martedì 17 ottobre 2017

NELL'IMPOSSIBILITA' DI ESSERE NORMALI (ANCHE COL QE): IL NUOVO "FATE PRESTO"...IMPRATICABILE.

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Lo so: l'immagine è stata usata tante altre volte. Ma ci sta più che mai bene...

1. Zerohedge, basandosi sui dati Citi(group?) Research, fornisce alcuni interessanti dati su volumi e flussi del Quantitative Easing della BCE e sulle conseguenti prospettive che si aprono con il tapering, cioè con la progressiva discesa degli acquisti fino alla loro cessazione.

2. Gli acquisti totali, a partire dall'inizio del QE a marzo 2015, ammontano a 1,89 migliaia di miliardi di euro. Fino ad oggi, in questo stesso periodo, le nuove emissioni di titoli pubblici, nell'eurozona, sono ammontati (perciò) ad appena un quinto del volume degli acquisti; anzi, se si ha riguardo al più recente periodo (interno al QE "pieno") che parte dal 2016 e va fino all'inizio del tapering, il saldo netto delle nuove emissioni (rispetto all'estinzione di titoli alla loro scadenza naturale) è stato quasi pari a zero.

Già questo primo dato è piuttosto impressionante, dato che questo ha significato una rarefazione dei titoli progressivamente scambiabili sul mercato, prezzi che salgono di conseguenza, e investitori che, avendo venduto,- e dati i livelli raggiunti dai prezzi, e inversamente dai rendimenti divenuti negativi in termini reali-, hanno razionalmente indirizzato la liquidità altrove.

3. Perciò, prosegue Zerohedge, è importante anche vedere chi abbia venduto alla BCE, guadagnandoci con plusvalenze rispetto ai prezzi originari di acquisto, e dove abbia collocato i suoi soldi.
Il settore dei detentori privati dei titoli ha contribuito alle vendite per 1,5 miliardi (su 1,89).
In base ai dati BCE, sappiamo che le vendite (e quindi le plusvalenze) sono state in maggior misura effettuate dalle banche private, per un ammontare di 645 miliardi dall'inizio del QE, contribuendo così a più del 40% del declino della detenzione privata dei titoli.  Le vendite si sono appuntate per la maggior parte sui bond governativi, (293 miliardi) su altre emissioni finanziarie private (273 miliardi), mentre le obbligazioni delle imprese non finanziarie, e assimilabili, sono state vendute solo per 70 miliardi. 
A parte le banche, Citi stima che mentre gli investitori non residenti nell'eurozona hanno venduto, dal marzo 2015, 400 miliardi, il settore non-bancario dell'eurozona ha coperto il rimanente ammontare di 795 miliardi (beninteso, residuo rispetto ai 645 miliardi venduti dal settore bancario). 
Questo smentisce l'idea predominante che le vendite alla BCE siano state effettuate prevalentemente da "stranieri", poiché la maggior parte delle cessioni del settore non bancario sono venute da investitori domestici. Se a ciò, appunto, si aggiunge quanto venduto dalle banche dell'eurozona, diviene chiaro che la gran parte dei 1500 miliardi di vendite "private" alla BCE, è stato compiuto da residenti nell'eurozona.

4. Zerohedge, si pone quindi la domanda: dove sono andati questi soldi?
Gli indicatori "Citi" mostrano che la massa del differenziale di liquidità (rispetto all'impiego precedente in titoli soggetti al QE), guardando al 2014, si è convertito in un aumento del tasso di accumulo sui depositi (pura preferenza per la liquidità in presenza di tassi prossimi allo zero e tendenzialmente negativi in termini reali, tanto più se con "moderate" aspettative di rialzo dell'inflazione, che avrebbe dovuto essere l'obiettivo dichiarato del QE), e in flussi di investimento esterni all'eurozona! 
Con buona pace dei "piani Juncker", nonché della "colpevolizzazione" degli italiani per il fatto di tenere i soldi liquidi, come hanno fanno, diffusamente, tutti gli altri risparmiatori dell'eurozona (e infatti, il vertice di Tallin di questa estate stava già ipotizzando le "contromisure"... un po' pesantucce). 

5. Comunque, prosegue Zerohedge, dall'inizio del QE, l'accumulazione nei depositi è proseguita, ma sono cresciuti gli acquisti di equities (cioè di azioni, com'era ovvio e, d'altra parte, previsto) e specialmente gli investimenti all'estero, secondo una tendenza marcatamente accelerata durante il 2017 (com'è altrettanto ovvio per un'eurozona che, nel suo complesso, accumula saldi positivi nel saldo commerciale e che, simultaneamente, non riesce veramente ad uscire dalla bassa inflazione "core" (v.qui, p.9), cioè al netto della volatilità dei prezzi delle importazioni di petrolio e materie prime).


6. Domanda finale di Zerohedge: con la BCE ormai orientata al tapering, con annunci "ballon d'essai" sul taglio dei suoi acquisti mensili della metà o più, cosa è in procinto di accadere ora che la stessa BCE potrebbe effettivamente ridurre gli acquisti ben oltre il 50%?  Le "famiglie" (privati non finanziari) venderanno più o meno obbligazioni, e cosa accadrà ai rendimenti? 
La risposta a questa domanda, che Zerohedge pone in modo volutamente angoscioso (quasi retorico), non è difficile da immaginare. Disaggregando per i singoli Stati dell'eurozona i dati sugli acquisti prossimi alla cessazione del QE (per quanto progressiva), il risultato è quello di una risalita - non può predirsi esattamente quanto progressiva o, piuttosto, repentina e da quando- dei rendimenti dei titoli del debito pubblico per i paesi, tra cui "tradizionalmente" l'Italia, soggetti agli spread (cioè ai differenziali, sul prezzo di collocamento, rispetto ai bund tedeschi).

7. Ora, in condizioni fisiologiche, questi spread, come abbiamo visto, dovrebbero essere determinati prevalentemente dalla posizione netta sull'estero (indicatore, teoricamente fondamentale, rispetto al quale l'Italia non è messa poi così male, v. l'ultimo Bollettino di Bankitalia, pag.12 che segnala una continua riduzione, arrivata, al primo trimestre del 2017, a -226,1 miliardi, cioè a qualcosa di meno del 14% del PIL, con un miglioramento di oltre 10 punti rispetto al fatidico 2011).
Ma nell'eurozona, cioè nel gold standard in cui le correzioni degli squilibri di competitività, (interni all'area valutaria sub-ottimale, cioè con esplicito "divieto" di trasferimenti), sono affidate esclusivamente alla riduzione del costo del lavoro perseguita tramite austerità fiscale, non c'è nulla di fisiologico: l'armonizzazione "spontanea" della competitività interna all'eurozona, infatti, è stata compromessa dalle preventive politiche di deflazione salariale tedesche (sempre qui, p.2) e ogni "inseguimento" da parte degli altri paesi, inclusa la Francia, passa per la mera applicazione dell'aggiustamento fiscale-deflattivo, ben spiegato da Draghi (qui, p.1), che, però, risulta contemporaneamente distruttivo della capacità industriale interna e, quindi, irreversibilmente riduttivo dello stock di capitale produttivo e della connessa occupazione. Con un più che ovvio epifenomeno di fallimenti a catena e di conseguenti insolvenze bancarie di imprese, private aggiuntivamente della domanda interna, e famiglie (qui, pp.8-10), private dell'occupazione e quindi del reddito. Dall'austerità espansiva

8. Solo che, ora, queste insolvenze divengono un regime autoritativamente amministrato dall'€uropa, quello dei c.d NPL, all'interno dell'Unione bancaria: ne abbiamo parlato tante volte. 
Il tapering, opportunamente, verrà modulato in modo da incidere più tangibilmente nel dopo-elezioni italiane, semplicemente perché, sul piano politico, sono di gran lunga le più importanti, essendo l'ital-tacchino il piatto forte del menu dell'eurozona e di ogni "fate presto!"

