lunedì 24 novembre 2014

L'EVOLUZIONE DEL CONSENSO. SOGNI LOGORI E UTOPIE IMPROVVISATE CHE SI DISSOLVONO

 Salvador Dalí: Sogno causato dal volo di un'ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio, di Salvador Dalí (1944)



1. Allora, la prima cosa che deve essere chiara è che per capire i risultati del "test" regionale di ieri occorre far riferimento al numero assoluto di voti riportati rispetto alle precedenti elezioni post 2011: cioè alle politiche del 2013 ed alle europee 2014.
Esiste infatti lo spartiacque del 2011: "dopo", nulla è come prima. Perchè? 
Perchè è l'anno in cui inizia ufficialmente e visibilmente l'era della politica italiana come sub-holding dell'UEM
Non che prima le cose stessero molto diversamente nella sostanza, ma è la percezione di ciò che muta, essendosi tale realtà palesata come inequivocabile anche all'elettore meno accorto e più condizionato dalla grancassa mediatica.

2. Posto questo criterio, possiamo formulare un'ipotesi dinamica, e non statica, dell'evoluzione del voto: la dinamica permette di individuare come vincitore chi abbia mantenuto il numero dei voti rispetto alle tornate elettorali del 2013 e del 2014, nonostante il crescente astensionismo. In termini di flussi di consenso, infatti, ciò equivale ad una mobilitazione attrattiva rispetto ad un elettorato che definire "in fuga", sarebbe eufemistico.
Ovviamente vale anche il viceversa: chi abbia, al di là delle percentuali, perso in numero assoluto di voti rispetto a tali occasioni, ha perduto capacità di mobilitazione e attrattiva. E, va sottolineato, all'interno di un processo che è solo agli inizi.
E più oltre vedremo perchè.
Ed infatti, di fronte alla fuga degli elettori, - che certo non è un fatto positivo ma l'indizio della diffusa percezione della "inutilità del voto"  di fronte all'immutabilità delle politiche che comunque ne scaturirerebbero-, l'unica domanda sensata è capire perchè qualcuno sia riuscito ad evitare la fuga stessa.

3. Ognuno, usando questo criterio, - ovviamente con le dovute approssimazioni dovute alla mera "indicatività" dei dati relativi a specifiche realtà regionali-, si può non solo comprendere chi siano "vincitori e vinti", ma anche intuire l'evoluzione possibile della situazione del consenso dei prossimi mesi.
Oggi si deve solo dare atto ad una forza politica di aver superato la prova sotto questo standard; praticamente unica e sapete quale sia.
Il messaggio centrale, che ho appena rivisto su Twitter, è "la gente ci chiede più lavoro e meno tasse". And that's it: certo poi ci sono prese di posizione su problemi correlati, come l'indubbia strumentalizzazione dell'immigrazione no-limits come spallata alla tenuta di un mercato del lavoro in caduta libera verso la deflazione salariale.
La saldezza di questo trend rinvia poi a ragioni ancora più profonde: il "ridisegno" della società italiana, inarrestabilmente perseguito in nome dell'€uropa, che sappiamo essere ad uno stadio molto avanzato.

4. Due cose, fin da ora, caratterizzeranno nel prossimo futuro (e nella sostanza) l'acuirsi inevitabile del trend attuale di disaffezione elettorale, cioè di scontento impossibilitato a trovare una qualsiasi forma di rappresentanza istituzionale.
Il "rimodellamento", infatti, sta giungendo ad una fase cruciale: finora, la c.d. coesione sociale si è retta su una scommessa, cinicamente operata nelle dark rooms che danno vita agli slogan su cui sono imperniate le ramanzine colpevolizzatrici dei media e le "battute" ad effetto dei decisori politici (meramente "formali": e sempre più percepiti come tali, che se ne rendano conto o meno).
La scommessa è che gli italiani siano stati, nei decenni precedenti, talmente "garantiti" dal sistema costituzionale democratico - che la strategia partita da Maastricht intende svuotare- che, tra pensioni, residue posizioni lavorative "stabili" (il sovrastimato dualismo del mercato del lavoro), e patrimonializzazione in immobili, siano in grado di operare un welfare endo-familiare de facto; cioè gli italiani sono stati, in forza della spietata austerità cui li ha sottoposti il "lo vuole l'Europa", chiamati a supplire - in luogo dello Stato, che semmai, ha creato gli "esodati"- agli effetti della gigantesca disoccupazione giovanile di massa, nonchè a resistere in presenza di quella generale disoccupazione incrementata in ogni fascia di età. 
Alle risorse residue del risparmio delle famiglie è stato implicitamente affidato il compito di provvedere alla sedazione di una situazione altrimenti esplosiva, apprestando il "minimo vitale di tolleranza", naturalmente al costo della distruzione dei residui risparmi accumulati in passato (e ora centellinati in una logica precauzionale che, sul piano degli investimenti, segna il destino di una catastrofe senza precedenti).

5. Ma entro breve, anche questa scommessa rischia di rivelarsi come l'ennesimo calcolo sbagliato (cioè regolarmente sovrastimato, come la promessa della ripresa annualmente errata).
Ed infatti abbiamo due misure che difficilmente, nel quadro delle implacabili ed occhiute "revisioni" €uropee delle politiche (formalmente) italiane, non spiegheranno un effetto combinato già nel corso del 2015:
a) la messa a regime del nuovo mercato del lavoro;
b) l'inasprimento della imposizione immobiliare.

Su questi punti, al di là dei tempi dichiarati di attuazione, difficilmente non si arriverà, appunto, ad un effetto combinato.
Il nuovo mercato del lavoro, al di là della polemica ormai sterile sull'art.18, è disegnato per determinare un effetto il più rapido possibile: l'espulsione, programmaticamente concentrata ed intensa, dei baby-boomers dall'occupazione e la loro pronta sostituzione, incentivata con tutte le leve legislative disponibili, con assunzioni di giovani in situazione di prevalente irreversibile precarizzazione e conseguente minor retribuzione, mantenuta, mediante le misure legislative adottate, per tutta la vita lavorativa.
Il simultaneo sacrificio delle "competenze" che ciò produce, è ignorato come un male del tutto trascurabile, anticipandosi una visione di Italia come "grande" (per modo di dire in rapporto al passato) fabbrica-cacciavite e come hub di erogazione di servizi ad alta intensità di manodopera e bassa intensità di investimenti, il tutto preferibilmente in mano alla proprietà di investitori esteri, invocati ad ogni pie' sospinto.

Sulla tassazione immobiliare, poi, si dice che la riforma del catasto, con l'adeguamento delle rendite a presunti valori attuali "realistici" di scambio, richiederà 5 anni
Ma tutto questo non appare credibile, in termini di stretta sul gettito, nel momento in cui si moltiplicano aliquote e titoli di imposizione immobiliare - e l'accorpamento altro non è che "illusione finanziaria" per cristallizzare tutto questo.  Ed infatti, il Consiglio UE, come pure la Commissione, insistono sullo "spostamento dell'imposizione verso i consumi e i beni immobili".

