domenica 4 dicembre 2016

PIU' CHE MAI LA QUESTIONE MEDIATICA: LA PRIMA SOLUZIONE COSTITUZIONALE PER RESTAURARE LA SOVRANITA' DEMOCRATICA


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"Ogni singolo elemento dell'agenda dell'informazione mediatica è studiato per costituire un tassello della conservazione del potere oligarchico. Senza eccezione alcuna".

1. Comincerei dal sottostante aforisma orwelliano, che per poter essere meglio compreso va riferito al conflitto distributivo tra oligarchia e...tutto il resto della società.
Il conflitto armato, dovrebbe essere particolarmente chiaro di questi tempi, è solo una delle forme di "guerra" che si pone entro questo schema fondamentale. 
Dal punto di vista economico, per le oligarchie, consiste null'altro che nell'accelerazione del profitto derivabile dal conflitto sociale e in un'occasione di forte potenziamento del controllo istituzionale: ESSI sanno però che è anche una situazione rischiosa, perché in occasione dei conflitti armati emerge più rapidamente la "doppia verità" liberista (cioè la dissonanza tra fini effettivi e motivazioni offerte alle masse), e dunque si rischia, prolungando eccessivamente un conflitto non limitato a truppe volontarie e specializzate, un backfire di reazione sociale difficile da controllare.

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2. Ma la fisiologia della guerra, intrapresa dall'oligarchia, ha armi di combattimento adeguate per la conduzione di un conflitto continuo e ininterrotto: i media, - giornali, televisioni e, sempre più ovviamente, l'utilizzo del web- e il sistema finanziario di loro controllo totalitario.
Sappiamo che il sistema di dispiegamento di queste armi "adeguate" e del loro controllo totalitario, assume, nella società globalizzata di massa "pop", - quella che è più conveniente mantenere, perché ottiene la frammentazione strutturale di ogni possibile resistenza-, si basa su alcuni principi:
a) la destrutturazione della funzionalità del sistema dell'istruzione pubblica;

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b) la gestione, all'interno del sistema controllato dei media, dell'informazione e della controinformazione, in modo spesso indiretti ed occultati;
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c) come conseguenza dei punti a) e b), il ferreo controllo dell'opinione pubblica ("ciò che gli uomini debbano credere e ciò per cui debbano affanarsi", nelle parole scolpite, da Hayek, sulla pietra tombale della democrazia sostanziale) che garantisce, al livello sottostante dell'opinione di massa (pop), una proiezione identificativa degli oppressi con gli oppressori, che ha come coagulante il senso di colpa (qui, p.2, b.) instillato nei primi. 
Nelle attuali condizioni storico-politiche, questa proiezione identificativa assume il significato di "paradosso €uropeo".

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3. Oggi non sappiamo quale sarà l'esito del referendum per cui andiamo a votare ma, in vista di esso, abbiamo visto all'opera, in modo plateale e intensissimo, l'insieme di questi principi organizzativi del conflitto sociale costantemente intrapreso dall'oligarchia; e questo già ci garantisce (tragicamente) che qualunque esito sarà sfalsato rispetto a quello normalmente ottenibile in una società in cui la Repubblica democratica fondata sul lavoro avesse visto attuata la sua Costituzione.
Orbene, è sfacciatamente evidente che la destrutturazione funzionale della pubblica istruzione, l'abile uso della controinformazione "controllata", e la proiezione identificativa degli oppressi con gli oppressori, siano gli strumenti tipici della de-sovranizzazione degli Stati democratici da parte dei trattati €uropei.

3.1. Persino quando questi strumenti inizino a divenire non più totalmente efficienti (come la Storia insegna essere ciclicamente prevedibile), ne abbiamo la traccia nelle manifestazioni del potere €urista:


 
Per gli eurocrati UE la democrazia è un fastidio -  Juncker supplica i leader UE di non tenere referendum sull’exit https://t.co/fJuxtKma62
4. Risulta quindi altrettanto evidente che qualsiasi forma di estrema difesa della democrazia, - una democrazia che si vuole apertamente sterilizzare da parte dell'€uropeismo, in nome dell'ennesimo stato di eccezione autorafforzativo-, debba passare per una lotta che, di per sé, può coagulare la gran parte dei cittadini a favore di un immediato e tangibile vantaggio comune: la lotta per una legge sulla libertà di stampa che applichi in pieno l'art.21 Cost. 
L'art.21, naturalmente va letto, come ogni valore chiave della nostra Costituzione (del 1948), in combinato con l'art.3, comma 2, della stessa Cost.; cioè con l'obbligo della Repubblica democratica di rimuovere gli ostacoli alla effettiva partecipazione di TUTTI alla vita politica, economica e socio-culturale del Paese.
In una visione fenomenologica, l'attuazione effettiva e pluriclasse dell'art.21 Cost. depotenzierebbe in modo decisivo tutti e tre i principi che delineano le armi della guerra permanente delle elites all'intera società democratica.

5. Francesco Maimone, nei commenti al precedente post, ci ha rammentato la chiara visione che, in una situazione del recente passato molto meno grave della presente, aveva espresso Lelio Basso:
“… Se democrazia significa sovranità del popolo, e quindi di tutti i cittadini, se pertanto in un regime democratico ogni cittadino deve essere posto in condizione di esercitare i diritti che gli derivano dalla sua partecipazione alla sovranità collettiva, se la nostra Costituzione (art. 3 cap.) riconosce che questa democrazia rimarrà una vuota parola fino a quando tutti i cittadini non saranno messi in condizione di poter partecipare di fatto alla gestione della cosa pubblica, mi pare che se ne possa concludere che la collettività ha l’obbligo di dare a ciascun cittadino la concreta possibilità di tale partecipazione. 
Ora tale concreta possibilità non significa soltanto liberare ogni cittadino dagli assillanti problemi della fame, della miseria o della disoccupazione, non soltanto eliminare le stridenti disuguaglianze e gli squilibri perturbatori del tessuto sociale, MA ANCHE FORNIRE A CIASCUNO I MEZZI PER ESSERE IN GRADO DI APPREZZARE I VASTI E COMPLESSI PROBLEMI IN CUI SI ARTICOLA LA VITA COLLETTIVA. 
E TALI MEZZI SONO TANTO SOGGETTIVI (adeguato livello di istruzione e di coscienza civile e democratica) quanto oggettivi (un’informazione per quanto possibile seria e imparziale). Sarebbe infatti impossibile concepire una democrazia reale, un effettivo governo di popolo, se al popolo non fossero dati gli strumenti per accedere alla conoscenza della vita associata che esso deve governare e dei problemi che ne risultano ch’esso deve risolvere.