9. Ma rimane il fatto che la BCE ha già iniziato a inasprire i requisiti sugli accantonamenti di capitale corrispondenti al deprezzamento in bilancio delle sofferenze posti essenzialmente a carico del sistema bancario italiano (i valori di bilancio dei ben più incerti strumenti derivati nel bilancio del sistema bancario tedesco, non sono stati sostanzialmente toccati: andrebbero bene così, mark to fantasy, con l'Imprimatur della vigilanza BCE!). 
Quindi, per quanto moralmente tentati, e scientificamente non attrezzati a comprenderlo, i banchieri italiani "fiutano" che al prossimo aumento degli spread sarà difficile, anzi controproducente per i  loro interessi patrimoniali e, ancor più, per la preservazione del loro controllo societario, invocare un nuovo "fate presto" che, via austerità" fiscale, induca un nuovo dilagare delle sofferenze (sicuramente soggette alle nuove regole BCE).
La totale falsità (usiamo la definizione di Milton Friedman) del debito pubblico come primo dei problemi italiani, potrebbe, anzi, dovrebbe, in un'ottica di istinto di sopravvivenza del nostro sistema bancario (se pure è rimasto), risultare un'arma spuntata. Anzi: una spada senza elsa, che ferisce pure chi la impugna.

10. In pratica, lo spread, in un'eurozona depurata dalla droga del QE, si lega ad un parametro, o meglio, ad un'aspettativa, ben diversa da quella relativa all'andamento della PNE: i mercati tendono a prezzare la stupidità (Prodi dixit) dell'eurozona e dei suoi parametri fiscali, per paesi, altrimenti sani, come l'Italia e, quindi, la prospettiva di dover abbandonare la valuta unica e il conseguente ritorno a una moneta nazionale, che, in ipotesi, dovrebbe svalutarsi (ma ormai non è pronosticabile di quanto, in una valutazione seria e non terroristica) rispetto alle altre valute di scambio internazionale, come il dollaro o, molto teoricamente, al wannabe euro che si vorrebbe capace di sopravvivere senza l'Italia (che sarebbe sempre più un marco, prima sottovalutato, ma poi, a seguito dell'Ital€xit, da rivalutarsi).
E' bene rammentare queste prospettive, che si affacciavano nel 2011-2012, naturalmente al di fuori del "fate presto!" del mainstream. 
"Un altro fate presto" non è possibile: a meno che anche il Quarto Partito (qui. p.2) non voglia suicidarsi
E' questa la novità che incombe sulle elezioni italiane, cioè su tutti gli italiani, per il 2018...

domenica 15 ottobre 2017

SOVRANISMO E PATRIOTTISMO: IL LINGUAGGIO DELLA COSTITUZIONE E L'AUCTORITAS DEL BIS-LINGUAGGIO


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1. Puntuale, dalle recenti parole del Presidente del Consiglio, è arrivata al conferma di quanto avevamo evidenziato nello scorso giugno.
Ci pare infatti interessante riportare le parole di Gentiloni di solo una settimana fa (ne esiste una sintesi concorde nelle varie fonti mediatiche, che riportano comunque il video del discorso, a scanso di ogni malinteso):
Gentiloni: sovranismo non c'entra niente col patriottismo "Il revival di questo sovranismo, inteso come ostilità verso i vicini non ci coinvolgerà, non coinvolgerà l'Italia", aggiunge:
'Il consolidamento della nostra identità nazionale - dice il Presidente del Consiglio - è un percorso molto importante, ma non ha nulla a che fare con le spinte sovraniste. Questo patriottismo contemporaneo non ha nulla a che fare con ostilità nei confronti di altre culture e di altri popoli'.
2. Certo, a far sorgere l'equivoco sul concetto di sovranismo contribuisce in modo determinante la difficoltà, squisitamente "culturale", di non saper definire la sovranità, nazionale italiana, in relazione alla sua espressa enunciazione normativa fattane in Costituzione (e nei lavori dell'Assemblea Costituente). Esistono, infatti, più accezioni sostanziali del concetto di sovranità, ferma restando la natura descrittiva, del potere statale, che svolge la definizione generale di sovranità, in termini di originarietà e autolegittimazione: caratteri che si eprimono in "indipendenza" (del potere statale) verso l'esterno, cioè verso gli altri soggetti di diritto internazionale (comprese le organizzazioni internazionali, specialmente se di natura economica), e "supremazia" all'interno di quell'elemento costitutivo dello Stato che è il territorio (v. qui; pp.6-9). 
Se la "forma di Stato" in cui si inserisce tale concetto descrittivo della sovranità è quella della democrazia sociale, costituzionalizzata, i fini e i valori a cui sarà vincolato l'esercizio della sovranità saranno quelli dell'eguaglianza sostanziale dei suoi cittadini e dell'intervento attivo dello Stato nel garantirla.
Se invece, si sarà in presenza di una forma di democrazia liberale, si avranno solo libertà c.d. "negative" e fini a valori che orientano il potere di supremazia statale (cioè la sovranità), esclusivamente a realizzare l'economia di mercato, e gli interessi, unici "meritevoli di tutela", di chi promuove e controlla tale mercato (qui, pp.10-14).

3. Ribadisco e riassumo questi concetti perché, pur essendo scontati (almeno nel costituzionalismo giuridico prevalente in Italia più o meno fino alla fine degli anni '70), rimangono oscurati (e sicuramente incompresi) nel dibattito politico-istituzionale attuale e ci pare che spieghino, in larga parte, l'impostazione data al discorso da Gentiloni. 
Avendo riguardo agli artt. 1, 3 capoverso, 4 e 5, della Costituzione, un dualismo tra patriottismo e sovranismo non ha alcun senso, né storico né, tantomeno, giuridico. 
La Patria menzionata in Costituzione all'art.52 Cost., costituisce solo una proiezione necessitata della "sovranità che appartiene al popolo" (art.1 Cost.) la quale non può che svolgersi (fisicamente, per quanto è fisica l'esistenza degli esseri umani) in relazione a un territorio, in cui si riconosce la propria radice e la propria appartenenza, e di cui è perciò "sacro dovere" difendere i confini (senza i quali non sarebbe possibile definire lo stesso territorio di appartenenza e la stessa "giurisdizione" geografica della sovranità popolare).

4. Cosa ci sia di ostile nei confronti di altre culture e di altri popoli nella sovranità popolare del lavoro (art.1 Cost.),  "che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" (art.11 Cost.), e che postula il sacro dovere di difendere la Patria posto a carico di "ogni cittadino" (art.52 Cost.), non è agevole da comprendere.
Tanto più che anche una riaffermazione della sovranità legata alla contrarietà alla immigrazione illimitata e priva di regole democraticamente conformi alla Costituzione, ha una sua ben precisa legittimazione nel fatto che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, e che, allineandosi perfettamente la nostra Costituzione, sotto questo aspetto, con il fondamentale ius cogens internazionale (art.23 della Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo", cioè affermazione del diritto al lavoro e allo Stato sociale come principale dei "diritti umani", qui, p.6), si abbia chiaro che  "I salari nei paesi più ricchi sono determinati più dal controllo dell'immigrazione che da qualsiasi altro fattore, inclusa la determinazione legislativa del salario minimo..." (qui, p. 8).

5. Al momento, purtroppo, non ci pare che questo equivoco, sulla presunta contrapponiblità giuridico-costituzionale, dei concetti di "sovranismo" (genus) e "patriottismo" (sua "species"), sia superabile. 
E nemmeno perciò sarà superabile il meccanismo mediatico-politico, di neutralizzazione del linguaggio a difesa della democrazia che ci offre la Costituzione italiana, che deriva da questa artificiosa contrapposizione.

