lunedì 4 maggio 2015

IL REDDE RATIONEM: LA CORTE IN MEZZO AL GUADO (l'emergenza democratica più grave dal 1948)

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1. Nel post del 1° maggio avevamo messo in risalto la questione del "quando e perchè" un diritto costituzionalmente tutelato dovesse trovare tutela integrale, cioè attraverso la piena espansione del principio della restituzione di quanto indebitamente percepito ovvero non erogato (dallo Stato), in applicazione della norma dichiarata incostituzionale.
Quello che può apparire un tecnicismo, è in realtà un punto fondamentalissimo per poter qualificare la (permanenza o meno della) sovranità di uno Stato, in relazione al concomitante principio della "scarsità delle risorse finanziarie" dello stesso, derivante dalla limitazione del deficit e dall'adesione all'euro, cioè dal "vincolo esterno" dei trattati europei. 
In presenza del pareggio di bilancio, nella nuova formula dell'art.81 Cost., poi, il problema diviene di primaria importanza, perchè accelera e rende tangibile, anche a chi prima non se ne rendeva conto, lo stato di progressivo smantellamento dell'assetto sociale derivante dai principi fondamentali della Costituzione stessa.

2. E dunque avevamo evidenziato il concreto manifestarsi di questa accelerazione in questi termini:
"invito i più attenti lettori di questo blog a riflettere su un "trovate le differenze" tra la sentenza in questione (n.70/2015) e quella sulla Robin Tax, n.10 dell'11 febbraio 2015
Mi limito a suggerire una direzione di indagine:   - è più "equo" accorgersi degli effetti di restituzione retroattiva delle sentenze della Corte in vigenza dell'art.81 Cost.- cioè del pareggio di bilancio- per impedire una successiva redistribuzione punitiva derivante dalle esigenze di costante copertura appunto in pareggio di bilancio (caso della sentenza n.10), ovvero "ignorare" che, vigendo l'art.81 Cost. attuale, e il fiscal compact, qualcuno dovrà comunque pagare quella apparente restituzione e, dunque, l'intero sistema economico subire (per via fiscale) una equivalente contrazione (esattamente compensativa di quella dichiarata incostituzionale) di consumi, investimenti e occupazione?"

3. Demetrio, in uno dei suoi commenti, ha ben riassunto il problema "generale", che il post aveva evidenziato nei suoi termini "non" postisi dalla Corte:
"Ma le "risorse limitate" perchè sono limitate? Se lo sono perchè "la Natura è matrigna" è un conto; ma se la limitatezza è "provocata", cioè è il portato di una libera scelta (per giunta reversibile) operata dal Legislatore in spregio a vincoli costituzionali (posti a garanzia proprio dei diritti sociali che esso Legislatore non è in grado di assicurare a causa delle prevedibili conseguenze di quella sua libera scelta), la musica - mi pare - cambia "lievemente" (nel senso che viene meno l'assioma che i diritti sociali fondamentali possono trovare realizzazione se e in quanto i vincoli di bilancio lo consentano).

Il problema è che della conformità a Costituzione della scelta operata "a monte" dal Legislatore i giudici costituzionali sembrano ben guardarsi dall'occuparsene "motu proprio" (di qui l'esigenza, evidenziata nel mio precedente post, che a stimolarli in quella direzione siano i remittenti)
."


  
4. Come prevedibile, la questione delle conseguenze della sentenza della Corte è ora nell'occhio del ciclone.
E non poteva non esserlo, dato che lo snodo che tutti, come cittadini della Repubblica costituzionale fondata sul lavoro,  ci troviamo ad affrontare finisce per essere, - in un modo persino più concreto ed urgente della stessa legge elettorale in dirittura d'arrivo-, la vera cartina di tornasole della residua democrazia sostanziale, in contrapposizione con la tecnocrazia super-sovrana e antiparlamentare dell'UEM.
Da "voci giornalistiche" apprendiamo che, nella discussione interna alla Corte, sarebbe accaduto questo (il condizionale è naturalmente d'obbligo in ossequio alla segretezza della camera di consiglio):
"Poteva finire diversamente alla Consulta, sulle pensioni ridotte dalla legge Fornero. Soprattutto perché nella camera di consiglio di giovedì, quando si è capito che i giudici costituzionali si stavano spaccando, è stata prospettata una terza possibilità, tra l'accoglimento pieno del ricorso e la sua bocciatura: affermare il principio costituzionale, ma solo per il futuro, non ordinando cioè il rimborso delle somme tagliate in passato.

Il gruppo filogovernativo, capeggiato da Giuliano Amato, a questo punto però si è impuntato...
...La possibilità era quella di accogliere solo uno dei due quesiti del ricorso: quello che contestava il fatto che gli effetti del provvedimento diventassero «permanenti», mettendo uno stop dal 2015.

Si sarebbe invece respinto l'altro, che imponeva la restituzione degli arretrati dal 2012. In questo modo, si sarebbe salvato il rispetto degli articoli 36 e 38 della Costituzione (sulla «retribuzione proporzionata» e sul «criterio di adeguatezza» delle pensioni»), ma senza provocare una voragine nei conti pubblici.


È stato a questo punto che Amato & Co, raccontano fonti ben informate, hanno deciso che no, bisognava andare al voto solo sul sì o il no, senza lasciar spazio all'ipotesi numero 3. La situazione si è radicalizzata e alla fine la decisione si è rivelata un boomerang. Tra l'altro, in tutta la discussione i giudici costituzionali non avevano ben chiaro l'impatto economico della loro decisione, a quanto sembra.."

5. Naturalmente, è da presumere che la soluzione di compromesso non avrebbe direttamente esplicitato la prevalenza dell'art.81 Cost. (cioè delle esignze di pareggio di bilancio in senso lato) sugli artt.38 e 36 Cost., utilizzati dalla Corte come parametri di rilevata illegittimità della norma. Si sarebbe piuttosto fatto cenno agli effetti "redistributivi" della "copertura" finanziaria della restituzione come iniqui (e apportatori di una lesione ad un assetto "ragionevole": cioè, a loro volta, gli effetti restitutori sarebbero stati liquidati come non conformi ad altri principi costituzionali, da bilanciare su un piano di parità): e questo  senza verificare se ciò sia rispondente a dati macroeconomici opportunamente acquisiti, e dunque senza scendere ovviamente in eccessivi dettaglio sul piano della "attendibilità" della complesiva conclusione.
Così facendo, la Corte avrebbe però anzitutto, ancora una volta, evitato di esaminare il problema "a monte", che è quanto evidenziato nel post da cui siamo partiti e cioè il legame tra:  a) livello del bilancio fiscale, ridotto col "consolidamento", b) vincolo esterno a monte del consolidamento, cioè il pareggio di bilancio (in tutte le sue forme, comunque riduttive dell'indebitamento annuo) e c) disoccupazione-livello delle retribuzioni, e quindi anche del successivo trattamento pensionistico.  
La Corte, tuttavia, in aggiunta, avrebbe consolidato un altro passo avanti nello smantellamento costituzionale.
La Corte, infatti, avrebbe sì evitato il malcontento (governativo e, per via di condizionamento mediatico, della "gente", mal informata sulla autonomia e incomprimibilità costituzionale dei propri diritti fondamentali), cioè il sollevarsi della conseguente "guerra tra poveri", che ormai consegue ad ogni manovra di espansione della spesa pubblica (o di attenuazione del carico tributario), dovendosi "manovrare" in pareggio di bilancio: ma questo continuo aggirare il nodo della questione, implica il rafforzamento della presunta legittimità-liceità della circostanza, sempre più nevralgica nel caratterizzare la nostra realtà economica, che una "guerra tra poveri" ci possa e, anzi, (con grande soddisfazione della unanime grancassa ordoliberista eurofila) ci debba essere.

6. E dunque siamo al redde rationem
Non sappiamo esattamente quando, ma, ormai, con il probabile affluire alla Corte costituzionale di nuove questioni attinenti a norme derivanti dalle leggi finanziarie, poste in essere in attuazione della politiche rispondenti al c.d. fiscal compact, è da temere che la Corte stessa, in futuro, paghi pesantemente la propria titubanza nell'affrontare il problema del "vincolo esterno", magari autosollevando dinnanzi a sè la connessa e assolutamente pregiudiziale questione "a monte" (cioè del vincolo esterno).
E questo o in termini di pregiudizio alla propria libertà morale ed alla propria impermeabilità alle pressioni indebite (semplicemente perchè estranee al dettato costituzionale) o addirittura in seguito al formale svuotamento della effettività delle sue stesse decisioni.
Basti dire come il mondo politico-mediatico che agita strategicamente lo spauracchio della guerra tra poveri (da esso stesso introdotto nell'ordinamento!), ha ritenuto di poter aggredire la Corte costituzionale con una virulenza corale senza precedenti, atteggiamento che può essere emblematicamente riassunto nella seguente dichiarazione di Mario Monti:  
«Sono perplesso - dice alla “Stampa” - perché senza quelle misure sarebbe arrivata la Troika». Poi accusa: «Nella Ue c’è convergenza fra potere legislativo ed esecutivo. Poi c’è il modo augusto e distaccato delle corti costituzionali». Per lui la Consulta deve obbedire al governo..."

7. Di estremo interesse verificare come la posizione di Monti coincida con quella esposta da Barroso nel suo "famoso" discorso di commiato, che riassume la cultura comune della democrazia (eufemismo) incarnata nell'attuale €uro-governance.
L'origine in questa o quella istituzione nazionale della determinazione finanziaria contraria ai principi europei non ha rilevanza in questo frangente: gli italiani debbono sapere che quello che sta accadendo è una mera applicazione dello stesso trattamento oggi riservato alla Grecia ed alla sua sovranità (e, "curiosamente", non invece alla Francia...)
Nè più nè meno. 
L'unica differenza è che in Italia il governo è saldamente, e con continuità, in mano alle stesse forze filocreditori €uropei (esteri) che, mentre tagliavano l'adeguamento pensionistico (e molto altro ancora), trasformavano l'Italia in soccorritrice delle banche tedesche e francesi attraverso l'assunzione del gravosissimo impegno del fondo di stabilizzazione salva-Stati, rispetto alla esposizione bancaria in Grecia, a cui noi eravamo sostanzialmente estranei.
Tale differenza fa sì che siano politici (o tecnici divenuti tali) e media NAZIONALI, convinti che tale tale indirizzo politico filo-europeo sia prevalente sulla legalità costituzionale, a fare la pressione maggiore, in luogo dello spauracchio della trojka (che viene comunque agitato a ogni pie' sospinto).

