venerdì 19 gennaio 2018

OVVIAMENTE NE RIPARLEREMO. LO STATO DI ECCEZIONE PERMANENTE DELL'EUROSOVRANO

 

1. Oggi cercheremo di dare il nostro contributo a questo convegno (già annunciato più volte ).
La difficoltà di rendere, nel tempo delimitato a disposizione, l'intera problematica della "attualità della Costituzione nella crisi della globalizzazione", è evidente (forse, "solo") per i lettori del blog. Si tratta infatti di bilanciare e rendere cosciente un disegno di restaurazione che si è accumulato in decenni e decenni di condizionamento mediatico, accademico e culturale. 
Ma il punto che mi pare forse più rilevante riguarda il nostro futuro "a breve termine" e lo ripropongo in quanto (purtroppo) tenderà a divenire sempre più rilevante e ineludibile dopo il 5 marzo e, in modo del tutto prevedibile, nel corso dei mesi successivi (pp. 2-3):

...il paradosso di questi 70 anni sarà, per tutti i cittadini italiani che abbiano ancora la cultura e la sensibilità per farlo, l'esigenza di doversi accingere, proprio adesso, ad una strenua difesa finale - della democrazia sostanziale, della democrazia necessitata del lavoro-, in contrapposizione con astratte "commemorazioni" che, ignorandone ostentamente il vero significato, moltiplicheranno le pressioni per un suo superamento, riprendendo il cammino delle devastanti proposte intese a distruggerne il senso più profondo. 
Il paradosso, dunque, nascerà dal fatto che, adottandosi una tattica comunicativa che tenderà, questa volta, a presentare la disattivazione della Costituzione entro una facciata nominalistica di fede nei suoi valori,  (valori che ci si sta già preoccupando, da lungo tempo, di rivisitare e "adattare"), si troverà il modo cosmetico per celebrare in sordina "le esequie frettolose di una Costituzione ancora viva" e, consentitemi di dirlo, che più che mai "lotta insieme a noi".

Dunque, il fondato timore è che proprio la ricorrenza dei 70 anni dalla nascita della Costituzione, sarà la più ovvia delle occasioni per riattivare il processo di formalizzazione testuale del suo tanto invocato, da decenni, superamento, chiamato "riforma", ma che è in realtà l'abrogazione (dichiaratamente liberale) dei suoi principi non revisionabili in modo provocarne, come diceva Calamandrei, l'automatica distruzione
Un processo che è già in avanzato stato di compimento, in molteplici e illimitate forme de facto, e che attende solo che trascorra un minimo di tempo dal referendum (cioè dall'ultimo, in ordine di tempo, dei fallimenti nella "formalizzazione testuale" dello status quo abrogativo) per coagulare le sue diverse tematiche e istanze particolaristiche, tutte convergenti sulla saldatura in nome dell'€uropa (qui, p.3), di forze politiche variamente propugnatrici o in ogni modo rassegnate alla irreversibilità del vincolo esterno.
2- Questa facile profezia si unisce (o almeno dovrebbe unirsi) alla consapevolezza che il "processo decostituente" troverà la sua fase di accelerazione nella simultanea riaccensione a pieno regime del motore delle riforme dei trattati europei, oggi imperniato su una sola monotematica idea: che è poi quella dell'ital-tacchino da spennare. Probabilmente ciò si compirà come momento di raggiungimento dello scopo sociale dell'Unione europea, preparatorio di una sua tormentata fase di liquidazione; laddove i risparmi e il  patrimonio del popolo italiano recitano il ruolo degli assets di un attivo espropriato dai liquidatori.

2.1. Un motore riacceso comunque, ben al di là delle apparenti difficoltà della formazione di un governo Merkel in Germania, e della alterne fortune delle iniziative riformatrici di Macron: l'accordo fondamentale tra le elites che guidano da sempre il processo, è sempre agevolmente raggiungibile, come già accadde nel periodo post recessione 2008-2009, in cui incredibilmente (dal punto di vista di qualsiasi proposizione scientifico-economica relativa alla esigenza di adottare misure anticicliche), si pervenne all'approvazione del six-packs e, al suo interno, del fiscal compact (cioè del rafforzamento imperativo del sistema di aggiustamento, a carico del lavoro, degli squilibri dei conti con l'estero causati dalla intenzionale fisiologia dell'euro):


3. Ovviamente ne riparleremo. 
Non sarà proprio possibile ignorare gli eventi che si preannunziano nel nuovo TINA determinato dall'ennesimo "stato di eccezione" dei mercati in procinto di essere dichiarato dal n€o-sovrano. Perché è un metodo di governo permanente
E la "governabilità" (ex parte principis) è la caratteristica intrinseca del sistema. 
Comunque voi pensiate di poter esprimere le vostre preferenze elettorali.

mercoledì 17 gennaio 2018

LE FAKENEWS DI PUTIN, LE ELEZIONI E IL MITO DELLA GOVERNABILITA'

Fig.1 Percentuali di individui a rischio di povertà nell’Unione Europea, e nei paesi dell’area Euro - 2015
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Fig.2 Dinamica delle percentuali di popolazione a rischio di povertà nell’area Euro e in alcuni dei paesi 2007 - 2015
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1. Da tutta la grancassa dei big-media nazionali apprendiamo che l'€uropa ci tiene alla nostra libertà di voto e perciò viene salutata con entusiasmo incondizionato l'iniziativa della Commissione Ue sulle fake news. 
Citiamo ex multissimis (Messaggero, 13 gennaio, pag.9): 
"E anche a Bruxelles si stanno preparando a mettere in campo nuove norme proprio contro le fake news. Dovrà essere fatto tutto nel 2018, così come anticipato dal direttore generale Dg Connect della Commissione, Roberto Viola: "In assenza di una regolamentazione - ha spiegato- dovremo intervenire sul piano legislativo".
La premessa di fatto, che darebbe corpo alla ratio di questa nuova regolamentazione, lo stesso articolo la identifica in un fatto che viene dato per certo in base ad una deduzione non priva di difficoltà dimostrative: 
"L'obiettivo finale è puntare sugli euroscettici- Tutta quella parte di politica che, posizionandosi contro l'Ue, finirebbero per favorire la campagna pro-Russia dello zar Putin. Perché sul Cremlino pesano, e tanto, quelle sanzioni imposte dagli Stati Uniti per l'annessione della Crimea che, proprio in questi giorni, si preparano a inasprirle ancora di più".

