lunedì 7 gennaio 2019

LA PRESUNTA INCOSTITUZIONALITÀ DELL’ITER DI APPROVAZIONE DEL DDL BILANCIO: IN ATTESA DELL’ESAME DELLA CONSULTA DEL 9 GENNAIO.



 (post di Sofia)


1. Il 28 dicembre l'Aula della Camera ha avviato la terza lettura della legge di Bilancio 2019. Una corsa contro il tempo (causata anche dalle trattative con l’Unione Europea) per evitare l'esercizio provvisorio per cui nella notte, la commissione Bilancio di Montecitorio ha approvato, con i voti di M5s-Lega e l'opposizione di Pd e Forza Italia, il mandato al relatore, e il via libera alla trasmissione del provvedimento all'assemblea senza discutere né votare (come già al Senato in seconda lettura) i circa 350 emendamenti presentati.
La Camera, con 327 voti favorevoli e 228 contrari, ha votato il 29 dicembre la questione di fiducia posta dal Governo sull'approvazione, senza emendamenti ed articoli aggiuntivi, dell'articolo 1 del disegno di legge: Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021 (A.C. 1334-B), nel testo della Commissione, identico a quello approvato dal Senato.
La manovra ha avuto il via libera finale e definitivo dall'Aula della Camera, con 313 sì e 70 no, il 30 dicembre a cui è seguita la firma del Presidente della Repubblica.

2. Come riporta IlSole24ore, da un esame dei resoconti parlamentari delle sedute, negli ultimi due passaggi - al Senato prima e alla Camera poi - viene fuori che il testo è rimasto all’esame delle due Commissioni per un totale di 45 ore circa. In Commissione al Senato, l’esame è durato oltre 28 ore, 7 ore per il passaggio alla Camera.
Non cero una novità, tanto che nell’intervento tenuto in aula alla Camera il 28 dicembre, riportato nei resoconti parlamentari, il presidente Roberto Fico ha ricordato alcuni precedenti in cui si è proceduto direttamente al voto del mandato senza aver votato nessun emendamento: «Seduta delle Commissioni riunite bilancio e finanze del 13 dicembre 2011 e 21 luglio 2009, Commissione bilancio del 7 dicembre 2007». E poi ancora: «La seduta della I Commissione del 31 luglio 1996, 1997, 2000, 2006, delle Commissioni IX e XI nel 1998, dell'VIII Commissione nel 1996, della VI Commissione il 17 ottobre 1996; la III Commissione il 26 novembre 2015».
Sul fronte della discussione dei provvedimenti di bilancio, da un controllo effettuato meramente sui resoconti d’aula, e con riferimento alla Camera, viene fuori che le discussioni sulla legge di Bilancio sono durate, nel 2016 e nel 2017, circa 11 ore, compresa la discussione sulla questione di fiducia.

3. Il Pd presenta ricorso alla Corte Costituzionaleritenendo l’incostituzionalità dell’iter a tappe forzate del ddl Bilancio e sollevando un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sull'iter di approvazione della legge.
Il presidente della Corte Costituzionale ha fissato con decreto la trattazione dell’ammissibilità del ricorso nella Camera di consiglio del 9 gennaio 2019.
Secondo il deputato e costituzionalista Stefano Ceccanti, il ricorso  - presentato dal capogruppo del Partito democratico al Senato Andrea Marcucci e da altri 36 senatori del Pd - metterebbe in evidenza la violazione dell'articolo 72 della Costituzione, “secondo il quale ogni testo legislativo deve essere esaminato dalla commissione di merito e votato articolo per articolo dall'Aula”. Il ricorso, sostanzialmente, sembrerebbe basarsi sull'idea che un gruppo parlamentare sia un potere dello Stato e che quindi possa avanzare un ricorso diretto alla Consulta, così come prevede l'articolo 134, secondo comma della Costituzione.
In attesa del pronunciamento della Corte, si sono già espressi diversi costituzionalisti.
Secondo Ugo De Siervocostituzionalista, ex presidente della Consulta, un ricorso alla Consulta per conflitto di attribuzione non sarebbe possibile perchè i conflitti intervengono tra i poteri supremi dello Stato. E un partito non rientra nella categoria di tali poteri.
La medesima tesi è confermata da Cesare Pinelli, docente di Diritto pubblico alla Sapienza.
Mentre Francesco Clementi, docente di Diritto Pubblico all'Università di Perugia e tra i promotori del ricorso, ne sostiene l’ammissibilità, ritenendo che  il conflitto tra poteri dello Stato è risolto dalla Corte costituzionale se insorge tra organi competenti a dichiarare la volontà del potere. Nel caso di specie, a presentare il ricorso è un decimo dei parlamentari di un gruppo, per cui, il ricorso sarebbe ammissibile perché presentato da una quota di un gruppo parlamentare, e non da un partito (la cui legittimazione è espressamente stata esclusa dalla Corte).
Giovanni Guzzetta, docente di Diritto Pubblico a Tor Vergata, ritiene che ci si  trovi in un terreno ignoto (ed in effetti non risultano precedenti simili) ma che comunque i margini per l'ammissibilità del ricorso ci sarebbero in quanto “i gruppi parlamentari sono menzionati dalla Costituzione come articolazioni delle Camere”. Tuttavia, lo stesso costituzionalista deve ammettere che c'è una grande continuità tra il governo Conte e i governi precedenti, perché tutti hanno scavalcato il Parlamento e fatto ricorso all'utilizzo dei maxiemendamenti.

4. Al di là delle diverse opinioni finora espresse, comunque, la decisione di ammissibilità da parte della Corte costituzionale sul ricorso del gruppo Pd Senato deve in sostanza rispondere a una domanda fondamentale, ossia se nella categoria dei poteri dello Stato prevista dall'articolo 134 della Costituzione può o no rientrare un gruppo parlamentare.
Infatti, il conflitto di attribuzione tra poteri dello stato (c.d. conflitti interorganici), insorge tra organi statali, cioè tra articolazioni organizzative appartenenti al medesimo soggetto (lo Stato, appunto) e riguardano comportamenti (azioni e/o omissioni) o atti lesivi delle attribuzioni costituzionalmente previste. Secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, non sono ammessi conflitti meramente ipotetici: è necessario che il comportamento (o l’atto) sia suscettibile di produrre una lesione concreta dell’altrui attribuzione.
La giurisprudenza della Corte costituzionale, comunque, per riconoscere un potere dello Stato, richiede: che esso sia almeno menzionato dalla Costituzione; che gli competa una sfera di attribuzioni costituzionali; che ponga in essere atti in posizione di autonomia e indipendenza; che questi atti siano imputabili allo Stato.
Per quanto riguarda la legittimazione ad essere parte (attore o convenuto) di un conflitto interorganico, tale conflitto deve insorgere «tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono» (l. n. 87/1953).  La legittimazione a sollevare conflitti di attribuzione spetta non necessariamente all'organo gerarchicamente superiore nell'ambito di un potere, ma a quello che può manifestare in via definitiva la volontà del potere cui appartiene. 

