domenica 10 giugno 2018

DE GRAUWE E LA "CONCESSIONE" DEL LIBERAL-GLOBAL ORDER ("UN ERRORE NEL SISTEMA")



1. Accadono strani fenomeni.
In apparenza.
E per comprendere questa apparenza, ragioniamoci un po' su.
Un indicatore del "variare" di questa apparenza, può essere la posizione che assume Paul De Grauwe, un economista certamente prestigioso e, probabilmente, il più accreditato e organico all'interno dell'ambiente istituzionale e scientifico-economico dell'Ue.

2. Soltanto tredici mesi fa, De Grauwe, chiamato ad esprimersi nel dibattito sull'euro apertosi nel mainstream mediatico italiano, aveva ammesso che la partecipazione all'euro della nostra Repubblica fosse stata un errore, che l'aggiustamento del costo del lavoro da operare per riconquistare la "competitività" fosse "doloroso" ma "anche inevitabile".
Tuttavia, al tempo, concludeva questa indicazione terapeutica con una diagnosi che addossava praticamente ogni responsabilità - di questo errore e di questa necessaria "sofferenza" (secondo una prognosi che aveva effettuato già Padoan dagli scranni dell'OCSE) - alla realtà antropologica e, di conseguenza istituzionale, italiana (sempre qui, p.5):  
L’inevitabile conclusione è che l’Italia non funziona bene in un’unione monetaria. Le sue istituzioni politiche la rendono inadatta all’Eurozona. Se queste istituzioni politiche non cambieranno radicalmente, l’Italia sarà costretta a lasciare la moneta unica: non può rimanere ferma a guardare il suo tessuto economico che continua a deteriorarsi.
Prima dell’arrivo dell’euro, quando l’Italia aveva una propria moneta, capitava spesso che perdesse competitività a causa dell’inflazione, ma riusciva sempre a ripristinarla attraverso le svalutazioni. Questo aveva creato un modello economico con frequenti crisi valutarie e inflazione alta. Non era un granché, ma almeno era coerente con la debolezza delle istituzioni politiche. In assenza di istituzioni politiche più forti, l’Italia dovrà prepararsi a un’uscita dall’euro nel prossimo futuro.
2.1. Quindi tredici mesi fa, per De Grauwe, l'Italia doveva fare le riforme istituzionali per mantenere il privilegio di rimanere nell'eurozona: e questa profonda revisione di ordine costituzionale, come ben sappiamo, perseguiva l'obiettivo di meglio consentire le "riforme strutturali". La quali, poi, altro non sono che l'aggiustamento, per via di austerità fiscale, del costo del lavoro

3. E veniamo all'oggi.  
Il passaggio saliente dell'intervista rivede profondamente l'attribuzione delle "responsabilità", imputate ai meccanismi istituzionali dell'euro in sè, - come d'altra parte era di comune dominio (presso la comunità scientifica più prestigiosa) fin dalla sua immutata progettazione iniziale nel rapporto Werner - e non unicamente all'un-fitness antropologico-istituzionale italiana

4. Lo spunto lo fornisce l'esito elettoral-governativo delle ultime elezioni italiane:
"È il risultato delle difficoltà di ripresa dei paesi della periferia dell’Euro dopo la crisi finanziaria. Molti paesi hanno perso competitività. Per cercare di ristabilire un equilibrio economico hanno ridotto i prezzi e i salari al fine di essere competitivi, un meccanismo chiamato dagli economisti “svalutazione interna”. Si tratta di un processo molto doloroso, in cui ai paesi viene imposta l’austerità. La svalutazione interna ha intensificato la recessione, aumentato la disoccupazione e causato sofferenze a molte persone. Ci sono stati contraccolpi politici, in particolare in Italia.
Il paese ha decisamente esagerato nell’imporre misure di austerità
Questo ha causato uno scontento diffuso, che i partiti politici hanno saputo incanalare. Una certa responsabilità di ciò ricade sui paesi del Nord Europa
Questi paesi avrebbero potuto alleviare l’onere dell’Italia stimolando la propria economia. Invece essi stessi hanno adottato politiche di austerità. Questo ha creato fino a tempi recenti una tendenza deflazionistica nella zona euro. Tutti i costi sono ricaduti sui paesi in deficit, mentre i paesi creditori non erano disposti a condividere la loro parte. C’è un errore nel sistema."

