martedì 25 novembre 2014

L'ASTENSIONISMO? PER CAPIRE BASTA STUDIARE IN ALBANIA

Libero 14 nov 2014
In continuità col post di ieri, in cui la questione "astensionismo elettorale" era proiettata sulla incomprensione, da parte della politica, degli effetti del modello economico e sociale che l'acritico "più Europa" sta imponendo al nostro Paese, vi riporto questa significativa conversazione nata da un commento di Flavio.
Quest'ultimo rispondeva a sua volta a questa mia notazione:
"...ad essere pratici, entro poco, il problema sarà "essere rieletti o andare a lavorare". In Italia. Fattore da non trascurare...
Tanto più che Confindustria vaga nel buio, non pervenuta neppure a se stessa, visto che l'unica cosa che sanno ripetersi è che con l'euro pagano meno le importazioni e il costo del lavoro può essere illimitatamente compresso.
Peccato che, mentre si estinguono (i fatturati e la proprietà italiana), gli altri europei hanno praticamente già mollato l'UEM".

Così, dunque, Flavio:
"Collegandomi a importazioni e costo del lavoro, segnalo l'interessante studio di Klodian Muco dell'Università di Argirocastro, Albania.
Fa specie leggere (soprattutto dopo dati snocciolati da Poggio): 
 "...nell’ultimo decennio oltre ventisettemila aziende italiane hanno delocalizzato la produzione all’estero, creando oltre 1.5 milioni di posti di lavoro esteri e lasciando allo stato una fattura da 15 miliardi di euro per gli ammortizzatori sociali... soltanto il 10% di queste aziende sono andate oltre i confini europei (soprattutto in Asia) mentre la restante parte sono rimaste in Europa, in Austria, Svizzera, Germania, e soprattutto nei paesi balcanici... 
Secondo un studio condotto dalla Confindustria Balcani nel 2012, il salario medio in Romania è di 350 euro mentre in Albania è ancora più basso, 250 euro. Il salario medio nell’area balcanica è di 411 euro, circa tre volte in meno rispetto al salario medio in Italia. 
Ma il livello dei salari non è l’unico vantaggio per spostare la produzione nell’area balcanica. Anche le condizioni fiscali sono molto attraenti per gli imprenditori stranieri. Per queste ragioni un grande numero di imprese italiane si è spostato nell’area in questione: 17.700 imprese di cui 15700 solo in Romania. 
Nelle imprese italiane con sede nell’area balcanica lavorano oltre 900.000 persone, di cui 800.000 soltanto in Romania (Confindustria Balcani, 2012). 
Questo trend negli ultimi anni sta cambiando: secondo stime non ufficiali, l’entrata della Romania nell’UE ha determinato la “fuga” delle imprese italiane in altri paesi non aderenti all’UE, come per esempio l’Albania... le aziende che spostano la produzione all’Est non chiedono solo una manodopera a bassissimo costo e relativamente specializzata ma vogliono anche una manodopera poco tutelata..."

"E poi dicono che l'UE non è "solo" un trattato free-trade, con tutti i suoi effetti di specializzazione irreversibile e di depauperamento strutturale dei paesi industrialmente meno attrezzati (e parliamo di cultura, a partire dall'alto, cioè da chi riveste il ruolo di imprenditore).

Sottolineo che "l'eccesso di tutela" del lavoro che ora viene ritenuta esistere persino in Romania, null'altro è che l'indice di una "cultura di impresa" ormai divenuta religione unica per gli operatori economici italiani. Una vocazione che altro non è che l'abbandono, - per motivi in definitiva valutari e di staticità nel concepire prodotti e processi-, delle filiere capital intensive a caratterizzazione IRS.

Che è poi l'altra faccia della medaglia della fuga dei cervelli, o quantomeno del personale qualificato, - con sostanziale trasferimento, a favore di paesi terzi più dotati di imprenditori desiderosi di mantenere tali filiere strategiche-, della spesa pubblica investita nel creare queste competenze.
Il che spiega anche perchè, in fondo, nell'investimento in istruzione, ricerca e formazione, i nostri governi, condotti con mano salda da questa cultura "imprenditoriale", non credano ormai più.
E non si rendono conto che attrarre i famosi IDE, cioè imprese multinazionali che trovino conveniente produrre in Italia avendo, nelle illusioni del mainstream, competenze e know-how "di punta", non è questione che sia risolvibile allineandosi al ribasso, per retribuzioni e prima ancora per qualificazione della manodopera, ai paesi dell'Est europeo."

Aggiungeremmo un ulteriore chiosa: l'imponente aumento del carico fiscale sulle imprese e sul lavoro, nasce in Italia dal concomitante effetto di:
a) contrazione della base imponibile dovuta all'adozione di una moneta unica imperniata sulla sostanziale (ed immutabile) parità col marco ed ai suoi effetti di perdita della domanda estera (o di aumento delle importazioni, che produce lo stesso effetto di squilibrio), riduttiva del PIL;
b) imposizione immediata, a partire dall'applicazione dei criteri di convergenza di Maastricht, di limiti imperativi (derivanti da un trattato internazionale e contrari all'art.11 Cost. per i loro obiettivi effetti "in partenza) alla riduzione del deficit e dello stesso debito pubblico, con conseguente contrazione della domanda interna, e quindi del PIL (sotto la voce consumi e investimenti, pubblici e privati), determinata dalle misure che hanno attuato, lungo oltre 20 anni, tali limiti fiscali;
c) interazione e induzione reciproca di questi due fattori nel determinare il calo della base imponibile e quindi la crescente impossibilità di raggiungere i target fiscali medesimi, se non a costo di una continua escalation di nuove tasse e tagli alla spesa pubblica.
Va poi considerato che quest'ultima tende a riespandersi per via della disoccupazione crescente così indotta in via strutturale, che obbliga qualsiasi Stato ad effettuare interventi, in ogni forma, di sostegno ai disoccupati così creati. E ciò a prescindere dalla specifica legislazione che sia prevista in un singolo ordinamento per questi stabilizzatori "automatici" attivati in caso di diffusa e crescente disoccupazione.

