domenica 21 dicembre 2014

ABENOMICS ASFITTICA? DEMOGRAFIA, DELOCALIZZAZIONI E QUELLA "STRANA" DEFLAZIONE SALARIALE.

Questo post di Sofia ci illustra i meccanismi principali delle incorreggibili tendenze della crescita del PIL ricercata senza crescita della domanda interna: un modello basato sulla "competitività" (crescita export-led), quando si radica, finisce per considerare la domanda interna un qualcosa di assolutamente "fastidioso". Che, pure, si prende la sua rivincita.
Una lezione che, in Italia, si ignora completamente. E infatti, questa analisi è del tutto assente dai commenti italiani sulla Abenomics. Ma non da quelli, come vedrete, compiuti in altri paesi. Un'incredibile dimostrazione del bis-linguaggio ordoliberista, alacremente all'opera nell'auto-distruzione tutta italiana. 
Insomma, tra Keynes, Patinkin e Friedman, Abe non ha trovato una soluzione risoluta: troppo retaggio compromissorio con un recente passato di politiche deflattive sul versante del costo del lavoro, e troppa aspettativa sulla politica monetaria. Forse, tra i 3 ha vinto Patinkin: ma senza che gli investimenti interni, al contrario delle delocalizzazioni, siano ripartiti (perchè essenzialmente hanno bisogno della domanda interna e l'effetto "saldi reali" rimane una sorta di strana deduzione astratta)...


Japan-GDP_2010-2014-Q3





Fonte: http://www.businessweek.com/articles/2014-02-06/japans-abenomics-recovery-needs-healthy-pay-raises

Il voto dei giapponesi, se pure con un alto indice di astensionismo, si è espresso in favore (o meglio in favore della riconferma) del programma economico, battezzato “Abenomics”, fatto sulla falsariga del programma di Quantitative Easing americano: forti stimoli economici per innescare una fase di crescita dopo almeno due decenni di stagnazione e - più recentemente - di deflazione.
Dopo l’avvio dell’AbePiano i dati economici si erano mostrati non rispondenti alle aspettative e per questo il premier giapponese aveva deciso per le elezioni anticipate.
Una mossa riuscita, a quanto pare, perché Shinzo Abe, al governo dal 2012,  è così riuscito ad assicurare al proprio partito liberal-democratico di centrodestra  una maggioranza più solida (i due terzi dei seggi).
La retorica dell’Abenomics ricorre alla tradizionale metafora giapponese delle “tre frecce”, che insieme non possono essere spezzate e prevede  l’emissione di nuova moneta, un aumento della spesa pubblica tramite programmi statali per stimolare l’economia, uniti ad alcune riforme strutturali di lungo periodo per consentire un aumento degli investimenti del settore privato, maggiore concorrenza e un innalzamento del tasso di popolazione attiva. Sostanzialmente si tratta di politiche espansive attuate dal governo e dalla Banca del Giappone con lo scopo di  risolvere la deflazione e lo scarso tasso di crescita.
Detto anche in altri termini (poiché la rivalutazione eccezionale dovuta all’afflusso di capitale dall’estero dopo la crisi del 2008 aveva praticamente azzerato l’export e mandato l’import alle stelle)  la manovra monetaria denominata Abenomics aveva tre obiettivi: abbattere il cambio per favorire l’export e ridurre le importazioni; monetizzare il nuovo debito pubblico facendolo comprare in larga parte alla Banca centrale del Giappone; creare una inflazione di almeno il 2% annuo per invertire le aspettative dei consumatori e ridurre il peso sul pil del debito pubblico nominale. 

Le iniziative del nuovo governo avevano inizialmentedato buoni risultati (la disoccupazione è scesa e la spesa delle famiglie è aumentata).
Ma poi i consumi hanno ripreso a scendere.
Il prodotto interno lordo reale della terza economia mondiale nel secondo trimestre 2014 ha registrato un calo annualizzato del 6,8%, corrispondente a una contrazione dell'1,7% sul trimestre precedente (-0,1% trimestre su trimestre in termini nominali).
Il calo dei consumi è stato attribuito all’aumento della tassa sui consumi passata dal 5 all’8% nell’aprile del 2014 (anche se in seguito a una legge approvata nel 2012 dal Partito Democratico, che allora era al governo, per ridurre l’enorme debito pubblico del paese).  In base alla stessa legge, fra l’altro, nell’ottobre del 2015 la tassa sui consumi dovrebbe salire al 10% e in molti hanno iniziato a dubitare dell’efficacia dell’Abenomics e per questa strada si è arrivati alle elezioni di cui si è detto. 



Come si vede dal grafico, l’Abenomics ha funzionato per un certo periodo di tempo, perché allora i consumi sono tornati a scendere?
Una prima ragione può consistere nel fatto che la diminuzione del tasso di disoccupazione non è stata accompagnata da un aumento dei salari che avrebbero potuto continuare a sostenere la domanda interna (e quindi i consumi).
Sembra, anzi, che nonostante l’aumento dei profitti delle imprese, i salari non siano aumentati (quantomeno quelli reali). Alcune imprese hanno risposto con aumenti salariali modesti, ma non abbastanza per tenere il passo con i prezzi, che hanno mostrato un andamento crescente in conseguenza degli  stimoli monetari e dell’aumento dell’imposta sulle vendite.
Come sempre, complice di questo andamento dei salari è la flessibilità del mondo del lavoro, particolarmente accentuata pure in Giappone (e non soltanto per impostazione normativa, ma anche per un fattore culturale perché i giapponesi preferiscono il lavoro a qualunque salario piuttosto che la disoccupazione o l’incentivo di disoccupazione statale); il modello Life-term Employment” degli anni ottanta e le concertazioni di primavera, tipiche del modello nipponico, sono ormai superati e sostituiti dalla diffusione del c.d. “Arbaito in cui le parti concordano la remunerazione oraria e le ore complessive di un rapporto di lavoro delimitato nel tempo e liberamente terminabile dalle parti. 
 