5. Non andiamo oltre nel riportare il (neo)pensiero di De Grauwe nell'intervista: si tratta di sviluppi logico-economici e corollari a noi ben noti.
Quello che importa è che l'autorevole voce del nostro, ammetta che si è esagerato con l'austerità in Italia. E che l'aggiustamento è stato incongruamente, dal punto di vista politico-economico, asimmetrico (cioè non cooperativo, e quindi, dal punto di vista del nostro sistema costituzionale fondamentale, contrario all'art.11 Cost.). Questo asimmetrico, incongruo e a-cooperativo aggiustamento, peraltro, era del tutto prevedibile alla luce della struttura istituzionale e della composizione statuale, germanocentrica, dell'eurozona: sulla prima la "palma" della primogenitura, ci pare debba andare al compianto Winne Godley (v. qui, nella prefazione), mentre sulla seconda, non paradossalmente, allo stesso Prodi pre-svolta governativa (quale citato da Halevi, qui, p.5). 

6. Ma la domanda è: supponendo che questa ammissione, oggi, risulti sostanzialmente copernicana, dopo una fase tolemaica di cui la massima espressione era questa affermazione di Draghi del 2013 "La Germania aiuta (!) al meglio l'euro col rafforzare la propria competitività" (e altre durissime constatazioni...controintuitive, in una mitica intervista a Der Spiegel), essa ha poi un senso politico? Vale a dire: è una qualche concessione che preluda ad un riassetto sensato, sul piano economico-scientifico e del perseguimento della pace e della giustizia tra le Nazioni?

7. C'è da dubitarne: ammissioni ufficiose, affidate a esponenti "dal volto umano" dell'establishment €uropeo-global trade, sono in realtà spesso utilizzate come sedativi (per il "populace") a momenti di destabilizzazione del sistema; in genere scaturenti dai deprecati effetti del suffragio universale nei singoli Stati-nazione (in coerenza con le reazioni già avute dall'establishment liberal-globa in occasione del Brexit-deliryum). 
De Grauwe, in fondo, utilizza una tecnica di richiamo al buon senso in cui eccelle Wolff, con il quale, per dire, De Grauwe condivide la pubblicazione di articoli sul Financial Times.
Ma si tratta di un riposizionamento meramente verbale, che prospetta posizioni compromissorie che possono tranquillamente cadere nel nulla, non appena altri strumenti di pressione, di segno del tutto contrario, riducano le opinioni pubbliche a più miti consigli. Quest'ultima è la linea tedesca, come abbiamo visto: tutta spread, impliciti ricatti BCE sulla liquidità e "adesso vi daremo una lezione"

8. D'altra parte, questa duplice tecnica, - ammissioni ufficiose e comprensive di voci autorevoli dell'establishment sui media/ durezza negoziale e istituzionale senza alcun concreto arretramento -, appare utilizzata, prima di tutto nei confronti del fenomeno Trump
Gli articoli di Wolf, sopra linkati, in definitiva, tendevano a raggiungere un "ragionevole compromesso", che la figura del Presidente attuale contiene in sè, e che peraltro, non è tutt'ora considerato accettabile da un liberal-global order sempre più in una posizione di irriducibile preferenza per qualche forma di "eliminazione" dell'avversario

9. Ce ne fornisce la conferma questo articolo di Zerohedge, a firma di James George Jatras, tratto da The Strategic Culture Foundation, di cui consiglio la lettura completa, attesa la sua visione "panoramica" sui vari temi ricorrenti geo-politico-economici elencati minuziosamente; l'articolo trova il suo punto focale in questo passaggio, (dopo aver peraltro dedicato un paragrafetto proprio alla situazione italiana, testualmente intitolato Viva l'Italia!):
"Sarebbe inaccurato dire che (quelle perseguite da Trump, sul piano geo-politico, economico e commerciale, cioè nel por fine, tra l'altro, a una situazione in cui gli USA praticano unilateralmente il free-trade e i paesi presunti "amici" si dedicano al mercantilismo) possano definirsi "mosse" dello US government, del quale Trump ha solo un parziale controllo
Con una struttura burocratica di governo - per non dire addirittura di coloro che sono stati nominati da lui stesso - che cerca di sabotarlo ad ogni passo, Trump pare ricorrere all'unico strumento a sua personale disposizione: disruption (cioè, la rottura degli schemi).
...
(la gente, specialmente della Rust Belt) ha votato per lui perché voleva un toro in un negozio di porcellane cinesi, una wrecking ball (palla di ferro per la demolizione), a bomba a mano umana, un grande “FU” (significato dell'acronimo...intuitivo) al sistema.
...
Con certezza, nessuno degli sviluppi sopra elencati delle iniziative di Trump è decisivo. Ma presi insieme puntano a una notevole confluenza di buoni auspici, almeno dal punto di vista di quelli che volevano scuotere, e persino infrangere, le comode convenienze che hanno guidato il cosiddetto“liberal global order.”
Ma quelli le cui carriere e i cui privilegi, ed in alcuni casi le cui libertà e le cui stesse vite, dipendono dalla perpetuazione di tale "ordine" non accetteranno con gentilezza questa "buona notte"
Costoro si stanno innervosendo.
Ciò significa, in particolare, gli elementi dei "servizi speciali" di US-UK, i  Democratici e i GOP (Repubblicani) "mai insieme con Trump), i Trump-hating fake news media, e le non-entità burocratiche di Brussels (not only at the European Commission but at NATO headquarters).
...
Se qualcuno pensa che ci sia un qualche limite oltre il quale i nemici di Trump non si spingerebbero, ci riflettesse bene".

