giovedì 21 maggio 2015

RESA TOTALE...O LA FINZIONE NON PUO' PIU' CONTINUARE? (NON POTEVO RESISTERE-2)


8 settembre 1943_armistizio

1. Dato che mi serve per il libro e che mia capacità di "resistenza" a stare lontano da qui (per ora) è bassissima, provo a commentare sinteticamente un interessante articolo di Enrico De Mita, illustre professore di diritto tributario, quale segnalatomi da Lorenzo Carnimeo in questo commento (con prima risposta).
Vi preannunzio che l'articolo, al di là delle precisazioni a commento che seguiranno, conferma che il "redde rationem" italiano rispetto all'€uro-costruzione passa inevitabilmente per quella potente cartina di tornasole che è la Corte costituzionale; questo perchè non solo anche il prof. De Mita coglie la polarizzazione "da ultima spiaggia" tra le due sentenze n.10 (quella sulla Robin tax che non consente la restituzione "retroattiva", conseguente alla declaratoria di illegittimità costituzionale del tributo) e n.75 del 2015 (quella "famosa" oggi sull'adeguamento pensionistico), ma inevitabilmente anche il suo ragionamento si imbatte, (per quanto cautamente, circa la soluzione), nella conseguenza del conflitto insanabile tra Costituzione e trattati.

2. Qua, nel post sul 1° maggio, avevamo anticipato i corni del dilemma, come pure la strada su cui la Corte, anche "tornando indietro" sui suoi passi, si troverà comunque, in un senso o nell'altro, a segnare il destino della Costituzione come fonte di diritti fondamentali che caratterizzano la sovranità nazionale:
"...invito i più attenti lettori di questo blog a riflettere su un "trovate le differenze" tra la sentenza in questione (n.70/2015) e quella sulla Robin Tax, n.10 dell'11 febbraio 2015
Mi limito a suggerire una direzione di indagine:   - è più "equo" accorgersi degli effetti di restituzione retroattiva delle sentenze della Corte in vigenza dell'art.81 Cost.- cioè del pareggio di bilancio- per impedire una successiva redistribuzione punitiva derivante dalle esigenze di costante copertura appunto in pareggio di bilancio (caso della sentenza n.10), ovvero "ignorare" che, vigendo l'art.81 Cost. attuale, e il fiscal compact, qualcuno dovrà comunque pagare quella apparente restituzione e, dunque, l'intero sistema economico subire (per via fiscale) una equivalente contrazione (esattamente compensativa di quella dichiarata incostituzionale) di consumi, investimenti e occupazione?"

3. Evidentemente, messa in questi termini, il nodo che la Corte deve inevitabilmente sciogliere è un altro, dovendosi logicamente e giuridicamente ritenere inaccettabile una continua riduzione dei diritti costituzionali, ancorati a norme inderogabili (in teoria, fino ad oggi), a mere pretese a tutela eventuale (se non "casuale"); vale a dire, a posizioni soggettive organicamente affievolite dall'adesione all'Unione monetaria europea, in quanto aventi una tutela effettiva che sia soggetta;
a) nel suo complesso alla prevalenza del pareggio di bilancio stabilito dal "nuovo" art.81 Cost. (che equivale a dire alla prevalenza del c.d. fiscal compact), secondo un automatismo che svuota praticamente di contenuto tutelabile (cioè reintegrabile) l'intera gamma dei diritti costituzionali;
b) in alternativa, ad una discrezionalità della Corte, non prevista dalla Costituzione (intesa in senso sistematico), nel riscontrare i presupposti di questa prevalenza: una discrezionalità giuridicamente "imprevidibile", perchè operante su una molto opinabile gerachia fra i diritti costituzionali non più interpretati, appunto, sistematicamente, ma isolatamente considerati, e  perciò ben difficilmente motivabile con coerenza. 
Altrettanto sistematica, infatti, dovrebbe essere la considerazione, da parte della Corte, dell'effetto complessivo, e reiterato costantemente nel tempo, delle manovre finanziarie che includono le singole norme devolute al suo sindacato: queste manovre, infatti, rientrano complessivamente nel tipo di correzione del sistema e del ciclo economico che, imposta dai vincoli europei, tende univocamente a stabilizzare un elevato livello di disoccupazione strutturale, - pari al 10,5%- in funzione dell'inflazione considerata nell'UEM come di equilibrio "di pieno impiego" ; un obiettivo strutturale che rende ingiustificabili le stesse manovre alla luce del principio lavoristico a cui è informata l'intera Costituzione. 

Una discrezionalità di questo tipo non riguarderebbe la, sempre possibile, incerta previsione sulla esatta interpretazione delle norme costituzionali nel caso concreto, cioè la naturale possibilità di scelta interpretativa in funzione delle vicende socio-economiche in evoluzione nel tempo, ma la fase successiva alla declaratoria di illegittimità costituzionale; quella conseguenziale "necessitata",- secondo l'art.136 Cost. e secondo il principio di rigidità dellaCostituzione (art.138) e persino di non revisionabilità della stessa (art.139)-, di reintegra del diritto affermato e dunque "tecnico-finanziaria a valle". 
Parliamo quindi delle conseguenze ripristinatorie che la Costituzione prevede come effetto necessario della tutela costituzionale già accordata (art.136 Cost.; ciò ovviamente concerne, spero sia chiaro, l'applicabilità delle norme dichiarate illegittime nei rapporti pendenti, certamente non esauriti, e controversi di fronte ai giudici "ordinari" che hanno rimesso la questione alla Corte). 
E' chiaro che la stessa Corte, di fronte al sistematico riproporsi di questa esigenza tecnico-finanziaria, si troverebbe nell'alternativa, molto pratica:
i) o, (per evitare il protrarsi di questa prolungata incertezza sulla effettività dei principi costituzionali), di rinunciare progressivamente a interpretare le norme costituzionali in senso incompatibile con la radice €uropea di questa linea di politica economico-fiscale, accettando de facto la novazione del principio fondamentale unificante della Costituzione: il che significa una novazione da quello lavoristico e quello della conservazione "ad ogni costo" della moneta unica, così come ratificato nel fiscal compact-pareggio di bilancio. Con ciò, però, rinuncerebbe al ruolo che la stessa Costituzione le ha assegnato, divenendo un giudice del tutto soggetto alla superiorità incondizionata dell'intero diritto europeo;
ii) ovvero, di prendere una posizione che ribadisca il filtro dell'art.11 e dell'art.139 Cost. - da lei stessa affermato in più pronunce-  confermando il paradigma della Repubblica fondata sul lavoro (artt. 1, 3 e 4 della Costituzione); ma questo solo affrontando il "cuore del problema":

"...cioè il legame tra:
- livello del bilancio fiscale, ridotto col "consolidamento" (quantomeno nelle intenzioni dichiarate, poichè i risultati, a causa dello strutturarsi di un elevato livello di disoccupazione, sono in pratica opposti o incongruenti, come prova l'aumento del rapporto debito su PIL e il costante mancato verificarsi della riduzione del deficit annuale programmato nelle stesse manovre finanziarie);
- vincolo a monte del consolidamento, cioè il pareggio di bilancio (in tutte le sue forme, comunque riduttive dell'indebitamento annuo);
- e disoccupazione-livello delle retribuzioni (e quindi anche del successivo trattamento pensionistico);
 ...
"dovendo" chiarire, a se stessa e alla comunità sociale intera, coinvolta nella tutela costituzionale, il perchè si sia adottato il paradigma del pareggio di bilancio, e comunque (da decenni, in un crescendo, niente affatto casuale ed estraneo al meccanismo prevedibile della moneta unica) della riduzione/compressione del deficit pubblico; cioè una politica fiscale che non promuove certo la crescita, l'occupazione e la tutela reale del reddito da lavoro".

