giovedì 30 ottobre 2014

IL CRINALE DELLA BORSA: "OLTRE IL TREND DRAGHI". COMUNQUE...?


Tratto da "Investire oggi" (http://www.investireoggi.it/finanza-borsa/quotazioni-CSMIB/).

Il grafico "aggiuntivo" che precede conferma, ad oggi, alcune delle intuizioni previsionali che Mauro Gosmin ci ha inviato. Le sue riflessioni sono utili a capire sia il "crinale" su cui si trovano le aspettative finanziario-borsistiche, tra euro-break e stagnazione insolubile, se non recessione protratta "ad libitum €uropae", sia la connessione di lungo periodo con l'economia reale
I fatti sono sempre più conclamati: e non c'è alcuna manovra espansiva o Comissione flessibile alle porte, se teniamo conto del vero impatto dell'attuale legge di stabilità, scontandone, come faranno i risparmiatori (specie in estinzione), i forti effetti restrittivi rinviati al 2016. Quando si inizieranno a constatare anche gli effetti debolissimi del TLTRO.

Glossario per il Post:
MIB 40= indice azionario Italiano dei 40 titoli a maggiore capitalizzazione
Dax = Indice azionario tedesco dei 30 titoli a maggiore capitalizzazione.
S&P500 = indice azionario americano  formato dalle 500 aziende a maggiore capitalizzazione.
Trend= direzione del mercato
Il Trend si divide in:
Trend rialzista; Trend ribassista; Trend laterale.
Il trend laterale, può essere un movimento di accumulo e quindi precede un trend rialzista, oppure può essere un movimento distributivo che precede un trend ribassista.
Inoltre i trends si possono dividere in trends  di lungo periodo, di medio periodo, breve periodo ecc.



Quello qui sopra è un grafico a barre mensili dell’indice italiano Mib40,  che parte dal 1996 ed arriva ai giorni nostri. Cerchiamo di scomporlo per trend di lungo periodo.
1) il trend rialzista che parte dal 1996 e si conclude a marzo 2000 a 51200 di indice Mib 40
2) un trend ribassista che va da marzo 2000 e si chiude a  marzo 2003 da 51200 a 20400 di indice Mib 40.
Fino a questo momento il nostro indice azionario è allineato all’indice azionario americano e all’indice azionario tedesco, anzi tende a fare meglio.
3) Trend rialzista da marzo 2003 a maggio 2007 da 20400 a 44364 di indice Mib 40
Il nostro indice azionario è sempre allineato all’indice azionario americano e tedesco, anche se tende a fare peggio rispetto ai due indici di riferimento.
4) Trend ribassista da maggio 2007 a marzo 2009 da 44364 a 12332 di indice Mib40.
Il nostro indice azionario è sempre allineato ai due indici azionari di riferimento anche se le sue perdite sono di gran lunga superiori, il 72% per il nostro indice contro il 56% dell’indice tedesco.
Da marzo 2009 si verifica il disallineamento del nostro indice rispetto ai due di riferimento, i quali innescano un trend rialzista che li porta entrambi sopra i massimi del 2007, mentre il nostro indice entra in un trend laterale, non riuscendo nemmeno a recuperare metà delle perdite,  indicate dalla linea rossa sul grafico.
Ora è da capire se questa lateralità è accumulo per la partenza di un trend rialzista, ovvero è distribuzione per la partenza di un nuovo trend ribassista verso nuovi minimi.
Inoltre è da valutare se questo disallineamento è anticipatore di una marginalizzazione dell’Italia rispetto ai paesi più evoluti, insomma se dalla serie A siamo retrocessi  in serie B, per la felicità dei molti auto-razzisti. 
Detto in parole semplici,  è elevato il rischio che dal 2009 si sia verificata una frattura fra il nostro Paese e il mondo più sviluppato di cui facevamo parte. Importante sarebbe capire se questa rottura sarà ricomponibile nel futuro o sarà una cosa definitiva. 
Ed ecco il confronto  fra il Mib 40 linea azzurra e il Dax 30 linea  verde  dal 1997 ad oggi:




 E qui sotto il confronto fra il Mib40 linea azzurra e S&P500 linea verde








Secondo il mio personale punto di vista, quello in atto da marzo 2009 è un movimento distributivo e anticipatore di nuovi minimi.   
Questi minimi si formeranno a causa del  Breakout dell’euro, oppure perché il nostro paese andrà incontro ad una lunga e autodistruttiva fase di deflazione che distruggerà il nostro tessuto economico sociale fatto di piccole e medie industrie?
Insomma un ritorno ad una moneta nazionale ci fornirebbe la possibilità di tornare a giocare con i grandi, per cui da quel minimo  potrebbe seguire un trend rialzista di proporzioni impensabili oggi, viceversa la permanenza nell’euro sarebbe segnata da una deflazione che ci allontanerebbe sempre di più dai vertici mondiali e il mercato azionario si limiterebbe a registrarlo.