5.1. Svolte queste premesse, dovrebbe essere chiaro perché l'attuale, diciamo, "nominalismo", del dibattito politico italiano, conduce alle conseguenze che avevamo così preavvertito a giugno:
"...ormai il termine "sovranismo" è considerato impraticabile perché i media e le "voci autorevoli" mainstream" hanno deciso che esso equivale a fascismo-xenofobia e quindi....ci si adegua e si rinuncia all'uso, prima ancora che del lemma (significante), del concetto stesso (significato), dando all'ipotizzato avversario il vantaggio di determinare la "tua" agenda a suo piacimento, godendo, grazie a un pervasivo controllo mediatico, di un potere di interdizione praticamente illimitato. 
E questo secondo la migliore tradizione orwelliana del totalitarismo: bisogna privare chi eserciti qualunque forma anche larvale di dissenso, delle stesse parole per definire "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".
Se ci si vergogna del "sovranismo", id est di autodefnirsi apertamente sul concetto di sovranità democratica del lavoro, si accetta che ciò che è insito nell'art.1 Cost. (e naturalmente in tutti i coordinati altri principi fondamentali della Costituzione che ne derivano), venga connotato secondo la convenienza politica dell'ordine internazionale del mercato, e si è sconfitti in partenza senza colpo ferire
La riprova? Se questa sostanza rivendicativa fosse ridenominata "patriottismo", - oltre che essere costretti ad usare un vocabolo non ancorato prioritariamente al dictum costituzionale- il mainstream del controllo mediatico-culturale, avrebbe buon gioco a "traslare" le stesse critiche e gli stessi anatemi su tale terminologia. 

Quello che conta è l'accettazione di un'auctoritas definitoria del "linguaggio" (o meglio bis-linguaggio) legittimamente utilizzabile nella dialettica politica, riconosciuta a chi questa dialettica vuole mantenerla a livello cosmetico e rendere, appunto perciò, il processo elettorale idraulico."

5.2. In questo contesto, che è, non può che essere, quello della legalità costituzionale, è altrettanto ovvio che sovranismo non può essere quello che disconosce il fondamento della sovranità nella tutela del lavoro e nella difesa dell'integrità dei confini nazionali.

venerdì 13 ottobre 2017

NUOVA LEGGE ELETTORALE: L'ELISSI A DIFESA DEL SIST€MA


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Ma se volete essere più "precisi" potrebbe trattarsi di sineddoche: si dice governabilità per indicare "vincolo €sterno"...

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1. I comuni cittadini, nonché elettori, hanno bisogno di chiarezza, oggi più che mai. Il clamore variamente suscitato dalla nuova legge elettorale in corso di approvazione, è la dimostrazione di questa manifesta esigenza.
Riteniamo di poter dare un poco di maggior chiarezza andando alle origini (più recenti) della traiettoria che sta conducendo a questa approvazione. Non è un discorso semplice perché i "centri di irradiazione" che dettano il pensiero mainstream infuso all'opinione pubblica hanno costruito un sistema di controllo para-orwelliano estremamente complesso (nelle apparenze). Il tutto, in modo costante, si svolge attraverso la figura logico-retorica dell'elissi (cioè della definizione del "reale" che si esprime in proposizioni in cui viene omesso un concetto fondamentale necessariamente implicito).

2. La miglior comprensione dell'attuale situazione politico-istituzionale si può in buona parte raggiungere dalla verifica di ciò che ebbe veramente a dire la sentenza della Corte costituzionale n.35 del 2017 sulla legge elettorale "Italicum",
Per i veri "cultori" della materia suggerisco di leggere i punti di "diritto" .3.1. e (!!!) 3.3., relativi alla condizione di "rilevanza" delle questioni di costituzionalità sollevate in relazione all'interesse ad agire nei giudizi "a quibus".

2.1. E giacché ci stiamo, nella lettura della sentenza è interessante anche vedere cosa sia stato effettivamente detto sul meccanismo del "ballottaggio" al punto p.9.2. e ve lo riporto. Notare un aspetto che ci torna utile alla comprensione delle "vere" conseguenze della sentenza della Corte, su ciò che avrebbero potuto fare poi, il Parlamento, sulla disciplina elettorale: sostanzialmente, ballottaggio "sì", ma se all'interno di sistema elettorale maggioritario con collegi uninominali di ridotte dimensioni:
"È necessario sottolineare che non è il turno di ballottaggio fra liste in sé, in astratto considerato, a risultare costituzionalmente illegittimo, perché in radice incompatibile con i principi costituzionali evocati. In contrasto con gli artt. 1, secondo comma, 3 e 48, secondo comma, Cost. sono invece le specifiche disposizioni della legge n. 52 del 2015, per il modo in cui hanno concretamente disciplinato tale turno, in relazione all’elezione della Camera dei deputati.
Il turno di voto qui scrutinato – con premio assegnato all’esito di un ballottaggio in un collegio unico nazionale con voto di lista – non può essere accostato alle esperienze, proprie di altri ordinamenti, ove al ballottaggio si ricorre, nell’ambito di sistemi elettorali maggioritari, per l’elezione di singoli rappresentanti in collegi uninominali di ridotte dimensioni. In casi del genere, trattandosi di eleggere un solo rappresentante, il secondo turno è funzionale all’obbiettivo di ridurre la pluralità di candidature, fino ad ottenere la maggioranza per una di esse, ed è dunque finalizzato, oltre che alla elezione di un solo candidato, anche a garantirne l’ampia rappresentatività nel singolo collegio
...
Merita, infine, precisare che l’affermata illegittimità costituzionale delle disposizioni scrutinate non ha alcuna conseguenza né influenza sulla ben diversa disciplina del secondo turno prevista nei Comuni di maggiori dimensioni, già positivamente esaminata da questa Corte (sentenze n. 275 del 2014 e n. 107 del 1996). Tale disciplina risponde, infatti, ad una logica distinta da quella che ispira la legge n. 52 del 2015. È pur vero che nel sistema elettorale comunale l’elezione di una carica monocratica, quale è il sindaco, alla quale il ballottaggio è primariamente funzionale, influisce in parte anche sulla composizione dell’organo rappresentativo. Ma ciò che più conta è che quel sistema si colloca all’interno di un assetto istituzionale caratterizzato dall’elezione diretta del titolare del potere esecutivo locale, quindi ben diverso dalla forma di governo parlamentare prevista dalla Costituzione a livello nazionale".  