E si sa che il paradosso della flessibilità è che il calo dei salari e dei prezzi aumenta in termini reali il fardello del debito, deprimendo ulteriormente la domanda.
Una seconda ragione è che se pure i segnali di ripresa fossero ancora fragili, il Giappone non ha saputo resistere alla tentazione di aumentare le tasse nella speranza di ridurre il massiccio carico di debito del Giappone ed aumentare le esportazioni a scapito delle importazioni. Occorre evidenziare, a questo proposito, che alcuni economisti avevano individuato, tra le cause della difficoltà di crescita delle esportazioni, la delocalizzazione – v. caso Mazda che produce in Cina o Toyota che produce oltre che in Europa anche in Messico e Stati Uniti – che rende strutturalmente più difficile per le esportazioni salire, anche con lo yen ai minimi pluriennali a seguito delle politiche di Abe.

Con l’aumento dell’iva sono state colpite le importazioni e secondariamente, attraverso la riduzione dei consumi nazionali, si è mirato ad aumentare le esportazioni grazie ad una politica deflazionistica, ovvero abbassando i prezzi delle merci nazionali che sono divenute meno richieste nel mercato interno.
Soltanto che la riduzione del costo del lavoro, finanziato mediante il gettito addizionale dell’Iva, pur riducendo il prezzo delle esportazioni (fungendo da stimolo alla crescita delle stesse), si trasforma anche in mancato sostegno alla domanda interna,  finendo per annullare gli effetti delle politiche espansive e con i risultati sui consumi che si sono visti.

Japan Government Budget Fonte: http://streetlightblog.blogspot.it/2011_11_01_archive.html
 
 
 
Ed ecco la prova della "contraddizione" giapponese, nonchè del destino dei paesi che adottano il salario minimo, come abbiamo visto qui. Notare la correlazione tra "fissità" del salario lungo l'anzianità di lavoro, così "scissa" dalla tutela sindacale di inquadramento che si lega alla "non precarietà" della posizione lavorativa:

Fonte: http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2013/08/19/the-u-s-has-a-7-25-minimum-wage-australias-is-16-88/

minimum_wage_comparison


Questo era:
Fonte: http://mrzine.monthlyreview.org/2010/images/hk_figure_6.jpg 

Figure 6

Ma prosegue:
Fonte: http://www.zerohedge.com/news/2014-12-02/abenomics-devastation-japanese-real-wages-decline-record-16-consecutive-months




Alla luce di questi ultimi aspetti, quindi, sono tornate ad accentuarsi le critiche all’Abenomics ravvisando quali elementi di debolezza il fatto che:

venerdì 19 dicembre 2014

IL DEBITO, LE RIFORME E IL BIS-LINGUAGGIO: TUTTO IL "PICCOLO" CONFLITTO DI INTERESSI DEI BANCHIERI



scimmiette.jpg

Forse qualcuno potrebbe non scorgere la connessione tra questo post, propostomi dall'ineffabile PoggioPoggiolini, e quello precedente (sull'ipotesi frattalica, legata al TTIP e alla sacrificabilità condizionata dell'euro). 
Ma se non la scorgete, vuol dire che siete lettori distratti del blog. (O non ne siete affatto lettori).

ASSONNATI, AVIDI, SPENSIERATI & LE RIFORME

1. Frequentare i sotterranei di vecchi e nobili palazzi non è pratica salubre per via delle umidità che nel corso del tempo hanno intriso muri vecchi di muffe mefitiche e per la strana popolazione diventata commensale: blatte, piattole, scarafaggi, topi, sorci, ratti, pantegane, surmolotti, zoccole, variamente denominati per la specializzazione che hanno assunto nel tempo, dall’idioma locale e dal diverso grado di pericolosità nella trasmissione “malarica”.

Nel mese di novembre – quello che nonna Ambrosina avrebbe inaugurato con la recita delle poesie dialettali di Delio Tessa[i], certamente cominciando da “L’è il dì di mort, alegher!” per proseguire con la satira del ventennio “Alalà al pellerossa” - si sono celebrati una nutrita serie di forum, convegni, convivi del mondo finanziario internazionale attorno al problema del DEBITO che - a quanto pare e non poco  – sta preoccupano molti e attorno al quale, da tempo, si snocciolano una serie di scenari proponibili, ipotesi di svolta, di soluzioni per passare, confezionato il “pacco”, all’incasso.