Ad assolvere a questo compito non è certamente sufficiente la libertà della stampa e dell’informazione in generale: LA LIBERTÀ DELLA STAMPA È CERTO UNA GRANDE CONQUISTA DEL PERIODO LIBERALE che va strenuamente difesa anche oggi, in un regime democratico più avanzato, ma è ben lungi dall’esaurire la materia
Essa infatti ha radice in una concezione individualistica della società e riflette il diritto di ogni individuo ad esprimere la propria opinione: riguarda di più cioè il diritto di chi vuole scrivere che quello di chi vuole leggere per essere obiettivamente informato, risponde assai più al concetto di libertà in senso tradizionale che a quello di servizio pubblico. 
In altre parole la libertà di stampa rappresenta il diritto del singolo cittadino di “fare” qualche cosa e il correlativo dovere dello Stato di “lasciar fare”, mentre il servizio pubblico dell’informazione rappresenta un dovere della collettività di “fare” essa positivamente qualche cosa e il correlativo diritto di tutti i cittadini di ottenere dalla collettività la prestazione dovuta.
...la libertà d’informazione ha oggi assunto un significato diverso che nell’Ottocento
Che cosa significa parlare di libertà di stampa nel senso di riconoscere a ciascuno il diritto di fondare un giornale, quando si sa che in realtà solo pochi magnati, o un grandissimo partito, possono permetterselo? 
Mi sembra più giusto parlare di un DIRITTO DEL CITTADINO ALLA VERITÀ, cioè all’informazione più ampia e spregiudicata che gli fornisca tutti gli elementi per FORMARSI UNA SUA IDEA DELLA VERITÀ: ciò significa soprattutto che i partiti, i sindacati, le organizzazioni civili devono avere libero e incontrollato accesso alla radio e alla TV, per un tempo che corrisponda alla loro reale rappresentatività. Questo mi sembra il modo migliore di garantire la libertà dell’informazione, almeno nel settore radio-televisivo …” [L. BASSO, Affinché il Paese migliori, Il Giorno, 12 ottobre 1974].

6. A Francesco ho dato questa risposta cercando di essere "pratico":
Come vedi, caro Francesco, senza capire la natura irresistibilmente oligopolistica dei "mercati", di qualunque settore, ogni disquisizione sulle "libertà" è una squallida pantomima.

E lo è più che mai laddove sia in gioco un mercato caratterizzato dal preminente pubblico interesse del bene/servizio offerto: la cosa sarebbe agevolmente risolvibile con una legge sull'informazione conforme all'art.21 Cost. Di cui abbiamo in passato indicato, su questo blog, alcuni principi irrinunciabili.

Ma poi vedendo che la "classifiche" internazionali (invariabilmente finanziate dai Soros) fanno coincidere la "libertà di informazione" con il numero di operatori privati (in oligopolio!) e con l'assenza di interferenza statale su di essi, non rimane che una sola soluzione: vietare lo svolgimento di servizi di informazione privata da parte di chi non sia, in modo accertato con totale rigore, un editore PURO.
Cioè privo di qualunque altro interesse commerciale, indutriale o finanziario.

E non solo: ma un editore puro che sia finanziato ESCLUSIVAMENTE da un istituto di credito specializzato di proprietà pubblica ma amministrato da funzionari imparziali, a requisiti di nomina rigorosamente predeterminati (su oggettive "competenze") e soggetti a scadenze non rinnovabili delle cariche, nonché sorteggiati da un elenco aggiornato costantemente.

Poi sull'entertainment, facessero quello che vogliono (nei limiti delle leggi penali) e massima apertura del mercato: compresi i "film di interesse culturale".
La precondizione per la loro produzione e distribuzione deve essere SOLO la diffusione della cultura, per tutti, da parte di un imparziale e rafforzato sistema della pubblica istruzione.

Pubblica istruzione, (forte e imparziale), libertà di informazione, (ontologicamente separata da interessi privati di altro tipo, compresa la reverenza verso la "morale dei banchieri"), e eguaglianza sostanziale, sono praticamente la stessa cosa vista in momenti e angolazioni differenti".
 

7. Vi riporto il testo integrale dell'art.21 ( non casualmente tratto dal sito del Senato italiano) come "memento" per l'inizio di una riflessione. Che sia molto pratica: 
Articolo 21
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo d'ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Mi sono anche rammentato che quasi esattamente tre anni fa avevo scritto un post intitolato LA QUESTIONE MEDIATICA: in esso avevo ipotizzato alcune linee fondamentali di un'indispensabile (e credo che molti, ma molti, si siano resi conto di quanto ormai lo sia) legge di attuazione dell'art.21. La risposta a Francesco aggiorna quelle riflessioni.
Ma il nodo essenziale della rivendicazione della sovranità democratica non può consistere solo nella proposta di soluzioni tecnico-legislative (che pure sono necessarie, se provenienti da voci competenti non appartenenti né al mainstream né alla controinformazione rigidamente controllata, essenzialmente all'insaputa dell'opinione di massa propinata agli elettori).

8. Vorrei piuttosto richiamare l'attenzione di tutti i possibili lettori sulla necessità prioritaria, da domani  (ma va bene anche...dopodomani), di abbracciare la rivendicazione di questo tema e di cercare di suscitare  un vasto movimento di opinione che faccia della "riforma" del sistema dell'informazione, ovviamente democratico-costituzionale, il primo punto, estremamente pratico, di un'autentica lotta di liberazione.

Va infatti, ancora una volta, sottolineato che la fase attuale della guerra mediatica permanente, - intrapresa dalle forze oligarchiche che sono alla base dell'€uropa-, risale agli anni '70 e, come dice Orwell, ciò ha portato al nostro non percepirla più come "un pericolo", passando per la caduta della logica elementare, fino ai risultati incredibili attestati dagli indicatori macroeconomici italiani degli ultimi 30 anni, conseguenti alla disfatta democratica ed alla perdita di sovranità che abbiamo tutti subito.
Sì, su queste "armi della guerra permanente" occorre una riforma.
Ma per attuare la Costituzione.
Senza una legge democratica (sostanziale) attuativa dell'art.21 Cost., la stessa Carta fondamentale del 1948 sarà inesorabilmente distrutta.
Come hanno infatti già pianificato.

venerdì 2 dicembre 2016

IL MUTAMENTO €XTRA ORDIN€M: LA "COSTITUZIONE FINALE" E' GIA' QUI (proprio perché non ve ne accorgete)


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1. Il punto di partenza è molto semplice (almeno per chi segue questo blog): la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione (art.1, comma 2, Cost.). 
La Costituzione si assicurò che questa titolarità non fosse espropriabile, o in qualunque modo "revocabile", fissando di una serie di diritti e principi fondamentali (artt.1-12) che determinano un indirizzo decisionale di vertice, cioè che costituisce un obbligo di attuazione (art.3, comma 2, Cost.), perenne e costante, a carico degli organi di indirizzo politico (parlamento e governo: designati in raccordo con la volontà popolare espressa dal voto, eguale e libero di ciascun cittadino). 
Dunque, per garantire la sovranità popolare nella sua "effettività", la Costituzione viene posta al di sopra della "politica", intesa come risultante, nella composizione dei corpi rappresentativi del popolo medesimo, del mutevole esito del processo elettorale.
Questo "indirizzo costituzionale"(su cui il PdR ha, o avrebbe, un potere generale di vigilanza), quindi, si pone al di sopra dell'indirizzo politico in modo tale che il secondo debba essere, nelle circostanze storiche ed economiche, la costante realizzazione concreta del primo: i margini di differenziati indirizzi politici, nel tempo, sono ristretti alla scelta di come realizzare i valori-principi fondamentali posti negli artt.1-12
Non può, tuttavia, tale indirizzo politico, mettere in discussione il "se" realizzare l'indirizzo costituzionale.