3. Ma il punto oggi divenuto più attuale è quello della presunta "prescrizione" della Corte relativa all'esigenza di adottare una legge elettorale omogenea per i due rami del parlamento. Deduzione, da parte di media e politica, che si rivela molto meno vera di quanto non abbiano apertamente sostenuto...
Infatti, sul raccordo delle due leggi elettorali la Corte nega di doversene occupare, con questi eloquenti passaggi in cui l'invito finale, proprio per non essere contraddittorio con le motivazioni dei "punti" appena precedenti, si limita a una generica direttiva che, si badi bene, non riguarda la  adozione di sistemi elettorali omogenei (che comunque sarebbe stata, in questo passaggio finale, "meramente auspicata", cioè non oggetto dell'effetto conformativo della sentenza obbligatorio per il legislatore), quanto il più blando "auspicio" di sistemi elettorali che,"pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee":
"14.– Il Tribunale ordinario di Messina sospetta l’illegittimità costituzionale di due disposizioni del d.lgs. n. 533 del 1993, relativo all’elezione del Senato, e in particolare degli artt. 16, comma 1, lettera b), e 17, i quali stabiliscono la percentuale di voti che le coalizioni di liste e le liste non collegate devono conseguire, in ciascuna Regione, per accedere al riparto dei seggi.
Nel proprio percorso argomentativo, particolarmente sintetico, il giudice a quo, dapprima ricorda che le disposizioni relative alle soglie di sbarramento previste dal vigente sistema elettorale del Senato hanno contenuti diversi rispetto a quelli previsti dalla legge elettorale n. 52 del 2015 per l’elezione della Camera, e che tale differenza pregiudicherebbe l’obbiettivo della governabilità, potendosi formare maggioranze non coincidenti nei due rami del Parlamento. Quindi, assume la non manifesta infondatezza della questione, per violazione degli artt. 1, 3, 48, secondo comma, 49 e 51 Cost., limitandosi a ricordare che la sentenza n. 1 del 2014 di questa Corte, nel dichiarare l’illegittimità costituzionale della disciplina relativa al premio di maggioranza per il Senato, aveva affermato che quella disciplina comprometteva il funzionamento della forma di governo parlamentare.
14.1.– Così formulata, la questione è inammissibile, per insufficiente motivazione sulla non manifesta infondatezza e oggettiva oscurità del petitum.
Il rimettente solleva questioni di legittimità costituzionale sulle disposizioni che prevedono le soglie di sbarramento per l’elezione del Senato senza confrontare tali soglie con quelle introdotte dalla legge n. 52 del 2015 (che neppure cita), per poi dedurne che la diversità dei due sistemi elettorali pregiudicherebbe la formazione di maggioranze omogenee nei due rami del Parlamento, in asserita lesione dei parametri costituzionali ricordati.
Non illustra, tuttavia, le ragioni per cui sarebbero le diverse soglie di sbarramento, e non altre, e assai più rilevanti, differenze riscontrabili tra i due sistemi elettorali (ad esempio, un premio di maggioranza previsto solo dalla disciplina elettorale per la Camera), ad impedire, in tesi, la formazione di maggioranze omogenee nei due rami del Parlamento.
Lamenta, inoltre, la lesione di plurimi parametri costituzionali (gli artt. 1, 3, 48, secondo comma, 49 e 51 Cost.), dai contenuti e dai significati all’evidenza diversi, senza distintamente motivare le ragioni per le quali ciascuno sarebbe violato. Per costante giurisprudenza di questa Corte (ex multis, sentenze n. 120 del 2015, n. 236 del 2011; ordinanze n. 26 del 2012, n. 321 del 2010 e n. 181 del 2009), tuttavia, non basta l’indicazione delle norme da raffrontare, per valutare la compatibilità dell’una rispetto al contenuto precettivo dell’altra, ma è necessario motivare il giudizio negativo in tal senso e, se del caso, illustrare i passaggi interpretativi operati al fine di enucleare i rispettivi contenuti di normazione.
La singolarità della prospettazione risiede anche nella circostanza che essa non chiarisce quale delle due diverse discipline, quanto all’entità delle soglie di sbarramento, dovrebbe essere uniformata all’altra; mentre sembra sfuggire al rimettente che l’ipotetico accoglimento della questione sollevata condurrebbe semplicemente alla caducazione delle censurate disposizioni della legge elettorale del Senato, derivandone il permanere di una distinta diversità tra i due sistemi: nessuna soglia di sbarramento a livello regionale nella disciplina del Senato, e il mantenimento di una soglia del 3 per cento, calcolata a livello nazionale, per la Camera". 

3.1. Commento "essenziale": sul punto, invece, la Corte, - cui non mancano (come si può vedere dai passaggi precedenti della stessa sentenza e dal solco giurisprudenziale in cui si inserisce) strumenti raffinati di superamento dell'inammissibilità "in prospettazione"-, avrebbe ben potuto fare una sentenza di accoglimento (o anche di reiezione) c.d. interpretativo-manipolativa: ad es (ex multis); avrebbe potuto stabilire che le disposizioni dell'Italicum, oggetto del giudizio, fossero illegittime nella parte in cui prevedono soglie non coincidenti con quelle stabilite nella disciplina del "Porcellum" residuo, cioè quale risultante dalla relativa decisione della stessa Corte n.1/2014.

3.2. Ancora, analoghe considerazioni e meccanismi decisionali, potevano essere richiamati sul punto seguente:
15.– Il Tribunale ordinario di Messina solleva, infine, questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 35, della legge n. 52 del 2015, in virtù del quale le disposizioni contenute nel medesimo art. 2, cioè quelle che apportano modifiche al d.P.R. n. 361 del 1957, ridisegnando il sistema per l’elezione della Camera dei deputati, si applicano a decorrere dal 1° luglio 2016.
Il giudice a quo ritiene che tale previsione violi gli artt. 1, 3, 48, primo comma, 49, 51, primo comma, e 56, primo comma, Cost., in quanto, «in caso di nuove elezioni a legislazione elettorale del Senato invariata (pur essendo in itinere la riforma costituzionale di questo ramo del Parlamento), si produrrebbe una situazione di palese ingovernabilità, per la coesistenza di due diverse maggioranze».
Il rimettente ha sollevato la questione in epoca antecedente (17 febbraio 2016) all’approvazione in sede parlamentare (avvenuta in data 12 aprile 2016) del disegno di legge di revisione costituzionale finalizzato, tra l’altro, alla trasformazione del Senato della Repubblica e al superamento dell’assetto bicamerale paritario. Alla data dell’ordinanza di rimessione, la nuova legge elettorale per la Camera dei deputati era già entrata in vigore. Il legislatore, ipotizzando una rapida conclusione del procedimento di revisione costituzionale, e al fine di evitare la compresenza di due sistemi elettorali diversi, aveva disposto che tale legge fosse applicabile a decorrere dal 1° luglio 2016.
Il giudice a quo, con prospettazione peraltro molto sintetica, censura proprio la scelta legislativa di differire l’efficacia delle nuove disposizioni al 1° luglio 2016, anziché all’effettiva conclusione del procedimento di revisione costituzionale. Tale scelta è ritenuta lesiva dei parametri costituzionali ricordati, poiché consentirebbe, da quella data, che i due rami del Parlamento siano rinnovati con due sistemi elettorali differenti, sul presupposto che questa difformità possa produrre maggioranze parlamentari non coincidenti.
15.1.– La questione è inammissibile.
Il rimettente si limita a sottoporre a generica ed assertiva critica la diversità tra i due sistemi elettorali, senza indicare quali caratteri differenziati di tali due sistemi determinerebbero «una situazione di palese ingovernabilità, per la coesistenza di due diverse maggioranze».
La mera affermazione di disomogeneità è insufficiente a consentire l’accesso della censura sollevata allo scrutinio di merito e alla identificazione di un petitum accoglibile.
In secondo luogo, i parametri costituzionali la cui lesione è lamentata (ossia gli artt. 1, 3, 48, primo comma, 49, 51, primo comma, e 56, primo comma, Cost.) sono evocati solo numericamente, senza una distinta motivazione delle ragioni per le quali ciascuno sarebbe violato. Vale anche in tal caso il richiamo alla giurisprudenza costituzionale (citata supra, punto 14) che sottolinea come non sia sufficiente l’indicazione delle norme da raffrontare, per valutare la compatibilità dell’una rispetto al contenuto precettivo dell’altra, ma sia necessario motivare il giudizio negativo in tal senso e illustrare i passaggi interpretativi operati al fine di enucleare i rispettivi contenuti di normazione.
Peraltro, non è nemmeno lamentata dal rimettente la lesione delle due disposizioni costituzionali che dovrebbero necessariamente venire in considerazione (cioè gli artt. 94, primo comma, e 70 Cost.) laddove si intenda sostenere che due leggi elettorali «diverse» compromettano, sia il funzionamento della forma di governo parlamentare delineata dalla Costituzione repubblicana, nella quale il Governo deve avere la fiducia delle due Camere, sia l’esercizio della funzione legislativa, attribuita collettivamente a tali due Camere". 

3.3. Commento "essenziale": anche in questo caso, data l'evidente irragionevolezza del meccanismo denunciato dal giudice remittente, alla Corte non mancavano gli strumenti di qualificazione del petitum e della "prospettazione" della questione ad essa rimessa, e, adeguandosi a un comune sentire espresso peraltro anche dal Presidente della Repubblica, ben avrebbe potuto scendere nel merito (superando questioni di "momento" della remissione tutto sommato secondarie, sotto il profilo della "rilevanza") e reinterpretare la clausola di differimento dell'entrata in vigore dell'Italicum in senso sostanziale e "ragionevole" (art.3 Cost.), facendone quello che, in fondo, è sempre stata sul piano logico-applicativo: una clausola risolutiva dell'efficacia dell'intera disciplina dell'Italicum in coincidenza con l'evento, certus quando e incertus an, della mancata approvazione al referendum della riforma costituzionale, a cui tale legge elettorale era stata espressamente e univocamente legata dal legislatore.
Questa rilettura, sostanzialmente ragionevole e non certo sgradita alla posizione sostanziale che si deve necessariamente attribuire agli auspici del Presidente della Repubblica, intesi alla luce della mancata approvazione referendaria, nota alla Corte al momento della deliberazione della sentenza, avrebbe impedito in modo assorbente dubbi e conflitti intorno all'adozione della legge elettorale "omogeneizzante", se non altro perché il "Consultellum" (Porcellum emendato dalla Corte), sarebbe risultato l'unica legge elettorale immediatamente applicabile, adottando gli stessi accorgimenti suggeriti dalla stessa Corte nella sentenza n.1/2014.

