domenica 21 settembre 2014

OLTRE "L'ULTIMA SPIAGGIA"? (O era la penultima?)


Spaiggia

Ed il problema, dunque, come spesso accade in Italia, non è che una Procura indaghi, seguendo prassi che non è difficile vedere come normali, ma che i giornali ne parlino. E in un certo modo.

Il discorso, in senso più ampio, riguarda poi la generale ed obiettiva difficoltà delle imprese di sopravvivere in questa situazione. Una grande crisi "da domanda", come nel 1929.
In fondo, anche da queste "cronache", si ha conferma di come la concreta possibilità di ottenere credito bancario, (quand'anche a molti altri precluso), non ponga al riparo dalla insolvenza. Questo certamente per le imprese che agiscono nel tipico mercato interno dei servizi, vecchi o "nuovi" che siano.
Si diffondono le insolvenze: i nomi non contano e non pare proprio che il regime dello Statuto dei lavoratori c'entri molto. I piccoli imprenditori lo sanno.

E hanno capito che c'è poco da fare in situazioni in cui le p.a. con cui, in qualunque modo, si hanno dei rapporti, pagano troppo tardi o non pagano affatto
D'altra parte, anche il "mitologico" pagamento dei crediti delle imprese: si tratta di lavori, forniture e servizi già eseguiti (altrimenti il credito non sarebbe sorto o sarebbe legittimamente contestabile e incerto). Per quelle corrispondenti attività di produzione, le imprese hanno già dovuto pagare quantomeno maestranze, fornitori e spese fisse in misura proporzionale. E su queste attività hanno già gravato i diversi tributi che a vario titolo (anche come sostituti d'imposta) sono tenute a corrispondere.
Dunque, laddove il compenso per le prestazioni eseguite non sia arrivato, per fronteggiare i costi di produzione, hanno dovuto prevalentemente e normalmente, ricorrere a riserve  (nella migliore delle ipotesi, quelle connesse agli utili realizzati con attività prestate a soggetti che non siano la p.a., quando pure ci siano state), oppure ricorrere al credito; o, realisticamente, posticipare o rateizzare i debiti per i vari tributi, nel frattempo implacabilmente in riscossione. 
Dunque, il pagamento dei "crediti delle imprese" non immette nuova liquidità nel sistema: serve a pagare debiti - e il pagamento estingue la moneta- e, inoltre, corrisponde a entrate in gran parte già contabilizzate nel bilancio statale, salvo l'IVA per le fatture emesse per i tardivi pagamenti (nel sistema, un gettito aggiuntivo più modesto di quanto non si stimi). 
Se poi i pagamenti corrispondono a spese qualificate nella contabilità pubblica come "in conto capitale", queste devono trovare copertura aggiuntiva. 
E infatti, i decreti legge sul pagamento alle imprese, prevedono a carico delle amministrazioni centrali, specie di quelle anticipatrici dei fondi agli enti territoriali di vario livello, tagli lineari automatici già all'opera, nella misura in cui i crediti siano via via pagati. E gli enti territoriali, a loro volta, devono ripagare le anticipazioni del tesoro, e sono vincolate a tagliare le spese in conto capitale, e per investimenti, per il futuro. 
Il che significa che i pagamenti, per molte voci, come le opere pubbliche e altre spese infrastrutturali, risulteranno "tombali": cioè per il futuro meno appalti e, per molte imprese, la fine della principale fonte di sopravvivenza. Cioè proprio dell'odiata spesa pubblica. 
Tanto più che questi tagli di copertura del pagamento dei crediti, si aggiungono agli ulteriori tagli delle spese per investimenti pubblici e in conto capitale che comunque, ogni anno, vengono disposti per raggiungere gli obiettivi intermedi di indebitamento, verso il pareggio di bilancio, che il fiscal compact impone e che l'Italia è l'UNICO PAESE UEM TENUTO A RISPETTARE.
E gli imprenditori sanno, o ormai dovrebbero sapere, che il regime fiscale si inasprisce proprio mentre, anzi, "proprio perchè", la domanda interna si contrae e con essa la base imponibile che dovrebbe fruttare le entrate necessarie per rispettare i vincoli fiscali di cui si nutre l'impianto della moneta unica.
La realtà è dura per tutti. Ed è una di quelle cose che non si può nascondere neppure a se stessi.

Ma se i giornali parlano delle cose cui facevamo cenno all'inizio, non si comprende perchè si sveglino ora. O forse lo si comprende benissimo: c'è un futuro "dietro alle spalle" per l'Italia.
Si chiama "cessione di sovranità" - che per la verità è già un fatto compiuto- ma nella forma conclamata: cioè mediante la diretta titolarità dei poteri decisionali supremi di indirizzo politico previsti dalla Costituzione in capo a soggetti non designati secondo "i modi e le forme" (art.1 Cost) di legittimazione democratica previsti dalla Costituzione.
Lettini, ombrelloni e ristoro 

Insomma, l'aria che tira pare preparare sempre più una nuova svolta: eliminare l'ultima "frontiera" (o "spiaggia", scegliete voi) dei "decidenti per conto dell'€uropa" e passare direttamente ai "decidenti europei" (in conto proprio).

