domenica 29 marzo 2015

CRESCITA 2015 ALLO 0,7%, SECONDO IL DEF? IL PIANO INCLINATO DEI "SOGNI"

"Nei dodici mesi terminanti a gennaio 2015 il saldo di conto corrente è stato pari a 30,9 miliardi di euro (1,9 per cento del PIL), in forte aumento rispetto ai dodici mesi precedenti (17,7 miliardi). Il miglioramento prosegue una tendenza in atto dalla metà del 2011 ed è trainato dall’andamento del saldo delle merci, il cui surplus è stato pari a 50,2 miliardi (3,1 per cento del PIL) da 38,5 miliardi nel periodo precedente."

2. Siccome diamo per buona anche la vantaggiosità della svalutazione relativa dell'euro rispetto al dollaro, come pure - con una certa aleatorietà geo-politico-economica, che, nonostante lo Yemen, i prezzi petroliferi rimangano "freddi", intorno ai livelli attuali, (almeno della prima parte dell'anno e, probabilmente, fino a questa estate), si potrebbe tentare ottimisticamente di ragionare su un mantenimento di tale attivo dei conti con l'estero.
Ipotizzando, anzi, che esso abbia già "scontato" (essendo un dato di gennaio 2015), le difficoltà esportative legate alla ritorsione russa alle sanzioni, proviamo a supporre una cifra tonda di attivo CA 2015, assestabile al 2%; si badi, una simile cosa, naturalmente, implica la sostanziale mancanza di un'immediata reazione valutaria, nel corso del 2015, degli USA, del Giappone e dei BRICS, cioè degli importatori e concorrenti extra-UEM, su cui si può puntare per consolidare un'espansione di export a prezzi più competitivi. O quantomeno una reazione trascurabile di queste stesse aree economiche, in termini di elasticità delle esportazioni europee, e italiane soprattutto, alle variazioni di cambio "difensive" (cioè di svalutazione adeguativa mediante opportune politiche monetarie)

3. Ci rendiamo conto che tutto questo dedurre e supporre, proiettando nell'immediato futuro un fragile ceteris paribus, può essere aleatorio. 
Ma, seppure per motivi differenziati, l'interesse generale dell'economia globalizzata è quello di non scuotere la barca, cercando di non accellerare dinamiche esplosive che si annidano sui mercati finanziari; e che ovviamente riguardano i risvolti distruttivi, sul sistema industriale e, più ancora, finanziario USA, legato al settore estrattivo di petrolio e gas, divenuto una pesante incognita per l'insostenibilità degli investimenti e delle produzioni ai prezzi attuali.

Ora, questo insieme di dati aleatori, circa i drives della crescita italiana, può ritenersi grosso modo valevole rebus sic stantibus, cioè in un breve arco di tempo, che potrebbe riguardare il breve periodo, quantomeno quello che ci separa dalla divulgazione del DEF, intorno al 10 aprile 2015.

4. In relazione alle previsioni di quest'ultimo, come vedremo, avevamo già indicato quale fosse, indipendentemente dalla questione della crescita affidabile alla competitività esportativa, l'impatto della manovra di stabilità.
Ad ottobre, avevamo chiarito che la (mera) proroga "a regime" del bonus degli 80 euro (che tecnicamente è uno sgravio fiscale e non una misura di spesa pubblica),  faceva registrare un impatto espansivo pari a zero, trattandosi solo della neutralizzazione di un possibile effetto fiscale di tipo restrittivo, dovuto al venir meno di una misura di alleggerimento tributario che sarebbe rimasta una tantum (il non protrarlo avrebbe avuto l'effetto di un aggravio fiscale). 
Le ragioni sostanziali della inefficacia espansiva, registratasi con evidenza, di tale misura, erano state qui anticipate e sono confermate anche in altre analisi (utilizzazione per acquisto di beni di consumo...esteri e per pagamento di debiti nonchè tesaurizzazione per futuri aggravi fiscali attesi).

5. Aggiungiamo.
Prima della minicorrezione, - che ha portato entro i limiti della neo-flessibilità concessa dalla Commissione l'insieme delle misure contabilizzate dalla legge di stabilità-, (secondo i nostri calcoli, effettuati con l'applicazione di un "prudente" moltiplicatore fiscale di origine FMI, e che distinguevano tagli della spesa dalle misure tributarie, in sgravio ma anche in inasprimento), si poteva calcolare (par.7) l'effetto recessivo della legge di stabilità (appunto al netto della "neutralità" degli 80 euro), in 1,6 punti.
Tuttavia, pur non essendo chiaro quali siano esattamente state le misure variate (in pejus) per adeguarsi a tale flessibilità, sta di fatto che se a un deficit del 2,9 corrispondeva un impatto recessivo della legge di stabilità di circa 1,6 punti di PIL, al minor deficit di 2,65, raggiunto a seguito dell'accordo con la Commissione, dovrebbe corrispondere un impatto recessivo aggiuntivo pari a circa 0,3-0,4 punti di PIL.  
Per un totale, dunque, di 1,9-2,0 punti di consolidamento negativo del PIL, dovuti alla manovra fiscale intrapresa da questo governo per il 2015.
Ergo, ceteris paribus, sul piano degli ipotizzati ed aleatori drives della crescita (continuamente sbandierati in questi giorni), sopra elencati e "dati per buoni",  appunto attribuendo al 2015 un saldo del CAB pari proprio a 1,9-2,00 punti, la crescita 2015, dovrebbe essere proprio pari a 0 (zero).

6. E invece, senza ben comprendere quali calcoli siano stati effettuati, ci si preannunzia a gran voce che il PIL 2015 che verrà pronosticato dal prossimo def di aprile sarebbe stato ricorretto da +0,6 a +0,7, affermandosi, anzi, che sarebbe una sottostima prudenziale.

