martedì 17 gennaio 2017

L'OSTERIA DEL PENSIERO UNICO. TRUMP "DEBOLE"? LA GERMANIA NON HA ALLEATI (vuole solo servi)


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(tradotto in sintesi: la debolezza delle economie mediterranee all'interno della moneta unica mantiene il cambio dell'euro a un livello più basso di quello che avrebbe un marco come valuta autonoma...
Trump promette di usare il Dipartimento del tesoro USA come strumento per neutralizzare ogni Stato che manipoli la sua valuta, anche imponendo dazi difensivi e compensativi al fine di far cessare tale manipolazione...)

ANTEFATTO.
Supponiamo che nell'unica (particolare importante) osteria della città, i clienti, dopo avere più o meno abbondantemente bevuto, se ne escano invariabilmente con un forte mal di testa e vomitino lungo il cammino verso casa.
In un caso del genere (di monopolio che, sul piano politico, è l'egemonia di un pensiero unico ISTITUZIONALIZZATO), chiedere all'oste se il vino è buono, può risultare molto utile.
Infatti, conoscendo gli effetti reali (i dati) delle bevute nella "osteria del pensiero unico", si può agevolmente assumere che il vino NON è buono, (qualunque sia la sua risposta: anche se, essendo in monopolio, l'oste pensi di non rischiare nulla ad affermare, in ogni caso, che il vino sia buono).

Si tratta, in particolare, di un (ulteriore) corollario del test di Orwell (in cui domina la capacità decodificatrice, del senso effettivo di ogni proposizione, del simbolo di "negazione logica" identificato nel "not").

1- CONSEGUENZE COGNITIVE
Per fare immediata applicazione della metafora e del "metodo" interpretativo sopra ipotizzati, passiamo dunque ad analizzare le risposte date da un soggetto che, senza dubbio, può essere considerato un esponente molto rappresentativo dell'oste tedesco.  Egli, infatti, interrogato, risponde che il vino tedesco (non quello italiano, ovviamente) è buono: si tratta di "Roland Berger, consigliere della cancelliera Angela Merkel", intervistato da Fubini
Ci atteniamo a due regole interpretative
- l'utilizzo del segno "not" nella decodificazione di senso delle proposizioni principali (sul piano fenomenologico);
- l'individuazione di tali proposizioni all'interno della melassa di "amore per l'Italia", nonché di simulata attenzione e di consueta condiscendenza verso il nostro Paese, con cui Berger infarscisce il suo discorso (avendo di fronte un intervistatore ben disposto sulla concettuologia europeista-global-liberoscambista, ovverosia il "pensiero unico").

1.1. Passiamo dunque, dando per letta l'intervista linkata, all'elenco fenomenologico delle sue reali risposte (cioè partendo dall'appurata affidabilità del suo dire, in svariate forme e versioni, che il "vino tedesco è buono"):
a) l'euro, per l'oste tedesco, è stato un successo: proprio perché si pensava (o s'è pianificato) che non si sarebbe potuta fare una politica economica e di bilancio dell'area monetaria che avrebbe condotto a risultati coordinati;
b) il bilancio attuale non è affatto negativo per la Germania, proprio perché è negativo per i paesi mediterranei, che vengono costretti, ora, a fare le stesse politiche tedesche degli "anni 2003-2004". Queste non erano legate agli oneri della riunificazione ma alla necessità di finanziare, con l'indebitamento pubblico (sforando il patto di stabilità allora vigente), politiche di aggressivo mercantilismo anticooperativo (v. punto a): ma naturalmente, è tutto legittimo secondo lui);
c) la Germania, intesa come apparato industrial-finanziario,  non vuole uscire dall'euro e certamente sa che non le converrebbe, sotto il piano valutario, ma teme gli effetti di eccessivo accumulo dei suoi crediti target-2 legati al sistema monetario (per le più varie ragioni non tutte commerciali, dato l'afflusso di capitali dovuto al timore di eurobreak). 
Perciò pensa che una possibile soluzione per preservarne il valore, almeno quanto ai crediti commerciali a breve, non convertibili in moneta diversa da quella usata dal "venditore" tedesco, sia uscire dall'eurozona sperando al contempo di avere così debitori più solvibili, grazie all'alleggerimento del livello di cambio di cui potrebbe fruire la "residua" eurozona, (di cui infatti, auspica il mantenimento anche senza la Germania, ma con dentro la Francia)
Si rende conto, Berger, che la Germania è divenuta un "elemento di disturbo": ma non perché ha un eccesso di surplus con l'estero (cosa che dimostra di apprezzare, in sé, e voler mantenere, stando alla risposta immediatamente successiva, in cui elogia la dipendenza dell'economia tedesca, al 50%, dalla domanda estera enfatizzando, dunque, la prosecuzione ad ogni costo della "competitività"), quanto perché sarebbe ormai difficile mantenere questa supremazia, senza eccessivi costi commerciali, nelle relazioni internazionali e politici, interni;