Se il trend di lungo periodo è laterale, quello di medio, dalle famose parole di Draghi di luglio 2012, è rialzista
Lo possiamo definire il trend Draghi
Giovedì  16 ottobre l’indice aveva bucato il trend che sorregge i corsi azionari dal 2012, recuperandolo miracolosamente il giorno seguente. Una rottura del canale rialzista confermata a chiusura settimanale (v. sopra, grafico a inizio post: la media di fine ottobre è in bilico intorno ad uno "scivolamento" al di sotto dell'ottobre 2012, ndr.), sancirebbe l’inversione di tendenza del trend di "medio" trascinando a ribasso il trend di "lungo".

Sarà pure una coincidenza, ma in concomitanza di una possibile inversione di tendenza del trend Draghi subito escono queste indiscrezioni.
MILANO (WSI) - Futures europei positivi, sostenuti anche oggi dai rumour secondo cui la Bce acquisterà bond societari sul mercato secondario, e che una decisione in tal senso potrebbe essere adottata già a partire da dicembre.
Grafico sotto del Mib40, su barra settimanale, dal 2012 ad oggi: le due linee rosse evidenziano il trend  rialzista di medio periodo che io chiamo Draghi.



Conclusioni
- se ci sarà il Breakout dell’euro, prima dobbiamo avere la pazienza di aspettare che il trend Draghi s'inverta, poi l’evento si materializzerà probabilmente sotto i minimi di marzo 2009 e luglio 2012 e dovrebbe essere un movimento rapido e violento, con giornate di vero e proprio panico borsistico. 
Se il movimento in atto, che io reputo distributivo  andrà a formare nuovi minimi area 10.000/9500 di Mib40, non per il Breakout dell’euro, ma bensì per una conclamata deflazione che durerà a lungo, allora la discesa sarà lenta e snervante e prenderà tutti per sfinimento. 
Insomma il destino dell’indice azionario Italiano sembra sia segnato a formare nuovi minimi, essendo un indice sbilanciato verso il settore finanziario e non industriale: suppongo che tali minimi saranno provocati a causa di una nuova crisi bancaria, dovuta o alla rottura dell’euro, ovvero per effetto di una lunga deflazione.
Mi ripeto: anche se può sembrare la stessa cosa non è così.
Nel primo caso ci giochiamo la possibilità di tornare fra i grandi del mondo, soprattutto se verrà gestita bene la fase del dopo euro. Nel secondo caso ci allontaneremo sempre di più dai paesi che contano.

mercoledì 29 ottobre 2014

LE RIFORME 2- GLI INDICI (Parte II): UN'UNICA CLASSIFICA "PER DOMARLI TUTTI"

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693px-Unico Anello 



Avevamo lasciato la Parte I nel punto in cui era illustrata la "sussidiarietà" delle costituzioni dell'epoca liberista "classica" rispetto ai codici civili ed allo statuto legislativo dell'attività d'impresa.
Questo ci consente di capire come l'art.41 della Costituzione attuale, all'interno appunto del c.d. "costituzionalismo", null'altro è che il riflesso dell'evoluzione economica e sociale che vede l'allargamento dei soggetti considerati beneficiari dell'attività produttiva: non più soltanto i percettori dei profitti, visti come degli involontari benefattori in base al meccanismo della "mano invisibile", ma ogni possibile categoria sociale coinvolta. Che, appunto, non deve sopportare la "disutilità sociale" dell'iniziativa economica di cui è partecipe (o anche solo "vittima", sul piano ambientale o delle rendite oligopolistiche). 
La formulazione dell'art.41, ci rinvia alle c.d. "esternalità", costi di vasto impatto collettivo, riversati su chi è estraneo all'iniziativa economica e di cui l'imprenditore non si assume il rischio e su cui lo Stato democratico interviene in termini di correzione e di razionalizzazione delle dinamiche dannose dei prezzi(-rendite) e della (non autentica)concorrenza. Mirando con ciò al pieno impiego dei fattori della produzione e, quindi, alla piena occupazione, cioè tendenzialmente riducendo la disoccupazione a quella c.d. "frizionale" (art.1, 4 e 41 Cost. letti in modo coordinato).

