venerdì 4 settembre 2015

C'ERA QUALCUNO CHE LI SPINGEVA? SINCRONICITA' MISTERIOSE

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1. Si potrebbe sollevare una questione di questo genere: 
- perchè la ormai tristemente famosa foto del bambino siriano morto su una spiaggia TURCA porrebbe, come dice oggi il New York Times, "more political pressure and sense of emergency" sui leaders europei, - per risolvere la crisi dell'esodo di immigrati (dalle aree più lontane...ad es; NON libici dalla Libia, stranamente)- e invece notizie come quelle che vedete sotto, non hanno minimamente condizionato gli stessi leaders?

Grecia, strage degli innocenti: +43% di mortalità infantile dopo i tagli alla sanità- http://www.repubblica.it/salute/2014/02/22/news/grecia_mortalit_infantile-79326564/;

Unicef: in Grecia 439mila bambini soffrono la fame per la crisi- http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-04-06/unicef-grecia-439mila-bambini-192328.shtml?uuid=AbZAS9JF;

Choc in Grecia, bimbi disabili tenuti chiusi in gabbia in un istituto- http://www.ilmessaggero.it/PRIMOPIANO/ESTERI/grecia_bimbi_disabili_chiusi_gabbia_istituto/notizie/1013644.shtml

Qui la foto dei bambini greci disabili in gabbia (che NON ha fatto il giro del mondo, e che evidentemente non ha suscitato "political pressure")

2. Già perchè?

Cos'è che determina l'attenzione prioritaria e assoluta dei mass-media su un "fatto" - o meglio ancora, sul porgere in modo pressante l'interpretazione di un fatto- a preferenza di altre notizie?

Cos'è che spinge a mettere, in modo simultaneo, una notizia e una foto in tutte le prime pagine e in tutti i titoli di apertura di tutti i telegiornali del "mondo occidentale", nell'evidente tentativo di sfruttare una suggestione (piuttosto che un'altra), di creare un'urgenza insopportabile (ignorandone altre egualmente attuali e accessibili)?

Com'è possibile che ciò accada e il cittadino comune non sia in grado di ricostruirne origine e criteri? Forse che i bambini greci morti da infanti per mancanza di farmaci, o per denutrizione, o rinchiusi nelle gabbie, non sono degni di suscitare la stessa sollevazione di sdegno di cui i "leaders politici europei" debbano tenere conto?

C'è qualcuno o qualche "entità" che "spinge" i media in una qualche direzione, predeterminabile e coordinabile, mediante una qualche forma di "centrale", che elabora priorità di scelta e modo di divulgare una notizia (spinnare un frame)?

Avere le risposte a questi interrogativi è veramente essenziale. Si potrebbe capire "chi" decide delle nostre vite e per quali motivi e finalità...

3. «Il controllo economico non è il semplice controllo di un settore della vita umana che possa essere separato dal resto; è il controllo dei mezzi per tutti i nostri fini. E chiunque abbia il controllo dei mezzi deve anche determinare quali fini debbano essere alimentati, quali valori vadano stimati […] in breve, ciò che gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affannarsi».
(F. von Hayek da "Verso la schiavitù", 1944).




mercoledì 2 settembre 2015

CRESCITA FENICE E DISOCCUPAZIONE: LA DEFLAZIONE SALARIALE CI AGGANCIA ALLA CORSA MONDIALE VERSO IL BARATRO


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1. Per comodità di lettura e per una più diretta comprensione, riproduciamo il comunicato Istat relativo all'occupazione-disoccupazione nel II° trimestre 2015. Evidenziamo in neretto le parti "nevralgiche" che dovrebbero far comprendere le cose a un lettore non "sedato" dalla grancassa mediatica:

"...Nel secondo trimestre 2015 – ininterrotta da cinque trimestri – continua la crescita degli occupati, stimata a +180 mila unità (0,8% in un anno). L'aumento riguarda entrambe le componenti di genere e coinvolge soprattutto il Mezzogiorno (+2,1%, 120 mila unità). 
Al calo degli occupati 15-34enni e 35-49enni (-2,2% e -1,1%, rispettivamente) si contrappone la crescita degli occupati ultra50enni (+5,8%).
L'incremento dell'occupazione interessa sia gli stranieri (+50 mila unità) sia, soprattutto, gli italiani (+130 mila unità). 
In confronto al secondo trimestre 2014, il tasso di occupazione 15-64 anni degli stranieri diminuisce di 0,1 punti percentuali a fronte di una crescita di 0,6 punti tra gli italiani.
Nell'industria in senso stretto, dopo la diminuzione del trimestre precedente, l'occupazione rimane sostanzialmente stabile su base annua a sintesi di un aumento nel Nord e di un calo nel Centro e nel Mezzogiorno. Nelle costruzioni, dopo diciannove trimestri di calo, torna a salire il numero di occupati (+2,3%, 34 mila unità in un anno). Nel terziario gli occupati crescono dello 0,8% (+127 mila unità), soprattutto tra i dipendenti e nel Mezzogiorno.

Nel secondo trimestre 2015, i lavoratori a tempo pieno aumentano in misura sostenuta per il secondo trimestre consecutivo, con un incremento di 139 mila unità (+0,8%). Ininterrotta dal 2010, prosegue la crescita degli occupati a tempo parziale (+1,0%, 41 mila unità nel raffronto tendenziale) ma in oltre sette casi su dieci questa riguarda il part time involontario, la cui incidenza arriva al 64,6% dei lavoratori a tempo parziale (era il 64,5% un anno prima).