d) infatti, l'euro debole non è uno svantaggio per la Germania, perché gli consente di aumentare questo surplus (anche) a spese delle aree extra-eurozona; tuttavia, spiega poi molto bene, ciò scoraggia gli investimenti (interni) e l'aumento della produttività e della competitività di lungo periodo (non esclusivamente di "prezzo", cioè quella incentrata sulla qualità del prodotto). 
Cioè, in pratica, la situazione di prolungato super-attivo commerciale, non consente (impunemente, sul fronte sociale interno) di proseguire, e/o di rendere sufficientemente convenienti (dato il rallentamento degli investimenti), rigide politiche deflattivo-salariali, che mantengano il vantaggio competitivo sui partners dell'eurozona.
Ciò in quanto tale prosecuzione:
- non sarebbe politicamente praticabile in una situazione di pieno impiego "tendenziale";
- non è possibile sfruttare efficacemente ancora il sistema di sotto-lavoro delle Hartz, anche a causa delle tensioni inflazionistiche (e finanziarie) che derivano dalla svalutazione dell'euro, unite al predetto pieno impiego (e alla crisi demografica che provocano sempre le politiche deflazioniste prolungate);
- infine, le politiche (deflattivo-salariali) di sostituzione etnica della forza lavoro perseguite dalla Merkel con l'apertura delle frontiere all'immigrazione, poi ritrattata senza alcuno scrupolo (v.p.2), si sono rivelate un costo politico-sociale troppo alto.
E comunque, com'è noto, basare la competitività solo sulla deflazione salariale, e quindi sul "prezzo", spiazza gli investimenti dal capitale produttivo, e dalla sua continua innovazione, alla mera intensificazione di manodopera a basso costo, innescando un ciclo auto-impoverente della competitività intrinseca del prodotto.
 
Dunque, non si ha una scelta migliore di quella di rivalutare il (recuperato) marco, per poter tornare a imporre (ai lavoratori tedeschi) politiche deflattive "necessitate", che consentano di mantenere e incrementare la produttività, opportunamente giustificabili col mantenimento del livello dell'occupazione in una fase di ripresa degli investimenti interni.

e) Quanto all'Italia, Berger ci dice che
e1) il settore delle imprese private non è più ormai forte e vitale, - dato che si è asservito, principalmente come "contoterzista", alle filiere dominate dai tedeschi in posizione di price-makers. Ma il vero pericolo concorrenziale, per i tedeschi, è (tutt'ora) costituito dall'industria a partecipazione pubblica che non è altrettanto controllabile e malleabile (salvo privatizzazioni pro-investitori esteri: ma di questo non parla, a onor del vero);
e2) il problema italiano non sono la "infrastruttura burocratica" e "la giustizia che funziona male", visto che questi problemi non sono una conseguenza di una scelta politica autonoma italiana (cioè non sono dovuti a una...cattiva classe politica, dato che questa è quanto di più docile ai diktat fiscali e al perseguimento dei saldi primari - deindustrializzanti- imposti dalla Germania...pardon dall'UEM). 
Questi problemi, infatti, sono esattamente la conseguenza delle politiche fiscali dettate da Maastricht in poi, acuite per mantenere in vita l'adesione alla moneta unica in favore della Germania e, quindi, non sarebbero  affatto irrisolvibili con politiche fiscali conformi alla nostra Costituzione e quindi, sul presupposto della riacquistata sovranità monetaria
Per converso, efficaci "riforme" al riguardo non sarebbero attuabili all'interno delle politiche di bilancio imposte dalla moneta unica.

