sabato 18 maggio 2013

GLI ESORCISTI

Al tg-lineanottePUD€ era  in corso una sorta di rito collettivo propizatorio, che dico!, esorcistico: giornalisti autoinvestitosi della qualità di espertoni (uno ha pure detto, con l'aria di illuminare i non-tecnici: "Bruxelles non vuole solo che sia raggiunto il limite del 3% vuole pure che sia "sostenibile"...?), politici di ogni fazione del PUD€, nonchè espertoni di "istituti", tutti insieme, con sicumera totale e senza avere il minimo dubbio invocano "Tagli alla spesa! Tagli alla spesa! Taaaagli alla spesa!".Come il pappagallo di Long John Silver ripeteva "Pezzi da otto! Peeeezzi da otto!"
E' tutto un "incidiamo finalmente sulla struttura dei Ministeri" (cioè l'organizzazione che dovrebbe garantire il minimo delle funzioni previste dalle leggi), "accorpiamo le prefetture!", "aboliamo le province che sono già abolite, ma insomma!".
Il conduttore, un sallucchione che viene da sempre nutrito da luoghi comuni via endovena (il che ne ha determinato negli ultimi tempi un notevole appesantimento fisico), annuiva contento, dato che i "partiti di governo" mostravano la loro "unità di intenti". Che "orchestra"!, ammiccava al pubblico, "ce la faremo, stavolta è la volta buona"!
Acritico, composto, soddisfatto nella sua ottusa ignoranza, sentiva che una nuova "era" si stava finalmente aprendo!
Un'era catartica in cui sarebbe stato estirpato il "demone" della spesapubblicaimproduttiva.
Praticamente tutta, da come la raccontano, prospettando un campo quasi illimitato di intervento salvifico: la struttura, l'organizzazione delle funzioni pubbliche è "investimento"? Noooo! L'idea implicita è che ogni possibile ufficio pubblico sia lì solo per alimentare se stesso; un feudo bizantino e clientelare (termine tornato di gran moda), dedito intenzionalmente a sprechi e a frapporre ostacoli burocratici, impedendo la snellezza e le agili regole europee!
Nella loro mente di certo il concetto di investimento coincide con qualcosa che si aggira sul fatto che i soldi sottratti a inutili burocrati corrotti vengano erogati (non si sa da chi, a questo punto, forse da loro personalmente) a delle imprese "checreanolavoro" e automaticamente trasformati in catene di montaggio dove manovalanza flessibile, e che deve ringraziare (loro) di aver avuto un contratto a termine a salario da fame, si metta immediatamente a lavorare, aumentando gli orari in un processo continuo di produzione di qualunque cosa...
Più ancora, nei loro sguardi esaltati è percepibile la granitica idea che il taglio della spesa consenta di "abbassare le tasse"...
Finanziare l'abbassamento delle tasse distruggendo la struttura dello Stato è un'idea del tutto naturale per chi pensa che queste vadano esclusivamente ad alimentare la spesa pubblica e che essa sia eccessiva e alla base del deficit. E che non sa nulla di saldo primario, di accumulo della spesa per interessi, del moltiplicatore fiscale, dei livelli essenziali delle prestazioni attinenti ai diritti civili e sociali (considerati i frutti avvelenati dei nipotini di Stalin)

Insomma si mette male.
Questi qui non hanno capito niente di quello che è successo col governo Monti e nemmeno di quello che è successo negli ultimi 30 anni.
O forse si mette benissimo: la totale incompetenza di costoro potrà causare, con loro grande sorpresa, un rapido aggravamento della recessione, entro pochi mesi.
E magari poi qualcuno, lievemente incazzato, farà stare zitti questi esorcisti, inducendoli a raggiungere all'estero i fondi che molti di loro hanno lì accumulato.

venerdì 17 maggio 2013

AIUTI DI STATO AI FURBI E VON HAYEK PER...FESSI

Sappiamo come operi veramente la Germania e di recente questo post ha fatto il punto:
"la questione va, come sempre, esaminata nel contesto del teorico funzionamento di una moneta unica: se violando vincoli pattizi di deficit e di rapporto debito/PIL, per operare un sistema di aiuti sociali diretti a situazioni di disoccupazione/sotto-occupazione, nonchè di drastico contenimento del costo del lavoro, incidente sullo stesso assetto sociale dello Stato operante in tal modo, (come dimostra la drammatica situazione attuale dei minijobbers e midi-jobbers tedeschi), determino un vantaggio diretto di costi nei settori che diventano così o maggiormente esportatori (cioè acquisendo un diretto vantaggio competitivo sul mercato unico), o addirittura "diventano" ex novo competitivi in termini di esportazione, perchè prima non lo erano; se inoltre, per effetto dello stesso sistema di aiuti, l'industria nazionale fruisce di ANCHE  di servizi resi, alle stesse imprese esportatrici, a prezzi più bassi sul mercato "interno", così di un ulteriore abbassamento dei costi, non ho creato una distorsione del mercato al fine esclusivo di avvantaggiare commercialmente l'economica nazionale?"

Ebbene, prontamente, dalla stessa terra dei crucchi, arriva la conferma di questo sistema di violazione dei trattati a danno degli altri Stati UEM...e dei propri stessi cittadini.
Si tratta sostanzialmente di un atto confessorio (la confessione: la "regina" delle prove...solo un vero "fognatore" è dotato di cotanta cieca fede da ignorarla). Il protezionismo di Stato del manifatturiero esportatore funziona proprio così:
"attraverso i subappaltatori Daimler impiega lavoratori con un salario cosi' basso da rendere necessario un sussidio Hartz IV (aufstocken) per poter tirare avanti.
Di fatto Daimler finanzia la produzione delle sue auto di lusso con il denaro dei contribuenti
...il contribuente tedesco ogni anno deve pagare 8.7 miliardi di Euro affinché persone come "Jürgen“, che guadagnano con un lavoro a tempo pieno 991 € netti al mese (1.220 € lordi), debbano ricevere 1.550 € di sussidio da parte dello stato. Soprattutto se le imprese annunciano nuovi bilanci con profitti record."

Ed è evidente, nonostante i toni contriti del "provvederemo" utilizzati dall'impresa interessata, che si tratta di una prassi diffusa: cioè, non semplicemente "compatibile" col sistema di labour-welfare protezionistico predisposto proprio a scopi di questo tipo, una volta entrati nell'euro, ma implicitamente incentivata e condivisa dai vari settori industriali tedeschi.

In Italia, intanto, rammentiamo, seguendo una filosofia opposta a quella tedesca, e proprio in omaggio, pensate!, al modello tedesco così vincente, si è ormai decisamente orientati per la crescita "riducendo il perimetro dello Stato".
Ovviamente, si passa per la "competitività"-mercato del lavoro, dato che è colpa nostra che siamo inferiori ai tedeschi, e per l'idea che i tagli della spesa pubblica consentano di ridurre le tasse e "far ripartire" l'economia. Un processo di ulteriore riduzione della presenza dello Stato su tutto il fronte del suo intervento (sì, sì, sanità, istruzione, pensioni, investimenti in infrastrutture, tutto). Che farà poi sentire alla gente che ciò che le è stato sottratto in termini di merit good, prodotto dallo Stato, "vale" molto di più del potere di acquisto da riduzione delle tasse da destinare a ipotetici consumi.
Altro che consumi, quando si va alla "vere" aspettative razionali: il mondo "Von Hayek", impone piuttosto di aumentare i risparmi - semmai si sia riusciti a conservare un reddito- per fronteggiare i bisogni fondamentali che, non più collettivizzati nella cura di un ente pubblico, divengono ancor più angoscianti. Questo perchè il calo deflazionistico della domanda perseguito con immediatezza "limitando il perimetro dello Stato", impoverisce oggi a livello di reddito disponibile e rende vecchiaia e malattia una prospettiva da incubo.  

