venerdì 29 aprile 2016

METAFISICA E MERCATO





1. Pubblicare i post di Bazaar è sempre un piacere. Ma, a mio parere, le sue vette le raggiunge (sempre più, segnando una crescita della ricerca molto positiva) nei commenti: cioè quando esprime con immediatezza il suo pensiero brillantemente sintetico e capace di spaziare nella interdisciplinarità (carattere della conoscenza che su questo blog, tentiamo di fornire).
Mi pare perciò molto utile riportare, ai consueti fini di miglior preservazione, i due principali commenti da lui prodotti in margine al precedente post.
Li modificherò leggermente, per separarne il senso pregnante dall'occasione "dialettica" che ha dato spunto al secondo di essi, ("occasio" che non risulta essenziale alla comprensione). Semmai integrerò in premessa alcuni passaggi per raccordarli con concetti che, nel complesso del blog, sono stati già esposti.

2. Parlando dell'ostacolo concreto alla reintroduzione della monetizzazione dell'indebitamento del settore pubblico, - idea che, comunque prospettata, risulta preannunziare una svolta epocale comparabile a quella, di opposto senso socio-economico, del monetarismo e della banche centrali indipendenti- avevamo detto che questo stava nel dover ammettere di essersi sbagliati.
La questione non è ovviamente da poco: alla fine degli anni '70, coloro che imposero, in tutto l'Occidente (democratico) il mutamento di paradigma delle politiche economiche e fiscali, non ammisero di essersi sbagliati, ma accusarono di errore, irreversibile e insanabile, chi aveva, sia pure con incertezze e ambiguità, adottato il modello politico-economico keynesiano

3. Si poté riaffermare così che l'inflazione è il "male unico", la disoccupazione uno stato transitorio, prevalentemente determinato da soggettive frizioni volontarie contrarie all'adeguamento riequilibratore (del livello salariale), le crisi sono solo delle fasi di opportuna riconduzione, alla razionalità naturale del mercato, di situazioni socialmente "perturbate" (un sano aggiustamento), la moneta e il deficit pubblico sono neutrali, sicché, il pareggio di bilancio e la privatizzazione bancaria della moneta, costituiscono i perni del naturale equilibrio allocativo cui deve tendere la società (meglio se governata a livello mondiale, e con una moneta privata totalmente denazionalizzata).
Insomma, si trattò allora di un avvicendamento, talora graduale, talora brutale, di classi dirigenti formalmente decidenti (da quelle della politica nazionale delle democrazie sovrane a quella impersonale espressa a livello sovranazionale dai "mercati"): alcuni di coloro che seguivano il precedente paradigma, poterono rimanere nella classe dirigente solo a condizione di cambiare radicalmente la propria opinione, e facendolo entro un tempo ragionevole (oltre il quale non gli sarebbe più risultato utile a fini autoconservativi).
Abbiamo avuto dunque la rivoluzione, deflazionista e post-fordista (nel senso proprio di concezione del valore e del potere d'acquisto del "lavoro"), del tecnicismo-pop.

4. Oggi, invece, la ricalibratura del paradigma, finora accennata, ma che rischia di divenire un processo tumultuoso - dovendo prevenire un crack finanziario ed economico mondiale incontrollabile, per il ripresentarsi di "secular stagnation" e di debt-deflation senza rimedi istituzionali efficaci a disposizione-, proviene dagli stessi che devono ammettere l'errore; e non solo, ma che, proprio grazie a ciò, pretendono di mantenere la propria qualità di decidenti formali, cioè di titolari di istituzioni di governo che tendono naturalmente a preservare se stesse, e cercano così di continuare a riflettere la classe decidente sostanziale per conto della quale hanno finora agito.
Quindi: il potere, formale-istituzionale, appare intraprendere una correzione a fini di conservazione della classe dirigente sostanziale.
Normalmente, nella Storia, operazioni di questo tipo non riescono
Per ragioni molto pratiche e radicate nella natura umana (almeno da qualche millennio...): la permanenza al potere, (specialmente quello sostanziale, non esposto cioè alla visibilità e agli strali della democrazia elettorale, ancorché idraulica), porta di per sé a mal tollerare i compromessi e tende a far ritenere "eccezionale", in base a una stima di costi/benefici comunque a proprio vantaggio, ogni concessione.
Il potere, in altri termini, difficilmente si autoriforma, ma accetta solo compromessi transitori e dettati dal criterio della stretta utilità alla propria stabilizzazione (rammentiamo, ove ce ne fosse bisogno, quanto è scritto nella homepage sotto il titolo del blog).

5. Ed è questo, a ben vedere, lo sviluppo che chiarisce Bazaar nei commenti che riportiamo. Come e perché, dunque, non ci sia da essere ottimisti sulla prospettiva di un ragionevole e indolore correzione politica, economica e culturale:

"L'ostacolo «psicologico e culturale» è peggiore di quello che può sembrare.

Dietro alla legge di Say e all'offertismo si cela una forma di sociopatia che trascende gli interessi materiali della classe redditiera e finanziaria: si nasconde quel mostro mentale e psichiatrico da cui è stato abortito il razzismo. Il classismo

Il classista, ovvero il liberista, giustifica ogni sua infantile incontinenza come espressione di libertà nei confronti della massa parassitaria.

Sì, "parassitaria", visto che gli esseri inferiori che formano le classi subalterne vivono grazie alla magnanimità dei dominanti, che han concesso loro l'ingiusto privilegio di non vivere come bestie tramite la progressività delle imposte e tramite lo Stato sociale. 

E qui entra in gioco la teoria del valore.

Se il valore fosse prodotto dai proprietari, dai padroni, da chi controlla il capitale - tali perché axiologicamente "superiori", "migliori" - allora la legge di Say non può non essere valida: la volontà di produrre - oltre che distruggere! - valore deve spettare a questa classe, senza il minus habens che deve lavorare per vivere.

Gli esseri inferiori vivono grazie all'elemosina del padrone, fintanto che non si riproducano troppo e non sporchino: altrimenti è necessario - come per tutte le bestie - abbatterli.

Se è invece la domanda a fare l'offerta - e la domanda dipende dal livello dei salari - allora è il lavoro a creare valore. Lo stesso imprenditore lo crea in quanto lavoratore.

Ma, se fosse così - ossia la legge di Say, come il monetarismo, non è valida - allora parassite sono le classi dominanti.

È un bel dilemma: queste, proprietarie dei mezzi di produzione e di repressione - dopo aver distrutto completamente la massima forma di umanità quale è l'Arte - pensano di sostituire il lavoro umano con quelle delle macchine, più o meno consapevoli che, quando il lavoratore salariato sarà sostituito completamente da robot - le macchine potranno fare anche a meno dei padroni.

Ma staranno sicuramente già pensando come ibridarsi con la nuova tecnologica classe dominante....

Il problema del conflitto distributivo nella post-modernità è soprattutto un problema psichiatrico."


