sabato 18 maggio 2019

L'ART. 11 COST: IL RICOSTITUENTE DELLA SOVRANITA' POPOLARE


(post di Arturo)

1. In coincidenza con le imminenti elezioni europee s’è fatto, come sempre, un grande e confuso parlare di art. 11, Ventotene, Unione Europea.
I lettori del blog dovrebbero essere vaccinati contro questo tipo di retorica ma mi pare che un ripassino possa essere utile e offrire l’occasione per chiarire qualche dubbio che potrebbe ancora allignare.

2. Inizio con una preziosa osservazione, tanto semplice quanto centrata, contenuta nel libro di Jeremy Rabkin (Law without Nations? Why Constitutional Government Requires Sovereign States, Princeton University Press, New Jersey, 2005, pag. 136):
La domanda rimane: come può essere rispettoso della rule of law che un governo nazionale, altrimenti vincolato dalla propria Costituzione, autorizzi un’autorità sopranazionale a scavalcarla?
E’ proprio questa banalissima domandina, che nessun contorsionismo “interpretativo” o tecnicismo pop economico riesce a rimuovere, che permette di scorgere, dietro le spesse cortine di irenismo retorico quotidianamente ammannite, la brutalità della forza che fa violenza al diritto.

3. Osserviamo con attenzione. Nella permanenza di un’impostazione dualista nella giurisprudenza costituzionale e nella dottrina maggioritaria (per il significato del termine “dualismo” vi rimando qui, n. 4), la disposizione costituzionale a cui viene “appesa” tutta la particolare efficacia dell’ordinamento comunitario, in particolare la capacità che hanno i Trattati, i regolamenti e le direttive dettagliate di prevalere sul diritto nazionale, Costituzione compresa, è, come sappiamo, il povero art. 11.

3.1. S’è già detto anni fa quanto pretestuosa sia quest’interpretazione; qui vorrei attirare l’attenzione sul significato del termine “sovranità”, che l’art. 11 vuole potenzialmente limitabile.
La questione è stata posta, e direi risolta, con estrema chiarezza da Guastini (Lezioni di teoria del diritto e dello Stato, Giappichelli, Torino, 2006, pagg. 229-31):
Questa disposizione formula, all’evidenza, un programma di politica internazionale. Si riferisce ad una entità chiamata “Italia”, in un contesto nel quale si parla di “altri Stati”, di pace e giustizia “fra le Nazioni”, di organizzazioni e di controversie “internazionali”. L’entità chiamata “Italia” è, ovviamente, lo stato, la Repubblica, o, se si preferisce, la “nazione” (in un senso di questa parola). È dunque alla sovranità dello stato che si riferisce la costituzione, quando dispone che «L’Italia [...] consente [...] alle limitazioni di sovranità [...]».
Pertanto, si deve ritenere che la “sovranità”, cui si fa cenno nell’art. 11 cost., sia la sovranità dello stato nell’ordinamento internazionale. Nel seguito, ad evitare confusioni, mi riferirò a questo concetto con l’espressione ‘sovranità statale’.
La sovranità statale include la capacità di assumere obblighi interazionali (e, beninteso, anche la capacità di non adempiere agli obblighi assunti, con conseguente responsabilità internazionale, ma senza effetti sul diritto interno). Si può considerare caso paradigmatico di limitazione della sovranità statale un trattato il quale, come appunto i trattati comunitari, conferisca efficacia diretta - senza necessità di atti interni di recezione - a norme prodotte in sede internazionale.
[…] L’art. 1, a sua volta, stabilisce: al comma 1, «L’Italia è una Repubblica democratica [...]»; e, al comma 2, «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione».
Questa disposizione, palesemente, nulla dice intorno alle relazioni internazionali: si riferisce all’organizzazione costituzionale dello stato, non alla sua posizione nei confronti di altri stati. Quale titolare della sovranità è espressamente indicato “il popolo”, non lo stato.
Pertanto, la sovranità di cui si parla in questa disposizione è altra cosa dalla sovranità menzionata all’art. 11: si tratta non della sovranità statale (o “nazionale”, se così si preferisce dire), ma della sovranità “popolare”, ossia del popolo in seno allo stato (o alla nazione).
[…]
Conviene sottolineare, però, che la disposizione in esame non detta alla sovranità popolare altri limiti se non quelli «della Costituzione». Ciò è quanto dire che non sono ammissibili altri limiti alla sovranità popolare se non quelli che, appunto, la costituzione stessa stabilisce: limiti che derivassero da fonti diverse dalla costituzione sarebbero incostituzionali.
Se questa interpretazione è corretta, allora altro è limitare la sovranità statale di cui all’art. 11, altro limitare la sovranità popolare di cui all’art. 1.
[…]
La limitazione della sovranità statale, di per sé, non incide (almeno: non necessariamente) su alcuna norma costituzionale, giacché la sovranità statale non deriva da norme costituzionali, ma riposa su norme internazionali (quelle norme internazionali che, a certe condizioni, riconoscono certe comunità politiche come “sovrane”). Dunque, l’art. 11 non autorizza alcuna deroga a norme costituzionali.
Per contro, la limitazione della sovranità popolare - o, per meglio dire, ogni limitazione della sovranità popolare ulteriore rispetto a quelle disposte direttamente dalla costituzione - fatalmente incide su norme costituzionali: anzitutto, sulla norma costituzionale che espressamente la proclama come principio, e che individua nella sola costituzione la fonte di ogni sua possibile limitazione (art. 1, comma 2); poi sulla norma costituzionale che, per così dire, la concretizza, conferendo la funzione legislativa alle Camere (art. 70); poi, ancora, sulla norma costituzionale che statuisce la soggezione del giudice alla legge e ad essa sola (art. 101, comma 2); e così via enumerando.

3.2. Dunque l’art. 11 è semplicemente una delle norme programmatiche che hanno per oggetto è la politica estera. Questa è una gran banalità, un tempo riconosciuta comunemente dalla dottrina. Esempio: “In effetti, se si esamina la Costituzione italiana si vede che in realtà, in materia di politica estera, l’Assemblea Costituente ha voluto dare delle direttive non solo all’Esecutivo, ma anche agli altri organi, incluso il Parlamento, ha cioè tracciato una sorta di programma.” (A. Cassese, Politica estera e relazioni internazionali nel disegno emerso all’Assemblea Costituente, in U. De Siervo (a cura di), Scelte della Costituente e cultura giuridica, vol. II, Il Mulino, Bologna, 1980, pag. 536).
Segue un esame dell’art. 11 e di altre disposizioni programmatiche di carattere internazionale, per esempio l’art. 35, comma 3.