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8. Ma non basta.
E' evidente che l'intervento della Corte costituzionale, - anche nella forma attuale, cioè che elide la messa in pericolo diretta del "vincolo esterno"-, venga percepito come un pericolo di lesa sovranità sovranazionale intollerabile
La governance filo-€uropea, incluse le sue propaggini mediatiche, in attesa di poter definitivamente rimuovere lo stesso attuale testo costituzionale (come auspicato da più parti), viene così tentata di trovare un modo per prevenire in futuro e per sempre questo pericolo:

"...il conflitto fra interpretazione della Costituzione italiana, regole europee e risorse è più acuto che mai. Lo è al tal punto che, in ambienti del governo, sta emergendo una tentazione: chiedere un rinvio del caso alla Corte di giustizia europea, per chiarire se la sentenza della Consulta italiana sia coerente con gli impegni di bilancio firmati a Bruxelles.

Il nuovo Patto di stabilità (il “Six Pack” e il “Two Pack”) sono inclusi nel Trattato, dunque hanno rango costituzionale e il diritto europeo fa premio su quello nazionale. Il governo italiano potrebbe chiedere alla Corte di Lussemburgo se la sentenza dei giudici di Roma sia compatibile con essi."
Il "dunque hanno rango costituzionale e il diritto europeo fa premio su quello nazionale", ci pare un esercizio paralogico di ambiguità che, sul piano della legalità, si scontra frontalmente con questa recente sentenza della Corte costituzionale (n.238/2014), dove è chiaramente affermato:
"Non v’è dubbio, infatti, ed è stato confermato a più riprese da questa Corte, che i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscano un «limite all’ingresso […] delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l’art. 10, primo comma della Costituzione» (sentenze n. 48 del 1979 e n. 73 del 2001) ed operino quali “controlimiti” all’ingresso delle norme dell’Unione europea (ex plurimis: sentenze n. 183 del 1973, n.170 del 1984, n. 232 del 1989, n. 168 del 1991, n. 284 del 2007), oltre che come limiti all’ingresso delle norme di esecuzione dei Patti Lateranensi e del Concordato (sentenze n. 18 del 1982, n. 32, n. 31 e n. 30 del 1971). Essi rappresentano, in altri termini, gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale (artt. 138 e 139 Cost.: così nella sentenza n. 1146 del 1988)."

Saprà la Corte rimanere su questa posizione in questo frangente di "scontro finale", assumendosi la inevitabile responsabilità democratica di dare un senso applicativo concreto ai principi così affermati, in specie comprendendo quali siano la origine e il significato della "scarsità di risorse" dello Stato?
Dalla risposta a questo interrogativo dipende, in pratica, il permanere o meno di una effettiva legalità costituzionale e democratica.
Se la Corte non riuscisse a porre un punto fermo a questa deriva, avremmo varcato irrevocabilmente ed espressamente (e non più solo "di fatto) il "punto di non ritorno".

domenica 3 maggio 2015

1978 e 1992- III. IL "DOPO" E IL NOSTRO PRESENTE A UN BIVIO (finale)

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1. Proviamo a parlare de "la questione generale".
Nel post di ieri Alberto Bagnai ha proposto una linea interpretativa che definisce e sviluppa le cause e i rimedi di tale questione. 
Alberto, peraltro, si rivolge a degli interlocutori considerati, alla luce degli sviluppi più recenti della politica italiana, più rilevanti e potenzialmente "idonei": diciamo riassuntivamente a quella parte della "dissidenza" interna al partito di maggioranza relativa (nonchè di governo) che ha iniziato a raccontare come e perchè le cose non possono andare bene. 
Riassuntivamente, dicevo; modalità che, sul piano contenutistico della "questione", cioè su quello della evoluzione della realtà socio-economica italiana, può ormai dirsi strutturale. 
In altri termini, la politica economico-fiscale seguita, certamente negli ultimi quattro anni, ma in sostanza da oltre un ventennio (Maastricht, per semplificare), costituisce un continuum coerente  (con delle accelerazioni che portano il sistema sotto stress, ma sempre sul tracciato della stessa rotta che includeva ab initio il propinare dosi crescenti di shock economy) che "ridisegna" in modo strutturale la società italiana.

2. Credo di poter dire che Alberto faccia necessariamente riferimento a questo intero disegno, quando, segnala, - con riferimento alla opportunità, perduta, di anticipare in occasione dell'approvazione del jobs act una rivendicazione "finale" sul dissolvimento della democrazia-, come il cogliere questa stessa opportunità "avrebbe almeno portato l'attenzione sul punto cruciale del disegno liberista del quale l'euro è testata d'angolo: il tentativo (finora riuscito) di estirpare il diritto al lavoro dalla costituzione, per riportarlo nel codice civile". 
Alberto conclude con questa pregnante esortazione:
"Ma almeno, e questo ve lo suggerisco toto corde nell'interesse vostro e del paese, trovate il modo di spiegare perché, come e quando avete capito che quello che difendevate non aveva senso, che la narrazione che avete propugnato era sbagliata. Documentando il vostro percorso (senza far nomi, per carità, altrimenti i colleghi si ingelosiscono!) eviterete di fare la figura dei voltagabbana, e soprattutto aiuterete quelli che a voi interessano tatticamente, cioè gli insider, a fare un percorso simile, o quanto meno a porsi delle domande. Come siete passati dal fateprestismo montiano alla percezione scientificamente fondata che il sistema è insostenibile? Lo volete spiegare ai vostri compagni? Non è che dobbiate fargli una lezioncina: ci sono mille e uno modi per farsi capire! Gli esperti siete voi..."


3. Questa esortazione contiene un passaggio fondamentale: l'enunciazione dell'interesse tattico a far compiere agli "insider" - cioè ai, si suppone, bene informati- un percorso simile: questo vuol significare il confluire in una sorta di "rivoluzione culturale" (espressamente richiamata da Alberto come rimedio indispensabile) dell'apporto positivo degli economisti (evidentemente in termini di diffusione aperta e completa di verità economiche manifeste, se non addirittura auto-esplicative: cioè appartenenti al minimo etico della oggettività scientifica).

Non è per muovere obiezioni a questa analisi che cerco di sviluppare qualche ulteriore osservazione: tutt'altro. Ed infatti, dobbiamo dare per scontate le dinamiche socio-culturali di settore che da sempre pongono in una situazione peculiare la scienza economica. 
Su questo aspetto rinvio a quanto in precedenza evidenziato dall'acuta analisi di una delle menti più brillanti mai apparse nel mondo dell'economia, Thorstein Veblen. 
Questi - come ci dice Galbraiith nella sua "Storia dell'economia" (pagg.194-195), compie, nel libro "The Higher Learning in America- a Memorandum on the Conduct of Universities by Business Men", un esame "mirabilmente corrosivo" del mondo accademico americano. 
"I colleges e le università americani...erano controllati molto rigidamente dagli interessi commerciali di società che facevano sentire i loro voleri attraverso i consigli di amministrazione. Le opinioni dei docenti venivano esaminate con grande attenzione alla ricerca di possibili eresie, le quali venivano definite come qualsiasi cosa si opponesse ai bisogni percepiti dalle grandi società industriali
Aggiunge Galbraith. "Benchè nel frattempo le cose siano molto cambiate, un'eco di quegli atteggiamenti un tempo dominanti si avverte nella convinzione tuttora persistente che l'orientamento ultimo della cultura accademica debba essere fornito da uomini d'affari - oggi dirigenti dei grandi gruppi societari- in quanto dotati di una formazione adeguata nell'amministrazione pratica..."

4. Questa fenomenologia non può che acuirsi in un ambiente (ri)globalizzato, e  più che mai liberoscambista-finanziarizzato, dove "uomini d'affari" provenienti dal mondo delle grandi banche universali, o in esse approdati da specifici percorsi accademici e/o governativi, sono sempre più indistiguibili dai vertici istituzionali degli organismi che governano i processi sovranazionali di decisione politico-economica (direi, politica tout-court).  
E questa anomalia (per i parametri della imparzialità dell'esercizio delle funzioni di governo, sancita dalla nostra Costituzione) non può che acuirsi, in tali condizioni, perchè si verifica un'eccezionale concentrazione di potere: essa caratterizza la nostra epoca anche più di altre, configurando una piramide gerarchica che disarticola-  in un modo che non ha precedenti, se non nel...medioevo-, il concetto (centrale, negli ordinamenti costituzionali democratici) di interesse generale (non di "bene comune": vi prego, non arrendetevi alla terminologia ingannevole proveniente da questa stessa matrice culturale!).

Tale è l'accentramento di potere istituzionale in questi soggetti che, il loro potere di influenzamento, che è poi un potere supremo di indirizzo e di creazione normativa vincolanti,  viene ormai esercitato a doppio e intrecciato titolo: come eminenti uomini d'affari (spesso divenuti tali in un percorso di induzione reciproca tra i due piani, istituzionale e privato-professionale) e,  aggiuntivamente, proprio in conseguenza di ciò, come legittimati preferenziali alla titolarità delle cariche di governo sovranazionale (e per la verità, anche nazionale, laddove lo "stato di eccezione" riemerga periodicamente nella vita dei sinigoli Stati nazionali assoggettati al vincolo sovranazionale).

5. Non elaborerò oltre (l'abbiamo già fatto ripetutamente): mi limito a segnalare che riscontrandosi nel nostro tempo una classe dirigente "suprema", investita di una simile "effettività" autoritativa, cioè una governance sovranazionalizzata e padrona di imporre quasi a suo piacimento "lo stato di eccezione" (quello che caratterizza la sovranità, sottratta ai processi democratici nazionali), è naturale fenomeno sociologico quello del consolidarsi di una cultura conformistica
Il fenomeno a cui assistiamo è che le riforme strutturali non investono solo il mercato del lavoro, cioè l'obiettivo principale ed essenziale del "sistema", ma sono opportunamente e sollecitamente dirette ad occuparsi di ogni gruppo e funzione professionale "strategici", cioè che possano recare problemi di incompatibilità con gli obiettivi perseguiti o che, durante il processo di affermazione del regime, si rivelino propensi a fare qualsiasi tipo di "resistenza":  e questo non da oggi (cioè non solo negli ultimi quattro anni, sia chiaro), perchè un regime pianificato da un'elaborazione pluridecennale ben conosce gli snodi della società che intende controllare e modificare.
Una "riforma" - orchestrata dall'appoggio mediatico totalitario che l'ordine sovranazionale dei mercati (euro-istituzionalizzato, in Europa), si è previamente assicurato nel realizzare la sua inarrestabile affermazione- può sempre divenire, tempestivamente e all'occorrenza, attuale: non è solo il "costo del lavoro" o la competitività, e cioè il mondo del lavoro direttamente coinvolto nella determinazione dei costi dell'offerta ad essere oggetto dell'attenzione programmatica del nuovo "ordo".
Anche gli insider, cioè coloro che avrebbero i mezzi per realizzare la natura del processo di concentrazione del potere in corso (che è poi il "l'ordine internazionale dei mercati"), alla stessa stregua di ogni altra categoria sociologica, sono stati (o possono ulteriormente essere) assoggettati alla "conformazione" che procede dal vertice agli strati intermedi della neo-gerarchia; e ciò in base ad un processo brutale, fatto di punizioni (di status) e di ristretti privilegi ben indirizzati, secondo la neo-tecnica legislativa che si irradia in ogni livello o settore sociale, senza tralasciare alcuno strumento di coercizione disponibile, anzitutto politico-normativo. Parliamo dell'accumularsi di riforme legislative ordinamentali-sezionali, che riguardano invariabilmente ogni categoria-chiave nell'affermazione del controllo di questa governance.

