martedì 21 ottobre 2014

LA SCOMMESSA GIA' PERDUTA DELLA CRESCITA: MA IL "BANCO" VINCE SEMPRE...

 

La crescita nel 2015? Questa è la vera ipotesi di "ultima istanza" che Padoan, a quanto pare, basa esclusivamente sulla "fiducia", inducibile, nelle speranze teorico-economiche e nelle intenzioni mostrate nel documento di accompagnamento della legge di stabilità inviato alla Commissione, dalle riforme strutturali a costo zero. 

Ma, a condimento del tutto, sul fronte interno della politica degli annunci, la vulgata del governo su questa legge di stabilità, si regge esclusivamente sulla campagna giornalistico-televisiva di sostegno che, alla fine si incentra solo su quanta spesa pubblica "improduttiva" occorra tagliare per poter ridurre le tasse e vivere felici.
Ma la verità è che il deficit pubblico passa dal 3% del 2014 al 2,9 del 2015, e, quindi, persino al netto del moltiplicatore, si avrebbe comunque un piccolo consolidamento che non può che essere recessivo. 

Ma, attenzione, riassumendo quanto detto negli ultimi giorni
a) che questi calcoli siano esatti dipende da se e come si conteggino gli innumerevoli balzelli in aumento disseminati in leggi diverse da quella di stabilità e a cui la stessa rinvia. In altri termini, tutti i calcoli di sgravio o taglio della legge di stabilità appaiono inficiati dal doversi coordinare con effetti sul 2015 di diverse leggi adottate nel 2014 - o anche prima- e che stabiliscono cose diverse, restrittive (compreso l'aumento dell'aliquota Irap mentre si prevede l'abbattimento della sua base imponibile), da imputare alle poste contabili derivanti dalla legge di stabilità attuale.
Es. n.1; effetti del taglio delle spese del 10% imposto ai ministeri con ricontrattazione al ribasso obbligata degli appalti in corso di esecuzione che, iniziata nel corso del 2014, si ripercuoterà sulla spesa pubblica tagliata nel 2015, portando all'effetto del moltiplicatore "doppio", che viene taciuto nella legge di stabilità col generico riferimento alla tentata copertura di tagli per 15 miliardi di cui abbiamo già parlato;
Es.n.2: aumento previsto della sovraimposta IRE regionale, in aggiunta a quello già operato nel 2014, che lascia alle regioni la facoltà di portarla ad un'aliquota "fino" al 3,3% (dal 2,3 "massimo" oggi vigente ed innalzato nel 2014), previsto dal decreto fiscale di aprile e che è la ragione per cui Chiamparino (ma pare si sia già calmato) aveva detto che un taglio di 2 miliardi li avrebbe obbligati ad alzare le tasse.

b) il tutto troverebbe una parziale conferma nel "tesoretto" di 3,4 miliardi, cioè un "avanzo" teoricamente non utilizzato nella legge di stabilità e che avrebbe dovuto servire per eventuali manovre di "bandiera espansiva" nel 2014: questa somma sarebbe utilizzata per portare la correzione del deficit 2015 a 0,3 punti di PIL circa, e, dunque, per concordare il placet della Commissione UE, nella versione Juncker, che slitterebbe quindi a novembre, dopo aver cercato di tirarla oltre il mandato di Barroso (che, per ragioni politiche "portoghesi", cioè volendo candidarsi in patria, non vorrebbe mostrarsi clemente con l'Italia).

Sottostante al tutto, la questione degli spread: se i tedeschi non useranno per l'Italia la stessa clemenza sicuramente riservata ai francesi e spaccheranno astutamente il fronte dei grandi paesi a rischio (di cui la Francia è il peccatore di gran lunga maggiore, in pieno vaudeville), la tendenza al rialzo attuale potrebbe essere acuita da un nuovo fenomeno di vendite da parte delle stesse "note" banche tedesche a cui seguirebbero, in accelerazione rispetto a quanto già ora stanno anticipando i mercati, anche gli altri investitori istituzionali e speculativi esteri.
Il ragionamento qui svolto, trova conferma in questo articolo di James Charles Livermore: anche riuscendo nel difficile passaggio di Bruxelles, la legge di stabilità porrebbe in salvo dall'aumento degli spread solo se garantisse la crescita sperata
E, ci dice, sono i media che "accendono" le banche focalizzandosi sui conti pubblici italiani: e dietro i media, aggiungiamo, c'è la mano della finanza che ama precostituirsi le informazioni privilegiate che preorientano i guadagni che si fanno scommettendo e tradando al ribasso sul debito sovrano.
Ma questa crescita non ci potrà essere, per la semplice matematica del moltiplicatore, quello che fa sì che "i conti non tornino mai".

