sabato 17 novembre 2018

LA SCIENZA NELLA TELEOLOGIA DEMOCRATICO-COSTITUZIONALE



Post di Francesco Maimone

In un recente post abbiamo analizzato, dal punto di vista ontologico, il lavoro come fenomeno originario del mondo umano e modello dell’essere sociale. In quella sede, si è accennato ai momenti fondamentali dell’atto lavorativo nella regolazione del marxiano “ricambio organico” degli uomini con la natura e scaturente dalla realizzazione di un bisogno da soddisfare calato entro la realtà della lotta per l’esistenza.

Su tali argomenti fondamentali bisogna ora ritornare, tenendo sin d’ora ben presente che il “lavoro”, base fondativa di ogni socializzazione umana, si caratterizza per essere un atto “teleologico” pratico-realizzativo (si rammenti il celebre passo de Il Capitale di Marx sull’ape e l’architetto, qui p.1.2). L’analisi della “teleologia del lavoro” consentirà in particolare di isolare ed analizzare, nell’economia del presente scritto, il ruolo svolto da quel particolare momento del processo dialettico attraverso il quale la “soggettività si oggettivizza”, ovvero quello dell’“indagine sui mezzi per la realizzazione dello scopo”. Ad esso, come già detto allora, è infatti riconducibile il tema generale della “SCIENZA” e del suo ruolo, sul quale nel dibattito recente molto ed a sproposito alcuni espertologi hanno sentito e continuano a sentire l’irrefrenabile bisogno di fare esternazioni roboanti.

1. Orbene, la “TELEOLOGIA” – quale categoria trattata da Hegel nell’apposita sezione della sua Scienza della Logica e valorizzata da G. Lukacs in Ontologia dell’essere sociale – può essere, in modo sin troppo schematico, divisa in tre momenti che, nell’ambito dell’atto lavorativo, fanno tuttavia parte di un processo unitario: 1) la posizione dello scopo soggettivo; 2) l’indagine sui mezzi per realizzare tale scopo; 3) la conseguente conservazione del mezzo usato.
Più specificamente, e volendo soffermarci sul momento della “posizione dello scopo”, si può sin d’ora dire che nell’atto lavorativo l’essere umano cosciente – mosso da un bisogno – agisce con l’intenzione di trasformare la natura con la quale entra a diretto contatto e di cui vuole appropriarsi modificandone il decorso causale: “… è il lavoro…che introduce nell’essere l’unitaria interrelazione a fondamento dualistico fra teleologia e causalità. Prima che esso facesse la sua apparizione c’erano nella natura semplicemente processi causali”. [G. LUKÁCS, Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale, Napoli, 1990, 11]. E a questo primissimo stadio, il soggetto riproduce nella coscienza l’essere in sé degli oggetti naturali, cerca cioè di darsi una rappresentazione della realtà al fine di sondarne, in via approssimativa, la possibilità di un suo mutamento.

1.1 Tale primissimo atto gnoseologico di riproduzione mentale (non ancora di trasformazione) della realtà ha una importante funzione nel rimandare all’oggettivazione dello scopo, contribuendo a definirlo e completarlo, pur rimanendo atto eterogeneo rispetto alla posizione dello scopo medesimo: “ i due atti eterogenei di cui stiamo parlando sono: da una parte il rispecchiamento il più possibile esatto della realtà presa in considerazione, dall’altra il correlativo porre quelle catene causali che… sono indispensabili per realizzare la posizione teleologica”. [G. LUKÁCS, Ontologia dell’essere sociale, Roma, 1981, II, 36] E’ bene precisare subito che per “rispecchiamento” il Lukacs delle opere mature non intende affatto una passiva riproduzione fotografica della natura nella mente, bensì il primo passo per il superamento della separazione kantiana soggetto-oggetto, essendo dallo stesso marxianamente affermata come centrale l’unità di una prassi non empiristica con il processo di conoscenza.

1.2 Una realtà naturale riprodotta nella coscienza che si presenti trasformabile già nella “sfera laica” giustificherà una indagine più approfondita sui mezzi che possono permettere la realizzazione del fine posto: “una corretta fondazione ontologica della nostra immagine del mondo implica due cose: la conoscenza della specifica peculiarità di ciascun modo di essere, così come le connessioni, interazioni, interrelazioni, ecc. concrete di quest’ultimo con gli altri” [G. LUKÁCS, Prolegomeni, cit., 9] modi d’essere e con l’ambiente circostante ad esso.

2. Fondamentale, quindi, è la necessità di conoscere quanto più correttamente possibile i processi naturali che, messi in moto, possono poi permettere la realizzazione dello scopo posto: “… Solo sulla base di una conoscenza almeno immediatamente corretta delle proprietà reali di cose e processi il porre teleologico del lavoro può adempiere la sua funzione trasformatrice…” [LUKACS, Ontologia dell’essere sociale, Roma, I, 267]. Da qui, in fondo, l’origine primordiale della scienza: “… la ricerca degli oggetti e processi naturali che nella creazione dei mezzi precede la posizione della causalità è costituita per sua essenza, anche se a lungo non se n’è avuta consapevolezza, dai reali atti conoscitivi e dunque comprende in sé GLI INIZI, LA GENESI DELLA SCIENZA” [G. LUKÁCS, Ontologia dell’essere sociale, cit., II, 31]. Pur tenendo conto delle conseguenze che crea il rapporto dialettico tra lavoro e scienza, è bene anche precisare una ulteriore distinzione tra quest’ultima e la conoscenza in generale.

