martedì 2 settembre 2014

LA STRANA (E DISASTROSA) SIMMETRIA DELL'EURO NELLA MANCANZA DI RISORSE CULTURALI

 Autunno 1978: la rinascita della "cultura" neo-gold standard

(In mancanza dell'apporto di Vocidallagermania, un blog che ci manca, ora più che mai, cerchiamo di supplire nel nostro piccolo...)
Rispetto agli ultimi 2 post qui pubblicati, troviamo subito una conferma esterna di autorevole fonte tedesca. Certo Munchau è una voce dissidente, come tutte quelle che cercano di portare ad una riflessione basata sul minimo buon senso scientifico, ma, come vedremo, rimane pur sempre fermo su basi teoriche monetariste (enfasi sull'offerta di moneta per incrementare la base monetaria e reflazionare) e neo-classiche (validità operativa delle "aspettative razionali").

Riassumiamo il senso dei due ultimi post:
a) http://orizzonte48.blogspot.it/2014/08/sovranita-democratica-cittadini-europei.html: essendo l'UE un trattato internazionale istitutivo di un'organizzazione in ultima analisi liberoscambista, esso non può portare, per sua essenza, a pari e simmetriche condizioni di "rinuncia" (tra l'altro neppure consentita dall'art.11 Cost.) della sovranità, ma, in omaggio all'inevitabile fondamento sulla maggior forza iniziale e poi rafforzata dei paesi aderenti, al potenziamento della sovranità - cioè della realizzazione degli interessi socioeconomici- del paese geneticamente più forte nonchè all'inesorabile ed accentuato indebolimento unilaterale della sovranità del paese "debole" e "rinunciatario"...che finisce in posizione di "ricatto" (salvo che non si richiami ai mezzi sovrani previsti dalla propria Costituzione, con una decisione politica di riappropriazione della prevalente tutela degli interessi del proprio popolo, titolare della sovranità sacrificata);

b)http://orizzonte48.blogspot.it/2014/09/draghi-al-telefono-con-merkel-le-due.html: Draghi, anche nel suo discorso di Jackson Hole, finisce in definitiva per leggere la crisi €uropea come "strutturale" e la ritiene necessaria, ed anzi registrabile quale propizia opportunità, per realizzare il valore supremo della moneta unica: l'instaurazione del mercato del lavoro "neo-classico", perfettamente flessibile, sia nei salari, intesi come mero "prezzo", che nella uscita dei lavoratori dalla situazione di occupazione "non competitiva" (cioè con remunerazione considerata rigidamente eccessiva in quanto trascinata dal precedente assetto dello stesso mercato: l'ipotesi è che non esista una fisiologica disoccupazione "frizionale", determinata dalla mancata sincronizzazione di domanda ed offerta aggregata, ma disoccupazione essenzialmente "volontaria", determinata dalla rigidità salariale innescata dalla sovratutela "monopolistica" dei sindacati e della legislazione sociale degli Stati democratici). 
Ciò in omaggio alle teorie "neoclassiche" di cui è propugnatore, che configurano un modello economico che neppure contempla la verificabilità di una crisi innescata da una carenza della domanda aggregata, ma che focalizza solo sul lato dell'offerta. Questo modello economico è fondato sulle aspettative razionali come drive fondamentale dei comportamenti degli operatori economici, confidando in questo elemento psicologico e "assiomatico-a priori", (contestato sul piano cognitivo da numerosi ed illustri economisti), più che nella capacità dei dati di descrivere, attraverso un processo deduttivo e di individuazione di costanti basate esclusivamente sui dati stessi, le effettive tendenze del sistema economico osservato.
La crisi viene così ritenura risolvibile all'esterno dei trattati, cioè in aderenza esclusivamente ad un modo di intendere il loro "spirito" - interpretato unilateralmente, ex auctoritate, da parte della BCE, unica "vera" istituzione UEM prevista dai trattati. Tale "spirito" è infatti determinato superando, (e comunque non criticando nelle sue evidenti lacune), il congegno normativo concreto dei trattati stessi. 
L' interpretazione di Draghi, dunque, risulta implicitamente (non c'è un'ermenutica, necessariamente giuridica, compiuta apertamente) volta alla generale instaurazione di quel modello economico, considerando quindi trascurabile la "contingenza" della altrettanto evidente, e distinta, crisi determinata dai differenziali di saldi commerciali e di tassi di cambio reale, inevitabile tra i paesi aderenti, che, invece, si connette direttamente a quel concreto congegno normativo (in assenza della cui effettiva elaborazione, la Germania non avrebbe ricevuto le garanzie considerate indispensabili per aderire ai trattati stessi).

Di queste analisi troviamo consistenti elementi di conferma nell'intervista di Munchau, pur essendo la sua critica imperniata sul fraintendimento, attribuito a Draghi ed alla BCE, della corretta visione di quel modello economico, che non viene contestato nel suo fondamento sebbene nella sua concreta applicazione. 
Ve ne riporto i passaggi significativi - con sottolineature dei punti salienti-, confortati dal fatto che un economista e giornalista di alto livello converga su diagnosi analoghe (ma, appunto, non identiche) sul piano economico e più fortemente convergenti sul piano "politico", rispetto a quelle qui adombrate:

«Intendiamoci, il discorso di Jackson Hole è stato ottimo, il migliore della sua carriera. Forse è andato un po’ più in là del previsto, ma ha detto cose giuste. Il problema sono i passi falsi del passato, ai quali temo che ne seguiranno altri».

Perché questo pessimismo? In un modo o nell’altro con la Cancelliera, e poi ieri con Hollande, si sono chiariti...
«Malgrado mese dopo mese sia smentito dai fatti, Draghi continua a ripetere ossessivamente che le aspettative d’inflazione vengono disattese. Non sembra capire che è il modello macroeconomico stesso su cui si basa a non funzionare e a non tenere in appropriato conto le aspettative, che sono un importante veicolo d’inflazione. C’è poi il problema centrale: la Bce non ha ancora lanciato il quantitative easing, rimasto l’unico modo per dare ossigeno all’economia »...

...Però lo stesso Draghi ha precisato nel Wyoming che aspetta le riforme per affiancare manovre monetarie e fiscali: e poi che ne è dei dubbi di “legalità” sul QE?
«Quelli restano. Possiamo stare certi che il QE verrà sfidato da fior di avvocati in Germania. Invece rientra nel mandato di stabilità monetaria: occorre insistere, anzi andava fatto un anno fa. Ora l’intervento dovrà essere più massiccio: diverse migliaia di miliardi di euro. Di meno, sarebbero soldi sprecati.

La Bce dovrà comprare di tutto, buoni governativi, obbligazioni, forse non azioni per non essere anche accusata di interferire con le Borse, ma titoli di ogni genere pur di far salire la base monetaria. Basta ritardi: già con la riduzione dei tassi, che era più urgente in Europa che in America perché qui ci sono condizioni fiscali più dure, ne sono stati accumulati abbastanza. Le dirò di più: paradossalmente le Omt, outright monetary transaction , rimaste un annuncio con la promessa di comprare bond, hanno ritardato gli interventi veri»...

...Draghi - diceva - non è l’unico ad aver commesso errori. Quali sono quelli della Merkel?
Wolfgang Munchau Wolfgang Munchau
«Il più grave è culturale. Da cinquant’anni gli economisti tedeschi, strettamente aderenti alla scuola neoclassica, si preoccupano solo dell’offerta: fanno sì che in casa loro, dai conti pubblici all’organizzazione del lavoro, tutto sia in ordine, e poi il mercato farà il resto. Non si sono accorti che la crisi attuale è di domanda, e che ormai fanno parte di una comunità di 18 Paesi le cui peculiarità vanno considerate.

Di qui l’ostinazione per l’austerity, e anche quel vero e proprio ricatto da cui è nato il Fiscal Compact, concepito in cambio degli aiuti alla “periferia”. Mi chiedo come un economista del calibro di Mario Monti abbia potuto firmare un trattato che, se applicato alla lettera, porterà l’Italia al fallimento: ridurre al 60% il debito in vent’anni significa andare incontro a una recessione che sottrarrebbe il 30-40% del Pil nello stesso periodo. Un disastro, e la fine dell’euro»

lunedì 1 settembre 2014

DRAGHI AL TELEFONO CON MERKEL: LE "DUE CRISI" E IL NODO DELLA SOVRANITA'

 


"Il Cancelliere tedesco Angela Merkel avrebbe chiesto chiarimenti al presidente della Bce, lamentando il fatto che Draghi avrebbe posto maggior accento sull’opportunità di riforme strutturali piuttosto che sulla necessità di mantenere l’austerità di bilancio, per rafforzare la crescita in Europa. Lo rivela il Der Spiegel. Ma la Bce smentisce: «È inesatto il fatto che la Merkel abbia chiamato Draghi per contestare le frasi dette a Jackson Hole», afferma il portavoce della Bce, senza fornire i dettagli ma confermando implicitamente che ci sia stata la telefonata. «Il contenuto della conversazione - aggiunge il portavoce - non lo commentiamo e non lo riveliamo».