Ma poi le imprese non si lamentassero delle tasse, se gli piace l'euro...e l'illusione di pagare meno quelle importazioni che, nel lungo periodo, non possono sostituire la caduta degli investimenti che preclude la sopravvivenza del sistema stesso delle imprese.
La base imponibile- e la domanda e l'occupazione- continueranno a contrarsi, nella migliore delle ipotesi a ristagnare, il "profilo di rischio", che preclude l'accesso al credito di conseguenza ad aumentare, e le tasse, inevitabilmente, ad essere vincolate al principio della copertura in pareggio di bilancio. 
E così, qualsiasi stabilizzatore automatico, innnescato in misura incrementale da questa situazione, - che sia un prepensionamento, il ricorso alle varie casse di integrazione o un contratto di solidarietà -  può solo portare a nuove tasse, da qualche parte, ma inevitabili. Dentro "questa" €uropa.

venerdì 19 settembre 2014

LA SCISSIONE

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(nell'immagine c'è un errore di battitura nel nome di Friedman; ma il problema, non modificabile nel riportare da Google l'immagine, non pare rilevante per chi voglia intendere in buona fede il concetto...).


Non mi riferisco alla Scozia, sia chiaro. Quella oltretutto sarebbe stata una "secessione" (autolesionista: intervistato in TV, uno scozzese che parlava perfettamente italiano ha detto che gli indipendentisti si considerano filo-UE e desiderosi di entrare nell'euro, "anche se è difficile spiegarlo ORA alla gente, in mezzo a questa crisi". Bontà sua: com'è che quasi tutte le secessioni assomigliano così tanto a derive di accelerazione ordoliberista?).

Dunque la "scissione" pone invece un diverso ordine di problemi.
Il più eloquente esempio di ciò ce lo danno gli arguti editoriali quotidiani di Travaglio.
Le argomentazioni sul tema (elezioni dei giudici della Corte costituzionale e autonomia del parlamento) sono, pur nei toni sarcastici (magistrali), ineccepibili sul piano costituzionale. Esistono dei ruoli istituzionali inequivocabilmente disciplinati in Costituzione da regole esplicite, anche specificate e sviluppate in leggi attuative riguardanti incompatibilità e requisiti di legittimazione, che non dovrebbe essere difficile applicare in modo corretto; dando luogo all'ovvio rispetto della legalità costituzionale.

Tuttavia, il problema è che si "scinde": l'affermazione della priorità della legalità costituzionale si ferma ad un aspetto ben preciso. Quello di riaffermare, denunciando la negazione di aspetti circoscritti della stessa legalità da parte delle attuali istituzioni, un'interpretazione univoca quanto errata della crisi: quella imperniata sullo slogan "castacriccacorruzione".
Non che il problema in Italia non sussista: è l'esatta identificazione del suo oggetto che, in questa interpretazione "unica" (cioè monopolizzante una certa parte dell'opinione pubblica), appare macroscopicamente difettoso.
a) Cominciamo dalla casta. Chissà perchè questa viene delimitata ai pesci piccoli, al secondo o terzo livello degli "esecutori" del (non identificato) disegno di sistema ordoliberista: la vera casta è rimossa (tipico meccanismo della scissione conflittuale con se stessi) e mai sfiorata da alcun attacco, quando, sul piano fenomenologico e quantitativo, risulta di gran lunga la componente esplicativa della crisi più attendibile.

b) La "cricca", poi, è una mera specificazione periferica della vera casta. Si è già segnalato, da voci scientificamente accreditate al massimo livello, che queste cricche possono essere identificate con cordate settoriali inscritte nello "scambio tra rendite politiche e rendite finanziarie", cioè un compenso assicurato a forze economiche tutto sommato minori (comparate con la dimensione degli interessi finanziari messi in gioco dal sistema €uropa) che risultano opportunamente legate ai politici mandatari della vera casta; questa forze sono incaricate (come soci o prestanome) di fare "affari" i quali, a loro volta, si compongono in un ricco mosaico istituzionalizzato di remunerazione dei garanti dell'assetto ordoliberista.

(considerate che questo grafico non è aggiornato a tutta la partecipazione finanziaria italiana all'ESM, nel frattempo notevolmente accresciuta, ai contributi bilaterali di salvataggio e al più o meno equivalente passivo dell'Italia nella sua posizione di contribuente netto al bilancio dell'UE).

 Riportiamo questo passaggio di Florio:
"La tesi che ho sostenuto (in Le privatizzazioni come mito riformista) è che in particolare la sinistra, oltre più ovviamente la destra, abbia cercato di accreditarsi presso i gestori della finanza offrendo loro in pasto delle attività perfette per montarvi operazioni speculative, garantite dalla dinamica nel tempo dei flussi di cassa. Il caso delle autostrade è in questo senso emblematico. Il rischio imprenditoriale è nullo, la rendita garantita, gli investimenti attuati minimi e neppure rispettati, le tariffe aumentano con e più dell’inflazione, il contribuente continua a farsi carico della spesa per la rete in aree meno ricche e più a rischio (vedi autostrada Salerno-Reggio Calabria e grande viabilità interregionale), mentre un ambiente imprenditoriale come quello dei Benetton e altri sono diventati dei concessionari, con tutto quello che questo implica di rapporti con la politica. In tutti i settori privatizzati le spese di ricerca e sviluppo sono diminuite, indebolendo il potenziale tecnologico.

