lunedì 8 febbraio 2016

TITOLI PUBBLICI COME RISK WEIGHTED ASSET: COME INTENDONO PORVI RIPARO?


http://image.slidesharecdn.com/castelfidardo-150322171254-conversion-gate01/95/mmt-a-castelfidardo-sovranit-saldi-settoriali-eurozona-66-638.jpg?cb=1427045174


1. Periodicamente, viene offerta come notizia qualche "indiscrezione" sulla volontà tedesca di uscire dall'euro.
Questa diffusione di "voci", a dire il vero, assume più spesso, nei toni di chi la diffonde, il sapore di un'implicita minaccia mediatica a noi italiani: la mamma severa ma esemplare, la Germania, si sarebbe stancata di noi discoli e ci manderebbe in collegio, prendendosi una lunga vacanza da questa integrazione €uropea, che tanto gli costa in termini di sacrifici fatti per noi inutili PIGS indisciplinati. 
Risultato: senza l'euro come faremmo ad andare avanti, chi ci proteggerebbe dalla Cina? Cosa potrebbe evitare il default del debito sovrano italiano e la conseguente spaventosa crisi di finanziamento dello Stato e di travolgimento di tutto il welfare che ne conseguirebbe? 
Insomma, viene agitato implicitamente lo "spauracchio Grecia" (in caso di uscita dall'euro!!!), dimenticando allegramente che quello che si è verificato in Grecia, in termini di tagli alle pensioni e sostanziale disattivazione del sistema sanitario pubblico nonchè di svendita di ogni possibile asset pubblico (e deprezzamento totale degli asset privati), STA AVVENENDO DENTRO LA MONETA UNICA E, ANZI, A CAUSA DEL MEMORANDUM DI MISURE FISCALI IMPOSTE dall'ESFS (ESM), FMI, e Eurogruppo, PER POTER RIMANERE DENTRO L'UEM.

2. Ma i tedeschi pensano veramente di uscire dall'euro? 
E lo pensano solo perché ci sono mal di pancia, politici interni, sulla questione degli immigrati e sulla sospensione di Schengen, come implicano queste voci intimidatorie ital-mediatiche? 
Insomma, le incongruenze sulla convenienza della German-€xit cozzano frontalmente con alcune realtà, dure realtà, fondamentali:
a) l'apertura ai "rifugiati", fuori da ogni assunzione di "quota" e dello stesso criterio del "paese d'arrivo" del trattato di Dublino, come (del tutto) apparente misura umanitaria, era stata unilateralmente decisa dalla Merkel; che poi se l'è pure rimangiata, delimitando il flusso di immigrati agli aventi diritto secondo la convenzioni internazionali e in conformità alla propria Costituzione. 
Ma rimane il fatto che questa apertura, e successiva richiusura, dettata dal dissenso interno (poi montato dopo i fatti del capodanno di Colonia), corrisponde, come ci avverte realisticamente Munchau, a un preciso interesse economico tedesco, quello a mantenere la competitività attraverso la prosecuzione della deflazione salariale, correggendo il trend demografico che la ostacolerebbe inesorabilmente nel lungo periodo;
b) la sospensione di Schengen è stata adottata finora da sei paesi, finora: Norvegia, Austria, Germania, Francia, Danimarca e Svezia. Notare che tre di questi sono fuori dall'area euro, e quindi possono in teoria ricorrere alla svalutazione monetaria, evitando di doversi avvantaggiare ad ogni costo (di coesione sociale interna) del basso costo salariale degli immigrati per mantenere la competività rispetto alle politiche deflattive e mercantiliste tedesche;  un quarto, l'Austria, ha comunque in corso una procedura per lo svolgimento di un referendum per l'uscita dall'UE, mentre la Francia ha sì l'ottima ragione di bandiera del terrorismo, ma, più ancora, quella di dover porre un freno all'avanzata elettorale della Le Pen.  
Insomma, la Germania sospende Schengen come principale stakeholder, teso a scaricare sui paesi come Italia e Grecia, cioè quelli che presidiano le frontiere esterne dell'Unione, i costi della selezione dei migranti buoni da quelli cattivi (il che significa lasciar fare il lavoro, "sporco" e costoso di primo impatto, agli altri, e provvedere a se stessa, e alla propria traiettoria demografica e salariale, alle condizioni più consone, che di volta in volta verranno stabilite dagli equilibri politici ed economici interni);

c) Abbiamo poi l'Hillary Clinton-leaks, che ci ha consentito di conoscere, per via di fonte informativa diretta, lo Schauble-pensiero sull'assoluta, e attualmente invariata, convenienza tedesca a mantenere in vita l'euro: “In ogni caso Schauble continua a credere che un completo collasso dell'unione monetaria sia inaccettabile per la Germania, perché un ricostituito marco tedesco risulterebbe considerevolmente rivalutato rispetto all'euro".

3. Si potrebbe obiettare che la Germania,  reintrapresa la via della deflazione salariale di medio-lungo periodo, per via di apporto della forza lavoro (di "buffer" demografico) degli immigrati, potrebbe ritenersi al sicuro, in termini di competitività e di connesso costo del lavoro, tanto da poter rinunciare alle moneta unica: ma questa ipotesi sicuramente non è attuale
Lo potrebbe divenire in un indeterminato futuro, che però risulta imponderabile, dato lo scenario mondiale risulta caratterizzato dalla instabilità finanziaria, potenzialmente esplosiva, innescata dalle tendenze deflazionistiche mondiali (a cui la situazione e le politiche dell'eurozona, proprio in quanto imposte dalla convenienza tedesca, non sono certo estranee).
In termini molto pratici, non è su incognite di questo tipo, che costituiscono un rischio incalcolabile (in tutti i sensi), in funzione di una sempre più incombente crisi mondiale di domanda,  che la Germania potrebbe coltivare l'idea di abbandonare l'enorme vantaggio competitivo che gli conferisce l'euro (che è tanto un marco sottovalutato, come mostra di ben sapere Schauble, che una valuta insostenibilmente sopravvalutata per gli altri paesi dell'eurozona).

4. La realtà è che la Germania preferisce rimanere nell'eurozona, preservando tutti i suoi vantaggi ormai ultradecennali e, piuttosto, tende ad accentuarli, proponendo, anzi, imponendo, regole sempre più stringenti e distruttive delle economie altrui, al fine di garantirsi una posizione di controllo mercantilista dell'intera eurozona.
In questo quadro, abbiamo già evidenziato l'idea e gli scopi fondamentali dell'Unione bancaria (a cui, abilmente, la Germania ha sottratto una parte estremamente consistente del proprio sistema creditizio, posta sotto la soglia assoggettata alla vigilanza BCE e alla regolazione UEM). 
Lo scopo fondamentale dell'Unione bancaria, ribadiamo, è sempre stato quello di rompere il legame tra Stati e finanziamento bancario nazionale del debito sovrano, lasciando a pochi soggetti in un ristretto oligopolio "concertato" (possibilmente franco-tedesco), la creazione della moneta bancaria quale unica forma di finanziamento degli Stati ammessa dal trattato europeo, e quindi lasciando a tali soggetti ogni decisione di quanto e a che condizioni finanziare l'azione degli Stati (a prescindere da qualunque priorità normativa, cioè costituzionale, alla quale tale azione debba rispondere). Con indubbi vantaggi in termini di un colossale (e crescente) trasferimento dei soldi pagati dai contribuenti degli Stati debitori (divenuti) "rischiosi" (in primis l'Italia), al sistema finanziario dei paesi dominanti, per poter sostenere i propri impoveriti sistemi pensionistici e previdenziali (pubblici e privati).

5. Questa opera di destrutturazione, per via finanziaria-bancaria privata, della sovranità degli Stati, cioè di destrutturazione della democrazia a favore del potere dei mercati, è sempre più apertamente perseguita dai tedeschi, che possono vantare un saldo controllo delle istituzioni UE-UEM e intendono accentuarlo.
In questo quadro, rientra l'arrembante proposta di por fine alla eccezione regolatoria dei titoli di debito sovrano, nei paesi UEM, rispetto al rischio (di bilancio bancario nazionale) che, finora, è stato escluso, cioè considerato pari a zero, insito nel loro acquisto da parte dei rispettivi sistemi bancari nazionali. 