Senza citare fonti, la testata tedesca ha riferito che sia la Merkel sia il Ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble avrebbero telefonato al numero uno dell’Eurotower, la scorsa settimana, per chiedergli chiarimenti riguardo il suo intervento fatto a Jackson Hole la scorsa settimana.

In quell’occasione Draghi aveva sostenuto che sarebbe «utile» che la politica monetaria della Bce fosse fiancheggiata anche da «un ruolo maggiore della politica fiscale» nel quadro di importanti riforme strutturali. In particolare, Draghi aveva detto: «Nessuna quantità di aggiustamenti fiscali o monetari può sostituire le necessarie riforme strutturali: la disoccupazione strutturale era già molto alta nella zona euro prima della crisi e le riforme strutturali nazionali per affrontare questo problema non possono più essere ritardate».

Secondo il Der Spiegel, la Merkel avrebbe chiesto a Draghi se avesse cambiato idea riguardo alla necessità di mantenere l’austerità nella gestione del bilancio pubblico. Da parte sua, rivela sempre Der Spiegel, Draghi avrebbe difeso la sua posizione spiegando che la Bce, dopo aver tagliato i tassi di interesse ai minimi storici e iniettato denaro nell’economia per sostenere la ripresa, ritiene che misure di stimolo in quadro di riforme strutturali possano essere un modo per dare forza alla crescita."


Da questo scambio (presunto) di chiarimenti tra ordoliberisti, più o meno convinti e più o meno autoproclamati, emergerebbe un contrasto - tra BCE e governo tedesco-, se non altro nelle dichiarazioni pubbliche, relativo al ruolo delle politiche fiscali.
Semplificando (nei limiti del possibile), nel quadro intrecciato delle posizioni teoriche che potremo definire contraddistinte dall'ostilità al modello keynesiano (che le accomuna tutte), e di cui l'ordoliberismo finisce per essere un contenitore strategico tipicamente europeo, fissiamo alcuni punti:

1. Draghi pare dire, a debita distanza di un anno, una cosa "simile" a quella che Bernanke, pur in un contesto molto più sensato con riguardo alle politiche di deficit USA post crisi (inizialmente...anche se si trattava di welfare bancario), aveva anticipato circa un anno fa: ma lo fa alla sua maniera, cioè, predicando una ricetta esattamente opposta, nella sostanza, a quella implicata da Bernanke (in quel momento al suo quasi-addio). 
E cioè, mentre per Bernanke, ragionevolmente, le politiche monetarie sono vanificate da politiche fiscali contrastanti (cioè pro-cicliche, rispetto in particolare all'occupazione), e quindi le seconde risultano poi (almeno altrettanto) decisive per rilanciare la domanda, per Draghi, sia politiche fiscali che monetarie non avrebbero efficacia risolutiva se non accompagnate dalle riforme strutturali
Tradotto dal metalinguaggio €urocratico, significa: sia politiche monetarie che fiscali, risultano inefficaci senza la piena flessibilizzazione dei salari (ottenuta attraverso la totale flessibilità in uscita del lavoro e, quindi, attraverso l'agire dell'originaria curva di Philllips). 
Nondimeno, Draghi parrebbe prendere atto che le politiche di pareggio di bilancio no matter what, quali insistitamente ribadite da Schauble e Merkel, possono risultare, persino nei suoi stessi rationalia, in parte inappropriate, almeno non ignorando una fase di continuativa debolezza di investimenti e consumi e di aumento della disoccupazione che provocano una incombente deflazione;

2. la differenza tra Draghi e Bernanke- e poi la Yellen: ma attenzione: negli USA la flessibilità in uscita è la regola già vigente da lungo tempo- in linea teorica, è plateale: è evidente che la cornice teorica dell'affermazione di Bernanke era quasi post-keynesiana, mentre Draghi è altrettanto palesemente attestato sulla macroeconomia neo-classica
Tra l'altro, rispetto al momento della dichiarazione di Bernanke, comunque gli USA hanno ricondotto il tasso di inflazione quasi al target del 2%, partendo da circa l'1%, mentre in UEM è accaduto il fenomeno opposto. E i rispettivi dati della disoccupazione lo confermano (insieme con il funzionamento della curva di Phillips originaria, senza troppe "deduzioni traslative" sugli effetti di breve periodo e sulla mitizzata influenza delle aspettative razionali sull'inflazione).
Ovviamente in USA, scende la disoccupazione, almeno ufficiale, ma, come evidenziato da Stiglitz e Krugman, non salgono i redditi e l'occupazione "vera", cioè non precaria o part-time, (il che conferma sempre...Phillips, nella nuova forma che assume l'esercito di riserva dei disoccupati post-moderno), e questo crea una crescita "a debito" (privato) che pone i loro fondamentali economici sempre sull'orlo di una bolla. 
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Ma questo discorso, denuncia semmai la differenziabilità delle politiche economiche - che rimangono pur sempre neo-classiche (e/o neo-keynesiane), cioè fondate sulla perfetta flessibilità salariale verso il basso-, laddove non si abbia la camicia di forza della moneta unica, col suo risvolto di mercantilismo instaurato, com'era inevitabile, dal paese commercialmente dominante che estende e rafforza, per via di un trattato internazionale, la sua sovranità a scapito di quella degli altri.

3. Tornando alla "versione di Draghi vs autoconservazione mercantilista tedesca" (perchè di questo alla fine si tratta), questo grosso modo, è il sistema cui si riallaccia il presidente BCE, pur cercando la conciliazione tra un allineamento, appunto strutturale, con il sistema USA e l'ingombrante dominanza tedesca, che, in effetti, si basa sul fatto che, ESSI, i tedeschi, i trattati se li sono fatti, et pour cause, a propria immagine e somiglianza; ragion per cui l'ordoliberismo a matrice tedesca si legittima in UEM in modo che diverge dall'idea di Draghi di mondo liberoscambista, angloconformato, "senza (con)fine" (la sistematicità e coerenza teorica sarebbero da assumere con beneficio d'inventario, avendo ogni economista che agisce a quel livello, di necessaria e concreta decisione politica, un suo personale percorso pragmatico e assiomatico che non consente una "classificazione" univoca dal punto di vista accademico):

"La Nuova Macroeconomia Classica (NMC), si pone l’obiettivo di dimostrare PER ALTRA VIA il naufragio della sintesi neoclassica, in modo però da recuperarla sia sotto il profilo teorico, sia dal punto di vista delle conseguenze in termini di politica economica.
La base di riferimento è ancora quella del monetarismo di Friedman, ma i contributi di R. Lucas e di altri autori rivolti a mettere in discussione anche la curva di Phillips aumentata per le aspettative, tendono a negare qualsiasi ruolo per le politiche fiscali e monetarie.
Per poter attaccare così profondamente le tesi keynesiane, la NMC ha però bisogno di ripristinare alcune assunzioni proprie della teoria classica e di modificarne alcune già presenti nel monetarismo di Friedman. In particolare:
a) tutti i prezzi, compresi i salari, devono risultare perfettamente flessibili sia verso il basso sia verso l’alto e il modello è di tipo walrasiano
b) l’ipotesi di aspettative adattive considerata da Friedman viene rimpiazzata da quella di “aspettative razionali”...
La conseguenza fondamentale del ragionamento di Lucas è quindi che politiche pubbliche anticipate non possono influenzare la produzione reale e l’occupazione, ma solo le variabili nominali. 
Osservata da un altro punto di vista, la conseguenza è che solo politiche imprevedibili o shock inattesi possono determinare variazioni delle variabili reali e portare temporaneamente il sistema in squilibrio, con la produzione e l’occupazione al di sopra dei loro valori naturali. Dovrebbe però essere chiaro che ciò esclude qualsiasi ruolo per le politiche di intervento pubblico a fini di stabilizzazione.

In particolare, la sintesi neoclassica individua tre casi principali a cui si può ricondurre la validità della tesi keynesiana:
a) se gli investimenti sono poco sensibili al tasso di interesse, cioè nel caso di IS particolarmente rigida;
b) se esiste una trappola della liquidità, nel senso sopra osservato;
c) se i salari monetari sono rigidi verso il basso, cioè se il processo classico di aggiustamento, in presenza di disoccupazione, fosse bloccato nella sua fase  iniziale.
Per la sintesi neoclassica sono questi gli unici elementi in grado di interrompere i nessi causali di aggiustamento sostenuti dalla teoria classica e quindi in grado di spiegare l’esistenza di un equilibrio non di piena occupazione.

