venerdì 3 luglio 2015

EVENTI E...PROSPETTIVE (POSSIBILI?) PER LA DEMOCRAZIA

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Per chi fosse interessato, domani, 4 luglio, interverrò a un dibattito sul tema "Euro o libertà?" a Milano, Palazzo Marino, sala "Alessi", ore 10,00.
Parteciparanno Matteo Salvini, Alberto Bagnai e Claudio Borghi Aquilini.

Su invito di Sfefano Fassina e Alfredo D'attorre, sarò poi presente a un seminario, a inviti, sul tema "Europa, sovranità democratica e interesse nazionale", che si terrà a Roma, giovedì 16 luglio con inizio alle ore 15, presso la Sala Berlinguer del gruppo PD alla Camera.

mercoledì 1 luglio 2015

IL BOOMERANG (INEVITABILE) DI UN REFERENDUM QUANDO LA SOVRANITA' COSTITUZIONALE SIA GIA' COMPROMESSA.

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1. Nel marasma greco, si affaccia una notizia dell'ultima ora, riportata dal Financial Times on line: con una lettera inviata nella notte del 30 giugno, a scadenza già spirata della rata di rimborso dovuta al FMI, Tsipras si sarebbe detto disposto ad accettare tutte le condizioni della proposta dell'Eurogruppo-"Istituzioni"..."con una serie di correzioni minori".

Posta in questi termini, se corrispondenti a verità, la situazione dovrebbe condurre ad un revoca del referendum: questo perchè non ci sarebbe più una posizione ufficiale del governo ellenico di rifiuto di quel "piano", così come non ci neppure sarebbe più la contrarietà della linea del governo stesso a quella sostenuta dalle opposizioni parlamentari che, appoggiate da manifestazioni di piazza, propugnano il "sì" al referendum. 
In Grecia, di fatto, si sarebbe così ormai raggiunto un accordo politico trasversale (di unità nazionale)...di accettazione della proposta (che, ribadiamo, non si sa bene se sia effettivamente mai stata valida e tutt'ora, comunque, accettabile: circostanza che rendeva, già in partenza, il refendum una iniziativa intrinsecamente contraddittoria nei suoi esiti pratici)

2. Tuttavia, in attesa di eventuali sviluppi sulla revoca dell'indizione del referendum, le variabili in gioco sono molteplici:
a) il referendum, ricordiamo, è stato indetto non solo perchè Tsipras riteneva che la non accettazione del nuovo accordo di "salvataggio" esigesse una base di consenso più ampia del bacino elettorale ottenuto alle elezioni di gennaio, ma anche perchè lo stesso premier riteneva che le condizioni dell'accordo fossero contrarie ai trattati europei.
Più esattamente, la proposta ultimativa di questo fine settimana sarebbe risultata, secondo Tsipras, contraria ai "valori" europei? E ciò in quanto imponeva di "accettare pesi insopportabili che avrebbero aggravato la situazione del mercato del lavoro e aumentato le tasse";

b) come abbiamo altrettanto visto, Tsipras non si è appellato dunque alla contrarietà dell'accordo, o in generale del sistema istituzionale e normativo della moneta unica, alla Costituzione ellenica, bensì proprio ai principi (non meglio indicati) del diritto europeo;

c) altrettanto singolare, poi, è che, contro la posizione assunta collettivamente dalle istituzioni e dai paesi creditori (direttamente o indirettamente attraverso le prime), il governo greco, almeno fino a ieri, ventilasse un ricorso alla Corte europea di giustizia, per l'appunto, lamentando la violazione dei trattati anche perchè gli stessi non prevedono procedure di espulsione o "esclusione" di un paese dalla moneta unica (dunque, non perchè non prevedano un sistema di uscita volontaria e unilaterale di un singolo Stato, cosa che sarebbe stata molto più logica per un paese che avesse realmente preso atto della insostenibilità dell'euro!);

d) a completamento di questo quadro, veramente paradossale, c'è che è invece l'opposizione greca ad appellarsi alla incostituzionalità del referendum, in quanto, oltre che indetto con un preavviso insufficiente, esso verterebbe sulla materia fiscale.

3. Ci vorremmo soffermare su quest'ultimo punto: ricercando nella Costituzione greca, abbiamo rinvenuto solo una previsione in tema di referendum (oltre al rinvio, ad essa, contenuto nelle competenze della Corte Suprema speciale, in base all'art.100, visto nel precedente post). Questa è inscritta nell'ambito dei poteri del presidente della Repubblica:

Art. 44. – [1) In circostanze eccezionali di necessità urgente ed imprevista, il Presidente della Repubblica può, su proposta del Consiglio dei ministri, emanare dei decreti con valore di legge. Tali decreti devono essere sottoposti, in virtù delle disposizioni dell’articolo 72 paragrafo 1), alla ratifica della Camera dei deputati entro i quaranta giorni che seguono la loro emanazione o entro i quaranta giorni seguenti la convocazione della Camera dei deputati. Se essi non sono sottoposti alla Camera dei deputati entro il termine suddetto, o se essi non vengono ratificati da questa entro tre mesi a partire dal giorno in cui sono stati depositati, decadono, fatti salvi gli effetti per il passato.]
2) Il Presidente della Repubblica può indire con un suo decreto un referendum su gravi questioni nazionali. 