E dunque la scommessa della propaganda mediatica, a rigore è già persa in partenza, ma solo se gli interessasse davvero la crescita: e non soltanto le "riforme" deflattive del lavoro e l'anticipazione pro-finanza della direzione degli spread. Tuttavia, sul piano interno, la vulgata verrà, come al solito, portata avanti fino all'ennesimo scontro con la dura realtà della prosecuzione della recessione nel 2015. Magari debole, ma sicuramente con aspettative praticamente certe di aggravamento nel 2016, l'anno del Dragone dell'IVA superaumentata e dell'attivazione delle clausole automatiche di correzione "recessiva" imposte dal fiscal compact
Dunque, al gran ballo degli spread, "in soldoni", si può reggere solo se si cresce per davvero (e non sulla fiducia) e non si può crescere senza moneta nazionale e senza un banca centrale che faccia gli interessi della comunità nazionale: cioè, in termini di competitività di prezzo nonchè di politiche monetarie a sostegno dell'intervento fiscale e industriale dello Stato sulla congiuntura sfavorevole perseguendo veramente l'occupazione ed il conseguente aumento della domanda.

domenica 19 ottobre 2014

OLTR€ LA FRONTI€RA DEL TLTRO: AFFISSO IL 1° MANIFESTO ELETTORALE ('a carrettella")

frontiere-grenzen

Certo la Commissione...La legge di "strabilità"(cioè strabiliante) espansiva...


Tant'è che... "esulta" il Giornale di Berlusconi: “Finalmente meno tasse. Renzi fa una cosa di destra. Tagli alle imposte per 18 miliardi e sgravi alle imprese che assumono: è la ricetta di Forza Italia” (p. 1)."
Dunque, ci potrebbe essere un ulteriore fattore "politico" a pesare (negativamente, è chiaro) sull'approvazione di Bruxelles. La Merkel, si sa, certe cose se le lega al dito.
Ma non è detto: se si salvano le forme, sull'intestatario della manovra, ragioni di colossale €opportunità potrebbero consigliare un'apparente "flessibilità" degli €urocrati ordoliberisti.
Apparente nel senso già esaminato nel precedente post: perchè, come Renzi ben sa fin da ora, non potendo ignorare le molto concrete "esortazioni" già in precedenza destinate all'Italia, e provenienti dai rappresentanti dei mercati (da Draghi per finire...agli spread), la manovra che verrà approvata conterrà cose diverse, da quelle ora proposte per tirarsi la "carrettella" del consenso (delle imprese).


La  Commissione dovrà salvarsi la faccia su una duplice e concordante linea: 
1) vanno bene le supply side, cioè manovre, solo formalmente espansive, di sostegno non alla domanda ma all'offerta, perchè la crisi da domanda è un'ipotesi "inaccettabile" e la legge di Say, (orientata in questa fase storica all'autocreazione della sola domanda...estera, però), è l'unica certezza; 
2) le coperture però devono essere tutte garantite da politiche in pareggio di bilancio: cioè senza creazione di nuovo debito (indebitamento). 
Come? La Commissione lo ha già detto, il governo ne ha preso atto, da mesi: solo attende che sia la Commissione ad imporcelo.

Ci si potrebbe domandare: ma a questo punto, se si ripristinasse anche per il 2015 il principio del pareggio di bilancio "dinamico", (sui flussi, non nell'intaccare lo stock e il debito/PIL: cosa che non sta riuscendo affatto con politiche che hanno ormai portato alla deflazione ed alla riduzione del PIL persino nominale, cioè misura della recessione superiore al tasso di inflazione), come si fa a preservare il consenso legato al "messaggio" lanciato dalla originaria concezione della legge di stabilità?