Un buon esempio di dove si possa arrivare nello scambio di rendite politiche e finanziarie si ha in Russia, di cui pure mi sono occupato in occasione della crisi finanziaria del 1997 (in Economists, Privatization in Russia, and the Warning of the Washington Consensus). Più recentemente mi sono occupato della dimensione europea delle liberalizzazioni e privatizzazioni (ne L’esperienza delle privatizzazioni), in particolare di elettricità, gas, telefonia, giungendo a queste conclusioni per i quindici stati dell’Unione Europea prima dell’allargamento nel 2004: (a) soprattutto per l’elettricità le privatizzazioni hanno comportato aumenti dei prezzi per i consumatori; (b) la separazione delle reti dalla gestione (vedi Terna, Snam Rete Gas, ecc.) è spesso costosa e senza chiari vantaggi per la concorrenza; (c) l’introduzione della concorrenza peraltro ha mitigato ma non rovesciato in benefici mezzi questi effetti avversi; (d) indagini ufficiali dell’UE, come quelle di Eurobarometro, mostrano che i consumatori si dichiarano più soddisfatti nei paesi che hanno adottato meno le privatizzazioni; (e) dove c’è stata più privatizzazione è aumentato il numero di famiglie in difficoltà nel pagare le bollette
."
Quadro confermato dalla Corte dei conti, in un ormai celeberrimo, quanto scarsamente ricordato, studio-rendiconto sulla questione.

Inutile dire che sulla lunga scia di evidenze lasciate da fatti come il costo pubblico delle privatizzazioni, - in termini di prezzo di collocamento dei beni e delle partecipazioni pubblici trasferiti ai privati-, o come i vantaggi personali, - in termini di status e di carriera, proiettata anche nel settore finanziario privato-, acquisiti dai pubblici funzionari che si sono occupati di determinare questo assetto, o ancora come gli effetti negativi per la collettività determinati dalla creazione di oligopoli e rendite private, non ci si sofferma troppo
Una certa "distrazione" altera la narrazione, creando un effetto di appiattimento, in cui un rubagalline diviene più visibile di una gigantesca espropriazione di beni pubblici a favore di poche ristrette mani private.

c) Sulla corruzione, poi, la distorsione nella percezione dei meccanismi e delle relative dimensioni, soffre della ormai storica bufala della quantificazione in 60 miliardi, dell'ignorare che il "lovuolel'€uropa" ha innalzato a sistema legale l'appropriazione e reindirizzo a fini sostanzialmente privati della ricchezza pubblica.
Una storia già nota che ci segnala come, nelle mitiche classifiche internazionali, la corruzione scompare laddove le oligarchie finanziarie divengano a tal punto padrone delle istituzioni ex-democratiche, da determinare la legalizzazione dell'interesse rapace dei gruppi economico-finanziari, con la simultanea scomparsa sistematica della rilevanza penale dei fatti appropriativi
Ma non la scomparsa della illegittimità costituzionale di tali fatti, beninteso, congegnati come sono in quello che può assumersi come l'attacco finale del liberismo alle Costituzioni democratiche.

Ma l'aspetto più inquietante dell'enfasi su questa accezione fortemente delimitata del castacriccacorruzione è che esso funziona come premessa logica e rafforzamento oggettivo dell'altra parte dello slogan "livoroso": quella stessa parte che, contrariamente alle intenzioni di chi sottolinea la "prima" parte, porta dritto alla accelerazione affaristica avviata sotto l'ombrello del piùeuropa
E cioè il segmento "debitopubblicospesapubblicaimproduttivabrutto".
Inutile dire che questa seconda parte dello slogan, pur avendo una diversa valenza descrittiva della crisi rispetto alla parte relativa al c.d. problema della legalità, è legata a quest'ultimo fin dall'inizio.
Ci riportiamo a Federico Caffè ed alla sua denunzia, - ai tempi, (chissà perchè tutt'ora considerati "gloriosi"), della nascita della "questione morale"-, di come l'enfasi sul "clientelismo" legato allo "assistenzialismo", presuntamente innescato dalla spesa pubblica, fosse un attacco alla democrazia pluriclasse fondata sul lavoro.
Il meccanismo è noto e l'abbiamo in molte occasioni denunciato: "il fulcro attivo dell’ordoliberismo, cioè la teoria del “vincolo esterno”, ha avuto una pretesa addirittura etica, in realtà, basata sulla manipolatoria sovra-enfatizzazione dei difetti fisiologici della democrazia"...Questo attacco, poi, si è costantemente sposato con un'ipocrita quanto vana, e assolutamente presunta, mobilitazione di facciata, quando, invece, sfugge, a tutti gli alfieri del "castacriccacorruzione", la strana omissione per cui si denunciano corruzione e clientelismo "senza mai considerare l’ipotesi che ben altri rimedi si potevano e, tutt’ora, si possono proporre, per correggere questi inconvenienti".
Capiamoci: che la crisi sia ascrivibile al debito pubblico, che questo sia aumentato a causa della eccessiva spesa pubblica, in Italia, è un'altra gigantesca bufala. E non è questa la sede nè per ripetere queste ovvie verità nè per risottolineare la tetragona ostilità dei sostenitori del "castacriccacorruzione" ad accettare la realtà, quand'anche sostenuta dalle fonti più autorevoli, dei fatti economico-politici sottostanti.