Una norma impeditiva del referendum in questa materia, potrebbe essere l'art.75:
Art. 75. – 1) Tutti i progetti e tutte le proposte di legge che gravino sul bilancio preventivo presentate dai ministri non sono messe in discussione se non sono accompagnate da una relazione della Direzione generale della contabilità pubblica che definisce la spesa ch’esse implicano; quando la proposta è presentata dai deputati, è inviata, prima di ogni discussione, alla Direzione generale della contabilità pubblica, che è tenuta a presentare la sua relazione entro quindici giorni. Alla scadenza di tale termine, la proposta di legge è messa in discussione anche senza la suddetta relazione.
2) La stessa norma vale per gli emendamenti, allorché i ministri competenti lo richiedano. In tal caso, la Direzione generale della contabilità pubblica deve sottoporre la sua relazione alla Camera entro il termine di tre giorni. È soltanto alla scadenza di tale termine che il dibattimento si può iniziare, anche in mancanza della suddetta relazione.
3) I progetti di legge che comportano una spesa o una diminuzione delle entrate non sono posti in discussione se non sono accompagnati da una relazione speciale vertente sul loro recupero, firmata dal Ministro delle finanze.
 
 Questa norma parrebbe porre l'obbligo di deliberare i progetti di legge in materia fiscale e finanziaria solo mediante discussione e voto parlamentare. 
Ma si può facilmente obiettare che la proposta dell'Eurogruppo non è ancora tradotta in un disegno di legge incidente sul bilancio dello Stato. 
Si tratta infatti di un atto di provenienza estranea alle istituzioni greche e rilevante per esse solo come potenziale accordo internazionale da ratificare nelle forme richieste, secondo il caso, dalla Costituzione: cioè in quanto implichino, come implicano, una restrizione della sovranità (certamente rispetto alla situazione di  precedente discrezionalità del governo nel proporre le sue autonome proposte di politica economica e fiscale).
Dunque, se non ci è sfuggita qualche previsione costituzionale (per mancanza di sufficiente tempo..), non ci sono ostacoli allo svolgimento di un refendum su quella che è, ora più che mai, una "grave questione nazionale".

4. A questo punto, tuttavia, il referendum dovrebbe comunque essere svolto, se non altro perchè la Merkel, e in generale esponenti delle istituzioni europee, avrebbero affermato, secondo le fonti di stampa, che comunque il programma di "aiuti" finanziari (rectius: di fornitura di liquidità per consentire alla Grecia di restituire il debito oggi intercorrente con FMI, EFSF e BCE), non potrebbe riprendere se non dopo lo svolgimento del referendum stesso.
Il marasma giunge così al suo limite estremo: non solo esponenti dell'UE, come Juncker, ovvero del governo tedesco come Schauble (come pure di altri governi), esplicitamente caldeggiano una vittoria del "sì" alla proposta (che sostanzialmente, poi, affermano non essere mai venuta ad esistenza in assenza di accordo), ma si giunge al punto da non accettare più alcun negoziato se prima la Grecia non facesse svolgere il referendum.
L'interferenza sulla sovranità politica ellenica, da parte di Stati esteri e dell'UE, giunge così a livelli quasi folli: l'effetto complessivo è che addirittura, un atto discrezionale del Presidente della Repubblica greca, divenga oggetto di un implicito diktat UEM-Istituzioni, evidentemente nella prospettiva più che fondata che prevarrebbe il "sì" e che così sarebbe lo stesso corpo elettorale greco a sfiduciare il governo Tsipras. Col non trascurabile vantaggio di non poter, formalmente, essere accusate, le "Istituzioni", di aver agito direttamente per abbattere un governo democraticamente eletto ma "sgradito" ai creditori.

5. Tuttavia, in questa situazione, c'è da chiedersi se a Tsipras non convenga formalmente togliere di mezzo la consultazione stessa, percorrendo una più lineare strada di riapertura della trattativa con effetto immediato: i creditori istituzionali non potrebbero, sul piano logico, obiettare a tale decisione autonoma e a tale ampissima disponibilità a negoziare, (peraltro già enunciata sulle nuove basi dell'accettazione praticamente integrale del nuovo memorandum in un primo tempo considerato "contrario ai valori UE" e ora, dopo una contraddittoria rimeditazione,...non più).
Questa mossa, infatti, ributterebbe la palla nel campo dei creditori e li costringerebbe a dire che il termine del 30 giugno era inderogabilmente perentorio, rispetto non tanto al rimborso del debito (sempre prorogabile in base all'accordo delle parti), ma, a vedere le cose con chiarezza, rispetto alla stessa permanenza della Grecia nell'euro! 
E' pur vero che una parte della maggioranza di governo, l'ala più radicale di Syriza, (c.d. cenacolo di Iskra, il cui leader è il ministro Lafazanis, quello che tiene i rapporti "energetici" con la Russia e che sostiene la posizione di rifiuto di Varoufakis; quest'ultima, peraltro, non si sa neppure se sia ancora attuale), sarebbe ancora ferma sullo svolgimento del referendum stesso.
Ma è anche vero che se è stata fatta la proposta conciliativa "notturna" di adesione a quanto prospettato dai creditori sabato scorso, ciò significherebbe che tale opposizione interna alla maggioranza è stata in qualche modo superata.