4. Questo l'articolo del professor De Mita, tratto dal Sole 24 ore (in corsivo il testo, inframezzato dal commento):
"Per inquadrare correttamente nella giurisprudenza costituzionale la sentenza della Corte 70/2015 sul blocco della rivalutazione delle pensioni occorre partire da alcune considerazioni di carattere generale sulle quali ha richiamato l’attenzione Sabino Cassese nel suo originale libro «Dentro la Corte». Le questioni della Corte sono filtrate attraverso il diritto; non si affronta direttamente il problema politico. La Corte è davvero un organo giudiziario che riconduce i conflitti politici o costituzionali ai criteri di razionalità logica, alla coerenza. Molti casi hanno implicazioni politiche o costituiscono decisioni politiche sia pure a seguito di analisi tecnico-giuridica e sulla base di elementi di razionalità riconducibili alla ragionevolezza. La Corte “motiva ma non spiega”.
Ecco perché le sentenze della Corte difficilmente sono capite dall’esterno. E tuttavia il peso della Corte dipende dalla forza con la quale i poteri dello Stato la sorreggono. Tutte le sentenze della Corte sono fondate sul precedente. La sentenza 70/2015 è frutto di una concatenazione di precedenti, di riferimenti a decisioni già prese sicchè non è agevole comprendere il decisum che viene formulato alla fine della decisione. Lo sforzo delle sentenze, la motivazione, è la dimostrazione della coerenza decisione con il precedente.
Le sentenze vengono istruite sulla base di una collaborazione degli assistenti dei giudici che sono giudici e professionalmente tendono a non vedere la questione costituzioni e politiche.
I riferimenti al diritto comune sono fatti con l’adeguamento al “diritto vivente”, alla giurisprudenza dei giudici ordinari, il che può essere un limite alla impostazione in termini costituzionalmente rilevanti della questione. Complessivamente si può dire che c’è una certa autoreferenzialità, che rende la Corte prigioniera di se stessa."
Qui si manifesta una questione generalissima di civiltà giuridica: non è a rigore corretto definire autoreferenziale un organo giurisdizionale che sia naturalmente coerente coi propri precedenti, trattandosi oltretutto di giurisdizione di legittimità costituzionale; la Costituzione, nata per durare nel tempo secondo il suo ruolo di direttrice fondamentale della vita socio-economica, esige un continuo e omogeneo svolgimento della certezza e del significato delle sue previsioni. 
Se si guarda all'esperienza delle Corti giurisdizionali di tutto il mondo, specie quelle anglosassoni di common law che applicano lo "stare decisis" (cioè la vincolatività, creatrice di diritto, del precedente giurisprudenziale), e di quelle costituzionali in particolare, non ce ne sarà una che non sia, e correttamente, "autoreferenziale": lo è la stessa Corte di giustizia dell'Unione Europea, proprio perchè la prevalente esigenza di certezza del diritto, per quanto si tenga conto di una storicità adeguatrice, non dà alternative al funzionamento fisiologico di ogni organo giurisdizionale.
La verità è un'altra: la questione nasce perchè esiste una norma come il pareggio di bilancio che è estranea alla sostanza ordinatrice delle norme della Costituzione del 1948, cioè agli interessi fondamentali che questa intendeva realizzare e tutelare: tale norma, in realtà, è il portato di un modello socio-economico diverso e incompatibile con quello del 1948. 
I giuristi e la Corte dovrebbero quanto prima, se non altro per poter dire senza reticenze la verità, rendersene conto.
L'art.81 Cost attuale, di per sè stesso, è norma di sistema, cioè di ridisegno della funzione dello Stato, e come tale è destinato, per sempre (almeno finchè permarrà nella Costituzione) a influire su ogni singola norma della originaria Costituzione. 
Più di ogni altra, assegna un nuovo ruolo al mercato del lavoro, e quindi alla tutela del lavoro, alla moneta ed al risparmio, e quindi a tutte quelle proiezioni di risparmio e moneta che la Costituzione voleva legate a "accesso all'abitazione" in generale alla "proprietà" per "tutti" (artt.42 2 47 Cost.), allo stesso risparmio "diffuso" (artt.47 Cost.), in generale alla intraprese nell'attività agricola (art.47) e industriale-artigianale di piccola dimensione (art.46 Cost): cioè ai fondamenti di quella democrazia del lavoro, in ogni sua forma, che era voluta dai Costituenti.

5. "Le critiche alla sentenza 70/2015 sono di carattere esterno e riguardano il rapporto con gli altri poteri dello Stato. La motivazione è semplicistica: la Corte non può fare cose riconducibili al potere politico. E’ una tesi che prova troppo. Allora bisogna chiedersi (come disse il presidente Ambrosini nel 1992) che cosa ci stia a fare la Corte se non può stabilire i limiti che incontra il parlamento nella sua discrezionalità politica, che pure è un altro punto fermo della giurisprudenza costituzionale: il parlamento può fare tutto ciò che non viola la Costituzione. La sentenza 70/2015 non può essere capita dall’esterno se la critica è così radicale. La ragione è che la Corte non ha saputo spiegare in termini semplici e chiari che non esisteva il vincolo di bilancio.
Nella sentenza 10/2015 il riferimento al principio di bilancio fu un modo come un altro per giustificare la deroga alla retroattività della decisione presa. La sentenza 70/2015 appare un po’ frettolosa, anche se, a parer mio, giuridicamente corretta".