3.4. Ma probabilmente, su questi punti, ha prevalso la preoccupazione che le forze dell'opposizione spingessero per un immediato ricorso alle urne, anticipando la fine della legislatura.
Ma questa è una preoccupazione extra-constitutionem e, più che altro, oggettivamente eccessiva e addirittura infondata, considerato sia l'interesse prevalente dei parlamentari a rimanere in carica più a lungo possibile (con maturazione del vitalizio inclusa), sia la forza coesiva (e condivisa dalle forze della maggioranza ma anche della prevalente opposizione), - a supporto del governo-, del volere mostrare all'€uropa la capacità italiana di adeguarsi alle direttive fiscali dell'eurozona (preoccupazione che, ad es; non può certo dirsi non condivisa dalle formazioni di Pisapia o Bersani): si tratta della manovrina correttiva imposta dalla Commissione nella primavera del 2017, e, naturalmente, della legge di stabilità per il 2018, che nessuno voleva, e vuole, intestarsi se non come ossequio rituale, TINA al " ce lo chiede l'€uropa".

4. Tutto questo, dunque, ci porta al passaggio finale della sentenza della Corte, che mostra, tuttavia, come l'adozione di una legge "omogenea" non fosse stata comunque ritenuta dalla Corte un'esigenza assoluta, - tantomeno se contenuta in un mero "auspicio", il cui contenuto è appunto quello più sfumato delle (mere) "maggioranze parlamentari omogenee":
"15.2.– Fermo restando quanto appena affermato, questa Corte non può esimersi dal sottolineare che l’esito del referendum ex art. 138 Cost. del 4 dicembre 2016 ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive.
In tale contesto, la Costituzione, se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee"

5. Speriamo quindi che il chiarimento appena svolto, sulla base dell'esame della sentenza della Corte, sia sufficiente a far capire meglio le reali premesse politiche della legge elettorale (Rosatellum 2?) attualmente in approvazione: la questione è più lunga da leggere (essendolo, lunga, la sentenza della Corte) di quanto non risulti concettualmente complicata.
Sullo sfondo, come risulta evidentissimo, rimane sempre una questione non esplicitata ma centrale
Le istituzioni di garanzia e di vertice politico, in pratica il sistema istituzionale complessivo, rimangono sempre ancorate a una prioritaria, se non unica preoccupazione: ribadire gli obblighi derivanti dall'appartenenza della Repubblica all'Unione economica e monetaria europea, per usare un'espressione costantemente richiamata dalle stesse sentenze della Corte (per giustificare altre sentenze "creative").
Dunque, lo scenario politico italiano risulterebbe incomprensibile se non si menziona, o almeno non si comprende, questa priorità assoluta (nuova Grund-Norm di aperta de-costituzionalizzazione ordinamentale).

6. Ed è lo stesso vizio da ellissi, cioè da omissione nel discorso di un concetto fondamentale "che si è obbligati a sottintendere",  che caratterizza, e depotenzia, questa analisi dell'Annunziata sull'Huffington Post di cui riporto i passaggi fondamentali. Appaiono descrittivi di una profonda crisi del Parlamento, ma omettendo (qui l'elissi) che questo effetto è già insito nei dichiarati scopi originari, poi rafforzati e portati alle estreme conseguenze, dell'appartenenza all'Unione economica e monetaria europea:
"Legislatura anomala, votata sotto i colpi di una totale rivolta contro il sistema (...?), tra vaffa lanciati come pietre e rottamazioni imbracciate come clava; continuata nel segno dell'evaporazione delle frontiere (fra idee e partiti) e dell'assottigliarsi delle regole; insomma la XVII legislatura della Repubblica italiana che ha avuto inizio venerdì 15 marzo 2013 è di fatto finita oggi, coerentemente con il suo inizio: con un'ennesima lacerazione.

La legge elettorale è stata approvata alla Camera con ricorso alla fiducia, superando il passaggio più difficile. Il voto è avvenuto alla vigilia del decennale del Pd, festeggiato senza (fra gli altri) Romano Prodi, che è stato presidente del Comitato nazionale per il Partito democratico, e poi presidente dell'Assemblea costituente nazionale del partito.

Divina dissonanza, o meravigliosa coincidenza: in fondo la battaglia intorno e dentro il Pd è stata la storia che ha percorso tutta la legislatura, e il suo cambio di pelle è stato davvero il segnale di un cambiamento dei tempi.

L'approvazione di una legge elettorale in queste circostanze prepara una campagna elettorale avvelenata. Ci sono pochi dubbi infatti che, qualunque sia il giudizio che si vuol dare di questa mossa – e il mio è negativo – il ricorso alla fiducia per l'approvazione delle leggi elettorali è un evento eccezionale, avvenuto solo quattro volte nella storia repubblicana. Due di queste quattro sono avvenute in questa legislatura: un altro indicatore, se ce n'era bisogno, che questa è stata una legislatura fra le più instabili.
...
È in questa identità malata del Parlamento, nell'estrema crisi di questa istituzione, che va cercata oggi l'origine e la ragione del passo finale di queste ore.
Intanto, dal 2013, abbiamo contato tre premier non eletti: Letta, Renzi , Gentiloni – più Bersani che ha vinto il voto ma non ha avuto incarico.
...
Non sorprende che per governare una tale confusa identità collettiva, la fiducia sia stata usata in maniera muscolare: 98 volte dai 3 governi.
Invocata per ben il 51% delle leggi dal governo Gentiloni: incluso il voto per il Rosatellum, vi ha fatto ricorso 22 volte. Il precedente esecutivo Renzi ha usato 66 voti di fiducia, cioè per il 26% delle leggi approvate. Letta ha usato la fiducia 10 volte, per il 27% delle leggi passate.
Tutti questi numeri portano a una conclusione ovvia: la fiducia sulla legge elettorale che chiude la porta su questa legislatura è una scelta che è quasi un'abitudine. Frutto degli sconquassi, e delle forzature, degli assalti e della delegittimazione del Parlamento. È una scelta che svela la fragilità che ha percorso l'intero assetto di questo ultimo quinquennio politico – una storia di questo periodo molto diversa dalle retoriche ufficiali.
Ma non solo di questo si tratta. La fretta di approvare la legge nasce da una fragilità ma ha uno scopo chiaro: aggirare questa incertezza per affermare un meccanismo di autodifesa degli assetti di sistema".

Ecco: tutto sta nell'intendersi anzitutto sulle, ormai dimenticate (più precisamente: "passate in cavalleria"), vere ragioni della delegittimazione costituzional-legalitaria di questa Legislatura. Ma, poi, anche prendendosi atto del fatto ormai compiuto (durata intera della stessa Legislatura), tutto sta nell'intendersi sulle vere cause della "identità malata del Parlamento", "malattia" che, se si aderisce a l'€uropeismo "salvifico" (?), deve, per coerenza, essere ritenuta un successo, e, di conseguenza, anche intendersi su quale "sistema" si sia attivato "il meccanismo di autodifesa".
Non certo quello della legalità costituzionale e, come non possiamo più permetterci di NON capire, della sovranità democratica del lavoro. Proprio del "lavoro": art.1, 4, e 35 ss della Costituzione.

mercoledì 11 ottobre 2017

QUO VADIS €UROPA? SCENARI DELLA CRISI GLOBALISTA EUROBORICA

Diallele


1. Provo a fare un post "di scenario" ed utilizzo l'ultimo Bollettino EIR versione italiana.

Questi bollettini, che gentilmente mi sono inviati ogni settimana, hanno un duplice pregio:
a) anzitutto, sono un punto di vista statunitense (e di lungo corso). Certo, sono solo "uno" dei possibili punti di vista di provenienza USA, ma il solo fatto che ancora esistano, è un valore indicativo in sè; 
b) sono comunque volti a fornire una visione di scenario mondiale e, a prescindere dalla condivisibilità delle spiegazioni causali prescelte e dalle priorità che appaiono suggerire, si fondano su una buona capacità di dare notizie su fatti e dati che, altrimenti, il sistema mediatico mainstream priverebbe di ogni risalto (privando quindi le opinioni pubbliche occidentali di ogni chance di comprendere cosa realmente stia accadendo nel mondo).