6. Ma una cosa emerge con chiarezza e senza equivoci da questa situazione: la sovranità greca è già irreversibilmente compromessa, dato che ogni singola decisione e mossa del governo greco che non sia conforme ai desiderata dell'Eurogruppo-Trojka, è soggetta ad ogni tipo di pressione, imposizione e interferenza che le rende del tutto condizionabili da autorità estranee al quadro costituzionale.
Ed è in fondo evidente che l'intero processo elettorale greco, cioè la sua democrazia (minima), - in quanto aveva espresso il governo e avallato il programma di Tsipras-  è soggetto ad una prevalente ed ossessiva condizionalità eteronoma.
Stupisce dunque che l'attuale maggioranza, eletta appena a gennaio, non si ponga in radice il problema della preservazione (estrema e "finale") della sovranità nazionale quale configurata dalla Costituzione greca che, appunto, vieta le restrizioni di essa che non siano corrispondenti ad un importante interesse nazionale e che ledano i diritti dell'uomo nonchè la condizione di reciprocità e di eguaglianza tra le parti di un trattato (come enuncia chiaramente l'art.28 della Costituzione greca).
Non si scorge alcuna reciprocità nella condizione di chi, se indice un referendum secondo le proprie norme costituzionali interne, si trova ad essere tacciato di aver interrotto delle trattative che, per definizione, una tale iniziativa risulta voler proseguire in modo legittimo secondo le proprie norme costituzionali interne; mentre se poi accetta la posizione espressa dalla controparte nella trattativa, viene costretto a svolgere comunque il referendum, a pena di non considerare più in alcun modo vincolante quella proposta negoziale!






lunedì 29 giugno 2015

TSIPRAS E LA DIMENTICANZA DELLA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE: DIRITTI DELL'UOMO E LEGGE SUPREMA


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Dopo 5 anni di "trattamento trojka", una disoccupazione passata, nel quinquennio, dall'11 a oltre il 25%, una distruzione di PIL concomitante del 27%, - tutte conseguenze inevitabili dell'adesione alla moneta unica ed alle "restrizioni" (vocabolo che vedremo non è usato a caso) della sovranità da essa derivate-, la Grecia sta come sta.
La "proposta" di nuovo accordo, per la restituzione di un debito pacificamente insolvibile, non farebbe che ripristinare la consueta recessione, con relativi errori, ormai dichiaratamente ammessi e altrettanto ignorati, di calcolo del moltiplicatore fiscale. 
Insomma, nuova recessione e ulteriore disoccupazione e caduta dei redditi.

Allora Tsipras, volendo, e sottolineo volendo, potrebbe pure pensare alla liceità costituzionale, - ovviamente secondo la Costituzione greca- di tutto questo.
Stranamente, invece, sottopone la prospettiva di nuova recessione e di ampliamento della disoccupazione, - con evidenti conseguenze peggiorative dei diritti umani e delle condizioni più elementari di tutela della dignità umana-, a un referendum.
Una simile iniziativa avrebbe il singolare effetto, in caso di accettazione da parte dell'elettorato, di prestare consenso ad una sostanziale abrogazione (o sistematica disapplicazione: l'effetto è lo stesso e in Italia iniziamo, forse, faticosamente, a capirlo) di tutte le clausole fondamentali della stessa Costituzione greca.

Ma gli obblighi fondamentali dello Stato di proteggere la dignità della persona, di garantire la piena occupazione, di accettare  "restrizioni" alla sovranità nazionale solo per un "importante interesse nazionale" e purchè ciò non leda "i diritti fondamentali dell'uomo e i fondamenti del regime democratico", quali sanciti dalla Costituzione cui Tsipras ha giurato fedeltà e osservanza, non dovrebbero essere indisponibili persino al processo elettorale?

Come potrebbe, con un referendum, apportarsi una revisione alla Costituzione ellenica al di fuori delle forme e dei limiti di cui all'art.110?
Insomma, dati alla mano, e Varoufakis li conosce bene e li ripropone nelle varie sedi negoziali, basterebbe che il governo greco rimettesse alla "Corte Suprema Speciale" di cui all'art.100 della Costituzione, (v. più sotto), il giudizio di legittimità costituzionale sulle varie leggi di ratifica dei trattati e su quelle di conversione in norme interne dei vari accordi coi creditori.
Non averlo fatto, e neppure ipotizzato finora, limita molto la posizione del governo ellenico.
Questo stesso governo, d'altra parte, potrebbe ANCHE direttamente sottoporre una votazione al Parlamento in cui enunciasse non solo il rigetto verso il nuovo accordo proprio per la sua palese contrarietà alla Costituzione, ma che ESTENDESSE tale valutazione a tutta la serie di vincoli assunti in nome dell'€uropa. 
Una votazione che, conseguentemente, fosse in grado di far emergere, davanti a tutto il popolo greco, quali forze politiche siano fedeli agli obblighi fondamentali della Costituzione e quali no.

Raggiunta una sufficiente chiarezza sul punto, potrebbe notificare la propria denunzia dei trattati all'UE e convenire, di fronte al Tribunale dell'Aja, le "istituzioni" per gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani...
Eppure solidi spunti in questa direzione non mancherebbero, come si può immediatamente percepire dalle clausole costituzionali greche che riportiamo:



Art. 2. – 1) Il rispetto e la protezione della dignità della persona umana costituiscono l’obbligo fondamentale dello Stato.

2) La Grecia, conformandosi alle regole universalmente riconosciute del diritto internazionale, persegue il consolidamento della pace e della giustizia, nonché lo sviluppo delle relazioni amichevoli tra i popoli e gli Stati


Art. 22. – 1) II lavoro costituisce un diritto ed è posto sotto la protezione dello Stato, che vigila per creare delle condizioni di piena occupazione per tutti i cittadini e per il progresso morale e materiale della popolazione attiva, rurale ed urbana...

Art. 28. – 1) Le regole del diritto internazionale generalmente accettate, come pure i trattati internazionali dopo la loro ratifica da parte della Camera e la loro entrata in vigore conformemente alle disposizioni di ciascuno di loro, fanno parte integrante del diritto interno greco e hanno un valore superiore alle eventuali disposizioni contrarie della legge. L’applicazione delle regole del diritto internazionale generale e dei trattati internazionali nei confronti degli stranieri è sempre sottoposta alla condizione della reciprocità.