3.3. Le implicazioni di questo taglio interpretativo sono ovvie. Per esempio, proprio in riferimento all’art. 35 comma 3, spiega Cassese (Ibid., pag. 542): “Essa traccia un programma «positivo», cioè induce positivamente a promuovere le organizzazioni o i trattati internazionali che regolano i diritti del lavoro. Questa norma potrebbe essere invocata qualora l’Italia decidesse di uscire dall’OIL, come hanno fatto di recente gli Stati Uniti d’America. Se l’Italia decidesse di recedere dall’OIL, si potrebbe sollevare il problema circa la legittimità di questo atto, un atto di politica estera che può essere appunto posto in essere dall’Esecutivo (la denuncia di un trattato e il recesso da un’organizzazione internazionale).
A tenore dell’art. 11 i rapporti fra diritto comunitario e diritto nazionale dovrebbero quindi configurarsi in questi termini: nessuna deroga alla Costituzione, quindi nessun bisogno di “controlimiti”; attribuzione al diritto comunitario del ruolo di “fonte interposta”, ossia un’ipotetica norma interna in contrasto con una comunitaria *di effettiva attuazione dell’art. 11* potrebbe essere annullata per contrasto indiretto con l’art. 11 stesso (quest’ultima era in parte la posizione della Corte Costituzionale negli anni Settanta. Dico in parte perché, come sappiamo, un controllo di effettività sui fini perseguiti dall’ordinamento comunitario non è mai stato compiuto).

4. Occorre ovviamente aggiungere un’ulteriore importante precisazione, olim avanzata dallo stesso Cassese (pag. 546): “assolvono poi anche la funzione di indicare direttrici di politica estera tutte le altre norme della Costituzione che proclamano i più importanti diritti civili, politici ed economico-sociali”, con il ruolo “superprimario” rivestito del principio di uguaglianza sostanziale (qui non c’è che l’embarras de richesses di post linkabili. Scelgo quindi a gusto personale: qui, n. 4. Utile anche questa discussione).
Quindi senza dubbio l’art. 11 ha un importante valore programmatico, ma la sua applicazione, se può certamente comportare limitazioni della sovranità statale, stante però la necessità di uno svolgimento armonico con le altre norme costituzionali e in particolare con quella che garantisce al tutto, “architettonicamente”, per dirla con Platone, coerenza e unità, ossia l’uguaglianza sostanziale, dovrebbe non certo produrre “limitazioni”, tantomeno “cessioni”, bensì *rafforzamenti* della sovranità popolare lavorista e pluriclasse.

5. Sembra un paradosso, vero? Al giorno d’oggi temo proprio di sì. L’alternativa, di solito implicita, da Merusi esplicitata, ossia la teoria secondo cui i Costituenti avrebbero inserito nell’art. 11 una sorta di “pulsante di autodistruzione” della Costituzione, evidentemente appare meno paradossale e non invece una vera e propria dimostrazione per assurdo della spiacevole realtà che, a dispetto di tutte le montagne, autentiche cordigliere, di retorica sull’Unione attraverso il diritto, l’Europa s’è costruita attraverso colpi di forza (gli antichi l’avrebbero definita “dispotica”). 



mercoledì 17 aprile 2019

STORIA E DEMOCRAZIA


Post di Arturo


1. Mi rendo conto che ci sono questioni più drammatiche sul tappeto.
Tuttavia anche la cultura, magari per una volta non ridotta a svago per turisti, non è indegna di una considerazione attenta per forze politiche e civili che ritengono la democrazia costituzionale abbia ancora le sue buone ragioni.


2. Non solo infatti la cultura costituisce un bene costituzionalmente protetto (art. 33), ma rappresenta anche un fondamentale contesto di analisi e interpretazione della Costituzione, secondo plausibili argomentazioni avanzate da un autorevole filone della giuspubblicista, prima di tutto tedesca, legata all’ermeneutica, ossia la c.d. “scienza della cultura”.
Il punto fondamentale, in fondo abbastanza banale, è questo: “La cultura costituzionale esige piuttosto un minimo di continuità e di chances di oggettivazione, è l’esito del lavoro costituente di più generazioni. Quanto alla sostanza, il concetto (ancora da chiarire) della “cultura politica” ha un più marcato riferimento al processo politico, intendendo le basi culturali del comportamento democratico. La cultura costituzionale è più ampia e include tutte le basi culturali di una comunità costituita che sono rilevanti per la sua costituzione, anche in quelle parti che non si riferiscono ai meccanismi di investitura, esercizio e controllo del potere politico.” (P. Häberle, Per una dottrina della costituzione come scienza della cultura, Carocci, Roma, 2001, pag. 39).
Ossia le costituzioni democratiche non spuntano come funghi nel bosco, ma sono il frutto di un impegno autoriflessivo, talvolta assai conflittuale, che si estende su un arco di tempo comprendente più generazioni di una comunità, che è a sua volta calata in una civiltà con alcuni secoli di storia, anche giuridica, alle spalle. Questa profondità storica fornisce i materiali per una altrettanto profonda autoriflessione collettiva, purché ovviamente essi vengano conservati e criticamente studiati.