6. Diciamo che la cultura, intesa come espressione di pensiero (generale o specialistico) oggetto di comunicazione, è sovrastruttura, e che una diversa cultura può discendere solo dall'affermazione progressiva di una diversa struttura: non è che con questo voglia implicare che il nostro destino  sia bloccato in modo irrevocabile  in questa palude in cui affonda la democrazia.
Dico solo che una forza correttiva deve possedere una spinta tendenzialmente eguale e contraria a quella, patologica, che intende correggere.
Potrebbe l'azione (auspicabilmente, appassionata e coraggiosa) degli interlocutori "idonei" indicati da Alberto produrre questa spinta?
Difficile dirlo: se l'intero regime ordinamentale-legislativo, e di conseguenza culturale, è ormai il prodotto di ciò che si intende avversare, - avendo avuto il tempo di divenire "vincolo" irradiato in ogni settore della società-, l'innesco di una spinta contraria dovrebbe manifestarsi, anzitutto, mediante un potenziale di consenso di massa enorme, direi scardinante (tale da minacciare di sovvertire, secondo la teoria generale del diritto, la "effettività" del regime coincidente con la istituzionalizzazione dell'ordine internazionale dei mercati).
Se invece la si vuole vedere come una spinta "correttiva" che debba generarsi in modo mirato, in quanto opportunamente concentrata in un settore socio-professionale nevralgico, - tale cioè da irradiarsi immediatamente verso l'alto e da trascinare poi spontaneamente ciò che si colloca al di sotto di esso-, tale spinta dovrebbe essere accoppiata alla capacità dei suoi promotori di "esentare" i propri destinatari  dalle conseguenze sanzionatorie (in senso lato, agevolmente comprensibile nel contesto di cui stiamo parlando) predisposte dal regime (nel senso di categoria descrittiva di diritto pubblico). Cioè accoppiata alla capacità di prospettare, alla categoria "strategica", di aver acquisito un contro-potere normativo di reindirizzo-ridisciplina (egualmente correttiva) del segmento sociale e professionale considerato decisivo nell'espandere la spinta correttiva. O almeno di  prospettare la rapida caduta della "effettività" del potere di controllo sociale del regime avversato. 

7. Ed allora, siamo spacciati?
Probabilmente sì, perchè il ritardo nel reagire, in questa situazione, equivale al non aver reagito affatto, dato che la posta in gioco è il collasso definitivo dell'ordinamento democratico-costituzionale.
E tuttavia...
Le cose, forse, non sono messe così male, ma certo occorre saper ben sfruttare i punti deboli del sistema avversato. 
Mi riporto alla recensione di un interessante libro scritto da Giuseppe Berta, professore di storia alla Bocconi, per trovare la mappa di questo "percorso inverso" che appare assolutamente necessario. Notiamo la quasi coincidenza nell'individuare le due date cruciali della storia italiana rispetto ai nostri post sull'argomento, col solo piccolo dettaglio che nella nostra trattazione abbiamo fatto riferimento alla data di effettiva conclusione di Maastricht, cioè al 1992:
"L’Italia fu rappresentata nel cruciale negoziato di Maastricht da Guido Carli, Ministro del Tesoro del Governo Andreotti (che è in realtà il primario responsabile delle due scelte gemelle dell’adesione allo SME e all’Euro, deciso nel Trattato che crea l’Unione Europea) nel 1991. Queste sono le due date essenziali della storia italiana recente, quelle della devoluzione di sovranità entro uno schema Europeo già preordinato –nell’asse Francia-Germania- all’affermazione del modello sociale ed economico nordico (rappresentato in Italia come “vincolo esterno”): 1978 e 1991. Nella prima data l’Italia aderisce allo SME, malgrado le perplessità ed opposizioni, nella seconda aderisce alla UE, e di fatto, all’Euro (che nascerà di lì a pochi anni di serrata trattativa, come ricorda anche un protagonista come  Sarrazin). 
Carli conduce la trattativa nella convinzione, maturata da lungo tempo, che l’Italia non potrà “riformarsi” da se stessa, secondo le auspicate linee liberali, senza essere costretta a ciò da vincoli istituzionali indisponibili alle pressioni sociali. Per questa ragione è per lui assolutamente necessario creare “un vincolo giuridico internazionale” per ripristinare una “sana finanza pubblica”. Secondo la sua visione, ancora oggi fortemente condivisa, lo stato dei conti e la stessa nazione ha bisogno di assoggettarsi ad un’autorità sovranazionale, “per sottoporre a disciplina i comportamenti di partiti e società” (come scrive Berti). La società italiana gli appare, infatti, in quegli anni “frammentata, lacerata, disorganica”, con una vita politica bloccata e indifferente. 
Partendo da questa analisi, tutt’altro che priva di fondamento, Carli vede nel Trattato di Maastricht lo strumento per dare il necessario “scossone violento” che altrimenti solo un regime autoritario, come quello fascista, potrebbe dare (risposta dello stesso a chi lo invitava a maggiore azione nel suo ruolo di Ministro, p.100). Lucidamente Carli vede quindi che la del Trattato è ; cioè “la drastica riduzione del potere dei governi nazionali” alla quale, in una delle più incredibili e illuminanti affermazioni riportate nell’utile libro di Berta, Carli fa corrispondere nella sua valutazione “un accrescimento del potere decisionale dei singoli cittadini". 
 
Qui c’è il nodo ideologico, ed operativo, della costruzione della nuova Europa. Carli intende esattamente che l’indebolimento del potere dei Governi Nazionali (e dunque dei Partiti e dei Parlamenti democratici, ma anche delle organizzazioni sociali che influenzano la sfera pubblica nazionale) sia bilanciato da un maggiore dei cittadini a . Cosa? Cosa possono i “singoli” che restano tali, cioè che non si organizzano o associano, che non partecipano a processi politici?

Lo dice lui stesso, con impareggiabile chiarezza di pensiero e franchezza, il potere è nel diritto di investire i propri soldi nel debito pubblico o altrove. In altre parole la democrazia che resta è quella “dei mercati”. Con le sue parole: la “sintesi politica” è data dal “permanere del debito pubblico nei portafogli delle famiglie italiane, per una libera scelta, senza costrizioni, rappresenta la garanzia per la continuazione della democrazia” (p. 100, da G.Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza 1993, p. 386-7). 
Questo i-n-c-r-e-d-i-b-i-l-e rovesciamento di due secoli di pensiero politico democratico, di ogni prassi democratica, di ogni lotta condotta in Europa dalla rivoluzione francese ad oggi, questo vero e proprio pensiero eversivo, è la ragione per la quale il Ministro della Repubblica (che ha giurato sulla Costituzione Italiana), perfettamente cosciente di attuare una “rivoluzione del potere”, promuove nel negoziato. L’implementazione di una “federazione europea basata sul principio dello Stato minimo;, tenuta unita da una politica monetaria, da una politica estera e da una Difesa unitaria”. Questa Federazione è l’unica, a suo parere, che può resistere agli “urti che provengono da un mondo esterno che cade in frantumi”.



E’ questa visione della globalizzazione (ma siamo nel 1991, dunque ai suoi esordi), e del processo di crollo dello schema d’ordine della guerra fredda (siamo negli anni in cui l’Urss di dissolve), che ispira il tentativo delle èlite finanziarie e politiche, di cui Carli è da sempre parte integrante, internazionali di ricondurre ad uno schema più semplice le forze sociali e politiche che agitano le arene nazionali. Dunque i paesi del sud (e l’Italia in particolare), come sottolinea opportunamente Berta, devono abbandonare il proprio modello storico di sviluppo (imperniato su una versione dell’ che aveva fatto il dopoguerra).

Ma, dato che non esiste il necessario consenso politico e sociale per questa trasformazione, viene in soccorso lo strumento dell’Euro (e dell’intera Unione Europea) per “ridurre e contenere gli spazi della democrazia, almeno di quella che si è sperimentata in Italia dal 1945 al 1993, in quanto non più compatibile con l’assetto di una nuova Europa” (come scrive giustamente Berti). 
Una formazione istituzionale il cui assetto deve “corrispondere alle trasformazioni poi rubricate sotto l’etichetta onnicomprensiva della globalizzazione” (p. 102). Questa chiarissima scelta liberista, che Berti qualifica come espressione della volontà di “subordinare le istanze politiche all’egemonia di un’economia desiderosa di autoregolamentarsi fin dove può” è appena temperata dal tentativo (che Carli dice di aver condotto senza successo) di far inserire nella l’obiettivo della lotta alla disoccupazione a fianco alla stabilità dei prezzi (come è nella missione della FED). Chiaramente aggiungere ai famosi Parametri di Maastricht anche un target di disoccupazione avrebbe mitigato la purezza ideologica “nordica” del disegno, ma non avrebbe cambiato la sostanza delle cose. Il cuore del progetto è di ridurre la partecipazione democratica."

