venerdì 24 giugno 2016

KEEP CALM: IT'S JUST A (BREXIT) DELIRIUM

http://3.bp.blogspot.com/-2t2O8kjdHd0/T5GEoBuvsgI/AAAAAAAAFBM/3_XOnCya-HU/s1600/theylive3.jpghttp://www.birraingross.it/wp-content/uploads/2013/08/delirium-nocturnum-logo.jpg
1. Oggi il discorso è incandescente: come cercherò di dire, nel mio piccolissimo, è OVVISSIMAMENTE prematuro abbandonarsi a facili entusiasmi.
Nel frattempo, è giusto dare spazio (come faremo tra un po') ad alcune "puntualizzazioni" che altro non sono che dimostrazioni di "tracce di vita" intelligente e di memoria storica non alterata dall'esigenza di dare un flusso continuo e inesorabile alla propaganda orwelliana, che intende continuare a governare l'€uropa (e il mondo), A QUALSIASI COSTO.  
E quando dico a qualsiasi costo, intendo che un potere così grande, quasi senza precedenti nella storia dell'umanità, non appena messo alle strette, tenderà a dimostrarsi capace di qualunque cosa. Basterà rammentare queste parole del padre-maestro di "tutto questo", (almeno sul piano della prassi politica), cioè di colui che meglio incarna l'etica di ESSI:
von Hayek: “È evidente che le dittature pongono gravi pericoli. Ma una dittatura può limitare se stessa (se puede autolimitar), e se autolimitata  può essere più liberale nelle sue politiche di un'assemblea democratica che non conosce limiti. Devo ammettere che non è molto probabile che questo avvenga, ma anche così, in un dato momento, potrebbe essere l'unica speranza. Non una speranza sicura perché dipenderà sempre dalla buona volontà di una persona e ci si può fidare di ben poche persone. Ma se è l'unica possibilità in un dato momento, può essere la migliore soluzione nonostante tutto. Ma solo se il governo dittatoriale conduce chiaramente ad una democrazia limitata.”
Nella stessa intervista, von Hayek affermava anche: 
 “La democrazia ha un compito che io chiamo ‘igienico’ per il fatto che assicura che le procedure siano condotte  in un modo, appunto, idraulico-sanitario. Non è un fine in sé. Si tratta di una norma procedurale il cui scopo è quello di promuovere la libertà. Ma non può assolutamente essere messo allo stesso livello della libertà. La libertà necessita di democrazia, ma preferirei temporaneamente sacrificare, ripeto temporaneamente, la democrazia, prima di dover stare senza libertà, anche se temporaneamente .”
2. Quanto al metodo di "variazione" dallo stato della democrazia idraulica (che mai, per ESSI, è un fine in sè) alla dittatura intesa come "unica speranza" (cioè TINA!), rammentiamo che viene normalmente utilizzato "lo stato di eccezione" - dei mercati, per il terrorismo, per l'ordine pubblico da restaurare nei confronti delle "inammissibili" rivendicazioni di piazza di popoli altrimenti resi "muti"-, tanto più probabile quanto più indica, nella situazione istituzionale attuale di denazionalizzazione delle pubbliche istituzioni, l'autentico detentore della sovranità.
Una volta ridislocata la sovranità, per mezzo di trattati che istituiscono organizzazioni economiche sovranazionali, gli strumenti per indurre lo stato di eccezione sono, dunque, molteplici e convergenti. E, ormai, tutto questo non dovrebbe sorprenderci.

3. Ma, fatta questa premessa, che è il punto di riferimento, nell'esperienza storica, per definire le "aspettative" che possiamo nutrire con empirica e ragionevole cautela, se non altro al fine di vigilare sulla preziosa democrazia consegnataci dalla nostra Costituzione, lascio spazio ad una selezione (esemplificativa) di "puntualizzazioni":







4. Infine, ci pare anche opportuno, per completare il quadro in cui ci troviamo proiettati, fare un richiamo ad un'analisi generale che non dovrebbe mai essere dimenticata (perché costò la vita a chi, con lucida esattezza, ebbe il coraggio di portarla avanti):
Rosa Luxemburg, "Fogni pacifisti", 1911 [!!!]
Solo coloro che credono nell’attenuazione e mitigazione degli antagonismi di classe, e nella possibilità di esercitare un controllo sull’anarchia economica del capitalismo, possono credere all’eventualità che questi conflitti internazionali possano essere rallentati, mitigati e spazzati via. [...]
Perché gli antagonismi internazionali degli stati capitalisti non sono che il complemento degli antagonismi di classe, e l’anarchia del mondo politico non è che l’altra faccia dell’anarchico sistema di produzione del capitalismo. Entrambi possono crescere solo insieme e solo insieme possono essere superati. “Un po’ di ordine e di pace” sono per questo impossibili, al pari delle utopie piccolo-borghesi sulla limitazione delle crisi nell’ambito del mercato capitalistico mondiale, e sulla limitazione degli armamenti nell’ambito della politica mondiale. [...]

