sabato 19 aprile 2014

"DIETRO LE QUINTE" : I "SOCIALMENTE IRRESPONSABILI" E L'ITALIA IN TESTA AL GRUPPO (del "più miseria per tutti").

 

Un articolo sul "The National" ci spiega che la stabilità dei prezzi del petrolio degli ultimi due anni, connessa al mutamento dell'approvviggionamento energetico intrapreso nella maggior parte dei paesi e dei settori produttivi e alla stessa incertezza dell'andamento della produzione industriale mondiale,  non promette nulla di buono. E questo perchè troppi investitori sono coinvolti in aspettative di crescita del prezzo del petrolio in base ai contratti stipulati nello stesso periodo.
Questa stabilità, si chiede l'articolo, è una cosa "normale"?
L'analista di Reuters, Kemp, avverte di non contarci. E prosegue citando il lavoro di "un economista un tempo oscuro, Hyman Minsky, le cui visioni sulla stabilità del mercato stanno diventando ora "mainstream".
Capite cosa ci dice Reuters? La rivincita di Minsky, di fronte ad un capitalismo finanziario che non ha più un "escape gateway" per la prossima crisi innescata da una bolla sempre più annunziata.

Nato nel 1919, Minsky era in origine un matematico, che si convertì all'economica guadagnando un Ph.D a Harvard. Forse come risultato dell'essere cresciuto durante la Grande Depressione, la sua carriera si focalizzò sulla comprensione de movimenti del mercato e sulle crisi finanziarie.
La causa di questi fenomeni di devastazione dell'economia sono al centro di accese dispute, non ultimo perchè paiono situati fuori della portata della teoria economica.
Il recente premio Nobel Eugene Fama, dell'Università di Chicago, sottolinea che gli economisti ancora litigano sulle cause della Grande Depressione, affermando "L'economia non è molto brava nello spiegare i cambiamenti di segno dell'attività economica".

Minsky decise comunque di cimentarsi ed elaborò una teoria che può sinstetizzarsi nella frase "la stabilità è destabilizzante".
La sua asserzione fondamentale, prosegue Kemp, è alquanto semplice e preoccupante. Secondo la teoria economica standard i mercati sono sostanzialmente "solidi" a meno che non siano colpiti da shock inattesi,
Il mercato del petrolio rientra in questa ipotesi, Nel 1973, la guerra arabo-israeliana innescò un quadruplicarsi del prezzo, provocando un terremoto economico globale.
Ma secondo Minsky,  i mercati sono ben capaci di provocare da soli le proprie crisi. Esse sorgono attraverso le azioni di ciò che guida i mercati: la psicologia umana.
Dopo alcuni anni di stabilità, i mercati acquistano la reputazione di essere stabili fino alla noia. Questo porta all'emersione di comportamenti "rischiosi", e all'uso di più indebitamento e effetto leva,  per trarre il massimo profitto dalla apparente crescita infinita del mercato.
Alla fine, il mercato raggiunge uno stato in cui solo la credenza continuativa nella sua ascesa può giustificare la stessa, e il rischio assunto ignora totalmente la possibilità che possa accadere qualcos'altro.
Alla luce di tale irrazionalità, qualsiasi timore può causare il risveglio del mercato dalla sua illusione e il suo crash, con risultati devastanti.
Minsky mostrò come i mercati si sono ripetutamente fatti "esplodere" in questo modo, con esempi storici come la famosa Bolla del Mare del Sud e quella di Wall Street della sua infanzia.
Rammentiamo che una bolla sui derivati del settore petrolifero, in questo momento, avrebbe un effetto di crisi di liquidità-insolvenza che, innescandosi su una situazione di mai recuperato livello di occupazione, retaggio della crisi del 2008, innescherebbe un blocco dell'intera economia "reale" mondiale, che già non gode di particolare salute: e questo dalla Cina al resto dei Brics, per terminare all'UEM della stagnazione "quasi-in-deflazione", programmata in una folle correzione gold-standard, cioè depressiva della domanda interna di lunga durata.



A dimostrazione che il mondo -ove siano presenti tracce di vita intelligente- si debba preoccupare oggi di livello di disoccupazione e di tasso di inflazione troppo ridotto, proprio per essere in grado di assorbire, senza una devastazione di proporzioni "tsunami", la nuova esplosione di una bolla finanziaria, va dunque letta "controluce" l'ultima dichiarazione della presidente della FED Janet Yellen.
Non si tratta solo della preservazione della stabilità sociale - il bene più prezioso della comunità umana nelle moderne organizzazioni democratiche (più o meno)- in termini di potenziale dei fattori oggi in campo. 
Si tratta della stessa preservazione, ancor più drammatica, in vista della pericolosità esplosiva dei comportamenti dei mercati, - cioè, come spiega Galbraith, degli imprenditori finanziari, che poi coincidono con a.d.-executives, che pretendono di essere socialmente irresponsabili
E dunque: Janet Yellen, questo mercoledì, nel suo secondo discorso ufficiale dopo la successione a Ben Bernanke,  ha detto che la FED continuetà a tenere il tasso di interesse vicino allo zero per tutto il tempo che occorre a raggiungere il target di occupazione e inflazione fissato dalla banca centrale.
Sempre un commentatore di Reuters, Feliz Salmon (sembrano parecchio preoccupati di questi tempi!), ha chiosato:
"Sono sollevato che sia preoccupata di ciò perchè c'è una grande trascuratezza sul mercato del lavoro...L'inflazione opera come un lubrificante dell'economia. Se sai che i prezzi domani saliranno, spenderai oggi i tuoi soldi. E ti esalterai dei prezzi che salgono e di fare più soldi in futuro. E' strano, ma vero, che a un modesto livello di inflazione sia una cosa buona sia per l'economia che per l'occupazione".