Questa parte è molto interessante: la sentenza della Robin Tax (la 10 del 1975), sarebbe il frutto di un "modo come un altro" per giustificare la deroga alla retroattività; eppure, a leggere la stessa sentenza, l'enunciato della Corte non appare essere in questi termini. 
La sensazione, molto forte, quindi, è che la Corte abbia inteso porre un principio "da qui in poi":  proprio quello della "fine" della retroattività delle restituzioni in presenza dei vincoli di bilancio derivanti dall'appartenenza all'eurozona. 
In realtà il problema si poneva in identici termini, solo quantitativamente "minori", in relazione alla misura del 3% del deficit, consentendo alla Corte di evitare affermazioni troppo decise e affidandosi alla maggior elasticità fiscale (non molto maggiore, in concreto, data la fissità del vincolo ed il modo in cui è stato intesa dalle istituzioni europee in applicazione consolidata dell'art.126 TFUE), in precedenza lasciata dall'Europa.
Solo che, data la natura espressamente non solidaristica dei trattati (artt. 123-125 Cost.), quella maggior elasticità è "morta" insieme con il manifestarsi inevitabile degli squilibri commerciali tra paesi appartenenti alla moneta unica: la conseguenza, di cui la Corte non pare ancora essersi resa conto, è che la svalutazione del lavoro mediante deflazione salariale si è resa indispensabile come strumento unico di correzione degli squilibri commerciali, e di recupero della competitività delle esportazioni.
In questi termini, appare evidente che, da un lato, il pareggio di bilancio serve solo a "salvare l'euro", dall'altro che esso è diretto a reindirizzare lo Stato verso politiche deflattive del lavoro, tradendo tutti gli articoli più importanti inseriti nei diritti fondamentali della Costituzione. Cioè, in testa, il diritto al lavoro (artt. 1 e 4 Cost.), nonchè alla stessa retribuzione adeguata ad una vita libera e dignitosa (artt.35 e 36 Cost.), corollari inscindibilmente collegati allo stesso diritto al lavoro (che è una pretesa inderogabile, - accordata ad ogni cittadino dalla Costituzione-, a politiche di pieno impiego da parte di governo e parlamento).

6. "Sta nascendo in Italia un orientamento che non solo critica la Corte ma rischia di produrre come osserva Cassese, un arretramento di due secoli nella configurazione dei rapporti della Corte con gli altri poteri. Le Corti costituzionali esistono in quasi tutti i paesi democratici a cominciare dalla Corte federale degli U.S.A. I limiti alla competenza delle Corti possono essere indagati dalla comparazione degli orientamenti delle diverse Corti e la Corte italiana non è certo ultima nell’apprestare una giurisprudenza soddisfacente. Ma si sostiene che la Corte e tutti gli altri giudici in specie il TAR sono un grosso impedimento alla responsabilità politica. Si critica “il peso sempre maggiore che le decisioni delle varie branche della giurisdizione hanno sull’attività di governo".
E non si manca di rilevare che c’è un potere giudiziario anche in America.
E in soccorso di tale disinvolta teoria viene aggiunto il corollario “il modo in cui è stato esercitata l’azione penale in modo persecutorio”. Il che la dice lunga sui limiti auspicati delle diverse giurisdizioni."
Anche qui occorre intendersi: i giudici che sindacano l'attività normativa (leggi o regolamenti) sono vincolati a farlo da norme costituzionali. Per governo e parlamento incontrare la censura giurisdizionale, prevista dalla Costituzione, alle scelte normative effettuate, non è "deresponsabilizzazione", ma esattamente parte della responsabilità che è insita nella loro legittimazione democratica: cioè si tratta della necessaria continuità dello "Stato di diritto", ormai plurisecolare conquista della civiltà occidentale. Stato di diritto è quello per cui ogni atto, di ogni pubblica autorità, è regolato da norme preventivamente note e non violabili neppure nell'esercizio della pubblica funzione normativa; la sua conseguenza inscindibile è che ci debba essere "un giudice a Berlino" che ne accerti la violazione anche nei confronti dei detentori delle massime funzioni di governo (cioè quelle normative).
Direi dunque che è piuttosto vero l'opposto: sono gli automatismi, come il pareggio di bilancio, non ben compresi dai cittadini e neanche dagli organi dello Stato, a deresponsabilizzare la "politica", consentendole di richiamarsi a un principio superiore, esterno al processo democratico costituzionale e fondativo della sovranità, per imputare la responsabilità di ogni scelta fondamentale a tale sorta di "pilota automatico" (per usare le parole di Draghi) sovranazionale.

7. "Tornando alla sentenza 70/2015 essa è sostanzialmente corretta. Forse si poteva guadagnare tempo aspettando che la Corte fosse al completo o ricorrere a qualche manipolazione con una sentenza additiva. Ma l’isolamento della Corte e l’aspirazione alla vanificazione della sua giurisprudenza, in nome del primato della politica, sono tentazioni pericolose.
Come ha osservato giustamente Gustavo Zagrebelskj l’equilibrio di bilancio non deve diventare un automatico lasciapassare al libero arbitrio della politica. Il legislatore deve sempre tener presente “l’eguaglianza nella giustizia”. Il riferimento ai conti conformi della richiesta dell’Europa non deve diventare una super norma costituzionale. Ma non c’è dubbio che il rispetto degli accordi nella Comunità pone problemi che se oggi non possono essere risolti non con accorgimenti sbrigativi, va affrontato dagli stati con normative che ancora non esistono
Ma all’esterno è stato rivendicato “il primato della politica”. Sembra di sentire Togliatti quando non capiva come ci potesse essere un altro organo dello Stato che fosse al di sopra del parlamento. Ora la Corte non è al di sopra del parlamento, ma giudica della costituzionalità delle leggi. I rapporti tra poteri non possono essere configurati se non come correttezza della propria competenza. E il parlamento ha tutti gli strumenti nella legge costituzionale per dimostrare la costituzionalità delle leggi di spesa. Semmai la Corte può chiedere al parlamento e al governo chiarimenti sulle questioni dubbie. Qui diventa rilevante il ruolo dell’Avvocatura di Stato che difendendo la legge ha l’onere di illustrare come essa non violi il principio dell’equilibrio di bilancio".

Alla luce di quanto abbiamo cercato di illustrare finora, la vanificazione delle sentenze della Corte in nome del primato della politica è in realtà una fenomenologia che non è riconoscibile nel caso concreto.
La realtà è che si vuol negare il primato della Costituzione e denominare "primato della politica" l'applicazione del pilota automatico dell'euro, senza voler dire che esso determina l'applicazione di un modello socio-economico diverso da quello costituzionale.
In tal modo, se si affermasse la prevalenza del pareggio di bilancio nei termini incondizionati sopradetti, e persino se solo la Corte si vedesse costretta a esercitare quella imprevedibile discrezionalità relativa alla fase delle restituzioni, si sarebbe al fine modificato l'art.139 Cost., ("La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale"): ma si sarebbe, per ciò solo, aperta la via alla abrogazione per incompatibilità di tutte le possibili previsioni costituzionali in nome del vincolo esterno.
Insomma, le norme che affrontano il problema dei possibile rispetto degli "accordi nella Comunità" esistono già e sono  necessariamente quelle della Costituzione: gli artt. 11 e 139 Cost. 
Se non altro perchè la stessa adesione alla Comunità o Unione europea su di essi si fonda e sul loro rispetto va commisurata, arrivandosi altrimenti al dissolvimento, dichiarato, della stessa originaria legittimità costituzionale della scelta negoziale compiuta aderendo al trattato, che presuppone necessariamente un aderente che sia uno Stato "sovrano": e rinunciare ad esserlo, gli sottrae la stessa qualità di parte del trattato, facendo venire meno, unilateralmente, quella stessa legittimazione che le altre parti contraenti, invece, mantengono e fanno valere, come dimostrano le prese di posizione che paesi come la Germania, o la Francia, o il Regno Unito, costantemente assumono sull'applicazione delle norme dei trattati. 