2.1 Una conoscenza in generale è sempre indispensabile e presente, mentre la scienza interviene solo nelle fasi successive nel corso delle quali si perfeziona storicamente il processo lavorativo. Lukacs chiarisce bene tale concetto quando afferma che:
“… Se per lavorare fosse necessaria una conoscenza anche solo approssimativa di questa infinità estensiva come tale, nelle fasi primordiali dell’osservazione della natura…il lavoro non sarebbe mai potuto sorgere. Questo fatto va rilevato non solo perché vi è presente la possibilità oggettiva di uno sviluppo illimitato del lavoro, ma anche perché ne deriva con chiarezza un porre corretto, un porre che colga i momenti causali necessari per il fine ogni volta in questione con l’adeguatezza che è concretamente richiesta dalla finalità concreta, resta realizzabile con successo anche in quei casi nei quali le rappresentazioni generali circa oggetti, connessioni, processi ecc. della natura sono ancora del tutto inadeguate in quanto conoscenze della natura nella sua totalità” [G. LUKÁCS, Ontologia dell’essere sociale, cit., II, 28].

2.2 A mero titolo esemplificativo, l’uomo arcaico, il quale ha costruito per la prima volta un arnese di pietra o utilizzato un bastone per farsi strada nella fitta boscaglia, già compiva un “lavoro” (praxis), sebbene non avesse ancora adeguate conoscenze sulle leggi della natura “nella sua totalità”. In tali stadi primordiali, in cui la prassi lavorativa sollevava l’uomo dalla sfera dei bisogni biologici più elementari ed in cui anche le relative posizioni teleologiche, di conseguenza, non potevano che essere tali, la conoscenza, seppure a livello molto infimo, era in generale già presente nella posizione dello scopo, anche se il decorso reale degli eventi naturali restava non del tutto chiarito. In questo caso, come precisa Lukács vale il giudizio di Marx: “non sanno di far ciò, ma lo fanno” [G. LUKÁCS, Ontologia dell’essere sociale, cit., II, 31].

2.3 Bisogna quindi distinguere tra una forma di conoscenza, seppur limitata, quale momento ineliminabile del porre teleologico, da un’altra forma – la SCIENZA – come momento della conoscenza delle “leggi naturali nella loro totalità”. La prima partecipa del principio come punto di partenza dell’atto lavorativo, la seconda richiede una comprensione della natura come “totalità” (beninteso, sempre limitata, perché l’uomo non è mai in grado di realizzare la propria decisione teleologica conoscendo tutti i suoi elementi ed effetti) ed interviene in una fase successiva come “approfondimento” legato all’implementazione storica dei nuovi bisogni e delle condizioni di lavoro suscitati dallo sviluppo sociale.
E’ in ciò che quindi deve essere operata una netta differenziazione tra ONTOLOGIA E GNOSEOLOGIA:
… Qui tocchiamo con mano la differenza tra porre in senso ontologico e gnoseologico. In quest’ultimo senso una posizione che manchi il proprio oggetto rimane una posizione, anche se il giudizio di valore che le concerne dovrà essere di falsità o magari solo di incompiutezza. Quando invece si pone ontologicamente la causalità nel complesso costituito da una posizione teleologica, questa deve cogliere correttamente il suo oggetto, altrimenti non è… una posizione” [G. LUKÁCS, Ontologia dell’essere sociale, cit., II, 27]. In questo senso, per esempio, la posizione gnoseologica “che manchi il proprio oggetto” può anche rendere “… socialmente possibile e necessario tanto il funzionamento prolungato e indisturbato di teorie incomplete, contenenti verità parziali…” [G. LUKÁCS, Prolegomeni, cit., 13] (si pensi al lunghissimo predominio scientifico dell’astronomia tolemaica), mentre la mancata “posizione” ontologica porta semplicemente ad una assenza di prassi.

3. In disparte le interessanti riflessioni che potrebbero discendere da quanto detto (in termini di spinta, contenuta nell’atto lavorativo, verso un approfondimento sempre maggiore delle leggi naturali, e quindi come strumento per un miglioramento della conoscenza e delle condizioni di vita sociali), ciò che risulta chiara è la duplice natura del lavoro, ovvero come principio e allo stesso tempo come mezzo, dovendosi tuttavia specificare che è solo nel porre teleologico che è possibile rintracciare il vero e determinante momento della genesi conoscitiva e, quindi, della scienza.

3.1 Ed infatti, è esclusivamente nella posizione dello scopo che l’uomo avvia il processo teso alla soddisfazione del bisogno, solo successivamente avviando l’indagine sui mezzi per la trasformazione ed appropriazione del mondo naturale e la realizzazione materiale dello scopo (praxis). Nel rapporto tra gnoseologia e ontologia, dunque, il limite che la prima pone alla seconda è l’adeguatezza della conoscenza della realtà per realizzare il fine e da ultimo soddisfare il bisogno, ma è pur SEMPRE IL FINE CHE DOMINA IL MOMENTO CONOSCITIVO (scienza) ED I MEZZI REALIZZATI A VALLE (tecnica, intesa come “capacità scientifica oggettivata”):
“… La libertà non consiste nel sognare l’indipendenza dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilità, legata a questa conoscenza, di farle agire secondo un piano per UN FINE determinato” [F. ENGELS, Anti-Dühring]. E, come precisa sempre Lukács, “… Libertà, che qui veramente designa soltanto la decisione alternativa entro la posizione teleologica, significa dunque uso sociale, poggiante sulla conoscenza pratica corretta, delle causalità della natura per realizzare determinati FINI SOCIALI” [G. LUKÁCS, Prolegomeni, cit., 19]. Gramsci, nell’ambito della sua filosofia della prassi, a sua volta coglie bene quest’aspetto allorché afferma: “…Tutta la scienza è legata ai bisogni, alla vita, all’attività dell’uomo” [A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, 1975, 1457].

