mercoledì 13 dicembre 2017

"LE FORZE ESTERNE AL DI SOPRA DEL POPOLO E AL DI FUORI DELLO STATO" E IL PARTITO DI VETO.


Risultati immagini per Piero Calamandrei: intellettuale democratico nella Firenze del dopoguerra

1. A gennaio di quest'anno che volge al termine, anticipammo un principio empirico di (pseudo)equilibrio politico, all'interno del sistema italiano: il principio  è che la maggioranza formatasi per la legge elettorale, specialmente se votata in prossimità delle elezioni - cioè dopo un'intera legislatura di prorogatio ad infinitum di un parlamento composto in base ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale- avrebbe prefigurato la maggioranza "praticabile" per la prossima legislatura.
E, d'altra parte, sia la prorogatio ad infinitum, con inversione dello stesso meccanismo giustificativo dell'istituto della prorogatio, sia la precostituzione tattica della futura maggioranza, rispondono alla medesima esigenza sistemica: quella di garantire  una "saldatura" continuista per le forze politiche, apparentemente separate, che agiscono in nome dell'€uropa

2. Forze che dunque si muovono all'interno di quella condizione indicata da Calamandrei già nel 1950, prendendo atto della forte limitazione de facto della sovranità italiana, per cui non si poteva più affermare che la Repubblica realizzasse uno "Stato democratico sovrano [cioè] quello le cui determinazioni dipendono soltanto dalla volontà collettiva del suo popolo, espressa in modo democratico, e non dalla volontà o da forze esterne, che stiano al di sopra del popolo e al di fuori dello Stato".
Con il corollario, dimenticato troppo presto,  e proprio via via che, con la costruzione europea, il fenomeno si faceva più evidente,  per il quale "le forme di limitazione di sovranità conosciute e classificate dai giuristi non sono tutte le limitazioni che operano di fatto nella vita degli Stati: non soltanto perché nelle relazioni tra Stati (come nelle relazioni tra individui) si fanno sentire di fatto preminenze di ordine economico e militare, per le quali gli Stati economicamente più deboli debbono rassegnarsi a essere meno indipendenti di quelli economicamente più forti; ma anche perché i canali di penetrazione attraverso i quali le imposizioni riescono a infiltrarsi nell'interno di un ordinamento costituzionale apparentemente sovrano possono essere molto più complicati e molto meno classificabili di quelli previsti negli schemi dei giuristi.
Sicchè può avvenire che in uno Stato che si afferma indipendente gli organi che lo governano si trovino senza accorgersene, in virtù di questi segreti canali di permeazione, a esprimere non la volontà del proprio popolo, ma una volontà che vien dettata dall'esterno e di fronte alla quale il popolo cosiddetto sovrano si trova in realtà in condizione di sudditanza."

3. D'altra parte, per altra via ma in termini pressocché sovrapponibili a quelli enunciati da Calamandrei, sempre all'inizio di quest'anno, avevamo così definito lo stato di avanzamento di questa situazione, appunto accentuata da oltre 35 anni di "vincolo esterno"
"In un paese capitalistico, come l'Italia, caratterizzato dall'adozione (contra Constitutonem, peraltro), del vincolo esterno da trattato, e quindi del principio supremo dell'economia di mercato fortemente aperta e competitiva, la struttura e l'orientamento del potere politico di vertice riflettono inevitabilmente la struttura sociologica dell'offerta
Questo semplice principio di costituzione materiale, - incontroverso anche sul piano formale una volta affermata acriticamente, NEI FATTI, la prevalenza incondizionata del diritto europeo-, determina inevitabilmente una situazione programmatica per cui, a seguito di investimenti esteri, la titolarità della proprietà di controllo dei mezzi di produzione spetta a soggetti in maggioranza non appartenenti a una certa comunità nazionale
Ed è questo che implica il trasferimento del potere di indirizzo politico effettivo (cioè sostanziale e non formale-istituzionale) al di fuori degli organi di indirizzo politico espressi dalla legalità e dalla sovranità formali regolate in Costituzione".