La proposta tedesca, che abbiamo visto prontamente fatta propria da Dijsselbloem, consiste in una forbice implacabile di regole che trovano la loro giustificazione nella posticcia idea che l'unico fattore di crisi dell'eurozona sia nel superamento, da parte degli Stati, dei parametri di indebitamento annuale (deficit pubblico), e di rapporto debito/PIL. 
Forte di questa idea, che riposa sulla propria convenienza oltre che sulle regole antisolidali fondamentali del trattato (cioè, per la Germania assolutamente IRRINUNCIABILI), che quindi non vuole modificare nè ora nè mai, la Germania propone e dispone di includere i titoli sovrani fra quelli classificabili come "rischiosi"; dunque, come tali, soggetti a una ponderazione che ne diminuisce drasticamente il valore di bilancio per le banche sottoscrittrici, obbligandole alla creazione di riserve e di capitale aggiuntivo di vigilanza o, in alternativa, a disfarsi massicciamente dei titoli stessi, deprimendone i corsi e facendone aumentare i rendimenti, secondo spread che farebbero impallidire quelli del 2011-2012.

6. In aggiunta a ciò, cioè all'introduzione di un sostanziale rating di rischiosità dei titoli sovrani (depressivo dei loro corsi e degli attivi bancari), ben consapevole che le regole dell'eurozona non consentono alcun intervento alle banche centrali nazionali, prive di capacità di soccorso monetario, e neanche alla BCE, impeditavi dai ben noti artt. 123-124 e 125 del trattato, la Germania vuol aggiungere la regola per cui lo Stato che, in tale situazione (innescata dall'abolizione della natura risk-free dei titoli pubblici), fosse costretto a rivolgersi al fondo europeo di salvataggio finanziario (ESM), dovrebbe automaticamente andare in default, nella forma di una ristrutturazione obbligata: cioè le scadenze dei titoli verrebbero automaticamente allungate, determinando una repentina (ulteriore!) depressione dei valori e gli Stati sarebbero costretti ad adottare drastiche misure di riduzione immediata dell'indebitamento e del debito pubblico stesso, come appunto imponeva (con termini e clausole normalmente impossibili da rispettare PER QUALUNQUE PAESE UEM), il fiscal  compact. 

7. Al momento questa proposta avrebbe tempi di attuazione di un paio d'anni, giusto il tempo di lasciare al QE della BCE il modo di aiutare la prosecuzione (altrimenti del tutto insostenibile) dell'eurozona, sia dal punto di vista fiscale degli Stati che dal punto di vista commerciale del corso dell'euro rispetto al dollaro (finalità che in realtà non stanno dando i risultati sperati, nella situazione economica mondiale, ormai neppure rispetto alla continua rivalutazione del dollaro, e che comunque denunciano anche il clamoroso (ma non inaspettato) fallimento dello scopo formalmente dichiarato, che sarebbe stato quello di riportare il tasso di inflazione dell'eurozona al target tendenziale medio del 2%).
Ma il solo mettere in pratica il processo di regolazione bancario-europea in tal senso, avrebbe effetti immediati di destabilizzazione dei sistemi bancari nazionali obbligandoli, per un'impellente necessità prudenziale, e anzi di vera e propria sopravvivenza, a diminuire gli acquisti e la stessa esposizione in titoli sovrani nazionali.

8. La prospettiva appare molto concreta se si considera che, come abbiamo altrettanto riportato (grazie alla fonte fornitaci da Marco Zanni),  il 19 gennaio scorso, il parlamento europeo ha già approvato il Report Balz, che col consueto pretesto dell'efficienza dei mercati di capitali €uropei e del solito bla-bla-bla sulla stabilità finanziaria e sul completamento dell'integrazione bancaria, introduce la ponderazione di rischio sui titoli sovrani che diverrebbero Risk-Weighted-Asset.
Dunque, i titoli del debito pubblico dell'eurozona sono belli e pronti, dopo il via libero del parlamento europeo, a divenire oggetto di questa nuova regolazione europea (probabilmente, par di capire, in forma di un regolamento UE o di un mandato all'EPA a emanarlo con forza vincolante), sulla base di un "inevitabile" deliberato dell'Eurogruppo ovvero, (ma senza che si sia molta chiarezza su come distinguere queste fonti deliberative) di un Consiglio europeo; in queste sedi la Germania potrebbe presentarsi forte del suo apparato di controllo pre-orientativo delle maggioranze, se non proprio della unanimità degli Stati interessati (la cui capacità di resistenza risulta ormai del tutto "intimidita"), e, appunto, già col biglietto da visita della "democraticità" (...) di tale (folle) processo decisionale, garantita dal predetto voto del parlamento europeo!

Ora la domanda che si pone è naturalmente questa: le autorità di governo nazionali italiane, sono consapevoli di questa traiettoria e delle sue conseguenze? 
E soprattutto, semmai lo fossero (cosa che parrebbe del tutto logica...), come intendono porvi riparo (SE, intendono farlo)?
Con una maggior integrazione €uropea e cioè cedendo ulteriore sovranità, fuori da ogni pallida giustificazione nell'art.11 Cost. (e quindi nell'art.47 Cost.), proprio ai vari €urogruppo, Consiglio europei e organismi neutrali, (da affiancare alla Commissione, per i tedeschi troppo "politicizzata"), inventati dalla Germania per applicare automaticamente le regole che essa impone per la propria esclusiva convenienza? 

sabato 6 febbraio 2016

LA CORSA AD OSTACOLI: PREVISIONI DI CRESCITA MOLTO CONDIZIONATE (Deutsche Bank permettendo)


http://cdn-1.sportpower.it/o/j/corsa-ad-ostacoli-errori-da-evitare-durante-la-gara_067a52c5fe8681e466f21c0f7ee5f691.jpg

1. Dunque, secondo i dati (solo previsionali) dell'aggiornamento del DEF di settembre, e in attesa della comunicazione Istat "a consuntivo" (da comunicare all'Eurostat ai fini del rispetto dei limiti all'indebitamento annuo delle p.a.), il deficit pubblico del 2015 risulterebbe attestato intorno al 2,6. Il che equivarrebbe al rispetto delle deroghe al saldo strutturale intermedio, in vista del raggiungimento del pareggio strutturale di bilancio, stabilito con l'applicazione della flessibilità concessa per l'anno 2015.

Il deficit pubblico per il 2016, attualmente e prima del pronunziamento della Commissione UE, si attesterebbe al 2,4%, scontando le misure di rafforzamento del settore della sicurezza e della "cultura" (per circa 3,2 miliardi), che lo hanno innalzato dall'originario saldo di 2,2%, inizialmente programmato nell'originaria versione della legge di stabilità.
La Commissione UE ha di recente comunicato che la definitiva, e molto eventuale (Katainen dixit), approvazione delle clausole di flessibilità invocate per questo esercizio di bilancio dall'Italia, verranno definitivamente vagliate a maggio (e non, dunque, entro marzo, come in un primo tempo era stato preannunziato).
Sempre per la Commissione, la crescita italiana sarà limitata all'1,4% del PIL in luogo della precedente stima di 1,5. Proprio a causa di questa diminuita crescita il deficit, stante l'attuale quadro della manovra fiscale di stabilità, dovrebbe attestarsi al 2,5%. 

2. Il deficit strutturale, quello cioè depurato da fattori inerenti alla congiuntura sfavorevole, e in particolare dal livello di disoccupazione effettivo, in quanto più alto di quello di "equilibrio", - stabilito per l'Italia, dalla Commissione stessa, nel 10,5% (!)-, si colloca invece all'1,7% per il 2016, quindi persino più alto di quello del 2015, cioè l'1%: ciò si spiega col ritorno della crescita e la fuoriuscita dalla lunga recessione iniziata alla fine del 2011 e con un certo "ufficiale" attenuarsi della disoccupazione (rispetto al 2015).