3.2 Ed ancora, è solo il momento teleologico, proprio dell’atto originario del lavoro come finora inteso (cioè come praxis umana), che si presta ad essere utilizzato per la fondazione di una ontologia del soggetto (che è sempre soggetto sociale), con buona pace di ogni forma di razionalismo ed empirismo che (come si dirà) hanno reso superfluo ogni discorso ontologico legato “ai bisogni, alla vita, all’attività dell’uomo”, dirottando invece l’interesse in modo esclusivo verso una più precisa ed astratta indagine gnoseologica: “… La teleologia presuppone, per essere posta, una corretta conoscenza dei nessi causali, cioè una gnoseologia, CHE PERÒ DEVE ESSERE CONSUMATA DAL PORRE TELEOLOGICO ” [A. INFRANCA, Individuo, Lavoro, Storia – Il Concetto di lavoro in Lukacs, Udine, 2011, 63].

3.3 Per essere ancora più espliciti: la prassi è inscindibile dalla conoscenza nel quadro del complesso concreto rappresentato dal lavoro, ma la scienza, in quanto situata all’interno della posizione gnoseologica, non pone scopi primi, essendo tali scopi propri del porre teleologico come peculiarità dell’essere sociale nel suo rapportarsi in modo attivo con l’ambiente: “… la collocazione ontologica centrale della prassi nell’essere sociale rappresenta la chiave della sua genesi dall’adattamento meramente passivo all’ambiente che si ha nella sfera d’essere della natura organica…” [Lukacs, Prolegomeni, 36]. La scienza chiarifica soltanto “in modo ancillare” il fine posto perché questo possa via via essere realizzato socialmente nella prassi. La gnoseologia è, con terminologia lukacsciana e nel contesto di un discorso teorico correttamente posto, “integrazione ed appendice” dell’ontologia [G. LUKÁCS, Ontologia dell’essere sociale, cit., 38].

4. Se quanto sin qui argomentato risulta comprensibile, è alquanto singolare l’affermazione di quanti si sono spinti a proclamare in Italia che “la scienza non è democratica”. La giustificazione relativa alla non democraticità della scienza fa il paio con l’altra vulgata sulla “neutralità della scienza” la quale, con la propria razionalità e con le proprie “evidenze”, sarebbe tutta protesa alla ricerca della “verità obbiettiva”. Come si cercherà di spiegare, entrambe dette affermazioni - epifenomeni di falsa coscienza – tradiscono un essenziale errore teorico di fondo, sia sul piano ontologico, di cui ci occuperemo tra poco (considerate le distorte ricadute gius-politiche che ne conseguono), sia sul piano della pura epistemologia (assunta qui come sinonimo di “teoria della conoscenza”) e, correlativamente, sul piano metodologico.

Sotto il primo profilo, che possiamo definire per semplicità “onto-politico”, l’erroneità delle riportate affermazioni non è particolarmente difficile da smascherare per quanti, in questi anni, hanno imparato a comprendere i principi contenuti nella nostra Costituzione del lavoro e l’impianto sistematico della stessa. Ed infatti, considerato il “lavoro” come specificità ontologica suprema dell’essere sociale tutelata dalla Costituzione, ed individuato nell’emancipazione umana da ogni bisogno (in primis, proprio mediante la promozione del lavoro dignitoso) lo scopo primario veicolato dalla metanorma precettiva di cui all’art. 3, comma II, Cost. [non solo L. Basso, infatti, ma anche C. Lavagna, in Costituzione e socialismo, Bologna, 1977, 53, parla espressamente di “norma di scopo”], è facile ricavarne che la ragion d’essere dell’attività scientifica non può che consistere in un’indagine conoscitiva tesa alla ricerca degli strumenti più adatti a soddisfare i bisogni storicamente determinati di quella comunità concreta.

5.1 Si ripropone cioè in questo caso (in una visione di necessità orientata in senso giuridico-costituzionale, dove la Costituzione non rappresenta altro che la fissazione del fine primario che una comunità conferisce alla propria prassi sociale) il processo dialettico della categoria teleologica come sopra esaminata, ovvero: la scienza (ricerca scientifica e suo risultato) ha solo carattere servente rispetto allo SCOPO fissato dai Costituenti. Solo mediante un’inammissibile manovra che passa per l’obliterazione tout court del processo teleologico-costituzionale (manovra occultata tatticamente, come si spiegherà, da una epistemologia di grado “debole”, cioè specialistica, perché esclusivamente interna alle singole discipline) è possibile asserire che la scienza non è democratica o che la stessa è neutra. La gnoseologia (scienza) trattata nel contesto costituzionale - di chiara ispirazione socialista - ha un ben riconoscibile fondamento ontologico.
E non si lasci impressionare il lettore dall’aggettivo “ontologico”; esso rimanda semplicemente al concetto husserliano di Lebenswelt, cioè al vero mondo della vita reale ed attiva degli uomini per quello che sono, con i loro concreti bisogni materiali e spirituali che necessitano di essere continuamente soddisfatti. Quel mondo concreto “… che siamo noi, essere che è conoscere, conoscere che è essere…” [G. GENTILE, Sistema di logica come teoria del conoscere, Opere, Vol. II, Firenze, 1942, 65]. Insomma, niente di più concreto.

5.2. Quanto appena detto trova sin ovvia conferma nell’esame del diritto positivo al suo più supremo livello gerarchico. L’art. 9, comma I, Cost. prevede il principio fondamentale secondo cui “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”. Con detto articolo – individuato come principale disposizione della “Costituzione culturale” [si vedano in proposito E. SPAGNA MUSSO, Lo Stato di cultura nella Costituzione italiana, Napoli, 1961, 40 e 52; T. MARTINES, Diritto Costituzionale, Milano, 1994, 665; L. PALADIN, Diritto Costituzionale, Padova, 1995, 555 ss.], “ ci si richiama ad un profilo dello Stato sociale di diritto e del principio d'eguaglianza sostanziale, espresso dall'art. 3, 2° co., Cost., cioè alla necessità di attuare un progetto di trasformazione sociale e di realizzazione di condizioni di eguaglianza di fatto tra tutti i cittadini … grazie ad un intervento attivo degli organi del pubblico potere” [G. BIANCO, voce Ricerca scientifica, in Digesto delle disc. pubbl., 1997, 360-361].