2. Il voto popolare è dunque la prima "forma" di realizzazione della sovranità popolare e, al tempo stesso, è la forma di designazione di coloro che, vincolati dai principi fondamentali inderogabili della Costituzione, sono tenuti a realizzarla. 
Il primo di questi principi è il fondamento stesso della Repubblica democratica, cioè il lavoro (art.1, comma 1), inteso come diritto a quella prestazione, dovuta dal plesso governo-parlamento, consistente nell'attuare politiche di "pieno impiego", utilizzando, altrettanto obbligatoriamente, gli strumenti di politica fiscale, industriale e monetaria appositamente previsti nella c.d. "Costituzione economica" (questo è proprio il tema de "La Costituzione nella palude").

3. Ma se la Costituzione viene mutata introducendo l'obbligo degli organi di indirizzo politico di attuare le politiche europee, la funzione di indirizzo costituzionale non è più attuabile perché l'indirizzo politico viene esplicitamente vincolato a realizzare "politiche", (termine che equivale a quello di "indirizzo politico") che sono attuative di trattati, liberoscambisti e fondati non sul lavoro ma sul "libero mercato" e sulla stabilità dei prezzi (e monetaria)
Quindi la prima e più importante forma di manifestazione della sovranità popolare viene resa inoperante e la stessa sovranità del popolo italiano privata di "effettività": i principi fondamentalissimi, imperniati sul lavoro, sono sostituiti da quei diversi e incompatibili valori cardine dei trattati europei che devono essere perseguiti a prescindere da qualsiasi orientamento espresso dal corpo elettorale (sovrano). 
Attualmente, non va sottaciuto, le cose stanno già così, essenzialmente perché:
a) da un lato, in sede elettorale, i cittadini non sono stati informati di questi effetti, derivanti dall'applicazione vincolata di principi-valori incompatibili ed opposti a quelli fondamentali della Costituzione, quali quelli €uropei della "economia sociale di mercato"
b) dall'altro, perché la nostra Corte costituzionale ha assunto una posizione di solo astratta, e mai in concreto verificabile, sindacabilità dei trattati alla luce dei principi dell'art.11 Cost. (che rientra, appunto, tra i principi fondamentalissimi ad attuazione obbligatoria). 

3.1. E la Corte lo ha fatto ragionando, per antica inerzia, sulla base di una inconfigurabile estraneità, o "neutralità", dell'applicazione di trattati economici e neo(ordo)liberisti, rispetto ai rapporti sociali ed a quelli politici: come se il conflitto distributivo, insito nell'economia di mercato e nell'ossessione deflattiva, non influisse sul livello dell'occupazione (art.4 Cost.) e della tutela del lavoro (artt.35 e 36 Cost.), nonché sulla capacità fiscale dello Stato di erogare prestazioni di welfare tali da risultare dignitose per la persona umana (artt.32, 34 e 38 Cost., su tutti).
Questo stato di cose, è stato evindenziato, in particolare con riferimento alla introduzione, nel 2012, della norma costituzionale relativa al pareggio di bilancio (su imposizione di un trattato europeo diretto a salvare l'eurozona), come una forma di "disattivazione" o "messa in sospensione" dell'essenza inderogabile della nostra Costituzione, fino al punto di svuotarla.

4. Protraendosi questo stato di sospensione e di svuotamento della Costituzione, per via del crescente e quasi totale assorbimento di ogni indirizzo politico (costituzionalmente conforme) nelle politiche economico-fiscali dettate dall'appartenenza alla moneta unica, si è ora deciso, essenzialmente in sede €uropea, un "adeguamento" della Costituzione stessa, appunto per conformarla all'evoluzione della governance €uropea e ratificare che l'indirizzo politico non discenda più da quello costituzionale e dal voto del popolo sovrano.

In modo implicito, ma obliquamente palese, si afferma, piuttosto, che questo indirizzo politico eteronomo proceda, in modo praticamente esclusivo - dati i settori socio-economici preponderanti su cui incidono le "politiche europee"-  dalle decisioni vincolanti delle c.d. "istituzioni europee", per la realizzazione del modello socio-economico dei trattati
E questi ultimi attribuiscono la titolarità della sovranità (che reclamano in erosione di quella popolare degli Stati democratici) a organi decidenti in nome dei "mercati": quindi in nome della competizione economica tra Stati e della stabilità dei prezzi, cui è obiettivamente subordinata la piena occupazione (in senso neo-classico, p.5), come obiettivo secondario (o mero corollario), dell'economia sociale di mercato (si tratta di un livello di disoccupazione ritenuto "naturale": cioè QUALUNQUE livello compatibile col livello di inflazione desiderato; v.qui, p.3).

5. In conclusione di questa panoramica riassuntiva, possiamo affermare che:
a) la sospensione de facto della Costituzione è un mutamento costituzionale extraordinem (di natura eversiva), già in corso da decenni, attribuibile al "vincolo esterno" dei trattati in quanto mai sottoposti (qui, p.5.1.) a un vaglio, accurato e consapevole, di costituzionalità;
b) tuttavia, ciò porta irresistibilmente a voler "sanare" questa situazione di fatto, a fini conservativi di uno status quo illegittimo, formalizzando l'Unione europea e le sue politiche tra le norme della Costituzione relative alle fonti di determinazione dell'indirizzo politico, e quindi mutando in via indiretta lo stesso art.1 della Costituzione circa l'appartenenza al popolo della sovranità;
c) questo processo di formalizzazione normativa del mutamento radicale della sovranità, è solo agli inizi delle sue spinte "riformatrici", dovendo proseguire, come abbiamo visto nell'introduzione a questo post, almeno finché non saranno espunti dall'ordinamento italiano, tutti i principi e diritti sanciti dalla Costituzione del 1948 ritenuti in contrasto con i principi ordoliberisti dei trattati;
d) la formalizzazione normativa a livello costituzionale, a rigore, non vale a sanare la contrarietà ai principi fondamentali della Costituzione (artt.1-12), ma tende a conservare i rapporti di forza socio-economici affermatisi coi trattati, al fine di mutare definitivamente il sistema di valori costituzionale e rendere accettabile la successiva restaurazione di principi fondanti storicamente anteriori alla Costituzione del 1948. 