L'ultimo bollettino Bankitalia sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti supplemento n.6 del 2016), ci riporta che tale saldo, "nei dodici mesi terminanti a novembre 2015" (ultimo dato rilevato), e pari a 32,5 miliardi; nel 2014 lo stesso saldo era stato pari a 27,5 miliardi.
Il grafico allegato (figura 1, pag.4) ci mostra come tale saldo CA, nella prima parte dell'anno, sia stato, nonostante il deprezzamento dell'euro, praticamente a incremento nullo rispetto alla fine del 2014, registrando un miglioramento, nella seconda parte dell'anno, essenzialmente dovuto a un "rallentamento" delle importazioni, secondo l'indicazione della stessa Bankitalia. 
Non solo il prezzo del petrolio spiega questa dinamica, quanto piuttosto il rallentamento delle importazioni nella seconda parte dell'anno, unito a rallentamento relativo delle esportazioni nonostante il calo dell'euro, confermano la difficoltà dell'interscambio mondiale, dovuto alla nota crisi di domanda mondiale.

3. Facendo due conti che scontano tra l'altro l'attuale nuova tendenza del dollaro a deprezzarsi (una cosa del tutto logica, ma "inaspettata" dagli operatori ancora alla fine del 2015), ipotizzare un saldo delle partite correnti intorno ai 30-32 miliardi per il 2016, rimane comunque moderatamente ottimistico. Se non "molto" ottimistico, come vedremo.
Significherebbe che la domanda globale rimarrebbe grosso modo inalterata, rispetto ai prodotti italiani (sono le "merci" la partita assolutamente trainante del saldo con l'estero italiano), nonostante un probabile più marcato apprezzamento dell'euro rispetto alle valute diverse dal dollaro (che comunque potrebbe attestarsi su valori più bassi rispetto al 2015 e non essere rafforzato da ulteriori aumenti dei tassi da parte della Fed).

4. Tutto questo, ovviamente, ipotizzando che non ci siano in Italia crisi bancarie che rendano inevitabile la doppia tosatura, cioè quella dei risparmiatori prima e, poi, comunque quella dei contribuenti, per via del "sussidiario" intervento pubblico di salvataggio successivo, e che non ci siano, soprattutto, scossoni sul fronte finanziario globale (quale che ne possa essere l'epicentro "ufficiale", riflettendosi sulla finanza USA come principale sede della debt deflation attualmente in corso).




Sintesi del discorso: saldo positivo delle partite correnti a circa 1,9 punti di PIL e consolidamento fiscale basso ("solo" di circa 0,2 di minor deficit rispetto al 2015, salvo che tale deficit risulti più elevato a seguito dela comunicazione da parte dell'Istat del mancato rispetto del tetto del 2,6 per il 2015).

5. Di conseguenza, la previsione di una crescita all'1,4 o all'1,5 potrebbe pure essere versosimile, se rimanessero invariate le condizioni attuali, cioè di fronte a un quadro dell'economia mondiale agitato se non turbolento (e cui abbiamo scelto di assoggettarsi una volta accettato che con l'euro si debba vivere essenzialmente sulla domanda estera, come pensano i padroni tedeschi del vapore).

Ma ciò vale entro un ambito di condizioni la cui verificazione (o "non" verificazione) lascia uno spazio sempre più ristretto alle previsioni anche solo "moderatamente" ottimiste".
Dunque si potrebbe crescere oltre l'1% in teoria; certo non se la Commissione ci obbliga a una correzione del saldo di deficit annuale, con la verifica di maggio; e certo non se si verifica una crisi finanziaria mondiale; e certissimamente non se si verifica una crisi bancaria italiana.
Insomma, una corsa ad ostacoli che si sta facendo sempre più difficile: sul crinale di un disastro mondiale in cui l'Italia ha il solo torto di non essere altro che un agnello sacrificale delle alchimie tedesche, escogitate per far ricadere su di noi gli effetti della loro pericolosissima situazione bancaria.
Che poi, si sa, "la guera è guera"...

Gli Usa accusano Deutsche Bank: software truccati per scambi valute

Is It Time To Panic About Deutsche Bank?

...And then there is the huge black hole that is China, and exposure to it... although others are starting to pay attention, and as New Europe wrote two weeks ago, "Major European banks... are significantly exposed to China and if there is significant deleveraging the impact will no doubt be global."
Banks such as HSBC, such as Deutsche Bank.
We bring all this up because here is what the stock price of Deutsche Bank has done since our first warning about the huge potential risks borne by Deutsche Bank, back in April 2013 - earlier today it touched on fresh post-crisis lows and down substantially since we first started warning about it:

giovedì 4 febbraio 2016

OGNI SINGOLO ELEMENTO DELL'AGENDA MEDIATICA, SENZA ECCEZIONE ALCUNA.

http://it.manuelcappello.com/wp-content/uploads/2012/03/habermas-potere-comunicativo-IMG_4868.jpg
By George Orwell

1. Rammentiamo in partenza un punto, emerso dal post su Wolf "sceso in campo" per proteggere l'ortodossia delle elezioni gestite in monopolio "di diritto" dalle oligarchie: un diritto "divino", cioè sancito dalla religione neo-liberista mondialista, e quindi sovracostituzionale. 
Il punto è questo, integrato da alcune opportune aggiunte e links:
"...se ammettiamo che la sovranità nazionale è stata ceduta, irreversibilmente, a questo tipo di organizzazione internazionale, qual è l'UE, (e d'altra parte, la vicenda del bail-in e dell'art.47 Cost., direttamente in soffitta, ce lo conferma), cessione irreversibile propugnata in Italia ai massimi livelli istituzionali, non c'è dubbio che sia così.
Cioè se gli USA sono una democrazia "formale" (essendovi un esplicito sistema elettorale idraulico, che si vuol porre al riparo da ogni accidentale malfunzionamento), l'€uropa è un sistema autoritario incentrato sugli Esecutivi, all'interno di un metodo intergovernativo lasciato a rapporti di forza ormai intangibili (e sempre più sfavorevoli alla posizione italiana).

Peraltro Wolf ci dà una chiave di lettura su come la cosmesi "idraulica", per tacitare i "perdenti" e scontenti, debba e possa continuare: solo neutralizzando le forze politiche che non accettano questa premessa ormai esplicita nelle (residue) elezioni nazionali.

Alla fine, egli, non indicando alcun altro rimedio concreto, tranne che la sua stessa esortazione - "non devono vincere! -, ci conferma che il rimedio è...lui stesso, cioè il potere di condizionamento mediatico neo-liberista.
Magari rivestito di neo-keynesianismo ossimorico, cioè mondialista; quindi, una cosmesi che dal relativismo etico dei diritti cosmetici (ormai poco efficace), passa allo pseudo-welfare (lasciami indovinare: un bel reddito di cittadinanza globalizzato?)." 

https://uniticontrounsistemamalato.files.wordpress.com/2015/01/g-orwell.jpg?w=520&h=326

2. Quindi non ci possiamo stupire che poi accada questo:

Caucus Iowa, Hillary Clinton vince per un soffio su Bernie Sanders; Ted Cruz sorprende Donald Trump

O che ci venga venduta come una capitis deminutio (!?) questa previsione (che in sè rimane la consueta propaganda di insensato ottimismo, alterata e priva di qualsiasi fondamento previsionale nella realtà):

Commissione, le previsioni economiche invernali. Pil 2016 in calo a 1,4%, il deficit sale al 2,5%. Ma rallenta tutta l'Eurozona

Ciò è la dimostrazione del rimedio costituito dalla "linea" lanciata da Wolf: il sistema mediatico al livello di vertice, cioè di formazione dell'opinione pubblica pesante, lancia la parola d'ordine e gli "indecisi", ammansiti dai livelli discendenti del lavorio di spinning mediatico virano a favore dell'establishment.