2.1. Di nuovo, e non casualmente, il riferimento agli antichi può fornirci qualche spunto utile:
La creazione di un tempo pubblico non è meno importante d’una simile creazione di uno spazio pubblico. Per tempo pubblico non intendo l'istituzione d’un calendario, d'un tempo “sociale”, d'un sistema di riferimenti temporali sociali - cosa che, naturalmente, esiste dovunque - ma l’emergere di una dimensione in cui la collettività possa esplorare il suo passato in quanto risultato delle proprie azioni, e in cui si apra un avvenire indeterminato come campo delle sue attività. Questo e davvero il senso della creazione della storiografia in Grecia. E sorprendente che, rigorosamente parlando, la storiografia non sia esistita che in due soli momenti della storia dell'umanità: in Grecia antica e nell’Europa moderna, cioè nelle due società dove si e sviluppato un movimento di messa in discussione delle istituzioni esistenti. Le altre società non conoscono che il regno incontrastato della tradizione e/o la semplice “consegna per iscritto degli avvenimenti” effettuata dai sacerdoti o dai cronisti dei re. Erodoto, al contrario, dichiara che le tradizioni dei greci non sono degne di fede. Il gesto dello scrollarsi di dosso la tradizione e la ricerca critica delle “vere cause” vanno naturalmente di pari passo. E questa conoscenza del passato e aperta a tutti: Erodoto, si narra, leggeva le sue Storie ai greci riuniti in occasione dei Giochi olimpici (se non e vero è ben trovato). E la “Orazione funebre” di Pericle contiene una carrellata sulla storia degli ateniesi dal punto di vista dello spirito delle generazioni successive - sintesi che arriva fino al tempo presente e che indica con chiarezza nuovi compiti per l’avvenire.” (C. Castoriadis, L’enigma del soggetto, Edizioni Dedalo, Bari, 1998, pag. 214).
Si tratta a ben vedere di un aspetto particolare di quel concetto generale, apparentemente un po’ oscuro, che l’idealismo tedesco e Marx definivano Gattungswesen, ossia “vita di specie”, e che Rawls (Lezioni di storia della filosofia politica, Feltrinelli, Milano, 2009, s.p.) mi pare sia riuscito spiegare con apprezzabile chiarezza: “gli esseri umani sono un genere - o specie - naturale particolare nel senso che essi producono e riproducono collettivamente le condizioni della loro vita sociale nel corso del tempo. Ma, allo stesso tempo, le loro forme sociali si evolvono storicamente secondo una certa sequenza fino a che alla fine si sviluppa una forma sociale che è più o meno adeguata alla loro natura di esseri attivi e razionali, i quali, per così dire, creano, operando assieme alle forze della natura, le condizioni della loro completa auto-realizzazione sociale. L’attività attraverso la quale si realizza questa espressione è un’attività di specie: cioè, è l’opera cooperativa di molte generazioni ed è portata a termine solo dopo un lungo periodo di tempo. In breve: è il lavoro della specie nel corso della sua storia.


3. Se la privazione della storia costituisce quindi una forma di alienazione, la notizia di una sua diminutio nelle tracce della prima prova scritta dell’esame di maturità (comunque recuperabile nelle tracce della tipologia B, il saggio argomentativo) non può che dispiacere, ma l’enfasi di cui è stata fatta oggetto rischia di minimizzare la gravità di una situazione di emarginazione che è l’effetto di scelte pluridecennali.   
I dati relativi alla presenza di storici nell’Università lasciano spazio a pochi dubbi: “Tra docenti e ricercatori, negli ultimi due decenni c’è stato un tracollo di insegnamenti storici. I medievisti sono oggi 156: erano 240 nel 2001. I modernisti scendono da 368 a 225, mentre nello stesso periodo la storia contemporanea ha perso 89 professori (da 462 a 373). «Ci siamo ridotti a una riserva indiana», sintetizza Emilio Gentile, uno dei grandi maestri di storia ora in pensione.” Manca il dato degli antichisti, ma ho il sospetto che sia se possibile ancora più allarmante.
Non so se negli ultimi anni abbiate avuto occasione di parlare con ragazzi delle superiori. Nel caso, avrete forse avuto occasione di verificarne la spaventosa ignoranza della storia, nazionale e non: il passato viene percepito come una sfocata e inintelligibile melassa in cui vagano Costantino, Napoleone e Mussolini, in disordine sparso.
Non è un caso che il tema storico sia stato negli anni il meno scelto dagli studenti: “solo lo 0,6% ha affrontato il tema sulle foibe nel 2010; il 4,7% si è cimentato su Hannah Arendt e lo sterminio degli ebrei nel 2012; l’1,3% dei candidati nel 2013 ha scelto il tema sui Brics e il 3,8% nel 2014 ha affrontato la comparazione tra l’Europa del 1914 e quella del 2014.” (sulla predominanza della memoria, piuttosto che sulla vera e propria storia, nei titoli, dovremo tornare). 
Difficile pensare che fenomeni del genere non si inquadrino in un disegno più ampio.
Indizi vanno come sempre cercati prima di tutto nell’avamposto del neoliberismo, ossia gli Stati Uniti.


