martedì 23 agosto 2016

VENTOTENE'S VAUDEVILLE: LA PENOSA AGONIA DELL'€UROPA SPIAGGIATA


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1. La costruzione €uropea, - contrariamente a quanto ritengono gli z€loti che vivono di luoghi comuni, facitori e vittime della propaganda neo-ordo-liberista -, è stata guidata dalla volontà USA di governare l'intero Occidente (qui p.2 e qui, per la traduzione della fonte ufficiale), assicurandosi, per la sua parte più importante (cioè il "vecchio" continente), due certezze considerate imprescindibili: 
a) ancorare il continente "madre" (o "padre") all'economia di mercato, in contrapposizione a ogni cedimento "socialista" al bolscevismo sovietico, e trascinarlo in tutte le successive evoluzioni economico-ideologiche del "mercatismo", preparatorie e posteriori alla "caduta del muro" (in particolare il Washington Consensus);
b) agevolare il conseguente perseguimento delle strategie geo-politiche ritenute opportune dagli USA stessi  - o meglio dal suo establishment sentitosi trionfatore della guerra fredda e emblema della "fine della Storia"-, in quanto naturali leaders di questo blocco omogeneo di paesi trasformati in sinergici ausiliari "liberal-liberisti": l'agevolazione consentita dall'€uropa è quella di avere un interlocutore unico allorquando occorra garantire un coordinamento politico, ossequioso della linea stabilita al centro dell'Impero, verso le aree diverse da questo blocco (come insegna la vicenda dell'Ucraina e, in misura più incerta, quella dei Balcani, della Libia e del Medioriente...).

2. Sul piano geo-politico questa strategia ha avuto alterne fortune, lamentandosi la ritrosia europea all'aggressività e alla spesa militare, ritenute indispensabili segni di riconoscenza per l'ombrello NATO garantito durante la quasi-immaginaria paranoia dei "carri armati di Stalin" (almeno a condividere l'attenta ricostruzione di un insider come Craig Roberts); ma sul piano dell'assetto economico-ideologico, si è trattato di uno straordinario successo, almeno in termini di revanche su quel paradigma keynesian-sociale che aveva caratterizzato la concessione, ai popoli europei, del welfare costituzionalizzato (al massimo grado in Italia), sacrificando, ma solo momentaneamente e comunque col presidio tattico garantito dalla Germania, l'urgenza del ripristino del capitalismo anteriore alla crisi del 1929.

Questa premessa (storica e strutturale, e quindi fenomenologica), ci consente di dire che gli eventi fondamentali che caratterizzano la costruzione €uropea, proprio per la sua natura di strumento della strategia mondialista degli USA, ha sempre più senso cercare di comprenderli su fonti di analisi e di informazione provenienti dagli USA stessi, piuttosto che dall'€uropa, data la sudditanza e lo stato di alterazione permanente in cui vivono le classi dirigenti e i media dei paesi aderenti all'UE(-UEM).

3. Ora, questo stesso criterio va a  maggior ragione seguito per l'evento del summit di Ventotene: in termini pratici, com'era assolutamente scontato, esso non ha avuto alcun significato risolutivo o di rilancio della crisi in cui versa l'Unione.
E non poteva essere diversamente: la Germania non sente di essere in crisi e, comunque, segue le politiche che le sono congeniali nel proprio irrinunciabile interesse nazionale (qui pp. 2-3). 
L'UE, e ovviamente più ancora l'euro, sono solo strumenti di potenziamento di questo interesse nazionale che possono essere accettabili, a norma della sua stessa Costituzione, solo a condizione che tale convenienza rafforzata sia effettivamente raggiunta. 
Gli altri paesi, su tutti l'Italia, - che rappresenta(va) allo stadio più avanzato il modello costituzional-keynesiano e che quindi andava normalizzata, a colpi di "riforme", più e prima di ogni altro Stato "nazionale" europeo, rivestendo ciò un prioritario valore simbolico per gli stessi USA- versano invece in una sempre più grave crisi strutturale, posta in relazione di dipendenza inversa con la "prosperità" perseguita dalla Germania.
Perciò l'esito del summit di Ventotene era già scritto.

4. Leaders disabituati a decidere perchè parte di classi politiche guidate da decenni di strategia behind the scene degli USA, che restringe ogni possibile azione di governo alle riforme neo-liberiste-supply side (sperimentate per prime dal FMI sui paesi in via di sviluppo); leaders ormai persino nati e cresciuti dentro la "addiction" dei parametri rigidi e degli automatismi di cui l'ordoliberismo strumentale ha infarcito trattati immodificabili (prima ancora che inaccettabili per qualsiasi democrazia sostanziale), non hanno alcuna attitudine a risolvere i problemi derivanti dall'eurozona: per essere in grado di farlo, se non altro, dovrebbero rinnegare se stessi apertamente e, implicitamente, le politiche seguite ottusamente per oltre 30 anni dai ranghi partitici da cui provengono
Dovrebbero perciò sopportare un costo altissimo in termini politici e personali: quello di guidare una sostanziale rivoluzione - perché a questo corrisponderebbe una modifica dei trattati in senso veramente risolutivo della crisi di crescita e di identità sociale che hanno provocato con la loro applicazione.
Insomma, dovrebbero realizzare nella sostanza un vero e proprio cambiamento di classi dirigenti, mettendo in discussione, prima di tutto, la propria stessa esistenza politica. 
Perché in ciò e solo in ciò consiste una "rivoluzione" e non una messa in scena cosmetica da dare in pasto ai media addomesticati o, nella migliore delle ipotesi, ormai deprivati delle risorse culturali per interpretare il presente (che essi stessi hanno decisivamente contribuito ad alterare sul piano della percezione culturale).

5. Dunque, una rifondazione €uropea che partisse dal simbolo di Ventotene, rinviando al suo "Manifesto", - cioè a quello pseudo-mito fondativo che persino Marco Gervasoni, nel commentare l'imminente vertice, indica come qualcosa che NON è stato tradito quanto, semmai, rispettato, nei suoi contenuti programmatici fondamentali- , non poteva che essere un'operazione inutilmente cosmetica, nelle implicite ma necessarie intenzioni dei partecipanti, e, obiettivamente, fallimentare.
"Renzi non può piegare le regole fiscali dell'eurozona all'obiettivo della crescita italiana". 
Il tutto condito dal consueto, e ormai stucchevole, "Renzi è un leader coraggioso e siamo impressionati dalle riforme da lui intraprese". 
Un contentino che, assunto in una corretta operazione interpretativa, alla luce di quanto abbiamo detto in premessa equivale a dire 
"voi avete fatto, comunque in ritardo, le riforme chieste dal paradigma socio-economico voluto dagli USA, ma questo è un merito secondario, perché se volete risolvere i vostri problemi dovete essere come noi e se non ci riuscite ne pagherete il duro prezzo, perché le regole fiscali dell'eurozona vi vincolano e se stanno bene a noi non c'è motivo al mondo per cambiarle".