Insomma, - all'insaputa di Fubini, intepretando adeguatamente le sue risposte ed usando in modo logico il test di Orwell ed il suffisso "not"-, il buon Roland ci dice in pratica che, appunto, il vino (tedesco) non è buono per l'Italia e ci indica con (indiretta ma eloquente) chiarezza quello che dovremmo fare per uscire dalla crisi.

2- COMPRENSIONE OPERATIVA DI SCENARIO
Naturalmente non possiamo pretendere che un sistema ermeneutico così...sofisticato come il test di Orwell, possa risultare, oggi, di uso comune per il sistema mediatico, e di controllo dell'opinione pubblica, dominante in Italia, che appare totalmente incapace di uscire dall'osteria del pensiero unico (ordoliberista).
Perciò non è pensabile che le indicazioni di Berger siano decodificabili e utilizzabili ex parte italiana.

Tuttavia, è possibile che qualcuna, buona parte, di queste rivelazioni indirette divengano praticamente operative in conseguenza del potenziale scenario internazionale derivante dalla linea presidenziale di Trump.
Vi sottopongo, in sintesi e in immagini, una serie di news e dichiarazioni dello stesso Trump maturate solo nelle ultime 48 ore e direttamente influenti sulle problematiche così "abilmente" trattate da Berger; nonché rivelatrici di quella che può divenire, obtorto collo, la real-politik futura della crante Ccermania.

2.1. Comincerei dalla "terrificante" (per i media mainstream) prospettiva della fine della sponsorizzazione, fondativa e propulsiva, degli Stati Uniti, per la pace e la concordia tra le nazioni europee, realizzata tramite il federalismo liberoscambista e de-sovranizzante (principalmente i parlamenti democratici nazionali):


2.2. Proseguirei con la "alta" considerazione, della neo-presidenza, per le politiche tedesche nel campo dell'immigrazione (comunque, abbiamo visto, già oggetto di u-turn con sospensione di Schengen):

2.3. Non trascurerei la questione NATO (p.5-6), (strettamente correlata storica con la storica promozione USA del federalismo europeo) e la sua "rivoluzionaria" prospettiva "finale" (peraltro niente affatto imprevedibile una volta finita la strumentale e iperaggressiva crociata contro Putin):

2.4. Ma la ciliegina sulla torta è dedicata alla "dipendenza" della Germania dal sopra visto 50% di domanda estera e dal grande surplus mantenuto da troppi anni, che è acuito dalla svalutazione dell'euro: su chi pesa di più, a livello di indebitamento con l'estero nonché occupazionale, questo surplus
Indovinate...

2.5. E infine, renderei conto di cosa significa (esemplificativamente) la visione del "cattivone" Trump una volta sistemati i conti con l'estero, e assecondata la sua presunta vena "protezionistica", in termini di interesse sociale nazionale:

Tutto ciò premesso...
In neretto, più sotto, trovate gli eventi più direttamente connessi alla situazione italo-tedesca in rapporto a USA e Russia, quando, ogni tanto nella Storia, sono hanno un nemico comune e sono (quasi) alleati. 
Notare che l'ostinazione del regime italiano a stare dalla stessa parte dei tedeschi, autodanneggiandosi anche sotto il profilo del consenso, - sia pur con stati d'animo contraddittori e perplessità mai manifestate con decisione-, non è priva di altissimi costi socio-economici. E si può anche capire come l'offensiva degli alleati anglosassoni, in Europa e nei suoi immediati dintorni, non fu, all'inizio, una "passeggiata" priva di battute d'arresto:

Febbraio

Marzo

  • Un'ondata di scioperi investe l'Italia del nord, in particolare Torino, sotto la direzione anche di militanti anti-fascisti. La crisi economica dovuta alla guerra che si trascina da anni ha messo in crisi il sistema produttivo nazionale. Dure le reazioni verbali di Hitler alla notizia degli scioperi ...(E qui mi fermo; per ora...dovendosi ragionevolmente rimanere sulle previsioni di poche settimane)

domenica 15 gennaio 2017

POVERTA' ASSOLUTA E POVERTA'...DI RISCHIO (molto attuale): LA FINE DELLA DISCIPLINA DELLA "MOBILITA" E IL REDDITO DEFLATTIVO DI INCLUSIONE

https://i0.wp.com/ilsocialepensa.altervista.org/wp-content/uploads/2016/10/disoccupazione_dignita.jpg?fit=2362%2C1181



Questo nuovo contributo di Sofia mette in connessione i due aspetti salienti del fallimento, inevitabile e purtroppo inarrestabile, del paradigma economico neo-liberista, dettato dalla moneta unica: la distruzione di reddito e ricchezza trova il suo pendant simmetrico nella povertà conseguente alla mutata condizione del lavoro.
Fatti e dati economici confermano sempre più questo degenerare della situazione economica e sociale: i provvedimenti che si prendono risultano, in ossequio a un fideismo per cui la cura non può altro che consistere in "ulteriori dosi dello stesso veleno", aggravare la situazione.
Senza che nessuno dei "decidenti" paia in grado di comprendere e di trovare un modo per uscire da questa situazione: ormai divenuta insostenibile...
 
In realtà si era trattato, come evidenziava lo studio di Bankitalia (sui dati disponibili al quel tempo più recenti) di una transitoria preferenza della liquidità resa necessaria dal costante calo della ricchezza patrimoniale delle famiglie, generato dall'intensa austerità fiscale imposta dall'UEM per salvare l'euro, e che vedeva un saldo netto complessivo negativo; questo era, anzitutto, imputabile al drastico calo dei prezzi immobiliari, e al sudden stop degli acquisti relativi, che ha determinato l'attesa nella spesa del risparmio monetario in attesa dell'assestamento verso il basso del prezzo degli immobili. 
Ma tale risparmio "difensivo" era anche dovuto alla previsione del dover ricorrere ai propri (residui) risparmi per fronteggiare sia l'attesa dell'aumento costante della pressione fiscale, sia l'aspettativa di insolvenza dei propri debitori, sia la diminuita capacità di pagamento legata alla propria stessa situazione reddituale (ad es; clienti di micro e piccole imprese e liberi professionisti, ovvero, imprese fornitrici, e invano creditrici, sia dello Stato che delle PMI che, però, dovevano fronteggiare aumenti della tassazione, potenziali insolvenze fiscali, o il pagamento, a loro volta, dei rispettivi fornitori).
1.1. D'altra parte, al di là di questa congiunturale preferenza per la liquidità, non si vede come l'effettivo risparmio, cioè il reddito non consumato, potesse essere aumentato, in termini quantomeno "reali" (cioè al netto dell'inflazione) con questi dati relativi al reddito e all'aumento delle passività delle stesse famiglie (un dato, tutto dovuto all'assetto della moneta unica, senza precedenti nella storia italiana):
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http://www.eticaeconomia.it/ee/wp-content/uploads/2015/12/giannetti2.jpg
Dati che trovano appunto riscontro nell'andamento della ricchezza complessiva delle famiglie, indipendentemente dalla considerazione come "risparmio" del solo contante posteggiato nei depositi bancari:
http://www.giornalettismo.com/wp-content/uploads/2015/12/ricchezza-famiglie.jpg

2. In ogni caso i dati ISTAT più recenti mettono in evidenza la riprova sociale dell'altra faccia di questa drastica diminuzione di reddito e ricchezza-patrimonio: un aumento del livello di povertà della popolazione e non certo un arricchimento (almeno nel senso implicato da Renzi).  
Gli ultimi dati ISTAT 2015 su condizioni di vita e reddito stimano che il 28,7% delle persone residenti in Italia sia "a rischio di povertà o esclusione sociale" ossia 17 milioni 469 mila persone; coloro che vivono in famiglie gravemente deprivate sono l’11,5%. 
La condizione di diversità tra persone "a rischio povertà", cioè che vivono di espedienti e "non arrivano alla fine del mese" (senza ricorrere ad altro indebitamento o alla carità, pubblica o privata: figuriamoci se sono in grado di risparmiare), e "povertà conclamata" (ascrivibile a circa 4.6 milioni di persone), risiede essenzialmente, nella quantità di fame e di malattia irrisolvibili, che nel secondo caso, devono affidarsi esclusivamente, e senza alternative, all'assistenza pubblica e privata. E quest'ultima, comunque, com'è ben noto, non è certamente in grado di apprestare una via d'uscita dalla condizione di indigenza (irreversibile).