2. Tuttavia l'enorme peso di queste sanzioni non è agevolmente rilevabile dai fondamentali dell'economia russa. Certamente hanno avuto un peso (il dato è aggiornato al 2016), più che le sanzioni, i prezzi di gas&oil (notoriamente diminuiti durante il periodo giugno 2015 agosto 2016, ma poi, sostanzialmente risaliti, pur con una certa volatilità nel rialzo; analogamente a quanto si verifica anche per il prezzo del gas)
https://d3fy651gv2fhd3.cloudfront.net/charts/russia-current-account-to-gdp.png?s=rusca2gdp&v=201704031439v

3. Perché, infatti, è evidente che nel 2017 si verifica un miglioramento (al netto della flessione estiva delle forniture di gas, quando i prezzi sono più bassi e gli importatori tendono al più a stockare, ma entro certi limiti teoricamente regolamentati, per poi lucrare sui prezzi in successivo rialzo; l'inverno contrassegna un periodico miglioramento che va ovviamente mediato sull'intero anno):
Russia Current Account
4. Sta di fatto che, pure secondo il FMI, dopo la recessione del biennio 2015-2016, la Russia è tornata a crescere nel 2017 e si prevede lo farà pure nel 2018:
https://marketrealist.imgix.net/uploads/2017/05/Russia-Moves-to-Positive-Growth-Territory-2017-05-01.jpg?w=660&fit=max&auto=format
https://tradingeconomics.com/charts/facebook.png?url=/russia/gdp-growth-annual
5. Insomma, istituire una correlazione così drastica tra sanzioni, enorme peso delle stesse, e convenienza e volontà prioritaria della Russia di interferire sulle elezioni nei paesi dell'UE, appare un po' eccessivo sul piano logico e più che altro su quello della prova concreta di come ciò sia avvenuto e stia avvenendo.
Tant'è che l'articolo in questione offre come prova...un articolo del New York Times, che si allarga pure ad indicare i partiti che sarebbero oggetto di una non meglio definita "attenzione" russa. La "notizia" avrebbe preso corpo se il NYT avesse proposto qualcosa di più che le proprie deduzioni di scenario muovendo da premesse fattuali ipotetiche e, a loro volta, fortemente deduttive.

6. Ora, già di per sé, l'indicazione, a sua volta, deduttiva (di secondo, se non di terzo grado) di una fonte mediatica estera che al più potrebbe definirisi "allusiva", e che per di più è una fonte ascrivibile alla controparte della Russia nella presunta nuova guerra fredda, dice molto poco su quanto questa "notizia", dell'interferenza di Putin sulle elezioni italiane, sia verificabile e, di più, sia in effetti stata verificata
Magari, per una minima completezza di informazione, sarebbe anche da prendere in considerazione quanto autorevolmente chiarito da Paul Graig Roberts sui fatti storicamente emersi, e proprio in base alla recente divulgazione degli archivi della National Security, e non meramente dedotti da ipotesi della stampa USA: la unilateralità genetica dell'atteggiamento ostile non risulta obiettivamente ascrivibile alla Russia.
Quello che rimane dalla lettura dell'articolo, in definitiva, è l'insinuazione di una sorta di equazione tra atteggiamento anche solo genericamente anti-€uropa e affiliazione alle manovre destabilizzatrici di una potenza come la Russia, cui, non si sa in base a quale convenienza politica per l'Italia, viene ascritta la qualificazione di "ostile" e dedita al sabotaggio della democrazia italiana. 

7. Questa insinuazione, sorretta dalla evidenziata concatenazione deduttiva e priva di riscontri fattuali oggettivi, contiene poi in sé una sotto-implicazione: che il dissenso montante, in quasi tutti i paesi appartenenti all'Unione, e in particolare in quelli dell'eurozona, rispetto all'impoverimento (senza precedenti), alle asimmetrie socio-economiche in accentuazione, alle politiche di sostituzione etnica, che l'€uropa sta imponendo senza alcun ripensamento, non sia, in ogni caso, spiegabile come autonoma volontà dei popoli coinvolti di rendersi conto (delle) e di voler contrastare le cause del malessere crescente che queste politiche comportano.
E questa ci pare una de-responsabilizzazione agiografica dell'€uropa che non giova in nessun caso alla sua causa.
L'Ue non ha bisogno dell'azione di Putin per essere impopolare.
Perché, volenti o nolenti che siano i suoi sostenitori, un paradigma ordoliberista che impone un feroce mercantilismo reciproco tra i paesi aderenti e la dichiarata e sistematica distruzione del welfare, e che programmaticamente vuole spostare la sovranità ai "mercati", sottraendola alle inefficienti istituzioni democratiche di tali stessi paesi, può portare ad una sola conclusione: che la neo-norma suprema della governabilità divenga un sistema autoritario di imposizione dello stato di eccezione permanente e che i cittadini l'avvertano ormai solo come una minaccia.

APPENDICE DI TEORIA DELLO STATO (per i più volenterosi e studiosi):
1) Già alla fine dell'800, infatti, Sonnino si trovava ad affermare (nel celebre "Torniamo allo Statuto") che "In un Governo fondato quasi totalmente sull'elezione manca, nella alta direzione della cosa pubblica, la rappresentanza dell'interesse collettivo e generale". 
Il Passo citato ci dice già tutto: la composizione civile degli interessi particolari, che, a ben vedere, è alla base del confronto parlamentare deve cedere, ad avviso di Sonnino, il passo ad un preteso interesse superiore, che è visto addirittura come estraneo e sovraordinato ai meccanismi della democrazia rappresentativa, i quali, per loro natura intriseca, rappresentano addirittura qualcosa di opposto (i cattivi "interessi particolari"). 
Si tratta, in sostanza, di un perverso primato della politica che costituisce, puta caso, la "grundnorm" di un particolare "stato di eccezione", quello del "vincolo esterno" che diventa, da un punto di vista morale, una sorta di misura necessitata per, potrebbe ben dirsi, salvare la democrazia da se stessa (annullandola).
...
Ben potrebbero vedersi, in queste parole, gli albori di quella che potremmo definire "morale della tecnocrazia": se il potere esecutivo, per ricondursi all'interesse superiore di cui è unico portatore, deve prescindere da ciò che un Parlamento democraticamente eletto rappresenta, ciò significa -e non potrebbe essere altrimenti- che l'unico modo in cui il secondo può coesistere col primo è vincolato alla presenza di un perenne stato di eccezione che ne neutralizzi la sostanza, riducendolo a mero organo ratificatore.

