sabato 23 luglio 2016

IL PATTERN: BRAINWASHING, CARITA', DISAGIO SOCIALE NELL'ERA DEI MERCATI.



1. Dall'Huffington post traiamo questa traduzione del dialogo, ricavato da un video e diffuso da varie fonti, tra il presunto "terrorista" di Monaco e un "uomo sul balcone":
I media tedeschi continuano a diffondere le frasi pronunciate in dialetto bavarese dall'attentatore di Monaco di Baviera nel video girato dall'uomo sul balcone, che insulta più volte il 18enne chiamandolo "stronzo" e "coglione". "Sono stato in cura" e "a causa tua sono stato vittima di bullismo per 7 anni" e "ora ho dovuto comprarmi una pistola per spararti", dice l'autore della strage, secondo la Frankurter Allgemeine Zeitung, che ha pubblicato alcuni passaggi della conversazione.
Il quotidiano britannico The Guardian pubblica un link con la traduzione in inglese del dialogo fra l'attentatore e un uomo che lo filmava a distanza. Le parole "maledetti stranieri" sembrano essere pronunciate dall'uomo sul balcone, mentre il killer armato urla "maledetti turchi". Questa la traduzione del dialogo pubblicata dal giornale:
- Uomo sul balcone: "maledetto stronzo..."
- Sparatore: "grazie a te (incomprensibile)..."
- Uomo sul balcone: "sei un coglione"
- Sparatore: "...E ora ho comprato una pistola per spararvi"
- Uomo sul balcone: "una fottuta pistola, la tua testa non è a posto"
- Uomo sul balcone, apparentemente rivolto a un'altra persona che sta filmando: "ha una pistola, il ragazzo ha una pistola"
- Sparatore: "merda. Maledetti turchi!"
- Uomo sul balcone: "merda. Maledetti stranieri!"
- Uomo sul balcone rivolto a qualcun'altro: "hey! ha una pistola! l'ha caricata! chiama la polizia!"
- Sparatore: "io sono tedesco!"
- Uomo sul balcone: "sei un coglione, ecco cosa sei"
- Sparatore: "smettila di filmare!"
- Uomo sul balcone: "sei uno stronzo! ecco cosa sei"
- Sparatore: "sì, sono nato qui!"
- Uomo sul balcone: "si, e cosa c...o pensi di fare?"
- Sparatore: "sono cresciuto qui nell'area hartz 4", un riferimento al sussidio sociale
- Sparatore dice qualcosa a proposito di un "trattamento". Non è chiaro se si riferisca a un trattamento medico o a un modo di trattare le persone.
- Uomo sul balcone dice qualcosa del tipo "sì, un trattamento è ciò che ti serve".
- Sparatore: "non ho fatto nulla ancora (incomprensibile)..."
L'uomo sul balcone e lo sparatore continuano a insultarsi. Poi il giovane comincia a sparare. L'uomo sul balcone lo chiama ancora "stronzo".
L'uomo sul balcone poi si mette al riparo e gli urla qualcosa a proposito di "sparare qui".
- Sparatore risponde: "sì, hai ragione! sì, hai ragione! sì, hai ragione!". Il giovane lo minaccia.
Il video termina.

2. Aggiungiamo, sempre dall'Huffington questo commento adiacente:
Il capo della polizia ha sostenuto che al momento non vi sono elementi che indichino una matrice islamica dell'attacco o un "parallelismo" con il recente attacco a colpi di ascia e coltello sul treno a Wuerzburg, anche se una testimone ha riferito alla Cnn che il killer, prima di sparare su bambini seduti al tavolo, ha gridato Allah Akbar. Saranno comunque indagini su contatti e parenti del giovane a dare elementi più certi, ha detto Andrae che in nottata si è limitato a parlare di "sparatoria".
Se questa è una guerra...
Inutilmente, dato lo stato "culturale" dell'opinione di massa, ho cercato di segnalare come il concetto di guerra debba rispondere a precisi presupposti, sul piano del diritto internazionale - il quale, a sua volta, corrisponde a modalità consuetudinarie di intendere, razionalmente, gli accadimenti fondamentali che si verificano nella comunità internazionale degli Stati e, quindi, l'esperienza storico-sociale fondamentale dispiegatasi nel corso di secoli.

3. Piuttosto, segnalai come il terrorismo, sempre in base all'esperienza storico-sociale della comunità internazionale, corrisponda, con grande frequenza (sempre qui, p.5), alla violazione del c.d. principio di non ingerenza.
"Come chiarisce l'art3, lett. g) della dichiarazione dell'Assemblea generale della Nazioni Unite del 14-2-1974...che fa un'importante precisazione: non costituisce...aggressione armata, e quindi vero "atto di guerra", la sola assistenza data (da uno Stato determinato) a forze ribelli che agiscono sul territorio di un altro Stato, sotto forma di fornitura di armi, di assistenza logistica e simili; siffatta assistenza infatti concreterebbe soltanto un'ipotesi di violazione del divieto di ingerirsi negli affari altrui e, sempre riportando quanto affermato dalla suddetta dichiarazione dell'Assemblea del 14-2-1974, "al contempo un'ipotesi di violazione minoris generis del divieto della minaccia o dell'uso della forza come tali non giustificanti una risposta armata"."

Tralasceremo quello che abbiamo aggiunto sulla possibile rilevanza della "reciprocità" (v. ibidem, p.7) nell'invocare il divieto di ingerirsi negli affari altrui, quale invocabile per vari eventi storico-politici da alcuni paesi mediorientali in particolare rispetto al c.d. Occidente (la controingerenza sarebbe in astratto scriminabile come ritorsione nell'ambito del controverso principio della "legittima difesa").

4. Quello che, invece, gli eventi di Monaco possono segnalare è come, di fronte ad ogni atto di follia omicida che possa presentare caratteri ricorrenti e riconducibili al terrorismo "islamico", occorra sempre un'accurata indagine, che riguardi gli antecedenti di vita e la vicenda psicologica di coloro che sono, nell'immediato, identificati come autori delle stragi.
Con riferimento alla identificazione di una matrice islamica, questi antecedenti possono, con una certa attendibilità, essere ricondotti ad un pattern, che, a sua volta, segna un percorso caratterizzato da elementi finanziari, anzitutto, organizzativi e di condizionamento religioso-psicologico, identificabili in modo alquanto costante.
Per comprendere quali siano tali elementi organizzativi e di condizionamento, andiamo ad attingere alla testimonianza di un giornalista del New York Times, Nicholas Kristof, esperto di rapporti internazionali e affari islamici.  