8. Non bisogna infatti dimenticare che, come avvertimmo fin dai primissimi post, secondo Mortati:
la "forma repubblicana, considerata nel sistema della costituzione, non è solo una soprastruttura formale, ma invece elemento coessenziale al regime (democratico ndr) che, per essere basato su una "democrazia del lavoro", non tollera nessuna forma di privilegio nè attribuzioni di funzioni non collegate a meriti individuali, quali sono quelle che provengono da trasmissione ereditaria del potere...". 
Lo stesso massimo costituzionalista italiano, con riguardo ai rapporti tra ordinamento (allora) comunitario e Costituzione aveva affermato - in linea con sostanziali affermazioni della Corte costituzionale nello stesso senso - , in specie sui c.d. "controlimiti" interni alla "prevalenza" del diritto europeo:
"Passando all'esame dei limiti (di questa prevalenza ndr)...è da ritenere che essi debbano ritrovarsi in tutti i principi fondamentali, sia organizzativi che materiali, o scritti o impliciti, della costituzione: sicchè la sottrazione dell'esercizio di alcune competenze costituzionalmente spettanti al parlamento, al governo, alla giurisdizione,...deve essere tale da non indurre alterazioni del nostro stato come stato di diritto democratico e sociale (il che renderebbe fortemente dubbia la stessa ratificabilità del trattato di Maastricht e poi di Lisbona, ndr).  
Non è possibile distinguere, fra le disposizioni costituzionali, quelle che riguardino i diritti e i doveri dei cittadini e le altre attinenti all'organizzazione, poichè vi è tutta una serie di diritti rispetto a cui le norme organizzative si presentano come strumentali alla loro tutela (rappresentatività delle assembleee legiferanti; precostituzione del giudice, organizzazione della giurisdizione tale da assicurare la pienezza del diritto di difesa ecc.). Pertanto il trasferimento di competenze dagli organi interni a quelli comunitari in tanto deve ritenersi ammissibile in quanto appaia sussistente, non già un'identità di struttura tra gli uni e gli altri, ma il loro sostanziale informarsi ad analoghi criteri in modo che risultino soddisfatte le esigenze caratterizzanti il nostro tipo di stato".

lunedì 18 maggio 2015

SCUSATE, NON POTEVO RESISTERE...(IL REDDE RATIONEM è IL REDDE RATIONEM)

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 Questo è il redde rationem.

Che poi, se volete, è l'effetto inevitabile che porta al "25 luglio al rallentatore".

 

IL PENSIONATO CHE HA FATTO RICORSO ALLA CONSULTA: “I 500 EURO DI RENZI? IO NE PRENDO 1.600 AL MESE E MI SPETTANO ALMENO 2.500 EURO. CI SARÀ UNA VALANGA DI RICORSI” – “IL PREMIER CI INTIMIDISCE CON LA MINACCIA DI TAGLI ALLA SPESA SOCIALE”:

Il presidente del Consiglio afferma che rimborsare l’intera cifra costringerebbe il governo a tagli alla scuola o alla spesa sociale.
«I numeri li sparano grossi. È sbagliato considerare 18 miliardi facendo il calcolo fino al 2020, si deve fare anno per anno, come la Finanziaria, non mi risulta che l’Italia faccia piani quinquennali come i paesi comunisti di antica memoria. E poi Renzi non può fare questi atti di intimidazione: vuole farci sentire colpevoli di una cosa che ha stabilito la Consulta. Vogliono far passare i pensionati come una risma di farabutti che vanno addosso ai poveracci».
...Eppure non tutti i pensionati sono d’accordo con la Corte Costituzionale. C’è chi vuole rifiutare il rimborso, per favorire i giovani.
«Lo farei anch’io, ma solo se con questi soldi si facesse un tesoretto per abbattere il costo del lavoro in maniera strutturale, non solo per pochi anni. Solo così potrei rinunciare all’aumento della pensione che mi tocca e alla cifra che mi spetterebbe di diritto, perché io ho pagato tutti i contributi».

Se il "non ci sono le risorse" viene affermato - forse, finalmente, in "soldoni", percepibili da qualsiasi cittadino comune, abituato che a pensare che almeno la legalità costituzionale fosse intangibile- rispetto a una sentenza della Corte costituzionale che APPLICA uno dei diritti fondamentali, e immodificabili da qualsiasi fonte internazionale, nessuno può più sentirsi al sicuro...dall'€uropa.

SEI FAMIGLIE SU DIECI TEMONO CHE UN FAMILIARE POSSA PERDERE IL LAVORO E DUE TERZI DEGLI ITALIANI PREVEDONO CONSUMI FERMI O IN CALO – DE RITA: “LA GENTE NON SI FIDA

"...Questo pessimismo si proietta nel futuro: alla domanda di come saranno le cose fra sei mesi, il 71% degli intervistati vede una situazione stabile o in peggioramento. Di questi, un cospicuo 41% risponde che sostanzialmente i consumi resteranno uguali, e un altro 30% li vede in calo. Solo il restante 24% del campione esprime un segnale di fiducia prevedendo un aumento della spesa dedicata ai consumi. 

Una raffica di imposte
Non contribuisce a migliorare il clima la raffica di nuove tasse in arrivo: nel 2016 potrebbero arrivarcene sulla testa altri 16 miliardi. A lanciare l’allarme è la Cgia di Mestre (gli artigiani): «Oltre a trovare le risorse per rimborsare i pensionati e per far fronte all’eventuale bocciatura da parte dell’Ue dei nuovi regimi di fatturazione, il governo Renzi - dice la Cgia - dovrà individuare altri 16 miliardi di euro, altrimenti nel 2016 scatterà la clausola di salvaguardia che innalzerà le aliquote Iva e ridurrà le detrazioni/agevolazioni fiscali ai contribuenti italiani, con automatico aumento delle imposte».

Certo in teoria ci sarebbe l’alternativa dei tagli delle spese, ma visto che se ne parla da anni, e se ne parla con urgenza, ma finora non si è fatto nulla, non possiamo credere ai tagli finché non li vediamo."

L'unico punto ancora "in bianco": ma il pensionato ricorrente, oltre a rilasciare interviste a Repubblica, si rende conto del perchè "non ci sono risorse"?
No perchè, tra il rendersi conto e il "non" ci passa una breccia grande come un treno (...per l'€uropa che non smette mai di tirare in una direzione). Questa breccia è quella che bisognerebbe che ognuno  colmasse con le famose "risorse culturali"...di sopravvivenza.

domenica 17 maggio 2015

ARRIVEDERCI

Carissimi tutti,
con questo post, annuncio che inizierà un periodo di sospensione, o quantomeno di sostanziale allentamento, della produzione del blog, almeno nella sua forma espressiva fin qui seguita.
Se si porrà un'esigenza di comunicare, probabilmente, di quando in quando, l'affiderò a qualche forma di "poesia": la più negletta, ai nostri giorni, tra le forme d'arte; la meno riformabile e trasformabile, in funzione del "mercato" e, come tale, la più disprezzata del nostro tempo. 
Un disprezzo che va di pari passi col "soggettivismo pop", che sottrae alla stessa arte ogni traccia della sua originaria funzione, cognitiva e narrativa di quella tensione spirituale che appartiene a tutti e che, tuttavia, non potrebbe trovare altrimenti espressione.
Ho comunque di fronte la difficile prospettiva di scrivere un nuovo libro, che riordini e approfondisca il lavoro qui svolto nella fase successiva al già pubblicato "Euro e (o?) democrazia costituzionale".