 "Ora, i ragionamenti contenuti nella Relazione della Commisione di Venezia e ricalcanti simili teorie non sono affatto da assumere come originali, dal momento che gli stessi si pongono in stretta continuità con il dibattito sulla governance” messo in circolazione dal neocapitalismo sovranazionale nel celebre “Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione Trilaterale” del 1975 ove, invero, veniva già allora epigrafato che: 
“… Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene[12].
 E’ a causa di tale format che nei decenni, tramite la ben collaudata tecnica della “doppia verità” veicolata dagli accondiscendenti carrarmati mass-mediatici, si è andato via via rafforzando quel 
… fuorviante connubio tra logiche decisionistiche ed esaltazione della c.d. democrazia immediata, nellambito del quale la retorica del “primato della politica” è sempre di più servita a dissimulare una situazione in cui “la politica in realtà decide poco o nulla di ciò che veramente è rilevante, e se le si chiede un incremento di efficienza, tale efficienza finisce col risultare funzionale alla sollecita realizzazione di obiettivi e disegni di riforma definiti in altre sedi. Limpressione è, in realtà, proprio che ci sia una stretta connessione tra il trasferimento delle decisioni chiave ad istanze non responsabili (nella forma del dominio del mercato, o nella forma attenuata e neutralizzata del dominio della “tecnica) e la trasformazione – rectius la semplificazione, la banalizzazione – della democrazia parlamentare nella sua versione “maggioritaria” e ultracompetitiva”.
La mitologia della governabilità risponde, infatti, nel complesso allidea di un buongoverno ex parte principis e non ex parte populi, poiché, propugnando un elevato grado di separazione e di auto-legittimazione dellapparato politico-istituzionale, mette in discussione la stessa teoria democratica e il suo posto nello Stato costituzionale. Al primato della Costituzione vengono così contrapposte, secondo necessità e nei termini di un logorante “processo decostituente”, l’onnipotenza della politica ovvero la preminenza della tecnica, in virtù di schemi organizzativi e di dispositivi di funzionamento tesi a veicolare la presunta neutralità e apoliticità delle decisioni tecniche e, specularmente, a dissimulare le valutazioni e le scelte politiche nascoste dietro la facciata della tecnica[13].
Così E. OLIVITO, Le inesauste ragioni e gli stridenti paradossi della governabilità, 9-10, su Costituzionalismo.it, reperibile all’indirizzo http://www.costituzionalismo.it/articoli/543/

lunedì 15 gennaio 2018

LA LUNGA ATTESA DEL DOPO-ELEZIONI: OLTRE IL CONFLITTO SEZIONALE METODOLOGICO?

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1. Solo alcune brevi riflessioni.
Vi confesso che sarei tentato di entrare in "silenzio-blog" fino all'avvenuto svolgimento delle elezioni. 
Appare sempre più evidente, infatti che, dopo che il popolo italiano ha subito un crescendo pluridecennale di politiche di consolidamento del bilancio pubblico (tentato ed anche  fallito perché perseguito, tutt'ora, sulla base di idee economico-scientifiche rivelatesi approssimative nei loro presupposti e fini), i programmi delle forze politiche più importanti, glissano sulla loro posizione riguardo alla prosecuzione o meno di tale linea di politica economico-fiscale.
Il problema sta tutto, ovviamente, nelle fatidiche "coperture" da trovare dentro un ordinamento che, via fiscal compact e persino nella Costituzione, adotta l'obiettivo del pareggio strutturale di bilancio.

2. Questa stessa linea, peraltro, come abbiamo visto, ha convertito il futuro in una minaccia e quindi ha innescato negli elettori l'atteggiamento culturale diffuso del  cercare di indovinare, tra le righe di promesse elettorali cui non possono ragionevolmente attribuire un'eccessiva credibilità, come, dopo le elezioni, verrà distribuito, tra i vari segmenti di società non appartenenti alla elites "cosmopolita", il peso di ulteriori sacrifici economici, che determineranno una sorta di lotteria nell'infliggere un ancor più marcato peggioramento della propria condizione economica.

3. Che questo timore, interiorizzato da un intero popolo, permanga anche in queste elezioni, è abbastanza facilmente constatabile parlando con "l'uomo della strada".
Come è anche evidente che l'unica dialettica politica che può ancora funzionare è quella del cercare di identificare, pur con l'indispensabile vaghezza tipica di una fase preelettorale, la parte di non elite la cui condanna morale, in base ad un giudizio aprioristico già segnato dalla propaganda mediatica che soprassiede al controllo dell'intero processo, renda bene accetta una certa ripartizione sbilanciata del carico dell'aggiustamento fiscale. Questa individuazione della "parte cattiva" dei propri simili (all'interno della stessa barca), dovrebbe (nelle intenzioni) simultaneamente compattare ed attrarre, mediante una proiezione identificativa dalla forza emotiva irresistibile, il voto della restante parte di non elite (noi, quelli buoni).
Tale "sanior pars" moralisticamente  aggregata risulta solo emotivamente e illusoriamente vincente, poichè, in un intreccio di posizioni e di interessi interdipendenti, che vengono accuratamente dissimulati dal sistema mediatico, viene lo stesso colpita dall'aggiustamento: ma non se ne accorge, o è persino disposta a sopportare un certo peso, purché sia estirpato il male attribuito all'altro settore sociale maggiormente colpito.

4. Questo meccanismo di conflitto sezionale metodologico, viene così puntualmente definito da Rodrik:
"Le conseguenze politiche di una prematura deindustrializzazione sono più sottili, ma possono essere più significative.
I partiti politici di massa sono stati tradizionalmente un sotto-prodotto dell'industrializzazione. La politica risulta molto diversa quando la produzione urbana è organizzata in larga parte  intorno all'informalità, una serie diffusa di piccole imprese e servizi trascurabili. 
Gli interessi condivisi all'interno della non-elite sono più ardui da definire, l'organizzazione politica fronteggia ostacoli maggiori, e le identità personalistiche ed etniche dominano a scapito della solidarietà di classe.