Ora, tutto questo in €uropa non l'hanno minimamente capito: il super-euro e un tasso di inflazione allarmante, per la sua quasi scomparsa, non preoccupano seriamente nessuno, meno che mai il nostro governo che pare, su mercato del lavoro e politiche di spesa, ancorato alla più bieca tradizione deflazionista
E mentre Draghi ventila inutilissimi palliativi di intervento monetario, diretti comunque al settore finanziario privato - cioè alla stabilità finanziaria che nutre il rientro in termini reali del credito (in azzardo), e non modifica l'andamento dell'economia produttiva- si continuano a considerare irrinunciabili le riforme strutturali deflattive del lavoro (addirittura, in Italia, bacchettati perchè non ne abbiamo ancora abbastanza inasprito instabilità e capacità deflattiva interna).
Insomma, siamo praticamente in una situazione opposta a quella degli anni '70, e con fondamentali di scenario praticamente invertiti, ma "Essi" continuano a praticare la cara vecchia forma neo-liberista distruttrice del livello di occupazione e della "inflazione", imperterriti (e ansiosi di realizzare il "meraviglioso mondo di von Hayek"); e infatti siamo governati dalle banche centrali indipendenti, ringhianti contro pericoli immaginari.
Il suicidio collettivo continua. 
E l'Italia è in testa al gruppo. Ma non potrà vincere altro che "più miseria per tutti". 
Governati come siamo, dietro le quinte, ma non troppo, dagli stessi executives del settore finanziario, socialmente irresponsabili.

giovedì 17 aprile 2014

IL VOTO E' LIBERO? LA PROROGATIO AD INFINITUM IN VIOLAZIONE SOSTANZIALE DELLA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE

 
Ora più che mai l'euro si conferma uno strumento, oligarchico strisciante (cioè mimetizzato in questa sua essenza), di disattivazione della democrazia perseguita in forma autoritaria. 
E lo si constata per l'emergere della violenta campagna mediatica condotta a favore della moneta unica, in cui il livello di partigianeria di conduttori, e la "sfacciata" scelta degli ospiti in studio, delineano la grottesca offensiva di un regime dedito alla falsificazione dei fatti che potrebbero consentire ai cittadini di esprimere liberamente il proprio voto, come prescrive l'art.48 della Costituzione (secondo comma: "Il voto è personale ed eguale, libero e segreto").

Un regime autoritario si regge proprio su questa essenza: 
a) impedisce il voto: alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n.1/2014, le conseguenze logico-giuridiche della dichiarazione di illegittimità di parti essenziali della legge elettorale imponevano una permanenza di questo Parlamento, - la cui corrispodenza alla rappresentatività voluta dalla Legge Suprema era oggettivamente venuta meno-, essenzialmente per la votazione di una nuova legge elettorale conforme al dettato della sentenza. 
Semmai, intendendo conformemente a consolidati principi di civiltà giuridica il richiamo alla "continuità" degli organi costituzionali operato dalla Corte nella parte finale della sentenza - che non avrebbe mai dovuto lasciare nell'incertezza un punto così delicato, tralasciando di fissare dei paletti, solo timidamente accennati col rinvio al principio di "prorogatio"- tale ultrattività di un organo contrario a Costituzione, per atti eccedenti l'adozione di una nuova legge elettorale, è da intendersi solo per il tempo strettamente necessario alla "eventuale" adozione di altri atti urgenti, che si fossero resi necessari in base a dimostrate ed evidenti esigenze manifestatesi, appunto, durante il lasso di tempo funzionale alla nuova legge elettorale;
b) rende il voto non più libero ed oggetto di un vuoto rituale a risultato precostituito: e ciò controllando, - tramite la forza economico-mediatica di settori della società assolutamente minoritari, che tendono a sostenere de facto il regime al di fuori di qualsiasi processo democratico di rappresentanza-, l'informazione e il dibattito sulla formazione dell'orientamento dell'elettorato. 
Con ciò violando l'art.48 Cost., attraverso la violazione di tipo strumentale (mezzo al fine) dell'art.21 Cost.,che prescrive che "tutti" e non solo la minoranza oligarchica e i suoi mandatari, possono esprimere il proprio pensiero "con ogni mezzo di diffusione" (ovviamente parliamo dei mezzi di diffusione che costituiscono ancora il sistema di formazione essenziale e prevalente del consenso, quelli sui quali, appunto, accesso e dosaggio dei contenuti sono rigidamente controllati dalle suddette forze oligarchiche);
c) altera con ogni mezzo disponibile il voto, utilizzando una insidiosa ed elusiva censura (vietata dall'art.21, comma 2) di ogni forma di pensiero dissenziente rispetto a quello imposto tramite l'oligarchia di controllo mediatico. 
E questo utilizzando le nuove metodologie del mancato accesso di tale pensiero alla conoscenza dell'elettorato e dell'accesso in condizioni di minorazione scientificamente perseguita: ciò, com'è clamorosamente evidente ancor più in questi giorni, attraverso la accurata composizione degli intervenienti nel format "prevalente" del "talk", in cui strutturalmente si dà l'illusione del pluralismo dei punti di vista per il solo fatto della pluralità degli invitati...che in realtà appartengono tutti alla stessa posizione preconcetta che nutre gli slogan "più-€uropa" di fattoidi senza fondamento nella realtà;
d) l'insieme di queste misure di sterilizzazione della libertà del voto, che danno vita a una nuova frontiera dell'autoritarismo paternalista che caratterizza un regime fondato sull'imposizione del "vincolo esterno" e quindi sul disprezzo della capacità di autodeterminazione democratica di un intero popolo, tende ad essere applicato in modo tanto più intenso quanto più è debole la credibilità e la prospettiva di mantenimento del consenso del regime stesso.