Poiché per la sintesi neoclassica la validità della tesi keynesiana (attivisti della politica fiscale) è da ricondursi ai tre casi speciali sopra evidenziati, i neo-macroeconomisti classici, (dichiaratisi  non attivisti rispetto all’intervento pubblico), sulle inclinazioni delle curve IS e LM, hanno versioni opposte a quelle assunte come enunciato keynesiano.
Essi, infatti, ritengono che la IS sia alquanto piatta (ELASTICA) e la LM piuttosto rigida; il primo caso segnala un elevato valore della elasticità degli investimenti al tasso di interesse; il secondo, invece, riflette la scarsa elasticità della domanda di moneta al tasso di interesse.
In tale contesto la politica monetaria risulta più efficace di quella fiscale, dal momento che l’elevata elasticità della IS rispetto a  i, combinata con una LM rigida, amplificherebbe l’effetto di spiazzamento e ridurrebbe l’effetto globale di una manovra di bilancio espansiva; mentre la ridotta elasticità della LM rispetto a  i, combinata con la elasticità della IS, è in grado di amplificare l’effetto su Y di una variazione dell’offerta di moneta (il che spiega perchè si tenda correntemente a trascurare il moltiplicatore fiscale e ad avere fiducia illimitata nella...BCE, ndr.).

Il culmine della sintesi neoclassica, ma per certi versi anche il suo superamento, si raggiunge dopo la pubblicazione, nel 1956, di un fondamentale contributo di D. Patinkin e l’elaborazione teorica del concetto di “effetto saldi reali” (real balance effect).
L’effetto saldi reali è, nella concezione di Patinkin, l’effetto potenziale che sulla domanda aggregata potrebbe essere esercitato dall’accrescimento delle disponibilità monetarie reali detenute dagli individui a seguito di una caduta del livello dei prezzi, a partire da una situazione di pieno impiego. Maggiori disponibilità monetarie reali, afferma Patinkin, potrebbero generare un aumento della domanda aggregata e un conseguente aumento della produzione e dell’occupazione, sino a che l’equilibrio di pieno impiego non sia ristabilito.
...Il contributo di Patinkin tende a riaffermare la neutralità della moneta, cioè l’assenza di effetti reali a seguito di modificazioni delle variabili monetarie. In secondo luogo, l’utilità della politica fiscale sembrerebbe venire meno: con le ipotesi di Patinkin e la capacità dell’effetto saldi reali di far fronte a due dei tre casi speciali identificati dalla sintesi neoclassica, la necessità di politiche fiscali espansive sarebbe limitata ai casi di rigidità dei salari, cioè alla rimozione di una delle ipotesi sulle quali si regge lo schema di Patinkin.
Tuttavia, lo stesso Patinkin afferma che l’effetto saldi reali potrebbe essere in realtà troppo debole per garantire il raggiungimento di una situazione di pieno impiego; ne consegue che le politiche keynesiane potrebbero mantenere un ruolo importante nella misura in cui possano accelerare il naturale manifestarsi dell’effetto saldi reali o supplire al loro mancato verificarsi."

4. Quanto abbiamo appena visto, sia o meno l'aperto e cosciente riferimento teorico di Draghi, ci fornisce abbastanza indizi per ipotizzare una ricostruzione di come la "vede"
- Draghi prende atto, a quanto pare, della prolungata caduta e mancata ripresa degli investimenti in UEM, nonostante i tassi ufficiali ai minimi storici, e che dunque la curva IS si sta rivelando, diffusamente, piuttosto rigidina;

Sapir allegato 2
- nell'ottica predominante delle aspettative razionali (che guidino o meno gli "esiti" della curva di Phillips), continua ad attribuire questa rigidità alla insufficiente flessibilità salariale verso il basso nei paesi "debitori" (per la Germania, obiettivamente, l'andamento salariale rispetto alla produttività non consente analogo rimprovero, anzi, semmai, un auspicio nella direzione opposta, cui avrebbe di recente aderito anche Weidman; v.sotto);
- al contempo, sicuramente senza temerla eccessivamente, deve cercare di fronteggiare una prospettiva di deflazione: cioè il calo dei prezzi, come nell'ipotesi di Patinkin (e di certi economisti mainstream italiani) viene visto come una cosa generalmente positiva, ma purchè poi ne segua la fiducia degli investitori, ostacolata invece dalle eccessive pretese salariali e dal livello della spesa pubblica. 
- Solo che, appunto, in attesa che effettivamente sia rimosso l'ostacolo della rigidità salariale, e dunque in presenza di curva degli investimenti IS rigida (l'abusato "cavallo non beve"), è consapevole che la politica monetaria da lui concepita da ultimo (un QE inclusivo di acquisto di titoli pubbliici e privati, fuori tempo massimo), rischia di risultare scarsamente efficace. Per questo, parla infatti, a Jackson Hole; di "investimenti pubblici", nell'ambito di una ovvia politica sul lato dell'offerta, che renderebbe lecito un qualche allentamento delle politiche del pareggio di bilancio;
- il che riporta in auge, a doppio titolo, - cioè sia la condizione neoclassica di accettabilità delle teorie keynesiane espansive costituita dalla rigidità della curva IS, sia per l'insufficienza dell'effetto saldi reali rispetto alla (ancora) eccessiva rigidità salariale verso il basso di paesi come la Francia e soprattutto l'Italia-  l'esigenza di una, ancorchè transitoria, mitigazione del consolidamento fiscale;
- in sostanza, con una certa fantasia nel perpetuare le aspettative razionali di cui è propugnatore, vuole rompere il circolo vizioso per cui il non verificato "spiazzamento" determinato dalla rigidità della curva IS, che vanificherebbe la stessa riduzione della spesa pubblica (già in atto in termini assoluti e considerati arretramento e diminuzione del PIL) si accoppia alla caduta dei consumi e degli scambi intraUEM, determinando l'effetto collaterale della deflazione;
- notare che, implicito in questo discorso, è che la crisi non sia da domanda ma strutturale: cioè Draghi legge la situazione come sostanzialmente svincolata dall'andamento del PIL (UEM o di singole nazioni), considerato un problema  "aggiustabile" nell'ambito della ristrutturazione da sempre auspicata. Cioè, con la sola lente dell'obiettivo di preservare la moneta unica, in quanto strumento che "vincola", cioè rende ineludibile rimuovere gli ostacoli al pieno ripristino del mercato del lavoro(-merce) che viene considerato essenziale per il funzionamento dell'effetto saldi reali, ovvero dello stesso spiazzamento espansivo verso gli investimenti privati.
- insomma, la chiave di tutto, come sempre è il mercato del lavoro, la cui flessibilizzazione, viene presumibilmente vista come la precondizione per la praticabilità e l'efficacia delle stesse politiche di taglio della spesa pubblica: finchè la prima non viene pienamente realizzata, le seconde rischiano di provocare un problema di deflazione e di non poter sbloccare la rigidità della curva degli investimenti.

5. Su questi punti la Germania non sembra volerlo seguire seguirlo: torniamo alle ben note implicazioni mercantilistiche congegnate nei trattati. Alla fine, QE insieme con riforme (definitive) flessibilizzanti del lavoro applicate per "POI arrivare al" e, quindi, "prima del" taglio intensivo della spesa pubblica, ai tedeschi non interessano
E non perchè non abbiano in effetti già raggiunto in gran parte questi obiettivi, cioè pareggio di bilancio e flessibilità dei salari, anzi. Ma perchè a loro dell'effetto spiazzamento realizzabile dagli altri partner UEM non interessa nulla; semplicemente perchè operano in una situazione di vantaggio da surplus commerciale che gli consente di accumulare risparmio che non si traduce, come risulta dai dati, in una corrispondente  elasticità degli investimenti, di cui non sono certo dei campioni

6. Ai tedeschi interessa essenzialmente, che gli altri partner, non importa con quali esiti, realizzino simultaneamente tutti gli aggiustamenti, riducendo così le rispettive posizioni debitorie target2, cioè facendoli rientrare dei loro crediti privati attraverso la violenta correzione dei propri deficit commerciali, e che, allo stesso tempo, le politiche monetarie espansive non solo non ritardino la correzione salariale (modello "di successo" greco e irlandese), ma non li mettano con le spalle al muro provocando una bolla speculativa degli assets sui quali investono il loro enorme risparmio-surplus.

Inoltre, il richiamo di Draghi alla flessibilità dei vincoli fiscali UEM si proietta nei confronti dei tedeschi in modo opposto a quanto vale per gli altri paesi (e sempre specialmente per Germania e Francia): per loro cioè implica una esortazione, vagamente fondata sullo "spirito dei trattati" - applicato finora solo ad usum delphini, e che, nel consolidarsi della prassi applicativa dei trattati, risulta giuridicamente molto debole-, a rilanciare la propria domanda interna con tanto di crescita salariale adeguatrice alla produttività da essi accumulata.
Questo spiega perchè Weidman, molto più realistico e pratico del re (della regina Merkel e del primo cavaliere Schauble) predichi, subito contrastato, aumenti salariali sopra l'attuale tasso di inflazione pur di scongiurare gli acquisti di ABS e il QE "pieno" BCE, che riverserebbero ulteriori fondi su quegli stessi assets di investimento, immobiliare e finanziario, tedeschi, rischiando di far emergere le voragini da sempre nascoste nel sistema bancario tedesco.

