domenica 9 settembre 2018

VACCINI OBBLIGATORI: FENOMENOLOGIA DEL POSITIVISMO SCIENTISTA A SOSTEGNO DELLE POLITICHE TECNOCRATICHE

Post di Bazaar

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Vaccini obbligatori: fenomenologia del positivismo scientista a sostegno delle politiche tecnocratiche.


Il dibattito sui vaccini obbligatori, e sulle misure da prendere per chi non rispetta la profilassi, infiamma da tempo.

Graziano Delrio esulta a causa dell’approvazione del decreto Lorenzin in un modo piuttosto singolare: « Ha vinto la ragione, ha vinto la scienza ».


Insomma, un decreto legislativo che dovrebbe essere frutto della dialettica politica intorno ai dati empirici offerti dalla dialettica scientifica, si trasforma in uno scontro politico in cui una parte – la parte finanziariamente e mediaticamente  egemone – professa di promuovere prometeicamente un sapere obiettivamente vero, definito “scientifico”. Questa parte politica esprime biasimo verso la controparte, che trova perlopiù consenso in chi si informa al di fuori dal circuito mediatico mainstream, e che viene tacciata di essere “insipiente”, “ignorante” del metodo scientifico, “credulona” e affetta da “pregiudizi”: che soffre di un patologico “analfabetismo funzionale”.

Secondo Repubblica il Capo dello Stato avrebbe dichiarato che: «Nei confronti della scienza non possiamo esprimere indifferenza o diffidenza verso le sue affermazioni e i suoi risultati » e che «Non sempre l'uomo interpreta bene la parte di Ulisse alla ricerca della conoscenza e nel saper distinguere il vero dal falso ».

La Lorenzin, di cui porta il nome il decreto, avrebbe invece dichiarato che: « Si tratta di una vittoria della scienza su ignoranza e pregiudizio ».

Secondo il segretario del maggior partito dell’opposizione Maurizio Martina: «è stata battuta la loro visione oscurantista », ovvero la “visione” della controparte politica non favorevole all’obbligo vaccinale.

Abbiamo già tutti gli elementi per cimentarci nell’ermeneutica del frame propagandato e sviluppare una breve riflessione:

1 – «la scienza» per cui non si dovrebbe «esprimere indifferenza o diffidenza verso le sue affermazioni» è il potere rappresentato dalla classe egemone, elitista, antidemocratica che, spacciandosi lucifericamente come Prometeo, si manifesta come forza «oscurantista» portando con sé «ignoranza e pregiudizio». Attributi proiettati sui ceti subalterni.

Basti pensare che le forze che hanno definanziato lo Stato sociale sono le stesse forze che hanno destrutturato il sistema scolastico; e, considerando che negli ultimi anni di austerity la speranza di vita degli italiani si è drasticamente ridotta (così come come il QI...) è illogico, irrazionale, che l’obbligo vaccinale possa avere finalità conformi alle disposizioni inderogabili della Costituzione sulla salute.

2 – L’«uomo» che non saprebbe «distinguere il vero dal falso» senza la sedicente “élite illuminata”, portatrice della fiaccola della Verità, rappresenta chiaramente il popolo sovrano spodestato.

Come abbiamo discusso in precedenza, l’inversione dell’assiologia e degli “enunciati nomologici” sono strutturali nell’elitismo al fine di perpetuare l’egemonia culturale delle classi dominanti.

In pratica le élite (aka la scienza) impongono autocraticamente e totalitaristicamente ciò che è «vero o falso» per imporre ciò che è «bene o male», ovvero ciò che è «giusto» al di là di ogni dialettica politica (e, non tanto paradossalmente, al di là della stessa dialettica scientifica).

Nel pensiero elitista non esiste il “giusto” per chi, esiste solo il Giusto che coincide sistematicamente con gli interessi materiali dell’élite.

Insomma, considerando che il positivismo scientista è una forma di ottusa ed irrazionale religione, è chiaro che il clero tecnocratico, con tanto di codazzo politico, non può che essere esso stesso medievale ed «oscurantista».

La inversione nel frame propagandato è così presto descrivibile: ciò che è àmbito dell’interesse e dell’opinione politici (doxa), viene disciplinato tirannicamente in nome della scienza (epistéme), mentre ciò che è àmbito dell’esperienza e della scienza (epistéme), viene relativisticamente ed anomicamente lasciato alla mercé dell’opinione (doxa).

Da una parte, dove la doxa si sostituisce all’epistéme, si atomizzano e si sradicano le persone dal terreno dell’esperienza, dai sensi e dal buon senso, dai dati, dall’altra – in nome di un astratto “metodo scientifico”, o meglio scientista, per cui si prevarica il dominio della doxa con l’epistéme - viene appiattita autocraticamente la dialettica politica agli interessi dell’élite che i «competenti» scienziati-tecnocrati rappresentano.

In breve: invertendo la logica degli “addendi” il risultato cambia. Eccome che cambia.

Lo scientismo tecnocratico, producendo nichilismo politico e naturalizzando l’ontologia dell’essere sociale, ha come telos la «fine della Storia»: la sempiterna vittoria di una classe sulle altre.

Occorre quindi sottolineare l’importanza della coscienza storica come antidoto a questo barbaro regresso culturale.

Mentre i nostri piccoli Mengele si adoperano per realizzare il mondo distopicamente descritto da Huxley e Orwell, respiriamo un po’ di aria fresca citando uno scienziato (astronomo) marxista, Anton Pannekoek:

«Ciò che ogni volta veniva indicato come l'esperienza più semplice e puramente personale: “Io vedo un albero”, come tale può entrare nella coscienza solo per merito della determinazione che le conferisce un nome.

Senza la terminologia ereditata delle cose, delle specie, dei concetti, l'esperienza non potrebbe essere descritta, non potrebbe diventare cosciente come tale. Dalla quantità indiscriminata del mondo delle osservazioni le parti importanti per la vita acquistano importanza solo quando vengono definite con suoni e quando vengono così espulse dal tutt'uno confuso e insignificante. Anche là dove nella costruzione filosofica — come per esempio in Carnap — non vengono impiegati i nomi, ma solo i caratteri strutturali, si presume la facoltà di pensare in modo astratto. Il pensiero concettuale, astratto non è possibile senza ricorrere al linguaggio, e si è sviluppato insieme al linguaggio. Il linguaggio e il pensiero concettuale sono però entrambi un prodotto sociale.