10. Ecco: un conflitto epocale è dunque già in corso.
L'epicentro (planetario) è il fenomeno di rifiuto popolare che ha innalzato l'onda di Trump.
Per lui, come per chi tentasse in Italia, in un'ulteriore vicenda che sta assumendo una crescente importanza non periferica, di riportare l'interesse nazionale democraticamente espresso al centro dell'azione politica, i nemici sono ben definiti; e, in entrambi i casi, quelli le cui carriere e i cui privilegi dipendono dalla perpetuazione dell'ordine globale liberale, lotteranno con ogni mezzo contro ogni tentativo di porvi fine, ridando senso alle democrazie fondate sulla sovranità popolare.

venerdì 8 giugno 2018

€UROPA E WELFARE: TRA RIMEDIO AL PAUPERISMO, ONG E LEGALITA' COSTITUZIONALE


INTRODUZIONE
Forniremo un breve reminder che riguarda il concetto di welfare e la sua accezione fondativa del modello "legale-costituzionale", irriducibilmente alternativa a quello irresistibilmente sospinto dal vincolo esterno (in realtà, l'intero blog è rivolto a questa precisazione di paradigmi, come pure i due libri che traggono dal materiale emerso dal blog il loro contenuto di ricostruzione della legalità costituzionale).
Cercherò di integrare, per punti essenziali, il contenuto di vari post e di alcuni importanti commenti che ne sono scaturiti e che ci riportano a "fonti" che potremmo assumere quale interpretazione "quasi-autentica" del testo costituzionale. 