5. Ebbene, un gruppo parlamentare (o meglio una parte di un gruppo come nel caso di specie) risponde a questi requisiti così da potersi vedere riconosciuta la legittimazione a sollevare un conflitto di attribuzione?
Al momento non pare sussistano dei precedenti sui gruppi parlamentari, e quindi possono essere di ausilio gli altri precedenti della Corte.
La Corte costituzionale ha ammesso, nel tempo, la legittimazione di una serie di organi che va ben al di là della tradizionale tripartizione (legislativo, esecutivo e giudiziario) e che pure, a stretto rigore, non sarebbero organi di vertice: oltre, infatti, ai singoli rami del Parlamento (v. Corte Costituzionale, 19/07/2018, n.163 che riconosce la legittimazione delle Camere ma non dei singoli parlamentari - per cui v. anche le ordinanze 20 maggio 1998, n. 177; 14 aprile 2000, n. 101; 17 luglio 2009, n. 222; 16 giugno 2016, n. 149 - e n, 164 che esclude la legittimazione del singolo cittadino nella sua qualità di elettore; v. anche nello stesso senso Corte Costituzionale, 21/12/2017, n.280 e Corte Costituzionale, 28/11/2016 , n. 256), al Consiglio dei ministri e ad ogni singolo giudice e pubblico ministero (con la motivazione che il potere giudiziario costituisce un potere diffuso, cioè non soggetto al principio gerarchico; Magistratura), sono legittimati a un sollevare conflitto di attribuzione anche il Presidente della Repubblica, la stessa Corte costituzionale, la Corte dei conti, il Consiglio superiore della magistratura (nonché la sua Sezione disciplinare), le Commissioni parlamentari di inchiesta, la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi (c.d. Commissione di vigilanza sulla RAI), il Presidente del Consiglio dei ministri (solo per le attribuzioni di rilievo costituzionale a lui riservate), il Ministro della giustizia, nonché, addirittura, figure esterne allo Stato-apparato, come il Comitato promotore di un referendum abrogativo, anche se limitatamente per ciò che attiene allo svolgimento del procedimento referendario. È stata negata, invece, la legittimazione ai partiti politici (Corte Costituzionale, 28/11/2016 , n. 256).
Sulla base di questi precedenti, quindi, il ricorso sarebbe inammissibile se si considerasse proposto da un partito politico (o parte di esso) ma anche da singoli parlamentari proprio perché non sono organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono.
Significativo è il precedente caso di cui all’ordinanza n. 277/2017. La Corte costituzionale ha rigettato la tesi, pure adombrata in dottrina, di «concorrenza potenziale tra la legittimazione tanto del singolo parlamentare quanto della camera di appartenenza», escludendo «la tesi dell’assorbimento dell’interesse del singolo parlamentare nell’organo assembleare, stante non solo l’autonoma rilevanza di esso, ma anche l’attualità dell’interesse» (v. Luca Grimaldi e Cosimo Pietro Guarini “Su alcuni conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato sollevati a seguito della «situazione venutasi a creare» con le ultime leggi elettorali” che a sua volta  richiama  A. MORRONE, Note sul ricorso del singolo parlamentare per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, in R. BIN, G. BRUNELLI, A. PUGIOTTO, P. VERONESI (a cura di), “Il caso Previti”. Funzione parlamentare e giurisdizione in conflitto davanti alla Corte, Torino, 2000, 121 ss., 134).
Come già notato in dottrina, però, «ricostruire la posizione del parlamentare come titolare pro quota della sovranità nazionale attribuita al popolo dall’art. 1 Cost. o del potere di determinare la politica nazionale (richiamando dunque l’art. 49 Cost. in relazione ai partiti politici) o sulla base della sua funzione di rappresentante della nazione (art. 67 Cost.) non pare affatto decisivo al fine di individuare una sfera costituzionalmente assegnata al parlamentare e lesa dall’approvazione di una legge illegittima».
Peraltro, nell’ordinanza n. 280 del 2017 la Corte pare anche aver escluso una possibile estensione della sfera di legittimazione al conflitto «sino a ritenerla comprensiva di un asserito diritto alla regolarità delle procedure parlamentari» o lamentando violazioni regolamentari.
Come già evidenziato dalla Corte costituzionale a partire dalla sentenza 2 novembre 1996, n. 379 la possibile enucleazione di «diritti» del singolo parlamentare non deve condurre automaticamente a considerare tali diritti quali attribuzioni rilevanti ai sensi dell’art. 37, l. n. 87 del 1953 e, quindi, alla prospettiva del suo (ammissibile) accesso alla sede del conflitto tra poteri. Anche nell’ordinanza n. 149 del 2016 la Consulta ha riconosciuto che dalle disposizioni costituzionali deriva «la titolarità, in capo a ciascun parlamentare, del potere di iniziativa legislativa, che si estrinseca non solo con la presentazione di proposte di legge, ma altresì con la formalizzazione di emendamenti ai progetti di legge in discussione e con la partecipazione ai lavori delle Commissioni parlamentari, anche se di esse non si faccia parte»; essa, però, ha anche chiaramente affermato che «le eventuali violazioni di mere norme regolamentari e della prassi parlamentare lamentate dai ricorrenti debbono trovare all’interno delle stesse Camere gli strumenti intesi a garantire il corretto svolgimento dei lavori, nonché il rispetto del diritto parlamentare, dei diritti delle minoranze e dei singoli componenti».
In questa prospettiva (cfr. quanto sostenuto da M. VILLONE, La legge elettorale dal conflitto politico al conflitto tra poteri) non c’è dubbio, ad esempio, che al parlamentare sia consentito presentare emendamenti a un testo in discussione. Ma è altrettanto certo che l’emendamento può essere precluso, senza che si giunga al voto, ad es. per l’approvazione di altri emendamenti o per limiti alla emendabilità di determinati testi (legge finanziaria, di stabilità, leggi di bilancio). Può presentare proposte di legge o mozioni, ma senza alcuna pretesa che siano sottoposte al voto in commissione o aula. Ha diritto a prendere la parola, che però gli può essere concessa, negata, tolta».
In definitiva, quindi, se la Corte prendesse ad esame il ricorso presentato dai parlamentari, sia come singoli, sia come raggruppamento, il ricorso sarebbe inammissibile.

6. Ma il medesimo discorso può valere anche per i Gruppi parlamentari (e ancor più per una parte di un gruppo parlamentare).
Giuseppe Ugo Rescigno ha definito i gruppi parlamentari come «l'unione dei membri di un ramo del Parlamento appartenenti allo stesso partito che si costituiscono in unità politica con un'organizzazione stabile ed una disciplina costante di gruppo». Dal punto di vista pratico costituisce la proiezione di un partito politico in parlamento (parliamentary party). Sostanzialmente, quindi, i gruppi parlamentari svolgono un ruolo essenziale nella formazione delle opinioni. Esaminano i principali oggetti (elezioni e affari correnti) prima che siano sottoposti ai Consigli e tentano di trovare un’intesa su una posizione comune che i deputati possano difendere davanti al Consiglio stesso.
Quindi anche se gli art. 72 e 82 della Cost. fanno accenno ai gruppi parlamentari (mentre sono i Regolamenti, solitamente a prevedere che ciascun deputato debba appartenere a un Gruppo parlamentare) ad essi non compete una precisa sfera di attribuzioni costituzionali né per le composizioni, articolazioni e funzioni su viste, possono definirsi poteri dello Stato. Benchè mai, proprio per il fatto di essere una minoranza (e nel caso di specie una minoranza appartenente all’opposizione) possono essere  competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere  - ossia le Camere - cui appartengono (tenuto conto che la funzione legislativa può essere definitiva solo quando è espressione della maggioranza dell’Assemblea).
Questo dato mette in rilievo anche un ulteriore motivo di improcedibilità del ricorso, ossia una assoluta mancanza di interesse. Infatti, anche ammettendo che le motivazioni di ricorso siano corrette e che si sarebbe dovuta seguire una procedura di approvazione del DDL diversa, il risultato per questa ridotta minoranza non sarebbe certamente cambiato perché la maggioranza avrebbe comunque fatto valere le proprie prerogative.
Sotto il profilo soggettivo, quindi, della legittimazione, non vi dovrebbero essere margini di ammissibilità del ricorso.
Sarà da vedere, però, se la Corte costituzionale, posto il carattere policentrico del nostro ordinamento costituzionale, e quindi la non corrispondenza tra funzione e potere, e considerando inoltre la differenza che si pone tra attribuzione (che si fonda su disposizioni costituzionali) e competenza (che, essendo la misura dell'attribuzione, trova la sua fonte in disposizioni legislative), tenderà a ridurre o meno l'importanza dell'organo-soggetto per aumentare quella dell'oggetto, ponendo l'attenzione più che sulle attribuzioni, sulla natura costituzionale degli interessi.