«Il carattere utopico della posizione che prospetta un’era di pace e ridimensionamento del militarismo nell’attuale ordine sociale, è chiaramente rivelato dalla sua necessità di ricorrere all’elaborazione di un progetto. Poiché è tipico delle aspirazioni utopiche delineare ricette “pratiche” nel modo più dettagliato possibile, al fine di dimostrare la loro realizzabilità. A questa tipologia appartiene anche il progetto degli “Stati Uniti d’Europa” come mezzo per la riduzione del militarismo internazionale. [...]

L’idea degli Stati Uniti d’Europa come condizione per la pace potrebbe a prima vista sembrare ad alcuni plausibile, ma a un esame più attento non ha nulla in comune con il metodo di analisi e con la concezione della socialdemocrazia. [...]

...Ma qual è il fondamento economico alla base dell’idea di una federazione di stati europei? L’Europa, questo è vero, è una geografica e, entro certi limiti, storica concezione culturale.
Ma l’idea dell’Europa come unione economica, contraddice lo sviluppo capitalista per due ragioni. 
Innanzitutto perché esistono lotte concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando questi ultimi continueranno ad esistere; in secondo luogo perché gli stati europei non potrebbero svilupparsi economicamente senza i paesi non europei. Come fornitori di derrate alimentari, materie prime e prodotti finiti, oltre che come consumatori degli stessi, le altre parti del mondo sono legate in migliaia di modi all’Europa. 
Nell’attuale scenario dello sviluppo del mercato mondiale e dell’economia mondiale, la concezione di un’Europa come un’unità economica isolata è uno sterile prodotto della mente umana.
«E se l’unificazione europea è un’idea ormai ["ormai" nel 1911!!!, ndr] superata da un punto di vista economico, lo è in egual misura anche da quello politico.

Solo distogliendo lo sguardo da tutti questi sviluppi, e immaginando di essere ancora ai tempi del concerto delle potenze europee, si può affermare, per esempio, di aver vissuto quarant’anni consecutivi di pace. Questa concezione, che considera solo gli avvenimenti sul suolo del continente europeo, non vede che la principale ragione per cui da decenni non abbiamo guerre in Europa sta nel fatto che gli antagonismi internazionali si sono infinitamente accresciuti, oltrepassando gli angusti confini del continente europeo, e che le questioni e gli interessi europei si riversano ora all’esterno, nelle periferie dell’Europa e sui mari di tutto il mondo.

Dunque quella degli “Stati Uniti d’Europa” è un’idea che si scontra direttamente con il corso dello sviluppo sia economico che politico [...].

Che un' idea così poco in sintonia con le tendenze di sviluppo non possa fondamentalmente offrire alcuna efficace soluzione, a dispetto di tutte le messinscene, è confermato anche dal destino dello slogan degli “Stati Uniti d’Europa”. Tutte le volte che i politicanti borghesi hanno sostenuto l’idea dell’europeismo, dell’unione degli stati europei, l’anno fatto rivolgendola, esplicitamente o implicitamente, contro il “pericolo giallo”, il “continente nero”, le “razze inferiori”; in poche parole l’europeismo è un aborto dell’imperialismo.
E se ora noi, in quanto socialdemocratici, volessimo provare a riempire questo vecchio barile con fresco ed apparentemente rivoluzionario vino, allora dovremmo tenere presente che i vantaggi non andrebbero dalla nostra parte, ma da quella della borghesia
Le cose hanno una loro propria logica oggettiva. E oggettivamente lo slogan dell’unificazione europea, nell’ambito dell’ordine sociale capitalistico, può significare soltanto una guerra doganale con l’America, dal punto di vista economico, e una guerra coloniale, da quello politico. »   



mercoledì 22 giugno 2016

BELIEVE ME, ROGER: UK NEEDS DEMOCRACY IN UK AND ITALY NEEDS DEMOCRACY IN ITALY

Luigi Einaudi (a sinistra nella foto), secondo presidente della Repubblica (1948), stringe la mano al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Il premier Dc aveva «candidato » al Quirinale il ministro Carlo Sforza

1. Sull'International New Yok Times di venerdì scorso (pag.7), tal Roger Cohen, giornalista britannico, ha scritto un articolo dal titolo "L'Europa ha bisogno della Gran Bretagna". 
Ovviamente si tratta di una peculiare versione del mainstream pro-Remain: il Regno Unito, dice Cohen, con la "dimensione" della sua economia, avrebbe un indispensabile ruolo di contrappeso dello strapotere economico della Germania rispetto ai deboli Stati mediterranei.