E' infatti ufficiale questo schemino: la legge di stabilità è fatta passare in attesa del monitoraggio di fine marzo, quando si potranno "scorporare gli effetti della recessione sui conti fiscali". L'ennesimo ribaltamento contorsionistico!
In realtà è proprio il contrario: è la politica di aggiustamento selvaggio dei conti pubblici che provoca dal 2011 la recessione e, perciò, inevitabilmente, registrandosi un prossimo primo trimestre 2015 di ulteriore recessione, si chiederanno nuovi aggiustamenti fiscali recessivi, secondo la consueta logica della "estorsione".

Questi aggiustamenti, stando alle già chiarite richieste dell'€uropa, passeranno o per un'anticipazione degli aumenti dell'IVA, o per un inasprimento, già nel corso del 2015, delle aliquote o, meglio ancora, delle basi imponibili della imposizione immobiliare, ovvero, in una combinazione delle due cose: esito tra i più probabili, quanto più le partite correnti non registreranno un incremento, o anche solo una tenuta, dell'attivo, in concomitanza con l'aggiustamento valutario e delle rispettive partite correnti intrapreso praticamente da tutte le aree economiche principali del mondo. Ovviamente all'interno dell'UEM, ma anche da Cina, BRICS e non ultimi, gli USA.

A seconda del livello di tenuta "mediatica" della situazione politica e sociale, questa combinazione potrà assumere anche una sua versione "emergenziale": cioè con l'adozione di un prelievo patrimoniale straordinario appuntato sia sul patrimonio reale che su quello finanziario-monetario.

6. Se quindi si calcola che simultaneamente inizieranno ad agire il jobs act e la decontribuzione per i nuovi assunti, l'effetto di distruzione del "welfare endofamiliare" de facto prima menzionato, è praticamente sicuro. 
Crescente disoccupazione tra ex risparmiatori e crescente imposizione immobiliare sui medesimi, - in quanto contraenti di mutui e, comunque, contribuenti a titolo patrimomiale deprivati sempre più del livello di reddito per potervi far fronte-, determinerà il "taglio" a cascata del welfare endofamiliare: emergerà allora non solo la disperazione delle fasce giovani più deboli, - la cui possibile minor disoccupazione sarà accompagnata da redditi inidonei a sostenerne il livello di vita in perenni condizioni "non di povertà"-, ma anche la insostenibilità della situazione di vita dei babyboomers, travolti dal nuovo e finale rimodellamento sociale imposto dall'€uropa.

7. E allora torniamo alla questione del consenso elettorale "in fuga" e a come reagirà il corpo sociale a questa ulteriore "spallata" imminente e che occorre non sottovalutare nel suo effetto "aggiuntivo" sulla società italiana: se viene meno l'ultima ridotta in cui sono barricati i babyboomers, disorientati e tendenzialmente conservatori (nell'illusione di poter ancora mantenere qualcosa di un modus vivendi strenuamente difensivo), ogni forza politica che si trovi o si sia trovata ad eseguire il disegno di rimodellamento €uropeo perderà il "core" della sua base elettorale, per così dire, "inerziale". 
Quella base che gli consente (più o meno) di sopravvivere nonostante il default delle percentuali di votanti.
In quel momento, però, l'inerziale diviene soggetto alla modificabilità del suo moto (uniformemente decelerato) per l'operare di una qualsiasi forza esterna che sia capace di attualizzare il seguente messaggio
"In questo stato di cose non hai un futuro, nè come padre/madre nè come figlio/figlia. L'€uropa non te lo consente. La Costituzione democratica, invece, questo tuo futuro lo prevede come un obbligo inderogabile a carico delle Istituzioni rappresentative di indirizzo politico".
Posta in questi termini non pare una scelta difficile.

8. Ovviamente, questo discorso, - relativo alla "capacità" di inviare un messaggio di questo tipo-, vale ancor più per quelle forze che, pur presentandosi come "nuove", sono totalmente tetragone a far proprio il modello socio-economico contenuto nella nostra Costituzione, cercando di importare soluzioni improvvisate che alludono ad una facile popolarità e che quel modello tendono invece a distruggere.
Chi non saprà cogliere PROPRIO NELLA SOSTANZA, e quindi anche al di là delle etichette sorrette da una più o meno corretta analisi culturale, la centralità della salvezza "costituzionale" è destinato a perdere la partita del consenso
Troppi fatti stanno dissolvendo, davanti agli occhi sgomenti dei cittadini comuni, sogni antichi e utopie improvvisate...

ADDENDUM: da qui traggo i numeri che riflettono il criterio di stima del flusso del consenso indicato all'inizio:

 

venerdì 21 novembre 2014

BASSO, CAFFE': IL CONTROLLO CULTURALE DELLE ISTITUZIONI E DEI MEDIA

 Icona

1. Rammentiamo in premessa il "Colloquio Lippmann", storico simposio fondativo del nuovo pensiero per l'Europa, dove si incontrarono gli Hayek e i von Mises con i Miksch, i Roepke e gli Eucken (elaboratore della formula della "economia sociale di mercato"), cioè la scuola austriaca con la scuola di Friburgo, in quella elaborazione che sarà alla base dell'ordoliberismo, divenuto poi la parte caratterizzante fondamentale dei trattati europei, secondo il processo di "traslazione" (anche) qui descritto.
La "traslazione", inutile ripeterlo, passa per la questione della moneta: lo SME e poi l'euro, sono la punta di diamante operativa dello schema restaurativo insito in questa visione politico-economica, e tutto quello che vi proponiamo lo intendiamo letto alla luce di questa premessa essenziale.
Vi riportiamo al riguardo alcuni passaggi significativi del Lippmann-pensiero tratti da questo "noto" post:
"Questo colloquio è importante perché proprio durante le discussioni verranno fissati i punti cardinali del neoliberalismo. Uno di questi signori, Miksch, dice: “in questa politica neoliberale è possibile che gli interventi economici siano tanto ampi e numerosi quanto in una politica pianificatrice, ma sarà la loro natura a essere differente”.
E le azioni regolatrici dello Stato vanno fatte non sull’economia ma sul funzionamento del mercato. Questo significa che si dovrà puntare sempre alla stabilità dei prezzi ossia quel che deve fare lo Stato è controllare a tutti i costi l’inflazione. Lo Stato non dovrà mai calmierare i prezzi, non dovrà mai sostenere un settore in crisi, non dovrà mai e poi mai creare posti di lavoro attraverso l’investimento pubblico. Lo Stato dovrà solo controllare l’inflazione. Come? Attraverso il tasso di sconto, attraverso l’abbassamento delle tasse. Ma mai con una politica che turbi l’economia.

E per la disoccupazione lo Stato che dovrebbe fare? Per Eucken e per i neoliberali lo Stato non dovrebbe fare nulla.

Il disoccupato non è una vittima – dice un altro neoliberale, Röpkeil disoccupato è solo un “lavoratore in transito” che passa da una attività non redditizia a una più redditizia. Ma lo Stato userà le “azioni regolatrici” solo dove si presenti la necessità, normalmente invece dovrà lavorare per garantire le condizioni di esistenza del mercato. Lo Stato dovrà garantire l’esistenza del “quadro” come lo chiamano i neoliberali nel 1939. Garantire il “quadro” è possibile attraverso le “azioni ordinatrici”.
E di "azioni ordinatrici" affidate al diktat del "regolatore €uropeo" ne abbiamo esempi quotidiani in un crescendo rossiniano (cui non corrisponde alcuna trionfale efficienza del mercato, ma solo la distruzione della coesione sociale e dell'ordine democratico costituzionale).
 