giovedì 16 maggio 2013

IL VIZIETTO

Non mi dilungherò sulle ultime rilevazioni Istat della recessione, che si proietta nell'anno in corso a -1,5: e però, salvi gli effetti -ulteriormente peggiorativi- delle misure finanziarie in attuazione e in imminente adozione. Questa doppia stima di prospettive di crescente "foschia", è stata da noi esattamente quantificata a gennaio e aggiornata sulle successive conferme date dalle "prestigiose" rilevazioni. Fornendovi i criteri per comprendere in definitiva perchè i loro conti "non torneranno mai" e, note le grandezze e la tipologia degli interventi che attuerà questo governo, sia agevolmente possibile capire, di volta in volta, di quanto tali misure incrementeranno la recessione.
Buffo no? Un governo che si avvicenda a un altro, accomunato al primo nel dire di voler por fine alla crisi e promuovere la "crescita", innesca e amplifica la recessione COME UNICO ESITO POSSIBILE DELLE SUE POLITICHE FISCALI.
Ma non è, in fondo, un "vizietto" solo di questo governo: di tutti i governi succedutisi da Maastricht in poi in riferimento alla stagnazione e all'indebolimento industriale che hanno programmaticamente innescato, in omaggio al "lo vuole l'Europa". Solo che a partire dal 2011, i governi, chiamati a "promuovere la crescita", (la famosa "fase 2" tremontiana, sulla cui ennesima soglia cadde il governo Berlusconi), si sono messi a "salvare" l'Italia condannandola a una recessione che è stata "futile", cioè non necessaria ai fini dichiarati di miglioramento degli indici fiscali perseguiti, ed anzi controproducente persino a tali fini, essendo gli indici sempre peggiorati rispetto agli obiettivi prestabiliti.
Il punto è che proseguono imperterriti e non paiono aver capito dove sbaglino. L'abitudine a dare la colpa alla "congiuntura internazionale", alla "speculazione finanziaria", alla....Cina, gli ha fatto confondere la propaganda, cinicamente utilizzata, con la realtà.
Aiutati da una solida ignoranza in materia di macroeconomia, o da "ideologie" deliranti che hanno sempre fallito, non si pongono alcun dubbio circa la erroneità delle mosse CHE, CON IRRESPONSABILE LEGGEREZZA, SI SONO AUTOVINCOLATI A COMPIERE, e più che altro, non cercano di capire minimamente le ragioni di questa erroneità.
Insomma non c'è il riconoscimento "sbaglio" e quindi non c'è la fase emendativa-evolutiva "perchè sbaglio".
Quindi nessun miglioramento è in vista nella efficacia e nel risultato complessivamente perseguito. 

Ma è un atteggiamento diffuso in tutta l'UEM, il che lascia capire che stiamo assistendo al violento crepuscolo di un'intera classe dirigente che ha potuto caratterizzare un'epoca che, nata dalla volontà del "capitalismo di rendita" di regolare i conti con le Costituzioni dei diritti sociali e della tutela del lavoro, è finita per pervenire al risultato di creare la più grande depressione mai vissuta dall'Europa negli ultimi due secoli, disattivando tutti gli strumenti messi a punto nel secolo scorso per uscirne!
In piena "caduta libera" (se non verranno fermati siamo solo agli inizi), Hollande non trova di meglio che dire:
 «Abbiamo agito con tempestività, siamo stati incisivi e siamo andati lontano»...Hollande, che ha celebrato il suo primo anno all’Eliseo con un record di impopolarità, «Ma dobbiamo ancora riformarci». «È mia responsabilità», ha aggiunto, «prendere misure per la competitività e la crescita». E in questa prospettiva, la Germania non è soltanto un rivale, ma può essere anche un modello. «Sto curando l’economia francese», ha detto Hollande, «Per questo devo usare gli strumenti giusti. Per dieci anni i tedeschi hanno fatto scelte precise, e oggi sono competitivi. Dobbiamo ridurre lo scarto tra Francia e Germania».  

L'unica cosa che ci consola è che fuori dall'UEM la pensano diversamente. La distanza siderale tra il "vizietto" e il buon senso aumentano. E questo non può che accelerare la "loro" fine, dato che, alla fine, non sono neanche capaci di presentare il conto alle persone giuste. E ormai hanno decisamente sbagliato i loro calcoli politici, non solo quelli economici


mercoledì 15 maggio 2013

TEMI (è "anche" un imperativo)

Tema 1: lo Stato non è "come una famiglia" e non ha senso dire, rispetto a uno Stato-collettività che "vive al di sopra delle proprie possibilità". Perchè?
Tema 2: la spesa pubblica non è mai "improduttiva" e persino le pensioni e gli interessi sul debito pubblico non lo sono (questi ultimi a certe condizioni), anche se vengono definiti "trasferimenti", accentuandone il carattere di spostamento di ricchezza all'interno dei gruppi sociali, ma senza che ciò ne esaurisca l'impatto sulla domanda aggregata, cioè sul PIL.
Tema 3: il deficit di uno Stato è un ammontare che non rappresenta una voce passiva gravante sui suoi cittadini e addirittura sulle generazioni future.
Ciò vale se, e solo se, esista una scelta politica di rendere il sistema bancario privato creditore dello Stato: appunto per scelta politica di questo Stato, effettuabile "se e in quanto" ciò sia compatibile con la sua Costituzione.
Esso (deficit)  invece rappresenta prima di tutto, in relazione di corrispondenza esatta, l'ammontare (flusso)annuo aggiuntivo del risparmio privato e, anche, l'ammontare annuo aggiuntivo dell'indebitamento (privato, prevalentemente) con l'estero (e vicecersa). Avere un deficit, quindi, si correla a questi fenomeni dell'economia reale e modulare un deficit pubblico deve poter essere una scelta politica fiscale che incide, corregge, indirizza, questi stessi fattori.
Quindi un deficit non può essere stabilito a priori a prescindere dalla considerazione di questi elementi del PIL (S-I e X-M) e da come uno Stato sia vincolato dai principi fondamentali della Costituzione a dargli considerazione.

A voi lo svolgimento dei temi (uno o più a vostra scelta).
Ma mi piacerebbe tanto anche vedere come sanno svolgere questi temi gli esponenti del M5S. Come singoli individui e come complessiva posizione intelleggibile.
Per la verità, credo a noi tutti, piacerebbe anche sapere come saprebbero svolgerli tutti i "partiti" che affollano la scena politica nazionale.
Anzi, propongo che per potersi candidare ogni esponente politico debba farci pervenire il suo svolgimento su questi temi. Altrimenti, in pratica, è inutile che sia eletto. 
Mica per altro: ne va della nostra immediata sopravvivenza. Per capire chi sta dalla parte del PUD€, cioè di potenze e di forze economiche straniere e comunque estranee ai criteri che legittimano la democrazia costituzionale...e chi no.
Perchè è indubbiamente arrivato il momento in cui ce lo devono far capire. E capirlo loro stessi (pare un paradosso, ma la follia delle posizioni assunte fa dubitare proprio di ciò).

ADDENDUM. A proposito, dimenticavo: caro cittadino "TEMI" COLORO CHE DANNO SOLUZIONI OPPOSTE A QUELLE ENUNCIATE NEI TRE "TEMI" sopra enunciati.
Se non avrai imparato a "temere" persone che sostengono proposizioni contrarie a quelle, vuol dire che non sei in grado di difenderti. E infatti ti stanno depauperando in modi dei quali non ti rendi bene conto.
E mica con le troppe "tasse", che sono un effetto-corollario delle soluzioni da "temere".
Ma con l'euro-vincolo esterno, la dottrina delle banche centrali indipendenti, l'idea che la svalutazione del cambio monetario equivalga a inflazione.
Se non riconosci ancora la falsità di queste "idee" e credi alla loro sostenibilità "scientifica", avrai i tecnici che ti meriti: degli ideologi che ti vedono con la stessa fredda determinazione di un leone che osserva una gazzella al pascolo


martedì 14 maggio 2013

FRATTALUTTWAK

Era appena accaduto che già se ne parlava su twitter.
E quando leggerete queste righe ne avrete sentito parlare già un bel pò.
Luttwak ha detto che il governo italiano attuale può durare "anche mille anni" se, grosso modo, rinuncia al fiscal compact, al pareggio di bilancio, ricomincia a sostenere la domanda e se, necessario, esce dall'euro. Altrimenti, non ha senso che duri nemmeno una settimana.
Tralascio il contesto (c'era l'imbarazzante Gomes, convinto assertore dell'incrollabilità dello slogan "castacorruzioedebitopubblicobrutto" che faceva il "sufficiente ironico" e non vado oltre).
La cosa che fa piacere è che siamo in piena ipotesi frattalica: Luttwak è uno che non si (ci) risparmia la brutalità e il linguaggio diretto di chi viene per comandare, cosciente della forza che lo sostiene.
Esprime ciò che conviene agli USA senza mediazioni e con perentorietà.
Poco male, perchè, dato che siamo nella conferma frattalica, stavolta è ciò che conviene anche a noi.
Se son rose fioriranno ed allora a Luttwak seguiranno posizioni più ufficiali e concrete, e non è detto che, informalmente, non siano già in corso.
Adesso, con maggior chiarezza, si sta profilando il momento che precede il 25 luglio e l'8 settembre, cioè del rapido dissolvimento del regime del PUD€  e della sussidiarietà dell'Italia alla Germania.
Per riavere la democrazia non basta; occorre anche una sufficiente espressione di Resistenza che legittimi poi una classe di persone legittimata a sedersi in una nuova e vera Costituente, auspicabilmente di restauro della Costituzione del '48. Affinchè vigili, come abbiamo detto fin dall'inizio, perchè "tutto questo non si ripeta più".
Questo è ciò che già avevamo scritto il 3 dicembre 2012, nel post frattalico primigenio.