2) Allo scopo di servire un importante interesse nazionale e di promuovere la collaborazione con altri Stati, è possibile attribuire, per via di trattato o d’accordo internazionale, talune competenze previste dalla costituzione ad organi di organizzazioni internazionali. Per la ratifica del trattato o dell’accordo è richiesta una legge votata dalla maggiorana dei tre quinti del numero complessivo dei deputati.
3) La Grecia può liberamente apportare, con una legge votata a maggioranza assoluta del numero complessivo dei deputati, delle restrizioni all’esercizio della sovranità, nazionale, purché tali restrizioni siano imposte da un interesse nazionale importante, non ledano i diritti dell’uomo e i fondamenti del regime democratico e siano compiute nel rispetto del principio di uguaglianza ed in condizioni di reciprocità.

Art. 100. - 1) È costituita una Corte Suprema Speciale, alla quale spettano: a) i giudizi sui ricorsi previsti nell’art. 58; b) la verifica della validità e dei risultati dei referendum tenuti conformemente all’art. 44 paragrafo 2); c) i giudizi sulle incompatibilità o la decadenza dei deputati conformemente agli artt. 55 paragrafo 2), e 57; d) i giudizi sui conflitti fra i tribunali e le autorità amministrative, o fra i tribunali amministrativi ordinari, da una parte, ed i tribunali civili e penali, dall’altra parte, o, infine, fra la Corte dei Conti e gli altri tribunali; e) il giudizio relativo alle contestazioni sull’incostituzionalità di una legge formale, ovvero sull’esatta interpretazione delle disposizioni di una legge nei casi in cui il Consiglio di Stato, la Corte di Cassazione o la Corte dei Conti abbiano emesso al riguardo delle decisioni fra loro contraddittorie; f) il giudizio sulle controversie riguardanti la sussistenza della qualità di «norma del diritto internazionale universalmente riconosciuto», secondo l’art. 28 paragrafo 1). 

Art. 110. – 1) Le disposizioni della Costituzione possono essere sottoposte a revisione, tranne quelle che stabiliscono che la forma di governo dev’essere quella della Repubblica parlamentare e quelle degli articoli 2 paragrafo 1), 4 paragrafi 1), 4) e 7), 5 paragrafi 1) e 3), 13 paragrafo 1) e 26.

2) La necessità della revisione della Costituzione è accertata con una decisione presa dalla Camera dei deputati, su proposta di almeno cinquanta deputati ed a maggioranza di tre quinti del numero complessivo dei membri della Camera, in due scrutini separati da un intervallo di almeno un mese. Le disposizioni da revisionare sono specificatamente determinate da tale decisione.

3) Quando sia stata decisa con la menzionata delibera parlamentare la revisione costituzionale, la successiva Camera dei deputati si pronuncia, nel corso della sua prima sessione, sulle disposizioni da revisionare a maggioranza assoluta del numero complessivo dei suoi membri.

4) Se la proposta di revisionare la Costituzione ottiene la maggioranza del numero complessivo dei deputati, ma non quella dei tre quinti dello stesso numero, come è richiesto nel paragrafo 2) del presente articolo, la Camera dei deputati successiva può, nel corso della sua prima sessione, deliberare sulle disposizioni da revisionare; la sua decisione dev’essere presa a maggioranza di tre quinti del numero complessivo dei suoi membri.

5) Ogni revisione delle disposizioni della Costituzione che sia stata votata viene pubblicata nella Gazzetta Ufficiale entro i dieci giorni che seguono il voto da parte della Camera dei deputati ed entra in vigore con una decisione speciale della stessa Camera.

6) Nessuna revisione costituzionale è permessa prima della scadenza di un termine di cinque anni dopo l’attuazione della revisione precedente.
 



sabato 27 giugno 2015

TSIPRAS, ANCHE TU, TE LI SEI LETTI (E LI HAI CAPITI) I TRATTATI?

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A scanso di equivoci: Tsipras avrebbe annunciato che "il popolo sarà chiamato" domenica 5 luglio a votare il referendum sulla proposta dei creditori".
Dunque, nessun referendum in cui compaia l'alternativa tra moneta unica, che è la causa necessaria e sufficiente dell'imposizione della "correzione" mediante austerità, e democrazia.

Ma d'altra parte come poteva essere diversamente? La stessa fonte sopra linkata, infatti, ha buon gioco a metterla in questo modo:
"Tutta l'opposizione greca critica aspramente Tsipras per la scelta di ricorrere al referendum sostenendo che questa mossa porterà il Paese fuori dall'Europa. Il Pasok chiede le dimissioni del premier. I centristi di Potami rimproverano a Tsipras di non aver combattuto la sua battaglia nel cuore delle istituzioni europee. Per i conservatori di Nea Dimokratia il premier è un irresponsabile che ha portato la Grecia al totale isolamento nell'Unione."

Ma l'errore di impostazione (stigmatizzare l'effetto senza informare sulle cause) prosegue anche in altre parti delle dichiarazioni di Tsipras:  
"Il premier ellenico ha detto di essere stato costretto a indire la consultazione perchè i partner dell'Eurogruppo hanno presentato un ultimatum alla Grecia che è contro i valori europei per cui "siamo obbligati a rispondere sentendo la volontà dei cittadini".

Contro i "valori" europei? Sarebbe contro i valori europei "accettare pesi insopportabili che avrebbero aggravato la situazione del mercato del lavoro e aumentato le tasse"?