4. La legge elettorale approvata non poteva che rispondere a questa situazione di de-sovranizzazione e alla finalità conservativa della stessa, al di là della praticabilità (dubbia) di altre alternative in una situazione guidata verso un tripolarismo che risulta anch'esso in definitiva apparente, una volta accettata la definizione di carenza di sovranità e democrazia dataci da Calamandrei. 
La prospettiva descritta a gennaio, relativa all'orientamento prevalentemente pro-europeista degli allora tre "poli"(pp. 7-11) si è in realtà aggravata: anzitutto, perché non è poi nato alcun "polo sovranista", e cioè un conglomerato significativo di forze che mettessero al primo posto il ritorno della volontà effettiva del popolo sovrano (art.1 Cost.) come motore dell'indirizzo politico nazionale (al posto della "volontà dettata da forze esterne, che stiano al di sopra del popolo e al di fuori dello Stato"). 
Ma anche, e soprattutto, perché quello che poteva definirsi il "polo incerto", (o quasi comicamente "agnostico"), riguardo alla de-sovranizzazione della democrazia, ha invece preso una decisa posizione a favore dell'€uropa come soluzione - e non come causa- dei problemi italiani.

5. Il blocco reciproco dei tre poli, prevedibile allo stato dei sondaggi elettorali (forse non del tutto attendibili, ma non sotto questo profilo), produce un effetto apparente che anticipa il verificarsi, anche in Italia, del principale by-product del continuismo pro-europeista, che viene comunque concertato tra le principali forze politiche in apparente competizione: non solo, in tutta €uropa, - dalla Spagna alla Germania, passando per l'Olanda e per la Francia-, nessuna forza politica è più in grado di vincere il dopo-elezioni, ma, ormai, la stessa gramsciana "numerazione dei voti" (p.2.2.) indica la perdita di controllo del processo elettorale, "idraulicizzato", basato sul suffragio universale; che si rivela perciò sempre più, (p.1.),  prevedibilmente antitetico al super-valore, ex parte mercatorum, della "governabilità".

6. Nel "turno" italiano di questa situazione, registriamo questa prospettiva accreditata di scottante attualità:
"...lo scenario ritenuto più probabile è quello di una sua permanenza (ndr; del governo attuale) a Palazzo Chigi anche dopo le elezioni, in regime di prorogatio, in caso di difficoltà a formare un nuovo esecutivo. Spagna e Germania docent. E l’ipotesi è rafforzata dal quadro politico con tre blocchi e da una legge elettorale che difficilmente consegnerà una maggioranza solida. Non a caso, scrive Repubblica, per Mattarella il punto fermo è che Gentiloni non dovrà dimettersi. Gli uffici della presidenza della Repubblica hanno già verificato che ci sono precedenti che lo consentono: il governo potrà mantenere la pienezza dei suoi poteri per il disbrigo degli affari correnti, con una interruzione solo “tecnica”. Davanti alle nuove Camere presenterà, inevitabilmente, dimissioni “formali”: un segno di rispetto nei confronti del nuovo Parlamento, ben diverso però da dimissioni motivate da una sfiducia".
7. Di fronte a questa prospettiva che andava manifestandosi sempre più marcatamente, avevamo ipotizzato un rimedio "semplice-semplice", che muoveva dal fenomeno (ormai comune a tutto l'Occidente) dell'astensionismo, connaturato all'affermarsi del neo-liberismo de-sovranizzante dell'ordine internazionale dei mercati: il veto astensionistico, inteso come strumento concreto di manifestazione dell'indirizzo politico che non si vuole, attuato mediante l'inoperatività delle elezioni in cui i voti validamente espressi siano inferiori al 50% del numero totale degli aventi diritto. 
Va da sè che per sortire utilmente i suoi effetti incentivanti sugli obiettivi e sui programmi politici dei partiti (p.5), questo sistema è tanto più efficace quanto prima sia adottato all'interno di una nuova legislatura (e cioè, come sempre nel caso delle "regole del gioco", in quanto si eviti, per quanto possibile, di introdurlo a ridosso delle elezioni).
Ma non ci si può nascondere che una "rivoluzione" di questa portata, per quanto semplice e forse anche introducibile senza dover ricorrere a una norma di rango costituzionale (comunque in sè estremamente semplice), non sia realisticamente introducibile nel breve periodo: e comunque, in questa tornata delle elezioni politiche, semplicemente non c'è.