E già qui, se si fosse dei lettori dotati di un minimo di conoscenza dei dati storico-economici relativi a ciò che è accaduto, rispettivamente in Italia e in Gran Bretagna, nel secondo dopoguerra, si sarebbe portati a pensare che l'Italia non possa correttamente essere fatta rientrare in questo alveo di Stati "deboli" che UK avrebbe protetto dalla Germania (!) negli ultimi anni (ammesso che un fenomeno del genere si sia mai verificato, cosa che occorrerebbe domandare a greci, portoghesi e spagnoli e andrebbe poi spiegato con precisi dati sia economici che normativo-istituzionali...)
E invece no: il nostro buon Cohen, nel patronizzare i deboli mediterranei si riferisce principalmente all'Italia! Infatti:
"L'Italia del dopoguerra era fragile, lacerata tra l'Ovest e il comunismo, tra lo "scalare le Alpi" e il soccombere del Sud all'inerzia compenetrata di Mafia. L'essere stata membro dell'Unione Europea (sic!) è stato il magnete e l'ancora del paese, assicurandogli un posto nella famiglia occidentale libera e democratica, e attraendola verso la prosperità.
Ora questo ruolo (ndr: che la Gran Bretagna aveva svolto rispetto all'Italia nel dopoguerra) è diretto più cospicuamente verso membri più nuovi dell'Unione. Ma la sua importanza persiste". 
Si sottintende: "persiste" per la stessa debole e mafiosa Italia, altrimenti del tutto schiacciata dalla Germania e incapace, comunque di assicurarsi la democrazia, al di fuori dell'Unione Europea con "dentro" la Gran Bretagna.

2. A molti di voi sarà venuto da ridere, se non altro perché negli anni decisivi del dopoguerra non c'era nessuna Unione Europea e nemmmeno la CEE e, nonostante, ciò, l'Italia visse, in quegli stessi anni, una delle sue più felici fasi di democrazia vissuta e di ripresa economica (in qualche misura, pluriclasse); ad altri, sarà sorta una certa rabbia sconsolata. 
Di sicuro una sparata del genere, proposta a milioni di lettori anglosassoni in tutto il mondo, (per costruire un "consenso" da riversare poi in Italia come slogan tecno-pop, esterofilo e come tale accreditabile al massimo livello), costituisce piuttosto un terrificante luogocomune. Terrificante in senso proprio, cioè che suscita "metus", circa la difficoltà delle relazioni internazionali a fondarsi sulla base di lealtà e rispetto reciproci, e non solo unilateralmente addossati a chi deve obbligatoriamente, e per sempre, interpretare il ruolo servile del "debole"; o del giullare, o del guappo da operetta: sono tutte implicazioni dirette dell'atteggiamento culturale di Cohen.
Può ritenersi praticabile l'idea stessa di un'organizzazione economica internazionale, in cui la considerazione (grosso modo ufficiale) di una parte, che si proclama "incumbent", cioè in partenza più forte (politicamente ed economicamente), verso l'altra parte, che viene definita debole, è quella, acritica, di nutrire il pregiudizio che tale parte debole sia incapace di assicurarsi la democrazia e sia tendente al criminale?

Più ancora, è possibile che esista, e anzi si sia rafforzata, una superficialità così drastica e riduttiva nella concezione che gli anglosassoni hanno, ancor oggi, dell'Italia e della sua storia recente?

3. Sul pericolo comunista in Italia nel dopoguerra, a smentita della fantasiosa ricostruzione del Cohen, riportiamo poche cose essenziali.
Assemblea costituente 02/06/1946 - Italia[1]
Elettori: 28 005 449 - Votanti: 24 947 187 (89,08%)
Liste/GruppiVoti %Seggi
Democrazia Cristiana (DC)8 101 00435,21207
Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP)4 758 12920,68115
Partito Comunista Italiano (PCI)4 356 68618,93104
Unione Democratica Nazionale (UDN)1 560 6386,7841
Fronte dell'Uomo Qualunque (UQ)1 211 9565,2730
Partito Repubblicano Italiano (PRI)1 003 0074,3623
Blocco Nazionale della Libertà (BNL)637 3282,7716
Partito d'Azione (Pd'A)334 7481,457
Movimento Indipendentista Siciliano (MIS)171 2010,744
Concentrazione Democratica Repubblicana97 6900,422
Partito Sardo d'Azione78 5540,342
Partito dei Contadini d'Italia102 3930,441
Movimento Unionista Italiano71 0210,311
Partito Cristiano Sociale51 0880,221
Partito Democratico del Lavoro40 6330,181
Fronte Democratico Progressista Repubblicano21 8530,091
ALTRE LISTE412 5501,790
TOTALI VOTI VALIDI23 010 479100,00556
SCHEDE NULLE1 936 708