6. La teoria del valore si pone, lo ricordiamo, il problema, sempre presente in ogni fase storica della società organizzata, di come remunerare le varie categorie di partecipanti al processo produttivo (inevitabile data la compresente "materialità" della natura umana), cercando di individuare, (secondo visioni storicamente mutevoli), i criteri di ripartizione e attribuzione della quota di valore che ciascuna categoria aggiungerebbe.

Naturalmente, poiché nella società capitalista la creazione di valore scaturisce da processi di produzione sempre più "potenti" e sempre più velocemente e diversificatamente trasformativi, rimane sempre impalpabile il quantificare il valore da attribuire al ruolo creativo, all'ideazione trasformativa del "reale" (materiale), cioè all'attività di primo impulso (l'investimento e l'organizzazione della produzione) affidata a quella elusiva figura che è "l'imprenditore"; sempre più spesso, non più coincidente con il proprietario dell'impresa (cioè dei mezzi della produzione).  

Ma questo non sarebbe un problema normativamente (cioè per l'ordinata convivenza sociale) insormontabile, se si volesse accedere all'idea che quello che sappiamo con certezza è che una volta fissata la regola di ripartizione, cioè riconosciuta stabilmente l'esistenza della quota del lavoro, questo sia legato alla dignità e al benessere dell'essere umano come valore supremo (interno alla stessa fissazione della regola). Ed è ciò che, nell'attuale esperienza storica, tentavano di stabilire le Costituzioni democratiche (intrinsecamente pluriclasse, perché ogni classe di esseri umani è considerata in ragione del valore del proprio apporto di lavoro).

Perciò, anche la figura del "proprietario" e "dell'ideatore della produzione", rientrano in tale categoria: cioè gli esseri umani, assumono ciascuno un ruolo attivo e coordinato (ad un livello necessariamente superiore alla singola unità produttiva), che consiste in un apporto di lavoro conforme alle proprie specifiche capacità; queste possono essere riconosciute anche come molto elevate, ma non possono mai condurre a disconoscere il valore dell'altrui apporto, e quindi del' altrui ricomprensione nella stessa categoria di "esseri umani".
Tutti sono comunque socialmente impegnati nella comune esperienza della vita terrena (che a livello di ogni individuo ha un termine e impone di confrontarsi con questa realtà, parificatrice di ogni possibile esistenza).

7. Questo ordine di pensieri, che consente di regolare la società, preservare il senso comune di umanità, e riservare il meglio (qualitativo) delle proprie forze alla comprensione dell'esperienza esistenziale, è palesemente legato alla metafisica: ma non nel senso che postula necessariamente una divinità intenzionale, e precisamente individuabile (al punto di poterci entrare metodologicamente in rapporto), che sia ordinatrice del mondo e della Vita, quanto nel senso che la fenomenologia della vita stessa è ricerca (o anche "testimonianza") di significato trascendente l'esperienza sensoriale diretta; ogni essere umano, invariabilmente è portatore (o "origine") di un "pensiero" che si concretizza in una descrizione sintattico-verbale della realtà che facciamo incessantemente a noi stessi (provate a fermare il flusso del pensiero che ci racconta di ciò che stiamo vivendo, ben al di là ci cosa stiamo sensorialmente percependo...).

La nostra esperienza esistenziale, come esseri umani, è così connotata proprio dalla compresenza di una personale "intenzionalità", ben più vasta dell'accumulo di dati sensoriali, (e persino di memorie emotive: ma non voglio estendere il discorso), che ci rinvia a realtà "astratte", come principale oggetto della rappresentazione del mondo e del tempo (non abbiamo mai direttamente visto il centro della Galassia-Via Lattea, e neppure Kuala Lumpur, e neppure la Casa Bianca, per sapere che esistono e che, date certe condizioni, la loro esistenza influenza la nostra, in modi che, tra l'altro, non sono anticipatamente prevedibili dal punto di vista personale: senza questo agire dell'intenzionalità, neppure le scienze naturali sarebbero state estendibili oltre un mero livello classificatorio e descrittivo empirico, e saremmo fermi a tassonomie che priverebbero l'intuizione del suo ruolo sintetico di propulsione cognitiva).

8. Dunque, la metafisica, o altrimenti detto, (a mio parere), la fenomenologia intenzionale dell'esistenza, sono coessenziali a qualsiasi autodefinizione di sè, per qualunque essere umano: cioè coessenziali a quella consapevolezza in cui consiste la stessa percezione di esistere (che non potrà mai essere limitata dalla mera percezione dei soli dati sensibili). 
La percezione, dunque, è attività di interpretazione (ermeneutica) che, grazie alla intenzionalità (rappresentativa) trascendente i più ristretti dati sensoriali, ci consente di (tentare di) comprendere l'esistenza come fenomenologia complessa, sociale ma, ove non si fosse  privati del proprio benessere essenziale, anche astratta, cioè rapportata al senso del tempo come modalità dell'Infinito.

In questo ordine di idee, è illuminante il secondo commento di Bazaar che, in fondo, ci dice perché non possiamo non dirci keynesiani, (ove ci ponessimo a definire, come punto di partenza del processo cognitivo, i fenomeni sociali ed economici).
Senza una metafisica, cioè senza l'intenzionalità astratta che consente di definire il senso condiviso dell'esistenza, comune a noi tutti esseri umani, l'individualismo metodologico e la negazione della fenomenologia del "sociale", ci priverebbero di ogni possibile "allineamento" utile, ma, prima ancora, "significativo",  tra individui della stessa specie: non parleremmo di nulla che fosse effettivamente comunicabile a parole (venendo a mancare ogni ragione di comunicazione intersoggettiva non strumentale) e il linguaggio sarebbe una finzione che dissimula l'attesa opportunistica  dell'aggressione allo scopo di sottomettere qualsiasi "oggetto"(anche un essere umano) che risulti al momento "utile" (ma, per definizione, in senso individualistico e "disallineato" da qualsiasi altro essere umano).

Certo, contraddicendoci, esprimeremmo questa visione a parole, ma ogni regola sociale, ogni affermazione verbale, sarebbe solo autoriferita e soggetta alla selvaggia tensione all'affermazione del nostro immediato e concreto responso sensoriale

Nulla potrebbe de-legittimare la cieca aggressività dell'uomo sull'uomo e ogni individuo sarebbe autorizzato alla illimitata affermazione di sé fino al solo limite del rapporto di forza (necessariamente soggetto all'equilibrio del tempo: anche i più forti invecchiano). La società ne verrebbe distrutta, e infatti ne viene distrutta, e il senso dell'esistenza sarebbe ridotto a una serie brutale di reazioni automatiche alle spinte istintive e sensoriali, salvo pentirsene non appena si diviene inevitabilmente troppo deboli per affermare le proprie ragioni con la forza:

"...a differenza della vulgata empirista e positivista, il pensiero umano in quanto tale implica una metafisica.

La Domanda e l'Offerta sono due concetti metafisici che hanno una propria fenomenologia e di cui è possibile rilevare empiricamente le manifestazioni ontiche.

I concetti "singolare" e "plurale" sono concetti metafisici.