Il fatto è che la macchina del "rabbioso tramonto dell'euro" si è ingolfata. Qui abbiamo appena visto perchè (lo integriamo coin links di approfondimento):
"Con il TLTRO, l'esigenza da soddisfare potrebbe ridursi a sostituire il volume di titoli pubblici già acquistati con il LTRO, la cui scadenza (con gran parte della restituzione ancora da fare) altrimenti costringerebbe le banche a liberarsene e proprio mentre gli spread si rimuovono verso l'alto. 
Ovviamente, ciò significa che i soldi non arriverebbero affatto all'economia reale.
Ma il TLTRO, sulla violazione del previsto bench mark incrementale di prestiti ai privati, si limita a sanzionare con la restituzione dopo due anni anzicchè i quattro ordinari. Sicchè, in pratica, più che "targeted" all'economia reale, è un...LTRO biennale di tentata sopravvivenza dell'euro.

Vale la pena di aggiungere che anche in questa ottica, la strategia non pare reggere molto: la salvezza dell'euro venne dall'annuncio dell'OMT, quando gli spread, ad onta dei LTRO, avevano superato i massimi della fine del 2011.
Ora, noi sappiamo - qui siamo stato i primi a spiegarlo in Italia-, che la vita dell'OMT, anche solo teorica (com'è stata finora), è moooolto a termine: la sentenza della CGUE, attesa, pare, per la tarda primavera (salvo ritardi strategici), rischia comunque di liquidare il tutto.
Se non altro perchè anche se la CGUE ne affermasse la legittimità secondo i trattati (difficilmente sostenibile...ma si sa...), la Germania, con la sua Corte costituzionale, ha già detto che ne resterebbe fuori.

Quindi la sentenza - a tacere di altri eventi prossimi venturi (verifica UE sulle banche di sistema, deflazione non corretta e situazione Grecia, per dire)- segnerebbe comunque uno spartiacque di totale scopertura della valuta unica, che si rivelerebbe per quello che è: priva del reale sostegno di una banca centrale e libera di provocare effetti gold standard senza alcuna possibilità di correzione con politiche monetarie. E certamente fiscali "federali
". 

Ma allora?
Allora, contando sulla franchigia, o meglio complicità "acclamativa", mediatica all'iniziale penZata della legge di stabilità, non sarà che quest'ultima non è altro che il primo manifesto elettorale?
In effetti, fatto il pieno di voti, poi la realtà si può aggiustare a piacimento "mediatico" e la euro-deflagrazione la si può gestire da posizioni di forza politica (l'economia reale è un'altra cosa, ovviamente).

sabato 18 ottobre 2014

LEGGE DI STABILITA' E RISPETTO DELLE R€GOL€ . L'ITALIA VA ALLA GUERRA? MA PER QUALE "CRESCITA"?




1. Vorrei farla breve ma probabilmente non ci riuscirò.
La "saga" della legge di stabilità espansiva 2015 si sta rivelando come un gigantesco specchietto per le allodole.
Dilungarsi sul perchè potrebbe rivelarsi però del tutto inutile, dato che, inviata alla Commissione entro il 15 di ottobre, non solo, in base al trattato "aggiuntivo" del twopacks, è soggetta a un primo "via libera" entro la fine di ottobre; ma, nel caso, si ha la sovrapposizione del cambio di commissione, per cui quellla "Barroso" potrebbe delibare entro il 29 ottobre, ma poi la "nuova" Commissione, - se sarà riuscita a superare i "lievi" problemi di composizione evidenziati dalle (peraltro poco rilevanti) audizioni al parlamento europeo-, potrà anche prolungare tale fase di primo esame, destinata a fondare un monitoraggio che si protrae fino al giugno dell'anno successivo (2015).
Lo scorso giugno, come avevamo visto, il monitoraggio della Commissione, seguito al "non liquet" che NON approvava il rinvio al 2016 (divenuto ora 2017) del raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale (concetto affidato a formula complicatissima di cui nessuno ha verificato l'attendibilità scientifica), aveva dato questo esito:

 


Tradotto in soldoni: l'aggiustamento strutturale 2014 era già inferiore allo 0,7 annuo richiesto dall'UE.
Una deviazione protratta anche nel 2015 da questo volume di aggiustamento annuo "potrebbe essere valutata come significativa".
Il governo propone ora, con l''attuale manovra, la ratifica di un peggioramento strutturale 2014 del disavanzo pari a 0,3 (che poi è la misura della recessione prevista) e un aggiustamento per il prossimo anno di 0,1.
Quindi, senza un aggiustamento strutturale più prossimo alla prescrizione della Commissione, questa non potrebbe altro che sanzionare: con raccomandazioni di emendamento sostanzioso (quelle stesse già viste nel documento di giugno) prima, e con una procedura di infrazione, poi, avviata a carico dello Stato italiano ai sensi del fiscal compact.