E questo sempreche, come è evidente, l'economia USA continui a "tirare" con le sue importazioni: il che presuppone un qualche rimedio alla insostenibilità distruttiva degli attuali prezzi del petrolio e la connessa mancanza di una serie di drammatiche insolvenze a catena su crediti e derivati legati a tale industria estrattiva. 
 Figure 3. Repaying loans is easy in a growing economy, but much more difficult in a shrinking economy.
E non solo: ciò presuppone anche che gli USA accettino, senza porvi rimedio, un sostanziale ridimensionamento delle proprie esportazioni core, date da settori industriali come quelli dell'aeronautica e dei macchinari "pesanti" (e ovviamente, pur nella loro, atipicità geo-politica, delle armi), specialmente verso i BRICS (nei confronti dei quali anche il dollaro si sta rivalutando).

7. Si può supporre, invece, che, a prescindere dai concreti strumenti che, a un certo punto, la politica economica USA concretamente adotterà, per ovviare ai problemi finanziari e, specialmente, occupazionali che possono derivare, in una fase così delicata della sua vita industriale, da questa situazione di indesiderato sovrapprezzamento del dollaro, il prezzo del petrolio avrà una forte ripresa nella seconda parte dell'anno.


 
Questa supposizione nasce da una semplice constatazione: quale che sia la convenienza geo-politica (in chiave, si dice, anti-russa - e magari anche anti-venezuolana- o, per altri versi, da parte dell'OPEC contro la raggiunta indipendenza energetica USA), dell'attuale calo del prezzo del petrolio, gli Stati Uniti non potranno reggere a lungo su questo crinale di rischio sistemico.

8. Ed allora, poichè c'è un TINA di buon senso, a cui nè la Yellen, nè tantomeno l'Amministrazione USA, possono sottrarsi, c'è da pensare che gli attuali drives della crescita italiana, siano, razionalmente considerati, alquanto precari e non scontabili come "certezze" nemmeno nel breve periodo dell'intero 2015.

Ma, se un'attenta considerazione dei veri effetti della politica fiscale italiana attuale - uniti alla questione jobs act (sulla cui incidenza negativa strutturale autonoma rispetto a redditi e consumi, abbiamo detto più volte)- ci porta a una realistica previsione di crescita zero per il 2015, cosa accadrebbe, in realtà, entro l'anno se ciò che è logico supporre "debba" accadere, in effetti accadrà?
Il crinale della realtà, e non dei sogni, fa inclinare l'Italia verso una nuova recessione, addensata nella seconda parte dell'anno, quantomeno: opportunamente dopo le elezioni regionali... 
E ciò anche senza la pesante attivazione entro il 2015 delle "clausole di salvaguardia" (un punto di PIL di tasse aggiuntive) previste dalla legge di stabilità.
E noterete che nel calcolo non ho fatto cenno ad effetti espansivi derivanti dal QE di Draghi: non sarebbe stato serio...(anche perchè ci costringerebbe a considerare l'ipotesi di che fine farebbero i mercati finanziari al primo accenno di insolvenza legata alla bolla che tale QE rischia di aggravare in Europa e, non ultimo, negli stessi USA...)

venerdì 27 marzo 2015

LIBERISMO E LIBERALISMO: LA LIBERTA' NON E' UN BENE IN SE' MA LA INSINDACABILE RAZIONALITA' DEL MERCATO

liberalismo_liberismo

1. Ritengo utile riprodurre, affichè non sia disperso e anzi abbia una sua sede espositiva "organica", l'approfondimento che Arturo e Bazaar hanno compiuto circa l'universo ideologico, potremmo dire la "visione del mondo", di Hayek, in quanto depositaria della radice (anzitutto) psicologica e della stessa struttura logica del pensiero liberista
E oltretutto, - cosa alquanto interessante agli italici fini-, in quanto portatrice di quella ambigua distinzione tra liberismo e presunto autonomo "liberalismo" (cfr; intervento di Arturo cit. nel finale), che tanto utile si riserva per tacitare le coscienze dei vari "liberali", assolvendoli dall'onere di comprendere, a un livello minimo attendibile, come funzioni il modello economico che si trovano, per lo più  inconsapevolmente, a propugnare (cioè ignorandone i veri effetti materiali e le reali conseguenze sociali).

2. Abbiamo visto come sia stato lo stesso Roepke a respingere l'idea (tutta "crociana" e confinata in Italia) del potersi distinguere tra liberismo e liberalismo. Come abbiamo più estesamente visto qui:
"Röpke non condivide l'idea che si possa distinguere tra liberalismo, che disegna l'ambito politico e culturale, e liberismo, che delinea i confini dell'economico.  
Né tanto meno condivide l'idea che possa resistere a lungo un sistema che non coniughi la libera economia di mercato con istituzioni politiche liberali."

Per l'appunto, la "comoda" autodefinizione come "liberale", permette di non doversi assumere l'onere di comprendere il senso scientifico-economico e l'inscindibilità del "liberismo" (dal liberalismo), evitando così la prospettiva del fronteggiare la responsabilità, morale e culturale, di tutte le varie forme di autoritarismo, anche gravi e recenti, nonchè di fallimento sociale e politico, legate al liberismo-liberalismo.
La comoda autodefinizione in questione, dunque, è una forma di autolegittimazione di ordine psicologico, spesso alimentata da un confuso (quanto appagante) idealismo circa il concetto prioritario di libertà, concetto sbandierato come sinonimo dell'agire del "mercato", senza però conoscere il senso di questo "accoppiamento" piuttosto automatico.

