lunedì 28 luglio 2014

ART.11 COST. E ADESIONE ALL'UE. COSA DICE VERAMENTE LA COSTITUZIONE (i costituenti non avrebbero mai immaginato...)


Probabilmente non servirà a smuovere la coscienze alterate dei propugnatori del "sogno" €uropeo. Probabilmente non riuscirà ad evitare che, quando si parla di UE e euro (che nell'immaginario politico-mediatico attuale sono tutt'uno, senza che sia consentita alcuna possibile precisazione o riflessione),  si continui a straparlare di "cessioni" di sovranità.
Tuttavia, almeno per i lettori di questo blog, ho scelto di riportarvi un intervento tratto dai lavori dell'Assemblea Costituente che testimonia cosa si volesse inequivocabilmente affermare e disciplinare con l'art.11 della Costituzione.
Si tratta dell'intervento dell'on.Ruini, presidente della Commissione per la Costituzione e successivamente del Comitato di redazione. 
Un intervento quindi altamente significativo e dotato di forza autenticatrice dell'intenzione condivisa del Costituente, pur non esaurendo l'intera gamma delle riflessioni che furono svolte nel formulare e votare l'art.11.
In quella sede, quest'ultimo coincideva originariamente con l'art.4, che invece sarebbe divenuto la sedes materiae del diritto al lavoro, legando misteriosamente tale numerazione a ciò che l'Unione Europea avrebbe, nella sua realtà storica attuale, comunque negato: e intendiamo sia il legame che vedremo scolpito tra limitazioni della sovranità e perseguimento della pace in condizioni di "eguaglianza e reciprocità", sia la dignità del diritto al lavoro come impegno programmatico indeclinabile, anzi prioritario su ogni altro, del plesso governo-parlamento prefigurato in Costituzione.

Presidente della Commissione per la Costituzione. Debbo far notare come anche qui aleggia nell'Aula su tutti noi un'ispirazione comune, un'esigenza da tutti sentita di condannare la guerra e di tendere ad una organizzazione internazionale.
Questo è il punto comune. Le altre diventano piuttosto questioni di formulazione tecnica. Ho discusso amichevolmente con l'onorevole Zagari, alla ricerca non di un compromesso, ma di un'espressione migliore e più completa. Speravo di esservi riuscito; ma se è difficile mettersi d'accordo, per esprimere un sentimento comune, a 75 membri della Commissione, immaginate come è più difficile mettere d'accordo 550 persone. È quasi impossibile improvvisare definizioni tecniche precise, ed esatte, in un dibattito che pur rivela tanta competenza e tanto appassionamento.
Dirò le ragioni per cui la Commissione stamani ha ritenuto di accogliere alcuni degli emendamenti presentati e di fonderli nel suo testo; che era in origine: «L'Italia rinunzia alla guerra come strumento di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli e consente...». Risuonava qui come un grido di rivolta e di condanna del modo in cui si era intesa la guerra nel fosco periodo dal quale siamo usciti: come guerra sciagurata di conquista e di offesa alla libertà degli altri popoli. Ecco il sentimento che ci ha animati. Ma è giusta l'osservazione fatta anche dall'onorevole Nitti che però sembra esagerato e grottesco parlare, nelle nostre condizioni, di guerra di conquista. È meglio trovare un'altra espressione.
Si tratta anzitutto di scegliere fra alcuni verbi: rinunzia, ripudia, condanna, che si affacciano nei vari emendamenti. La Commissione, ha ritenuto che, mentre «condanna» ha un valore etico più che politico-giuridico, e «rinunzia» presuppone, in certo modo, la rinunzia ad un bene, ad un diritto, il diritto della guerra (che vogliamo appunto contestare), la parola «ripudia», se può apparire per alcuni richiami non pienamente felice, ha un significato intermedio, ha un accento energico ed implica così la condanna come la rinuncia alla guerra.
Dopo i verbi, veniamo ai sostantivi. Si è, in alcuni emendamenti, negata la guerra, come strumento di politica nazionale e di risoluzione delle controversie internazionali. Sono formule corrette, a cui ricorrono documenti ed atti internazionali, come il patto Kellogg, che, ahimè, dovrebbe essere ancora in vigore!  
Non ci dobbiamo comunque dimenticare che la Costituzione si rivolge direttamente al popolo: e deve essere capita. Parlare di «politica nazionale» non avrebbe un senso chiaro e determinato. Da accettare invece, perché definitiva, la negazione della guerra «come risoluzione delle controversie internazionali»
Potrebbe bastare; ma si è posto uno scrupolo: se non sia opportuno richiamare anche quel termine di negazione della guerra «come strumento di offesa alla libertà altrui» che ha una ragion d'essere, una accentuazione speciale che può restare a sé di fronte agli altri mezzi di risoluzione delle controversie internazionali. Ecco perché la Commissione propone: «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e di risoluzione delle controversie internazionali».
Veniamo alla seconda parte.
Accettiamo, invece di «reciprocità» e «uguaglianza», l'espressione «in condizione di parità con gli altri Stati». 
Non avremmo nessuna difficoltà ad accogliere la proposta Zagari: «favorisce la creazione e lo sviluppo di organizzazioni internazionali». Ma qualcuno ha chiesto: di quali organizzazioni internazionali si tratta? 
Non si può prescindere dalla indicazione dello scopo. Vi possono essere organizzazioni internazionali contrarie alla giustizia ed alla pace. L'onorevole Zagari ha ragione nel sottolineare che non basta limitare la sovranità nazionale; occorre promuovere, favorire l'ordinamento comune a cui aspira la nuova internazionale dei popoli
Ma l'attività positiva diretta a tale scopo è certamente implicita anche nella nostra formulazione: che dovrebbe essere (e non è facile qui su due piedi) tutta rimaneggiata, col rischio di perdere l'equilibrio faticosamente raggiunto di un bell'articolo.
La questione sollevata dall'onorevole Bastianetto, perché si accenni all'unità europea, non è stata esaminata dalla Commissione. Però, raccogliendo alcune impressioni, ho compreso che non potrebbe avere l'unanimità dei voti. 
L'aspirazione alla unità europea è un principio italianissimo; pensatori italiani hanno messo in luce che l'Europa è per noi una seconda Patria. È parso però che, anche in questo momento storico, un ordinamento internazionale può e deve andare anche oltre i confini d'Europa. Limitarsi a tali confini non è opportuno di fronte ad altri continenti, come l'America, che desiderano di partecipare all'organizzazione internazionale.
Credo che, se noi vogliamo raggiungere la concordia, possiamo fermarci al testo della Commissione, che, mentre non esclude la formazione di più stretti rapporti nell'ambito europeo, non ne fa un limite ed apre tutte le vie ad organizzare la pace e la giustizia fra tutti i popoli."