Rammentiamo infatti ciò che, anche alle soglie di una capitolazione che potrebbe risolversi nella stessa eliminazione di Tsipras dalla sua preposizione al governo, i greci nel loro complesso paiono non comprendere:

"La più grande obiezione che muovo a questa insidiosa costruzione dialettico-ideologica, è che leggendo i trattati attuali (per semplicità; essi, infatti, riprendono Maastricht, rinsaldandone i mezzi "strategici"), ma sapendoli leggere veramente, si può, piuttosto, costruire questa interpretazione strutturale nonchè sistematica, di principi cogenti e caratterizzanti:
 
- i trattati sono intenzionalmente composti da una miriade di parole e di concetti, che nascondono una valenza normativo-positiva (cioè il "quid novi" che introducono nel mondo del diritto vigente), per lo più, in chiave sistematica, pari a "zero", tranne che per alcune norme "scardinanti" (più che "cardine"), accuratamente selezionate e disseminate, in varie versioni e corollari, all'interno di questa pletorica costruzione pseudo-concettuale.
- Una verbosità che, quando si viene al "dunque", della normazione positivamente applicabile conduce a individuare:
a) grund-norm essenzialmente compendiabili nella "forte competizione" in un mercato unico e "stabilità dei prezzi" (riprese da corollari istituzionali- la BCE- e procedurali che li blindano...inavvertitamente, per un un qualsiasi normale lettore non dotato di un sofisticato bagaglio di conoscenze giuridiche ed economiche);
b) che ogni altro aspetto è subordinato e ridotto a "intenzioni programmatiche" di cui conosciamo le procedure complesse ma i cui contenuti sono del tutto aleatori, se non addirittura esplicitamente esclusi;
c) che, infatti, come ben si vede dall'art.6 TUE, sul "riconoscimento" dei diritti fondamentali, che "non estende in alcun modo le competenze dell'Unione definite nei trattati", tali "diritti" sono derubricati a "principi generali", cioè a previsioni normative che entrano in campo solo in via suppletiva di eventuali lacune della disciplina UE (lacune che, nella monolitica produzione giurisprudenziale delle Corti europee, tendono a non essere ravvisate praticamente mai);
d) che in tal modo, la già "subordinata" tutela dei diritti fondamentali, necessariamente inclusivi dei diritti sociali (il detestato welfare), è lasciata alla cura degli Stati, che, contemporaneamente, in virtù delle suindicate grund-norm, la cui applicazione incondizionatamente prevalente è assistita da tutto il resto della costruzione fondata sui trattati (previsioni procedurali e sanzionatorie, e atti di provenienza delle istituzioni, in testa i Consigli europei), sono posti nell'impossibilità di garantirli."


A proposito, questi passaggi essenziali non sono neppure chiari alla nostra Corte costituzionale.
Quindi, l'atteggiamento di Tsipras è solo la preventiva dimostrazione della globale mancanza di risorse culturali di tutta la classe politica europea. In tutta l'area euro.
Un deserto dal quale la democrazia (in senso sostanziale e non idraulico) non può rinascere, ma solo deteriorarsi fino ad essere dimenticata nei suoi elementi essenziali. 

giovedì 25 giugno 2015

LE CAUSE E GLI EFFETTI DELLA CRISI: LA CORTE COSTITUZIONALE LI SCAMBIA E SI ARRENDE AL PIU' €UROPA.

http://sd.keepcalm-o-matic.co.uk/i/state-calmi-e-soltanto-dissonanza-cognitiva.png

1. Sulla sentenza della Corte costituzionale che rimuove il blocco alla contrattazione nel pubblico impiego, - senza però ammettere una tutela ripristinatoria del diritto costituzionale violato, nei normali termini della restituzione retroagente al momento di prima applicazione della norma illegittima-, si stanno già versando fiumi di inchiostro.
Persino un quotidiano on line piuttosto conservatore - e che prevalentemente dà voce a chi ritiene che i sindacati siano il male in Italia e che la deflazione salariale (cioè intaccare il deprecato "costo del lavoro") sia la invariabile panacea di ogni male italiano - si accorge che ormai l'art.81 Cost, quello che recepisce il fiscal compact, diviene un principio superiore a cui devono piegarsi tutti gli altri contenuti nella Costituzione.

2. Il problema è che pare invece che non se ne sia accorta la Corte. Perchè, se se ne fosse accorta, dovremmo presumere che si renderebbe altrettanto conto del fatto che, in precedenza e anche molto di recente, essa stessa aveva affermato che (sentenza n.284 dell'ottobre 2014):
"Non v’è dubbio, infatti, ed è stato confermato a più riprese da questa Corte, che i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscano un «limite all’ingresso […] delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l’art. 10, primo comma della Costituzione» (sentenze n. 48 del 1979 e n. 73 del 2001) ed operino quali “controlimiti” all’ingresso delle norme dell’Unione europea (ex plurimis: sentenze n. 183 del 1973, n.170 del 1984, n. 232 del 1989, n. 168 del 1991, n. 284 del 2007), oltre che come limiti all’ingresso delle norme di esecuzione dei Patti Lateranensi e del Concordato (sentenze n. 18 del 1982, n. 32, n. 31 e n. 30 del 1971). Essi rappresentano, in altri termini, gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale (artt. 138 e 139 Cost.: così nella sentenza n. 1146 del 1988)."