4. Questo articolo di Patrick Deneen, docente di political theory presso la prestigiosa University of Notre Dame, mi pare offra spunti di riflessione preziosi. L’autore è un conservatore, ma questo non toglie nulla alla pertinenza della sua analisi, anzi: la provenienza sociale e ideologica conferiscono una particolare credibilità alla critica di un economicismo senza politica perché senza storia.
Ve ne traduco alcuni brani: “I miei studenti sono degli ignoranti. Sono assai simpatici, piacevoli, affidabili, per lo più onesti, benintenzionati e senz’altro per bene. Ma i loro cervelli sono in gran parte vuoti, privi di qualsiasi conoscenza sostanziale che possa considerarsi il frutto di un’eredità o di un dono delle generazioni precedenti. Sono il culmine della civiltà occidentale, una civiltà che ha dimenticato le sue origini e i suoi obiettivi e, di conseguenza, ha raggiunto un’indifferenza quasi totale riguardo a se stessa.
E’ difficile essere ammessi nelle scuole dove ho insegnato, Princeton, Georgetown e ora Notre Dame. Gli studenti di queste istituzioni fanno ciò che è loro richiesto: sono eccellenti risolutori di test, sanno perfettamente cosa bisogna fare per ottenere una A in ogni corso (ossia raramente si appassionato e si applicano a una qualsiasi materia), costruiscono curricula perfetti. Sono rispettosi e cordiali con gli adulti, accomodanti, anche se rozzi (come rivelano frammenti di conversazioni), con i loro pari. Rispettano la diversità (senza avere la minima idea di cosa sia) e sono esperti nell’arte del non giudicare (almeno in pubblico). Sono la crema della loro generazione, i signori dell’universo, una generazione che aspetta di dirigere l’America e il mondo.
Provate però a far loro qualche domanda sulla civiltà che erediteranno e preparatevi a sguardi sfuggenti e preoccupati. Chi ha combattuto le guerre persiane? Qual era la posta in gioco nella battaglia di Salamina? Chi fu il maestro di Platone e chi i suoi allievi? Come è morto Socrate? Alzi la mano chi ha letto sia l’Iliade che l’Odissea. I racconti di Canterbury? Paradiso perduto? L’Inferno?
Chi era Paolo di Tarso? Cos’erano le 95 tesi, chi le aveva scritte e quale ne fu l’effetto? Qual è l’importanza della Magna Carta? Dove e come morì Thomas Becket? Cosa accadde a Carlo I? Chi era Guy Fawkes e perché esiste un giorno a lui dedicato? Cosa accadde a Yorktown nel 1781? Cosa disse Lincoln nel suo secondo discorso di insediamento? Nel primo? Chi sa menzionarmi uno o due argomenti avanzati nel n. 10 del Federalista? Chi l’ha letto? Che cos’è il Federalista?
E’ possibile che alcuni studenti, grazie a casuali scelte dei corsi o a qualche eccentrico insegnante all’antica, conosca la risposta ad alcune di queste domande; ma molti studenti no, e nemmeno a domande simili, perché non sono stati formati per conoscerle. Nella migliore delle ipotesi possiedono conoscenze casuali, ma altrimenti sguazzano nell’ignoranza sistematica. Non vanno incolpati per la loro profonda ignoranza di storia, politica, arte e letteratura americana e occidentale: è il marchio distintivo della loro formazione. Hanno imparato esattamente ciò che è stato richiesto loro: essere come efemere, vivi per caso in un presente fugace.
L’ignoranza dei nostri studenti non è un difetto del nostro sistema educativo: è il suo coronamento. Gli sforzi di diverse generazioni di filosofi e riformatori ed esperti di politiche pubbliche di cui i nostri studenti (e molti di noi) non sanno nulla si sono combinati per produrre una generazione di ignoranti. La pervasiva ignoranza dei nostri studenti non è un semplice accidente o un risultato sfortunato ma correggibile, solo che assumessimo migliori insegnanti o variassimo la lista di letture al liceo. 
Abbiamo preso la brutta e acritica abitudine di ritenere che il nostro sistema educativo sia guasto, ma in realtà marcia a tutto vapore: ciò che intende produrre è amnesia culturale, una totale mancanza di curiosità, agenti indipendenti privi di storia e obiettivi educativi organizzati come processi senza contenuto, con un uso acritico di parole chiave come “pensiero critico”, “diversità”, “modi di conoscere”, “giustizia sociale” e “competenza culturale”. I nostri studenti costituiscono il risultato di un impegno sistematico a produrre individui senza un passato, per cui il futuro è terra straniera, numeri senza cultura in grado di vivere ovunque e svolgere qualsiasi tipo di lavoro, senza farsi domandi sui suoi scopi o fini, strumenti perfetti per un sistema economico che esalta la “flessibilità” (geografica, interpersonale, etica). In un mondo del genere, possedere una cultura, una storia, un'eredità, un impegno verso un luogo e persone particolari, forme specifiche di gratitudine e di riconoscenza (piuttosto che un impegno generalizzato e senza radici verso la "giustizia sociale"), un forte insieme di principi etici e norme morali che affermano limiti definiti a ciò che si dovrebbe o si dovrebbe non fare (a parte “non giudicare”) sono ostacoli e handicap. Indipendentemente dall’indirizzo o corso di studi, il principale obiettivo della moderna educazione è di piallar via ogni residuo di specificità e identità culturale o storica che potrebbe ancora restare attaccata ai nostri studenti, per renderli perfetti impiegati per una politica ed economia moderne che penalizzano impegni profondi. Gli sforzi volti in primo luogo a promuovere l’apprezzamento per il “multiculturalismo” sono sintomo di un impegno a svuotare qualsiasi particolare identità culturale, mentre l’attuale moda della “differenza” segnala un impegno totale alla deculturazione e omogeneizzazione.
[…]
Con la percezione che un sistema economico globalizzato richiedeva lavoratori sradicati che potessero vivere ovunque e svolgere qualsiasi compito senza porsi domande sui relativi obiettivi ed effetti, il compito principale dell’istruzione divenne instillare certe disposizioni, piuttosto che una cultura ben fondata: flessibilità, tolleranza, “competenze” prive di contenuto, astratte “forme di apprendimento”, elogio per la “giustizia sociale”, anche nel contesto di un’economia in cui “il vincitore si prende tutto” [winner-take-all economy], e un feticismo per la differenza che lasciava senza risposta il perché tutti ricevessero la stessa educazione in istituzioni indistinguibili. All’inizio questo ha significato lo svuotamento delle peculiarità locali, regionali e religiose in nome dell’identità nazionale; ora quella delle specificità nazionali in nome di un cosmopolitismo globalizzato che richiede il deliberato oblio di ogni trattato culturalmente caratterizzante. L’incapacità di rispondere a domande banali sull’America o l’Occidente non è la conseguenza di una cattiva educazione, ma il segno di un successo educativo.
Soprattutto l’unica lezione che gli studenti ricevono è quella di considerare se stessi individui radicalmente autonomi in un sistema globale fondato su un comune impegno alla reciproca indifferenza. E’ questo impegno che ci lega come popolo globale. Ogni residuo di cultura comune interferirebbe con questo imperativo primario: una cultura comune implicherebbe che condividiamo qualcosa di più denso, un’eredità che non abbiamo creato e un insieme di impegni che implicano limiti e lealtà particolari. La prassi e la filosofia antiche hanno elogiato la “res publica”, una devozione verso gli affari pubblici, ciò che condividiamo; noi abbiamo invece creato la prima “res idiotica” mondiale, dal termine greco “idiotés”, ossia individuo. 
Si conferma così l’osservazione di Castoriadis: la cancellazione della storia è del tutto funzionale alla obliterazione della politica, alla possibilità di pensare il futuro in una dimensione collettiva che trascenda l’appiattimento sull’eterno presente di un insensato “andare avanti”, per riprendere la citazione di Joan Robinson riportata in questo post.


5. In Europa poi la “storiofobia” acquista una curvatura particolare, per certi versi ancora più assurda, individuata, fra gli altri, da Pierre Manent (La raison des nations, Gallimard, Parigi, 2006, pag. 47) in questi termini: “Siamo separati dalla nostra storia politica dal sipario di fuoco degli anni 1914-1945. Prima: una storia colpevole, perché culmina nel fango di Les Éparges e sulla rampa di Auschwitz. Dopo: eccoci risorti, senza battesimo né conversione, nella veste bianca di una democrazia infine pura, ossia non nazionale, il cui unico programma politico è mantenere la sua innocenza. Dobbiamo ristabilire la consapevolezza della continuità della storia europea, invece di supporre che siamo usciti cinquant’anni fa - diciamo: al momento della formazione delle prime istituzioni europee - da lunghi secoli di paganesimo nazionale”. 
Ennesimo esempio di questa interessata rimozione, il recente e surreale “appello per l’Europa” di sindacati confederali e Confindustria, tutti insieme appassionatamente contro “quelli che intendono mettere in discussione il progetto europeo per tornare all’isolamento degli Stati nazionali, richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del novecento.”
A parte la sciocchezza dell’isolamento, è straordinaria l’idea di un’Unione Europea monda di ogni e qualsiasi continuità con la storia del Novecento (per non parlare dei secoli precedenti): è quel luogo comune di cui parla Manent, che anche qui avevamo individuato e definito “mito della purezza delle origini”. 