Dal discorso, corredato dalla "consueta" enfasi del neretto, emergono alcuni dati essenziali che ci guidano a comprendere la legittimità costituzionale dell'adesione a qualunque organizzazione internazionale:
a) che la questione della unione o federazione europea, contrariamente a quanto si lamenta oggi, senza indagare correttamente su quello che i Costituenti espressamente vollero, fu considerata e scartata. Altri interventi furono fatti nel senso di inserire esplicitamente l'Europa come riferimento dell'art.11, ma, con esplicite argomentazioni e votazioni, fu stabilito di non inserirla. Vi ho linkato a titolo di esempio alcuni di queste discussioni emendative non approvate;

b) la questione delle (mere) limitazioni di sovranità era esclusivamente ed essenzialmente connessa alla promozione della pace e della giustizia tra i popoli, tanto che ci si pose il problema di evitare che potesse connettersi, la (mera) limitazione della sovranità, ad organizzazioni internazionali che non avessero come "scopo" caratterizzante tale giustificazione pacifista
E certamente l'Unione economica e, ancor più, monetaria europea, - priva di ogni riferimento al perseguimento della pace e della giustizia tra le Nazioni, e giuridicamente cresciuta e stratificata come insieme di regole caratterizzate dall'instaurazione di un libero mercato fortemente competitivo che privilegia la stabilità dei prezzi e la piena occupazione ad essa connessa, cioè unicamente in quanto compatibile con tale stabilità, instaurando la competizione mercantilista tra gli Stati coinvolti,-  non ha nulla a che vedere con un'organizzazione che svolge la promozione della pace sia all'interno dei partecipanti sia, collettivamente, verso l'esterno (come si constata tragicamente dalle vicende attuali dell'Est europeo);

c) che la "cessione" anzicchè la (mera) limitazione della sovranità fosse quanto si voleva escludere, viene confermato dal legame funzionale indissolubile con lo scopo della pace: fuori da esso, neppure la "limitazione" della sovranità ha ingresso nella sfera di liceità costituzionale
E dunque, l'Unione europea è in sè, con i suoi ingombranti, e non ignorabili, caratteri essenziali, un'organizzazione cui sarebbe stato lecito aderire se e solo se non avesse comportato alcuna compressione della sovranità democratica nazionale, neppure una limitazione, figuriamoci una costituzionalmente inammissbile cessione. La limitazione è solo ripetiamo (non basta mai) giustificabile con lo scopo dell'azione di promozione della pace, intesa come cooperazione che esclude la guerra, ogni forma di ostilità permanente (che è il viatico per la guerra) e l'ingiustizia;

d) a ciò va aggiunto che, anche nel caso in cui questo scopo, -poi riconosciuto storicamente e giuridicamente solo nelle Nazioni Unite- entrasse in gioco come caratterizzazione esclusiva giustificatrice, esso avrebbe giustificato la limitazione "funzionale" (cioè soggetta al principio rebus sic stantibus, valida quindi solo nella misura e per il tempo in cui l'organizzazione cui si aderisse perseguisse effettivamente la pace) soltanto a CONDIZIONI DI PARITA' con gli altri Stati;

e) questa formula è il riassunto delle condizioni, in precedenza proposte all'interno dell'art.11, della reciprocità (tipica del diritto internazionale) e della eguaglianza: condizioni certamente non rispettate allorchè, com'è noto, si impose con il Trattato di Maastricht, il criterio di convergenza del debito pubblico e del connesso indebitamento (deficit), considerando che, come ben sapevano i negoziatori italiani, il costo del debito pubblico italiano, agli inizi degli anni '90, era oltre il triplo di quello sostenuto dai principali partner del trattato, cioè Francia e Germania, che già allora e poi costantemente non superava il 3% del rispettivo PIL (v.qui fig.3, pag.18), ponendo così a carico dell'Italia un obbligo limitativo della sovranità non solo, in sè, completamente estraneo al perseguimento della pace, - la quale non costituì in alcun modo un problema presupposto e giustificativo dell'ordinamento monetario e fiscale di Maastricht-, ma manifestamente e clamorosamente disparitario nonchè lesivo del perseguimento degli obblighi programmatici costituzionali relativi ai fondamentali;
f) da allora, infatti, mentre la "pace" nelle relazioni internazionali è passata per tutt'altra via che non la Unione europea (ad attestarlo ci sono la partecipazione italiana e, comunque degli stati europei, a tutte le numerose guerre che hanno avuto come teatro i balcani e il medio-oriente, tutte connesse all'iniziativa Nato e, talora, delle Nazioni Unite), la pace interna all'Europa degli stessi stati-membri dell'Unione, non ha fatto alcun progresso, essendo invece fortemente peggiorate le relazioni di stima e cooperazione, ormai praticamente inesistenti, essendo piuttosto tali rapporti caratterizzati dalla forzatura di regole (proprie di tale organizzazione limitatrice della sovranità) improntate alla competizione commericiale reciproca ed alla imposizione di politiche fiscali ed economiche interne, operate nell'interesse degli Stati-membri creditori, che hanno dato luogo a sprezzanti rapporti gerarchizzati che sono l'esatto contrario della pace e della giustizia fra le Nazioni.

Questa la pace e la giustizia tra le Nazioni dell'eurozona. Come si può collegare questo alla volontà espressa nella nostra Carta Costituzionale?
Semplicemente non si può.