5.3 Secondo la dottrina, in particolare, “… la disciplina giuridica relativa all’attività di ricerca è costruita intorno a due poli fondamentali: la libertà di ricerca e la necessità di interventi pubblici per la sua promozione e sviluppo…” attraverso “…. l’organizzazione diretta in forma pubblica dell’attività di ricerca[e] la costituzione di strutture istituzionalmente VOLTE A TAL FINE” [F. MERLONI, voce Ricerca scientifica, in Enc. dir., 1989, 394-395].
Proprio l’art. 9 sopra menzionato costituisce in tal senso il primo “polo fondamentale”, in forza del quale si ricava che nell’attuale assetto costituzionale risultano necessitati l'iniziativa e l'attività dei poteri pubblici affinché si creino le condizioni più favorevoli per lo svolgimento della ricerca scientifica, nonché per la “predisposizione delle condizioni, mezzi e strumenti per una più compiuta esplicazione e sviluppo…” dell'attività di ricerca. Ciò – si badi bene - proprio entro la normatività del principio di uguaglianza sostanziale, poiché “… sotto questo profilo, ricorre una fattispecie analoga a quella di cui al 2° co. dell'art. 3 Cost., circa la realizzazione delle condizioni materiali per un adeguato e concreto perfezionamento dell'efficacia comunemente attribuita al principio d'eguaglianza…” [V. LABRIOLA, Libertà di scienza e promozione della cultura, Padova, 1979, 40].

5.4 L’art. 33, comma I, Cost., invece, rappresenta in materia quel “secondo polo” dell’attività di ricerca, allorché viene sancito che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. In tal modo, è stato notato che la Costituzione ha innanzi tutto inteso conciliare “… l’interesse statale allo sviluppo… della scienza da una parte e dall’altra la libertà della scienza …” che dovesse trarre origine dalle iniziative dei privati [C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, 1969, II, 1080]. Allo stesso tempo, si è intesa riaffermare “una libertà già compresa nell’art. 21” alla quale sono state anche introdotte “… due integrazioni: l’una rivolta a fare venire meno il limite del buon costume posto dall’u.c. di quest’ultimo…; l’altra indirizzata a garantire l’assoluta autonomia delle attività che ammaestrano all’arte ed alla scienza” [C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, cit., 1071]. Tutto quanto detto, tuttavia, non comporta affatto un’assenza di limiti nella libertà di ricerca scientifica e nella sua divulgazione. Tutt’altro:
… si è prospettato il dubbio se la libertà di cui si parla possa essere estesa al punto di consentire l’esposizione di idee del tutto contrastanti con i principi che reggono le istituzioni statali. Precisato che oggetto della garanzia è l’obiettiva rappresentazione delle conoscenzecon esclusione di ogni esorbitanza in campi estranei e di qualsiasi forma anche indiretta di propaganda, è da ritenere che sottratti a svalutazione, e tanto più a denigrazione, devono ritenersi, non già singole istituzioni dell’ordinamento statale o sociale…, bensì I VALORI ETICI SUPREMI POSTI A FONDAMENTO DELLO STATO, formando essi il “patrimonio spirituale” comune della nazione…Deve tuttavia precisarsi che il richiamo fatto ai “valori supremi” non significa che si sia voluto comprendervi le convinzioni politiche o religiose dominanti, rimanendo essi piuttosto identificati con gli ideali attinenti ALL’ASSOLUTO PREGIO DELLA PERSONA UMANA, che entrano a comporre LA PARTE INVIOLABILE DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI, SOTTRATTA ALLA REVISIONE” [C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, cit., 1071]. Bisogna aggiungere che se – come ormai sovente avviene - la libera attività di ricerca scientifica e la sua divulgazione private assumono carattere economico-imprenditoriale, questo comunque “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art. 41, comma II, Cost.).

Alla luce del dettato costituzionale e delle precisazioni di cui sopra, sotto il profilo qui considerato ci pare non solo di poter smentire la mistificata non democraticità o neutralità della scienza, ma di dover anzi rivendicare che in Italia la SCIENZA DEVE ESSERE DEMOCRATICA E NON PUÒ ESSERE NEUTRA in un duplice senso che, per estrema chiarezza, è bene riepilogare.
In un primo senso, come abbiamo visto, tale deve essere se riferita all’attività necessitata dei pubblici poteri espressione della sovranità del Popolo, dal momento che la previsione di un’attività scientifica promossa direttamente con risorse dello Stato si annovera in un generale progetto di appropriazione collettiva dei risultati dell’indagine conoscitiva, per la tutela e la realizzazione di interessi pubblici ed in vista di quel processo storico di trasformazione sociale delle strutture in senso progressivo voluto dal potere costituente e democratico.
In un secondo senso correlato, la scienza deve essere democratica e non può essere neutra anche quando sia ricondotta alla “libertà negativa” di cui all’art. 33, comma I, Cost., dal momento che in ogni caso detta libertà non può mai porsi in contrasto con i principi fondamentalissimi della Costituzione che informano la democrazia sostanziale disegnata dai nostri Costituenti e nella quale è assolutamente centrale sempre la tutela della dignità dell’uomo come essere sociale. Ciò è tanto più necessario in un contesto socio-economico globalizzato e capitalistico-borghese di stampo liberista, il quale aspira sempre più alla privatizzazione anche della ricerca scientifica ed alla utilizzazione dei suoi risultati per esclusivi fini di profitto privato (quando non come strumento di oppressione), un contesto di forze regressive dalla cui riviviscenza, con il varo della Carta, i Costituenti avevano in animo di difenderci (si ricordino le parole di Ghidini, qui, p. 3).