L'incremento di occupazione interessa soltanto i dipendenti, cresciuti nel secondo trimestre del 2015 dell'1,1% (183 mila unità), mentre gli indipendenti rimangono sostanzialmente invariati. Continua, a ritmo più sostenuto, l'aumento del numero di dipendenti a tempo indeterminato (+0,7%, 106 mila su base annua), associato all'aumento dei dipendenti a termine (+3,3%, 77 mila unità). Si riduce il numero di indipendenti con contratti di collaborazione (-11,4%, -45 mila unità).
Nel secondo trimestre 2015 il numero di persone in cerca di occupazione è stimato rimanere invariato su base annua, a sintesi dell'aumento per gli uomini (+2,6%, 44 mila unità) e del calo per le donne (-3,1%, -45 mila unità). Il 59,5% dei disoccupati cerca lavoro da un anno o più (era il 61,9% nel secondo trimestre 2014).
Dopo quattordici trimestri di crescita e il calo nel primo trimestre del 2015, nel secondo trimestre il tasso di disoccupazione si attesta al 12,1% (-0,1 punti su base annua); alla riduzione del Nord (-0,3 punti) si associa la stabilità nel Mezzogiorno e l'aumento nel Centro (+0,1 punti), con le differenze territoriali che si ampliano: l'indicatore varia dal 7,9% delle regioni settentrionali, al 10,7% del Centro fino al 20,2% del Mezzogiorno.
Nel secondo trimestre 2015, a ritmi sostenuti, prosegue la diminuzione del numero degli inattivi di 15-64 anni (-1,9%, -271 mila unità) dovuto in circa sette casi su dieci ai 55-64enni. Il tasso di inattività scende al 35,8% (-0,6 punti percentuali). Dopo la crescita ininterrotta dal terzo trimestre 2011, diminuisce lo scoraggiamento (-5,8%, -114 mila unità), soprattutto nel Mezzogiorno e tra i giovani di 15-34 anni"

2. Per un paio di brevi commenti "a caldo", che coinvolgono questo dato occupazionale - che oggi si rivela, oltretutto, scontare anche tra gli occupati i giovani stagisti a rimborso spese "simbolico", considerato retribuzione!, ed incidendo sia sul dato degli inattivi che su quello della disoccupazione "giovanile" -, così come la crescita del PIL (con l'annessa vexata quaestio del conteggio delle scorte). vi rinviamo agli amici di "Scenarieconomici":

Disoccupazione in calo, grazie agli invisibili e ad una pensione sempre più lontana

la “MIRACOLOSA” crescita del PIL Italiano: ECCOVI LA VERITA’

3. Si tratta di possibili punti di vista che contribuiscono a chiarire: di certo, quanto agli stagisti, l'inclusione "la vuole l'€uropa"; quanto alle scorte sappiamo come siano, per la parte prevalente, "scommesse di futura vendita", tanto più precarie - come, di fatto o di diritto, le assunzioni legate ad un ciclo produttivo riavviato su queste basi -, quanto più legate ad aspettative in cui, per lo più, le "imprese" credono come ad un mantra.

Quanto all'andamento del mercato del lavoro, il discorso in precedenza da noi svolto, risulta in pieno confermato, Adeguate alle nuove cifre riportate nel bollettino di cui sopra, infatti, le criticità rimangono le stesse (al netto del fatto che il dato di giugno sarebbe, a quanto pare, "grezzo", cioè non destagionalizzato in funzione del periodo turistico dell'estate che porta a un incremento meramente transitorio dell'occupazione). 

4. Vi riproduco l'evidenziatura delle tendenze attualmente in corso sul mercato del lavoro: 

"La disoccupazione nei settori trainanti del modello economico italiano - industriale manifatturiero e costruzioni- aumenta inesorabilmente: tutto il modesto saldo attivo registrato su base annua  - cioè non rispetto ai mesi precedenti, di cui abbiamo visto il dato di fine febbraio-,  è esclusivamente dovuto al settore dei servizi (+147.000 che compensa il dato negativo di tali settori trainanti).