Figura 2






realf.09


domenica 27 luglio 2014

MASSE E POTERE. E LEGGI DELLA DINAMICA DI NEWTON



Voglio molto bbbene a Bazaar e se, con questo post, enfatizzo una mia puntualizzazione sul suo pensiero, non è per un disaccordo di sostanza (dal punto di vista cognitivo-critico è un interlocutore privilegiato), ma per via del mio approccio anti-intellettuale. 
Magari questa affermazione per alcuni risulterà un po' paradossale, data la conclamata complessità e oscurità del mio pensiero, ma rimango lo stesso estremamente scettico sull'attitudine intellettuale, intesa come attività cui sarebbe dedita una classe di soggetti "padroni" (o autoproclamatisi tali) degli strumenti dell'analisi cognitiva dei fatti "complessi", ad avere capacità correttiva degli assetti di potere.
Non che non abbia fiducia nella potenzialità de-costruttiva - a livello individuale di consapevolezza- del pensiero rispetto alla "descrizione del mondo" su cui, storicamente, si verifica quello che è chiamato il "consenso" (percettivo): il mio dubbio riguarda la capacità di propagazione di questa capacità de-costruttiva, cioè la sua potenzialità a innescare un processo sostitutivo del "consenso" al di fuori della cooperazione di coloro che condividono la communis opinio.  
E' un fatto energetico: il "consenso" è equiparabile, in termini di percezione della realtà, al moto rettilineo uniforme o allo stato di quiete di cui parlano le leggi della dinamica di Galileo e Newton.

Il problema si pone sulla influenza decisiva o meno dei media nel determinare l'opinione di massa. Che come abbiamo visto qui, non è più, in tempi di riduzionismo pop a conduzione tecnocratica, una opinione pubblica risultante dalla sintesi di una dialettica articolata su basi più o meno consapevoli (in quanto "informate" e, prima ancora, "formate", ammesso che ciò si sia mai verificato: ma questo è un problema storico-economico che, per il momento, tralasceremo).
Di questo problema qui abbiamo parlato tante volte, anche sotto la categoria della "questione mediatica" e...connessi fattoidi.
Vi riporto i termini del dialogo (allo stato) tra me e Bazaar.

"Non credo che la stampa sia un problema: né tantomeno "Il problema".

Il lavoro che stiamo instancabilmente facendo insieme è risalire all'incipit, all'arché di quel processo culturale per cui, in un circolo vizioso, qualsiasi sociopatico che abbia il suo tiramento possa imporre la propria personale distopia come ordinamento globale.

Da umanista ed eternamente grato ad Heisenberg per averci dialetticamente salvato dai "deterministi antiumani", non posso accettare quel fatalismo "a-karmico" percui la Storia proceda indipendentemente dai suoi attori. (Caro Mattia, su questo punto non mi trovi proprio d'accordo).

Chi crede nell'Uomo crede nel libero arbitrio ma anche nella potenza del suo pensiero.

La cultura è un fattore squisitamente esogeno solo per chi non la influenza: un potente impianto valoriale ed ideologico trova la sua diffusione indipendentemente dalla struttura del sistema di potere dominante.

Se le crisi economiche sono conseguenza di crisi politiche e queste sono l'effetto di crisi culturali, è dirimente produrre cultura, cominciando a fare "ecologia epistemologica" di quella già prodotta prima che gli inetti, falliti
indegni intellettuali "conformati al nostro secolo" inquini irrimediabilmente i pozzi.

(un caro ricordo a Preve)"

Questa la mia risposta (arricchita in queste sede con qualche link ulteriore):

"Se le crisi economiche sono conseguenza di crisi politiche e queste sono l'effetto di crisi culturali,": già questa premessa sillogica è un pochino...determinista.  
Ma poi "produrre cultura" orientata a correggere quella (a livello di fondamenti, cioè epistemologica), prodotta dagli intellettuali "conformati del nostro secolo", è aspirazione certamente degna ma, messa in questi termini intenzionali di autolegittimazione, soffre di "titanismo".
Sul piano intellettuale-culturale si può arrivare a grandi formulazioni critiche, lampanti e decisive, eppure rimanere insignificanti in termini di "conformità", cioè di cultura connessa (se non coincidente) con la opinione pubblica, che è poi il livello politico della cultura.

Il problema allora diventa: come combatti il riduzionismo pop, che è il vettore e l'essenza dell'effetto culturale che si vuole correggere?

Gli intellettuali "conformati" forse sono criticamente "inetti", ma sicuramente non lo sono coloro che, a monte, ne decidono rilevanza e finanziamento.
E questi "coloro", ancorchè identificati, non possono essere scalzati "criticamente", semplicemente perchè hanno il controllo economico (finanziario) dei meccanismi di trasmissione di massa della stessa cultura. Cioè riduzionistica pop (batteriologica). Che è poi quella neo-liberista e, in sintesi fenomenologica, antidemocratica. Che ha, appunto, creato un "batterio" nel proprio laboratorio strategico-mediatico per il quale non si conosce, ancora, un efficace vaccino

Ma un'informazione democratica, capace di resistere al pop, nasce da un fattore di decisivo controllo politico: lo stesso di cui parla Kalecky (rispetto all'intervento economico dello Stato fuori dal diretto impegno industriale-produttivo), proiettato sull'azione statale di istruzione
http://orizzonte48.blogspot.it/2014/01/lautoinganno-del-tecnicismo-pop.html
http://orizzonte48.blogspot.it/2013/06/istruzione-opinione-pubblica-e.html

In estrema sintesi: le "risorse culturali" vivono su una massa critica - in un senso o nell'altro- e questa è direttamente proporzionale al consolidamento di un assetto di potere dotato di effettività prima culturale e poi giuridica. E l'effettività è controllo dei mezzi di formazione-informazione di "massa
".