Un linguaggio sarebbe impossibile senza una società umana della quale esso è l'organo di comunicazione. Esso ha potuto formarsi e svilupparsi solo in una società, come mezzo ausiliario dell'attività pratica degli uomini. Questa attività è un processo sociale; essa è la base più profonda di tutte le mie esperienze. »

«Le esperienze non sono qualche cosa di personale, anche se le diversità contenutistiche corrispondono a diversità personali. Le esperienze sono a priori qualche cosa di trascendentale, in cui la società è già presupposta come ovvia in quanto base indispensabile. In questo modo il mondo diventa un'esperienza collettiva degli uomini. Il mondo oggettivo dei fenomeni, cosi come è risultato da una costruzione logica portata fino in fondo per mezzo dei dati di fatto dell'esperienza, è a priori l'esperienza collettiva dell'umanità. »

Anche Husserl (che sintetizzava la dialettica tra epistéme e doxa in «doxa cosciente») s’era fatto «storico pensante» – come diceva Hegel – per una ricerca «rizomatica» della storia della ragione. Lo stadio successivo è passare dalla storia filosofica a quella sociale, e dalla critica intellettuale a quella politica.

Per la nostra salute mentale, per spogliarci fenomenologicamente della falsa coscienza prodotta dalla propaganda, leggiamo anche Castoriadis, “L’enigma del soggetto”:

«La creazione di un tempo pubblico non è meno importante d’una simile creazione di uno spazio pubblico. Per tempo pubblico non intendo l'istituzione d’un calendario, d'un tempo “sociale”, d'un sistema di riferimenti temporali sociali – cosa che, naturalmente, esiste dovunque – ma l’emergere di una dimensione in cui la collettività possa esplorare il suo passato in quanto risultato delle proprie azioni, e in cui si apra un avvenire indeterminato come campo delle sue attività. Questo è davvero il senso della creazione della storiografia in Grecia. È sorprendente che, rigorosamente parlando, la storiografia non sia esistita che in due soli momenti della storia dell'umanità: in Grecia antica e nell’Europa moderna, cioè nelle due società dove si e sviluppato un movimento di messa in discussione delle istituzioni esistenti. Le altre società non conoscono che il regno incontrastato della tradizione e/o la semplice “consegna per iscritto degli avvenimenti” effettuata dai sacerdoti o dai cronisti dei re. Erodoto, al contrario, dichiara che le tradizioni dei greci non sono degne di fede. Il gesto dello scrollarsi di dosso la tradizione e la ricerca critica delle “vere cause” vanno naturalmente di pari passo. E questa conoscenza del passato è aperta a tutti: Erodoto, si narra, leggeva le sue Storie ai greci riuniti in occasione dei Giochi olimpici (se non è vero è ben trovato). E la “Orazione funebre” di Pericle contiene una carrellata sulla storia degli ateniesi dal punto di vista dello spirito delle generazioni successive - sintesi che arriva fino al tempo presente e che indica con chiarezza nuovi compiti per l’avvenire ».

La coscienza di quelle costruzioni umane che sono per definizione le istituzioni sociali – prodotto storico e quindi tutt’altro che “naturali” e da lasciar “amministrare” impunemente al clero tecnocratico-scientista – è necessaria per capire quanto la Weltanschauung, secondo cui queste sovrastrutture sono orientate, impatta sul benessere e sulla salute delle persone.

Facciamo nostro questo concetto con l’aiuto di questa splendida citazione del biologo e genetista Richard Lewontin, da “La biologia come ideologia”:

«La progressiva riduzione del tasso di mortalità non è stata una conseguenza, per esempio, delle misure igieniche moderne poiché le malattie che rappresentavano i principali flagelli nel secolo scorso erano quelle respiratorie e non quelle trasmesse con l’acqua. Non è chiaro se il semplice affollamento avesse molto a che fare con il processo, dal momento che alcune zone delle nostre città sono almeno altrettanto affollate quanto lo erano alla metà dell’Ottocento. Per quel che se ne può dire, la diminuzione, nel secolo xix, dei tassi di mortalità in seguito a malattie infettive è una conseguenza del generale miglioramento della nutrizione ed è connessa a un aumento dei salari effettivi.
Oggi, in paesi come il Brasile, la mortalità infantile aumenta e diminuisce con l’aumento e la diminuzione del salario minimo. L’enorme miglioramento della nutrizione spiega anche l’abbassamento dei tassi più elevati di tubercolosi tra le donne che tra gli uomini. Nel secolo XIX, e in Gran Bretagna ancora ben addentro al xx, i lavoratori erano nutriti molto meglio delle donne che stavano a casa. Spesso, in Gran Bretagna, se in una famiglia della classe lavoratrice urbana ci si poteva permettere il lusso di portare in tavola della carne, questa era riservata all’uomo. Ci sono stati complessi cambiamenti sociali, che hanno dato luogo ad aumenti dei guadagni effettivi della gran massa della gente, riflettendosi in parte in un sostanziale miglioramento della nutrizione, che sta effettivamente alla base della nostra accresciuta longevità e dell’abbassamento dei tassi di mortalità in seguito a malattie infettive. Anche se si può dire che il bacillo della tubercolosi causa la tubercolosi, siamo più vicini alla verità quando diciamo che causa della tubercolosi furono le condizioni dello sfrenato e competitivo capitalismo del secolo xix, privo di qualunque forma di regolamentazione sindacale e statale. Ma le cause sociali non rientrano nell’ambito delle scienze biologiche, e così agli studenti di medicina si continua a insegnare che la causa della tubercolosi è un bacillo. »

«La storia oltrepassa di gran lunga qualunque angusto limite venga attribuito al potere di circoscriverci sia dei geni sia dell’ambiente. Come la Camera dei Lords che distrusse il suo potere per limitare lo sviluppo politico della Gran Bretagna nei successivi Reform Acts cui dette il suo assenso, così i geni, nel rendere possibile lo sviluppo della coscienza umana, hanno rinunziato al loro potere di determinare sia l’individuo sia il suo ambiente. Essi sono stati sostituiti da un livello completamente nuovo di causa, quella dell’interazione sociale con le sue proprie leggi e la sua propria natura, che può essere compresa ed esplorata solo attraverso quella forma unica di esperienza che è l’azione sociale».