Ma non è solo questo, il motivo: la "complessità" che caratterizza il condizionamento culturale e mediatico perseguito dal sistema neo-liberista esige risposte che lo spieghino adeguatamente, risposte senza le quali non vi sarebbe quel recupero di "risorse culturali" che considero essenziale per un autentico riscatto democratico.

La democrazia costituzionale è in rapido dissolvimento: ciò è l'effetto di una strategia ben radicata e accuratamente programmata, attivata da chi dispone di risorse pressocchè illimitate...al fine di affermare la limitatezza delle risorse dello Stato democratico (per quanto si tratti, per ESSI, di investimenti insignificanti e, perciò, ad altissimo rendimento, in termini di instaurazione del sentire neo-orwelliano "di massa";  e cioè in termini di "ritorno" di cui ha potuto avvantaggiarsi l'oligarchia che ha concepito questo programma). 

Anche se l'idea restauratrice di base è molto semplice e brutale, - come ho cercato di illustrare a più riprese in questa sede -, essa agisce in termini politici e culturali molto articolati, cioè stratificati nel corso del paziente lavorio che ha portato all'affermazione, come verità assolute, degli slogan deliranti del nuovo sistema di disattivazione della democrazia.
Il compito di smascheramento dei meccanismi cognitivi e dell'ideologia sottostante a tali slogan, credo di averlo espletato con tutte le mie forze. 
Questa parte del lavoro rimane a disposizione e, forse, a tutti può giovare un tempo di riflessione e di  sedimentazione, potendo - se lo si desidera - ripercorrere le tappe della divulgazione compiuta in questa sede (che rimangono a disposizione).

Il blog, comunque, rimane aperto alla pubblicazione dei contributi di coloro che sono stati, finora, dei proficui redattori e collaboratori: se essi vorrano, il loro lavoro potrà proseguire in questa sede. 
Forse, di quando in quando, potrò tornare a pubblicare dei post, per focalizzare gli aspetti più eclatanti di quanto presenta la realtà italiana e internazionale.
Ma, allo stato, questo è un vago desiderio: in questa fase, essenzialmente, mi affiderò alle parole di qualche "inutile" poeta. 
Non posso quindi oggi stabilire se e quando potrò ancora tornare a seguire personalmente il blog. 

Devo certamente sottolineare che di questo mi dolgo; abbandonare questa"finestra" è un passo che intraprendo con rammarico ed una certa (conflittuale) titubanza.
Ma come iniziare a scrivere il blog è stato un passo nel buio, - certamente sostenuto, specie nella fase iniziale, dalla vicinanza di tanti lettori e commentatori "amici" - allo stesso modo, oggi, lasciare questo esercizio (quasi quotidiano) di scrittura e di analisi, mi porta in un nuovo territorio.
Una "terra incognita" definita dall'interrogativo - corrispondente ad un'esigenza del tutto personale- sul "senso" di qualsiasi opera informativa, che cerchi di correggere e bilanciare lo spaventoso abbandono della verità che emerge dal sistema mediatico.

Sono conscio del fatto che per altri, meritoriamente impegnati in questo stesso lavoro, cioè nell'ambito dei blog che compongono una (più o meno) analoga offerta di contenuti informativi, probabilmente non si presenta, nella stessa misura e urgenza, questa necessità di riflessione.
Quindi, la precisazione con cui vi lascio (per il momento...) è che ho la sensazione che "qualcosa" mi (o ci) sfugga.

Avverto un momento di profondo disorientamento collettivo, uno scollamento tra verità "salvifiche", rese accessibili, e utilizzazione adeguata di questa medesima chance di consapevolezza: almeno relativamente all'attivazione di un percorso di liberazione, in ogni strato della società e in ogni livello (ascensionale o discendente che sia) di rispettiva risposta concreta.
Ma potrebbe essere il riflesso ingannevole di un mio stato d'animo...
Spero, con la fase di revisione che mi consentirà la scrittura del libro, di focalizzare questo "qualcosa". 
Scoprire i propri limiti, e magari riuscire a superarli, è sempre utile per definire il nostro rapporto con il tempo in cui viviamo e con il tempo limitato della nostra esistenza.

A tutti, per ora, mando un grande abbraccio collettivo e offro una...poesia di arrivederci:

Arrivederci (di Nicanor Parra)
E' venuta l'ora di ritirarsi
sono profondamente grato a tutti
tanto agli amici compiacenti
quanto ai nemici frenetici
inobliabili figure sacre!
Me misero
se non fossi riuscito a guadagnarmi
l'antipatia quasi generale:
salve cani felici
pronti sulla mia strada ad abbaiare!
Mi accomiato da voi 
con la più grande letizia del mondo.

Grazie di nuovo, grazie
riconosco che mi scendono le lacrime
ci vedremo di nuovo
in mare sulla terra dove sia.
Scrivete, fate i bravi
confezionate il pane
tessete senza sosta ragnatele
vi faccio ogni genere di auguri:
tra le cime appuntite 
degli alberi che son detti cipressi
io vi aspetto con denti e molari.

venerdì 15 maggio 2015

LA PERCEZIONE INVERSA- MARGIN CALL'S COUNT DOWN

http://thumbs.dreamstime.com/x/diagramma-che-mostra-percezione-visiva-un-essere-umano-48096463.jpg


1. Proviamo a capire "l'implicito" (cioè quello che conta, essendo "l'esplicito" di un governatore di BC, generalmente, una tautologia) di questa ennesima dichiarazione di Draghi: 
 Che poi sarebbe a dire:
"Il quantitative easing della Bce resterà in piedi per tutto il tempo necessario, è presto per dichiarare vittoria. Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, durante un intervento al Fondo monetario internazionale a Washington".
Quindi la domanda è: per tutto il tempo necessario...a chi?
I mercati azionari europei (naturalmente eccettuata la Grecia...perchè sarebbe fuori dal QE) sono in forte rialzo e certamente c'era da aspettarselo.