7 Certo, se per inciso si rivolge l’attenzione allo stato della “non democraticità e neutralità della scienza” nel senso poc’anzi sviluppato (obbligo di intervento attivo dello Stato nell’attività di promozione della ricerca pubblica), bisogna purtroppo dare ragione agli espertologi, dal momento che ci tocca constatare anche in questo caso la diuturna disapplicazione dei precetti costituzionali. Tale è almeno lo “stato dell’arte” che si ricava dalla lettura della Relazione del CNR del giugno 2018 nella quale sono esposti i dati relativi agli investimenti pubblici in materia di politica scientifica (Ricerca e Sviluppo, abbreviato “R&S”) negli ultimi lustri. Al riguardo, è utile riportare di seguito alcune allarmanti conclusioni contenute soprattutto nel Capitolo I della Relazione (pagg. 55-56) che presenta gli indicatori relativi alle risorse finanziarie per attività di R&S e che, nella sostanza, dimostra come i risultati si allineino perfettamente alla tendenza €uro-liberista finalizzata a “ridurre il perimetro dello Stato”. Le risorse finanziarie destinate alla R&S in Italia sono, in sintesi, caratterizzate da:
“- Un livello di spesa molto inferiore rispetto ad altri paesi dell’Europa occidentale, sia in valori assoluti sia in rapporto al PIL, con un andamento decrescente negli anni considerati che allontana l’Italia dai principali competitor a livello europeo.



(Figura 1.1. - Dati relativi alla spesa per R&S in valori assoluti)

Una riduzione piuttosto consistente della spesa pubblica, che si accompagna alla stagnazione dell’investimento in ricerca di base con un prevedibile effetto negativo sulla performance scientifica collegata alla produzione di risultati particolarmente innovativi e di frontiera.




(Figura 1.3 - Dati sulla spesa per ricerca di base in rapporto al PIL)

Una mancata crescita della spesa delle università e delle istituzioni pubbliche in percentuale al PIL
Una riduzione particolarmente marcata degli stanziamenti pubblici destinati agli enti di ricerca vigilati dal MIUR…



(Figura 1.3. – Finanziamento pubblico degli enti di ricerca sotto vigilanza MIUR. “L’andamento degli stanziamenti dal 2002 al 2015 calcolato a prezzi costanti presenta in generale una graduale e costante contrazione dei fondi negli ultimi tredici anni”, così a pag. 50 della Relazione)

Una distribuzione territoriale della spesa pubblica e privata molto squilibrata, che desta forti preoccupazioni per i possibili effetti negativi in termini di crescita economica, sociale e culturale delle regioni del Sud e delle Isole”. Con buona pace anche di quanti continuano a sbandierare un auspicato riequilibrio nello sviluppo tra il Nord Italia ed il Mezzogiorno.

7.1 Dalla lettura della Relazione veniamo altresì a sapere che, accanto ad un progressivo disimpegno pubblico nel finanziamento all’attività di ricerca scientifica causato in maniera inconfutabile dall’appartenenza allU€, si registra d’altro canto una simmetrica ascesa del settore privato:




(Figura 1.4 – Dati per fonte di finanziamento e per settore di esecuzione nel 2015)
“… Si può notare che in generale in tutti i paesi la quota maggiore di risorse per R&S proviene dalle imprese (Figura 1.4) … In Italia le imprese spendono 11.077 milioni di dollari per finanziare la ricerca, mentre le istituzioni pubbliche 8.415 milioni di euro…”, confermando che “IL PESO DEL SETTORE PUBBLICO È MINORE RISPETTO A QUELLO PRIVATO” (così a pag. 42 e 43 della Relazione), con conseguenti ricadute negative anche sulla educazione terziaria (non si finanziano per quanto necessario e con fondi pubblici i ricercatori e, quei pochi che vengono finanziati e che riescono ad eccellere, sono destinati a trovar ricovero all’estero).
7.2 Ciò significa che, se è vero che per l’art. 33 Cost. “l’arte e la scienza sono libere”, è altresì vero che dei risultati di tale libertà di ricerca scientifica finanziata in maniera prevalente dalle imprese private (ormai, non di rado, multinazionali) si avvantaggiano esclusivamente queste ultime, così come si conviene in un regime liberal-capitalistico (il cui unico scopo, si ripete, è quello di realizzare un profitto privato), non trovando invece il necessario bilanciamento in un doveroso e diretto intervento statale che, di contro, ha come scopo irrinunciabile la tutela dell’interesse pubblico generale (si pensi, per esempio, alla ricerca nel campo sanitario e farmaceutico o in quello dell’alimentazione).
7.3 Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se sia frutto di mera coincidenza che la non democraticità e neutralità della scienza vengano predicate in un momento storico in cui l’unica forma possibile della medesima aspira ad essere - come abbiamo visto - quella regolata dal Mercato, ovvero dalla legge delle élites in grado di poterla lautamente finanziare mettendo, al contempo, fuori gioco lo Stato costituzionale. Così come, di conseguenza, ci si dovrebbe interrogare a quali reali scopi - che non siano, beninteso, quelli democratici - quella stessa scienza “neutrale” ha intenzione di attendere.
Il circolo degli odierni scienziati, nella maggioranza, non esiterebbe a bollare però come tendenziosi tali interrogativi, continuando ad insistere, persino stizziti, sulla non democraticità e neutralità della scienza in virtù di un suo statuto autonomo, rigorosamente oggettivo ed empiricamente controllato, e che perciò non ammette intromissione alcuna, tanto meno ad opera del Popolo “somaro” (ogni riferimento alla querelle sui vaccini è del tutto voluto). Vedremo, tuttavia, in un altro post che simili argomentazioni “scientiste” affondano le proprie radici in schemi epistemologici e di metodo che fungono, e non da ora, da foraggio per l’ideologia liberal-borghese.