Se non ci possiamo “vaccinare” immediatamente con un aumento dei salari ed un miglioramento dei servizi sociali, be’, vacciniamoci almeno con Bach: aria sempre fresca in questa insopportabile cappa oscurantista:

https://www.youtube.com/watch?v=3ffg4mU7FNE

sabato 11 agosto 2018

LIBERTA' LIBERALE E DEMOCRAZIA DI TUTTI GLI UOMINI LIBERI: TRA MATERIALISMO E SPIRITO


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Post di Francesco Maimone


PROLEGOMENI SULLA EPISTEMOLOGIA DELLA “LIBERTA’ COSTITUZIONALE” – SUO FONDAMENTO E…DIREZIONE
Accolgo di buon grado l’invito rivoltomi da Quarantotto - nell’ambito dell’amabile discussione originata come appendice a questo recente post – anche per cercare di ricondurre ad unità (come “consuetudine” del blog) frammenti di riflessione sparsi soprattutto nei commenti dei vari post (per esempio qui), e per evitare, di conseguenza, il rischio che possano disperdersi fonti e contributi. Mi perdoneranno i lettori se, per questa esigenza metodologica di “totalità” (altra “consuetudine” del blog), mi sono imposto di “prenderla un pò alla larga”, richiedendo così un pò di sforzo in più nella lettura; ma il momento storico non ammette scorciatoie di comprensione che possono, non di rado, annidarsi anche nell’esame empirico ed isolato dei vari momenti della realtà.

1. Per quanto sopra, si prenderà le mosse da alcuni presupposti ontologici (ontologia in senso aristotelico, come “scienza che studia l'essere-in-quanto-essere e le proprieta che gli sono inerenti per la sua stessa natura”, così ARISTOTELE, Metafisica. Libro D, 1, 1003a-20, A. Russo, Bari, 1971] che si rinvengono nel “giovane” Marx e senza i quali, tuttavia, non può essere letto il Marx “maturo”:
L’uomo è un essere appartenente alla specie [Gattungswesen] non solo in quanto praticamente e teoricamente fa suo oggetto la specie, tanto la sua propria come quella delle altre cose, ma – e questa è solo un’altra espressione per la stessa cosa – anche in quanto si rapporta a sé stesso come alla specie presente, vivente, in quanto si rapporta a sé come a un ESSERE UNIVERSALE e dunque LIBERO.
La vita della specie, tanto nell'uomo quanto negli animali, consiste fisicamente anzitutto nel fatto che l'uomo (come l'animale) vive della natura inorganica, e quanto più universale è l'uomo dell'animale, tanto più universale è il regno della natura inorganica di cui egli vive. Le piante, gli animali, le pietre, l'aria, la luce, ecc., come costituiscono teoricamente una parte della coscienza umana, in parte come oggetti della scienza naturale, in parte come oggetti dell'arte - si tratta della natura inorganica spirituale, dei mezzi spirituali di sussistenza, che egli non ha che da apprestare per goderne e assimilarli - , cosi costituiscono anche praticamente una parte della vita umana e dell'umana attività.
L'uomo vive fisicamente soltanto di questi prodotti naturali, si presentino essi nella forma di nutrimento o di riscaldamento o di abbigliamento o di abitazione, ecc. L'universalità dell'uomo appare praticamente proprio in quella universalità, che fa della intera natura il corpo inorganico dell'uomo, sia perché essa 1) è un mezzo immediato di sussistenza, sia perché 2) è la materia, l'oggetto e lo strumento della sua attività vitale.
La natura è il corpo inorganico dell'uomo, precisamente la natura in quanto non è essa stessa corpo umano. Che l'uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell'uomo sia congiunta con la natura, non significa altro che la natura è congiunta con sé stessa, perché l'uomo è una parte della natura
IL LAVORO, L'ATTIVITÀ VITALE, LA VITA PRODUTTIVA stessa appaiono all'uomo in primo luogo soltanto come un mezzo per la soddisfazione di un bisogno, del bisogno di conservare l'esistenza fisica. MA LA VITA PRODUTTIVA È LA VITA DELLA SPECIE. E’ la vita che produce la vita. In una determinata attività vitale sta interamente il carattere di una “specie”, sta il suo carattere specifico; e L'ATTIVITÀ LIBERA E COSCIENTE È IL CARATTERE DELL'UOMO. La vita stessa appare soltanto come mezzo di vita. L'animale è immediatamente una cosa sola con la sua attività vitale. Non si distingue da essa. E’ quella stessa. L'UOMO FA DELLA SUA ATTIVITÀ VITALE L'OGGETTO STESSO DELLA SUA VOLONTÀ E DELLA SUA COSCIENZA. HA UN'ATTIVITÀ VITALE COSCIENTE” [K. MARX, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Milano, 2018, 77-79].

1.2 Il Marx “maturo” ritornerà nel Capitale al famoso paragone tra l’ape e l’architetto, in cui è riproposto l’accento sull’attività cosciente degli uomini, attività conforme ad un télos (scopo):
“… Innanzi tutto IL LAVORO È UN PROCESSO CHE AVVIENE TRA L’UOMO E LA NATURA, in cui l’uomo media, regola e controlla CON LA SUA AZIONE IL RICAMBIO ORGANICO TRA SÉ E LA NATURA. Contrappone sé stesso, in quanto una delle potenze della natura, alla materialità di quest’ultima. Egli pone in movimento le forze naturali che appartengono al suo corpo, braccia e gambe, mani e testa, per far suoi i materiali della natura dando loro una forma utile alla sua vita. Coll’agire tramite questo movimento sulla natura esterna e col trasformarla, egli trasforma allo stesso tempo la sua propria natura. Sviluppa le facoltà che si sono addormentate, e sottomette al suo potere il giuoco delle loro forze…
Noi supponiamo IL LAVORO in una forma APPARTENENTE ESCLUSIVAMENTE ALL’UOMO. Il ragno conduce azioni che somigliano a quelle del tessitore, l’ape mette in imbarazzo molti architetti con la struttura delle sue cellette di cera. Ma quello che sin dall’inizio distingue il peggiore architetto dalla migliore delle api è il fatto che EGLI HA COSTRUITO LA CELLETTA NELLA SUA TESTA PRIMA DI AVERLA COSTRUITA NELLA CERA
AL TERMINE DEL PROCESSO LAVORATIVO VIEN FUORI UN RISULTATO CHE, AL SUO INIZIO, ERA GIÀ IMPLICITO NEL L'IDEA DEL LAVORATORE, che perciò era già presente idealmente. Ed egli non opera soltanto un mutamento di forma dell’elemento naturale; egli contemporaneamente realizza in questo il proprio fine, DI CUI HA COSCIENZA, che determina come legge la maniera del suo agire, e al quale deve subordinare la propria volontà. E tale subordinazione non è atto sporadico. Durante l’intero svolgersi del lavoro occorre, oltre la tensione degli organi che lavorano, LA VOLONTÀ CONFORME ALLO SCOPO” [K. MARX, Il Capitale, a cura di Eugenio Sbardella, Roma, 2016, 146].