Le elites non hanno di fronte attori politici che possano reclamare di rappresentare le non-elites e perciò assumere impegni vincolanti per conto di esse.
Inoltre, le elites possono ben preferire - e ne hanno l'attitudine- di dividere e comandare, perseguendo populismo e politiche clientelari, giocando a porre un segmento di non elite contro l'altro.
Senza la disciplina e il coordinamento che fornisce una forza di lavoro organizzata, il negoziato tra l'elite e la non elite, necessario per la transizione e il consolidamento democratico, hanno meno probabilità di verificarsi.
In tal modo la deindustrializzazione può rendere la democratizzazione meno probabile e più fragile."

5. Dunque questo meccanismo ha tutt'ora un discreto successo, almeno in Italia, nell'assicurare alle elites la sostenibilità del processo elettorale, svolgendo il suo ruolo di "stornare" l'attenzione dal problema sistemico di un'economia neo-liberista liberoscambista, e come tale totalitaristicamente pervasiva di ogni aspetto istituzionale.
E, sempre in Italia, svolge anche il ruolo di deviare l'attenzione dal problema della moneta unica, che è un aspetto strutturale fondamentale di tale neo-liberismo istituzionalizzato, immettendo nel discorso politico serie casuali secondarie o irrilevanti, appunto moraleggianti, ma anche rivestite di tecnicismo-pop, per spiegare le ragioni della crisi italiana.
Al riguardo rammentiamo la premonizione che aveva formulato Caffè (naturalmente del tutto invano). In essa è perfettamente spiegato tutto ciò che sta accadendo:
"Nel suo manuale (Lezioni di politica economica, a cura di N. Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 1990) Caffè mette in guardia per ben tre volte contro l’ipotesi di una moneta unica europea. Eccovele:
pagg. 110-11: “Il difficile cammino della integrazione europea viene reso più arduo sia dalla pretesa di anticipare gli eventi, prima che se ne siano stabilite le basi (ad esempio ‘la moneta europea’); sia dalla pretesa di non tener conto delle fasi congiunturali avverse, come se la Comunità fosse stata configurata soltanto in vista di periodi favorevoli.”;
pagg. 298-99: parlando del gold standard: “In esso coesistevano varie e distinte monete (sterlina, dollaro, marco, franco ecc.), ma, attraverso il vincolo dei cambi fissi e sin quando fossero rispettate le “regole del gioco” necessarie per il buon funzionamento del gold standard (le regole, cioè, elencate a p. 294), si può dire che sostanzialmente la situazione era molto analoga a quella che comportasse l’esistenza di una moneta unica
Le singole economie nazionali dovevano adattarsi alle esigenze di uno standard monetario intemazionale: questo assicurava la stabilità dei cambi; ma non la stabilità dei prezzi interni dei singoli paesi che dovevano adattarsi, come si è visto, per assicurare il riequilibrio delle bilance dei pagamenti.
La stabilità dei cambi favoriva lo sviluppo degli scambi e degli investimenti internazionali; ma imponeva questo vincolo di adattabilità delle economie interne, adattabilità che molto di frequente si realizzava attraverso la disoccupazione e in genere la più o meno prolungata sottoutilizzazione delle risorse disponibili. E opportuno non perderlo di vista oggi che (in mutate condizioni) si prospettano possibilità di una “moneta unica" nell’ambito di aree integrate.
”.


6. Capirete dunque perché, in assenza di una chiara proposizione di questi problemi da parte di tutte le forze politiche impegnate nella campagna elettorale, non si può seriamente prevedere il senso pratico, cioè concretamente avvertito nella propria vita, di un qualunque esito elettorale
Ad essere obiettivi, per completezza, si può riconoscere che, senza astrazioni teoriche e proposizioni sistemiche, Matteo Salvini, sta compiendo un tentativo di proporre un paradigma di "crescita inclusiva" e (accettabilmente) non conflittuale all'interno della non-elite. La sua personale "comunicazione" relativa a questa linea è, se non altro, l'unica riconoscibile a livello di partiti maggiori.
La riuscita del suo tentativo, al di là del "merito" specifico delle sue proposte (che pure è un aspetto non trascurabile), è soggetta a condizioni che la rendono obiettivamente incerta: sia quanto alle linee concrete delle misure attuative che ne conseguirebbero, sia rispetto alle condizioni di alleanza politica che le renderebbero fattibili.

7. Una conclusione è perciò vincolata: la coerenza e la sostanza dell'azione politica di qualunque forza che sarà in grado di dar vita a una maggioranza, saranno immaginabili solo dopo le elezioni, quando si confermeranno, modificheranno o rimescoleranno le "alleanze" e un qualche governo inizierà ad attuare non tanto un programma elettorale (sulla cui validità vincolante rispetto all'indirizzo politico effettivo, per esperienza pluridecennale, l'elettore ha appreso a non fare alcun affidamento), quanto ciò che realmente consentono i rapporti di forza all'interno dell'unione europea
E sapendo che questi rapporti di forza sono stati e saranno, prima di tutto, determinati dal peso della volontà delle elite nazionali, riassumibili nella formula del Quarto Partito.
Per questo, oggi, non saprei neppure cosa commentare: abbiamo davanti essenzialmente una lunga attesa, infarcita di lunari polemiche e di spaventose strumentalizzazioni. I fumi di questo immane gioco delle parti potrebbero solo intossicarci e farci perdere la lucidità. 

sabato 13 gennaio 2018

E VENNE IL TEMPO DELLE COMPETENZE: LA "PEZZA" E LE RISORSE CULTURALI


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1. Ho una buona notizia e una cattiva. 
Quella buona è che le risorse culturali per uscire dalla crisi sono definitivamente esaurite e, quindi, l'attuale assetto economico-istituzionale non è in grado di effettuare alcuna autocorrezione per evitare l'imminente accelerazione verso un collasso sociale, prima ancora che economico, senza precedenti nella storia occidentale.
La cattiva notizia è che l'assenza di risorse culturali non consente a nessun tipo di "decidente"  di diagnosticare la disfunzionalità dell'assetto e determina, nei "subalterni" (transitoriamente rilevanti come corpo elettorale relegato al ruolo di "ratifica" dell'assetto perseguito impersonalmente dai "mercati"), la convinzione mediatizzata che la crisi sia superata e che il sistema sia divenuto sostenibile.