2. C'è chi dice che il rally azionario dell'eurozona "non è una bolla";  si tratterebbe di aspettative giustificate dalla prospettiva di un rialzo dei profitti - dovuto naturalmente al traino delle esportazioni da "svalutazione"- per le euro-equities. Queste sarebbero ancora convenienti (rispetto ai titoli scambiati a Wall Street), registrando un rapporto prezzo/utili ancora dimezzato rispetto alle azioni scambiate a Wall Street; così il Sole 24 ore, riportando l'opinione di Goldman&Sachs!
Anche se poi, ammette:
"Per questo praticamente tutti gli investitori, economisti e analisti ritengono che il rally del mercato azionario europeo sia destinato a continuare. E ritengono che in Borsa non ci sia una bolla speculativa: del resto i listini europei non stanno facendo altro che anticipare l'auspicata ripresa economica del Vecchio continente. Il rischio è però che questa sbornia di liquidità faccia perdere il senso della realtà agli investitori: se in Borsa ancora non si vedono veri eccessi, altrove se ne vedono eccome.
È il caso probabilmente delle obbligazioni emesse da aziende poco affidabili (i cosiddetti «junk bond»): la domanda per questi titoli è così forte che i rendimenti continuano a scendere (ormai quelle con rating «BB» rendono meno del 3%) e le emissioni ad aumentare. In Europa, calcola Fitch, le emissioni nel 2014 hanno superato il record per il quinto anno di fila. Tanti economisti sentono odore di bolla anche in alcuni mercati immobiliari, per esempio nei Paesi nordici. E gli eccessi stanno tornando nella finanza strutturata americana. Ma nel mondo fantastico del «quantitative easing» è difficile capire se si tratti di vere bolle o di «nuova normalità». Fin che qualche banca centrale stampa denaro, del resto, la realtà resterà distorta. La vera domanda è: poi cosa accadrà
?"

3. In aggiunta, Vito Lops ci parla dell'obbligazionario pubblico, il più legato agli effetti diretti del QE:
"Il “qe” dopo appena un mese di vita ha creato però un paradosso sui titoli di Stato. In alcuni casi i tassi sono scesi talmente tanto che la Bce tecnicamente non può più acquistarli.  E’ previsto che non possono essere acquistati bond con un tasso inferiore a quello sui depositi, fissato al momento a -0,2%. Bene, alla chiusura di venerdì c’erano titoli di quattro Paesi dall’area ad avere fino a certe scadenze rendimenti ancor più bassi: la Germania (su scadenze fino a 3 anni); Austria, Finlandia e Paesi Bassi (sulla scadenza a 2 anni). 
Nel complesso (escludendo i titoli annuali che non rientrano nella manovra) ci sono più di 300 miliardi di euro in bond dell’Eurozona che non sono più acquistabili dalla Bce perché i tassi sono troppo bassi da essere persino usciti dalla coperta del “qe”."

4. A questo punto vi ripropongo questo bel grafico sul saldo delle partite correnti USA, che "casualmente" riporta il livello del saldo negativo a quello del momento di lancio del QE3, nel 2012:

United States Current Account

E riproduciamo, anche, il CAB della Gran Bretagna:
United Kingdom Current Account




Insomma, si possono fare molte analisi sul trade-off,  tra gli effetti negativi sull'industria "oil" (e quella dei servizi e produzioni connessi), e quelli positivi sui restanti settori industriali, quanto a investimenti, profitti, e occupazione.

Ma di certo c'è un importante "core" di paesi anglosassoni che, a questi livelli di prezzo del petrolio, non ci guadagna tanto in benessere, convenienza esportativa, livelli occupazionali e rivalutazione della propria divisa che "incentiva" le importazioni (non oil). E forse si stanno accorgendo che non è questo il dispetto "giusto" che possono fare a Putin.

Quindi per loro, la continuata svalutazione dell'euro e il calo dei rendimenti del settore obbligazionario, non sono un grande affare. Anzi, con la loro tradizionale "potenza di fuoco" sui mercati finanziari, hanno tutto l'interesse a che questi tassi ritornino in alto...

E nemmeno hanno interesse a che si prolunghi pericolosamente una bolla sul proprio azionario. Ma chi controlla e anticipa questi processi di aggiustamento, ormai?  

5. Se la FED aumentasse i tassi, le "sofferenze" sui mutui decollerebbero; e i relativi ABS, e derivati vari, sul sistema "oil" salterebbero a gran velocità. Ma se non lo facesse, dovrebbe assistere al fallimento di un'epoca passivamente: l'effetto ricchezza creato dall'azionario gonfiato dal QE, non smuove gli investimenti e i consumi USA (semmai ha creato una bolla speculativa su solo settore immobiliare, il "residential") e ha scatenato un'orgia di buyback (acquisto delle proprie azioni) delle imprese quotate, a unico giovamento dei "premi" attribuiti agli a.d.

La coperta da un lato o dall'altro è troppo corta. E forse lo starnuto diventerà un'esplosione, dopo giugno o dopo settembre, visto che così i media "specializzati" sembrano credere (c'è da aspettarsi che la Yellen, se pure lo farà quest'anno, inizialmente alzerà i tassi in modo praticamente simbolico)...Ma poi, chi assorbe il prodotto dell'area euro (fuori o dentro di essa)? 

Cioè, come faranno le azioni €uro-area a giustificare i futuri, crescenti, profitti da export e la "non speculatività" del rialzo attuale (che non si fermerebbe certamente ad aspettare i bilanci del prossimo anno)?

A 'sto punto fatevi due calcoli e vedete quanto manca per un bel "margin call". 

Steen Jakobsen: Get Ready For The Biggest Margin Call In History

"...0% interest rates at $0 down has not created the additional momentum to the economy the Fed was hoping for. The trickle down effect, the wealth effect, has instead made for bigger inequality in society. So I think we’re set for a rate hike in either in June or in September. I think this will be the biggest margin call in history on the asset inflation created by the Fed .

That’s where I differ from most Fed watchers. Everyone else is looking at employment, inflation targeting. I don’t think Fed is at all looking at those. They are saying “Listen, the 0% interest rate is getting us absolutely nowhere, we think it’s very, very important for us to move to a more neutral place”. At the same time we will communicate that we are open-minded to additional programs or whatever needs to be done to secure the long term growth of the economy. But that will be on the down side, not on the up side. And as year has progressed, and I’ve said this publicly, I think 2015 is already lost in terms of recovery here. And that will take the market by surprise.

The market will ask in September when the Fed hikes: “Why are you hiking interest rate when growth is below target, inflation below target”? Well, the Fed's response will be “Because this is the biggest asset inflation we’ve seen in human history and we need to address it”.

 


mercoledì 13 maggio 2015

LA "RICRESCITA" SENZA INVESTIMENTI E CONSUMI: TRA EFFETTI DI €-CORREZIONE E...REDDITO DI CITTADINANZA

 http://storiaestorie.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2013/11/crisi-del-29.jpg

1. Cominciamo da questo grafico relativo alle partite correnti USA:

United States Current Account

Il dato, è facile constatarlo, è il peggiore dal primo trimestre 2013.
La conseguenza però, nel dato trimestrale del PIL Q1 2015, è stata piuttosto negativa:
"Le esportazioni sono diminuite del 7,2%. Le importazioni sono aumentate dell’1,8%. Il deficit commerciale è così salito al livello annualizzato di 522,1 miliardi di dollari dai precedenti 471,4. Il deficit commerciale ha sottratto 1,25 punti percentuali alla crescita del Pil.
Secondo Bloomberg, gran parte della flessione delle esportazioni è dovuta alla crescita del valore del dollaro".