Iniziando da quella di Beijiing (Pechino per gli “zotici”) l’International Finance Forum 2014 Annual Global Conference nel corso della quale Jaime Caruana, DG della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), rivela in un “geniale” speech[ii]  che il sistema monetario internazionale post-Bretton Woods non sembra garantire efficacemente la stabilità monetaria e finanziaria, sembra avere la capacità di controllare l'espansione della finanza con le esigenze dell'economia reale e che  l’origine e responsabilità dello “schianto” finanziario nel 2008 - e per farlo si appoggia sulle autorevole ed efficace sintesi di un editoriale del Financial Times:
·        Assonnate istituzioni di regolazione (chissà come mai?)

·        Avidi banchieri                                      ("  ")

·        Spensierati debitori mutuatari           ("  ")


2. La cosa diviene “intrigante” entrando – ma c’è “bisogno di un pensare profondo” – nell’interrogativo di quale sia il LIMITE DELLA SOSTENIBILITA’ DEL DEBITO, riabilitando C Reinhart e Rogoff K[iii]  – della serie “Attenti a quei due” nella puntata “L’excel tarocco”:
                             
“ .. A livello globale, il debito - famiglie, imprese non finanziarie e governi è passato da circa il 210% del PIL alla fine del 2007 a circa il 235% del PIL, secondo le ultime cifre disponibili nel 2014.
Questo è un aumento di oltre 20 punti percentuali nel corso di poco più di sei anni. L'aumento è stato più veloce nelle economie di mercato emergenti, pur partendo da un livello iniziale più basso, ma il debito è anche aumentato nelle economie avanzate.”
“ .. Nelle economie avanzate, il debito pubblico è aumentato di quasi 40 punti percentuali del PIL dalla fine del 2007, arrivando ad oltre il 110% del PIL, mentre il debito del settore privato è sceso di circa 10 punti percentuali.
Nelle economie emergenti, l'immagine è invertita, con il  debito privato crescente di oltre 40 punti nel corso dello stesso periodo, assommando ad oltre il 120% del PIL, mentre il debito pubblico è aumentato solo leggermente.
I livelli di debito totale nelle economie emergenti sono per lo più ancora significativamente inferiori a quelli economie avanzate.”

3. Volteggiando, con un carpiato alla Cagnotto, sopra l’alchemico e algebrico passaggio da debito privato a pubblico - specialmente nelle "economie avanzate -, è in grado di rivelare (come se fosse un dato positivo...):   
“ .. la leva tra le principali banche - almeno se misurata in relazione al loro patrimonio netto - è diminuita dal 2007. In particolare, le banche di tutto il mondo si sono meglio capitalizzato, grazie a una maggiore regolamentazione e disciplina del mercato..”

Con qualche malumore, preso sottobraccio, lo speech prosegue la sua passeggiata spensierata, prima di rilevare il messaggio da ritrasmettere agli “zotici”:

·        L’accumulo degli squilibri finanziari conduce a nuovi “schianti” finanziari e ad un relativo aumento del debito mentre l’indebitamento estero produce effetti devastanti sulle economie debitrici (qualcosa che richiama al “ciclo di Frenkel”[iv]); 

·        L’accumulo del debito favorisce l’errata allocazione degli investimenti verso attività più remunerative nel breve periodo compromettendo lo sviluppo produttivo a medio-lungo termine;

·        Il facile accesso al credito maschera carenze dell’economia reale che mostra una diminuzione tendenziale della produttività nelle economie avanzate

4. Queste, allora, le chicche del “frame”(cornice per gli “zotici”):

·        Rivedere il modello di crescita a debito
·        Interventi del settore pubblico per rispistinare l’affidabilità del settore finanziario (...?)
·        politiche economiche che sostengano l’economia reale con flessibilità e produttività (ciò pare...inevitabile, visto che il debito "estero" ha "effetti devastanti" e che il rimedio non può certo essere - ci mancherebbe!- una regolazione della circolazione dei capitali!)

La “chiusa”:  
“In altre parole, è necessario un PROGRAMMA DI RIFORME  più ampio, ma spefico per ogni paese”.

5. Qualcuno avrebbe da far notare che “nulla di nuovo dal fronte occidentale” se non si avesse da annotare il rafforzamento  – con qualche “slides” presto riprese dalle rotative del main-stream e in qualche “direttorio” governativo  – nello speech[v] di Hervé Hannoun, general manager del BIS, che promoziona il tema del DEBITO e il ruolo delle BANCHE CENTRALI.
L’imputare sequenze di dati, ordinarli in grafici è “robba” che anche uno studente normal/mente dotato sarebbe in grado di compiere, ma la progettazione delle STRATEGIE richiede fantasia e capacità digestione della comunicazione per una semplice ed efficace trasmissione (pop).