2. Il fatto è che la reistituzionalizzazione naturalistica di una massa di working poors che deve sistemicamente coincidere con l'intera popolazione come "condizione di equilibrio" (dei mercati: ovverosia di stabilizzazione irreversibile del potere istituzionale dell'oligarchia timocratica) finisce  per produrre un processo in cui non la democrazia costituzionale, - obsoleta definizione ormai fuori dal dibattito politico in ogni sua versione (praticamente una fakenews da censurare formalmente al più presto)- ma la stessa predicabilità di un mondo diverso da quello ottocentesco, sono assolutamente, anzi: totalitaristicamente, fuori questione.
I filosofi, sociologi, politologi e opinionisti vari hanno ormai sfondato le linee del fronte della legalità costituzionale ridotta a fastidiosa celebrazione commemorativa di un caro estinto.

3. Mai come ora, allorché si celebra il tempo delle "competenze" come nominalismo dialettico che legittima la colpevolizzazione morale degli schiavi, la scientificità rifluisce nel campo dell'archeologia cognitiva, cioè nel dimenticatoio dell'irrilevanza brutalmente irrisa:
"Mi pare la stessa distinzione individuata da Thomas Palley, nel suo libro, fra textbook e structural Keynesianism: 
"Il textbook Keynesianism (Keyenesismo da manuale) assume il sistema economico come "dato" e guarda a come rattoppare i problemi.
Filosoficamente, è strettamente connesso alla MIT microeconomics nel concepire fasi di flessione e recessioni economiche (downturns) come il risultato di disturbi temporanei che richiedono tempo per un aggiustamento a causa di frizioni di mercato che impediscono a prezzi e retribuzioni di pervenire a un aggiustamento immediato
Queste frizioni sono una forma di market failure, che connettono il textbook Keynesianism alla MIT microeconomics. Il ruolo delle politiche pubbliche è quello di intervenire temporaneamente e assistere (ndQ: "da spettatore") al processo di aggiustamento.
[...]
Il textbook Keynesianism riconosce il ruolo centrale della domanda aggregata nel determinare l'attività economica. Il suo focus si appunta sul “livello della domanda aggregata" e le recessioni sono spiegate come il risultato di temporanee carenze di domanda.
Quando un'economia va in recessione, il textbook Keynesianism raccomanda di applicare un intervento di rattoppamento via intervento pubblico (policy patch) che accresca temporaneamente la domanda.
Ciò include misure come tassi di interesse più bassi per stimolare la spesa privata e l'aumento della spesa pubblica o i tagli alla imposizione che aumentano il deficit pubblico. In condizioni normali, queste politiche di innesco (dello) stimolo  (pump-priming) possono accelerare il ritorno alla piena occupazione.

Lo Structural Keynesianism aggiunge una preoccupazione addizionale, relativa al "processo generativo della domanda" sottostante (underlying “demand generating process,”) che è il prodotto del sistema economico. 
La sua prospettiva sul processo economico è dinamica ed è anche correlata alla distribuzione del reddito. 
Le recessioni possono essere dovute a dei declini temporanei nella domanda del settore privato, ma possono anche essere attribuite a carenze del processo di generazione della domanda.
In questo caso, l'economia sperimenterà una prolungata stagnazione e persino una depressione come accadde negli anni '30 del '900 e come potrebbe ora accadere di nuovo.
E' questa idea della carenza di domanda "sistemica" in contrapposizione a quella "temporanea" che distingue lo structural Keynesianism dal textbook Keynesianism." (Thomas Palley, From Financial Crisis to Stagnation, New York, Cambridge University Press, 2012, s.p.)."

4. Proiettando questo colossale problema "diagnostico", nonché ovviamente, e di conseguenza, di capacità culturale di (auto)valutazione degli effetti strutturali delle politiche perseguite per anni (o decenni, sia pure con gradualità "strategica"), sul panorama delle prossime elezioni, la conclusione rimane questa, (se si comprende il ruolo della "intenzionalità" nel determinare la realtà effettuale, così come il linguaggio che aspirerebbe a descriverla):
Attenzione: dire che queste elezioni saranno "inutili" (come fatto politico istituzionale determinativo del MUTAMENTO dell'indirizzo politico) non implica che lo sarà altrettanto il trascorrere del tempo, lungo il quale si verificheranno, in momenti non esattamente prevedibili, gli eventi inevitabilmente corrispondenti alle forze che ESSI hanno messo in gioco e che avranno diretti riflessi sull'Italia.

In pratica: un processo (dialettico: di composizione di forze antagoniste) è comunque in svolgimento.

Ma queste elezioni non sono, - per premesse, "agenti" coinvolti, e contenuti-, il frutto di una "intenzione" anticiclica (in senso storico), dato che l'intenzionalità corrispondente alla coscienza ("democratica, nazionale e di classe", se vogliamo chiamare le cose col loro nome) degli italiani è incompiuta e minoritaria.
Insomma, il voto non potrà che essere pro-ciclico, cioè una forza propulsiva del vecchio ciclo: ma proprio per questo ne potrà affrettare il compimento e l'inversione verso il nuovo ciclo.

giovedì 11 gennaio 2018

IL TRUMAN SHOW TRA NO, NI E SI. IL PRINCIPIO-OBIETTIVO DI (NON)EFFETTIVITA'


http://www.parlandosparlando.com/picture_library/varie/documenti/costituzione_italiana_dettaglio_firme.jpg

1. Sono ben contento di dare spazio alla sintesi, giuridicamente ineccepibile, che Duccio e Dario hanno delineato con questo loro botta e risposta nei commenti al precedente post. Si tratta della definizione di problematiche giuridiche e di elementi essenziali,"costitutivi" della nostra situazione politico-istituzionale, che riassumono un percorso di analisi fenomenologica intrapreso fin dagli inizi in questo blog.
E' quindi con un certo "orgoglio" che vi riporto la loro sintesi; è chiaro che molti argomenti sono noti e sviluppati, da Basso e Mortati, così come da altri, come Calamandrei, o Di Vittorio, fin dagli anni '50: non di meno è importante che la loro riemersione   da un ambiente "di base diffusa" possa indicare almeno la speranza di un recupero della cultura giuridica democratico-costituzionale:

"Duccio: Mi azzardo a dire che è ormai l'intero ordinamento giuridico a non essere più tale, cioè ordinamento.
In primo luogo, se la gran parte delle norme viene creata al livello comunitario, cioè fuori dalla sede naturale del Parlamento, la Costituzione perde necessariamente quel ruolo di guida dell'attuazione del programma economico sociale in essa iscritto.
Potrà al più, anche senza negarne formalmente il ruolo di fonte sovraordinata, fungere da parametro esterno in base al quale operare il consueto controllo ex post, eventuale e "a risorse vincolate", da parte della Corte Cost., di singoli 'pezzi normativi' di un indirizzo politico determinato da organismi internazionali, che ovviamente non contemplano, né sono tenuti a farlo, il programma economico costituzionale.