8. Mi è piaciuto riportare per esteso questa recensione perchè è una soddisfazione in sè vedere come un altro pensatore, utilizzando premesse fattuali omogenee con quelle qui utilizzate, arrivi grosso modo alla stessa descrizione e analisi storico-economica. 
Ma di più, questa impostazione, ci induce a alcune altre osservazioni:
a) che è (ancora) possibile esprimere certe verità (elementari) a livello accademico, ma, non di meno, queste non possono immediatamente trasmettersi a tutta la platea di  coloro che, per predisposizione e mezzi culturali, sarebbero in grado di coglierne l'importanza (è accaduto con "Euro e(o) democrazia costituzionale", così com'è accaduto nel caso dei libri, di ancora maggiore successo di pubblico, di Alberto e di Vladimiro Giacchè). E questo a causa del conformismo irradiato di cui abbiamo sopra parlato (con il suo minaccioso substrato ordinamentale-sanzionatorio, se non altro preclusivo dei privilegi estemporanei di cui è disseminato), conformismo  che rende (piaccia o meno) difficile la simultanea coincidenza delle proprie soggettive esigenze di manifestazione pubblica del pensiero;
b)  che promuovere una correzione di paradigma culturale esige una preparazione organizzativa ben strutturata, che non può essere disgiunta da una coesione umana (prima ancora che politica), raggiunta attraverso la stabile aggregazione almeno di quelle voci che, oggi separatamente, collimano, nei vari settori della cultura e della politica, nel formulare la diagnosi e nel prefigurarsi un rimedio;
c) che questo è quanto ci mostra la Storia, circa la preparazione che precedette l'esperienza dei CNL e la predisposizione di una cultura democratica "pronta" e già consolidata, che consentì di produrre l'esperienza dell'Assemblea Costituente. Come abbiamo visto, è in questa esperienza che si ritrova tutta l'energia (non dispersiva) della parte autenticamente vittoriosa dell'Italia uscita dal conflitto mondiale;
d) la coesione umana e organizzativa a cui faccio riferimento implica un impegno di dialogo e di "riunione" progressiva che, se ben svolto, condurrebbe ad un effetto aggregativo in espansione, tale da divenire fenomeno "comunicativo" in sè, cioè, a sua volta, aggregativo dell'opinione pubblica. 
Ma per ottenere questo effetto, occorre in primo luogo l'abbandono, da parte di chi ritenesse di promuovere un tale sforzo, di ogni compromesso con la post-ideologia del libero mercato, in ogni sua pregressa manifestazione storica (recente e meno recente), avendo ben chiara questa vicenda storica e senza alcuna riserva mentale circa i limiti "opportuni" di un eventuale "ravvedimento". 
In questo sono totalmente d'accordo con Alberto;
e) Infine, per ottenere questo effetto aggregativo, - sempre che esistano la volontà e l'urgenza di dargli vita-, occorre a maggior ragione superare anche gli steccati ideologici "pre-1992", (diciamo così per semplificare), cioè l'idea che esistano una sinistra e una destra che ancora possano razionalmente dirsi tali di fronte alla comune prospettiva di svuotamento dell'ordine democratico.
Su questo tema si può a lungo discutere, ma il solo fatto di continuare a farlo, implica il "non rendersi conto": cioè non aver compreso che i partiti di massa non possono più esistere nel tempo dell'ordine sovranazionale dei mercati mentre, viceversa, in una democrazia sostanziale "effettiva", un partito dichiaratamente liberista non potrebbe altro che raggiungere percentuali elettorali irrisorie.

Ma una democrazia sostanziale consente una partecipazione generale ed informata alla vita economica e sociale del paese (art.3, comma 2, Cost.) che non ha nulla a che vedere con l'attuale penetrazione totalitaria dell'ideologia dello Stato minimo e delle "risorse limitate", consentita dalla grande schermatura della pace e della costruzione europea.
Quindi, la scelta, quale che sia la matrice ideologica stancamente trascinata dai singoli individui (privata di ogni concreto significato, se non quello di attirare, inerzialmente, consenso elettorale di breve termine) è tra l'uno e l'altro paradigma, l'una e l'altra  "forma di governo" materiale (con ben diverse ricadute istituzionali, come constatiamo proprio in questi tempi di accelerazione).
La denuncia ineludibile di questa dicotomia, che è in realtà la conseguenza della divaricazione insanabile tra Costituzione vigente e vincolo esterno, è ciò che dovrebbe accomunare ogni settore della cultura e della società che ancora ritiene che l'Italia abbia un senso come comunità nazionale impegnata a ritrovare le ragioni della sua sovranità.
Cioè del perseguimento da parte delle istituzioni dell'effettivo benessere e dei diritti fondamentali dei cittadini.
Quanti sono oggi gli insider e i cittadini, e i politici, che potrebbero capire ciò? Molti, forse. Magari "abbastanza". Ma potrebbero non aggregarsi mai; almeno in tempo per salvarsi e salvarci.

venerdì 1 maggio 2015

1° MAGGIO E COSTITUZIONE DEL LAVORO: TANTI INTERROGATIVI PER LA CORTE

http://us.123rf.com/450wm/immrchris/immrchris1002/immrchris100200080/6481340-interrogativi-grigi-con-un-rosso-uno-permanente-fuori.jpg

1. Si vabbeh, è il 1° maggio.
L'attualità incombente imporrebbe di commentare e spiegare, nella gigantesca ridda di impressioni permeiste rigurgitate dai media, la sentenza della Corte costituzionale n.70 del 2015, con cui è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale del blocco dell'adeguamento delle pensioni disposto dall'art.24, comma 25, del d.l n.210 del 2011 (c.d. "riforma Fornero).
Svolgere funditus tale compito non è esattamente un "lavoro" da svolgere nel giorno della festa dei lavoratori. Presto, magari, approfondiremo in dettaglio l'argomento.

2. Allo stato mi limito a fare un paio di cenni "problematici" attinenti ad aspetti più eclatanti, di "sistema":

a) il decreto-legge in questione era intitolato (enunciazione di quel "prevalente interesse generale" che proprio la Corte, in modo tutto sommato perentorio se non sbrigativo, ha ritenuto difettoso rispetto alla norma di blocco dell'adeguamento pensionistico) "Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici":
Ebbene quanto alla "crescita" ecco il risultato di quella legge (e delle altre, adottate nella stessa filosofia di " consolidamento dei conti pubblici"), che fu rubricata, da un noto giornale di espertoni, nella categoria "fate presto":



La Corte si è, anche solo per un attimo, posta il problema se piuttosto l'interesse generale così platealmente enunciato, di quell'insieme di disposizioni, cioè una "manovra" in cui rientrava tutto sommato "coerentemente" il blocco dell'adeguamento, - nell'ottica, non intaccata dalla attuale sentenza della Corte, della "austerità espansiva"- , fosse per caso "attendibile"? 
Cioè se tale enunciato risultasse minimamente coerente col principio di ragionevolezza e proporzionalità, utilizzato ampiamente nella stessa sentenza per sindacare un frammento del "tutto" organicamente rientrante nel concetto di austerità espansiva?

b) invito i più attenti lettori di questo blog a riflettere su un "trovate le differenze" tra la sentenza in questione (n.70/2015) e quella sulla Robin Tax, n.10 dell'11 febbraio 2015
Mi limito a suggerire una direzione di indagine:  
- è più "equo" accorgersi degli effetti di restituzione retroattiva delle sentenze della Corte in vigenza dell'art.81 Cost.- cioè del pareggio di bilancio- per impedire una successiva redistribuzione punitiva derivante dalle esigenze di costante copertura appunto in pareggio di bilancio (caso della sentenza n.10), ovvero "ignorare" che, vigendo l'art.81 Cost. attuale, e il fiscal compact, qualcuno dovrà comunque pagare quella apparente restituzione e, dunque, l'intero sistema economico subire (per via fiscale) una equivalente contrazione (esattamente compensativa di quella dichiarata incostituzionale) di consumi, investimenti e occupazione?

3. In altri termini, entrato per la Corte esplicitamente in gioco l'art.36 Cost, sulla equa retribuzione del lavoro (anche nella fase di quiescenza pensionistica, in collegamento al richiamato art.38), la Corte pare ignorare che tale equa retribuzione è connessa al livello di disoccupazione, secondo la famosa curva di Phillips, (p.4), e che quest'ultimo livello è accresciuto dalla contrazione della domanda interna comunque indotta dalle manovre fiscali di consolidamento

Non affrontare il cuore del problema, cioè il legame tra:
- livello del bilancio fiscale, ridotto col "consolidamento"
- vincolo a monte del consolidamento, cioè il pareggio di bilancio (in tutte le sue forme, comunque riduttive dell'indebitamento annuo)
- e disoccupazione-livello delle retribuzioni (e quindi anche del successivo trattamento pensionistico),
implica non voler chiarire, a se stessi e alla comunità sociale intera, coinvolta nella tutela costituzionale, il perchè si sia adottato il paradigma del pareggio di bilancio, e comunque (da decenni, in un crescendo, niente affatto casuale ed estraneo al meccanismo prevedibile della moneta unica) della riduzione/compressione del deficit pubblico; cioè una politica fiscale che non promuove certo la crescita, l'occupazione e la tutela reale del reddito da lavoro (v.grafico su). 
Come comprova questo grafico:

http://www.danil.com/territoriarchico/wp-content/uploads/2013/06/differenziale-pil-italia-mondoy.jpg

4. Il perchè dell'adozione di questo paradigma, insito nell'adesione all'UEM (come attesta il fondamentale art.126 TFUE), e nel prevedibile e previsto aggravamento degli squilibri commerciali all'interno dell'UEM, è presto detto: bisogna "distruggere" la domanda interna perchè questo è l'unico mezzo di correzione degli squilibri commerciali, cioè dell'indebitamento PRIVATO TRA PAESI DELL'AREA UEM, consentito dall'assetto del trattato UE-UEM.

Che questo sia lo scopo della politica fiscale "austera", lo ha esplicitamente affermato Monti, e lo ha ben spiegato in dettaglio Draghi (p.2, con video): queste fonti "notorie" (o agevolmente conoscibili), nel contesto dello specifico provvedimento esaminato dalla Corte, avrebbero meritato l'attenzione conoscitiva della Corte, per meglio calibrare il proprio dictum, in questo caso più che mai.
5. Insomma, se l'interesse generale (formalisticamente) enunciato per giustificare una certa complessiva manovra è quello della "crescita e della equità", può la Corte non prendere in considerazione le "reali" enunciazioni dei massimi responsabili di tale indirizzo, che smentiscono apertamente la giustificazione legislativa formale? 
Può la Corte non accorgersi che tali "spiegazioni" - cioè queste "interpretazioni autentiche" (quantomeno in senso tecnico) della vera "ratio" delle norme- svuotano la intitolazione formale di quella legge, (come di tutte le manovre finanziarie consolidative), non solo di attendilità (manifesta illogicità dello strumento adottato rispetto ai risultati formalmente perseguiti), ma anche di correttezza/veridicità della formula legale rispetto alla sostanza? 
Esiste dunque una verità effettiva, niente affatto negata, anzi esplicitata, dai più attendibili "testimoni", anzi "autori", di ciò che veramente si intendeva perseguire: tutto questo deve rimanere fuori dal quadro di fatto notorio e dai presupposti del sindacato logico-fattuale della Corte? 