Insomma, Draghi, come evidenzia Francesco Lenzi, ha ribadito la strategia che mira può essere così riassunta 

"Tener insieme i cocci degli squilibri di competitività tra Stati e cercare attraverso la politica monetaria espansiva, di gonfiare il livello dei prezzi delle attività finanziarie e reali tedesche, creare cioè quell’effetto ricchezza che si trasferisce sui consumi, e con questo intervenire sul saldo estero della Germania. Preservando l’eurozona. 
In sostanza, riproporre, 3 anni dopo, quella che era la strategia americana per risolvere i problemi di competitività intra-eurozona, ma che adesso danneggiano direttamente anche la loro economia.
Il dubbio però che rimane è quello di sempre: l’ortodossia della Bundesbank sarà tanto assopita da accettare tutto questo, oppure, fatti due conti, verrà fatto capire alla cancelleria che è arrivato il momento di alzarsi dal tavolo?" 
7. Intanto quel che è chiaro è che ci sono due crisi intrecciate:
a) una è quella dell'euro come meccanismo monetario pretesamente cooperativo, provocata, ma in fondo "predisposta", dal mercantilismo tedesco (detto in modo brutalmente semplificato), che ha a che vedere col quadro istituzionale "reale" dei trattati. Se non altro perchè, giustamente, i tedeschi possono reclamare che se i trattati non fossero stati strutturati così, non avrebbero aderito all'UEM!
b) l'altra, pilotata e controllata strategicamente, - e che poco si cura sia degli effetti recessivi-depressivisia del livello della disoccupazione, sia della stessa deflazione,  considerati un mero effetto collaterale necessario e transitorio (wishful thinking)-, che mira a realizzare il pieno disegno dell'euro e che, prescinde dai trattati "reali". 
Anzi: riafferma e consolida la piena libertà creativa, e massimamente (neo)sovrana, dei poteri tecnocratici finanziari e sovranazionali, legibus soluti, che governano l'€uropa.
8. Siccome invece, (non certo per amore del benessere dei propri cittadini), i tedeschi alla loro sovranità ci tengono e molto, concependola come un presupposto irrinunciabile della loro partecipazione all'euro, e ritenendo semmai moralmente e giuridicamente abrogabile (disperdibile) solo quella altrui, al netto delle vicende russo-ucraine (che potrebbero semmai accelerare gli sviluppi che si preannunciano), il dissidio tra poteri sovranazionali liberoscambisti e sovranità sta giungendo alla fase critica del suo drammatico confronto.
E chissà che i tedeschi  alla fine, certamente senza volerlo, non ci facciano un indiretto "piacere": allora si vedrà se quel poco che è rimasto in piedi in Italia è sorretto ancora da qualche traccia di "risorsa culturale"...Pallide speranze di un risveglio...

venerdì 29 agosto 2014

SOVRANITA' DEMOCRATICA, CITTADINI EUROPEI (only), COLLABORAZIONISTI

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La politica è l'attività volta alla conquista del potere mediante l'affermazione di un rapporto di forza favorevole agli interessi che si vogliono affermare.
La politica internazionale ha lo stesso ruolo e finalità, ma i soggetti dei rapporti di forza sono gli Stati e non gruppi di individui all'interno di una più ampia collettività territoriale.
Come nella politica "interna", l'affermazione dei rapporti di forza consegue al continuo confronto che si può esprimere sia in relazioni diplomatiche, contatti informali e veri e propri trattati, sia in forme di confronto ostile come la guerra o l'applicazione di misure sanzionatorie di tipo commerciale, finanziario o culturale.
In entrambi i casi, vale il princpio che "la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi": per taluni, il brocardo vale all'inverso, ma questo ci conferma che la dimensione politica ed esistenziale degli individui è quella di far parte di un gruppo che cerca di affermare i propri interessi, instaurando un rapporto di forza favorevole nei confronti degli altri gruppi di individui portatori di interessi divergenti.

Instaurare un rapporto di forza favorevole, o anche meno sfavorevole che in passato (migliorativo: proprio ciò di cui avremmo bisogno in €uropa), non implica affatto l'uso della forza, cioè scatenare una guerra (se non nei casi di aggressione esterna). 
Anzi, come vedremo nel definire la sovranità, la guerra è esclusa come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali dalla "sovranità democratica", anche se, contrariamente a ciò che ritengono i mistificatori oggi così diffusi, ciò non significa dover accettare qualsiasi trattato sotto qualsiasi etichetta giustificativa. Il limite di accettazione di un trattato rimane sempre la realizzazione - doverosa - degli interessi fondamentali del popolo che, attraverso la Costituzione, dà il mandato alle istituzioni che lo rappresentano (e che se perseguono interessi diversi da quelli del mandato, sono in situazione di conflitto illecito per violazione dei propri doveri costituzionali).

Come si definisce la capacità-attitudine di un gruppo-comunità territoriale di perseguire i propri interessi rispetto agli altri Stati? Sovranità.
Se con un trattato, eliminandosi ogni termine finale dei vincoli che impone, vengano stabiliti PER SEMPRE i rapporti di forza tra gruppi sovrani, si sarà, solo per questo, anzitutto eliminata la ragion d'essere della stessa sovranità, ma con questo si sarà anche eliminata la dignità e tutelabilità degli interessi che la sovranità perseguiva, come sua naturale funzione.
OVVIAMENTE QUESTO SOLO PER CHI NEL RAPPORTO DI FORZA SIA LA PARTE "DEBOLE": per chi sia in posizione prevalente, si avrà, al contrario, una riaffermazione rafforzativa della sua sovranità.
SCATTA IN BELGIO LA CACCIATA DEGLI STRANIERI DISOCCUPATI: ''O TROVANO LAVORO ENTRO 3 MESI DA ORA O SARANNO TUTTI ESPULSI''

Godendo dunque della SOVRANITA' DEMOCRATICA - quella che, sul piano del diritto internazionale esclude il ricorso alla guerra offensiva e sul piano interno riconosce l'eguaglianza sostanziale dei cittadini (art.11 e 1-3 Cost.) - i cittadini si danno delle istituzioni (elettorali) per perseguire, anche e specialmente, sul piano del diritto internazionale tali interessi democratici (se non altro perchè inclusivi, nel senso della massima rappresentatività delle istituzioni rispetto agli interessi dell'intero corpo sociale). 
Invece, gli stessi cittadini, all'interno di un'organizzazione internazionale che stabilisca per sempre la crescente distruzione della sovranità, come riflesso della inevitabile cristallizzazione dei rapporti di forza tra gli Stati contraenti, perdono di ogni rappresentanza e possono solo adeguarsi alla prevalenza ed alla realizzazione di interessi diversi da quelli del gruppo, assoggettato, di cui si trovano a far parte.

In altri termini, i trattati a fini generali economici (liberoscambisti) possono ottenere dei risultati che, spesso neanche le guerre riescono a raggiungere in favore del "vincitore": sia per ampiezza degli interessi prevalenti affermati (in capo ad uno o più Stati dominanti), sia per stabilità di tale risultato.

Il sacrificio definitivo e perenne degli interessi (solo) del popolo il cui Stato agisce considerando la sovranità un bene rinunciabile, e tale rinuncia un valore positivo, è dunque ciò che, nella sostanza, sostengono coloro che, pur appartenendo a quello stesso popolo (!), si dicono cittadini "europei", cioè di questa UE, organizzazione non sovrana che, in base all'oggettivo contenuto del trattato, non persegue gli interessi del gruppo sociale degli "europei" (che neppure riconosce come tale e meno che mai come corpo elettorale sovrano).
Questa organizzazione, in effetti, com'è inevitabile, semplicemente maschera gli interessi dello Stato (o "degli Stati") che ha potuto affermare la prevalenza della propria sovranità nell'assetto del trattato, e cioè la prevalenza dei propri interessi.

E coloro che, contrariamente ai propri interessi (quale che ne sia la forma), appoggiano l'assetto di forza favorevole ad una o più potenze straniere, dichiarandosi cittadini "europei" disinteressati ad essere appartenenti al proprio Stato nazionale, in tempi di sovranità democratica, sono inevitabilmente disinteressati o contrari alla democrazia (nella sua sostanza).
Di più, sono dei COLLABORAZIONISTI.

mercoledì 27 agosto 2014

PREDIZIONE FRATTALICA: SIMUL STABUNT, SIMUL CADENT

 

Neri ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "CONTO FINANZIARIO E PNE TRA VALUATION EFFECT E SAL...":