6. Capirete bene che date queste premesse, questo svolgimento del copione e questo esito iperscontato, il vertice di Ventotene è risultato essere appunto solo un cosmetico teatrino, a ruoli classici precostituiti come nel miglior (o peggior) vaudeville borghesotto.
Più interessante, dunque, vedere come interpreti la cosa il solito International New York Times (oggi, pag.1 e prosecuzione a pag.4):
"I 3 leaders europei trovano una scarsa consolazione nel summit post-Brexit".
L'articolo ci riporta la ben nota cornice di tre leaders indeboliti a casa propria - e questo non lo si enfatizza mai abbastanza quando si dà per scontato che, stranamente, si "transustanzierebbero" nel loro ruolo svolto in sede €uropea-, e che, comunque, rimangono "divisi sulle questioni chiave". 
E il NYT, senza troppi giri di parole, indica come primariamente "chiave" quella della "flessibilità sui rigidi parametri di bilancio fiscale per i 19 paesi dell'eurozona"
E tanto basterebbe: il bla-bla-bla sui problemi degli immigrati e disoccupazione giovanile, è solo un contorno. Ma per forza di cose: entrambi i problemi sono finanziariamente e socialmente devastanti e risultano irrisolvibili, come evidenzia con scetticismo il NYT, soltanto all'interno di quei "rigidi parametri fiscali" che, peraltro, servono esclusivamente a mantenere in vita l'euro e, quindi, accontentano solo la Germania che dell'euro è l'unico (grande) paese che si avvantaggia.

Ma i loro stessi momenti di crisi vocazionale e sistemica, il NYT, li inserisce in un trafiletto a pagg.16 e 18, mentre alla crisi dell'eurozona, perché è di questo che si tratta (anche se sfugge ai media italici la distinzione col resto dell'unione europea e l'estraneità del tutto al problema Brexit), dedica la prima pagina.

Ed è naturale che sia così: noi abbiamo l'euro e questo comporta INEVITABILMENTE, come sottolinea il NYT, che "non c'è alcuna chiarezza su come o perché questi sforzi - di garantire la sicurezza esterna e interna, di ridare slancio alla crescita e all'occupazione, di fare "programmi speciali" per i giovani, che sopportano il flagello della disoccupazione ovunque tranne che in Germania- dovrebbero avere successo dopo che sono in precedenza sempre falliti".

8. E qui arriva la parte predittiva dell'analisi:
"Tuttavia le pressioni sono immense; se l'Europa non fronteggia le sue molte sfide, i sentimenti anti-UE potrebbero montare e anche condurre ad ulteriori referendum per lasciare il blocco".
Segue un elenco di sintomi di disgregazione e di connesse scadenze
"gli olandesi sono nervosi, dopo aver votato contro l'UE sull'accordo relativo all'Ucraina, in un referendum di questa estate".
In Austria "si rivota per le elezioni presidenziali il prossimo 2 ottobre, dove un politico di estrema destra potrebbe vincere per la prima volta dal lontano 1945. Quello stesso giorno, l'Ungheria voterà un referendum sull'accoglienza ai "rifugiati" (nrd; o piuttosto sui "migranti" economici intesi come "risorse", tranne che a...Capalbio?), il cui arrivo di massa ha scioccato la stabilità europea e portato i paesi post-comunisti a rigettare qualsiasi quota di accoglienza dei "newcomers".
Segue la descrizione dei tours, presso i vari Stati aderenti all'UE, che (secondo criteri di "competenza geopolitica) Merkel, Hollande e Renzi dovrebbero svolgere in preparazione del summit di settembre a Bratislava; che arriva dopo il precedente di giugno, per discutere anche delle trattative per la Brexit (con la controversa candidatura del francese Barnier a condurre i negoziati ai sensi dell'art.50...quando la Theresa May deciderà di avviarli).
Proprio nel precedente di giugno si era visto che la riunione a 27 (cioè l'UE intera senza il Regno Unito, cosa di dubbissima legittimità: ma la rule of law, con i trattati, è una figlia illegittima della "discrezionalità" sregolata che la CGUE riconosce alle istituzioni UE), non intendeva tener in gran conto quanto pre-deliberato nel vertice a tre (fra gli stessi confluiti a Ventotene) svoltosi due giorni prima.

9. Insomma, una completa dimostrazione di futilità, rigidità negoziale, riserve mentali legate alla convenienza nazionalissima da parte della Germania e a un grottesco protagonismo da parte di Italia e Francia, in pieno vaudeville che nasconde un dietro le quinte in cui, nemmeno in tre, possono ormai avere interessi e valutazioni convergenti, al di là delle dichiarazioni di circostanza della Merkel che hanno il senso visto più sopra. Cioè quanto di meno rassicurante per l'Italia, ormai indifesa.
Tanto da lasciar traccia di un semi-scetticismo (semi)riposizionatore:



10. In questo bailamme inconcludente e scontato, ognuno va per sè e i trattati continuano a costituire il flagello per tutti...meno uno. 
Stiglitz riprende la sua voce, proseguendo la sua campagna
"anti-euro, anzi, no, bisogna salvarlo, ma non vedo come, però si potrebbe...

Dall'altro lato, insiste sulla sua (irresoluta) analisi economico-politica, "Riforma o divorzio" nell'eurozona, evidenziando "the lack of political will" (cioè l'esatto fenomeno di blocco negoziale e di riserve mentali non cooperative in una società "da trattato" che vive solo di competizione feroce tra gli Stati coinvolti nell'euro). 
Solo che ci aveva prima aggiunto lo strafalcione di "sconsigliare" a Renzi l'effettuazione del referendum (sulla riforma costituzionale...prescritto obbligatoriamente dall'art.138 Cost.!), effettivamente, al fine molto pratico di non aggiungersi al quadro di scadenze e consultazioni, sopra viste, che potrebbero condurre al collasso politico del "fogno" €uropeo: quello del mercato del lavoro-merce, coi giovani disoccupati dilaganti e gli immigrati di massa che si assommano alla deindustrializzazione da output-gap che tanto piace alla Germania.