6. E questo, tra l'altro e ad ulteriore conferma della "diversa verità", senza poter neppure invocare, in una elementare verifica dei fatti, la riuscita del risultato essenziale a cui il consolidamento fiscale era (molto teoricamente) preordinato: cioè la riduzione del debito pubblico!
http://se5.cdn.fluidworks.it/wp-content/uploads/2015/04/italy-government-debt-to-gdp-2.png

Un effetto contraddittorio delle politiche fiscali imposte dall'€uropa, che risulta peraltro comune a tutta l'area euro, a dimostrazione che il consolidamento fiscale non era obiettivamente finalizzato a risolvere il problema del debito pubblico (e che quest'ultimo non fosse la causa della criticità da risolvere), ma a "qualcos'altro", connesso al mero mantenimento di una valuta comune divenuta sempre più insostenibile.

http://se5.cdn.fluidworks.it/wp-content/uploads/2015/04/euro-area-government-debt-to-gdp.png
7. E ciò, appunto, essendosi verificata, secondo dati perfettamente conoscibili dalla Corte, a seguito dell'adozione di questa linea di politica economico-fiscale, come abbiamo visto, una recessione prolungata e quindi il contrario della crescita; e risultando iniqua per la stessa Corte una delle misure fondamentali di quella manovra. 
Ma allora, nel percorso che, mediante acquisizione di evidenti fatti notori, si apriva alla Corte, in presenza dell'ovvia correlazione tra consolidamento del bilancio e aumento strutturale (e non contingente) della disoccupazione, perchè non mettere in gioco la correlazione tra art.36 (e 38) della Costituzione  e l'art.4 Cost.? 
Cioè perchè non collegare il problema della equa retribuzione, immediatamente richiamato dalla Corte nella sua sentenza, con la sua matrice, il prioritario principio lavoristico che informa tutte le norme fondamentali della Costituzione stessa?
E' abbastanza ovvio che il vulnus alla equità ed adeguatezza della prestazione pensionistica si manifesterà in modo imponente nel futuro, proprio a seguito non tanto e non solo del taglio della spesa pubblica perseguito con il blocco dell'adeguamento persionistico, ma in conseguenza delle "vere" ragioni della complessiva austerità fiscale, deflattiva del lavoro per ammissione dei suoi principali fautori, portando a future irrisorie prestazioni previdenziali, e, in definitiva, rendendo quasi irrilevante, in prospettiva, lo stesso mantenimento, a singhiozzo e ripetutamente bloccabile, dell'adeguamento pensionistico.

8. A che pro, dunque, enunciare una episodica e circoscritta "iniquità" e lasciare intatto il meccanismo (di derivazione sovranazionale) che deve "distruggere" la domanda interna, promuovendo in definitiva un più alto livello di disoccupazione, durevole e strutturato, (come tale persino codificato dalle istituzioni UEM)?

E tutto ciò, considerato quanto sia ovvio che tale meccanismo (di distruzione della domanda interna e di mantenimento strutturale di alta disoccupazione) è subito riespandibile, a seguito di stringenti ed intatti obblighi di copertura, anche nel caso che gli effetti della sentenza, (di tutela episodica), siano, come nel caso attuale, portatori di oneri di restituzione a carico dello Stato.
Non si avvede la Corte che considerare l'episodio ("ennesimo" blocco dell'adeguamento delle pensioni), senza porre in discussione il "paradigma" e la sua origine necessitata, che è quella di conservazione ex se della moneta unica, conduce a far prevalere esclusivamente tale esigenza di conservazione, (di un mero assetto monetario), sul più importante principio costituzionale (diritto al lavoro come obbligo di politiche di pieno impiego a carico di governo-parlamento; artt.1, 4, 35 Cost.) che è manifestamente connesso, come presupposto, agli artt.36 e 38 Cost, che ne sono in definitiva dei corollari inscindibili?

Sono certo che molti dei lettori di questo blog sono in grado di sviluppare e di strutturare ulteriormente questi argomenti, prima ancora che lo faccia io. Mi auguro che almeno si apra una riflessione sistematica.
Un buon argomento su cui porre l'attenzione il 1° maggio.
E perdonatemi se non sono stato abbastanza "lirico" e commosso, di fronte alla ricorrenza.
La situazione è troppo grave per permetterselo...

giovedì 30 aprile 2015

FLAGS OF OUR FATHER 5- LA CIVILTA' DEL LOW COST E DEI BUONI ALIMENTARI (DA TAGLIARE)






http://flex.economiapericittadini.it/wp-content/uploads/2015/02/10917271_10205914648486966_4721600391013371206_n.jpeg

Questo interessantissimo 5° capitolo della monografia di Riccardo Seremedi sullo " stato delle cose" in USA, esige un'adeguata introduzione.
In Italia, l'approvazione inarrestabile della legge elettorale ancora (per poco) in discussione, coagula la legittimazione dell'azione di governo intorno a un principio: la "governabilità". Tale locuzione, già nominalmente, rinvia al voler imperniare il processo decisionale politico sul "governo", per l'appunto. E dunque, posta naturalmente in secondo piano la dimensione e la discussione parlamentare, considerate in sè un ostacolo "inefficiente", può trovare un sinonimo (di craxiana memoria) nel "decisionismo".
Ma per decidere cosa?
Evidentemente qualcosa che l'Esecutivo non voglia eccessivamente discutere in parlamento, assoggettandolo agli strali (eventuali) delle (eventuali) opposizioni.
In breve, si tratta, come ben sappiamo, non tanto di decidere rapidamente (ché le decisioni fondamentali che hanno caratterizzato la trasformazione dell'ordinamento italiano negli ultimi decenni, sono state piuttosto rapide e puntuali: esecuzione di Maastricht, riforme conseguenti per aderire ai "criteri di convergenza", continue manovre finanziarie "emergenziali", esecuzione del fiscal compact in forma di rapidisisma revisione costituzionale ecc.), quanto di decidere su "contenuti" (della legge) valutati ed accentrati esclusivamente nel giudizio dell'Esecutivo, in modo da rendere ogni passaggio parlamentare una mera ratifica formalistica, con al più secondari "pareri", emendativi di aspetti marginalizzati. Esattamente come accade con il parlamento €uropeo, che di tale "forma di governo" è il paradigma.

I contenuti delle decisioni affidate all'attuazione autoreferenziale dell'Esecutivo, poi, sono ritratti dal "vincolo esterno", cioè dall'assolutamente prevalente quadro di obblighi, - inderogabili e caratterizzati da uno "stato di eccezione" permanente-, assunti in sede di adesione all'Unione monetaria.
In questo quadro,  emerge che il ridisegno della società delineata dalla Costituzione sociale trova il suo punto di riferimento nella natura stessa dei trattati internazionali che lo impongono: il liberoscambismo dei trattati stessi, proprio nel programma europeo predisposto fin dall'inizio, culmina nel trattato di liberoscambio interatlantico, denominato TTIP, concluso autonomamente, e con espressa immediata obbligatorietà per gli Stati membri, dall'Unione Europea.

Il TTIP, cioè il futuro imminente della nostra realtà socio-economica, ha un bersaglio grosso essenziale (essendo il resto, in definitiva, un complemento conseguenziale): l'affidamento integrale dei "servizi" considerati "finanziari" alla mano dei privati, includendo in essi il sistema pensionistico e quello sanitario, oggi pubblici, devoluti ex imperio al "libero" mercato degli operatori finanziari internazionali. Ovviamente sul presupposto di un mercato del lavoro che "deve" adeguarsi al modello di quello USA, creando una situazione di "indifferenza" negli investimenti, nei modelli industriali, e nel ruolo della spesa pubblica in ogni parte delle aree di applicazione del TTIP stesso.
Questo è il quadro degli obiettivi prioritari del "decisionismo", cioè la sostanza della trasformazione sociale che si vuole sottrarre ai parlamenti e ad ogni possibile valutazione pluralista, e come tale intollerabilmente compromissoria, che questi potrebbero esprimere sindacando l'azione dell'Esecutivo.

Ora, nel quarto capitolo dell'opera di Riccardo, abbiamo visto quale sia il bench-mark di tutela sanitaria pubblica e di copertura pensionistica costituito dagli USA e che verrebbe irresistibilmente esteso all'Italia, nel quadro dei vincoli "inevitabili" che assumerà (in ogni forma prevista già ora da trattati in vigore) l'Esecutivo, unico decidente residuo per la generalità degli italiani.
La conseguente realtà sociale trova poi il suo percorso obbligato nelle vicende narrate in questo 5° capitolo. Il funzionamento del sistema socio-economico USA produce un andamento che abbiamo già esaminato in questo post, nei suoi effetti strutturali e ormai inerziali:

L'UEM, IL PETROLIO E LA "LOCOMOTIVA" USA: PRODURRE COSA E DA VENDERE A CHI

E' di questi ultimissimi giorni, poi, una evidente conferma delle criticità e delle tendenze  sistemiche illustrate nel post sopra linkato: in questo report sul dato di crescita USA nel primo trimestre 2015 (un +0,2 inferiore a tutte le stime), quello che vi invito a verificare è il trend dei consumi (in indebitamento della massa lavoratrice precarizzata), il crollo degli investimenti "non residenziali" (cioè di quelli estranei al campo dell'edilizia e...delle relative potenziali bolle speculative finanziarie da indebitamento frammentato in sub-prime), e il nuovo dato sulle esportazioni (-7,2%), legato al corso del dollaro in continuo rafforzamento.

Questa è, nel combinato degli elementi che stanno maturando in questi giorni, la prospettiva "decisionista" che ci viene imposta e che, però, risulterà "trasposta" in pejus alla realtà italiana: quella di un paese che non dispone di bombe atomiche, è geopoliticamente a sovranità limitata, ed è caratterizzato da una via di sviluppo manifatturiera ed esportativa che può sopravvivere solo in concomitanza con la vivacità della domanda interna e dell'accumulo di risparmio-investimento produttivo. Una "via" italiana (ma non solo) allo sviluppo che fa a pugni con la finanziarizzazione "a debito" (privato) imposta dal nuovo mercato del lavoro e dalle prospettive internazionaliste di competitività deflazionista che si stanno, ora e ancor più in futuro, perseguendo.

 

 http://www.linkiesta.it/sites/default/files/uploads/articolo/immagine-singola/poverta_usa.jpg

Pil Usa delude: solo +0,2% nel 1° trimestre 2015 ...

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Pil Usa delude: solo +0,2% nel 1° trimestre 2015 ...

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Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti è cresciuto dello 0,2% nel primo trimestre del 2015. Lo ha comunicato oggi il dipartimento del commercio. LEGGI ANCHE: Macro Usa, prodotto interno lordoIl dato è inferiore alle attese degli analisti che erano per un incremento dell1,1%, comunque in calo ri ...