2. Come contrappunto, vi propongo dei brani di Lelio Basso e Federico Caffè, come testimonianza della consapevolezza, da parte di pochi (sempre troppo pochi) sinceri ed autentici democratici, della costante compresenza, accanto alle istanze democratiche racchiuse nella Costituzione, di quella tendenza che è l'ordoliberismo.

Lo scritto di Basso certifica un pensiero che si opponeva a quell'inevitabile "controllo delle istituzioni" che l'economia "monopolistica", (egli stesso precisa di usare in senso atecnico tale termine, includendovi la fenomenologia degli oligopoli "concentrati" a forte potere di mercato), tende inevitabilmente a strutturare e di cui l'Unione politica e monetaria europea è il massimo strumento di realizzazione "reale" nell'Occidente "civilizzato"
Nella sua analisi coglie ed anticipa tutti i caratteri che, con l'affermazione della Costruzione europea, si sarebbero affermati, di lì a poco, sotto la spinta dell'ordoliberismo tedesco eretto a modello "europeo" (Basso morì il 16 dicembre 1978: significativamente, subito dopo la tragedia di Aldo Moro e l'approvazione parlamentare dell'entrata italiana nello SME). 
E vedrete come egli includa, nei meccanismi restaurativi del potere dei "mercati", l'esigenza assoluta di un "controllo culturale" che investa ogni aspetto, anche non direttamente economico, della vita sociale:
"...oggi il settore monopolistico (usiamo questa espressione nel senso che essa ha oggi assunto nella polemica politica e non in senso rigorosamente tecnico-economico che suggerirebbe piuttosto l’espressione di ‘oligopolio concentrato) non soltanto si appropria del plusvalore prodotto dai suoi operai, ma, grazie al suo forte potere di mercato, che gli permette d’imporre i prezzi sia dei prodotti che vende che di quelli che compra, riesce ad appropriarsi almeno di una parte del plusvalore prodotto in tutti gli altri settori non monopolistici: sia in quello agricolo, sia in quello del piccolo produttore indipendente, sia anche in quello delle aziende capitalistiche non monopolistiche, dove il tasso di profitto è minore e spesso, di conseguenza, anche i salari degli operai sono più bassi proprio per il peso che il settore monopolistico esercita sul mercato. 
Ridurre quindi, nella presente situazione, la lotta di classe al rapporto interno di fabbrica, proprio mentre la caratteristica della fase attuale del capitalismo è la creazione di questi complessi meccanismi che permettono di esercitare lo sfruttamento in una sfera molto più vasta, anche senza il vincolo formale del rapporto di lavoro, è perlomeno curioso...
Una seconda tendenza destinata ad accentuarsi sempre più in avvenire è quella relativa all’interpenetrazione di potere economico e potere politico, cioè, praticamente, all’orientamento di tutta la politica statale ai fini voluti dal potere monopolistico

Abbiamo già accennato al fatto, che non ha certo bisogno di dimostrazione, che il capitalismo monopolistico ha eliminato i meccanismi autoregolatori che si sviluppavano in regime concorrenziale, ma non ha viceversa eliminato le cause di squilibrio che rendevano necessari quei meccanismi: al contrario, abbandonato alla sua spontaneità, esso esaspererebbe la contraddizione fra la necessità di mantenere un alto saggio di accumulazione per assicurare piena efficienza al sistema e l’impossibilità di mantenerlo per il venir meno, a un certo punto, del profitto che è la molla del sistema, cioè sarebbe soggetto alla più grave instabilità.  
Per evitarlo è necessario far ricorso ad un complesso di tecniche di previsioni e di tecniche di correzione capaci di ridurre continuamente l’ampiezza delle fluttuazioni e degli squilibri e di fornire quei rimedi anticiclici, che soli possono evitare la catastrofe. 
Ma queste tecniche richiedono una continua estensione dell’intervento pubblico nella vita economica, sia per facilitare e orientare gli investimenti (preparazione di infrastrutture, sussidi e incentivazioni, gestione di pubblici servizi, politica di sostegno dei prezzi, programmazione concertata), sia per sostenere la domanda (spesa pubblica, e soprattutto riarmo, redistribuzione di redditi per sostenere la domanda di beni di consumo, acquisto di prodotti eccedentari, ecc. ), senza parlare dei sistemi più tradizionali di intervento con la politica fiscale, creditizia, doganale, monetaria, e della politica internazionale che si può dire ormai interamente dominata da problemi di questa natura

E, come ho già accennato, poiché il processo di socializzazione della produzione investe ormai tutti gli aspetti della vita sociale, a cominciare dalla preparazione scolastica che dev’essere subordinata ai fini della produzione, ne deriva che gli interessi privati che reggono il processo produttivo hanno bisogno che lo Stato indirizzi la sua politica, anche fuori dall’ambito economico, sui binari che portano al soddisfacimento delle loro esigenze. Una volta che sia chiaro che il sistema capitalistico nella sua fase attuale non può vivere senza questo continuo intervento del potere pubblico in tutti i settori, ne deriva che il potere concentrato dei monopoli non può rinunciare a controllare il potere pubblico e che questo a sua volta è posto di fronte al dilemma di subordinarsi al sistema o di lottare per distruggerlo."
La scelta, come sappiamo, fu quella di subordinarsi: lo strumento per farlo, è stato "il sogno €uropeo".

3. Ma veniamo a Federico Caffè, traendo da questa raccolta di "quotes" degli spunti non dissimili da quelli appena riferiti:
- Poiché il mercato è una creazione umana, l'intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio. Non si può non prendere atto di un recente riflusso neoliberista, ma è difficile individuarvi un apporto intellettuale innovatore. [...] i limiti intrinseci all'operare dell'economia di mercato, anche nell'ipotesi eroica che essa funzioni in condizioni perfettamente concorrenziali. È molto frequente nelle discussioni correnti rilevare un'insistenza metodica sui vantaggi operativi del sistema mercato, e magari su tutto ciò che ne intralci lo "spontaneo" meccanismo, senza alcuna contestuale avvertenza sui connaturali difetti del meccanismo stesso. (da "Lezioni di politica economica", p. 38).
- E la burocrazia tradizionale ha bisogno non di profeti dello «sfascio», ma di artefici della tempra di un Riccardo Bianchi o di un Meuccio Ruini (ndr; il relatore di maggioranza dell'art.11 Cost.), creatori o ricostruttori di apparati efficienti, in quanto non ignoravano che il primo dovere di chi amministra, nei confronti dei dipendenti, è di esserne il responsabile, non il denigratore. (da "Scritti quotidiani", 12 gennaio 1984: p. 99).
- L'economista è il fiduciario di una civiltà possibile e se gli interessi costituiti prevalgono sulle idee, tuttavia l'economista deve stare attento alle idee. (dall'intervista del 30 maggio 1985: p. 145)
- Uno degli indici più preoccupanti dell'accrescersi, nel nostro Paese, della situazione di "regime" è costituito dall'aggravarsi del conformismo dell'informazione: con particolare riguardo a quella economica.