3. Anche qui, per rammentarlo, avevamo preavvertito circa il funzionamento "a cascata" del controllo mediatico, e quindi social-orwelliano, in cui ormai siamo immersi fino al collo:
E' ovvio che si appella a una parte consistente degli elettori in bilico, che include quindi una parte dei "perdenti".
La comunicazione di massa deve scontare ciò (e scrivendo sul Financial Times, e ripercuotendo il "messaggio" sul Sole, si fa comunicazione di massa, sia pure "mirata").

Ma essa è anche, indissolubilmente, "formazione dell'opinione pubblica" che, nel più ortodosso schema oligarchico-liberista, include le stesse elite, nelle loro varie ramificazioni: affichè sappiano come regolarsi, cioè come ridiffondere il messaggio verso gli strati sociali inferiori, accompagnando così l'orientamento della massa.
Infatti, ciò che dice Wolf era già riscontrabile, con una straordinaria omogeneità, nei discorsi diffusi mediaticamente in ogni parte del globo "occidentale".

Com'è noto, la funzione della "opinione pubblica" è quella di raccordare l'oligarchia verso "l'esterno" (ad essa), una volta deliberato il da farsi in APPOSITI centri di coordinamento riservati: predetermina il "senso comune" PRIMA che si svolga la consultazione elettorale, in modo da assicurarne il risultato, conforme agli aggiustamenti e agli assetti che "spontaneamente" la società deve generare.

Però, se accettiamo questa (non sorprendente) premessa, non è che l'elite abbia chissà quale comprensione recondita, realistica e raffinata: ce lo dice molto bene Galbraith.

E, d'altra parte, un ex big shot della world bank e dell'establishment britannico della finanza istituzionalizzata, qual è Wolf, non è che sia estraneo al concepimento STRATEGICO (cioè di vertice) del messaggio politico, invariabilmente strumentale (sia chiaro), che l'elite intende diffondere.

Quindi, Wolf è sicuramente un PORTAVOCE dotato di attendibilità e ufficialità: ciò che dice riflette veramente la volontà dell'elite.
E, in modo deduttivo, ci consente di risalire al suo "sentiment": ebbene, ESSI non hanno più il pieno CONTROLLO DELLA SITUAZIONE. Sanno che lo stanno perdendo e si affidano ai propri uomini più spendibili...

Perchè stiano perdendo il controllo è evidente: l'ideologia politica (questo e null'altro è) del liberismo internazionalista è roba rozza, priva di attendibilità previsionale.

Ad attestarlo, per restare all'ultimo secolo di sono due guerre mondiali, con in mezzo la rivoluzione d'ottobre e la crisi del '29: due intermezzi che condizionano le cose e ci spiegano anche come abbiano, proprio ESSI, sostanzialmente perso la seconda di queste due guerre mondiali (avendo vinto malamente la prima).

Certo, non sono allo stato estirpabili e rimangono come componente inevitabile della società; ma la loro rozzezza fa sì che la loro perdita di controllo derivi sempre dagli stessi errori.
Di cui, dopo una breve depressione da sconfitta (ogni tanto), in fondo si compiacciono: si trovano sempre dei nuovi servitori e dei nuovi sicofanti con cui riprendere il controllo, ma sempre ciclicamente fino al solito punto di rottura.
NON POSSONO SEMPLICEMENTE IMPARARE, perchè è costantemente insito nelle loro limitate e brutali premesse cognitive.
Eppure, ESSI sono tra noi, accampati come predoni spietati, che si divertono a infliggere sofferenze, anche se non ne traggono direttamente giovamento."

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4. Insomma, anche e proprio assistendo a ogni episodio del conflitto finale (o noi o loro!), oggi in corso, dobbiamo sempre tenere presente che il capitalismo, finanziarizzato, secondo una precisa convenienza che nasce dal monetarismo e dall'affermarsi irresistibile dello slogan per cui "lo Stato è come una famiglia", domina e distrugge e riplasma gli equilibri sociali di cui, tuttavia, oltre un certo limite non può fare a meno: persino le elezioni idrauliche e persino gli Esecutivi dominanti nelle organizzazioni internazionali metasovrane, hanno bisogno della massa dei "perdenti" (come li chiama Wolf) che abbocchi alla propria "etica".

Dunque, la "questione mediatica" rimane sempre fondamentale: perché è lì che si annida la forza delle elites mondialiste, è lì che si decide della labile possibilità di sopravvivenza della democrazia.

5. E lì che si colloca l'estremo e unico rimedio di ESSI per evitare di rendere conto dei propri errori.
Ogni singola parola, notizia, dichiarazione, messa in scena, tattica, di dissidio interno alla elite e ai loro mandatari, va perciò sottoposta a un'attenta presa di distanza in nome della consapevolezza.
Ogni singolo elemento dell'agenda dell'informazione mediatica è studiato per costituire un tassello della conservazione del potere oligarchico. Senza eccezione alcuna
Una consapevolezza che si raggiunge solo attivando le proprie risorse cognitive, di studio e di passione civile per la democrazia: non possono continuare all'infinito avendo di fronte cittadini preparati e impermeabili alla loro continua pressione mediatica.
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E questo, persino, anzi specialmente, se questa pressione prende decisamente la direzione di condurre il dissenso ad arenarsi sulla corruzione, sulla solidarietà pelosa di chi ha interesse al multiculturalismo per "terminare" interi popoli, (senza avvantaggiare chi li sostituisce),  al greve litigio, cinicamente nichilista, sui diritti cosmetici:

"...con la scusa voltairriana che ciò che va contro la morale o la sensibilità comune non tolleri la tirannia della maggioranza - e si riconosce di conseguenza il "diritto civile" alla minoranza - il liberale impone il relativismo culturale.

Quindi la democrazia sostanziale diventa la dittatura della maggioranza, la dittatura oligarchica diventa democrazia. Quindi la libertà è schiavitù e il free trade è pace.

Se accetti che la dialettica nella fase capitalistica può essere ridotta alla pura contraddizione tra liberalismo e socialismo, converrai che i "diritti civili" in quest'ultimo non vengono fondamentalmente discussi: si danno per scontati.

(Come si danno per scontati in Costituzione, art.3, ma transeat)


L'unica battaglia che veniva considerata alla stregua della conquista dei diritti sociali, era quella per l'emancipazione femminile, per le analogie con l'oppressione causata dai rapporti di produzione.

I diritti civili sono precipuamente un problema per i poveri cristi.


Il problema rimane sempre e solo la miseria e l'ignoranza che questa impone.
Basti pensare alla differenza di sensibilità verso le minoranze che si incontrano tra la colta e ricca città e la provincia.  

In una democrazia compiuta non ci sarebbero mai stati neanche dei referendum sui diritti civili (Ndr: perché non ci sarebbero state resistenze culturali guidate dall'alto alla loro naturale affermazione, come corollario logico della eguaglianza sostanziale e del principio partecipativo di tutti i lavoratori alla vita politica, economica e culturale del Paese)

martedì 2 febbraio 2016

L'ART.47 COST. COME LA LINEA DEL PIAVE?


http://www.ladigetto.it/files/olds/GG%20Piave%202.jpg

http://www.tosee.it/fronte%20AU%20Piave/arditi.jpg

1. Questo instant post intende commentare questa notizia, per anticipare gli sviluppi che ne possono teoricamente e praticamente derivare:

Il commento "a caldo" della prospettiva che apre questa azione proposta dinanzi al giudice civile (opposizione alla dichiarazione d’insolvenza chiesta al Tribunale di Arezzo dal commissario liquidatore Giuseppe Santoni), non può non incentrarsi sul suo aspetto più saliente, quale annunciato (non del tutto chiaramente: ma non si conosce quanto scritto in atti dall'avv. Desario) dall'articolo sopra linkato. 
Dunque, ci interroghiamo su quali possano essere i riflessi giuridico-costituzionali, sul vincolo UE, una volta che sia dedotta anche la illegittimità costituzionale del meccanismo di risoluzione introdotto in base al d.lgs 16 novembre 2016, n.180, in quanto (si deve dedurre) "anticipato" (parzialmente) nel caso Etruria (col decreto di svalutazione dei crediti, emanato il 22 novembre dalla Banca d'Italia, seguendo le indicazioni della Commissione UE, svalutazione che ha poi dato luogo all'apertura della liquidazione coatta amministrativa della banca). 