Di questi oltre un terzo (51.000 unità) sono evidentemente "riassunzioni" di ultra 55enni, a cui, altrettanto palesemente, devono essere stati offerti lavori a retribuzione presumibilmente inferiore a quella del momento in cui persero l'occupazione; e questo in cambio della fine della prospettiva di essere senza stipendio e senza pensione. E' chiaro che si tratta di una condizione di tale debolezza contrattuale che si tenderà ad accettare condizioni retributive peggiorative. Oltretutto in presenza degli sgravi fiscali e contributivi previsti nel triennio dalla legge di stabilità, che opera entro tetti ben determinati, oltre i quali l'assunzione deflazionata (il "demansionamento") del lavoratore in precedenza inquadrato a livelli superiori non conviene più...
Tra questi "recuperi" di lavoratori "anziani" una parte consistente deve persino essere a tempo parziale; nel complesso prosegue l'aumento di questa formula che raramente corrisponde ad una reale aspirazione del lavoratore.
Infatti, quasi i 2/3 dei lavoratori part-time sono "involontari", cioè praticamente situazioni dove non c'è altra alternativa alla disoccupazione che non sia la sotto-occupazione.
Combinamo questi fattori col dato dei lavoratori delle fasce più giovani (15-34 e 35-49), dove infatti la disoccupazione aumenta: verosimilmente, ciò si verifica perchè questi lavoratori non hanno ancora accettato un posto part-time, o a retribuzione inferiore di quella precedentemente goduta,...nel settore dei servizi
Otretutto questi lavoratori hanno una prospettiva di permanenza abbondantemente ultratriennale: per loro la prospettiva di lavorare nei servizi rischia di essere una scelta professionale che, per esigenze anagrafiche, si estenderebbe ben oltre il beneficio triennale dello sgravio sui "nuovi" assunti (anziani e quindi alle soglie del pensionamento...).
E sempre nel settore dei servizi.
In questo settore, parrebbe trovino preferenziale occupazione i lavoratori più disperati e ricattabili; qui, infatti, una collocazione, magari a tempo determinato o a tempo parziale "involontario", si verifica di regola per una qualifica o per mansioni che ben poco possono avere a che fare con il profilo professionale posseduto. 
La concorrenza dei "vecchi" disoccupati e "esodati" - o in condizione analoga di attesa finale, a qualsiasi costo, della maturazione dell'anzianità contributiva per la pensione (ridotta)- pare rendere i lavoratori 35-49enni meno appetibili e "disponibili"(salvo che non accettino il bench mark dell'esercito di riserva...degli imminenti pensionandi)."

4.1. Quanto alla crescita del PIL, anche qui troviamo la conferma delle tendenze da poco evidenziate. 
Il bollettino Bankitalia relativo al primo semestre della bilancia dei pagamenti (dato mensile di giugno 2015, e dato su base annua terminante nello stesso mese) è stato nel frattempo pubblicato
L'attivo annuale di "conto corrente" (saldo CAB) sulla scadenza di giugno è di 37,176 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 36,120, registrati a maggio (dato esaminato nel post sopra citato). Il che spiega, nei fatti, le "aspettative" di maggior vendita, all'estero, che portano all'aumento delle scorte: se invece provate a comprare sul mercato interno qualcosa, specie beni di consumo durevoli, vi sentirete ovunque dire che "dobbiamo fare l'ordine e ci vorrà qualche giorno". Invariabilmente. 
 
5. In sintesi, la competitività "relativa" italiana pare proprio aumentare perchè, dato che le condizioni favorevoli di:
 a) QE=svalutazione dell'euro, essendo questo è l'unico concreto effetto sull'economia reale del QE stesso, cioè la guerra delle valute a epicentro €uropa: perlomeno nella prima parte dell'anno, e in attesa delle notizie dalla Cina e dai BRICS e non solo;
b) calo dei prezzi petroliferi-energetici;
riguardano parimenti tutti gli altri paesi €uropei, il miglioramento del saldo CAB deve, logicamente, essere dovuto ai tassi di cambio reale (cioè agli indici di competitività che mantengono il loro valore decisivo pur dentro l'area valutaria dell'eurozona).
E quindi, se prosegue il miglioramento competitivo italiano, ciò dovrebbe essere ragionevolmente imputabile al calo del livello salariale medio.
E ancora non è arrivata la "grande riforma" della contrattazione aziendale!
 
6. Tutto ciò è perfettamente in linea anche con il discutibile e non trasparente (nei criteri di rilevazione) aumento dell'occupazione (prevalentemente nei servizi e per i lavoratori ultracinquantenni, come abbiamo visto).
Insomma, gli zoppicanti dati sull'aumento dell'occupazione - con contratti a tempo indeterminato a recesso libero da parte dei datori, una costante prevalenza del part-time involontario, la massiccia permanenza dei rapporti a termine, la stabilizzazione dell'enorme esercito degli "inattivi" -, sono perfettamente compatibili e spiegabili con la deflazione salariale, cioè con la diminuzione della ricchezza della prevalenza delle famiglie.
Ed infatti, l'inflazione è stabile a 0,2 su base annua, in Italia: il che, in base alla vera curva di Phillips, porta a un livello tendenzialmente invariato di occupazione altrettanto "vera" e a un presumibile tasso di crescita del PIL coerente: cioè anch'esso a variazione zero, al netto delle "scorte" e del loro possibile trasformarsi in un boomerang al minimo scossone internazionale
Una debolezza patologica in sè, che rinvia alla ulteriore evanescenza della crescita, se basata su un dato congiunturale come una svalutazione competitiva e su costi energetici che, in termini di domanda globale non indicano nulla di buono: dunque su fondamenti che il resto del mondo può rovesciare, nei prossimi mesi, in modi oltremodo drammatici.
 
7. Come abbiamo visto qui: 
 

 

 

domenica 30 agosto 2015

LA SINDROME CINESE: KEYNESIANI "EMPIRICI" IN CINA, ORDOLIBERISTI "PROFETICI" IN €UROPA



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 © ANSA

"Il problema è che il passaggio da un'economia basata su export e investimenti ad una alimentata dai consumi interni si sta rivelando più complicato del previsto. Anche perchè il contesto non aiuta. Sono in affanno i paesi in cui la Cina esportava ed, all'interno, sono aumentati i costi: un saldatore che qualche anno fa a Shangai costava 150 dollari al mese oggi ne costa 800
Poi c'è lo yuan che nel corso dell'anno si era rivalutato di oltre il 15% rispetto alla media delle valute con cui la Cina commercia.
In questa situazione già varie imprese stavano muovendosi per delocalizzare in Paesi dove il costo della manodopera è più basso: Myanmar, Viet-nam, Bangladesh, Pakistan.
Insomma la crisi dell'export è arrivata troppo presto, in un momento in cui non è ancora possibile rimpiazzare questa componente con la domanda interna, sia per la fase di bolla immobIliare sia per la mancata costruzione di sistemi sanitari e pensionistici, senza i quali è difficile convincere la gente a spendere".