"Non riesco a essere ottimista (quel che vedo non mi piace), non riesco a essere pessimista (non riesco a vedere tutto il quadro).
Dal 1980 si è formato un ciclone economico continuamente alimentato attraverso la leva finanziaria. Il ciclone è una singolare manifestazione atmosferica. All'interno del vortice viene stabilito, attraverso l'energia proveniente dall'esterno, un buon grado di vuoto (pressione più bassa dell'ambiente circostante) che mantiene la rotazione delle particelle e la rende stabile proiettando contemporaneamente il materiale verso l'alto.
Dal 1980 il tempo trascorso è assai. Tutti gli strumenti utilizzati per mantenere la rotazione sono insostenibili, le macerie si accatastano una sull'altra.
Cosa farà collassare la gigantesca bolla?
Lehman Bros. sembrava adeguato alla bisogna (il più grande fallimento del mercato). Si sono riversate nuove risorse provenienti non dai privati ma dagli stati, intermediate dai privati (banche centrali indipendenti). Tra il PIL mondiale reale (circa 60 T$) e quello finanziario (circa 600 T$) la bolla attualmente dove va situata?
Non ne faccio una questione morale, mi fanno un pochino ridere i creditori che pretendono il rientro dei loro capitali prestati sfidando il moral hazard (definizione non mia): l'economia reale non ha risorse sufficienti per far diventare denaro sonante la carta straccia. Si
ricorrerà alla ricchezza. In Italia il rapporto tra ricchezza e PIL vale circa 2,3. Se manteniamo fisso questo parametro prendendolo (in primissima approssimazione) come media mondiale si ottiene una ricchezza mondiale di 138 T$. Quindi: se la bolla vale di più è priva di senso. Amenoché si incominci a scambiare il suolo nazionale come rimborso dei debiti contratti sotto moral hazard.
Tutto ciò per dire che l'ipotesi frattalica vale. Perché non è la storia che si ripete secondo un genere letterario piuttosto che un altro. Semplicemente gli attori sono sempre gli stessi: descritti dal teatro greco con una integrazione secentesca (il vecchio Scuotilancia). E,
sotto la pressione esterna ne dovranno succedere cose dentro al vortice. Che lo faranno collassare. Anche all'esterno succederà di tutto.
Forse anche che arrivi la troika. E chi lo dice che il rignanese se ne starà a guardare? Berlusconi "teneva famiglia" ma lui no. Potrebbe diventare improvvisamente patriota-nazionalista-antieuroglobalizzato e i parlamentari così come hanno votato i trattati UE con maggioranza bulgara possono ripristinare per decreto lo stato precedente (e li voglio proprio vedere quelli della troika protestare "al colpo di stato"). 
Il sedicente garante dell'unità nazionale deve ratificare fino a conversione in legge e se gli viene un infarto faremo funerali di stato adeguati alla statura del dipartito. Al rignanese basta restare nella NATO per essere a posto. Se i tempi sono rapidi e ben scelti il colpo può riuscire.

ps ho inglobato nel valore di 600 T$ tutto ciò che si basa su leva considerando ignoto tutto l'OTC. Ci ho messo dentro anche i capitali prestati fuori dai confini nazionali al 4-5% e più (vedi Grecia) quando all'interno dei confini nazionali avrebbero potuto fruttare 0.5-1 %

pps se sbaglio mi correggerete e scusate la follia. Quarantotto, se cestini non me la piglio."


(FRATTALE)

No, caro Neri, non cestino, anzi.
Sul "rignanese", però, escludo una svolta come quella che ipotizzi. Per una ragione molto semplice: non si arriva a manomettere la Costituzione ed a saldare le "grandi intese" sulle riforme che "controparte" non era riuscito a fare per 20 anni, se non si è intimamente e completamente integrati nella visione (recepita inconsapevolmente: il contrario sarebbe chiedere culturalmente troppo) del "meraviglioso mondo di von Hayek".
E non è poco; è proprio molto. 
E lo escludo per un'ulteriore e connessa ragione che appartiene alla "matematica" della Storia e della psicologia di massa. E quindi sostanzialmente frattalica. 
Quando si arriva agli estremi della "cultura-pop", fino a trascurare addirittura la sua versione tecnocratica (sempre rigorosamente pop, beninteso), non si è oppositori di quest'ultima: neppure a livello meramente potenziale. 
Si è, piuttosto, il frutto estremo di questa "cultura", cioè si è oltre la soglia del limen ove non c'è neanche più bisogno della semplificazione tecno-internazionalista, perchè si è, prima ancora, ontologicamente internazionalisti e anti-sovranità, per costituzione psicologica e con mancanza di scelta. 
Si è un "corpo unico" con questa matrice, nella piena logica del "simul stabunt simul cadent".

Questo principalmente implica che (NB: si rivendica l'appartenenza alla generazione Erasmus eppure si parla l'inglese in modo grottesco) non esiste alcuna radice e ombra di consapevolezza della sovranità democratica, della Costituzione, delle ragioni storiche e sociali che portarono alla "democrazia necessitata". Si è, cioè, troppo oltre...persino se avvenisse l'euro-break!  
Rammento:
"E in fondo la questione dell'euro va vista solo su questo piano: uscirne per rimanere nel dominio incontrastato dei "nipotini di Von Hayek" è un'operazione di facciata. Una beffa. Uscirne per ripristinare la sovranità dei diritti, costituzionale e universalistica, è la vera frontiera della democrazia."

Altri, ma veramente altri, potranno forse svolgere quel ruolo di rivendicazione delle ragioni profonde dell'interesse nazionale. Persino se lo limitassimo alla sua prospettiva solo "da destra" (intesa come liberista). Non chi concepisce solo l'interesse "localistico" (nel senso più strettamente campanilistico) della propria personale ascesa e presa del potere...

martedì 26 agosto 2014

VALLS, MONTEBOURG, SIEMENS, GENERAL ELECTRIC: TUTTI I SALMI FINISCONO IN ERF (con "larghe intese").


1. Le parole non riescono a esprimere...I'm speechless.
Ci stavo riflettendo, mentre in questi giorni, come molti di voi, assistevo sgomento all'aggiornamento delle vicende politico-finanziarie UE. 
Non che siano da meno, in termini di sgomento, le vicissitudini geopolitiche in senso proprio, come la questione mediorientale, in tutte le sue varie aree di crisi che si rincorrono in massacri arcaici e modernissimi, con colpi di scena tutti da decifrare; se non altro perchè un anno fa, tanto per dire, gli USA parevano voler "democratizzare" definitivamente la Siria ed ora, invece, il governo Assad diviene interlocutore, se non alleato, su cui fare affidamento per la questione del "califfato", manifestatosi come il nuovo pericolo dell'inarrestabile terrorismo islamico (asceso a tal punto così "misteriosamente" e imprevedibilmente!?). 
Una cosa che viene narrata oggi dai media senza soffermarsi troppo sulla contraddizione plateale: qualcuno si è sbagliato e va avanti senza autocritica e, specialmente, senza dare l'impressione di aver compreso le ragioni dei propri errori, macroscopici ed epocali. 
Ma le cose vanno così nell'occidente così sicuro del suo pensiero unico, della sua teologia dei mercati globalizzati: qualcosa che, sotto le ceneri di notizie oggi, non a caso, non troppo alla ribalta, ci restituisce l'immagine di una irresponsabilità pari solo all'arroganza con cui viene reclamato uno strapotere che non è affatto così scontato.

2. E, per tornare al tema di partenza, l'€uropa è sicuramente l'esempio più clamoroso di questa sicumera pervicacemente votata al "cupio dissolvi", ammantato da incontestabilità "scientifica" delle proprie soluzioni. 
Gli odiatori dell'umanità, - agevomente identificata nella massa degli "aventi diritto", cittadini delle ex-democrazie del welfare (divenuto nel frattempo una brutta parola), non più degni di essere esentati dalla durezza del vivere-, pensano di minacciare guerra e sanzioni contro la Russia, su una questione ucraina che, in termini di principi del diritto internazionale, quantomeno di rispetto della sovranità e della presunta democraticità dell'ordinamento internazionale, ha dell'incredibile. Il governo legittimo viene fatto saltare da manovre finanziate ed attuate da potenze straniere, e poi si demonizza la componente etnica russa senza chiedersi come mai, prima di queste interferenze straniere, non avesse certo costituito un problema, pur dopo l'indipendenza raggiunta successivamente alla caduta della Cortina di ferro.
Ma siamo veramente alla frutta: questo euro-sistema produce una quantità di sofferenze, tangibili effetti negativi e contraddizioni, prevedibili quanto inutili, - ed aggravati ogni volta che adotta un qualsiasi tipo di decisione-, che, agli occhi di un osservatore critico, si manifesta la situazione tipica che, in ogni periodo storico, prelude ad un crollo rovinoso quanto apparentemente inspiegabile fino al...giorno prima.

3. Ora la questione Montebourg pare agitare le acque stagnanti del lento suicidio €uropeo. 
La risposta di sistema, al momento, vista nei suoi termini sostanziali, è sconfortante: si insiste su Valls e si sconfessa ogni possibile dissenso francese rispetto alla linea imposta dalla Germania, cosa che non sarebbe possibile se non ci fosse una profonda saldatura all'interno della classe dirigente politica ed industriale francese (e, ovviamente, a totale dispetto di un elettorato che non pare poprio essere d'accordo).
Valls è visto come il più amato dei socialisti dalla destra tradizionale, cioè neo-liberista, e questo prelude, in chiave elettorale, più che ad un'emergenza che sfoci in elezioni anticipate, con la forte, se non vittoriosa, affermazione elettorale della Le Pen, all'inizio di un progressivo avvicinamento "necessitato" tra i socialisti e i "moderati" francesi di ogni tipo. 
Insomma, l'impressione è che la Francia covi, pur nelle difficoltà del digerire Hollande, una ragion di Stato ordoliberista del tutto analoga a quella italiana, che conduca alle inevitabili larghe intese. 
Pur di non mollare l'assoluta preferenza per le supply-side unite al principio del "pareggio di bilancio", in omaggio alla dilagante indifferenza con cui, in Europa, si rifiuta ogni presa d'atto del fallimento del gold standard dotato di autorità morale e del modello di (non)crescita che esso impone. 