3. Su questo punto ci illumina subito Bazaar con questa sintesi sarcastica ma tragicamente esatta delle "conseguenze" sociopolitiche di Hayek:
"Hayek semplicemente constata che la democrazia (intesa come "ordo") è un particolare ordinamento per cui, chi non passa la legge darwiniana (non è abbastanza blatta o ratto), non viene pinochettanamente lanciato giù da un aereo, ma viene "educato" dagli strumenti di propaganda di chi - al riparo del processo democratico - confeziona l'opinione pubblica.
Quando l'élite blatera di libertà (o meglio di liberalismo), anche se solo per bocca dei suoi "intellettuali" di riferimento come il mostro di Friburgo, parla di libertà dal "processo democratico", libertà dagli interessi collettivi.

Freedom from... freedom.

Tradotto: Power of the market free from... power of the people
".

 liberismo.jpg

4. E ci siamo: perveniamo alla democrazia idraulica, espressamente teorizzata da Hayek e assunta oggi, con un indiscusso riflesso pavloviano, come concetto dominante di democrazia "conforme" alla attuale civiltà della comunicazione dell'immagine
E dunque contano i mezzi di comunicazione e formazione della pubblica opinione e, più ancora, ovviamente, il loro controllo e orientamento
Per quanto più volte citato, non è mai sufficiente ripetere questo concetto hayekiano:
«Il controllo economico non è il semplice controllo di un settore della vita umana che possa essere separato dal resto; è il controllo dei mezzi per tutti i nostri fini. E chiunque abbia il controllo dei mezzi deve anche determinare quali fini debbano essere alimentati, quali valori vadano stimati […] in breve, ciò che gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affannarsi».
(F. von Hayek da "Verso la schiavitù", 1944).
 Friedrich August von Hayek's quote #3

Così lo stesso Bazaar, ci approfondisce il quadro del fenomeno:

"La democrazia per Hayek è essenziale dunque come metodo, non come fine. 
Rifacendosi a Tocqueville, egli sottolinea infatti che la democrazia è l'unico strumento efficace per educare la maggioranza, in quanto la democrazia è soprattutto un processo di formazione dell'opinione pubblica. Il suo maggior vantaggio sta quindi non nella sua immediata capacità di scelta dei governanti, ma nel far partecipare attivamente alla formazione dell'opinione pubblica la maggior parte della popolazione, e quindi nel permettere la scelta fra una vasta gamma di individui. 
Ma, una volta accolta la democrazia all'interno del liberalismo, Hayek non si stanca di ripetere che il modo in cui il liberale concepisce il funzionamento della democrazia è del tutto peculiare. [ndr, ora vai di supercazzola!] 
L'idea, infatti, che il governo debba essere guidato dall'opinione della maggioranza ha senso solo se quell'opinione è realmente indipendente dal governo stesso, poiché l'ideale liberale di democrazia è basato sul convincimento che l'indirizzo politico che sarà seguito dal governo debba emergere da un processo spontaneo e non manipolato.  

L'ideale liberale di democrazia presuppone, quindi, l'esistenza di vaste sfere indipendenti dal controllo della maggioranza, entro le quali si formano le opinioni individuali
Questa è la ragione, dice Hayek, per cui la causa della democrazia e la causa della libertà di parola e di stampa sono inseparabili. Da ciò discende che l'idea ultrademocratica che gli sforzi di tutti debbano essere guidati incondizionatamente dall'opinione della maggioranza o che la società sia tanto migliore quanto più si conforma ai principi comunemente accettati dalla maggioranza, è un vero e proprio capovolgimento del principio attraverso il quale si è sviluppata la civiltà (Enciclopedia del Novecento, 3° vol., 1978, p. 990)".

5. Si può dire (risposta a Bazaar) che "...questa è la versione per cui processo elettorale e opinione pubblica sono due cose distinte, o meglio, il controllo esercitato sulla seconda costituisce la pre-condizione di ammissibilità del primo.
Coloro che soprassiedono saldamente alla conformazione dell'opinione pubblica, però, devono inderogabilmente essere espressione di quella Tradizione, (per la verità molto recente...), che estrinseca e autentica ciò che può legittimamente costituire la Legge, ma avendo la sua origine nel mondo pre-istituzionale e superiore al processo elettorale
Questa predeterminazione a priori della Legge, da parte di una oligarchia insita nell'ordine naturale delle cose, fa in modo che la "legislazione" (cioè il prodotto istituzionale dei governi-parlamenti designati elettoralmente) sia sempre perfettamente conforme alla Legge a gli interessi della stessa oligarchia "naturale".

Questo processo di affermazione ininterrotto della Legge, implica un circuito che definiremmo costituzionale-materiale: i produttori-proprietari, cioè gli operatori economici, titolari degli interessi (unici) che incarnano la Legge, e gli operatori culturali (accademia, giornalisti, esponenti della letteratura e dell'arte) che la esplicitano, e la rendono adeguata agli svolgimenti storico-politici, nel formare l'opinione pubblica
."