Fatte queste premesse, che ci danno la misura di tutta l'urgenza democratica che ci troviamo a fronteggiare, ribadiamo quanto esposto in un recente post:
"1) sono 30 anni che, praticamente senza incontrare (finora) resistenza, dicono le stesse cose. E basta prendere un giornalone a caso nel corso di questo stesso periodo, praticamente di un qualunque giorno. Questo consente il RIDUZIONISMO (pop) CHE NASCONDE I RAPPORTI CAUSA-EFFETTO in ogni possibile argomento, proponendolo una limitata serie di combinazioni di slogan, divenute paralogismi assiomatici e incontestabili. PER SEMPRE;
2) possono dire queste cose perchè il parterre DI QUALUNQUE TRASMISSIONE  è composto in modo da garantire il presidio in forze delle forze politiche PUD€, cioè del totalitarismo esterofilo ordoliberista, e degli intellettuali "organici" (che sono la stessa cosa perchè "sanno" che il loro accreditamento culturale dipende dalla conformazione all'ordoliberismo dominante); e questo anche quando, direttamente la questione non è politica ma di informazione preliminare, antecedente alla sfera della politica, su dati tecnici descrittivi della realtà e, quindi, i politici non hanno, a rigore, veste per interloquire;
3) and last, ma decisivo, i conduttori sono automaticamente e intimamente orientati a favorire questo format, lo sbilanciamento dei tempi a favore di ospiti predeterminati e sono, comunque, entusiasticamente orientati alla precostituzione del parterre.
Da notare che in questi "format" dati e analisi a rilevanza antecedente alla discussione politica, vengono sì esposti (in collgamento con espertoni): ma invariabilmente per portare l'attenzione su elementi che consentono di invertire o nascondere i rapporti causa-effetto.

Eppure bisogna capirli: ora cominciano veramente ad avere paura.

Paura di non riuscire a entrare nell'1% (o poco più), appartenendo al quale, viene assicurato loro di non dover mai condividere le sofferenze di un intero popolo. Sofferenze inutili, stupidamente inflitte per la pura fede nella propria ridicola superiorità.
E che da ciò possa in breve sgretolarsi tutto l'edificio di menzogne e manipolazione su cui prosperano "Essi" e gli aspiranti "margravi" mediatici, loro serventi."

mercoledì 16 aprile 2014

LA BURLETTA (O VAUDEVILLE) DEL FISCAL COMPACT E DEL PAREGGIO DI BILANCIO (ad Italiam)

Locandina de Il medico per forza

Non sottovaluterei la lettera di Padoan diretta alla Commissione UE con cui si preannunzia il rinvio di un anno del "pareggio strutturale di bilancio" dal 2015 al 2016. Sulla decorrenza del fiscal compact e sulla "palude" di clausole a discrezionalità "capricciosa" che consentono ai controllori europei un arbitrio quasi illimitato nel valutare l'andamento della finanza pubblica italiana - e solo italiana, a quanto pare- abbiamo già detto in precedenza.
La cosa che colpisce della "lettera", per come riportata nel Sole 24 ore sopra linkato, è tuttavia un dato sulla crescita, esposto quasi con nonchalance in questo passaggio:
"...Poi conferma la fiducia del Governo che l'insieme delle riforme e delle misure strutturali avranno «un impatto permanente importante sulla capacità di crescita del paese», stimata «prudenzialmente» in una crescita del Pil dello 0,3% già nel 2014. Stima «che potrebbe raggiungere gradualmente nel 2018 2,25 punti percentuali in più». «Possono sembrare numeri modesti - ammette - ma non lo sono se si pensa all'eseguità dei valori di crescita dell'Italia negli ultimi decenni». Poi una nota di ottimismo: «non sarei sorpreso se i risultati fossero migliori di quanto previsto adesso», ricordando che la stima del Def é dello 0,8%, più bassa della stima precedente del Governo Letta".

Prendiamo atto che il dato del DEF è immediatamente smentito: la crescita a 0,8 per il 2014 è un dato attualmente irrealistico e il dato previsionale, cioè affermabile come "prudenzialmente" attendibile è invece un ben minore: 0,3. Il che equivale all'asserzione che il DEF non è prudenziale ma probabilisticamente inattendibile.
Le conseguenze di una crescita allo 0,3 non sono indifferenti; significa minor base imponibile per le stime sulle entrate e, per inevitabile conseguenza, anche uno scostamento del deficit. In una situazione in cui, per la Commissione, i decimali sono considerati errori insostenibili per i conti italiani (only).
E tutto questo dando per scontato che, come già in precedenza, il moltiplicatore fiscale sia sottostimato nelle previsioni del nostro governo, se non altro per compiacere l'ostinazione in tal senso della Commissione. Ciò significa che viene dato per scontato, da Padoan, un insieme di misure tributarie e di taglio della spesa pubblica che avranno un effetto depressivo maggiore di quello stimato sicuramente dal governo Letta e in ogni modo nello stesso DEF. 
Dando per acquisito l'errore di stima del moltiplicatore fiscale, ciò pare oggettivamente preludere a ulteriori misure correttive post elettorali: cioè ad un inasprimento sia della pressione fiscale, alla faccia degli 80 euro in busta paga (naturalmente da coprire in "pareggio di bilancio"), sia dei tagli della spesa originariamente preventivati da Cottarelli. I famosi 4,5 miliardi confermati dal DEF che vengono visti come troppo timidi da una schiera di livorosi all'opera sui media. 

La conclusione implicita che si può trarre da questa ammissione "understated" di Padoan è che, applicando un realistico moltiplicatore, la crescita si potrebbe rivelare la solita "vendita della pelle dell'orso" per lo stesso 2014 ed anche a +0,3!