5. In un recente articolo, ci fornisce, attraverso dirette testimonianze, gli elementi che contraddistinguono il "pattern":
"Ogni qualvolta si ha un attacco di estremisti islamici, guardiamo ai nostri nemici come lo Stato islamico o Al Qaeda. Ma forse dovremmo anche guardare a nostri "amici", come l'Arabia Saudita.
Per decenni, l'Arabia Saudita ha spericolatamente finanziato e promosso una dura e intollerante versione dell'Islam in tutto il mondo, in un modo che, piuttosto prevedibilmente, sta producendo terroristi. E non c'è miglior esempio di questa spericolatezza saudita di quello dei Balcani.
...L'Arabia Saudita e altri paesi del Golfo hanno riversato denaro nelle nuove nazioni del Kosovo e dell'Albania durante gli ultimi 17 anni e hanno nutrito l'estremismo religioso in una terra dove, originariamente, ce n'era poco.
Il risultato è che, secondo il governo del Kosovo, 300 kosovari sono andati a combattere in Siria e in Iraq, per lo più per unirsi allo Stato islamico...il denaro saudita ha trasformato una società islamica un tempo tollerante in una pipeline di jihadisti
Nel segno dei tempi, il governo, l'anno scorso, ha dovuto sospendere temporaneamente la fornitura d'acqua nella capitale per il timore di un avvelenamento delle condotte ispirato dallo Stato islamico.
...Hajzeri (ndr. un imam moderato dell'antica moschea nella città di Peja) e altri moderati hanno risposto con un sito web, che critica la interpretazione saudita Wahabita dell'Islam. Ma dice che sono stati travolti dal flusso di denaro proveniente da Arabia Saudita, Kuweit, Qatar, Emirati Uniti e Barhain, versato in supporto delle varianti estreme dell'Islam attraverso una "bufera" (blizzard) di pubblicazioni, video e altro materiale.
"I sauditi hanno completamente cambiato l'Islam col loro denaro", dice Visar Duriqi, un ex-imam in Kosovo che è diventato giornalista che scrive delle influenze degli estremisti. 
Lo stesso Duriqi...dice di essere stato sottoposto a lavaggio del cervello e di essere passato per una fase estremista in cui esigeva l'imposizione della Shariah e scusava le violenze...
Questo non è un problema del Kosovo ma globale.
Ho dapprima incontrato l'influenza perniciosa dei sauditi in Pakistan, dove il sistema scolastico è in stato pietoso e i sauditi riempiono il vuoto finanziando madrasse estremiste che attirano gli studenti con rette gratuite, pasti gratis e borse di studio che coprono interamente studi oltremare per gli studenti migliori.
Allo stesso modo, in paesi tradizionalmente moderati, come Mali, Burkina Faso e Niger, ho visto madrasse finanziate da stranieri introdurre l'interpretazione radicale dell'Islam. Nei balcani, la Bosnia, è particolarmente influenzata dal supporto del "Golfo" agli estremisti.
Non voglio esagerare. Ho visto meno veli nel mio viaggio attraverso la Macedonia, il Kosovo e l'Albania che a New York City, e qualunque jihadista si strapperebbe i capelli nel vedere donne con teste e spalle scoperte, per non parlare degli "shorts"...Inoltre, dopo una serie di arresti di imam radicali in Kosovo e Albania, la situazione può essersi stabilizzata, e i jihadisti non paiono più recarsi da qui in Siria.
...
Ma il mondo ha bisogno di un duro confronto con l'Arabia saudita sul suo ruolo. Non è che intenzionalmente stia diffondendo la devastazione (havoc); è più che sta comportandosi in modo incauto. Ha compiuto qualche doloroso progresso nel ridurre il finanziamento degli estremisti, ma troppo lentamente.
Risulta particolarmente scoraggiante perché molta parte dei fondi paiono provenire dalla carità. 
Uno degli aspetti ammirevoli dell'Islam è la sua enfasi sulla carità; tuttavia nei paesi come l'Arabia Saudita, questo denaro è diretto non a combattere la malnutrizione o la mortalità infantile, ma a compiere il lavaggio del cervello dei bambini e a seminare il conflitto in paesi poveri e instabili."

6. Di molti di questi aspetti, così sconsolatamente testimoniati, abbiamo parlato, anche indicando l'analogia con quanto sta accadendo in Bangladesh
Abbiamo pure visto come il ruolo della carità, quale che ne sia la direzione dei relativi benefici, possa essere ben visto in un mondo che si pretende debba essere governato dall'ordine sovranazionale dei mercati, assunto a regola morale incontestabile. 
Carità che tempera la spinta al profitto (punto 7), conciliando entrambi in una "teoria del tutto", quindi totalitaria, che nega implicitamente, e in modo molto pratico, il ruolo degli Stati sociali e democratici, la loro sovranità: e ciò si sposa perfettamente con l'idea neo-liberista del welfare come mera azione compassionevole.

7. Da questo intreccio di tendenze e idee dominanti, discende prevedibilmente una grossa difficoltà non solo a determinare il pattern che caratterizza i precedenti identificativi del terrorista, per di più "dopo" che questi abbia agito, ma anche a comprendere le cause prime della capacità dell'estremismo islamico, e dei suoi seminatori finanziari, di attecchire in ogni parte del mondo globalizzato.
Tanto più che, se il riferimento alla "area Hartz 4" fosse confermato - e quindi, nel caso di Monaco, non ci si trovasse di fronte a un estremista islamizzato- sarebbe egualmente difficile, se non impossibile, per gli inquirenti, data la cornice di responsabilità dei governi €uropei nella distruzione ostinata del welfare inclusivo delle ex-democrazie sociali, cogliere il collegamento tra carità finanziaria e disagio sociale generato dalla restaurazione del modello neo-liberista di economia "competitiva".
La depressione nei giovani, date certe circostanze in altri tempi considerate prevedibili, è una ben precisa malattia sociale.