7. Ciò detto, non potrà negarsi, forse, che gli accadimenti siano stati tali da aver messo fortemente «sotto stress» le procedure parlamentari, anche su presupposti e con implicazioni, per certi versi, inediti e che un certo rilievo possa avere anche l’utilizzo dello strumento della fiducia.
Ma anche su questo aspetto,  va ricordato che la questione di fiducia pur non essendo prevista esplicitamente dalla nostra Costituzione (ma affermatasi nella prassi salvo poi assumere vera e propria natura consuetudinaria), è considerata implicitamente consentita dall’ordinamento costituzionale in diretta connessione con la natura “bilaterale” del rapporto fiduciario tra Parlamento e Governo e con i conseguenti profili di responsabilità politica (passiva di quest’ultimo ed attiva del primo) che ne derivano (e comunque prevista nei regolamenti parlamentari). Essa, infatti, è ormai generalmente considerata, anche sulla base di quanto previsto dalle norme regolamentari oltre che da prassi parlamentari ininterrotte, non solo un istituto “immanente” al sistema costituzionale, ma anche una delle implicazioni proprie del rapporto di fiducia così come costituzionalizzato nel nostro ordinamento.
Ciò non toglie che, proprio nella prospettiva dei rapporti interni al Parlamento, la Corte stessa, potrebbe considerare (ove la situazione fosse stata correttamente impostata dal PD) gli aspetti di maggiore problematicità relativi ai rilevanti effetti della questione di fiducia.
E’ lo stesso Giudice dei conflitti, infatti, ad aver sostenuto, nell’ordinanza n. 277 che resta impregiudicata «la configurabilità di attribuzioni individuali di potere costituzionale per la cui tutela il singolo parlamentare sia legittimato a promuovere un conflitto fra poteri» e che la questione di fiducia è, comunque, «idonea, in astratto, a incidere sulle attribuzioni costituzionali dei membri del Parlamento, che rappresentano la Nazione senza vincolo di mandato (art. 67 Cost.)», perché finisce col limitare il potere di emendamento dei singoli parlamentari direttamente tutelato dalla Carta costituzionale e “rafforzato” proprio nei casi in cui è prevista la riserva d’Assemblea.
Insomma, sulla base dei precedenti il ricorso presentato dal PD dovrebbe essere dichiarato improcedibile e/o inammissibile per non essere una parte del gruppo parlamentare ricorrente un Potere dello Stato, ma viste le sorprese riservateci dalla Corte in precedenti e non lontane occasioni, non ci resta che attendere il 9 gennaio.


lunedì 24 dicembre 2018

GIALLI: I SINDACATI GIALLI PORTANO AI GILET GIALLI. E ALLE STELLINE GIALLE.


Post di Bazar



«L'accordo di Parigi non sta funzionando così bene per Parigi. Proteste e rivolte in tutta la Francia. Le persone non vogliono pagare grosse somme di denaro, la gran parte a favore di paesi del terzo mondo (che sono gestite in modo discutibile), al fine di forse di proteggere l'ambiente. Cantando “Vogliamo Trump!” Amo la Francia.» Donald J. Trump


1- Fenomenologia del conflitto sociale in Europa

Il conflitto sociale in Europa si sta infiammando e, nonostante la soffocante cappa mediatica di un sistema di comunicazione monopolizzato dalle classi egemoni compatte nel portare avanti il dogma neoliberista e mondialista – costi quel che costi –  la situazione sembra sfuggire dal loro controllo.

Ci sono due note da fare: la prima consiste nel riportare e commentare ciò che accade in Europa ed in particolare in Francia. La seconda consiste nel vedere quali misure prendono affannosamente le élite globaliste per riprendere il controllo sociale e andare avanti – costi quel che costi – nel loro progetto.

Da circa un mese la Francia è sconquassata da una grande protesta, di una dimensione mai vista nonostante disordini, scioperi generali, e caos dovuti al blocco dei trasporti non siano insoliti oltralpe:

« Circa 100.000 persone [hanno bloccato] le strade a pagamento, le stazioni di servizio e gli incroci creando gravi e problemi ai trasporti e ai grandi centri commerciali. La protesta si sta dimostrando estremamente difficile da disinnescare, dal momento che non c'è un particolare leader con cui negoziare. »

«Nel fine settimana gli ulteriori disordini mostrano che il movimento sta andando fuori controllo»

Nonostante gli ingenti danni economici inferti ai rentier e alle aspettative poco incoraggianti degli investitori, l'84% del pubblico francese su Le Figaro definivano «giustificata» la protesta.

Settimana scorsa lo scontro tra forze dell’ordine e manifestanti è stato ancora più violento: Macron capitola.

Ma questo sabato la protesta si è fatta ancora sentire.





«noi non dimentichiamo il trattato di Lisbona adottato dopo che è stato bocciato nel 2005, noi non dimentichiamo i 13 anni senza referendum.»

«Se il despota cade in Francia, cade dappertutto» - Victor Hugo


La Gran Bretagna si vede umiliata dalla UE  e la delicata trattativa dell’Italia sul deficit mostra le sue prime difficoltà.

L’Ungheria di Orban, mentre è in subbuglio per proteste anti-governative, è pure messa sotto pressione dalla UE.

Le tensioni in Catalogna sono vicine al “punto di ebollizione”, la Svezia è praticamente un campo di battaglia.

La Grecia non esiste più se non come espressione geografica.

Una riflessione tranchant è questa: come nota Sapir, in Francia chi protesta non ha ancora bene le idee chiare sulle dinamiche che hanno portato all’impoverimento della del popolo francese. Altrimenti, si potrebbe aggiungere, mai sarebbe stato votato Macron che ora i francesi vorrebbero dimesso.

In particolare non è stato introiettato come la moneta unica sia la madre di tutte le contraddizioni.

In Italia un po’ di coscienza in più ci sarebbe, ma il dissenso viene vincolato dall’enorme retorica europeista propagandata e da alcuni partiti che – a quanto pare – hanno fatto del distruggere il Paese come sacrificio a “il Mercato” una missione.

Nel momento in cui il clero degli informatori dei media di massa, dei giornalisti e degli accademici, non riesce più a nascondere l’esproprio di massa di ricchezza, di mezzi di produzione pubblici e privati, di diritti sociali, dei diritti alla salute e ad una vecchiaia serena, lo spirito di sopravvivenza del corpo sociale, ancora sano e non psicologicamente corrotto, fa sentire la sua reazione.

L’unica risposta veramente temuta dalle élite è una insurrezione di massa incontrollabile; è il loro incubo: che il crollo delle istituzioni porti alla confisca di proprietà private e personali. O alla loro semplice distruzione. A questo serve quella parte di struttura e sovrastruttura sociale che sono l’informazione e l’indottrinamento di massa: ad evitare tutto ciò.

Quando gli strumenti di controllo psicologico non funzionano più, quando l’indottrinamento e la propaganda non fungono più da sedativi, mistificatori, e manipolatori di coscienze fino al raggiungimento della dissociazione completa – quella per cui la coscienza critica viene completamente annullata e i principi di identità e di non contraddizione saltano psicoticamente nell’elettore mediano – allora il finto pluralismo liberale lascia spazio alla violenza diretta del totalitarismo del mercato.


2- La risposta totalitaria delle classi dominanti in Europa

 A questo punto commentiamo brevemente questo articolo ripreso da Voci dall’Estero.

Il tema dibattuto è riassumibile in:

«La Ue rischia di crollare, e le persone che temono di perdere il potere tendono a gesti estremi di controllo dittatoriale.»

Paiono emergere delle forze – forze che sembrano viste di buon grado dall’amministrazione Trump – che trovano un’apparente autonoma capacità di convergere contro quello che viene ritenuto il Leviatano eurounionista.

Se consideriamo la UE il progetto di punta della mondializzazione, ci possiamo aspettare che le contraddizioni di questo abnorme progetto si scarichino precipuamente nel nostro continente.

E quali sarebbero le risposte che gli interessi materiali che sostengono la UE possono contrapporre a questi sommovimenti antagonisti?

Sicuramente creare una forza armata unionista, anazionale, in cui i soldati e gli agenti arruolati possano reprimere violentemente il dissenso senza particolari scrupoli da conterranea compassione.