4. Il vantaggio enorme, scorto dalle oligarchie bancarie e grandindustriali, è quello del corollario, a noi ben noto: la crisi di partite correnti, che provoca indebitamento estero e instabilità finanziaria, si risolve cercando la competitività, cioè la deflazione salariale in attesa che essa, in un futuro fatto essenzialmente dalla conquista della domanda estera, aumenti la produttività. 
Questa è l'unica condizione che rende accettabile la stessa esistenza della...occupazione. A prescindere dalla proprietà dell'industria che, un tempo, poteva definirsi nazionale. Strano come la competitività finisca per essere riferita al sistema industriale prescindendo dalla nazionalità del controllo dell'industria stessa.

Il paradosso è che si creano assi bipartisan "per la governabilità" da parte di partiti che, nel loro insieme, dovrebbero rispecchiare la "solidarietà nazionale": ma questi stessi partiti, in nome della competitività, che poi sarebbe associare la crescita esclusivamente alle quote dei mercati internazionali, perseguono politiche che portano profitti e ricchezza nazionale nelle mani di soggetti stranieri

Non ultimi i tedeschi (i soliti noti di Siemens), ma per un Valls, come nel caso Alstom (nel quale Monteboutg aveva ipotizzato una reindustrializzazione nazionalizzata, simile alla formula del "ci facciamo buttare fuori"), potrebbero andare bene anche gli americani (e riciccia General Electric). 
Un film a(n)saldo già visto nella versione italiana, con repliche (vicenda Nuovo Pignone, che sacrificò le turbine italiane, i profitti relativi e salvò la concorrenza Siemens, tutto in un volta).

5. E poi, si sa, siamo tutti europei, anche i tedeschi che se lo ricordano solo per rammentare ai partners UEM di svolgere politiche che li avvantaggiano unilateralmente; e se non fossero europei, presto, molto presto, ci sarà il TTIP e l'allargamento dei mercati transatlantici ci renderà tutti solidali e fratelli. 
Tutti accomunati dal mercato del lavoro flessibile e dalla privatizzazione di ogni possibile compito per la promozione del benessere generale in precedenza svolta dagli Stati.
Questo sono le grandi intese; italiane, in prospettiva francesi, o comunque, - a dimostrazione che l'ordoliberismo è orgoliosamente "oltre" la stupida rivendicazione della sovranità democratica degli obsoleti Stati-, della stessa UE-UEM nel suo complesso (Parlamento-passacarte e Commissione tecnocratica in tutte le sue promanazioni e connessioni istituzionali).

6. Insomma, l'internazionalismo "cooperativo" della nuova frontiera, non passa per la fermata "democrazia dei popoli", tutt'altro
Non vive, ormai più, come avevamo detto, "sulla base di una convergenza che non sia forzata su parametri economici, altrimenti naturalmente divergenti tra i soggetti di diritto internazionale, cioè gli Stati; e quindi, invece, sulla base di una forza identificativa dei soggetti detentori della sovranità, cioè i popoli". 
No e mille volte no: vive al contrario sulla convergenza della forza autoidentificativa delle elites liberoscambiste ossessionate dalla competitività, dalle riforme flessibilizzanti del lavoro, dalla tutela deflattiva dei  creditori privati (meglio se esteri), dalla stabilità finanziaria pubblica saccheggiata dallasacralizzazione dell'investitore salvifico apportatore del capitali estero.
Proprio come in Italy...

7. Intanto si prepara, entro settembre, al Parlamento UE, il menu pret-a-porter dell'ERF : notare che il propugnatore italiano è entusiasta, ma dice di "non conoscere i dettagli tecnici",  (non sia mai!), della cessione in pegno di asset pubblici, inclusi oro, riserve, partecipazioni industriali, e quota di tributi nazionali. Condizioni ribadite come non negoziabili dalla Germania.
E questo per non sbagliarsi sulle irreversibilità dei danni dell'euro - col debito "ceduto" al fondo di redenzione, non più convertibile (e svalutabile) in una recuperata valuta nazionale e le garanzie allegramente escusse dagli Stati concorrenti del paese "aiutato"!-, nel suo rabbioso tramonto...

giovedì 21 agosto 2014

CONTO FINANZIARIO E PNE TRA VALUATION EFFECT E SALDI DELLE PARTITE CORRENTI ("ci facciamo buttare fuori?")


Personalmente vi consiglio di rileggerlo 3 volte. Così, per attività cognitiva "numerologica" (e, più seriamente, data l'importanza e delicatezza del tema). Francesco Lenzi ci dà un altro saggio della sua bravura divulgativa, pur affrontando uno dei temi economici più tecnici e sdrucciolevoli che ci sia.
Anzi, direi, attualmente, il più "scottante".
A lui va il nostro ringraziamento collettivo. 
Al netto del percorso di comprensione dello sviluppo delle premesse, magistrale nella sua invidiabile chiarezza, rimane quell'interrogativo finale.
Ho il "sentore" che una delle migliori risposte-soluzioni (e chiedo in proposito il conforto dello stesso Francesco) sia la formula che Cesare Pozzi indica nel "facciamoci buttare fuori": finanziare investimenti diretti esteri dei residenti (essenzialmente "pubblici") con spesa pubblica programmata per rafforzare il controllo nazionale di filiere "internazionalizzate", ma rigorosamente strategiche. (A cui accoppiare investimenti industriali pubblici, legati al territorio, in settori altrettanto strategici ad alta tecnologia, ovviamente non aperti all'investimento di controllo estero, quanto semmai in più dignitose e paritarie joint venture di scambio delle utilità raggiungibili nella R&S congiunta). 
E ciò sia per il valuation effect legato (potenzialmente e...pericolosamente) al recupero della flessibilità del cambio, che per stimolare l'effetto "sostituzione" (dei prodotti italiani rispetto a quelli esteri ora importati) sul flusso delle partite correnti.
Ma su questo, lascio volentieri il campo alle ipotesi ed ai commenti di chi è ben più "ferrato" del sottoscritto...

Questo post nasce come integrazione di quanto descritto prima nell’incontro di Viareggio e poi nello spazio (http://orizzonte48.blogspot.it/2014/07/viareggio-e-la-traiettoria-culturale-lo.html ) gentilmente offertomi da Orizzonte48. 
Avrei voluto chiudere la trattazione della evoluzione della posizione patrimoniale sull’estero in un unico post, cercando di dare un visione organica di come essa si sia formata, o almeno di come partendo da poco più di 50 miliardi, sia passata nel giro di 16 anni ad oltre 465 (per la verità, con i recenti dati diffusi siamo già oltre 500 miliardi). Però, sia gli interessanti commenti al post, sia alcune discussioni intraprese su twitter mi hanno stimolato verso altri elementi di analisi che prendono in considerazione l’altro lato della bilancia dei pagamenti, il conto finanziario.
Credo sia però importante innanzitutto indicare brevemente cosa si intenda per conto corrente, conto capitale e conto finanziario della bilancia dei pagamenti.
La bilancia dei pagamenti viene definita nel manuale della Banca d’Italia (https://www.bancaditalia.it/statistiche/quadro_norma_metodo/metodoc/manuale_bilpag.pdf ) come schema statistico che registra le transazioni economiche realizzatesi, in un determinato periodo di tempo, tra residenti e non residenti in un’economia
Nella bilancia dei pagamenti trovano quindi registrazione tutte quelle attività che determinano il cambiamento di proprietà di un bene o di un’attività finanziaria
Le transazioni di beni, servizi, redditi e trasferimenti unilaterali si registrano nel conto corrente, il cui saldo è chiamato saldo di partite correnti
Le transazioni che riguardano la parte residua dei trasferimenti unilaterali e le cessioni di attività non prodotte e/o non finanziarie (brevetti, marchi, licenze) si registrano nel conto capitale
Le transazioni aventi per oggetto attività e passività finanziarie sono registrate nel conto finanziario
Volendo semplificare se per esempio un soggetto residente compra un’auto straniera, l’acquisto viene registrato con segno negativo nella sezione commercio di beni del conto corrente. Quest’auto dovrà essere però anche pagata (o almeno di regola dovrebbe esserlo) e fino al momento del pagamento sarà indicato nel conto finanziario (col segno positivo) il debito del soggetto residente che l’ha acquistata con il soggetto estero che gliel’ha venduta. Al momento del pagamento poi, se il soggetto residente si è procurato (attraverso un’esportazione o attraverso un altro prestito) la valuta stabilita per onorare il proprio debito, pagherà come convenuto estinguendolo, altrimenti chiederà una nuova dilazione, oppure avrà sempre l'alternativa di lasciare il chiodo.  Questo che vale come esempio per il singolo soggetto residente, vale allo stesso modo per una categoria di soggetti, o per la Nazione intera. Se un Paese nel suo complesso ha acquistato dall’estero, in un determinato periodo, più beni di quanti ne ha invece esportati avrà un conto corrente negativo, e corrispondentemente un conto finanziario positivo (espressione del debito che il Paese ha verso l’estero). A meno di errori ed omissioni quindi, al termine di ciascun periodo, la somma del saldo di partite correnti e del conto capitale corrisponde al saldo del conto finanziario cambiato di segno.