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1. L'americano indebitato: “Millennials” ed altre storie    
La combinazione tra lavori a basso salario e alta disoccupazione reale ha portato ad una mistura esplosiva con livelli di debito privato che danno le vertigini; a dicembre 2014,  i consumatori americani avevano un debito totale di 11,74 trilioni di dollari (+ 3,3% rispetto al 2013), con 1,13 trilioni di dollari (+ 8% rispetto al 2013) in prestiti a studenti, 8,14 trilioni di dollari in mutui, 882,6 bilioni di dollari in carte di credito: proprio l'esame dei dati sulle carte di credito fa ritenere che molte famiglie americane stiano prendendo denari in prestito per far quadrare il bilancio, piuttosto che per un aumento di fiducia nell'economia. 
                                                                                                      
E' invece un'ipoteca sul futuro quella che gli Stati Uniti hanno contratto con i loro giovani – i “Millennials” - schiacciati dal peso del debito ancor prima di trovare un impiego, incerto anzichenò; una ricerca della NY Fed, mostra che più della metà di tutti gli studenti mutuatari sono ora morosi nei loro pagamenti, e coloro i quali hanno lasciato la scuola nel 2005 hanno saldato solo il 38%  del loro debito iniziale.
Una delle cause principali di questo de profundis è da attribuirsi alla crescita indiscriminata delle rette di iscrizione che, dal 1970, sono aumentate più del 1.000% - mentre il finanziamento statale delle università è diminuito del 40% - portando la percentuale di giovani americani con “student loans debt” a più che quadruplicarsi, dal 5% al 22%.

La potente industria dei prestiti scolastici ha fatto pressioni per ottenere leggi draconiane che penalizzano gli studenti debitori ancor più delle persone in possesso di mutui, prestiti auto o carte di credito, affinché nemmeno il fallimento possa annullare questi finanziamenti ; in alcuni Stati, gli studenti che dichiarano default possono perdere le loro certificazioni professionali e anche la patente di guida. Tutta questa concatenazione di fattori, le difficoltà nel trovare un impiego che dia un reddito sufficiente ad estinguere il debito e un mercato immobiliare “super hot”, rendono impossibile l'autosufficienza economica (che siano “bamboccioni” e “choosy” pure loro?): e, difatti, lo scorso anno, nello scaglione che va dai 25 ai 34 anni di età, il tasso di coloro che vivono a casa dei genitori è salito al 17,7% per gli uomini e all'11,7% per le donne, un livello record per entrambi i sessi.

Com'è facilmente intuibile, la capacità del debitore di onorare i propri impegni deriva dalla possibilità di generare risorse economiche sufficienti al soddisfacimento di tale scopo, e condizioni lavorative stabili e contrattualmente oneste sono la conditio sine qua non per far sì che ciò accada: tutto il contrario di quanto visto finora. Com'è anche parimenti intuibile la pressante necessità del capitalismo americano di trovare uno sbocco alla propria produzione di merci e servizi che, stante l'attuale clima di incertezza e la cronica debolezza dei salari, sarebbe già frustrato in partenza. 
Diventa quindi indispensabile permettere l'indebitamento di individui che altrimenti, data la precarietà ed esiguità dei loro salari, sarebbero impossibilitati a partecipare al festino consumistico, e poco importa se il loro incerto status sociale li renda dei soggetti – in termini di garanzie – subprime, ossia debitori ad alto rischio di insolvenza.                     

2. I “subprime” legati ai prestiti auto: vecchi vizi per nuovi problemi                                                                                                                             Nella montagna di debito privato che compone l'ampio panorama dei nuovi subprime, quello del settore automobilistico è uno dei più preoccupanti (come abbiamo già visto qui); l'importo complessivo dei prestiti per le auto nuove e usate eclisserà a breve la soglia del trilione di dollari, e intanto le insolvenze sui tali prestiti sono ai massimi dal 2008 (sia per tutti i mutuatari che per i mutuatari subprime, con il 9% di questi ultimi che ormai manca un pagamento entro i primi 8 mesi dalla stipula), con il tasso dei pignoramenti salito al 70,2% nel 2° trimestre 2014.  
                                                                                                                                             

Quasi 1/3 di tutti i prestiti auto nel 2013 sono stati concessi a mutuatari subprime (la stessa percentuale del 2006) e, allo stesso tempo, gli istituti di credito mostrano l'originaria propensione alla vendita dei prestiti, trasmettendoli alla macchina della cartolarizzazione di Wall Street, e questo spiega il motivo per cui - nonostante un crollo delle emissioni di ABS (Asset Backed Securities), sostenuti dai prestiti per la casa negli anni post crisi - l'emissione totale di ABS negli Stati Uniti abbia raggiunto lo scorso anno il suo livello più alto dal 2008, e come nel precedente boom immobiliare, gli investitori alla ricerca di rendimenti più elevati – ad esempio, compagnie di assicurazione e hedge funds - stanno comprando imprudentemente miliardi di dollari in investimenti garantiti da prestiti auto subprime.                                                      
                                                                                                                         
 3. Illusionismi finanziari
Questo è forse il segno più evidente di come gli americani non abbiano imparato nulla dagli avvenimenti del 2008, se constatiamo anche gli escamotages sempre più fantasiosi che sono estratti dal cilindro del “perfetto illusionista finanziario”; così scopriamo che società sostenute dai banchieri di Wall Street – come “Invitation Homes” (detenuta da Blackstone), “American Homes 4 Rent”, “Colony American Homes” - sono piombate nei mercati immobiliari deprezzati (ad esempio, Phoenix, Atlanta e Memphis) per acquistare edifici a prezzo di saldo per poi affittarli a canoni elevati, cosa interessante ma non particolarmente originale.  L'originalità risiede invece nell'utilizzo di una nuova forma di collaterale che sostenga l'emissione di bonds: Blackstone ha annunciato nel mese di ottobre che avrebbe venduto le sue prime obbligazioni garantite dagli affitti derivanti da immobili di sua proprietà per un valore di 479 milioni di dollari, imitata da American Homes 4 Rent che ha incaricato Goldman Sachs di condurre l'operazione da 500 milioni di dollari.                       
Il rappresentante democratico californiano Mark Takano ha richiesto l'audizione del Congresso per esaminare le conseguenze che avrebbe una futura recessione economica sulla capacità degli inquilini di pagare gli affitti; nel quartiere di Takano  - a Riverside, in California - quasi 1/3 degli inquilini spende più della metà del proprio reddito per l'affitto, secondo un recente rapporto commissionato dal suo ufficio. Il politico californiano ha detto che gli standard di prestito più severi hanno costretto molte persone a scegliere di vivere  in affitto, provocando l'aumento dei canoni di locazione. 

http://www.stefanogiantin.net/wp-content/uploads/2012/04/snap-580x412.jpg
                                             
4. Più di 46 milioni di americani vivono con buoni alimentari, ma è tutto OK
Solo un visionario o un turlupinatore può dichiarare la “crisi finita” di fronte alla cornucopia di dati appena visti, numeri che farebbero tremare i polsi a politici di ben altra tempra e che, quantunque tragici, sono niente di fronte alla moltitudine di persone che ricorrono quotidianamente ai “food stamps” per sopravvivere.
Il “Supplemental Nutrition Assistance Program (SNAP) o “food stamps” è un programma federale che permette l'acquisto di generi alimentari a famiglie disagiate per mezzo di buoni (food stamps) erogati attraverso una carta di debito elettronica (EBT) ed usufruibili in oltre 238.000 supermercati e negozi di alimentari convenzionati; orbene, secondo il Dipartimento dell'Agricoltura (USDA), lo scorso ottobre ben 46.674.364 americani (22.867.248 famiglie , il 19,7% del totale) hanno beneficiato dei buoni alimentari, un aumento di 214.434 unità rispetto al mese precedente che equivale al 14,6% della popolazione totale: è il 38mo mese di fila che viene superato il picco dei 46 milioni.  

Circa 3/4 dei buoni vengono erogati a nuclei familiari che includono un bambino, un anziano o un disabile, più del 40% dei destinatari sono donne con figli; ma il nuovo elemento caratterizzante - e allo stesso tempo inaccettabile - è stato il progressivo ingresso dei cosiddetti “working poor” - oramai i maggiori beneficiari - ovvero coloro che  lavorano ma hanno stipendi così bassi o irregolari da non riuscire a raggiungere una soglia adeguata di sostentamento.
Diversi economisti sostengono che avere un lavoro potrebbe non essere più sufficiente per mantenere l'indipendenza economica nel contesto attuale, e il professor Timothy Smeeding - docente di economia presso l'”University of Wisconsin-Madison”, specializzato nelle analisi nella disparità di reddito – ha reso evidente una verità che troppi a Capitol Hill fingono di non vedere: “Un lavoro a basso salario integrato con buoni pasto sta diventando sempre più comune per i lavoratori poveri (…) molti dei lavori che vengono creati adesso negli Stati Uniti sono a basso salario – oppure a minimo salariale - part-time o in aree quali la vendita al dettaglio o fast food (…) ciò significa che l'uso dei “food stamps” rimarrà elevato per qualche tempo, anche dopo un aumento dell'occupazione". 
Non si scappa... senza una politica che privilegi l'aumento dei salari reali, le cose peggioreranno prima di migliorare: "Non ci aspettiamo un declino o una stabilizzazione delle disparità di reddito in assenza di crescita dei salari reali o una significativa riduzione dei problemi di disoccupazione e sottoccupazione" ha dichiarato Ishwar Khatiwada, economista del “Center for Labor Market Studies” alla “Northeastern University”, che ha rivisto i dati sui salari dei Dipartimenti del Lavoro e del Commercio. 

5. Senza pudore
Come spesso accade, sulla pelle di “Main Street” si combattono finte battaglie ideologiche tra Democratici e Repubblicani, che – come abbiamo visto in precedenza – danno sempre il medesimo risultato e cambiano poco la situazione di chi già vive in condizioni precarie; il programma - il cui costo stimato è di circa 80 miliardi di dollari l'anno - ha visto anche i  senatori Democratici farsi promotori di una riduzione dello stesso per 4 miliardi di dollari in 10 anni - un piccolo taglio, certo - ma sommamente inopportuno. Per converso, i Repubblicani vogliono dimezzare il budget e portarlo a 40 miliardi in 10 anni perché ritengono, con “grande sprezzo del ridicolo”, che il programma crei “una cultura di dipendenza permanente": se pensiamo che il beneficio individuale mensile medio è di 133 dollari, che diventano meno di4,50 dollari al giorno , è ampiamente comprensibile che - con tutto questo ben di Dio – quasi 50 milioni di americani preferiscano umiliarsi per elemosinare questi pochi dollari e darsi così alle gozzoviglie e agli stravizi più scapigliati. 