giovedì 21 luglio 2016

I DUE EPICENTRI DEL CONFLITTO GLOBALE: SIRIA E...ITALIA

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1. Per completezza di informazioni su alcuni temi di attualità che abbiano recentemente trattato, vi propongo, dei brani selezionati dell'ultimo bollettino, datato 21 luglio, dell'Executive Intelligence Review- EIR, "Strategic Alert" (a cura dell'associazione, fondata da Lyndon Larouche, che periodicamente mi invia tale interessante mail).
Come già in altri casi in cui abbiamo citato tale fonte, premettiamo che si tratta di annotazioni valutative che esprimono un punto di vista, nell'ambito di una visione che, inevitabilmente, muove dagli USA, pur avendo con lo Schiller Institute, radicazione anche in altri paesi, in particolare europei, ove si diffonde il pensiero di Larouche e di sua moglie Helga.
Avevamo accennato, in più occasioni, al tema del paradigma liberoscambista mondializzatore: perseguite rigide politiche deflazioniste in tutto il mondo, tramite una serie di istituzioni "sovranazionali" capaci di imporre agli Stati delle forti condizionalità, sul piano delle politiche economiche, e l'insorgere di  conflitti sezionali, quanto alle politiche interne, questa strategia mondialista nutre ora la tentazione di risolvere la crisi economico-finanziaria globale, a cui inevitabilmente avrebbe condotto, innescando una escalation di conflitti guerreggiati. 
2. Da ultimo, in relazione alla connessione tra dilagare del terrorismo islamico e apparenti svolte politiche nei principali paesi occidentali, avevamo sunteggiato la finalità di tale scenario: "...per portare a livello di stabilità istituzionalizzata lo stato di eccezione che consegue a tale guerra civile permanente, in modo che, analogamente a quanto avvenne in Italia ai tempi della strategia della tensione, sia resa incontestabile la prosecuzione delle politiche economico-sociale attuali; l'idea della "israelizzazione" delle ex-democrazie sociali sottintende di raccogliere il consenso intorno a una "Autorità" salvifica e "protettiva", che possa rivendicare la sua legittimazione in termini polizieschi e di militarizzazione, anche esterna e in funzione di spesa "keynesiana", di ogni residua funzione dello Stato. O del super-Stato €uropeo". 
3. L'EIR denomina tale strategia geo-politica come "il partito della guerra":  
Il partito della guerra è sulla difensiva ma non sconfitto. Il quadro strategico è cambiato significativamente nel corso della settimana scorsa. La strage di Nizza, il golpe fallito in Turchia, gli incontri di Kerry a Mosca e il rilascio delle 28 pagine (v. infra), hanno ridefinito lo scacchiere della guerra globale sullo sfondo del crollo progressivo del sistema finanziario internazionale.

Il tema del collasso è al centro della proposta di Lyndon ed Helga LaRouche per un intervento urgente su Deutsche Bank, da usare come leva per una svolta in Germania e in Europa. Allo stesso tempo, l'alleanza anglo-saudita e il partito della guerra USA/NATO sono stati messi sulla difensiva da tre documenti incriminanti: le ventotto pagine sull'Arabia Saudita, il rapporto Chilcot sulla guerra in Iraq e il rapporto del Congresso sulla HSBC (vedi sotto e SAS 28/16). I colloqui sulla Siria e gli sviluppi in Turchia potrebbero condurre a una svolta nel Sud-Ovest asiatico [Ndr: la situazione in realtà non consente allo stato letture eccessivamente ottimistiche]. Tuttavia, il partito della guerra non è sconfitto, come mostra la strage di Nizza e gli episodi di terrorismo razzista negli Stati Uniti. Siamo in una guerra globale e non esiste alternativa alla vittoria.

Il fianco debole del nemico è il sistema finanziario, la cui bancarotta si concentra sulla crisi dell'euro, che si avvicina a un punto di soglia attorno alle decisioni sul sistema bancario italiano. La crisi delle banche italiane è in larga parte risultato dell'austerità imposta dall'UE e le sue dimensioni sono relativamente modeste, ma la legge europea - e il governo tedesco - ammette solo la soluzione del bail-in.

Messo alle strette, il governo italiano potrebbe decidere di scaricare l'euro piuttosto che commettere un suicidio politico. Anche la Germania è di fronte a una scelta per Deutsche Bank, il cui capitale si è talmente eroso da minacciare l'insolvenza. Altre banche, come Crédit Suisse, sono in una situazione simile. Mentre è necessaria una riorganizzazione bancaria globale, basata sui principii della Legge Glass-Steagall, un intervento urgente su Deutsche Bank, se eseguito nel modo che Helga Zepp-LaRouche descrive qui sotto, potrebbe ribaltare la situazione.
4. In correlazione a tale analisi, vien poi svolta una focalizzazione sulla situazione Deutsche Bank, che fornisce una prospettiva un po' diversa, del problema delle conseguenze demenziali delle regole, a larga e insindacabile discrezionalità, imposte con l'Unione Bancaria
La Deutsche Bank va salvata, ma a certe condizioni!

La seguente dichiarazione è stata rilasciata da Helga Zepp-LaRouche, presidente del Movimento per i Diritti Civili Solidarietà tedesco (BüSo), il 12 luglio 2016.

L'imminente rischio di bancarotta di Deutsche Bank certamente non è l'unica causa potenziale di una nuova crisi sistemica del sistema bancario transatlantico, che sarebbe di diversi ordini di grandezza più letale della crisi del 2008, ma offre una leva unica per impedire che il collasso si traduca in caos.

Dietro all'SOS lanciato dall'economista capo di Deutsche Bank, David Folkerts-Landau, per un programma europeo di 150 miliardi di Euro per ricapitalizzare le banche, si intravede il pericolo, apertamente discusso nei media finanziari internazionali, di insolvenza dell'intero sistema bancario europeo, poggiato su una montagna di almeno 2000 miliardi di Euro di prestiti inesigibili ("NPL"). Deutsche Bank, con un totale di 55.000 miliardi di Euro di valore nozionale di contratti derivati e un fattore di leva di 40:1, che supera quello di Lehman Brothers ai tempi del suo collasso, rappresenta il tallone d'Achille più pericoloso del sistema. La metà del bilancio di Deutsche Bank, il cui titolo è crollato del 48% negli ultimi 12 mesi ed è ora solo all'8% del suo valore di picco, è fatto di derivati cosiddetti Level 3, quasi 800 miliardi di Euro di titoli senza una valutazione di mercato.

Forse molti sono rimasti sorpresi dalla proposta fatta da Lyndon LaRouche il 12 luglio, che Deutsche Bank sia salvata attraverso un'iniezione di capitale una tantum, in ragione delle implicazioni sistemiche della sua minacciata insolvenza. Né il governo tedesco con il suo PIL di 4 bilioni di Euro, né l'Unione Europea con un PIL di 18 bilioni di Euro, sarebbero capaci di controllare l'effetto domino di una bancarotta disordinata.

L'iniezione di capitale una tantum, ha spiegato LaRouche, è una mera misura d'emergenza che deve essere contestuale a un immediato riorientamento della banca, nel senso della sua tradizione prevalente fino al 1989, sotto la guida di Alfred Herrhausen. Per sovraintendere a questa operazione, dovrà essere istituito un comitato di gestione che verifichi la legittimità e le implicazioni delle passività, e completi il suo lavoro entro un dato periodo di tempo. Tale comitato dovrà anche redigere un nuovo business plan, basato sulla filosofia bancaria di Herrhausen, ed esclusivamente orientato agli interessi dell'economia reale della Germania.
5. Altrettanto interessante, è il chiarimento sullo status della proposta di reintroduzione del Glass-Stegall Act, cioè della "separazione bancaria", nell'ambito dell'attuale campagna per le elezioni presidenziali negli USA: 

Presidenziali USA: il ripristino della legge Glass-Steagall incluso in entrambe le piattaforme. Dalla crisi finanziaria del 2008, gli interessi di Wall Street e della City di Londra a Washington hanno fatto ricorso a misure sempre più disperate per preservare il loro sistema in bancarotta, dal salvataggio delle banche Too Big to Fail, al Quantitative Easing, per poi arrivare al "bail-in", e ora ai tassi d'interesse negativi, con l'"helicopter money" pronto a entrare in azione.