Ma occorre fare attenzione, perchè nulla è scontato.
Forze enormi, espresse dai recessi più profondi dello strapotere oligarchico del capitalismo che non accetta controlli. E che tenderà sempre a creare dei nuovi "stati di necessità" impadronendosi dell'azione dei governi affinchè impongano ai cittadini la sua volontà programmata.
In questo post avevo avvertito del pericolo: e dobbiamo affrontare la realtà nei termini in cui si prospetta e non in quelli ideali di una "liberazione" utopistica:
""Sto cominciando a maturare la convinzione che, in assenza di stalinismo alle porte, è impossibile replicare la stagione keynesiana-costituzionale post 1943.
Al massimo si potrà recuperare la flessibilità del cambio e una certa limitata cooperazione delle BC (sempre nei limiti dell'interesse bancario nazionale).
E sarebbe già tanto.
La democrazia redistributiva pluriclasse probabilmente è già morta, nel momento in cui è caduto il muro di Berlino (o giù di lì): senza una forza contraria e simmetricamente minacciosa i capitalisti si riprendono tutto il maltolto (secondo loro). E siccome il capitalismo si sviluppa per oligopoli sempre più grandi e transnazionali, non vedo come si possa trovare una forza capace di neutralizzare il loro dominio, in presenza delle loro strategie di manipolazione dell'informazione
."
Per questo, in quello stesso post, avevo mostrato le diversità di condizioni storico-economiche, umane e culturali, rispetto al contesto della II guerrra mondiale e, nel finale, abbozzato le linee pratiche di una democrazia oggi possibile:
Per compatibilità con l'ipotesi frattalica, aggiornata alla situazione mondiale attuale, direi che l'uscita da (questa) depressione-conflitto europeo sarà attuata seguendo il modello USA del momento. In questo sta l'analogia ripetitiva della Storia. Il tempo delle rivendicazioni di democrazia pluriclasse e della eguaglianza sostanziale è finito.
Quindi, è tanto più importante cogliere i segnali e l'evoluzione USA. Dalle nuove politiche Obamiane di sostegno alla ricerca e al reinsediamento manifatturiero, al moderato ritorno alla spesa sociale, al conflitto "finale" coi tea-party/Wall street, con la riedizione della repressione finanziaria e la riseparazione tra merchant e banche commerciali.Più tost che nient l'è megl' più tost.
L'alternativa è Cina=Europa (con meno prospettive). "
A dittatura euro-tedesca, per di più.
"...nell'intento di costruire il più possibile insieme una "mappa" per una nuova Costituente, tracciata nella consapevolezza e nella piena libertà di partecipazione del più grande numero possibile di persone, interessate alla "liberazione" della Costituzione del '48 dalle catene che, tristemente, sembrano, ora più che mai, vincolarla.
E a noi i "vincoli" alla democrazia, specie se "esterni", non piacciono".
Teniamoci in contatto: potremmo avere bisogno di..."noi".

domenica 12 maggio 2013

LA GRANDE TRAPPOLA DELL'EURO. LA GERMANIA STRINGE LA PRESA SUL COLLO DELL'ITALIA

(Piccola avvertenza: insoddisfatto della mia consueta farraginosità, ho rivisto in corsa il par. 4.1, che contiene l'illustrazione della corretta versione della portata di un divieto di "aiuto di stato" all'interno di un'area a moneta unica. I "primigeni lettori" sono pregati di scusarmi e, se vogliono, di procedere alla rilettura di quella parte del testo).