2. Dunque, ora lo sappiamo, anzi, ce lo dicono proprio: se non prevedo, - o riduco, continuamente e sensibilmente-, i sistemi sanitario e pensionistico, non posso aspettarmi che la domanda interna, e in particolare i consumi di quanto produco (all'interno, visto che ho costruito un sistema manifatturiero tra i maggiori del mondo e piuttosto differenziato, se non "universale"), possano incrementarsi e sostenere la crescita
E chissà perchè, ciò vale per i cinesi, ma non vale in €uropa: non vale in Grecia, non vale in Italia, non vale in Germania e via dicendo.

3. Su Cina e...corruzione:
"Certamente ci sono anche nodi politici. La necessaria lotta alla corruzione ha creato tensioni anche perchè questa è molto diffusa: per molti funzionari che hanno una bassa retribuzione, le tangenti di fatto erano un modo per integrare il reddito..."
In proposito, vale la pena di rammentare un parallelismo inquietante, di quelli che i media si guardano bene dal porre in connessione:
Il parallelismo riguarda il problemino dell'immigrazione in €uropa
"Ci vorrebbe anche un coordinamento fra polizie che non c’è mai stato: finora, che importava ai serbi di chi sbarcava a Lampedusa? O agli spagnoli di chi entrava in Macedonia?». La corruzione: nel prezzo del passaggio è spesso compresa la mazzetta a doganieri bulgari o serbi che guadagnano 500 euro al mese e «più è grande il gruppo, più sale il prezzo: 500 euro per dieci persone»."

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Poichè neanche Hayek arrivava a pensare che certe funzioni potessero essere totalmente e incondizionatamente privatizzate, mettiamo la funzione pubblica (doganale-fiscale e di ordine pubblico) di controllo dei confini (quelli, i confini, che peraltro, sono "brutti" perchè perpetuano e testimoniano l'esistenza degli Stati-sovrani che tanto male provocano al governo dei mercati, no-limits), si scopre che Statobrutto= spesa pubblica improduttiva= impiegati fannulloni e parassiti=deflazione salariale, contro i "privilegi" di questi parassiti (per stimolare la crescita!), alla fine fa andare in tilt il sistema stesso di pacifica e ordinata convivenza sul territorio (dice il capo della polizia serba, ma potrebbe essere, a maggior ragione, quello di un qualsiasi paese UEM da riformare: "...Per colpire questa gente, ci serve più personale: noi abbiamo solo trenta poliziotti in tutta la Serbia, e solo cinque che conoscono l’arabo, per controllare 100 mila migranti.").
Ma non solo, questo allegro atteggiamento della "austerity espansiva", - proprio messo a contatto col mercato globalizzato che, a dispetto delle teorie ordo-iper-liberista, fa emergere e misura l'utilità-produttività di quelle funzioni pubbliche che viene radicalmente negata-, diviene generatore di corruzione.

4. Lo abbiamo già visto, nel debunking dell'emerita stupidaggine di voler misurare la "produttività" del sistema pubblico col metro di un output che gli austeroespansivi non sono capaci di determinare (ad essere benevoli, cioè a tacciarli di mera scarsa conoscenza e competenza):
"Misurare la costosità relativa dei consumi collettivi rispetto ai consumi privati è ambizione di tutti i sistemi statistici, anche se si tratta di una ambizione non facile da realizzare perché dei servizi collettivi si conoscono le spese sostenute dalle amministrazioni pubbliche, ma si hanno solo informazioni limitate sul volume fisico dei beni prodotti con quelle spese: nell’istruzione si conosce il numero degli studenti, ma non quanto è aumentato il valore del capitale umano; nella sanità si conosce il numero degli assistiti, ma non il valore della vita salvata; nella giustizia e nella sicurezza si conosce il numero dei giudicati o dei tutelati, ma poco di più.
Difficoltà di computo a parte, l’ISTAT annualmente rileva l’importo dei consumi collettivi a prezzi correnti e stima i loro valori a prezzi costanti; il rapporto tra le due serie definisce il deflatore, ovvero l’indice di prezzo dei beni di consumo collettivo, che trasforma i valori di spesa monetaria in valori di produzione. Tale indice di prezzo può essere messo a confronto, nella sua dinamica, con l’indice dei prezzi dei beni di consumo privati. Il rapporto tra le due grandezze definisce l’indice di costosità relativa."