8. Rimane allora, nei termini di un recupero della condizione di "Stato democratico sovrano" quale definita da Calamandrei, un altro rimedio, del tutto residuale: quello di ricorrere non tanto allo (inesistente) astensionismo significativo (cioè al "veto astensionistico"), quanto all'attiva espressione del voto verso un qualunque partito "di veto".  Cioè votare per qualunque partito che sia estraneo, in modo espresso e inequivoco, alla formazione, tacitamente concordata, dell'indirizzo politico che non si vuole (in quanto dettato da forze esterne e al di sopra della Repubblica democratica fondata sul lavoro) .
 Non Chiederci La Parola
"Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo
."

lunedì 11 dicembre 2017

70 ANNI DI COSTITUZIONE DEMOCRATICA: DA CALAMANDREI AL JACQUATTALISMO (com'è potuto succedere?)





1. Vorrei, con questo post, iniziare a porre l'attenzione su un'importante scadenza, - o meglio. ricorrenza-, che, dal 1° gennaio del 2018, riguarderà tutti i cittadini italiani: i 70 anni della Costituzione ("del lavoro": ma tale soltanto per quelli che "ci credono").
Vedremo, poi, come questa ricorrenza possa costituire, in termini dialetticamente opposti, o l'occasione per una celebrazione della vitalità e della straordinaria attualità della democrazia costituzionale in quanto "necessaria"; ovvero, e più probabilmente, per una sorta di commemorazione di un "caro estinto", che si considera tanto illustre e degno di lode, quanto irreversibilmente abrogato da "eventi sopravvenuti"; e questo, secondo il metodo ermeneutico paradossale, per cui si constata l'abrogazione tacita di una norma in base all'accertamento dell'illecito consistente nella sua violazione, (rifiutandosi di applicare la sanzione legalmente prevista in base alla mera considerazione di "rapporti di forza" basati su una normatività extratestuale alla stessa Costituzione).   
Chi scrive, e più ampiamente, chi collabora attivamente a questo blog, si sta naturalmente organizzando per un'adeguata celebrazione scientifica, cioè giuridico-costituzionale e economico-istituzionale, di un anniversario dei 70 anni che rammenti "la vitalità e la straordinaria attualità della democrazia costituzionale", proprio come soluzione alla interminabile crisi italiana.
Presto vi faremo sapere il primo degli appuntamenti al riguardo, che sarà, con ogni probabilità, il 19 gennaio 2018.

2. Chi segue questo blog, e proprio per ciò è particolarmente cosciente del problema della legalità costituzionale infranta, rammenterà anche che, in questi giorni, è pure passato il primo anniversario del referendum che quella Costituzione democratica intendeva profondamente modificare in nome dell'€uropa.
Il nostro pensiero, che abbiamo più e più volte espresso, è che la vittoria del "no" non possa aver segnato una "pietra miliare" a favore del ripristino della legalità costituzionale. 
Chi ha voluto il no, in effetti, può, nella stragrande maggioranza, essere suddiviso tra coloro che della Costituzione volevano una riforma ancora più alterante il suo orginario modello socio-economico (imperniato sulla risoluzione del conflitto distributivo tra capitale e lavoro, ponendosi, una volta tanto nella Storia, dalla parte dei più deboli) e coloro che hanno rivendicato un costituzionalismo astratto e scollato dalla lettera e dalla sistematica della Carta del 1948 (proponendo poi, infatti, un indirizzo politico completamente in contraddizione con essa).