Sarà solo nel corso del '900 che, in parallelo con l'affermarsi del costituzionalismo sul piano giuridico, questi impulsi correttivi del liberismo trovarono considerazione nella corrente di teoria economica c.c. istituzionalista, innestatasi, per naturale confluenza dopo la crisi del '29, sul modello keynesiano.
Gli "indici" negli aspetti considerati in questa Parte II, invertono tutto questo percorso: i costi da esternalità e da inefficienza del settore privato, la stessa comparazione con la costosità "inefficiente" delle immense burocrazie oligopolistiche, scompaiono dalla scena; e ciò a un livello tale che si rimuove persino il concetto di "market failure".

Per gli "indici" OCSE, o di qualche "think tank" privato, "alimentato" inevitabilmente dal settore finanziario, i mercati non possono fallire: ogni battuta d'arresto è invariabilmente attribuita allo Stato, che ritarda l'efficiente allocazione del capitale mediante la sua inutile "burocrazia" e che non attua presto e bene le "riforme". O ancor peggio, la colpa delle crisi economiche viene addossata agli stessi cittadini
Per essi si sviluppa una sottile critica colpevolizzatrice, posta su un piano pesantemente moralistico. 
I cittadini delle moderne democrazia costituzionali sono gravemente "indegni", in quanto non accettino di rinunziare alla tutela del lavoro accordatagli dalle Costituzioni, viste come orpelli utopistici se non filo-collettivisti; i cittadini sono inerti e dannosi esercenti del diritto di voto, "conservatori" irrazionalmente legati al welfare e al "posto fisso", che non sfruttano sufficientemente il voto stesso per favorire il ripristino della "durezza" del vivere e del trionfo dell'efficienza della governance privata
Quest'ultima, legittimatasi attraverso la pretesa neutralità scientifica delle proprie inappellabili conoscenze "tecniche" (omnicomprensive e onnivore), utilizza la proprietà pressocchè totalitaria dei media per riportare il voto in questa giusta direzione, affermando così la necessità assoluta del processo delle riforme: fino a che non siano, finalmente, realizzati gli "indici" di loro piena riuscita.

Per rimodellare, la società e ogni possibile dibattito politico su questo concetto di "riforme", di efficienza, di abolizione strisciante delle Costituzioni e di superiorità della tecnocrazia, i media si intridono, sovraesponendole, delle CLASSIFICHE, operate in base a questi indici (come abbiamo visto, indicatori statici, arbitrariamente fissati e rilevati, persino intenzionalmente "mutilati").
Fatta una "classifica" OCSE o FMI, o WEF, ogni giornalista di "denuncia ordolivorosa", ogni imprenditore divenuto opinionista mediatico-televisivo, ogni politico che si vuol dare arie da tecnico, la brandisce come un maglio che finisce di distruggere la cultura del costituzionalismo e configura il "NUOVO" come un BEN DISSIMULATO RITORNO AL CAPITALISMO SFRENATO anteriore alla crisi del '29.
Le classifiche, basate sugli indici, divengono un media-business, goebbelsiano e orwelliano, che ha la stessa funzione dell'anello del potere di Sauron.  

Buona prosecuzione di lettura.


Ma è significativo che col progredire dell’industrializzazione e la promulgazione delle prime leggi di protezione del lavoro (la legge dell’86 sul lavoro dei fanciulli, quelle del ’93 sulla polizia delle miniere cave torbiere e sull’istituzione dei collegi di probiviri) l’impraticabilità sociale degli schemi giuridici d’inizio secolo diventasse una consapevolezza diffusa e trasversale, interessando anche giuristi di area privatista: nel 1893 Luigi Tartùfari respingeva la riduzione del lavoro a merce in quanto “in nessun altro caso la prestazione oggetto del contratto è presente così strettamente connessa alla persona che ne è il subbietto, e in nessun altro caso la persona medesima entra in modo così diretto nello adempimento degli obblighi contrattuali” (Del contratto di lavoro nell’odierno movimento sociale e legislativo, Macerata, tip. Bianchini, 1893 pag. 9, cit. in Paolo Grossi, Scienza giuridica italiana, Milano, Giuffrè, 2000, pag. 59).