1. Premessa definitoria dei paradigmi alternativi interni alle moderne società ad economia capitalistica.
Esistono due tipi di welfare. Perchè esistono due modelli di società che poi sono due diversi modelli di capitalismo: uno è quello costituzionale e l'altro è quello "internazionalista-oligarchico-finanziario".
E infatti esiste un welfare "costituzionale", chiaramente identificabile in base alle previsioni della Carta fondamentale e un welfare "euro-trainato", che tende a orientare la società verso il modello finanziario-oligarchico del mainstream neo-classico.
Questi, sul piano economico, corrispondono a un ulteriore dualismo qui più volte evidenziato, che si incentra su due concetti diversi e incompatibili di "piena occupazione".
Questo dualismo era in realtà ben chiaro ai nostri Costituenti, che, nelle (forse irripetibili e purtroppo transitorie) condizioni in cui si diede vita all'Assemblea Costituente, non ebbero esitazione nella scelta tra le due opzioni. 
2.1.  La formula tattica e cosmetica della "economia sociale di mercato" tra Hayek, il vincolo europeo e il sistema delle Ong all'interno del welfare assistenziale e privatizzato.
La loro alternatività, irriducibile ad una presunta e tattica "Terza Via", o "economia sociale di mercato" (quale esplicitamente introdotta nei principi-chiave dei trattati europei, cfr; qui, p.9, infine) era in verità, un tempo, un patrimonio comune della cultura giuridico-costituzionale della Repubblica 
Il welfare connesso allo Stato democratico pluriclasse, basato sull'eguaglianza sostanziale, non coincide con il welfare liberal-liberista proprio della maggior parte della storia capitalistica anglosassone: un welfare, quest'ultimo, basato sull'idea "compassionevole" di soccorrere per mano pubblica, in via surrogatoria e residuale - rispetto alla carità meramente privata, quella dei "filantropi", che può opportunamente essere istituzionalizzata attraverso le Ong, in modo da rafforzare l'esclusione dello Stato-corrotto dai suoi compiti pubblicistici esponenziali di tutte le classi sociali- , il bisognoso e l'indigente per evitare che i loro atti di disperazione sconvolgano l'ordine sociale (propizio allo svolgersi delle forze del mercato). 
Si tratta, come è ben noto, di versioni tatticamente aggiornate della folgorante visione di Hayek (qui, p.2.1. ex multis): 
«Nel Mondo Occidentale, fornire agli indigenti e agli affamati per cause al di fuori del loro controllo una qualche forma di aiuto è una pratica oramai accettata come dovere dalla comunità. In una società industriale nessuno dubita che una qualche forma di intervento sia in questi casi necessaria, fosse anche solo nell’interesse di coloro che devono essere protetti da eventuali atti di disperazione da parte dei bisognosi.».
3. La scelta legale-costituzionale come corollario della "Repubblica fondata sul lavoro".
Vezio Crisafulli, - uno dei più importanti costituzionalisti del secondo dopo-guerra (un tempo gli studenti si formavano essenzialmente sui testi scritti da lui e da Costantino Mortati)-, ci mostra come il "respingimento" della concezione hayekiana, e del liberalismo "ristretto" anglosassone (in Italia einaudiano) che, dopo la crisi del 1929, su Hayek ha fatto affidamento come proprio autentico vessillo ideologico e politico, ma anche molto operativo (qui, p.2), fosse ben cosciente nella scelta legale-costituzionale: 
E anche questo i costituzionalisti lo sapevano e lo dicevano: “Giacché il principio della pubblica assistenza, pur rappresentando certamente un passo avanti rispetto alla beneficenza privata, si inquadra peraltro nel clima umanitaristico dell’epoca; era, in pratica, l’unico mezzo per alleviare il disagio dei meno abbienti senza venir meno ai principi fondamentali del nuovo ordinamento liberale borghese realizzato o confermato e consacrato da quelle Costituzioni
Tra tutte le possibili forme di intervento statale nella sfera dei rapporti economico-sociali, era ed è dunque, indubbiamente, il meno penetrante, il più consono alle ideologie allora imperanti, il meno compromettente.”
Nella Costituzione del '48, invece, non si tratta più del “concetto, vago e genericamente umanitaristico, dell’assistenza dovuta dalla collettività ai cittadini bisognosi, del rimedio al pauperismo, come nei primi accenni contenuti nelle vecchie Costituzioni che abbiamo rapidamente richiamato al par. precedente; ma è proprio l’affermazione di principio del diritto dei cittadini, ed in modo speciale dei cittadini in quanto lavoratori, a certe determinate prestazioni, in largo senso, assistenziali; diritto che, di solito, si configura sistematicamente come integrativo del fondamentale diritto al lavoro e all’attuazione del quale vengono chiamate a corrispondere, almeno in larga parte, le leggi e le istituzioni « previdenziali »”. (V. Crisafulli, Costituzione e prevenzione sociale, Rivista degli Infortuni e delle Malattie Professionali, 1950, n. 1 (gennaio-febbraio), ora in La Costituzione e le sue disposizioni di principio, Giuffè, Milano, 1952, pagg. 122 e 125).
4. Il senso dei principi fondamentali della Costituzione e il suo modello economico di partecipazione pluriclasse alla crescita in condizione di pieno impiego.
La Costituzione presuppone che la Repubblica democratica, essendo fondata sul lavoro (art.1), garantisca o tenda a garantire la piena occupazione in senso keynesiano, cioè di utilizzazione più ampia possibile della forza lavoro, considerando la disoccupazione uno stato residuale che (solo) l'intervento pubblico tende a riassorbire a livelli fisiolgici.
Il modello di capitalismo neo-classico di Maastricht e dell'UEM, considera la piena occupazione il risultato di un riequilibrio "naturale" dell'effetto sistemico di domanda e offerta; tale principio incide anche sul "lavoro", considerato alla stregua di qualunque altro fattore della produzione o merce, e quindi implicando il riequilibrio mediante un'alta flessibilità salariale. Il cui primo riflesso attuativo è la progressiva eliminazione per via legale, degli elementi che determinano tale rigidità: primi i meccanismi di indicizzazione salariale e poi, in varie forme, la stessa stabilità della posizione lavorativa, depotenziata attraverso forme di lavoro appunto "instabili" e poi attraverso un nuovo regime di licenziamenti, cioè la flessibilità "in uscita" .

4.1. L'attuazione ormai prevalente del modello normativo ordoliberista dei trattati europei: welfare subordinato all'istituzionalizzazione del lavoro-merce.
La piena occupazione sarebbe raggiunta in presenza di qualunque livello di riequilibrio del prezzo del lavoro e il processo implica di vincere le resistenze a tale elasticità mediante un mercato del lavoro normativamente inteso a disattivare i meccanismi che innescano ogni rigidità all'adattamento dei salari verso le esigenze del sistema produttivo. E normativamente imposto dall'UE non dalla Costituzione. Il che determina fisiologicamente, nel tempo, un grado di disoccupazione stabilmente più elevato, e comunque funzionale a tale obiettivo di piegare le resistenze dei lavoratori ad accettare salari inferiori secondo le esigenze di aggiustamento dettate dall'aggiustamento dei costi delle imprese.
Poichè questo riequilibrio, basato sulla considerazione del lavoro come merce esclusivamente soggetta alla legge della domanda-offerta, esige, come abbiao visto, l'eliminazione di ogni elemento di rigidità, si introducono vincoli di bilancio pubblico, in particolare delimitando l'indebitamento fiscale, che si traduce in sostegno alla domanda e, quindi, all'occupazione, generato al di fuori del riequilibrio spontaneo dei costi di produzione (cioè in definitiva di quello che viene inteso come il reale fenomeno inflattivo). E ciò fino al punto di introdurre il pareggio di bilancio.