3. L'inganno principale è che si assuma la Costituzione come un sistema tra tanti ("possibili" e mai riscontrati nella Storia delle istituzioni del mondo civile e democratico) per la risoluzione del conflitto sociale, ovvero, simmetricamente, che, - pur riconoscendosi che il livello dello Stato-nazione sia l'unico che, in pratica, può garantire i diritti fondamentali dei cittadini senza degradarli illimitatamente in funzione del dominio dei mercati (e dei continui "stati di eccezione" che essi sono predisposti a generare come autoaffermazione della propria sovranità de facto)-, si tenti di riaffermare la versione "nazionale" della "democrazia liberale" (cioè un "altro" governo dei mercati ma che si suppone esercitabile dal lato dell'offerta nazionale).

4. La sintesi probabilmente più potente e suggestiva che funge da "frame" per affermare entrambe queste tendenze ci pare riassumibile nel c.d. jacquattalismo (qui, p.7), vocabolo dovuto alla felice definizione di Lordon, più volte citata in connessione col trilemma di Rodrik, e così riassuntaci dalla segnalazione di Arturo 8 aprile 2015:
"...questo articolo di Lordon, smonta il jacquattalismo, ossia l'idea "di sinistra" che "per risolvere i problemi della mondializzazione, sia sufficiente attendere la mondializzazione delle soluzioni" ("pour résoudre les problèmes de la mondialisation, il suffit d’attendre la mondialisation des solutions"), cioè l'idea che si debba "attendere armi al piede la sincronizzazione planetaria di tutte le rivolte prima di considerare qualsiasi cosa" (ossia qualsiasi azione politica operativa: "attendre l’arme au pied la synchronisation planétaire de toutes les révoltes avant d’envisager quoi que ce soit"). Ha anche ragione, Lordon, a sostenere che l'attrattiva di questa assurdità stia nella somiglianza col mito della rivoluzione mondiale (contrapposto al "socialismo in un solo paese"). 
5. Risultato pratico di questa abilissima versione "di sinistra", creata affinché l'internazionalismo capitalista possa presentarsi (cosmeticamente) come modo di essere socialista, - rimanendo però in una situazione di (perenne) attesa "armi al piede" fino al sopraggiungere della vagheggiata "sincronizzazione"-, è sedare le masse dei lavoratori, colpiti dal livello crescente di precarizzazione e disoccupazione, nell'attesa di un "evento" catalitico che, per definizione, non verrà mai, e quindi, agendo, durante l'attesa, solidamente a favore del capitale (naturalmente legato dal suo essere net-work internazionale). 
La risibilità contraddittoria di questa versione, era stata già confutata da Rodrik. La rinascita dell'indispensabile azione dello Stato-nazione, era stata da lui accertata (nel 2012) proprio come conseguenza operativa inevitabile della crisi finanziaria: l'internazionalismo €uropeo, poi, precisa Rodrik, si è risolto in sostanza in politiche fortemente contraddistinte dal perseguimento dell'interesse nazionale della Germania. In quanto "paese più forte" nella logica neo-liberista dei trattati liberoscambisti: in testa ai quali, quanto a stato di avanzamento, i trattati €uropei.

6. Quest'ultima elementare rivincita della realtà che si riconnette alle, pur scarne, possibilità di tutela delle comunità sociali dall'erosione democratica arrecata dal totalitarismo autoritario dei mercati, ci riporta alla Costituzione del 1948 e alla consapevolezza, esattamente di questi problemi, che avevano i Costituenti.
Ed infatti che, da sempre, nella storia economica, l'internazionalismo si risolva in  null'altro che nell'affermare l'interesse nazionale del più forte a scapito dell'interesse nazionale dei più deboli (id est delle loro classi lavoratrici), lo aveva già avvertito Calamandrei, in un libro in cui, fin dal titolo, aveva disperatamente cercato di confutare uno dei presupposti più suggestivi del malinteso internazionalismo post-moderno "de sinistra" sinergica col capitalismo sovranazionalizzato: 
Noi popolo-nazione di lavoratori, come ben aveva (pre)detto anche Lenin (qui, p.7); e, se per questo, come avevani anche spiegato i socialisti USA (prima che gli "internazionalisti-pacifisti" dei mercati no-limits, li distruggessero con un singolare apparato poliziesco-repressivo "liberale") come abbiamo visto più ampiamente nel  post INTERNAZIONALISMO, COSCIENZA NAZIONALE E TUTELA DEL LAVORO.