5.1. In conseguenza di questa analisi, vorrei offrirvi la visione, reale e senza finzioni, sia del quadro (fattuale) effettivo di sovranità a cui siamo sottoposti, sia del punto di arrivo dell'adeguamento riformatore che dobbiamo inevitabilmente aspettarci.
Ho tratto dunque, da questo arguto e perspicuo commento di "Filippo" sul blog "Il Pedante", i principi e diritti fondamentali della €uro-Costituzione de facto (nel senso di occulta, ma non perciò meno dotata di effettività, già operativa), che discende dall'appartenenza dell'Italia all'Unione €uropea e dall'attuazione delle sue "politiche".
Risulta tragicamente comico, ma è terribilmente "reale".

Art. 1.
La Provincia italiana dell'Unione europea è una Plutocrazia oligarchica, fondata sul profitto. La sovranità appartiene al mercato, che la esercita attraverso l'oligarchia alla luce dei progressivi limiti di accettazione dell'opinione pubblica.

Art. 2.
La Plutocrazia disconosce l'esistenza di diritti inviolabili dell'individuo, sia come singolo, sia nelle reti sociali ove si palesa la sua specificità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà cosmetica, egoismo economico, e autismo sociale.

Art. 3.
Tutti gli attori del mercato hanno dignità in misura proporzionale alla loro capacità di spesa, e sono diversi davanti alla legge, dovendosi considerare il sesso, l'orientamento sessuale, la razza, la lingua, la religione, i pregiudizi politici, le condizioni personali e sociali.
E' compito della Plutocrazia rimuovere gli ostacoli di ordine etico ed ed i retaggi ideologici, che, limitando di fatto la concorrenza e la meritocrazia, impediscono il pieno sviluppo del mercato, e l'effettiva reificazione di tutti gli individui nell'organizzazione tecnocratica, economicistica e postumana della Provincia.

Art. 4.
La Plutocrazia riconosce l'immutabilità delle leggi economiche, e la necessità di una quota fisiologica di disoccupazione determinata dal ciclo economico. Ogni individuo è libero di svolgere una attività o una funzione che massimizzi la sua ricchezza materiale o la sua popolarità.

Art. 5.
La Plutocrazia, espressione dell'Unione europea, indebolisce progressivamente le autonomie locali; attua nei servizi che da essa dipendono, la massima centralizzazione amministrativa; adegua i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'Unione e dell'oligarchia.

Art. 6.
La Plutocrazia tutela con apposite buone pratiche le minoranze linguistiche della Provincia, con particolare riguardo per quella italiana.

Art. 7.
La Plutocrazia e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati alla luce della pubblica opinione. Le modificazioni dei rapporti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione formale delle norme.

Art. 8.
Tutte le confessioni religiose sono egualmente deprecabili e superate. Le teorie economiche diverse dal liberismo sono da considerarsi infondate ed utopiche nella misura in cui contrastino con l'ordinamento economico e giuridico della Provincia. I loro rapporti con l'Eurocrazia sono regolati attraverso la creazione di apposite categorie nel dibattito pubblico.

Art. 9.
La Tecnocrazia promuove lo sviluppo della cultura delimitandone con precisione gli ambiti e la ricerca scientifica e tecnica orientate alle esigenze del mercato e della competizione globale. E' indifferente al paesaggio e negligente verso il retaggio storico e artistico della Provincia quando essi non siano monetizzabili.

Art. 10.
L'ordinamento giuridico della Provincia si conforma alle norme del diritto europeo ed internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica del migrante è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Il migrante, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà economiche garantite dalla Costituzione della Provincia italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Tecnocrazia, secondo le legittime necessità di deflazione salariale dei padroni. Non è ammessa l'espulsione del migrante per formalità giuridiche.

Art. 11.
La Provincia italiana riconosce la guerra come strumento di salvaguardia dei propri interessi e di quelli dei suoi alleati e come mezzo didattico verso i popoli non democratici; si adegua alle scelte europee e transatlantiche per assicurare l'espansione del blocco occidentale che assicuri la stabilità della propria influenza; promuove interventi unilaterali nelle aree contese.

Art. 12.
La bandiera della Plutocrazia è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. Può essere utilizzata esclusivamente insieme alla bandiera dell'Unione europea, rispettando il parametro numerico massimo di una a dieci.

mercoledì 30 novembre 2016

INDICATORI MACROECONOMICI DEGLI EFFETTI DELLA C€SSIONE DI SOVRANITA' SULL'ECONOMIA ITALIANA.


http://www.ilgiornaledigitale.it/wp-content/uploads/2014/08/igd_ac593e182121f470d6f4735a09d6f01a-1024x560.jpg

1. Questi sono i dati macroeconomici e fiscali italiani (che potete estendere andando su questo sito "ufficiale", con il suo ultimo aggiornamento disponibile).

Parrebbe superfluo rilevare - ma ribadirlo non è mai inutile- che il debito pubblico italiano, prima del "divorzio" tesoro-Bankitalia, era al 55% del PIL
Questa ripresa, tuttavia, iniziò a vacillare all'inizio delle politiche deflattive determinate dal divorzio-SME e dalla svolta sindacale anti-scala mobile. 
Ne derivarono il contemporanero crescere vertiginoso dell'onere degli interessi sul debito pubblico e la perdita di competitività da "vincolo" sul cambio, nonché la finanziarizzazione della grande industria italiana: ci avrebbero poi spiegato che la deflazione salariale non era stata sufficiente e che pensioni e sanità non ce le potevamo permettere; e ce lo spiegarono in nome di Maastricht.
http://www.dirittiglobali.it/wp-content/uploads/2016/07/numeri-debito_pubblico_italiano.png
2. Siamo stati cattivi e poco virtuosi?
In effetti, durante il fascismo, come si vede molto bene qui sotto,  eravamo "buoni&virtuosi", secondo il metro di giudizio del sistema bancario creditore anglosassone: De Stefani e, poi, il corporativismo - cioè i tagli d'imperio delle retribuzioni-, garantirono che si portasse la Nazione al "reddito di sussistenza", cui inneggiavano i "liberali" come Einaudi, e infatti, il decantato welfare del regime era, conseguentemente, "di sussistenza", per non guastare la "competitività ai monopoli&oligopoli nazionali...
https://2.bp.blogspot.com/-rrWhqgte5Bo/ToDq0N-MpxI/AAAAAAAACHI/7_T-7DyXoU8/s1600/spesa+percentuale+pil.png

