lunedì 2 marzo 2015

DEMOCRAZIA, PARTITI DI MASSA E LIBEROSCAMBISMO: SAPER DIRE LA VERITA' (L'ULTIMA CHANCE).

Massa e Potere - Elias Canetti

1. Mi rendo conto di quanto sia importante coordinare, in un'unica esposizione riassuntiva, il discorso che abbiamo cercato di svolgere negli ultimi mesi.
La questione riguarda il tema dei temi: e cioè come la democrazia "sostanziale" (imperniata sulla tutela dei diritti fondamentali sociali da parte delle istituzioni politiche, a ciò vincolate dalle Costituzioni democratiche), non possa effettivamente sopravvivere all'inserimento della società in un paradigma liberoscambista
Più esattamente, si tratta di come la democrazia, all'interno di tale paradigma liberista, non possa sopravvivere se non in termini "idraulici", che significa "tolleranza" verso l'espressione del voto, ma a condizione che conduca alla ratifica di indirizzi di politica economica e sociale rigidamente precostituiti, cioè convenienti alla oligarchia che controlla de facto ogni processo decisionale. 
Il caso Grecia, in termini di visibilità "estrema", e  anche quello italiano, altrettanto visibile ma occultato dal sistema della "grancassa mediatica" pro-oligarchica, ci riportano al plateale fenomeno di inutili o quantomeno "stanche" consultazioni elettorali, in costanza di un alto astensionismo correlato alla constatazione della invariabilità delle politiche che qualunque maggioranza uscita dalle urne sarebbe scontatamente "vincolata" a perseguire.

2. Negli USA ciò è stato anticipato, (rispetto all'Europa, sia pure con differenti capacità di adeguamento in ciascun paese), quasi allo "stato puro", dagli effetti dell'apertura dei mercati dei capitali - e dal conseguente paradigma dei vantaggi comparati che portava alla intensa delocalizzazione del manifatturiero esposto alla concorrenza asiatica, a cavallo fra gli anni '70 e '80: Galbraith ci parla apertamente della connessione tra ciò e l'istituzionalizzazione delle politiche monetariste anti-inflattive, che si è riflessa nella rottura della forza dei sindacati a fronte del dissolvimento del legame tra territorio e industria
Ciò ha provocato, a sua volta, la progressiva e insesorabile sconnessione tra il partito Labor americano, cioè (tendenzialmente) quello democratico, e il supporto elettorale-finanziario apprestato dal fronte sindacale

Una volta che la competizione elettorale sia affidata alla esclusiva "via mediatica" a pagamento, ogni forza politica finisce per essere rappresentativa dei soli interessi di coloro che sono in grado, sul "libero mercato", di finanziare adeguatamente le campagne elettorali.
Ne è conseguita, - come effetto a catena della dissoluzione della capacità autorappresentativa della forza lavoro e di ogni altra componente sociale e produttiva non legata alla grande impresa finanziarizzata, (connessa all'indebolimento industriale-manifatturiero) -, la tendenziale coincidenza degli interessi "principali", cioè dei c.d. stakeholders, sottostanti a qualunque forza politica in grado di raccogliere (mediaticamente) il consenso a livelli sufficienti per governare. 
Insomma, le differenze tra i "maggiori" partiti, (solo apparentemente in competizione), sfumano fino a divenire, per capture irreversibile da parte delle stesse forze oligarchiche, irrilevanti.

3. Ora, in Italia, come in ogni altro paese (quantomeno) dell'area euro, questo stesso processo "involutivo" della democrazia e del benessere, ha assunto proporzioni tangibili in misura tale da non poter essere più ignorato.
Abbiamo visto come il jobs act, con il suo demansionamento generalizzato, di tipo "organizzativo", segni il punto di approdo da lungo tempo auspicato dalle stesse forze finanziario-oligarchiche che governano l'area euro.
Ma l'accelerazione finale è, appunto, un "approdo", in quanto preceduta da tutto l'armamentario reso "necessitato" (cioè forza super-sovrana incontestabile e "cui resisti non potest") dall'adozione della moneta unica
Quest'ultima, - proposta come obiettivo irrinunciabile e da mantenere ad ogni costo-, ha consentito, (peraltro in prosecuzione della sua forma sperimentale ed imperfetta dello SME), la simultanea imposizione di vincoli fiscali che sono, tutt'ora, il più potente strumento di giustificazione dello smantellamento forzato del welfare costituzionale e della stabilità e remuneratività del lavoro.