Un’altra politica sarebbe quella di rendere totalitario il controllo di ogni mezzo di comunicazione, in modo che i motori di ricerca forniscano i collegamenti alle sole notizie ed informazioni propagandate dal potere dominante.

Una volta definiti i contenuti della propaganda, andrebbero censurate le fonti di informazione alternative delle reti sociali ospitate sulle piattaforme digitali.

Chiaramente più passa il tempo più i popoli europei vengono desovranizzati, privati dei più elementari diritti sociali e, di conseguenza, dei diritti politici.

Si noti: le politiche di austerità sono politiche classiste, volte allo sfruttamento di una classe sulle altre. Politiche volte all’oppressione e al dominio tramite la compressione dei diritti economici: ossia l’austerità, le politiche di pareggio di bilancio strutturale, sono la promozione e la diffusione di ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Giusto per sottolineare che, dietro ai tagli alla spesa pubblica, si nascondono i tagli ai diritti politici.

Chiaramente l’immigrazione di massa dà, da una parte il colpo di grazia definitivo allo Stato sociale, dall’altra crea una eterogeneità sociale e culturale che aumenta la conflittualità sociale tra sezioni dei medesimi ceti, alienando ulteriormente i lavoratori dalla vita pubblica.

È evidente, dati i sommovimenti che vedono gli europei sempre più coscienti dell’oppressione che viene promossa dalle istituzioni eurounioniste, che le soluzioni per la definitiva spogliazione e desovranizzazione a partire dalle nazioni-banchetto come quella italiana, devono trovare un’accelerazione.

In tutto ciò il sistema dell’istruzione viene smantellato per essere sostituito con un sistema che pare volto meramente all’indottrinamento. (Nota: a scuola si va per acquisire conoscenze, non competenze!, che non sono altro che un sottoinsieme delle prime e, sicuramente, il bagaglio meno adatto a sviluppare una coscienza critica).

Quindi il controllo totalitario dei ceti subordinati non potrà che avvenire attraverso la digitalizzazione, ovvero attraverso quel confusionario e claudicante progetto che permette agli oligopoli, proprietari delle varie soluzioni tecnologiche, di inserire informazioni personali ed aziendali in basi di dati che, per costruzione, sfuggono al controllo di chi vorrebbe vedere tutelata la propria privacy ed i propri segreti aziendali.

La digitalizzazione infatti non appare essere nient’altro che un invito alla libera circolazione dei propri dati personali mercificati e un invito allo spionaggio industriale.

Ogni riferimento alla fatturazione elettronica o alle blockchain e agli smart contract è da ritenersi pienamente giustificato.

(Evitiamo di parlare dei TSO di massa per carità di patria, in questa convergenza tra biotecnologie, digitalizzazione e Internet)

3- Conclusioni

È evidente che qualsiasi scenario distopico immaginabile – e chi non deve lavorare per vivere, e ha magari qualche disagio psichiatrico, di fantasia ne ha tanta – dipende dalla miseria di massa che viene prodotta da quel vincolo sociale e di classe che è il vincolo esterno. E non importa in quale ambito esso si presenti: il primo di tutti i vincoli esterni è quello socioeconomico. Capace da solo di conservare l’ordine classista.

Man mano che si cede sul fronte dei diritti economici e sociali, tutti i vari vincoli materiali ed immateriali che andranno a costruire la gabbia di quelli che il diritto positivo vorrebbe popoli sovrani, si realizzeranno. I popoli col tempo vengono sempre più sradicati e desocializzati: resi incapaci di trovare un’identità e una coscienza che gli permetta, solidarizzando, di opporre resistenza.

L’euro non è solo una moneta. 

E non è neanche un semplice vincolo esterno.

L’euro è la prima catena di tante altre che, lentamente e in penombra, la classe egemone sta facendo passare intorno ai nostri polsi e alle nostre caviglie.

Se non si rompe quella, tutte le altre sono inevitabili.

Chissà se qualche sezione della classe dominante, contraddistinta per acume ed integrità psicologica, decide di far nascere spontaneamente un grande movimento di piazza anche in Italia.

Probabilmente se fosse veramente spontaneo e nazionale, non sarebbe contraddistinto da colori sgargianti…

Ed in Italia saremmo fortunati: per fare la rivoluzione basterebbe applicare la Costituzione e renderne effettivo il dettato.

domenica 9 dicembre 2018

GLOBAL COMPACT FOR SAFE, ORDERLY AND REGULAR MIGRATION: LA GRANDE PIANIFICAZIONE E IL DIRITTO INTERNAZIONALE PRIVATIZZATO



Post di Francesco Maimone



delle nostre società evidenziando il loro contributo positivo
(
Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration)

1 In questi giorni sta tenendo banco sui Social e nei media il tema riguardante l’approvazione del Global Compact for Safe, Orderly and Regular migration (per brevità, GCSORM), ovvero l’accordo promosso in sede ONU e che sarebbe finalizzato a dare una risposta globale al fenomeno della migrazione. Tra le voci che si sovrappongono a favore e contro detto accordo, sembra soprattutto passare inosservato il fatto che il GCSORM non è una misura estemporanea partorita improvvisamente dal nulla, ma costituisce un documento inserito in una logica e ben congegnata “sequenza procedimentale” per dare specifica attuazione ad un disegno molto più vasto che l’Ordine sopranazionale dei M€rcati ha tracciato già da tempo.

2 In questa sequenza, ed evitando di risalire troppo nel tempo (per esempio, alla International Conference on Population and Development tenutasi nel lontano 1994 al Cairo), bisogna innanzi tutto prendere le mosse dalla distopica volontà di “trasformare il nostro mondo” contenuto in quel capolavoro cosmetico chiamato  “Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” adottata all’unanimità (quindi anche con il contributo del rappresentante italiano pro tempore) dall’Assemblea Generale dell’ONU con Risoluzione del 25 settembre 2015, entrata in vigore il 1° gennaio 2016 e che ha il compito di orientare i successivi sviluppi per i prossimi 15 anni. Come risulta da documenti parlamentari, l’Agenda “ha sostituito i precedenti Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) che avevano orientato l’azione internazionale di supporto nel periodo 2000-2015. La nuova Agenda globale si propone, in particolare, di raggiungere i seguenti 17 obiettivi pubblicizzati alla stregua di un nuovo e meraviglioso paese di Bengodi, obiettivi ai quali sono associati “169 traguardi … che sono interconnessi e indivisibili” (così al punto 18, pag. 6, dell’Agenda):


2.1 Non è il caso di addentrarsi in un esame dettagliato di detto documento. Si evidenziano tuttavia alcuni principi generali che sono da considerare i pilastri sui quali è stata congegnata la Road Map elitista:
- “L’attività imprenditoriale privata, gli investimenti e l’innovazione rappresentano i motori principali della produttività, di una crescita economica inclusiva e della creazione di posti di lavoro. Riconosciamo la varietà del settore privato, che varia dalle micro imprese alle cooperative, e alle multinazionali. Promuoveremo un settore imprenditoriale dinamico e ben funzionante, salvaguardando contestualmente i diritti dei lavoratori e le norme ambientali e sanitarie…” (punto 67, pag. 29, dell’Agenda). Lo Stato non è contemplato come “motore della produttività”;
- “Il commercio internazionale è il motore per una crescita economica inclusiva e per la riduzione della povertà, ed esso contribuisce alla promozione dello sviluppo sostenibile. Continueremo a promuovere un sistema multilaterale di commercio che sia universale, basato sulle regole, aperto, trasparente, prevedibile, inclusivo, non discriminatorio ed equo nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, così come una liberalizzazione significativa del commercio (punto 68, pag. 29, dell’Agenda). Il Mercato sarà sempre più il nostro pastore;
- “ogni Stato ha la primaria responsabilità della propria economia e del proprio sviluppo sociale e che il ruolo delle politiche interne e delle strategie per lo sviluppo non può essere messo in discussione. Rispetteremo lo spazio politico di ogni Nazione e la loro leadership per implementare politiche per la lotta alla povertà e per lo sviluppo sostenibile, pur rimanendo coerenti con l’importanza delle leggi e dell’impegno internazionali. Allo stesso tempo, gli sforzi per lo sviluppo nazionale necessitano del supporto di un contesto economico internazionale favorevole, attraverso un commercio mondiale coerente e di sostegno reciproco” (punto 63, pag. 28, dell’Agenda). Nel caso dell’Italia, per esempio, verrebbero “rispettate” le politiche deflazionistiche e di impoverimento derivanti dall’appartenenza all’U€ ed al sistema della moneta unica;
“… Riconosciamo il bisogno di fornire assistenza ai paesi in via di sviluppo affinché raggiungano la sostenibilità a lungo termine del debito, attraverso politiche coordinate, finalizzate a promuovere, a seconda dei casi, il finanziamento, la remissione, la ristrutturazione e la solida gestione del debito. Molti paesi restano vulnerabili alle crisi del debito e alcuni paesi, ivi inclusi alcuni dei paesi meno sviluppati, alcuni piccoli Stati insulari in via di Sviluppo e alcuni dei paesi sviluppati, sono nel mezzo di una crisi. Ribadiamo che i debitori e i creditori devono lavorare congiuntamente al fine di evitare e allo stesso tempo risolvere le situazioni di debito insostenibile. Mantenere livelli di debito sostenibile è responsabilità dei paesi mutuatari (punto 69, pag. 29, dell’Agenda). Detto altrimenti, nel farsi sbranare, l’agnello dovrà cooperare al meglio con il lupo, dal momento che sua è la responsabilità di essere la parte più debole del rapporto obbligatorio.