3.1. Concludiamo citando un brano introduttivo del libro di Bruno Amoroso e Jesper Jespersen "L'Europa oltre l'euro", in cui viene richiamata, da un suo "autentico" allievo (nella coerenza ed etica scientifica), il pensiero di Caffè:
"In un articolo intitolato "A bordo del Titanic. L’Euro nella tempesta", pubblicato agli inizi dell’anno («il manifesto», 16 gennaio 2012), evidenziavamo le ragioni strutturali della crisi nell’abbattimento delle resistenze immunitarie dei sistemi economici. Abbattimento provocato dalla mercificazione della produzione e del consumo e, in parallelo, dalla crescente monetizzazione e finanziarizzazione dei mercati. 
Questi cambiamenti strutturali e istituzionali, pilotati dai nuovi gruppi di potere, hanno prodotto una nuova interazione tra economia e politica, trascinando la politica nella crisi dell’economia.
In un saggio del 1971 Federico Caffè, monitorando gli studi sui cambiamenti in corso nel sistema economico degli Usa, faceva rilevare come questi fenomeni, legittimati con la retorica dell’innovazione, lungi dal favorire l’ammodernamento e il rafforzamento dei sistemi produttivi, agivano nella direzione opposta di una loro regressione e accresciuta dipendenza da criteri di efficienza estranei a una sana e sociale visione dell’economia e del profitto. 
Si deve a lui (Caffè, ndr;) l’uso diffuso di metafore come quella degli «incappucciati» dell’economia per descrivere l’insorgere dei nuovi centri di potere economico e finanziario."


giovedì 20 novembre 2014

INTERVENTO AL CONVEGNO DEL 19 NOVEMBRE 2014. AUDIZIONE DI RISCOSSA ITALIANA













L’UNIONE MONETARIA ED ECONOMICA EUROPEA RISPETTA I PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE?
I. Il problema da cui dobbiamo muovere è se il modello economico impostoci da Maastricht sia adatto alla c.d. specializzazione produttiva che ha caratterizzato orgogliosamente lo sviluppo italiano del dopoguerra. La risposta, nei termini suggeriti da Guido Carli nel 1974, non appena ebbe occasione di commentare il primo progetto di “moneta unica” contenuto nel c.d. rapporto Werner del 1971, non può che essere negativa. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Negare questa radice causale della crisi italiana non risponde oggi più ad alcuna realistica convenienza politica.

II. Il secondo interrogativo che propongo è: questo modello di Unione economica e monetaria sarebbe stato consentito dalla Costituzione?
La risposta è di importanza cruciale: a nessun esponente politico che abbia a cuore l’interesse effettivo del proprio Paese, dovrebbe sfuggire l’enorme sostegno che uno sbarramento fondato sulla Costituzione può fornirgli per la stessa riappropriazione del suo ruolo:
a)     di creatore di indirizzo politico;
b)    di titolare di effettivi strumenti di politica economica e fiscale previsti nella stessa Costituzione.
Senza questa effettività di poteri, il “lo vuole l’Europa” lo condanna, ormai, entro poco tempo, a politiche di governo che, violentando le forze vitali produttive che STRUTTURALMENTE caratterizzano il nostro Paese, giungono rapidamente alla perdita del consenso.

III. Il primo e più agevole test di compatibilità costituzionale che possiamo fare è quello che passa per l’art.11 Cost.:
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."
Ebbene, il Trattato di Maastricht con tutti i suoi sviluppi successivi non corrisponde a nessuna delle condizioni poste dall’art.11, che è principio fondamentale della Costituzione non assoggettabile a lecita revisione.

Primo: mancavano le condizioni di parità. Se si poneva ab initio un limite unico, e per di più INTESO come IMMUTABILE, di deficit-indebitamento pubblico,  l’onere imposto a paesi con diversi oneri passivi per il debito pubblico sarebbe stato immediatamente e gravemente disparitario. Basti dire che Germania e Francia, agli albori degli anni 90, non superavano un onere degli interessi passivi pari al 3%,; e SUCCESSIVAMENTE NON L’HANNO MAI SUPERATO. Il nostro onere era circa QUATTRO VOLTE. E tutt’ora è praticamente doppio.

Secondo: ogni adesione a un trattato istitutivo di un’organizzazione internazionale può essere SOLO VOLTA AD ASSICURARE LA PACE E LA GIUSTIZIA TRA LE NAZIONI. I Costituenti trattarono esplicitamente questo punto, escludendo per fatti concludenti i trattati economici che non fossero strettamente e oggettivamente funzionali a questo fine.
Ora, l’Unione non lo è: frutto di una visione di free-trade, è COME TALE, portata alla enunciata e esasperata COMPETIZIONE COMMERCIALE TRA STATI (conforme alla radici teoriche di Ricardo e del modello più recente di free-trade, Hecksher-Olhin-Samuelson).
I risultati anche qui sono sotto gli occhi di tutti: mai lo spirito di cooperazione e di appartenenza comune e solidaristica alla casa europea è stato così basso.
Questo perché il trattato, nelle sue norme fondamentali, promuove soltanto un’economia fortemente competitiva, tra Stati, e la stabilità dei prezzi che ne è il corollario tipicamente liberoscambista.
Inoltre il trattato, - con gli artt.123-125 e la stessa clausola di solidarietà (di mera apparenza) ex art.222 TFUE-, esclude, cioè vieta, espressamente ogni natura solidaristica.
E questa esclusione non può non considerarsi clausola essenziale cui i paesi più forti hanno subordinato la loro adesione, dandoci un primo realistico e fondamentale dato sui margini di trattativa praticabili per cambiare i trattati.

Terzo: la Costituzione non ammette CESSIONI di sovranità, e né potrebbe ammetterle qualsiasi Costituzione democratica, perché paventa l’irreversibile pericolo di compromissione del MODERNO RUOLO DELLA SOVRANITA’: LA CURA DEI DIRITTI FONDAMENTALI e del benessere DEI SUOI CITTADINI.
Perciò la Costituzione ammette solo LIMITAZIONI, cioè reversibili e consapevoli AGGIUSTAMENTI DEI PROPRI STRUMENTI DI POLITICA ECONOMICA e purché permanentemente volte a promuovere l’effettivo benessere dei suoi cittadini.
Il che dovrebbe escludere la legittimità costituzionale di ogni vincolo derivante da trattato economico che NON SIA SOTTOPOSTO A UN TERMINE (finale: o comunque un termine di sua revisione periodica, con possibilità di recedere a tale scadenza).

Dovendo essere breve, e sperando di poter integrare questa relazione con uno scambio di domande-risposte, arrivo a concretizzare gli effetti del funzionamento dell’UEM caratterizzata dalla confluente combinazione di
A)   limiti rigidi e perenni all’indebitamento pubblico;
B)    moneta unica inclusiva di cambi fissi altrettanto immutabili.
Il secondo aspetto è presto detto: basta confrontare l’andamento dei saldi delle nostre partite correnti BdP con la fissazione della parità col marco (com’è noto avvenuta nel 1996: per la Germania un ribaltamento positivo e per l’Italia l’inverso).

Il venire meno della domanda estera, in una progressione distruttiva e manifesta, è evidente. Ed esso comporta un PRIMO EFFETTO di CONTRAZIONE DELLA BASE IMPONIBILE che costrinse, da subito (fin dall’esigenza post-Maastricht di rispettare i “criteri di convergenza”), l’Italia ad aumentare il carico fiscale, in una rincorsa crescente e senza apparente fine.