4. In un sistema industriale come quello italiano, questi strumenti hanno agito sul legame tra territorio e grande industria pubblica, assoggettata alla notoria massiccia privatizzazione (in mani sempre più estere), giustificata dalla presunta utilità della riduzione del debito pubblico, recidendo il legame tra sistema delle piccole e medie imprese e la stessa grande industria legata al territorio. (Laddove, invece, il problema della crescita del debito pubblico italiano è attribuibile al cumularsi dell'introduzione del vincolo monetario, in forma di SME, e del modello della banca centrale indipendente, conseguita al divorzio tra tesoro e bankitalia, ed all'esplosione degli interessi, fissati dai mercati anzichè della sovrana decisione dello Stato democratico.)
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5. Il fenomeno, svoltosi drammaticamente negli ultimi due decenni, lo abbiamo sintetizzato in questi termini:
"...il punto sono:
a) le politiche industriali, impedite d'autorità dall'UE (esigono politiche fiscali anche sul lato della domanda e anticicliche, ormai in soffitta) e
b) la conservazione dell'alta tecnologia ancorata al territorio, che può essere consentita solo dalla grande industria PUBBLICA. Ciò, coincide con la privatizzazione selvaggia di quel settore industriale pubblico che è il volano delle PMI (storicamente e funzionalmente; su questo credo di aver imparato da un gigante degli economisti italiani, e, a mio parere, non solo, come Cesare Pozzi). 

Infatti non ho parlato solo di cambio flessibile -anzi non ne ho parlato affatto- ma di un intero modello produttivo, anzi, "sociale", creato dal free-trade, e quindi export-led, secondo il paradigma specializzato dei vantaggi comparati ricardiani: questo inevitabilmente distrugge intere filiere, in nome della competitività-deflazione salariale, e senza che le PMI possano rimproverarsi vere o presunte incapacità di competere (anche leggersi "Bad Samaritans" di Chang è illuminante)...
Questa è l'UE-UEM e, infatti, ho proprio detto che l'euro è un potente "catalizzatore" cioè un innesco strumentale di tutta la faccenda.
La responsabilità delle PMI è culturale e politica: non arrivano a comprendere cosa significhi il free-trade imposto per trattato, credendo che la globalizzazione istituzionalizzata (WTO-UEM-FMI) sia un fenomeno inevitabile, mentre invece è una creazione umana, molto ideologica e accettata passivamente, contro limiti insormontabili della Costituzione (credendo che questa si limiti a tutelare il sindacato e cadendo nella trappola della rincorsa alla distruzione della domanda interna, tramite l'ostilità indistinta e poco meditata verso la spesa pubblica). "

6. Il problema dunque è l'intero paradigma che si accompagna, inevitabilmente e fin dall'inizio, cioè programmaticamente, alla moneta unica.
Nei suoi esiti finali, si tratta della deindustrializzazione ("competitiva" cioè spalmata sui paesi più deboli per imposizione del contenuto stesso del trattato, inevitabilmente congeniale ai paesi più "forti") e del suo riflesso sulla struttura politico-sociale del paese, prima ancora che su quella economica. Riportiamo il passaggio di Rodrik perchè ci pare riassumere perfettamente il fenomeno in tutte queste implicazioni:
"Le conseguenze politiche di una prematura deindustrializzazione sono più sottili, ma possono essere più significative.
I partiti politici di massa sono stati tradizionalmente un sotto-prodotto dell'industrializzazione. La politica risulta molto diversa quando la produzione urbana è organizzata in larga parte  intorno all'informalità, una serie diffusa di piccole imprese e servizi trascurabili. 
Gli interessi condivisi all'interno della non-elite sono più ardui da definire, l'organizzazione politica fronteggia ostacoli maggiori, e le identità personalistiche ed etniche dominano a scapito della solidarietà di classe.