3. Quanto delineato per sommi capi rappresenta a ben vedere il manifesto di un neoliberismo incrementale, all’interno della cui cornice di “crescita sostenibile”, ovviamente, svolgono un ruolo non indifferente anche le migrazioni di massa. A queste ultime, si badi bene, viene infatti riconosciuto a priori un:
“… contributo positivo [per] una crescita inclusiva e uno sviluppo sostenibile. Inoltre, [viene riconosciuto] che la migrazione internazionale è una realtà di grandissima rilevanza per lo sviluppo dei paesi d’origine, di transito e di destinazione, che richiede risposte coerenti e comprensive. [perciò si lavorerà insieme] a livello internazionale per garantire flussi migratori sicuri, regolari e ordinati, secondo il pieno rispetto dei diritti umani e il trattamento umano dei migranti, a prescindere dallo status di migrante, rifugiato o sfollato...” (punto 29, pag. 8 dell’Agenda). Insomma, viene affermato in modo perentorio e senza possibilità di smentita che le migrazioni sono un bene, una opportunità di crescita e sviluppo globali.

3.1 E’ da sottolineare, quindi, che sin dall’Agenda 2030 è sancito in nuce che la realizzazione degli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile debbano essere realizzati “all’interno di una struttura di Partnership Globale” (punto 40, pag. 10 dell’Agenda) nell’ambito della quale non poteva mancare il riconoscimento del ruolo svolto dal “variegato settore privato…dalle micro-imprese…[dalle] multinazionali, [dalle] organizzazioni della società civile e… filantropiche [cioè le ONG]” (punto 41, pag. 10 e punto 45, pag. 11 dell’Agenda).
Fissata in generale l’Agenda nel 2015, l’oligarchia capitalistica mondiale si è ovviamente mobilitata per dare esecuzione, in particolare, all’obiettivo n. 10 (“ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni”), preoccupandosi di dettagliare la disciplina al fine di rendere “… più disciplinate, sicure, regolari e responsabili la migrazione e la mobilità delle persone, anche con l’attuazione di POLITICHE MIGRATORIE PIANIFICATE E BEN GESTITE” (punto 10.7 pag. 21 dell’Agenda).

4.1 Tale disciplina è contenuta nel testo della fondamentale Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 19 settembre 2016 (“Dichiarazione di New York per i rifugiati ed i migranti”, di cui non è stato possibile reperire il testo in lingua italiana) anch’essa, ovviamente, adottata con il contributo dell’allora rappresentante italiano pro tempore. Secondo quanto previsto al punto 21 della citata Dichiarazione (pag. 5), anche se gli Stati hanno approvato una serie di “impegni” che si applicano indistintamente sia ai rifugiati che ai migranti, il GCSORM darà tuttavia specifica attuazione all’Allegato II con il quale sono state stabilite proprio le “misure per l'adozione nel 2018 di un patto globale per la migrazione sicura, ordinata e regolare”. L’assunzione di un corrispondente patto globale per i rifugiati – oggetto dell’Allegato I – sembra sia stata invece rimandata ad altre sessioni intergovernative.
Ora, al di là delle pletoriche espressioni sparse a piene mani in tutto il testo della Dichiarazione in parola, è necessario passare brevemente in rassegna quelli che sono i principi più importanti in essa sanciti in materia di “migranti economici”. Tali principi sono contenuti nell’Introduzione, nei punti da 41 a 63 (ovviamente in linea con quelli già formalizzati dell’Agenda 2030) e nel citato Allegato II il quale, più specificamente, ha la funzione di anticipare nel dettaglio il contenuto sostanziale e soprattutto organizzativo del GCSORM.

4.2 Ci viene innanzi tutto spiegato che gli uomini si stanno muovendo anche “per cercare … nuove opportunità economiche per fuggire da povertà [e] insicurezza alimentare” (punto 1, pag. 1), anche se non viene mai spesa una parola sulle reali cause della povertà. Tale “movimento” di uomini è ribadito dall’ONU come opportunità per una crescita inclusiva ed uno sviluppo sostenibile nonché per la distopica realizzazione di un “mondo migliore”: “… Quando abbiamo adottato un anno fa il programma di sviluppo sostenibile nell’orizzonte 2030, abbiamo evidenziato chiaramente il contributo positivo che i migranti hanno apportato alla crescita inclusiva e allo sviluppo sostenibile. Questo contributo rende il nostro mondo un posto migliore. I vantaggi e le opportunità associati alla migrazione regolare, sicura e ordinata sono considerevoli e generalmente sottovalutati...” (punto 4, pag. 2).
Di conseguenza, “… Il massiccio spostamento di migranti deve essere pienamente sostenutoe protetto in conformità con gli obblighi del diritto internazionale”, dovendo gli “… obiettivi di sviluppo sostenibile [essere] realizzati a beneficio di tutte le nazioni, dei popoli e di tutti i componenti della società” (punto 11, pag. 3) e potendo i migranti “… contribuire positivamente e profondamente allo sviluppo economico e sociale delle loro società di accoglienza e alla creazione di ricchezza su scala globale” nonché aiutare ad “… affrontare alcune delle tendenze demografiche, carenza di manodopera e altre sfide che affliggono le società ospitanti e fornire competenze notizie e rinnovato dinamismo nelle economie di questi paesi” (punto 46, pag. 10).

4.3 Considerati tutti questi presunti “benefici” apportati dalle migrazioni economiche di massa, che “tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti [e che] tutti hanno il diritto di essere riconosciuti OVUNQUE come persone di fronte alla legge [a prescindere da motivi di] fortuna, nascita o qualsiasi altra situazione” (punto 13, pag. 3), la conclusione non poteva che essere scontata: “… tutti hanno il diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese” perché “la migrazione dovrebbe essere una scelta” (punto 42, pag. 10). In sostanza, la Dichiarazione di New York, sotto il paravento generalizzato e ipocrita dei “diritti umani”, finisce per riconoscere il pieno diritto dei “migranti economici a lasciare il proprio Paese e ad essere accolti da un altro, ricevendo un trattamento praticamente uguale a quello dei rifugiati.
Gli Stati firmatari, d’altronde, si sono impegnati ad adottare le misure necessarie per migliorare la loro integrazione, se del caso, in particolare per quanto riguarda l'accesso all'istruzione, all'assistenza sanitaria, alla giustizia…ai corsi di lingua” (punto 39, pag. 9) ed a tutti i servizi sociali, assicurandosi così di assestare forse la spallata decisiva a quello che è ormai rimasto del loro sistema di Welfare.