Il primo effetto menzionato, quello relativo alla rigidità fiscale del trattato (su deficit e debito pubblico) è ancor più evidente: se taglio il deficit pubblico, inevitabilmente, taglio il reddito-spesa pubblica e inevitabilmente il reddito privato, e lo stesso PIL. Specie se l’onere passivo degli interessi sul debito è superiore al tetto consentitomi (a differenza che per gli altri paesi “concorrenti”).
Ciò punisce la formazione del risparmio nazionale, l’effettiva possibilità di investimenti e si è ancor più costretti ad inasprire la pressione fiscale per l’ulteriore venire minor crescita, o addirittura saldo negativo, della base imponibile.

A parte la ovvia insostenibilità di medio-lungo periodo di tale situazione sugli indispensabili investimenti – investimenti che il settore privato può autonomamente generare grazie alla formazione del risparmio PRIVATO consentito dal deficit (e cioè a parte la DEINDUSTRIALIZZAZIONE  che ciò inevitabilmente comporta)-, va aggiunto un altro aspetto fondamentale.
QUAND’ANCHE, attraverso questa compressione della domanda interna e quindi dell’inflazione, REALIZZASSI LA SPERATA CRESCITA DELL’EXPORT, ciò non risulta INDIFFERENTE su CHI REALIZZA IL RISPARMIO derivante da questo indirizzo economico imposto dall’UEM: una crescita esclusivamente export-led che, tra l’altro, nessuno ha MAI realizzato con una VALUTA SOPRAVVALUTATA COME L’EURO, neppure la Germania (infatti per essa l’euro è valuta SOTTOVALUTATA).

Se infatti mantengo (o avessi potuto mantenere) il deficit-spesa pubblica in misura tale da sostenere la domanda, - cosa che in Italia è cessata praticamente dal dopo-Maastricht attraverso una spettacolare serie di SALDI PRIMARI, senza pari nella storia dell’economia moderna-, il risparmio corrisponde a tendenziale piena occupazione (cioè si traduce quasi integralmente in investimenti). E questa è, o sarebbe, la volontà esplicita dei citati artt.1, 3 capoverso e 4 della Costituzione.
Ma la Costituzione vuole anche, con LO STRETTAMENTE connesso art.47 Cost., che il RISPARMIO SIA DIFFUSO: e ciò esplicitamente per favorire l’accesso di ogni cittadino alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e all’investimento azionario “nei grandi complessi produttivi del paese”, e vuole anche il risparmio per favorire la tutela e lo sviluppo dell’impresa artigiana (art.45, comma 2, Cost.) cioè delle PMI correttamente intese.
Se dunque AZZERO O RIDUCO IL DEFICIT secondo un TETTO IMMUTABILE DETERMINATO DA UN TRATTATO, il possibile risparmio sarà, nella migliore delle ipotesi, concentrato nelle imprese esportatrici – ammesso che la Nazione riesca a mantenerne la proprietà- e sarà NULLO O NEGATIVO PER TUTTO IL RESTO DELLA POPOLAZIONE ITALIANA.

Seguendo dunque la politica dettata dall’adesione all’euro, la Costituzione viene integralmente sovvertita (come appunto evidenziò Guido Carli): non solo si abbandona irreversibilmente la piena occupazione e la tutela dei redditi, ma si avrà, - e infatti si è avuta-, una drastica riduzione dell’accesso alla proprietà dell’abitazione, con crisi del settore edilizio, delle imprese artigiane, con progressiva distruzione del tessuto delle PMI, e un drammatico diffondersi delle insolvenze, cioè delle “sofferenze” che poi innescano il credit crunch-.
Tutto questo è oggi sotto i vostri occhi: e la Costituzione non lo permette. O non lo “permetterebbe”.

martedì 18 novembre 2014

IL "SOLE" DEGLI INVESTIMENTI CHE NON SORGE: CHISSA' PERCHE'...(con addendum sui saldi primari)



Vi diamo un po' dei più recenti dati Istat sull'economia italiana (avvertenza: scommetto in apertura, comunque, che i dati previsionali 2015-2016, si riveleranno sbagliati per eccesso):

"Conti nazionali

Stima preliminare del Pil 
Nel III trim 2014 Pil -0,1% sul trimestre precedente e -0,4% rispetto al terzo trimestre del 2013 
 Comunicato stampa, venerdì 14 novembre 2011

Le prospettive per l’economia italiana 

Nel 2014 si prevede una diminuzione del prodotto interno lordo (Pil) italiano pari allo 0,3% in termini reali, seguita da una crescita dello 0,5% nel 2015 e dell'1,0% nel 2016.

Nel 2014 la domanda interna al netto delle scorte contribuirà negativamente alla crescita del Pil per 0,3 punti percentuali, mentre la domanda estera netta registrerà una variazione positiva pari a 0,1 punti percentuali. 
Nel 2015 la domanda interna al netto delle scorte è attesa supportare l'aumento del Pil (+0,5 punti percentuali) mentre il contributo della domanda estera netta risulterà contenuto (+0,1 punti percentuali). 
Nel 2016 l'apporto della domanda interna al netto delle scorte è previsto in ulteriore rafforzamento. Dopo tre anni di riduzione, nel 2014 la spesa delle famiglie segnerà un aumento dello 0,3% in termini reali, in parte per effetto di una riduzione della propensione al risparmio. Nel 2015, si prevede un ulteriore miglioramento dei consumi privati (+0,6%) che proseguirà anche nel 2016 (+0,8%) trainato dalla crescita del reddito disponibile e da un graduale aumento dell'occupazione.  
Gli investimenti subiranno una ulteriore contrazione nell'anno in corso (-2,3%) nonostante un lieve miglioramento delle condizioni di accesso al credito e del costo del capitale. Il processo di accumulazione del capitale è previsto riprendere gradualmente nel 2015 (+1,3%) e con maggior intensità nel 2016 (+1,9%), in linea con il rafforzamento della domanda.  
Il tasso di disoccupazione raggiungerà il 12,5% nel 2014 per effetto della caduta dell'occupazione (-0,2% in termini di unità di lavoro). La stabilizzazione delle condizioni del mercato del lavoro attesa per i prossimi mesi avrà riflessi sul 2015, quando il tasso di disoccupazione diminuirà lievemente al 12,4% e le unità di lavoro registreranno un contenuto aumento (+0,2%). Il miglioramento del mercato del lavoro proseguirà con più vigore nel 2016 con una discesa del tasso di disoccupazione al 12,1% e una crescita delle unità di lavoro dello 0,7%."

Come sottolinea il Sole24ore, è’ questa la stima preliminare sul Pil trimestrale diffusa oggi dall’Istat, che rileva come si tratti del tredicesimo trimestre consecutivo senza crescita

Solo nel III trimestre dello scorso anno, su base congiunturale, il Pil fece registrare crescita zero e anche nel I trimestre di quest'anno.
Sempre il Sole ci regala una "singolare" interpretazione, naturalmente non solo supply side, ma pure...leggermente apodittica:
 
"Un balzo indietro di quattordici anni. È quanto ha sentenziato ieri l'Istat con il dato negativo del Pil del terzo trimestre 2014. 