3. Ora se ci sono delle (tradizionali) certezze sul novero dei diritti inalienabili della persona, in base alle norme costituzionali "fondamentalissime", queste certezze "dovrebbero" riguardare proprio la tutela del lavoro su cui si fonda la nostra sovranità repubblicana (art.1 Cost.) e il primo e prioritario diritto enunciato in Costituzione (art.4).
Naturalmente la Corte non avrà potuto non svolgere il suo ragionamento sulla base degli artt.36 e 39 Cost., il primo sulla retribuzione equa e sufficiente a garantire al lavoratore ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa e il secondo sulla libertà e legittimità della tutela sindacale, che trova la sua prima espressione nella contrattazione collettiva che la norma censurata aveva posto in sospensione reiterata; gli artt.36 e 39, tuttavia, secondo elementari e consolidati principi di interpretazione letterale, logica e sistematica della stessa Costituzione, costituiscono la naturale proiezione (o attuazione) degli artt. 1 e 4 sopra citati, come illustrano in lungo e in largo i lavori dell'Assemblea Costituente
Le cronache ci dicono che la Corte avrebbe prescelto di enfatizzare l'art.39 più che l'art.36; in sostanza, non sarebbero state tanto poste in pericolo la equità e l'adeguatezza della retribuzione, ma la incomprimibilità della libertà e della tutela sindacale. Su questa strada, poi, si sarebbe affermata la "sanabilità" del blocco 2010-2013, in quanto misura temporanea giustificata dalla crisi economica (come se la crisi fosse mai risolvibile tagliando il reddito dei lavoratori che costituisce parte essenziale del PIL, che era finito in segno negativo...proprio a seguito del calo dei redditi e della disoccupazione dilagante che, a sua volta, è determinata dalla flessione della domanda...connessa al calo dei redditi. Ma è inutile: la Corte questi problemi, tradizionalmente, non pare in grado di afferrarli e prosegue a fare affermazioni opposte rispetto a questi elementari e notori principi economici).

4. Qualcosa mi dice però che difficilmente, nel menzionare gli artt. 36 e 39, la Corte avrà parlato  dei suddetti antecedenti logici,  così ovviamente ritrovabili negli artt. 1 e 4: lo suppongo perchè, se l'avesse fatto, avrebbe dovuto ammettere di essersi incamminata su una via che porta alla negazione di quanto aveva affermato sui "controlimiti all'ingresso delle norme dell'Unione europea" - tanto più, addirittura, introdotti in Costituzione! - e avrebbe quindi dovuto porsi il problema della legittimità del vincolo esterno (per quanto costituzionalizzato, ma, nondimeno, pur sempre sindacabile, secondo consolidati enunciati della Corte, alla luce dei superiori principi della Carta, come abbiamo visto qui).

Ma "porsi il problema" (del vincolo esterno portato fino a questo punto di evidenza, oltretutto dopo 30 anni di silenzio omissivo, o quantomeno di ritardo "culturale", sul punto), avrebbe costretto la Corte a uscire dal guado per arrivare ad una sponda dove albergasse il ripristino della più fondamentale legalità costituzionale (quella dei diritti inalienabili della persone e dei principi fondamentali che costituiscono i controlimiti al diritto europeo).
E questo punto lo abbiamo già visto: dunque, senza grossi equivoci possibili, la Corte accetta di contraddirsi (probabilmente tacendo sulla appena segnalata contraddizione) e preferisce costruirsi una discrezionalità (apparente), sull'effetto retroattivo delle pronunce di illegittimità costituzionale, che in realtà è un piegarsi al fatto compiuto della prevalenza del vincolo esterno quale che esso sia.

5. Ribadiamo dunque quanto osservato sulla questione "pensionistica", ma che vale a fortiori su quella delle retribuzioni dei lavoratori in servizio e sulla tutela sindacale ad essa connessa:

"Una discrezionalità di questo tipo non riguarderebbe la, sempre possibile, incerta previsione sulla esatta interpretazione delle norme costituzionali nel caso concreto, cioè la naturale possibilità di scelta interpretativa in funzione delle vicende socio-economiche in evoluzione nel tempo, ma la fase successiva alla declaratoria di illegittimità costituzionale; quella conseguenziale "necessitata",- secondo l'art.136 Cost. e secondo il principio di rigidità dellaCostituzione (art.138) e persino di non revisionabilità della stessa (art.139)-, di reintegra del diritto affermato e dunque "tecnico-finanziaria a valle"
Parliamo quindi delle conseguenze ripristinatorie che la Costituzione prevede come effetto necessario della tutela costituzionale già accordata (art.136 Cost.; ciò ovviamente concerne, spero sia chiaro, l'applicabilità delle norme dichiarate illegittime nei rapporti pendenti, certamente non esauriti, e controversi di fronte ai giudici "ordinari" che hanno rimesso la questione alla Corte).  E' chiaro che la stessa Corte, di fronte al sistematico riproporsi di questa esigenza tecnico-finanziaria, si troverebbe nell'alternativa, molto pratica: i) o, (per evitare il protrarsi di questa prolungata incertezza sulla effettività dei principi costituzionali), di rinunciare progressivamente a interpretare le norme costituzionali in senso incompatibile con la radice €uropea di questa linea di politica economico-fiscale, accettando de facto la novazione del principio fondamentale unificante della Costituzione: il che significa una novazione da quello lavoristico e quello della conservazione "ad ogni costo" della moneta unica, così come ratificato nel fiscal compact-pareggio di bilancio. Con ciò, però, rinuncerebbe al ruolo che la stessa Costituzione le ha assegnato, divenendo un giudice del tutto soggetto alla superiorità incondizionata dell'intero diritto europeo; ii) ovvero, di prendere una posizione che ribadisca il filtro dell'art.11 e dell'art.139 Cost. - da lei stessa affermato in più pronunce-  confermando il paradigma della Repubblica fondata sul lavoro (artt. 1, 3 e 4 della Costituzione); ma questo solo affrontando il "cuore del problema":
"...cioè il legame tra:
- livello del bilancio fiscale, ridotto col "consolidamento" (quantomeno nelle intenzioni dichiarate, poichè i risultati, a causa dello strutturarsi di un elevato livello di disoccupazione, sono in pratica opposti o incongruenti, come prova l'aumento del rapporto debito su PIL e il costante mancato verificarsi della riduzione del deficit annuale programmato nelle stesse manovre finanziarie);
- vincolo a monte del consolidamento, cioè il pareggio di bilancio (in tutte le sue forme, comunque riduttive dell'indebitamento annuo);
- e disoccupazione-livello delle retribuzioni (e quindi anche del successivo trattamento pensionistico);
 ...
"dovendo" chiarire, a se stessa e alla comunità sociale intera, coinvolta nella tutela costituzionale, il perchè si sia adottato il paradigma del pareggio di bilancio, e comunque (da decenni, in un crescendo, niente affatto casuale ed estraneo al meccanismo prevedibile della moneta unica) della riduzione/compressione del deficit pubblico; cioè una politica fiscale che non promuove certo la crescita, l'occupazione e la tutela reale del reddito da lavoro". 