Le elites non hanno di fronte attori politici che possano reclamare di rappresentare le non-elites e perciò assumere impegni vincolanti per conto di esse.
Inoltre, le elites possono ben preferire - e ne hanno l'attitudine- di dividere e comandare, perseguendo populismo e politiche clientelari, giocando a porre un segmento di non elite contro l'altro.
Senza la disciplina e il coordinamento che fornisce una forza di lavoro organizzata, il negoziato tra l'elite e la non elite, necessario per la transizione e il consolidamento democratico, hanno meno probabilità di verificarsi.
7. Questo passaggio ci porta ad approfondire due aspetti,  che rinviano a ragionamenti che abbiamo già in parte svolto:
a)  Il primo è questo: se gli interessi condivisi all'interno della non-elite sono più ardui da definire (proprio per il venire meno di quel motore dei partiti di massa che è la industrializzazione manifatturiera legata al territorio), la non-rappresentatività di qualsiasi forza politica rispetto alla maggioranza schiacciante della non-elite, conduce all'astensionismo
E l'astensionismo è la condizione "ideale" di svolgimento delle politiche liberiste, persino più di quelle perseguite da una dittatura oligarchica.




Ma anche il tentativo successivo di riconquistare questa rappresentatività (e quindi il ruolo di "partito di massa") ne viene indebolito e privato di vitalità - cioè finisce in ostacoli insormontabili ad un suo vero consolidamento-, perchè tendenzialmente, chi ci prova parte dalla "denunzia" degli effetti e non delle cause (cioè il free-trade con, nel caso europeo, i limiti fiscali legati alla moneta unica), confondendo uno Stato "ladro" o "vampiro" con uno Stato, al contrario, svuotato della sua sovranità.
Cioè, si attacca lo Stato per ragioni opposte a quelle che legittimamente consentirebbero di rivolgergli un rimprovero: quelle che derivano dalla sua violazione del vincolo inderogabile costituzionale, ignorando quest'ultimo o ritenendolo superato. Cioè si rende responsabile lo Stato di ciò che "fa" - in nome dell'Europa-, mentre è evidente che vìola gli obblighi superiori relativi a ciò che "avrebbe dovuto fare (per Costituzione)".  
La responsabilità dello Stato, infatti, è di non essere in grado di rispettare quella legalità costituzionale che gli imporrebbe di perseguire il pieno impiego (artt.1 e 4 Cost.), il pieno diritto alla salute universale per mano pubblica (art.32 Cost.), la previdenza corrispondente ad un copertura adeguata e commisurata alla tutela reale delle retribuzioni in costanza di lavoro (art.38 Cost.), la stessa pubblica istruzione, con un livello di spesa adeguato alla formazione diffusa ed avanzata dei cittadini (artt.33 e 34 Cost.).


8. Come abbiamo già detto, "Il messaggio centrale (di coloro che tentano di offrirsi come opposizione al paradigma dell'€uropa), è: "la gente ci chiede più lavoro e meno tasse". And that's it: certo poi ci sono prese di posizione su problemi correlati, come l'indubbia strumentalizzazione dell'immigrazione no-limits utilizzata come "maglio" incessante alla tenuta di un mercato del lavoro in caduta libera verso la deflazione salariale."
Ma si ignorano, con questo riduzionismo semplificatorio ed incompleto, le cause strutturali, e sempre più incidenti, degli effetti che si vogliono combattere, attribuendone la volontà ad uno Stato, che è invece privato della sua "volontà" autonoma e sovrana
Il riduzionismo anti-Stato oscura così il problema centrale, quello che "il "ridisegno" della società italiana, inarrestabilmente perseguito in nome dell'€uropa, che sappiamo essere ad uno stadio molto avanzato."
Proseguire la delegittimazione dello Stato, ora "vampiro", ora addirittura "spendaccione" - contro i dati ben visibili di una spesa pubblica inevitabilmente tenuta sotto controllo, - in termini comparativi europei!-, in virtù di un cumulo di saldi primari di pubblico bilancio che non ha paralleli nella stessa €uropa-, rafforza solo la difficoltà a definire gli interessi condivisi che dovrebbero caratterizzare un partito di massa non-elitario
SP_05