2. Fatta questa dovuta premessa, proviamo a mettere insieme alcune notizie e analisi contenute nei due ultimi bollettini (n.40 e 41), esponendoli secondo la priorità che risulta oggettivamente attribuita dal sistema mediatico mainstream, in modo da realizzare un (ormai inconsueto) contraddittorio tra visioni diverse comunque legittimamente formulate. Le varie tematiche selezionate saranno integrate da alcuni links da me apportati secondo l'usanza di ricerca documentata che caratterizza questo blog. 
La stretta connessione, ovvero "interdipendenza" tra le varie tematiche, inoltre, corrisponde ad un'evidenza che dovrebbe essere chiara a chi frequenta questo blog (v. in particolare qui p.4 per una sintesi sostanziale). Se non lo fosse, sarebbe...preoccupante.

3. Cominciamo dunque dalla questione Catalogna (più che mai agli "onori della cronaca" in queste...ore). Facciamo precedere l'analisi da questi dati (i tagli della spesa sociale in Catalogna, operati proprio dai partiti al governo "autonomo", ora indipendentisti, sono quasi il doppio della media spagnola):

La crescita del movimento indipendentista catalano è in gran parte conseguenza della politica di austerità imposta dall'Unione Europea e dalla BCE a seguito del crac finanziario del 2008 e dei salvataggi bancari. La disoccupazione supera il 20% (per i giovani il 50%) e molti lasciano il Paese in cerca di un lavoro.
Secondo la banca centrale spagnola, lo stato ha speso 54,3 miliardi per salvare le banche fallite, di cui solo 3,8 sono stati rimborsati e altri dieci si prevede rientrino nel futuro. Questo significa che i contribuenti hanno versato 40 miliardi per salvare le banche.
La Catalogna sta meglio di altre regioni della Spagna, ma la mancanza di una prospettiva e altre considerazioni politiche hanno alimentato lo scontento (in tal senso si veda l'analisi compiuta, significativamente, dall'Aspen Institute: "Puntare sul tot o res (“tutto o niente”), e prolungare infinitamente il procés sobiranista, presentando l’indipendenza come la panacea di tutti i mali, serve poi al governo catalano per evitare di fare i conti con una società che è stata colpita duramente dalla crisi economica e che ha sofferto le politiche di austerità applicate con zelo non solo dal PP, ma anche dalla formazione di Puigdemont, che governa la regione dal 2010.). La soluzione non sta in uno staterello indipendente.
Il 2 ottobre, all'indomani del referendum e della repressione brutale ordinata da Madrid, il Movimento di LaRouche in Spagna ha pubblicato una dichiarazione proponendo un paradigma diverso: "La vera secessione di cui si dovrebbe discutere in Spagna non è quella della Catalogna, che bene farebbe per solo i giochi geopolitici della City di Londra e di Wall Street, ma quella della Spagna dal sistema fallito e genocida dell'Unione Europea e della Troika, che è l'espressione europea del fallito sistema monetario le cui misure di austerità hanno lasciato milioni di spagnoli senza futuro. Una Spagna unita deve dichiarare la propria indipendenza, riappropriarsi della sovranità nazionale e unirsi alla Nuova Via della Seta".
C'è un altro aspetto, meno ovvio, del proliferare di istanze separatiste in Europa, di cui ha parlato Karel Vereycken, ex portavoce elettorale di Jacques Cheminade, in un'intervista per Sputnik il 6 ottobre. Per gli irriducibili euristi nella tradizione di Leopold Kohr, un sodale di Winston Churchill, "i grandi stati nazionali europei devono essere frantumati in piccole entità di 5-8 milioni di abitanti, per far sì che la popolazione europea accetti un superstato sovrannazionale UE", ha spiegato Vereycken. "Questo vale sia per la Catalogna sia per molte altre regioni, tra cui le Fiandre, la Scozia e la Lombardia".
Questi piani esistono da decenni, ma ora diventano più o meno attuali a seconda delle circostanze. Per quanto riguarda la Spagna, non trascuriamo il fatto che il governo ha recentemente espresso l'intenzione di partecipare alla Belt and Road Initiative cinese, il che potrebbe costituire un casus belli per l'UE.
3.1. Appare utile capire meglio la figura e il pensiero di Kohr, il cui libro più noto è intitolato "La rottura (id est: "scomposizione") delle Nazioni". Propongo una estrema sintesi del suo pensiero, che si muove tutto all'interno della ventoteniana concezione per cui gli Stati, a prescindere dalla distinzione delle loro dimensioni nazionali e territoriali nonché dalle vicende storiche che li caratterizzano, siano guerrafondai e imperialisti (anche se, almeno, lo presupponeva sulla base della eccessiva grandezza di tali organizzazioni statali, introducendo un elemento imprecisato e che, muovendo dagli Stati Uniti e dall'Impero britannico, nei quali si era formato e insediato, e dalla considerazione dell'Impero asburgico, in cui era nato, risulta fuorviare "in apice" la sua intera visione):
"La causa di tutte le forme di miseria sociale è una sola: la grandezza … La grandezza, ovvero sia il raggiungimento di dimensioni eccessive, non rappresenta uno dei tanti problemi sociali, ma costituisce il solo ed unico problema dell'universo …
Il pensiero di Kohr è stato una fonte importante di ispirazione per il movimento verde, il bioregionalismo e i movimenti anarchici. Ha inoltre influito sul pensiero di Ernst Friedrich Schumacher, che si è ispirato a Kohr per il suo libro "Small Is Beautiful".