Naturalmente viene confermata l’unanime convergenza attorno al NEW CONSENSUS,  relativo TAYLOR RULE[vi] e il ruolo delle POLITICHE MONETARIE “INDIPENDENTI”...di “regolazione” del conflitto sociale in atto. Con qualche piccolo inconveniente:

 SF Fed Taylor





6. Superati questi...INSUPERABILI inconvenienti di una politica monetaria accentrata per Paesi con politiche fiscali paralizzate dal vincolo (e prive di un governo centrale di "trasferimenti", che costerebbe troppo ai paesi "Core"!), lo speech della "BRI-governance" si trova "stranamente" limitato  alla regolamentazione tra capitale solvibile e capitale insolvente.
Ergo, saltando  a piè pari ogni problema sulle cause della instabilità finanziaria - cioè ignorando quelle monetarie-valutarie e connesse a problemi di domanda-  si passa veloci alle RICETTE e COMPITI A CASA che i governi “democratici” sono responsabilmente chiamati a “scegliere” per risolvere il problema del DEBITO tra:

·        CRESCITA ECONOMICA attraverso programmi di RIFORME STRUTTURALI e POLITICHE FISCALI;


·        RISTRUTTURAZIONE DEL DEBITO o DEFAULT, inevitabile se crescita e riduzione della spesa pubblica risultassero insufficienti o inapplicate ma conducesseero ad una inaccettabile redistribuzione della ricchezza senza risolvere la “radice” del problema della finanza pubblica: spesa > entrate;


·        TASSE PATRIMONIALI: una imponente (ed immancabile) “una tantum” ridurrebbe in modo consistente il debito “pubblico” corrente senza intaccare i titoli obbligazionari (con la controindicazione di erodere una base imponibile per future tasse);


·        AUMENTO DELL’INFLAZIONE: inaccettabile perché colpirebbe i creditori, eroderebbe credibilità delle banche centrali “indipendenti” per infine diventare una “tassa sui poveri”;


·        REPRESSIONE FINANZIARIA, cioè riduzione del tasso di interesse reale, inferiore a quello del “libero” mercato internazionale, che però porterebbe ad una erronea allocazione delle risorse verso gli impieghi a maggiore redditività a breve termine;

·        PRIVATIZZAZIONI, riduzione del debito (con perdita de possibili future entrate);


·        Last but non least, l’opzione finale per la riduzione del debito , "(probably the best") sta nella AUSTERITA’, riprendendo la celebre serie di Reinhart e Rogoff.

Ma il "banchiere di riferimento dei banchieri", a questo quadro così limpidamente esposto a tutela...dei banchieri, aggiunge:
Ma forse questo termine (austerità!) è quello sbagliato (ndr, per la serie “il neo-linguaggio”). Nel caso del debito pubblico, questa opzione dovrebbe essere preferibilmente chiamato "l'esecuzione di un avanzo primario". Più in generale, per tutte le categorie di operatori economici indebitati (domestici, aziende e governi), equivarebbe a un "graduale aumento dei tassi di risparmio mantenuto nel tempo": abbastanza “graduale" per ridurre al minimo gli effetti negativi sul reddito complessivo degli agenti economici e contemporaneamente aumentando i loro risparmi; da "mantenere nel tempo" per garantire che debito rimanga in una traiettoria discendente. Questa opzione porta inevitabilmente a una crescita media più lenta per qualche tempo. Ma ha il merito di essere la più ragionevole, evidenziando (reclamizzando) che il risparmio “producibile“ trova consenso politico.

Default e inflazione (modo furtivo di insolvenza) sono soluzioni ben peggiori al problema eccesso di debito."

7. Verrebbe da commentare che più che la proposta “tecnica” di un istituzione internazionale per la regolazione della finanza, è una vera “lectio magistralis” di “tele/comunicazione” che nulla racconta e poco spiega sui risultati conseguiti dalle manovre di "austerità" e sui GRANDI DUBBI delle BANCHE CENTRALI “INDIPENDENTI” in materia di:

·        RIDUZIONE DEL DEBITO
·        RISCHIO DI SPIRALI DEFLAZIONISTICHE con il richiamo ad un  nuovo neo-linguaggio “... il messaggio appropriato è: l'inflazione è sotto il  target piuttosto che l'inflazione è troppo bassa"
“.. So the appropriate message is “inflation is below target”rather than “inflation is too low”. It is critical to avoid transforming “inflation targeting” into “targeting more inflation”.
·        DISTRUBUZIONE DELLA RICCHEZZA e AUMENTO DELLE DISUGUAGLIANZE
·        INFLUENZA SULLE POLITICHE FISCALI NAZIONALI
·        DINAMICA DEI TASSI DI INTERESSE

8. Anch’io vorrei concludere l’intervento riproponendo un commento di P.Krugman: “certe volte gli economisti che occupano cariche pubbliche danno cattivi consigli; altre volte danno pessimi consigli; altre ancora lavorano all’OCSE.”

Altre volte, aggiungiamo, diventano ministri dell’economia di un governo che anziché fare uscire il paese dalla crisi rischia di affondarlo definitivamente mentre alti rappresentanti e funzionari di istituzioni internazionali per la regolamentazione finanziario tentano di dare risposte credibili di una “realtà aumentata”, la cui immagine più recente e certa si chiama GRECIA.

giovedì 18 dicembre 2014

IPOTESI FRATTALICA 2 ANNI DOPO. L'INVADENTE FUTURO DEL DEBITORE (tra TTIP e "condizionalità")


"And therefore never send to know for whom the bell tolls. It tolls for thee".(John Donne ==>Hemingway)


I commenti del buon Caposaldo si incentrano spesso su una visione in cui l'attuale presidente del consiglio ci condurrebbe egli stesso "fuori dall'euro", in una sorta di misterioso rivolgimento verso l'8 settembre "frattalico" (svolgendo quindi un ruolo sostanzialmente Badogliesco). La mia opinione era che probabilmente il suo ruolo si fermerebbe al 25 luglio senza estendersi alla gestione della fase successiva all'8 settembre.