Altro aspetto, strettamente conseguente, della dissoluzione dell'ordinamento sta nella mancanza di tassatività delle norme, il cui contenuto generico e indeterminato trova un chiarimento o talora una specificazione adatta soltanto "al caso concreto" nelle normazioni "secondarie" recate dagli organi dell'esecutivo.

Un terzo aspetto, anch'esso ampiamente trattato sul Blog e correlato agli altri, si verifica con il supino riconoscimento del carattere giuridico vincolante erga omnes a 'norme interne' degli operatori privati in posizione dominante a livello internazionale.
Che siano le norme di Basilea, giù giù fino ai mille protocolli e attestazioni di qualità su processo aziendale e prodotto.

In tutto ciò, il legislatore italiano non tocca palla, e nemmeno ne avrebbe le capacità. Infatti, in un circolo vizioso a velocità crescente, l'assenza o la perdita di capacità 'interna' (in tutti i poteri costituzionali e settori della società) legittima e rende necessitato il ricorso "allo straniero
".


Dario: Potremmo dire che oggi l'Italia è in Europa un vero e proprio territorio annesso, considerando l'attuale assetto giuridico-economico che si è venuto a instaurare. 
Non credo che si possa neanche parlare di un rapporto sul modello Stato (Europa)-Regioni (Stati membri), lo troverei troppo "concessivo" (NdQ: dire "ampliativo", rispetto alla riconoscibilità di compiuti caratteri come "indipendenza" e "sovranità").
Direi invece proprio un rapporto di Impero-Province. Gli ordinamenti interni, concordo, di fatto non esistono più, salvo quello della Germania, e l'esercito europeo su cui oggi si spinge molto costituirebbe il passo finale perfezionante di quest'annessione."

2. Fissata questa traccia riassuntiva, familiare (ormai spero) alla buona parte dei lettori del blog, appare utile fare un collegamento all'attualità: rileggete con attenzione e rendetevi conto del perché il Truman Show delle prossime elezioni sia descrivibile in questi termini:
Il voto, attesa la incomprensibilità, da parte dell'individuo comune-elettore, della realtà normativa naturale - secondo il criterio di legittimazione neo-liberista e internazional-mercatista di ogni possibile "Rule of Law"- è solo un processo subordinato di ratifica delle decisioni "impersonali" del mercato.
3. Il che dovrebbe porvi al riparo sia da eccessive illusioni e aspettative, sia da una rassegnazione passiva che può discendere solo dalla mancata conoscenza del fenomeno di avvenuta de-sovranizzazione democratica. 
Dovrebbe essere chiaro come il sole (e naturalmente non lo è, a livello di coscienza diffusa: e sappiamo pure perché) che, note queste informazioni, le nostre scelte sono limitate a quelle operabili in un simil-referendum: cioè al respingere o meno questa radicale irrilevanza del voto sulla formazione dell'indirizzo politico (qui, p.6):
"Oggi un residuo lumicino di speranza per evitare tutto questo, passa per una rigorosa rivendicazione della vostra autonomia di giudizio, per la libertà del vostro voto: per un no che, questa volta, non possa essere beffardamente vanificato.
Perché, come ormai dovreste aver imparato, un "no" non preceduto dal risveglio e dalla mobilitazione delle coscienze (p.2), dall'aver coltivato "lo spirito di scissione" gramsciano (inteso come chiara presa di distanza che non ammetta compromessi e paure), può sempre essere vanificato. 
E questa con ogni probabilità potrebbe essere l'ultima volta che un "no" potrete ancora (utilmente per voi) esprimerlo. Almeno all'interno dei parametri democratici che, con eccessiva di prigrizia, si tende a dare per scontati".
4. Poi "come" esprimere questo "no", in questo caso, si chiarisce con un metodo "per esclusione" (qui, p.8): 
Una volta eliminato l'impossibile ciò che rimane, per quanto improbabile, dev'essere la verità.
da PensieriParole

cioè si è costretti ad operare adattando il criterio, ricostruttivo della verità fattuale, di...Sherlock Holmes, come criterio selettivo della propria manifestazione di volontà. Lo so: è poco, ma coi fatti compiuti non si può polemizzare; solo tentare di cambiarli da adesso in poi

"se un certo assetto socio-economico è divenuto istituzionale, cioè salvaguardato da norme che, ci piaccia o meno, sono considerate ad applicazione inderogabile, ogni "metodo" di espressione politica che sia realmente manifestabile, non può che condurre a contenuti istituzionalmente compatibili con tale assetto.
Se così non fosse, d'altra parte, e un nuovo gruppo politico arrivasse, in opposizione a ciò, a rendersi rilevante elettoralmente e incompatibile con l'assetto (de-sovranizzato e de-costituzionalizzato), sarebbe dichiarato illegittimo: dapprima con le buone, cioè in via mediatica, e fino a che non si auto-sconfessi e si dichiari pro-istituzione, cioè pro-UE; poi con le cattive, procedendo all'instaurazione di procedimenti penali a carico dei suoi promotori e attivisti. 
Ah: se poi il partito oppositivo fosse "vecchio", cioè trasformatosi da una precedente e diversa "identità", recherebbe al suo interno tracce di pregressa compromissione e istituzionalizzazione tali e tante da non poter, a sua volta, che svolgere un'azione limitabile a priori: la sua "espansione" sarebbe comunque difficoltosa e rallentata e avrebbe comunque bisogno di alleanze
E queste alleanze, non essendoci possibilità di "nuovo" effettivamente incompatibile con il sistema istituzionalizzato, sarebbero giocoforza con parti del sistema stesso...
5.1. I risultati operativi raggiungibili con questo criterio, dunque, sono sostanzialmente riducibili a due opzioni: 
a) un voto oppositivo di tipo residuale "puro" (un vero "no" non equivocabile), cioè portando alle sue rigorose conseguenze il criterio utilizzabile (senza alternative). L'inconveniente consisterebbe nella sua irrilevanza quantitativa rispetto alla formazione dell'indirizzo politico (rebus sic stantibus altamente probabile). Ma tale formazione, come abbiamo visto, è già estranea all'esito del processo elettorale e quindi, fin dall'origine, il senso del voto poteva, e può essere, solo quello di segnalare una "non-effettività" del sistema che preannunci e, soprattutto, induca un'evoluzione verso la sua implosione. Che equivale, peraltro, al ripristino della legalità costituzionale.
b) un voto oppositivo a significato strutturalmente compromissorio (cioè un "ni") e ad esito non solo incerto ("ni" interpretabile arbitrariamente da chi se ne appropria) ma, in concreto, potenzialmente trasformabile in un "sì" (cioè con ribaltamento degli effetti della volontà a cui era originariamente diretto il voto).
Tertium non datur
Almeno nell'ambito del quadro che si presenta attualmente.

martedì 9 gennaio 2018

LA GRANDE ASSENTE. E LA "PIANIFICAZIONE" DELLA SCARSITA' DI RISORS€.