1.3 Engels, più tardi, riprenderà il paragone per affermare che il carattere distintivo dell’uomo è l’attività conforme allo scopo per dominare la natura… l’animale si limita a usufruire della natura esterna, e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: LA DOMINA. Questa è l’ultima essenziale differenza tra l’uomo e gli altri animali, ed è ANCORA UNA VOLTA IL LAVORO CHE OPERA QUESTA DIFFERENZA” [F. ENGELS, Dialettica della natura, in Opere, Roma, 1974, 467].

2. L’uomo, quindi, è un essere universale [Gattungswesen] che, a differenza delle altre specie viventi, è privo di uno specifico “armamentario biologico” che gli consenta di sopravvivere come accade per gli animali; solo sotto tale specifico aspetto, potremmo definire l’essere umano come un Mangelwesen (un essere carente, mancante) [A. GEHLEN, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Milano, 1983, 60].

2.1 La tesi marxiana, sul punto, risale addirittura alle origini della civiltà occidentale, ed attraversa trasversalmente la riflessione di una lunga schiera di pensatori i quali, in modi diversi, sono giunti alle medesime conclusioni. Il tema, difatti, è affrontato, tra gli altri, da Platone nel Protagora, da Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, da Pico Della Mirandola nella Oratio de hominis dignitate, da Kant in Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito e nella Scienza della Logica, da Nietzsche in Al di là del bene e del male e da Gehlen nell’opera citata.
György Lukács, dal canto suo, nella sua monumentale Ontologia dell’essere sociale, è forse il pensatore che più di tutti è giunto, attraverso l’esame delle fondamentali categorie reali e logiche, ad un estremo e mirabile approfondimento epistemologico sul tema. Non si può che rinviare il lettore a dette opere, dal momento che sarebbe in questa sede impresa veramente ardua passare in analitica rassegna filologica i citati testi.

3. Ci giovi sapere, nell’economia del discorso, che in generale mentre l’animale, con il suo bagaglio biologico, esiste in un mondo già preordinato ed al quale non può che adattarsi passivamente; gli uomini, al contrario, per sopravvivere devono attivamente costruirsi un mondo ed organizzarlo con la loro azione cosciente.
Tale azione cosciente degli uomini è rappresentata dal LAVORO, attività costituente un processo il quale – mediante la modificazione e l’appropriazione della natura – consente certamente di soddisfare un bisogno primario (la conservazione dell’esistenza fisica), ma che, allo stesso tempo – in quanto attività produttiva libera, cosciente e finalizzata – determina altresì la modificazione degli esseri umani, consentendo di appropriarsi di loro stessi, potremmo dire di “realizzarsi”: quel sentimento, come afferma Lelio Basso, “…che l’uomo ha dell’esser suo”, di appartenersi [L. BASSO, Termine di paragone, in “Conscientia”, 9 maggio 1925, n. 19, 1].

3.1 Nel “ricambio organico” continuo e dialettico che avviene tra gli uomini (assumendo “l’umanità” come soggetto) ed il mondo esterno (“la natura” come oggetto), sarebbe interessante analizzare funditus – per le implicazioni politiche e giuridiche che ne discendono - il ruolo che gioca sia la preventiva conoscenza delle leggi naturali (con il connesso tema della “scienza”) sia lo strumento (con il correlativo tema della “tecnica”), quest’ultimo costituendo il medium indispensabile che permette agli uomini di modificare ed appropriarsi della natura, oltre che di sé stessi. Allo strumento (melius, “all’indagine sugli strumenti”) com’è intuitivo, è infatti legato il discorso sui “mezzi di produzione” (e attorno alla proprieta dei mezzi di produzione si incrociano, in base alla dottrina del materialismo storico, gli avvenimenti della storia). L’aver qui sollevato la questione funge, ancora una volta, solo da “avvertenza metodologica” preliminare, anche se la stessa questione è rinviata di necessità ad una trattazione separata.

4. Sin qui, in ogni caso, si è parlato di “uomini” al plurale, e ciò per il semplice fatto che l’essere umano – contrariamente alla persistente vulgata liberista - non è mai un individuo isolato, ma è per sua natura (ontologicamente) un essere sociale, la cui essenza è l’insieme dei suoi rapporti sociali i quali - come abbiamo visto - trovano nel lavoro (come categoria reale) il loro originario principio. Marx ed Engels tratteranno tale fondamentale profilo nell’Ideologia tedesca; noi ci “accontenteremo” qui della spiegazione fornita al riguardo da Lelio Basso:
La società non è un dato ma un prodotto degli uomini, una creazione storica. Gli uomini lavorano - IL LAVORO È L’ATTIVITÀ FONDAMENTALE DELL’UOMO per produrre i propri mezzi di esistenza, per soddisfare i propri bisogni elementari di vita, per riprodursi, per perpetuare la specie. I bisogni dell’uomo si accrescono ben al di là di quelli elementari e si deve lavorare per soddisfare ai bisogni sempre nuovi e crescenti; si devono approntare gli strumenti che permettono di soddisfare questi bisogni. Tutto questo insieme di lavoro, di attività umana è la storia o, se si preferisce, la storia dell’uomo è la storia di quella attività - Marx la chiama PRAXIS: attività collettiva degli uomini riuniti che producono e riproducono sé stessi e i mezzi per soddisfare ai bisogni crescenti dell’umanità.
Questa storia è la dimensione reale dell’uomo, della società, poichè non esiste possibilità, per Marx, di intendere l’uomo e di intendere la società se non in questo processo storico, in questo divenire continuo, in questa trasformazione continua, in questa prassi, in questo lavoro che crea continuamente una società, la rinnova e fa nascere i rapporti che legano gli uomini tra di loro, le istituzioni, le idee e tutte le forme, tutte le manifestazioni della vita umana che sono tutte manifestazioni dell’uomo.
GLI UOMINI, INFATTI, LAVORANDO PER SODDISFARE I PROPRI BISOGNI, NON LAVORANO SOLTANTO SULLA NATURA, MA ANCHE SU SE STESSI perché lavorano collettivamente, collaborano, scambiano tra di loro le cose che sono necessarie a soddisfare i bisogni, entrano tra loro in rapporti, in relazioni determinate dalle situazioni in cui si trovano; in questo lavoro, in questa prassi collettiva nasce tutta una serie di rapporti tra gli uomini, di rapporti sociali, di rapporti di produzione, cioè rapporti diretti alla produzione dei beni necessari, degli oggetti necessari, delle idee che son necessarie agli uomini. È l’insieme di questi rapporti, che in un determinato momento della storia, formano l’insieme della società; LA SOCIETÀ NON È ALTRO CHE QUESTA SERIE DI RAPPORTI SOCIALI CHE LEGANO GLI UOMINI E CHE È IL PRODOTTO DEL LAVORO… DELLO SFORZO RECIPROCO DEGLI UOMINI, DEGLI UNI VERSO GLI ALTRI. Questa società si modifica attraverso il processo storico a seconda che si modificano i rapporti tra gli uomini, dando vita, di volta in volta, a delle formazioni sociali diverse che si differenziano l’una dall’altra, che si caratterizzano a seconda del modo come è organizzato questo sforzo collettivo per produrre, per lavorare, per creare.
Nel corso della storia Marx ha individuato diverse formazioni economico-sociali: quella asiatica, quella antica, quella feudale, quella borghese; ma si è, naturalmente, soffermato in modo particolare a studiare quella che gli era contemporanea, cioè la società capitalistica ….” [L. BASSO, La sociologia marxista, sviluppo in Italia e attuali problemi, Roma, Istituto per gli studi di servizio sociale, 1966, 85-104].