6. L’argomento ci consente tra l’altro di riallacciarci alla questione, cui avevo accennato sopra, della tanto insistita quanto culturalmente superficiale “memoria”, in particolare, appunto, delle tragedie novecentesche. Che non costituisce una smentita alla tesi di Deneen, proprio il contrario.

6.1. Tralasciando la specifica funzione “purificatrice” che svolge in Europa, elementi che aiutano a chiarire la natura del fenomeno li possiamo ancora una volta trovare negli Stati Uniti.
In un breve ma denso saggio, che mi permetto di consigliare agli insegnanti - L’eredità di Auschwitz, Einaudi, Torino, 2014 - Georges Bensoussan, responsabile editoriale del Memoriale della Shoah di Parigi (uno che di memoria dovrebbe intendersene, direi…), scrive: “Abbandonando l’ambito storico in senso stretto, la shoah si vede cosí investita di «verità eterne» che offrono l’occasione di un insegnamento civico sotto tutti i punti di vista. Strumentalizzata, questa memoria collettiva stempera il genocidio in una lezione sulla tolleranza a cui potrebbero ugualmente prestarsi altri avvenimenti storici. Ma questa diluizione della tragedia cela i percorsi che hanno condotto al crimine di massa. Se la visita al Memoriale di Washington indubbiamente commuove i visitatori, si ha la sensazione che il breviario di tolleranza di ciascuno e le sue convinzioni ne escano rafforzati.
La shoah è dunque diventata una sorta di bussola morale. L’avvenimento si è trasformato in un simbolo del «male eterno» e della «cattiva natura» dell’uomo. Oggetto di un consenso che non impegna a niente (amare il bene e detestare il male), questo insegnamento diventa un surrogato ideologico in una società priva di un progetto collettivo. In un’atmosfera di pentimento, la shoah invita ciascuno a fare un «esame di coscienza» chiedendosi come avrebbe agito nel 1942. Questo moralismo sfocia in una nuova liturgia che lascia da parte l’analisi politica sull’humus intellettuale del massacro. Gli Stati Uniti sono così diventati il luogo per eccellenza di una memoria vana.
Le conclusioni di Bensoussan sono perentorie e più che condivisibili: “abbiamo bisogno di un pensiero critico, non di un dovere di memoria”.
Il pensiero critico ci metterebbe però davanti prospettive un po’ più scomode del “catechismo per benpensanti” a cui è ridotto l’odierno antifascismo: “Bettelheim scriveva in Sopravvivere (Feltrinelli, Milano 1988): «Il fascino della competenza tecnica ha soffocato il senso umano», e più avanti, nella stessa opera, notava che «questo genere di orgoglio professionale che rendeva quegli uomini così pericolosi è sempre d’attualità: è caratteristico delle società moderne».
Esempi di questa disumanità tecnocratica penso ne vengano in menti fin troppi.
Più in profondità il sistema dei campi ha reso evidente una breccia della nostra modernità, ossia la sempre attuale possibilità che una porzione dell’umanità diventi “di troppo”: “Questo progetto nichilista non è scomparso nel 1945. Si è trasformato. Il nostro presente resta infestato da questo veleno, l’uomo continua a essere di troppo, come dimostra ogni giorno l’ordine economico che dovrebbe garantire la nostra sopravvivenza.
Chiaro che riflessioni siffatte riuscirebbero solo di inciampo a una greve vulgata mediatica che decontestualizza e banalizza il passato per strumentalizzazioni che si risolvono poi sempre, sia pure con una certa gamma di variazioni sul tema, nell’eterna accusa del pensiero antidemocratico, quella di pericolosa irrazionalità delle masse (pure qui un riferimento all’antichità, come quello contenuto nella citazione di Canfora che avevo riportato, non guasta).

6.2. A guardar bene la “memoria” svolge pure un’altra funzione, anch’essa tutt’altro che benefica. Per individuarla occorre prima introdurre le riflessioni condotte da Andrea Zohk in un notevole articolo, di cui vi consiglio lettura integrale, su un particolare risvolto patologico del liberalismo: “L’aver stigmatizzato la dimensione positivo-propositiva del valore e l’aver conferito legittimità residua solo al ‘non subire danno’ ha fatto del discorso etico contemporaneo il regno del ‘vittimismo’. L’unico argomento che il discorso etico liberale considera generalmente vincente e legittimo è infatti quello in cui a qualcuno viene attribuito il ruolo di vittima di qualcosa: della sfortuna, delle circostanze, della natura, della società, delle iniziative altrui quali che siano. Le battaglie retoriche su chi ha diritto a cosa vengono combattute tendenzialmente a colpi di vittimismo, dove il punto fondamentale consiste nello stabilire chi ha sofferto di più, chi è stato più vittima.”
“Naturalmente, siccome ogni essere umano ha in sé una pluralità di aspetti, ogni individuo o gruppo reale nel momento in cui appare come vittima dissimula altri aspetti sotto cui è anche portatore di istanze propositive, desideri positivi, brame e progetti. Perciò si può sempre giocare anche contro questo gruppo di vittime prima facie la carta del vittimismo, facendoli apparire a loro volta come ‘carnefici’ di altri.
In questa battaglia di vittimismi l’unico esito certo è la proliferazione di una cultura della menzogna opportunistica, della passività aggressiva, della ricerca di scuse, e di contro il deperimento della sfera etica con la sua sempre maggiore incapacità di muovere, animare, vivere e far vivere.
Mi pare piuttosto evidente che il moltiplicarsi compulsivo di “giornate del ricordo”, lungi dall’alimentare una riflessione critica sul passato, non fa altro che fornire ulteriore materiale a questa frammentazione vittimista di un possibile discorso pubblico. In effetti se ne sono accorti anche gli storici: Giovanni De Luna nel suo La Repubblica del dolore, Feltrinelli, Milano, 2010, scrive ad esempio: “si delinea un effettivo incoraggiamento alla costruzione di altrettanti recinti chiusi sulle proprie rivendicazioni, necessariamente in concorrenza gli uni con gli altri, sovradeterminati da una particolare esperienza dolorosa personale, così che tutto quello che scaturisce dalla centralità delle vittime, sembra comunque voler trasformare lo Stato in una "federazione" di interessi particolari.