2. La norma che si applica è quella dell'art.3 del c.d. fiscal compact:

giovedì 16 ottobre 2014

"ACT OF (democratic) VALOR". AD AVERCENE!


Tra le cose positive che il M5S ha finora compiuto coi suoi vari "cittadini eletti" - e rammento la strenua difesa delle risorse pubbliche (cioè dello Stato-comunità non del suo ente ausiliario e mandatario Bankitalia) sulla tristemente nota rivalutazione delle quote Bankitalia- mi piace ora segnalarne un'altra.

Quando i rappresentanti del "movimento" (inteso come complesso di militanti non riducibili ai "vertici") accettano, o "subiscono" (almeno così pare), decisioni e linee d'azione politica dei vertici che non paiono conformi all'interesse del Paese, definito dai principi e diritti inviolabili della Costituzione, ritengo che la cosa vada segnalata; e questo proprio perchè non solo si tratta, formalmente, del principale partito di un'opposizione ridotta al lumicino, ma anche perchè caratterizzato dall'aver suscitato enormi speranze...che non dovrebbero essere deluse a nessun costo. 

Ma se questi rappresentanti dimostrano di agire in linea con questo interesse nazionale, la cosa merita una segnalazione
Se non altro per l'assoluta rarità del fenomeno, in rapporto agli standards della nostra classe politica; questa si autoqualifica, prevalentemente, come a geometria variabile tea-party e, nel complesso,  ordo-livorosa. Cosa che oggettivamente, coinvolge spesso e volentieri il M5S, nel segnalato problema di "scissione" e di corretta comprensione, economica e giuridica, di fenomeni come la casta, la corruzione, le cricche e i difetti fisiologici della democrazia, dei quali non si vuole affatto la soluzione, proprio perchè servono a fare il gioco ordoliberista.

Senonchè, nel caso specifico che vado ad elogiare, si indovina:
a) una corretto inquadramento del concetto di corruzione, conforme alla "teoria generale" che, nel liberismo imperante in UE (e già rendersene conto per un politico italiano..), la inquadra nel conflitto di interessi e nella istituzionalizzata coincidenza tra norme e appetiti legalizzati della "vera" casta oligarchica, sovranazionale;

b) un raro modo di interpretare i trattati, senza accettare la vulgata preventiva (cioè "precompresa"), della loro natura pacifista e della loro interpretazione incontestabile da parte dei membri della finanza (unica vera oligarchia dominante e "castale").


Jonathan Hill
 (Mr.Hill)

Mi riferisco all'eurodeputato Zanni, che, distinguendosi in assoluto nell'intero panorama dei rappresentanti di tutti gli Stati UE, è stato protagonista di una "nobile" azione di rivendicazione democratica - in senso sostanziale e non "idraulico" (che significa farla coincidere con la mera espressione del voto), in sede di audizione dei nuovi commissari UE.
L'ottimo Zanni (ottimo anche per altri motivi), infatti, sul punto a) (cosa significhi il fenomeno della ben più imponente corruzione istituzionalizzata- e non rilevata dalle classifiche OCSE o FMI- in regime liberista) ha fatto questo:

mercoledì 15 ottobre 2014

CONCORRENZA PERFETTA IN LIBERO MERCATO: "CHE VI SIA CIASCUN LO DICE, DOVE SIA NESSUN LO SA"


 Cosi fan tutte - first performance.jpg

Flavio torna con un post che compie un'interessante ricostruzione-decostruzione, storico-economica, del mito della concorrenza e del consumatore (che decide e orienta l'offerta). Un mito teorico ma prima ancora "politico" - perchè di questo, ormai sappiamo, si tratta. La lettura può risultare impegnativa, ma rimane stimolante cimentarvisi, cogliendo gli spunti che decodificano il linguaggio del potere odierno: ormai irrevocabilmente divenuto pop. E il bello è che, almeno a guardare la "pubblicita" RAI, questo stesso "pop" punta ora sul TTIP.
Flavio si era detto perplesso sulle conclusioni da dare al post, chiedendomi, in caso, di trovarne una versione. Come vedrete, andando fino alla fine del post, l'ho rinvenuta nelle parole di Ha-Joon Chang (tratte dal suo ultimo libro).