Il liberista, come da tradizione anglosassone ed empirista, nega la metafisica per imporre l'individualismo metodologico, in modo da negare l'esistenza del concetto di società, che - altrimenti - avrebbe un insieme di proprietà che non corrispondono alla somma di quelle dei singoli individui.

Questo è il motivo per cui i neoclassici cercano in tutti i modi di "microfondare" l'economia.

E questo è il motivo per cui di fatto Keynes si distacca dal liberalismo per proporre una forma di socialismo solo apparentemente non anti-caiptalista, come notava Röpke, a proposito di fantomatiche "terze vie" ed economie "miste".

La "fallacia di composizione" è la morte tanto dell'economia di Marshall quanto della filosofia di Smith e Paley, nel momento in cui esiste una scienza che descrive la fenomenologia di un oggetto metafisico come la società non come somma di singole individualità razionali: la macroeconomia.

Questa è basilare teoria dei sistemi complessi.

Ora: la polemica...come al solito, nasce dalla mancata comprensione della doppia natura delle nostre disavventure.

Da una parte esiste una crassa ignoranza nelle materie economiche, risolvibile teoricamente con la divulgazione scientifica, dall'altra esiste un gigantesco problema di carattere culturale ed ideologico (che lei si ostina a chiamare "antropologico").

In questo relativismo nichilista, grufolano i porci della grande finanza e la schiera di leccaculo in conflitto di interessi per definizione, quindi, in malafede.

Basta insegnare la macroeconomia e Keynes?No.

Perché esiste a priori un gravissimo problema ideologico e culturale di carattere totalitaristico, tanto a "destra" quanto a "sinistra" della falsa dialettica politica.

Questo è parte del lavoro che si prova a fare segnatamente in questi spazi (e, anche se in modo più velato, su Goofynomics)". 

  

giovedì 28 aprile 2016

HELICOPTER MONEY. LE SOLUZIONI NASCOSTE, MA NON TROPPO, NEI "POTERI IMPLICITI"



(Questo post potrà avere altre versioni ove dovesse essere pubblicato in altre sedi, più scientifiche o più divulgative....)
1. Ho conosciuto Carlo Clericetti all'ultimo Goofynomics-4 e mi ha fatto un'ottima impressione, riferendosi al panorama "tipico" dei giornalisti italiani di economia e finanza.
Clericetti, in un articolo su Repubblica.it, (il che è tutto dire), commenta l'uscita di Tabellini relativa all'adozione, da parte della BCE, della "estrema misura" (reflattiva, ma non si deve dire "troppo") contemplata dalla teoria monetarista: lo "Helicopter Money", secondo la celebre metafora usata dallo stesso Milton Friedman (e endorsed by Ben Bernanke", tanto da farlo definire "Helicopter Ben").
L'articolo ci ragguaglia sulla portata concreta della proposta appoggiata da Tabellini e si attesta su una visione pragmatica, confortata dalla citazione di questo post di Alberto Bagnai, circa il fatto che la monetizzazione non è causa di inflazione incontrollata (l'ennesima mitologia tecno-pop che ha fornito la corda cui si sono volentieri impiccati i governi dell'eurozona).

D'altra parte, "il dibattito" è palesemente già aperto sul punto: il che è indice di una certa qual disperazione nel campo dei neo-liberisti in cerca di affannose conferme che se le cose non vanno è perché non si sono fatte abbastanza riforme deflattive del lavoro e "liberalizzatrici" sul lato dell'offerta (che provvede immancabilmente a se stessa, secondo l'augusta legge di Say).
Aveva dato il via, almeno nella risonanza mediatica, la nostra vecchia conoscenza Peter Praet (quello che negava che la deflazione fosse una minaccia attuale, avendo poi, peraltro, una incrollabile fiducia nel QE), che essendo un membro del Board della BCE, non può dirsi un estraneo che dà fuoco alle polveri:

qe for people

3. Ma pure il FMI, nel suo "piccolo", pone all'ordine del giorno una proposta di taglio della pressione tributaria finanziata dall'elicotterismo, formulata da Adair Turner. L'idea è che l'alternativa di lasciare alle polveri bagnate delle politiche monetarie non convenzionali delle BC, e ai tassi di interesse in territorio negativo, la soluzione (fallita) dei problemi, presenti ormai dei rischi di instabilità finanziaria più che temibili.
Krugman, a sua volta, nel considerare l'ipotesi ci ha già regalato un'icastica formula descrittiva delle sue ("BC credibilmente irresponsabili", in relazione all'esigenza che l'allargamento della base monetaria, rifornendo direttamente gli Stati, debba essere necessariamente permanente, cioè, appunto, una monetizzazione attuata non solo acquistando i titoli, ma rinnovando gli acquisti, per tale ammontare, ad ogni futura scadenza) e ne parlano apertamente anche i commentatori del Wall Street Journal.

4. Sia detto subito che, anche voci orientate alla contrarietà teorica su misure del genere, suggeriscono che l'acquisto, corredato dalla sua permanenza, potrebbe essere effettuato dalla BCE, quale banca centrale indipendente "pura", sul mercato secondario, cioè senza violare il divieto di acquisto diretto all'emissione posto dall'art.123 TFUE.
Tenendo conto di questo quadro di opinioni qualificate (per la loro provenienza dal campo avverso alle teorie keynesiane) già assommatesi sul punto, l'articolo di Clericetti descrive, per lo statuto giuridico dell'eurozona, uno scenario di difficoltà quasi del tutto insormontabili. Sicuramente dal punto di vista politico, dato che ci si dovrebbe imbarcare in una modifica dei trattati: persino l'aggiramento formale dell'art.123, con l'acquisto sul mercato secondario, avrebbe difficoltà a essere attuato, dato che il board BCE che delibera l'avvio del programma di acquisto, non può garantire la continuità di questo orientamento alle varie scadenze, che sarebbero affidate, per non vanificare l'effetto di una vera monetizzazione, alla composizione, impronosticabile, di futuri board successori dell'attuale, che non sarebbero normativamente obbligati a confermare la decisione intrapresa in precedenza.