Un'ultima notazione fondamentale: se nel 2014 ci sarà questa presunta crescita, ancorchè minima, il rinvio del pareggio di bilancio non dovrebbe risultare così scontatamente legittimo
Se non altro perchè  con le regole vigenti dall'esercizio in corso, in base all'art.81 Cost, diversamente da quanto si afferma entusiasticamente in TV, non sarebbe consentito per il 2015, un ricorso all'indebitamento.  
Si richiama infatti, allegramente, solo il primo comma dello stesso art.81 (Lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico), parlandosi solo del concetto di "equilibrio" come non equivalente a "pareggio", ma si dimentica il secondo comma 
"Il ricorso all'indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali."
Poichè, infatti, nel 2014 tornerebbe la crescita (dicono), non sarebbero invocabili più "eventi eccezionali" e "effetti del ciclo economico" negativi, e quindi l'indebitamento nel 2015 sarebbe vietato: perchè questa è l'altra faccia del dire, in Costituzione, che "è consentito solo al fine...", cioè a precise condizioni che non sarebbero, secondo le affermazioni dello stesso DEF (e della lettera di Padoan)  più invocabili.

Ma se in Italia si disquisisce di confusi rinvii, nel dati macroeconomici previsionali e necessariamente nei saldi attesi delle manovre fiscali, del pareggio di bilancio al 2016, una notizia parallela interessante ci viene dalla Francia.
Su Financial Times del 15 aprile (pag.6) Hugh Carnegy ci racconta del deficit francese. Il neo-primo ministro Valls, richiamata la inevitabile "credibilità di cui nessuno può dubitare", aggiunge "stiamo costruendo la nostra strategia di bilancio per il 2015 sulla base del 3%". Capite il 3% fatidico e non certo sul pareggio di bilancio!
E questo, quando la Francia sa benissimo di aver aderito anch'essa al fiscal compact, naturalmente non costituzionalizzando il pareggio di bilancio: e la Francia non può vantare certo nè il rispetto del limite del 3% negli ultimi anni nè, tantomeno, risulta essere giunta alla chiusura della procedura per debito eccessivo. 
In realtà avrebbero dovuto essere una sequenza di procedure (usando il metro adottato per l'Italia). Ma la Commissione, su basi risibili, ha stabilito quanto segue:
"La Commissione raccomanda di prorogare di due anni il termine per la Francia, per consentire al paese di porre fine alla situazione di disavanzo eccessivo entro il 2015. La Francia deve arrivare a un disavanzo nominale del 3,9% del PIL nel 2013, del 3,6% nel 2014 e del 2,8% nel 2015, coerentemente con un miglioramento del saldo strutturale dell'1,3% del PIL nel 2013, dello 0,8% nel 2014 e dello 0,8% nel 2015, in base alle previsioni di primavera 2013 dei servizi della Commissione (estese al 2015)."
Nè la Francia potrebbe invocare la clausola dell'art.3 del fiscal compact: rilevato che il suo debito pubblico su PIL risulta essere abbondamentemente al di sopra del 60%, essendo ora oltre il 93%, non solo si ha una inspiegabile indulgenza nell'applicazione dei criteri europei sul rispetto del limite del 3%, ma addirittura il pareggio di bilancio risulta immotivatamente disapplicato, in anticipo, nei suoi confronti. E questo con la sola concessione di una proroga che ne vanifica ogni seria applicazione paritaria alla stregua dei criteri utilizzati con l'Italia.

Che quella del fiscal compact si stia rivelando una "burletta" (o piuttosto un vaudeville) - essenzialmente in danno italiano, confermata dalla lettera di Padoan, che "rinvia" il pareggio, facendo però così acquiescenza al FC ad personam-, ci è però ulteriormente confermato dall'articolo del Financial Times, che ci dice:
"Rimangono forti dubbi sulla capacità del governo francese di rispettare il target...Il deficit era l'anno scorso al 4,3 del PIL, al di sopra delle proiezioni della Commissione al 4,2 (ma qui i decimali non contano, ndr.). Bruxelles prevede per il 2015 un deficit della Francia al 3,9%". Anzichè del 2,8, come da concessione proroga messa nero su bianco.

Or capite bene che qui stiamo al clamoroso: il fiscal compact è dimenticato già in sede di misteriosa applicazione dei suoi criteri nel concedere una moratoria addirittura per il vecchio limite del 3%; non soddisfatti di ciò, gli stessi euroburocrati constatano che la Francia non rispetterà neppure la moratoria stessa
Il che esclude che sia rispettato il criterio, enunciato dalla Commissione, che condiziona la concedibilità di qualsiasi proroga al rientro nel limite del 3%, e che presuppone che "lo Stato membro abbia dato "seguito effettivo" alla raccomandazione o all'intimazione del Consiglio". 
Ma tutto questo non pare disturbare Parigi, nè tantomeno i nostri governanti che, pure, qualche ragione di esigere chiarimenti l'avrebbero, tanto che il Financial Times aggiunge:
"La previsione francese (per il 2015, ovviamente, ndr.) è di un deficit al 2,8%, ma dovrà essere rivista la prossima settimana, quando Parigi pubblicherà i suoi piani di bilancio per i prossimi tre anni. La proiezione è posta in dubbio in ragione di sgravi fiscali privi di copertura promessi da Valls all'atto dell'insediamento".
Che dire? La "burletta-vaudeville" continua e non sarà evitata dal mumbo-jumbo euro-burocraticorum. 
Viva l'Itaglia sempre!


lunedì 14 aprile 2014

DAGLI STATI UNITI D'EUROPA ALL'UBERSTAAT ORDOLIBERISTA CHE CANCELLA GLI STATI



                            


Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo questo post di Gianluca Menti. 
La questione di principio in discussione davanti alla Corte europea è di somma importanza: si arriva ad affermare che la Costituzione italiana non possa costituire di ostacolo all'applicazione del diritto europeo
Non che ciò abbia mai, in Italia, costituito effettivamente un ostacolo. Ma finora è stato "di fatto" e mediante la continuativa disapplicazione strisciante della Costituzione stessa. 
La posizione che si va delineando formalizza però questa supremazia svalutativa del dettato costituzionale; e come sempre accade quando c'è di mezzo l'UE, viene sancito un percorso che non ha più ritorno. Persino l'art.4, par.2, del Trattato sull'Unione, - e non a caso su una questione "italiana"- diviene lo strumento per un'affermazione che oblitera la considerazione dell'identità nazionale: non dimentichiamo che, per le professioni forensi più che mai, la barriera linguistica è un fattore decisivo che, nella risoluzione della questione, verrebbe scardinato. Fatichiamo a immaginare come tale elemento di identità sia sacrificabile da parte di tedeschi o francesi, cui, solo in teoria, per via dei rapporti di forza in essere, una pronuncia nel senso auspicato dall'Avvocato generale sarebbe, poi, in pieno applicabile. 
Ma sappiamo come la "parità" €uropea abbia una sola direzione: principalmente "educare" l'Italia (e, all'occorrenza, qualche paese porcellino). 
Per l'UE, va detto, i professionisti, come gli avvocati, sono sostanzialmente equiparati a imprese di servizi, senza che, come si vede, siano consentite troppe sottigliezze dovute a secoli di cultura (che in realtà nasce in Italia, dove le professioni forensi e lo studio del diritto nascono nel Medioevo, per tutti gli "europei" che attingevano agli "studia" italiani, conquistando la forma organizzativa attuale; e non certo per capriccio "assistenzialista" o corporativo). 
Ma una volta che una norma costituzionale venga esplicitamente considerata di rango inferiore a qualsiasi fonte europea, il processo che si innesca può portare, appunto, alla formalizzazione autoritativa di un generalizzato principio di subordinazione di tutta la Carta.  
Insomma, da qui, dato il clima riduzionistico e autorazzista in cui ogni manifestazione dell'UE si inserisce, il salto alla compressione in estremo anche dei principi fondamentali e dei diritti della persona potrebbe rivelarsi alquanto breve. Senza incontrare particolari resistenze.
E le conseguenze di ciò, in vista dell'applicazione di Fiscal Compact e Fondo di Redenzione Europeo (ERF) sono facilmente intuibili: si direbbe che questi nessun riflesso hanno sui principi fondamentali costituzionali e sui diritti della persona, considerando solo dei "neutrali" effetti sulla finanza pubblica e sulla stabilità monetaria e finanziaria. Ignorandone ogni concreto risvolto sulla vita di milioni di italiani.
Questo per chi volesse capire la tendenza; non certo per il governo italiano che ha assunto posizione conforme alle conclusioni dell'Avvocato generale, affrettandosi a considerare sacrificabile l'art.33 Cost. e, grosso modo, un millennio di tradizione ordinamentale.


Molte volte ci siamo interrogati circa la (in)compatibilità delle norme Europee rispetto alla nostra Costituzione da ciò discendendo la necessità costituzionale di uscita dai sistemi UEM.
Molti sono stati i tentativi di ricondurre a legittimità costituzionale lo strapotere normativo europeo basandosi sugli artt. 11 o 117 Cost. così sostenendo che non vi sia alcun problema di compatibilità tra il diritto interno ed il diritto sovranazionale che venga recepito nel diritto interno o che goda di auto-esecutività, individuandone il solo limite nel contrasto con i principi fondamentali dell’assetto costituzionale dello Stato ovvero dei diritti inalienabili della persona (così Corte Costituzionale n. 170/1984 ribadita e confermata ancora in Corte Cost. 227/2010)
Non oltre tre giorni fa l’Avvocato Generale presso la Corte di Giustizia EU, sig. Nils Wahl, ha depositato le proprie conclusioni su un rinvio pregiudiziale operato dal Consiglio Nazionale Forense circa il meccanismo, legittimato dalla Direttiva 98/5 sul diritto di stabilimento deiprofessionisti europei nei vari Stati dell’Unione, che consente l’esercizio della professione forense da parte di cittadini italiani che, conseguita la laurea sul suolo nazionale se la facciano riconoscere in Spagna ove con un sistema molto più leggero di quello italiano, ottengano l’abilitazione professionale come Abogados e quindi si iscrivano nell’albo degli avvocati italiano come legale abilitato stabilito.
Tra le varie questioni sollevate dal Consiglio Nazionale Forense, nanti il quale pende la controversia di due cittadini italiani che chiedevano, senza per ora ottenerla, l’iscrizione all’albo degli avvocati come abogados, quella fondamentale circa la denunciata incompatibilità tra la direttiva 98/5 e l’art. 4 paragrafo 2 del TUE che, testualmente disponendo “L'Unione rispetta l'uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali”, imporrebbe al diritto dell’Unione Europea di conformarsi al diritto nazionale italiano ed in particolare, nel caso di specie, all’art. 33 comma 5 della Costituzione Italiana che, come noto, impone un esame di Stato, tra gli altri, per “l'abilitazione all'esercizio professionale”.
Il sig. Wahl così testualmente argomentava per la non fondatezza della questione sollevata: “Innanzitutto, devo ammettere che ho serie difficoltà a seguire il ragionamento del CNF. 
Non mi è chiaro perché l’iscrizione all’albo degli avvocati di cittadini dell’Unione che hanno ottenuto un titolo professionale in un altro Stato membro ponga una tale minaccia all’ordinamento giuridico italiano da potersi ritenere che comprometta l’identità nazionale italiana. A tal riguardo, è vero che la Corte ha concesso agli Stati membri, in determinate circostanze, la possibilità di derogare agli obblighi imposti dal diritto dell’Unione, come ad esempio il rispetto delle libertà fondamentali, a causa della protezione della loro identità nazionale. 
Tuttavia, ciò non significa che qualsiasi norma contenuta in una costituzione nazionale possa limitare l’applicazione uniforme delle disposizioni dell’Unione, o addirittura costituire un parametro di legittimità per tali disposizioni. Di conseguenza, come hanno sostenuto il Parlamento e il Consiglio, il semplice fatto che una disposizione della Costituzione italiana prescriva il superamento di un esame di Stato perché si possa esercitare la professione di avvocato non implica che la direttiva 98/5 comprometta l’identità nazionale italiana ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 2, TUE
Tale posizione è stata confermata in udienza anche dal governo italiano, che ha affermato di non essere d’accordo con le considerazioni espresse dal giudice del rinvio nella domanda di pronuncia pregiudiziale a proposito di un possibile contrasto tra la direttiva 98/5 e l’articolo 33, comma 5, della Costituzione italiana”.

