzione, dalla DOMANDA AGGREGATA, cioè dal sub-strato sociale nel suo insieme, comprensivo dello Stato e della sua azione. La sua analisi si giustifica per la constatazione dei fallimenti del mercato (cioè del modello generale di equilibrio basato sui domanda e offerta liberamente in reciproca interazione), ascritto a 2 fenomeni intrecciati tra loro:
1)   la creazione, sul lato dell’offerta, di MONOPOLI E OLIGOPOLI (che impedisce che la dom/offerta raggiungano strutturalmente una situazione di equilibrio);
2)   la logica finanziaria orientata al breve periodo, e quindi speculativa e mai capace di riflettere previsioni ed equilibri razionali.

"Nella interpretazione keynesiana del modello IS-LM, sia la politica fiscale sia la politica monetaria sono in grado di produrre effetti sull’economia reale.
I keynesiani in ordine alle pendenze delle curve IS e LM osservano, in base all’osservazione delle dinamiche sociali effettiva, (cioè in via induttiva) che la LM sia generalmente molto elastica e la IS sostanzialmente rigida (rispetto alla variazione del tasso di interesse). Di conseguenza, politiche fiscali espansive risulterebbero molto efficaci, poiché l’effetto di spiazzamento (delle risorse private che non troverebbero utili impieghi produttivi anche ove non fossero attratte nel bilancio pubblico mediante la presupposta imposizione) sarebbe limitato a causa dell’effetto non rilevante di crescita del tasso di interesse.Sarebbe infatti, a sua volta, ridotta la capacità stabilizzatrice della politica monetaria, poiché una riduzione del tasso di interesse indotta dall’aumento dell’offerta nominale di moneta (spostamento verso il basso della curva LM) non produrrebbe rilevanti effetti di aumento degli investimenti.
Per i keynesiani, inoltre, esiste un certo livello minimo del tasso di interesse nei confronti del quale la politica monetaria diviene chiaramente inefficace. Si tratta della c.d. trappola della liquidità; quando il tasso di interesse si posiziona ad un dato livello minimo, gli operatori si aspetteranno un suo aumento, e non reagiranno per evitare di incorrere in perdite in conto capitale, qualsiasi sia l’offerta di moneta. In questo caso, nessuno intende acquistare titoli che fruttano un tasso di interesse troppo basso e la preferenza per la liquidità sarà assoluta."


3- CRITICA MONETARISTA A KEYNES- (FRIEDMAN)
Questa teoria economica si sviluppa sulla base di un fenomeno cognitivo-teorico, di “rimozione” di un presupposto fondamentale della teoria kenesiana che si accinge a criticare. La rimozione, cioè, riguarda l’esistenza stessa del fenomeno dei “fallimento del mercato”: nelle sue argomentazioni viene negata le rilevanza dei monopoli e degli oligopoli.
Questa natura contrappositiva a Keynes, parziale e in definitiva asistematica, sottintende, in pratica, una premessa ideologica non apertamente dichiarata: la rimozione dall’analisi del “fallimento del mercato”, non è indice di una limitazione colposa dell’indagine, ma l’intenzionale proposizione di un modello che programmaticamente preveda la sopportazione dei costi delle ricorrente crisi sul fattore lavoro, cui viene fatto esclusivo carico della correzione inflazionistica su cui si impernia la stessa finalizzazione del sistema politico-economico.
Questo tratto ideologico è comune, come vedremo, anche alla nuova macroeconomia classica, che sviluppa questa idea centrale – negatoria dello stesso fenomeno dello scontro tra capitale e lavoro- in una completezza ideologica che culmina, appunto nella dottrina della banca centrale indipendente.

In una prima fase, la critica si fonda su una revisione della teoria quantitativa della moneta. In particolare:
a) si ristabilisce la fiducia nell’operare dell’economia di mercato (cioè nel modello generale domanda-offerta avulso dai fenomeni di concentrazione del potere di impresa);
b) si assegna una più elevata priorità all’obiettivo della stabilità dei prezzi;  
c) quindi si attribuisce all’intervento pubblico e alle autorità monetarie la residuale ed esclusiva responsabilità del processo inflazionistico.
In una seconda fase, la critica si estende alla interpretazione della curva di Phillips e se ne propone una nuova formulazione, in contrapposizione a quella keynesiana, rivolta a spiegare il fenomeno inflazionistico postulando l’inefficacia dell’azione di politica fiscale.
L’aspetto fondamentale della prima critica monetarista risiede nell’idea che gli elevati livelli di inflazione sperimentati nel sistema economico siano il frutto di una espansione eccessiva dell’offerta di moneta. Friedman si richiama esplicitamente alla teoria quantitativa e ne propone una riformulazione:
- gli operatori prendono le loro decisioni sulla base delle variabili reali del sistema, che riflettono il loro potere di acquisto;
- la domanda di moneta si mantiene stabile nel tempo: esiste cioè evidenza empirica di una relazione funzionale stabile tra questa e i fattori che la determinano.
In base a queste nuove ipotesi, Friedman dimostra che il tasso di variazione dei prezzi (cioè il tasso di inflazione) è pari alla differenza tra il tasso di crescita dell’offerta di moneta e il tasso di crescita della domanda di moneta per fini transattivi.
Nel lungo periodo, se il tasso di crescita dell’offerta di moneta supera il tasso naturale di crescita dell’economia, il risultato è l’inflazione. Quindi l’inflazione non è solo un fenomeno monetario, ma può prodursi in conseguenza del comportamento delle autorità monetarie. Alla base dello schema monetarista c’è l’idea, di pieno recupero del dogma neoclassico ante-crisi del ’29, che l’economia si trovi in uno stato naturale di lungo periodo in cui non esistono squilibri nei singoli mercati e tutte le variabili reali si trovano al loro livello naturale.