2. In una prospettiva di deduzione di eccezione di illegittimità costituzionale accuratamente svolta, sotto il profilo sia della "rilevanza" (cioè la normativa censurata deve essere necessariamente applicata e interpretata per risolvere la questione sollevata con l'opposizione), sia di "non manifesta infondatezza" (cioè l'eccezione risulta ben argomentata), si pongono due riflessi di sistema estremamente importanti.
Il primo riguarda il valore sintomatico del chiamare in causa l'art.47 Cost.in quanto, comunque, imponga, inevitabilmente (secondo logica), la precisazione della tenuta dell'intera gamma delle norme fondamentali della Costituzione di fronte alle norme €uropee.

3. E il problema può essere inquadrato richiamando questo passaggio di un recente post:
"Sia (invocare, per una soluzione del problema bancario italiano) l'art.43 (cioè la possibilità di ri-nazionalizzare in tutto o in parte il sistema bancario), che il più "diretto" (in tema sistema bancario) art.47 Cost., presuppone che si riaffermi che la c.d. Costituzione economica costituisca una parte fondamentale della stessa Carta, in quanto proiezione diretta degli articoli sul fondamento lavoristico: dunque non soggetta a revisione ex art.139 nè, profilo estremamente importante in questo frangente, derogabile da alcun trattato ai sensi dell'art.11 Cost (e questo in tema di protezione della legalità costituzionale sarebbe il...minimo sindacale).

Ma non appena fatto ciò:
a) verrebbe meno la supremazia del diritto europeo: praticamente nella sua interezza, perchè è un trattato economico (dunque incide sulle stesse materie) e, laddove finge di non esserlo, pone standards di diritti civili più bassi della nostra Costituzione;

b) chi iniziasse una simile riaffermazione del diritto costituzionale e della sovranità democratica, dovrebbe ammettere di aver navigato "in", se non di aver apertamente propugnato, decenni di illegalità costituzionale.

Entrambi gli effetti sarebbero quindi tollerabili e sostenibili solo per forze politiche non compromesse nè con il "fogno" €uropeo, nè con l'attacco sistematico del neo-liberismo alla Costituzione.
E allo stato forze politiche (rappresentate in parlamento) del genere, in Italia, non ce ne sono. Neanche si avvicinano all'orizzonte, peraltro..".

4. Ma il problema ora evidenziato ha un'evidente portata politica generale. Anzi, si potrebbe dire, "epocale".
Prima di arrivare a questo, però, occorrerebbe vedere come se ne uscirebbe la Corte costituzionale ove si giungesse ad investirla della questione di interpretazione dell'art.47 in relazione a norme interne di derivazione €uropea (cioè valide all'interno dell'UEM).
Da questo punto di vista, rammentiamo, l'art.47 Cost., - pur giocando un ruolo di molto attuale salvaguardia rispetto a una potenziale e incombente crisi bancaria sistemica (è inutile negarlo, vista la fuga già in atto dai depositi presso le banche italiane; per tacer d'altro), non è più importante, nella gerarchia delle norme costituzionali, degli artt.36 e 38 Cost
Sempre che si comprenda (da parte della Corte) l'unitarietà del disegno insito nella moneta unica, teso al proprio mantenimento (ad ogni costo) tramite strumenti quali la correzione degli squilibri commerciali inevitabili tra paesi aderenti, mediante la svalutazione salariale realizzata attraverso il pareggio di bilancio (cioè uccidendo la domanda interna come ammette Monti), fino ad ottenere l'enforcement di tale meccanismo di correzione attraverso il fiscal compact che, obiettivamente, è accompagnato dalla stessa previsione del meccanismo di risoluzione delle cirsi bancarie (e dagli scopi insiti nella Unione bancaria).

5. Il primo e più specifico ordine di problemi da risolvere riguarda il senso e il ruolo dell'art.47 Cost., che abbiamo affrontato qui:
"L’articolo 47, primo comma, infatti stabilisce il principio secondo cui “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio, in tutte le sue forme, disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. 
 In questa enunciazione viene racchiuso il valore prioritario, sul piano economico e sociale, attribuito dalla Costituzione al risparmio: infatti, sebbene ciò appaia attualmente caduto in un inspiegabile “oblio”, la Repubblica si impegna a tutelarlo “in tutte le sue forme”, vale a dire in tutti i modi possibili affinché la parte non consumata del reddito - chè tale è il risparmio-, da parte dei cittadini, produca a sua volta nuova ricchezza.
Al secondo comma, l’art.47 recita “Favorisce (sempre la “Repubblica”, ndr) l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.
Va subito precisato che per “Repubblica” in questo caso (come generalmente all’interno della stessa Costituzione) si intende l’insieme degli organi costituzionali di governo, democraticamente rappresentativi e strumento della sovranità popolare (art.1 Cost.): in primis Parlamento e Governo.
Sono essi coloro che sono chiamati a prestare la “tutela” del “risparmio in tutte le sue forme” esattamente nel senso utilizzato dall’art.4 Cost. nel parlare di “diritto al lavoro”, che la “Repubblica riconosce a tutti i cittadini”, tanto che la stessa (cioè quantomeno il Governo-Parlamento), “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.
Il plesso Governo-Parlamento, assume perciò, unitamente al complesso delle altre istituzioni democraticamente responsabili, riassuntive del concetto costituzionale di “Repubblica”, - di fronte al popolo sovrano costituitosi in corpo elettorale- un obbligo indeclinabile sia a garantire, con priorità assoluta, l’effettività del diritto al lavoro (mediante opportune politiche monetarie fiscali, industriali e, naturalmente “giuslavoristi che”), sia la connessa tutela del risparmio.

Se questa tutela, infatti, è apprestata “in tutte le sue forme” e, segnatamente, per favorire l’accesso del “risparmio popolare” alle tipologie di proprietà più rilevanti sul piano sociale ed economico (cioè tutelando il risparmio anche come stock, non solo come flusso), la connessione tra diritto al lavoro e risparmio appare palese a chiunque volesse leggere la Costituzione con l’occhio dei…Costituenti: cioè aderente alla più autorevole forma di interpretazione “autentica” in senso sostanziale.
E ciò significa che la realizzabilità - e la successiva "conservazione"- di un risparmio popolare, ricompreso a titolo principale, in “tutte le sue forme”, costituisce anch’esso l’oggetto di un vincolo ineludibile - “molto interno” in quanto conforme alla parte immodificabile della legalità costituzionale.
Questo proprio perché il fenomeno del risparmio si collega, attraverso la sequenza “livello di occupazione-tutela “reale” del livello del reddito (art.36 Cost.)-crescita della domanda aggregata-creazione di reddito non consumato”, al principale dei diritti fondamentali della Costituzione, posto dal citato art.4 in raccordo con la chiara enunciazione del fondamento di tutta la sovranità popolare (art.1 Cost.: sovranità, va rammentato, meramente delegata agli organi di vertice di formazione dell’indirizzo politico, cioè affidata in senso realizzativo-strumentale nelle “forme e limiti” enunciati nello stesso art.1).

Se si conviene sul fatto che tali enunciati siano principi “fondamentalissimi” della Carta suprema, essi non sono modificabili in alcun modo, tantomeno in conseguenza dell’adesione a trattati che favoriscano “la pace e la giustizia fra le Nazioni”, e in “condizioni di parità” (art.11 Cost.). Tali sono, infatti, i limiti costituzionali di legittima assunzione del “vincolo esterno” che, quand’anche rispettati dall’adesione ai Trattati UE-UEM, - e non lo sono- non potrebbero comunque violare l’art.139 Cost. e pervenire alla alterazione permanente degli obblighi di realizzazione dei diritti fondamentali posti a carico delle istituzioni costituzionali e democratiche.