Il dibattito, peraltro, è del tutto aperto: non chiedo di meglio di poter superare i problemi che la realtà ci mostra sempre più drammaticamente come (quasi) insolubili.

venerdì 25 luglio 2014

REFERENDUM, RIFORME, DEMOCRAZIA COME METODO E DISSOLVIMENTO DELLA SOSTANZA

 Immagine 3

Insomma, la risposta all'ostruzionismo immaginata in queste ore da Renzi sarebbe la sottoposizione del d.d.l. costituzionale a referendum (cioè in ogni caso, anche laddove le votazioni favorevoli raggiungessero il quorum dei 2/3)
Ovviamente nella certezza di vincerlo.
L'opposizione sarebbe stroncata sul suo stesso campo. E, a rigore, avrebbe ragione.
Ma questo non sanerebbe la situazione. Certo, l'operatività della riforma costituzionale, asseverata da referendum,  "supererebbe" la situazione: ma non è la stessa cosa. 
Una riforma costituzionale tesa a incidere sui meccanismi della forma di governo ma che, nella sostanza, trasforma la forma di Stato da Repubblica fondata sul lavoro e a sovranità nazionale, in Repubblica fondata sulla normativa €uropea - e quindi sulla stabilità dei prezzi, sulla valuta unica e sulla trasformazione perenne del mercato del lavoro in campo di azione correttiva per il mantenimento dei primi due "valori supremi"- esigerebbe ben altro che un referendum. 
Esigerebbe l'integrale ed inequivoca manifestazione dei suoi riflessi nei precisi termini ora esposti e la conseguente accettazione dei suddetti neo-valori supremi con la contemporanea espressa rinuncia ai valori fondamentali dell'attuale Costituzione, in base ad un consapevole momento di scelta di ciascun elettore. 
Sarebbe cioè realizzabile solo in base ad un processo Costituente che riscriva esplicitamente i principi fondamentali (quantomeno gli artt.1-12) della stessa Costituzione, adeguandoli a tali nuovi valori, in modo che non ci siano più ipocrisie e verità mediaticamente nascoste e i cittadini italiani non coltivassero più illusioni sulla titolarità nazionale, cioè del popolo italiano, della sovranità, abolita così anche nella forma.


Intendiamoci, il referendum concepito dal vertice dell'attuale governo potrebbe benissimo passare: basterebbe rammentare che i "nuovi valori", in questo contesto politico-mediatico così saldamente omogeneo, sarebbero nell'immediato ancora celati e, piuttosto, si tratterebbe di un referendum brutalmente proposto sugli antecedenti propagandistici di quegli stessi valori, cioè quelle parole d'ordine che li hanno resi finora accettabili nei loro effetti applicativi, e che li hanno dissimulati garantendo un diffuso consenso. 
Ci riferiamo agli slogan che identificano le riforme, - per quanto in modo irrazionale e non certo dimostrabile- con i seguenti obiettivi "contro":
- il debito pubblico (riflesso della spesa pubblica "brutta" e curabile, in tesi, col pareggio di bilancio, che solo le riforme consentirebbero di raggiungere senza resistenze della...casta).

Dunque, un referendum del genere potrebbe pure essere agevolmente vinto.
Ma qui ritorniamo al punto di partenza: basterebbe questo a sanare l'abrogazione dei principi fondamentali della Costituzione che, per giurisprudenza della Corte costituzionale, non possono essere oggetto di revisione, neanche cioè rispettando la procedura dell'art.138 Cost., in quanto incorporati nel caratterizzare la "forma repubblicana" che costituisce il limite invalicabile delle stesse lecite modifiche costituzionali?

Insomma, per dire, se la grancassa mediatica, - che appoggia istericamente, e senza più neppure badare alla minima attendibilità dei ragionamenti che in questi giorni svolge a sostegno della riforma "ad ogni costo"-,  riuscisse a condizionare l'esito del referendum, il M5S sarebbe realmente sconfitto
Non sarebbero piuttosto sconfitte la democrazia costituzionale e la sovranità democratica, avendosi cioè un risultato che, rispettando la stessa Costituzione, non sarebbe per definizione possibile, ovvero "lecito" (cioè conforme alla legalità suprema dell'ordinamento giuridico)?

Ebbene questa serie di interrogativi paradossali (ma non troppo), dovrebbe essere ben chiara alle opposizioni. 
Perchè dal saper rispondere correttamente dipende la stessa loro sopravvivenza come soggetti politici che possano in qualche modo svolgere ancora una funzione all'interno del quadro democratico che, in Italia, è bene rammentarlo, E' SOLO QUELLO GARANTITO DALL'ATTUALE COSTITUZIONE.
Finita la vigenza-effettività di questo quadro, nessun ostacolo verrebbe più frapposto a considerare le stesse opposizioni attuali come contrarie "al bene supremo dello Stato", qualunque esso sia, poichè, venuti meno i valori fondanti della democrazia necessitata del lavoro e dei diritti sociali, l'identificazione di ciò che è legittimo e lecito sarebbe compiuta solo sul piano ideologico dei valori divenuti prevalenti.

E questi "neo-valori", cioè la moneta unica, la stabilità dei prezzi, il lavoro-merce, la forte competizione (tra Stati, denominata "competitività" sui mercati, cioè mercantilismo), sono direttamente quelli imposti dall'Unione europea. Quindi da un super diritto che esplicitamente richiama la sua assoluta superiorità "tecnocratica", giustificando con ciò la immediata attuazione delle sue decisioni istituzionalizzate, al di fuori di qualsiasi discussione e vaglio dei parlamenti nazionali, assunti come appendici esitanti e inefficienti di una obsoleta e disfunzionale politica del "consenso".

Senonchè questa, in definitiva, è la logica irreversibile del referendum giocato sulle note dell'ordoliberismo, cioè del liberismo che progressivamente svuota le istituzioni democratiche fino a sostituirle , grazie ad una macchina mediatica inarrestabile, con gli slogan di cui sopra, autosufficienti e onnipossenti nel plasmare ogni possibile visione del mondo dei "governati" (dalla tecnocrazia).

Ma se questa è la logica, - ad esiti predeterminati dal presupposto ed innegabile controllo mediatico-, del refendum sulle riforme costituzionali, questa stessa logica, non potendosene negare l'attualità e la inesorabilità, si applica AD OGNI POSSIBILE REFERENDUM: il che naturalmente include anche quello, propositivo, consultivo e in qualunque altra forma sia possibile escogitare, sullo stesso euro.
Se il suo esito (non certo sorprendente) fosse di rinnovata accettazione da parte del corpo elettorale, chiedo agli amici del M5S, ciò sanerebbe la contrarietà della moneta unica ai principi fondamentali della Costituzione (artt. 1, 3, 4, 47 Cost. solo per citarne i principali)?
Se si è compreso cosa significhi nella sostanza dell'assetto socio-economico la valuta unica, la risposta non potrebbe essere che: NO, NO, MILLE VOLTE NO.