4.4 Anche la Dichiarazione di New York ovviamente ribadisce che, essendo quello delle migrazioni un fenomeno globale, esso “richiede approcci e soluzioni globali” (punto 7, pag. 2), e ciò in quanto nessuno Stato da solo può gestire questi spostamenti. Di conseguenza, gli Stati si sono espressamente assunti l’impegno di “RAFFORZARE LE STRUTTURE DI GOVERNANCE delle migrazioni a livello globale” (punto 49, pag. 11), confermando chiaramente il ruolo di primo piano che in tale governance (a tutti i livelli) dovranno avere - anche per “colmare le lacune nel finanziamento degli aiuti umanitari” (punto 38, pag. 9) - la Banca Mondiale, “le organizzazioni della società civile, comprese le organizzazioni religiose, il settore privato, le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori e altre parti interessate [e] LE ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE” (punto 39, pag. 9 e punto 61, pag. 13).

4.5. Per non farsi mancare proprio niente, e sul presupposto indimostrato che “la diversità arricchisce ogni società e contribuisce alla coesione sociale”, gli Stati hanno tra l’altro dichiarato di condannare “fermamente le manifestazioni e gli atti di razzismo, discriminazione razziale e xenofobia nei confronti di rifugiati e migranti”, aggiungendo però alla condanna anche l'intolleranza associata, nonché l'uso frequente di stereotipi” (punto 14, pag. 3), cui segue l’impegno a combatterle. Non sia mai che ai cittadini dei Paesi di accoglienza possa saltare in mente di esternare in qualche modo il proprio legittimo e giustificato disagio.

5. Volendo riassumere quanto detto sin qui, si può dire che, pianificata compiutamente nel 2015 un’Agenda con l’indicazione di 17 macro-obiettivi che la “Comunità Internazionale” ha dichiarato di voler raggiungere nei prossimi quindici anni, l’ONU sin da subito si è spesa con solerzia per la loro concreta definizione e, concentrandosi - come detto - sull’obiettivo n. 10, ha fatto il modo che fossero sottoscritti dagli Stati i principi e gli impegni di cui alla Dichiarazione di New York del 19 settembre 2016. Da quest’ultima data è poi seguito “per fasi” un pervicace percorso di negoziati che dovrebbe concludersi in Marocco con il meeting intergovernativo del 11 ed il 12 dicembre 2018 per l’adozione del “Global Compact for safe, orderly and regular migrationil quale costituisce, dunque, solo l’ultimo atto (anche se non definitivo) della citata sequenza ad “imbuto”.

6. Deve essere subito chiarito che il GCSORM – in conformità alle indicazioni programmatiche inserite nell’Allegato II della Dichiarazione di New York (v. pagg. 24-27) – rappresenta un deciso “salto di qualità” sia rispetto a quest’ultima che rispetto all’Agenda 2030, non tanto per la coerentizzazione e ulteriore specificazione di tutti i principi contenuti in materia migratoria nei due documenti sopra commentati (per esempio, viene dichiarato che “La migrazione ha fatto parte dell'esperienza umana nel corso della storia, e riconosciamo che è una fonte di prosperità, innovazione e sviluppo sostenibile nel nostro mondo globalizzato”, punto 8, pag. 2), quanto perché contiene vere e proprie norme organizzative e procedurali-operative funzionali alla realizzazione di specifiche soluzioni normative all’interno dei singoli Paesi membri (v.infra).

6.1 In primo luogo, il GCSORM [nel quale si legge che è riaffermata la dichiarazione di New York e che lo stesso “è radicato nell'agenda 2030” (pagg. 1 e 2] specifica come al solito di voler offrire “una visione a 360 gradi della migrazione internazionale” e ribadisce che è improntato ad “un APPROCCIO GLOBALE per ottimizzare i benefici generali della migrazione” (punto 11, pag. 3). Ciò, in termini organizzativi, si traduce coerentemente in un impegno degli Stati “a proseguire il dialogo multilaterale presso le Nazioni Unite attraverso un meccanismo periodico ed efficace di continuazione e di revisioneal fine di assicurare che “le parole [del GCSORM] si traducano in azioni concrete a beneficio di milioni di persone in ogni regione del mondo” (punto 14, pagg. 3 e 4). 

6.2 A tal fine, l’organismo di cooperazione multilaterale diretto a facilitare “un dialogo ad alto livello sulla migrazione” è stato individuato nell’International Migration Review Forum, il quale fungerà da “… principale piattaforma globale per gli Stati membri per discutere e condividere i progressi compiuti nell'attuazione di tutti gli aspetti del Global Compact…con la partecipazione di tutte le parti interessate”. Il Forum si riunirà ogni 4 anni a decorrere dal 2022 per discutere l’attuazione del Global Compact a livello locale, nazionale, regionale e globale, nonché per consentire l'interazione con le “altre parti interessate” al fine di individuare opportunità di ulteriore cooperazione (punti 48 e 49, pagg. 33-34). 

6.3 L’International Migration Review Forum si avvarrà del Forum globale su migrazione e sviluppo, il quale avrà il compito di “fornire uno spazio per lo scambio informale annuale sull'attuazione del patto globale e riferire i risultati, le migliori pratiche e gli approcci innovativi”, mentre gli Stati membri sono incoraggiati a sviluppare “non appena possibile, risposte nazionali ambiziose per l'attuazione del patto globale e a condurre revisioni periodiche e inclusive dei progressi a livello nazionale, ad esempio attraverso l'elaborazione e l'uso volontario di un piano nazionale di attuazione” (punti 51 e 53, pag. 34).
In breve, pare evidente che il GCSORM formalizzi la creazione dell’ennesima ORGANIZZAZIONE SOVRANAZIONALE e mondialista in grado di dettare – sotto forma di immancabile Soft Law - vere e proprie direttive in materia di migrazione in tutto simili a quelle provenienti dall’U€.

6.4 In secondo luogo, e facendo propri i principi già contenuti nell’Agenda 2030 nonché nella Dichiarazione di New York [in particolare, se quest’ultima ha sancito il diritto di emigrazione economica, si dovrà “consentire ai migranti di diventare membri a pieno titolo delle nostre società” punto 13, pag. 3], sulla scorta del principio del Whole-of-society approach (pag. 5), è dichiarato che il Global Compact possa promuovere “… ampi partenariati multi-stakeholder per affrontare la migrazione in tutte le sue dimensioni includendo migranti… comunità locali, la società civile, il mondo accademico, il settore privato, i parlamentari, i sindacati, Istituzioni nazionali per i diritti umani, i media e altre parti interessate nella governance delle migrazioni”, ovvero gli stessi soggetti che, insieme alle “organizzazioni basate sulla fede, dovranno cooperare all’attuazione del Global Compact (v. punto 15, pag. 5, e punto 44, pag. 33). A sostenere gli sforzi degli Stati membri ed a rafforzare le capacità delle Nazioni Unite nell’attuazione del Global Compact saranno ammesse in modo continuativo anche “le fondazioni filantropiche” (punto 43, pag. 32) alle quali (insieme agli altri soggetti) è permesso perciò di fornire contributi finanziari attraverso l’avvio, anche nell’immediato, di un fondo start up.
A ben vedere, pertanto, in quest’approccio olistico di attuazione del Global Compact, qualunque organizzazione o soggetto abbia un interesse (di qualsiasi natura) da far valere nell’ambito delle politiche migratorie a livello globale, potrà senz’altro aspirare a questi partenariati” (si pensi, per esempio, alle imprese multinazionali, alle Banche internazionali ed alle ONG ad esse direttamente o indirettamente collegate, o addirittura alle istituzioni religiose. Oppure, ancora, si pensi ai colossi delle telecomunicazioni che poi, paradossalmente, dovrebbero fornirci anche una narrazione imparziale sull’argomento!). 
Non c'è la prefigurazione di alcuna gerarchia di interessi, di alcuna distinzione, ricognitiva della sostanziale differenza di legittimazione, tra istituzioni democratiche (statali), rappresentative di interessi generali, e enti privati esponenziali dei più diversi interessi di settore, promossi da finanziatori altrettanto privati e spesso celati dietro le quinte di sigle altisonanti; interessi eticamente accattivanti nelle enunciazioni formali ma sostanzialmente opachi nelle loro finalità ultime. Finalità inevitabilmente riguardanti l'assetto del mercato del lavoro globalizzato e equalizzato verso il basso, della tutela e dei salari, per il tramite dell'evidente effetto dell'immigrazione come super-principio insediativo che riplasma le singole realtà statali, rese periferiche e subordinate dalla centralizzazione mondiale della governance.