Il conto finanziario viene presentato attraverso la stessa classificazione utilizzata per la posizione patrimoniale sull’estero. In esso, infatti, sono distinti i flussi in base alle macro-categorie dei soggetti residenti (Governo, Banca d’Italia, Istituti finanziari, altri – privati) e alla tipologia di attività/passività (investimenti diretti esteri, investimenti di portafoglio, altri investimenti, derivati, riserve). 
La posizione patrimoniale sull’estero è quindi, sia per soggetti che per tipologia finanziaria, facilmente raccordabile con il conto finanziario. Nell’esempio di prima il debito commerciale sorto nel periodo a carico del settore privato a seguito dell’acquisto dell’auto, viene rilevato nel conto finanziario nella voce altri investimenti e quindi posto in aumento del corrispondente stock della posizione patrimoniale sull’estero. 
Nel conto finanziario però non sono registrati solo i corrispondenti debiti/crediti sorti a seguito di operazioni di conto corrente, ma vengono registrati tutti i movimenti di capitali in entrata/uscita dal Paese. I capitali possono certamente affluire per finanziare un deficit di partite correnti, ma possono anche affluire per sfruttare maggiori rendimenti offerti all’interno del Paese piuttosto che in altre aree, oppure per sfruttare particolari opportunità di investimenti, o per altri svariati motivi. 
In generale, comunque, nelle passività vi saranno indicati tutti i movimenti che i soggetti non residenti hanno effettuato su attività domestiche. Nelle attività tutti i movimenti che i soggetti residenti hanno eseguito su attività estere. La differenza tra le attività e le passività determina il saldo del conto finanziario. Si può avere lo stesso saldo di conto finanziario (e quindi di conto corrente cambiato di segno) con afflussi di capitali per 100 e deflussi per 90, oppure con afflussi 100.000.000 e deflussi per 99.999.990.  Sembra una banalità, ma è importante capire che mentre dal punto di vista contabile la posizione è esattamente la stessa, dal punto di vista di solidità finanziaria, resistenza agli shock e rischio  sistemico, maggiori sono gli importi assoluti e maggiore è la fragilità, la cosiddetta sistematicità, dell’economia domestica.
Sperando che a questo punto la gran parte di voi abbia sopportato questa breve infarinatura di contabilità internazionale, vorrei proseguire l’analisi svolta nel post precedente, completandola con l’esame di come si è evoluto il conto finanziario dell’Italia. 
Questo ci servirà innanzitutto per verificare ed analizzare l’entità dei flussi finanziari in ingresso e in uscita dall’Italia. Poi, comparandoli con le voci della posizione patrimoniale sull’estero sarà possibile ricavare le variazioni di valore subite sia dalle attività estere degli italiani che dalle attività italiane dei soggetti esteri. Verificare cioè il valuation effect non solo in termini quantitativi, come si può fare partendo dal saldo di partite correnti, ma anche qualitativi (quali settori e su quali strumenti si sono avute variazioni di valore). I dati, analogamente a quanto fatto nel post precedente, sono ricavati esclusivamente dal database Banca d’Italia.
Partiamo cominciando ad analizzare l’evoluzione della sezione passività (quindi relativa agli investimenti che i soggetti esteri hanno fatto in Italia, i cosiddetti capitali in ingresso) del conto finanziario, che ho preferito raggruppare per movimenti semestrali in modo da eliminare la volatilità presente nei dati mensili.


Si possono distinguere cinque periodi principali. Innanzitutto quello che dal 1988 arriva fino alla metà del 1992, quello dello SME credibile, quello dei primi grandi flussi finanziari in ingresso in Italia
Con la crisi della lira del 1992 termina questo periodo e passati pochi mesi ne avvia uno nuovo e breve nel quale gli afflussi sono quasi esclusivamente sottoforma di investimenti di portafogli che dureranno per circa due anni. Nel 1994 gli afflussi, probabilmente a causa delle tensioni sui mercati internazionali (http://en.wikipedia.org/wiki/Mexican_peso_crisis ), si arrestano ed, in misura contenuta, cambiano anche di segno trasformandosi in rimpatri di capitali (reversal). 
Dopo un periodo di circa un anno di volatilità, da agosto 1995 si assiste ad un periodo di importanti flussi di capitali esteri in entrata che fino al 2000 continuano in modo ininterrotto. 
In questo periodo arrivano complessivamente dall’estero verso attività italiane circa 640 miliardi di euro. Le turbolenze internazionali di inizi 2000 provocano l’arresto dei flussi ed un parziale reversal. Il periodo di pausa però, come avvenuto a metà anni novanta, è durato solo alcuni mesi e, intorno alla metà del 2002, inizia il quarto ed ultimo periodo di afflussi, quello che termina con la crisi Lehman Brothers. Durante questo periodo gli afflussi sono stati molto i più importanti in termini di valori nominali, circa 960 miliardi di euro, ed hanno riguardato non solo i classici investimenti di portafoglio (azioni ed obbligazioni), ma anche investimenti diretti ed altre forme finanziarie (presumibilmente crediti commerciali e pronti contro termine). 
Con la crisi del 2008 si assiste al primo degli importanti deflussi di capitali che la nostra economia ha recentemente sperimentato. Nei sei mesi a cavallo del fallimento Lehman Brothers, dal luglio 2008 a dicembre 2008 i soggetti non residenti ritirano dall’Italia circa 100 miliardi di euro.  Da quel momento inizia l’ultimo periodo, fatto di alta volatilità dei flussi sia in ingresso che in uscita, con rimpatri di capitali che erano totalmente sconosciuti nei 20 anni precedenti
Di particolare evidenza è la crisi del 2011, gli enormi rimpatri di capitali (i disinvestimenti di attività di portafoglio sono stati pari a circa 180 miliardi da luglio 2011 a luglio 2012, oltre il 10% del Pil) ed il contestuale ampliarsi dei debiti con l’Eurosistema TARGET2 (evidenziato tra gli “altri investimenti”). Poi, dalla metà del 2012, grazie alle ormai famose parole di Draghi,  il ritorno dei capitali e la diminuzione dell’esposizione con l’Eurosistema. Da allora, nonostante gli investimenti di portafoglio siano ritornati abbondanti per circa 155 miliardi, il flusso cumulato è però ancora negativo, con un deflusso netto di capitali per  circa 24 miliardi, segno della più che proporzionale riduzione della esposizione verso gli “altri investimenti” (basti notare che soltanto i debiti TARGET2 sono diminuiti di 110 miliardi).
Quanto invece alla evoluzione delle attività del conto finanziario (gli investimenti che i soggetti italiani hanno fatto all’estero) questo è quello che si ottiene, raggruppando i flussi su base semestrale come fatto in precedenza.