4. Comunque la si voglia mettere, l'Istat misura l'output pubblico solo in termini di spesa (pubblica: effettuata per produrre più ampie e NON misurate utilità collettive e individuali), facendo coincidere la spesa pubblica (cioè i costi di produzione) con il "prodotto" dell'esercizio delle funzioni pubbliche; ma non può, e comunque non dice, di misurare altro che queste "informazioni limitate sul volume fisico dei beni prodotti con quelle spese". Il "valore della vita salvata", dal sistema sanitario pubblico, e "il valore del capitale umano" creato dalla pubblica istruzione, ovviamente a certi livelli di costo (e di investimento) pubblici, non entrano in questi conteggi, che tanta schiuma fanno venire alla bocca dei livorosi austero-espansivi.
Sottoposti alla più destabilizzante delle pressioni, quella della grande migrazione (cioè, l'occupazione, comunque la si metta, del territorio abitato da una precedente popolazione), il valore "esterno" delle utilità indivisibili create dall'esercizio delle funzioni pubbliche (teoricamente) essenziali, si prende la sua rivincita: tenere sani e in vita i cittadini, renderli in grado di avere un livello elevato di istruzione e, quindi, di partecipazione politica prima ancora che al lavoro, difendere le condizioni minime di pacifica coesistenza demografica sul territorio, non paiono, forse, tutte queste orrende forme di collettivismo e di spreco intollerabile che ci raccontano i liberisti di lotta e di governo...

5. Ma torniamo alle ammissioni più salienti che abbiamo visto sulle iniziali dichiarazioni virgolettate:  
a) "la mancata costruzione di sistemi sanitari e pensionistici, senza i quali è difficile convincere la gente a spendere" e  
b) "per molti funzionari che hanno una bassa retribuzione, le tangenti di fatto erano un modo per integrare il reddito".
Come si fa a considerare questi ragionamenti, che individuano le cause di una stagnazione economica che trascende in ambiente generatore di corruzione, validi per la Cina e assolutamente trascurabili per l'Europa

6. Anche perchè, a livelli salariali, più o meno ormai ci siamo: il saldatore cinese a 800 dollari al mese, mi pare "fare scopa", - incontrandosi da due direzioni opposte-, con la situazione di un operaio dell'Elecrolux ("Per salvare la produzione in Italia gli svedesi di Electrolux vogliono che gli stipendi calino da 1.400 a 800 euro al mese"), ricontrattualizzato e transitato nella deflazione salariale previo adeguato periodo di "contratto di salidarietà", per farlo abituare alla "nuova realtà competitiva".
Sempre di una equalizzazione irresistibile - sul versante €uropeo-, in funzione della competizione esportativa si tratta. Pare proprio che l'equalizzazione sia stata raggiunta: ma non è un problema per una crescita equilibratamente sorretta dalla domanda interna. Lo è solo in Cina (e lo è perché provoca la "delocalizzazione": brutti saldatori cinesi divenuti esosi e, probabilmente, fannulloni, se paragonati agli schiavi del Myanmar e del Pakistan...).

7. Insomma, sulla Cina, l'autore delle dichiarazioni può ben dirsi, come fa in altra occasione della sua recente (e significativa) campagna di esternazioni, “Brutalmente empirico e keynesiano.
Invece, su quanto accade in €uropa, in perfetta coerenza con le politiche che per decenni ha auspicato e realizzato, siamo invece all'ordoliberismo più classico. 
Lo schema è ormai noto, e della sua coerenza logico-economica, non bisogna curarsi troppo.
Bisogna essere competitivi (questo non è contestabile), c'è la Cina (e si va "in automatico"), ci vuole la solidarietà €uropea, ma nei limiti dei parametri fiscali voluti dall'€uropa; o forse non basta (cioè bisogna rivedere i trattati? magari perchè "un giorno verrà una crisi?" Ma allora c'era o non c'era sotto la "magagna"?), perchè il "patto di stabilità è stupido". Perchè non consente la solidarietà, in €uropa: cioè quella solidarietà (fiscale e interstatale!) che i trattati, ben prima che si formulassero i "patti di stabilità", vietano espressamente, coi più forti dei loro divieti: anzi, in linea con l'autodefinizione data prima, "brutalmente". 

8. Ma, invece, i trattati, (l'idea, il "sogno", è questo che conta), non sono da mettere in discussione in sè, dopo averli accettati e averne predicato la natura cooperativa e portatrice di pace: i trattati (Maastricht e Lisbona) sono belli e solidali, anche se non li si è letti o compresi bene....
Tant'è che, come soluzione "keynesiana" (o forse "empirica?"), si richiama, anzi si evoca, l'avvento di "qualche politico profetico, come i De Gasperi e gli Adenauer". Ordoliberisti appunto.

L'autore delle dichiarazioni inizialmente riportate e dell'autodefinizione empirico-keynesiana, per chi non lo avesse capito ancora, è Romano Prodi...
He's back: isn't he?


giovedì 27 agosto 2015

LE GERARCHIE CONTANO...

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Le gerarchie contano.
Ma non quelle formali, regolate dalle leggi (Hayek direbbe dalla "legislazione", regolazione statale strettamente asservita alla Legge, naturale, fenomeno biologico - per lui- che riduce l'essere umano al "mercato"): quando le leggi stabiliscono una gerarchia, infatti, devono esplicitare, in qualche modo, per quale interesse generale, o quantomeno pubblico e collettivo, siano dettate.
Un compito estremamente fastidioso, specialmente in democrazia: e non tanto e non solo perchè poi occorre fare i conti con il consenso legato a questa scelta (se non prometto meno tasse per tutti-tutti, avrò inevitabilmente privilegiato qualcuno a scapito di altri), quanto perchè dalla scelta trapelano obiettivi e valori che vuole realizzare chi la compie. 
E questo, se valori e obiettivi possono essere comparati con quelli legalmente superiori, cioè quelli scritti una volta per tutte, nelle Costituzioni, risulta evidentemente pericoloso.
Almeno finchè esista un sistema costituzionale e la sua gerarchia delle fonti (che è l'unica gerarchia garantista dei valori costituzionali e che dunque limita le gerarchie fra gli uomini, stemperandole nell'obbigo di realizzare solo gli interessi del popolo sovrano).