 2. C'è poi un altro elemento, per così dire, "interessante":

Le importazioni crollano dovunque, specie nei paesi emergenti

 Fonte: Bce bollettino economico numero 3, maggio 2015

3. E, infine, eccovi il commento Istat del dato relativo alla c.d. "inversione" della crescita in Italia, nel primo trimestre 2015, che starebbe portando alla pretesa fine della recessione per l'anno in corso (e per un radioso futuro):
La crescita congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dell’industria e di una sostanziale stazionarietà nei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) maggiore dell’apporto negativo della domanda estera netta.

"AL LORDO" delle scorte, implica dunque che il fenomeno, peraltro ricorrente, è quello della ricostituzione delle scorte da parte di imprese che essenzialmente importano materie prime o prodotti finiti (che poi distribuiscono sul mercato interno) ovvero prodotti "intermedi" (importati dall'estero, magari a seguito di delocalizzazioni di parti essenziali della filiera; prodotti intermedi che, comunque, che entrano nella produzione di altre imprese). 
In conseguenza di tali importazioni, le nostre imprese hanno "lavorato" e prodotto beni (e servizi, ma a quanto pare molto "meno") determinando una serie di pagamenti a soggetti residenti (lavoratori dipendenti di quelle imprese e prestazioni indotte ausiliarie e collegate: es; gli stessi fatturati delle imprese residenti che hanno rivenduto materie prime e prodotti importati, o della filiera dello stoccaggio e della distribuzione).
Ma questo, le imprese industriali che ricostituiscono le scorte, lo hanno fatto nella prospettiva di vendere successivamente tali beni sul mercato estero; ma anche su quello nazionale.

4. Per quanto riguarda il primo:
a) il mercato extra-zona euro, come abbiamo visto, contrae le sue importazioni con una tendenza ormai di medio periodo: se ci sarà una tenuta delle vendite verso tale mercato, sarà dovuta in una qualche misura, - misura che le industrie produttrici evidentemente stanno già constatando, e scontando - agli effetti della svalutazione dell'euro rispetto al dollaro (divisa con cui, prevalentemente, vengono eseguite quelle transazioni);
b) il mercato dell'area-euro, non si trova in condizioni differenti da prima, a seguito di tale svalutazione: i rapporti di competitività, cioè i differenziali di tasso di cambio reale rimangono inalterati e soggetti alla stesse dinamiche anteriori a tale svalutazione: per tutti il "vantaggio" esterno all'UEM agisce nello stesso modo (in termini di prezzi "relativi"; non in termini, ovviamente, di struttura e composizione dell'offerta nazionale e di conseguente diversa elasticità delle rispettive esportazioni rispetto alle variazioni del cambio nominale; ma solo, ripetiamo, verso l'area extra-UEM);
c) in conseguenza di ciò, la "quota" italiana di beni importati da altri paesi dell'area euro, rimane quasi invariata: una qualche variazione, dipende dal miglioramento, differenziato, di competività rispetto agli altri paesi UEM; tutti però simultaneamente impegnati a deflazionare il lavoro allo stesso scopo. Anche più di noi, prevalentemente.
Questa situazione ci attribuisce comunque un certo vantaggio in termini di crescita: se sale la domanda complessiva all'interno dell'UEM, sebbene in misura "solo" proporzionale, si vendono comunque più prodotti italiani in tale area. Però è anche vero il "viceversa" come vedremo
Sul punto torneremo tra un po', per definire il quadro delle prospettive.

5. Per quanto riguarda il mercato interno, la ricostituzione delle scorte, - magna pars della "componente nazionale" della domanda che, a dire dell'Istat, avrebbe superato il contributo negativo di quella estera-, potrebbe avere un effetto meramente transitorio: cioè circoscritto a questa fase relativa alle scorte che, di per sè, è solo preparatoria di una successiva fase di vendita; perciò è dimensionata su delle "aspettative".

Perchè tale fase non sia di crescita transitoria, cioè perchè tale fase preparatoria non si risolva in un'aspettativa erronea, occorrerebbe però che:
i) ripartissero i consumi in misura stabile e consistente e, soprattutto, corrispondente alle aspettative su cui si sono dimensionate le ricostituite scorte;
ii) ripartissero gli investimenti, attendendocisi, (altra aspettativa), che la struttura degli impianti attuali non sarebbe sufficiente a sopperire ad una domanda interna in rialzo. 
E questo dopo che l'attuale struttura aveva svolto la sua funzione nel produrre ciò che la domanda estera richiedeva mentre, però, la domanda interna (ben più consistente nel determinare il fatturato) si riduceva drasticamente: cioè, tale struttura non può che essersi ridotta
E infatti, recessione triennale, disoccupazione raddoppiata e deflazione attestano questa deindustrializzazione
Per di più, nel riportare in attivo il saldo delle partite correnti, si è verificato solo un modesto aumento della domanda estera, essendo il saldo attivo delle partite correnti determinato essenzialmente dalla caduta delle importazioni. 

6. Da notare, a conferma di ciò, che gli investimenti sono calati anche nel corso del 2014, come attesta il FMI:

http://www.programmazioneeconomica.gov.it/wp-content/uploads/2015/05/6.31.png

E notare pure che si deve trattare di investimenti PRIVATI, perchè quelli pubblici è previsto che diminuiscano comunque:

http://www.cipecomitato.it/it/immagini/A6.5.png

 
7. Insomma, se - e solo se- ripartissero "durevolmente" (ben oltre un trimestre "al lordo delle scorte") i consumi e gli investimenti, i beni prodotti sarebbero venduti e seguirebbe una "certa" crescita; tutta nel settore privato. Con un auspicabile aumento dell'occupazione che, producendo un maggior reddito disponibile alle famiglie, moltiplicherebbe gli effetti virtuosi. 
Solo che questo aumento dell'occupazione, in concomitanza con questa "fiammata" attuale di crescita relativa al primo trimestre 2015, non si sta semplicemente verificando.

Col non piccolo inconveniente, però, che alla crescita di consumi e investimenti, conseguirebbe sì un consolidamento dell'aspettativa circa il volume della produzione ma questo, a sua volta, condurrebbe alla stabilizzazione delle crescenti importazioni verificatesi per la ricostituzione delle scorte.
E' come un serpente che si mangia la coda: la crescita della domanda interna avviene, in maniera più che proporzionale, determinando un aumento delle importazioni che, però, manda in negativo il bilancio delle partite correnti, provocando un elemento negativo del PIL (che perciò cresce meno).
Tale, ormai, è lo stato della nostra produzione industriale, non padrona delle intere filiere, smantellate, svendute o delocalizzate e, comunque, non più esistente per molti dei beni che sono più pesanti nel paniere dei consumi, proprio "terminate"; produzioni "perse" dalla produzione nazionale.