7. Ma poiché di Calamandrei tutto si può dire fuorché che fosse un socialista e un marxista, e che avesse inclinazioni antidemocratiche al "collettivismo", risulta particolarmente importante la sua analisi riguardo alla democrazia costituzionale nelle relazioni con qualunque "superamento" nell'internazionalismo. La riproduciamo perciò come riportataci da Francesco Maimone, 7 aprile 2016:
"rileggere Calamandrei a distanza di quasi 70 anni fa impressione per la chiarezza di pensiero e per la sua limpida preveggenza. In un intervento pubblicato su "Il Ponte" nel giugno del '50, titolato Repubblica pontificia, Calamandrei affermava:
" (...) In questo desiderio di verità e di chiarezza che porta non solo i politici, ma anche i giuristi non schiavi della lettera, a ricercare qual è oggi, non tanto sui testi stampati quanto nella realtà viva, l'ordinamento costituzionale che regge l'Italia, due indagini preliminari sono lecite: la Repubblica italiana è veramente una Repubblica democratica?
E l'Italia è veramente uno stato indipendente e sovrano? 
Intendiamo per repubblica democratica quella nella quale tutti i cittadini concorrono in misura giuridicamente uguale alla formazione della volontà dello Stato che si manifesta nelle leggi e in cui in misura giuridicamente uguale tutti i cittadini partecipano ai diritti e ai doveri che dalle leggi derivano  (...). 
D'altra parte, per aversi uno Stato sovrano ed indipendente è necessario che alla formazione della sua volontà concorrano soltanto, attraverso i congegni costituzionali a ciò preposti, le forze politiche interne: Stato democratico sovrano è quello le cui determinazioni dipendono soltanto dalla volontà collettiva del suo popolo, espressa in modo democratico, e non dalla volontà o da forze esterne, che stiano al di sopra del popolo e al di fuori dello Stato. (...) 
Le forme di limitazione di sovranità conosciute e classificate dai giuristi non sono tutte le limitazioni che operano di fatto nella vita degli Stati: non soltanto perché nelle relazioni tra Stati (come nelle relazioni tra individui) si fanno sentire di fatto preminenze di ordine economico e militare, per le quali gli Stati economicamente più deboli debbono rassegnarsi a essere meno indipendenti di quelli economicamente più forti; ma anche perché i canali di penetrazione attraverso i quali le imposizioni riescono a infiltrarsi nell'interno di un ordinamento costituzionale apparentemente sovrano possono essere molto più complicati e molto meno classificabili di quelli previsti negli schemi dei giuristi. 
Sicchè può avvenire che in uno Stato che si afferma indipendente gli organi che lo governano si trovino senza accorgersene, in virtù di questi segreti canali di permeazione, a esprimere non la volontà del proprio popolo, ma una volontà che vien dettata dall'esterno e di fronte alla quale il popolo cosiddetto sovrano si trova in realtà in condizione di sudditanza (...)" (Lo Stato siamo noi, 33-36). 
E pensare che eravamo pure stati avvertiti..."

sabato 9 dicembre 2017

IL COMMA 22 DI SCHULZ: IL CANONE INVERSO DELLA GERMANEXIT?


https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/budgetary-instruments-euro-area_en.pdf