4.1 Il lavoro, di conseguenza, come attività conforme ad uno scopo, come costruzione cosciente del futuro, come “progetto collettivo” (Castoriadis), non è altro che la storia, trasformazione della natura ad opera degli uomini e insieme autocreazione degli uomini e della società. La storia, in sintesi, “… non è altro che l’attività dell’uomo che persegue i suoi fini ” [K. MARX, la Sacra famiglia, in Opere, IV, Roma, 1972, 103].
E la ragione di ciò è evidente: “… in quanto ente naturale generico, l’uomo non è geneticamente prefissato a dar luogo a una e una sola forma di oggettivazione sociale… L’ente naturale generico, cioè la Gattungswesen, che costituisce l’uomo come essere inscindibilmente naturale e sociale, permette all’uomo la storicità, che non è soltanto l’infinita produzione di configurazioni storiche e sociologiche diverse, ma è anche il luogo della perdita e del ritrovamento di se stesso…” [C. PREVE, Marx inattuale. Eredità e prospettiva, Torino, 2004, 160]. Da questo punto di vista, gli animali, a differenza degli uomini, non hanno e non fanno “una storia”.

4.2 Quanto sin qui detto ci è servito da collegamento retrospettivo/integrativo con il fine di ribadire e mettere ulteriormente in risalto che, quando si parla di “alienazione”, ciò che quella società “borghese-capitalistica” studiata da Marx ha alienato – attraverso la moderna divisione del lavoro -  è l’essenza umana generica da intendersi come “potenza creatrice”, intervenendo sul lavoro per mercificarlo e, in definitiva, riducendo a merce l’intera vita sociale che nel lavoro trova il suo principio originario. Il tema è stato di recente sviscerato da Bazaar ed Arturo in precedenti post su alienazione e feticismo, con relativa appendice, ai quali integralmente si rinvia.

4.2 Ci basti qui rammentare che gli “effetti estranianti” aventi ad oggetto l’attività lavorativa ed oggigiorno accettati acriticamente come “naturali”, possono così essere sintetizzati:
“… Poiché il lavoro estraniato rende estranea all'uomo 1) la natura e 2) l'uomo stesso, la sua propria funzione attiva, LA SUA ATTIVITÀ VITALE, rende estranea all'uomo la specie; fa della vita della specie un mezzo della vita individuale. In primo luogo il lavoro rende estranea la vita della specie e la vita individuale, in secondo luogo fa di quest'ultima nella sua astrazione uno scopo della prima, ugualmente nella sua forma astratta ed estraniata…” [K. MARX, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., 78].
Se agli uomini viene estraniata la loro “attività vitale”, quanto li caratterizza in senso ontologico, cioè “… la manifestazione della [loro] propria vita”, se, con le parole di Hegel, il loro spirito diviene altro da sé nell’oggettività, poiché lo scopo del loro agire è esterno e soltanto barattabile con una certa quantità di denaro, se l’unica cosa che gli uomini producono per loro è il salario (peraltro, fissato a livelli sempre più infimi), se il loro è in definitiva un lavoro “astratto”, non si può più dire che gli uomini “si appartengono. Per rendere in modo icastico il concetto, possiamo dire con Marx che “… Se il baco da seta dovesse tessere per campare la sua esistenza come bruco, sarebbe un perfetto salariato”.

5. Ora, abbiamo delineato in modo molto sommario la struttura teleologica della categoria reale “lavoro”, ovvero la sua triadicità tra scopo posto, indagine sui mezzi e scopo realizzato. Resta però da definire, come sopra anticipato, qual è lo scopo che conferiscono (o debbano conferire) gli uomini alla loro attività. L’interrogativo non è fine a sé stesso e non costituisce una mera esercitazione speculativa, ma è strettamente collegato all’indagine concreta sul modo in cui, da un certo momento storico in poi, una data comunità (nella fattispecie, quella italiana) ha inteso organizzare in forma giuridica (vincolante) la propria convivenza come società, ossia ha deciso di fare la propria “storia”.
Il fatto che, sull’argomento, l’analisi marxiana – giova dirlo subito – coincida con l’indirizzo fondamentale e necessitato contenuto nella Costituzione italiana, non fa che accrescere i meriti in capo ai nostri Costituenti i quali avevano in mente un concetto di “LIBERTÀ” (perché di questo in fondo si tratta) affatto diversa da quella sbandierata nei secoli dal rozzo liberalismo.

5.1 Possiamo dire che Marx vede lo scopo generale, o più propriamente, questa tendenza generale dell’attività degli uomini, nel LIBERO SVILUPPO DELLA PERSONALITÀ DI TUTTI E DI CIASCUNO, ovvero nella realizzazione della potenzialità (dynamei on, con Aristotele) contenuta nell’essere umano, tanto che non è eccessivo affermare – supportati dalla seguente analisi filologica - che il pieno sviluppo della personalità è il motivo costante di tutta la sua esistenza e della sua opera: “… Un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”, affermava Marx nel Manifesto.