 Cassa integrazione

INUTILE DIRE CHE LA CORRUZIONE NON C'ENTRA NULLA. E CHE L'EVASIONE, IN UNA SITUAZIONE DEL GENERE, DIVIENE L'ALTERNATIVA QUASI NECESSITATA DI CHI, NON VOLENDO RICORRERE ALLA DELOCALIZZAZIONE E ALLA ELUSIONE FISCALE (che implicano perdita di ricchezza e di gettito ben più imponenti), tenta disperatamente di sopravvivere producendo in Italia.
Alla disperazione di imprese sopravvissute (ma per quanto ancora?) e di disoccupati non vengono fornite risposte, se non acuendo tale schema distruttivo per via delle pretese €uropee, ribadite in occasione di ogni manovra fiscale italiana.
Questo spiega l'astensionismo.
MA NON SPIEGA PERCHE' L'INFORMAZIONE ITALIANA NON SIA IN GRADO DI PARLARE DI QUESTA MACROSCOPICA REALTA' PATOLOGICA...

lunedì 24 novembre 2014

L'EVOLUZIONE DEL CONSENSO. SOGNI LOGORI E UTOPIE IMPROVVISATE CHE SI DISSOLVONO

 Salvador Dalí: Sogno causato dal volo di un'ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio, di Salvador Dalí (1944)



1. Allora, la prima cosa che deve essere chiara è che per capire i risultati del "test" regionale di ieri occorre far riferimento al numero assoluto di voti riportati rispetto alle precedenti elezioni post 2011: cioè alle politiche del 2013 ed alle europee 2014.
Esiste infatti lo spartiacque del 2011: "dopo", nulla è come prima. Perchè? 
Perchè è l'anno in cui inizia ufficialmente e visibilmente l'era della politica italiana come sub-holding dell'UEM
Non che prima le cose stessero molto diversamente nella sostanza, ma è la percezione di ciò che muta, essendosi tale realtà palesata come inequivocabile anche all'elettore meno accorto e più condizionato dalla grancassa mediatica.

2. Posto questo criterio, possiamo formulare un'ipotesi dinamica, e non statica, dell'evoluzione del voto: la dinamica permette di individuare come vincitore chi abbia mantenuto il numero dei voti rispetto alle tornate elettorali del 2013 e del 2014, nonostante il crescente astensionismo. In termini di flussi di consenso, infatti, ciò equivale ad una mobilitazione attrattiva rispetto ad un elettorato che definire "in fuga", sarebbe eufemistico.
Ovviamente vale anche il viceversa: chi abbia, al di là delle percentuali, perso in numero assoluto di voti rispetto a tali occasioni, ha perduto capacità di mobilitazione e attrattiva. E, va sottolineato, all'interno di un processo che è solo agli inizi.
E più oltre vedremo perchè.
Ed infatti, di fronte alla fuga degli elettori, - che certo non è un fatto positivo ma l'indizio della diffusa percezione della "inutilità del voto"  di fronte all'immutabilità delle politiche che comunque ne scaturirerebbero-, l'unica domanda sensata è capire perchè qualcuno sia riuscito ad evitare la fuga stessa.

3. Ognuno, usando questo criterio, - ovviamente con le dovute approssimazioni dovute alla mera "indicatività" dei dati relativi a specifiche realtà regionali-, si può non solo comprendere chi siano "vincitori e vinti", ma anche intuire l'evoluzione possibile della situazione del consenso dei prossimi mesi.
Oggi si deve solo dare atto ad una forza politica di aver superato la prova sotto questo standard; praticamente unica e sapete quale sia.
Il messaggio centrale, che ho appena rivisto su Twitter, è "la gente ci chiede più lavoro e meno tasse". And that's it: certo poi ci sono prese di posizione su problemi correlati, come l'indubbia strumentalizzazione dell'immigrazione no-limits come spallata alla tenuta di un mercato del lavoro in caduta libera verso la deflazione salariale.
La saldezza di questo trend rinvia poi a ragioni ancora più profonde: il "ridisegno" della società italiana, inarrestabilmente perseguito in nome dell'€uropa, che sappiamo essere ad uno stadio molto avanzato.

4. Due cose, fin da ora, caratterizzeranno nel prossimo futuro (e nella sostanza) l'acuirsi inevitabile del trend attuale di disaffezione elettorale, cioè di scontento impossibilitato a trovare una qualsiasi forma di rappresentanza istituzionale.
Il "rimodellamento", infatti, sta giungendo ad una fase cruciale: finora, la c.d. coesione sociale si è retta su una scommessa, cinicamente operata nelle dark rooms che danno vita agli slogan su cui sono imperniate le ramanzine colpevolizzatrici dei media e le "battute" ad effetto dei decisori politici (meramente "formali": e sempre più percepiti come tali, che se ne rendano conto o meno).
La scommessa è che gli italiani siano stati, nei decenni precedenti, talmente "garantiti" dal sistema costituzionale democratico - che la strategia partita da Maastricht intende svuotare- che, tra pensioni, residue posizioni lavorative "stabili" (il sovrastimato dualismo del mercato del lavoro), e patrimonializzazione in immobili, siano in grado di operare un welfare endo-familiare de facto; cioè gli italiani sono stati, in forza della spietata austerità cui li ha sottoposti il "lo vuole l'Europa", chiamati a supplire - in luogo dello Stato, che semmai, ha creato gli "esodati"- agli effetti della gigantesca disoccupazione giovanile di massa, nonchè a resistere in presenza di quella generale disoccupazione incrementata in ogni fascia di età. 
Alle risorse residue del risparmio delle famiglie è stato implicitamente affidato il compito di provvedere alla sedazione di una situazione altrimenti esplosiva, apprestando il "minimo vitale di tolleranza", naturalmente al costo della distruzione dei residui risparmi accumulati in passato (e ora centellinati in una logica precauzionale che, sul piano degli investimenti, segna il destino di una catastrofe senza precedenti).

5. Ma entro breve, anche questa scommessa rischia di rivelarsi come l'ennesimo calcolo sbagliato (cioè regolarmente sovrastimato, come la promessa della ripresa annualmente errata).
Ed infatti abbiamo due misure che difficilmente, nel quadro delle implacabili ed occhiute "revisioni" €uropee delle politiche (formalmente) italiane, non spiegheranno un effetto combinato già nel corso del 2015:
a) la messa a regime del nuovo mercato del lavoro;
b) l'inasprimento della imposizione immobiliare.

Su questi punti, al di là dei tempi dichiarati di attuazione, difficilmente non si arriverà, appunto, ad un effetto combinato.
Il nuovo mercato del lavoro, al di là della polemica ormai sterile sull'art.18, è disegnato per determinare un effetto il più rapido possibile: l'espulsione, programmaticamente concentrata ed intensa, dei baby-boomers dall'occupazione e la loro pronta sostituzione, incentivata con tutte le leve legislative disponibili, con assunzioni di giovani in situazione di prevalente irreversibile precarizzazione e conseguente minor retribuzione, mantenuta, mediante le misure legislative adottate, per tutta la vita lavorativa.
Il simultaneo sacrificio delle "competenze" che ciò produce, è ignorato come un male del tutto trascurabile, anticipandosi una visione di Italia come "grande" (per modo di dire in rapporto al passato) fabbrica-cacciavite e come hub di erogazione di servizi ad alta intensità di manodopera e bassa intensità di investimenti, il tutto preferibilmente in mano alla proprietà di investitori esteri, invocati ad ogni pie' sospinto.