11. Detto così, si capisce bene perché gli USA siano scettici e pessimisti, almeno nei media e nei pensatori più autorevolmente "progressisti". 
Dietro c'è molto di più: c'è la questione di "massima importanza politica" di chi davvero debba governare le società occidentali ex-democratiche. 
Nascosti nell'ombra della falsa preoccupazione per la "crisi" €uropea, i neo-liberisti covano il loro keyneismo truffaldino: la prosecuzione della politica oligarchica con altri mezzi e quindi la spesa di guerra (v.qui, pp. 12-13).
Risultati pratici da attendersi più realisticamente?




domenica 21 agosto 2016

L'INCOMPRENSIONE DELL'€UROPA: ALLA CORTE COSTITUZIONALE SFUGGE LO SVIAMENTO DI POTERE LEGISLATIVO- 2


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1. Torniamo, ancora una volta, sulla ricostruzione della vicenda relativa alla prevalenza "selettiva" del diritto "comunitario" sulle fonti di livello costituzionale nazionali, quale affermata dalla Corte di giustizia europea già nel 1964 e seguita dall'adeguamento empirico, e apparentemente pragmatico, della nostra Corte costituzionale (in più fasi e fino ai nostri giorni). 
Il punto più importante, e oggi straordinariamente attuale, è che il successivo ampliamento delle "attribuzioni" della Comunità europea, fino a Maastricht, e alla di poco successiva trasformazione in Unione europea, avrebbero posto l'esigenza di rivedere, nelle sue stesse premesse, il passaggio fondamentale con cui la Corte nazionale cedette il terreno, in modo praticamente irreversibile, alla prevalenza, (contraddittoriamente selettiva), del diritto europeo sulla Costituzione.
Il principio unificante di tale vicenda che ha guidato la Corte costituzionale italiana è che un trattato economico incida per definizione "solo" sui "rapporti economici" e non su quelli sociali e politici.  
Ciò aveva una certa sostenibilità, - peraltro sempre contrassegnata da forti limiti di comprensione del paradigma economico sottostante ai trattati-, all'inizio degli anni '70; lo stesso, tuttavia, non si può dire per i contenuti del "vincolo esterno" che parte dallo SME, passa per l'Atto Unico e arriva al "Maastricht" dell'unione monetaria

2. Questo criterio "nominalistico-formale" della Corte, basato sul sillogismo che se un trattato è di natura economica e dice, nella sua intitolazione epigrafica, di essere volto alla pace e alla cooperazione, ciò va preso come presupposto incontroverso, sottratto ad ogni sindacato critico in termini di compatibilià coi principi fondamentali della Costituzione, denota la perdita, già negli anni '70, della consapevolezza circa l'inscindibilità, - affermata dai vari Ruini, Ghidini, Basso, Mortati, Calamandrei, in sede costituente- tra principi fondamentali della persona, al cui vertice assoluto è normativamente posto quello lavoristico, e Costituzione "economica".
I lavori dell'Assemblea Costituente rivelano come la Costituzione economica avesse, - e in realtà  abbia ancor oggi-, il senso della previsione di strumenti la cui applicazione è indispensabile per l'attuazione della democrazia del lavoro che è il perno della Carta del 1948: l'applicazione di tali strumenti di politica fiscale, economica e industriale non è un connotato eventuale e potenziale dell'indirizzo politico della Repubblica, ma è, come viene detto espressamente, oggetto di un obbligo il cui mancato assolvimento vanifica proprio i diritti fondamentali della persona nel quadro della "eguaglianza sostanziale", quali intesi dai Costituenti.

3. Le origini della vicenda storico-giurisprudenziale in questione si fondano su una serie di significativi elementi:
a) il caso "Costa contro Enel" (sentenza della Corte di giustizia europea del 15 luglio 1964, che si contrappose alla sentenza della Corte costituzionale 24 febbraio 1964, n.14, sensatamente "sovranista" e correttamente applicativa dell'art.11 Cost. secondo l'originaria volontà dei Costituenti), scaturì dal ricorso proposto da due giuristi italiani, il professore di diritto costituzionale Giangaleazzo Stendardi e l'avvocato Flaminio Costa. 
Ci pare storicamente molto interessante tradurre quanto riferito, dalla fonte citata, sulla visione teorico-scientifca del primo: Stendardi aveva teorizzato il ruolo dell'attivismo legale davanti alle Corti come un quasi-sostituto della "responsabilità politica", in particolare al livello europeo. In vari scritti, prima e dopo il caso "Costa", sosteneva che "non è necessario avere un parlamento direttamente eletto dal popolo per realizzare la protezione dei cittadini; si richiedeva soltanto l'esistenza di una procedura idonea a proteggere gli individui direttamente di fronte alla organizzazione [europea]...Questo forte "credo" nella "Legge" come sommo strumento di protezione dei cittadini (persino più importante dell'esercizio del voto), fu naturalmente attivato in tale contesto contro la legge italiana di nazionalizzazione [del settore elettrico]. Stendardi, che era stato professore aggiunto alla scuola milanese "Bocconi" negli anni '50, e al tempo era un membro attivo del partito liberale italiano a Milano, era fortemente critico sul progressivo processo delle nazionalizzazioni in Italia".

b) Negli anni successivi alla sentenza "Costa contro Enel", (dopo un resistenza iniziale sul cui superamento aleggia tutt'ora il mistero, dato che la nostra Costituzione e il senso attribuitogli dal valore vincolante dei lavori della Costituente non erano mutati),  la nostra Corte costituzionale arrivò a enunciare i presupposti della prevalenza del diritto comunitario su quello nazionale e sulla stessa fonte costituzionale...a certe condizioni. Sul punto commenta Arturo


E fu così che i liberali, che in Assemblea Costituente erano "quattro noci in un sacco", come ebbe a dire efficacemente il vecchio Togliatti, riuscirono a piantare un virus di portata europea in Costituzione, rispetto ai cui effetti devastanti la Corte Costituzionale ha dimostrato negli anni una cecità che si commenta da sola (basti ricordare la sent. 183 del 1973, in cui si ritiene estremamente improbabile ”l’ipotesi di un regolamento comunitario che possa incidere in materia di rapporti civili, etico-sociali, politici, con di­sposizioni contrastanti con la Costituzione italiana”, in quanto la ”competenza normativa degli organi della CEE è prevista dall’art. 189 del trattato di Roma” è limitata “a materie concernenti i rapporti economici”. Ah, beh, se si tratta "solo" di rapporti economici allora siamo tranquilli... 
4. Dal complesso delle fonti che abbiamo finora messo insieme, possiamo trarre alcune conclusioni, che servano possibilmente da chiarimento per individuare un filo conduttore in un insieme di dati storici e di concetti che, altrimenti, rischiano di sfuggire nella loro coerenza unitaria.
Questa, infatti, emerge se proiettata nel corso dei decenni, nei quali si collocano gli antecedenti ora riassunti ed in coordinamento con altri elementi sopravvenuti, ma fin dall'origine rispondenti ad un disegno iniziale, a realizzazione "progressiva" (temi già analizzati in questa sede)
a) l'idea, fatta propria dalla Corte costituzionale, che un trattato (parliamo di quello di Roma del 1957), che predicasse la creazione di un "mercato comune", promuovendo espressamente la libera circolazione "delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali", cioè un trattato di sostanziale liberoscambio, non avesse influenza sui "rapporti civili, etico-sociali e politici", è non solo manifestamente illogica dal punto di vista della attendibilità economica, ma contraria agli stessi espressi enunciati del trattato stesso (intediamo quello c.d. di Roma). 
a1) Traiamo dalla fonte ufficiale (UE) appena linkata
"Dopo il fallimento della CED (comunità europea della difesa), il settore economico, meno soggetto alle resistenze nazionali rispetto ad altri settori, diventa il campo consensuale della cooperazione sovranazionale. Con l'istituzione della CEE e la creazione del mercato comune si vogliono raggiungere due obiettivi. Il primo consiste nella trasformazione delle condizioni economiche degli scambi e della produzione nella Comunità. Il secondo, più politico, vede nella CEE un contributo alla costruzione funzionale dell'Europa politica e un passo verso un'unificazione più ampia dell'Europa".