In tal senso, basterà ricordare che, con riferimento al risparmio, esso, quantomeno deve esserci ed essere diffuso a tutte le classi sociali, e non risultare programmaticamente, e in forza di un “vincolo esterno” derivante dal diritto internazionale pattizio:
a) forzatamente ridotto o addirittura escluso, in quanto a tale risultato si perviene, tendenzialmente e progressivamente, attraverso il vincolo del deficit posto fin da Maastricht, unitamente all’adozione di una moneta a sostanziale cambio fisso che incide sulla realizzabilità di un avanzo delle partite correnti in simultanea alla crescita del reddito nazionale (cioè rendendo impossibile tale simultaneità, come risulta dai fatti eclatanti degli ultimi). Tale effetto riduttivo-eliminatorio di risparmio e crescita è poi realizzato con assoluta sicurezza mediante il “fiscal compact-pareggio di bilancio”;
b) concentrato nelle sole mani della parte più abbiente della società ed, ormai, essenzialmente nel settore finanziario-bancario: tale è l’effetto progressivo del tetto al deficit –e ancor più del pareggio di bilancio- a fronte della riduzione/compressione dei redditi e dell’occupazione che ne consegue, in corrispondenza alla concentrazione, attualmente all’87% del totale , della qualità di creditore dello Stato e di percettore dei relativi interessi, in capo a operatori di tale settore.

Ciò avrebbe posto già da decenni l’interrogativo sulla stessa compatibilità costituzionale del divorzio “tesoro-bankitalia, che è alla radice di questa progressiva e inevitabile (anzi, intenzionale) concentrazione della capacità di risparmio, in senso redistributivo “all’inverso” di quanto ha previsto la Costituzione all’art.47 . E, va ribadito, contemporaneamente come diretto riflesso dello svuotamento inesorabile del “diritto al lavoro”, da intendere come obbligo costituzionale di politiche di “pieno impiego” e non di deflazione salariale perseguita come unica via alla “competitività” segnata dai principi fondanti dei trattati (si veda l’art3, par.3, del TUE)."

6. Il secondo ordine di problemi "concreti" che la Corte dovrebbe affrontare è più generale e riguarda quanto regga la giustificazione €uropea del meccanismo di risoluzione, cioè il suo scopo (formale, cioè estrinseco) di non far sopportare ai contribuenti il peso dei salvataggi bancari.
Tale giustificazione non solo non risulta vera nella considerazione degli effetti ultimi del sistema di risoluzione, dato che all'incisione pure dei contribuenti il meccanismo europeo ci arriva lo stesso (la famosa "doppia tosatura"), ma essa presuppone necessariamente, ancor prima, la incontrovertibilità del pareggio di bilancio unito alla "indisponibilità" del potere di emettere moneta di uno Stato sovrano che debba, in base a tale emissione monetaria, prioritariamente perseguire dei fini e degli obiettivi sociali ed economici irrinnunciabili per potersi definire democratico in base alla legalità costituzionale (fini e obiettivi riassunti nel principio lavoristico che abbraccia pure la legittimazione del risparmio da tutelare e nel principio di eguaglianza sostanziale partecipativa di tutte le classi sociali promosso dall'art.3, comma 2, della Costituzione stessa).
Questo genere di problemi sono stati già riassunti in precedente e ve ne ripropongo un adattamento al caso attuale (della tutela del risparmio in base all'art.47 Cost.):

7. "...il nodo che la Corte deve inevitabilmente sciogliere è un altro, dovendosi logicamente e giuridicamente ritenere inaccettabile una continua riduzione dei diritti costituzionali, ancorati a norme inderogabili (in teoria, fino ad oggi), a mere pretese a tutela eventuale (se non "casuale"); vale a dire, a posizioni soggettive organicamente affievolite dall'adesione all'Unione monetaria europea, in quanto aventi una tutela effettiva che sia subordinata;
a) nel suo complesso alla prevalenza del pareggio di bilancio stabilito dal "nuovo" art.81 Cost. (che equivale a dire alla prevalenza del c.d. fiscal compact), secondo un automatismo che svuota praticamente di contenuto tutelabile (cioè reintegrabile) l'intera gamma dei diritti costituzionali;

b) in alternativa, ad una discrezionalità della Corte, non prevista dalla Costituzione (intesa in senso sistematico), nel riscontrare i presupposti di questa prevalenza: una discrezionalità giuridicamente "imprevidibile", perchè operante su una molto opinabile gerachia fra i diritti costituzionali non più interpretati, appunto, sistematicamente, ma isolatamente considerati, e  perciò ben difficilmente motivabile con coerenza. 
  Altrettanto sistematica, infatti, dovrebbe essere la considerazione, da parte della Corte, dell'effetto complessivo, e reiterato costantemente nel tempo, delle manovre finanziarie - e delle varie "riforme" imposte dal sistema dell'euro, inclusa l'Unione bancaria - che includono le singole norme devolute al suo sindacato: queste manovre e queste riforme, infatti, rientrano complessivamente nel tipo di correzione del sistema e del ciclo economico che, imposta dai vincoli europei, tende univocamente a stabilizzare un elevato livello di disoccupazione strutturale, - pari al 10,5% al suo livello "ottimale"- in funzione dell'inflazione considerata nell'UEM come di equilibrio "di pieno impiego" ; un obiettivo strutturale che rende ingiustificabili le stesse manovre alla luce del principio lavoristico a cui è informata l'intera Costituzione. 


Una discrezionalità di questo tipo (cioè quella alternativa alla riaffermazione della prevalenza dei diritti fondamentali della Costituzione sul vincolo €uropeo) non riguarderebbe la, sempre possibile, incerta prevedibilità della esatta interpretazione delle norme costituzionali nel caso concreto, cioè la naturale possibilità di scelta interpretativa in funzione delle vicende socio-economiche in evoluzione nel tempo, ma la fase successiva alla declaratoria di illegittimità costituzionale; quella conseguenziale "necessitata",- secondo l'art.136 Cost. e secondo il principio di rigidità della Costituzione (art.138) e persino di non revisionabilità della stessa (art.139)-, di reintegra del diritto affermato e dunque "tecnico-finanziaria a valle". 

Parliamo quindi delle conseguenze ripristinatorie che la Costituzione prevede come effetto necessario della tutela costituzionale già accordata (art.136 Cost.; ciò ovviamente concerne, spero sia chiaro, l'applicabilità delle norme dichiarate illegittime nei rapporti pendenti, certamente non esauriti, e controversi di fronte ai giudici "ordinari" che hanno rimesso la questione alla Corte). 


8. E' chiaro che la stessa Corte, di fronte al sistematico riproporsi di questa esigenza tecnico-finanziaria legata al "pareggio di bilancio" e, più che mai, nel caso delle crisi bancarie, alla privazione della possibilità di intervento dell'autorità monetaria nazionale, si troverebbe nell'alternativa, molto pratica: i) o, (per evitare il protrarsi di questa prolungata incertezza sulla effettività dei principi costituzionali), di rinunciare progressivamente a interpretare le norme costituzionali in senso incompatibile con la radice €uropea di questa linea di politica economico-fiscale - e monetaria-, accettando de facto la novazione del principio fondamentale unificante della Costituzione: il che significa una novazione da quello lavoristico e quello della conservazione "ad ogni costo" della moneta unica, così come ratificato nel fiscal compact-pareggio di bilancio. Con ciò, però, rinuncerebbe al ruolo che la stessa Costituzione le ha assegnato, divenendo un giudice del tutto soggetto alla superiorità incondizionata dell'intero diritto europeo; ii) ovvero, di prendere una posizione che ribadisca il filtro dell'art.11 e dell'art.139 Cost. - da lei stessa affermato in più pronunce-  confermando il paradigma della Repubblica fondata sul lavoro (artt. 1, 3 e 4 della Costituzione, nel caso correlati obiettivamente all'art.47 Cost. quale sopra illustrato). 
Ma questo secondo percorso, certamente più legittimo e rispettoso della Costituzione, può intraprenderlo solo affrontando il "cuore del problema":
"...cioè il legame tra:
- livello del bilancio e dell'indebitamento fiscale, ridotto col "consolidamento" (quantomeno nelle intenzioni dichiarate, poichè i risultati, a causa dello strutturarsi di un elevato livello di disoccupazione, sono in pratica opposti o incongruenti, come prova l'aumento del rapporto debito su PIL e il costante mancato verificarsi della riduzione del deficit annuale programmato nelle stesse manovre finanziarie);
- vincolo a monte del consolidamento, cioè il pareggio di bilancio (in tutte le sue forme, comunque riduttive dell'indebitamento annuo);
- e disoccupazione-livello delle retribuzioni nonché conseguente ed inevitabile distruzione del risparmio che a tale retribuzione dignitosa del lavoro si lega inscindibilmente (e quindi anche del successivo trattamento pensionistico). Con l'implicazione della non distruzione retroattiva del risparmio, conseguente ad una pregressa situazione di legittima sua formazione in base ad una ormai sempre più difficile situazione dell'occupazione e dei livelli di reddito dei cittadini.
La Corte, quindi, può riaffermare l'art.47 Cost., in quanto norma fondamentale non revisionabile, solo ravvisando un estremo e irrinunciabile suo dovere verso la Costituzione: cioè, "dovendo" chiarire, a se stessa e alla comunità sociale intera, coinvolta nella tutela costituzionale, il perchè si sia adottato il paradigma del pareggio di bilancio, la privazione della sovranità monetaria, costituzionalmente indispensabile per tutelare i fini fondamentali della comunità democratica e, comunque, (da decenni, in un crescendo, niente affatto casuale ed estraneo al meccanismo prevedibile della moneta unica) della riduzione/compressione del deficit pubblico; cioè una politica fiscale che non promuove certo la crescita, l'occupazione e la tutela reale del reddito da lavoro".