3. Il grafico sottostante è tratto da Goofynomic e distingue ciò che è importante capire; quantomeno, prima di partire in crociate contro la spesapubblicabrutta. E cioè che, comunque, prima di SME-divorzio, e fino alla metà degli anni '80, ERA LARGAMENTE SOTTO LA MEDIA €UROPEA...
L'incremento, successivo al 1981, della spesa pubblica complessiva, si spiega con l'onere degli interessi sul debito e in parte con il dover, la "politica", fronteggiare gli effetti socialmente destabilizzanti delle politiche deflattive, con l'aumento strutturale della disoccupazione. 
Al tempo, per motivi politici, - che furono poi "rimossi" dopo Maastricht e cioè facendo manovrone su manovrone di "sacrifici", per ottemperare ai criteri di convergenza verso l'euro-, esistevano più ampi stabilizzatori automatici e sistemi di pre-pensionamento (che facevano pagare alla collettività, peraltro con l'inizio della grande fase dell'aumento delle tasse, il preteso recupero della competitività, entro il nuovo paradigma monetario imposto dal vincolo europeo).
http://www.unich.it/docenti/bagnai/blog/Spes_02.JPG

4. Il soprastante grafico aggiornato al 2010, va però integrato con gli sviluppi fiscali delle politiche super-austere, che stiamo ancora applicando in dosi massicce, solo appena meno "gigantesche" di quanto non pretenda, con minacce e condizionalità, la "governance" €uropea. 
Anzitutto, perché va considerato l'avanzo primario di bilancio realizzato dall'Italia, trattandosi di risparmio pubblico che, per definizione, corrisponde a liquidità sottratta al PIL, via tasse e tagli delle prestazioni pubbliche. Questo "avanzo", dunque, determina, di per sè, un sottoutilizzo dei fattori della produzione nazionale che, transitoriamente, è pure talora necessario, ma protratto per decenni, - unici in €uropa!!!- porta all'output-gap: cioè a minor crescita, e a deindustrializzazione strutturale (cioè è anche un risparmio di "squilibrio" macroeconomico: non si converte in investimenti, per sua preordinata funzione essenziale). 
Non so a voi ma a me "diverte" sempre vedere i dati della Spagna o della Francia: i principali "modelli" (di...crescita) usati per dirci che siamo cattivi e corrotti. Ma nessuno suggerisce un "facciamocome" relativo ai loro saldi negativi primari, prevalenti, e nel caso della Spagna, crescenti:

Addendum: sulla questione ammontare complessivo dei saldi primari, comparativamente per i vari principali Stati dell'UE, Mauro Gosmin ci fornisce questo eloquente grafico, che consente di raffigurarsi tangibilmente il danno da output gap subito dall'Italia con l'adesione all'eurozona e le politiche fiscali seguite negli ultimi 20 anni (e oltre: la serie dovrebbe iniziare nel 1992):




5. Se dunque lo Stato provvede a creare un risparmio "dannoso", cioè a priori inconvertibile in investimenti, e lo fa tassando di più e erogando prestazioni ridotte (in termini reali, quindi erose dall'inflazione nella migliore delle ipotesi), anche il reddito privato ne risente: e se diminuisce il reddito, diminuisce il risparmio privato e, con esso, gli investimenti produttivi.
Piaccia o non piaccia agli "studiosi" di economia industriale, questi sono gli effetti che vincolano la propensione agli investimenti (non la pigrizia degli industriali e la corruzione dei....corruttori).
Notare che la miniripresa di risparmio e investimento che si registra dal 2014, è dovuta, anzitutto, al comportamento difensivo delle famiglie che, in situazione deflattiva e di attese di tagli al bilancio pubblico e di intensificata tassazione, non consuma più e non acquista più abitazioni come prima; e, quanto agli investimenti, questo minimo sussulto (ante-mortem?) è dovuto anche al fatto che, toccato un certo punto di caduta, le imprese tendono a riprendere gli investimenti lordi, cioè a sostituire gli impianti per non chiudere, sperando di sopravvivere con l'aumento della domanda estera che si lega a una fase deflattiva; e comunque il volume degli investimenti é strutturalmente disincentivato da un livello di precarizzazione del lavoro tale che non si punta tanto a investire in innovazione e tecnologie, ma ad assumere lavoratori sottopagati, nonché part-time e a brevissimo termine.

All’inizio degli anni duemila il tasso di risparmio e di investimento pubblico e privato erano sostanzialmente allineati in Italia, la crescita della quota di investimenti fino al 2007 non è stata accompagnata da una crescita proporzionale dei risparmi, rimasti sostanzialmente costanti. Con la prima recessione (2008-2009) i risparmi sono calati più fortemente degli investimenti, che hanno resistito meglio. Durante la seconda recessione invece si è registrato un nuovo calo degli investimenti, mentre aumentava il risparmio precauzionale. Dal 2013 i risparmi sono tornati maggiori rispetto agli investimenti ma ad un livello radicalmente più basso per entrambi rispetto a quello pre crisi (nel 2014 18,3% di propensione al risparmio contro il 16,5% di propensione all’investimento).

6. Va infatti considerato, - contro lo "spin" ossessivo-maniacale della spesa pubblica "mostruosa", pretesa causa della mancata crescita (boiata controintuitiva che gli italiani vivono ormai come un dogma della instaurata teologia ordoliberista)-, che l'incremento italiano della spesa pubblica è il più modesto, dell'eurozona, del post "crisi" finanziaria (USA).
E' vero che il rapporto debito PIL ri-decolla, come già a seguito del divorzio-SME, ma stavolta non perchè salgano gli oneri degli interessi o la spesa primaria- come invece è accaduto negli altri paesi UEM!-, quanto piuttosto perché il denominatore del rapporto, il PIL, si inabissa. E con esso occupazione e produzione industriale: grazie €uropa della crescita e della pace!.

http://www.infodata.ilsole24ore.com/wp-content/uploads/sites/82/2016/02/debit-pubblico.jpg

7. Il dato che dovrebbe preoccuparci di più è la spesa primaria pro-capite, quella che più direttamente misura perché vivete peggio, meno a lungo (ormai) e dimorando in un paese che, nelle sue strade e nelle sue città, nelle sue ex-zone industriali, appare più simile a un territorio bombardato da un aggressore bellico.
http://www.genitoritosti.it/wp-content/uploads/2015/02/perri-realfonzo.jpg
8. Insomma, la spesa pubblica primaria "reale", cioè al netto dell'inflazione, è proprio diminuita, in controtendenza con tutto, ma proprio tutto, il resto del mondo "occidentale", nonostante quello che, insensatamente, continuano a invocare la maggior parte delle forze politiche di governo e di opposizione:
https://keynesblog.files.wordpress.com/2013/06/sp-reale-netto.png?w=560&h=358