4.2. La Banca centrale indipendente come garante del lavoro-merce e della minimizzazione dell'intervento costituzionale dello Stato.
Questo insieme di misure, previste da rigidi meccanismi automatici e dalla sottrazione agli Stati democratici del potere di emissione della moneta,  acutizza lo schema fino a portarlo al livello "ideale" predicato dalla dottrina neo-classica, ma esso trova un complemento indispensabile nella indipendenza della banca centrale, il cui contributo alla flessibilità del lavoro, e quindi alla crescita strutturale della disoccupazione in funzione di flessibilità-deflazione salariale, è meno evidente ma altrettanto efficace.
L'affidamento esclusivo del rendimento dei titoli del debito pubblico alle dinamiche del mercato finanziario determina l'innalzamento rapido, e a effetto cumulativo, del costo della stessa spesa pubblica corrente non coperta dalle entrate. Il deficit diviene così un rischio di ulteriore innalzamento di tale costo, instaurandosi una condizione di "pericolo", strutturale e crescente, di non sostenibilità del debito, in quanto la crescita della ricchezza nazionale può verificarsi a tassi inferiori a quelli dell'incidenza annuale del deficit, per di più inesorabilmente ampliato dal costo cumulato degli interessi. 

4.3. Banca centrale indipendente, desovranizzazione e i pilastri di una società TINA.
Questa sola misura (l'indipendenza della BC), quindi, tende a "disciplinare" la spesa pubblica, in quanto il suo aumento deve divenire, in termini reali, più contenuto del tasso di inflazione, per impedire di far dilatare il costo degli interessi (secondo la legge della domanda e dell'offerta in combinazione con lo "sconto" da parte degli investitori finanziari della solvibilità in prospettiva dei titoli emessi a quei rendimenti).

Unito poi a "tetti" del deficit, il sistema funziona in termini di progressiva sterilizzazione dell'efficacia di sostegno della spesa pubblica sulla domanda: questa tende a stabilizzarsi sui livelli salariali dettati dalle esigenze di competitività (esportativa) del sistema industriale. E cioè sulla produttività che, però, a sua volta, è strettamente correlata al livello di cambio verso l'estero della moneta adottata.
Quindi questa ulteriore componente della dottrina neo-classica accelera l'instaurazione del sistema in cui il lavoro è, per necessità, solo una merce, che diviene agevolmente sotto-domandato, in coincidenza con l'interagire dei quattro fattori - regime del mercato del lavoro, banca centrale indipendente, delimitazioni legalizzate del deficit di bilancio e rigidità del cambio verso monete più forti di quella nazionale.


5. L'intervento pubblico a sostegno dell'economia come mera eventualità residuale, "de facto" monetariamente insostenibile.
L'intervento pubblico a sostegno dell'economia diviene una mera eventualità, soggetta a rigidi limiti congiunturali, e cioè realizzabile in una (remotamente teorica) fase di espansione che, però, il vincolo di cambio potrebbe non consentire mai, sottraendo stabilmente, in assenza di una rigida politica di contenimento del bilancio dello Stato e salariale, la domanda estera, riassunta nel complesso delle voci che compongono il current account balance, al prodotto nazionale.
La domanda interna (o a ristagnare in termini "reali") perciò tende inesorabilmente a calare, determinandosi un output-gap che può, in situazioni di crisi determinate da fattori esterni, divenire recessione acuita dall'inasprimento pro-ciclico di queste stesse politiche. 
Queste, formalmente, mirano al deleverage, cioè a ridurre l'indebitamento (del settore pubblico, e immancabilmente incrementando quello del settore privato), ma operano in modo strettamente contabile, ragionieristico - la famosa parodia dell'incubo di un contabile, di Keynes, entro lo slogan dello "Stato come una famiglia"-  tralasciando coscientemente di percorrere quel prioritario sistema di solvibilità del debitore che è la sua possibilità di tenuta e di incremento reddituale.