6. Il sottinteso (cioè, tale da non dover essere manifestato espressamente ai soggetti che lo subiscono) presupposto elitario di esercizio del potere politico-istituzionale, come appare evidente, rende il processo elettorale (solo) un metodo di rafforzamento del potere di condizionamento dell'opinione pubblica. Cioè l'esito del processo elettorale deve essere costantemente una sua mera conseguenza.
Al punto che permette di elaborare un ulteriore camuffamento della vera titolarità del potere supremo di decisione politica: il concetto di mercato, impersonale e svincolato dall'individuazione di una qualsiasi categoria sociale di essere umani.
L'oligarchia-elite, detentrice del potere di fissare la Legge al di sopra di ogni istituzione sociale (elettiva o meno che sia), trasforma in una meta-necessità incontestabile (come le trasformazioni climatiche o gli eventi meteorologici o terremoti e cicloni), il "governo dei mercati"

Friedrich August von Hayek quote #7

7. Questo legame tra "libertà", Legge e "ordine del mercato", nell'ambito del liberismo, (che poi è il liberalismo: come abbiamo visto, inutile distinguerli ai fini fenomenologici), ci viene ben illustrato da Arturo:
"L'autonomia (dell'opinione pubblica dal governo, in quanto espressione della "tirannica" maggioranza, ndr.) che intende difendere Hayek non va intesa come un spazio "processuale" democratico nell'ambito del quale possono essere elaborate le più diverse soluzioni e proposte politiche. 
Tale autonomia risulta meritevole di difesa solo in quanto il nostro ritiene che certi gruppi, che naturalmente si premura di individuare lui, siano depositari di una propensione al mantenimento dell'ordine spontaneo fondato su regole di pura condotta: una sorta di Volksgeist liberista, che dev'essere preservato dall'influenza culturale "costruttivista" (cioè dai processi normativi e di intervento pubblico, oggi, basati sulle Costituzioni democratiche, ndr.).
Ripeto però che questo comporta una nettissima clausola limitativa, in quanto l'ordine del mercato non può essere né progettato né discusso razionalmente, perché è esso stesso a produrre la ragione, salvo che questa decida "abusivamente" di allontanarsene. 
Ovvero l'autonomia di cui parla Hayek rappresenta semplicemente l'insieme delle strategie sociali e politiche (la famosa "demarchia") con cui intende portare avanti la sua agenda politica.
 
Di cui la denazionalizzazione della moneta è un elemento fondamentale, a cui una federazione europea interstatale può, nella sua stessa interpretazione (The Economic Conditions of Interstate Federalism), assolvere egregiamente. 
D'altra parte gli stessi libertari italiani erano, fino a non tanto tempo fa, disponibilissimi nei confronti dell'euro proprio per i suoi effetti di smantellamento dello stato sociale (vedi più estesamente De Soto, con ricche citazioni di Hayek e Mises); ora, con altrettanto pragmatismo (tira una certa arietta...), lo (ri)mandano "...al diavolo".

8. E dopo questa anamnesi, impietosa, ma nondimeno (almeno ai miei occhi) ben capace di fare chiarezza sul vero senso politico di tutto lo spaghetti-strepitio su "libertà&(convenienza delle) elites economiche", lo stesso Arturo ci propone  una diagnosi che prefigura una parte della terapia:
"Una delle (tante) obiezioni che è stata rivolta ad Hayek è l'implausibilità sul piano storico-sociologico della qualifica di "spontaneo" all'ordine del mercato. Perché mai sarebbero spontanei l'imposizione delle norme del code civil in materia di rapporti di lavoro o il regime di proprietà realizzato dalle enclosures, ma non forme di controllo pubblico del credito? 
Ovvero come si fa a separare storicamente "costruttivismo" e "spontaneità", pubblico e privato, se non sapendo già fin dall'inizio che cosa si intende trovare?
E' interessante notare che questa obiezione è stata formulata sia da difensori della democrazia interventista sia da suoi acerrimi nemici, come Rothbard, che riteneva appunto storicamente implausibile, e quindi politicamente debole, il criterio proposto da Hayek
."

 Friedrich August von Hayek 002

9. Sempre da Arturo, cercando di selezionare tra le cose, sempre significative, che ci propone, possiamo infine meglio comprendere, ormai, alcune conclusioni riassuntive dell'intero quadro finora tratteggiato:
"...Hayek, poverino, ci aveva anche provato a contrapporsi alle teorie keynesiane negli anni Trenta: il risultato fu che si coprì di ridicolo (c'è un celebre passo della biografia di Ebenstein che è molto divertente) e perse alcuni dei suoi più brillanti allievi, come Lerner e Kaldor...
Dopodiché, da quell'intellettuale tout politicien che è, fu molto cauto a calibrare i suoi attacchi, paludandoli con un armamentario filosofico che gli consentiva la libertà di manovra di cui aveva bisogno (la lettura in sequenza delle sue successive prefazioni alla Via verso la schiavitù è veramente illuminante a questo proposito). 
Fu purtroppo molto efficace sul piano politico-ideologico ed è per questo che qui ce ne occupiamo, mentre i veri e propri anarco capitalisti - con tutto il rispetto - almeno in Italia si possono tranquillamente ignorare (se non per le munizioni che possono fornire contro gli stessi Hayek e co.).

In ogni caso, su quelli che erano i suoi obiettivi ultimi, credo sia molto istruttiva la lettura di questo articolo di Corey Robin
"The distinction that Hayek draws between mass and elite has not received much attention from his critics or his defenders, bewildered or beguiled as they are by his repeated invocations of liberty.
Yet a careful reading of Hayek’s argument reveals that liberty for him is neither the highest good nor an intrinsic good. It is a contingent and instrumental good (a consequence of our ignorance and the condition of our progress), the purpose of which is to make possible the emergence of a heroic legislator of value." 
Il che consente di chiarire ulteriormente, casomai ce ne fosse bisogno, il significato e il valore che Hayek poteva attribuire all'indipendenza dei più."