martedì 13 novembre 2018

SUL TEMA DELLA PRESCRIZIONE, QUALCHE SPUNTO DI RIFLESSIONE

«In questo articolo Sofia produce un'efficace e sintetica analisi di diritto comparato in grado di inquadrare l'istituto della prescrizione fornendo dati, commenti e spunti di riflessione che permettono, anche ai non-giuristi, di farsi un'idea sulle differenti componenti del problema da bilanciare. Vengono presi in esame diversi ordinamenti e le pronunce di organizzazioni internazionali: ne emerge che in Italia un problema intorno a questo istituto esiste e che questo ha una dimensione ed un impatto preoccupanti.
L'analisi fornita aiuta ad affrontare criticamente e con coerenti criteri di giudizio - giuridici ed economici - il dibattito politico intorno alla questione della prescrizione dei reati
Bazaar

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post di Sofia


1)  La prescrizione e le proposte di modifica normativa.

Senza entrare troppo in aspetti tecnici, (v. qui  l’istituto della prescrizione trattato in dettaglio nell’ambito dell’attività parlamentare) la prescrizione del reato è la rinuncia dello Stato a far valere la propria pretesa punitiva, in considerazione del tempo trascorso dalla commissione del reato.
L'istituto è disciplinato dal codice penale (art. 157 e ss.) e trova fondamento nel fatto che, a distanza di molto tempo, si ritiene che venga meno l'interesse dello Stato sia a punire un comportamento penalmente rilevante, sia a tentare il reinserimento sociale del reo.
Nel nostro ordinamento, a partire dal 2005 (legge n. 251 del 2005, c.d. legge ex Cirielli) per calcolare il tempo necessario a prescrivere un reato si fa riferimento alla pena massima prevista per il reato stesso, con due limiti: nel caso di delitto, il tempo non può mai essere inferiore ai 6 anni; nel caso di contravvenzione, non può mai essere inferiore a 4 anni.
La lunghezza del nostro processo penale, articolato fino a tre gradi di giudizio, fa sì che siano molti i reati per i quali scatta la prescrizione, talvolta nonostante il riconoscimento della colpevolezza del reo in più gradi di giudizio.
Le allarmanti statistiche degli ultimi anni hanno segnato il dibattito parlamentare su questo tema ed hanno condotto in ad una prima riforma nell’ambito della XVII legislatura, e all’attuale proposta di modifica secondo la quale la prescrizione si interrompe una volta che il processo sia giunto alla prima udienza del primo grado.
Contro questa proposta di modifica si sono levate molte critiche tra cui, come noto, quella del ministro della Pubblica Amministrazione, l’avvocato Giulia Bongiorno (Lega), secondo la quale lo stop alla prescrizione sarebbe una bomba nucleare, perché in questo modo si arriverebbe al caos e non si fisserebbero più i processi.
Bonafede, anche in replica alle critiche, aggiunge che, ovviamente, lo stop alla prescrizione non è una misura che va attuata da sola, ma che va garantito anche il “giusto processo” attraverso assunzioni massicce di magistrati e personale ausiliario, allargando le piante organiche dei tribunali, consapevole che non si potrebbe riformare la Giustizia a costo zero.
Le opinioni che si alternano nell’ambiente giudiziario non sono concordi: la classe forense è prevalentemente sfavorevole all’eliminazione della prescrizione in quanto, a parere di molti avvocati penalisti, l’imputato rischierebbe di rimanere tale a vita.
La magistratura, invece, è prevalentemente a favore della riforma purché inserita in un contesto di altre riforme per velocizzare i tempi della giustizia  (v. opinioni del Procuratore Aggiunto Francesco Puleio,  del magistrato Nino Di Matteo  dell’ex magistrato Gian Carlo Caselli, del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Francesco Minisci, del magistrato Giuseppe Ayala,) del presidente della II sezione penale della Corte di Cassazione ed ex PM di Mani Pulite Piercamillo Davigo.

   2)  L’istituto della prescrizione in Italia a confronto con altri Paesi.

Resta il fatto che la disciplina italiana della prescrizione si distingue nettamente rispetto a quella adottata da altri paesi europei (come rilevato anche dall’Associazione Nazionale Magistrati), ma anche rispetto a quella degli Stati Uniti.
Le soluzioni accolte dai principali ordinamenti dell’Europa continentale nel disciplinare il rapporto tra termine di estinzione del reato e tempi del processo vanno nella direzione che il compimento di determinati atti processuali fa decorrere ex novo il termine di prescrizione, senza limiti, oppure entro un limite complessivo molto ampio, pari all’originario termine di prescrizione ovvero a un suo multiplo.
Ad esempio, il codice penale spagnolo stabilisce che l’effetto estintivo non può maturare nel periodo impiegato dall’ordinamento per l’esercizio della giurisdizione.
Precisamente, secondo l’art. 132 di tale testo normativo, la prescrizione (articolata in varie fasce a seconda del livello della pena astrattamente irrogabile per il reato) si interrompe quando il procedimento si dirige contro il colpevole, e ricomincia a decorrere dal momento in cui lo stesso procedimento si paralizza o si conclude con un esito diverso dalla condanna.
Mentre nel sistema spagnolo la prescrizione è inclusa tra le cause di estinzione della responsabilità penale, lo stesso istituto assume una natura processuale nell’ordinamento francese, che colloca nel codice di rito la disciplina della prescription de l’action publique; tale normativa prevede l’estinzione dell’azione penale qualora questa non venga esercitata entro un determinato tempo dalla consumazione del reato.
In ogni caso, nel sistema francese, il termine di prescrizione dell’azione pubblica per i crimini, la cui durata è pari a dieci anni, si interrompe con il compimento di qualsiasi atto di istruzione o di indagine, e riprende a decorrere per un uguale periodo; le interruzioni, inoltre, possono essere illimitate.
Nell’ordinamento tedesco, il § 78 StGB, che articola l’istituto della prescrizione sulla base della gravità dei reati, disciplina anche l’interruzione della prescrizione, prodotta non solo da atti compiuti dal giudice ma anche da atti della polizia o della Procura della Repubblica, come il primo interrogatorio dell’accusato. Dopo l’interruzione, il termine di prescrizione riprende a decorrere ma non può superare il doppio della sua durata originaria.
L’ordinamento del Regno Unito, com’è tipico della tradizione giuridica di common law, non contempla l’istituto della prescrizione nella forma nota ai Paesi di diritto continentale, ma un limite temporale riferito all’estinzione dell’azione, e non del reato.
Oltrepassando i confini europei, invece, negli Stati Uniti, a differenza che in Italia, il periodo di tempo necessario perché il reato si estingua deve essere decorso interamente prima dell'inizio del processo al momento del deposito dell'accusa. Se il processo viene iniziato la prescrizione non può verificarsi più, quale che sia la durata del processo stesso.