Per l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia le Costituzioni nazionali non possono mai fungere da parametro di legittimità delle disposizioni comunitarie ed al più possono essere invocate dai governi nazionali affinché la Corte “conceda(si osservi bene il termine utilizzato perché emblematico della pretesa sovraordinazione) la possibilità di “derogare” agli “obblighi imposti dal diritto dell’Unione”.
E’ evidente il cambio “di passo” cui vorrebbe giungere il sig. Wahl.
Se la Repubblica Italiana, ai sensi dell’art. 11 Costituzione, al più “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” ben difficilmente si può ammettere di sott’ordinare la Costituzione, in forza della quale il diritto sovranazionale può avere un qualche effetto in Italia, a tale diritto derivato. E’ come ammettere che non solo si sia operata una cessione di sovranità ad un’organizzazione priva del necessario collegamento democratico con il popolo (tutt’oggi dichiarato depositario dei poteri statuali), ma che il diritto prodotto da quest’organizzazione autolegittimi se stesso ponendosi addirittura in posizione sovraordinata rispetto al diritto che ne ha consentito (e ne consente) l’esistenza.
Ma il sig. Wahl va oltre. 
Non nega l’esistenza di una norma costituzionale italiana che impone l’esame di abilitazione per l’esercizio della professione di avvocato, ma la ritiene (addirittura con consueto acritico conforme parere anche dello stesso governo italiano che quella Costituzione ha giurato di servire lealmente) come non rilevante, siccome necessariamente cedevole ai fini di poter escludere l’applicabilità in Italia di un sistema per cui lo stesso cittadino italiano possa esercitare la professione forense senza l’esame di Stato prescritto, poiché esercita come abogados e non come avvocato, pur potendo a questo pienamente equipararsi in forza proprio della direttiva 98/5, che ha quindi cogenza tale da determinare la disapplicazione della disposizione costituzionale.
Per anni i costituzionalisti italiani si sono interrogati sul valore del diritto comunitario, giungendo a ritenerlo a valore superiore a quello della legge ordinaria, ma comunque soggetto alla Costituzione quantomeno per il rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento, di norma identificati con la parte prima della Costituzione.
E’ pur vero che nel 1970 la Corte di Giustizia CE ha avuto modo di affermare (procedimento 11/70) che 
Il richiamo a norme o nozioni di diritto nazionale nel valutare la legittimità di atti emananti dalle istituzioni della Comunità menomerebbe l'unità e l'efficacia del diritto comunitario. La validità di detti atti può essere stabilita unicamente alla luce del diritto comunitario. Il diritto nato dal trattato, che ha una fonte autonoma, per sua natura non può infatti trovare un limite in qualsivoglia norma di diritto nazionale senza perdere il proprio carattere comunitario e senza che sia posto in discussione il fondamento giuridico della stessa Comunità. Di conseguenza, il fatto che siano menomati vuoi i diritti fondamentali sanciti dalla costituzione di uno Stato membro, vuoi i principi di una costituzione nazionale, non può sminuire la validità di un atto della Comunità né la sua efficacia nel territorio dello stesso Stato” immediatamente però autolimitando il proprio preteso potere autonomo - che, come detto, deriverebbe dal Trattato quasi che questo possa essere fonte primigenia di diritto- osservando che “… La tutela dei diritti fondamentali costituisce infatti parte integrante dei principi giuridici generali di cui la Corte di giustizia garantisce l'osservanza. La salvaguardia di questi diritti, pur essendo informata alle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, va garantita entro l'ambito della struttura e delle finalità della Comunità”.
Questa linea aveva ottenuto una sorta di nulla osta, a una simile pretesa di supremazia, dalla Corte Costituzionale tedesca (caso Solange II del 1986, dopo che nel 1974 nel caso Solange I aveva sostenuto la prevalenza della Legge Fondamentale tedesca) che si astiene dall’esercizio della propria giurisdizione sugli atti comunitari “fintanto che le Comunità europee, e soprattutto la giurisprudenza della C.G.C.E., garantiranno in via generale una protezione efficace dei diritti fondamentali contro il potere sovrano delle Comunità, secondo modalità che possano essere considerate come sostanzialmente eguali alla protezione dei diritti fondamentali assunta come inderogabili dalla LF, e fintanto che le stesse garantiranno … il contenuto sostanziale dei diritti fondamentali”.