lunedì 1 febbraio 2016

VISCO, IL BAIL-IN E IL TRILEMMA DI MUNCHAUSEN: L'EUROZONA FUORI DAL MONDO?


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1. Abbiamo più volte evidenziato, nelle ultime settimane, le prospettive a dir poco disastrose dell'economia italiana: stretta tra le maglie dell'euro-follia, che gli impone di fare più austerità, in quanto nega la flessibilità che, rammentiamo, è solo un'attenuazione del consolidamento fiscale, che viene comunque perseguito, con tutti i suoi effetti di caduta della domanda interna e di stagnazione del PIL, continuamente a rischio recessione. 
All'interno del paradigma €uropeo, per l'Italia, si tratta dunque solo di scegliere con quale velocità far crescere...la deindustrializzazione - con disoccupazione strutturale a due cifre e "cattiva" occupazione di  working poors in inesorabile aumento- e, quindi, l'incapacità di restituire i debiti da parte di famiglie e imprese.
Crescono così incagli e sofferenze e, perciò, l'esposizione sistemica di banche e risparmiatori, inclusi i correntisti, al bail-in
In sostanza, questo €urosistema di risoluzione delle crisi di insolvenza delle imprese bancarie finisce per avere un'unica soluzione "residuale": l'intervento pubblico posteriore al burden sharing, in condizioni di enorme difficoltà di dare copertura a questo aumento della spesa pubblica, in costanza dei parametri  di rientro nel pareggio di bilancio. 
Il tutto preannuncia cioè la "doppia tosatura", prima di risparmiatori e correntisti (col meccanismo €uropeo di risoluzione) e poi di tutti i contribuenti: inevitabilmente e sempre in conseguenza di tale meccanismo innestato sul pareggio strutturale di bilancio.

2. Infatti, va anzitutto escluso che il meccanismo €uro-autorizzato delle "mini" bad-banks possa realmente funzionare per limitare i rischi di insolvenza del nostro sistema bancario, dato che implica un rating dei crediti in sofferenza che rende (relativamente) conveniente porre fuori dal bilancio (mediante la cessione), e comunque con perdite  rispetto ai valori precedentemente appostati, solo quelli ritenuti comunque ragionevolmene solvibili; la garanzia dello Stato, per di più a prezzi di mercato, è apprestabile solo per questi crediti "buonini", mentre per tutti gli altri crediti "non performing", proprio in ragione dei criteri fissati dall'€uropa in vista della cessione, si imporrebbero dei valori iscrivibili che determinano riduzioni dell'attivo talmente drastiche da obbligare le banche sia a probabili nuove ricapitalizzazioni sia a contrarre il credito ulteriormente. 

Insomma, un processo circolare di inasprimento delle condizioni di credito che il governatore della Banca d'Italia (come ha ribadito anche sabato scorso), non ha mancato di far notare, parlando di "rarefazione del credito" come conseguenza dell'introduzione di un sistema che consente di pervenire all'intervento pubblico di sostegno alle banche solo posteriormente all'imposizione di perdite a carico di azionisti, obbligazionisti (in via graduata ma comunque sia junior che senior) e "normali" depositanti oltre i 100.000 euro.

3. Per quelli al di sotto di tale soglia, il limite di coinvolgimento vige soltanto in teoria, dato che la garanzia consiste solo nell'apposito Fondo interbancario nazionale ed è alimentata dai contributi delle stesse banche sottoposte, attualmente o potenzialmente, al meccanismo di risoluzione; e quindi, è costituibile (anche nella sua massima espansione) in base ad un volume di contribuzione "volontaria", non solo minimo e largamente incapiente, rispetto alla massa di depositi da garantire, ma soggetto alla stessa impossibilità finanziaria di apprestarlo per non essere coinvolti in un livello di perdite di bilancio di rischio. 
In pratica, il Fondo interbancario funziona come l'autosalvataggio del Barone di Münchhausen, che evitava di affondare nella palude tirandosi per i capelli.


4. Ma non basta: come si è detto in premessa, il sistemino delle bad banks "dedicate" (cioè ogni banca si fa la sua e spera in Dio), non ha alcuna capacità risolutiva delle cause che portano alle sofferenze: che infatti proseguiranno a formarsi come pure, prima ancora, gli incagli, che verranno sottoposti ad un regime sempre più drastico di "rientro" cautelativo da parte delle stesse banche, peggiorando la condizione di ricorso al credito delle imprese e delle famiglie, e quindi deindustrializzando ulteriormente e facendo inevitabilmente deprimere i prezzi degli immobili (dato l'aumento dell'offerta di quelli gravati da mutui ipotecari, sempre più sottoponibili a procedure di vendita forzata, per di più accelerate). 
Anche qui un processo circolare che si autoalimenta, per effetto esclusivo del combinato delle imposizioni fiscali e bancarie €uropee. Lo stesso Visco citato, con un certa circospezione espositiva, lo fa emergere dal suo discorso

Per uscire dalla crisi, secondo Visco, occorre tornare alla crescita (come minimo, ci dice ottimisticamente, nella misura "sperata" dell'1,5% per i prossimi due anni)  e per far ciò occorrerebbe un rilancio rimarchevole degli investimenti; anche a vedere le cose solo dal lato dell'offerta, come fa Visco - in contraddizione con quanto il suo ufficio studi aveva affermato qualche anno prima, quando le cose non "dovevano" essere raccontate in altro modo, e non si doveva evitare di addossare responsabilità alle politiche di consolidamento imposte dall'appartenenza all'euro.