DI CUI BIANCHE643 067

TOTALE VOTANTI24 947 187

"Visto che s’è menzionato De Gasperi, parto col suo celebre discorso del maggio ’47, quando annunciò la crisi del governo di unità nazionale: il discorso del “quarto partito” (in Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, pag. 40):
i voti non sono tutto (...). Non sono i nostri milioni di elettori che possono fornire allo Stato i miliardi e la potenza economica necessaria a dominare la situazione. Oltre ai nostri partiti, vi è in Italia un quarto partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l'aumento dei prezzi e le campagne scandalistiche. L'esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l'Italia senza attrarre nella nuova formazione di governo (...) i rappresentanti di questo quarto partito
Prosegue Graziani (pag. 41): 
Tutti i ministeri economici vennero affidati a uomini di sicura fede liberista. Einaudi lasciò il governo della Banca d'Italia a Menichella e assunse la direzione del nuovo ministero del Bilancio: Del Vecchio, autorevole studioso di eguali tendenze liberiste, assunse il ministero del Tesoro; i ministeri delle Finanze e dell'Industria andarono rispettivamente a Pela e a Merzagora, ambedue legati agli ambienti della grande industria del Nord. A questo governo spettò di prendere nei mesi immediatamente successivi i provvedimenti di maggiore portata, e di realizzare la famosa svolta deflazionistica del 1947.
Una testimonianza che esclude qualsiasi ombra legata ad un pericolo di passaggio dell'Italia nel Comunismo e, considerando la forte caratterizzazione della democrazia italiana nell'esperienza Costituente, esclude pure che il pericolo per il rispetto delle procedure e dei valori democratici affermati in Costituzione, arrivasse da movimenti popolari, meno che mai "comunisti":
"Varrebbe certamente la pena di ricostruire più attentamente di quanto non si sia ancora fatto, il dibattito in Assemblea Costituente e i contributi di Einaudi, che peraltro abbracciarono campi importanti di interesse generale al di là dei "rapporti economici" (titolo III della prima parte della Carta) e del pur cruciale articolo 81. Interessante, e suggestiva, è l'interpretazione che in Cinquant’anni di vita italiana ci ha lasciato Guido Carli: secondo il quale «la parte economica della Costituzione risultò sbilanciata a favore delle due culture dominanti, cattolica e marxista», MA NELLO STESSO TEMPO, TRA IL 1946 E IL 1947, «DE GASPERI ED EINAUDI AVEVANO COSTRUITO IN POCHI MESI UNA SORTA DI "COSTITUZIONE ECONOMICA" CHE AVEVANO POSTO PERÒ AL SICURO, AL DI FUORI DELLA DISCUSSIONE IN SEDE DI ASSEMBLEA COSTITUENTE». SI TRATTÒ DI UNA STRATEGIA «NATA E GESTITA TRA LA BANCA D'ITALIA E IL GOVERNO», MIRATA ALLA STABILIZZAZIONE, ANCORATA A UNA VISIONE DI "STATO MINIMO", E APERTA ALLE REGOLE E ALLE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI."
3.3.1.) In termini di legalità e democrazia costituzionali, secondo la stessa testimonianza, i pericoli sono semmai arrivati dal processo comunitario e europeo:
In effetti, benché, per usare le espressioni di Carli, quel che accomunava in Assemblea Costituente la concezione cattolica e la concezione marxista fosse «il disconoscimento del mercato», l'azione di governo fu già nei primi anni della Repubblica segnata da scelte di demolizione dell'autarchia, di liberalizzazione degli scambi e infine di collocazione dell'Italia nel processo di integrazione europea. 
E con i Trattati di Roma del 1957 e la nascita del Mercato Comune, furono riconosciuti e assunti dall'Italia i fondamenti dell'economia di mercato, i principi della libera circolazione (merci, persone, servizi e capitali), LE REGOLE DELLA CONCORRENZA; QUELLE CHE ANCOR OGGI VENGONO DENUNCIATE COME OMISSIONI O COME CHIUSURE SCHEMATICHE PROPRIE DELLA TRATTAZIONE DEI "RAPPORTI ECONOMICI" NELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA, VENNERO SUPERATE NEL CROGIUOLO DELLA COSTRUZIONE COMUNITARIA e del diritto comunitario. NELL'ACCOGLIMENTO E NELLO SVILUPPO DI QUELLA COSTRUZIONE, SI RICONOBBE VIA VIA ANCHE LA SINISTRA, PRIMA QUELLA SOCIALISTA E POI QUELLA COMUNISTA.
4. Sulla mafiosità antropologica degli italiani del Sud e, in generale degli italiani, secondo gli anglosassoni (che conducendo il mainstream dell'informazione, hanno trasmesso al resto del mondo questo bel preconcetto sugli italiani, condito di folclore cinematografico), il discorso sarebbe (inutilmente) lungo: mi basti richiamare il principio che la criminalità organizzata è un effetto non una causa della mancanza di democrazia economica e di piena attuazione del modello interventista dello Stato (tanto detestato da Einaudi), improntato alla eguaglianza sostanziale
Dove infatti c'è riequilibrio delle opportunità sociali, - quindi investimenti in infrastrutture coordinati a politiche industriali territoriali, nei modi che la Costituzione avrebbe imposto (cioè quelli di cui parlava Caffè, qui p.9,  e non quelle messe in pratica fuori dal quadro effettivo della costituzione economica)- le mafie perdono di senso e non si differenziano molto dalla diffusa criminalità che, su tipici affari illeciti "internazionali", contraddistingue oggi il Regno Unito forse più dell'Italia:
"Questo è un dibattito che può incartarsi facilmente: la verità è che, come dimostra più di un intervento, i dati su cui ragionare significativamente partono dal 1871 (e quindi già sono falsati da elementi politici determinanti) o tutt'al più aggregano dal 1861 (il che non consente di cogliere i trend di espansione pregressi, che pure sono determinanti).
Ma il punto è un altro ancora: condizioni concrete di sviluppo industriale del sud, autonomo dall'Unità d'Italia, c'erano o no?
La risposta è, in termini ragionevoli e prudenti, "sì".
Condizioni geo-politiche perchè questo avvenisse a lungo termine, come in effetti era necessario, invece, altrettanto ragionevolmente, "no".
Ora: supponendo una certa affidabilità di questa aporia (apparente, si tratta di fatti riconoscibili a posteriori), l'unità ha portato certamente più giovamento al nord che al sud.
 