Il fatto è che la scissione tra la prima e la seconda parte del complessivo mantra livoroso è SOLO APPARENZA E FINISCE PER CREARE INEVITABILMENTE una melassa bipartisan, tea-party e ordoliberista-pseudo-progressista al tempo stesso: una sorta di ossimoro, che non funziona sul piano logico delle "evidenze", esattamente come non funzionano, se non per accelerare la distruzione economica, industriale e soprattutto sociale, della nostra Patria, LE GRANDI INTESE.

mercoledì 17 settembre 2014

L'ESTORSIONE

Documento_principale

Allora, risulta che il rapporto debito/PIL della Grecia sia andato, considerando il solo periodo che va dal 2008 al 2014, dal 105 al 175%, quello della Spagna (il grande modello cui ispirarsi) dal 36,1 al 96%; quello dell'Irlanda dal 25 (sic!) al 123%; quello del Portogallo dal 68,3 al 129%.
In questo stesso periodo, l'Irlanda ha realizzato deficit pubblici con un picco annuale del 30,6% (!) nel 2011, registrando un 7,2 per il 2014, che è anche il miglior risultato di tale periodo (partito col pressocchè pareggio di bilancio, -0,1, del 2008). 
La Grecia potremmo tralasciarla (ancora non ci dicono che è un modello da imitare, a reti unificate). 
Ma la Spagna è andata dal deficit -1,9 del 2008, all'attuale  stima di -7,1 (praticamente come l'Irlanda) per il 2014, passando per un picco del 10,6 nel 2013.
Il Portogallo, è tanto virtuoso e da imitare che al 2014 registra una stima di -4,9, dopo il -6,4 nel 2013 e passando per un  picco di -9,8 nel 2011 (dal -3,1 del 2008).

Tutto questo, per realizzare "crescite", nei casi considerati, che hanno portato il PIL della Spagna da 1441 miliardi del 2008, agli attuali...1358 (ecco la crescita: nel 2013 era stato di 1322 miliardi); il PIL del Portogallo dai 232 del 2008, agli attuali stimati 219 del 2014, essendo in "crescita" sui 212  registrati nel 2013; l'Irlanda passa dai 258 miliardi del 2008, agli attuali 219, mentre nel 2013 registrava...212 miliardi. (per capirsi, la Grecia, in trionfante "fuori pericolo", parte dai 305 miliardi del 2008, ed arriva oggi a 248, stima 2014, che le attribuisce una splendida crescita 0, sui 248 dello stesso 2013).

Si potrebbe proseguire illustrando i dati della disoccupazione, in costante aumento in tutti tali paesi, nello stesso periodo: la consolazione starebbe nel fatto che si avrebbero leggeri cali dei relativi tassi tra il 2013 e il 2014. 
Ma ovviamente non si dice della quota salari su PIL, nel frattempo stabilizzatasi, dell'incremento del numero di ore lavorate per realizzare la produzione (comunque minore del 2008), a parità di salari reali (quando va bene), in questo stesso periodo, del crescente numero di semioccupati, precari e part-time, che sfalsano la significatività del dato occupazionale (cioè lo rendono un'apparenza statistica rispetto alla reale produttività realizzata ceteris paribus a partire dal 2008).

Ora, questi dati non sono tratti da un sito di economia "critico" ma da La Repubblica, con un articolo che trovate qui. Non ho trovato le immagini dei grafici da riprodurvi e le ho riassunte dalle pagg. 10-11 dell'edizione del 15 settembre.

Titolo:Irlanda, Grecia e Spagna ormai fuori pericolo ma la cura della Troika costa 6 milioni di disoccupati.
Passaggio significativo dell'analisi
"Jyrki Katainen – numero due della commissione Ue ed enfant prodige della linea dura alla tedesca – è stato chiaro all’Ecofin di Milano: «Chi ha fatto le riforme come Madrid ha raccolto i frutti e corre più veloce degli altri». Klaus Regling, altro rigorista di vecchia data imposto da Berlino al vertice del fondo salva-Stati, è ancora più esplicito: «L’aggiustamento è stato duro e doloroso – ha ammesso –. Ma senza vivremmo in un mondo molto diverso». E i Paesi risanati dalla cura lacrime e sangue della Troika «avranno performance migliori di altre nazioni dell’area euro».
Vero? Dipende se si guarda al bicchiere mezzo pieno o a quello mezzo vuoto. Se cioè si mettono sul piatto i primi segnali positivi che, in effetti, arrivano dagli ex-Piigs o se si mette sotto la lente il costo sociale – ancora ben visibile – dell’effetto Troika. La medicina, su questo nessuno discute, è stata amarissima: Bce, Ue e Fmi hanno stanziato per Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda e Cipro qualcosa come 530 miliardi di prestiti. Chiedendo in cambio riforme strutturali e manovre finanziarie pari a circa 300 miliardi. Un elettrochoc. Che come tutte le terapie d’urto che non uccidono il paziente, ha accelerato la guarigione, rischiando però di lasciare sul corpo dei degenti cicatrici difficili da rimarginare.
Insomma, si considera acquisita la "guarigione". Con deficit pubblici come quelli sopra riportati dallo stesso articolo! Ed attribuendo la "crescita" (sostanzialmente ridicola e con PIL lontanissimi dai livelli pre-crisi) alle politiche di austerità ed alle "riforme", inevitabilmente, DEL LAVORO!!!
Domanda, semplice semplice: ma cosa sarebbe successo se questi PIGS  avessero dovuto rispettare, non dico il deficit al 3%, ma addirittura gli obiettivi intermedi in vista del pareggio di bilancio, visto che sono tutti paesi che hanno aderito festanti al fiscal compact?  
E che dire del fatto che, a giustificazione della incredibile tolleranza della Commissione-Trojka sul deficit, si registrano aumenti del debito/PIL molto più consistenti di quelli generati (dalla stessa austerità espansiva) in Italia?
Considerate che nessuno di tali paesi tra il 2012 e il 2014 poteva dirsi lontanamente vicino al tetto del 60% (tutti hanno sfondato ed incrementato il "muro" del 100%, ad eccezione della Spagna che è passata "solo" dall'oltre 80% 2012 al suddetto 96%)...
Conclusioni dell'articolo sulla "guarigione acquisita": 
"Atene ha bruciato il 25% del suo Pil dal 2008. I quattro pazienti della Troika, malgrado gli ultimi progressi, hanno visto andare in fumo in cinque anni 200 miliardi – circa il 10% – del loro prodotto interno lordo. E sul fronte dell’equilibrio dei conti, i loro bilanci scricchiolano ancora: il rapporto debito/Pil della Spagna è balzato dal 36 al 96%. Quello ellenico è ancora nella stratosfera e pure a Dublino il dato è in crescita. I grandi malati d’Europa, è vero, non sono più in sala di rianimazione. Ma prima di firmare le dimissioni dall’ospedale – con buona pace dell’euforia forse un po’ prematura del “Troika fan club” – è meglio aspettare che il quadro clinico sia un po’ più chiaro."