Le "anime candide" (?) e "fognatrici" in chiave rigorosamente "euro", ci ripetono pateticamente ogni giorno che "tutto" il velleitario armamentario del "federalismo fiscale solidaristico UEM" possa essere materia di trattativa in sede UEM, ma continuano a ignorare le norme dei trattati europei, e del diritto internazionale, utilizzandole come una clava soltanto per autoflagellare l'Italia.
Per costoro, un piccolo chiarimento. Ma non certo per illudersi che possa servire a suscitare un (tardivo) risveglio.
La Germania ha gravemente e irrevocabilmente violato i trattati, configurando un "sistema" articolato di alterazione della concorrenza intra UEM, onde favorire le proprie esportazioni. Ciò ha fatto coordinando una strategia efficace e spregiudicata che non tollera controlli e verifiche di rispetto delle norme dei trattati.
Ecco come:
1) le "famose" riforme Hartz".
Sforare, come ha fatto la Germania dal tempo delle riforme Hartz, il limite debito/PIL (che quasi inizialmente rispettava) per”fiscalizzare”, (fuori da una situazione congiunturale in atto, attenzione!) i costi di disoccupazione-sottoccupazione, indotte per deflazionare le retribuzioni, vìola:
A) l'art.107, paragrafo 1, ultima parte, dell'attuale trattato sul funzionamento dell'unione (TFUE), in materia di “aiuti di Stato”, laddove si ottenga (appunto "in qualsiasi forma") una riduzione dei costi delle proprie imprese, incidente sugli scambi tra paesi membri, come nel caso, mediante la svalutazione del tasso di cambio reale, che provochi, a sua volta, un vantaggio concorrenziale  asimmetrico “intenzionale”, sia per le proprie esportazioni, sia, e ancor più, a favore di una restrizione delle importazioni (questo l'effetto forse più rilevante del gioco sui tassi di cambio reale);
B) l’art.107, paragrafo 3, TFUE, cioè il complesso delle clausole in tema di “legittimazione”, in sede UE, a ricorrere agli aiuti di Stato in funzione anticongiunturale e di tutela di interessi “sensibili”. Ed infatti, la situazione attuale, tra l'altro, autorizzerebbe, (se non ora quando?) tutti i paesi in strutturale deficit della bilancia dei pagamenti, con alti livelli di indebitamento privato/estero -e non pubblico!- oltre la media per un periodo prolungato e significativo, (rilevabile sul sistema T2)- a lanciare programmi di aiuto ai sensi dello stesso art.107, par.3, lett.a), b), d) del Trattato sul funzionamento dell’Unione...ma tali paesi non possono farlo in quanto il fiscal compact, come corpo di disposizioni speciali "euro-zona", impedisce deliberatamente l’adozione di misure essenziali in origine legittime secondo il trattato, vincolando le politiche fiscali alla autodistruzione dei rispettivi sistemi industriali e alla cristallizzazione degli squilibri di area (altrimenti doverosamente compensabili);
- C) l'art.34 dello stesso Trattato sul funzionamento dell’Unione: "sono vietate tra gli Stati membri le restrizioni quantitative all'importazione nonché qualsiasi misura di effetto equivalente (tale essendo la deflazione salariale al fine di deprezzare il tasso di cambio reale, giustificata solo da fini di competizione mercantilistica).
Nel colmo di una ipocrita miopia, che ignora i criteri generali di interpretazione dei trattati, costituenti principi generali del diritto internazionale, prevalenti cioè sul diritto dei trattati stessi (cr; par.4), la Corte ha enunciato che:
"...non costituisce aiuto una misura che favorisca l’insieme dell’economia, come nel caso delle riduzioni generali dei contributi previdenziali e degli aiuti alla ricerca."
Tuttavia, prefigurando una ondivaga discrezionalità di apprezzamento, che sconfina nella arbitrarietà, cioè nel terrreno, tipico del diritto internazionale, in cui PER RAGIONI POLITICHE DI PREVALENZA DEL PIU' FORTE, LE REGOLE SI APPLICANO A SECONDA DEL LORO DESTINATARIO, considerando cioè  discriminante la forza politica dell'autore della violazione, ha anche precisato che (vedremo poi oltre il quadro completo):
 "Nonostante tali esclusioni, determinate misure generali, che hanno l’effetto di alterare la preesistente situazione concorrenziale del mercato, possono  comunque rientrare nel campo di applicazione dell’art. 107 TFUE qualora producano l’effetto di favorire determinati settori. La Corte ha infatti ritenuto che costituissero aiuti di stato la riduzione degli oneri sociali relativamente ad un determinato settore industriale...per poter distinguere un aiuto di stato da una misura generale occorre di volta in volta verificare se la misura può essere giustificata in base ad una logica di sviluppo del sistema economico nel suo insieme ovvero rappresenti una deviazione rispetto all’assetto del sistema, diretta a ridurne gli oneri finanziari a vantaggio di specifici attori."
Messa in questo termini la questione va, come sempre, esaminata nel contesto del teorico funzionamento di una moneta unica: se violando vincoli pattizi di deficit e di rapporto debito/PIL, per operare un sistema di aiuti sociali diretti a situazioni di disoccupazione-sotto-occupazione, nonchè di drastico contenimento del costo del lavoro, incidente sullo stesso assetto sociale dello Stato operante in tal modo, (come dimostra la drammatica situazione attuale dei minijobbers e midi-jobbers tedeschi), determino un vantaggio diretto di costi nei settori che diventano così o maggiormente esportatori (cioè acquisendo un diretto vantaggio competitivo sul mercato unico), o addirittura "diventano" ex novo competitivi in termini di esportazione, perchè prima non lo erano; se inoltre, per effetto dello stesso sistema di aiuti, l'industria nazionale fruisce di ANCHE  di servizi resi alle stesse imprese esportatrici, a prezzi più bassi sul mercato "interno", fruendo così di un ulteriore abbassamento dei costi, non ho creato una distorsione del mercato al fine esclusivo di avvantaggiare commercialmente l'economica nazionale?
Il tutto poi ottenendo simultaneamente la maggior costosità relative di merci e servizi provenienti da altri Stati della stessa area valutaria, e quindi rendendo più costose, in termini relativi, le importazioni.
In tal modo, si evidenzia l'assurda complicità della Corte di Giustizia, che ignora e porta alla "desuetudo de facto", norme fondamentali del Trattato, quali i citati art.107 e 34. Ovviamente, il tutto nasce dalla tecnica volutamente analitica di esame della questioni da parte della Corte di Giustizia. Se si esaminano i trattati alla luce dello scopo essenziale cooperativo e del quadro complessivo degli obblighi gravanti sui vari soggetti coinvolti dai trattati, la conclusione è ineludibile.
Ribadiamo che, subentrata la moneta unica, la Corte ha continuato ad attenersi, ed è questo il punto, alla elaborazione fatta in precedenza, che non aveva intrinseca la considerazione dei tassi di cambio reale e degli effetti distorsivi commerciali che esso comporta nella stabilità economica dell'area UEM.
Per cui, assolutamente PREGIUDIZIALE, onde valutare, come era obbligata a fare, la portata delle riforme Hatrz, era per la Corte esaminare il preventivo rispetto dell'art.5 del TFUE:
“1. Gli Stati membri coordinano le loro politiche economiche nell'ambito dell'Unione. A tal fine il Consiglio adotta delle misure, in particolare gli indirizzi di massima per dette politiche. Agli Stati membri la cui moneta è l'euro si applicano disposizioni specifiche (ancor più stringenti e ancor più ignorate n.d.r.)...
2. L’Unione prende misure per assicurare il coordinamento delle politiche occupazionali degli Stati membri, in particolare definendo gli orientamenti per dette politiche.
3. L'Unione può prendere iniziative per assicurare il coordinamento delle politiche sociali degli Stati membri.”
E come abbiamo già detto, ma qui ripetiamo in maggior dettaglio analitico: "Dove siano finite queste misure e iniziative per coordinare politiche economiche, occupazionali e sociali, a fronte del conclamato atteggiamento, tenuto dalla Germania, di unilaterale e non cooperativa alterazione degli equilibri, già di per sé estremamente difficili da raggiungere, è un interrogativo che non ci si può esimere dal porsi"
Un fatto emerge su tutti: non c'è una sede giudiziaria "europea" capace di rendere un'interpretazione dei Trattati conforme alla legalità di diritto internazionale, in cui debbono tutt'ora inserirsi i Trattati. L'Italia non ha reagito con i passi che i mezzi del diritto internazionale le imponevano di adottare, secondo precise disposizioni costituzionali (art.11 e 139 Cost, qui più volte esaminati), in chiave di autotutela della sue posizioni: una volta esclusa una "idoneità", anzitutto ideologica, della Corte europea, a compiere questa opera di salvaguardia della funzione cooperativa dei trattati, negli specifici (e invece ignorati) meccanismi che regolano una moneta unica, tutt'ora l'Italia non sembra neppure consapevole del problema.
Questo sistema in Germania si incentra sulla "Ipex", la sua export bank, che, guarda caso nasce da una costola della Kfw, più o meno una cassa depositi e presti in salsa teutonica. L'operazione di spin off fu chiesta a gran voce dalla Commissione europea, preoccupata di una concorrenza sleale a danno delle imprese del resto del continente per l'appoggio fornito dalla cassa alla aziende tedesche esportatrici. Il commissario Ue per la Concorrenza che mise la firma in calce alla richiesta? Mario Monti, guarda caso tra i migliori sponsor di un'export bank in salsa italiana. Un destino che sembra già scritto.
L'Ipex Bank è l'export bank dell'industria tedesca nata il 1° gennaio 2008 da uno spin off di Kfw, la Banca per la ricostruzione e lo sviluppo, detenuta per l'80%, dal governo federale e per il 20% dai Läender
La missione.
Sostenere i progetti di internazionalizzazione con finanziamenti a medio e lungo termine, dal credito all'export fino a operazioni di finanza strutturata. Non esistono pre-requisiti per accedere ai finanziamenti e la platea ammessa spazia dalle Pmi alle grandi imprese quotate.
La struttura. Il quartier generale è a Francoforte, ma Ipex è presente anche con uffici ad Abu Dhabi, Bangkok, Istanbul, Johannesburg, Mosca, Mumbai
.
L'Italia ha provato, con alterne vicende (dal 2010), ad utilizzare un sistema simile, incentrato sulla Cassa DD.PP. e la sua strutturazione - tramite coordinamento di competenze SACE e Simest e in "coordinamento con l'ABI", in una "Export Banca", che rimane, a quanto pare, una mera "convenzione" tra i osggetti  istituzionali predetti. Ma ha trovato, nel generale clima di prolungato calo della domanda (outputgap), determinato dall'adozione di un cambio nominale tarato sul marco, risorse del tutto inadeguate, drenate come sono dalle continue emergenze di deficit e consolidamento del debito, che ha accettato senza reagire, come sempre, e anzi accettando di far considerare, da una commissione UE guidata dalla influenza tedesca, come insostenibile il proprio debito (quando non lo è mai stato):
"Dopo le farraginosità del primo anno, la "formula" ha cominciato a funzionare meglio, tanto che (si legge nella relazione sui dati preliminari del 2012 della Cassa depositi e prestiti) l'anno scorso la dote della Cdp a sostegno della funzione di export finance è passata da 2 a 4 miliardi euro. Bruscoli, rispetto ai 61 miliardi messi in campo nel 2011 dalla Ipex, l'export bank di Berlino. Spiccioli anche se li si paragona a un contesto emergente, ma scoppiettante, come quello sudcoreano, la cui banca per le esportazioni quest'anno è pronta a stanziare fondi per 68 miliardi di dollari. Ma la direzione è tracciata.
L'acquisizione l'anno scorso di Sace e del 76% di Simest da parte di Cassa depositi e prestiti non ha fatto che oliare ulteriormente il meccanismo. Ora, dicono i ben informati, si tratta di realizzare l'integrazione funzionale, di armonizzare l'offerta. Per dare vita appunto a una Export bank vera e propria.
Per le imprese, si tratta di una marcia in più non da poco. Offrire sui mercati internazionali prodotti o infrastrutture di qualità spesso non basta: molto, nella scelta di chi acquista, incide la capacità di corredare l'offerta con un pacchetto di pagamenti dilazionati a tassi agevolati. Lo sanno bene le imprese tedesche, che spesso hanno successo all'estero proprio grazie a questo plus
."