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Nessuna delle principali forze politiche in competizione pare essere culturalmente in grado di richiamarsi ad essa, in termini che anche solo vagamente assomiglino al modello di democrazia e di economia pluriclasse che essa ha disegnato: anzi, abbiamo l'interpretazione autentica di come questa democrazia "necessaria" (in assenza della quale la democrazia semplicemente "non è", come aveva avvertito Mortati) - anche se in qualche modo riaffermata dall'esito del referendum - sia invisa e inaccettabile per i leaders più rappresentativi che guidano le maggior coalizioni formatesi in vista delle prossime elezioni:

Ed è una non-novità rigorosamente pluri-partisan e accomunata dall'idea che comunque il valore cardine della Costituzione sia, in base a fantasiose accettazioni del fatto compiuto, quello della "governabilità" in rapporto alla "scarsità di risorse".
La questione della legalità costituzionale, in questa campagna elettorale, si sposa, paradossalmente, con la ricorrenza dei suoi 70 anni di vita e di vitalità (oggi più che mai):
Sia ben chiaro: il paradosso di questi 70 anni sarà, per tutti i cittadini italiani che abbiano ancora la cultura e la sensibilità per farlo, l'esigenza di doversi accingere, proprio adesso, ad una strenua difesa finale - della democrazia sostanziale, della democrazia necessitata del lavoro-, in contrapposizione con astratte "commemorazioni" che, ignorandone ostentamente il vero significato, moltiplicheranno le pressioni per un suo superamento, riprendendo il cammino delle devastanti proposte intese a distruggerne il senso più profondo. 
Il paradosso, dunque, nascerà dal fatto che, adottandosi una tattica comunicativa che tenderà, questa volta, a presentare la disattivazione della Costituzione entro una facciata nominalistica di fede nei suoi valori,  (valori che ci si sta già preoccupando di rivisitare e "adattare"), si troverà il modo cosmetico per celebrare in sordina "le esequie frettolose di una Costituzione ancora viva" e, consentitemi di dirlo, che più che mai "lotta insieme a noi".
3. In questo quadro di segnali allarmanti, ci pare giusto ricordare, ancora una volta, in cosa avrebbe (!) dovuto consistere questa legalità costituzionale nel campo delle politiche economiche, di bilancio e, naturalmente, industriali, che pure, con ogni evidenza, sono al centro delle dispute programmatiche del gioco elettorale. Ma tutte orgogliosamente portate a ignorare il dettato costituzionale in base ad ideologie autorefenziali in cui il discorso sulla Costituzione assume un sempre più preoccupante sapore di rimozione definitiva o di richiamo asistematico e strumentale.
Lo facciamo, di ricordare, ricorrendo ai chiarimenti ben documentati che ci forniscono questi commenti di Francesco Maimone:

3.1. Il “comunismosocialismobrutto”… anch’esso su Marte, ovviamente. E si finisce per delegittimare l’art. 41, comma III, Cost. (non a caso fatto oggetto di attacchi violenti. Persino proposte di legge costituzionali per eliminare l’inciso “fini sociali”). Ed allora meglio sentire i nostri Costituenti:

Cosa vuol dire questa pianificazione? Si devono fare delle ferrovie o delle strade? Si deve sviluppare l'industria cinematografica o l'industria turistica? L'industria della siderurgia o della tessitura? Quale di queste industrie, di queste attività economiche deve avere la precedenza? 
Questa è la pianificazione che deve fare lo Stato: È LO STATO CHE HA LA VISIONE GENERALE DEL PAESE, NON LA PUÒ AVERE IL SINGOLO INDIVIDUO, PERCHÉ OGNUNO VEDE IL PROPRIO EGOISMO E NON VEDE L'INTERESSE DELLA COLLETTIVITÀ. Se voi domandate agli industriali tessili, essi vi diranno che l'industria più importante è quella tessile; ma se vi rivolgete ai siderurgici, vi diranno che è la siderurgia.

Ma è lo Stato che deve avere la nozione esatta di quello che conviene alla collettività, cioè allo Stato; e deve quindi chiarificare quella che è la sua attività, il suo concorso ed il suo incoraggiamento per sviluppare una industria piuttosto che un'altra. Dovremo sviluppare per esempio le industrie dei beni di produzione o le industrie dei beni di consumo? È un problema che deve essere esaminato dallo Stato, non dai singoli individui. Ecco perché l'economia liberale individualistica va verso la morte. Ha ragione l'onorevole Corbino quando dice che l'economia liberale non c'è.

Non c'è più perché è fallita, ed è fallita perché ha provocato una serie di guerre che hanno ridotto l'economia mondiale nelle condizioni in cui si trova.  
Ora VOGLIAMO LASCIARE QUESTE FORME DI PIANIFICAZIONE AL CAPITALISTA MONOPOLISTA? 
Il capitalista ha la sua pianificazione. Se domandate alla Montecatini, essa ha la sua pianificazione. Ma dobbiamo lasciare nelle mani dei privati, di elementi incontrollati, al capitalista monopolista la pianificazione in modo che essa sia diretta verso soluzioni di difesa dei loro particolari interessi, o deve invece intervenire lo Stato per chiarificare, per indirizzare questa pianificazione verso un risultato rivolto all'interesse dello Stato? Questa è la domanda che ci dobbiamo fare... [L. D’ARAGONA, Assemblea Costituente, seduta pomeridiana del 9 maggio 1947].