E, in ogni caso, è bene ribadire che le risorse destinate a questi presunti “pasti gratis” non si rivelano soldi buttati perché, oltre ad essere un atto umanamente responsabile, si risolvono in un aumento della ricchezza nazionale, con un “effetto moltiplicatore” di 1,76 volte la spesa, come ha testimoniato al Congresso Mark Zandi, capo economista di Moody's.
In uno scenario sociale instabile e potenzialmente esplosivo, la feroce acrimonia dei Repubblicani verso l'erogazione di buoni alimentari a famiglie in difficoltà sembrerebbe - a prima vista – incomprensibile, ma dopo avere analizzato alcuni punti sottotraccia la vera ragione del contendere si manifesterà in tutta la sua evidenza.                                                       

6. Piccoli Savonarola crescono
E' un fatto noto che l'agricoltura americana goda di ampi e generosi sussidi governativi che si concretano nel Farm Bill, un complesso elefantiaco di leggi e regolamenti a rinnovo quinquennale pensato per supportare gli agricoltori ma che - viste le enormi quantità di denaro e le attività di lobbying coinvolte – è diventato il bancomat di multinazionali e grandi proprietari: un 10% che nel periodo 1995-2010 ha ricevuto il 74% del totale (166 miliardi di dollari), lasciando il 62% dei piccoli produttori senza il becco di un quattrino e sotto una montagna di disperazione
Si dà il caso che il programma SNAP  venga gestito proprio dal Dipartimento dell'Agricoltura attraverso il “Farm Bill”, e pertanto un maggiore stanziamento di fondi a favore dei buoni alimentari va ad impattare sulla quantità di denaro che i big sono soliti spartirsi, tra i quali, coincidenza vuole, ci sono almeno 10 Repubblicani – portavoci dei grandi interessi corporativistici che hanno ricevuto forti sussidi per l'agricoltura, per un totale di 6.7 milioni di dollari a partire dagli anni '90. 
Tra i vari “personaggi“ riportati nell'articolo allegato, ci pare doveroso spendere due parole su colui che – in virtù dei 3.483.824 dollari – risulta essere il maggior beneficiario, ossia il congressman Stephen Fincher, una singolare figura che - narrano le cronache - ama infarcire le proprie orazioni con brani della Bibbia, anche quando ha qualificato implicitamente come “scrocconi” gli sventurati che non hanno di che sostentarsi citando, in maniera impropria, un passo dal Libro dei Tessalonicesi: "Chi non vuole lavorare, neppure mangi".
                                                                                                                                             Nel febbraio dello scorso anno, proprio come i ladri di Pisa, le due parti hanno trovato un accordo e Obama ha firmato e reso esecutivo il nuovo “Farm Bill” H.R. 2642 da 1 trilione di dollari che, tra la selva di sovvenzioni e benefits per i soliti noti, rende effettivo un taglio di 8 miliardi di dollari al programma SNAP, una decisione che riguarderà 850.000 famiglie americane – quasi 2 milioni di persone in 15 stati - che perderanno circa 90 dollari al mese a seguito dei tagli.                                                                                               

7. Working Poors Inc.
Parlare di working poor e parlare di Wal-Mart è un tutt'uno (anche in questo caso, rinviamo a questo post sulle più recenti vicende); nessun altro fenomeno economico può essere assurto a paradigma per spiegare il declassamento degli standard lavorativi americani, il peggioramento nella qualità della vita e l'influenza culturale e sociale che ne è derivata. Vista l'importanza dell'argomento, varrà la pena esaminarne le molteplici sfaccettature.                
Wal-Mart Stores Inc. viene fondata da Sam Walton nel 1962, quando apre il suo primo negozio a Rogers (Arkansas), e sin dal principio la politica aziendale del suo creatore è orientata a sottopagare i dipendenti per permettere un'espansione aggressiva dell'azienda, offrendo prezzi più bassi rispetto alla concorrenza; in quegli anni, il governo decide di elevare il salario minimo federale a 1,15 dollari l'ora - anche per il personale della vendita al dettaglio - un provvedimento che non   viene applicato alle piccole imprese con un fatturato annuo sotto 1 milione di dollari, soglia che nel 1965 viene abbassata a 250.000 dollari. 
Walton - che stava pagando i dipendenti della sua catena in rapida crescita la metà di tale importo, ossia 50 centesimi l'ora – capisce che il suo “modello aziendale” è in pericolo e, per tutta risposta, decide di separare i suoi negozi in singole società i cui ricavi non superino la soglia di 250.000 dollari ma, alla fine, una corte federale stabilisce - nella causa West vs Wal-Mart Inc.”  - che la manovra è solo un espediente per evitare di concedere il salario minimo e, pertanto, gli viene ordinato di pagare ai suoi lavoratori le somme accumulate più una penalità: Wal-Mart sembra rassegnata all'inevitabile, ma ad una riunione con i dipendenti, Walton dirà che “licenzierà chiunque incassi l'assegno”.                                                                     
Da allora, tanta acqua è passata sotto i ponti ma Wal-Mart ha continuato imperterrita a perseguire la filosofia della compressione dei salari, che è diventata il trait d'union con il suo successivo mezzo secolo di espansione inarrestabile; nel 1990 è divenuta il più grande rivenditore del paese, e oggi è la maggiore corporation del pianeta per ricavi e il più grande datore di lavoro del settore privato al mondo, una multinazionale con una catena di 10.994 negozi in buona parte del globo, 1,4 milioni di dipendenti negli Stati Uniti e poco meno di un milione all'estero.                                                                                                                                                

8. Il lato oscuro del successo
Secondo il fondatore, il successo di Wal-Mart è frutto di molto lavoro, valori di provincia e dedizione e, in effetti, l'arma vincente di Walton è stata la perseveranza con la quale egli ha rivoluzionato la distribuzione e la logistica, intuendo prima degli altri le potenzialità dei grandi centri di distribuzione e di strumenti tecnologici come il codice a barre - per il monitoraggio della domanda e offerta di prodotti - ed il computer (Wal-Mart ha il secondo computer più potente al mondo dopo quello del Pentagono).
Questi indubbi meriti non possono tuttavia nascondere il sistematico sfruttamento del lavoro, la distruzione delle comunità locali, le attività antisindacali e le discriminazioni contro le dipendenti.
Un lungo servizio dell'”HuffingtonPost” mostra che un lavoratore di basso livello alla Wal-Mart - ad esempio un movimentatore carrelli - può guadagnare 8 dollari l'ora, con la “succosa” prospettiva di incrementarli attraverso aumenti di produttività, da 20 a 40 centesimi l'ora, che lo porterebbero a raggiungere, in media, 10,60 dollari dopo aver lavorato nell'azienda per 6 anni: il piano di retribuzione di Wal-Mart – che è organizzato attorno a sette livelli di qualifica aziendale - è chiamato “Position Pay Grades” (PPG) e si ramifica partendo appunto da movimentatori carrelli (Livello 1) e cassieri (Livello 3), a decoratori di torte (livello 4), a manager servizio clienti (Livello 6), dove ogni successiva “gratifica” offre da 20 a 40 centesimi in più rispetto al livello precedente.
Le interviste a 31 impiegati e a un ex direttore di filiale – rese in forma anonima, per paura di ritorsioni – rivelano vite afflitte da stipendi troppo bassi per gestire le bollette, con orari part-time spesso soggetti a continui cambiamenti e con poche speranze per un avanzamento di carriera: le testimonianze di questi lavoratori sono confermate dalla stessa politica ufficiale di compensazione di Wal-Mart, nella fattispecie da un documento interno ottenuto dalle giornaliste - intitolato "Field Non-Exempt Associate Pay Plan Fiscal Year 2013" - un piano che mostra un complesso retributivo rigido, che rende difficile per la maggior parte dei dipendenti il raggiungimento di salari molto al di là del livello di povertà.
Questa configurazione della struttura salariale di Wal-Mart riguarda - in principal modo - i lavoratori di lunga data che, dopo avere raggiunto il cap (tetto) prefissato per il tipo di mansione svolta, non hanno più possibilità di migliorare la loro busta paga; secondo un ex dirigente dell'azienda ora in pensione, questo sistema – presentato come più trasparente ed equo per tutti i dipendenti – è diventato lo strumento per sostituire proprio gli impiegati con gli stipendi più alti che, attraverso pratiche di mobbing, vengono indotti a lasciare il posto di lavoro e in seguito rimpiazzati da lavoratori part-time a basso salario: lo stesso ex dirigente ha affermato che il 70% dei lavoratori della sua filiale erano part-time (non più di 32 ore lavorative alla settimana), e tale percentuale era stata imposta proprio dalla sede centrale Wal-Mart di Bentonville (Arkansas) per risparmiare i costi su benefici come l'assicurazione medica.                                                                                                    

9. Chi ben comincia...
La compressione dei salari che Wal-Mart applica viene attuata già all'interno degli “stores”, dove ai manager vengono elargiti bonus se riescono a mantenere i costi del personale sotto un certo livello; nel “retail marketing”, le paghe costituiscono tra l'8% e il 12% delle vendite, ma a Wal-Mart i manager hanno istruzioni per mantenere le spese per il personale tra 5,5% e l'8%, non pagando straordinari e riducendo – in maniera arbitraria – le ore ai dipendenti: la testimonianza di un “assistant manager” di una filiale dell'Oklahoma conferma quanto detto in precedenza :
“[...] Spesso ho dovuto tagliare ore ai dipendenti per garantire che tutti i manager stipendiati ricevessero i bonus annuali. Questa pratica è una delle più corrotte di quelle usate da Wal-Mart – essi legano i costi del personale ai bonus per i manager (...) La loro retribuzione può essere raddoppiata se soddisfano determinati criteri. Una gran parte consiste nel mantenere bassi i costi delle buste paga. Il che significa che a poco a poco forzano all'uscita i dipendenti più anziani. E sostituendoli con lavoratori temporanei che non hanno diritto all'assistenza sanitaria, tempo libero, o anche ad una carta sconto. La maggior parte di queste persone iniziano a 7,90 dollari l'ora e sono già sotto assistenza pubblica [...]”.
Gli stessi addetti al magazzino – a cui è affidato il compito di scaricare i containers con le merci spedite dalla Cina, per poi rimpacchettarle per la vendita negli Stati Uniti - percepiscono bassi salari e vengono forniti a Wal-Mart da agenzie di lavoro temporaneo, sebbene molti di loro svolgano questo lavoro già da anni.
                                                                               

10. “Prezzi bassi tutti i giorni”
Anche l'eccellente libro di Raj Patel -I Padroni del Cibo” - descrive alcune delle conseguenze legate al dogma prezzi bassi tutti i giorni, il famoso slogan di Wal-Mart, e il rapporto della famiglia Walton con la politica: “[...] La vera meta riconosciuta dei manager Wal-Mart è in realtà quella di garantire stipendi bassi tutti i giorni, accompagnati da multe che fioccano se il totale delle buste paga supera una soglia rigida come percentuale degli incassi. Uno dei modi per tenersi nei limiti consiste nel ricorrere alle tradizionali leve di potere (…) la Wal-Mart ha molti amici nelle alte sfere. Il settore orari e paghe del ministero del Lavoro americano preavvisa sempre quando ci sono i controlli contro le violazioni delle norme sul lavoro minorile e permette alla Wal-Mart di coredigere i successivi comunicati stampa [...]”. (op. cit. ; pag. 175).
Se pensiamo che nella multinazionale dell'Arkansas  ben più della metà dei dipendenti “full time” (525.000 persone) guadagna meno di 25.000 dollari all'anno - molto al di sotto del valore mediano, già basso, di 28.031 dollari visto in precedenza - e che l'abuso di lavoratori atipici si traduce in una serie di costi a carico dei contribuenti, a questo punto, ci si pone un pressante interrogativo: gli americani hanno davvero bisogno di Wal-Mart?                                           