Sulla tassazione immobiliare, poi, si dice che la riforma del catasto, con l'adeguamento delle rendite a presunti valori attuali "realistici" di scambio, richiederà 5 anni
Ma tutto questo non appare credibile, in termini di stretta sul gettito, nel momento in cui si moltiplicano aliquote e titoli di imposizione immobiliare - e l'accorpamento altro non è che "illusione finanziaria" per cristallizzare tutto questo.  Ed infatti, il Consiglio UE, come pure la Commissione, insistono sullo "spostamento dell'imposizione verso i consumi e i beni immobili".

E' infatti ufficiale questo schemino: la legge di stabilità è fatta passare in attesa del monitoraggio di fine marzo, quando si potranno "scorporare gli effetti della recessione sui conti fiscali". L'ennesimo ribaltamento contorsionistico!
In realtà è proprio il contrario: è la politica di aggiustamento selvaggio dei conti pubblici che provoca dal 2011 la recessione e, perciò, inevitabilmente, registrandosi un prossimo primo trimestre 2015 di ulteriore recessione, si chiederanno nuovi aggiustamenti fiscali recessivi, secondo la consueta logica della "estorsione".

Questi aggiustamenti, stando alle già chiarite richieste dell'€uropa, passeranno o per un'anticipazione degli aumenti dell'IVA, o per un inasprimento, già nel corso del 2015, delle aliquote o, meglio ancora, delle basi imponibili della imposizione immobiliare, ovvero, in una combinazione delle due cose: esito tra i più probabili, quanto più le partite correnti non registreranno un incremento, o anche solo una tenuta, dell'attivo, in concomitanza con l'aggiustamento valutario e delle rispettive partite correnti intrapreso praticamente da tutte le aree economiche principali del mondo. Ovviamente all'interno dell'UEM, ma anche da Cina, BRICS e non ultimi, gli USA.

A seconda del livello di tenuta "mediatica" della situazione politica e sociale, questa combinazione potrà assumere anche una sua versione "emergenziale": cioè con l'adozione di un prelievo patrimoniale straordinario appuntato sia sul patrimonio reale che su quello finanziario-monetario.

6. Se quindi si calcola che simultaneamente inizieranno ad agire il jobs act e la decontribuzione per i nuovi assunti, l'effetto di distruzione del "welfare endofamiliare" de facto prima menzionato, è praticamente sicuro. 
Crescente disoccupazione tra ex risparmiatori e crescente imposizione immobiliare sui medesimi, - in quanto contraenti di mutui e, comunque, contribuenti a titolo patrimomiale deprivati sempre più del livello di reddito per potervi far fronte-, determinerà il "taglio" a cascata del welfare endofamiliare: emergerà allora non solo la disperazione delle fasce giovani più deboli, - la cui possibile minor disoccupazione sarà accompagnata da redditi inidonei a sostenerne il livello di vita in perenni condizioni "non di povertà"-, ma anche la insostenibilità della situazione di vita dei babyboomers, travolti dal nuovo e finale rimodellamento sociale imposto dall'€uropa.

7. E allora torniamo alla questione del consenso elettorale "in fuga" e a come reagirà il corpo sociale a questa ulteriore "spallata" imminente e che occorre non sottovalutare nel suo effetto "aggiuntivo" sulla società italiana: se viene meno l'ultima ridotta in cui sono barricati i babyboomers, disorientati e tendenzialmente conservatori (nell'illusione di poter ancora mantenere qualcosa di un modus vivendi strenuamente difensivo), ogni forza politica che si trovi o si sia trovata ad eseguire il disegno di rimodellamento €uropeo perderà il "core" della sua base elettorale, per così dire, "inerziale". 
Quella base che gli consente (più o meno) di sopravvivere nonostante il default delle percentuali di votanti.
In quel momento, però, l'inerziale diviene soggetto alla modificabilità del suo moto (uniformemente decelerato) per l'operare di una qualsiasi forza esterna che sia capace di attualizzare il seguente messaggio
"In questo stato di cose non hai un futuro, nè come padre/madre nè come figlio/figlia. L'€uropa non te lo consente. La Costituzione democratica, invece, questo tuo futuro lo prevede come un obbligo inderogabile a carico delle Istituzioni rappresentative di indirizzo politico".
Posta in questi termini non pare una scelta difficile.

8. Ovviamente, questo discorso, - relativo alla "capacità" di inviare un messaggio di questo tipo-, vale ancor più per quelle forze che, pur presentandosi come "nuove", sono totalmente tetragone a far proprio il modello socio-economico contenuto nella nostra Costituzione, cercando di importare soluzioni improvvisate che alludono ad una facile popolarità e che quel modello tendono invece a distruggere.
Chi non saprà cogliere PROPRIO NELLA SOSTANZA, e quindi anche al di là delle etichette sorrette da una più o meno corretta analisi culturale, la centralità della salvezza "costituzionale" è destinato a perdere la partita del consenso
Troppi fatti stanno dissolvendo, davanti agli occhi sgomenti dei cittadini comuni, sogni antichi e utopie improvvisate...

ADDENDUM: da qui traggo i numeri che riflettono il criterio di stima del flusso del consenso indicato all'inizio:

 

venerdì 21 novembre 2014

BASSO, CAFFE': IL CONTROLLO CULTURALE DELLE ISTITUZIONI E DEI MEDIA

 Icona

1. Rammentiamo in premessa il "Colloquio Lippmann", storico simposio fondativo del nuovo pensiero per l'Europa, dove si incontrarono gli Hayek e i von Mises con i Miksch, i Roepke e gli Eucken (elaboratore della formula della "economia sociale di mercato"), cioè la scuola austriaca con la scuola di Friburgo, in quella elaborazione che sarà alla base dell'ordoliberismo, divenuto poi la parte caratterizzante fondamentale dei trattati europei, secondo il processo di "traslazione" (anche) qui descritto.
La "traslazione", inutile ripeterlo, passa per la questione della moneta: lo SME e poi l'euro, sono la punta di diamante operativa dello schema restaurativo insito in questa visione politico-economica, e tutto quello che vi proponiamo lo intendiamo letto alla luce di questa premessa essenziale.
Vi riportiamo al riguardo alcuni passaggi significativi del Lippmann-pensiero tratti da questo "noto" post:
"Questo colloquio è importante perché proprio durante le discussioni verranno fissati i punti cardinali del neoliberalismo. Uno di questi signori, Miksch, dice: “in questa politica neoliberale è possibile che gli interventi economici siano tanto ampi e numerosi quanto in una politica pianificatrice, ma sarà la loro natura a essere differente”.
E le azioni regolatrici dello Stato vanno fatte non sull’economia ma sul funzionamento del mercato. Questo significa che si dovrà puntare sempre alla stabilità dei prezzi ossia quel che deve fare lo Stato è controllare a tutti i costi l’inflazione. Lo Stato non dovrà mai calmierare i prezzi, non dovrà mai sostenere un settore in crisi, non dovrà mai e poi mai creare posti di lavoro attraverso l’investimento pubblico. Lo Stato dovrà solo controllare l’inflazione. Come? Attraverso il tasso di sconto, attraverso l’abbassamento delle tasse. Ma mai con una politica che turbi l’economia.