Come osserva Nomisma, gli investimenti non ripartono e senza investimenti è molto difficile, se non impossibile, invertire la tendenza. A partire dal 2008, le imprese italiane hanno di fatto progressivamente congelato la spesa in investimenti produttivi, a fronte di un mercato interno sempre più rarefatto
Se non si spezza questa catena che lega industria e consumi interni, il valore aggiunto continuerà a muoversi in modo impercettibile o, alla peggio, a rimanere in territorio negativo. L'industria in senso stretto contribuisce per il 20% alla generazione del Pil, e si arriva a quasi il 27% se si somma il settore delle costruzioni
A sua volta il commercio all'ingrosso e al dettaglio rappresentano una quota del l'11,5 per cento. È quindi evidente come in questi tre settori, senza interventi strutturali di rilancio degli investimenti, della produzione e della produttività, il Prodotto interno lordo sia destinato alla bassa stazionarietà.
«Se si vuole scongiurare il declino economico, l'Italia deve tornare a crescere come nel secolo scorso e deve recuperare il gap di produttività che in questi anni si è allargato enormemente», spiega Pier Franco Camussone, docente di Sistemi informativi alla Sda Bocconi. Camussone ha realizzato uno studio presentato tre giorni fa a Milano al congresso nazionale di Aica. «Tra i fattori cui si addebita il declino - spiega Camussone – rientrano gli scarsi investimenti sulle nuove tecnologie informatiche e telecomunicative da parte del settore industriale italiano, e il limitato impiego di tali tecnologie nella razionalizzazione e semplificazione dei processi produttivi».
Ancora limitati come numero, inoltre, i casi di aziende italiane che hanno imboccato la strada del digital manufacturig, cioè della produzione manifatturiera strettamente connessa a programmi gestionali digitali, su cui si basa buona parte della recente ripresa del Pil degli Stati Uniti. L'analisi dell'Aica mostra tuttavia come oltre un terzo delle Pmi italiane non abbia personale interno dedicato a tempo pieno all'information tecnology
."


Vedete? Un docente di "Sistemi informativi", naturalmente della Bocconi, spiega il declino con la mancata effettuazione di investimenti che determina l'inevitabile "calo della produttività"; il che è una parafrasi tautologica della mancata crescita, dato che nulla dice sul PERCHE' non si facciano gli investimenti
Il Sole, ovviamente lo spiega con una circostanza "sfortunata", dettata anche da un evidente addebito di responsabilità a queste imprese che hanno pretese "assurde": vendere i prodotti che producono, aspettandosi che la gente li possa comprare e non spezzando questa maleducata catena che lega industria e consumi interni.

E come la si vorrebbe "spezzare" questa malcreanza?
Sicuramente, a chiederlo a un bocconiano - e il problema è che QUALSIASI cosa dica, i politici italiani lo prenderanno come "sentenza definitiva"-, tagliando le tasse mediante il taglio della spesa pubblica
Ora, in un paese ove la colpa starebbe nel legare al calo della domanda interna la mancata effettuazione di investimenti in "nuove tecnologie", - che pensate un po', richiedono capitali e specialmente "competenze" in misura adeguata, cioè lavoratori specializzati che bisognerebbe pagare "un po' di più", altrimenti, giustamente se ne vanno all'estero-, questo è lo stato comparativo della SPESA PUBBLICA IN ISTRUZIONE (AL 2010: dopo è andata anche peggio):

Tra l'altro non è neanche vero che dal 2008 gli investimenti sono sempre andati calando, perchè il Sole dimentica che invece l'Italia era uscita da questo trend all'inizio del 2009 per ripiombarci NEL CORSO DEL 2010, non appena iniziarono le "manovrone fiscali" di Tremonti - D.L. n.78/2010, ingiustamente sottovalutato nel far calare...la domanda pubblica coi suoi tagli lineari e col blocco de facto dei pagamenti alle imprese.
Poi comunque è arrivato l'effetto Monti col "burrone" tra fine 2011 e giù fino al 2013, e naturalmente fino al calo attuale, 2014, del -2,3 che abbiamo visto aggiungersi secondo l'ultima rilevazione Istat.
E questo si può agevolmente constatare da questo grafico del Comitato interministeriale della programmazione economica su dati FMI (quelli che il Sole forse legge, evidentemente per un giorno, e poi dimentica):

 

E questa è la relazione tra deficit pubblico e risparmio delle famiglie in coincidenza con le politiche UE-UEM (dalla "convergenza" di Maastricht alla crisi del 2008, e fino al 2010), di restrizione sistematica del deficit mediante l'accumulo di avanzi primari record. Rammentiamo che il risparmio è la "materia prima" di liquidità che dà luogo agli investimenti:


Avanzo primario e tasso di risparmio

Potrei andare avanti ad accumulare dati, e semmai vi rinvio a questo post di "Scenari economici", ma mi parrebbe inutile: tanto la realtà si fa con interviste a docenti, purchessia, della Bocconi...

Alla fine però, comprensivo di tante difficoltà cognitive, aggiungo questo grafichetto qui sotto, tanto per non far scervellare troppo giornalisti e bocconiani intervistati sotto il  "lampione":

 Collegamento permanente dell'immagine integrata
 

domenica 16 novembre 2014

WHAT? "CESSIONI DI SOVRANITA'"? UNA CONFESSIONE DI INCOSTITUZIONALITA'

Nomine Ue, non solo Mogherini. Chi è Donald Tusk, presidente del Consiglio

Van Rompuy, attraverso il suo Segretariato generale-Servizio di informazioni al pubblico, quindi con una voce ufficiale, mette nero su bianco che i Trattati comportano "cessione di sovranità" nonchè la conseguente subordinazione delle politiche economiche degli Stati membri al "fine di conseguire gli obiettivi dell'Unione europea". 
Lo apprendiamo da questa nota di cui si è avuta la diffusione su Twitter:

Vi riportiamo, ancora una volta, per facilità di lettura, il testo dell'art.11 della Costituzione italiana che, rammentiamo, rientra nei principi fondamentali (artt.1-12) che, ai sensi dell'art.139, sono costitutivi della immutabile "forma repubblicana" e che la Corte costituzionale italiana ha anche recentissimamente riaffermanto costituire un "controlimite" alle fonti di diritto internazionale, inclusi i Trattati UE:
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."

Questa dichiarazione, scritta ed inequivocabile, determina alcune conseguenze non trascurabili:
a) l'UE, in persona del Presidente permanente pro-tempore del Consiglio europeo ("da parte" del quale è data la risposta) ammette che la sovranità è stata ceduta e non limitata, ciò che l'art.11, inteso secondo la sua espressa volontà letterale e l'intenzione emergente dall'Assemblea costituente, non ammette;

b) questo effetto di "cessione" porta esattamente a ciò che la Costituzione intendeva evitare, dato che la sovranità è irrinunciabile e indisponibile; essa appartiene al popolo italiano (art.1 Cost.) e non ammette sul territorio nazionale, unico ed indivisibile, (art.5 Cost.) la prevalenza delle decisioni politiche di organizzazioni internazionali, di qualunque genere. 
Questo è il principio della sovranità DEMOCRATICA che coincide, nel suo ruolo, "primo e più importante", col perseguimento dei diritti fondamentali previsti dalla stessa Costituzione, e che consente deroghe solo nella forma della "limitazione": come tale sempre reversibile, in quanto esclusivamente legata al permanere in concreto dell'effettivo perseguimento della pace e della giustizia tra le nazioni e fatte salve le condizioni di parità con altri Stati e, comunque, fatta salva l'irrinunciabile intangibilità dei principi fondamentali della Costituzione;