Ma questa era una considerazione "astratta" in senso deduttivo, o meglio: formulata senza tener conto delle intere variabili che entrano nel gioco. Essa, quindi, assume ben diversa prospettiva se collocata nella concreta strategia USA-UE.

E perciò non possiamo che ricollegare la questione a quello che tutt'ora considero il più probabile scenario del prossimo futuro: uno scenario problematico, cosparso di problemi irrisolti. Allora lo scenario, nelle sue variabili e nei suoi possibili esiti, lo ritrovate qui, nei (già più volte citati) paragrafi da VI a VIII.

Le ragioni per cui non considero l'attuale presidente del consiglio quale personaggio che possa incarnare lo spirito della  Liberazione nazionale che seguì all'8 settembre, le ho indicate in questo post:
"..non si arriva a manomettere la Costituzione ed a saldare le "grandi intese" sulle riforme che "controparte" non era riuscito a fare per 20 anni, se non si è intimamente e completamente integrati nella visione (recepita inconsapevolmente: il contrario sarebbe chiedere culturalmente troppo) del "meraviglioso mondo di von Hayek".
E non è poco; è proprio molto.  E lo escludo per un'ulteriore e connessa ragione che appartiene alla "matematica" della Storia e della psicologia di massa. E quindi sostanzialmente frattalica.  Quando si arriva agli estremi della "cultura-pop", fino a trascurare addirittura la sua versione tecnocratica (sempre rigorosamente pop, beninteso), non si è oppositori di quest'ultima: neppure a livello meramente potenziale.  Si è, piuttosto, il frutto estremo di questa "cultura", cioè si è oltre la soglia del limen ove non c'è neanche più bisogno della semplificazione tecno-internazionalista, perchè si è, prima ancora, ontologicamente internazionalisti e anti-sovranità, per costituzione psicologica e con mancanza di scelta.  Si è un "corpo unico" con questa matrice, nella piena logica del "simul stabunt simul cadent".

Ma i "già citati" paragrafi da VI a VIII, ci dicono un'altra cosa: allo stato attuale, le possibilità di "replica" della grande stagione costituzionalista sono particolarmente scarse. Salvo il "grande shock", legato ad una nuova crisi finanziaria sulla grande roulette dei derivati, che non può escludersi considerato il livello di indebitamento da "allarme rosso" che tende a ricrearsi nella società USA, Wall Street-led.
Dunque, dovendo ragionare soltanto sulle dinamiche oggi effettivamente in campo, avremo un probabile, anzi probabilissimo 25 luglio (tecnicamente già in corso al rallentatore, rispetto al suo antecedente frattalico), e un probabile scenario del "dopo" legato al TTIP. Salvi fatti sopravvenuti che risultano allo stato solo "in nuce". 
Diciamo nell'ambito degli "imprevisti e probabilità" che possono sia condurre ad una riscossa della democrazia sostanziale, sulle macerie di una governance finanziaria divenuta impresentabile, sia seppellire la stessa democrazia, per generazioni, sotto i meccanismi correttivi e le "contromosse" di autoconservazione di questa stessa governance, dotata di enormi risorse di sopravvivenza. 
Questa premessa riassuntiva dello stato delle cose frattalico "ad oggi", passa dunque persino per un adattamento teso a sacrificare l'euro, ormai visto come superfetazione sacrificabile di un sistema che può proseguire anche senza di esso. Ergo, ormai, il problema non è solo più l'euro.
Ma la premessa ci consente di rispondere ancora una volta a questa riproposizione della tesi di Caposaldo:
"Come previsto, per fine anno il consenso per Renzi comincia a calare, come registra l'ottima Gpg http://scenarieconomici.it/crollo-pd-boom-lega-se-ad-uscire-dalleuro-fosse-proprio-litalia/.
E nei prossimi mesi sara' peggio essendo in esaurimento il vasto repertorio delle supercazzole....quindi, o sparisce miseramente e il sistema viene comunque travolto(o sara' veramente odioso, con un altro tipo Monti), oppure ci porta fuori dall'euro, non ci sono cristi. Ora, subito, nel 2015. Ho sempre sperato nella sua boria. Sono ottimista... No?
"
Ed ecco la risposta che diamo a Caposaldo, (ringraziandolo per lo spunto di riflessione), che riassume tutti i temi e le variabili frattaliche che abbiamo visto in premessa:
- a tutte le ragioni politiche e "culturali"  già illustrate, - per cui non può LUI portarci fuori dall'euro, ALMENO SE PRIMA NON VIENE CONCLUSO IL TTIP, o meglio: solo a condizione che venga concluso quasi simultaneamente-, ti aggiungo che la nostra uscita unilaterale è possibile, se e solo se, gli USA ci garantiscano preventivamente una linea CREDITIZIA adeguata di dollari per regolare il nostro debito commerciale a breve sull'estero: quasi 600 miliardi di euro, più o meno;

- QUESTA COSA GLI ECONOMISTI CHIAMATI DI RECENTE A PALAZZO CHIGI LA SANNO BENISSIMO.
Ma se gli USA (ipotizzando, allo stato, l'immutabilità del loro attuale paradigma socio-economico) acconsentissero a ciò, vorrebbe dire che, - loro e/o il FMI, cambia poco-, ci avranno imposto una serie di CONDIZIONALITA': la prima delle quali, nell'ambito della garanzia di CONVENIENZA DEL TTIP, sarebbe la PRIVATIZZAZIONE DI PENSIONI E SANITA';