3)  Pronunce della Corte di Strasburgo e della Corte di giustizia in merito all’istituto della prescrizione in Italia.

Vi è, poi, un ulteriore aspetto del sistema italiano di prescrizione, che è stato posto in luce da alcune recenti pronunce della Corte di Strasburgo: precisamente, la sua incompatibilità con gli obblighi scaturenti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo in tema di tutela di determinati diritti fondamentali di particolare rilevanza.
La prima pronuncia ad affrontare la questione è stata la sentenza emessa il 29 marzo 2011 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Alikaj contro Italia, che ha ravvisato una violazione dell’aspetto procedurale del diritto alla vita, sancito dall’art. 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quando la condanna di un agente dello Stato per un omicidio illegale (anche se commesso per colpa, e non con dolo) sia impedita dalla prescrizione, per effetto della durata del processo penale.
Tale sentenza ha fornito una precisa indicazione sull’incoerenza del modello italiano di prescrizione con gli standard internazionali di protezione dei diritti umani; essa ha individuato la vera anomalia del sistema penale italiano non tanto nella lunghezza dei tempi del processo, quanto nell’effetto estintivo che ne consegue in relazione a un comportamento lesivo del diritto alla vita, posto in essere da un “agente dello Stato”.
In quest’ottica, la sentenza Alikaj è giunta a includere la prescrizione nella categoria delle “misure” inammissibili in quanto produttive dell’effetto di impedire una condanna nonostante l’accertamento della responsabilità penale dell’accusato.
Il problema è stato ulteriormente focalizzato dalla sentenza emessa il 1° luglio 2014 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Saba c. Italia, proprio in relazione al divieto che discende dall’art. 3 della Convenzione. E dalla sentenza Cestaro del 7 aprile 2015.
Con le suddette pronunce, la Corte di Strasburgo ha fatto applicazione del principio, già affermato con riguardo a varie ipotesi di comportamenti contrari all’art. 2 o all’art. 3 della CEDU denunciati con ricorsi riguardanti altri Stati, secondo cui i relativi procedimenti penali devono necessariamente concludersi con una sentenza che accerti, nel merito, le eventuali responsabilità dei funzionari pubblici coinvolti, e non con una sentenza dichiarativa della prescrizione.
Il principio è stato ribadito anche dalla recente sentenza della Corte di giustizia del 5 dicembre 2017 nella causa C42/17.
Secondo queste pronunce, quindi, si sarebbe in presenza di un vero e proprio deficit strutturale del sistema italiano, che condiziona pesantemente l’efficacia della repressione penale dei comportamenti contrari agli artt. 2 e 3 della CEDU.
Peraltro, solo a titolo informativo, con riferimento alle indagini sui casi di corruzione internazionale, anche l’OCSE (già in un rapporto nel 2012) aveva manifestato le proprie perplessità sull’istituto della prescrizione italiana

4)  Alcuni dati

Le criticità rilevate dall’Associazione nazionale magistrati sembrano confermate anche dai dati.
Il grafico sotto riportato riguarda solo i processi che arrivano in Cassazione




Per quanto riguarda il 2016, dalla Relazione di inaugurazione dell'anno giudiziario   del Primo Presidente della Corte di cassazione si apprende che «negli uffici di merito si registra complessivamente un apprezzabile aumento delle prescrizioni (139.488, +3,3%). Le prescrizioni dichiarate dai Tribunali ordinari sono state 31.610 (+6,9 rispetto al periodo 2014-2015) e, per contro, sono diminuite quelle dichiarate dalle Corti di appello (22.380, -6,6%). La maggior parte delle prescrizioni è dichiarata dagli uffici GIP, nei procedimenti contro noti e contro ignoti, e negli uffici GUP (complessivamente 82.923, 59,4%)».
Quanto alla Corte di cassazione, nel 2016 «I procedimenti definiti con dichiarazione di prescrizione del reato (1,3% del totale delle definizioni) sono stati 767, con un incremento rispetto al precedente anno di 90 unità».