Le gerarchie che contano veramente, quindi, sono quelle che stanno scritte dentro i cuori (rassegnati e intimoriti) degli uomini: più precisamente, quelle che riescono a imporsi in base al timore che suscita chi le stabilisce, senza dover ricorrere a regole formali, preferibilmente. O peggio ancora, aggiustando le regole secondo la propria convenienza nel conservare la propria posizione di potere.
Questa sì è una prospettiva terrificante, per i "sottoposti", un elemento portatore di disperazione.

Insomma, sono il costume e l'ambiente culturale che favoriscono le gerarchie: quindi chi controlla costume e ambiente culturale è, in realtà, il vero vertice della gerarchia (che conta).

Una vera posizione di supremazia all'interno del rapporto gerarchico, implica connaturalmente la irresponsabilità del "superiore": una irresponsabilità non tanto funzionale, perchè il singolo superiore, come individuo, in qualche modo sa che se le cose non funzionano, la colpa verrà attribuita, in un inevatabile processo sociale, a chi impartisce l'ordine.
L'irresponsabilità di cui parliamo è "di genere": cioè, complessivamente, coloro che sono posti, come classe di individui, in posizione di comando gerarchico, sono considerati collettivamente fuori da un giudizio di merito, dal dover rendere conto. 
Questo garantisce una forma di irresponsabilità che veramente, nei fatti della vita, rende esente da rimproveri di colpa ogni singolo "superiore": i subordinati sanno infatti che se anche fosse individuato come colpevole un singolo esponente della classe dominante, un altro, esattamente con le stesse attitudini, prenderebbe il suo posto.

Quindi il timore su cui si basa la gerarchia, e che la rende effettivamente capace di ordinare, conformare, i sottoposti, è legato alla rassegnazione di chi si trova a subirla. Il senso dell'inevitabilità prevale; e da questa nasce l'indifferenza, l'idea che nulla possa mai veramente cambiare.

Come direbbe Funari-Guzzanti ("Onorevole Broda") sapete perchè vi dico tutto questo?
Perchè, dal caso Tsipras al "battiamo i pugni sul tavolo", passando per "tagliamo le tasse tagliando la spesa pubblica", tutto dimostra che la possibile alternanza di assetti di potere su cui si basa la democrazia costituzionale, è venuta meno.

A questo punto del discorso fatto su questo blog, questa parrebbe quasi, anzi "proprio", un'ovvietà.
Ma il punto è un altro: il "costume" di accettazione come inevitabile di questo stato di cose è mutabile?
Di sicuro non lo è se non si vota. 
Di sicuro non lo è se chi è in posizione, di fatto, di supremazia gerarchica, riesce a far passare l'idea che votare sia segno di instabilità, piuttosto che di irresponsabilità di chi detiene il potere. 
Ma è ancora peggio se chi dovrebbe contestare le cose, e che chiede di svolgere le elezioni, per "cambiare le cose" su cui si basa la gerarchia irresponsabile attuale, in fondo persegue gli stessi obiettivi e le stesse convinzioni: tagliare la spesa pubblica per tagliare le tasse.
Cioè un "altro" esattamente con le stesse attitudini avrebbe preso il posto del precedente "superiore".
Alla fine, questa è la rassegnazione. Questa è la vera sconfitta di un intero popolo.

martedì 25 agosto 2015

'STA CINA: I MERCATI INTERNI E IL FRANCHISING "WALL STREET"



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1. Qualcuno si affretta a dire: ma dov'è il problema?
Consideriamo che le esportazioni in Cina costituiscono rispettivamente il 3.7% e il 5.4% delle esportazioni totali dell'eurozona e della Germania.
Poi arriva qualche espertone e ci dice che le difficoltà di crescita della Cina pongono in pericolo il settore del lusso "made in Italy": un settore che pesa relativamente poco sull'export italiano, a rigore, e che, in ogni modo, è ormai quasi tutto a controllo estero


La mappa del nuovo Made in Italy

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"Non è un caso, insomma, se la crescita dell’export italiano sta esplorando e sempre più esplorerà le nuove geografie dello sviluppo. Quella dei Paesi Iets (Indonesia, Egitto, Turchia, Sudafrica) realtà dove la popolazione ha un’età media inferiore a 30 anni e nei quali è prevista, nei prossimi anni, una rapida crescita dei consumi interni, le previsioni di crescita dell’export italiano tra il 2014 e il 2016, viaggiano attorno a una media del 10%, così come quella dei Next-7 (Corea del Sud, Egitto, Filippine, Indonesia, Messico, Nigeria, Turchia). O ancora quella dei Rapid-Growth Market (Arabia Saudita, Argentina, Brasile, Cile, Cina, Corea del Sud, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Hong Kong, India, Indonesia, Malesia, Messico, Nigeria, Polonia, Qatar, Repubblica Ceca, Russia, Sudafrica, Thailandia, Turchia e Ucraina), Paesi ricchi di materie prime e con basso costo della manodopera. Qui la crescita delle esportazioni italiane è stimata attorno al 9,6%, con un peso sul totale che passerà dal 21,7% nel 2011 al 24% nel 2016. La stessa Africa subsahariana potrebbe essere in un futuro prossimo un’importante bacino di sviluppo per questo nuovo made in Italy, visto che già ora le importazioni dei Paesi dell’area sono trainate da progetti infrastrutturali e da investimenti nel settore petrolifero, che vedono coinvolte alcune grandi imprese italiane."