Quello che conta non è soltanto il meccanismo utilizzato ma la sua essenza non cooperativa e il suo orientamento per "volume" e caratteristiche.
Basti dire al riguardo, che con la consueta vaghezza aggiustabile caso per caso, la Corte europea, avrebbe altrimenti affermato un autentico armamentario di principi contraddittori e suscettibili della più ampia applicazione arbitraria una volta collocati, come correttamente impone la realtà di un'area valutaria, nello scenario della moneta unica, per di più priva di un sistema di trasferimenti fiscali federali, e che perciò imponeva una ASSOLUTA ATTENZIONE AL PROBLEMA DEL COORDINAMENTO PREVENTIVO, COSTANTE E ARMONICO DELLE POLITICHE ECONOMICHE, SOCIALI E DEL LAVORO, specialmente in quanto incidenti sul totalmente trascurato, da parte delle istituzioni UE, equilibrio commerciale all'interno dell'UEM.
Li riportiamo dalla fonte citata per segnalarne i caratteri ora evidenziati e la plateale esigenza di "rilettura" nella situazione di "moneta unica" che la Corte europea ha fallito, deliberatamente o meno, di compiere:
i) origine pubblica
l’aiuto deve essere imputabile allo stato. La Corte ha  pacificamente ammesso che si considerano imputabili allo stato tanto gli aiuti concessi dalle autorità centrali degli stati membri, quanto quelli concessi dagli enti regionali e locali, dalla pubbliche amministrazioni e da ogni soggetto pubblico e privato creato o incaricato dallo stato per la gestione dell’aiuto medesimo

E' tuttora in discussione, invece, se per configurarsi un aiuto di stato sia necessario che il finanziamento dell’intervento sia effettuato tramite risorse pubbliche o meno. La Corte di Giustizia ha più volte affermato che una misura nazionale può costituire aiuto solo qualora venga finalizzata per mezzo di risorse statali, affermando che la fissazione di prezzi minimi al dettaglio, allo scopo di favorire i distributori a carico esclusivo dei consumatori non può costituire aiuto di stato.
Tale orientamento è stato successivamente confermato anche da ulteriori sentenze che hanno qualificato aiuti di stato solo i vantaggi concessi direttamente o indirettamente mediante risorse statali. Applicando tali principi la Corte di Giustizia, nel giudizio 13 marzo 2001, C-379/98, proposto da Preussen Elektra, ha ritenuto che la normativa tedesca che impone alle imprese private che forniscono energia elettrica, l’obbligo di acquistare a prezzi minimi prefissati l’energia del prodotta da fonti rinnovabili non costituisce aiuto di stato. Infatti il vantaggio che tale normativa attribuisce ad alcune imprese è realizzato tramite un trasferimento diretto o indiretto di risorse statali, ma è pagato dalla imprese private di fornitura di energia elettrica;
ii) vantaggio economico
la misura pubblica deve esser in grado di conferire  all’impresa che ne beneficia un vantaggio che non avrebbe ricevuto nel normale corso degli affari. La sentenza Ferring (Sentenza della Corte, Sesta Sezione, 22 novembre 2001, causa C-53/00) ha previsto che la remunerazione di un servizio prestato o il rimborso di pesi imposti nell’interesse pubblico, non costituiscono un aiuto in quanto in tal caso il destinatario non beneficia in realtà di un vantaggio ai sensi dell’art. 107 TFUE;
iii) selettività
per definirsi aiuto di stato, l’aiuto deve essere in grado di favorire determinate imprese e produzioni. Il beneficiario della misura pubblica deve essere pertanto una qualsiasi entità che eserciti un’attività economicamente rilevante e sia presente sul mercato dei beni e dei servizi. La disciplina comunitaria investe quindi su tutte le imprese, pubbliche o private che siano.
Tuttavia non costituisce aiuto una misura che favorisca l’insieme dell’economia,  come nel caso delle riduzioni generali dei contributi previdenziali e degli aiuti alla ricerca.

Nonostante tali esclusioni, determinate misure generali, che hanno l’effetto di alterare la preesistente situazione concorrenziale del mercato, possono comunque rientrare nel campo di applicazione dell’art. 107 TFUE qualora producano l’effetto di favorire determinati settori. La Corte ha infatti ritenuto che costituissero aiuti di stato la riduzione degli oneri sociali relativamente ad un determinato settore industriale. La dottrina ha affermato che per poter distinguere un aiuto di stato da una misura generale occorre di volta in volta verificare se la misura può essere giustificata in base ad una logica di sviluppo del sistema economico nel suo insieme ovvero rappresenti una deviazione rispetto all’assetto del sistema, diretta a ridurne gli oneri finanziari a vantaggio di specifici attori;
iv) effetti delle concorrenza
circa la distorsione della concorrenza, è stata data un’interpretazione piuttosto estensiva; la concorrenza risulta falsata qualora l’intervento dello stato provochi una modifica artificiale di certi elementi dei costi di produzione dell’impresa beneficiaria e rinforzi la sua posizione nei confronti delle altre imprese concorrenti. L’orientamento maggioritario sembra essere quello secondo cui è necessario verificare che l’aiuto sia tale da incidere sugli scambi tra gli stati membri e minacci di falsare la concorrenza fra le imprese situate in altri stati membri. La Commissione è tenuta a fornire indicazioni concrete sulla natura delle minacce portate dalla concorrenza ed al commercio intracomunitario, poiché la mancanza di una tale motivazione determina l’annullamento della decisione;

v) effetti sul commercio tra gli stati membri
spesso accade che un aiuto concesso incida sugli scambi tra gli stati membri. Un aiuto concesso dallo stato può rafforzare la posizione di un’impresa nei confronti di altre imprese concorrenti negli scambi intracomunitari. L’incidenza sugli scambi è stata accertata anche nel caso in cui l’impresa si trovi in concorrenza con prodotti provenienti da altri stati membri senza partecipare essa stessa all’esportazioni.
Non è escluso che un aiuto concesso dallo stato a un’impresa che esporta quasi tutta la sua produzione fuori dalla Comunità possa alterare la concorrenza intracomunitaria, in quanto l’esportazione verso paesi terzi di una parte delle produzioni dell’impresa considerata rappresenta soltanto un delle varie circostanza da valutare.
La mancanza di una delle sopra indicate condizioni, determina che la misura non costituisca aiuto di stato ai sensi del trattato e non è dunque sottoposta alle regole  del trattato circa la materia degli aiuti di stato.

Nonostante il principio del divieto degli aiuti di stato, l’art. 107 TFUE, paragrafo  2, prevede alcune deroghe di pieno diritto. Beneficiano automaticamente di una deroga:
i) gli aiuti a carattere sociale concessi ai singoli consumatori, a condizione tuttavia che siano accordati senza discriminazioni determinate dall’origine dei prodotti;
ii) gli aiuti destinati ad ovviare ai danni arrecati da eventi eccezionali, come le calamità naturali;
iii) gli aiuti alle regioni tedesche che risentono della divisione della Germania.
Possono considerarsi compatibili con il mercato comune, gli aiuti destinati:
i) a favorire talune regioni in ritardo di sviluppo;
ii) a contribuire alla realizzazione di un progetto di interesse europeo o a porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno stato membro;
iii) ad agevolare lo sviluppo di talune attività o regioni economiche;
iv) a promuovere la cultura e la conservazione patrimoniale;
v) altre categorie di aiuti determinate dal consiglio.

4.1) E' evidente l'aspetto critico posto in premessa e già evidenziato nel caso delle "riduzioni dei contributi previdenziali", poichè, contrariamente a quanto affermato dalla Corte in precedenza alla introduzione della moneta unica, questo intervento appare possedere TUTTI  I REQUISITI PER INCORRERE NEL DIVIETO,  tanto più guardando, punto per punto, le contraddittorie e ormai anacronistiche affermazioni della Corte, specie in tema di "settorialità" delle agevolazioni distorsive.
Quest'ultima, se non si volesse prestare acquiescenza ad ogni espediente mascherabile solo in virtù dei meccanismi di cambio (più o meno flessibile) anteriori alla moneta unica, e che la Corte non ha mai riconsiderato, aggiornandoli nel nuovo quadro giuridico-economico, pare nulla più che un residuo del passato.
La settorialità, infatti, e quindi la violazione del divieto di aiuto di Stato, può considerarsi decisiva solo se si prosegua a considerare i meccanismi monetari precedenti alla moneta unica, fingendone la attuale operatività.
E quindi, per converso, risulta essere proprio la "generalità" dell'"aiuto" ad essere superata come ragione di sua giustificabilità, nel meccanismo di interdipendenza commeciale di una moneta unica.
Questo stesso carattere "generale" giustificatore, tenuto in piedi come un simulacro del tutto anacronistico, viene in effetti ancora  oggi legittimato non scorgendo un disegno di alterazione della concorrenza che può emergere, cosa che la Corte vuole ignorare, solo esaminando l'andamento generale dei mercati, non settore per settore.
In una area valutaria, l'esame va necessariamente compiuto in base al "complesso" degli squilibri commerciali effettivamente imputabili a quella misura fiscale.
E ciò specialmente quando, in modo significativo, come nel caso della Germania, una misura si debba ritenere, per il suo obiettivo effetto sui tassi di cambio reale, intenzionalmente non coordinata con gli altri Stati aderenti all'UEM e dannosa per essi, in quanto non giustificata da alcuna situazione congiunturale considerata proprio dal par.2 dell'art.107, (cioè, anzitutto dal grave turbamento dell'economia).
E infatti, in concreto, un governo è perfettamente in grado di preventivare e orientare verso l'export, anche attraverso politiche apparentemente generali di fiscalità, proprio i settori complessivi che ne fanno esplicita richiesta, componendo un quadro di contatti politici che non può non essergli noto in anticipo e che tengono conto, appunto, in anticipo, del funzionamento dei tassi di cambio reale in un'area a moneta unica.
Analoghe considerazioni valgono per i fenomeno del credito alla esportazione, quando esso raggiunga livelli di valore quali quelli tedeschi, e, ancora una volta, si collochi nelle dinamiche della moneta unica, che non potevano e non dovevano essere ignorate nè nel comportamento di "buona fede" nell'esecuzione dei trattati che doveva seguire la Germania, nè dall'esame concretamente devoluto alla (inutile) Corte di Giustizia, che non pare obiettivamente avere le competenze per gestire con la dovuta oculatezza le difficoltà già insite nella voluta imperfezione della disciplina UEM.