L'alternativa a questa follia è quella che fu proposta prima del crac del 2008 da Lyndon LaRouche, che l'aveva previsto in una videoconferenza del luglio 2007. Per porre fine all'implosione del sistema, LaRouche chiese il ritorno alla politica della separazione bancaria di Franklin Roosevelt e della legge Glass-Steagall, seguita da una cancellazione del debito impagabile, e la creazione di un sistema creditizio per l'infusione di credito pubblico all'attività produttiva fisica, a partire da massicci investimenti nelle infrastrutture.

...Il tema è tornato alla ribalta durante la campagna presidenziale americana, soprattutto quando il Senatore Bernie Sanders ha sostenuto, anche se in ritardo, il disegno di legge per la Glass-Steagall del XXI secolo presentato dalla Sen. Elizabeth Warren. Ora la legge Glass-Steagall è entrata sia nella piattaforma democratica sia in quella repubblicana.

I democratici denunciano il "gioco d'azzardo" di Wall Street e "l'idea (tra gli speculatori) che i contribuenti continueranno a rifinanziarli". Tuttavia la probabile candidata, Hillary Clinton, ha dichiarato spesso di non sostenere il ritorno alle regole della Glass-Steagall, e la piattaforma parla anche di "difendere ed espandere la legge Dodd-Frank," benché tale legge sia stata scritta dai banchieri Too Big to Fail, e difenda lo stesso sistema speculativo che ha portato al crac del 2008.

Quanto ai repubblicani, nessuno sa per certo che cosa ne pensi Donald Trump. Resoconti dalla battaglia per la piattaforma indicano, come ci ha riferito un insider della Georgia, che i sostenitori di Trump insisterebbero sul ripristino della Glass-Steagall, anche se Trump stesso non si è pronunciato su questo.

Un'altra indicazione della rivolta popolare contro Wall Street, cui si è agganciato Sanders, e cui tenta di agganciarsi anche Trump, viene dall'Illinois, lo stato di Obama e la sua base politica. Il 30 giugno il Parlamento dello Stato ha approvato una mozione che chiede al Congresso federale di adottare un programma di "ripresa americana" ripristinando le disposizioni della legge Glass-Steagall, tornando a un sistema creditizio federale e alle banche nazionali, sul modello di Alexander Hamilton, per investire nell'economia reale e nelle infrastrutture.
6. Riprendendo il tema sempre più globale del terrorismo, sono anche valutate le rivelazioni sulla connessione tra Arabia Saudita e attentato dell'11 settembre , e la connessa implicazione di come fermare il terrorismo "alla fonte", almeno per quanto riguarda il suo attuale epicentro nella crisi siriana:
Il 15 luglio l'amministrazione Obama ha finalmente reso pubblico (anche se lievemente oscurato) il capitolo di 28 pagine del rapporto originale della Commissione d'inchiesta congiunta del Congresso sull'11 settembre, poche ore prima che Capitol Hill chiudesse per le vacanze estive. Leggendo attentamente il capitolo si comprende che il congressista Thomas Massie aveva assolutamente ragione quando dichiarò che queste informazioni avrebbero imposto un totale ripensamento su ciò che è accaduto negli ultimi 15 anni.
Contrariamente alla narrazione promossa dal Presidente Obama, dai servizi di intelligence e dai soliti media, il livello di prove sul coinvolgimento saudita negli attacchi dell'11 settembre contenute nelle ventotto pagine va ben oltre quello noto pubblicamente. Esse dimostrano infatti che funzionari sauditi e membri della famiglia reale erano coinvolti intimamente con Al Qaeda e molti di loro avevano legami diretti coi dirottatori. Benché l'FBI e la CIA avessero le prove dei finanziamenti sauditi ad Al Qaeda prima ancora del 2001, fu soppressa qualsiasi azione repressiva e gli investigatori furono licenziati o trasferiti per aver sollevato troppe domande.
Il Presidente Obama, James Clapper del DNI e il direttore della CIA John Brennan sostengono che le piste contenute nelle 28 pagine sono state successivamente smentite dall'inchiesta condotta dall'altra Commissione sull'11 settembre. Tuttavia, in realtà, il direttore di tale inchiesta, Philip Zelikow, ha espressamente bloccato qualsiasi inchiesta sui sauditi, e ha perfino licenziato il membro dello staff a cui era stato assegnato il compito di seguire la vicenda, come hanno ammesso altri membri della commissione.
Il rapporto di inchiesta congiunto sull'11 settembre fu completato e reso pubblico nel dicembre 2002, meno quelle 28 pagine che riguardavano il coinvolgimento saudita. Chiaramente, quel capitolo cruciale fu soppresso perché l'amministrazione Bush-Cheney si stava preparando per la guerra contro l'Iraq, per il cambiamento di regime contro Saddam Hussein, accusato di essere l'architetto dei mortali attacchi terroristici e di possedere un arsenale di armi di distruzione di massa. Tutte menzogne, come sappiamo ora.
È quindi urgente una nuova inchiesta dall'inizio alla fine, che indaghi su tutte le atrocità e le guerre che ne conseguirono, come la guerra in Iraq e in Libia, i tentativi di cambiamento di regime in Siria e molto di più.
La pubblicazione delle 28 pagine, che giunge pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione Chilcot nel Regno Unito sulla guerra illegittima in Iraq (vedi SAS 28/16) è un colpo mortale al cuore dell'impero anglo-saudita. È prevedibile che ora aumenti al Congresso il sostegno per l'approvazione della legge JASTA, che consente di citare in giudizio i funzionari sauditi per aver sponsorizzato il terrorismo.
Il congressista Walter Jones, che ha condotto la battaglia al Congresso per desecretare le ventotto pagine, ha espresso il suo ringraziamento e le sue congratulazioni al movimento di LaRouche per il suo ruolo chiave nell'ottenerne la pubblicazione.