5. Clericetti, riassume le difficoltà tecnico-normative evidenziate da Tabellini e poi conclude con una nota, certamente sensata, di scetticismo:
"...ci sono due problemi. Il primo è che così la banca centrale sconfinerebbe nella politica fiscale, che non è tra i suoi compiti; e il secondo è che ciò le farebbe perdere la sua indipendenza. Ma "l’indipendenza e legittimità della banca centrale possono essere pienamente preservate, in questo modo: in circostanze eccezionali, la banca centrale può dichiarare che ha esaurito gli strumenti convenzionali, e che pertanto effettuerà un trasferimento permanente a favore del governo (o dei governi nell’area euro). L’importo trasferito è scelto discrezionalmente dalla banca centrale, può essere diluito nel tempo, ed è motivato dalle circostanze economiche. Il governo (o i governi) non possono in alcun modo interferire con la decisione unilaterale della banca centrale, ma scelgono liberamente come disporre della somma trasferita: se e come distribuirla ai cittadini, se usarla per finanziare particolari voci di spesa, o per ritirare debito pubblico o semplicemente se accantonarla per il futuro. Naturalmente, se davvero le circostanze sono eccezionali, la pressione politica costringerebbe i governi a distribuire o spendere questa somma, raggiungendo così l’obiettivo di un effettivo coordinamento tra politica monetaria e fiscale". Tutto ciò richiederebbe una modifica del Trattato di Maastricht, ma, conclude Tabellini, non c'è una ragione valida per non cambiarlo.
"...Comunque questi "elicotteristi" sanno di parlare al vento. La proposta, chiamata col suo nome e realizzata come si deve, sarebbe più che sensata, ma questo non le dà più probabilità di essere adottata delle tante altre proposte sensate che sono state fatte negli ultimi anni e di cui non s'è fatto nulla per l'opposizione della Germania e dei suoi satelliti. I tedeschi hanno in testa la loro idea di come debba funzionare l'Unione europea e non ci rinunciano, non cedono di un millimetro e anzi rilanciano con nuove proposte deleterie per evitare ogni più lontano rischio che si crei una situazione che richieda un intervento solidale dei paesi membri, cioè di usare anche "i loro soldi". Certo, in questo modo rendono sempre più probabile che si arrivi a una rottura traumatica, ma evidentemente sono convinti di avere da perdere, in quel caso, meno degli altri. Continuiamo così ad andare avanti tra i proclami che ci vuole "più Europa" mentre stiamo facendo di tutto per distruggere quella che c'è."

6. Nonostante questa conclusione sia in linea di massima quasi obbligata e ampiamente condivisa ("la Germania si sa..."), potremmo fare due obiezioni. La prima è interna alla riferita opinione dominante, di scetticismo sulla realizzabilità della monetizzazione per via del divieto, o sulle difficoltà normative comunque e senza dubbio insite nei trattati.
E cioè, affermare che i trattati siano o meno veramente immodificabili, politicamente, è qualcosa che presuppone una verifica che, però, non giunge mai a concretizzarsi: e cioè presuppone che qualcuno, cioè uno o più Stati-membri dell'eurozona, attivi il relativo procedimento di revisione

Nessuno impedisce di farlo all'Italia, alla Francia o alla Spagna (anche messe insieme come proponenti congiunte): la formazione di maggioranza, come abbiamo visto, non basta, occorrendo l'unanimità, ma nondimeno, questa volontà maggioritaria avrebbe effetti notevoli, potendo innescare un processo di "conta" che, a sua volta, se veramente lo si sostenesse con queste ferme intenzioni, potrebbe condurre la Germania a più miti consigli. 
Se non altro perché la ripresa dei redditi e dei consumi interni, andando proporzionalmente alla stessa Germania la fetta più grande di liquidità "regalata dall'elicottero" (cosa che, tra l'altro, la farebbe rientrare in deficit spending rispetto alla situazione attuale), certo non farebbe male né alla sua domanda interna né alle sue esportazioni; anche se forse farebbe "meglio" alle importazioni dagli altri Stati in Germania
Oppure, magari, il ritrovarsi in stabile minoranza di fronte ai partners più importanti (rispetto al suo ostinato mercantilismo), potrebbe condurla a prendere atto di "non capirsi" con tutti gli altri €uropei e a lasciare l'eurozona con un ragionevole negoziato.

7. Ma la seconda alle predette conclusioni obiezione è più pratica.
In realtà, di fronte a una forte volontà politica, - chiamiamola così e non fingiamo che l'indipendenza della banca centrale sia "apolitica", laddove è piuttosto solo avulsa dal processo elettorale (cioè democratico)-, la cosa potrebbe rivelarsi attuabile sfruttando le già esistenti prese di posizione di quello che, in chiave di ordinamento UE, è l'organo che, secondo la (pur atipica) rule of law dell'eurozona ha l'ultima parola e che, in qualche modo, l'ha già espressa. Cioè la Corte di giustizia UE.

Difatti, come abbiamo visto nel post a commento della sentenza CGUE sulla OMT, la Corte ha affermato due cose in sé non proprio coerenti tra di loro, ma che hanno il pregio di essere state affermate, cioè di costituire uno stare decisis che l'ordinamento europeo considera di livello normativo, cioè integrante le stesse fonti del proprio "diritto".
La Corte, in un complesso viluppo di argomentazioni, certamente soggette a una buona dose di incertezza interpretativa (ma tale "vaghezza" è una sua strategica e consolidata tradizione), ha sostanzialmente già affermato, abbiamo detto, due cose (le riassumo con un certo riduzionismo, consapevole che una lettura completa esige una consapevole conoscenza delle teorie economiche e dell'ordinamento giuridico europeo, che difficilmente sono compresenti in qualsiasi interprete, perciò vi dovrete fidare delle mie conclusioni):
a) che le politiche monetarie rientrano (abbastanza ovviamente) nella competenza esclusiva della BCE ma che, ed è questo il "punto forte" del ragionamento desumibile dalla sentenza, esse includono il garantire l'efficacia dei meccanismi di trasmissione monetaria e, quindi, è obiettivamente desumibile una serie di poteri impliciti della BCE (implied powers che sono una prerogativa "ontologica", secondo altre pronunce della Corte, insita nella mission di ogni istituzione europea), che travalicano le forme comuni e "convenzionali" di politica monetaria; 
b) che, comunque, anche se così non fosse, sul piano del rigore delle norme dello Statuto BCE, misure eccezionali per garantire i meccanismi di trasmissione monetaria, sono adottabili in un quadro di accordo congiunto degli organi europei competenti
Infatti:
"Le caratteristiche specifiche del programma OMT non consentono di affermare che esso sia equiparabile a una misura di politica economica. 
Per quanto riguarda il fatto che l’attuazione del programma OMT è subordinata al rispetto integrale, da parte degli Stati membri interessati, di programmi di aggiustamento macroeconomico del Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) o del Meccanismo europeo di stabilità (MES), non si può certo escludere che tale caratteristica abbia incidenze indirette sulla realizzazione di taluni obiettivi di politica economica. Tuttavia, simili incidenze indirette non possono implicare che il programma OMT debba essere considerato come
una misura di politica economica, poiché risulta dai Trattati dell’Unione che, fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC contribuisce alle politiche economiche generali nell’Unione".

8. Per quanto riguarda il primo punto, cioè il concetto "mobile", o meglio "espandibile" di politica monetaria, il limite della coerenza con la scienza economica, - che in pratica è quello di un univoco intendimento della teoria monetarista, che appare obiettivamente richiamata dalla Corte, essendo alla base della concezione della BCE e dei trattati-, non ha ormai soverchia importanza: le politiche monetarie, per Friedman, coincidono essenzialmente con le politiche economiche, avendo il solo complemento esterno di limitati interventi supply side da parte degli Stati, ma poco importa. 
Ormai, l'OMT (che è un atipico QE che rompe l'unità centralizzata della politica monetaria affidata alla BCE), nonostante la sua sostanziale inattuazione, è stata definita nell'alveo delle politiche monetarie e, d'altra parte, questa lettura vale a ricomprendere, per espressa affermazione (normativa) della CGUE, l'intera attivazione della gamma composita dei meccanismi di trasmissione monetaria
Tra questi meccanismi, indubbiamente, per quanto circondato da una definizione "pittoresca" e da una certa ironia crepuscolare sullo stesso monetarismo, rientra l'escogitazione dell'Helicopter Money: operabile, col precisato carattere di permanenza, sul mercato secondario per non violare l'art.123 fatidico.