E per la disoccupazione lo Stato che dovrebbe fare? Per Eucken e per i neoliberali lo Stato non dovrebbe fare nulla.

Il disoccupato non è una vittima – dice un altro neoliberale, Röpkeil disoccupato è solo un “lavoratore in transito” che passa da una attività non redditizia a una più redditizia. Ma lo Stato userà le “azioni regolatrici” solo dove si presenti la necessità, normalmente invece dovrà lavorare per garantire le condizioni di esistenza del mercato. Lo Stato dovrà garantire l’esistenza del “quadro” come lo chiamano i neoliberali nel 1939. Garantire il “quadro” è possibile attraverso le “azioni ordinatrici”.
E di "azioni ordinatrici" affidate al diktat del "regolatore €uropeo" ne abbiamo esempi quotidiani in un crescendo rossiniano (cui non corrisponde alcuna trionfale efficienza del mercato, ma solo la distruzione della coesione sociale e dell'ordine democratico costituzionale).
 
2. Come contrappunto, vi propongo dei brani di Lelio Basso e Federico Caffè, come testimonianza della consapevolezza, da parte di pochi (sempre troppo pochi) sinceri ed autentici democratici, della costante compresenza, accanto alle istanze democratiche racchiuse nella Costituzione, di quella tendenza che è l'ordoliberismo.

Lo scritto di Basso certifica un pensiero che si opponeva a quell'inevitabile "controllo delle istituzioni" che l'economia "monopolistica", (egli stesso precisa di usare in senso atecnico tale termine, includendovi la fenomenologia degli oligopoli "concentrati" a forte potere di mercato), tende inevitabilmente a strutturare e di cui l'Unione politica e monetaria europea è il massimo strumento di realizzazione "reale" nell'Occidente "civilizzato"
Nella sua analisi coglie ed anticipa tutti i caratteri che, con l'affermazione della Costruzione europea, si sarebbero affermati, di lì a poco, sotto la spinta dell'ordoliberismo tedesco eretto a modello "europeo" (Basso morì il 16 dicembre 1978: significativamente, subito dopo la tragedia di Aldo Moro e l'approvazione parlamentare dell'entrata italiana nello SME). 
E vedrete come egli includa, nei meccanismi restaurativi del potere dei "mercati", l'esigenza assoluta di un "controllo culturale" che investa ogni aspetto, anche non direttamente economico, della vita sociale:
"...oggi il settore monopolistico (usiamo questa espressione nel senso che essa ha oggi assunto nella polemica politica e non in senso rigorosamente tecnico-economico che suggerirebbe piuttosto l’espressione di ‘oligopolio concentrato) non soltanto si appropria del plusvalore prodotto dai suoi operai, ma, grazie al suo forte potere di mercato, che gli permette d’imporre i prezzi sia dei prodotti che vende che di quelli che compra, riesce ad appropriarsi almeno di una parte del plusvalore prodotto in tutti gli altri settori non monopolistici: sia in quello agricolo, sia in quello del piccolo produttore indipendente, sia anche in quello delle aziende capitalistiche non monopolistiche, dove il tasso di profitto è minore e spesso, di conseguenza, anche i salari degli operai sono più bassi proprio per il peso che il settore monopolistico esercita sul mercato. 
Ridurre quindi, nella presente situazione, la lotta di classe al rapporto interno di fabbrica, proprio mentre la caratteristica della fase attuale del capitalismo è la creazione di questi complessi meccanismi che permettono di esercitare lo sfruttamento in una sfera molto più vasta, anche senza il vincolo formale del rapporto di lavoro, è perlomeno curioso...
Una seconda tendenza destinata ad accentuarsi sempre più in avvenire è quella relativa all’interpenetrazione di potere economico e potere politico, cioè, praticamente, all’orientamento di tutta la politica statale ai fini voluti dal potere monopolistico

Abbiamo già accennato al fatto, che non ha certo bisogno di dimostrazione, che il capitalismo monopolistico ha eliminato i meccanismi autoregolatori che si sviluppavano in regime concorrenziale, ma non ha viceversa eliminato le cause di squilibrio che rendevano necessari quei meccanismi: al contrario, abbandonato alla sua spontaneità, esso esaspererebbe la contraddizione fra la necessità di mantenere un alto saggio di accumulazione per assicurare piena efficienza al sistema e l’impossibilità di mantenerlo per il venir meno, a un certo punto, del profitto che è la molla del sistema, cioè sarebbe soggetto alla più grave instabilità.  
Per evitarlo è necessario far ricorso ad un complesso di tecniche di previsioni e di tecniche di correzione capaci di ridurre continuamente l’ampiezza delle fluttuazioni e degli squilibri e di fornire quei rimedi anticiclici, che soli possono evitare la catastrofe. 
Ma queste tecniche richiedono una continua estensione dell’intervento pubblico nella vita economica, sia per facilitare e orientare gli investimenti (preparazione di infrastrutture, sussidi e incentivazioni, gestione di pubblici servizi, politica di sostegno dei prezzi, programmazione concertata), sia per sostenere la domanda (spesa pubblica, e soprattutto riarmo, redistribuzione di redditi per sostenere la domanda di beni di consumo, acquisto di prodotti eccedentari, ecc. ), senza parlare dei sistemi più tradizionali di intervento con la politica fiscale, creditizia, doganale, monetaria, e della politica internazionale che si può dire ormai interamente dominata da problemi di questa natura

E, come ho già accennato, poiché il processo di socializzazione della produzione investe ormai tutti gli aspetti della vita sociale, a cominciare dalla preparazione scolastica che dev’essere subordinata ai fini della produzione, ne deriva che gli interessi privati che reggono il processo produttivo hanno bisogno che lo Stato indirizzi la sua politica, anche fuori dall’ambito economico, sui binari che portano al soddisfacimento delle loro esigenze. Una volta che sia chiaro che il sistema capitalistico nella sua fase attuale non può vivere senza questo continuo intervento del potere pubblico in tutti i settori, ne deriva che il potere concentrato dei monopoli non può rinunciare a controllare il potere pubblico e che questo a sua volta è posto di fronte al dilemma di subordinarsi al sistema o di lottare per distruggerlo."
La scelta, come sappiamo, fu quella di subordinarsi: lo strumento per farlo, è stato "il sogno €uropeo".