1. Leggendo le indicazioni della Commissione sulla road-map per la grande riforma dell'Ue, non ci avete capito nulla? Normale. Nessuno potrebbe. Basta però sapere che quando parlano di "structural reform support" intendono meccanismi AUTOMATICI  di enforcement sulle leggi e sui bilanci dei singoli Stati
Cioè la Trojka (ridenominata e cosmetizzata) come metodo generale programmatico di interazione autoritativa, dall'alto, sugli Stati.
Questo recentissimo tweet di Martin Schulz, però, introduce degli elementi ulteriori sull'ipotetica procedura di questa complessa manovra:
"Una convenzione (ndr; intesa come organo collegiale in cui i rappresentanti-negoziatori dei singoli Stati compiono il lavoro preparatorio nella contestualità dell'espressione della volontà statuale in compresenza e nel dialogo di tutti i negoziatori) redigerà questo trattato in stretta cooperazione con la società civile e il popolo. Il suo risultato sarà poi sottoposto a tutti gli Stati-membri. Qualunque Stato che non ratificherà il trattato lascerà automaticamente l'Ue".
2. Se andate a leggere le risposte degli utenti twitter, piuttosto "critici" (eufemismo), oltre a misurare l'impopolarità dell'€uropa a trazione tedesca presso i cittadini di tutta l'Ue, potreste intendere questa uscita di Schulz come qualcosa di simile alla pregressa posizione di Schauble sulla Gr€xit decisa d'imperio dalla Germania: una posizione che si rivelava essere, nel quadro giuridico dei trattati (non unilateralmente modificabili dalla Germania), un vero e proprio boomerang per la Germania e per la stessa guidance USA della moneta unica.

2.1. La presunta "minaccia" di Schulz, propone una situazione simile: poiché, infatti, pare implicare una curiosa combinazione di fonti (quelle indicate nella proposal della Commissione più la Convenzione), che darebbero vita ad un trattato riformato, si avrebbe questa curiosa situazione:
2a) a quanto pare la riforma, a seguito della deliberazione della Commissione, prenderebbe la forma iniziale di una direttiva del Consiglio, almeno per l'incorporazione del fiscal compact, e si eviterebbe l'unanimità, mentre si avrebbe un regolamento, sempre del Consiglio per la trasformazione dell'ESM in FME e, ma non è chiarissimo, per nuove forme di bilancio dell'eurozona che intervengano in caso di shock asimmetrici (sic) che un singolo euro-membro non sia in grado di gestire a livello nazionale ed integrino anche un fondo backstop per il meccanismo di risoluzione bancaria;
2b) queste variegate e non chiaramente definite fonti, però, disponendo sulla istituzione di nuovi o "novati" organi comunitari finirebbero, più legittimamente, (il condizionale è d'obbligo) per avere il contenuto di una sorta di legge-delega (articolata su più fonti), che predeterminerebbe principi e modus operandi di una convenzione che, ai sensi dell'art.48 del TUE, sarebbe in effetti abilitata a modificare i trattati
Sarebbero fonti a contenuti del tutto atipici, stando alle attuali previsioni dei trattati (che già di per sè devono essere "illeggibili", qui, p.1), ma essendo adottate dal Consiglio a maggioranza qualificata, tale anomalia vedrebbe l'acquiescenza preventiva dei governi: specialmente se, in concreto, l'Italia, per non fare brutta figura in minoranza, vi prestasse adesione e si avesse perciò l'unanimità nella sede consiliare.  
E ipotizziamo questo, in attesa del Consiglio Ue del prossimo 15 dicembre (che forse darà lumi, ma non è detto...), per spiegare i riferimenti alla "Convenzione" fatti da Schulz (su twitter) e alla "unanimità" fatti da Pittella.

3. Tuttavia, quand'anche la direttiva e i regolamenti e quindi, in loro successiva (e meramente ipotizzata) attuazione, la Convenzione, prevedessero che il nuovo trattato implichi l'automatica espulsione degli Stati che non la ratifichino, l'entrata in vigore di questa clausola sarebbe però subordinata alle regole dell'art.48 TUE, per cui occorrerebbe la ratifica di tutti gli Stati-membri conformemente alle loro rispettive norme costituzionali (qui, p.2). 
Dunque, o Schulz non ha le idee chiare sul diritto europeo, pur essendo stato presidente del parlamento Ue e super-€uropeista di lungo corso; oppure sa qualcosa che noi ancora non sappiamo e che ci si aspetta che verrà deliberata dal Consiglio Ue, escogitando qualche misteriosa soluzione.
Intanto, quello che sappiamo è che una disciplina di automatica risoluzione dello status di appartenente all'UE sarebbe inapplicabile proprio a causa della mancata ratifica di uno o più Stati, poiché (proprio a causa di tale mancata ratifica della "riforma") rimarrebbe in vigore il precedente trattato, che non prevede questa clausola espulsiva (allo stato, infatti, l'espulsione di uno Stato-membro equivale a una "revisione" essenziale del trattato e esige...una ratifica di tutti gli Stati membri).