Dopo la strage di Nizza dove hanno perso la vita 84 persone e molte altre sono state ferite, il governo ha espresso il proprio cordoglio e rinnovato l'impegno nella lotta contro il terrorismo, senza tuttavia attaccare le vere cause di questa barbarie, denuncia Jacques Cheminade.
La causa principale è la complicità del governo "con le formazioni jihadiste usate per provocare la caduta del regime di Assad, elaborata dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dall'Arabia Saudita, dal Qatar e dalla Turchia", che ora si ritorce contro la Francia.
Infatti, è noto dal 2014 che Nizza è divenuta centro di reclutamento dei guerriglieri diretti in Siria. Un rapporto della Direzione Generale per la Sicurezza Interna (DGSI) notava che Nizza è divenuta una "città-laboratorio" per identificare e gestire la "radicalizzazione".
È da Nizza che Omar Osman, un franco-senegalese convertito all'islam, reclutò la sua brigata di 50-80 francesi, ora combattenti in Siria con il gruppo al-Nusra (ovvero al-Qaeda), dei quali il ministro degli Esteri Laurent Fabius affermò nel 2012, con un entusiasmo davvero improprio, che stavano "facendo un bel lavoro" contro Assad.
È a Nizza, inoltre, che sono stati identificati gli arrivi e le partenze di potenziali jihadisti, in viaggio come missione diplomatica saudita. Lo scorso 7 aprile il sindaco nizzardo Christian Estrosi, intervistato da Olivier Mazerolle per RTL, ha dichiarato che due persone nel dossier delle persone "radicalizzate" e in necessità di stretta sorveglianza, erano entrate in Francia con la copertura diplomatica saudita e che "esse hanno beneficiato di un'esenzione totale dai controlli" presso l'aeroporto internazionale di Nizza. "Sì", ha risposto il sindaco alla domanda se la polizia fosse stata costretta a proteggere i due, "e so che alcuni di loro erano sconvolti, ne parlarono e ne subirono le conseguenze".
"Il governo non può continuare a menare il can per l'aia su questo punto", dichiara Cheminade, "rischiando di trovarsi presto o tardi in un posizione simile a quella di Tony Blair", e cioè davanti a una commissione d'inchiesta o direttamente in tribunale.
"È venuto il momento di ristabilire i rapporti con Assad al fine di rifondare e ricostruire la Siria; di agire in armonia con la Russia per combattere assieme questa minaccia; di incitare con decisione gli Stati Uniti a fare altrettanto", incalza Cheminade. 

martedì 19 luglio 2016

LA TRATTATIVA: "STABILITA' FINANZIARIA E RISULTATI SPROPORZIONATI" TRA CORTE UE E LA DISCREZIONALITA' DELLA VESTAGER


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ARI-FATE PRESTO: HABEMUS ITAL-TACCHINO DA SPENNARE!

 

1. Vale la pena di riportare, fresco di giornata, il sunto, finora disponibile, della decisione della Corte di giustizia UE su presupposti e limiti del bail-in, con riguardo alla regola del preventivo burden-sharing (cioè condivisione delle perdite) a carico dei risparmiatori, prima della possibilità di un intervento pubblico che, in tal modo, non sia vietato dalle regole UE sugli aiuti di Stato (in ogni modo, estremamente problematici da autorizzare nei confronti dell'Italia: v. qui p. 7-9). 

I risparmiatori, com'è noto, sono coinvolti nel meccanismo unico di risoluzione, dopo la "escussione" in prima battuta degli azionisti, in una graduazione che coinvolge obbligazionisti subordinati, obbligazionisti senior e correntisti per l'ammontare oltre i 100.000 euro
Quest'ultima soglia di garanzia, allo stato delle possibilità di intervento dei fondi "privati" di garanzia, è in concreto, molto teorica (v.qui, p.4), non solo in assenza di un fondo di garanzia €uropeo, che dovrebbe essere attivato solo dal 2024, non solo perché la Germania è fieramente contraria (v. qui, p.6) anche a questa lontana (e quindi tardiva) misura, ma anche perché le dimensioni comunque raggiungibili da tale fondo di garanzia "comune", non sarebbero sufficienti a fronteggiare un contagio sistemico di insolvenze bancarie a catena, in un settore di mercato che presenta complessivamente il volume di capitalizzazioni e attivi strutturalmente presenti nell'eurozona (sempre rammentando che la c.d. unione bancaria si applica solo ai paesi della stessa eurozona).

2. La decisione della CGUE, occasionata da un proto-bail-in avvenuto in Slovenia, era stata preceduta da "grandi aspettative", dovute alla posizione assunta, in sede di conclusioni, dall'avvocato generale presso la stessa Corte, che aveva eccitato gli animi, nel senso di una maggior elasticità di intervento statale, preventivo rispetto al burden-sharing. 
Infatti, "L'avvocato generale, nelle conclusioni rassegnate a febbraio, ha sostenuto che la Commissione non ha poteri inderogabilmente vincolati (binding) in tale questione, e le perdite imposte agli investitori privati, non sono una precondizione necessaria per accordare l'aiuto pubblico alle banche (in difficoltà)"
Sostanzialmente, l'avvocato generale ha ipotizzato una "Broad discretion" della Commissione, fondabile sulla regola di "eccezione" emergenziale, contenuta nella direttiva sulla "Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD)", per cui il bail-in preventivo può essere evitato, per adire direttamente gli aiuti di Stato, quando la sua imposizione "porrebbe in pericolo la stabilità finanziaria o condurre a risultati sproporzionati".

3. Com'è accaduto anche in passato (sulla diversa questione dell'OMT), la Corte ha grosso modo accolto tali conclusioni - con perfetto tempismo rispetto agli esiti degli stress test bancari che, per quanto riguarda l'Italia, erano tetramente incombenti (per il prossimo 29 luglio) sulla situazione del Monte dei Paschi- ma lo ha fatto seguendo un percorso che risulta più sfumato e indiretto nelle affermazioni compiute.
La Corte, infatti, ha ribadito principalmente l'assunto della centralità della "ampia discrezionalità" della Commissione e, significativamente, ha anzitutto riaffermato il principio del burden-sharing preventivo:  
“Il burden-sharing da parte degli azionisti e dei creditori subordinati, come prerequisito per l'autorizzazione, da parte della Commissione, degli aiuti di Stato a una banca in stato di insolvenza, non è contrario alla legge UE".
Ha poi temperato questa affermazione di principio rinviando alle "banking communications" (anticipatorie e poi specificative della direttiva BRRD, v.p.45, da parte della stessa Commissione), in quanto l'ultima di esse, stabilisce i casi in cui il burden-sharing "debba" essere applicato ad azionisti e creditori subordinati, e quando, invece, possa essere evitato. L'ipotesi, appunto, è quella per cui, in esito alle perdite imposte ai risparmiatori, il bail-in potrebbe porre "in pericolo la stabilità finanziaria o condurre a risultati sproporzionati".