4. Il "taglio" della notizia relativa alla Catalogna, rinvia direttamente al tema della sostenibilità del paragidma euro-federalista e, in particolare, date le sue indubbie origini, a quella dell'eurozona (v. qui "premessa-addendum), (sarebbe peraltro praticamente impossibile riferirsi solo ad alcuni post su questo tema, dato che tutto il blog lo affronta da anni). 
La riserva che non ci si può esimere dall'esprimere, su quanto detto nella seconda parte, è che qualunque siano l'origine e le supposte finalità di una banca, l'elargizione del credito "interstatale" non elimina l'obbligo di restituzione e si fonda sulla concessione di una fiducia, da parte del creditore, sempre sottoposta alla "conformazione" del debitore a determinate "condizionalità" (qui, pp. 4-5) che ne limiteranno la libertà di agire futura (cioè la sovranità e l'autodeterminazione democratica: non ci sono mai pasti gratis):
I recenti sviluppi sottolineano le due dinamiche fondamentalmente opposte, che stanno evolvendo nel mondo in questo momento. L'approccio geopolitico degli ultimi decenni negli Stati Uniti e in Europa si sta rivelando fallimentare e sempre più manifestamente contrario al bene comune (ahia!).
La rivolta contro questo paradigma è risultata evidente nel voto sulla Brexit, nella sconfitta di Hillary Clinton alle elezioni presidenziali americane e nella vittoria del candidato anti-establishment Donald Trump, seguita dal referendum in Italia, nel quale vinse il "No" ai cambiamenti della Costituzione che avrebbero dato più poteri all'Unione Europea. Questa tendenza è stata confermato dalle elezioni politiche in Germania lo scorso 24 settembre, con la sconfitta storica dei due partiti principali (CDU-CSU ed SPD) e l'ascesa allarmante del partito Alternative fuer Detuschland (AfD). Non sorprende che l'AfD sia particolarmente forte negli stati orientali della Germania, colpiti da profonde ingiustizie sociali dopo la riunificazione, nel nome del liberismo. Il referendum sull'indipendenza della Catalogna in Spagna è un'altra espressione del fallimento della politica dell'UE e della BCE (vedi sotto).
In tutti questi casi, cresce il divario tra ricchi e poveri e la popolazione non si sente più rappresentata e difesa dalla propria classe politica. L'imminente crac del sistema finanziario transatlantico e le rinnovate proposte di schemi di bail-out (salvataggio) e bail-in (prelievo forzoso), con cui saranno i risparmiatori a pagare il conto della speculazione finanziaria, aumenta la rabbia popolare.
L'altra dinamica, quella benefica, è determinata dalla proeizione esterna del miracolo economico realizzato dalla Cina negli ultimi decenni, forse il più grande nella storia. Pechino ha invitato tutti i Paesi ad aderire alla sua Iniziativa Belt and Road, che ha già consentito un'esplosione di sviluppo economico.
Per i cosiddetti Paesi del terzo mondo, la differenza fondamentale dal modello monetaristico transatlantico è che oggi, per la prima volta, essi hanno accesso al credito per sviluppare la propria economia. La Cina ha creato la Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture (che annovera ora ottanta membri), il Fondo per la Nuova Via della Seta e il Fondo per la Nuova Via della Seta Marittima, mentre i BRICS hanno creato la Nuova Banca per lo Sviluppo. In questo contesto, il credito verrà elargito per progetti concreti di sviluppo in Asia, Africa, America Latina e via dicendo. Ciò ha generato uno spirito completamente nuovo, come ha sottolineato Helga Zepp-LaRouche. Questi Paesi cominciano a nutrire la speranza, per la prima volta da decenni, di superare il sottosviluppo e la povertà.
In novembre, Donald Trump visiterà la Cina e incontrerà altri leader asiatici durante i vertici che si terranno in Asia. La questione centrale sarà la scelta della dinamica da parte degli Stati Uniti. Trump ha indicato spesso l'intenzione di rompere con "la palude" di Washington e con gli interessi finanziari che la alimentano, noti anche come "Deep State". Resta da vedere se avrà la competenza e il sostegno popolare per farlo, ma il movimento di LaRouche è impegnato a mobilitarsi per raggiungere questo obiettivo.

5. E, traendo dal bollettino precedente (n.40) la sostenibilità appare escludibile, in modo drammatico, dalla effettiva sostanza delle euro-riforme proposte nonché dalla direzione invariabile delle politiche incentrate sul monetarismo (ormai acriticamente inerziale) e sulle banche centrali indipendenti:
Benché la Federal Reserve abbia annunciato il 20 settembre che in futuro non sostituirà i titoli acquistati dalle banche che giungono a scadenza, il volume degli acquisti da parte di tutte le banche centrali continuerà ad aumentare almeno fino al 2020, secondo un rapporto stilato da Capital Economics. "Quindi, siamo ben lontani da una sterzata globale. A prescindere dalla Fed, nel prossimo futuro gli operatori di mercato non dovranno rinunciare al carburante a basso costo per far salire i corsi azionari", hanno scritto gli analisti svizzeri in un rapporto del 2 ottobre.
Quel carburante sta infiammando non solo le azioni, ma ogni sorta di titoli tossici, esattamente come il processo che portò al crac del 2008. Un nuovo rapporto di Allianz lancia l'allarme sul debito globale, mentre Bloomberg scosta il velo sul riemergere della bolla dei CDO, i titoli derivati più tossici.
"La propensione all'indebitamento è nettamente aumentata di nuovo", afferma Michael Heise, economista capo di Allianz, nel "Global Wealth Report 2017" (vedi). Il debito delle famiglie è aumentato del 5,5% lo scorso anno, superando la crescita del PIL globale (4,5%) per la prima volta dal 2007. Se si considera che nel PIL c'è tanta finanza, il rapporto tra i due è ancora più marcato.
Ma questo è niente. La bolla del debito obbligazionario negli Stati Uniti d'America, espolsa dai 7 mila ai 14 mila miliardi di dollari nel periodo 2010-2016, si sta gonfiando ulteriormente grazie ai titoli spazzatura, cresciuti di 800 miliardi solo nel 2017. Questo debito viene impacchettato da Citigroup e altre banche di Wall Street assieme a titoli meno tossici, nella forma dei famigerati CDO (Collateralized Debt Obligation), che hanno fatto la loro ricomparsa quest'anno. Di fronte a un numero crescente di insolvenze e all'accenno di rialzo dei tassi, questa bolla è matura per un crac in stile 2008.
Il debito-spazzatura comprende sia titoli denominati tali sia prestiti a leva (prestiti a imprese già sovraindebitate, spesso usati per acquisizioni). Come ha rilevato un articolo di Bloomberg il 26 settembre a firma Llisa Abramovitz, questi due tipi di debito ad "alto rendimento" sono diventati praticamente indistinguibili. I nuovi debiti-spazzatura vengono ora contratti senza covenant, cioè senza clausole vincolanti che in qualche modo tutelano il finanziatore, per cui niente impedisce alle imprese di passare la spazzatura a uno, due o molti altri finanziatori allo stesso tempo, ficcandosi in una spirale di debito impagabile. I grafici pubblicati dalla Abramovitz mostrano che il "debito-spazzatura" creato nel 2017 è di un terzo maggiore di quello degli anni precedenti.
La lista delle imprese sovraindebitate include nomi illustri come ExxonMobil, il cui debito è quadruplicato nel periodo 2006-2016, a fronte di entrate scese quasi del 40% (a causa del declino del prezzo del petrolio) e utili e cash-flow crollati di oltre l'80%. Chiedendosi che cosa abbia fatto ExxonMobil con tutti quei soldi presi a prestito, Zero Hedge nota che nel periodo preso in esame le azioni di Exxon Mobil sono salite del 20%! Exxon non è un caso raro, e Zero Hedge fa altri esempi di imprese, tra cui General Electric, che si trovano nella stessa, bizzarra situazione (vedi).
Questo vuol dire che il sistema finanziario globale è nuovamente lanciato verso uno schianto. Non c'è modo di impedirlo, ma si può impedire che distrugga la produzione, i posti di lavoro e i risparmi delle famiglie, separando il settore bancario commerciale da quello speculativo, erigendo una muraglia invalicabile tra la bolla e l'economia reale.