Da notare, dai dati relativi alla prima tabella, come il numero dei processi definiti per prescrizione è sempre crescente, ad evidenziare la tendenza ad allungare i tempi del processo in attesa (e nella speranza) che maturi la prescrizione.
Così come è da notare che la maggior parte delle prescrizioni avviene nella fase delle indagini preliminari, il che dovrebbe essere un dato significativo per comprendere dove e come dovrebbe intervenire lo Stato, parallelamente all’eventuale riforma della prescrizione.
E da notare anche, nel secondo grafico, come l’introduzione della prescrizione non abbia affatto diminuito il numero dei processi come pareva essere nell’intenzione del legislatore.
Dalla disamina dei dati relativi ai paesi in cui la prescrizione trova dei limiti negli eventi interruttivi (diversi a seconda dei casi), si evince un aumentano dei patteggiamenti; a voler significare che l’indagato/imputato, a fronte di prove che sa essere concrete, e a fronte del fatto che non può contare sulla prescrizione, preferisce patteggiare sia per ottenere uno sconto della pena, sia una definizione più celere del giudizio.
In presenza dell’istituto della prescrizione, invece, pare indubbio che non vi è alcun interesse a patteggiare e a ridurre i tempi di definizione del giudizio, ma a proporre appelli infondati o ad attaccandosi ai cavilli legali più svariati pur di allungare i tempi.
Lo confermerebbero i dati Usa, dove l’85 per cento degli imputati si dichiarano colpevoli e patteggiano la condanna ottenendo così degli sconti di pena. Ma anche quelli inglesi dove solo il 10 per cento delle persone sotto inchiesta arriva al processo.
Nel nostro Paese invece la situazione è capovolta: in pochi patteggiano o accedono al rito abbreviato che garantisce uno sconto di un terzo sulla condanna.
L’applicazione della pena su richiesta, il cosiddetto “patteggiamento”, è stata utilizzata principalmente nei casi che hanno riguardato gli imputati per “corruzione” (10,9 per cento delle modalità di inizio dell’azione penale per il delitto di corruzione) e gli imputati di “associazione per delinquere” (9,6 per cento delle modalità di inizio dell’azione penale per associazione per delinquere), ed in ogni caso (ma i dati coprono solo alcuni anni, v. dati Istat.Tav. 6.13) al patteggiamento si è arrivati solo nell’1,2% – 1,3% dei casi.

5)  La riforma proposta.

Ovviamente non si vogliono esprimere giudizi sull’attuale proposta di modifica normativa che attiene alla prescrizione, né sull’accordo trovato tra Di Maio e Salvini, ma soltanto fornire un riepilogo delle diverse posizioni, associate ad alcuni dati, perché ciascuno possa fare le proprie valutazioni.
Certo è che gli interrogativi che la permanenza della prescrizione nel nostro sistema penale lascerebbe irrisolti sono molti: in un sistema davvero civile, sono giustificabili istituti come il patteggiamento (dove un reo si dichiara colpevole solo al fine di ottenere uno sconto della pena) o la prescrizione che si risolve in una forma di denegata giustizia per le vittime dei reati? Si può davvero paragonare la perdita di interesse dello Stato alla punibilità (posta a giustificazione dell’istituto della prescrizione) con l’interesse ad ottenere giustizia delle vittime dei reati? Ha davvero senso, in un epoca in cui vengono imposti tagli e risparmi, mantenere in vita un istituto come la prescrizione che allunga i tempi della giustizia e quindi anche i relativi costi? Ma che soprattutto dopo anni di indagini e processi e impiego di risorse economiche (comprese quelle per gli avvocati nei casi in cui gli indagati/imputati facciano ricorso al Gratuito patrocinio), tutto si dissolva nel nulla della prescrizione?
Interrogativi a parte, la modifica parrebbe, comunque, più in linea con il sistema di giustizia di altri paesi europei (che così spesso vengono presi ad esempio su altri settori) e si conformerebbe alle pronunce giurisprudenziali che sopra sono state richiamate.
Occorre anche tenere conto dell’art. 111 della Costituzione italiana, nel testo novellato dalla legge costituzionale del 23 novembre 1999 n. 2, secondo il quale la giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge, ogni processo si svolge nel contraddittorio delle parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale e la legge ne deve assicurare la ragionevole durata.
Il diritto alla ragionevole durata, pur già riconosciuto dalla Convenzione Europea dei diritti umani del 1950 e dal Trattato di Amsterdam, ha, con la riforma, acquistato una diversa e maggiore valenza. Ma occorre fare attenzione quando si tenta di utilizzare l’art. 111 Cost per giustificare l’introduzione della prescrizione.
Non è la prescrizione a garantire la ragionevole durata del processo, ma l’efficienza del sistema giudiziario, garantito solo da effettivi investimenti nell’assunzione di personale amministrativo e da un numero di magistrati adeguato, nonché da sistemi informatici all’avanguardia.
Suscita, quindi, qualche perplessità l’opinione di chi ritiene che il problema dei processi penali non è la prescrizione, ma la durata dei processi che deriverebbe dall’applicazione dell’art. 111 Cost., perchè pare evidente che i due aspetti sono strettamente collegati: i processi penali aumentano perché la prescrizione è un’incentivazione all’impugnazione, e i tempi processuali si allungano perché l’imputato cerca di attaccarsi ad ogni cavillo affinchè il trascorrere del tempo possa risolversi nella prescrizione.
Al contrario, se vi fosse la certezza di arrivare al processo, l’imputato/indagato avrebbe interesse ad una sollecita definizione del giudizio e/o a patteggiare (laddove sia al corrente della presenza di prove forti in proprio danno).
Conseguentemente, tenuto conto che, come si evince da più fonti, mancherebbero 1200 magistrati, le proteste per le carenze di persone sono sempre in aumento e le denunce sulla necessità di assumere personale arrivano da parte di ogni Tribunale d’Italia  (v. qui, qui, qui, qui, qui, qui , qui……), la riforma Bonafede non dovrebbe essere dissociata dalle  assunzioni record” di cui egli parla o comunque da maggiori investimenti in personale, infrastrutture e rinnovo delle tecnologie.
A fronte di un minor carico per ogni singolo giudice, meglio assistito da cancellieri e polizia giudiziaria, potrebbero anche funzionare i riti alternativi ed essere smaltito più rapidamente ogni processo. E gli indagati/imputati, laddove non possano confidare nella prescrizione, saranno certamente più indotti a patteggiare subito, lasciando al giudice il tempo per istruire altri processi.