Se l’ambizione è quella di mettere un paio di secoli di storia fra parentesi, si chiariscono finalmente gli strabismi cognitivi degli indici: all’occhio d’inizio Ottocento la società di oggi appare piena di “privilegi” e rigidità da rimuovere (perfino il diritto privato non è più lui! Che tempi!), che tuttavia non si riesce, e non si vuole, collocare in un più ampio contesto, giuridico e sociale, perché si rischierebbe di svelare la debolezza intellettuale, e la fortissima politicità, dei modelli, economici e quindi giuridico-sociali, implicitamente utilizzati per la mappatura e la valutazione. 

Gli indici quindi non propongono esplicitamente il modello della golden straitjacket ma assolvono la funzione di fornirne una legittimazione “tecnica”, e quindi “neutrale”, circoscrivendo i nessi causali, e quindi i fattori che li determinano, entro il suo orizzonte: ogni successo o insuccesso economico andrà così idealmente spiegato in ragione di una maggiore o minore aderenza alle sue prescrizioni. 
Tale vera e propria delimitazione del pensabile funzionerà in questo modo: si registra un successo? 

martedì 28 ottobre 2014

LE RIFORME 2 - GLI INDICI (Parte I): MUTILARE I DATI E IGNORARE LE COSTITUZIONI


Arturo è...bravissimo. E' un giovane che ci restituisce una qualche speranza sul futuro. Dobbiamo ringraziarlo del suo impegno e della sua brillante capacità di ricerca.
Questo è il commento introduttivo principale che mi sento di fare.
Questo studio sugli "indici" che presiedono alle "riforme", (o meglio al "facciamo come"), ho preferito pubblicarlo in due parti: solo così, ritengo, si può apprezzare, con un dovuto spazio di riflessione, la gran mole di informazioni, acute riflessioni critiche e links che ci fornisce.
La lettura di queste due Parti fornisce un quadro "tattico" che consente di comprendere, per la realtà italiana, anche la rassegna su "1978 e 1992", che presto verrà completata.

Ho concluso la scorsa puntata parlando di indici (che misurerebbero la necessità e, invariabilmente, la "efficienza" delle riforme): si tratta di una questione centrale, perché i confronti, e i relativi “facciamo come”, vi ruotano attorno. Soprattutto un esame un po’ più ravvicinato degli indici consente di svelare le ideologie nascoste dietro l’apparante “neutralità” tecnica. 

En passant e prima di cominciare, ricorderei solo che ben poche delle giustificazioni invocate per le recenti, e ancora largamente indeterminate, “riforme” che l’attuale governo si appresta a varare trova fondamento in tali indici, ma questa è la semplice conseguenza di scelte politiche che nemmeno una realtà “precompresa” riesce più a giustificare. 
Torniamo a noi: 
a) che cosa misurano questi indici? 
b) Chi li redige? 
c) E in base a quali criteri? (Per quanto segue, vd. in generale Zenezini, op. cit., pag. 12 e ss.). 
I principali indici misurano i mercati dei beni, la regolamentazione delle utilities, la regolamentazione dei servizi, gli oneri burocratici, la protezione dell’occupazione e la flessibilità delle condizioni di impiego del lavoro (sarà su questi ultimi che mi concentrerò particolarmente). 

La risposta alla seconda domanda è ovvia: in primo luogo l’Ocse,  a partire dall’inizio degli anni ‘90; si aggiungono poi il FMI, che ne fa largo impiego per la prima volta nel World Economic Outlook del 2003.
Nello stesso anno la Banca Mondiale produce gli indicatori Doing Business, avendo già avviato nel 1999 un progetto di misurazione della qualità della governance pubblica; nel 2005 l’Unione Europea costituisce un Laboratorio delle riforme, niente meno, con il compito di “controllare le riforme del mercato del lavoro nell’Unione Europea”. 
A questi organismi pubblici si affiancano poi i prodotti di think tank privati come l’Indice di competitività compilato dal World Economic Forum o l’Indice di libertà economica calcolato dalla superliberista Heritage Foundation.
Se vi incuriosisce sapere che cosa dice la HF sull’Italia, potete scoprirlo qui: il succo è che c’è tanta corruzione e un mercato del lavoro troppo rigido. Il risultato del 2014 è però il più alto da quattro anni: evviva!.  
Per quanto riguarda la terza domanda, cioè i criteri impiegati, la metodologia di costruzione degli indici implica tre passaggi: 1) selezione degli indicatori di base 2) codifica 3) ponderazione per l’aggregazione.