4. Non vale la pena però di dilungarsi troppo su questa sorta di comma 22 (o circolo vizioso) in cui si andrebbe a cacciare la "promessa-minaccia" di Schulz; anzitutto perché l'applicazione delle regole europee è affidata, in caso di controversia, alla Corte di giustizia europea e quest'ultima ha già più volte dimostrato di essere estremamente disinvolta nell'aggiustare le prese di posizione delle istituzioni Ue quando riflettano la volontà politica dominante della Germania (e dunque, un'inezia come la lettera dei trattati applicabili, e quindi la Rule of Law, sarebbe sempre superabile...ad libitum)
Ma non vale la pena di approfondire troppo, in secondo luogo, per un altro motivo, meno evidente ma che, pure, traspare dal tweet di Schulz: se, come abbiamo visto, la Germania tende a subordinare ogni norma del trattato e ogni fonte Ue alla propria sovranità parlamentare (secondo la nota Lissabon Urteil, p.2-3), la minaccia di Schulz vale più come una promessa relativa alle intenzioni della Germania.
E queste intenzioni appaiono così riassumibili: se la convenzione (o comunque il giuridicamente misterioso processo riformatore) non porterà ad un testo gradito alla Germania stessa, quest'ultima "lascerà automaticamente l'Ue" (laddove "automaticamente" può assumere varie forme giuridiche, compreso un recesso ai sensi dell'art.50 TUE, come nel caso della Brexit).

5. Il sottofondo della quasi inestricabile vicenda di progressione autoritaria degli interventi automatici verso le riforme strutturali e la "sostenibilità fiscale" nell'eurozona, potrebbe essere spiegabile, tenendo conto di due fattori: l'evenienza di una nuova crisi finanziaria globale e l'allargamento verso est di una Germania che, dentro l'euro, vede diminuire non tanto le quote percentuali di esportazione verso gli €-partners, quanto il loro volume assoluto (data la non più "aggiustabile" caduta di occupazione effettiva e consumi interna all'area valutaria). 
Ed allora, l'inguaribile vocazione mercantilista imporrebbe una limitazione della finanziarizzazione, per puntare a conservare (almeno in parte) le quote di mercato in un'eurozona de-germanizzata e fiscalmente meno austera, ed anche aiutata dalla svalutazione dell'euro derivante dall'uscita della Germania.

Insomma, si preferirebbe una rivalutazione del marco a un soffocamento progressivo e verrebbe anche scontata un'imminente esplosione della bolla accumulata negli USA
Vale a dire, anche mantenendo, con sempre maggiore difficoltà, l'euro basso (nel rapporto di cambio col dollaro), in un'eurozona nella sua integrità soggettiva attuale, un repentino crollo del mercato USA rischia di far saltare tutto, cioè da una parte il sistema industriale tedesco, troppo sbilanciato sull'investimento estero, e dall'altra, i rendimenti sui bond tedeschi che gli servono per pagarsi le pensioni (in caso di nuova recessione "finanziaria" USA, infatti, la BCE non incorrerebbe presumibilmente nello stesso errore di Trichet di aumentare i tassi dell'eurozona, in stolido senso prociclico, a fronte di un dollaro in prevedibile caduta libera). 
Da qui, come prospettiva di compensazione, la via di fuga (in tutti i sensi) di consentire la ripresa di occupazione e domanda (anche estera) nel resto d'€uropa, uscendo dall'euro, e anche di accentuare, nel quadro di una politica estera (ancor) più nazionalista, consentita da ciò, la conquista del mercato in ascesa dei megaspazi eurasiatici.

Capire lo status dei contratti di fornitura e appalto in Russia, tra North Stream e ferrovie, fa meglio comprendere quando i tedeschi, sempre più ansiosi di affrancarsi dal sistema Ue delle sanzioni anti-Russia, attualizzerebbero l'allentamento valutario sul resto d'€uropa.