b) dunque, le stesse istituzioni UE hanno sempre e costantemente inteso il trattato (già quello del 1957) come avente uno scopo politico a cui l'approccio economico era essenzialmente strumentale: ma tale strumento si connotava, fin da allora, in senso liberoscambista e, co-essenzialmente, improntato all'idea neo-liberista della libertà di concorrenza come ipotesi macroeconomica fondata sulla prevalenza del sistema dei prezzi, affidati alle dinamiche dell'economia privata non ostacolata dall'intervento dello Stato nel raggiungere l'efficienza allocativa. 
Quest'ultima non è univocamente volta a "crescita e sviluppo", ma subordina dichiaratamente entrambi alle condizioni della stabilità dei prezzi nonché della preferenza per la flessibilità verso il basso dei prezzi relativi ai costi d'impresa (in primis i salari), che consentono l'ipotizzata efficienza allocativa della singola impresa, automaticamente estensibile a equilibrio generale: cioè, in modo trasparente, i trattati europei, fin dagli anni '50, propugnavano l'idea del liberismo neo-classico, superata, anzi respinta, esplicitamente dalla nostra Costituzione. 
Postulato, ossessivamente esplicitato, è che l'attività economica si esplichi in condizione di "libera concorrenza" e che ciò sia ostacolato dall'intervento dello Stato sulle dinamiche del mercato

5. Citiamo ancora, per sottolineare la dichiarata chiarezza di questa concezione secondo la stessa fonte istituzionale europea:
"Il mercato comune si basa sulle famose "quattro libertà": libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali.
Esso crea uno spazio economico unificato che permette la libera concorrenza tra le imprese, e pone le basi per ravvicinare le condizioni di scambio dei prodotti e dei servizi che non sono già coperti dagli altri trattati (CECA e Euratom).
L'articolo 8 del trattato CEE prevede che la realizzazione del mercato comune si compia nel corso di un periodo transitorio di dodici anni, diviso in tre tappe di quattro anni ciascuna. Per ogni tappa è previsto un complesso di azioni che devono essere intraprese e condotte insieme. Fatte salve le eccezioni o deroghe previste dal trattato, la fine del periodo transitorio costituisce il termine per l'entrata in vigore di tutte le norme relative all'instaurazione del mercato comune.
Poiché il mercato è fondato sul principio della libera concorrenza, il trattato vieta le intese tra imprese e gli aiuti di Stato (salvo deroghe previste dal trattato) che possono influire sugli scambi tra Stati membri e che hanno per oggetto o effetto di impedire, limitare o falsare la concorrenza.
c) La Corte già disponeva di questo quadro di interpretazione autentica e vincolante dei trattati. L'influenza delle politiche tese ad instaurare la "libera concorrenza tra le imprese" su: 
a) livello dell'occupazione; 
b) livello dei salari; 
c) livello delle inevitabilmente connesse prestazioni previdenziali (e, più in generale, di ogni altra forma pubblica erogatrice di salario indiretto o differito, tra cui spiccano le prestazioni dell'istruzione e della sanità pubbliche), era obiettivamente conoscibile e prevedibile: non come questione scientifico-economica ma come effetto inevitabilmente predicato sul piano normativo dai trattati
d) E ciò era infatti ben possibile da cogliere, anche per una Corte composta da giuristi, fin dagli anni '70, assumendo come riferimento interpretativo, certamente accessibile sul piano del dovuto chiarimento delle norme, le teorie economiche che predicano l'equilibrio del sistema sulla base dell'ipotesi (propria dei trattati) di vigenza e promozione della libera concorrenza: questa operazione di "ribaltamento" dell'impostazione socio-economica accolta in Costituzione,  era di immediata percezione se ci si fosse basati sui lavori dell'Assemblea Costituente, dove la connessione tra "Repubblica democratica fondata sul lavoro" e sua realizzazione attraverso l'intervento economico dello Stato volto alla piena occupazione, era stata costituzionalizzata per respingere proprio tali teorie, (come viene ampiamente evidenziato ne "La Costituzione nella palude")
Era solo questione di tempo perché gli effetti sociali, cioè sul mondo del lavoro, sul livello di occupazione e sul benessere diffuso, di questa impostazione economica, che è in sé una forte scelta politica di riorganizzazione sociale e dei rapporti di produzione, - che abbiamo visto espressamente enunciata dalla fonti ufficiali europee_ , si facessero sentire e iniziassero a modificare, nell'evidenza dei fatti, gli stessi rapporti politici
E la gradualità e estensione pervasiva delle relative politiche era espressamente prevista dal trattato del 1957, come, altrettanto, abbiamo appena visto. 
e) Ma non solo: lo svolgimento di politiche coinvolgenti un numero crescente di settori economici a forte impatto sociale (al "minimo" agricoltura e trasporti) era altrettanto previsto ab origine, fino al punto di includervi tout-court, ed espressamente, la "politica industriale" che, come ci descrive Caffè, è il perno della sovranità effettiva di uno Stato, cioè la ragion d'essere delle "funzioni e gli scopi dello Stato": essa attiene infatti al problema di decisione politica, preliminare ad ogni altra, di "cosa e quanto produrre e cosa scambiare con gli altri paesi", determinando il livello del reddito nazionale e dell'occupazione e, quindi, in definitiva, l'assetto del benessere diffuso della Nazione. 
Per contro, è, o dovrebbe essere, fatto notorio che un trattato liberoscambista, basato sull'inevitabile ipotesi delle funzioni economiche dello Stato come ostacolo principale all'allocazione efficiente delle risorse, assume come prioritaria, (su quella dello Stato), l'azione del mercato spontaneamente regolantesi secondo il principio allocativo dei "vantaggi comparati": tale meccanismo insito nel liberoscambio crea inevitabilmente, nelle sue stesse dichiarate premesse teoriche, una competizione commerciale e industriale tesa a instaurare una gerarchia tra gli Stati aderenti, con pochi vincitori e molti perdenti nella stessa competizione
6. L'implicito estendersi in progressione del meccanismo dei "vantaggi comparati" è anch'esso enunciato nel trattato del 1957, e preannuncia, senza equivoci, che le "politiche" che si assumeva l'istituzione CEE consistevano in "condizionalità" a carico degli Stati - limitative dei loro scopi e funzioni costituzionalmente sanciti...in precedenza- per consentire la riallocazione propria degli stessi vantaggi comparati. Ecco la conferma dalla stessa fonte, per quanto inframmezzata dal continuo reiterare fumosi obiettivi di miglioramento occupazionale e del "tenore di vita" (mai riscontrati come conseguenza delle politiche europee, in tutto l'arco del loro dispiegarsi, e neppure coerenti con la cornice scientifico-economica della "forte" reciproca competizione insita nel liberoscambismo):
"Alcune politiche sono previste formalmente dal trattato, come la politica agricola comune (articoli 38-47), la politica commerciale comune (articoli 110-116) e la politica comune dei trasporti (articoli 74-84). 
Altre possono essere intraprese a seconda delle necessità, come previsto all'articolo 235, secondo cui "quando un'azione della Comunità risulti necessaria per raggiungere, nel funzionamento del mercato comune, uno degli scopi della Comunità, senza che il presente Trattato abbia previsto i poteri d'azione a tal uopo richiesti, il Consiglio, deliberando all'unanimità su proposta della Commissione e dopo aver consultato l'Assemblea, prende le disposizioni del caso". 
Sin dal vertice di Parigi dell'ottobre 1972, il ricorso a tale articolo ha permesso alla Comunità di sviluppare azioni nei settori della politica ambientale, regionale, sociale e industriale.
Oltre allo sviluppo di tali politiche viene creato il Fondo sociale europeo, diretto a migliorare le possibilità di occupazione dei lavoratori e il loro tenore di vita, e istituita una Banca europea per gli investimenti, destinata ad agevolare l'espansione economica della Comunità attraverso la creazione di nuove risorse".
7. Oggi noi sappiamo che la Corte si trova a fronteggiare direttamente un problema, posto dalla disciplina europea, che, solo in apparenza, appare (più) esplicitamente incidente, rispetto al passato, sui rapporti politici, sociali e civili: quello del pareggio di bilancio.
In realtà, com'è facile arguire da quanto precede, questa incidenza era già presente nella genetica impostazione della costruzione economico-politica europea e la Corte, ormai consolidatasi in una linea ignara di tali eclatanti premesse politico-economiche, si trova (quasi con sorpresa), a fronteggiare solo l'inasprimento quantitativo -inevitabile nel quadro normativo della moneta unica- di una tendenza che non è stata in grado di cogliere nei decenni precedenti.
Di questo aspetto ci siamo già occupati sia in "Euro e(o?) democrazia costituzionale" che ne "La Costituzione nella palude".
Richiamiamo qui dei post che ne sono parte fondamentale:


1) COSTITUZIONALITA' DELLE MANOVRE FINANZIARIE. UN DUBBIO INTERNO ALLA STESSA COSTITUZIONE 

2) LA DOTTRINA DELLE BANCHE CENTRALI INDIPENDENTI E LA SUA ATTUALE EVOLUZIONE 

3) IL REDDE RATIONEM: LA CORTE IN MEZZO AL GUADO (l'emergenza democratica più grave dal 1948)


8. Nel terzo di tali post avevamo commentato un articolo di Federico Fubini che esprimeva il seguente concetto:"...il conflitto fra interpretazione della Costituzione italiana, regole europee e risorse è più acuto che mai. Lo è al tal punto che, in ambienti del governo, sta emergendo una tentazione: chiedere un rinvio del caso alla Corte di giustizia europea, per chiarire se la sentenza della Consulta italiana sia coerente con gli impegni di bilancio firmati a Bruxelles. 
Il nuovo Patto di stabilità (il “Six Pack” e il “Two Pack”) sono inclusi nel Trattato, dunque hanno rango costituzionale e il diritto europeo fa premio su quello nazionale. Il governo italiano potrebbe chiedere alla Corte di Lussemburgo se la sentenza dei giudici di Roma sia compatibile con essi."

A questo perentorio assunto del "fa premio su quello nazionale" (di diritto costituzionale) avevamo opposto la sentenza della Corte costituzionale n.238/2014, dove era ribadita la vigenza dei controlimiti, cioè della invalicabilità dei diritti fondamentali previsti nella Costituzione, nei confronti di qualunque fonte europea. 
Questa consolidata affermazione basterebbe perché l'asserzione gerarchico-militare di Fubini fosse già confutata. La sentenza della Corte costituzionale in materia di "adeguamento pensionistico"  ne è una traccia, ma, come abbiamo evidenziato, indiretta.

9. Questo perché, la Corte, in quella occasione, come in tutte le ulteriori in cui ha svolto in modo puramente notarile il suo sindacato, ha richiamato, come clausola di  "chiusura" (se non "di stile"), - non necessitante di verifica e motivazione circa la sua armonizzazione coi principi fondamentali della Carta del 1948-, la necessità di rispettare gli obblighi assunti in sede europea".
La Corte, in realtà, ha talvolta (nella migliore delle ipotesi), aggirato l'ostacolo ponendosi in "mezzo al guado" di un compromesso tra due soluzioni inconciliabili, che l'hanno, allo stato, tatticamente arrestata sulle soglie di un problema diverso da quello del sindacato sulla compatibilità costituzionale dei trattati (ci riferiamo al problema degli effetti restitutori e ripristinatori delle sentenze della Corte, che dovrebbero contrassegnare l'effettività della tutela da essa accordata).
Con ciò, da un lato, rifiutando di metterne in discussione la effettiva connessione coi pretesi scopi di "risanamento economico", di "superamento della crisi" e di promozione della crescita enunciati verbalmente come  "titolo" giustificativo nominalistico dalla disciplina imposta dal diritto europeo, scopi che esso in concreto non ottiene e non persegue (e nessuno lo afferma nemmeno più, neppure tra i massimi responsabili della politica economica), dall'altro, evitando di affrontare il cuore del problema: cioè cercare di spiegare quali siano le cause effettive della crisi economica italiana, sviluppatasi, dopo il 2011, in dipendenza delle politiche fiscali imposte dal mero scopo di mantenere in vita l'euro a detrimento del livello di occupazione e salariale.