Basta guardare (tra i tanti dati che confermano quanto appena detto) agli USA e alle conseguenze, in termini di spesa pubblica e sua tipologia, del bel mercato del lavoro che hanno imposto anche a noi...anche se non riescono ad accorgersene, perché continuano a chiederci di "fare le riforme".
E pensate che ora Trump, in ciò del tutto similmente a quanto prometteva anche la Clinton, ha intenzione di aumentare la spesa in infrastrutture e lavori pubblici:
http://www.heritage.org/~/media/infographics/2015/11/bg-spending-less-on-national-defense-chart-1-825.ashx
9. Risultatone? Questo è l'andamento comparato della produzione industriale, grosso modo da Maastricht a oggi: ma davvero senza "cedere sovranità" non si può sopravvivere, come diceva Guglielmo Giannini, precursore dei "movimenti" livorosi indifferenti al vero ruolo economico dello Stato democratico, voluto dalla Costituzione, già al tempo dell'introduzione della CECA?
Direi piuttosto che tutto evidenzia che "cedendo sovranità" SI MUORE.
Credere il contrario era, ma soprattutto oggi è, qualunquismo.
E dunque, aveva ragione Di Vittorio, e la r€altà successiva lo rende buon profeta:

pr

10. Poi, naturalmente, quasi tutte queste previsioni di crescita del PIL che trovate sotto, per il 2017, si riveleranno errate: quella che sbaglierà meno è la previsione di Confindustria. Ma sarebbe pur sempre ottimista ove si verificasse lo "sterminio" dei risparmatori italiani e del controllo nazionale del sistema bancario (auto)imposto da coloro che entusiasticamente ci hanno fatto entrare nell'Unione bancaria...
http://ec.europa.eu/economy_finance/eu/forecasts/index_en.htm
http://www.mef.gov.it/documenti-pubblicazioni/doc-finanza-pubblica/index.html#cont1
http://www.francomostacci.it/wp-content/uploads/2014/11/2016_confronto_graf6.png

11. Dato tutto questo (e sarebbero da aggiungere molti altri dati), COME VOTERESTE A UN REFERENDUM CHE DI CHIEDESSE LA CESSIONE DI ULTERIORE SOVRANITA' (ANZI: DI TUTTA) ' ALL'€UROPA?
Fate un po' voi. Tanto è un'ipotesi teorica...
Nessuno ci ha mai chiesto direttamente nulla sulla cessione della sovranità contenuta nei vari trattati. E intendono continuare a non chiedercelo:



Però, se ci riflettete bene, forse un tal genere di referendum potrebbe pure essere attuale, molto attuale. Se ci riflettete...

lunedì 28 novembre 2016

COSTITUZIONALIZZARE HAYEK A PROPRIA INSAPUTA...(?)



http://www.sinistrainrete.info/images/stories/stories4/Schermata-1.jpg

1. Dunque, Carlo Clericetti, sul suo blog all'nterno di Repubblica.it, cerca di spiegare, citando un post di orizzonte48,  "che non solo l'adesione all'Unione viene costituzionalizzata, ma la formulazione è tale che le norme europee diventano sovraordinate rispetto a quelle della nostra Costituzione, e dunque - nei casi in cui vi fosse un conflitto - debbono essere quelle a prevalere. I difensori della riforma sostengono che non cambia nulla rispetto ad ora, ma non è così: finora non c'è stato niente del genere nella nostra Carta".

Apriti cielo! Torme di europeisti entusiasti e convintissimi, si inalberano ergendosi a sommi intepreti del diritto (di ogni tipo: internazionale, dei trattati e costituzionale), facendo leva sull'argomento che il blog "disinformi" e condendo il tutto con insulti e insinuazioni personali. Uno spettacolo (di apertura mentale e di capacità di scendere nel "merito" che sarebbe il cavallo di battagli vincente dei sostenitori della riforma)!
Tralasciando i commentatori (peraltro bloccati su twitter e doppiamente inviperiti), che la sanno lunga e che gioiscono dello shadow-ban/censura del link al blog su twitter - che twitter non ritiene di spiegare pur a fronte dell'esperimento di varie procedure di segnalazione dell'inconveniente inutilmente esperite- vi riproduco qui, con alcune integrazioni, la mia replica, tecnico-interpretativa, pubblicata gentilmente da Clericetti. 
Non sarà letta con alcuna attenzione dagli europeisti inviperiti

2. Ma non importa: può anche servire a chi è dotato di volontà di capire e informarsi, cioè ai sempre più numerosi lettori di questo blog, come quadro riassuntivo di una parte consistente delle fonti qui analizzate e delle analisi rilevanti sul tema della "€uro-riforma":

"I. Per prima cosa va notato che, per partito preso, e senza aver dunque letto né quanto scrivo, né tantomeno la "riforma", taluni si basano sull'art.117 per sostenere che non sia "cambiato nulla". RIguardo al 117 sono il primo a evidenziarlo. http://orizzonte48.blogspot.it/2016/10/la-costituzionalizzazione-del-vincolo.html
 
II. Rimane il fatto che la lettura completa e non estrapolata del mio post consente di comprendere il "quid novi" degli artt.55 e 70: se fosse bastato l'art.117, vecchio e nuovo, non avrebbero avuto bisogno di una riformulazione di altre e ben più importanti norme fondamentali relative all'intero potere legislativo (in Costituzione!).
Il che consiste in un'anomalia che salta agli occhi dal confronto tra gli articoli 55 e 70, nella formulazione risalente al 1948, e la nuova. Riproduco i passaggi c) e d) (ivi mancante) del sintetico ragionamento svolto nel post:
"...c) vi accorgerete, dunque, che l'effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsioni della Costituzione del 1948 è che "la partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea" è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l'adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.
d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell'Unione, così com'è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il Parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato".

III. Che si costituzionalizzi un contenuto tipico dell'attività legislativa e si definisca la mission costituzionale del massimo organo rappresentativo dell'indirizzo politico è un'anomalia che si contrappone alla soluzione esattamente contraria adottata dalla Costituzione tedesca, come ho mostrato qui: http://orizzonte48.blogspot.it/2016/11/la-stupefacente-costituzione-teronoma.html
Sulla Germania e su come intende in modo sistematico, e molto pratico, il proprio filtro costituzionale, aggiungerei questo
http://orizzonte48.blogspot.it/2016/06/uk-italia-e-la-sovranita-la-sua-ragion.html (PP. 2-3.1.: si tratta della "rigida" Lissabon Urteil della Corte tedesca così come commentata, semplicemente prendendo atto, della irrealizzabilità degli Stati Uniti d'€uropa, da parte delle stesse istituzioni UE)
e questo:
http://orizzonte48.blogspot.it/2015/06/la-sentenza-della-corte-uropea-sullomt.html (qua s'è avuto un caso clamoroso di "adeguamento" della CGUE alla Corte costituzionale tedesca, esattamente in senso inverso a quanto accade in Italia!)
 