Era tutto ciò rimediabile con il raggiungimento della piena democrazia (pluriclasse e redistributiva)?
Anche qui la risposta potrebbe essere positiva (v.qui p.4)
: ma al tempo stesso, dobbiamo ammettere che nel secondo dopoguerra, - la golden age dello Stato interventista, non ancora "disciolto" nella irresistibile vena neo-liberista globale-, lo stesso Stato fu costretto ad agire in modo rapido e imperfetto.
Qualsiasi serio discorso ora è stato interrotto sotto l'imperio dell'euro-modello
Chi avesse dubbi su ciò, fermandosi ad una presunta realtà antropologica, si troverebbe nella stessa posizione attuale dei tedeschi verso i Med.

Insomma, alla fine dei giochi, anche il riprendere un cammino risulta difficile per il profondo radicamente "autoctono" della vulgata neo-liberista. E l'ordoliberismo, cioè la capture delle istituzioni democratiche da parte delle forze liberoscambiste, costituisce uno schermo molto più insidioso a qualsiasi soluzione operativa di quanto non si creda.
Contrariamente a quanto, con disappunto rabbioso o disperato, si creda nel senso comune, le forme di corruzione e di criminalità territoriale meridionali sono molto più effetti che cause del problema
Personalmente, ritengo che non ci sia una formula "ideale" di accumulazione capitalista che sia compatibile con la legalità "pro tempore": e ciò vale a maggior ragione per l'altissimo livello di legalità in senso sostanziale richiesto dalla realizzazione del programma costituzionale post 48. 
Ciò implica che repressione (della criminalità) e risanamento economico-sociale non possano che andare di pari passo mediante un intenso programma di intervento pubblico; che cioè agisca strutturalmente, e in modo sostenuto, nel rafforzamento dell'apparato di garanzia della legalità INSIEME con politiche industriali COORDINATE col primo aspetto.
In apparenza la via intrapresa negli anni '80, assomigliava a questa tenaglia; ma aveva il semplice inconveniente di essere "emergenziale", cioè finanziata a tempo, e, al tempo stesso, anche insufficiente nel volume, una volta intrapresa la via della banca centrale indipendente "pura".
E torniamo sempre allo stesso punto: l'espansione del mercato interno, l'adeguamento infrastrutturale, esigevano un riequilibrio fiscale dal lavoro alle attività "autonome", per rendere ciò finanziariamente praticabile (cioè sostenibile senza danni per l'equilibrio dei conti con l'estero)