Concorrenza perfetta o imperfetta? Alcune considerazioni:
1- Il Fatto quotidiano, 21 Novembre 2013:
Privatizzazioni. Letta annuncia piano da 12 miliardi. Sul mercato Eni e Fincantieri.  :
“Enrico Letta annuncia il piano di privatizzazioni per battere cassa. “Complessivamente questa operazione di cessione di quote societarie dovrebbe far entrare tra i 10 e i 12 miliardi di euro nelle casse dello Stato”, ha dichiarato il premier, “di cui la metà andrà a ridurre il debito nel 2014 e il resto a ricapitalizzazione della Cassa depositi e prestiti”.

Corriere della Sera, 24 gennaio 2014:
Privatizzazioni,al via Poste e Enav. Il governo punta a incassare 5,8 miliardi
Letta: “Ridurremo il debito dopo sei anni in crescita. Il controllo resta in mano pubblica”. Altre sette cessioni inarrivo :
“Il piano di privatizzazione che durerà almeno un paio d’anni, come stimato dal ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, prevede la cessione di quote di altre sette società controllate dal Tesoro, direttamente o tramite Cassa Depositi e Prestiti ed in un caso da Ferrovie. Si tratta di Eni, il gigante dell’energia nel quale il Tesoro ha partecipazione del 4,34% mentre Cdp (all’80,1% del Tesoro) è presente con il 25,76%. L’intenzione è di procedere con un riacquisto di azioni proprie fino al 10% del capitale; Stm, leader nel mercato dei semiconduttori partecipata indirettamente dal Tesoro tramite la StMicroelectronics Holding di cui ha il 50% (il restante 50% è del francese Fonds strategique d’investissement); Sace, società dei servizi finanziari controllata al 100% da Cassa Depositi e Prestiti; Fincantieri, controllata da Fintecna (al 100% della Cdp) con una quota oltre il 99%; Cdp Reti, veicolo di investimento posseduto al 100% da Cdp. Tag, Trans Austria Gasleitung, strategico perché garantisce circa il 30% delle importazioni nazionali di gas, della quale Cdp ha una quota dell’89%; Grandi stazioni, controllata al 60% da Ferrovie.”.

Repubblica, 02 febbraio 2014:
Letta dagli Emirati arabi: “Privatizzazioni. Piano ambizioso”. 
“Nel dettaglio, Letta ha spiegato che “ci sono molte opportunità: la prima è nel campo del trasporto aereo, tra Alitalia e Etihad, che stanno parlando, ma ci sono molte altre opportunità per il manifatturiero avanzato la logistica e investimenti finanziari. Per la prima volta dopo 15 anni in Italia c'è un grande piano di privatizzazioni di circa 12 miliardi di valore”. 
Per Letta “è il momento giusto, perché i mercati sono pronti, noi diciamo ai paesi del Golfo che ci sono buone opportunità per privatizzazioni sane: mettiamo sul mercato grandi gruppi come Fincantieri, Poste, Sace. E' un grande passaggio, per noi è l'occasione per tagliare il debito ma anche per attirare investimenti”. Parallelamente “l'Italia possiede alta tecnologia, è essa stessa pronta per investire nel Golfo in logistica e infrastrutture”.