10. Ebbene, l'ignorare le dichiarate premesse politico economiche del fiscal compact (come della moneta unica e della banca centrale indipendente) determina, per la Corte costituzionale, l'impossibilità di risolvere questo genere di problemi in modo logico e conforme al dettato costituzionale.
Questo, nella sua essenza indeclinabile, non dovrebbe mai consentire una norma, di qualsiasi fonte, che in concreto, e per "fatto notorio", abbia una finalità limitativa dell'occupazione - strumentale alla deflazione salariale necessaria nel quadro normativo dell'eurozona al mero mantenimento della moneta unica.  
Ma questo atteggiamento di "nominalismo acritico" discende dalla scelta contraddittoria operata con le prime sentenze del 1973 e seguenti: deriva cioè dall'illusione di poter considerare in qualche modo "neutrale" la sovrapposizione del sistema neo-liberista rafforzato dal trattato di Maastricht rispetto alla questione fondamentale di quali siano "i fini e le funzioni dello Stato", per usare le parole di Caffè, previsti dalla Costituzione in rapporto alle politiche economiche e fiscali
Queste ultime politiche, cioè l'effettività del programma costituzionale di realizzazione dell'eguaglianza sostanziale e della Repubblica fondata sul lavoro, non possono continuare a essere considerate un "qualcos'altro" rispetto alla tutela dei diritti fondamentali della persona.
L'alternativa al recepire in pieno questa interconnessione di supremo valore normativo, voluta dai Costituenti in un'armonia complessa (come disse Basso in un celebre intervento in Costituente), sarebbe quella di separare dai restanti diritti fondamentali il diritto al lavoro, depotenziandoli in un colpo tutti insieme: ma arrivando così a ratificarne quel carattere di "mero enunciato enfatico" (oggi tanto di moda), che non solo fu respinto come formula dagli stessi Costituenti, ma la cui accettazione ridisegna definitivamente, in senso profondamente modificativo, l'insieme dei diritti fondamentali concepiti nella Costituzione del 1948.

11. La Corte, come abbiamo già visto, assume come aprioristicamente attendibile ciò che è invece fortemente e ragionevolmente dubitabile: e cioè che gli obblighi assunti verso l'UE e che hanno portato alle politiche dettate dal fiscal compact, (inclusi i patti di stabilità interna che tanto incidono sul livello minimo essenziale delle prestazioni ad ogni livello di governo territoriale), siano stati contratti per superare la crisi economica italiana e "tornare alla crescita".
Ma nel far ciò si limita ad accettare come incontestabile questo enunciato puramente nominale, cioè a ritenere che siccome una fonte europea - e la legislazione conseguente che l'Italia è costretta ad adottare- enuncia un fine, questo sia indubitabilmente rispondente al vero.
E sarebbe non solo, per (acritica) presunzione normativa, "vero", ma per di più insindacabile: la Corte non si pone il problema di verificare gli effetti completamente contraddittori delle politiche di conservazione della moneta unica,  alla luce della irrisolvibile recessione e stagnazione che da esse derivano, con il vertiginoso aumento del rapporto debito/PIL che, pure, in tutta l'eurozona, testimonia questa stessa contraddittorietà e inattendibilità delle politiche di "risanamento finanziario"...per la crescita e la "stabilità finanziaria"!

12. Eppure, una verifica di tali pseudo-finalità sarebbe con immediatezza possibile ad ogni "normale" osservatore della congiuntura economica dell'eurozona e, in particolare dell'Italia (la più zelante nell'osservare i dettami del "fiscal compact"), portando alla rilevazione di un colossale caso di eccesso di potere legislativo, non ignorabile nel prendere atto dei dati macroeconomici dello Stato italiano, accessibili a livello ufficiale (su fonti governative e Eurostat) .
L'eccesso di potere nella forma dello "sviamento di potere", la forma più grave ed insidiosa, in termini di democrazia e di aspettative ingannevoli suscitate presso i cittadini,  si ha quando un atto della pubblica autorità dichiara una sua finalità giustificativa (di presunto pubblico interesse, legalmente prestabilito) ma, in base a oggettivi ed univoci dati intrinseci (premesse rinvenibili nei fatti politici) e estrinseci (rilevazione degli effetti divergenti concretamente perseguiti), si rivela oggettivamente volto ad una diversa e non dichiarata finalità.

13. Ma, oltre ai dati macroeconomici, anche gli stessi presupposti "scientifici", giustificativi del fiscal compact, assunti dichiaratamente dalle istituzioni europee che l'hanno imposto, sono tutt'ora ignorati dalla Corte, nonostante il passare degli anni e l'accumularsi delle conferme di un'analisi "ufficiale" divergente da quella che la Corte continua a condividere
Con questo, in pratica, chiudendosi in un mondo di enunciati inerziali e fuori dal dibattito politico-economico che agita l'intera UEM, che ha reso ormai di pubblico dominio gli scopi effettivi del fiscal compact: la correzione degli squilibri commerciali e finanziari scaturenti dal meccanismo della moneta unica al fine esclusivo di mantenere in vita quest'ultima.

Questa presunzione assoluta di veridicità delle "intitolazioni" strategiche delle fonti europee, scisse dai loro scopi effettivi, facilmente accertabili in base a imponenti analisi e giustificazioni provenienti da dichiarazioni formali delle più importanti istituzioni europee, pare un vecchio punto debole della nostra Corte.
Un punto debole che si riverbera sulla operatività dei più autentici principi fondamentali della Costituzione del 1948 e che denuncia ormai un difettoso approccio culturale e interpretativo che ha superato i quaranta anni. 
Al punto che, via via che si accumula una giurisprudenza costituzionale intessuta di diritti ex-fondamentali che cedono di fronte all'art.81 della Costituzione (fonte di "revisione" subordinata a quella costituzionale primigenia del Potere Costituente), con l'acuirsi della crisi del paradigma ordoliberista dei trattati, divenuto insostenibile per centinaia di milioni di cittadini, la Corte si troverà in una condizione non dissimile da quella dei soldati giapponesi, dispersi su remote isole, e che continuavano a combattere a oltranza una guerra già finita...

venerdì 19 agosto 2016

IL PARADIGMA STOCASTICO: LA FED E' IMBARAZZATA MA LA BCE INSISTE**


http://image.slidesharecdn.com/howtofaceembarassingsituation-140606105101-phpapp01/95/how-to-face-embarassing-situation-1-638.jpg?cb=1402051913

1. Avevamo visto come i modelli stocastici di previsione dinamica dell'andamento macroeconomico, in funzione di un presunto equilibrio raggiungibile "a priori" (grazie essenzialmente ad aggiustamenti sul lato esclusivo dell'offerta), governino saldamente l'€uropa, nell'impianto teorico seguito contro ogni evidenza da BCE e Commissione UE, e che porta a eclatanti "toppe" previsionali sulle quali mai sentiremo un mea culpa, quanto piuttosto l'invocazioni di curiose autoscuse:

Gelata sul Pil, Istat: crescita zero nel secondo trimestre. Il dato sul Pil fermo «non costituisce una sorpresa» afferma il Tesoro in una nota spiegando che dipende da fenomeni come, tra l’altro, la minaccia del terrorismo (ndr; acuitosi nelle sue maggiori manifestazioni in pieno luglio), la crisi dei migranti (idem, e comunque non certo una novità nello scenario) e la Brexit (ndr; che all'interno del periodo culminante nel secondo trimestre non si era ancora verificata: anzi non s'è verificata tutt'ora, dato che s'è trattato solo di un referendum consultivo e che la procedura ex art.50 TUE è ben lungi dall'essere avviata). Elementi che «erano noti da tempo». Il Tesoro sottolinea anche che «diverse fonti di Governo, compreso il Mef, avevano già segnalato che le stime di crescita formulate ad aprile con il Def sarebbero state messe in discussione da questo nuovo scenario».