Il che dovrebbe rammentarci un'altra cosa, terribilmente importante: il referendum è un mero strumento, come lo stesso sistema elettorale. Svincolato dai valori inderogabili che tante lotte, morti e sofferenze costarono ai nostri padri (e nonni) per poter essere affermati in Costituzione,  indica precisamente il limite della DEMOCRAZIA COME METODO

 

Vale a dire ciò che la tecnocrazia mediatizzata sovranazionale, ha capito benissimo essere un ben debole ostacolo alle proprie mire restauratrici dell'assetto capitalistico oligarchico, di cui la "costruzione europea" costituisce la cronistoria di una lunga marcia vincente. 
Fino ad oggi (per default della resistenza che poteva opporre la coscienza democratica).

Ma se questa riforma costituzionale sarà approvata, aprendo la via al monocameralismo a rappresentanza supermaggioritaria, quei principi così fondamentali da costituire l'ESSENZA DELLA DEMOCRAZIA SOSTANZIALE, non saranno più "immodificabili" e "tutto sarà possibile".
O meglio, già oggi "tutto è possibile": tutto, piuttosto, sarà "lecito", in nome dell'€uropa.

Il che dovrebbe portare a riflettere sul fatto che, invece di proporre referendum, bisognerebbe denunciare i trattati, portare alla Corte costituzionale, finchè sarà riconoscibile come l'organo di garanzia concepito nel 1948, la loro contrarietà ai principi fondamentali.
Insomma, questa vicenda dovrebbe aprire gli occhi, prima che sia troppo tardi, sul fatto che la cosmesi della democrazia come metodo, e quindi la fiducia nei referendum, è un autorete segnata nella porta della democrazia come forma vitale e preziosa della vita nazionale.
Se a questa ancora si attribuisce un qualche valore. 
E se ci si rende conto che contro lo strapotere mediatico e i suoi effetti devastanti sulla consapevolezza dei cittadini, orchestrati attentamente da decenni, non ci si può irresponsabilmente inoltrare sullo stesso terreno che ESSI hanno preparato e sul quale non potranno che prevalere.

In attesa di abolire anche la democrazia come metodo, che, a quel punto, non avrebbe neanche più ragione di esistere, dato che, accettati valori supremi che non hanno nulla a che vedere con la democrazia come modello socio-economico di armonizzazione pluriclasse, l'efficienza nel loro perseguimento sarebbe certamente meglio realizzabile con la (€uro)tecnocrazia apertamente teorizzata da Barroso.

giovedì 24 luglio 2014

LA TAGLIOLA...ALLA SOVRANITA' COSTITUZIONALE E L'EPILOGO INEVITABILE (della democrazia "necessitata" del 1948)


Ricevuto questo interessante commento di Lorenzo Carnimeo, ritengo che meriti una risposta articolata, punto per punto, che troverete lungo lo sviluppo del suo intervento:
1. "Comunque. Sono molto pessimista.
La stessa "opposizione" che si vede sulla riforma del Senato, pur turbolenta, non centra concettualmente il problema, limitandosi ad aspetti di contorno (come le preferenze, la riduzione del numero dei deputati e l'eleggibilità diretta), senza comprendere l'involuzione della stessa forma di governo, e l'ormai avvenuto cambiamento, in chiave ultra-liberista, della costituzione materiale, espresso dall'inserimento in costituzione del pareggio di Bilancio
."
Caro Lorenzo, 
su questo punto ti rinvio alla "lettera aperta" di Aldo Giannuli, (pubblicata anche sul sito di Beppe Grillo), relativa alla riforma costituzionale "monocameralista" unita a legge elettorale fortemente maggioritaria, che conclude in questi termini:
"In definitiva avremmo un Parlamento composto da una Camera di nominati, eletta con criterio maggioritario e con pesanti clausole di sbarramento, ed un Senato di eletti di secondo grado con doppia selezione maggioritaria, dal quale dipenderebbero quasi totalmente tutti gli organi di controllo e garanzia ed il processo di revisione costituzionale: converrà che si tratterebbe di una situazione piuttosto anomala nel quadro delle democrazie liberali. Qualora Ella ritenesse non infondate queste preoccupazioni, sarebbe positivo che si aprisse un confronto, quantomeno sulle possibili misure per mettere in sicurezza la Costituzione.

Come vedi una certa consapevolezza dell'alterazione del "metodo" di formazione dell'indirizzo politico, nei suoi risvolti sul processo di revisione costituzionale e sulla determinazione della composizione degli organi di garanzia, la si ritrova. 
Ma ovviamente, una volta constatato questo effetto complessivo, si deve comprendere che non residuerebbe più, a riforma effettuata, alcuno spazio di messa in sicurezza della Costituzione stessa
Per due motivi:
a) perchè, come evidenzi, questa concentrazione maggioritario-governativa del potere politico-normativo, estesa alla determinazione "conforme" dei componenti di ogni possibile organo di garanzia teoricamente previsto come "neutrale" (Corte costituzionale e lo stesso presidente della Repubblica, oltre che gli organi di autogoverno delle magistrature), sarebbe già pre-vincolata alla osservanza del pareggio di bilancio e, quindi, non avrebbe altro spazio che perseguire ogni teorica espressione di politica fiscale ed economica nei termini, in definitiva, imposti dal recepimento del fiscal compact. 
E questo senza più alcuna forma di bilanciamento potenziale (diciamo, finora, teorico) in un sindacato di conformità ai principi fondamentali della Costituzione, che rimarrebbe affidato a organi di garanzia divenuti pura espressione del governo, a sua volta dominus del Parlamento.
Questo effetto, che sfugge nella sua immediatezza a Giannuli, era stato chiaramente evidenziato in questo post;
b) perchè questo assetto complessivo, in via indiretta ma attuale e molto concreta, fa venir meno la stessa rigidità della Costituzione, basata sulla procedura rafforzata di cui all'art.138 Cost, che rendeva indisponibile alla maggioranza la Costituzione stessa e che saldava questa indisponibilità con il metodo di preposizione "neutrale-bipartisan" dei membri della Corte costituzionale.
Dal momento che la Costituzione perde la sua rigidità sostanziale, nessun diritto fondamentale è al riparo dalla modifiche (abrogative, al di là di formule cosmetiche) imposte dalla supremazia de facto oggi reclamata dal "vincolo esterno", ormai costituito da qualunque fonte europea
E ciò, da decenni, con la totale acquiescenza dell'intero corpo politico-istituzionale nonchè di ogni forma della classe dirigente di questo Paese.
Ogni tipo di misura e di "recepimento" del diritto €uropeo diverrà prevalente e potenzialmente immune da ogni censura di illegittimità alla luce di superiori principi costituzionali, per sempre derubricati a fonti subordinate a quelle europee dal venir meno della rigidità sostanziale.