Traduco il brano citato in inglese per la miglior comprensione di tutti, dato che l'intuizione di Corey Robin ci pare particolarmente attagliarsi per spiegare l'ostinato equivoco su "libertà&libertari" che accompagna l'impoverito e riduzionistico dibattito politico dell'odierna Italietta, filo-europea senza aver neppure imparato a riconoscerne, veramente, le ricadute e i costi (economici e democratici):
"La distinzione che Hayek istituisce tra massa e elite non ha ricevuto una grande attenzione dai suoi critici e dai suoi (stessi) sostenitori, sconcertati o sedotti dal suo continuo invocare la libertà.
Tuttavia un'attenta lettura del ragionamento di Hayek rivela che per lui la libertà non è nè il bene supremo nè un bene in sè. E' un bene contingente e strumentale (una conseguenza della nostra ignoranza e la condizione del nostro progresso), il cui fine ultimo è rendere possibile l'emergere di un legislatore eroico del "valore". Cioè l'ordine del mercato, fondamento della stessa razionalità che, apparentemente impersonale, è invece, molto personalisticamente, quella della convenienza della elite...

giovedì 26 marzo 2015

L'EURODISTRUZIONE CREATRICE: IL "CONSOLIDAMENTO" PRIVATIZZATO DELL'INDUSTRIA NAZIONALE DELLA DIFESA.




1. Rammentate, tratto dal monumentale studio di Riccardo Seremedi intitolato "Fortezza Europa...", il famoso  studio della TNO “Sviluppo di una base tecnologica e industriale della Difesa europea”- finanziato dalla Commissione Europea  , quello che terminava con l'enunciazione di questa "linea strategica" nelle euro-politiche della difesa? 
“Se i cittadini sono scettici sulle operazioni di difesa, i bilanci sono destinati a contrarsi e il reclutamento di risorse umane diventerà più difficile. Comunque è chiaro che un nuovo attacco terroristico influenzerà fortemente l'approvazione dell'opinione pubblica per operazioni di sicurezza e difesa”.
In questo post collegheremo questo "inquietante" enunciato programmatico della policy europea con il concetto di "aggiustamento al cambiamento" (c.d. "distruzione creativa") che si connette, secondo l'affermazione di Schumpeter contraria all'intervento statale nella correzione delle fasi recessive, alla vera soluzione delle crisi economiche.

2. Ebbene, lo studio sopra citato, costituisce la fase istruttoria, guidata dalla Commissione, di una svolta nelle politiche europee della difesa che parte, nella sua fase attuale, dalla Comunicazione n.°764 del 05-12-2007 “ Una strategia per un' industria della Difesa europea più forte e competitiva”.   
Con questa prima raccomandazione, la Commissione Europea enuclea gli aspetti principali legati all'industria delle armi: vengono elencate tutte le "mancanze" delle politiche nazionali, ree di non favorire un libero accesso a capitali e partnership esterne, creando “distorsioni e ridondanze” che non consentono al “mercato” di essere “efficiente” e di allocare le risorse disponibili nella maniera più soddisfacente.
Emanate, in base a detta Comunicazione, varie direttive UE (c.d. Defense Package) per favorire investimenti, scambio di prodotti intra-UE e appalti nel settore della armi,  si arriva ad un'ulteriore fondamentale Comunicazione: la n°542 del 24 luglio 2013 “Verso un settore della Difesa e della Sicurezza più competitivo ed efficiente".
Con questa Comunicazione, (dopo il già visto, e più "commerciale" e meramente "incentivante" "Defense Package",  la Commissione Europea introduce il concetto di EDIP (European Defence Industrial Policy). E' oltremodo opportuno fornire un riassunto di questo documento per capire lo sviluppo futuro degli avvenimenti che – rebus sic stantibus – sarà assai preoccupante per l'Europa, soprattutto per l'Italia: la Comunicazione si avvale anche di una relazione accompagnatoria redatta dal Working Staff  della Commissione Europea, che illustra lo scenario continentale.