9. Circa il secondo punto b) (adozione di misure "monetarie" in accordo con le istituzioni competenti), è qui che la sentenza della CGUE rivela il suo carattere aperturista alla monetizzazione: una volta entrata (con non meno diritto dell'OMT) nell'alveo delle politiche monetarie, la sua attuazione dipende, non tanto, e in modo abbastanza ovvio, dalla conformità ai programmi di aggiustamento FESF o MES, che non entrano per definizione in gioco in questo caso, ma dall'orientamento che, su questi programmi, volessero assumere gli organi comunitari che predeterminano i contenuti di tali programmi (cioè da parte degli effettivi decidenti). 
In pratica è raggiungibile, senza dover intraprendere alcuna procedura di revisione dei trattati, un accordo coordinato tra BCE, raggiungendosi nel suo Board la dovuta maggioranza, Eurogruppo, che in base al combinato disposto degli artt.136 e 238, par.3, lett.a) del TFUE può deliberare in modo vincolante con la maggioranza del 55% dei voti ponderati dei membri dell'eurozona purché rappresentino il 65% della popolazione interessata, e Commissione (sempre che questa possa raggiungere una maggioranza in contrasto con la volontà della Germania).

10. Si tratta evidentemente di un accordo che richiede una forte convinzione e coesione degli Stati maggioritari (per voto ponderato e per popolazione), tale da riflettersi coerentemente, ma non impossibilmente, in tutte e tre tali sedi istituzionali.
Il presupposto, esplicitato dalla CGUE, è peraltro che tali organismi, tutti insieme, decidano che i programmi di aggiustamento macroeconomico, - dettati dalla varie decisioni del Consiglio e dell'Eurogruppo, ribaditi nel monitoraggio sui bilanci da parte della Commissione, e di frequente apertamente "consigliati" dalla BCE (in "lettere" e dichiarazioni pubbliche)-, siano considerati sufficientemente rispettati e non ulteriormente inaspribili: almeno nel senso che la monetizzazione sia, allo stato, considerata una misura politico-monetaria e fiscale prioritaria su ogni altra, nel garantire un meccanismo di trasmissione della politica monetaria ritenuto a questo punto indispensabile.

11. Insomma, volendo, dipende tutto da "loro": se si mettessero d'accordo e volessero intraprendere una via emergenziale, dovrebbero soltanto ammettere che questa è alternativa alla prosecuzione dell'applicazione "condizionale" del fiscal compact
Certo, sconfessando se stessi in modo piuttosto evidente: ed è questo forse il principale ostacolo psicologico e culturale. Cioè politico: ammettere di essersi sbagliati, per fare qualcosa che, però, salvi l'eurozona
Uno strano dilemma, che esige di agire "come se" le Costituzioni e la democrazia esistessero, coi loro vincoli sostanziali, ma dandogli una veste che non rinneghi il monetarismo (e non riaffermi la democrazia). Correrebbero mai questo rischio?
Forse, se lo facessero prima altre banche centrali importanti, come la Fed o la BOE...



martedì 26 aprile 2016

LA COSTITUZIONE PATAFISICA NELL'ERA DEL SONDAGGISMO= LEGALITA' ACEFALA= DIRITTO SENZA GIUSTIZIA







1. In margine al "tradizionale" post del 25 aprile, raccolgo e riverbero (in fondo a questa mia "ispirata" introduzione) un commento di Francesco Maimone che merita di non essere disperso.
Il suo commento mi appare particolarmente capace di riflettere una serie di problematiche essenziali che sono così attuali e drammaticamente riflesse nelle nostre vite, pur laddove, come cittadini "comuni", ignorassimo alcuni principi fondamentali della scienza giuridica che, nei tempi moderni, ha dato luogo alle soluzioni di "giustizia nel diritto" e alla stessa idea del "costituzionalismo": cioè all'idea di una società garantita dall'assunzione, da parte delle costruzioni costituzionali, del ruolo di condurre un processo di democrazia partecipata e pluriclasse che non fosse soggetto alla continua revisionabilità o al continuo "stato di eccezione" imposto da poteri di fatto, cioè dai poteri economici prevalenti.
Cioè ESSI, se volete...

2. A introduzione del commento-post di Francesco, ribadisco i termini della questione "giustizia e diritto" quali analizzati in un post degli "inizi" di questo blog: mi conforta, tra l'altro, sapere che, a distanza di anni, qualche segnale di vita mi confermi di non essere più del tutto solo (Arturo e Bazaar, naturalmente voi siete eccettuati, come pure Sofia, perché da lungo tempo "corresponsabili" del blog e immersi nella mia stessa solitudine):
"Il problema è, mi accorgo, che questo non è un tempo per i Calamandrei, i Carnelutti, i Basso, i Ruini e i Mortati
E forse ciò nasce dal fatto che le ideologie "borghesi" non sono più indotte alla "mediazione", cioè ad una concezione "redistributiva" reale, per assenza della minaccia del marxismo-leninismo-stalinismo, che certamente aveva sospinto le "elites liberali" che avevano combattuto il nazi-fascismo a prevenire la prospettiva di una nuova dittatura.

Però, rimane il fatto che un diritto "senza valori", intendendoli come qualcosa che si è consolidato e chiarito in conseguenza di lotte e sofferenze che hanno avuto, in forme più estreme, avversari non dissimili da quelli di oggi, rinuncia alla funzione di "giustizia" propria delle sue definizioni più alte.
Definizioni come quelle offerteci da uno dei massimi pensatori giuridici, Thomas Viehwegnel già menzionato "Topica e giurisprudenza" (cap. VIII, pagg.118 ss.); citando, a sua volta, Josef Esser, uno dei fondatori della "giurisprudenza degli interessi", corrente di reazione al giuspositivismo e alla sua "neutralità" apparente, che si era prestata a legittimare persino il nazismo. 

Viehweg chiarisce:
"...anche dei concetti che in apparenza sono di mera tecnica giuridica. dei semplici "elementi costruttivi", della giurisprudenza, ricevono il loro significato semplicemente dalla questione della giustizia. 
...Per esempio nel quadro della determinazione concettuale "dichiarazione di volontà (concetto giuridico fondamentale, che vale per i contratti come per i trattati internazionali ndr.), è comprensibile soltanto se significa "la fissazione dei principi di giustizia nella questione del vincolo negoziale e della lealtà negoziale"
E questa giustizia si connota nella tutela dell'affidamento generato nei destinatari della dichiarazione e nella costante tutela della libertà di espressione della "volontà", esente da errori nonché da raggiri posti in essere dal "dichiarante" .
E' dunque questa la cornice in cui ha senso comprendere la questione del "vincolo esterno", acriticamente accettata dalla comunità dei giuristi italiani: quale libera volontà, esente da errori e raggiri, ha potuto esprimere la comunità nazionale su cui il vincolo è stato imposto? 
Come si è veramente tenuto conto dell'affidamento in essa creato, cioè il "fogno" di pace e prosperità dei popoli europei, drammaticamente contradetto fino alle più estreme evidenze di sua negazione?"