5.2. Nei Grundrisse lo stesso scriveva altresì che “… LA LIBERA individualità, fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale, costituisce il terzo stadio…”, ovvero la società post borghese (post €uropeista e post globalista). Nel Capitale si preannunciava “… una forma superiore di società il cui principio fondamentale sia lo sviluppo pieno e LIBERO di ogni individuo…”, una “… educazione dell’avvenire…per produrre uomini di pieno e armonico sviluppo…”.
Ancora nel Capitale Marx ha sostenuto che “la libertà può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura…eseguono il loro compito… nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più DEGNE DI ESSA. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, CHE È FINE A SÉ STESSO, IL VERO REGNO DELLA LIBERTÀ”.

5.3 Un vero e proprio inno, infine, è contenuto sempre nei Grundrisse, il cui passo è utile riportare:
… una volta cancellata la limitata forma borghese, che cosa è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti delle forze produttive, ecc, degli individui, creata nello scambio universale? Che cosa è se non il pieno sviluppo del dominio dell’uomo sulle forze della natura, sia su quelle della cosiddetta natura, sia su quelle della propria natura? Che cosa è se non L’ESTRINSECAZIONE ASSOLUTA DELLE SUE DOTI CREATIVE, senza altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a sé stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane come tali, non misurate su di un metro già dato?
Nella quale l’uomo non si riproduce in una dimensione determinata, MA PRODUCE LA PROPRIA TOTALITÀ? Dove non cerca di rimanere qualcosa di divenuto, ma è nel movimento assoluto del divenire? Nell’economia politica borghese — nella fase storica di produzione cui essa corrisponde - questa completa estrinsecazione della natura interna dell’uomo si presenta come un completo svuotamento, questa universale oggettivazione come ALIENAZIONE TOTALE, E LA ELIMINAZIONE DI TUTTI GLI SCOPI DETERMINATI UNILATERALI COME SACRIFICIO DELLO SCOPO AUTONOMO a uno scopo completamente esterno”.

5.4 Perciò R. Rosdolsky ha potuto sostenere che il Capitale (come in fondo tutta l’opera di Marx):
… nacque dallo sforzo sia di indagare la struttura interna e le leggi di movimento del modo di produzione capitalistico, sia di fornire la prova della possibilità e necessità del grande “salto quantitativo” destinato a sopprimere “l’autoalienazione” umana e a rendere gli uomini “coscienti ed effettivi padroni della natura, perché e in quanto PADRONI DELLA PROPRIA ORGANIZZAZIONE SOCIALE” (Engels) ” [R. ROSDOLKY, Genesi e struttura del “Capitale” di Marx, Bari, 1971, 478].
Lelio Basso, a chiarimento, aggiungeva che “… quel che interessa principalmente Marx e chiunque voglia camminare sulle sue orme, nello studio di questo processo di disumanizzazione… è IL GIOCO DI PROCESSI SOCIALI E PSICOLOGICI CHE METTONO L’UOMO IN CONDIZIONI DI NON POTER PADRONEGGIARE COSCIENTEMENTE IL PROCESSO LAVORATIVO, perché gli mistificano la coscienza, e gli capovolgono l’immagine della realtà, impedendogli di afferrare i nessi reali, i rapporti umani, la natura effettiva dei processi che gli rimangono misteriosi nel loro contenuto reale, mentre le loro manifestazioni fenomeniche sembrano naturali ma indipendenti dalla sua volontà e pertanto sottratte a qualsiasi possibilità di suo controllo: leggi che dominano la sua vita” [L. BASSO, Socialismo e rivoluzione, cit., 61].

5.5 Per fugare interpretazioni fantasiose e dogmatiche, deve perciò rimarcarsi che lo specifico proposito dell’analisi scientifica di Marx è quello di “… scoprire e spiegare un meccanismo economico e i suoi limiti che perpetuano un rapporto disumano, un rapporto di universale mistificazione, e di indicare i modi che ne consentano il superamento al fine di istituire UN RAPPORTO SOCIALE NUOVO E PIÙ UMANO ” [P. VRANICKI, Storia del marxismo, I, Roma, 1971, 177]. Pertanto, il marxismo, come chiarito da Basso, “… non è una filippica morale contro la società capitalistica…” [L. BASSO, La sociologia marxista, cit.], ma– come abbiamo evidenziato altrove (v. commenti) - “… “lo smascheramento di questa mistificazione ideologica e la dimostrazione del carattere “storico e transitorio” delle strutture e sovrastrutture in genere, e in particolare di quelle del capitalismo per una completa “riumanizzazione” intesa da Basso come “controllo cosciente condotto secondo un piano, la relizzazione del progetto, la finalizzazione della prassi”. Il recupero cosciente e pragmatico dell’essenza umana generica (alienata): solo in questo quadro possono assumere significato espressioni oramai desuete e tuttora incomprese (proprio nell’ambito della nutrita schiera dei “marxisti” della domenica) come “coscienza di classe” e “lotta di classe” nel significato fatto proprio dal pensatore di Treviri.

5.6 Il problema fondamentale, allora, si risolve nel dominio delle forze produttive, nella costruzione libera e cosciente del futuro da parte della collettività umana, nel controllo cosciente dei processi sociali, tanto da farci affermare che “la RIVOLUZIONE esprime … il bisogno radicale di SOTTOMETTERE LE CONDIZIONI DI VITA AL POTERE CONSCIO DELL’UOMO CHE LE AVEVA DETERMINATE” [S. AVINERI, Il pensiero politico e sociale di Marx, Bologna 1972, 189].
Demistificazione ideologica delle strutture e delle sovrastrutture, presa di coscienza della cosificazione dell’essere umano e della sua potenza creativa, riappropriazione di sé, pieno sviluppo della personalità dell’uomo: ecco la sequenza che porta al “REGNO DELLA LIBERTÀ”. E, si badi, in sintonia con il pensiero di Federico Caffè, questa “… non è semplicemente una visione di abbondanza economica o di sicurezza sociale…Alla fine della sua vita, attraverso il “sudiciume economico” in cui sguazzò così coscienziosamente e malvolentieri, Marx rimase il filosofo, l’apostolo e il predicatore della libertà … Dominare la natura e vincere l’alienazione umana, in questi traguardi vi è la chiave della libertà dell’uomo” [E. KAMENKA, L’umanesimo marxista e la crisi dell’etica socialista, in E. FROMM, L’umanesimo socialista, Milano, 1975, 141-143].