2. E poi arriva qualche altro espertone e ci dice pure che la Cina mette in crisi il Brasile (che esporta in Cina soia e altre materie prime), che mette in crisi le grandi multinazionali (tipo Siemens e Caterpillar) che producono o esportano in Brasile e, ovviamente, in tutto il resto del mondo che non...potrebbe più esportare in Cina.

Insomma, messa così, si capisce che è tutto un fatto di contrazione delle esportazioni e di modello free-trade arrembante e, come vedremo, finanziarizzato e senza ripensamenti; come avevamo già detto.
La potremmo mettere anche in questi termini: si aspettava da tanto questo momento, per compiere la revenge sulla Cina, e pareggiare i conti dell'export, dopo che per tanti anni si era subita la sua "aggressività", e invece la Cina che ti fa? Ti va in crisi.

4. Forse, l'ha fatto apposta, suggeriscono alcuni.
In un certo senso è vero: come dice Sapelli su "Il Messaggero" di oggi, la Cina intende, comunque, "passare da un modello fondato sull'esportazione (del manifatturiero mondiale accentrato presso il suo territorio), a un modello fondato su un mix di esportazioni e di creazione di mercato interno, per porre l'Impero di Mezzo al sicuro dalle fluttuazioni del commercio mondiale. Solo che la creazione di un mercato interno sta andando incontro a ripetuti fallimenti. La condizione per crearlo è staccare i contadini dalle campagne e gettarli nelle città dove non c'è spazio per l'autoconsumo e l'autoproduzione, non solo del cibo". 
Invece, si ritrovano, oggi, con "decine di città programmate e costruite che sono vuote: i contadini non abbandonano le campagne in misura sufficiente per introdurre il mercato" Dopo averci illustrato gli eccessi repressivi per realizzare manu militari questo disegno, Sapelli conclude: "la crisi è di natura strutturale ed è tipica di un ersatz (surrogato) dell'economia capitalista simile a quella del nazismo: una sorta di capitalismo monopolista di Stato a dominazione militare e non politica, come dimostrano le recenti vicende dove emerge chiaramente come l'esercito sempre più prevalga sul partito".

In tutto questo sarebbero "compassionevoli e allarmanti...le idee di coloro (FMI compreso) che si cullano nell'ipotesi che l'abbassamento di valore dello yuan abbia di mira l'entrata nel mercato sia della moneta sia dell'economia cinese tutta..."
E dunque: "la prima conseguenza della situazione cinese è la moltiplicazione delle tendenze in atto verso una deflazione mondiale tipica dell'avvento di una terribile stagnazione planetaria...
Occorre invertire il passo e capire che l'unica salvezza è fare ciò che la Cina non riesce a fare. Ossia abbandonare la via della crescita fondata sulle esportazioni e i bassi salari. Essa è fallita.  
Solo i mercati interni e la creazione del capitale umano, ossia di persone ben preparate e ben pagate che lavorano sicure tutta la vita, solo una nuova economia di piena occupazione può garantire lo sviluppo e la crescita. Altrimenti faremo tutti la fine della Cina".

5. Vi ho riportato questa analisi di Sapelli e le sue conclusioni perchè ci portano dritti a un altro interrogativo, quello vero: ma quali sono le condizioni in cui si realizza la piena occupazione e la valorizzazione del capitale umano, nella sicurezza del posto di lavoro?
Noi lo sappiamo; lo abbiamo visto tante volte. Ci piacerebbe che Sapelli sviluppasse il discorso esplicitamente.

6. E lo stesso vale per Krugman che sul NY Times di oggi, ci racconta: "Cosa sta causando la contrazione globale? Probabilmente un misto di fattori. La crescita demografica sta rallentando in tutto il mondo (...!) e nonostante tutto i clamore sulle nuove tecnologie, non pare si stia creando nè un innalzamento della produttività nè la domadna per investimenti nelle imprese. L'ideologia dellìasuterità, che ha condotto a una debolezza senza precedenti nella spesa pubblica, si è aggiunta al problema. E la bassa inflazione in tutto il mondo, che singifica bassi interessi anche quando le economie sono in espansione, ha ridotto lo spazio per tagliare i tassi quando le economie sono indebolite....I "policy makers" dovrebbero seriamente prendere in esame la possibilità che l'eccesso di risparmio (ndr: figlio delle logiche export-oriented, della finanziarizzazione e della redistribuzione verso l'alto della ricchezza, in una frase, figlie di questo mercato del lavoro - Draghi dixit- dove il salario segue la produttività reale e non quella nominale), la persistente debolezza globale è la nuova normalità"

7. E allora?
Per Krugman: "La mia sensazione è che ci sia una profonda mancanza di volontà, anche tra i più sofisticati responsabili delle politiche economiche, di accettare questa realtà". 
E Krugman ci pare eccessivamente cauto e, anzi, "eufemistico", quando aggiunge: 
"Ciò è in parte (?!) dovuto a "special interests": Wall Street non vuole sentire che un mondo instabile esiga una forte regolazione finanziaria, e politicamente chi vuole distruggere il welfare State non vuole sentire che la spesa pubblica e l'ndebitamento non siano problemi nella situazione attuale".
Krugman, dunque, fa un passo in più, rispetto alla diagnosi senza terapia di Sapelli. Come al solito, il problema è la democrazia in senso sostanziale. Quella "lavoristica" che si rivela, più che mai, il vero motore dello sviluppo sostenibile.