6. I temi finora esposti, nel complesso, ci riportano a come cercare di interpretare la fase in cui si trovano i più importanti Stati-membri dell'eurozona, dato che esiste un'evidente interdipendenza tra sistemi finanziari USA e €uropeo, segnatamente tedesco. Vediamo dunque (ancora dal bollettino n.40), la situazione politica in Germania, che non è affatto scontata come appare ai "commentatori" italiani, non si sa perché illusi di aver interesse alla perpetuazione dello "status quo" e delle linee di tendenza dell'eurozona:
Benché i due principali partiti (CDU-CSU e SPD) abbiano subìto dolorose perdite nelle elezioni politiche del 24 settembre, la classe politica tedesca affronta le trattative per un nuovo governo nella finzione della normalità. Si punta sulla coalizione tra democristiani (CDU-CSU), liberali (SPD) e Verdi, detta "Giamaica" dai colori dei tre partiti che ricordano la bandiera dello stato caraibico. Ma le differenze tra gli aspiranti a questo matrimonio a tre sono apparentemente inconciliabili.
La pretesa determinazione a continuare sulla linea dei parametri esistenti è particolarmente preoccupante alla luce di un'imminente crisi finanziaria, peggiore di quella del 2007-2008, come ha sottolinato Helga Zepp-LaRouche in una dichiarazione intitolata "Einstein aveva ragione: solo gli sciocchi ripetono gli stessi errori sperando in un risultato diverso" (vedi).
Tuttavia, un cambiamento significativo è già avvenuto, con l'uscita di scena del potente ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, che ha annunciato di voler passare alla prestigiosa ma quasi irrilevante funzione di Presidente del Parlamento. La decisione è vista come concessione all'FDP, il cui leader Christian Lindner aveva anticipatamente dichiarato che in caso di partecipazione al governo avrebbero richiesto il Dicastero delle Finanze e non quello degli Esteri, che di solito spetta al partner di coalizione.
In un video su facebook.com, Lindner ha chiarito che la questione non riguarda le persone ma i contenuti. "Non abbiamo bisogno di un nuovo Ministro delle Finanze, ma di una nuova politica finanziaria", ha dichiarato, spiegando succintamente: nessun nuovo debito a livello europeo e nessun trasferimento finanziario verso i Paesi indebitati (de facto uno stop al processo di integrazione), e un cambiamento nella politica monetaria della BCE. Nel corso della campagna elettorale, Lindner aveva anche battuto il tasto della politica energetica, chiedendo la fine delle sovvenzioni alle cosiddette rinnovabili, e della politica estera, chiedendo la fine delle sanzioni contro la Russia e persino il riconoscimento – benché temporaneo – della Crimea.
Nel mondo produttivo della Germania c'è un ampio consenso su queste posizioni, premiate dal risultato elettorale. Ma una coalizione "Giamaica" è vista più come una continuazione della vecchia politica piuttosto che un veicolo per il cambiamento. Perciò, riprendendo Helga Zepp-LaRouche, "potrebbe durare mesi prima che si possa formare un governo, e non è escluso che alla fine si torni alla Grande Coalizione, stavolta senza Merkel".
Quest'ultima ipotesi non è peregrina, dato che il capogruppo uscente dell'SPD, Thomas Oppermann, ha dichiarato in una trasmissione televisiva che la SPD potrebbe rivedere la decisione di andare all'opposizione, nel caso che la Merkel non sia più Cancelliere. Un rientro della SPD nella Grosse Koalition lascerebbe la CSU libera di svincolarsi dal governo e riprendersi gli spazi a destra attualmente occupati dalla AfD.
Per coloro che si atteggiano a "salvatori dell'UE", come Jean-Claude Juncker, Donald Tusk o il maldestro Emmanuel Macron, le roboanti dichiarazioni di "avanti tutta" con l'integrazione europea riflettono un distacco dalla realtà forse superiore a quello dell'establishment tedesco.

7. Abbiamo più volte evidenziato, e anche di recente ribadito, che la "crisi interna" degli USA sia pregiudiziale alla "liberazione" dell'eurozona (qui, p.4). 
Ecco al riguardo alcune non sorprendenti prospettive nell'imminente futuro (naturalmente da prendere con le dovute riserve, data la scontata ed enorme capacità di reazione delle forze economico-finanziarie contrarie a tali sviluppi). Da rimarcare come, nell'esposizione che segue, sia centrale il punto del "come" finanziare qualsiasi intervento di interesse generale sul territorio, una volta che si dia per scontata (come non è) la logica che le varie circoscrizioni (comunque denominate) di uno Stato federale siano "politicamente" portatrici di un debito ad esse ascrivibile come solo "proprio", secondo la configurazione giuridico-istituzionale del "debitore di diritto comune";  in corrispondenza, questo debito (territoriale) di diritto comune, risulterebbe dannoso per le altre aree non altrettanto indebitate, consolidando nel senso comune l'idea-guida delle "scarsità di risorse" istituzionalizzata, v. p.1, (e dunque del dominio del settore finanziario privato).

8. Non è difficile capire (o forse è lo è fin troppo...) che questa logica privatistico-finanziaria della "scarsità di risorse" e del conseguente conflitto sezionale-territoriale tra parti della comunità privata della sovranità democratica, corrisponde a quella della negazione dell'unità della sovranità fiscale di uno Stato e, quindi, dell'unità della sovranità monetaria che si lega al raggiungimento dei suoi compiti a livello centrale-federale (il tema è particolarmente scottante in Catalogna così come in Italia). Sono questi i limiti "paradigmatici" che traspaiono dalle pur lodevoli finalità delle soluzioni auspicate dall'EIR. 
Di cui comunque va evidenziato il "preannunzio" di un possibile radicale cambiamento delle politiche economico-fiscali seguite negli USA - nella finalità e nella direzione della spesa, non tanto nei volumi del deficit del bilancio federale- e, di conseguenza, della possibile divaricazione tra paradigma USA e quello dell'eurozona (minando una delle più forti ragioni dell'accanimento terapeutico di quest'ultimo):
Il 31 agosto il LaRouche Political Action Committee ha lanciato una mobilitazione nazionale, con una dichiarazione dal titolo "I disastri naturali sono originati da Wall Street", nella quale sottolinea che l'America ha bisogno urgente di "azioni, e azioni subito" per costruire le nuove infrastrutture che avrebbero potuto impedire quei disastri (vedi SAS 36/17).
Tre importanti aree metropolitane americane (New Orleans, New Yok e Houston) sono state devastate in poco meno di un decennio a causa della carenza di infrastrutture che erano state progettate decenni prima, ma non sono mai state costruite per via del controllo crescente di Wall Street sulla politica economica americana. E ora hanno colpito altri "disastri naturali", il peggiore dei quali a Portorico, la cui infrastruttura energetica e il sistema di trasporti sono completamente distrutti.
Si comincia a parlare di una svolta paradigmatica. Alla Casa Bianca, fonti dichiarano che è in corso un'intensa discussione su "un programma per la costruzione di infrastrutture da trilioni di dollari" che è fermo da nove mesi. Il Presidente Trump stesso ha dichiarato alla National Association of Manufacturers il 29 settembre: "Non abbiamo mai visto una situazione come questa. Alla fine, il governo di Portorico dovrà lavorare con noi per stabilire come finanziare e organizzare questo massiccio sforzo di ricostruzione, che sarà il più grande mai avviato, e ciò che faremo con l'elevato debito che grava già sull'isola".
Una fonte con due anni di esperienza nella campagna di Trump e con la Casa Bianca, ha dichiarato all'EIR che Trump "si sta decisamente allontanando dal modello PPP (ovvero la Partnership Pubblico Privato che è fallita così spettacolarmente nell'ultimo periodo) e vorrebbe ricorrere al credito pubblico. Finora, ha aggiunto, la costruzione di infrastrutture è stata relegata a priorità bassa per la mancanza di un concetto di finanziamentoFox Business News ha parlato del dibattito in corso in un articolo del 29 settembre dal titolo "L'enfasi posta da Trump sulle infrastrutture potrebbe mettere in un angolo Wall Street".
L'urgenza di nuovi progetti infrastrutturali per aumentare la produttività e le difese da uragani, alluvioni e via dicendo, è arrivata anche a Capitol Hill, come hanno scoperto i rappresentanti dell'EIR che erano al Congresso la scorsa settimana. Tuttavia, per quanto ne sia evidente la necessità, non c'è ancora un'idea chiara di come finanziare nuovi progetti e nuove tecnologie.
Qui subentra l'Iniziativa Belt and Road lanciata dalla Cina, che richiederebbe un istituto di credito nazionale negli Stati Uniti. Quello che propone l'EIR è una banca nazionale hamiltoniana per le infrastrutture e le manifatture, grazie alla quale mille o duemila miliardi di dollari di debito in essere del Tesoro potrebbero essere consolidati (ndQ: consolidati rispetto a quali detentori? Se il detentore fosse la stessa Fed, o in ogni caso, non sarebbe più lineare, e meno oneroso, provvedere alla monetizzazione di un deficit aggiuntivo, con emissione di moneta direttamente spendibile dallo US. Governement?) dalla banca in capitale a lungo termine, e fornire la base per ingenti emissioni di credito per le urgenti nuove infrastrutture produttive e ad alta tecnologia.
Tale debito del Tesoro, trasformato in credito dalla banca nazionale, potrebbe coinvolgere anche investitori stranieri, quali la Cina e il Giappone, in quanto è facile confermare che questi Paesi sarebbero molto interessati alla banca proposta.