3. Ecco dunque il commento di Francesco (che muove da un passaggio del post di ieri):
“Sta di fatto, che l'ordinamento costituzionale, è valso e vale tutt'ora, cioè fino a che la sua identità sistematica rimanga intatta - e come ciò sia ancora sostenibile a pieno titolo, lo abbiamo visto ne "La Costituzione nella palude"- a stabilire un obbligo di perseguimento della democrazia sostanziale (e non di quella filosofica-formale, scissa dal dato delle fonti di diritto immodificabili), a carico delle istituzioni di governo e di tutti i "pubblici poteri".

Il post tocca un punto fondamentale, un "a priori" che si riteneva fosse patrimonio ormai acquisito anche nella c.d. sfera laica (cioè anche di chi non è esperto di diritto) di un qualsiasi cittadino medio, ma che invece sembra (almeno dalle mie quotidiane esperienze) non abbia attecchito abbastanza nell'organo cerebrale. 
Il dissolvimento dell’impianto sistematico della Costituzione (intesa come la più alta manifestazione giuridica di un ordinamento) trae infatti origine da una progressiva e foraggiata de-alfabetizzazione giuridica di cui il “sondaggismo” ne è la più compiuta espressione a valle. 

Concetti quali diritto oggettivo, precettività di una norma giuridica (anche e soprattutto costituzionale, almeno dal 1956), vincolo giuridico, obbligatorietà ed efficacia del diritto vigente sono divenuti materia di “opinione”, in nome – s’intende – della libertà di un pensiero inesistente. Con il risultato che una qualunque norma nel codice della strada potrebbe essere avvertita come più vincolante di una norma costituzionale (che, si presume, veicoli interessi un ciccinin più importanti). 

E’ davvero un rompicapo: un ordinamento giuridico decapitato ove il corpo pretende di sopravvivere senza la testa in disfacimento, un edificio che pretende di stare in piedi senza fondamenta, una legalità acefala

E cos’è il sondaggismo se non un soggettivismo che termina nel nichilismo logico ed etico? Perfettamente congruente (e non per mera coincidenza, mi pare ovvio) con l’individualismo metodologico di Carl Menger e sodali. 
Se la conoscenza è necessariamente frammentaria, parziale, se gli oggetti non hanno qualità intrinseche, ma il loro valore è il risultato di una proiezione delle credenze umane su di essi, allora ogni teoria sociale che sostenga la possibilità di ‘costruire’ una società orientata al perseguimento di un fine dato è destinata a fallire, perché ogni teoria sociale è (deve essere) riducibile ad una teoria dell’azione individuale (Hayek). 

Una neo-sofistica in cui la Costituzione diviene oggetto di opinione, e non di necessaria applicazione (in quanto DIRITTO VIGENTE, EFFICACE, OBBLIGATORIO E VINCOLANTE), di carotaggio ad uso mediatico, e non di fedele osservanza da parte di TUTTI i consociati, legittima (com’è avvenuto ieri nelle dichiarazioni di alcune figure istituzionali) ad “opinare” a ruota libera anche su quello che è stata la Resistenza. 
I diritti costituzionali fondamentali non abitano il mondo dell'opinabile così come non è opinabile l'assunzione di un farmaco salva vita. Discussione chiusa.
Tant'è, in principio fu la fisica, poi fu la metafisica ed oggi viviamo nel regno della patafisica."

lunedì 25 aprile 2016

L'ULTIMO 25 APRILE? A CHI NON PIACE IL VERO SENSO DELLA "LIBERAZIONE"?




1. Costituisce ormai una sorta di tradizione di questo blog dedicare un post alla ricorrenza del 25 aprile.
Quale sia il valore da attribuire a questa occasione di celebrazione della Repubblica democratica italiana, fondata sul lavoro fin dal suo art.1, lo abbiamo precisato in passato.
Abbiamo cioè cercato di focalizzare la unicità della conquista generata dalla Liberazione.
Questa, infatti, si è rivelata come presupposto indispensabile, cioè necessario e sufficiente - fortunatamente per noi, e a differenza delle altre potenze "sconfitte" nella seconda guerra mondiale-, per innescare il processo Costituente sfociato nella Carta del 1948: una  conquista che si è concretizzata e che, sia pure forse ancora per poco, vive nel nostro patrimonio di cittadini italiani, al di là di qualsiasi "ombra" che possa essere proiettata alla luce sia della successiva conduzione della politica economica del paese, sia del sopravvenire, per certi versi inevitabile, del quadro di vincoli di politica estera nello specifico settore strategico della difesa. 

E' ovvio che facciamo riferimento al trattato NATO che tanta parte gioca come presupposto geopolitico nella stessa costruzione europea (p.5), al di là degli slogan di circostanza (sulla mitologia propagandistica relativa all'improbabile finalità della costruzione €uropea di affrancarci dall'influenza politico-economica degli Stati Uniti), se solo si abbia riguardo al testo del trattato europeo (p.6)

2. Sta di fatto, che l'ordinamento costituzionale, è valso e vale tutt'ora, cioè fino a che la sua identità sistematica rimanga intatta - e come ciò sia ancora sostenibile a pieno titolo, lo abbiamo visto ne "La Costituzione nella palude"- a stabilire un obbligo di perseguimento della democrazia sostanziale (e non di quella filosofica-formale, scissa dal dato delle fonti di diritto immodificabili), a carico delle istituzioni di governo e di tutti i "pubblici poteri"
Questo obbligo, a Costituzione (ancora) vigente, trova il suo valore pregnante, nel fatto che la democrazia sostanziale, quella che afferma l'intangibilità del modello socio-economico fondato sul lavoro (abbiamo visto nel senso specifico di pieno impiego keynesiano)  non potesse, e non possa, essere più soggetta ai capricci di qualsiasi esito elettorale e, a maggior ragione, delle contingenti scelte di politica estera perseguita mediante la conclusione di trattati internazionali di qualunque natura

3. Questo chiaro, almeno un tempo, modello di giustizia sociale che la nostra democrazia è riuscita a conquistarsi, - nonostante la sostanziale sconfitta nel secondo conflitto mondiale, e nonostante le conseguenze in termini di piena sovranità che ciò ha indubbiamente determinato, e le scorie polemiche (mai sopite) della guerra civile che si intrecciò con la guerra di Liberazione dall'occupante tedesco-, è dunque il valore inscindibile insito nel 25 aprile, che priva di senso qualsiasi altra ragione di protratta polemica o dissidio politico.
Anzitutto perché questo tipo di dissidi rimane, a rigore di legalità, subordinato alla priorità unificante della Costituzione stessa; detto in altri termini, chi dimentica di difendere la conquista della Costituzione, (purché l'abbia voluta comprendere), per abbandonarsi alle polemiche politiche contingenti derivate dalla guerra civile, lo fa in modo miope, culturalmente deficitario e autolesionista.
Infatti, sul piano dell'intelligenza delle cose, un valore comune a tutti e, indubbiamente superiore ad ogni altro, come la democrazia e il benessere dell'intero popolo sovrano, va difeso e perseguito al di là di ogni appartenenza politica
Sarebbe ottuso pensarla diversamente e perdere di vista qualcosa che appartiene a tutti e di cui tutti possono, o avrebbero potuto, avvantaggiarsi, per lo meno disponendo di una cultura storica, economica e giuridica sufficiente a resistere agli spettacolini annualmente inscenati per distrarci, insensatamente (e probabilmente in modo orchestrato), da questo esito positivo e condiviso della Liberazione.