6. Basterà brevemente aggiungere a questo punto che il significato del termine “libertà” sopra delineato è del tutto antitetico rispetto a quello che ha sempre avuto ed ha per i “liberali”, ove esso – per tutti, da Locke ad Hayek, passando per i loro attuali epigoni €uro-globalisti – si identifica esclusivamente con la libertà dei proprietari (quindi di una ristretta oligarchia) e con la corrispondente sfera di attività riconosciuta all’individuo, come tale inviolabile da parte dello Stato il quale, in quella sfera di attività, deve intromettersi il meno possibile (c.d. libertà negativa, quindi associata ad un regime autoritario” che “si connota come Stato minimo monoclasse, cfr p. 2).

6.2 La libertà in senso socialista corrisponde, al contrario, alla “partecipazione cosciente e libera al dominio collettivo sul processo di costruzione del futuro comune, in una società necessariamente libera dal dominio di classe ” [L. BASSO, Socialismo e rivoluzione, cit., 98] e, quindi, in senso stretto alla libertà in senso costituzionale così come consacrata nel principio fondamentale di cui all’art. 3, comma II, Cost.: “… La libertà non è data dal fatto che la collettività non si interessi di me e mi lasci fare. La libertà è che io possa vivere nella collettività esplicando il massimo della mia personalità. È una concezione completamente diversa che porta a tutta una serie di conseguenze anche in sede pratica, politica, legislativa circa la posizione dell’uomo nel mondo e risponde, a mio parere, a una visione più profonda dell’uomo” [L. BASSO, La sociologia marxista, cit.].

6.3 E la “Libertà” come tutela del diritto eguale di tutti all’affermazione della propria personalità (cioè l’esigenza del socialismo come della nostra Costituzione) implica “… innanzi tutto la libertà dalla miseria, la libertà dall’ignoranza, la libertà dallo sfruttamento altrui, in una parola il godimento delle massime condizioni di benessere materiale e spirituale compatibili con la possibilità di un analogo godimento da parte degli altri...”, ovvero l’uguaglianza sostanziale che “non consiste nell’essere tutti simili
Al contrario.
L’eguaglianza per tutti gli uomini è di avere ciascuno a propria disposizione tutte le cose che essi possono desiderare per svilupparsi. Ciascuno ne profitterà secondo la sua propria misura. L’eguaglianza sarà realizzata il giorno in cui nessuno sarà più limitato nei suoi bisogni di espansione. Quel giorno, con l’eguaglianza, vi sarà del pari la libertà, poiché ciascuno sarà invitato ad essere liberamente tutto ciò che vuole, tutto ciò che può essere… [L. BASSO, Socialismo e libertà, in Esperienze e studi socialisti. Scritti in onore di Guido Mondolfo, Firenze, 1957, 137-144].

7. Una Libertà, quella costituzionale, la cui realizzazione - come sanno i lettori del blog - è palesemente disattesa e frustrata da decenni inseguendo il sogno della pac€, tanto da far affermare con toni amari a Lelio Basso già negli anni ’70 (e non a caso)
… Noi abbiamo scritto - in modo particolare io, che fui relatore all’Assemblea Costituente sulla prima parte della Costituzione - un articolo 3, secondo il quale ogni lavoratore deve diventare partecipe cosciente e responsabile della gestione della vita collettiva. Io sapevo però che scrivevamo una cosa che non era vera, e il fatto di averla inserita nella Costituzione italiana porta a dire che la nostra Costituzione è basata essenzialmente su una menzogna, in quanto afferma che l’Italia è un paese democratico, mentre non lo è, perché non consente che si realizzino le condizioni all’uomo necessarie, PERCHÉ CIOÈ NON DÀ AGLI UOMINI LA POSSIBILITÀ DI ESSERE COSCIENTI E RESPONSABILI, perché ripeto, lascia sopravvivere un sistema che sottopone gli uomini a questi poteri impersonali e lontani, potremmo ormai dire kafkiani…” [L. BASSO, Intervento in Il marxismo come strumento di autoliberazione delle masse (Roma 31 maggio 1972), in “Idoc Internazionale”, 15 giugno-1 luglio 1972, n. 12/13, 50-54];
8. Da tutto quanto detto sin qui alla comprensione profonda del perché Basso fosse così geloso della sovranità popolare (almeno quanto dovrebbe esserlo tutto il Popolo italiano) il passo è veramente breve: rivendicare la sovranità (art. 1 Cost.) significa rivendicare quella “Libertà”, cioè quella possibilità per tutti i cittadini e ciascuno di “esplicare il massimo della propria personalità” partecipando in modo “cosciente e responsabile alla gestione della vita collettiva”. 
Questa è quella che noi definiamo (e che è affermata dalla Costituzione) “DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE”, una democrazia nella quale non ci sia opposizione individuo-collettività (come nelle farneticazioni dei liberali), ma nella quale vi sia una compresenza, una compenetrazione, un rapporto dialettico permanente, una democrazia che permetta di dire finalmente, con Piero Calamandrei, che “Lo Stato siamo noi”.

9. Orbene, è certamente vero, a questo punto, che il libero sviluppo delle forze umane, secondo i principi richiamati, è una tendenza immanente alla storia, e ne costituisce una spinta interna che deve continuamente vincere gli ostacoli rinascenti che lo stesso processo storico oppone sotto forma di disumanizzazione; ma è altresì vero – come opportunamente avvertito da Quarantotto – che esso:
“… rimane comunque un esito che dipende da una conquista necessaria: quella coscienziale, storica, sì, ma da questa base inevitabile, diretta a una riflessione trascendente” (qui nei commenti). 
In quella sede, difatti, veniva ricordato come Basso evidenziasse che l’idea di libertà “sia alcunché di interiore all’uomo” e che la coscienza umana sia la sola fonte …”, configurandosi in fondo la vera libertà come una “esigenza spirituale”. Affermazioni apparentemente scandalose, queste, che farebbero di sicuro strabuzzare gli occhi dei “liberali” con il loro individualismo metodologico e con il loro ordine spontaneo, sempre pronti ad etichettare i citati principi marxiani (e costituzionali) ora come “realismo ingenuo” e “storicismo”, ora come “scientismo positivista” [si veda in tal senso HAYEK in L’abuso della ragione, Roma 2008], perennemente incapaci - nella loro innata (ed interessata) superficialità – di distinguere tra metodo e merito.