6.5 Quanto al ruolo (obiettivamente subordinato, in questo quadro istituzionale globalizzato e de-legittimante) degli Stati nell’attuazione delle migrazioni (economiche) di massa, esso è condensato in ben 23 obiettivi che costituiscono la parte più corposa e defatigante del Global Compact. Veramente nulla è lasciato al caso. Ogni obiettivo contiene un impegno seguito da una serie dettagliata di azioni considerate strumenti strategici rilevanti e buone prassi per ottenere una migrazione sicura ed ordinata e sull’attuazione o meno dei quali verranno giudicati gli Stati firmatari. Non è possibile in questa sede analizzare nello specifico tutti gli obiettivi e gli impegni concreti assunti dagli Stati per realizzarli. 

Si segnala, per esempio, che nell’ambito dell’obiettivo n. 15 (“fornire accesso ai servizi di base per i migranti”) è addirittura prevista come azione statale l’impegno ad “istituire o incaricare istituzioni indipendenti a livello nazionale o locale…, per ricevere, indagare e monitorare le denunce relative a situazioni in cui l'accesso ai servizi di base dei migranti è sistematicamente negato o ostacolato”, istituzioni indipendenti che dovrebbero addirittura agevolare l’ottenimento del risarcimento del danno da parte del migrante in casi di disservizi, lavorando per un cambiamento della cattiva prassi (punto 31, lett. d), pagg. 22-23).

6.6 Ed ancora a titolo esemplificativo, si evidenzia come nell’ambito dell’obiettivo n. 17 (“eliminare tutte le forme di discriminazione e promuovere il discorso pubblico basato sulle prove per dare forma alle percezioni della migrazione”) sia previsto che gli Stati si impegnino a “Promuovere la comunicazione indipendente, obiettiva e di qualità dei media, comprese le informazioni basate su Internet, anche sensibilizzando ed educando i professionisti dei media su questioni e terminologia relative alla migrazione, investendo in standard etici e pubblicità” (punto 33, lett. c, pag. 24). Non è dato intendere, però, come possa essere promossa una comunicazione indipendente” ed imparziale se, come detto sopra, agli stessi media è consentito di essere partners nell’attuazione del Global Compact. Tant’è.
7. Non è qui il caso di dilungarsi nel ribadire quale sia “l’effetto immancabile e programmatico dell'immissione di forza lavoro proveniente da altri Stati, che risulti sistematica, costante e praticamente illimitata nella durata né quale sia la chiara paternità delle radici ideologiche sottese al paradigma neoliberista che “conduce al lavoro-merce globalizzato”, ai quali i documenti sopra richiamati danno un palese sigillo. Si tratta piuttosto di capire brevemente quali potrebbero essere gli effetti di riverbero sul nostro Ordinamento nel caso di eventuale adozione del GCSORM da parte dell’Italia. Ciò, peraltro, in considerazione di quanto affermato in modo rassicurante dal Ministro degli Affari Esteri, Enzo Moavero Milanesi, nella risposta ad un’interrogazione a risposta immediata presentata dall’On. Giorgia Meloni, ovvero che “il Global Compact … non sarà un atto giuridicamente vincolante”.

Ora, gli atti dell'Assemblea generale dell’ONU sono nella maggioranza dei casi denominati “risoluzioni” che, sotto il profilo dell'efficacia giuridica, sono privi di forza vincolante in quanto invitano, ma non obbligano – è vero - gli Stati a uniformarsi al loro contenuto. E’ la Carta stessa, d’altronde, ad attribuire alle risoluzioni dell'Assemblea generale il valore di raccomandazioni (cfr. artt 10-14). 
Tuttavia, già alle risoluzioni in generale deve riconoscersi un’efficacia giuridica, seppur limitata, “… consistente nel cosiddetto effetto di liceità… [che] opera nel senso di creare una presunzione di legittimità nell'ambito del diritto delle Nazioni Unite, del comportamento adottato dagli Stati in conformità alla raccomandazione dell'Assemblea generale…” [S. MARCHISIO, Digesto discip. pubbl., 1999, voce, ONU, 520].

Alcune risoluzioni dell'Assemblea generale dell’ONU, tuttavia, si presentano “…contenenti in annesso “DICHIARAZIONI DI PRINCIPI”, atti di particolare solennità inquadrati nella categoria della soft law … molto spesso il loro contenuto si colloca in una prospettiva de lege ferenda, vale a dire di modifica del diritto internazionale vigente, consuetudinario o pattizio. È il caso, tra gli altri, della Dichiarazione sul Nuovo ordine economico internazionale (NOEI), annessa alla risoluzione 3201 (S-VI) dell'1-5-1974, in parte ribadita dalla Carta dei diritti e doveri economici degli Stati, annessa alla risoluzione 3281 (XXIX) del 12-12-1974… le dichiarazioni… possono tradursi nel contenuto di norme convenzionali o assumere valore dichiarativo rispetto a norme internazionali preesistenti, consuetudinarie e pattizie, o, infine, presentarsi come autorevoli manifestazioni della prassi degli Stati ai fini della formazione di norme del diritto internazionale non scritto…” [S. MARCHISIO, cit., 521].

10. Orbene, detto ciò, non può escludersi che già l’Agenda 2030 e soprattutto la Dichiarazione di New York esplichino per gli Stati un’efficacia vincolante. Verificato, infatti, che le relative risoluzioni non riguardano l'attività delle Nazioni Unite come organizzazione (per esempio, l’elezione del Segretario Generale), è indubbio che in esse la questione affrontata (quella dei migranti) “is a matter of existing, or nascent, or potential customary law” e che, quindi, le volontà dei singoli Stati devono considerarsi estremamente rilevanti e tali da poter contribuire alla creazione o allo sviluppo del diritto [P. FOIS, Le organizzazioni internazionali e la formazione del diritto internazionale contemporaneo. Il ruolo degli stati membri, in Rivista di Diritto Internazionale, Milano, 2014, 650].

10.1 Si consideri, in proposito, che con l’Agenda 2030 l’Assemblea Generale ha ottenuto il consenso su principi generali, ma gli stessi sono inseriti e collegati ad un quadro consuetudinario già fortemente consolidato e condiviso: “…. La nuova Agenda è stata creata seguendo obiettivi e principi della Carta delle Nazioni Unite, compreso il totale rispetto del diritto internazionale. È fondata sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sui trattati internazionali sui diritti umani, la Dichiarazione del Millennio e i risultati del Vertice Mondiale del 2005…11. Ribadiamo i risultati delle principali conferenze delle Nazioni Unite e i risultati che hanno portato alla creazione di solide fondamenta per lo sviluppo sostenibile e hanno contribuito a dare forma alla nuova Agenda. Fra queste ricordiamo la Dichiarazione di Rio sull’Ambiente e lo Sviluppo5, il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile, il Vertice Mondiale per lo Sviluppo Sociale, il Programma d’Azione della Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo6, la Piattaforma di Azione di Pechino7 e la Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile. Ribadiamo il seguito di queste conferenze, compresi i risultati della Quarta Conferenza delle Nazioni Unite sui Paesi Meno Sviluppati” (così i punti 10 e 11 dell’Agenda, pagg. 4 e 5). 