4. Va anche detto che la Competition Commissioner Margrethe Vestager, preposta alla direzione antitrust che vigila anche sugli aiuti di Stato, aveva preannunziato, il 14 luglio, una posizione alquanto problematica  e poco incline a eccessive concessioni all'Italia:
“Le regole sono tali che, se c'è rischio di instabilità finanziaria, allora sono contemplate eccezioni al burden-sharing e al bail-in.  Ciò è certamente chiaro. Ne consegue che la cosa importante è comprendere cosa sia la instabilità finanziaria e finora, nel corso di circostanze molto serie in Spagna, Grecia e Slovenia, le eccezioni non sono state applicate."
Come, appunto, sul caso insorto in Slovenia, conferma la pedissequa decisione appena emessa dalla CGUE, che ha escluso la illegittimità della mancata applicazione della regola di eccezione, trincerandosi dietro una vasta, e quindi insindacabile, discrezionalità della Commissione, nonchè sulla inconfigurabilità di una retroattività delle norme sul burden-sharing, rispetto al momento di sottoscrizione dei titoli, quando vigevano, pro-Germania e Francia, diverse "comunicazioni" ampiamente derogatorie del divieto di aiuti di Stato (v.qui, p.4).

5. In sostanza, la palla è rimessa nel campo di Margrethe Vestager che, però, ha già anticipato un certo restrittivo scetticismo. 
La trattativa, dunque, continua in vista della data fatidica del 29 luglio: ciò che è certo è che la Commissione dispone di un'ampia discrezionalità e tergiversa sulla riconoscibilità della "instabilità finanziaria" (e dei "risultati sproporzionati"), non mostrandosi eccessivamente sensibile sulla difficoltà politica in cui incorrerebbe il governo italiano, come ci dice lo stesso Bloomberg, dovendo conciliare un bail-in su MPS (e, in prospettiva, non solo), con effetti devastanti sul consenso, con le esigenze di raccogliere una maggioranza favorevole al referendum sulla riforma costituzionale.

Da oggi, in più, abbiamo che la Corte europea ha riconosciuto in modo praticamente incondizionato questa grandissima discrezionalità e non sarà certo propensa a sindacare nel merito un'eventuale negatoria dell'autorizzazione, all'Italia, ad applicare la clausola di eccezione sugli "aiuti di Stato" preventivi al sistema bancario. 

domenica 17 luglio 2016

LA RIFORMA COSTITUZIONALE DI ERDOGAN E LO STRANO GOLPE


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1. La Costituzione turca del 1924 (anno 1340 dell'Islam), era una Costituzione tipica di una "democrazia liberale": regolava essenzialmente la forma di governo e l'organizzazione dei tre poteri - legislativo, esecutivo e giudiziario- e affermava alcune "libertà da", cioè le classiche libertà negative dall'interferenza statale, subordinando ogni altro diritto civile, e in particolare alcuni potenziali riconoscimenti di diritti sociali, alla disciplina dettata dalla legge.
La Costituzione in seguito vigente era stata emanata dalla giunta militare a seguito del golpe del 1980 ed era poi rimasta in vigore nel suo impianto essenziale: tale legge fondamentale, peraltro, era caratterizzata da una maggior apertura ai diritti sociali e, abbastanza prevedibilmente, sanciva forti poteri emergenziali, di dichiarazione e enforcement dell'ordine repubblicano, da parte dell'esercito, nonché una forte ingerenza dello Stato nell'attività economica per il perseguimento dell'interesse nazionale.

2. Sullo sfondo di questa costituzione, nel settembre del 2010, è stata approvata, con referendum, una riforma promossa dal ministro Medigoglu, e redatta a seguito dell'accordo parlamentare tra l'AKP e le forze di opposizione: in questa occasione il testo è stato adeguato con una (peculiare) enunciazione della eguaglianza sostanziale e il riconoscimento della libertà sindacale
I nodi che rimanevano aperti riguardavano i sistemi di nomina dei vari organi giurisdizionali, a cominciare dalla Corte costituzionale, per finire alle Corti speciali che giudicavano degli stessi appartenenti ai diversi corpi giudiziari. L'accusa è che tale sistema fosse autorefenziale (improntato alle nomine reciproche fra i vari organi giurisdizionali), inquinato dalla influenza politica nelle nomine, e tale da determinare un insidioso potere di sindacato di merito sulle scelte del potere legislativo-parlamentare. 
Il potere giudiziario, nelle sua complessa articolazione, era dunque accusato sia di poter essere piegato all'influenza dell'esecutivo - ma, per la sfasatura del momento in cui potevano essere avvenute le nomine, potenzialmente risalente a un esecutivo espressione di orientamento politico diverso da quello del governo in carica-, sia, per il complesso dei motivi appena esposti, di giocare un ruolo politico tutto proprio.

3. La riforma del 2010, considerata comunque un avanzamento verso la democrazia sostanziale, sia pur parziale, da parte delle forze democratiche e laiche, non ha risolto, ma anzi è stata accusata di aver acuito, il problema del controllo dell'esecutivo sul giudiziario: in particolare la riforma, (intervenuta già in "era Erdogan"), consente un maggior controllo dell'esecutivo pro-tempore su Corte costituzionale e consiglio superiore della magistratura.
L'adeguamento del 2010 ha determinato l'inserimento di un serie di enunciazioni relative ai diritti sociali, con una certa, almeno formale, ricognizione dei diritti-doveri dei lavoratori (art.49) e col riconoscimento della libertà sindacale e della contrattazione collettiva (art.51); oltre alla già detta enunciazione di un principio simile alla eguaglianza sostanziale (art.5: ma non definita come tale e posta in articolo separato da quello dedicato alla eguaglianza formale, art.10), chiaramente mutuato dalla Costituzione italiana del 1948, si è inserita una clausola che ridisegna, in senso (lievemente) più garantista, le conseguenze della dichiarazione dello stato di guerra e di emergenza, con un'applicazione della "legge marziale" che, pur potendo derogare senza particolari limitazioni diritti e garanzie costituzionali, consente ciò, - curiosamente ma non sorpredentemente- "a condizione che gli obblighi di diritto internazionale, non siano stati violati".

4. Nella riforma, dunque, traspare l'aspirazione all'accettazione da parte dell'UE, ponendo le basi per un riconoscimento al più alto livello degli "obblighi di diritto internazionale", quasi alludendo, per implicito, alla equazione "unione europea= forma di democrazia incorporata", al di là della oggettiva verifica della compatibilità di questo federalismo atipico (del mercato), con qualsiasi modello coerente di democrazia sostanziale o sociale (democrazia che pure viene definita come "sociale" fin dall'art.2 della costituzione riformata del 2010).
L'Unione europea era parsa dunque moderatamente soddisfatta ("Anche l’Ue ha accolto l’esito del referendum positivamente, definendo per il tramite della relatrice per la Turchia Ria Oomen-Ruijten “dei passi in avanti” il fatto che siano stati approvati miglioramenti quali l’introduzione dell’istituzione dell’ombudsman, il diritto al contratto collettivo, la limitazione del raggio d’azione dei tribunali militari. Resta ancora però molto da fare per l’allargamento dei diritti, e uno dei problemi più gravi resta la forte limitazione del diritto d’espressione"). 