3. Non ripeterò integralmente i vasti - e eloquentemente significativi- contenuti di questo insieme di documenti "fondativi" della European Defence Industrial Policy: maggiori dettagli, (anche sulle implicazioni per i nostri futuri conti commerciali con l'estero) li trovate qui , qui e qui.
Quello che è, in questa sede, importante, è focalizzare su un paio di "linee direttive" enunciate nell'ambito di tale Comunicazione n.542/2013, perchè ci fanno capire come non si tratti di vuote parole, come quelle sulla ripresa nell'ambito UEM, annunciata ogni "tot" mesi come fatto ineluttabile e mai realizzatasi: 
I) viene esaltata la Difesa quale industria creatrice di sviluppo e lavoro, con un giro d'affari di 96 miliardi di euro nel 2012, fornendo migliaia di posti di lavoro altamente specializzati (circa 400.000 persone), con un effetto moltiplicatore tra 2.2 e 2.4 che genera altri 960.000 lavori indiretti.
Nel paragrafo 2.3 (pag. 8) si cominciano a intravedere i prodromi di future criticità occupazionali, alla faccia di tutti i paroloni su crescita e lavoro; il succo del discorso è che in Europa si spende troppo per il personale e troppo poco in equipaggiamenti sofisticati. Questo incide sul versante degli auspicati "tagli" del personale pubblico della Difesa.
Per il personale dell'industria privata del settore (di produzione delle armi, ovviamente), invece, oltre agli investimenti addizionali, preferibilmente a carico dei rispettivi Stati, cioè in sostanza mediante un sistema di incentivazione di ricerca e sviluppo a carico della spesa pubblica,  la Commissione incoraggerà gli Stati membri a far uso della flessibilità del lavoro per supportare le imprese che soffrono di temporanee crisi nella domanda e promuovere un anticipato approccio alla ristrutturazione;
II) ergo viene prefigurata questa "ristrutturazione", potenziatrice, in premessa, della Difesa europea, sotto l'egida dei desiderata della Nato e rivolta al pericolo terroristico, visto in apertura di post, nonchè, inevitabilmente, contro l'incombente e terrificante  Russian belligerence che minerebbe la sicurezza dei nuovi membri della NATO - tutti gli ex-appartenenti al defunto Patto di Varsavia : Polonia, Bulgaria, Romania ecc. - e la paura di un Iran dotato di armi nucleari.
E la ristrutturazione assume il nome di CONSOLIDAMENTO: in quest'ottica, gli ostacoli da superare vengono individuati nelle residue sacche di sovranità nazionale che ancora esistono in ambito militare, considerando pregiudizievole la preferenza degli Stati per i produttori nazionali, anziché verso gli altri fornitori europei e, soprattutto la proprietà statale che è strettamente legata alle restrizioni in materia di fusioni e acquisizioni, partecipazioni da parte di investitori stranieri e altre forme di  investimento estero (pag 22; si apprende, peraltro, che la maggior parte degli investimenti in nuovo equipaggiamento e in programmi militari di Ricerca e Sviluppo, sono legati a importanti progetti promossi dagli Stati nei decenni precedenti). 
Insomma, la ristrutturazione, come ogni forza di distruzione creatrice che si rispetti, deve portare proprio alla PRIVATIZZAZIONE, affinchè siano rimossi gli ostacoli che incontrano gli Stati ad effettuare fusioni e acquisizioni; e, ovviamente, a consentire la partecipazione di investitori stranieri e "altre forme di investimento estero".
4. Riassumiamo
a) nel settore della Difesa, lo Stato deve assumere a proprio carico, mediante la spesa pubblica, gli investimenti in ricerca e sviluppo, perchè in questo campo i privati non possono raggiungere, entro il medio periodo, i ritorni-livello di profitti, convenienti in termini operativi. La spesa pubblica va però tagliata laddove "improduttiva" cioè sul personale della Difesa che è, naturalmente "troppo". 
b) La proprietà statale dell'industria è (ovviamente) di ostacolo alla crescita dimensionale del settore della Difesa Europea verso gli auspicati (dalla NATO) livelli di...spesa pubblica, - in armamenti "tecnologicamente avanzati", piuttosto che in personale- che consentano di combattere il terrorismo e l'aggressività russa (sic).
c) Ergo, è auspicabile la previa privatizzazione delle industrie pubbliche nazionali della difesa affinchè possano formarsi gruppi multinazionali di grandi dimensioni per vendere armi agli Stati che...hanno venduto tali industrie. Tuttavia, gli stessi Stati, dovranno consentire una forte flessibilità del lavoro specificamente nel settore, rinunciando con ciò sicuramente ai precedenti livelli di occupazione, anche considerando i tagli al personale pubblico della Difesa che si devono accompagnare a ciò; 
d) ma non è finita: prima di privatizzare, occorre "ristrutturare", in modo che la (s)vendita agli investitori - esteri, preferibilmente- dell'industria pubblica della difesa (non più "nazionale", ma europea, antiterrostica e anti-russa), sia realmente conveniente per gli stessi investitori privati. Ergo: i gruppi pubblici devono risanare i bilanci e possibilmente rafforzare, con immediata spesa pubblica, i programmi di ricerca e viluppo da passare, come know-how e brevetti- ai futuri acquirenti "multinazionali" (che venderanno le armi agli stessi Stati cedenti il proprio rispettivo ex-settore "strategico").
Questo quadretto, insomma, considerato che è il frutto di un processo che si avvìa nel 2007 (anno fatidico per configurare una "distruzione creativa" in UE), come abbiamo visto e che "grida" alla ripresa nella sua accelerazione del 2013, è un perfetto - e forse il principale- esempio della teoria di Schumpeter che le crisi non sono fatti negativi in sè, ma occasioni di aggiustamenti adattativi al cambiamento, che non dovrebbero in alcun modo essere ostacolati da interventi anticlici dello Stato tesi a ripristinare il livello della domanda e dell'occupazione.
5. E l'aggiustamento così programmato non pare affatto rimasto sulla carta, ma, in piena attuazione, veleggia sicuro verso il suo effetto di DISTRUZIONE CREATIVA: cioè "creativa" di un assetto più efficiente nell'allocazione delle risorse, cioè il "meraviglioso mondo di von Hayek", con Stati assottigliati, lavoro super-flessibile, inflazione "non pervenuta" e un "ordine internazionale dei mercati" a guidare, col suo interesse industriale e finanziario, la più importante e delicata delle decisioni politiche degli Stati, cioè l'intraprendere l'azione bellica.
Capirete come, cosciente di queste dinamiche sia leggermente sobbalzato sulla sedia quando ho letto questo trafiletto su Dagospia:
La decisione è presa: l’americana Drs sarà venduta da Finmeccanica al miglior offerente. La costosa acquisizione dell’era Guarguaglini (5 miliardi di dollari e 3 di perdite) è destinata a finire in soffitta. Mauro Moretti, gran capo di Finmeccanica, ha affidato il dossier alle banche d’affari, che stanno valutando prezzo e modalità di vendita.



La scelta si inserisce con una certa coerenza nel piano che Moretti sta perseguendo: avere un gruppo più solido e compatto, con meno debiti e tutto focalizzato su armi ed elicotteri. Così, dopo la vendita a Hitachi di Ansaldo Breda e Ansaldo Sts, adesso tocca al colosso della difesa americano, boccone troppo indigesto per piazza Montegrappa.
La nuova Finmeccanica che nascerà da queste cessioni nei piani di Moretti dovrebbe essere in grado di dire la sua, e contare, al gran ballo del consolidamento (ndr: curiosamente, si dice proprio "consolidamento", termine utilizzato dalla comunicazione n.542/2013che aspetta l’industria della difesa europea. Quanto a Moretti, per se stesso il manager vede sempre la strada di qualche ministero. E non è un mistero che avrebbe preso volentieri il posto di Maurizio Lupi alle Infrastrutture."