4. Una precisazione storica: se il partito comunista si fosse realmente appropriato a titolo esclusivo della lotta per la Liberazione, strumentalizzandola al punto da aver pretesamente condizionato il processo costituente, - conclusione che la lettura dei lavori della stessa Costituente smentisce in modo clamoroso- come si spiega che questi (che vedete sotto riportati) fossero gli equilibri politici, non certo favorevoli al partito comunista, all'interno della stessa Assemblea? 
E come si spiega che questa - secondo la sopra riportata valutazione di Caffè, che prese parte alla stessa redazione della fondamentale Costituzione economica e dunque sapeva quel che diceva- abbia adottato quel modello keynesiano che è, in sé, il principale strumento politico di ostacolo (lo ammette lo stesso Popper), all'affermazione e alla progressione verso la rivoluzione propugnata dai marxisti?
Per smentire questa estenuante, tristemente strumentale, e incolta ri-qualificazione ex post della Costituzione come prodotto dei "nipotini di Stalin", basta verificare alcuni semplici dati storici (e magari cercarsene altri, a conferma, sempre che si abbia la voglia di leggersi la Costituzione nella palude, inter alia...):


Assemblea costituente 02/06/1946 - Italia[1]
Elettori: 28 005 449 - Votanti: 24 947 187 (89,08%)
Liste/GruppiVoti %Seggi
Democrazia Cristiana (DC)8 101 00435,21207
Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP)4 758 12920,68115
Partito Comunista Italiano (PCI)4 356 68618,93104
Unione Democratica Nazionale (UDN)1 560 6386,7841
Fronte dell'Uomo Qualunque (UQ)1 211 9565,2730
Partito Repubblicano Italiano (PRI)1 003 0074,3623
Blocco Nazionale della Libertà (BNL)637 3282,7716
Partito d'Azione (Pd'A)334 7481,457
Movimento Indipendentista Siciliano (MIS)171 2010,744
Concentrazione Democratica Repubblicana97 6900,422
Partito Sardo d'Azione78 5540,342
Partito dei Contadini d'Italia102 3930,441
Movimento Unionista Italiano71 0210,311
Partito Cristiano Sociale51 0880,221
Partito Democratico del Lavoro40 6330,181
Fronte Democratico Progressista Repubblicano21 8530,091
ALTRE LISTE412 5501,790
TOTALI VOTI VALIDI23 010 479100,00556
SCHEDE NULLE1 936 708
DI CUI BIANCHE643 067
TOTALE VOTANTI24 947 187
I tre maggiori raggruppamenti furono quello della Democrazia Cristiana, che ottenne 207 seggi, e il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, con 115 e il Partito Comunista Italiano, con 104.
Il 25 giugno 1946 venne insediata l'Assemblea Costituente con Giuseppe Saragat alla presidenza. Come suo primo atto, il 28 giugno elesse come Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Su 504 votanti, De Nicola (PLI) ottenne 396 voti, Cipriano Facchinetti (PRI) 40, Ottavia Penna Buscemi (UQ) 32, Vittorio Emanuele Orlando (sin.storica) 12, Carlo Sforza (PRI) 2, Alcide De Gasperi (DC) 1, Alfredo Proja (DC) 1. Le schede bianche furono 14, le nulle 6."
Basti vedere come questa assemblea di nipotini (o figli) di Stalin abbia eletto come primo presidente della Repubblica un liberale e, poi, basta verificare come la effettiva e decisiva redazione della Costituzione fosse affidata alla presidenza di Meuccio Ruini (secondo le vicende e le modalità sopra linkate), della Commissione dei 75.
5. La premessa e i richiami finora introdotti meritano l'insistenza che ho ritenuto di proporre e che può così sintetizzarsi:
"E dunque, comparando la situazione di Giappone e Germania alla vicenda della Costituente italiana, si può percepire come quest'ultima sia risultata una effettiva concretizzazione della indipendenza riconquistata dal nostro Paese: la effettiva esplicitazione di quella nuova sovranità democratica, sostanziata dall'obbligatorio perseguimento dei diritti fondamentali sociali dei suoi cittadini come obiettivo primario e irrinunciabile.
Questa indipendenza, politico-culturale, di paese che fece emergere una eccezionale (e forse transitoria) vitalità democraticaattestata dall'alto livello di libertà e di profondità del dibattito in Costituente; e quindi, questa sovranità democratica (nell'attuazione obbligato per le istituzioni che comunque vi fu), non solo consentì un periodo di prosperità crescente e senza precedenti ai cittadini italiani, ma demarcano una vittoria. Forse non piena, parzialmente irrealizzata alla luce della realtà che ne seguì, ma non di meno tangibile.

Il senso più profondo e vitale del 25 aprile sta dunque nella sua successiva trasformazione nel processo Costituente, cioè la parte del manifestarsi dello Spirito del popolo italiano che, realmente, per quel momento, si convertì in una vittoria: sulle ragioni della fallimentare esperienza della dittatura ma, ancora più, sulle sue cause prime. Che precedono storicamente la stessa "non casuale" parentesi fascista.
Questo, e dunque la Costituzione, è ciò che dovremmo celebrare consapevolmente il 25 aprile.
Questa vittoria, della democrazia sostanziale e dell'Umanesimo, in un raro momento di grazia collettiva, dovremmo sempre difendere".

6. Quest'anno, nel 2016, peraltro, la miopia autolesionista delle polemiche sul 25 aprile è particolarmente dannosa, perché si vota un referendum relativo a una vasta riforma costituzionale.
Delle problematiche che da tale riforma derivano abbiamo parlato in questo post. Sono numerose e particolarmente "insidiose", in modo quasi irrisolvibile, ove si volesse preservare il senso stesso della Costituzione e del suo modello socio-economico di democrazia sovrana.
Noi sappiamo, o dovremmo sapere, che in base all'art.139 Cost, la "forma repubblicana" non è soggetta a revisione costituzionale