3. Ma veniamo a Federico Caffè, traendo da questa raccolta di "quotes" degli spunti non dissimili da quelli appena riferiti:
- Poiché il mercato è una creazione umana, l'intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio. Non si può non prendere atto di un recente riflusso neoliberista, ma è difficile individuarvi un apporto intellettuale innovatore. [...] i limiti intrinseci all'operare dell'economia di mercato, anche nell'ipotesi eroica che essa funzioni in condizioni perfettamente concorrenziali. È molto frequente nelle discussioni correnti rilevare un'insistenza metodica sui vantaggi operativi del sistema mercato, e magari su tutto ciò che ne intralci lo "spontaneo" meccanismo, senza alcuna contestuale avvertenza sui connaturali difetti del meccanismo stesso. (da "Lezioni di politica economica", p. 38).
- E la burocrazia tradizionale ha bisogno non di profeti dello «sfascio», ma di artefici della tempra di un Riccardo Bianchi o di un Meuccio Ruini (ndr; il relatore di maggioranza dell'art.11 Cost.), creatori o ricostruttori di apparati efficienti, in quanto non ignoravano che il primo dovere di chi amministra, nei confronti dei dipendenti, è di esserne il responsabile, non il denigratore. (da "Scritti quotidiani", 12 gennaio 1984: p. 99).
- L'economista è il fiduciario di una civiltà possibile e se gli interessi costituiti prevalgono sulle idee, tuttavia l'economista deve stare attento alle idee. (dall'intervista del 30 maggio 1985: p. 145)
- Uno degli indici più preoccupanti dell'accrescersi, nel nostro Paese, della situazione di "regime" è costituito dall'aggravarsi del conformismo dell'informazione: con particolare riguardo a quella economica.

3.1. Concludiamo citando un brano introduttivo del libro di Bruno Amoroso e Jesper Jespersen "L'Europa oltre l'euro", in cui viene richiamata, da un suo "autentico" allievo (nella coerenza ed etica scientifica), il pensiero di Caffè:
"In un articolo intitolato "A bordo del Titanic. L’Euro nella tempesta", pubblicato agli inizi dell’anno («il manifesto», 16 gennaio 2012), evidenziavamo le ragioni strutturali della crisi nell’abbattimento delle resistenze immunitarie dei sistemi economici. Abbattimento provocato dalla mercificazione della produzione e del consumo e, in parallelo, dalla crescente monetizzazione e finanziarizzazione dei mercati. 
Questi cambiamenti strutturali e istituzionali, pilotati dai nuovi gruppi di potere, hanno prodotto una nuova interazione tra economia e politica, trascinando la politica nella crisi dell’economia.
In un saggio del 1971 Federico Caffè, monitorando gli studi sui cambiamenti in corso nel sistema economico degli Usa, faceva rilevare come questi fenomeni, legittimati con la retorica dell’innovazione, lungi dal favorire l’ammodernamento e il rafforzamento dei sistemi produttivi, agivano nella direzione opposta di una loro regressione e accresciuta dipendenza da criteri di efficienza estranei a una sana e sociale visione dell’economia e del profitto. 
Si deve a lui (Caffè, ndr;) l’uso diffuso di metafore come quella degli «incappucciati» dell’economia per descrivere l’insorgere dei nuovi centri di potere economico e finanziario."


giovedì 20 novembre 2014

INTERVENTO AL CONVEGNO DEL 19 NOVEMBRE 2014. AUDIZIONE DI RISCOSSA ITALIANA













L’UNIONE MONETARIA ED ECONOMICA EUROPEA RISPETTA I PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE?
I. Il problema da cui dobbiamo muovere è se il modello economico impostoci da Maastricht sia adatto alla c.d. specializzazione produttiva che ha caratterizzato orgogliosamente lo sviluppo italiano del dopoguerra. La risposta, nei termini suggeriti da Guido Carli nel 1974, non appena ebbe occasione di commentare il primo progetto di “moneta unica” contenuto nel c.d. rapporto Werner del 1971, non può che essere negativa. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Negare questa radice causale della crisi italiana non risponde oggi più ad alcuna realistica convenienza politica.

II. Il secondo interrogativo che propongo è: questo modello di Unione economica e monetaria sarebbe stato consentito dalla Costituzione?
La risposta è di importanza cruciale: a nessun esponente politico che abbia a cuore l’interesse effettivo del proprio Paese, dovrebbe sfuggire l’enorme sostegno che uno sbarramento fondato sulla Costituzione può fornirgli per la stessa riappropriazione del suo ruolo:
a)     di creatore di indirizzo politico;
b)    di titolare di effettivi strumenti di politica economica e fiscale previsti nella stessa Costituzione.
Senza questa effettività di poteri, il “lo vuole l’Europa” lo condanna, ormai, entro poco tempo, a politiche di governo che, violentando le forze vitali produttive che STRUTTURALMENTE caratterizzano il nostro Paese, giungono rapidamente alla perdita del consenso.

III. Il primo e più agevole test di compatibilità costituzionale che possiamo fare è quello che passa per l’art.11 Cost.:
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."
Ebbene, il Trattato di Maastricht con tutti i suoi sviluppi successivi non corrisponde a nessuna delle condizioni poste dall’art.11, che è principio fondamentale della Costituzione non assoggettabile a lecita revisione.

Primo: mancavano le condizioni di parità. Se si poneva ab initio un limite unico, e per di più INTESO come IMMUTABILE, di deficit-indebitamento pubblico,  l’onere imposto a paesi con diversi oneri passivi per il debito pubblico sarebbe stato immediatamente e gravemente disparitario. Basti dire che Germania e Francia, agli albori degli anni 90, non superavano un onere degli interessi passivi pari al 3%,; e SUCCESSIVAMENTE NON L’HANNO MAI SUPERATO. Il nostro onere era circa QUATTRO VOLTE. E tutt’ora è praticamente doppio.