Non che sia da condannare in sè la cautela: ma perchè essere titubanti quando il quadro, a volerlo considerare anche solo in base a questi dati (in particolare sui differenziali di deficit pubblico rispetto all'imputata Italia), è straordinariamente chiaro?
La posta in gioco è sempre e soltanto il mercato del lavoro (merce): l'unica riforma che, da Draghi a...i vari soggetti (enfant-prodige?) della governance UEM, interessa è quella del ripristino della deflazione salariale no-limits, supposta (in tutti i sensi) panacea per arrivare alla competitività. Cioè a vivere solo sulla domanda estera, essendo quella interna una cosa brutta. E, naturalmente, affinchè si scatenino gli IDE e i profitti delle (residue) imprese esportatrici siano poi trasferiti all'estero. Mica ai popoli "guariti".

Vi dirò, questa della trojka-Commissione-BCE e Lagarde (quella che l'austerità in UEM non c'è...), si configura sostanzialmente come un'estorsione: si prospetta, con minaccia e violenza morale, un male, - l'austerità col pareggio di bilancio-, per costringere il governo-popolo minacciato a cedere sul proprio benessere (determinato, pensate un po', dalla possibilità occupazionale e da retribuzioni che consentano una"esistenza libera e dignitosa", art.36 Cost.), cioè per autoinfliggersi, con legge (o con decreto-legge) votata appunto sotto minaccia e violenza morale, un male superiore ed irreversibile.
Questo si conferma il prezzo del "rabbioso tramonto dell'euro". 
Come aveva pronosticato Winne Godley, parlando appunto dell'euro nel 1992.

martedì 16 settembre 2014

LE RADICI DEGLI ODIATORI DELL'UMANITA: IL "VINCOLO ESTERNO" CONTRO LA SOCIETA' IMPURA E CORROTTA


Orwell 1984

Questo post di Bazaar è disseminato di notizie, analisi e intuizioni. In un crescendo che culmina nella "requisitoria" finale, ci spiega la genesi stessa del concetto di vincolo esterno: non è una "cosa" italiana, only, è una categoria dello "spirito", puro ed incorrotto, della elite mercatista che, "disinteressatamente", cerca di emendare noi zotici dalla corruttibilità ed incapacità morale di cui siamo per definizione portatori.
Insomma, il vincolo esterno, intessuto di tecnocrazia "etica" che predica duro lavoro e più mercato per tutti, non ha nulla a che vedere con vili interessi materiali: è filantropiCa manifestazione di una trascendente spinta delle elites a far "progredire" la società.
Noterete che il "core" di questa visione, fin dal suo manifestarsi, è bipartisan: cioè si afferma al di là delle contrapposizioni formali che appaiono caratterizzare l'offerta partitico-elettorale. Perchè sono accomunate da questo "grande disegno" (di una "grande società"), che, al di là di piccole differenze sui diritti cosmetici, attesta la sottostante permanenza di GRANDI INTESE. 
Queste ultime possono essere dissimulate, in un'apparente contesa partitica sui diritti cosmetici (cito: tema “dell'immigrazione” ci impone di notare come quest'ultimo sia noto leitmotiv che sposta l'attenzione dell'elettorato dalla lotta tra classi per l'influenza politica - v. Kalecky - a quelle tra sottoclassi, che non ha reale impatto politico e funziona bensì da manipolatore del dissenso), oppure apertamente dichiarate
Proprio come oggi: in Italia e in €uropa.

Top Worldwide Think Tanks e l'ideologia bipartisan alla base del processo di mondializzazione.

(I) Introduzione
«La libertà non consiste nell'avere un buon padrone, ma nel non averne affatto»

Think tank: ma che sono? Ma quanti sono? Da dove arrivano? Che impatto hanno sull'opinione pubblica, sulle istituzioni e sul processo di rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini?

Un think tank, o serbatoio del pensiero, nato dal nome degli uffici dove gli strateghi discutevano i piani in tempo di guerra, consiste in un istituto di ricerca volto alla produzione di analisi strategiche di profilo politico, finalizzate alla consulenza a favore di istituzioni pubbliche o private.