6. La scelta dell'irreversiblità del sistema €uropeo e la...Costituzione nella palude.
Preso atto, più o meno consapevolmente (a seconda della capacità culturale della forza che abbraccia tale "dottrina"), dell'irreversibilità di questo sistema, si finisce per accedere a un welfare non di sostegno diretto o indiretto dell'occupazione, quale quello previsto in Costituzione: questo prevede la tutela dell'equa retribuzione, art.36 Cost., la positiva valutazione ordinamentale della tutela sindacale, art.39 Cost., la cura dell'istruzione pubblica e della formazione professionale, artt. 33 e 35 Cost., il sostegno pubblico all'elevazione culturale e professionale dei privi di mezzi (art.34, commi 3 e 4), il coordinamento legislativo dell'attività economica PUBBLICA E PRIVATA per indirizzarla a fini sociali (art.41 Cost.), la "adeguatezza" dell'assistenza sociale - e dunque pensionistica- in caso di iogni genere di mpedimento della possibilità lavorativa (art.38 Cost.). Tutte previsioni che implicano appunto, con evidenza palmare, non solo il sostegno pubblico diretto o indiretto al livello occupazionale e salariale, ma anche forme che si traducono in un" salario indiretto", cioè in mezzi di sostentamento del cittadino/a-lavoratore-trice apprestati dallo Stato in dipendenza di eventi e condizioni non direttamente esplicantisi nel rapporto di lavoro.
Ma si tratta appunto di spesa pubblica. E di spesa pubblica programmaticamente assunta dallo Stato come "obbligatoria", cioè irrinunciabile alla luce dei principi fondamentali (art.1, 2, 3, in particolare secondo comma e 4 Cost.).
7. Il welfare "adattativo" come saldatura della scelta irreversibile in assenza della priorità costituzionale delle politiche di piena occupazione.
Aderire a un sistema di welfare che, invece, si connetta alla accettazione della crescente e strutturata maggior disoccupazione, come nel caso del salario di cittadinanza, da un lato implica la rinuncia a perseguire programmaticamente, - sempre nella impraticabilità contabile che vincola ad un sacrificio inevitabile all'interno della moneta unica -, gli strumenti di sostegno diretto e indiretto del lavoro e della domanda mediante spesa pubblica, dall'altro, assoggetta queste stesse provvidenze, nel quadro in cui vengono assunte, alla clausola, in effetti extracostituzionale, del limite del deficit o del pareggio di bilancio. Cioè, da un lato si prende semplicemente atto, senza più attribuirvi significato congiunturale da correggere,  che il sistema fa della disoccupazione la principale emergenza sociale, rinunciando a rivendicare gli altri strumenti costituzionali intesi a prevenirla, dall'altro, la cura di questa emergenza è perseguita nei limiti dell'accettazione dello schema generale neo-classico: cioè "se e in quanto" ciò sia compatibile coi tetti del deficit o ancor più col pareggio di bilancio, e quindi col perseguimento del sistema di sterilizzazione dell'intervento pubblico a favore della qualificazione ordinamentale (contraria ai principi della Costituzione) del lavoro come merce.
D'altra parte, anche volendo porre in constestazione tale in-compatibilità istituzionale, l'azione delle istituzioni dell'eurozona, già consolidata e sempre incombente, porta a quella situazione di crisi innescabile a piacimento dai "mercati", che riporta qualunque "ribelle" ai più miti consigli (classico esempio la vicenda "Tsipras").


7.1. E dunque, in questo continuo incombere del sovrastante e inderogabile principio della riduzione della spesa pubblica, il nuovo "welfare" assumerà sempre e solo, nel tempo, il livello che non interferisce col riequilibrio naturale della domanda e dell'offerta: a livelli crescenti di disoccupazione, scontati nell'indebolimento della domanda provocato dall'insieme dei fattori sopra indicati, l'onere, altrimenti crescente, sarebbe considerato comprimibile e riducibile. Il welfare non sarà più un sistema attivo di promozione delle classi sociali subalterne, e in pratica di aumento del benessere generale determinato dalla mobilità sociale, ma una mera valvola di sicurezza per impedire il crollo "eccessivo" della domanda stessa. 

8. L'ottica temporeggiatrice di (inconsapevole) adattamento a livelli salariali decrescenti e l'espansione degli investimenti privati che non arriva mai.
Ci si colloca così  in un'ottica temporeggiatrice - strutturalmente non correttiva del "ciclo" da parte delle politiche fiscali (sostanzialmente automatizzate, secondo la formula di Milton Friedman)- che mira all'abituarsi della società a nuovi e più bassi livelli di reddito e, quindi, di prezzi, ottenendosi così quella deflazione che tutela il credito finanziario in termini reali e che spingerebbe le imprese verso gli investimenti contandosi sull'"effetto ricchezza" determinato dalla aspettative di calo dell'inflazione.
Nulla di tutto questo si verifica e si è mai verificato: quello che si verifica, nell'attuazione dell'ideologia neo-classica, è piuttosto la contrazione della domanda e la minor ricchezza collettiva, inclusi i profitti considerati in assoluto e nella loro dinamica di crescita. Ma aumenterà la loro rigidità verso il basso in percentuale al PIL, cioè l'assetto redistributivo nel suo insieme, potendosi comprimere il costo del lavoro, e più ancora, come evidenzia Kalecky, potendosi raggiungere l'obiettivo delle grandi imprese finanziarie e industriali di avere la forza politica incontrastata di influenzare e indirizzare l'azione dei governi.
Questa è dunque la società che sottende il "reddito di cittadinanza", che assume, appunto, la funzione di strumento di ratifica della resa delle forze sociali e politiche alla realizzazione del modello costituzionale (Keynesiano).