“… ecco che ieri da una riunione al dicastero di via Venti Settembre è giunta una notizia: il Tesoro è pronto a vendere entro l’anno quote di Eni ed Enel.La vendita delle quote secondo Repubblica avverrà fra “la seconda metà di settembre e fine novembre”, mentre il Sole 24 Ore dice che le “quote dovrebbero arrivare sul mercato tra la fine di ottobre e gli inizi di dicembre”. Tempistica a parte, la sostanza è chiara: il governo Renzi, tramite il Tesoro, venderà sia il 5% di Enel sia circa (il 4,3%) di Eni. L’incasso stimato è di circa 5 miliardi di euro: 2-2,5 miliardi per Enel e circa 3 miliardi per la fetta del Cane a sei zampe.” 
Tratto da http://www.formiche.net/2014/08/28/eni-ed-enel-vendi-italia-o-svendi-italia/ .
Privatizzare, liberalizzare, attrarre investimenti esteri. 
Queste le cinque parole d’ordine dei governi che da trent’anni a questa parte si succedono alla guida del nostro paese. 
Concorrenza, libero mercato, arretramento del perimetro d’azione dello Stato fanno invece da sfondo
Bisogna aumentare la concorrenza, la nostra economia non è competitiva, nonostante diversi studi (di cui ne riportiamo uno a uso e consumo dei lettori)  dicano che si, i problemi ci sono, ma ne abbiamo uno un pochino più grosso da risolvere per sbloccare l’impasse in cui è caduto il paese, dobbiamo ridurre la tassazione e di conseguenza lo si può fare solo tagliando la spesa pubblica. Questi i mantra ripetuti ossessivamente da giornali e tv main-stream asserviti al sistema capitalistico-finanziario.
Ma è davvero così? 
Davvero questo è l’unico modo per poter migliorare la nostra situazione? Davvero il solo mercato, lo stesso che ci ha portato fin qui dopo aver abbattuto i muri e tagliato tutti i fili che permettevano allo Stato di ammortizzarne i cicli, potrà portarci fuori dal guado

Il Direttore Generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi, nella sua lectio magistralis tenuta per il Premio Donato Menichella  a Roma, non ha avuto dubbi:
 “Le ragioni del libero mercato attendono ancora pieno riconoscimento nel nostro paese. Ciò deve renderci avvertiti ogni volta che riflettiamo sull’opportunità dell'intervento pubblico nei fatti dell’economia. Lo sviluppo economico lo fanno gli inventori e le imprese, nel libero gioco del mercato. Il primo compito, formidabile, dello Stato è di rendere quel gioco possibile e fluido.”. Lo Stato deve fissare le regole e lasciare che la concorrenza faccia il suo corso, nonostante il Direttore stesso riconosca, parlando del sistema bancario italiano, come i “fallimenti del mercato” abbiano costretto il legislatore a riformare completamente il sistema finanziario nazionale con la Legge Bancaria datata 1936 e ad istituire in un biennio (1932-1933) l’IMI e l’IRI per il salvataggio delle imprese e delle banche in crisi post-depressione. Libero mercato e libera concorrenza quindi in sostituzione ad uno Stato che “non alloca correttamente le risorse”. 

Una versione che stride al confronto con la convinzione che al tempo, sia ad A. Beneduce  che allo stesso D. Menichella andava consolidandosi, e cioè che: “… i capitalisti privati non fossero in grado, nonostante la compressione dei salari consentita dal regime e i sostegni statali, di portare la grande industria e l’alta finanza fuori dalla crisi… con particolare riguardo al capitale delle banche, si dovette constatare che «non restava quindi che […] riconoscere puramente e semplicemente che lo Stato era il vero padrone delle banche e il vero padrone delle azioni delle industrie possedute dalle banche stesse» (D. Menichella, Le origini dell’I.R.I. e la sua azione nei confronti della situazione bancaria [1944], in Id., Scritti e discorsi scelti…, pp. 127 s.).
Libero mercato e sistema bancario universale, sommate a libera concorrenza e privatizzazioni, tendono a concentrare il mercato ed a renderlo instabile. Avevamo già visto al tempo cosa ciò significhi nelle conclusioni a questo post.
Una domanda a questo punto sorge allora spontanea. 
Ma siamo davvero sicuri che la “concorrenza perfetta” sia la panacea di tutti i nostri mali?

lunedì 13 ottobre 2014

REFERENDUM CONSULTIVO SULL'EURO: L'ALGIDO ED INUTILE "GIUDIZIO DI DIO"