6. Dunque la Corte accetta la "novazione" del principio fondamentale unificante del modello socio-economico costituzionale. Inutile affaccendarsi eccessivamente: se la tutela reintegrativa non vale (più) per il diritto al lavoro - e ciò preannuncia anche il modo di futura evetuale lettura della Corte sul jobs act, qualora le fosse sottoposto-, ancor più non vale,  implicitamente ma necessariamente, per ogni altro diritto di "minor forza" nell'ordito costituzionale.
Ma è questa una buona scelta nell'interesse della Nazione? 

Certamente no. 
Come abbiamo anticipato in precedenza: aderire alla superiorità rimodellatrice del pareggio di bilancio (o anche solo semplicemente della copertura in pareggio di bilancio di ogni spesa pubblica prevista dalle norme costituzionali), non è qualcosa che può giustificarsi come terapia ad uno stato di crisi e, quindi, come il rimedio ad una (molto presunta...contra facta concludentia) situazione transitoria, creata da strane congiunture astrali o metereologiche (come si credeva, rispetto alle crisi economiche cicliche, prima di quella del 1929 e dell'avvento dei modelli keynesiani basati sulla domanda aggregata); la crisi economica italiana, infatti, non è una casualità esogena alle politiche fiscali ed economiche imposte dall'adesione all'euro, da cui proprio il pareggio di bilancio ci tirerebbe fuori.
E' notoriamente vero il contrario.
7. La Corte si è fatta evidentemente inibire dalle polemiche scaturite sul "costo" per le finanze pubbliche della sentenza sull'adeguamento pensionistico. In sede di giudizio si sono tirate fuori stime di un onere, a titolo di restituzione del non corrisposto ai pubblici impiegati a seguito del blocco, di 35 miliardi. A me pare che questa stima sia poco più di una "facezia". 
Basti dire che i giornaloni avevano diffuso che la perdita di soldi per gli stessi dipendenti ammontava a 5000 euro in media (da ritenere lordi, cioè anteriormente alla tassazione), a partire dal blocco iniziale, posto da Tremonti nel 2010 (e prorogato dal governo Letta nel 2013, alla scadenza del primo): cosa che, a essere pessimisti, avrebbe condotto a restituzioni, per tutto il periodo interessato, pari a circa 15-16 miliardi.

Il paradosso è che l'effetto di restituzione costituisce, per definizione, una spesa una tantum e quindi non "sfascerebbe" i conti dello Stato in modo definitivo anche in assenza di copertura: ed anche in sede europea, il carattere una tantum, se così spesso mal considerato sul lato delle entrate, cioè della politica "austera" e dei saldi conseguenti, non si capisce perchè (ma stiamo ironizzando), non dovrebbe altrettanto non essere considerato preoccupante sul lato delle uscite, appunto, non strutturali e, quindi, non rilevanti ai fini di un'eventuale procedura di infrazione al limite del deficit (come insegnano Francia, Spagna e, in realtà, ogni altro paese dell'eurozona che non sia l'Italia; almeno tra quelli con una posizione netta sull'estero negativa e con un rapporto debito/PIL in crescita; rammentiamo che Spagna e Francia, e non solo, hanno visto aggravarsi questo rapporto, in termini di variazione dall'inizio della crisi, in misura molto più ampia che l'Italia). 
Nel corrispondere queste somme, infatti, il nostro deficit nominalmente si sarebbe aggravato, grosso modo, di 1 punto di PIL. 
Secondo le stime attuali (che però, come tutti gli attestati "ufficiali" sulla contabilità pubblica, a cominciare dal DEF, vanno presi con beneficio di inventario), questa spesa una tantum, porterebbe (o avrebbe portato, più esattamente) il nostro deficit a 3,6 punti di PIL: sempre abbondantemente meglio di quanto registrato, nel 2014, - per tacere degli anni precedenti- da Spagna e Francia.
Ma, in realtà, questo punto di PIL di spesa pubblica aggiuntiva a favore del lavoro, avrebbe un moltiplicatore fiscale di circa 1,7-1,8. Ergo, aumenterebbe il PIL in tale misura. Poichè, com'è noto, la pressione fiscale "effettiva"  (cioè quella sui redditi che, come quelli dei lavoratori dipendenti, costituiscono piena e inelusa base imponibile), secondo la Corte dei conti, sarebbe pari al 53% (almeno nel 2013), da ciò consegue che le entrate sarebbero ragionevolmente accresciute di circa 0,9 punti di PIL (e facciamo un calcolo approssimativo per difetto, potendo, per talune voci autorevoli, considerarsi un moltiplicatore di breve periodo persino superiore).