mercoledì 6 giugno 2018

L'INIZIO "RAGIONEVOLE" DELLA FINE DEL Q.E. LA PROFEZIA APOCALITTICA...DELLA PACE E DELLA GIUSTIZIA TRA LE NAZIONI

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1. Puntuale e prevedibile, secondo le più scontate previsioni dell'atteggiamento politico ed anticooperativo che caratterizza strutturalmente le istituzioni dell'eurozona, è arrivato "l'avvertimento", con l'implicita ma evidente reiterazione della "profezia apocalittica" di cui Monti è, tutt'ora il portatore incorporato nel sistema mediatico-istituzionale italiano: l'avvertimento concerne la (accelerazione della) fine del programma di acquisti dei titoli pubblici degli Stati appartenenti all'eurozona da parte della BCE; cioè del tapering finale del c.d. QE.


2. Il "caso" vuole che tale stereofonico preannunzio a più voci (che potremmo definire dei "soliti noti") sia stato compiuto il giorno dopo della deliberazione della fiducia in Senato al nuovo governo italiano e nello stesso giorno dell'analoga votazione, in corso, alla Camera.
- naturalmente il capofila più eminente è il nostro amico Jens Weidman:
 (ANSA) - "Non è una sorpresa che da qualche tempo i mercati si aspettino che gli acquisti netti di titoli finiscano entro il 2018". Per come stanno le cose, trovo plausibili queste aspettative". Così Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro del consiglio direttivo della Bce, sui tempi dell'uscita della Bce dal quantitative easing, che sarà "un primo passo nel lungo cammino verso una normalizzazione della politica monetaria". Weidmann - riporta la Bloomberg - parlando in un videomessaggio durante una conferenza a Berlino ha detto che "ci si aspetta che l'inflazione torni gradualmente verso livelli compatibili con la nostra definizione di stabilità dei prezzi".
- non è affatto sorprendente, poi, che la seconda voce sia quella del membro olandese del comitato direttivo della BCE:
(ANSA) - "E' ragionevole annunciare presto la fine degli acquisti netti di titoli". Lo ha detto Klaas Knot, membro del consiglio direttivo della Bce durante un intervento al Parlamento olandese a L'Aja. Knot ha osservato che le prospettive d'inflazione stanno convergendo verso livelli vicini ma inferiori al 2% e che sono "stabili" da un po', oltre che meno dipendenti dallo stimolo monetario.
-  ma non poteva mancare l'apporto di Peter Praet, il "Chief economist" BCE che si preoccupava della legittimità (alla luce dei trattati) dello stesso QE e voleva collegarlo ad un qualche vincolo, per gli Stati beneficiari, al fare le riforme, cioè, a correggere i tassi di cambio reale per via di sostanziali tagli salariali, mediante il consueto mix di misure fiscale recessive e...deflattive. In pratica suggeriva, anzi ammoniva serissimo, che si combattesse la deflazione mediante lo strumento monetarista della creazione di base monetaria procedendo simultaneamente, specialmente per l'Italia, ad una rapida e concentrata deflazione salariale!
(ANSA) - "E' chiaro che la prossima settimana il consiglio direttivo dovrà fare questa valutazione, se i progressi fatti finora sono stati tali da richiedere una graduale uscita dai nostri acquisti netti". Lo ha detto Peter Praet, membro del comitato esecutivo della Bce, confermando le indiscrezioni secondo cui la riunione del 14 giugno a Riga discuterà la tempistica per l'uscita dal quantitative easing.
3. Al riguardo, basti considerare la ritenuta insufficienza della svalutazione interna attuata (comparativamente) dall'Italia, secondo lo studio di JP. Morgan (qui tradotto) che ne evidenzia la problematicità politica. Per chiunque: prima di tutto per i governi che si sono succeduti nell'ultima legislatura che, in effetti, hanno perso rapidamente il consenso pur essendosi limitati a mantenere l'Italia, essenzialmente tramite riforme del lavoro "precarizzanti", in uno stato di deflazione, o di inflazione sotto-target del 2% più accentuata che nel resto dell'eurozona.
Questo è il consuntivo dell'aggiustamento "mancato" dall'Italia, comparativamente agli altri PIIGS, del c.d. CLUP (anche però in raffronto alla variazione del tasso di disoccupazione e del saldo delle partite correnti con l'estero):