5. Questa è la situazione degli investimenti in Italia rispetto a cui Visco non indica dei rimedi ben comprensibili, nell'attuale vincolo alle politiche fiscali (che non pone minimamente in contestazione nel suo intervento):

All’inizio degli anni duemila il tasso di risparmio e di investimento pubblico e privato erano sostanzialmente allineati in Italia, la crescita della quota di investimenti fino al 2007 non è stata accompagnata da una crescita proporzionale dei risparmi, rimasti sostanzialmente costanti. Con la prima recessione (2008-2009) i risparmi sono calati più fortemente degli investimenti, che hanno resistito meglio. Durante la seconda recessione invece si è registrato un nuovo calo degli investimenti, mentre aumentava il risparmio precauzionale. Dal 2013 i risparmi sono tornati maggiori rispetto agli investimenti ma ad un livello radicalmente più basso per entrambi rispetto a quello pre crisi (nel 2014 18,3% di propensione al risparmio contro il 16,5% di propensione all’investimento). 
http://www.programmazioneeconomica.gov.it/wp-content/uploads/2015/05/6.51.png

Ed infatti, non è che non si faccia ricorso al credito soltanto perché le banche valutano e valuteranno il profilo di merito del potenziale debitore sempre più drasticamente (e in base a impersonali criteri automatici il cui apprezzamento verrà inasprito), ma essenzialmente perché le imprese non vedono le condizioni per effettuare gli investimenti: non vedono le condizioni esterne, perché la congiuntura internazionale sta virando sempre più verso una riduzione degli scambi e quindi la domanda estera è sempre più in fase di contrazione; ma non vedono neppure le condizioni interne, perché i consumi aumentano in modo irrisorio e comunque transitorio, dato che sono stati appena sostenuti da un certo strisciante aumento della spesa pubblica che si trova di fronte ad un'imminente e, probabilmente, drastico cambio di segno a fronte della rigidità della Commissione UE, già abbondantemente preannunziata, sui saldi, troppo "laschi", mostrati dalla manovra di stabilità per il 2016.

6. Rammentiamo cosa aveva detto lo studio del 2010 della stessa Banca d'Italia, quando per di più la situazione, sul lato della domanda interna, non era ancora deteriorata come oggi, dopo le cure "Monti" e la loro prosecuzione da parte dei successivi governi:
"Il lavoro esamina l'evoluzione del credito bancario in Italia durante la crisi finanziaria, al fine di valutare il contributo di domanda e offerta alla dinamica dei prestiti
L'analisi indica come motivazione prevalente della decelerazione dei prestiti il calo della domanda dovuto principalmente, per le famiglie, alla debolezza del mercato immobiliare e alla caduta dei consumi; per le imprese, al minor fabbisogno finanziario, a sua volta legato alla netta contrazione degli investimenti.
Gli indicatori congiunturali del mercato del credito e i risultati di studi empirici segnalano che a frenare la dinamica dei prestiti avrebbero contribuito tensioni dal lato dell'offerta dovute soprattutto all'aumento della rischiosità dei prenditori, oltre che all'impatto che la crisi ha avuto, specialmente in una prima fase, sulla condizione patrimoniale e di liquidità delle banche, sulla loro capacità di accedere ai finanziamenti esterni. Analisi econometriche avvalorano tali indicazioni, suggerendo che la decelerazione del credito riconducibile alle condizioni delle banche sarebbe di entità contenuta."
7. Insomma, è il calo della domanda che condiziona la "rischiosità dei prenditori" e non, naturalmente, viceversa. E dunque, senza la domanda, la propensione a investire semplicemente non può esserci: anche perché l'effetto di spiazzamento (delle risorse, dal pubblico al privato degli operatori "razionali") determinato dalla deflazione, dal conseguente calo dei livelli retributivi reali (e ormai anche nominali), e dai bassissimi tassi di interesse di cui fruiscono le banche nei rapporti con le banche centrali, nonchè dall'"irrinunciabile" taglio della spesa pubblica reale, semplicemente non si verifica.
Ma nelle prese di posizione pubbliche di Visco questo aspetto non pare focalizzato: e pensare, appunto, che rispetto al 2010, la situazione della domanda italiana appare indubbiamente peggiorata. 
Mentre il calo del corso dell'euro (rispetto al dollaro, beninteso) si infrange sul calo della domanda mondiale, sempre più drammatico e sempre più mostrato dal calo del prezzo del petrolio, che, a sua volta, finisce per essere sia indicatore della crisi mondiale (di domanda), sia propulsore della stessa
Gli USA, infatti, vedono il disastro incombente del settore industriale più solido, cioè più "reale" e meno finanziario (e quindi, in astratto, meno soggetto al dilagante effetto bolla e crescita dei sub-prime in ogni settore economico) che aveva caratterizzato la loro incerta ripresa: quello dell'industria petrolifera. E l'Arabia saudita registra il passaggio del proprio deficit pubbico dall'1,5 del PIL nel 2014 all'attuale -16%! Il che significa esigenza assoluta di contrazione della domanda e delle possibilità di alimentare importazioni e commesse di costruzioni faraoniche di ogni genere. 
E stiamo parlando solo di alcuni dei paesi-indice della domanda mondiale.

8. Nel Regno Unito, iniziano ad accorgersi che, a seguito del riformarsi di una bolla sui prezzi immobiliari, i consumatori si sono indebitati troppo: trattasi del consueto "effetto ricchezza", dato dall'illusione di essere diventati più ricchi potendosi offrire crescenti garanzie patrimoniali al credito, che sfumano non appena la droga dei consumi a debito pone le banche di fronte all'esigenza di rientro. Un effetto che spinge a comportamenti fortemente prociclici (cioè che ascuiscono le difficoltà determinate dalla mancata crescita, equilibrata e distribuita, dei redditi), laddove il tipo di mercato del lavoro e l'insufficienza del sostegno pubblico alla domanda, lasciano i cittadini in balia delle leggi della domanda e dell'offerta su posizioni di indebitamento che non coprono più neanche la restituzione degli interessi (ciclo Minsky, ben noto, ma altrettanto pervicacemente ignorato).

8. Se negli USA la situazione apparirebbe meno problematica, agli occhi dei citati commentatori britannici, è solo perché in quella sede l'effetto ricchezza, per gli strati intermedi della popolazione (comunque in drastica diminuzione numerica), è alimentato dai titoli finanziari in cui investono
Ma il fenomeno concreto di insufficienza della crescita delle retribuzioni reali accomuna entrambi i paesi, UK e USA, restituendoci l'immagine di una situazione di redditi, originati dall'economia reale e non dalle bolle finanziarie, che non consente di nutrire fiducia sulla capacità di restituzione dei crediti, divenuti sempre più sub-prime, a livelli pari se non superiori a quelli del 2008. Ponendo delle angosciose prospettive sulla tenuta del sistema economico mondiale. 

http://www.mybudget360.com/wp-content/uploads/2015/09/subprime-lending.png
http://blogs-images.forbes.com/michaellingenheld/files/2015/01/33.jpg
http://www.mybudget360.com/wp-content/uploads/2015/09/091015-DRE-Student-and-Auto-Loan-Debt-Chart1.png
9. Da qui si può vedere come vanno le cose: in UK, nel 2015 si sta cercando di correre un pochino ai ripari, e la correlazione tra crescita delle retribuzioni reali (comunque attualmente "quasi" al livello del 2007) e tasso di disoccupazione, conferma la curva di Phillips:
http://blogs.reuters.com/macroscope/files/2015/09/gateway1.jpg
E questo è quello che accade quando Cameron ripensa le politiche di sostegno alla domanda fatte subito dopo la crisi del 2008:
 http://bilbo.economicoutlook.net/blog/wp-content/uploads/2011/09/UK_public_spending_nominal_real_1997_2015.jpg
e quindi si abbandona a politiche sul solo lato dell'offerta:
https://cdn.americanprogress.org/wp-content/uploads/2015/01/LaborMarket_dec14_fig8.png
10. Questa è la situazione "salariale" comparata con gli USA, laddove la distribuzione degli aumenti di reddito mostra tutta la drammaticità del problema di "solvibilità, quando i debiti dei consumatori aumentano (come abbiamo visto nei grafici più sopra) ma non i redditi reali:
http://ftalphaville.ft.com/files/2014/04/RealWagesChart-590x457.png
11. Il consumo a indebitamento di massa non è mai una soluzione strutturale, mentre si registra una sovra-capacità produttiva mondiale che rende tutti questi debiti - e la montagna di derivati su essi costruita- una bomba ad orologeria, su cui le considerazioni sul lato dell'offerta (industriale e bancaria, italiane) svolte da Visco - che essenzialmente si preoccupa della massa di obbligazioni bancarie emesse in Italia tra il "1996 e il 2011!-, cioè su condizioni finanziarie tipiche del lato dell'offerta, appaiono insufficienti a indicare qualsiasi effettivo rimedio. O prospettiva di salvezza.