c) non ci risulta che le istituzioni europee abbiano fatto affermazioni "ufficiali" dello stesso genere rispetto alle sentenze della Corte costituzionale tedesca che hanno affermato, senza equivoci, la prevalenza delle norme costituzionali tedesche ogniqualvolta si ponga un problema di incompatibilità coi principi costituzionali nazionali, che essa si riserva di ravvisare in ogni questione che coinvolga prerogative fondamentali di competenza del Parlamento tedesco (Lissabon Urteil)
In particolare, non ci risultano analoghe prese di posizione di van Rompuy o di altri organi dell'Unione, sulla sentenza con cui, all'inizio del 2014, la stessa Corte tedesca ha statuito che il sindacato sulla misura, annunciata dalla BCE, dell'Outright Monetary Transaction "rientra nel proprio mandato", anticipando che di aver "importanti ragioni" di ordine costituzionale interno per ritenere che l'OMT sia accettabile solo a condizione che operi una  delimitazione del programma di acquisti a obiettivi limiti quantitativi e di tempo, cioè esattamente il contrario di quello che è il fulcro indispensabile della efficacia che possono dispiegare sui mercati questo tipo di interventi "ventilati" (whatever it takes...and believe me, it'll be enough di Draghi).
Questo importante elemento di diverso trattamento di situazioni identiche costituisce altresì ammissione della circostanza che le Istituzioni europee preannuncino di non rispettare il principio di "parità di condizioni" cui l'art.11 Cost. subordina la legittimità costituzionale delle mere "limitazioni" (escludendo ogni tipo di "cessione");

d) dato che la risposta del Consiglio europeo risulta perentoria e incondizionata, senza neppure menzionare la competenza degli organi giurisdizionali italiani ad effettuare un accertamento che rientra nei principi fondamentali di cui agli artt. 3 e 24 Cost., essa ha l'obiettivo significato di ritenere a priori irrilevante l'eventuale violazione di norme di diritto nazionale poste a salvaguardia di interessi fondamentali attinenti alla sovranità democratica italiana.
Da ciò traspare altresì, - oltre alla violazione sotto i plurimi profili evidenziati dell'art.11 Cost.-, anche il preanuncio della violazione, implicita ma necessaria, di un'importante norma del Trattato europeo (TUE). Questo all'art.4, par.2, dice espressamente:
"L'Unione rispetta l'uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale..."

venerdì 14 novembre 2014

EURO ALLA FRUTTA E TTIP ALLE PORTE: IL "TANA LIBERA TUTTI" (Jack Lew parla chiaro)

 tasas de esempleo en mexico
  En México se oculta el 70 % del desempleo y la precarización de los trabajadores a un año de la Reforma Laboral.

Premessa- In un commento nell'ambito del suo ultimo post, Flavio fa riferimento alla critica, proveniente da Jack Lew, attuale segretario del treasury USA, circa l'irresolutezza dell'area euro nell'intraprendere politiche che la conducano al di fuori della stagnazione (per noi italiani, recessione, quale confermata dall'Istat al -03% per il 2014).
 
1- Da un articolo di Maurizio Sgroi su formiche.net, riportiamo un interessante commento delle analisi sulla "crescita" fatte dalla stessa Commissione UE, in uno studio del 31 ottobre 2014.  
Sgroi focalizza un eloquente grafico della Commissione, relativo alla crescita comparata USA- area UEM- area UE "non euro", tra il 2° trimestre 2009 e il 2° 2014, cioè riferito a dati statistici da registrare e non a previsioni (che la Commissione sbaglia regolarmente).
Ecco cosa emerge dall'analisi comparata della Commissione:
"...calcola il progresso del prodotto negli Usa, nell’eurozona e nell’Europa senza euro dal terzo trimestre del 2009 al secondo quarto del 2014, isolandone le diverse componenti.
La prima cosa che salta all’occhio è la grande differenza di risultato. Mentre gli Usa sono cresciuti nel periodo considerato dell’11,4% e l’Europa fuori dall’euro dell’8,6%, l’euro area è cresciuta appena del 3,5%
Ma ancora più interessante è osservare il contributo delle varie componenti.

Negli Stati Uniti quasi otto degli 11.4 punti di crescita sono arrivati dai consumi privati, altri due-tre punti sono arrivati dagli investimenti e altre componenti hanno fatto il resto. Negativo invece, per un paio di punti, il contributo del consumo del governo e dell’export netto.

Nell’eurozona i 3,5 punti di crescita sono quasi interamente da attribuirsi all’export netto, con un piccolo contributo delle altre componenti e un contributo negativo degli investimenti
In pratica la (poca) crescita che l’eurozona ha spuntato in questi anni tremendi è dovuta alla sua politica sostanzialmente mercantilista, che però ha finito con l’affossare il prodotto.
Nell’Europa fuori dall’euro si osserva che la crescita del prodotto ha interessato tutte le componenti del Pil, con una larga preponderanza del consumo privato, più o meno la metà.
Se facciamo uno zoom e osserviamo lo stesso grafico concentrandolo nel periodo fra il secondo quarto del 2013 e il secondo quarto del 2014, vediamo che il pattern cambia poco
L’eurozona è cresciuta meno delle altre due aree, 1% a fronte del 2,9 americano e del 3,2 Europa extra euro, ma soprattutto è crollato il contributo dell’export netto alla crescita, forse perché nel frattempo la domanda dall’estero dell’area è diminuita. Di nuovo c’è solo che il contributo degli investimenti è diventato positivo, anche se minimamente. E ciò basta a spiegare perché il nuovo mantra delle autorità europee sia che bisogna investire."

2- Descritta questa situazione, va anzitutto sottolineato come FUORI DALL'EURO, gli Stati UE, coi loro modelli costituzionali del welfare, reggano benissimo il confronto con gli USA.

Ma, per la nostra sorte di paese UEM senza altre speranze o alternative, vediamo cosa dice Jack Lew, citato all'inizio, col commento del Sole24 ore, più sopra linkato:
«Il mondo - ha accusato Lew - conta sull’economia americana per trainare la ripresa globale. Ma l’economia internazionale non può prosperare solo contando sul fatto che gli Stati Uniti sono gli importatori di prima e ultima istanza, né può sperare che la nostra crescita basti a compensare la debole crescita nelle altre grandi economie mondiali».
La forza relativa degli Stati Uniti rispetto ai concorrenti sta avendo un impatto sui cambi, con il dollaro che si sta apprezzando sull’euro e sulle principali valute dei Paesi emergenti. Anche questo non piace al Governo americano, che teme una frenata delle esportazioni. Anche la caduta del prezzo del petrolio in prospettiva può creare problemi alla fiorente industria dello shale oil, la cui ascesa sta coronando il sogno americano dell’indipendenza energetica e in prospettiva può farne un esportatore netto.
La ricetta suggerita da Lew è un mix di politiche monetarie, fiscali e di riforme strutturali per rendere più competitive le economie. 
A questo proposito, il ministro americano ha osservato come anche il Giappone abbia rallentato gli sforzi di cambiamento. Delle tre frecce di Abe (monetaria, fiscale e riforme) «le prime due - ha detto Lew - hanno contribuito a una crescita più forte nel 2013, ma quest’anno il Governo ha fatto passi indietro sul fronte fiscale (con l’aumento dell’Iva, ndr) e la terza freccia non è stata attuata pienamente».
Nessun riferimento esplicito alla Germania, ma è noto che la politica del Governo Merkel, fatto di indebitamento a zero e di un ampio surplus commerciale con l’estero, non soddisfa Washington. Il timido piano da 10 miliardi di euro di investimenti pubblici annunciato dal ministro Schaeuble a partire dal 2016 (!) è evidentemente troppo poco per gli Usa."
 