Ma tutto ciò NON FU FATTO PROPRIO PERCHE' SI SCELSE LA VIA DEL VINCOLO ESTERNO E DELLA BC INDIPENDENTE: l'interesse nazionale unitario era già minato da tutto ciò.
La stessa via del trasferimento fiscale ne risultò alterata concettualmente: si legava, per sempre, a uno standard "morale" che anche le discussioni qui in parte registrate confermano. Ma nella eradicazione delle differenze strutturali non c'è alcuna indulgenza morale alla presunta debolezza (morale) di alcuno: si tratta solo di capire o meno in che consista la proiezione fiscale, INEVITABILE, della EGUAGLIANZA SOSTANZIALE (quella cui fa variamente riferimento Rawls)".
 

lunedì 20 giugno 2016

E ORA COSA CAMBIERA'? ALMENO RIPENSARE IL CONCETTO DI CASTA....

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1. Una domanda che taluno potrebbe porsi, in questo momento, alla luce dei risultati delle elezioni amministrative, è: "cosa cambierà?"
I concetti per dare una qualche risposta a questo, tutto sommato, ingenuo interrogativo, li potrete ritrovare nel post "La scissione". Là si definiscono, -al di là dell'arrembante neo-retorica- i fenomeni "casta, cricca, corruzione" e (soprattutto)...privatizzazioni.

Per completare il discorso sulle aspettative di "cambiamento" che possiamo nutrire al momento (anche solo limitandosi all'amministrazione delle città), trarrei spunto da alcuni approfondimenti compiuti nel dibattito conseguente al suddetto post.
La chiave interpretativa complessiva per collegare tali commenti con le aspettative di cambiamento conseguenti all'apparente nuovo quadro politico, è sempre quella di recente ribadita:

"Venendo alla "scottante" attualità italiana, si può obiettare che in elezioni amministrative, e quindi riguardanti enti locali di governo-amministrazione, esistono una serie di questioni e caratteristiche socio-economiche legate al concreto territorio, la cui soluzione esigerebbe una conoscenza specifica, appunto, localizzata e un collegamento tra visione e competenze degli eletti e comune sentire degli elettori.
Nulla di più fallace, se si fosse consapevoli della genesi dei problemi che si riversano sulle varie realtà territoriali: i patti di stabilità interna che vincolano le politiche degli enti territoriali molto di più di quanto non sia condizionato l'indirizzo di governo centrale, sono la diretta derivazione del vincolo €uropeo.
O ci si rende conto di ciò, da parte delle forze politiche che si presentano alle elezioni, oppure no: se "no", allora i problemi del territorio semplicemente non possono essere seriamente risolti
...Dunque, bisogna privatizzare i "beni comuni" per fare il "bene comune". E aumentare le tasse per pagare il debito pregresso, raccontando che questo onere non è dovuto alla abolizione della sovranità monetaria e all'adozione del pareggio di bilancio, ma ai costi della corruzione!!!
E l'ente pubblico perde irreversibilmente la sua legittimazione a svolgere quei compiti, previsti dalla Costituzione come oggetto di doveri a carico della sfera pubblica: ma non importa. 
E se si è, per azione o per omissione gravemente colpevole, favorevoli al paradigma €uropeo ed alla sacralità del pareggio di bilancio, ignorandone la funzione ideologica redistributiva, e pensando che sia possibile rispettarlo agendo con occhiuta onestà, NON SI E' CREDIBILI nel dire che non si vuole privatizzare e, anzi, che si intende "ripubblicizzare": si finirà per perdere la faccia o per essere travolti da scandali e inchieste".



2. Ritenuto in ogni modo importante ribadire questo scenario "presupposto", dai commenti al post "La scissione", estraggo ulteriori "direttive interpretative" per formulare facili previsioni su quello che ci possiamo attendere dall'indirizzo politico italiano, non solo comunale, nei prossimi mesi. A prescindere da quale forza politica, tra quelle elettoralmente più rappresentative, si trovi in concreto a gestire i vari livelli di governo:
Effettivamente, la "dottrina Friedman" (così potremmo chiamarla), consiste in un "loop" perverso. 
Si creano, attraverso misure deflattive, disoccupazione e precarietà. Poi, si usano quella stessa disoccupazione e quella stessa precarietà come scusa per implementare "riforme" che porteranno ancora più disoccupazione e precarietà nonché, attraverso la caduta dei prezzi, la diminuzione dei redditi e la riduzione del perimetro dello Stato via tagli e privatizzazioni, ad un rilevante trasferimento della ricchezza dal basso verso l'alto.
Anche lo stesso debito è un pretesto. Queste politiche tutto faranno tranne che alleviarne il peso, se non altro perché un indebitato è strutturalmente più debole.
Ed anche la stessa "corruzione" è un pretesto. Monti incitava la classe dirigente italiana, a fare "come Menem in Argentina". Lo abbiamo fatto: abbiamo privatizzato, ci siamo innamorati del cambio forte, abbiamo indossato il cilicio del vincolo esterno....... e ci ritroviamo, infatti, come l'Argentina di Menem allora: in preda alla corruzione e sull'orlo della bancarotta. Perché il liberismo sulle corruzioni e sui fallimenti, ho il fondato sospetto che CI CAMPI SOPRA. Sono la sua fonte di reddito, e quindi CI DEVONO ESSERE.