Secondo: ogni adesione a un trattato istitutivo di un’organizzazione internazionale può essere SOLO VOLTA AD ASSICURARE LA PACE E LA GIUSTIZIA TRA LE NAZIONI. I Costituenti trattarono esplicitamente questo punto, escludendo per fatti concludenti i trattati economici che non fossero strettamente e oggettivamente funzionali a questo fine.
Ora, l’Unione non lo è: frutto di una visione di free-trade, è COME TALE, portata alla enunciata e esasperata COMPETIZIONE COMMERCIALE TRA STATI (conforme alla radici teoriche di Ricardo e del modello più recente di free-trade, Hecksher-Olhin-Samuelson).
I risultati anche qui sono sotto gli occhi di tutti: mai lo spirito di cooperazione e di appartenenza comune e solidaristica alla casa europea è stato così basso.
Questo perché il trattato, nelle sue norme fondamentali, promuove soltanto un’economia fortemente competitiva, tra Stati, e la stabilità dei prezzi che ne è il corollario tipicamente liberoscambista.
Inoltre il trattato, - con gli artt.123-125 e la stessa clausola di solidarietà (di mera apparenza) ex art.222 TFUE-, esclude, cioè vieta, espressamente ogni natura solidaristica.
E questa esclusione non può non considerarsi clausola essenziale cui i paesi più forti hanno subordinato la loro adesione, dandoci un primo realistico e fondamentale dato sui margini di trattativa praticabili per cambiare i trattati.

Terzo: la Costituzione non ammette CESSIONI di sovranità, e né potrebbe ammetterle qualsiasi Costituzione democratica, perché paventa l’irreversibile pericolo di compromissione del MODERNO RUOLO DELLA SOVRANITA’: LA CURA DEI DIRITTI FONDAMENTALI e del benessere DEI SUOI CITTADINI.
Perciò la Costituzione ammette solo LIMITAZIONI, cioè reversibili e consapevoli AGGIUSTAMENTI DEI PROPRI STRUMENTI DI POLITICA ECONOMICA e purché permanentemente volte a promuovere l’effettivo benessere dei suoi cittadini.
Il che dovrebbe escludere la legittimità costituzionale di ogni vincolo derivante da trattato economico che NON SIA SOTTOPOSTO A UN TERMINE (finale: o comunque un termine di sua revisione periodica, con possibilità di recedere a tale scadenza).

Dovendo essere breve, e sperando di poter integrare questa relazione con uno scambio di domande-risposte, arrivo a concretizzare gli effetti del funzionamento dell’UEM caratterizzata dalla confluente combinazione di
A)   limiti rigidi e perenni all’indebitamento pubblico;
B)    moneta unica inclusiva di cambi fissi altrettanto immutabili.
Il secondo aspetto è presto detto: basta confrontare l’andamento dei saldi delle nostre partite correnti BdP con la fissazione della parità col marco (com’è noto avvenuta nel 1996: per la Germania un ribaltamento positivo e per l’Italia l’inverso).

Il venire meno della domanda estera, in una progressione distruttiva e manifesta, è evidente. Ed esso comporta un PRIMO EFFETTO di CONTRAZIONE DELLA BASE IMPONIBILE che costrinse, da subito (fin dall’esigenza post-Maastricht di rispettare i “criteri di convergenza”), l’Italia ad aumentare il carico fiscale, in una rincorsa crescente e senza apparente fine.

Il primo effetto menzionato, quello relativo alla rigidità fiscale del trattato (su deficit e debito pubblico) è ancor più evidente: se taglio il deficit pubblico, inevitabilmente, taglio il reddito-spesa pubblica e inevitabilmente il reddito privato, e lo stesso PIL. Specie se l’onere passivo degli interessi sul debito è superiore al tetto consentitomi (a differenza che per gli altri paesi “concorrenti”).
Ciò punisce la formazione del risparmio nazionale, l’effettiva possibilità di investimenti e si è ancor più costretti ad inasprire la pressione fiscale per l’ulteriore venire minor crescita, o addirittura saldo negativo, della base imponibile.

A parte la ovvia insostenibilità di medio-lungo periodo di tale situazione sugli indispensabili investimenti – investimenti che il settore privato può autonomamente generare grazie alla formazione del risparmio PRIVATO consentito dal deficit (e cioè a parte la DEINDUSTRIALIZZAZIONE  che ciò inevitabilmente comporta)-, va aggiunto un altro aspetto fondamentale.
QUAND’ANCHE, attraverso questa compressione della domanda interna e quindi dell’inflazione, REALIZZASSI LA SPERATA CRESCITA DELL’EXPORT, ciò non risulta INDIFFERENTE su CHI REALIZZA IL RISPARMIO derivante da questo indirizzo economico imposto dall’UEM: una crescita esclusivamente export-led che, tra l’altro, nessuno ha MAI realizzato con una VALUTA SOPRAVVALUTATA COME L’EURO, neppure la Germania (infatti per essa l’euro è valuta SOTTOVALUTATA).

Se infatti mantengo (o avessi potuto mantenere) il deficit-spesa pubblica in misura tale da sostenere la domanda, - cosa che in Italia è cessata praticamente dal dopo-Maastricht attraverso una spettacolare serie di SALDI PRIMARI, senza pari nella storia dell’economia moderna-, il risparmio corrisponde a tendenziale piena occupazione (cioè si traduce quasi integralmente in investimenti). E questa è, o sarebbe, la volontà esplicita dei citati artt.1, 3 capoverso e 4 della Costituzione.
Ma la Costituzione vuole anche, con LO STRETTAMENTE connesso art.47 Cost., che il RISPARMIO SIA DIFFUSO: e ciò esplicitamente per favorire l’accesso di ogni cittadino alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e all’investimento azionario “nei grandi complessi produttivi del paese”, e vuole anche il risparmio per favorire la tutela e lo sviluppo dell’impresa artigiana (art.45, comma 2, Cost.) cioè delle PMI correttamente intese.
Se dunque AZZERO O RIDUCO IL DEFICIT secondo un TETTO IMMUTABILE DETERMINATO DA UN TRATTATO, il possibile risparmio sarà, nella migliore delle ipotesi, concentrato nelle imprese esportatrici – ammesso che la Nazione riesca a mantenerne la proprietà- e sarà NULLO O NEGATIVO PER TUTTO IL RESTO DELLA POPOLAZIONE ITALIANA.

Seguendo dunque la politica dettata dall’adesione all’euro, la Costituzione viene integralmente sovvertita (come appunto evidenziò Guido Carli): non solo si abbandona irreversibilmente la piena occupazione e la tutela dei redditi, ma si avrà, - e infatti si è avuta-, una drastica riduzione dell’accesso alla proprietà dell’abitazione, con crisi del settore edilizio, delle imprese artigiane, con progressiva distruzione del tessuto delle PMI, e un drammatico diffondersi delle insolvenze, cioè delle “sofferenze” che poi innescano il credit crunch-.
Tutto questo è oggi sotto i vostri occhi: e la Costituzione non lo permette. O non lo “permetterebbe”.

martedì 18 novembre 2014

IL "SOLE" DEGLI INVESTIMENTI CHE NON SORGE: CHISSA' PERCHE'...(con addendum sui saldi primari)



Vi diamo un po' dei più recenti dati Istat sull'economia italiana (avvertenza: scommetto in apertura, comunque, che i dati previsionali 2015-2016, si riveleranno sbagliati per eccesso):

"Conti nazionali

Stima preliminare del Pil 
Nel III trim 2014 Pil -0,1% sul trimestre precedente e -0,4% rispetto al terzo trimestre del 2013 
 Comunicato stampa, venerdì 14 novembre 2011

Le prospettive per l’economia italiana 

Nel 2014 si prevede una diminuzione del prodotto interno lordo (Pil) italiano pari allo 0,3% in termini reali, seguita da una crescita dello 0,5% nel 2015 e dell'1,0% nel 2016.