5. Registrato questo "bollettino" di una guerra persa in tutti i modi e a tutti i livelli, dall'Italia, senza neppure provare a combattere (come invece la Costituzione imponeva ai governi italiani coinvolti), oggi la situazione è clamorosamente sbilanciata.
Ma i tedeschi non si accontentano. Basta leggersi questo articoletto su "Il Messaggero" di oggi, tra i tanti comparsi nei giornali italiani, riguardante le ultime dichiarazioni del solito Schauble.
"Berlino avverte la BCE: non violi i trattati per aiutare l'Italia."
E già qui si parte male: Schauble, esponente governativo tedesco non può che aver parlato nell'esercizio delle sue funzioni.
Quindi ha già, per ciò solo, e come al solito impunemente, violato una delle più importanti norme del Trattato, una di quelle che i tedeschi considerano essenziale, ma evidentemente solo a proprio unilaterale favore.
Cioè l'art.130 del TFUE: "Nell'esercizio dei poteri e nell'assolvimento dei compiti e dei doveri a loro attribuiti dai trattati e dallo Statuto del SEBC e della BCE, nè la Banca centrale europea, nè una banca centrale nazionale nè un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o agli organismi dell'Unione, DAI GOVERNI DEGLI STATI MEMBRI nè da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni gli organi e gli organismi dell'Unione, NONCHE' I GOVERNI, DEGLI STATI MEMBRI SI IMPEGANO A RISPETTARE QUESTO PRINCIPIO E A NON CERCARE DI INFLUENZARE I MEMBRI DEGLI ORGANI DECISIONALI DELLA BANCA CENTRALE..."
Ma qual'è il casus belli che conduce con la consueta iattanza Schauble a dettar "istruzioni" in tono perentorio in aperta violazione dei trattati?
La ventilata possibilità di acquisto da parte della BCE dei così detti ABS (asset backed securities) dei paesi del sud Europa.  Per Schauble, ciò costituirebbe un "finanziamento" nascosto agli Stati più deboli", che avvantaggerebbe le PMI italiane. 
Cioè si avrebbe un'operazione di questo tipo: i crediti delle imprese italiane verso lo Stato, (ancor prima di essere pagati con farraaginose creazioni legislative in pareggio di bilancio, per "quote" che sarebbero in realtà ipoteticamente scaglionate nei prossimi anni in corrispondenza di equivalenti tagli alla spesa pubblica), sarebbero ceduti alle banche italiane e da queste "cartolarizzati", cioè resi dei titoli obbligazionari basati sull'asset del debito-garanzia statale (considerato sostenibile e quindi altamente solvibile), e poi scontati presso la BCE che li acquisterebbe rilasciando la corrispondente liquidità alle banche che potrebbero, contando su ciò, immediatamente anticipare le relative somme alle imprese, fornendogli i fondi per evitare chiusure e insolvenze
Tutto ciò per Schauble costituirebbe un "finanziamento statale occulto" vietato dall'art. 123 TFUE.
Ma così non sarebbe, dato che la norma in questione , oltre a vietare l'acquisto diretto di titoli pubblici (cioè alle aste di collocamento), per la BCE, vieta la concessione di scoperti di conto corrente o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia alle amministrazioni statali o a enti pubblici o organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri. Ipotesi in cui non rientra, a rigore, in modo diretto, una evenienza del genere.
A essere finanziate sarebbe le banche, private e non destinatarie del divieto, che sarebbero a loro volta creditrici, certo agevolate e garantite dalla provvista BCE, dello Stato. Le imprese cedenti sarebbero originariamente creditrici dello Stato ma garanti "pro solvendo" verso le banche cessionarie: cioè il credito sarebbe estinto, verso lo Stato, ma solo nei diretti confronti delle imprese, in quanto se lo Stato italiano (in futuro) non pagasse le banche, le imprese stesse rimarrebbero solidalmente obbligate verso le stese banche cessionarie a corrisponderne l'importo.
Quella che salta agli occhi è l'arroganza illimitata dell'atteggiamento.
Se mai fosse ipotizzabile un indiretto finanziamento allo Stato, ma molto indiretto, data la pendenza dell'obbligazione solidale delle imprese sull'asset sottostante, lo sarebbe solo in una visione meno forzata e certamente più rispettosa dello spirito dei trattati di quella in base alla quale i tedeschi hanno effettuato, con la defiscalizzazione del lavoro delle riforme Hartz e con il massiccio credito alle esportazioni, gli aiuti di Stato in favore dei propri specifici ( e attentamente programmati) settori industriali esportatori.
In questa situazione, in cui la scarsa cooperazione che ha portato alla preventiva e gravissima violazione dei trattati da parte tedesca si aggiunge alla violazione del divieto di dare istruzioni alla BCE e alla capziosa interpretazione dei trattati per CONSOLIDARE IL VANTAGGIO COMPETITIVO TEDESCO RAGGIUNTO NEL MODO ILLECITO QUI AMPIAMENTE ESAMINATO, starebbe al nostro governo attivarsi e reagire.
Questo è un banco di prova fondamentale per dimostrare che, nonostante i proclami e le anime "candide e fognatrici", non ci sia alcuno spazio di trattativa coi tedeschi.
E non solo, ma di fronte al loro massiccio  e decisivo inadempimento dei trattati, anche per far valere il principio, del diritto dei trattati, "jus cogens" inderogabile (art.60 Convenzione di Vienna), che "inadimplenti non est adimplendum": cioè non può fare la voce grossa, per di più su questioni per le quali è vietata dal trattato ai governi, ogni presa di posizione, chi non sia rispettoso delle regole che invoca, esclusivamente a suo favore.
Ma non attendetevi cooperazione, ravvedimento o dignità di azione. Nè dal governo tedesco nè da quello italiano.
Fino a quando rimarremo in un trattato ad applicazione "diseguale", in cui è impedita ogni parità di condizioni, imposta dall'art.11 Cost., e ogni considerazione della dovuta importanza che, per la stessa ripresa mondiale, ha l'economia di un grande paese come l'Italia? Che ha il solo torto di dare fastidio con la sua (residua) vitalità industriale alle mire imperialistiche della Germania? Fino a quando dovremo farci trattare come un paese di serie C, lasciando calpestare la nostra Costituzione?