Da questa concezione si sviluppa il concetto di tasso naturale di disoccupazione, che, sotto un profilo empirico, è il livello di disoccupazione che prevale quando l’economia è al suo livello di pieno impiego.
Da notare che questa idea tautologica della disoccupazione e del “pieno impiego”, legata a qualsiasi equilibrio consentito dalle variabili reali (al netto dell’inflazione) del sistema economico, tende proprio a disinnescare gli enunciati redistributivi, affidati all’intervento dello Stato, propri della Costituzioni democratiche successive alla II guerra mondiale e, simbolicamente, al c.d. Rapporto Beveridge.

Secondo Friedman, se l’economia si dovesse allontanare da questa situazione di pieno impiego, il sistema, nel lungo periodo, tenderebbe naturalmente al riequilibrio.
La direzione dell’attacco monetarista contro la politica fiscale attiva dei keynesiani cambia alla fine degli anni ‘60, rivolgendosi esplicitamente a minare le basi della curva di Phillips attraverso l’introduzione, in quello schema, del livello atteso di inflazione come variabile addizionale nella determinazione del tasso di variazione del salario monetario.
Infatti, nel saggio The role of monetary policy del 1968, Friedman negava l’esistenza nel lungo periodo di un trade-off tra disoccupazione e inflazione nella attuazione della politica economica.
La politica di stabilizzazione del ciclo economico, in questa ottica, passa per le seguenti ineludibili vie (che trovano una evidente Eco in molti tratti delle attuali politiche monetarie propugnate da Bundesbank e, di riflesso, dalla BCE):
1) le autorità possono ridurre la disoccupazione al di sotto del tasso naturale solo nel breve periodo e solo perchè il livello di inflazione non è ancora anticipato in modo corretto. L’ipotesi di aspettative adattive implica aggiustamenti graduali e non immediati delle aspettative e la politica fiscale può ancora essere efficace nel breve periodo;
2) qualsiasi tentativo di tenere il livello della disoccupazione al di sotto del suo tasso naturale produce solo una accelerazione della inflazione;
3) se si intende ridurre il tasso naturale di disoccupazione e quindi aumentare il livello dell’output è necessario perseguire politiche dal lato dell’offerta per migliorare la struttura e il funzionamento del mercato del lavoro piuttosto che politiche dal lato della domanda;
4) il tasso naturale di disoccupazione, (come abbiamo visto), è compatibile con qualsiasi tasso di inflazione che a sua volta è determinato dal tasso di espansione monetario come postulato dalla teoria quantitativa. Data la convinzione che l’inflazione è essenzialmente un fenomeno monetario dovuto ad un eccesso di crescita monetaria, i monetaristi affermano che l’inflazione può essere ridotta solo riducendo il tasso di crescita della offerta di moneta."

E’ importante vedere che, in tal modo, si perfezionò un’operazione a carattere “metonimico”: si attribuì al mercato del lavoro l’inflazione dovuta agli shock petroliferi degli anni ’70, quando in effetti l’assetto del lavoro, assistito dalla linea redistributiva variamente sancita nelle Costituzioni (globalmente definite come “rigidità” contrarie all’equilibrio naturale), era soltanto responsabile della limitazione dei profitti (in situazione di ciclo negativo), cioè, in pratica, della simmetrica distribuzione delle conseguenze recessive dell’inflazione petrolifera anche sul lato del capitale. 
In effetti la restaurazione del modello neo-classico assolve a questa funzione di contro-distribuzione del rischio delle ricorrenti crisi economiche, e in generale della ricchezza, e, in definitiva, di revisione profonda del ruolo dello Stato in quanto ostacoli, con le sue proposizioni costituzionali, questa funzione. 

4- NUOVA MACROECONOMIA CLASSICA (LUCAS: POST FRIEDMAN).
Compiutasi la “rimozione” ideologica del fallimento del mercato, e aperta così la via alla traslazione dei costi delle crisi cicliche a carico del solo fattore lavoro, la nuova macroeconomia classica affida la sua demolizione della teoria keynesiana ad una sua “contestualizzazione storica”, interpretando Keynes- e ancor più il portato della Costituzioni- come il riflesso di un dato assetto politico, transeunti e intrinsecamente denunziato come “non ottimale”.