10.2 Lo stesso, ed a maggior ragione, può dirsi per l’adozione solenne della Dichiarazione di New York, la quale può essere annoverata proprio nell’ambito delle “Dichiarazioni di principio”. Invero, in essa pare essere cristallizzata in versione più dettagliata quella opinio iuris ac necessitatis nell'àmbito della Comunità internazionale e che l'Assemblea “sente” come matura per una disciplina di diritto internazionale [si veda in tal senso B. CONFORTI, Enciclopedia del diritto, Milano, XXXI, 1981, voce “Organizzazione Nazioni Unite”, 273 secondo cui “… le dichiarazioni di princìpi costituiscono una delle manifestazioni più autorevoli dell'opinio iuris ac necessitatis nell'àmbito della comunità internazionale…”]:
Ribadiamo gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite. Riaffermiamo inoltre la Dichiarazione universale dei diritti umani e richiamiamo i principali strumenti internazionali relativi a tali diritti. Riaffermiamo e continueremo a proteggere pienamente i diritti fondamentali di tutti i rifugiati e migranti, indipendentemente dal loro status; tutti hanno diritti. La nostra azione dimostrerà il nostro pieno rispetto per il diritto internazionale e la legge internazionale sui diritti umani e, se del caso, per la legge internazionale sui rifugiati e il diritto internazionale umanitario...” (così al punto 5 della Dichiarazione, pag. 2).

10.3 Non dovrebbe perciò disconoscersi che già gli atti dell’Assemblea Generale dell’ONU sopra citati nella sostanza possano atteggiarsi - nella loro specifica singolarità – a vere e proprie fonti di diritto consuetudinario internazionale, ovvero “norme del diritto internazionale generalmente riconosciute” alle quali “l’ordinamento giuridico italiano” afferma di conformarsi secondo quanto previsto dall’art. 10, comma I, Cost. (c.d. adattamento automatico):

… con questa formula … si è voluto porre una “norma sulla produzione”, cioè determinare il procedimento sufficiente a introdurre automaticamente la regola di diritto interno che manca (o a sostituire quella esistente, ma in contrasto con l’altra derivabile dal diritto internazionale) in virtù di deduzione della medesima, per opera dell’interprete, dai principi del diritto internazionale. In questo modo, mentre si conferma la posizione di autonomia dei due ordinamenti, si pone il meccanismo affinché quello statale si uniformi all’altro, imponendo alle autorità gli opportuni comportamenti e concedendo ai cittadini di poterne richiedere l’adeguamento alla norma internazionale.
Si dà vita, in altri termini, ad una specie di “ordine di esecuzione in bianco”, valido cioè per tutte le norme presenti ed avvenire, che rende quindi non necessario l’intervento del legislatore diretto ad imporre l’esecutività interna. L’eventuale mancato funzionamento di tale congegno di adattamento dà vita ad un illecito internazionale e quindi all’assunzione della correlativa responsabilità dello stato” [C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, 1969, II, 1344-1345].

10.4 “… A nostro avviso, siffatti princìpi [contenuti nelle relative Risoluzioni/Dichiarazioni] non sono altro che delle norme consuetudinarie sui generis, a formare le quali concorrono, da un lato, la loro uniforme previsione ed applicazione nell'àmbito degli ordinamenti statali e, dall'altro, la circostanza che i valori che esse perseguono siano sentiti come internazionalmente obbligatori, corrispondano cioè a valori di cui la comunità internazionale si faccia inequivocabilmente assertrice” [B. CONFORTI, cit.]. Ed al riguardo, bisogna considerare che tali norme, alle quali l’Italia si conforma in modo automatico, sono fonti “paracostituzionali”, cioè hanno una efficacia gerarchica superiore alle leggi ordinarie che alle prime devono quindi cedere. Di conseguenza, rilevata un’ipotetica antinomia tra una norma di diritto internazionale consuetudinaria ed una norma ordinaria interna, quest’ultima dovrebbe essere dichiarata incostituzionale per violazione dell’art. 10, comma I, Cost.
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11. Con riferimento specifico al GCSORM, poi, per gli Stati membri il quadro giuridico diventerebbe di certo ancora più rigoroso. Ed infatti, il Global Compact non si limita semplicemente a fissare “principi, ma introduce per i firmatari impegni che istituiscono veri e propri standards di regolazione nazionale (con correlativo obbligo di adeguamento, a tutti i livelli, delle relative strutture giuridico-amministrative), standards che spaziano in modo totale dal campo della legislazione sulle condizioni di entrata alle condizioni di informazione e valutazione dell'immigrazione nel Paese di arrivo, dagli obblighi di salvataggio (obiettivo n. 8) all’obbligo di adozione di norme tese alla inclusione ed integrazione di ogni singolo migrante economico (obiettivo n. 16) la cui sfera giuridica, in definitiva, risulta ampliata mediante la previsione di dettagliate “posizioni pretensive” nei confronti dello Stato di accoglienza.

11.1 Bisogna altresì considerare che le conseguenti norme di recepimento (o di mancato recepimento) del Global Compact - potenzialmente censurabili all'interno degli Stati con clausole costituzionali come il citato art.10 Cost. o, all’esterno, tramite il Rule of Law della Corte internazionale di giustizia - sarebbero altresì sindacabili dalle nuove organizzazioni sovranazionali di Governance globale collegate all’ONU mediante ulteriori raccomandazioni/censure di sostanziale infrazione.
E se si tiene presente, in particolare, che la miriade di soggetti sopra elencati, in quanto partners (finanziatori) e parti direttamente interessate al fenomeno migratorio, avranno certamente diritto a partecipare all’International Migration Review Forum, al Forum globale su migrazione e sviluppo e ad altri simili consessi, ne discende che SOGGETTI PRIVATI (si pensi per tutti proprio alle ONG di sorosiana memoria) avranno il potere di influire sulle decisioni e/o sanzioni da imporre agli Stati membri, sottraendo loro ulteriore sovranità in una materia di così vitale impatto per la vita di milioni di cittadini. Insomma, ancora una volta siamo di fronte, oggi più che mai, a quello che Lordon chiama diritto internazionale provatizzato.

11.2 Siamo cioè in presenza di quel fenomeno purtroppo ormai usuale e patologico per cui “… i soggetti privati, facendosi legislatori, possono provare a parlare non solo in nome di interessi provati, ma anche attraverso il linguaggio degli “argomenti” e dei “diritti”, con “procedure di governance che [li] vedono partecipare attivamente a decisioni pubbliche, sia all’interno degli Stati, sia in ambito internazionale”, dando così vita ad “assetti giuridici creati del tutto privatamente” [M.R. FERRARESE, Enciclopedia del diritto, Milano, Annali, IV, 2011, voce “Globalizzazione giuridica”, 560-562].

12. E’ certo, in conclusione, che la mancata adozione del GCSORM costituirebbe veramente un segnale forte di discontinuità (anche se del tutto in controtendenza rispetto alla prassi purtroppo seguita sino ad oggi dall’Italia nella materia de quo), soprattutto se si considerano i devastanti effetti che l’attuazione di tale Global Compact è in grado di riverberare sul nostro Ordine costituzionale.
In un Ordinamento a Costituzione “rigida” come il nostro, ed in cui anche le “norme del diritto internazionale generalmente riconosciute” in ogni caso non possono mai travalicare i principi fondamentalissimi (fungendo questi ultimi da “limite all’ingresso” delle prime), gli effetti dell’eventuale (ed insipiente) adozione anche del GCSORM potrebbero essere facilmente sterilizzati da una Corte Costituzionale che operasse a doverosa tutela della democrazia sostanziale per mezzo del paramentro di cui all’art. 10 e, si ritiene - nel caso specifico - anche di quello fissato all’art. 11 Cost.. Tuttavia, l’antica incomprensione del fenomeno globale in salsa €uropeista da parte della nostra Corte Costituzionale non lascerebbe ben sperare.
Pertanto: se fino ad oggi i rappresentanti istituzionali dell’Italia hanno “errato” nell’adottare quanto di meglio le oligarchie internazionali hanno saputo apparecchiare nel loro interesse ed a danno della sovranità dei Popoli, al di là degli effetti che già dispiegano l’Agenda 2030 e la Dichiarazione di New York, l’adozione del GCSORM non si rivelerebbe forse come un diabolico perseverare?