Oggi l’ordoliberismo chiede un salto ulteriore. 
Chiede che le (quantomeno quelle dell’area meridionale dell’Europa) costituzioni, non a caso criticate come “socialiste” da JP Morgan nel famigerato documento, siano superate al fine di consentire quella maggior integrazione europea che consenta, negli ovvi obiettivi di una banca d’affari che fa della speculazione finanziaria il proprio pane quotidiano, quella “necessaria” applicazione d’austerity senza dover fare i conti con quel fastidioso fenomeno chiamato “procedimento democratico”.
E così mediante la riscrittura in sede comunitaria dei “diritti fondamentali”, ispirata al principio di concorrenza e all’obiettivo di controllo dell’inflazione, vengono di fatto cancellati i diritti fondamentali di Costituzioni come quella italiana; questa, infatti, prevede diritti i quali, imponendo un ordinamento economico antitetico rispetto a quello comunitario,  divengono posizioni superabili e antistoriche che, si opina in UE, non costituiscono, né potrebbero costituire, l’identità nazionale italiana rilevante ai sensi dell’art. 4 par. 2 TUE. 
E noi sappiamo che i nostri diritti fondamentali costituzionali sono basati sugli opposti principi del diritto al lavoro (anche fondamento della Repubblica) e delle conseguenti necessarie politiche attive di piena occupazione che, tra l'altro, si connettono espressamente all’intervento pubblico nell’economia, con una serie di previsioni che divengono così sottordinate agli obblighi che l’Italia avrebbe assunto partecipando all’Unione Europea.
Questa, dunque, oggi si arroga l’intera sostituzione allo Stato nazionale, così realizzando non gli Stati Uniti d’Europa di cui ancora molti van cianciando come possibile obiettivo, ma un UberStaat europeo che ha la propria legittimazione non già nella delega di potere dal popolo mediante libere elezioni secondo il modello democratico-costituzionale, ma autocraticamente nel proprio Trattato istitutivo, in grado di demolire ogni norma anche di rango costituzionale mediante semplice sua disapplicazione.
Evidente a fronte di ciò che si imponga sempre più pressantemente una seria riflessione sulla perdurante (non) costituzionalità di questo UberStaat ordoliberista che pretende di fare a meno di quella Repubblica democratica fondata sul lavoro, nel quale il potere appartiene al popolo che lo esercita secondo Costituzione che la nostra Carta Fondamentale ha qualificato, tra l’altro, come di impossibile revisione costituzionale (comunque ad oggi mai neppure ritenuta necessaria e quindi avvenuta).

domenica 13 aprile 2014

EURO-EXIT CONCORDATA O "DISORDINATA", DA SINISTRA O DA DESTRA: UNA VIA DI COMPOSIZIONE RAGIONATA.

 
1. In margine all' "evento" oggettivamente costituito dal convegno di a/simmetrie di ieri, alcune osservazioni legate allo specifico tema, "Un'europa senza euro", che era poi il baricentro su cui si aggiravano l'insieme degli interventi.
La maggior focalizzazione del tema, non a caso, è venuta dal dibattito finale tra gli esponenti politici intervenuti.
Il clima inevitabilmente pre-elettorale ha agevolato prese di posizione (almeno un pò) più stringenti; se non altro perchè in questa fase, nulla si può ancora escludere sull'esito delle elezioni, in termini di composizione delle forze politiche che risulterà dal voto e che potrebbe o meno essere destabilizzante dell'attuale governance deflattivo-finanziaria. 
La stessa evoluzione europea del sentiment sulla moneta unica, rischia infatti di far apparire "cauta", se non superabile dagli eventi, la posizione del, diciamo così, fronte italiano del dissenso.

2. Provo a partire da una cosa affermata in quel dibattito da Fassina e che, come ho già detto su twitter, contiene in sè una obiettiva verità: se si guarda all'effettivo contenuto dei trattati, e quindi al disegno consolidato che perseguono, incentrato com'è, fin dallo SME, sul coronamento di un modello socio-economico legato al vincolo monetario "one size fits for all" (con tutte le sue implicazioni), immaginare un'euroexit concordata esigerebbe una convergenza, un'apertura alla revisione dei rapporti di forza, almeno pari a quella della stessa revisione dei trattati.
Quest'ultima implicherebbe, infatti, per essere risolutiva, un sacrificio della Germania (sicuramente da essa come tale percepito): cioè l'adesione da parte sua ad un'idea cooperativa che forzi le sue politiche economiche verso un'espansione della sua domanda interna, con una controcorrezione prolungata (e simmetrica) dei tassi di cambio reale e della crescita reale dei salari, che è contraria sia alla monolitica pretesa di percorrere una correzione gold-standard fatta propria dalle istituzioni UE, sia alla stessa tradizione mercantilista della Germania.

3. "Perchè lo dovrebbe fare" è un interrogativo che può avere varie risposte, ma tutte egualmente e fortemente dubitative; il diritto internazionale dei trattati, come abbiamo più volte illustrato, non solo tende a ratificare e, per via di prassi applicativa (che è fonte di diritto integrativo dei trattati stessi), a rafforzare i rapporti di forza presenti nella sociologia della politica internazionale, ma una variazione correttiva di tali rapporti di forza, all'interno di un trattato, promossa dalle parti più deboli (e divenute tali in modo crescente) è praticamente senza precedenti nella storia dei trattati; di più è una direzione di politica internazionale "innaturale".
Storicamente solo eventi traumatici o lunghi percorsi di mutamento degli equilibri caratterizzanti, a monte, il diritto internazionale generale, - cioè creato dalla consuetudine (osservanza de facto sostenuta nel tempo e diffusa di una certa serie di "nuove" regole)-, ha portato al superamento degli equilibri segnati dai trattati. Che sono tutti, fisiologicamente (e in vari gradi), ineguali nella loro essenza applicativa.
E questo al punto che l'art.11 Cost., come altrettanto abbiamo visto, assume una concezione rigorosa e, quasi "ideale", se non utopistica, delle condizioni cui subordinare la partecipazione italiana alle organizzazioni internazionali, legandola ESCLUSIVAMENTE, non a caso, prima di tutto alla "parità di condizioni con gli altri Stati" e poi, anche, alla promozione de "la pace a la giustizia tra le Nazioni".