Profilo politico” inteso in senso ampio, dove le ricerche sono mediamente volte a realizzare studi impattanti le scienze sociali: dalle tecnologie, alle questioni militari, dalla cultura, all'economia.

Già, l'economia.

Oikonomia, οἰκονομία...

Questi istituti possono essere sostenuti da governi, lobby o imprese, oppure si autofinanziano tramite le attività consulenziali e i lavori di ricerca. L'importante tradizione angloamericana vuole, almeno in USA e Canada, tali organizzazioni di ricerca considerate no-profit e, quindi, agevolate fiscalmente.

(II) Storia ed origini
Come antenati prototipi dei think tank, che hanno cominciato a diffondersi intorno alla seconda guerra mondiale, vengono considerati, ad esempio, l' Institute for Defence and Security Studies (RUSI), fondato nel 1831 a Londra e, sempre in Gran Bretagna la nota Fabian Society: mentre  negli USA, nel 1910, nasce la Carnegie Endowment for International Peace, chiaramente fondata da un filantropo, Andrew Carnegie, per «accelerare l'abolizione della guerra internazionale, la più ripugnante macchia sulla nostra civiltà».[1] Ma dai: il fil rouge pare sempre quello[2].

Chiaramente, da buon filantropo e pacifista, binomio aggettivale simbolo della neo-aristocrazia apolide[3], dichiarava di aver come maestro Herbert Spencer[4], «the single most famous European intellectual in the closing decades of the nineteenth century»[5].

Ma non mettiamo troppa carne al fuoco.

È nel corso del 1980 che inizia una una vera e propria proliferazione di think tank in tutto il mondo, in concomitanza con il fenomeno della globalizzazione, che potremmo definire come fase del mondialismo neoliberale filosoficamente e sociopoliticamente ispirata alla Grande Società di von Hayek: ovvero, con la fine della Guerra Fredda e l'emergere di problemi transnazionali. Infatti, due terzi di tutti i think tank che esistono oggi sono stati istituiti dopo il 1970, e più della metà sono stati istituiti a partire dal 1980[6].

Istituti di ricerca che inizialmente si trovavano localizzati quasi esclusivamente in America del nord,  Gran Bretagna ed Europa dell'est, con la globalization il processo mitotico colonizza Africa, Europa orientale, Asia centrale e Sudest asiatico, dove ci sarebbe stato “uno sforzo concertato da parte della comunità internazionale per sostenere la creazione di organizzazioni di ricerca di politica pubblica  indipendenti”... (da che?...). Una recente indagine effettuata dai think tank Foreign Policy Research Institute e Civil Societies Program sottolinea l'importanza di questo sforzo e documenta il fatto che la maggior parte dei think tank in queste regioni sono stati istituiti nel corso degli ultimi 10 anni. Attualmente ci sono più di 4.500 di queste istituzioni in tutto il mondo
La maggior parte dei think tank più affermati, con la motivazione di essere stati creati durante la guerra fredda, si concentrano su questioni internazionali, studi di sicurezza e politica estera.

(III) Istituti di ricerca d'oltreoceano: “de destra” e “de sinistra”.
Esemplificativi possono essere due recenti think tank, come il Center for American Progress, indiscutibilmente “progressista” come si evince dal nome, e la Heritage  Foundation, indiscutibilmente “conservatore”, sempre per lapalissianetà nominale.

(Gli spin doctor devono aver ben presente che “l'abito fa il monaco” come la cravatta fa il gentleman: la forma è sostanza e la sostanza è forma: sì certo, a sfogliare i rispettivi siti, uno è tipicamente “socialismo-liberal”, tutto diritti cosmetici, ecologia e distintivo, mentre nell'altro c'è solo il distintivo, probabilmente redatto da Clint Eastwood e John Wayne)

Mentre nel think tank repubblicano, come si legge dalle prime frasi dell'about, non ci sono dubbi sulla politica economica promossa: «mission is to formulate and promote conservative public policies based on the principles of free enterprise, limited government, individual freedom, traditional American values, and a strong national defense»: notare il neoliberismo dichiarato e l'antisocialismo direttamente richiamato dalla “strong national defence”; cioè, gli USA che sono considerati dagli analisti di fatto “inattaccabili” da nemici esterni, date la semplice geografia e l'incredibile potenza militare, dovrebbero avere i cittadini “terrorizzati” da eventuali aggressori quando verosimilmente la mancanza di stato sociale e la  disuguaglianza cagionano una decina di migliaia di lutti l'anno per violenza tra concittadini. Come da manuale neocon.

Estimated Global Gini Indices, 1820-2002[7]
Year Gini
1820 43.0
1850 53.2
1870 56.0
1913 61.0
1929 61.6
1950 64.0
1960 63.5
1980 65.7
2002 70.7
Source: Milanovic (2009)


Abbastanza esplicativa l'esplosione della disuguaglianza quando gli amici reagan-thatcheriani iniziano con T.I.N.A., it's time to globalization (notare la tabella 11, pag. 25, con attenzione agli USA).

La prima osservazione è che a quanto pare questi think tank “indipendenti” (...da che?) si son diffusi  al pari delle disuguaglianze sociali.

Ma torniamo a noi: quale contrapposto ideale ci riserverà un fondamentale consultant del “primo partito progressista” d'occidente?