7. Sono solo accenni di un discorso che meriterebbe ben altra articolazione, ma che bastano a conferire una certa consistenza alla tesi fondamentale relativa al rapporto tra storia, politica e Costituzione avanzata dalla “scienza della cultura”: l’impossibilità di una scissione del legame fra demos e ethnos. Il popolo che attraverso la Costituzione si costituisce volontariamente come insieme di cittadini è una “cristallizzazione culturale”, per usare un’espressione di Kolakowski, che emerge da una realtà storica che lo precede e lo rende possibile. Si tratta certo di una razionalizzazione e di una creazione volontaria, ma senza profondità storica non ci sarebbe niente da razionalizzare e nessuna base su cui creare: per dirla con Castoriadis, la Costituzione non è necessaria, ossia è voluta, ma non è di certo nemmeno accidentale.
In fondo, come dicevo all’inizio, si tratta di una banalità, tanto che a volte viene ammessa perfino da Habermas, per esempio quando parla di “una doppia codificazione della cittadinanza. Essa è per un verso lo statuto definito dei diritti del cittadino e, per l’altro, l’appartenenza alla cultura di un popolo.” (Lo Stato-nazione europeo. Passato e futuro della sovranità e della cittadinanza, in Id., L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, Feltrinelli, Milano, 2002, pag. 127).
L’ antidemocraticità del rifiuto di ogni legame - naturalmente anche polemico, come abbiamo visto - col passato, emerge chiaramente nella stravaganza delle teorie sulla presunta capacità democratica costituente di un fantomatico popolo che ne sia privo: mi riferisco ovviamente al moltitudinarismo negriano, delle cui assurdità, per mia fortuna, s’è già occupato a sufficienza Paolo di Remigio, e che per quanto mi riguarda, riprendendo la similitudine del punto 2, chiamerei “micologia costituzionale”.


8. In conclusione, mi auguro sia chiara per tutti l’importanza della storia: perché è indispensabile per articolare criticamente e consapevolmente un “noi”, perché l’universale dell’umanità esiste nel particolare dei popoli, perché, e permettetemi di ricorrere a Jung (Psicologia analitica e concezione del mondo, in C. G. Jung, Opere, a cura di L. Aurigemma, Bollati Boringhieri, Torino, 1969-1998, vol. VIII, p. 407), strappare l’uomo della storia per rinchiuderlo in un presente “che si estende al breve periodo fra la nascita e la morte […]  genera un sentimento di accidentalità e insensatezza che ci impedisce di vivere la vita con quella ricchezza di significati che essa richiede per essere completamente vissuta. La vita si appiattisce e non rappresenta più compiutamente l’uomo.”


mercoledì 27 febbraio 2019

BREVE STORIA DELL'EVOLUZIONE DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO ED EFFETTI SULLA GIUSTIZIA SOCIALE


Post di Antonio Martino

La crisi del sistema bancario italiano costituisce una delle principali evidenze del sistema-euro applicato all’economia nazionale. Difatti, sulla gestione del credito si sono viste succedere tutte le sfumature che colorano il triste quadro degli ultimi trent’anni: fascinazione monetarista, obbedienza cieca e assoluta ai diktat di Bruxelles, svendita del patrimonio pubblico per servire il gretto capitale nazionale, incompetenza e malafede nella direzione degli istituti, asservimento completo alle direttive europee fino all’assurdo del bail-in introdotto a rotta di collo per benmeritare agli occhi dei padroni della colonia Italia.

In questa sede non si vuole analizzare il problema economico- ormai acclarato e da altri e ben più competenti in materia sviscerato nei dettagli-, bensì si cerca di evidenziare un’alternativa di struttura che possa evitare a quello che fu uno dei pilastri della crescita italiana la fine comatosa e la svendita assoluta.


1.  Essere stati per essere

Una breve panoramica storica per inquadrare nella giusta prospettiva l’analisi.

Il sistema bancario italiano, faticosamente emerso durante la fase di sviluppo giolittiano all’alba del Novecento, si ispirò per influenza di quel capitale al modello cd. Renano, cioè la banca mista-universale: chiaro esempio, la Banca Commerciale Italiana nata a Milano nel 1894 su iniziativa tedesca. Questo tipo di istituto aveva le seguenti caratteristiche (da wikipedia):

·     Autorizzato ad operare sia nel breve (esercizio del credito) che nel medio-lungo periodo (attività finanziarie e di investimento);

·     Autorizzato a svolgere attività in due modi: mediante servizio del credito e mediante concessione di quote partecipative nelle imprese.

Ci interessa evidenziare la commistione tra capitale industriale- sempre caratterizzato in Italia da asfissia di liquidità azionaria- e quello bancario, creato per l’appunto allo scopo di garantire flussi di cassa e immobilizzi alla grande industria nascente.

Nel dettaglio, “Lo statuto di una banca mista prevedeva che tale istituto potesse compiere operazioni di diversa durata temporale; ciò significa che esse potevano quindi raccogliere depositi, che erano operazioni a breve in quanto i risparmi erano ritirabili in qualsiasi momento, ed indirizzare tali depositi ad attività di credito industriale, operazione di lungo termine che prevedeva durate di dieci o più anni per i rendimenti.”

Questo scarto tra operazioni a breve (risparmiatori) e immobilizzi (credito industriale) presentava evidenti criticità. In base al ciclo economico, infatti, la difficoltà di rientro delle imprese avrebbe creato notevoli difficoltà alle esigenze di liquidità dei depositanti. A ciò si aggiunga il cruciale problema del controllo incrociato: maggiore era la esposizione dell’istituto nell’azienda, più grande diveniva la commistione tra banca e industria, fino a non distinguere più creditore e debitore in un gioco perverso di scatole cinesi e scalate di borsa. E’ il caso dell’Ansaldo dei fratelli Perrone; indebitati con la Banca italiana di sconto, forti dell’immenso potere dell’azienda durante la Grande guerra, essi avevano ottenuto il controllo della loro creditrice senza colpo ferire (la vigilanza bancaria, allora come oggi, era del tutto inefficace…e inefficiente). Colpiti dalla crisi di riconversione postbellica, il gruppo tentò di ottenere ancora capitali dalla Comit con un tentativo di scalata azionaria non riuscito. Il risultato fu il fallimento dell’Ansaldo e il crollo della Bis: le partecipazioni industriali furono trasferite al Consorzio per la Sovvenzione sui valori industriali, antenato dell’IRI. Per i risparmiatori il rimborso medio fu tra il 65 e il 75% grazie all’intervento di una cordata di istituti pubblici.