3.2. Ed ancora:
… Mi si consenta di dire che il fatto che la nostra Costituzione consacri il principio che il regno beato del beatissimo e totalitario laisser faire è finito per sempre, mi sembra non soltanto costituzionalmente legittimo ed esatto, ma anche praticamente opportuno.
…voglio formalmente precisare che l'inserzione dell'accenno ai piani nel nostro emendamento non ha mai avuto e non avrà mai lo scopo di volere porre all'Assemblea una perentoria alternativa fra sistema liberale e socialista, fra iniziativa economica privata e coercizione burocratica di Stato, fra capitalismo nella sua forma pura e pianificazione integrale. La portata del nostro emendamento ha un valore che supera questa alternativa…: esso invece vuol soltanto portare il tema sopra un piano di praticità, di realtà, di attualità e di attuabilità.
… nessuna alternativa è posta all'Assemblea tra libertà economica e vincolismo esasperato di Stato; ma soltanto disciplina di quegli interventi od interventismi di Stato che oggi campeggiano in tutti i paesi

ASSUMERE QUINDI, ONOREVOLI COLLEGHI, IL SOCIALISMO COME LO SPAURACCHIO, o come un voluto sottinteso, contro o a favore della pianificazione, è inesatto. Ci può essere molta pianificazione e poco socialismo, come può darsi molto socialismo e poca pianificazione. Tutto consiste nel saper distinguere i fini cui si tende, ed i mezzi che sono stati proposti come necessari a raggiungere lo scopo.

È SUL PIANO DEI FINI (che nel socialismo sono fini etici) e dei mezzi posti alla base di ogni pianificazione, che si può stabilire un parallelo tra socialismo e pianificazione
Senza questo aspetto fondamentale, si ha soltanto un metodo, onorevoli colleghi, ed è precisamente un metodo che abbiamo voluto fissare …. Un metodo che balza dalla stessa impostazione del problema fondamentale, che è uguale in tutti gli ambienti giuridici sociali, e cioè in tutte le parti del mondo odierno, e che si enuncia in questi termini: distribuire un complesso limitato di risorse tra i vari possibili impieghi, in modo che i bisogni degli individui siano soddisfatti nel miglior modo possibile.

Sono i fatti, sono le esigenze nazionali ed internazionali, sono i bisogni, le privazioni, le sofferenze degli uomini e delle comunità organizzate, che hanno imposto questo metodo. Non è qui la sede per esaminare se tutto questo sia frutto della guerra o di quel tracollo della economia liberale di cui, con la sua riconosciuta e simpatica onestà scientifica, parlava l'onorevole Corbino, o forse di entrambi insieme. Certo è, onorevole Corbino, che IL TRACOLLO DELL'ECONOMIA LIBERALE SOVRASTA COME UN'OMBRA QUESTI NOSTRI DIBATTITI SUL TITOLO TERZO. Può darsi che sulle rovine di questo tracollo già cominci a spuntare la nuova economia di domani, e non sarà un male se sarà la pianificazione a tenerla a battesimo…
” [G. ARATA, Assemblea Costituente, seduta antimeridiana del 13 maggio 1947].

Se i fini vengono stabiliti a vantaggio delle oligarchie capitalistiche, si chiama libertà.
Se i fini (art. 3, comma II, Cost.) vengono posti a vantaggio dell’interesse collettivo (cioè del Popolo sovrano, art. 1 Cost.), riemerge lo “spauracchio” del totalitarismo. La narrazione liberista.

3.3. “L’economia di piano non funziona” – parlo dell’Italia - semplicemente perché in realtà una vera programmazione economica globale (l’art. 41, comma III, parla di “programmi”, termine che sostituì poi quello di “piano”, nel senso sopra inteso dai Costituenti) non è mai avvenuta:
… Dopo gli anni della ricostruzione, caratterizzati dal declino delle ipotesi di programmazione globale e dal predominio delle concezioni liberiste, gli anni della legislatura degasperiana (1948-1953) sono segnati dalla costruzione di una serie di “programmazioni di settore” ispirate ad obiettivi riformisti. E’ una fase nella quale il tratto dominante può essere riconosciuto al “decreto”; sono i meccanismi della rappresentanza politica e del governo ad assumere il peso prevalente nel processo di acquisizione del consenso e nel processo di assunzione delle decisioni.

Il mantenimento dell’asse portante del sistema politico attorno al binomio decreto-mercato negli anni del “centrismo debole” (1954-1962), accantonata ancora una volta la strada della programmazione globale (piano del lavoro della CGIL, e “schema Vanoni”) è ottenuto attraverso una estensione dell’intervento pubblico mediante programmi di settore, attraverso un certo grado di “GERARCHIZZAZIONE” NEI RAPPORTI FRA SISTEMA POLITICO E ORGANIZZAZIONE DEGLI INTERESSI (il legame corre fra partito di maggioranza relativa, Confindustria, Confcommercio etc) attraverso l’accantonamento definitivo dell’attuazione costituzionale degli artt. 39 e 40 e quello (provvisorio) dell’attuazione dell’ordinamento regionale.
La forza trainante del mercato nella fase del miracolo economico (1958-1962) garantisce, a prezzo di nuovi “squilibri” territoriali e settoriali, il compromesso “decreto-mercato…
” [M. CARABBA, in Enciclopedia del diritto, voce Programmazione economica, XXXVI, 1987, 1127-1128].

3.4. Non riporto nemmeno i commenti di Lelio Basso sull’affossamento del Piano o Schema “Vanoni”, il primo tentativo di programmazione economica (globale) seria nel nostro Paese (ah, il Quarto partito!). 
Si recuperò un pò il tempo perduto negli anni del primo centro-sinistra (1963-1972); ma negli anni ’70, complice anche la crisi (che la Robinson annoverava già nella lotta di classe), l’inflazione-brutta (dovuta agli acquisiti diritti dei lavoratori conseguenti alle lotte) ed il piano delle élites internazionali (quello Werner incluso), annegarono sul nascere ogni ulteriore velleità. Tutta storia narrata in modo certosino su questi schermi.

Quanto detto trova puntuale analisi in un libro di L. Barca-G. Minghetti del 1976, dal titolo “L’italia delle Banche”, dove si critica proprio l’indirizzo di politica economica dei 15 anni precedenti (ed in particolare, la mancanza di programmazione ex art. 41, comma III, associata alla politica monetaria. Non è un caso che Mortati individui nella norma citata il pilastro strumentale della “Costituzione economica”) che ha permesso il dominio del capitalismo finanziario. A danno delle stesse imprese che, evidentemente, avevano altri programmi.

Chissà se un giorno riusciremo a vedere una programmazione economica globale attuata secondo Costituzione. Anche solo per capire l'effetto che fa...