Il Center for American Progress, nella sua mission, si dichiara come: «[...]un istituto educativo apartitico [ndt.: sarebbe interessante chiarire il senso di “apartitico” per un'organizzazione “progressista” quando esiste uno, e un solo, partito “progressista”]  e indipendente [ndt.: da che?] dedicato a migliorare la vita degli americani attraverso idee e azioni progressiste. Come progressisti, crediamo che l'America sia una terra di opportunità illimitate, dove le persone possono migliorare se stesse, i loro figli, le loro famiglie e le loro comunità attraverso l'educazione, il duro lavoro [ndt: perché, per un partito progressista, il lavoro deve essere e quindi – rimanere, se c'è - “duro”?], e la libertà di salire la scala della mobilità economico-sociale. [ndt: chiaramente godi di “mobilità” se, e solo se, ce la fai a vincere la sfida darwiniana – tramite il “duro” lavoro? - ; se non ce la fai sei benissimo libero di scivolare per terra e azzopparti per la vita: insomma, gli ammortizzatori sociali, limitando la libertà di caduta verso il basso, “non paiono una priorità per i progressisti che ci richiedono consulenze”]
Crediamo che un governo aperto ed efficace possa propugnare il bene comune sopra agli interessi particolari [ndt.: tipo gli interessi delle lobby?], sfruttare la forza della nostra diversità, e garantire i diritti e la sicurezza della sua gente [ndt: tema della sicurezza sempre ricorrente anche in the “left side”]. E crediamo che la nostra nazione debba essere sempre un faro di speranza e di forza per il resto del mondo [ndt: notare l'uso di “speranza”, “hope” in combinazione con “forza”, “strenght”: “il sogno americano” è messo in relazione al ruolo economico/militare nel globo]. I progressisti sono abbastanza idealisti da credere che il cambiamento sia possibile e sufficientemente praticabile per realizzarlo [ndt: chiaramente il progresso comporta cambiamento, deduzione tautologica: le proposizioni precedenti però, che non sembrano rilevare particolari tratti social-progressisti, vengono ricondotti al frame “de sinistra”, portando a quella logica programmatica che ispirò Tomasi da Lampedusa].
Sulla base dei risultati conseguiti da pionieri progressisti, come Teddy Roosevelt e Martin Luther King, il nostro lavoro affronta le sfide del 21 ° secolo, quali l'energia, la sicurezza nazionale [ndt: il solito tema dell'americano terrorizzato dal nemico esterno], la crescita economica e di opportunità, l'immigrazione, l'istruzione e la sanità. Sviluppiamo nuove idee politiche, critichiamo la politica che deriva da valori conservatori [ndt.: ovvio, l'antitesi di “conservatorismo” è “progressismo”: si “certifica” il frame, creando tesi e antitesi che, nell'immaginario pubblico, dovrebbe portare ad una qualche sintesi democratica e ad un nuovo “ottimo paretiano”], spingiamo i media a coprire le questioni che veramente importano [ndt.: sospetta antifrasi, a pensar male...], e modellare il dibattito nazionale. Fondata nel 2003 da John Podesta [ndt.: ovviamente potente lobbista di Chicago] per fornire una leadership a lungo termine e il sostegno al movimento progressista, il CAP è diretto da Neera Tanden e ha sede a Washington, DC [ndt.: dove ci stanno le “pubbliche hall” più famose al mondo]».

Insomma, si potrebbe già ipotizzare che, poiché non esiste nessun conflitto distributivo e, di conseguenza, nessun conflitto sociale, gli unici “conflitti” sono quelli causati da aggressioni dall'esterno: d'altronde, gli USA sono «faro di speranza e di forza per il resto del mondo».

(Mentre il tema della “sanità” può apparire a primo acchito un tema prettamente socialista, l'altrettanta evidenza data al tema “dell'immigrazione” ci impone di notare come quest'ultimo sia noto leitmotiv che sposta l'attenzione dell'elettorato dalla lotta tra classi per l'influenza politica - v. Kalecky - a quelle tra sottoclassi, che non ha reale impatto politico e funziona bensì da manipolatore del dissenso - v. Orwell, “I due minuti di odio” -, cioè puntella il sistema di gatekeeping)

La contrapposizione che si può quindi evincere, sembra proprio essere quella che abbiamo da vent'anni in Italia: diversa sensibilità sui diritti cosmetici, sui temi ecologici e su “lateralizzazioni” nominali.

(Temi assolutamente appassionanti se perde la propria squadra di baseball).

(IV) Sintesi e tentativo di ermeneutica dei principali tratti ideologici
Da due dei più importanti think tank che forniscono supporto agli spin doctor delle sinistre e delle destre delle nazioni occidentali, si apprende che la prima e più importante grande democrazia  moderna (ovvero, la cui “sovranità” dovrebbe appartenere a tutti i cittadini, indipendentemente da classe sociale, lingua, razza o religione), promuove un ordine sociale per cui “essere indipendenti” significa  proporre “tecnicamente” (la techné, πρᾶξις, è “strumentale” alla prassi politica, πρᾶξις)[8] soluzioni che non siano “condizionate dai partiti politici democraticamente eletti” (nonpartisan)  e siano indipendenti dalle istituzioni democratiche.