9.1 Su quest’ultimo punto bisogna fare chiarezza. Come sotenuto da Lukàcs “… il marxismo non significa una accettazione acritica dei risultati della ricerca marxiana, non significa un “atto di fede” in questa o in quella tesi di Marx, e neppure l’esegesi di un libro “sacro”
Per ciò che concerne il marxismo, l’ortodossia si riferisce esclusivamente al METODO. Essa è la convinzione scientifica che nel marxismo dialettico si sia scoperto il corretto metodo della ricerca”, metodo che ci proibisce di guardare i fatti frazionati, atomizzati, non connessi in una totalità; “… solo operando questa connessione, nella quale i fatti singoli della vita sociale vengono integrati in una totalità come momenti dello sviluppo storico, diventa possibile una conoscenza dei fatti come conoscenza della realtà…come processo unitario” [G. LUKÀCS, Storia e coscienza di classe, Milano, 1967, 1-12].

9.2 Il “merito”, e quindi “la direzione” cui sopra si è fatto riferimento, è invece tutt’altra faccenda e lo si ricava ancora in modo inequivocabile dalle parole di Basso:
“… Ov’è dunque la vera realtà del socialismo? Forse nelle previsioni scientifiche del suo ineluttabile trionfo? Forse nelle leggi dell’immiserimento crescente, del concentramento crescente e via discorrendo? Ovvero nella vivacità, che pur dura, dei contrasti economici? O piuttosto nella fatalità del progresso che mena diritto alla realizzazione dell’assoluta Eguaglianza, della perfetta Giustizia? Nulla di tutto questo. La realtà del socialismo è NELLA COSCIENZA dei proletari che sentano nell’interiorità propria l’antitesi fondamentale che divide la società e in cui oggi s’incarna l’immanente tragicità della storia, ed abbiano la volontà di superare quest’antitesi per salire più in alto. Ora questa volontà è un atto di fede, è la religiosità del socialismo
...il socialismo è coscienza dell’antitesi che lacera la società presente e volontà di superarla. E NULLA PIÙ. Solo se inteso così, il socialismo cesserà di essere, come presso gli utopisti, una bella idea di filantropi che vogliono aiutare i poveri, ma diverrà sforzo di proletari che si aiutano da sé; solo se inteso così il socialismo potrà sbugiardare la sfrontata ipocrisia della beneficenza borghese e proclamare che la prima conquista morale è la conquista della dignità umana; solo se inteso così, il socialismo potrà essere strumento di ELEVAZIONE SPIRITUALE delle masse che trovò bestie e farà degli uomini, in quanto li animerà dell’alito divino della fede” [L. BASSO, Socialismo e idealismo, in Quarto Stato, 10 aprile 1926, n. 3, 3].

9.3 Ma in che cosa consiste quest’afflato religioso, questo “alito divino della fede” e questa “elevazione spirituale” in bocca ad un marxista? 
Un Lelio Basso sicuramente inedito ce lo spiega:
… se la storia ha da essere dialettica, questa realizzazione dello spirito divino altrimenti non saprebbe concepirsi se non come vittoria su Satana. E perciò direi io che l’elemento satanico è sempre immanente alla storia; è in fondo la nostra natura stessa, in quanto natura di essere limitati, finiti, legati quindi al particolare e al transeunte, e che pure è tratta a porsi sempre come assolutezza, eternità, necessità. Epperò la storia dovrebbe intendersi - questo è, per me, il grande insegnamento di Marx - come continuo sforzo di redenzione da tale elemento diabolico insito in noi, ch’è poi il peccato originale; e questa volontà di superare sé stessi è l’elemento divino, che pure è in noi, immanente anch’esso come trascendenza
...la storia è la sintesi di questo eterno conflitto, conflitto che si risolve tuttavia colla progressiva sconfitta dell’elemento satanico, cioè col continuo superamento di tutto che v’ha di accidentale, imperfetto, erroneo, contraddittorio, ad opera della volontà divina, della volontà che noi abbiamo di conquistarci una più alta realtà
E appunto per questo, ben può dirsi che la storia sia, in ultima analisi, progressiva realizzazione della volontà divina: realizzazione che non potrebbe essere mai compiuta se non a patto di uccidere Satana, cioè di porre un termine alla storia, che è la sola e vera realtà…” [L. BASSO, La polemica sull’idealismo. Primo bilancio, in Quarto Stato, 24 luglio 1926, n. 18, 3].

10. Si può essere o meno d’accordo con la “direzione trascendente” propostaci da Basso così come ognuno può vestire quella “direzione trascendente” con l’abito che più gli aggrada. 
Ciò che invece dev’essere definitivamente fugata è la rozza identificazione tra principi socialisti e materialismo “volgare” (così sempre Lukàcs). 
In tal senso, anzi, possiamo asserire che è proprio “il materialismo la tipica filosofia borghese. È strano come tutti coloro che strepitano contro l’idealismo reazionario non si siano accorti che il materialismo è la espressione quintessenziale della Weltanschaunung borghese
Lo stesso Marx definiva la filosofia borghese come la più alta forma del materialismo e ci teneva a distinguere ben chiaramente la sua concezione sociale e storicistica - che è la negazione in termini del materialismo - da questa filosofia borghese…” [L. BASSO, La polemica sull’idealismo. Primo bilancio, cit.].

10.1. E allora è il caso di lasciare proprio a Marx l’ultima parola a conclusione di questa esposizione. 
Nei Dibattiti sulla legge contro i furti di legna, lo stesso, nell’esporre lo scarto esistente tra diritto consuetudinario e rigore freddo della legge nella realtà tedesca dell’epoca, ne tratteggiava il nucleo essenziale nella difesa della proprietà e degli interessi privati, a fronte dell’immiserimento della popolazione inscritto in quello che definiva come “abbietto materialismo”:
Questo materialismo abbietto, questo peccato contro lo spirito santo dei popoli e della umanità è una conseguenza immediata di quella dottrina che la Prussiana gazzetta di Stato predica al legislatore: per una legge sulla legna pensare solo alla legna e alla foresta e non sciogliere i singoli problemi materiali politicamente, cioè non in relazione all'intero senso morale dello Stato…”.
Invano si cercherebbe nell’”abbietto materialismo dei “liberali” (e nella “economia classica che è intimamente legata ad esso”, così G. LUKÀCS, Storia e coscienza di classe, cit., 5] una “direzione” che non coincida in tutto con l’estraniarsi degli uomini nelle cose, così “… da comportarsi, di fronte ai loro prodotti, in modo da perdere il controllo dei loro reciproci rapporti, per cui questi li rendono autonomi di fronte ad essi e la potenza della loro vita acquista la supremazia su di essi…” [K. MARX – F. ENGELS, Ideologia tedesca, cit.]. Ma questa, d’altronde, è da sempre la “loro” libertà.
(P.S.: Auguro a tutti delle serene vacanze. Soprattutto … a chi in vacanza non andrà…)