9. E così si rafforza ovviamente il gioco delle elites, perchè, inocula l'incrollabile convinzione che le tasse dipendano dall'eccessiva spesa pubblica, o che, quantomeno, l'eliminazione della gran parte della spesa pubblica "improduttiva", cioè "sociale" porterebbe alla salvezza fiscale: ma nel diffondere il malcontento si è poco chiari su quali voci della spesa pubblica andrebbero effettivamente tagliate. 
O peggio, si pecca di assoluta mancanza di aderenza alla realtà sulle reali dimensioni degli sprechi, veri o presunti,  dimensioni propagandisticamente falsificate come tali per cui la loro eliminazione risulterebbe  risolutiva del problema "tassazione" eccessiva.
Non si scorge chiarezza sul punto fondamentale che tale problema ha, invece, le ben diverse cause del vincolo esterno, monetario e fiscale, che pone l'outputgap (cioè una minor crescita determinata dal sottoimpiego dei fattori produttivi e dalla continua compressione della domanda) ed il connesso saldo primario (cioè entrate correnti fiscali costantemente ben maggiori delle corrispondenti uscite), come obblighi inderogabili. 
Tale compressione dell'economia, infatti, induce minore crescita e maggior disoccupazione (o sottoccupazione, le due sono inscindibili), determinando la caduta di ogni previsione di entrata - essendo la base imponibile sempre inferiore alle attese- e, tuttavia, il continuo obbligato rilancio della pressione fiscale e della riduzione delle prestazioni pubbliche, verso gli irraggiungibili obiettivi di bilancio rigidamente fissati dall'€uropa.

Avanzo primario e tasso di risparmio

 
Nota: il grafico presenta i valori del saldo nominale, strutturale e output gap a segni invertiti.
Fonte: http://documenti.camera.it/leg16/dossier/Testi/d017.htm 
OUTPUT GAP ITALIA

9. E questo ci riporta all'altro aspetto critico della evoluzione del consenso e della rappresentatività possibile in una situazione del genere:  
b) "le identità personalistiche ed etniche dominano a scapito della solidarietà di classe".
Altrimenti detto, questa spiegazione ci dà ben conto dei sub-conflitti "sezionali" (p.11.1.), in funzione destabilizzatrice della democrazia, che fanno capo ai "diritti cosmetici" e alle identità etnico-religiose-localistiche, conflitti che sono una vera manna per le elites.
Le identità personalistiche, diciamo "di genere", femminismo e identità sessuali, sono usate come gigantesche armi di distrazione di massa, profuse dai media controllati dalle elites, per rompere ogni possibile comunanza di interesse all'interno della non-elite.
Ancor più efficaci sono i sub-conflitti sezionali di tipo etnico o religioso, a partire da quelli più antichi di tipo "localistico", cioè interni alle stesse nazioni sottoposte all'offensiva frammentatrice dei vincolo esterno e della sua deindustrializzazione free-trade.  
Abbiamo pure detto che temi come la "tutela del consumatore" o quella dell'ambiente, vengono proposti come argine consolatorio al posto della solidarietà di classe, ed alla identità di interessi della complessiva non-elite, portando a soluzioni che, nell'ambito delle espresse previsioni del trattato e del loro concepimento strategico ordoliberista, tendono a porre in modo "tecnicamente" specialistico, e quindi sezionale e frammentario, quel conflitto tra produzione e lavoro che la Costituzione risolve alla radice con norme molto più efficaci, vincolanti ed esplicite: quelle di tutela della dignità del lavoro, della salute e della previdenza assunte dalla mano pubblica.
—; la protezione dell’ambiente: con fissazione di standard tali da agevolare la realtà della grande impresa, capace di sostenere la ricerca, la produzione e i costi privati di tali standards; tale “protezione è inoltre vista come politica sostitutiva della tutela sanitaria pubblica generalizzata, quest'ultima da sostituire, progressivamente, con un sistema sanitario assicurativo privato;
—; l’ordinamento territoriale: tale da privilegiare le realtà localistiche per assottigliare la presenza degli Stati nazionali, legati “pericolosamente” alle Costituzioni democratiche “interventiste”, cioè che prevedono il sostegno alla domanda e all’occupazione mediante il welfare;
—; la protezione dei consumatori da truffe negli atti d’acquisto: la tutela del consumatore consente di creare un’apparente protezione della “parte debole”, sostitutiva della tutela legale del lavoro, col fine di svincolarlo dalla tutela del welfare e dalla spesa pubblica relativa.”
11. Credendo di esserci spiegati un po' meglio, e avendo posto i vari passaggi dei problemi in una sequenza di collegamenti (auspicabilmente) più percepibile, non possiano che concludere ribadendo l'appello in cui, una forza politica capace di rappresentare la grande maggioranza dell'elettorato, non-elite, dovrebbe riconoscersi:
"In questo stato di cose non hai un futuro, nè come padre/madre nè come figlio/figlia. 
L'€uropa non te lo consente. 
La Costituzione democratica, invece, questo tuo futuro lo prevede come un obbligo inderogabile a carico delle Istituzioni rappresentative dell'indirizzo politico".