3- Con dati tratti da qui, (fonte: dipartimento del commercio USA), possiamo trovare la conferma dell'inquietudine di Lew, ma anche del tentativo USA di correggere, con certe specifiche strategie, gli squilibri delle proprie partite correnti:
Trade_july2014


 https://docbea.files.wordpress.com/2014/06/current_account_6_18_14capture.png

4- Quindi, nel post-crisi 2009, la correzione è stata quantomeno tentata
Dal picco di contrazione dei consumi-importazioni dovuto alla crisi (praticamente il metodo "Monti", solo non deliberatamente adottato), si è avuto un rebound negativo e poi un lento miglioramento "medio" che ha puntato sulla moderata ma costante crescita nel settore (esportativo) dei servizi e uno sforzo evidente, dal 2011, nella partita "beni", che, però, ci ritroviamo peggiorata a cavallo del 2013-2014, in evidente concomitanza con le politiche di deprezzamento dell'euro perseguite, - e molto sbandierate-, quantomeno sul piano delle aspettative, dalla BCE.

Sostanzialmente, la ripresa USA è dovuta ai consumi e ciò ha corretto, in parte la disoccupazione, sapendo cioè che non si tratta di occupazione "buona", ma dovendo, piuttosto, attribuirsi la sopravvalutata discesa del tasso dei disoccupati  ad effetti tutto sommato modesti di una enorme liquidità immessa dalle politiche monetarie, e non anche a politiche fiscali realmente espansive:

5- Questo ha portato però, nel "dualismo" del mercato USA - che certo non è risolto con la flessibilità, anzi è il contrario- ad un altrettanto modesto decremento, se non addirittura ad un aumento, della "vera" disoccupazione-sottoccupazione (v.linea blu):

3
Tant'è che questi sono gli andamenti delle "wage-share" su PIL: quella USA non risulta neppure migliore di quella dell'area UEM, cosa che dimostra che, i consumi riprendono perchè ci sono tanti redditi piccoli-piccoli, ad alta propensione a...consumare, essenzialmente indebitandosi, ma senza una distribuzione sociale della crescita che abbia corretto minimamente le note sperequazioni crescenti. Queste ultime ostacolano, negli stessi USA, sia la creazione di un adeguato livello di risparmio-investimenti, sia, ancor peggio, la stessa stabilità finanziaria (essendoci troppi debitori con troppo poco flusso di reddito per stare al sicuro sui prodotti derivati che "nascondono" tale debito):

 perri-1-dic-13

6- Ora, poi, col tapering, - ovvero fine del QE e l'inizio di una, per ora, incerta prospettiva di aumento dei tassi di interesse (che potrebbe verificarsi blandamente, id est; sostegno al mercato intrecciato REPO dei derivati, tra USA-UE)-, la situazione del cambio €-$ potrebbe peggiorare, con ulteriore deprezzamento del primo (o apprezzamento del secondo...).
Non solo, ma abbiamo visto che la cuccagna mercantilista della crescita UEM (crescita per modo di dire), per via dell'attivo CAB, starebbe agli sgoccioli, perchè le altre aree hanno i loro problemi e, finito il QE, devono comunque compensare la fuga di capitali.
Insomma, il mercantilismo starebbe alle sue ultime batute - anche perchè la ripresa degli investimenti in area UEM, non appena registrata rischia di abortire ed è comunque largamente insufficiente, a dimostrazione che, senza investimenti, la compressione salariale non è una politica lungimirante, accoppiandosi a una distruttiva disoccupazione.

7- Persino per la Germania i tempi si fanno duri (v. la sua produzione industriale al -4% di agosto), e persino nelle stime sul CAB del FMI:

https://eurocrazya.files.wordpress.com/2013/07/current-account-balance-percent.png
Al netto della prospettiva del "grande botto" finanziario-speculativo, - e nonostante i proclami di Obama sulla tutela salariale del lavoro, certamente pro-domo propria in chiave internazionale-, gli USA non abbandoneranno il sopra visto mercato del lavoro e la debolezza "indebitata" e finanziariamente instabile della ripresa finora realizzata.

Ne deriva, dunque, che punteranno a rafforzarsi laddove sono già "più forti", sul piano esportativo, cioè nel settore dei servizi: e questo spiega l'urgenza di Lew
Infatti non possiamo non scorgere, nei toni e nei contenuti non casualmente prescelti, una nota di maggior decisione, laddove esplicita il fermo rifiuto - ecco la novità- di proseguire a servire da "importatori di ultima istanza" del resto del mondo. 
E questo specialmente verso l'area UEM, che adotta paradigmi economici che escludono una decisa espandibilità degli stessi USA nei mercati €uropei dei servizi.

8- Il che ci riporta alla già segnalata "logica del TTIP" ed alla vera posta in gioco sottostante, così riassunta in precedenza:

"Il punto debole politico di questa strategia (UEM), però, -quello economico è talmente evidente che non ha bisogno altro che di attendere la catastrofe inevitabile-  è l'intrinseca visione mercantilista egemone germanica: che si trova a fronteggiare le diverse esigenze del "liberoscambismo" interatlantico, il quale, ex parte USA, si fonda su una diversa concezione, molto più pragmatica, della stessa piena occupazione
Quest'ultima, nella visione sostenuta dagli USA, non è un bene sacrificabile quanto lo è la tutela sociale del lavoro
I "consumatori", sebbene ora miopemente "astratti" dalla concezione "fordista" (che accetta che i salari crescano con la produttività e non debbano essere sacrificati per una gigantesca e contraddittoria redistribuzione, chiamata attualmente "stabilità dei mercati finanziari"), devono pur sempre esserci e costituire una massa "matura" di potere d'acquisto, in assenza della quale neppure la liberalizzazione, per mezzo di un trattato, di ogni possibile servizio (pensioni=fondi finanziari privati e sanità=assicurazioni private) o settore di mercato (magari la stessa difesa), sortirebbe gli effetti auspicati: cioè quelli sui profitti delle imprese che si vedano aperti nuovi "liberi mercati..."

E questo quadro risulta dunque confermato: l'euro stesso può essere sacrificato se si rivela inevitabilmente dominato dalla recalcitrante Germania mercantilista, anche se la cosa potrebbe risultare difficile, ormai. 
Ma la questione OMT (cioè la legittimità secondo i trattati e, ancor più, secondo il giudizio della Corte costituzionale tedesca, del "whatever it takes" di Draghi), e la conseguente imminenza della relativa sentenza della Corte europea, potrebbero costituire un provvido "tana libera tutti", e portare dall'insostenibilità dell'euro-zona al nuovo orizzonte del rilancio liberoscambista-TTIP (di cui abbiamo parlato un anno fa), ma...dal volto "umano" (...semplicemente un pochino meno disumano).