Il caso Perrone è soltanto un esempio tra i tanti di quel periodo. I confini tra capitale industriale e finanziario erano rotti: le partecipazioni di comit, credito italiano e banco di Roma al sistema produttivo italiano assommavano al 1930 a 12 miliardi in bilancio per circa 14 miliardi di raccolta. I nodi della banca mista vengono al pettine: la crisi di Wall Street e la grande depressione mandano sostanzialmente in bancarotta tutte le future b.i.n.

Il governo fascista affida la risoluzione del problema a un gruppo di tecnici raccolti attorno alla figura di Alberto Beneduce, tra i quali ruolo decisivo avrà Donato Menichella. Questa “covata”, si badi bene, lascia del tutto fuori dal progetto di riforma Banca d’Italia e la sua burocrazia, con il pieno avallo di Mussolini e del Ministro delle finanze Jung. Con tre distinte convenzioni la triade comit-credit-banco di roma cedono allo stato il capitale azionario e relative partecipazioni industriali: in sostanza, pur rimanendo società di diritto privato esse vengono “irizzate” e sottoposte al controllo dello stato.

Il risultato normativo è il R.D.L. 12 marzo 1936, n. 375. “Disposizioni per la difesa del risparmio e per la disciplina della funzione creditizia.”, basato su un lungo lavoro di preparazione che ci permette di cogliere appieno la mutata finalità della banca nell’economia italiana. Citiamo per evidenziare il cambio di passo una relazione interna all’IRI:

“…quello che è certo è che nel credito troviamo l’unico strumento veramente efficace col quale sia possibile regolare e dirigere, secondo i bisogni della Nazione, lo sviluppo della sua economia. Il credito è quindi funzione dello Stato: si tratta di ripartire la utilizzazione di una ricchezza che perde il suo carattere privatistico, in quanto

è la raccolta di una enorme massa di cittadini a favore di determinate categorie di attività economica: nessun diritto individuale può giustificare in questo campo la assoluta libertà.”

Il punto dirimente viene affrontato subito dopo: Funzione preminente dello Stato è oggi dirigere e indirizzare lo sviluppo economico del Paese (…) i capitali monetari non applicati direttamente al lavoro e non sottoposti al rischio produttivo devono rendere meno. Ne conseguirà una spinta all’applicazione diretta alle produzioni, ossia una espansione dell’attività di lavoro.” (da La legge bancaria. A cura di Mario Porzio, Il Mulino 1981, pag. 321).


Pur essendo all’apogeo del regime fascista, il trait d’union con la concezione pubblicistica del credito e del risparmio espressa in Costituzione è evidente, così come cruciale risulta l’affermazione circa la eutanasia della rendita a mezzo diminuzione del tasso di interesse. Con questo passaggio l’Italia si dota di un sistema creditizio in grandissima parte pubblico, incardinato come segue:

-        banche d’interesse nazionale (Comit, Credit, Banco di Roma): società per azioni, detenute dall’IRI;

-        istituto di credito di diritto pubblico (banco di Napoli, di Sicilia, di Sardegna, Monte dei Paschi, San Paolo, BNL): controllati direttamente dal Tesoro;

-        casse di risparmio: controllate dal Tesoro;

-        aziende di credito: possono essere private, come la Banca Nazionale dell’Agricoltura;

A queste si accompagnano le banche popolari e i monti di pegno, gli “istituti Beneduce” (Crediop, ICIPU), il risparmio postale gestito da Cdp. Sugli istituti di credito a medio termine (il più importante sarà Mediobanca, seguito dal Medio credito centrale e altri) non ci dilunghiamo in questa sede.

E’ importante in questa fase ricordare come la l.b. prevedesse un organo di controllo, Ispettorato per la Difesa del Risparmio e per l'Esercizio del Credito, dotato di importanti poteri coattivi, prontamente cassato nel 1944 sotto la spinta di Banca d’Italia, gelosa delle sue prerogative in merito. L’istituto di emissione, sulla scorta della riforma in oggetto, vede la sua natura trasformarsi in istituto di diritto pubblico cui capitale sociale è partecipato a vario titolo da banche (pubbliche) e casse di risparmio. In questa fase, sulla scia della guerra d’Etiopia e la fine del gold standard, la possibilità di finanziamento del Tesoro presso l’istituto di emissione è praticamente illimitata: sarà il sempre pronto Einaudi nel 1947 a far reintrodurre il limite dello scoperto in conto corrente, fedele al suo terrore del torchio gemente.

2.  Lo stato banchiere

I vantaggi di avere la piena disponibilità del sistema creditizio per uno Stato che vuole intervenire

nell’attività economica sono innegabili. Si può infatti obbligare il sistema ad assorbire una quota voluta di titoli di debito pubblico al tasso politico deciso dal Governo; si può determinare la riserva obbligatoria per manovrare la liquidità monetaria; si possono indirizzare i capitali su settori strategici; si gestisce direttamente il mercato valutario.

In questo senso, tutta la Prima Repubblica è dominata dalla banca pubblica. Il capitale finanziario è sottoposto a una forte repressione, essendo il mercato borsistico quasi inesistente, mentre il risparmio popolare è intercettato in larga parte dall’amministrazione postale e dalle casse di risparmio. Volente o nolente, il miglior impiego della rendita diviene l’attività produttiva, con i riflessi positivi del caso e confermando quanto voluto in sede di riforma da Menichella e soci.

Il “mercato” bancario è fortemente regolamentato. La cd. “foresta pietrificata” vede una regolazione minuziosa circa l’apertura di nuovi sportelli, la fusione e la costituzione di nuovi istituti, la gestione delle masse monetarie. La banca diventa un servizio pubblico di alto livello: si hanno clienti, non consumatori. Gli istituti non ragionano in termini di profitto o di creazione di valore, perché non hanno investitori da remunerare o dividendi da distribuire: la partecipazione estera al sistema bancario è pressoché irrilevante. Come sempre, è la leva europea a scardinare uno degli ordinamenti più efficienti del Mondo: i fallimenti bancari nel periodo 1945-1990 possono grosso modo ricondursi ai casi Sindona e Calvi, ambiti straordinari e assai oscuri. Mettere i soldi in banca diviene un sinonimo di sicurezza e di fiducia nell’Italia del risparmio e della crescita.

Naturalmente, doveva venire l’Europa a scardinare tutto.