8. Insomma, dentro all'euro, "non ci possiamo permettere" uno stabile e permanente aumento dei consumi e degli investimenti: per risultare tali da determinare un effettivo vantaggio di crescita, dovrebbero rivolgersi alla ricostituzione delle filiere "pesanti", cioè dei prodotti più presenti e incidenti sulla composizione della domanda interna. 
Senza dimenticare che, anche volendo (coraggiosamente) ricostituire queste "filiere" perdute, e che dovrebbero in ipotesi sostituire i beni "pesanti" importati dall'estero, occorrerebbe prevalentemente importare beni strumentali, acutizzando lo sbilancio delle partite correnti.

Ed infatti, - sebbene non si comprenda cosa ne abbiano capito i politici oggi al governo-, le politiche seguite sul mercato del lavoro e quelle fiscali, cioè di taglio della spesa e di aumento delle entrate pubbliche, tendono esattamente allo scopo di contrarre la domanda interna, determinare un'alta disoccupazione strutturale, un'alta precarizzazione (e diminuzione della popolazione "attiva"), potendosi così imporre una generale diminuzione dei salari (e quindi una convergente contrazione della domanda interna per puntare su aumento delle esportazioni e diminuzione delle importazioni).

9. Ora, queste politiche di correzione della "competitività" proseguono o no? 
Cioè gli effetti del jobs act - essenzialmente di sostituzione di posizioni precarie con contratti a tempo indeterminato, esclusivamente in quanto e per il tempo che esistano i relativi sgravi fiscali- e della riduzione del deficit pubblico attraverso politiche di bilancio strutturale in pareggio, cioè, in soldoni, di riduzione della domanda interna (sicuramente quella pubblica e di conseguenza quella privata), sono forse cessati?
Pare proprio di no. 
E i pensionati privati dell'adeguamento pensionistico, anche dopo la sentenza della Corte costituzionale, ne sanno qualcosa. 

10. Questo non vuol dire che una modesta crescita non sia possibile in queste condizioni; ma solo nel breve periodo, cioè non per una fase prolungata di medio e lungo termine.
Questo per il semplice fatto che non si creeranno, a fronte della univocità delle durevoli politiche fiscali e del mercato del lavoro, le condizioni per stimolare gli investimenti e quindi per arrivare a invertire la deindustrializzazione in corso. E neppure ad invertire la tendenza all'investimento estero, che si appropria della residua produzione nazionale, portando a inevitabile ristrutturazione, con scontata diminuzione di occupazione e salari nelle unità acquisite dai generosi "investitori".

10. Insomma, le politiche seguite non possono portare ad una crescita consistente e stabile: solo a un diverso livello di stagnazione che, però, è dovuto solo ad un rallentamento - spesso pre-elettorale - delle politiche fiscali di correzione.
Tant'è vero che la Commissione UE, che come abbiamo visto, doveva in aprile monitorare lo stato dei conti pubblici italiani, ha già parlato di un'ulteriore correzione di 0,25 punti, dovendosi da questo desumere che i limiti della pseudo flessibilità - rispetto all'obiettivo intermedio di deficit verso il pareggio- siano stati varcati (e si capisce: siamo in periodo preelettorale...). 
Questo, in soldoni, il responso della Commissione, datato 13 maggio e passato piuttosto sotto silenzio:
"Per Bruxelles, infatti, l'Italia dovrebbe realizzare un aggiustamento fiscale pari almeno allo 0,25% del pil quest'anno e dello 0,1% del pil il prossimo, mettendo in atto le necessarie riforme strutturali in entrambi gli anni, tenendo in considerazione la deviazione concessa per l'implementazione delle riforme maggiori."


11. Ora occorre calcolare che il "grosso" dell'effetto recessivo legato al consolidamento fiscale innescato dall'ultima legge di stabilità si colloca "naturalmente" nella seconda parte dell'anno: sia perchè da maggio in poi si pagano le imposte più incisive, sia per ragioni elettorali, relativamente all'effettiva percezione dei previsti tagli alla spesa pubblica (che a loro volta si traducono in maggiori imposizioni da parte degli enti locali, cioè obblighi tributari assolti prevalentemente da metà anno in poi).
Insomma, mentre, come abbiamo visto sopra, gli USA inizieranno inevitabilmente a cercare di correggere il loro accresciuto "buco" delle partite correnti, e mentre i BRICS di certo non saranno un mercato in espansione, i consumi semplicemente non possono ripartire. Certamente in misura non consistente (a pena di aggravare i nostri conti con l'estero). 
E con ogni probabilità non per tutto l'anno, perchè l'incisione delle manovre fiscali non solo è spostata nella seconda parte dell'anno, ma la Commissione europea vuole una correzione in corso nel 2015 e, dopo tanta flessibilità, - adeguamenti pensionistici o meno-, sta già minacciando di avviare una procedura di infrazione dei limiti di deficit ex art.126 TFUE: ma riferita agli obiettivi di deficit intermedi posti nel quadro del fiscal compact, non al limite del 3% che, per l'Italia, non è più quello che conta.

11. Come NON hanno capito quelli che discutono in TV.  
E, tra questi, chi propone il reddito di cittadinanza "anche sforando il 3%, perchè no?". 
Perchè no: siamo nel meraviglioso mondo dell'euro, non lo avete capito?
Le coperture non saranno mai trovate, per il numero reale di disoccupati e sottoccupati e indigenti provocati dalle politiche "fiscal compact". 
MAI. 
A meno che non si decida di "abolire" in termini pratici le pensioni, - cioè inventando tanti modi (già allo studio) di ridurle progressivamente a livelli pressocchè di "indifferenza" (ricardiana), rispetto all'ipotizzato reddito di cittadinanza, - nonchè la sanità pubblica: si arriverebbe così,  a questi livelli di disoccupazione, deflazione salariale e precarizzazione a passare un, diciamo, 300 massimo 400 euro al mese ai vari "derelitti", sfornati in produzione seriale dal sistema, fissando così anche la AUTOMATICA SOGLIA SALARIALE A CUI IN FUTURO PERVERRA' OGNI PROPOSTA DI LAVORO PER I DISOCCUPATI E SOTTOCCUPATI.

Ma a pensarci bene, siccome questa ghiotta prospettiva (reddito di cittadinanza e sua effettiva, non immaginifica, copertura con drastici tagli a pensioni e sanità) dovrebbe piacere, e molto, "nelle alte sfer€", probabilmente la cosa si farà: basta aspettare che si siano svolte le elezioni, e poi, verrà il momento in cui un governo "efficiente" potrà attribuirsene il merito esclusivo.

Intanto, rassicuratevi. Gli effetti della manovra di stabilità e della ulteriore correzione di 0,25, saranno collocati, o quantomeno "registrati", nella seconda parte dell'anno. E consumi e investimenti non saranno ripartiti, nella media dell'anno in corso.
E neppure, ci scommetterei, accresciute le importazioni di beni italiani degli USA e della Francia, se per questo...