(Supercazzola ermeneutica: se ne deduce una visione per cui l'ethos, ἦθος, è un aspetto immanente della condizione sociale, esterno al locus dell'arbitrio umano, in quanto l'uomo è ontologicamente corruttibile e la società - somma di identici, non relazionati e inanimati individui che, essendo appunto disonesti e corrotti, sono inabili ad avere relazioni affettive ed effettive -  è intrinsecamente anch'essa corrotta e incapace di darsi – democraticamente – un ordine:  quindi l'entropia, la naturale tendenza al disordine - ovvero la condizione umana di “morte” - è l'unica etica che genera la “pace eterna”: il disordine diventa ordine. Il regno di Thanatos.

Libero il mercato di agire secondo le proprie leggi supreme, svincolandosi quindi dal nostro Art. 41 Cost., un “novus ordo seclorum” nascerà dal disordine.

«Requiem aeternam dona ei domine et lux perpetua thermodynamicae secundo principio luceat»

«Amen» 

In questa inversione causativa rispetto al comune sentire, il “mercato” è un'entità ontologica, incorruttibile indipendentemente dagli attori/agenti stessi che la compongono, dotata di leggi “naturali” – di tipo spenceriano/darwiniano – che in un'ottica evolutiva espunge, sterilizzando, l'infezione della dimensione umana: l'uomo stesso).

Mumble, mumble[9]...

Il bene della società è affidato, quindi, alle scelte dipendenti dalle lobby private: perché si sa, è il libero mercato che fa le migliori scelte per l'individuo: individuo che per antropologia o, meglio, per genoma, ha necessità di essere guidato e governato da una élite spirituale, nobile e pura, selezionata dalle leggi incorruttibili di oikonomia.

(A questa considerazione potrebbe essere interessante sottolineare il tema ricorrente della contrapposizione tra purezza e corruzione[10], strettamente correlato a nevrosi e a disturbi della personalità[11] che hanno la peculiarità dell'egosintonia e dell'adattamento alloplastico: insomma, si potrebbe individuare l'eziologia di un virulento focolaio di sociopatia politica)[12].   

Tutto ciò pare essere primario valore della società, almeno stando alle mission dei più grandi think tank degli unici due partiti politici del paese più influente al mondo...

p.s. una buona riflessione ed autocritica, per chi si propone come democratico e pluralista così come da Valori costituzionali, è provare a collocarsi come ivi suggerito.


(V) Addendum

Come ci fa notare il mitico poggiopoggiolini in I’AM A HUMANIST AGAINST THE POST-DEMOCRACY,  un esoterico Schaeuble afferma che per l'eurozona “il vero problema è l'essere umano”: quod erat demonstrandum.

Schaeuble candidamente esterna il tratto caratteristico dell'ideologia anti-socialista - e quindi anti-umana - che il problema non è la disumanità della techné al servizio di una distopica civiltà inumana: il problema è, appunto – come per inversione di causazione segnalata nella “supercazzola ermeneutica” - dell'Uomo stesso che, ontologicamente incapace di “fare la cosa giusta” posto di fronte al libero arbitrio (ovvero la possibilità di risolvere secondo coscienza una crisi, κρίσις)[13] – deve essere tecnicamente vincolato in un ordine che risponde a regole etiche “esterne”, “imparziali” e “supreme” in quanto individuate da una élite dello spirito, ad esse congeniale. Unica élite illuminata degna di occupare le parti alte dell'uomo post-democratico, quelle del logos: le ignominiose “parti basse” possono essere tranquillamente occupate dagli zotici, buoni solo di lavorare duramente e di riprodursi. Ovviamente se sono fortunati.

La nevrosi dell'Uomo.


[1]      Edmund Jan Osmanczyk and Anthony Mango, Encyclopedia of the United Nations and International Agreements. London: Routledge, 2004
[2]      «Se non fai le “riforme strutturali” si scatenano – o scateniamo, vedi tu... - una guerra sanguinosa; e ricorda: in battaglia tendono a morire quasi esclusivamente i “lavoratori”... pardon, i disoccupati...»
[3]      http://orizzonte48.blogspot.it/2014/05/la-grande-societa-pan-europeismo-per-la.html
[4]      http://orizzonte48.blogspot.it/2014/04/la-sofferenza-dei-pochi-che-decide-la.html
[5]      Thomas Eriksen and FinnNielsen, A history of anthropology (2001) p. 37
[6]      http://www.fpri.org
[7]      http://www.unicef.org/socialpolicy/files/Global_Inequality.pdf
[8]      WARNING: questa banale parentesi, è fondamentale per sottolineare che chi «mente sulla techné, anche semplicemente marginalizzandone l'importanza, mente implicitamente rispetto agli ideali che professa di perseguire.
[9]      Diego e Velo di Maya, se ci siete intervenite... e fermatemi... :-)
[10]     http://www.ascoltopsicologico.it/site/articolo.asp?id_area=27&id_rubrica=88&id_articolo=485
[11]     https://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_antisociale_di_personalit%C3%A0
[12]     In vulgaris: «poiché il malato non si riconosce tale, e tende ad avere un “locus of control esterno” - cioè “è sempre colpa degli altri” - pretende di alleviare le proprie sofferenze cambiando il mondo esterno, ovvero cambiando “gli altri”».
[13]     Vincolare un uomo e costringerlo “a fare la cosa  giusta“ tramite la sofferenza psico-fisica come quella “sociale” generata da una crisi economica, è puro distillato di ciò che G. Orwell descriveva come l'essenza del potere: la facoltà di infliggere dolore a terzi. (Con buona pace di Aldous Huxley che sosteneva fosse sufficiente “l'ipnosi delle masse”...)