2. Questo ambiente ideologicamente totalitario, (nel senso che ha un'idea della società e dell'essere umano che spinge l'autoinvestitasi oligarchia dominante ad un'implacabile azione trasformatrice, che nulla può eticamente arrestare),  costringe, con il suo intangibile ma concretamente fallimentare dogmatismo, i nostri governanti a condurre trattative contrassegnate da un lessico "lunare", in modo da apparire conformi a questi modelli, attraverso delle contorsioni logiche e linguistiche talmente manifeste, che solo i media italiani non sono in grado di accorgersene. 

In pratica, vige ormai l'idea "curiosa" che la manovra sia "espansiva" quando diminuisce, pur sempre, il deficit rispetto all'esercizio di bilancio precedente - cioè si opera in consolidamento fiscale, inevitabilmente pro-ciclico (quindi accentuativo della minor crescita e dell'output gap)-, ma lo si fa "pochino" (meno rispetto al "lovuolel'€uropa" del fiscal compact) e purché siano introdotte nuove misure che abbiano l'etichetta di agire "sul lato dell'offerta" (etichetta non necessariamente rispondente alla effettiva qualificazione scientifica della misura stessa).

3. Tutta la visione, estremisticamente ideologica (e in ciò per niente moderata), che è sottesa da questi modelli, è volta a negare, come anche solo astrattamente possibile, che si possa verificare l'equilibrio della sotto-occupazione, già visto all'opera nella crisi del 1929: la matematizzazione (deduttivistica, cioè a priori, mai seguita da un positivo riscontro induttivo della realtà effettiva), tende sostanzialmente a nascondere l'idea neo-classica e monetarista che avevamo visto qui, parlando della dottrina delle banche centrali indipendenti:
"Alla base dello schema monetarista c’è l’idea, di pieno recupero del dogma neoclassico ante-crisi del ’29, che l’economia si trovi in uno stato naturale di lungo periodo in cui non esistono squilibri nei singoli mercati e tutte le variabili reali si trovano al loro livello naturale.
Da questa concezione si sviluppa il concetto di tasso naturale di disoccupazione, che, sotto un profilo empirico, è il livello di disoccupazione che prevale quando l’economia è al suo livello di pieno impiego.
Da notare che questa idea tautologica della disoccupazione e del “pieno impiego”, legata a qualsiasi equilibrio consentito dalle variabili reali (al netto dell’inflazione) del sistema economico, tende proprio a disinnescare gli enunciati redistributivi, affidati all’intervento dello Stato, propri della Costituzioni democratiche successive alla II guerra mondiale e, simbolicamente, al c.d. Rapporto Beveridge.

Secondo Friedman, se l’economia si dovesse allontanare da questa situazione di pieno impiego, il sistema, nel lungo periodo, tenderebbe naturalmente al riequilibrio.
La direzione dell’attacco monetarista contro la politica fiscale attiva dei keynesiani cambia alla fine degli anni ‘60, rivolgendosi esplicitamente a minare le basi della curva di Phillips attraverso l’introduzione, in quello schema, del livello atteso di inflazione come variabile addizionale nella determinazione del tasso di variazione del salario monetario.
Infatti, nel saggio The role of monetary policy del 1968, Friedman negava l’esistenza nel lungo periodo di un trade-off tra disoccupazione e inflazione nella attuazione della politica economica.
La politica di stabilizzazione del ciclo economico, in questa ottica, passa per le seguenti ineludibili vie (che trovano una evidente Eco in molti tratti delle attuali politiche monetarie propugnate da Bundesbank e, di riflesso, dalla BCE):
1) le autorità possono ridurre la disoccupazione al di sotto del tasso naturale solo nel breve periodo e solo perchè il livello di inflazione non è ancora anticipato in modo corretto. L’ipotesi di aspettative adattive implica aggiustamenti graduali e non immediati delle aspettative e la politica fiscale può ancora essere efficace nel breve periodo;
2) qualsiasi tentativo di tenere il livello della disoccupazione al di sotto del suo tasso naturale produce solo una accelerazione della inflazione;
3) se si intende ridurre il tasso naturale di disoccupazione e quindi aumentare il livello dell’output è necessario perseguire politiche dal lato dell’offerta per migliorare la struttura e il funzionamento del mercato del lavoro piuttosto che politiche dal lato della domanda;
4) il tasso naturale di disoccupazione, (come abbiamo visto), è compatibile con qualsiasi tasso di inflazione che a sua volta è determinato dal tasso di espansione monetario come postulato dalla teoria quantitativa. Data la convinzione che l’inflazione è essenzialmente un fenomeno monetario dovuto ad un eccesso di crescita monetaria, i monetaristi affermano che l’inflazione può essere ridotta solo riducendo il tasso di crescita della offerta di moneta."
E’ importante vedere che, in tal modo, si perfezionò un’operazione a carattere “metonimico”: si attribuì al mercato del lavoro l’inflazione dovuta agli shock petroliferi degli anni ’70, quando in effetti l’assetto del lavoro, assistito dalla linea redistributiva variamente sancita nelle Costituzioni (globalmente definite come “rigidità” contrarie all’equilibrio naturale), era soltanto responsabile della limitazione dei profitti (in situazione di ciclo negativo), cioè, in pratica, della simmetrica distribuzione delle conseguenze recessive dell’inflazione petrolifera anche sul lato del capitale. 

4. Non è che da parte dei policy-makers USA, naturalmente, sia sia poi ragionato, e si ragioni, in modo molto diverso: il neo-keynesismo, al di là di aspetti non decisivi riguardo alle politiche di intervento anti-ciclico, condivide fondamentalmente questa impostazione, e falchi e colombe, dentro il Treasury come nella Fed, litigano su diverse "sfumature di grigio" relative a come e a "quando" anticipare la temutissima inflazione, senza però riuscire più a riscontrare le condizioni che, nella parte condivisa delle rispettive posizioni dialettiche, renderebbero chiusa la fase di "trappola della liquidità", ovvero in deflazione o in inflazione inferiore a qualsiasi target, (anche di per sè "moderato" e compatibile con la "disoccupazione naturale").
Dal paper appena linkato, traiamo questo grafico sulla curva di Phillips, che, se ci si attiene al tasso U3 di disoccupazione, non fa capire più nulla agli econonisti USA:


Salvo poi vedere come, utilizzando l'indice di disoccupazione U5, - che, tra l'altro, non è quello, ancor più indicativo, U6, che abbiamo appena visto qui e che incorpora la crescente legione dei working poors, intesi come part-time sottopagati e non volontariamente in tale condizione- i conti tornerebbero un po' meglio:

5. Tenete conto che l'inflazione USA, nonostante i vari QE e i famosi super-deficit dell'amministrazione Obama (v.qui pp.1-2), non decolla proprio e non pare, anche nelle previsioni più mainstream, volersi attestare al mitico target del 2%; che dovrebbe corrispondere alla disoccupazione "naturale", calcolata con U3, allorché si collochi (appena) sotto il 5%. Ma, allo stato attuale, questa soglia "magica" si scontra con la dura realtà dei dati di unemployment 5 e 6 e con la stagnazione dei salari reali, di cui il grafico sottostante ci mostra l'incidenza percentuale su tutti i lavoratori e su alcune significative categorie (il dato ad oggi, non è mutato in modo significativo):

Share of workers with frozen wages over past year

Né l'era Clinton, nè l'Amministrazione Obama hanno arrestato, - tutt'altro!-, il trend generale di aumento della quota dei lavoratori a salario "costante" no-matter-what, trend che risale negli anni '90, e, se cala leggermente alla fine dello stesso periodo (nel senso che si ha una crescita salariale, ma sempre inferiore all'aumento della produttività nello stesso periodo), poi ridecolla nei meravigliosi anni 2000, raccogliendo i frutti della finanziarizzazione (e dell'abolizione del Glass-Steagall Act...ma qui il discorso si farebbe più lungo).

6. Tutto questo ci porta a riallacciarci al discorso iniziale: i modelli stocastici incorporano tante belle cose, tra le quali annettono grande importanza a "shock" determinati da innovazioni tecnologiche, ma considerano irrinunciabile la perfetta flessibilizzazione dei salari e del mercato del lavoro, ossessionati solo dalla corretta anticipazione del tasso di inflazione e nullificando ogni rilevanza dell'ipotesi di un ciclo avverso determinato da debolezza della domanda.

A un certo punto, però, mentre prosegue in UEM, (magari con qualche timido "non capisco ma mi adeguo" italico), la furia devastatrice di conservare il bengodi deflazionista, e del mercato del lavoro-merce, consentito allegramente (per pochi, ma sono quelli che contano), dall'adozione della moneta unica,  e perciò si intende l'intervento straordinario delle finanze pubbliche soltanto come welfare bancario - legittimo perché supply side e solo se non costituisca "aiuto di Stato" secondo discrezionalità mutevoli nel tempo e nel luogo- in USA, la Fed comincia a farsi delle domande.

7. Il New York Times di oggi affronta la questione con questo eloquente titolo: "La Federal Reserve esita mentre vacillano i modelli tradizionali" (International NYT, pagg. 16 e 18).
Tutto parte dalla constatazione, da parte di alcuni membri del Board, che ci sarebbe la "evidenza" che il mercato del lavoro si stia "irrigidendo", e da ciò discenderebbe la imminente risalita di salari e prezzi. Altri, però, replicano che ci sia l'evidenza proprio contraria, e cioè che l'inflazione non stia rispondendo a tale quadro di aspettativa reflazionista (che, se posto sul presupposto del mitico indice U3, diviene in concreto un wishful thinking, cioè aria fritta).
Alla fine, non potendo negare l'evidenza (debolissima) sulle temute spinte inflattive e sulla loro prossimità nel tempo (apparendo piuttosto lontana l'effettiva stabilizzazione sul target del 2%),
2016 United States Inflation Rate: Year over Year
alla Fed si mettono d'accordo sul fatto che sia "prudente attendere di accumulare più dati per poter stimare lo slancio espansivo del mercato del lavoro e delle attività economiche".
Ma lo "stallo", dopo anni di annuncio di risalita dei tassi, mette un po' in imbarazzo questi "policy-makers", che infatti: 
"La Fed fronteggia una fondamentale questione: il paradigma fondamentale utilizzato nel corso dell'ultima generazione (ndr: coincidente col periodo in cui si adotta il "Washington Consensus", per inciso) per regolare l'intervento monetario, è il più corretto in questo momento, o qualcosa di fondamentale è mutato nell'economia globale tanto da richiederne uno nuovo?"

8. La risposta, abbastanza ovvia, sarebbe che sì, qualcosa è mutato: l'errore di calcolo è giunto al...pieno compimento di tale paradigma (cioè alla sua irresistibile forza istituzionale) e, in tutto il mondo avanzato, si è riaffermato il lavoro-merce, perfettamente flessibile, come elogiano le classifiche OCSE e i diktat e gli "indici" del Washington Consensus
Il modello stocastico neo-classico non riesce più a predire nulla di attendibile, e continuare a ignorare l'ipotesi della crisi da domanda innescata sull'equilibrio della sotto-occupazione diventa sempre più difficile.

9. L'articolo prosegue nel trattare questo argomento, evidenziando che, secondo gli indicatori "standard", si dovrebbe essere in una fase espansiva e quindi la preoccupazione principale dovrebbe essere di anticipare la manovra monetaria in modo da non lasciar andare fuori controllo l'inflazione. Così si ha una disoccupazione (U3, naturalmente) alla soglia della sostenibilità di lungo periodo, cioè al 4,9%, scendendo al di sotto della quale si avrebbero eccessive spinte inflazionistiche, e l'inflazione media del 2015 s'era attestata all'1,5%.
Ma...ooops, ci dice il NYT, 
"il modo usuale di pensare non sta funzionando....
Da un lato, il resto del mondo sta crescendo così lentamente che sta creando un costante freno all'inflazione ed alla crescita, e ciò vorrebbe dire che le usuali preoccupazioni sull'inflazione non si applicano. Aver (moderatamente) innalzato le paghe dei lavoratori USA nello scorso anno, all'incirca, è stato controbilanciato da altre forze impeditive dell'inflazione, come la caduta dei prezzi energetici e (udite, udite!) la debole domanda di consumi di beni e servizi da oltreoceano".
Addirittura, il Presidente della Fed di San Francisco suggerisce qualcosa di clamoroso (si fa per dire, ma siamo sempre tra monetaristi e neo-keynesiani).
Posto di fronte al problema del quando "dover" innalzare i tassi di interesse a breve, e del "quanto" farlo in modo da stabilizzarli nel lungo periodo, "solleva la possibilità che la Fed adotti un più significativo cambiamento nel modo di concepire i propri scopi, persino innalzando il target di inflazione del 2%, o rimpiazzando il target inflattivo stesso con un obiettivo di crescita del PIL".

10. La proposta rimane discussa e controversa (anche se non pare poi così clamorosa, se non in un ambiente dottrinario piuttosto "monetarista"...). 
Ma, ammette il NYT, "rimanere in dubbio sul fatto che i vecchi modelli per le politiche monetarie siano o meno ancora validi, è una situazione imbarazzante per una banca centrale".
BCE e dubbi? Mai pervenuti, anzi: qualsiasi ipotesi di crisi da domanda e di aumento dei salari reali è fuori questione. Si proseguano le riforme e "fate presto"!

Draghi avverte i governi: dal rinvio delle riforme costi troppo alti

Mario Draghi, presidente della Bce