IV. Ma poi, sul piano normativo, tali passaggi non avrebbero neppure bisogno di essere troppo interpretati, dato che è la stessa Relazione governativa di accompagnamento della riforma, presentata al Senato, ad affermarlo, e proprio citando l'esigenza di adeguamento della Costituzione, attuale, al fiscal compact e all'introduzione in Costituzione del connesso pareggio di bilancio (e al nuovo patto di stabilità interna, cioè al pareggio di bilancio inderogabile per gli enti autonomi territoriali). V. qui: http://orizzonte48.blogspot.it/2016/10/luro-riforma-della-costituzione-la.html

V. Sulla filosofia riformatrice connessa all'€uropa, in effetti, gli atti ufficiali dell'organismo incaricato dalla Commissione di "predicare" le riforme" costituzionali ai vari paesi UE, sono inequivocabili: http://orizzonte48.blogspot.it/2016/10/la-filosofia-riformatrice-della-venice.html

VI. Infine, per un quadro riassuntivo dell'intera questione e del livello di falsificazione (in senso popperiano) cui s'è pervenuti per legittimare la riforma, rinvio a quanto scritto qui, dove c'è una ricostruzione anche storica della questione del bicameralismo, e della relativa critica, erroneamente attribuita a Mortati: http://orizzonte48.blogspot.it/2016/11/bicameralismo-improprio-o-asimmetrico.html "

3. Ma il commento forse più "divertente" è questo:
"Ah, e fra l'altro, sarebbe stato un po' sorprendente che la Costituzione del 1947 avesse citato l'Unione Europea, nata nel 1993...
Se fosse esistita l'Unione Europea prima del 1947, sicuramente la Costituzione l'avrebbe inclusa nei suoi articoli. Non vedo perchè avrebbe dovuto far finta che non esista quel livello superiore di legislazione, su molte materie...
D'altra parte è vero che se fosse esistita l'Ue negli anni '40, non ci sarebbe stata la guerra mondiale e quindi neanche la nostra nuova Costituzione..."
Questo commento ha il "pregio" di mettere insieme, in un unico breve periodo, una serie di inesattezze storico-concettuali, veramente notevoli.
Non solo di un passo supera ogni obiezione al fatto che un solo trattato sia costituzionalizzato, tra i tanti anche più importanti trattati relativi a organizzazioni internazionali nati anche prima della Costituzione: ad es; il trattato ONU che è del 1945, ancorché ratificato dall'Italia nel 1957, "solo" 50 anni fa; o il trattato Nato, ratificato dall'Italia nel 1949...
Non solo, dunque, non si domanda perché i trattati che hanno effettivamente garantito la pace in Europa nel secondo dopoguerra - laddove i conflitti armati in Europa sono invece ricomparsi proprio in concomitanza della nascita dell'UE!- siano stati lasciati alla previsione dell'art.11 Cost., senza sentire il bisogno di modificare addirittura il contenuto vincolato della funzione legislativa e la mission giustificatrice degli stessi organi legislativi... 
Ma dà anche per scontato che l'unione federata degli Stati europei non sia stata considerata, ed esplicitamente respinta, come oggetto di possibile costituzionalizzazione, da parte dell'Assemblea Costituente

4. Sarà dunque uno shock notevole, per il commentatore convinto, sapere che il federalismo interstatale come "soluzione" €uropeista, proprio allo scopo di disabilitare gli Stati democratici del welfare e reinstaurare il governo sovranazionale dei mercati, era stato già da lungo tempo teorizzato, trovando la sua sistematizzazione più compiuta nel super-liberista von Hayek già nel 1944:
"in una federazione di stati nazionali la diversità di interessi è maggiore di quella presente all'interno di un singolo stato, e allo stesso tempo è più debole il sentimento di appartenenza a un'identità in nome della quale superare i conflitti stessi (…). Un'omogeneità strutturale, derivante da dimensioni limitate e tradizioni comuni, permette interventi sulla vita sociale ed economica che non risulterebbero accettabili nel quadro di unità politiche più ampie e per questo meno omogenee (pagg.121-122)"). 
Ma la formulazione di Hayek stesso costituisce appunto una sintesi a posteriori di una concezione che nel '900, era già considerata consolidata. Einaudi, lo sa benissimo e infatti, ispirandosi a un altro economista "iper" e, poi, "neo" liberista, Lionel Robbins, patrocina l'elaborazione del "Manifesto di Ventotene" sulla base del pensiero europeista dell'ordine sovranazionale dei mercati.

5. Come se non bastasse, la natura del federalismo europeo, - non a caso costantemente patrocinato dai liberisti amanti del gold standard e dunque della "moneta unica europea" (sempre Hayek: "Con una moneta unica, l'autonomia delle banche centrali nazionali sarà ristretta almeno quanto lo era sotto un rigido gold standarde forse anche di più dal momento che, anche sotto il tradizionale gold standard, le fluttuazioni dei cambi tra paesi erano più ampie di quelle fra diverse parti di uno Stato o di quanto sarebbe comunque desiderabile consentire nell'unione...")  e delle recessioni come opportunità per riequilibrare verso il basso il costo del lavoro-, era già stata considerata da Rosa Luxemburg, proprio sulla base della sua natura mercatista e propria dell'anarchia naturale del capitalismo.  
"...Che un' idea così poco in sintonia con le tendenze di sviluppo non possa fondamentalmente offrire alcuna efficace soluzione, a dispetto di tutte le messinscene, è confermato anche dal destino dello slogan degli “Stati Uniti d’Europa”. Tutte le volte che i politicanti borghesi hanno sostenuto l’idea dell’europeismo, dell’unione degli stati europei, l’hanno fatto rivolgendola, esplicitamente o implicitamente, contro il “pericolo giallo”, il “continente nero”, le “razze inferiori”; in poche parole l’europeismo è un aborto dell’imperialismo.
E se ora noi, in quanto socialdemocratici, volessimo provare a riempire questo vecchio barile con fresco ed apparentemente rivoluzionario vino, allora dovremmo tenere presente che i vantaggi non andrebbero dalla nostra parte, ma da quella della borghesia..."