Nel 2014 la domanda interna al netto delle scorte contribuirà negativamente alla crescita del Pil per 0,3 punti percentuali, mentre la domanda estera netta registrerà una variazione positiva pari a 0,1 punti percentuali. 
Nel 2015 la domanda interna al netto delle scorte è attesa supportare l'aumento del Pil (+0,5 punti percentuali) mentre il contributo della domanda estera netta risulterà contenuto (+0,1 punti percentuali). 
Nel 2016 l'apporto della domanda interna al netto delle scorte è previsto in ulteriore rafforzamento. Dopo tre anni di riduzione, nel 2014 la spesa delle famiglie segnerà un aumento dello 0,3% in termini reali, in parte per effetto di una riduzione della propensione al risparmio. Nel 2015, si prevede un ulteriore miglioramento dei consumi privati (+0,6%) che proseguirà anche nel 2016 (+0,8%) trainato dalla crescita del reddito disponibile e da un graduale aumento dell'occupazione.  
Gli investimenti subiranno una ulteriore contrazione nell'anno in corso (-2,3%) nonostante un lieve miglioramento delle condizioni di accesso al credito e del costo del capitale. Il processo di accumulazione del capitale è previsto riprendere gradualmente nel 2015 (+1,3%) e con maggior intensità nel 2016 (+1,9%), in linea con il rafforzamento della domanda.  
Il tasso di disoccupazione raggiungerà il 12,5% nel 2014 per effetto della caduta dell'occupazione (-0,2% in termini di unità di lavoro). La stabilizzazione delle condizioni del mercato del lavoro attesa per i prossimi mesi avrà riflessi sul 2015, quando il tasso di disoccupazione diminuirà lievemente al 12,4% e le unità di lavoro registreranno un contenuto aumento (+0,2%). Il miglioramento del mercato del lavoro proseguirà con più vigore nel 2016 con una discesa del tasso di disoccupazione al 12,1% e una crescita delle unità di lavoro dello 0,7%."

Come sottolinea il Sole24ore, è’ questa la stima preliminare sul Pil trimestrale diffusa oggi dall’Istat, che rileva come si tratti del tredicesimo trimestre consecutivo senza crescita

Solo nel III trimestre dello scorso anno, su base congiunturale, il Pil fece registrare crescita zero e anche nel I trimestre di quest'anno.
Sempre il Sole ci regala una "singolare" interpretazione, naturalmente non solo supply side, ma pure...leggermente apodittica:
 
"Un balzo indietro di quattordici anni. È quanto ha sentenziato ieri l'Istat con il dato negativo del Pil del terzo trimestre 2014. 

Come osserva Nomisma, gli investimenti non ripartono e senza investimenti è molto difficile, se non impossibile, invertire la tendenza. A partire dal 2008, le imprese italiane hanno di fatto progressivamente congelato la spesa in investimenti produttivi, a fronte di un mercato interno sempre più rarefatto
Se non si spezza questa catena che lega industria e consumi interni, il valore aggiunto continuerà a muoversi in modo impercettibile o, alla peggio, a rimanere in territorio negativo. L'industria in senso stretto contribuisce per il 20% alla generazione del Pil, e si arriva a quasi il 27% se si somma il settore delle costruzioni
A sua volta il commercio all'ingrosso e al dettaglio rappresentano una quota del l'11,5 per cento. È quindi evidente come in questi tre settori, senza interventi strutturali di rilancio degli investimenti, della produzione e della produttività, il Prodotto interno lordo sia destinato alla bassa stazionarietà.
«Se si vuole scongiurare il declino economico, l'Italia deve tornare a crescere come nel secolo scorso e deve recuperare il gap di produttività che in questi anni si è allargato enormemente», spiega Pier Franco Camussone, docente di Sistemi informativi alla Sda Bocconi. Camussone ha realizzato uno studio presentato tre giorni fa a Milano al congresso nazionale di Aica. «Tra i fattori cui si addebita il declino - spiega Camussone – rientrano gli scarsi investimenti sulle nuove tecnologie informatiche e telecomunicative da parte del settore industriale italiano, e il limitato impiego di tali tecnologie nella razionalizzazione e semplificazione dei processi produttivi».
Ancora limitati come numero, inoltre, i casi di aziende italiane che hanno imboccato la strada del digital manufacturig, cioè della produzione manifatturiera strettamente connessa a programmi gestionali digitali, su cui si basa buona parte della recente ripresa del Pil degli Stati Uniti. L'analisi dell'Aica mostra tuttavia come oltre un terzo delle Pmi italiane non abbia personale interno dedicato a tempo pieno all'information tecnology
."


Vedete? Un docente di "Sistemi informativi", naturalmente della Bocconi, spiega il declino con la mancata effettuazione di investimenti che determina l'inevitabile "calo della produttività"; il che è una parafrasi tautologica della mancata crescita, dato che nulla dice sul PERCHE' non si facciano gli investimenti
Il Sole, ovviamente lo spiega con una circostanza "sfortunata", dettata anche da un evidente addebito di responsabilità a queste imprese che hanno pretese "assurde": vendere i prodotti che producono, aspettandosi che la gente li possa comprare e non spezzando questa maleducata catena che lega industria e consumi interni.