4. Questo lo stato attuale dell'inflazione nell'eurozona, distinta tra inflazione core (cioè legata a fattori strutturali) e inflazione complessiva, che incorpora invece il fattore dell'andamento ciclico, ed estrinseco rispetto alle policies seguite dai governi, dei prezzi di petrolio e materie prime, prodotti alimentari, alcool e tabacco:
 (Inflazione annuale complessiva in rosso)
(Inflazione core, nelleurozona, scorporata delle suddette componenti cicliche)
Tasso di inflazione core nell'area dell'euro
5. Consideriamo che il QE è iniziato all'incirca nel marzo del 2015, e, se si distingue l'inflazione che riflette le politiche strutturali da quella appunto imputabile alle variazioni cicliche dei prezzi esogeni, e quindi l'attuale inflazione core all'1,1%, il successo dell'operazione, rispetto ad un modo ragionevole di intendere l'approssimarsi al target inflattivo, risulta piuttosto modesto e comunque ben lungi dal suo compimento.
Anche perché le stesse regole che la BCE mette in bella vista sul suo sito, fanno riferimento non all'obiettivo di raggiungere, suddenly, anche solo per pochi mesi, il target inflattivo prossimo al 2%, ma a quello 
"di mantenere l’inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio periodo".
E dove, come e quando si è registrata nell'eurozona un'inflazione (quand'anche non solo core) prossima al 2% per un lasso di tempo ragionevolmente, e tecnicamente, definibile come "medio periodo" (successivamente all'inizio del QE)?

 
6. In pratica, la ragionevolezza richiamata da Knot appare quantomeno forzata, ove intenda attribuire al QE un'efficacia risolutrice che non pare aver avuto, pur guardando al suo dispiegamento nel tempo con molta buona volontà: l'impennata effettiva da livelli modesti, se non fallimentari, di aumento dell'inflazione di verifica solo con l'inizio della ripresa dei prezzi di petrolio e commodities, a partire dalla fine del 2016:

 inflazione-eurozona-2017

7. Cosa che ha un chiaro riscontro anche per l'inflazione italiana, che però rimane sotto-media rispetto a quella dell'eurozona, pur rimproverandoci, ieri, e oggi con voce ancor più gridata, da parte delle Istituzioni Ue, una mancata svalutazione salariale interna che avrebbe condotto a una scontata disoccupazione dilagante prodromica di una probabile permanenza nella vera e propria deflazione:
(il 1° grafico registra la variazione dei prezzi al consumo fino alla primavera del 2016; il 2° l'andamento 2017-2018 dell'inflazione core):
Risultati immagini per inflazione core Italia giugno 2018

Risultati immagini per inflazione core Italia giugno 2018
8. Dunque, l'eurozona ha un'inflazione "core" dell'1,1% e l'Italia sta intorno allo 0,7%.
Ma, in sovrappeso a questa situazione, avrebbe dovuto tagliare il costo del lavoro, per essere a posto con le esigenze di competitività necessarie per far parte dell'eurozona.
Con quali risultati, peraltro? 
Quelli di aumentare l'output gap, ancor più di quello "ufficial€" attualmente registrato (qui: p.14: aspetto che, però, pare che non si possa e, addirittura, non si debba rinegoziare): e parliamo di un output gap correttamente calcolato (qui, p.15-18), senza i trucchi dell'incorporazione annuale di crescenti livelli di disoccupazione (e di chiusura di impianti produttivi), indotti da politiche fiscali austere, e considerati come "strutturali" e di piena occupazione.
Le economie dell’Eurozona stanno vivendo fasi diverse: la Germania ha un output gap positivo mentre le altre hanno potenzialità sotto-sfruttate

9. Ecco: questo diktat al sacrificio dell'occupazione, della piena capacità produttiva e del reddito delle famiglie, è la ragionevolezza (cooperativa, pacifista e portatrice di "giustizia fra le Nazioni"...) insita nel considerare raggiunto, nelle condizioni attuali, l'obiettivo del QE.
In sostanza, anticipando l'autodichiarato successo del QE, in base a posizioni apodittiche assunte con la cieca indifferenza degli integralisti del neo-liberismo, (propria della finanza istituzionale €uropea), stanno spingendo l'Italia, proprio l'Italia, sugli scogli di una nuova recessione, preceduta dal ricatto degli spread e accompagnata dalla solita ondata di tagli allo Stato sociale e privatizzazioni pro investitori esteri.
Forse stavolta il ricatto e la profezia apocalittica non funzioneranno...
Forse...