7. La democrazia costituzionale italiana, per dire...
Speriamo che, visto che l'€uropa è quanto di più lontano e anzi di opposto a questo modello, qualcuno se ne ricordi e lo rivendichi. Magari la Corte costituzionale, anche se è molto improbabile ormai.
Magari qualche rinascente partito di massa: ma senza finanziamento pubblico ai partiti, - cioè senza la garanzia che non siano i gruppi finanziari più forti ad indirizzare il gioco elettorale nella "finzione idraulica" -, la Wall Street di turno (è un marchio "politico" di frande suggestione e diffusione) ci può sempre trascinare sempre più nel baratro.
Con nuove riforme strutturali e privatizzazioni...

sabato 22 agosto 2015

L'ESTATE DEL 2011 NON E' MAI FINITA (IL CLIENTE HA FAME: MOLTA...)

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Spulciando tra i post e nei commenti che, in passato, sono affluiti ad alimentare il dibattito, mi sono imbattuto in questo (dell'11 gennaio 2014):
"Il sovraeccitato giornalista Porro ha colpito anche me facendomi pensare che la sua “insana eccitazione” sia l’anticipazione alla ormai prossima “instaurazione del "meraviglioso mondo di von Hayek".
Come hai ragione caro 48, quando affermi che
:
 
In questa chiave "progressiva" si possono comprendere anche gli elevati livelli di tassazione: si tratta di una condizione transitoria e, naturalmente strumentale, che sconta la modifica del precedente ordine costituzionale dei welfare, mirando a farlo collassare, per rigetto del corpo sociale, mediante la imposizione del vincolo monetario (ad effetti equipollenti "in parte qua" al gold standard) e dei ben noti "vincoli" di deficit e di ammontare del debito, posti rispetto ai bilanci pubblici.
I quali, naturalmente, in una fase iniziale, pazientemente durevole, debbono "rientrare", consolidarsi, aumentando l'imposizione fiscale, prima di poter procedere, verificatesi le condizioni politiche, al taglio strutturale della spesa pubblica. Alla fine, la gente, avvertendo come insopportabile il costo dei diritti sociali, cioè del welfare, invocherà il loro smantellamento, pur di vedersi sollevata da questa insopportabile tassazione.

Ti ringrazio per l’impegno e l’importante lavoro che stai facendo e, soprattutto, per avermi fatto notare le tracce di sangue seccato nelle pagine della Costituzione."

Il commento in questione cita la parte finale di questo post, ampliato e approfondito in "Euro e(o?) democrazia costituzionale".

La facile profezia compiuta in quelle sedi (e ormai da anni) si sta OGGI avverando con geometrica (pre)potenza:

"Spending review, Cottarelli: tagli possibili per altri 3-5 miliardi nella sanità

«10mld spending review nel 2016 cifra credibile»
L'obiettivo di dieci miliardi di euro per il prossimo anno messo in cantiere dal governo sul fronte della spending review è stato definito «credibile e raggiungibile» da Cottarelli. Quanto alle partecipate, il direttore esecutivo del Fmi non vede positivamente la scelta del governo di adottare lo strumento della delega legislativa, ribadendo che su questo fronte sarebbero possibili «interventi ulteriori per 2-3 miliardi».
Governo al lavoro sulla spending
Anche se alcune delle scelte strategiche saranno effettuate dal Governo soltanto a settembre, nel mosaico che sta costruendo il commissario alla spending Yoram Gutgeld insieme a Roberto, almeno tre tessere sono già state collocate: acquisti di beni e servizi, ministeri e sanità. Questi tre capitoli contribuiranno probabilmente con non meno di 5-6 miliardi di risparmi, un terzo dei quali dovrebbe essere garantito dal nuovo giro di vite sulle forniture della Pa al quale il Governo sta lavorando insieme a Consip.
"
E fin qui, quasi nulla di cui stupirsi.
Ordinaria amministrazione dell'emergenza permanente che smonta i diritti fondamentali in cui nessuno crede più e che nessuno ritiene che valga la pena di difendere...

Poi, questa lettera di Paolo Savona, - che vedremo se meriterà una risposta chiara e trasparente, com'è dovuta sull'argomento di massima importanza democratica ed istituzionale che solleva -, ci fa capire che probabilmente, anche con queste ultime "uscite", siamo di fronte a un mero "appetizer": i primi vagiti di un nuovo trattamento intensivo "FATE PRESTO"

 http://www.linkiesta.it/sites/default/files/uploads/blogs/u332/fatepresto.JPG

L'estate del 2011 non è mai finita, a quanto pare. Ha sorseggiato il suo aperitivo, assaporandolo lungamente, parendo, lì per lì, accontentarsi dei "salatini"; ma era solo l'inizio. 

Poi, con studiata nonchalance, ha ripreso a divorare la democrazia, per anni, sapendo che ogni anno, ogni mese, ogni giorno, rendeva più facile l'ATTACCO FINALE... 

I camerieri si stanno affrettando, ora: il cliente "ha fame", molta fame.