2. "Si ritorna al problema delle risorse culturali per uscire dalla crisi, che no, non ci sono. Per quanto riguarda l'€uropa, e i pugni sul tavolo da sbattere nel (sopravvalutato) semestre europeo, mi limito poi a far notare un dato politico: la nomina di uno come Yuri Katainen a commissario per gli affari economici è un segno chiaro che l'Europa ci sbatte la porta in faccia. Infatti il nostro ha già fatto dichiarazioni al riguardo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/19/ue-katainen-contro-renzi-flessibilita-sui-conti-pericolosa-fate-le-riforme/1066079/."
Su questo punto, occorre essere molto chiari: lo abbiamo detto qui e ribadito qui.
Le risorse cuturali che non ci sono, hanno ormai prodotto l'effetto che l'attacco finale è stato sferrato e sta andando al suo compimento: cioè all'epilogo della "democrazia necessitata" del 1948
L'€uro-ordoliberismo dilagherà e non potrà avere nessuna resistenza legale, formale o sostanziale. Su quest'ultima, d'altra parte, ci sta già pensando un sistema mediatico che ha ormai irreversibilmente preso il controllo della stragrande maggioranza dell'opinione pubbica, ormai trasformata nella passiva "opinione di massa" (di cui parlammo qui).

3."Ma non c'è problema, perché la dissonanza si vede all'interno dello stesso Governo. Laddove Renzi parla di rilancio della domanda interna, il suo ministro dell'Economia prosegue senza indugi nelle stesse politiche di Saccomanni e Monti: stretta fiscale, riduzione della spesa pubblica, privatizzazioni. Identica anche la propaganda: mettiamo nel DEF delle previsioni di crescita di pura fantasia ed il gioco è fatto. Poco importa che quelle stesse previsioni vengono corrette al ribasso già a distanza di due mesi: i media, i "liberi informatori" della nostra democrazia, hanno insegnato alla gente a non leggere e ad avere la memoria corta."
Caro Lorenzo, il nostro "premier" quando parla di rilancio della domanda, dato il complesso rivelatore delle sue reiterate affermazioni, intende gli 80 euro e il pagamento dei crediti verso la p.a.. Misure che, come abbiamo detto più volte, non portano affatto all'effetto dichiarato, con grande superficialità: per il semplice fatto che esso è perseguito all'interno del finanziamento in pareggio di bilancio, cioè con costante copertura in misura che non solo non amplifichi il deficit pubblico, ma che, anzi, lo riduca nel tempo secondo gli obiettivi intermedi dettati implacabilmente dall'€uropa, subordinati all'interesse del mantenimento della moneta unica. L'unico e vero bene supremo dell'UE.
Anche di questo abbiamo parlato infinite volte.

4. "Si, sono pessimista e -in un certo senso- scoraggiato. Non vedo veramente delle vie d'uscita. Vedo solo quel che rimane delle istituzioni democratiche svenduto sull'altare della propaganda liberista. E un'opposizione incapace di esercitare il suo ruolo.

Che dire? Fossi in loro, a questo punto (e frattalicamente parlando), abbandonerei l'aula. Dato che tra violazioni della Costituzione e tagliole varie questa maggioranza si comporta in maniera fascista, allora voti i suoi provvedimenti come facevano i fascisti: Senza l'opposizione! Lo so: l'Aventino non servì a nulla. Ma almeno, forse, li si costringe a gettare la maschera, non so
........"

Frattalicamente non saprei dire neppure io. La situazione è andata oltre ogni più pessimistica previsione.
Ciascuno di essi, a ben vedere, consentiva ampi spazi di risposta legittima e fondata sulla stessa Costituzione, cioè sulla sovranità che essa concede(va) a chi fosse designato a giurare sulla Costituzione stessa come presidente del Consiglio dei ministri.
Ne dico solo alcuni:
a) la "autonomia" della banca centrale non ha valore costituzionale, e semmai la Corte costituzionale aveva precisato che limiti alla determinazione stipendiale da parte del governo valevano per la magistratura, per ovvii ed evidenti motivi che, in questi giorni, e ancor più nei prossimi, verranno drammaticamente al pettine;

b) la governance comune, €uropea, sulle "riforme strutturali", considerando la loro natura essenziale di incidenza sul mercato del lavoro-merce, equivale ad abrogazione tacita, per incompatibilità formale e sostanziale, dello stesso art.1 Cost.; qualcosa di assolutamente inammissibile, eppure mai evidenziato neppure lontanamente da politica e media; 

c) le politiche di QE della BCE, quand'anche direttamente in acquisti sui titoli sovrani, lo abbiamo visto in recenti post, nulla possono - e Draghi stesso lo dice, come evidenziato qui- sul livello di occupazione (e neppure sul livello del cambio esterno dell'euro, manovra peraltro praticamente inutile, per evidenti quanto ignorati motivi)
Ma agitare questa prospettiva come forma di pressione ha esclusivamente il valore di ratificare non solo la definitiva espropriazione di ogni forma di sovranità democratica sancita dalla nostra Costituzione, ma anche la subordinazione italiana a...Bundesbank, che, - anche a fronte di misure che non farebbero altro che (semplicemente) ritardare l'inevitabile collasso italiano e dell'intera area UEM-, preferisce inasprire la sua posizione di dominio, per massimizzare il proprio vantaggio competitivo anche in condizioni che non paiono avere nè un grande futuro nè, tantomeno, un grande presente.
Che dire?
Ma siamo a pallide speranze su prospettive che, comunque, saranno fuori tempo massimo e, che, ancor più tragicamente, lascerebbero intatta la mancanza delle famose "risorse culturali".

mercoledì 23 luglio 2014

BCE MUMBLE MUMBLE...VANE POLITICHE MONETARIE

inflazione 
 Inflazione Italia


Mi imbatto in questa interessante ipotesi di intervento della BCE. Ve la riporto così come esposta:

"Nella fase attuale occorre quindi identificare meccanismi che garantiscano che la liquidità generata d’ora in avanti dalla Bce si traduca non in ulteriori acquisti di titoli di stato ma in nuovo credito all’economia. È in quest’ottica che si muove la nuova iniziativa annunciata il mese scorso dalla Bce. Le operazioni LTRO diventeranno TLTRO (Targeted LTRO) e saranno parte di un più ampio pacchetto di misure (inclusi tassi negativi sui depositi) per un totale che anche questa volta potrebbe arrivare agli ormai tradizionali mille miliardi.
Ma in che senso le LTRO saranno targeted? La novità sta nel fatto che già nel 2014 le banche potranno richiedere alla Bce liquidità per 400 miliardi con rimborso a quattro anni e a condizioni estremamente vantaggiose (si parla di un tasso dello 0.25%) a patto che si impegnino a utilizzarla per prestiti alle famiglie e alle imprese. Tutto bene allora? Forse sì, ma non è detto che l’obbiettivo sia pienamente raggiunto, e proprio nei paesi in deflazione. Da un lato molte banche stanno ancora facendo i conti con la crisi e con persistenti problemi di adeguatezza del capitale. E in paesi come l’Italia, in cui la crescita è nel migliore dei casi destinata a rimanere modesta e fragile e il problema delle sofferenze bancarie è gigantesco, non è per nulla ovvio che le banche siano ansiose di far ripartire in grande stile il credito alle piccole e medie imprese.
In poche parole, occorrerebbe forse dare alle banche incentivi ancora più forti. Un’ipotesi da considerare potrebbe essere quella di inserire tali incentivi nel contesto dell’Asset Quality Review (AQR) in corso da parte della Bce. L’AQR delle banche europee ha l’obiettivo di valutare la solidità e la qualità dei bilanci bancari e di aumentarne la trasparenza. Nell’AQR i punti critici sono diversi. Uno riguarda la valutazione della rischiosità delle sofferenze. Un altro riguarda invece proprio i titoli di stato, sempre in termini di rischiosità.
Recentemente, alcuni esponenti della Bce hanno chiarito che nell’AQR i titoli di stato detenuti come immobilizzazioni (cioè fino a scadenza) non saranno considerati asset “rischiosi”. Dato che solo il 10-15 % dei titoli di stato detenuti ad esempio dalle banche italiane sono immobilizzazioni, l’implicazione in questo caso sarebbe quella di dover affrontare un problema di rischiosità di dimensioni molto grandi.
Ma come ridurre tale eccessiva esposizione senza sconvolgere mercati come quello dei Btp (realizzando quindi ulteriori perdite in conto capitale)? Innanzitutto, la Bce potrebbe, in aggiunta al parametro qualitativo held to maturity, introdurre un limite anche quantitativo per il totale dei titoli di stato detenuti in portafoglio al di sotto del quale non scatta comunque la “rischiosità”.
Pragmaticamente, questo limite per il rapporto fra titoli di stato e asset totali potrebbe essere posto al 5%. Come evidenziato dal grafico, ciò sarebbe infatti neutrale per Germania, Francia, ecc. (che essendo al di sotto, verrebbero totalmente esentati da qualsiasi rilievo critico) e limiterebbe quindi l’ambito di intervento a paesi come Italia, Spagna e Portogallo.
Un’ipotesi per tale intervento potrebbe essere quella per cui, a fronte dell’imposizione del limite del 5% per il rapporto titoli di stato/asset totali (da raggiungere entro il 2014), le banche possono avere le seguenti alternative (anche in combinazione fra loro):
  • vendere i titoli
  • aumentare i prestiti all’economia
  • depositare i titoli presso la Bce per un LTRO “dedicato” a quattro anni.
È chiaro che banche come quelle italiane, che dovrebbero liberarsi di circa 180 miliardi di titoli in eccesso, privilegerebbero la terza soluzione, che consentirebbe loro, attraverso un unwinding graduale delle posizioni, di evitare le perdite in conto capitale associate a una liquidazione diretta e immediata dei titoli.
In questo modo inoltre si garantirebbe che la liquidità sia destinata al credito e quindi alla crescita, soprattutto nel sistema bancario dei paesi in deflazione (Italia in primis). La differenza con il TLTRO attualmente in gestazione starebbe proprio in questa certezza."

Ora, una piccola obiezione: l'impedimento alla conversione della liquidità concessa alle banche (segnatamente italiane) in credito erogato all'economia reale, è così indicato in questo contesto: "...molte banche stanno ancora facendo i conti con la crisi e con persistenti problemi di adeguatezza del capitale. E in paesi come l’Italia, in cui la crescita è nel migliore dei casi destinata a rimanere modesta e fragile e il problema delle sofferenze bancarie è gigantesco, non è per nulla ovvio che le banche siano ansiose di far ripartire in grande stile il credito alle piccole e medie imprese."
Stando così le cose perchè mai con l'imposizione di un limite (più correttamente di una "soglia massima") di detenzione risk-free, con la costrizione de facto a liberare i bilanci dei titoli eccedenti tale limite- per evitare minusvalenze da realizzo obbligato- le stesse banche dovrebbero poi preferire l'utilizzo in credito verso le imprese? Perchè cioè questa imposizione, che oltretutto pone a rischio sistemico i corsi dell'intera gamma dei titoli pubblici emessi, dovrebbe spingerle ad assumere un rischio di insolvenza sostanzialmente intatto (se non accresciuto, dato l'assestarsi della deflazione), della liquidità ottenuta? 
Il profilo di rischio delle stesse imprese verrebbe forse attenuato dalla minaccia "mossa" alle banche di ridurre la detenzione di titoli, in maniera praticamente obbligata, (per liberarsi della patata divenuta bollente)?
Non permarrebbero "i problemi di adeguatezza del capitale" e le prospettive di aumento delle sofferenze, che acuirebbero i problemi di bilancio, a fronte delle pacifiche attese di crescita "modesta e fragile, nella migliore delle ipotesi"?
Insomma, se non si agisce sulle cause della mancata crescita, - chiaramente individuabili nel quadro valutario "unico", nel suo sviluppo asimmetrico e nei vincoli fiscali che ne costituiscono l'unica correzione consentita dal quadro istituzionale imposto fin da Maastricht e acuito dalla egemonia politica dei paesi creditori (in testa la Germania)- quali prospettive di solvibilità aggiuntive darebbero di per sè le imprese "beneficiate" di fronte alla persistente debolezza della domanda e quindi della redditività delle rispettive attività?
Si fallisce perchè non si vende il prodotto e perchè contemporaneamente la correzione fiscale €uro-imposta impone una pressione tributaria insostenibile, mica perchè il prodotto non è producibile a costi di credito convenienti.