Questo dovrebbe altresì far riflettere chi invoca misure liberiste per "moralizzare il paese"........ non è una questione, tanto per fare un esempio, solo di "numero delle municipalizzate" ma della loro struttura giuridica. E' la gestione privatistica, in forma di società per azioni (fatta, il più delle volte, in regime di monopolio o quasi), che facilita le male gestioni, le assunzioni clientelari (non c'è più nemmeno il filtro formale del concorso pubblico), gli intrecci tra politici, amministratori e finanziatori disonesti, che poi chiamano il cittadino a pagare...
Sono le regole che impongono spurii ed inefficienti partenariati pubblico-privato le cause dove si annidano gli sprechi.....
Voglio essere provocatorio: immaginiamo un'ATAC ente pubblico, con dipendenti assunti per pubblico concorso e sottoposto ai controlli del MEF e della Corte dei Conti. Sarebbe più corrotto dell'odierna municipalizzata? Io non credo......
I social network invasi dal livore sono pieni di citazioni (a sproposito) di Bukowski..... una, però, è stranamente trascurata (o per lo meno, mi pare decisamente rara su FB), ed è questa:
"Il capitalismo è sopravvissuto al comunismo. Bene, ora si divora da solo".
Che è esattamente quello che sta succedendo. Un tempo, la piaga delle locuste liberiste toccava a ex-sovietici (Russia 1998), asiatici e sudamenticani (Cile, Argentina....).
Oggi, l'occidente "si divora da solo": Irlanda, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo
. Tutti paesi della NATO, tutti contributori, anche militarmente, alla "causa" occidentale in medio oriente. E sacrificati così. E' buona politica, questa?  

3. A questo commento è seguita un'interessantissima testimonianza di un operatore "di settore" che ci dice una cosa fondamentale: leggi primarie, direttamente derivanti da direttive europee, prestabiliscono il quadro di azione delle realtà municipali in senso privatizzatore. I sindaci possono fare ben poco, al punto in cui siamo:
Professore, io lavoro in un grande Comune del Nord, all'Ufficio enti partecipati, ormai da dieci anni. 
L'esproprio delle reti del gas delle ex municipalizzate, reti pagate dai cittadini, che stanno facendo proprio adesso, in questo momento, nel silenzio generale, è vergognoso. 
Grazie ad un Decreto Ministeriale che ha espropriato i Comuni dell'autonomia decisionale in materia di servizi pubblici locali, in barba alla Costituzione vigente (e al Titolo V riformato, controverso, ma ancora in vigore), hanno istituito queste sovrastrutture opache (si dice di secondo livello, come le nuove Province, obbrobri mai previsti dalla nostra Carta Costituzionale, o sbaglio, professore?) dalla governance diluita che si chiamano ATO (x idrico) o ATEM (per il gas), dove a decidere sono le segreterie di partito (i sindaci votano senza sapere cosa votano, perché la materia è diventata troppo tecnica, sulla base delle indicazioni del partito), lontano dal controllo dei Consigli Comunali! 
E, sempre con Decreto Ministeriale viene imposto (in teoria x incentivare gli investimenti, in realtà per far sì che le concessionarie ingrassino!) di concedere questi beni pubblici per un piatto di lenticchie (unica gara in cui è stato imposto un tetto MASSIMO di offerta per il canone di concessione, non più del 5%, quando fino all’anno scorso i Comuni si portavano a casa il 20-30-40% !) alle grandi multiutilities locali, che ormai di locale hanno ben poco, e sono di fatto monopoli misto pubblico-privati, dove il privato (quale? Lettura interessante andare a vedere chi sono i soci di queste multiutilities) la fa da padrone
E mentre Italgas, Enel Gas, A2A etc. si approprieranno per un tozzo di pane delle reti pubbliche di distribuzione del gas naturale, i cittadini se la prendono con il dipendente pubblico lavativo che osa perfino scioperare....(discussione di oggi su Twitter...).
Così mentre prima i Canoni del servizio tornavano nelle casse dei Comuni per essere spesi per la collettività, adesso andranno agli azionisti delle utilities. Certo oggi tra gli azionisti ci sono anche molti Comuni, ma.... a gare fatte, Cottarelli (o chi per lui...dopo di lui, ndr) penserà bene di imporre loro di cedere al mercato le proprie quote, così siamo sicuri che i profitti vadano solo ai privati.
Quindi riassumendo: le reti ce le siamo pagati noi con la fiscalità generale (e locale).
Adesso che quasi tutta l’Italia (almeno al Nord, infatti sono i primi ATEM a dover partire con le gare) è stata metanizzata a spese del contribuente, i profitti ci assicuriamo bene che vadano ai privati.
Di questo non parla NESSUNO, NESSUNO.
Si è fatto tanto parlare dell’acqua pubblica, e intanto ci hanno scippato le reti del gas (business ben più lucroso...)".