3. Come del resto anticipato anche nel libro Finanziamenti Comunitari – Condizionalità senza frontiere, gli obiettivi prefissati dalla Strategia Europea 2020 (entro il 2020 l'Italia dovrebbe ridurre gli individui a rischio sotto la soglia dei 12 milioni 882 mila) non saranno raggiunti proprio perché la popolazione esposta a tale "rischio" (per la verità piuttosto concreto e attualizzato, almeno rispetto agli standards di un paese appartenente alle c.d. "nazioni civili") è ancora «superiore di 4 milioni 587 mila unità rispetto al target previsto».
I dati settoriali, poi sono a dir poco inquietanti perché al Sud quasi quasi la metà dei residenti (!!!) risulta a rischio povertà o esclusione sociale, con una percentuale del 46,4%.
Inoltre nella graduatoria dei Paesi dell'Ue «l’Italia occupa la sedicesima posizione assieme al Regno Unito».
In questa situazione il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale; il 20% più povero solo il 7,7% e se questa diseguaglianza è andata aumentando negli anni il merito è proprio delle politiche europee che predicano pace e benessere per tutti.

3. Un modo per migliorare questi dati sarebbe stato quello di fare politiche del lavoro per l’aumento dell’occupazione (effettiva, cioè stabile e dignitosamente retribuita). 
Il Governo Renzi aveva promesso miracoli con il jobs act.
Eppure anche su questo piano piovono smentite su ogni fronte, perché il jobs act non ha affatto aumentato l’occupazione ma, associato alla (ulteriore) modifica dell’art. 18, ha solo contribuito ad aumentare il precariato.
LʼOsservatorio sul precariato (INPS) segnala (ma i dati sono confermati anche dall’ISTAT) che i contratti a tempo indeterminato sono il 32,9% in meno rispetto al periodo corrispondente del 2015.

4. Mentre si delinea in senso crescente questo stato di cose, che registra in modo oggettivo le tendenze reali innescate dal jobs act, è di qualche giorno fa la notizia che si vorrebbe risolvere il problema povertà con l’introduzione del “reddito di inclusione”. 
A parte il fatto che Martina richiama i soli dati ISTAT in base ai quali i poveri "assoluti" sarebbero 4,5 milioni, - mentre invece abbiamo visto sopra che la condizione di "povertà relativa", (di per sè allarmante e non tollerabile in un paese democratica e a capitalismo "avanzato"), sono oltre 17 milioni-, egli smentisce che si tratti di una manovra di conquista elettorale. Ritiene invece che "Si tratterà di un sostegno finanziario non assistenziale, che dovrà rispettare determinati criteri e che coinvolgerà nella prima fase famiglie con minori” che ammonta a circa 400 euro mensili.
Dal che desumiamo che se si abbiano a disposizione più di 400 euro mensili, il problema povertà diviene tale che lo Stato non se ne prende cura o, il che è lo stesso, che, a causa dei "vincoli di bilancio assunto verso l'Unione europea", un intervento "non ce lo possiamo permettere" (come ironizzava Keynes, stigmatizzando una situazione passata del tutto analoga all'attuale e parlando dell'incubo del contabile).

5. Tuttavia, Martina omette qualunque riferimento alla copertura necessaria per una manovra del genere, che tenga conto dell’obbligo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione (art. 81) e delle sempre incombenti misure di correzione fiscale, dettate dalla Commissione UE, in senso "austero", che comunque questo stesso governo dovrà in qualche modo adempiere (con un ulteriore inasprimento fiscale che non potranno che aumentare il "rischio povertà" e la "povertà assoluta").
E comunque del reddito minimo e di cittadinanza, della inutilità di queste misure, di come esse siano  - nella migliore delle ipotesi - solo un sedativo delle masse e uno strumento di deflazione salariale si è ampiamente parlato qui,  qui, qui, qui e - con riferimento alla non conformità di tali misure alla Costituzione-  qui e ancora qui.