Per quanto riguarda il primo passaggio, oggetto di misurazione sono le regolamentazioni giuridiche. 
E qui consentitemi di aprire una piccola parentesi: in Italia abbiamo una tradizione di studi di diritto privato comparato, perché di questo stiamo parlando, tra le più prestigiose al mondo. Bastino due nomi: Gino Gorla e Rodolfo Sacco
Che cosa ci hanno insegnato questi illustri Maestri? 
Che la comparazione giuridica è attività complessa e ricca di trappole metodologiche: alcune particolarmente insidiose e difficili da evitare (per esempio la traduzione); altre sono, o dovrebbero essere, più ovvie ed evitabili, in primis quella che i giuscomparatisti chiamano “dissociazione dei formanti”: per dirla semplicemente, i “formanti” sono le componenti di ogni “sistema giuridico” (intendendosi con questa espressione “l’insieme delle regole applicabili a una determinata comunità, che sovente, ma non necessariamente, corrisponde a uno Stato”: U. Mattei, P.G. Monateri, Introduzione breve al diritto comparato, Padova, CEDAM, 1997, pag. 13); i principali in ogni sistema moderno sono la legge, la giurisprudenza e la dottrina

La dissociazione di cui parlavo è, nella sua forma più banale, la constatazione che “possono esistere grossi divari tra le regole operative e quelle insegnate e ripetute” (R. Sacco, Introduzione al diritto comparato, Torino, UTET, 1992, pag. 57), ovvero, per esempio, una regola può essere formulata dalla legge e disattesa dalla pratica. 
Con ciò non sto ovviamente sostenendo che una comparazione giuridica svolta correttamente sarebbe sufficiente a fornire agli indici quella potenza esplicativa che viene loro riconosciuta: come si vedrà sotto, fattori diversi dal diritto dovrebbero essere presi in considerazione per valutare l’impatto effettivo delle riforme
Certo però se già a livello giuridico si mutilano dati rilevanti sarà difficile evitare uno sguardo un po’ sospettoso. 
Chiariamo il punto: “nella maggior parte dei casi”, scrive Zenezini (pag. 13) gli indicatori della “qualità istituzionale” “restituiscono per lo più la dimensione legale (obbligatoria) della regolamentazione”. 

domenica 26 ottobre 2014

CORTE COSTITUZIONALE (sent.n.238 del 2014),UEM E DIRITTI FONDAMENTALI. ROMA 8 NOVEMBRE 2014

[http://www.eurocrisismonitor.com/img/EuroCrisisMonitor%20small.jpg]
Target-2 ad agosto 2014.



In molti si sono accorti della sentenza n.238 del 23 ottobre 2014 della Corte costituzionale.
Tale sentenza, nella sua parte di accoglimento:
1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3 della legge 14 gennaio 2013, n. 5 (Adesione della Repubblica italiana alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, firmata a New York il 2 dicembre 2004, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno);
2) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge 17 agosto 1957, n. 848 (Esecuzione dello Statuto delle Nazioni Unite, firmato a San Francisco il 26 giugno 1945), limitatamente all’esecuzione data all’art. 94 della Carta delle Nazioni Unite, esclusivamente nella parte in cui obbliga il giudice italiano ad adeguarsi alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia (CIG) del 3 febbraio 2012, che gli impone di negare la propria giurisdizione in riferimento ad atti di uno Stato straniero che consistano in crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti inviolabili della persona.
- See more at: http://www.diritticomparati.it/2014/10/sentenza-n-238-anno-2014-repubblica-italiana-in-nome-del-popolo-italiano-la-corte-costituzionale-composta-dai-signori.html#sthash.4Z3keqyl.dpuf