venerdì 10 maggio 2013

L'EUROPA DELLE BANCHE, SACCOMANNI E LE SUPPLY SIDE POLICIES UE

Dunque riassumiamo.
Imposta in Europa, di sicuro in Italia, la dottrina delle banche centrali indipendenti, un "gruppo di banchieri" si chiude in una stanza e tira fuori Maastricht.
Cioè (a tacere del resto, che conta però molto meno se conservi la sovranità monetaria e quindi quella fiscale), un'area valutaria (non)ottimale in cui il potere di mettere moneta, per gli Stati aderenti, apparteniene ad una banca centrale indipendente, non correlata ad alcun governo fiscale dell'area stessa. E quindi una moneta unica affidata esclusivamente alle determinazioni di tale banca indipendente circa i tassi e le operazioni sulla liquidità: il tutto, con certezza, nell'ambito di una politica monetaria "credibile" nel senso predicato dai Lucas e dai Sargent, che cioè fosse esclusivamente (nel tempo ciò ha superato per default ogni altro dato normativo dei trattati), volta a garantire la stabilità dei prezzi, cioè a combattere l'inflazione.
Convinti che ciò portasse al costante riequilibrio dei mercati in base alla legge della domanda e dell'offerta, garantendo il livello "naturale" di piena occupazione. Cioè di "qualsiasi" livello implicato da una stabilizzazione dei prezzi verso il basso e conforme alle scelte di investimento delle imprese, orientate in base alla "aspettative razionali": che poi,in pratica sono quelle di soggetti monopolisti o oligopolisti, cioè i meno soggetti possibile alla "forte competizione", accuratamente rafforzati in tali posizioni dalla restante legislazione UE, creativa di un minuzioso dumping normativo, e  orientate sul bench mark dei rendimenti finanziari, agevolato dalla rendita di posizione sul mercato. Nonchè partecipanti al gigantesco festino dell'acquisizione, sempre in posizione di rendita, delle imprese pubbliche.
Tant'è che l'effetto spiazzamento dei maggiori investimenti che la contemporanea limitazione della presenza statale dall'economia avrebbe dovuto portare non si s'è mai registrato. E perchè mai avrebbe dovuto, quando la redditività è affidata alle operazioni sui titoli finanziari e alla deflazione del lavoro?
A loro volta le piccole e medie imprese, quelle più soggette alla predicata "forte competizione", non rientranti in questo disegno di "tutela dall'alto", erano destinate a soccombere come obsolete rappresentanti di un mondo capitalista superato, incapace sia di contrattare il costo del lavoro con la dovuta logica deflattiva, sia di effettuare gli investimenti e la propagandata "ricerca" che la forte competizione richiederebbe.
Ma tale concorrenza, in realtà, è stata alterata, da un lato, dal dumping stesso (che in realtà ha ratificato e incentivato le tendenze inevitabili del capitalismo contemporaneo), dall'altro dal meccanismo di area valutaria imperfetta, cioè non affidato a trasferimenti che consentano di compensare gli inevitabili squilibri commerciali tra stati aderenti.
Squilibri commerciali anzi ben prevedibili dall'inizio, specie tralasciando intenzionalmente di perseguire le pur previste politiche coordinate in capo economico, tributario e del lavoro: il tutto per consentire, in violazione di qualsiasi spirito cooperativo intrinseco ai trattati, di concorrere essenzialmente sulla competitività (relativa) di prezzo, determinata dall'abbassamento dell'inflazione mediante riforme del lavoro e svalutazione dei tassi di cambio reale in forma aggressiva verso i componenti della stessa area valutaria. Strategie, cioè, di mercantilismo, per di più attuate dagli Stati che, già in precedenza, perseguivano inflazioni tradizionalmente più basse, al fine apertamente teorizzato di espandersi commercialmente a danno degli altri, nella stessa area valutaria.
Nel quadro monetarista acriticamente recepito, corredato del divieto di ogni forma di credito erogabile agli Stati da parte della banca centrale "unica",  ciò ha significato diluire costantemente l'immissione nel sistema economico di liquidità ad alto potenziale.
Ma non ovviamente per le banche, a seconda della necessità, creata patologicamente dalla loro "universalità", cioè dalla indiscriminata vena speculativa perseguita coi soldi dei depositanti e sottratta, per sistema normativo progressivamente rafforzato, a seri controlli sia interni che esterni sui bilanci: i cui problemi emergono invariabilmente in condizioni "critiche", cioè non in base a controlli effettuati in base a criteri prudenziali concreti e mirati, ma a voragini ormai manifestatesi ed al cui ripianamento hanno di recente provveduto gli Stati aumentando il debito pubblico da collocare a crescenti interessi...presso la banche stesse.

Quindi la BCE ha voluto praticare costantemente tassi di interesse fissati anelasticamente verso l'alto, ritardando ogni correzione anticiclica, seppure nel senso limitato che ciò può comportare, e ottenendo di avere un cambio valutario, verso l'esterno dell'area, in costante rafforzamento.
Le banche hanno potuto così vivere il calo dei tassi dovuto alla discesa dell'inflazione, registratasi in tutto il mondo a partire dagli anni '90 (e anche prima), senza rischi di cambio nei rapporti con le aree commerciali di naturale maggior interscambio e fruire, in definitiva, di interessi reali positivi, rispetto all'inflazione, sia sui titoli del debito pubblico sia sui crediti erogati. Con il connesso vantaggio di potersi scegliere il paese e i titoli più vantaggiosi all'interno dell'area valutaria per concedere il credito ed accumulare interessi più alti di quelli ottenibili nel proprio paese. Una situazione che, nonostante gli strepiti del 2011, non è sostanzialmente venuta meno, anzi, è stata corretta, a garanzia dei sistemi bancari creditori, con politiche di consolidamento fiscale imposte ai paesi-sistemi debitori, che hanno essenzialmente inciso sui redditi dei cittadini e sulla loro occupazione.
Insomma, una vera manna bancaria, non correlata a un fiorire dell'intermediazione creditizia sull'economia reale, proprio per il carattere "universale" che ha trascinato profitti e liquidità verso gli impieghi speculativi finanziari, che si sono aggiunte, come dimostrano i casi tedesco e francese (e in misura molto più limitata e contingente quello italiano), a quelli dettati dalle convenienze dei differenziali di inflazione e di rendimento negli stessi paesi dell'area, alimentando regolarmente bolle speculative immobiliari e di credito al consumo drogato (verso la importazione).
Ovviamente, non poteva esaurirsi in ciò un'area valutaria, dato che la moneta era destinata comunque a regolare i pagamenti, il credito e in generale l'attività economica delle comunità statali interessate. Ora, nonostante che così non potesse funzionare, perchè ha il "piccolo inconveniente" di distruggere la domanda aggregata (occupazione, consumi e investimenti non finanziari), nei paesi debitori, si dice che bisogna andare avanti ad ogni costo. In Italia, soprattutto.

Ed infatti, di tutto questo non si tiene in alcun conto ancora oggi, ripetiamo, e lo si propone come un "obolo" indispensabile per poter fruire degli immaginari vantaggi, non altrimenti indicati (se non in ridicoli spot progandistici relativi al turismo in altri pesi UEM), che il sistema avrebbe comportato.
Di sicuro per le banche e di sicuro per il fronte della grande industria che ha potuto giovarsi del sostegno del sistema a giustificazione "lovuolel'europa", nello sterilizzare il costo del lavoro, vedendo accolte le misure di riforma del relativo mercato, nel senso della precarizzazione e della concertazione moderatice coi sindacati, e, ancor più, nel senso della costante e crescente deprivazione del sostegno pubblico all'economia, accoppiandosi questa anomala etero-sovranità monetaria con limiti di deficit e vincoli di consolidamento del bilancio, uniti alla privatizzazione delle attività economiche degli Stati: cioè, come si è detto prima nel descrivere la vera natura della "forte competizione UE" alla cessione, a prezzi accuratamente depatrimonializzati, a investitori privati, di settori ad alto flusso di cash, altamente vantaggiosi, per lo più in posizione di rendita monopolistica e oligopolistica, con ulteriore spinta ad accentrare il profitto e al peggioramento del livello dei servizi e dell'onere tariffario per gli utenti. Senza alcun progresso tecnologico e miglioramento dell'efficienza, rimasti un mito sulla carta smentito clamorosamente dai fatti

Ora, ieri sera mi è capitato di sentire un'intervista a Saccomanni fatta da una giornalista che andava avanti a fare le domande, con aria sussiegosa e padrona di sè, senza in realtà ascoltare le risposte. Era evidente che non ne comprendeva il senso, e che non aveva alcuna idea del quadro ora sommariamente descritto, e che quindi sarebbe stato persino inutile che cogliesse il senso effettivo delle risposte, essendo la tipa avvolta nell'idea che, insomma, in fondo il problema è il debito pubblico e Saccomanni, dall'alto della sua indiscussa competenza, confermava questo dogma da ogni poro.
La cosa che mi ha fatto sobbalzare, però, è stata la risposta del ministro circa i vantaggi concreti che la "chiusura" della procedura di deficit eccessivo aperta contro l'Italia avrebbe comportato. Concetto ripetuto cripticamente dal ministro da quando si è praticamente insediato. Tale risposta è stata che, ad esempio, l'Italia avrebbe potuto accedere a un finanziamento europeo magari con un co-finanziamento Ma cosa ha voluto dire?
Non poteva logicamente riferisi ai fondi europei del bilancio UE 2014-2020, che, a parte la tormentata vicenda della loro approvazione in misura ridotta, rinviata al vertice del prossimo 22 maggio, ci vede come contribuenti netti, più della Germania (in percentuale pro-capite sul PIL), e che dovrebbero costituire una voce di entrata che non richiede altro che la nostra regolare contribuzione e la capacità di spendere effettivamente tali "restituzioni" (che sono in passivo, nel senso che se non ci fosse l'UE, avremmo più soldi dei contribuenti italiani a disposizione).