Degli effetti che produce l’introduzione di un salario minimo o, in stretta connessione, un "reddito di inclusione" generalizzato (per modo di dire), con il già avvenuto simultaneo smantellamento di una misura, con finalità ben più logiche e mirate, come la c.d. mobilità pure, si è ampiamente detto; si era infatti chiarito che (riferendoci al salario minimo) “è un espediente per abbassare i salari di "entrata" allo stesso livello degli assegni di sostegno, per eliminare la cassa integrazione e, nello stesso tempo, per risolvere problemi legati alle procedure di mobilità.

Dal primo gennaio non esiste più l’indennità di mobilità, l’ammortizzatore sociale che in caso di licenziamenti collettivi accompagnava nel modo meno traumatico possibile il passaggio alla disoccupazione vera e propria o, nelle storie più fortunate, era il ponte verso un nuovo posto di lavoro.
L’indennità di mobilità, dal 1° gennaio 2016 viene corrisposta per un massimo di dodici mesi per le due prime fasce di lavoratori fino a 40 e 50 anni per salire a diciotto mesi per gli over 50: questo avviene nelle aree del centro nord mentre nel meridione l’indennità di mobilità e’ pari a 12 mesi per i soggetti fino a quarant’anni, sale a 18 mesi per quelli fino a 50, mentre per coloro che superano tale età diviene di  24 mesi.
Questo striumento sarà sostituito, man mano che andranno ad esaurirsi i periodi di mobilità in essere, dal combinato disposto di altri e "nuovi" ammortizzatori sociali: la Naspi in primis,  che rappresenta una copertura ridotta, correlata alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi quattro anni e che prescinde dall’età e dal luogo di residenza dell’interessato (la modifica definitiva è intervenuta con il D.L.vo n. 148/2015).
E si tratta di misure che riguarderanno, solo per citare i casi più corposi, gli operai dell'Ilva, della Lucchini di Piombino, dell'Alcoa di Portovesme, ma anche dell'Hp, dell'Italtel, della Linka-Compel, della Nokia, della Whirpool-Indesit, dell'Electrolux e molti altri.

7. Occorre ricordare che la mobilità, dopo la riforma Fornero del 2012, aveva una durata massima di 48 mesi e prevedeva l’erogazione di un importo pari al 100% per il primo anno e all’80% dal tredicesimo mese in poi - entro i massimali previsti in ogni caso-, della retribuzione effettivamente in godimento.
Sia l’accesso alla NASPI che all’indennità di mobilità, nel momento in cui sarà pienamente operativo il sistema ipotizzato, con l’ANPAL,  dal d.lgs n. 150/2015, saranno condizionati dalla partecipazione a programmi di riqualificazione professionale susseguenti alla sottoscrizione di specifici programmi con i servizi per l’impiego

8. In forza di tale meccanismo, e considerata la già vista situazione occupazionale italiana, e l'ormai consolidato prevalere della deflazione salariale connessa alla dilagante precarizzazione,  si avrà la conseguente impossibilità di rifiutare proposte di lavoro pena la perdita del sostegno economico
Ma a quale soglia di impoverimento reddituale si attualizzerebbe questa prospettiva di perdita del sussidio NASPI (entro i 24 mesi massimi di sua fruibilità)?

Laddove andasse in porto la proposta del reddito di inclusione, sarà praticamente automatica la fissazione del tetto di retribuzione "non rifiutabile" in misura almeno equivalente al reddito di inclusione di circa 400 euro. Con la conseguenza che coloro che non vogliono perdere la NASPI saranno costretti ad accettare posti di lavoro retribuiti come il reddito di inclusione ed anche meno: si è visto, infatti, che non è ammessa la facoltà di rifiutare lavori, soprattutto se sono qualificati socialmente utili.