6. Senza aggiungere altre possibili copiose fonti sulla preesistenza, al 1946-47, dell'idea di federalismo e di Unione europea, sempre improntata al "governo dei mercati" e allo Stato minimo con una moneta unica insterstatale (e naturalmente "il pareggio di bilancio"), assunte come leggi naturali politico-economiche, la prova-provata la troviamo negli stessi lavori dell'Assemblea Costituente
Poiché, a differenza degli attuali, i deputati della Costituente erano còlti, e deliberavano preoccupandosi di informare il popolo (qui, p.4), la questione dell'eventuale inserimento dell'Europa fu esaminata e SCARTATA, sulla base delle considerazioni di sintesi (corrispondenti ad una vasta maggioranza), svolte dal presidente dell'Assemblea dei "75", (cioè quella "redigente"), Meuccio Ruini, in relazione al testo, approvato, dell'art.11 Cost. (quello che stabilisce i limiti entro i quali l'Italia può aderire ad organizzazioni internazionali):
"...Ma qualcuno ha chiesto: di quali organizzazioni internazionali si tratta? 
Non si può prescindere dalla indicazione dello scopo. Vi possono essere organizzazioni internazionali contrarie alla giustizia ed alla pace. L'onorevole Zagari ha ragione nel sottolineare che non basta limitare la sovranità nazionale; occorre promuovere, favorire l'ordinamento comune a cui aspira la nuova internazionale dei popoli
Ma l'attività positiva diretta a tale scopo è certamente implicita anche nella nostra formulazione: che dovrebbe essere (e non è facile qui su due piedi) tutta rimaneggiata, col rischio di perdere l'equilibrio faticosamente raggiunto di un bell'articolo.
La questione sollevata dall'onorevole Bastianetto, perché si accenni all'unità europea, non è stata esaminata dalla Commissione. Però, raccogliendo alcune impressioni, ho compreso che non potrebbe avere l'unanimità dei voti. 
L'aspirazione alla unità europea è un principio italianissimo; pensatori italiani hanno messo in luce che l'Europa è per noi una seconda Patria. 
È parso però che, anche in questo momento storico, un ordinamento internazionale può e deve andare anche oltre i confini d'Europa. Limitarsi a tali confini non è opportuno di fronte ad altri continenti, come l'America, che desiderano di partecipare all'organizzazione internazionale.
Credo che, se noi vogliamo raggiungere la concordia, possiamo fermarci al testo della Commissione, che, mentre non esclude la formazione di più stretti rapporti nell'ambito europeo, non ne fa un limite ed apre tutte le vie ad organizzare la pace e la giustizia fra tutti i popoli."
7. I costituenti, come traspare dall'intervento di Ruini, dovevano avere ben presente la "lezione" di Rosa Luxemburg, e hanno cercato di prevenire una deriva neo-liberista e liberoscambista, che avrebbe comportato il minare alle basi la nascente democrazia sociale e pluriclasse a cui si voleva dar vita; volevano anticipare, cioè, il pericolo di reinstaurazione e di "rivincita" del capitalismo anarcoide, dedito al controllo totalitario delle istituzioni (solo formalmente) democratiche,  desiderato da Hayek e Einaudi. E dagli ordoliberisti tedeschi.
7.1. I migliori e più "liberi" pensatori tedeschi di oggi, sono ben consapevoli che questo pericolo non è stato purtroppo scongiurato: l'idea neo-ordoliberista, da sempre alla base dell'Unione €uropea, distruttiva della tutela del lavoro e del welfare, ha prevalso a proprio tramite il trattato che si vuole ora costituzionalizzare
Ce lo dice Wolfgang Streeck, uno dei più eminenti sociologi ed economisti tedeschi, con parole che non lasciano adito ad equivoci:
“Dato che i problemi di legittimazione del capitalismo democratico presso il capitale divennero problemi di accumulazione, fu necessaria la liberazione dell'economia capitalistica dall'intervento democratico quale condizione per la loro risoluzione. In questo modo si trasferì dalla politica al mercato il luogo dove assicurare una base di massa a sostegno del moderno capitalismo nelle sue motivazioni più profonde, generate dall'avidità e dalla paura (greed and fear), nel contesto del processo di immunizzazione avanzata dell'economia rispetto alla democrazia di massa.  
Descriverò questo sviluppo come il passaggio da un sistema di istituzioni politiche ed economiche di orientamento keynesiano, tipico della fase fondativa del capitalismo postbellico, a un regime economico neo-hayekiano.”A "greed and fear" c’è una nota: ”Greed and fear, avidità e paura sono, secondo l'autodescrizione del capitalismo finanziario fornita dall’economia finanziaria, spinte decisive al funzionamento dei mercati azionari e dell'economia capitalistica in generale (Shefrin 2002).” (W. Streeck, Tempo guadagnato, Feltrinelli, Milano, 2013, pagg. 25 e 221).
8. In sintesi, chi crede (magari in buona fede...) che l'Unione europa sia volta alla pace e alla giustizia fra le nazioni, dimentica che è stata, e rimane, una costruzione politico-culturale hayekiana, in cui la "pace" significa in realtà il dominio delle "oligarchie dei mercati" a scapito del resto della società dell'intera Europa, sottoposta a un dominio totalitario, strenuo avversario della "dignità del lavoro" (come appunto teorizzava Hayek). 
Una volta che si sia consapevolmente compreso questo quadro storico-economico, superando gli accorti slogan dei trattati, che dissimulano lo pseudo-concetto di piena occupazione c.d. neo-classica e l'antisolidarsimo competitivo tra Stati (qui, p.2), è questo, dunque, che si vuole costituzionalizzare, contro la volontà espressa dei Costituenti, e il principio della sovranità popolare di una democrazia fondata sul lavoro? 
"...credo che la Costituzione democratica debba chiaramente sancire il concetto che la sovranità, cioè il potere, non solo appartiene al popolo, ma nel popolo costantemente risiede. Ed allora bisogna impedire qualunque interpretazione che un giorno possa far pensare a sovranità trasferite o comunque delegate. Ecco perché al termine «appartiene», come pure al termine «emana», preferisco il termine «risiede».

Gli organi attraverso i quali la sovranità e i poteri si esercitano nella vita di un popolo, sono organi i quali agiscono in nome del popolo, ma che non hanno la sovranità, perché questa deve restare al popolo. Ecco perché è preferibile il termine «risiede» in confronto a quello di «appartiene».
...
Può sembrare una sottigliezza, ma sottigliezza non è. La verità è un'altra. 
Esistono fra gli uomini due categorie di persone di fronte ai problemi costituzionali: quelli che credono nelle Costituzioni e quelli che non credono nelle Costituzioni
Per quelli che non credono nelle Costituzioni, cioè che pensano che il giorno che avessero la maggioranza farebbero quello che vogliono, un'affermazione di principio può sembrare una sfumatura, e non ha importanza; ma per coloro che, come me, credono profondamente nelle Costituzioni e nelle leggi, ogni parola ha il suo peso e la sua importanza per il legislatore di domani.
Noi ci dobbiamo preoccupare del documento che facciamo, guardando verso l'avvenire, cioè dando norme sicure ai legislatori di domani, in modo che la volontà di oggi non possa essere violata per improprietà di linguaggio, voluta o non voluta che sia."