4. Per tornare, sulla scorta di tali premesse, all'affermazione di Fassina (se abbiamo riportato fedelmente l'essenza del suo pensiero), possiamo altrettanto dire che se una correzione cooperativa, e non gold standard, degli squilibri creati dalla moneta unica, è inevitabilmente legata ad un sacrificio, da parte della Germania, del vantaggio e delle utilità accumulate grazie all'applicazione dell'euro, altrettanto vale per un'uscita concordata; e cioè se tale correzione deve corrispondere al mutuo riconoscimento di esigenze non soltanto sue, unilaterali, legate quindi al mantenimento del suo vantaggio mercantilista, implica un sacrificio pratico di pari segno.

Il margine di una trattativa si incentra sui saldi creditizi Target-2 e sulle condizioni valutarie di recupero dei suoi crediti pregressi. Un modo di tesaurizzare il vantaggio competitivo accumulato grazie ad una dubbia condotta di violazione strisciante dei trattati, consentita e tutt'ora avallata, in vari modi, dalla Commissione e in genere dalle istituzioni UE.
Ma anche risolvendo questo spinoso problema di tenuta del valore reale di quei crediti, la Germania, nel concordare l'euro-break dovrebbe in più sacrificare, anche per il futuro, una situazione di vantaggio che, sia nei rapporti intra-UE(M) che verso i mercati esterni all'Europa, le consente di prosperare con un cambio sottovalutato rispetto al corso naturale dell'ipotetico (nuovo) marco.
Nella direzione di una possibile flessibilità su questo complessivo quadro, depone la prospettiva di una generale insostenibilità della situazione valutaria ed economica, tale da incidere negativamente sulle prospettivie di crescita, di produzione industriale e di diffusa disoccupazione e sotto-occupazione, che tendono a "bloccare" la domanda intra-UEM in una stagnazione deflattiva a crescita praticamente 0. E con una situazione che impedisce la valorizzazione dell'intero sistema produttivo europeo e il suo sviluppo in un quadro di investimenti e innovazione, anche del capitale umano, altrimenti indispensabili.

5. Ma una consapevolezza di questi aspetti, evidenziati da economisti non appartenenti alla governance UEM, appare ancora lontana, per la cieca fiducia tedesca e della Commissione nella correzione attualmente perseguita.
Pertanto, in assenza di fattori di rilevante impatto che costringano la Germania a ragionare su principi economici sensati e non accaniti nel segnalato mix di mercantilismo e monetarismo avallati dalle istituzioni UE, ogni ipotesi di "sacrificio" appare egualmente improbabile. E semmai, risulta corrispondere a quella impraticabile correzione di assetti, comunque negoziali, che pone a capo sia alle famose politiche "reflattive" che allo stesso euro-break "concordato", cioè realizzato mediante concessioni che non possono che essere reciproche (e che dunque implicano il necessario riconoscimento degli interessi altrui razionalmente riconoscibili).

6. Questo non vuol dire, però, che, come pareva implicare sul piano "pratico" Fassina, ogni tentativo possa solo ridursi a una pseudo-negoziazione al ribasso, cioè compiuta nel timore che la Germania operi in retaliation sulle merci italiane, o di chiunque voglia uscire e svalutare; cioè ad una soluzione incentrata su palliativi inefficaci e ininfluenti sui meccanismi di conclamata insostenibilità dell'euro, quali gli eurobonds o forme di mutualizzazione del debito pubblico UEM equivalenti, e finanziamenti BEI sugli investimenti nei paesi dell'area.

giovedì 10 aprile 2014

"PER UN PUGNO DI EURO" A PARMA E...VON RIBBENTROP CHE "SOGNA" L'EUROPA




Allora a questo link trovate l'insieme dei filmati del convegno "Per un pugno di euro" svoltosi a Parma sabato 5 aprile.
Per puro spirito "selfie" vi linko direttamente il video del mio intervento
Ovviamente sia gli interventi di un Cesaratto in versione "standard" sul ciclo di Frenkel (in buona parte) che di Bellofiore su risvolti che non ho afferrato a pieno (forse sono arrivato tardi nel serial "sinistra vs. Euro- o anche no"), meritano la visione. Come pure il dibattito seguitone, in buona parte in linguaggio "tsiprato".


Visto che l'ho citato nel mio intervento, vi riproduco il documento von Ribbentrop sulla federazione degli Stati europei (grazie a Francesco Lenzi che me l'ha segnalato).
Quello che - tolto qualche riferimento al Furher, al reclutamento di nuove divisioni SS e di qualche altro dettaglio-, potrebbe essere tranquillamente essere trasposto su carta intestata della Commissione, come sintesi della strategia di scenario a sostegno dei vantaggi dell'euro. 
Notare l'anno: siamo nel marzo 1943, la Germania sa che potrebbe rivelarsi difficile il mantenimento della vittoria ottenuta con le armi e cerca di costruire una parvenza ideale "cooperativa" per consolidare una supremazia irrinunziabile.
In neretto ho evidenziato le "perle" più interessanti ed attuali, fra cui campeggia la genesi dell'idea degli Stati Uniti d'Europa:

Joachim von Ribbentrop:
European confederation


March 21, 1943

The document here reproduced represents the culmination of the Foreign Ministry’s efforts in regard to the ‘new Europe’. It reflects the considerations set out in doc. 18. For reactions to this initiative see also docs. 35 and 36. The draft bears Ribbentrop’s amendments and initials.

Subject: European Confederation