11. I sussidi alla costruzione dei negozi
Procediamo con ordine.
Shopping for Subsidies – How Wal-Mart uses taxpayer money to finance its never-ending growth , studio del 2004 di Philip Mattera e Anna Purinton, ha documentato con certosina acribia almeno 244 casi nei quali negozi al dettaglio o centri di distribuzione di Wal-Mart  hanno ricevuto sussidi economici locali o statali per la loro costruzione; benché un totale definitivo dei contributi non sia possibile a causa del riserbo tenuto e dall'incompletezza dei dati, le ricerche documentali certe hanno provato un flusso di denaro pubblico che passa il miliardo di dollari (1.008, per la precisione), cifra sicuramente in difetto perché – come scrivono gli autori – in un raro riferimento alle sovvenzioni pubbliche un dirigente di Wal-Mart aveva dichiarato che per la compagnia “è comune” richiedere sussidi “in circa 1/3 di tutti i progetti retail” : questo dovrebbe suggerire che il finanziamento ha interessato più di 1000 “stores” (pag.14).
Questi sussidi possono assumere molteplici forme, ad esempio fornendo a Wal-Mart i terreni gratis o a prezzo ridotto, pagando i costi di assistenza per le infrastrutture (strade d'accesso, acqua, fognature ecc.), concedendo diversi sgravi fiscali e abbattimenti di tasse fondiarie, oppure emettendo Industrial Revenue Bonds” (IRB), titoli esentasse di cui i governi locali o statali si fanno carico per aiutare il finanziamento di attività private in certe forme di sviluppo commerciale: negli anni '80, Wal-Mart ha ricevuto tali finanziamenti per diversi centri di distribuzione e diverse dozzine di “stores”. (pag.16)
Spesso i cittadini si chiedono se sia saggio un tale esborso di soldi pubblici per finanziare un modello economico a dir poco discutibile, e la giustificazione addotta è che - in linea di principio - l'idea di un grande progetto espanderà la complessiva attività impenditoriale dell'area; tuttavia il settore al dettaglio non ha un impatto comparabile con la funzione esercitata dal manifatturiero, poiché le fabbriche creano nuovi posti di lavoro ed “esportano” la loro produzione al di fuori della regione mentre, al contrario, l'apertura di un nuovo “Supercenter” non aumenterà il reddito disponibile dei cittadini, ma prenderà i ricavi dei commercianti esistenti, mettendoli fuori mercato, lasciando i lavoratori disoccupati e  distruggendo più posti di lavoro di quelli effettivamente creati.                    

 12. Morte di una comunità locale
Sono stati condotti numerosi studi sull'impatto che l'arrivo di un negozio di Wal-Mart ha sulla comunità interessata, e tutti mostrano che l'economia locale – e non solo - ne esce male; eccone alcuni : The Effects of Wal-Mart on Local Labor Market- studio di David Neumark, docente alla “University of California, Irvine” - indica che l'apertura di un Wal-Mart  riduce l'occupazione al dettaglio, a livello di contea,  di circa 150 lavoratori, una diminuzione del 2,7%: i dati delle buste paga rivelano che l'apertura di un negozio Wal-Mart  porta ad un calo dei guadagni degli addetti al dettaglio - sempre a livello di contea - di circa 1,2 milioni di dollari, l'1.3%.  
"The Economic Impact of Wal-Mart Supercenters on Existing Businesses in Mississippi - studio di Kenneth E. Stone, professore di economia alla “Iowa State University” - si occupa degli effetti che hanno i “Supercenter” di Wal-Mart (giganteschi supermercati che combinano merci varie, alimentari e servizi differenziati) in uno stato rurale come il Mississippi : “[...] Benché non possa essere dimostrato in modo decisivo, vi è la forte sensazione che la teoria del 'gioco a somma zero' si applichi nel caso dei 'Supercenter' in Mississippi. Per ogni aumento di vendite di merci legato ai 'Supercenter', ci sono stati corrispondenti perdite di fatturato per le imprese di questo tipo nelle contee interessate e, in alcuni casi, nelle contee limitrofe [...]” e pertanto “[...] l'ingresso di un nuovo 'Supercenter' in una comunità può avere implicazioni drammatiche per i commercianti esistenti [...]” (pagg. 25-26).  
A Downward Push: The Impact of Wal-Mart Stores on Retail Wages and Benefits- studio curato da tre ricercatori dell'”UC Berkeley Institute for Research on Labor and Employment” - mostra che l'apertura di un singolo negozio Wal-Mart abbassa la media dei salari al dettaglio – nella contea circostante - tra lo 0,5% e lo 0,9%, mentre nelle categorie “general merchandise” e alimentari i salari medi diminuiscono rispettivamente di circa l'1% e l'1,5%: lo studio mostra che l'apertura di nuovi negozi produce non solo il declino dei salari medi ma anche quello dei salari complessivi della contea, riducendo i guadagni combinati o aggregati degli addetti al dettaglio nell'ordine dell'1,5%, che a livello nazionale diventano 4,5 miliardi di dollari in meno per i lavoratori del settore. (pagg. 5-6)
Un rapporto redatto dallo staff democratico della “U.S. House Committee on Education and the Workforce ha evidenziato che, dall'analisi dei dati demografici diffusi dal programma Medicaid del Wisconsin, un singolo Supercenter Wal-Mart da 300 dipendenti in Wisconsin può costare ai contribuenti da 904.542 dollari a quasi 1.75 milioni di dollari all'anno, circa 5.815 dollari per dipendente; queste sovvenzioni, pagate dai cittadini, comprendono anche programmi come l'assistenza sussidiata per gli alloggi, il programma “food-stamps” , contributi per l'infanzia, assistenza energetica, e pasti scolastici a prezzo ridotto: se pensiamo che nel Wisconsin ci sono 100 negozi Wal-Mart, 75 dei quali sono Wal-Mart Supercenters, è facile tirare le somme.                                                                                                                        

13. La Cina è vicina
Ricorrendo ad una metafora mutuata dalla botanica, l'esistenza di Wal-Mart ricorda quella della Rafflesia arnoldii”, una pianta parassita che infetta in modo subdolo i tessuti della pianta-ospite, manifestandosi solamente – a cose fatte - come un fiore di dimensioni enormi ma dall'odore nauseabondo di carne in decomposizione, proprio come quelle migliaia di enormi “scatole”  disseminate per tutti gli Stati Uniti, che nascono e crescono alle spalle dei cittadini. 
Spesso i managers di “Waltonlandia” si meravigliano della – essi dicono  - “campagna di delegittimazione” di cui è fatta oggetto la “mission” di Wal-Mart : strano concetto di business quello dove tutta la filiera produttiva – dall'edificazione degli iperstores fino alle provvidenze a favore dei lavoratori sottopagati - viene sussidiata con soldi pubblici, dove la concorrenza viene spazzata via da un competitore sleale che - proprio grazie ai generosi contributi ricevuti, e alla valanga di mediocri prodotti sottocosto importati dalla Cina - può offrire una competitività di prezzo fuori mercato, dove i fornitori della stessa Wal-Mart sono costretti, per lavorare, a margini di profitto irrisori che portano inevitabilmente a esternalizzare le produzioni e a piegarsi alle stesse logiche deflazionarie che portano l'economia in una spirale recessiva senza vie d'uscita. Occorre ricordare, a integrazione di quanto scritto poco sopra, che nel 2006 Wal-Mart è stata responsabile di ben 27 miliardi di dollari in importazioni di prodotti cinesi e della crescita dell'11% del deficit commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina (periodo 2001-2006), causando la perdita di quasi 200.000 posti di lavoro.                                                 

14. Più la partecipazione è attiva, più un lavoratore è felice: la lezione inascoltata di Elton Mayo
Ma dove Wal-Mart dà il meglio di sé è senza dubbio nella gestione dei “rapporti umani” con gli impiegati ; l'elenco delle intemperanze del “bullo di Bentonville” è sterminato: si va dalla chiusura di un negozio a Jonquiére nel Québec (Canada) come ritorsione per l'avvenuta sindacalizzazione - una situazione analoga verificatasi anche a Jacksonville (Texas) che ha portato alla serrata di 180 reparti macelleria - passando per innumerevoli controversie giudiziarie che hanno visto la multinazionale condannata a risarcimenti milionari per aver negato pause pranzo a 116.000 lavoratori e preteso straordinari non retribuiti, oppure a dipendenti chiusi a chiave all'interno dei negozi per i turni di notte: per chi fosse curioso, l'articolo di”Bloomberg” ne offre un'ampia varietà. 
La dottrina dell'iperconvenienza ha costi sociali insostenibili e innesca un circolo perverso, poiché costringe fasce sempre più ampie di popolazione, con scarso potere d'acquisto, ad utilizzare proprio i servizi di coloro che sono responsabili della creazione di questa matrice economico-culturale – la “convenienza".  
Da questa formula suggestiva, essi traggono i maggiori benefici e che, in virtù di una competitività “drogata”, diventa il mezzo per fagocitare i sistemi di produzione tradizionali, consentendo a costoro di aumentare il “potere contrattuale” sulla società, operazione loro concessa dal regime di sostanziale monopolio nel quale si ritrovano ad operare; non è un caso che per definire questo nuovo ordine socio-economico si parli di ”walmartizzazione”, un neologismo che richiama a sua volta quella “civiltà del low-costcontinentale, espressa da realtà come Ikea, Lidl, Ryanair ecc. , che segna la fine del capitalismo europeo ante-Muro e la sua transizione verso un sistema  capitalistico flessibilizzato e colpevolizzante, nel quale il cittadino/consumatore è un “peccatore” che ha vissuto per troppo tempo “al di sopra delle sue possibilità” e l'espiazione della pena deve avvenire accettando una precarietà umana, sociale ed esistenziale sempre maggiore.
Ecco cosa scrive il giornalista Paolo Gila nel suo libro Capitalesimo  Il Ritorno del Feudalesimo nell'economia mondiale”:
“[...] il modello low cost soddisfa i portafogli delle classi meno agiate, ma contestualmente è funzionale a creare queste fasce di popolazione di basso, se non bassissimo reddito (…) lo stile di vita di intere generazioni slitta dalla decenza alla mera sopravvivenza (…) all'orizzonte si profila la nascita di una nuova servitù della gleba, moderna, che cresce all'ombra dei grattacieli e delle corporation. Le bidonville si stanno disseminando nei quartieri popolari [...]”.  (op. cit. ; pagg. 20-21)