In sostanza, viene rimossa la norma nazionale che rendeva inammissibile, con difetto assoluto di giurisdizione interna, l'esame delle domande di risarcimento, per le stragi delle truppe tedesche in territorio italiano, proposte contro la Repubblica federale tedesca.
Tale norma era stata introdotta, dal governo Monti, come recepimento di una norma di diritto internazionale generale (cioè, consuetudinario, ma "emergente" nell'art.94 della Carta ONU), nel senso di ribadire l'immunità degli Stati, per atti jure imperii - quelli imputabili alla sfera pubblica-politica in cui rientra l'azione militare degli Stati occupanti-, quand'anche risultassero lesivi di diritti fondamentali della persona e costituissero crimini di guerra.
La Corte nazionale ha sostanzialmente ri-affermato che, nonostante tale immunità sia conforme alla interpretazione fornita dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG), ciò non possa essere ritenuto legittimo alla luce dei principi fondamentali inviolabili della nostra Costituzione, che, pertanto, prevalgono e rendono illegittima la norma così introdotta e, in tale parte, la legge di esecuzione.

Questo uno dei passaggi più significativi della sentenza:
"Non v’è dubbio, infatti, ed è stato confermato a più riprese da questa Corte, che i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscano un «limite all’ingresso […] delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l’art. 10, primo comma della Costituzione» (sentenze n. 48 del 1979 e n. 73 del 2001) ed operino quali “controlimiti” all’ingresso delle norme dell’Unione europea (ex plurimis: sentenze n. 183 del 1973, n.170 del 1984, n. 232 del 1989, n. 168 del 1991, n. 284 del 2007), oltre che come limiti all’ingresso delle norme di esecuzione dei Patti Lateranensi e del Concordato (sentenze n. 18 del 1982, n. 32, n. 31 e n. 30 del 1971). Essi rappresentano, in altri termini, gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale (artt. 138 e 139 Cost.: così nella sentenza n. 1146 del 1988)."
Se quanto così affermato vale rispetto al diritto internazionale generale di cui all'art.10 Cost, a maggior ragione opera come limite al diritto internazionale "da trattato", ancorchè "europeo", che è fonte di rango inferiore, in Costituzione e nel diritto internazionale, rispetto al d.i. "generale".
L'affermazione è compiuta con una "nettezza" che non lascia equivoci. 

L'argomento sollevato da questa "forte" presa di posizione della Corte costituzionale, diviene allora ancor più di scottante attualità nella sua proiezione verso le norme europee, secondo l'approccio esaminato su questo post e nel libro "Euro e/o democrazia costituzionale".
Come prima verifica delle sue implicazioni sulla (il)legittimità costituzionale del "vincolo esterno", il tema verrà affrontato, a Roma, nel convegno del prossimo 8 novembre 2014, promosso da Riscossa Italiana e accreditato presso l'Ordine degli avvocati di Roma.
Sarà un momento di verifica e di riflessione di grande importanza nel cercare una via costituzionale di salvezza italiana dalla crisi apparentemente irreversibile in cui, obiettivamente, l'ha piombata l'adesione al "disegno europeo", che si sta rivelando tutt'altro da quello che è stato raccontato agli italiani per decenni.

Ecco la locandina del convegno, che si avvarrà del contributo di importanti relatori (NB: per i non appartenenti agli ordini non occorre prenotazione per attestazione, ma gli stessi possono mandare una mail alla info di Riscossa Italiana indicata nella stessa locandina):





1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3 della legge 14 gennaio 2013, n. 5 (Adesione della Repubblica italiana alla Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giurisdizionali degli Stati e dei loro beni, firmata a New York il 2 dicembre 2004, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno);
2) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge 17 agosto 1957, n. 848 (Esecuzione dello Statuto delle Nazioni Unite, firmato a San Francisco il 26 giugno 1945), limitatamente all’esecuzione data all’art. 94 della Carta delle Nazioni Unite, esclusivamente nella parte in cui obbliga il giudice italiano ad adeguarsi alla pronuncia della Corte internazionale di giustizia (CIG) del 3 febbraio 2012, che gli impone di negare la propria giurisdizione in riferimento ad atti di uno Stato straniero che consistano in crimini di guerra e contro l’umanità, lesivi di diritti inviolabili della persona;
- See more at: http://www.diritticomparati.it/2014/10/sentenza-n-238-anno-2014-repubblica-italiana-in-nome-del-popolo-italiano-la-corte-costituzionale-composta-dai-signori.html#sthash.4Z3keqyl.dpuf