3.  Voglio essere Gordon Gekko

La prima direttiva CEE è del 1977 (77/780/CEE del Consiglio, del 12 dicembre 1977), in cui si introducono concetti del tutto alieni alla realtà italiana. Si inizia a parlare di banca come impresa (art. 1), di concorrenza e produttività, di aumento dell’offerta dei servizi. Non a caso, la direttiva viene recepita in Italia solo nel 1985 (D.P.R. 27 giugno 1985, n. 350), in un contesto politico ed economico assai mutato. Si confronti a titolo d’esempio l’articolo d’apertura del decreto citato:



“L'attivita' di raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e di esercizio del credito ha carattere d'impresa, indipendentemente dalla natura pubblica o privata degli enti che la esercitano.”



Con quello della legge bancaria:

“La raccolta del risparmio fra il pubblico sotto ogni forma e l'esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico regolate dalle norme della presente legge.”

Da qui in poi il combinato disposto tra ingerenza comunitaria, insipienza della classe politica nazionale, crisi della Prima Repubblica, caos monetario del 1992, apriranno la strada al disastroso processo di privatizzazione.

Nel dettaglio, la convergenza prevista dalla seconda direttiva (89/646/CEE del Consiglio, del 15 dicembre 1989) e dagli accordi di Basilea (BASILEA I) impone la trasformazione degli istituti di credito di diritto pubblico in società per azioni: è la famigerata legge Amato (L. 218/1990). La trasformazione in spa produce una serie di sconquassi inevitabili, tra cui la sottocapitalizzazione dei banchi meridionali, la difficoltà debitoria di gran parte degli stessi (venuta a mancare la garanzia di stato); il difficile percorso di trasformazione vedrà la scomparsa di istituti di credito secolari e ben localizzati nel territorio (banco di Sicilia, banco di Napoli), la progressiva dispersione di esperienze peculiari sula via del capitale estero (BNL), la fine ingloriosa (MPS). Le casse di risparmio finiranno inglobate in processi di fusione tendenti a distruggere la radicazione territoriale e il legame fondante con le realtà di riferimento: su tutti, domineranno le fondazioni bancarie, creazioni incomplete e oggetto di numerose controversie.

La tabula rasa diviene completa con la dismissione del patrimonio IRI e la privatizzazione delle tre b.i.n., tra il 1994 e il 1995, a quotazioni largamente inferiori al valore di mercato. Ricordiamo che in Germania non fu affatto necessario privarsi del sistema creditizio pubblico per entrare nell’euro, così come il processo di concentrazione delle banche francesi non ha visto intromissioni estere.

La grande ipocrisia del liberismo ha così permesso la distruzione del patrimonio bancario pubblico in nome di una concorrenza mai vista, considerato il grado di concentrazione oligopolistica del mercato italiano, retto da due colossi, e impoveritosi in maniera impressionante di presenza nel territorio a favore di una progressiva e inarrestabile “commercializzazione” dell’attività: dalla banca di diritto pubblico alla banca-assicurazione il passo è stato breve e brutale.

Inutile poi ribadire le conseguenze dell’euro e della crisi del 2008 su un sistema oramai basato su spa private più attente all’estrazione del valore che al servizio alla clientela. In cinque anni sono falliti più istituti che nei cinquant’anni precedenti: basta (e avanza) per capire la traiettoria.



4.  Stato banchiere o banchieri-stato

La carrellata storica, incompleta e parziale, serviva a mostrare come in un passato non troppo lontano è esistita un’alternativa pubblica- efficace ed efficiente- che ha tutelato meglio e più a lungo il risparmio e i risparmiatori. I fatti degli ultimi anni evidenziano come il potere delle banche- capitale finanziario- è tale in un’economia liberale che per forza di cose influenza l’andamento del governo e dell’economia ben più a fondo dei partiti e delle istituzioni democratiche. La questione, in sostanza, è tra stato banchiere e banchieri-stato, cioè tra il controllo pubblico del credito e dominio privato dei banksters sulla repubblica.

Basta infatti un ordine di vendita allo scoperto di n-btp per sconvolgere la vita pubblica rebus sic stantibus, e tanto meno non appare possibile attuare un ritorno alla sovranità monetaria (se ancora interessa a qualcuno, beninteso) nel quadro di un sistema bancario troppo esposto alle influenze estere e alla volubilità di borsa. A ciò si aggiunga che la moria di istituti non potrà che aumentare stante l’€- assetto basato su direttive sempre più capestro, deflazione strutturale e npl svenduti e svalutati. E che dire poi delle conseguenze della digitalizzazione e delle fintech in regime di laissez-faire?

Dell’intromissione brutale delle banche nel mercato delle assicurazioni sanitarie e previdenziali, con innegabili ingerenze sulle deficienze- indotte- del sistema sanitario nazionale e del sistema pensionistico pubblico? In uno scenario così vasto, la separazione del Glass-Steagall Act non basta, poiché è oggi dirimente operare sulla proprietà (pubblica o privata) e non tanto sull’attività in sé. La specializzazione risulta infatti una condizione necessaria ma di per sé non certo sufficiente.

Pertanto il ritorno al controllo pubblico del credito è un’esigenza profonda, oggettiva, irreversibile se si vuole davvero ripristinare un minimo di legalità costituzionale in Italia. Per dirla con Lenin,

“Per combattere seriamente il dissesto finanziario e l'inevitabile bancarotta, non v'è altro mezzo che quello di rompere in modo rivoluzionario con gli interessi del capitale e di organizzare un controllo veramente democratico, cioè «dal basso», il controllo degli operai e dei contadini poveri sui capitalisti (…) Le banche, come è noto, sono i centri della vita economica moderna, i principali gangli nervosi di tutto il sistema capitalistico dell’economia nazionale. Parlare della “regolamentazione della vita economica” ed eludere il problema della nazionalizzazione delle banche significa o dar prova della più crassa ignoranza, o ingannare “il popolino” con parole pompose e promesse magniloquenti che si è deciso in anticipo di non mantenere».”

La nazionalizzazione come atto, in conclusione, sarebbe soltanto la premessa della socializzazione di fatto della vita economica attraverso la partecipazione cosciente dal basso delle classi lavoratrici nel processo principe dell’attività capitalistica, cioè la gestione del potere del capitale attraverso la leva del credito e del debito. Nel quadro di una democrazia sociale pluriclasse, informata al fine dell’eguaglianza sostanziale, l’esistenza del grande capitale finanziario in forma di grande gruppo bancario privato non può esistere. In soldoni, slegare dalla logica del profitto la banca socializzata significherebbe togliere alla classe dominante uno strumento di potere formidabile, dall’altro dotare le classi del Lavoro di un meccanismo determinante per impostare una politica economica tesa alla realizzazione della giustizia sociale e del progresso civile e morale.