Ora, il gran ballo del CONSOLIDAMENTO, previa, come vediamo confermato, RISTRUTTURAZIONE, dovrebbe consistere in fusioni, incorporazioni effettuate con la partecipazione di INVESTITORI ESTERI.
La domanda è: QUANDO MAI L'ITALIA E' RIUSCITA AD EVITARE LA PREVIA PRIVATIZZAZIONE DI INDUSTRIE STRATEGICHE CHE VEDONO QUESTE "OPPORTUNITA'" E A CONSERVARE IL CONTROLLO PUBBLICO A SE' FAVOREVOLE, IN FRAGENTI DEL GENERE?
Lo scopriremo presto: vedendo come la ristrutturata (sul core produttivo della Difesa) Finmeccanica conserverà, nei prossimi mesi, una partecipazione di controllo dello Stato e quale sarà poi l'esito, sempre in termini di controllo, delle fusioni e acquisizioni prossime venture (non potendosi dimenticare il caso "Hitachi"...).
 

martedì 24 marzo 2015

LA CRISI COME (SANO) "AGGIUSTAMENTO AL CAMBIAMENTO" E LE ORIGINI DEL PAREGGIO STRUTTURALE DI BILANCIO

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1. Qual'è l'origine del concetto di pareggio strutturale del pubblico bilancio su cui oggi si impernia la politica economica che la commissione UE impone, senza particolari adattamenti, ai paesi aderenti all'Unione monetaria?
Non sorprendentemente, tale concetto di politica fiscale è tratto dalle teorie, che si svilupparono durante la Grande Depressione seguita alla crisi del '29 negli USA, come reazione "liberista" alle politiche espansive, cioè in c.d. deficit spending, predicate sia dagli economisti variamente connessi all'Amministrazione Roosevelt sia, successivamente, definite come keynesiane.
Per trovare un'interessante rassegna de "The Depression-Era Case Against Expansionary Policies" suggeriamo la lettura di questo paper.
Teniamo conto della circostanza che, - proprio perchè la convinzione assoluta e persistente era quella che lo Stato dovesse agire come una famiglia e, quindi, non indebitarsi in alcuna circostanza e, semmai, risparmiare, cioè realizzare un surplus di pubblico bilancio al di fuori della condizione di "guerra"-, negli anni immediatamente anteriori alla crisi del '29, e fino allo stesso anno, il bilancio federale USA era in attivo.

Dai grafici che seguono, noterete anche come fino all'inizio del 1930 questo attivo sia stato mantenuto. Si può vedere come un sostanziale pareggio di pubblico bilancio (dopo una serie di deficit) fosse stato ripristinato intorno al 1936, allorchè, appunto, si è verificato il c.d. double dip, cioè la ricaduta in una fase recessiva del PIL USA negli anni 1937-38.







2. Una lezione per i seguaci delle teorie neo-classiche dell'equilibrio marshalliano? Niente affatto.
Hoover, presidente fino al 1932 e primo "gestore" della Grande Recessione, riteneva che una politica fiscale espansiva fosse da evitare per quanto possibile. 
Nel dicembre 1931 indirizza alla Nazione questo messaggio, le cui parole rieccheggiano "stranamente" (e, se volete, clamorosamente) le identiche frasi e formule utilizzate, poi, dai tecnocrati e dai governanti €uropei negli attuali frangenti di crisi economica dell'area euro:
"Il nostro primo passo verso la ripresa è di ristabilire la fiducia e ripristinare così il flusso del credito che è la base della nostra vita economica.

Il primo requisito della fiducia e della ripresa economica è la stabilità finanziaria del governo degli Stati Uniti.
Anche con un'accresciuta tassazione, lo Stato non oltrepasserà il limite assoluto di sicurezza della sua capacità di indebitarsi, nei limiti della spesa per la quale avviamo già preso impegno...Andare oltre questi limiti...distruggerà la fiducia, depriverà il commercio e l'industria, metterà in pericolo il sistema finanziario, e, in effetti, amplierà la disoccupazione e la depressione dell'agricoltura piuttosto che attenuarla."

3. Anche dopo l'arrivo di Roosevelt e il concepimento in varie - e, per il vero, notoriamente ondivaghe-, forme di intervento pubblico, la resistenza degli economisti e dei politici "neo-classici" al deficit spending non fu mai veramente abbandonata, tanto che solo i bruti risultati, fallimentari, dei vari tentativi di ristabilire un bilancio dello Stato in (almeno tendenziale) pareggio - appunto come in un famiglia- condussero al livello di pubblico intervento accresciuto che, lentamente, risolse la situazione e proprio con il verificarsi della massiccia spesa pubblica legata alla seconda guerra mondiale.
In tale direzione riportiamo un'eloquente opinione di Schumpeter, che esprime una convinzione tanto dura a morire da rimanere intatta, in tutta la sua potenzialità, nello stesso dopoguerra (laddove il deficit, come si vede dai grafici soprastanti, scomparve per alcuni anni dell'immediato post conflitto, ma, in verità, per la diminuzione improvvisa dell'economia di sovraproduzione "bellica", ovviamente finanziata dalla spesa pubblica). 
Ecco il lapidario pensiero di Schumpeter, che riporta come vi fosse un pregiudizio avverso "le politiche di stimolo fiscale come rimedio alla recessione, in quanto in sè, erano atte a produrre problemi aggiuntivi nel futuro...
Ciò in quanto le Depressioni non sono semplicemente dei "mali", che dovremmo tentare di sopprimere, ma...forme di qualcosa che si rende necessario ("which has to be done"), cioè degli aggiustamenti al cambiamento...e la maggior parte di ciò che sarebbe efficace nel porre rimedio ad una depressione, sarebbe egualmente efficace nell'impedire tali (benefici) aggiustamenti".