Analogamente a quanto visto in precedenza si possono individuare anche per i capitali investiti dagli italiani all’estero i cinque periodi visti in precedenza. Infatti, proprio per una semplice identità contabile, se un flusso finanziario in ingresso non è destinato a finanziare un movimento di parte corrente, verrà a finanziare l’acquisto di attività all’estero. In qualche modo, o sotto una qualunque forma, se i capitali in ingresso eccedono la differenza tra i consumi ed il risparmio domestico, essi dovranno esser riciclati all’estero
Da notare poi come la parte di investimenti diretti verso l’estero, soprattutto nel periodo 2002-2008 sia molto più rilevante rispetto a quanto osservato fino agli anni 2000, ad ulteriore conferma di quanto visto nel post precedente, riguardo la strategia di internazionalizzazione del sistema economico italiano. Dicevamo infatti che: “A differenza dei Paesi emergenti ed in via di sviluppo (i quali investono all’estero prevalentemente in titoli di debito e valute), il modello di espansione internazionale dei Paesi sviluppati è quello di aumentare le passività nella forma di capitale di debito (investimenti di portafoglio_Bonds & notes) per impiegare all’estero, in capitale di rischio, le risorse così ottenute, che tendenzialmente dovrebbero offrire dei rendimenti superiori a quelli pagati sul capitale di debito. Questa dinamica si evidenzia chiaramente per l’Italia e giustifica anche il miglioramento dei saldi nella voce redditi delle partite correnti”.
Il carattere internazionale della nostra economia è evidente da questi due primi grafici. Inseriti in un contesto di liberalizzazione dei flussi finanziari, la dinamica degli investimenti italiani verso l’estero dipende dai capitali esteri che arrivano. Maggiore è la stabilità dei flussi in entrata, più lunga la loro scadenza temporale, maggiore è la possibilità di “programmare” progetti di investimento sia in Italia sia all’estero. 
Purtroppo negli ultimi anni questa stabilità è stata ben lontana. Sono ormai sei anni che la nostra economia è bastonata da ingenti deflussi di capitali che portano spesso i soggetti che li hanno ricevuti a liquidare le proprie attività, seguiti poi da altrettanto ingenti flussi in entrata che, nel giro di qualche mese, cambiano nuovamente di segno. E l’euro in tutto questo, pur essendo stato pensato come elemento in grado di favorire la circolazione di capitali a medio/lungo termine grazie all’eliminazione del rischio di cambio, non sembra aver risolto il problema. Anzi, non solo i flussi si sono dimostrati altamente volatili, ma con la sciagurata gestione della cosiddetta crisi dell’eurozona, fatta di valutazioni moralistiche, annunci (http://www.businessweek.com/news/2012-05-11/schaeuble-dares-greece-exit-as-contingency-plans-begin ) e ritrattazioni (http://www.spiegel.de/international/europe/german-finance-minister-schaeuble-rules-out-athens-euro-exit-a-861335.html), lettere (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-29/testo-lettera-governo-italiano-091227.shtml?uuid=Aad8ZT8D) e documenti secretati (http://online.wsj.com/public/resources/documents/Greece-IMF-2010-Bailout-Minutes.pdf ), si è data ulteriore incertezza ad un mercato dei capitali che dal 2008 non sembra più in grado di svolgere quella funzione (se mai abbia potuto svolgerla) di stabilizzazione dei percorsi di crescita dei Paesi e che debba essere in qualche modo gestito, anche attraverso l’importante leva del tasso di cambio.
Una volta descritta l’evoluzione dei flussi in entrata ed in uscita, da parte di soggetti residenti e non, è possibile analizzare le variazioni di valore che hanno avuto le varie attività. Avendo, infatti, ricavato i flussi periodici è possibile raccordarli con le variazioni delle corrispondenti voci della posizione patrimoniale sull’estero per verificare se tale variazione sia dovuta al valuation effect (differenza di valore delle attività/passività in essere) oppure ai nuovi flussi finanziari. Si può in sostanza andare oltre la rilevazione del valuation effect vista nel precedente post e verificare chi ha avuto le maggiori perdite/guadagni, su quali strumenti si sono avute queste variazioni di valore e se esse coincidano con quelle rilevabili dal saldo di partite correnti.
Per prima cosa analizziamo il valuation effect sulle attività detenute da soggetti italiani.


Come logico attendersi, nei momenti di crescita internazionale le attività estere aumentano di valore (salvo che non si siano fatti investimenti in regioniparticolarmente sfortunate dal punto di vista della congiuntura internazionale ). Così, a periodi di crescita dei valori corrispondono, negli anni 2001-2002 e 2006-2008, periodi di forte correzione delle valutazioni. Nel complesso le attività detenute sotto forma di IDE, investimenti di portafoglio e altri investimenti, da soggetti italiani, hanno tutte perso valore. Gli IDE hanno avuto una diminuzione di valore di circa 50 miliardi di €, gli investimenti di portafoglio di circa 19, e gli altri investimenti 34 miliardi. Più di 100 miliardi di euro la perdita di valore complessiva nel periodo 1998-2013.   
A parziale compensazione di tale variazione negativa le riserve sono aumentate di valore per circa 46 miliardi. Quanto infine all’esposizione in derivati, essa ha subito una variazione negativa di valore di circa 66 miliardi. Non è però possibile ricavare se essa sia dovuta ad una diminuzione del valore dei derivati esteri detenuti da soggetti italiani oppure a un incremento del valore delle attività italiane derivate detenute da soggetti esteri (perché a differenza delle altre voci del conto finanziario, la voce derivatives non viene distinta in attività/passività).
Riguardo alle attività italiane detenute da soggetti esteri si ha la seguente situazione


In maniera opposta rispetto a quanto visto per le attività estere degli italiani, le variazioni positive della posizione patrimoniale sull’estero italiana si hanno quando le attività detenute dai soggetti esteri perdono valore, e a causa delle recenti crisi hanno perso molto valore.  Dal 2008 al 2011 infatti, le rettifiche in diminuzione di valore su attività finanziarie di soggetti non residenti sono state ben 320 miliardi di euro. Poi, con la stabilizzazione dei mercati finanziari, i valori si sono ripresi ed il valuation effect è diminuito. Chi avesse fatto investimentiin Italia tra il 2012 ed il 2013 avrebbe così realizzato rilevanti profitti intermini di capital gain. Considerando l’intero periodo 1998-2013, le attività italiane dei non residenti si sono deprezzate per complessivi 83 miliardi di euro, 15 negli investimenti diretti, 32 negli investimenti di portafoglio, 36 negli altri investimenti.
Andando ancora avanti e raggruppando per tipologia di attività/passività, senza distinzione tra soggetti detentori, si nota come fino al 2008 siano state le variazioni di valore degli investimenti di portafoglio ad avere avuto il principale effetto negativo sulla PNE. In seguito, a causa della crisi dei valori italiani e il recupero delle valutazioni nel resto del mondo, l’effetto si è rovesciato. Nel 2011 la PNE era migliore di quanto ci si sarebbe dovuto aspettare sulla base dei flussi cumulati di conto finanziario, il valuation effect era quindi positivo.



Ricapitolando, le attività estere degli italiani (incluse le riserve) hanno perso di valore per circa 58 miliardi. La variazione di valore delle attività derivate è stata negativa per circa 65 miliardi, mentre le attività italiane di soggetti estere si sono deprezzate di circa 83 miliardi. Il valuation effect complessivo, rilevato sulla base dei saldi del conto finanziario, è stato quindi pari a 41 miliardi, un valore notevolmente diverso rispetto a quello, pari a 211 miliardi di euro, rilevato dall’analisi del saldo di partite correnti. La differenza, a meno del saldo di conto capitale (che rimane comunque di importi marginali), è relativa all’effetto degli errori ed omissioni.
La voce errori ed omissioni è una voce residuale della bilancia dei pagamenti, risultato della differenza tra il saldo di partite correnti (sommato al saldo di conto capitale) e il saldo del conto finanziario. Tale differenza è normalmente considerata trascurabile, ma, come appare evidente, non lo è. Per chi avesse voglia, si potrebbe approfondire le cause di queste importanti differenze. Posso ipotizzare che gran parte delle differenze sia da imputarsi a transazioni che sfuggono alla rilevazione delle partite correnti. Le rilevazioni di conto finanziario, essendo maggiormente tracciabili, dovrebbero essere molto più affidabili.
Confrontando il saldo di conto finanziario e di partite correnti, pare che ci siano molte transazioni in diminuzione (maggiori importazioni  o minori esportazioni di beni e servizi, maggiori trasferimenti in uscita, minori trasferimenti in entrata, e così via) che sfuggono alla rilevazione e che hanno fatto rilevare un saldo di partite correnti migliore - meno negativo - di quello che effettivamente è stato. Inserendo nel grafico relativo alla differenza tra PNE e PNE da saldo cumulato di partite correnti, presentato nel post precedente, l’andamento della PNE da saldo cumulato di conto finanziario, le differenze da valuation effect, benché nell’ordine di decine di miliardi di euro, sono molto più limitate rispetto a quelle descritte in precedenza e il valore della PNE alla fine 2013 è quasi interamente spiegato dai flussi cumulati di conto finanziario.

 
 In conclusione, è da notare come il valuation effect, essendo l’Italia un Paese debitore netto nei confronti dell’estero, agisca in controtendenza rispetto alla dinamica dei valori sul mercato domestico
Ricordiamo che i valori nella posizione patrimoniale sull’estero sono inseriti, ove sia possibile secondo il prezzo di mercato (mark-to-market). Pertanto, se il mercato domestico migliora (tassi d’interesse più bassi, quotazioni azionarie più elevate),  seguendo o meno l’andamento dei mercati esteri, la PNE peggiorerà,  anche con equilibrio del saldo di partite correnti. Effetto opposto si ottiene quando le valutazioni delle attività italiane si deprezzano. Effetto che è ancora più rilevante se, come nel 2011, avviene in controtendenza con la dinamica internazionale.
In questo modo si spiega il forte peggioramento della PNE avvenuto negli ultimi mesi. A fronte di valutazioni di attività estere che sono aumentate, si è avuto un più che proporzionale aumento dei valori delle attività italiane detenute da soggetti esteri. Questo peggioramento è quindi “normale” per la nostra economia, fortemente integrata con l’estero e con PNE negativa. 
Il problema non sarà quanto nei prossimi mesi peggiorerà la PNE (che fino a quando continuerà, se continuerà, la bonaccia sui mercati sarà presumibile aspettarsi), ma sarà quello di verificare se dal 2012 i capitali che sono arrivati possano essere maggiormente stabili, più a lungo termine rispetto a quelli che erano presenti all’inizio della crisi del 2011. Interessante sarà analizzare la scadenza delle nuove passività emesse e chi sia maggiormente esposto su passività di breve termine. 

Con un saldo positivo di partite correnti non abbiamo più bisogno di finanziare all’estero i nostri (ormai pochi) consumi e importazioni, ma nel caso si verificasse un nuovo deflusso di capitali siamo sicuri di aver le risorse (in termini di attività estere) necessarie per fronteggiarlo autonomamente?