Due ulteriori premesse.
Nella intervista e nelle dichiarazioni non compariva alcuna analisi delle emergenze dell'economia reale e delle loro cause. Non si diceva quindi come si sarebbe potuta affrontare la disoccupazione e la, evidentemente connessa, crisi delle imprese costrette a chiudere per mancanza di crediti erogati da parte del sistema bancario.
Che è poi un altro modo di dire che, essendo ovvia la rinuncia all'autofinanziamento (un tempo sistema diffuso per il reinvestimento nelle imprese italiane), si pone un problema, grande come l'Everest, di domanda: prima estera, determinato dal tasso nominale  di cambio fisso e dalla rivalutazione cumulativa dell'inflazione sul rasso di cambio reale, che aveva affossato nella stagnazione la nostra industria; poi interna, conseguente a tutto il resto delle politiche fiscali imposte dall'adesione all'UEM, che aveva proprio condotto alla recessione.
Quindi, per Saccomanni una problema di domanda non c'è. L'occupazione, ormai è scontato, si rilancia con le riforme strutturali: cioè con....disoccupazione e precarietà, tanto la competitività dipende solo dal costo del lavoro. E comunque non è problema degno di essere rimesso in discussione.
C'è solo il problema di "un'intera revisione della tassazione sugli immobili" e di "riduzione della tasse sul lavoro e sulla impresa, finanziandola con delle formule che non prevedano altro debito", come detto nel reportage dell'intervista televisiva rinvenibile sul Sole 24 ore.
Detto che la riduzione di tasse sul lavoro e sulla impresa non si capisce come sia effettuabile senza "altro debito", tranne tagliare ulteriormente la spesa pubblica, (cosa poco prima esclusa nella stessa intervista: il bilancio è bello stirato e "senza pieghe" e non ci sarà bisogno di una nuova manovra" in corso d'anno....????), si tratta pur sempre di supply side policies, cioè politiche sul lato dell'offerta.
Le stesse che hanno scarsa efficacia in situazione di cambio valutario che deprime le aspettative di vendita dei nostri prodotti all'estero, e che ha provocato, da 15 anni (almeno), per l'accumulo di indebitamento di sistema e l'output gap del nostro PIL da deficit commerciale (con crescente difficoltà a rispettare i parametri fiscali di Maastricht dato il calo della base imponibile), lo stesso credit crunch, e che è ben descritto dalle leggi di Thirlwall e Verdoorn sulla crescita e la produttività.
Che naturalmente Saccomanni non considera, neanche per un attimo. Contentandosi (ma non è il solo) di vedere il calo delle importazioni dovuto allo spaventoso calo dei consumi, cioè alla recessione, mentre il volume delle esportazioni rimane sostanzialmente invariato (cioè è solo calo della domanda e non c'è alcuna ripresa industriale).

E qui si innesta la seconda premessa: dal reportage del Sole scompare l'accenno al fnanziamento europeo e al cofinanziamento, proprio quello che la intervistatrice non ha, guarda un pò, "raccolto" e cercato di approfondire. 
Ma sono sicuro di non essermelo sognato (era presente anche Sofia con cui abbiamo prontamente commentato il "liscio" della giornalista).
Forse Saccomanni si riferiva veramente ai fondi UE ordinari, cioè al bilancio nel quadro finanziario 2007-2013,  e che per poter sfruttare occorrerebbe evidentemente "prendere tempo" (uscendo dalla procedura di deficit presso la Commissione).
Solo che la storia del "cofinanziamento" lascia presagire una linea di credito aggiuntivo già contrattata dall'Italia per proprie esigenze con una favorevole valutazione di criteri. In più questo finanziamento, coerentemente con  le premesse (si spera), non dovrebbe creare "altro debito", ed essere consentito in quanto si sia fuori dalla procedura UE per deficit eccessivo.
Ci soccorre questo articolo de "Il Giornale": "In realtà, il governo italiano non sembra affatto intenzionato a chiedere slittamenti per il raggiungimento del target. Oggi abbiamo un deficit certificato dalla Commissione al 2,9% per il 2013, con la previsione di una sua discesa al 2,5% nel 2014. Una circostanza che consente di sbloccare 12 miliardi di co-finanziamenti europei da dedicare agli investimenti."
Ma che roba è? Parrebbe trattarsi di questo (dal portale UE delle PMI): cioè di finanziamenti a cui avrebbero accesso le imprese italiane, a quanto pare, in quella misura di 12 miliardi, e che sarebbe una forma alternativa al finanziamento bancario e direttamente gravante sui loro bilanci, quindi non creativa di "altro debito pubblico". O ancor meglio di questo, cioè dei "finanziamenti alla politica regionale e di coesione per il periodo 2007-2013" che "ammontano a 347 miliardi di euro (pari al 35,7% del bilancio totale dell’UE per tale periodo), ossia poco più di 49 miliardi di euro l’anno" di cui all'Italia spettano (in parziale restituzione di quanto già erogato come contributi)  circa 28 miliardi per l'intero periodo 2007-2013.
Insomma, noi paghiamo, caricando anticipatamente sul nostro debito pubblico le contribuzioni al bilancio dei vari fondi UE, ma poi i soldi ci vengono ridati solo se rispettiamo i limiti di deficit, sforati magari anche per aver dovuto contribuire al bilancio UE! E naturalmente sforati per una recessione indotta dal consolidamento di bilancio impostoci dalla UEM e comunque reso arduo dal meccanismo dell'euro e dei tassi di cambio reali sfavorevoli e invece svalutati dalla Germania (come ormai denunzia persino il Belgio)
Ma non altrettanto accade, evidentemente, per tutti gli altri paesi UEM, dato che siamo i soli oltre alla Germania a presentare un deficit sostanzialmente in linea col 3%, almeno tra quelli "non disagiati", cioè classificati come beneficiari dei fondi UE per il loro ritardo economico-industriale rispetto a determinate percentuali del PIL medio UE.

Ma veniamo al dunque: davvero si pensa che con supply side policies per 12 miliardi - mentre si preparano inevitabili altri tagli della spesa pubblica "improduttiva" cioè quella sulle funzioni e sulla struttura della pubblica amministrazione-, corrisposti non si sa bene quando, l'Italia possa risolvere i propri problemi di domanda?

Anche perchè le "aspettative" di ulteriori politiche del governo, che ci si attende che Saccomanni attui senza indugi, e sulle quali le sue dichiarazioni risultano pefettamente in linea, sono così descritte dall'editoriale odierno dello stesso Sole 24 ore:
"Rimodulazione dei fondi europei, tagli alla spesa improduttiva, riduzione del perimetro dello Stato, dismissioni immobiliari, risparmi sugli interessi sul debito: si individuino le fonti di finanziamento e si presenti un piano trasparente di intervento."
Il tutto perchè "urge una strategia complessiva del Fisco per la crescita" e sempre, però, nel rispetto degli obiettivi di consolidamento del bilancio e di riduzione del deficit. Cioè proseguendo in pareggio di bilancio, con tagli alla spesa pubblica, in base a meccanismi già innescati dai precedenti governi, ma non ancora portati a compimento, e quindi incidenti in pieno nei prossimi esercizi, senza bisogno di manovre aggiuntive.

La verità?
Questi signori non hanno la più pallida idea di come fronteggiare la crisi.
La BCE, grande regista di tutta la strategia UEM, non trova di meglio di ammettere di aver sottovalutato gli effetti depressivi a fa il "mea culpa" (sempre sul Sole, pag.8), affrettandosi ad aggiungere però, che per la crescita bisogna completare i "primi passi" verso la (indovinate?) completa riforma del mercato del lavoro per raggiungere la competitività. Non gli basta continuare a toppare, e a prendere per buona la linea che ha provocato la crisi da domanda: devono aggiungere altra deflazione salariale. Non sia mai che la domanda si riprenda e le teorie mainstream-Von Hayek ne risultassero smentite. Riduciamo il perimetro dello Stato e il salario: poi se va male lo stesso, un bel "mea culpa" e tutti a...Davos.
In Italia nessuno è sfiorato dal dubbio: si sentono in una botte di ferro. Abbiamo la soluzione. Nel 2014, dovendo portare il deficit pubblico da 2,9 (se pure mai fosse rispettato) a 2,5 "ce la faremo", perchè usciremo dalla recessione, coi tagli della spesa e delle detrazioni fiscali.
Vogliamo scommettere?