E come la si vorrebbe "spezzare" questa malcreanza?
Sicuramente, a chiederlo a un bocconiano - e il problema è che QUALSIASI cosa dica, i politici italiani lo prenderanno come "sentenza definitiva"-, tagliando le tasse mediante il taglio della spesa pubblica
Ora, in un paese ove la colpa starebbe nel legare al calo della domanda interna la mancata effettuazione di investimenti in "nuove tecnologie", - che pensate un po', richiedono capitali e specialmente "competenze" in misura adeguata, cioè lavoratori specializzati che bisognerebbe pagare "un po' di più", altrimenti, giustamente se ne vanno all'estero-, questo è lo stato comparativo della SPESA PUBBLICA IN ISTRUZIONE (AL 2010: dopo è andata anche peggio):

Tra l'altro non è neanche vero che dal 2008 gli investimenti sono sempre andati calando, perchè il Sole dimentica che invece l'Italia era uscita da questo trend all'inizio del 2009 per ripiombarci NEL CORSO DEL 2010, non appena iniziarono le "manovrone fiscali" di Tremonti - D.L. n.78/2010, ingiustamente sottovalutato nel far calare...la domanda pubblica coi suoi tagli lineari e col blocco de facto dei pagamenti alle imprese.
Poi comunque è arrivato l'effetto Monti col "burrone" tra fine 2011 e giù fino al 2013, e naturalmente fino al calo attuale, 2014, del -2,3 che abbiamo visto aggiungersi secondo l'ultima rilevazione Istat.
E questo si può agevolmente constatare da questo grafico del Comitato interministeriale della programmazione economica su dati FMI (quelli che il Sole forse legge, evidentemente per un giorno, e poi dimentica):

 

E questa è la relazione tra deficit pubblico e risparmio delle famiglie in coincidenza con le politiche UE-UEM (dalla "convergenza" di Maastricht alla crisi del 2008, e fino al 2010), di restrizione sistematica del deficit mediante l'accumulo di avanzi primari record. Rammentiamo che il risparmio è la "materia prima" di liquidità che dà luogo agli investimenti:


Avanzo primario e tasso di risparmio

Potrei andare avanti ad accumulare dati, e semmai vi rinvio a questo post di "Scenari economici", ma mi parrebbe inutile: tanto la realtà si fa con interviste a docenti, purchessia, della Bocconi...

Alla fine però, comprensivo di tante difficoltà cognitive, aggiungo questo grafichetto qui sotto, tanto per non far scervellare troppo giornalisti e bocconiani intervistati sotto il  "lampione":

 Collegamento permanente dell'immagine integrata
 

domenica 16 novembre 2014

WHAT? "CESSIONI DI SOVRANITA'"? UNA CONFESSIONE DI INCOSTITUZIONALITA'

Nomine Ue, non solo Mogherini. Chi è Donald Tusk, presidente del Consiglio

Van Rompuy, attraverso il suo Segretariato generale-Servizio di informazioni al pubblico, quindi con una voce ufficiale, mette nero su bianco che i Trattati comportano "cessione di sovranità" nonchè la conseguente subordinazione delle politiche economiche degli Stati membri al "fine di conseguire gli obiettivi dell'Unione europea". 
Lo apprendiamo da questa nota di cui si è avuta la diffusione su Twitter:

Vi riportiamo, ancora una volta, per facilità di lettura, il testo dell'art.11 della Costituzione italiana che, rammentiamo, rientra nei principi fondamentali (artt.1-12) che, ai sensi dell'art.139, sono costitutivi della immutabile "forma repubblicana" e che la Corte costituzionale italiana ha anche recentissimamente riaffermanto costituire un "controlimite" alle fonti di diritto internazionale, inclusi i Trattati UE:
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."

Questa dichiarazione, scritta ed inequivocabile, determina alcune conseguenze non trascurabili:
a) l'UE, in persona del Presidente permanente pro-tempore del Consiglio europeo ("da parte" del quale è data la risposta) ammette che la sovranità è stata ceduta e non limitata, ciò che l'art.11, inteso secondo la sua espressa volontà letterale e l'intenzione emergente dall'Assemblea costituente, non ammette;

b) questo effetto di "cessione" porta esattamente a ciò che la Costituzione intendeva evitare, dato che la sovranità è irrinunciabile e indisponibile; essa appartiene al popolo italiano (art.1 Cost.) e non ammette sul territorio nazionale, unico ed indivisibile, (art.5 Cost.) la prevalenza delle decisioni politiche di organizzazioni internazionali, di qualunque genere. 
Questo è il principio della sovranità DEMOCRATICA che coincide, nel suo ruolo, "primo e più importante", col perseguimento dei diritti fondamentali previsti dalla stessa Costituzione, e che consente deroghe solo nella forma della "limitazione": come tale sempre reversibile, in quanto esclusivamente legata al permanere in concreto dell'effettivo perseguimento della pace e della giustizia tra le nazioni e fatte salve le condizioni di parità con altri Stati e, comunque, fatta salva l'irrinunciabile intangibilità dei principi fondamentali della Costituzione;

c) non ci risulta che le istituzioni europee abbiano fatto affermazioni "ufficiali" dello stesso genere rispetto alle sentenze della Corte costituzionale tedesca che hanno affermato, senza equivoci, la prevalenza delle norme costituzionali tedesche ogniqualvolta si ponga un problema di incompatibilità coi principi costituzionali nazionali, che essa si riserva di ravvisare in ogni questione che coinvolga prerogative fondamentali di competenza del Parlamento tedesco (Lissabon Urteil)
In particolare, non ci risultano analoghe prese di posizione di van Rompuy o di altri organi dell'Unione, sulla sentenza con cui, all'inizio del 2014, la stessa Corte tedesca ha statuito che il sindacato sulla misura, annunciata dalla BCE, dell'Outright Monetary Transaction "rientra nel proprio mandato", anticipando che di aver "importanti ragioni" di ordine costituzionale interno per ritenere che l'OMT sia accettabile solo a condizione che operi una  delimitazione del programma di acquisti a obiettivi limiti quantitativi e di tempo, cioè esattamente il contrario di quello che è il fulcro indispensabile della efficacia che possono dispiegare sui mercati questo tipo di interventi "ventilati" (whatever it takes...and believe me, it'll be enough di Draghi).
Questo importante elemento di diverso trattamento di situazioni identiche costituisce altresì ammissione della circostanza che le Istituzioni europee preannuncino di non rispettare il principio di "parità di condizioni" cui l'art.11 Cost. subordina la legittimità costituzionale delle mere "limitazioni" (escludendo ogni tipo di "cessione");

d) dato che la risposta del Consiglio europeo risulta perentoria e incondizionata, senza neppure menzionare la competenza degli organi giurisdizionali italiani ad effettuare un accertamento che rientra nei principi fondamentali di cui agli artt. 3 e 24 Cost., essa ha l'obiettivo significato di ritenere a priori irrilevante l'eventuale violazione di norme di diritto nazionale poste a salvaguardia di interessi fondamentali attinenti alla sovranità democratica italiana.
Da ciò traspare altresì, - oltre alla violazione sotto i plurimi profili evidenziati dell'art.11 Cost.-, anche il preanuncio della violazione, implicita ma necessaria, di un'importante norma del Trattato europeo (TUE). Questo all'art.4, par.2, dice espressamente:
"L'Unione rispetta l'uguaglianza degli Stati membri davanti ai trattati e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale..."