- insomma, visto che tale ipotesi è sufficientemente tragica, può ben essere che ciò avvenga.
E d'altra parte, MESSA COSI',  è una cosa qui già detta:
http://orizzonte48.blogspot.it/2014/11/euro-alla-frutta-e-ttip-alle-porte-il.html
http://orizzonte48.blogspot.it/2014/11/la-sorpresina-di-angela-ttip-e-accordi.html

Naturalmente questo scenario vale come compimento del 25 luglio e come transito verso l'8 settembre. 
Dopo, siamo all'hic sunt leones, alle terrae incognitae ancora troppo difficili da esplorare.

martedì 16 dicembre 2014

ZAGRELBESKY, VENTOTENE E LA "DIMENTICANZA" DEL COSTITUZIONALISMO, DI KEYNES E DELLA...STORIA


cristiani resistono a Vienna

1. Bazaar mi segnala questa recensione di Zagrelbesky alla pubblicazione del  "Progetto di costituzione confederale europea ed interna" di Duccio Galimberti e Antonino Rèpaci, "un testo assai meno noto del Manifesto, che si pone sulla medesima lunghezza d’onda". 
Questa recensione premette che: "Dopo le tragedie dei totalitarismi e i massacri della guerra, una ricostruzione dell’Europa a partire dalla ricostituzione degli Stati sovrani, cioè propriamente dalla riproposizione delle cause di tanta sventura, pareva essere un errore foriero di nuovi altri mali, già sperimentati. Occorreva ascoltare la lezione della storia."
Da questa premessa è poi giocoforza arguire che:
"Tanto il Manifesto quanto il Progetto rovesciano il punto di partenza che noi abbiamo fatto nostro come dato incontestabile, cioè l’idea che l’Europa federata possa procedere soltanto a partire dalle sovranità degli Stati, per mezzo di “cessioni” o “limitazioni” di poteri. La fonte di legittimità europea avrebbe dovuto essere in Europa, non negli Stati: le costituzioni statali come derivazioni dalla costituzione europea, e non viceversa. Le politiche europee e i Trattati che hanno dato loro forma giuridica presuppongono invece gli Stati come prius e l’Europa come posterius. Questa presupposizione divenne presto inevitabile, ma tale non appariva allora. Con le parole del Manifesto: «L’ideale di una federazione, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una meta raggiungibile e quasi a portata di mano», non come un lontano ideale, ma «come una impellente, tragica necessità» in quello ch’era il «totale rimescolamento» di popoli, il quasi totale sfacelo delle economie nazionali, la necessità di ridefinire i confini politici, la riconsiderazione dei rapporti tra maggioranze e minoranze etniche. Tutti questi problemi non avrebbero potuto essere affrontati se non a partire dalla dimensione politica europea: la guerra era nata in Europa e l’aveva distrutta; solo l’Europa avrebbe potuto rimettersi piedi.
La storia avrebbe dimostrato l’illusorietà di quel “a portata di mano”. La liberazione dai fascismi non avvenne affatto in nome dell’Europa, ma in nome delle nazioni e della loro indipendenza e autosufficienza".


2. E' singolare come un costituzionalista così accreditato muova la sua analisi storico-politica da un documento mai ben analizzato (e compreso) nella sua ideologia economica e, ancor più, PRECEDENTE alla soluzione data, a tali problematiche, dalla Costituzione nel suo complesso, cioè la trasformazione del ruolo della sovranità, da potere illimitato al servizio delle oligarchie dominanti le Nazioni a quello di tutela dei diritti fondamentali "attivi" pluriclasse
In particolare, pare oggetto di dimenticanza il senso molto concreto del conseguenziale ruolo di questa "nuova sovranità democratica" nella comunità internazionale,  delineato nell'art.11, che si proietta in una "sovranità aperta" alle organizzazioni internazionali che promuovano la pace e la giustizia tra le Nazioni. Cioè si confondono i "nazionalismi" negatori della altrui pari dignità con i nazionalismi che tale pari dignità pongono esplicitamente in termini di "giustizia" da perseguire nella comunità internazionale.

3. C'è qualcosa di misteriosamente ostinato e inspiegabile nel voler ipostatizzare un episodio storicamente datato come Ventotene et similia, decontestualizzandolo dal naturale epilogo che i fascismi ebbero nel perdere il loro ruolo effettivo: quello di garanti dell'aspirazione conservatrice del liberismo, perseguito in modo privilegiato, allora, come evidenzia Polany, attraverso la dimensione statale. 
Quest'ultima, nel caso del nazifascimo, peraltro, - nella logica tutta europea (e occidentale) dell' "ordine internazionale del mercato", da conquistare-, proiettata, (nella Storia moderna europea e fino al '900), verso un'affermazione non statalista "indipendentista", quanto semmai imperialista, di espansione coloniale, e di concorrenza con i precedenti "oligopolisti" del colonialismo, che avevano affermato lo status quo, con le armi, al mondo intero.
E dunque la revanche tardo-colonialista dei totalitarismi (e dello stesso Giappone in ascesa industriale ma tagliato fuori dalla aree colonizzate delle materie prime), era dunque contrapposta per necessità ai colonialismi dei pretesi mercati liberoscambisti "universali": ciò apriva una partita che si risolveva necessariamente per un mutamento conflittuale dei precedenti equilibri egemonici - non certo di parità wesftaliana- all'interno dell'Europa.