8. Ne consegue che il PIL sarebbe aumentato, nell'anno successivo alla restituzione integrale, di circa 1,8 punti e, a seguito del gettito fiscale aggiuntivo da ciò derivante, il deficit non sarebbe stato di 3,6 (cioè integralmente aggravato da tutto l'onere della restituzione), ma, all'incirca, "peggiorato"di...o,1 (zero virgola uno) punti di PIL.
In compenso, per effetto di una crescita aggiuntiva di 1,8 punti di PIL, il rapporto debito/PIL sarebbe matematicamente migliorato:  il numeratore, infatti, avrebbe subito un aggravio (in variazione rispetto alla precedente situazione) di 0,1, ma il denominatore sarebbe aumentato 18 volte tanto (sempre in variazione, positiva, rispetto alla situazione in precedenza prevista).
Ma questo non può che condurci a concludere che la Corte non riesce, culturalmente, a comprendere i meccanismi causali della crisi (e forse non vuole, presa com'è dalla inmpressionante tenaglia dell'offensiva propagandistica filo-europea di governo e media, che compiono la consueta narrazione "siamo in crisi perchè non abbiamo fatto le riforme")...E continua a credere che il "più €uropa" e i "conti in ordine" siano la soluzione invece della causa della stessa.

martedì 23 giugno 2015

UN CALCIO ALLA GRECIA E...IL CALCIO ITALIANO: VITE PARALLELE.

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1. Sulla questione Grecia si staglia, tragicomico, l'effetto "calciomercato".
Il rinvio continuo della soluzione, in occasione di ogni scadenza "ultimativa", per ulteriori riflessioni, dopo settimane (anzi, mesi), di trattative in cui le parti già conoscevano benissimo cosa e "quanto" fosse in gioco, rammenta la (curiosamente parallela) vicenda Nainggolan.
Più in generale, lo stop and go sulla Grecia - su cui siamo già certi che dovrà fare una manovra di consolidamento fiscale per 2 punti di PIL, ripiombando il PIL in segno nettamente negativo, e cioè in una nuova recessione, socialmente pesantissima-, mette in scena uno spettacolo quasi identico a quelle trattative che si svolgono oggi tra le squadre di calcio italiane, in cui "esigenze di bilancio" e i vari accorgimenti contabili, dominano i comportamenti negoziali. Con grande fortuna degli specialisti mediatici del calciomercato, che possono sfoggiare l'analisi da insider, dimenticando, curiosamente, il dato fondamentale (esattamente come fa la grancassa mediatica orwelliana sulle questioni economiche): anche il calcio italiano risente della crisi determinata dall'euro.

2. Il meccanismo è sotto gli occhi di tutti, come la parabola discendente di quello che dovrebbe essere il riscontro della competitività del prodotto calcistico nazionale (in sè): le varie nazionali di calcio
Si parte, infatti, da un cambio fisso (sì, alla fine, questo è il senso della moneta unica-marco, priva di governo e con una banca centrale che finge di essere per tutti...ma che è "per nessuno"), con una moneta dal corso troppo alto per il nostro livello inflattivo "naturale"; vincoli di deficit pubblico simultanei; da cui, prima caduta della domanda estera per vincolo monetario sul settore esportativo, poi conseguente continuo aumento della pressione fiscale (qui, p.4); e, dunque, ricaduta in un'ulteriore flessione della domanda interna per investimenti e consumi; fino al trend distruttivo che erode la stessa base industriale, smantelladola progressivamente (via via che l'euro si staglia come irrinunciabile e irrevesibile).

3. Nel calcio (in modo paradigmatico), abbiamo così  vivai che non producono "merce" competitiva coi prodotti-giocatori esteri; carenza di liquidità che riduce la stessa possibilità di innovazione e investimento (autogenerata come in precedenza); ricorso ad una importazione (investimenti-innovazione con indebitamento estero) sempre più marginale rispetto ai competitori esteri; IDE sempre più diffusi sugli operatori incumbent nazionali, che divengono a proprietà estera o "delocalizzata" (cioè il vero azionista di controllo è un soggetto non residente ai fini gestionali e fiscali ed eventuali profitti non reinvestiti finiscono all'estero).

Il calcio, come settore industriale, risulta dunque affetto da perenne deficit delle "sue" specifiche partite correnti, per continua importazione di beni strumentali (atipici: i giocatori), inclusa la conseguente voce "redditi" (e registra un forte deficit anche come specifica posizione netta sull'estero). 
In modo eloquente, in conseguenza della crescita dei costi relativi rispetto al resto dell'€uropa, e dell'ambiente fiscale euro-imposto, subisce la contrazione della domanda interna (incassi per pubblico pagante, sponsor, diritti televisivi legati ad una pubblicità televisiva sempre più asfittica). 
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Ergo, si deprezzano i valori patrimoniali delle società: le quali, poi, almeno quelle più competitive sul piano dell'avviamento e del marchio (a suo modo un ex orgoglio del made in Italy), o falliscono o finiscono in mano estera a prezzi (corsi azionari) molto convenienti...per gli investitori esteri. Questi, un tempo (quando non eravamo infognati nel...fogno dell'euro), non si sarebbero mai immaginati di venire "in salvataggio" di società che avevano non solo  prospettive di crescita, ma potevano aspirare (e riuscivano) ad essere leader del rispettivo mercato.
Ma tutto questo "Alice", - l'Italia sognante e neo-livorosa, a caccia di autorazzismo-, "non lo sa". E non gli interessa di saperlo.
E, infatti, della questione greca non coglie (Alice) la sua vera dimensione di riflesso in uno specchio (deformante), se non per qualche accanimento livoroso (autoriflettente)...