4. Per approfondire ulteriormente l'argomento, poi, soccorre il (consueto) riferimento bibliografico di Arturo:


Elena, se hai voglia di scrivere qualcosa lo leggerei volentieri anch'io. Intanto penso possa interessarti questo pregevole paper di Roberto Bin, intitolato "I diritti di chi non consuma", che affronta fra l'altro la questione delle multiutilities, rispetto a cui:

"[...] qualsiasi legame con gli enti rappresentativi è reciso"; "i servizi pubblici hanno" quindi "perso ogni rapporto con il circuito della responsabilità politica: può infatti un ente locale rispondere politicamente pro quota azionaria? Chi risponde della politica dei servizi pubblici, e a chi? Mentre appare irrisoria l’ipotesi chesoprattutto in situazioni dove il mercato non esiste – siano i consumatori lillipuziani a bilanciare il peso del colosso industriale, è però del tutto evidente che i cittadini sono completamente scomparsi dell’orizzonte: con loro è scomparsa la “comunità” quale destinataria dei servizi pubblici, e la politica come sede delle scelte sull’estensione, l’intensità e il carattere sociale degli stessi."
5. A proposito, non si dica poi che società e industria pubbliche siano così inutili e dannose. Per chi si volesse informare, è in atto, da tempo, una vasta rivisitazione di dati e realtà del fenomeno:
Comunque deve avvenire (e avverrà) un bel regolamento di conti che dovrà toccare tutti i vertici della classe dirigente italiana, quelli si, veramente corrotti e per corrutele ben più gravi delle spaghettate di Fiorito. A partire dai vertici (anche quelli FINO AD OGGI "intoccabili").
Per esempio; prendiamo questa intervista a De Cecco pubblicata dal Manifesto il 14 gennaio 2014.
"Per­ché le pri­va­tiz­za­zioni degli anni Novanta sono state un fallimento?
Sono state le più grandi dopo quelle inglesi e hanno cam­biato la fac­cia dell’industria ita­liana senza fare un graf­fio al defi­cit pub­blico. Se si voleva distrug­gere l’industria ita­liana ci sono riu­sciti. Ma non credo che Prodi volesse distrug­gere quello che aveva con­tri­buito a creare. Que­sto risul­tato non è stato voluto, ma è sicuro che sia stato asso­lu­ta­mente dele­te­rio. 
Gli studi della Banca d’Italia dimo­strano che al tempo l’industria di Stato faceva ricerca per tutto il sistema eco­no­mico ita­liano. Dopo le pri­va­tiz­za­zioni, chi ha preso il posto dell’Iri, ad esem­pio, non l’ha voluta fare
Siamo rima­sti senza un altro pila­stro impor­tante della poli­tica indu­striale, men­tre si con­ti­nuano a fare solenni discorsi sull’istruzione, sulla ricerca o la cul­tura. In que­sti anni è stato distrutto tutto. Su que­sto non ci piove.
Le prime pri­va­tiz­za­zioni sono state fatte per impo­si­zione della City di Lon­dra. Siamo stati ricat­tati. Credo che era molto dif­fi­cile per le auto­rità poli­ti­che riu­scire a sot­trarsi, dati i pre­cari assetti poli­tici che anche allora ci affligevano
".


A questo punto, sarebbe quantomeno miope e, peggio, imprudente, non ripensare in profondità il concetto di "CASTA", in un modo ben diverso da quello che faceva comodo a Einaudi e "agli industriali inferociti" (anche se al tempo, almeno, erano solo "nazionali); un modo, quello finora agitato, che magari, sulla scorta di facili suggestioni, consente di attirare consenso: ma che rende invece inadeguata la visione di chi volesse veramente governare senza piegarsi alle oligarchie e nell'interesse democratico generale.