Ci si illude che cambiando strumenti di elargizione (a termine) della moneta al sistema bancario questo renda automaticamente elastica la curva IS e cioè induca le imprese ad effettuare gli investimenti, e quindi a domandare credito?
Perchè il credito può essere offerto, ma l'altra faccia del credit crunch, quella ormai più strutturale,  è che invece è venuta a mancare la domanda di credito; è in caduta la "propensione" all'investimento netto e persino lordo, cioè, in sostanza, (anche) la propensione all'utilizzo nel ciclo produttivo  della moneta immessa nel circuito bancario dalla banche centrali. 
Può questo essere cambiato  in base al solo livello vantaggioso del tasso di interesse, cioè all'aumento dell'offerta dello stesso credito, per di più "forzata"? 
Ma se così fosse, perchè la situazione non si sarebbe sbloccata già autonomamente con i ribassi del tasso di interesse medesimo? 
Abbiamo invece avuto la deflazione, cioè tassi in calo ma "reali positivi" perchè il livello dei prezzi,- si conferma ancora una volta-, è determinato da quello della domanda, che è scesa più repentinamente e sostanziosamente dei tassi stessi. Una domanda che si è voluta deprimere per limitare e correggere gli squilibri commerciali interni all'area UEM. E  che non si fa nulla per sostenere. Anzi, si continua a perseguire il consolidamento fiscale, negandosi ogni "flessibilità", e continuandosi a drenare liquidità dai paesi debitori.

Il (forte) sospetto è che si continui ad ignorare che in assenza di domanda pubblica - indirizzata in misura aggiuntiva e anticiclica all'economia reale, ed anzi gravata tutt'al più dagli aumenti, non risolutivi come stimolo, degli stabilizzatori automatici legati alla crescita della disoccupazione indotta dalla drastica e prolungata flessione della domanda privata interna- , non si risolve la crisi da...domanda
Perchè di questo si tratta. 
E certo non la si risolve puntando sulla domanda estera "soltanto";  dato che questa, anche nei mutati saldi delle partite correnti italiane,  è stabile -finora e neppure si sa per quanto ancora- e l'attivo delle partite correnti è solo dovuto alla contrazione delle importazioni. Cioè al calo della domanda stessa. 
Il rebus, collocato all'interno delle demenziali condizioni della valuta unica, non ha soluzione. 
Quali che siano le alchimie della banca centrale e le pressioni da essa esercitate su un sistema bancario stremato dalla sua stessa pressione deflattiva (esercitata per tanti anni senza pensare alle conseguenze)...

lunedì 21 luglio 2014

VADEMECUM. LA "GUIDA" FINALE (a futura memoria)

 
 (Tomba di Giuseppe Garibaldi).

La situazione italiana sta "allegramente" precipitando senza alcuna apertura di comprensione della gravità della situazione da parte di ogni governo succedutosi - con l'appoggio mediatico granitico che ne rafforza l'inadeguatezza- negli ultimi 3 anni.
Vi fornisco un piccolo vademecum riassuntivo, - corredato dai links più importanti per sviluppare l'inquadramento giuridico-economico della situazione stessa-, da utilizzare come "guida" finale, e testimonianza "a futura memoria" (ormai e purtroppo), di ciò che disperatamente avrebbe potuto tentarsi per tutelare l'interesse sovrano e democratico della Nazione italiana.


Se si parte dalla posizione politico-negoziale che si rispetteranno i parametri del fiscal compact, avendo anche autonomamente inserito il pareggio di bilancio in Costituzione, sostenendo che, tutt'al più, si vuole (in modo del tutto generico) più flessibilità nella loro applicazione:
1) si ribadisce la propria volontà di adesione al fiscal compact prescindendo dalla unica critica negozialmente legittima all'austerità fiscale: quella sulla attendibilità economica - già ora smentita dai fatti- dei presupposti,  che condussero a quella soluzione "emergenziale" e sicuramente costrittiva per l'Italia.  
2) In connessione a ciò, si rinuncia anche a rivendicare, secondo il principio di parità sancito dallo stesso art.11 Cost., il medesimo grado di sovranità che, sull'OMT come su ogni altra misura delle istituzioni UE, i tedeschi si sono riservati sempre di sindacare ed autoattribuirsi. Ciò implica la rinuncia a contestare la legittimità del  FC come fonte contraria ai superiori trattati UE (a cui è esplicitamente subordinato in termini di condizione di efficacia), nonchè dell'euro stesso, in base al principio rebus sic stantibus che, sul piano della sovranità democratica, è ad applicazione irrinunciabile per le istituzioni repubblicane democratiche ai sensi degli artt.1, 10, 11 e 139 Cost;
2) si accetta infatti, in tal modo, di considerare questo assetto valutario, ed il FC come strumento di correzione degli squilibri determinati dall'applicazione (originariamente e consapevolmente) asimmetrica della moneta unica, come conformi ai limiti costituzionali interni (ma tutt'ora prevalenti nel sistema delle fonti di diritto) il cui rispetto soltanto rende leciti gli impegni internazionali assumibili dall'Italia nell'ambito di organizzazioni internazionali economiche;
3) si rinuncia, per ciò solo, e in modo inequivoco, a mettere in discussione la conformità dell'euro - e della stessa "austerità"- al fine cooperativo che dovrebbe avere l'UE, ed a contestare la stessa corrispondenza dell'azione dei paesi creditori in surplus commerciale - e simultaneamente delle stesse istituzioni UE, inerti sul punto-, agli obblighi di convergenza, coordinamento e cooperazione che dovrebbero caratterizzare le politiche economiche, sociali e di equilibrio commerciale, secondo gli stessi enunciati dei trattati;
4) in pratica, ci si dichiara acquiescenti alla interpretazione dei trattati contraria alla posizione italiana e in tal modo si legittima e si incentiva ogni altra successiva imposizione che aggrava tale interpretazione.