4. Ma tutti insieme, questi imperialismi, totalitari, (ma radicati nel cuore di un'Europa che andava loro stretta), ovvero liberoscambisti, (autoproclamatisi "mondo libero" solo sul presupposto del totale misconoscimento della pari libertà dei popoli situati nelle aree assoggettate alla colonizzazione, "escludente" i primi), erano riconducibili non alla generalità degli Stati sovrani nazionali europei, ma ad un concentrato di pochissimi Stati, alternativamente egemoni. 
Cioè all'alveo ristretto che, pur dopo Westfalia, non avevano mai abbandonato la tendenza imperialista e che, dunque, si erano caratterizzati per l'aspirazione al dominio su ogni altra Nazione, europea o extraeuropea
Sfugge quindi che il principio di Westfalia, la parità di ciascun detentore della sovranità, era stato costantemente negato; e, anzi, proprio questa negazione, e non certo i "nazionalismi", aveva dato luogo "a incessanti guerre e devastanti" sullo scenario continentale, guerre che, peraltro, coinvolgevano l'intero mondo colonizzato da queste entità imperiali.
La stessa Rivoluzione francese (a tacere della guerra di Successione che il Re Sole scatenò pur essendo l'inchiostro di Westfalia ancora fresco), nasce da un collasso economico-finanziario della monarchia determinato dallo scontro "triangolato" tra Francia e Inghilterra, per la protezione accordata dalla prima verso i nascenti Stati Uniti; protezione non certo "idealistica", ma, se vogliamo, "pretestuosa", essendo lo sviluppo di politiche ostili e di guerre coloniali già in corso tra le due Potenze "imperialiste" europee del tempo  (e a loro volta, in precedenza tese a contendersi le spoglie dell'Impero spagnolo sui territori centro-Nord americani).

5. In pratica, SI IGNORA come le due guerre mondiali fossero state, (nella perfetta tradizione europea), il prodotto della negazione, non della riaffermazione, della pari dignità degli Stati affermata dai trattati di Westfalia; e questo in nome di super-entità, - certo statali, ma inevitabilmente autoproclamatesi sovrastatali. Questi Super-Stati (che sono sempre stati presenti nel caratterizzare l'equilibrio del diritto internazionale) si erano rigenerati, dopo le due rivoluzioni industriali e la riproposizione mercantilista del gold standard, della "totale flessibilità del lavoro", con diverse forme di oligarchie capitaliste, (sostanzialmente identiche nelle aspirazioni all'egemonia sovranazionale), mosse da interessi contrapposti di tipo capitalistico-industriale.

"Stranamente", le istanze federaliste che esaltano la negazione della originarietà della sovranità statale, non colgono come i trattati internazionali, quand'anche proposti come Costituzioni "universali", siano sempre l'inevitabile prodotto dei rapporti di forza, economica e militare, all'interno di una qualsiasi parte della comunità internazionale. E quindi, come questa costante negazione di Westfalia, si sia proiettata, col prevalere del capitalismo mercantilista e industriale, in assetti che irresistibilmente, ricalcano i difetti del liberoscambismo: la necessità del lavoro-merce come viatico alla "competitività",  la connessa esigenza della "stabilità dei prezzi" assicurata dal vincolo monetario,  lo svuotamento dei processi democratici di tutela dei diritti fondamentali in nome dell'autoritarismo T.I.N.A. dei "mercati".

6. SI IGNORA, IN DEFINITIVA, LA STAGIONE DEL COSTITUZIONALISMO di temperamento del "capitalismo sfrenato", - come evidenzia Popper-, che cercò di risolvere la vera radice di quel mondo guerreggiato novecentesco: il conflitto sociale
Si ignora quindi come tale stagione fu apportatrice di PACE - del tutto avulsa dal postulato del "federalismo negatore" della sovranità nazionale democratica - nonché di benessere e democrazia per i popoli che lo abbracciarono.
Certo, storicamente questa fase storica, sopravvenuta a "Ventotene", rifletteva ciò che il federalismo europeista aggira nella sua dimensione di problema centrale, soffermandosi sull'effetto, la guerra, e ignorando le cause: il modo in cui gli Stati imperialisti intendono ed esportano il conflitto di classe. 
Il secondo dopoguerra del '900 , è senza dubbio anche il riflesso di una escalation della trasformazione politico-internazionale del conflitto sociale; quella cioè concretizzatasi nella contrapposizione tra socialismo reale e Stati pluriclasse del welfare e geograficamente "ratificata" nel patto di YALTA
Quest'ultimo, aveva già segnato, proprio nella inequivocabile "lezione della Storia", il superamento del totalitarismo nazifascista.