Come e perché questa riforma (ma non solo, anche quelle passate, tentate o realizzate) ponga in pericolo il vero senso di tale "forma repubblicana", lo possiamo comprendere dal modo in cui la dottrina costituzionalista (del passato, quella direttamente scaturente dalla partecipazione alla Costituente) e la stessa Corte costituzionale abbiano colmato la lacuna di significato che avrebbe potuto generarsi su questa formula. 
La forma repubblicana, intangibile da qualsiasi potere di revisione, infatti, almeno secondo la logica giuridica più coerente con i principi interpretativi che una volta erano il patrimonio comune della civiltà giuridica, consiste, secondo Mortati:
"...in tutti i principi fondamentali, sia organizzativi che materiali, o scritti o impliciti, della costituzione: sicchè la sottrazione dell'esercizio di alcune competenze costituzionalmente spettanti al parlamento, al governo, alla giurisdizione,...de'essere tale da non indurre alterazioni del nostro stato come stato di diritto democratico e sociale (il che renderebbe fortemente dubbia la stessa ratificabilità del trattato di Maastricht e poi di Lisbona, ndr). Non è possibile distinguere, fra le disposizioni costituzionali, quelle che riguardino i diritti e i doveri dei cittadini e le altre attinenti all'organizzazione, poichè vi è tutta una serie di diritti rispetto a cui le norme organizzative si presentano come strumentali alla loro tutela (rappresentatività delle assembleee legiferanti; precostituzione del giudice, organizzazione della giurisdizione tale da assicurare la pienezza del diritto di difesa ecc.). Pertanto il trasferimento di competenze dagli organi interni a quelli comunitari in tanto deve ritenersi ammissibile in quanto appaia sussistente, non già un'identità di struttura tra gli uni e gli altri, ma il loro sostanziale informarsi ad analoghi criteri in modo che risultino soddisfatte le esigenze caratterizzanti il nostro tipo di stato".

A sua volta la Corte costituzionale si attiene, con tutte le ambiguità che abbiamo più volte evidenziato, a una formula essenzialmente derivata da quella di Mortati (per ora...e in linea di astratta teoria):
"Non v’è dubbio, infatti, ed è stato confermato a più riprese da questa Corte, che i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscano un «limite all’ingresso […] delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l’art. 10, primo comma della Costituzione» (sentenze n. 48 del 1979 e n. 73 del 2001) ed operino quali “controlimiti” all’ingresso delle norme dell’Unione europea (ex plurimis: sentenze n. 183 del 1973, n.170 del 1984, n. 232 del 1989, n. 168 del 1991, n. 284 del 2007), oltre che come limiti all’ingresso delle norme di esecuzione dei Patti Lateranensi e del Concordato (sentenze n. 18 del 1982, n. 32, n. 31 e n. 30 del 1971). Essi rappresentano, in altri termini, gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale(artt. 138 e 139 Cost.: così nella sentenza n. 1146 del 1988)."  

7. La forma repubblicana, e cioè l'area di intangibilità del modello democratico di tutela dei diritti essenziali, in particolare socio-economici, che caratterizza la nostra Costituzione - e che è il frutto della "concordia" e dell'armonia che in occasione del 25 aprile avremmo interesse a difendere sopra ad ogni altra priorità -, ne risulta sufficientemente determinata, dissipando i dubbi che al riguardo aveva sollevato Calamandrei in sede di assemblea Costituente. 
Alla luce di questo "diritto vivente" supremo (almeno nella perdurante giurisprudenza della Corte costituzionale), dovrebbe preoccuparci, ora e in occasione della ricorrenza del 25 aprile, che la riforma costituzionale determini un effetto di sbilanciamento sull'Esecutivo di decisioni che non solo sfuggiranno sempre più all'autonoma deliberazione parlamentare e alla indipendenza di giudizio degli organi costituzionali di garanzia, ma che sono assunte, in modo crescente e divorante, in sede sovranazionale, e quindi al di fuori del circuito di deliberazione dell'indirizzo elettorale, democratico e costituzionale:


"Insomma il SONDAGGISMO arriva a sostituirsi al Potere Costituente primigenio, nato dalla Resistenza, rafforzando un "potere costituito- cioè di revisione in via solo derivata della Costituzione, che, a rigore, sarebbe invece fortemente condizionato dall'attenersi necessariamente a interventi "puntuali"- il cui unico scopo è agevolare I TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA
E quindi quello di ACCELERARE LO SMANTELLAMENTO DELLA CAPACITA' DI INTERVENTO DELLO STATO A PROTEZIONE DEI DIRITTI FONDAMENTALI SOCIALI, QUELLI NON REVISIONABILI E PREVISTI NELLA PRIMA PARTE DELLA COSTITUZIONE.
Questa è la posta in gioco, non un semplice anti-parlamentarismo come atteggiamento politico di intolleranza alla discussione arricchita da vari punti di vista.
Oggi come oggi, tutta la classe politica presente in parlamento, abbraccia senza apparenti dubbi (e senza dar segno di capire) la logica dello smantellamento dell'intervento dello Stato, quale previsto nei principi fondamentali della Costituzione (anche l'opposizione che avversa la riforma per le ragioni sbagliate, cioè avulse dal denunciare la predeterminazione dell'indirizzo politico, e persino costituzionale, in sede sovranazionale)."

8. Tornano perciò di particolare attualità, oggi più che mai - se si sanno mettere da parte le orchestrazioni contrappositive che obiettivamente servono a distrarre l'opinione di massa dalla "vera posta in gioco"- gli avvertimenti fatti da Calamandrei rispetto alla modifica della parte non revisionabile della Costituzione, una volta chiarita, come abbiamo visto, la portata effettiva della clausola sulla "forma repubblicana": 
"Dunque, la forma repubblicana non si potrà cambiare: è eterna, è immutabile. Che cosa vuol dire questa che può parere una ingenuità illuministica in urto colle incognite della storia futura? Vuol dire semplicemente questo: che, se domani l'Assemblea nazionale nella sua maggioranza, magari nella sua unanimità, abolisse la forma repubblicana, la Costituzione non sarebbe semplicemente modificata, ma sarebbe distrutta; si ritornerebbe, cioè, allo stato di fatto, allo stato meramente politico in cui le forze politiche sarebbero di nuovo in libertà senza avere più nessuna costrizione di carattere legalitario, e in cui quindi i cittadini, anche se ridotti ad una esigua minoranza di ribelli alle deliberazioni quasi unanimi della Assemblea nazionale, potrebbero valersi di quel diritto di resistenza che l'articolo 30 del progetto riconosce come arma estrema contro le infrazioni alla Costituzione."

Ed allora, in termini socio-economici, istituzionali e storicamente giustificabili, - che si richiamano cioè all'autentico patrimonio comune e unificante della festa della Liberazione-, quello che stiamo oggi vivendo potrebbe essere l'ultimo 25 aprile.
Dopo di questo, infatti, la definitiva distruzione (quale limpidamente descritta da Calamandrei) della Costituzione originaria del 1948, potrebbe riportarci allo stato di fatto meramente politico, in cui le forze politiche sarebbero di nuovo in libertà senza avere più nessuna costrizione di carattere legalitario
Solo che queste stesse forze politiche "in libertà" e prive di una superiore cornice legalitaria sovrana, consegnerebbero, in pratica, il paese alla prevalenza di interessi politici ed economici neppure propri di una parte delle forze politiche e di soggetti nazionali (per quanto minoritari) bensì a quelli impostici dalle prevalenti forze "dei mercati" sovranazionali.