9. Tra l’altro la mobilità non era una misura utile ai soli lavoratori per tamponare le conseguenze reddituali e occupazionali di situazioni di difficoltà aziendale, ma anche per le aziende stesse.
Costituiva, infatti, uno strumento che consentiva di ripartire tra l’impresa e lo Stato gli oneri della disoccupazione momentanea, in linea con le tutele del lavoro previste in Costituzione.
Ma non solo. 
La legge sulla mobilità conteneva delle misure, incentivanti all’assunzione, molto diffuse e questo, probabilmente, farebbe comprendere le ragioni per cui se ne è voluta l’abolizione.
Va, infatti, ricordato, che la legge 223/1991 agevolava sia le occasioni di impiego con contratto a termine, sia gli inserimenti più stabili nel mondo del lavoro, con assunzioni a tempo indeterminato
In entrambe le fattispecie, la norma prevedeva che la contribuzione a carico dei datori di lavoro che assumessero i lavoratori in mobilità, fosse dovuta nella misura prevista per gli apprendisti.
Diverso era l’arco temporale di spettanza: 12 mesi per le assunzioni a tempo determinato, a cui si aggiungono altrettanti in caso di trasformazione a tempo indeterminato; 18 mesi nelle ipotesi di assunzione con un contratto a tempo indeterminato. 
L’agevolazione competeva anche per le assunzioni part-time.
La medesima legge, inoltre, prevedeva, la concessione di un ulteriore “bonus” nel caso di assunzione/trasformazione a tempo indeterminato di un rapporto a termine (in entrambi i casi a tempo pieno). Ove, infatti, le "trasformazioni" stesse riguardassero lavoratori aventi diritto all’indennità di mobilità, al datore di lavoro era corrisposto un contributo mensile, consistente nel 50% della prestazione che sarebbe toccata al lavoratore se non fosse stato assunto.

10. Con le modifiche introdotte dal 2017, invece: fino al 30 dicembre 2016, per le aziende rientranti nel relativo campo di applicazione, sarà possibile collocare in mobilità i lavoratori sia dopo un periodo di Cigs (articolo 4, legge 223/91), sia a seguito di licenziamento collettivo (articolo 24, legge 223/91); le aziende che attiveranno assunzioni di questi lavoratori entro la fine del 2016 potranno contare, nel rispetto dei principi generali, sugli incentivi di legge.
Occorre, tuttavia, ricordare che, mentre le assunzioni a tempo indeterminato effettuate entro il 31 dicembre 2016 potranno beneficiare dell’intero periodo di durata dell’agevolazione (18 mesi) (cioè di decontribuzione delle assunzioni dei lavoratori in mobilità), quelle "a termine" che sconfineranno nel 2017 non potranno essere né prorogate (con i benefici decontributivi), né trasformate a tempo indeterminato fruendo degli incentivi previsti dall’articolo 8 della legge 223/91 in quanto la norma, come già anticipato, sarà abrogata dal 1°gennaio 17.
In ultima analisi: dal 31 dicembre 2016 i lavoratori non potranno più essere collocati in mobilità, in quanto l’iscrizione nelle liste decorrerebbe dal 1° gennaio 2017, giorno successivo alla data di licenziamento; dal 1° gennaio 2017 non potranno essere premiate le assunzioni effettuate con riferimento a soggetti iscritti entro il 31 dicembre 2016, in conseguenza del venir meno delle relative norme incentivanti.

11. L’impossibilità di accedere alle misure agevolate si rifletterà anche sui contratti di apprendistato professionalizzati instaurati con lavoratori che fruiscono della mobilità. Dalla medesima data, con questa tipologia contrattuale, sarà possibile assumere solamente lavoratori beneficiari di un trattamento di disoccupazione; per costoro - tra l’altro - da un anno e mezzo l’Inps dovrebbe dare specifiche istruzioni.
Insomma, siamo di fronte all’ennesima cronaca degli effetti prodotti da politiche combinate di tagli alla spesa pubblica con effetti generalizzati sui redditi, sia del settore pubblico che privato, con conseguente restrizione della domanda interna, deflazione salariale e liberalizzazione del lavoro, smantellamento/svuotamento di ogni forma di welfare, in perfetta rispondenza ai diktat europei per la neutralizzazione della nostra carta Costituzionale.
E la povertà, o anche solo il (molto concreto) "rischio" di finirci dentro, non potranno che aumentare.