Il riportare la soluzione del problema dei conflitti in Europa alla percezione delle cose di "Ventotene", ignora, altresì, un altro imponente rivolgimento storico: la sopravvenuta centralità del conflitto di classe, - simmetrico all'affermarsi aggressivo del capitalismo sfrenato -, non consentiva di assimilare il totalitarismo-imperialismo stalinista a quelli che, pur ad esso in parte storicamente sovrapposti, l'avevano preceduto (cioè gli imperialismi coloniali delle super-Nazioni egemoni su conglomerati europei o extraeuropei).
Il marxismo-leninismo russo (pur nell'ambiguità di Stalin sul ruolo leader della Russia, ora Nazione egemone, ora, sede ecumenica dell'Internazionale "vivente" in Terra), rendeva insostenibili i vecchi imperialismi europei.
Se questi erano stati, da subito, i "negatori di Westfalia", la dialettica conflittuale del tardo '800 e dell'intero '900, fu innescata dal sovrapporsi della Germania nel Risiko degli imperialismi europei (come a suo tempo della stessa Inghilterra, rispetto a Francia, Spagna e Impero asburgico, tutti all'inseguimento del mito carolingio del Sacro Romano Impero). Questione geo-politica del tutto distinta dalla conflittualità intrinseca al capitalismo colonialista, prima mercantilista e poi liberoscambista, conflittualità che precede e contestualizza lo stesso "problema Germania". 
La "sopravvenuta" spinta egemone di quest'ultima aveva appunto già trovato una soluzione in sede europea: la democrazia costituzionale
Sopravvenuta la "riunificazione"- ad una situazione che delimitava  (scindendola fisicamente) proprio la sovranità nazionale tedesca-, invece, l'Europa ha rimesso in discussione in base ad una risalente diagnosi, storicamente sbagliata, proprio questa soluzione (il costituzionalismo democratico) già consolidatasi.
La soluzione che aveva reso, nel frattempo, del tutto marginale l'ipotesi di "Ventotene": l'Europa si era già strutturata, in forza delle rispettive democrazie del welfare - e non certo della "costruzione europea" rivolta a profili essenzialmente commerciali non decisivi, ma "sussidiari", sul piano politico-, in una serie di inter-relazioni culturali, politiche e persino linguistiche che non avevano precedenti nella storia del continente. 
Ed invece, nel nome di "Ventotene", - essenzialmente in Italia (altrove non danno molto peso a questa presunta "genesi" ideale, potendo rammentare ben altre radici)- si è arrivati alla deleteria proposizione che la moneta unica, cioè il paradossale presupposto per una obbligata lotta di competizione mercantilista tra gli Stati europei coinvolti, sarebbe stata meglio, per conservare la pace dall'aggressività tedesca(!), di un trattato di stretta cooperazione di politica estera e della difesa.
7. Con l'aspirazione internazionalista-federalista, si prosegue, in sostanza, in modo a-storico e inconsapevole, a ragionare sulla realtà delle oligarchie contrapposte del XX secolo, se non altro perchè si pretende che il preteso super-trattato, accentratore di sovranità primigenia (degradando quella degli Stati democratici), possa non essere il prodotto "leonino" (art.2265 cod.civ.)" di un "asse" tra le potenze storicamente egemoni che gli danno vita, coltivando un'illusione propagandistica ed utopica che non ha mai visto una conferma proprio nella "lezione" delle vicende storiche. 

La realtà e l'applicazione dei trattati europei conferma, invece, che, - quale che sia la cornice ideale e filosofica che si vuol dare al "federalismo"-, esso non può che vivere nelle dinamiche del diritto internazionale, specie se si pensi irrealisticamente di poterle superare dall'angolazione limitata di intellettuali appartenenti a Nazioni strettamente influenzate culturalmente da quelle stesse potenze egemoni.

Il che suggerisce pure una radice storica di questa "resa unilaterale" del...più debole, che vuole dissolversi nel dominio del più forte, visto come eticamente superiore: e, quindi, implicitamente superiore. E quindi implicitamente AUTORAZZISTA.

8. Ma l'utopia inconsapevole in questione, sconfina ulteeriormente nell'ipocrisia:  degli imperialismi coloniali i fascismi costituirono, come abbiamo visto, solo uno sviluppo contrappositivo, ma tutto all'interno del conservatorismo liberista
Abbiamo visto cioè che, sul fare del '900, trascinati dalla loro stessa intransigenza,  i liberisti, da soli,  avevano progressivamente perso il controllo sociale degli Stati-comunità e delle relative istituzioni. E proprio a causa dell'assetto predatorio del capitalismo da essi propugnato, della ossessione per il "vincolismo monetario" del gold standard, e delle spaventose crisi economiche ricorrenti che avevano innescato la reazione del lavoro, cioè il conflitto di classe. 

Se le soluzioni che corressero le brutture delle oligarchie liberiste sono state il modello politico-economico keynesiano e il costituzionalismo, che senso ha tutt'ora, resuscistare in continuazione una visione di federalismo incentrata, esplicitamente ("Ventotene" non può certo nascondere tale sua forte asserzione) su quello stesso "ordine internazionale dei mercati"? E che senso ha dimenticare che quello stesso "ordine", inscindibilmente legato all'idealizzazione del vincolismo monetario, aveva già costituito il cuore del meccanismo determinante lo scontro tra diversi imperialismi industriali e commerciali che condusse alle guerre mondiali in Europa?

Una lente deformante, una "cataratta" prodotta dall'inerzia culturale e dall'enorme pressione mediatico-culturale del capitalismo finanziario in cerca di rivincita, offusca in Italia (ancora più che nel resto d'Europa) la percezione della realtà della crisi.