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Parrebbe che questa sia la formula lanciata dai vertici del M5S per arrivare, forse, un domani, ad un'aperta presa di posizione anti-euro:
1) raccolta di "un milione" di firme per depositare in parlamento, entro sei mesi, una proposta di legge costituzionale ad iniziativa popolare (in realtà, ai sensi dell'art.71, comma 2, Cost, ne bastano 50.000, che sono raccoglibili in molto meno che sei mesi per una forza politica organizzata e dotata di consenso);
2) tale proposta di legge costituzionale avrebbe ad oggetto un quesito referendario sull'uscita dall'euro;
3) iter approvativo della legge costituzionale, necessariamente, ai sensi dell'art.138 Cost., cioè in doppia lettura e con eventuale svolgimento di referendum (che poi sarebbe relativo al consenso popolare ad una legge costituzionale che prevede...un successivo referendum il quale, dopo il primo referendum "procedurale" sulla revisione costituzionale...si svolgerà solo in caso di completamento positivo, appunto con referendum!, dell'iter ex art.138 Cost.);
4) attesa dell'esito del referendum. E qui, per mancanza di ulteriori indicazioni, dobbiamo aggiungere: per fare cosa?

Sì, perchè il referendum "consultivo" in questione avrebbe solo un limitato effetto di attivare il Parlamento ad esercitare, con varie soluzioni rientranti in una intatta discrezionalità, la potestà legislativa (o altro tipo di potere parlamentare, es; commissione d'inchiesta su effetti dell'UEM) a seconda dell'esito del referendum stesso.
E, per di più, il Parlamento dovrebbe attivarsi solo "eventualmente": cioè se l'esito fosse favorevole all'euro-exit, il che presuppone la prevalenza dell'idea euro-contraria a fronte di una grancassa mediatica e "espertologa" largamente favorevole alla moneta unica, e che non sarebbe concretamente superabile, certamente non da un'iniziativa propria del M5S. 
A meno che non cambi l'ordine di scuderia (per fattori internazionali di collasso esogeni rispetto alla pavida realtà italiana), sulla moneta unica, da parte dei controllori del sistema mediatico; cosa che avrebbe un proprio  manifestarsi e un proprio obiettivo obiettivamente autonomi rispetto ai quali, nella migliore delle ipotesi, l'iniziativa del M5S potrebbe al più essere complementare o meglio "ausiliaria".

Ma andiamo con ordine, anche se è difficile di fronte ad una delle cose più arzigogolate e più  giuridicamente e logicamente contraddittorie che si sia mai vista in politica.
Diciamo subito che se si ritenesse che l'euro e i vincoli valutari e fiscali che implica siano alla base della crisi italiana, l'urgenza dovrebbe sconsigliare di partire con una proposta di legge di iniziativa popolare di revisione costituzionale, per di più ponendosi l'onere di raccogliere un milione di firme in sei mesi.
Già il deposito della legge mostra una certa "flemma" rispetto ad una recessione distruttiva che rischia di prolungarsi, anzi di acuirsi, nel prossimo anno.
Raccogliere un milione di firme, oltre che eccedente il limite di 50.000, è anche irrilevante dal punto di vista dell'iter di revisione costituzionale che dovrebbe innescare.
Che il M5S abbia, diciamo, più di un milione di voti, la maggioranza parlamentare lo sa già: questo non sposta minimamente il fatto che il procedimento di revisione costituzionale, quale che sia il soggetto che esercita il potere di iniziativa, è normalmente portato avanti o da una maggioranza ampia (cioè assoluta) o in base ad un'accordo tra forze della maggioranza e dell'opposizione.
Insomma, il "milione di firme", potrà solo suscitare nell'elettorato del movimento l'illusione ingannevole che cambi qualcosa, anche solo politicamente, rispetto all'ipotesi di parlamentari del M5S che presentino, da subito, essi stessi una proposta di revisione costituzionale.
In entrambi i casi è altamente improbabile che tale proposta arrivi mai ad essere votata in aula.  fine del gioco.

Forse, avendo qualcuno capito questo, il gioco è allora un altro: creare sei mesi di mobilitazione di tipo mediatico-propagandistico, una sorta di anomala campagna elettorale, al fine di far coincidere la raccolta delle firme DI PER SE' con un gigantesco referendum DE FACTO contro l'euro.