4. In questa cornice si spiega come, nello stesso immediato dopoguerra, si fosse subito riorganizzata la pressione verso l'abbandono delle politiche di deficit spending. Un gruppo di uomini d'affari "liberali" (whar else?) si organizzò (cfr; Galbraith "Storia dell'economia", pag.280) in un "Committee for Economic Development", il cui scopo era studiare come si potesse diminuire la disoccupazione e aumentare la produttività una volta tornata la pace. 
Tra i componenti del Committee, un ex-professore (di non grande popolarità accademica), poi divenuto executive di una catena di grandi magazzini, Beardsley Ruml, escogitò la formula del "pareggio strutturale di bilancio". 
Il concetto è che il finanziamento della spesa pubblica in disavanzo fosse una prova di irresponsabilità e che, dunque, il bilancio federale dovesse essere in balance - "pareggio".
Pur rifiutando espressamente di tributare un qualsiasi riconoscimento alle teorie keynesiane, nondimeno, Ruml concesse che il pareggio in equilibrio corrispondesse alla situazione di "piena occupazione", ammettendosi dunque delle deviazioni, cioè un bilancio in situazione di deficit, durante i periodi di maggior disoccupazione e per il tempo strettamente necessario a ripristinare il tasso di piena occupazione. 
Si tratta, a ben vedere, praticamente della stessa formula utilizzata nel "nuovo" art.81 (al secondo comma) della Costituzione!

5. Per farla breve, ecco come, oggi, in perfetta "Restoration" di questa ideologia economica, aggiornata e riproposta in totale avversione e "damnatio" delle politiche anticliche keynesiane, si giunge al fiscal compact ed alle formule odierne di pareggio strutturale.
Quest'ultimo viene così legato a un livello "indicizzato" di occupazione "piena", ritenuto funzionale e strettamente corrispondente al livello di inflazione desiderato, il cui target "ideale", com'è noto, viene posto al 2%: tale livello di disoccupazione, per l'Italia, è un tasso del 10,5%. 
Esso, peraltro, nel quadro del fiscal compact (art.3) dovrebbe corrispondere a un deficit al livello minimo inferiore dello 0,5%.
Ergo, il pareggio "strutturale", (con una serie di formule matematiche), viene considerato compatibile con un certo deficit ("l'obiettivo di medio termine" verso il pareggio) laddove la disoccupazione sia superiore a tale livello di disoccupazione (inflattivamente) "sana"
Ad es; l'Italia, in ciclo negativo (cioè di recessione a partire dal 2011 e ininterrottamente fino ad...oggi, Istat permettendo- v.par.14), può avere un deficit superiore allo 0,5, in quanto si registra un ciclo economico negativo con una disoccupazione intorno al 13% (poi si può vedere di quanti decimali aumenti o diminuisca; sempreche ciò abbia veramente un senso in termini di effettiva ripresa del prodotto interno....).

6. Ovviamente, per le regole del fiscal compact, questo deficit strutturale di medio termine dovrebbe, oggi, essere comunque inferiore a quello attualmente registrato dall'Italia; esso quindi "devia" dall'obiettivo legal€ di medio termine...confermando così che la ripresa responsabile e basata sulla fiducia, e cioè sulla austerità fiscale e il pareggio di bilancio, non si verifica affatto... 

La legge di Okun spiega in che termini sta il rapporto tra disoccupazione e PIL. 
In particolare la legge stabilisce che è necessaria una crescita (nominale) del PIL del 2.7%, affinché il tasso di disoccupazione rimanga stabile (invariato). 
Invece, per ridurre il tasso di disoccupazione dell’1%, occorre aumentare del 2% il tasso "reale" di crescita del PIL (la c.d. regola del 2 a 1).
Questo tanto per capire come, per ottenere un livello di crescita che consenta di ridurre di circa 3 punti la disoccupazione (preferibilmente creando occupazione effettiva e non "apparente"), ed avuto riguardo al moltiplicatore della spesa pubblica, il deficit dovrebbe - teoricamente- essere aumentato in un anno di circa 4 punti di PIL, da impiegare in spesa pubblica (anche considerando che l'inflazione attuale è negativa e, comunque, molto prossima allo zero).
In sostanza, per non far aumentare la disoccupazione (effettiva) occorre circa un punto di PIL di aumento della spesa e, per farla diminuire fino a un presumibile livello intorno al 10%, occorrerebbero altri 3 punti di deficit. E non di sgravi fiscali (che hanno un moltiplicatore dimezzato, sicchè tali incrementi di deficit dovrebbero essere raddoppiati).

8. Ma, dovendosi avere un deficit di circa 7 punti di PIL (cioè i 3 attuali più i quattro correttivi della disoccupazione), essendo noi vincolati in un'area valutaria imperfetta, cioè priva di strumenti fiscali "federali" di correzione degli squilibri commerciali, questo stesso incremento non gioverebbe, con affidabile certezza, ad una crescita corrispondente del livello necessario, cioè in grado di ridurre la disoccupazione (vi osterebbe il peggioramento delle partite correnti e la flessione corrispondente del PIL).
Occorrerebbe avere un cambio flessibile e, anche, un sistema industriale ancora efficiente.
Ma questo è un altro discorso (peraltro già svolto varie volte).