5. Dal novembre 2015, poi, Erdogan, rieletto ma senza la maggioranza che gli avrebbe dato autonomia di decisione in materia costituzionale, preme per mutare la forma di governo in senso semi-presidenziale, riducendo le prerogative del premier (una volta che Erdogan stesso era divenuto presidente e non più primo ministro), mirando, in tal modo, a rendere monocratico non solo il controllo dell'esecutivo e dell'apparato amministrativo e, specialmente, militare, ma anche i poteri di nomina e ingerenza sul potere giudiziario (da parte dell'esecutivo, come abbiamo sopra accennato). 
La stessa riforma ora in gestazione, mira anche a abolire l'immunità parlamentare, in teoria per meglio perseguire la "corruzione", in pratica per poter meglio colpire le opposizioni e, in particolare, il rafforzato partito curdo.
Questo disegno politico, nei suoi aspetti complessivi, aveva visto, nello scorso maggio, il contrasto di Erdogan con il più "moderato" primo ministro Davutoglu, prontamente sostituito dal "fedelissimo" Yildirim. La neo-riforma, comunque, ha ricevuto una prima approvazione parlamentare, incentrando il suo messaggio politico "forte" sull'abolizione dell'immunità parlamentare; con plauso della stampa anglosassone e occidentale in genere.
E siamo così giunti alla vigilia dello "strano golpe".

6. Sullo sfondo di quest'ultimo, dunque, risalta obiettivamente la vicenda della riforma costituzionale
Anche vista nelle sue varie tappe, sotto il contrastato dominio di Erdogan. Nel complesso:
- un certo avanzamento della democrazia sociale pare poco connesso con chiare enunciazioni e procedure introdotte in costituzione: forse è troppo controtendenza in questa epoca di restaurazione della democrazia filosofico-liberale;
- la controtendenza, poi, appare ben bilanciata dallo sforzo in direzione semipresidenzialista e di rafforzamento autocratico dell'esecutivo, che passa, tra l'altro, per un più forte potere di influenzamento su corte costituzionale e organo di autogoverno della magistratura, unito a un depotenziamento delle garanzie di autonomia del potere legislativo;
- in controluce ma neppure tanto, anche la tensione ad accontentare l'Unione europea, la quale appare perfettamente compatibile con le due tendenze appena evidenziate: l'enfasi è posta sui diritti "civili" (un passe-partout delle formulazioni cosmetiche riduzionistiche della democrazia) di prima generazione. cioè, essenzialmente le predette "libertà negative" tradizionali: il rimprovero internazional-europeista, riguarda il fatto che ciò sia compiuto in modo ambiguo e incompleto sulla libertà di stampa. E soprattutto la connessione con l'UE, emerge con l'enunciazione della clausola suprema del rispetto degli obblighi internazionali, posta persino in sede di previsione del potere, massimamente sovrano, di dichiarare lo "stato di eccezione".

7. Questo lo stato delle cose: Erdogan, a golpe fallito, arresta non solo i militari, ma anche i giudici, che comunque destituisce in massa.
L'€uropa, allo stato, non pare particolarmente indignata. E in un recente passato, non era neppure stata particolarmente attiva sulla questione dei brogli elettorali.
In compenso, la riforma costituzionale di Erdogan, nelle sue varie tappe, assomiglia a qualcosa...Si ritrova una curiosa omogeneità di soluzioni (stemperate negli stilemi e nelle enunciazioni enfatiche) e persino lessicale tra le varie riforme costituzionali che si affacciano, in funzione delle immancabili "riforme", nell'era dell'ordine internazionale dei mercati

venerdì 15 luglio 2016

L'EQUALIZZAZIONE, LA GUERRA CIVILE PERMANENTE E L'ISRAELIZZAZIONE €UROPEA


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immagine tratta da: http://popoffquotidiano.it/2015/11/17/lemergenza-si-fa-regola-arriva-lo-stato-deccezione-permanente/

1. L'autore della strage di Nizza era di origine tunisina ma con documenti di cittadinanza francese; aveva alle spalle una storia di piccoli reati (di violenza).
Riferita alla situazione francese, che è quella che nell'Occidente europeo si presenta come la più caratterizzata dal terrorismo, si conferma quanto si era più volte evidenziato, parlando dell'evidente stortura di una "guerra con l'Islam". Bazaar ha ripetutamente analizzato questo aspetto in termini di conflitto sociale, e quindi distributivo, in un'economia dominata dal mercato globalizzato, parlando di "menti elementari", cioè quelle che reagiscono in automatico-acritico allo spin mediatico indotto dagli stessi che sostengono il mercatismo mondialista.

2. Nell'illustrare come manchino le condizioni più basilari per poter parlare del "siamo in guerra con l'Islam", - salvo quanto si può aggiungere sulla questione "saudita" (e occorrerà tornarci)- si era evidenziato un aspetto così evidente che, infatti, in Italia, è del tutto trascurato:
"Se i terroristi che agiscono in Francia sono essenzialmente di cittadinanza francese, si ha l'evidente conferma che si tratti di un problema di pubblica sicurezza: e non si dica che possono esistere rilevanti aspetti di connessione con territori e organizzazioni non francesi, quanto a addestramento e supporto logistico di questi terroristi, perchè ogni forma di terrorismo, come ci insegna la stagione italiana delle Brigate rosse, è costantemente sospettata di questi aspetti (mai ben chiariti...), cioè di strumentalizzazione di cittadini di uno Stato da parte di entità straniere per destabilizzare questo stesso Stato. 
Rimane il fatto che l'eventuale violazione del principio di non ingerenza commessa in questo modo, esige l'accertamento univoco e obiettivo (cioè delle prove esposte alla opinione pubblica in modo trasparente e credibile), della responsabilità di un preciso Stato che finanzi l'addestramento e l'armamento dei terroristi, identificandone pure l'indispensabile movente strategico (cioè quale "movente" e quale obiettivo persegua lo Stato che si ingerisce, promuovendo il terrorismo mediante cittadini di un altro Stato che agiscono sul territorio di quest'ultimo).
Ma il fatto che cittadini di uno Stato prendano le armi in preda a furia omicida nei confronti di propri connazionali, è certamente ed evidentemente un problema di ordine pubblico (v.qui al punto 11.3): e, attenzione, lo sarebbe anche se i terroristi non fossero cittadini dello Stato "colpito", laddove, come abbiamo visto, non si abbia la prova, ma nemmeno l'ipotesi, che il "diverso" Stato alla cui nazionalità appartengono i terroristi  sia coinvolto con azioni attribuibili alla chiara responsabilità del suo governo. 
Ad esempio, dopo l'11 settembre, infatti, pur essendo Bin Laden un cittadino saudita nessuno propose il bombardamento dell'Arabia Saudita.
Sta di fatto che non si può ignorare che i cittadini francesi (o belgi) accusati allo stato di essere autori delle stragi sono immigrati (presumibilmente di seconda generazione) di origine mediorientale o nordafricana, cioè provenienti da territori a religione islamica prevalente e, ovviamente, dichiaratamente musulmani "integralisti".
E' allora ragionevole domandarsi come e perchè questo tipo di immigrazione si converta in un problema di sicurezza pubblica di tale gravità, e, ancor più perchè  lo diventi ORA, in questi anni, trattandosi di seconde o terze generazioni, laddove la presenza di Maghrebini o mediorientali, provenienti da territori ex coloniali, non è certo una novità in Europa e certamente non in Francia. 
Dunque perchè "ora", viene generato un problema così devastante?
La risposta più logica ha a che vedere con l'accumulo di rabbia, proprio perchè assistiamo a un tale livello di cieca violenza. E tale rabbia a livello sociale ha spiegazioni non troppo difficili da fornire, usando un po' di buon senso (punto 11) guardando alle condizioni attuali de:

"...gli immigrati in Occidente, scacciati dalla loro terra per gli effetti di impoverimento permanente determinato dalle ex e post colonizzazioni, imposte dagli spietati "mercati". 
Siano essi di prima o di seconda generazione, questi immigrati non soffrono "soltanto" della mancata integrazione determinata da omissione o fallimento di presunte politiche sociali e culturali (ovviamente cosmetiche), quanto della impossibilità strutturale di un'integrazione che deriva da impostazioni di politica economica rigide e insensate, incentrante sull'idea della deflazione, della competitività e della connessa riduzione dello Stato sociale.
Tutti insieme, immigrati e strati crescenti della stessa popolazione autoctona dei paesi occidentali, soffrono di impoverimento e della arrogante imposizione della "durezza" del vivere da parte di una governance che vive nel più sfacciato privilegio della rendita economica (anche in Italia).  Gli immigrati, specie della seconda generazione, finiscono per sbattere contro il muro della fine della mobilità sociale imposta dal paradigma neo-liberista (in particolare quello adottato dall'UE):  quando si accorgono di essere destinati a un irredimibile destino di lavoratori-merce, che si aggiunge alla continua tensione razziale e culturale con gli strati più poveri della popolazione del paese "ospitante", sono nella condizione "ideale" per abbracciare l'Islam integralista.   L'adesione restituisce loro dignità, identità e una risposta alle frustrazioni della tensione con gli "impoveriti" del paese ospitante.  
Questa tensione è tanto più acuìta quanto più questi ultimi, gli "autoctoni", sono essi stessi assorbiti nella voragine del lavoro-merce. Come esito di tale processo ormai ultraventennale, gli immigrati sono posti, pur essendo (teoricamente) in condizioni materiali diverse da quelle dei disperati concittadini (o ex tali) delle terre di orgine, nella stessa attitudine di rabbia e disperazione dei diseredati dei paesi più impoveriti del mondo."
3. Riallacciando queste osservazioni al discorso relativo ai fatti di Dacca e alla ridicola osservazione che, in quel caso, gli attentatori sarebbero stati di "buona famiglia e di istruzione superiore", basti ribadire quanto di recente osservato complessivamente in questo post e in questa ulteriore osservazione: 
"Più ancora, c'è un punto che pare sfuggire totalmente: non è che i terroristi sono proletari oppressi che fanno una confusa lotta di classe. Tutt'altro.
Il terrorismo nasce da due ingredienti: l'islam e le sue strutture sociali feudali, maschiliste e comunitarie, e il forte impatto con la superiorità tecnologica e sessual-edonistica dell'occidente, ridivenuto neo-liberista e, perciò, liberoscambista e neo-colonialista. Cioè fortemente anti-Stato sociale: come ben sapeva Nasser; v.qui pp. 3 e 4.

I terroristi, a livello "esecutivo", sono piuttosto persone dal profilo psicologico destabilizzato e condizionabile, facilmente reperibili laddove il modello sociale neo-liberista occidentalizzato si imponga brutalmente a suon di condizionalità, creando frustrazioni e vari complessi di "rifiuto" (si rifiuta per non essere rifiutati): e ciò sia se tale modello sia esportato (caso del Bangladesh, come dei paesi della primavera araba), sia se sia "da importazione", cioè imposto ai migranti di massa ghettizzati in terra straniera.

A livello ideativo e finanziario, il vertice del terrorismo è invece ben consapevole di questi meccanismi identitari e di frustrazione e li sfrutta abilmente, sapendo che è proprio il sistema occidentale inteso in senso cosmetico (cioè ridotto cialtronamente a questioni sessuali e di costume familiare) ad alimentare la base di reclutamento degli psicotici manipolabili.

Più ancora, il post voleva evidenziare perché:
a) dopo anni di applicazione delle "cure" FMI e WB del Washington Consensus, in un paese a maggioranza musulmana, il comune sentire sociale non produca una forte resistenza all'azione dei terroristi islamici, visti comunque come capaci di una qualche forma di riscatto, quand'anche non condiviso sotto il profilo del'estremismo identitario;
b) i governi non hanno interesse, in termini di consenso, in una situazione di tensione sociale prodotta dalla "modernizzazione" globale (liberista), e neppure sufficienti risorse finanziarie, per condurre con convinzione un'azione repressiva di tale terrorismo: sanno che, sul piano militare, le forze estere che lo finanziano, fanno reclutamento e addestramento, e lo armano, sono ben protette (dallo stesso occidente), mentre, d'altra parte, gli stessi governi, astretti dai vari modi delle "condizionalità" fiscali, non sono in grado di mutare l'assetto sociale che produce il substrato ideale per il reclutamento
4. Questo aspetto sistemico di rifiuto e di rabbia, - sia da parte di immigrati sottoposti contemporaneamente alla fine della mobilità sociale ed alla tensione cultural-razziale con gli strati sociali impoveriti "autoctoni", sia da parte di coloro che, segnatamente nei paesi islamici, vedono alterate dalla globalizzazione le condizioni minime di sviluppo e solidarietà sociali, nella loro stessa terra-, trova conferma in quanto esprime la stessa analisi critica francese, esprimendosi a caldo sulla strage di ieri:
La Francia, invece, sembra l’epicentro di una crisi multipla, politica ed economica. E sul piano sociale fatica a integrare gli immigrati. Tutto ciò la rende più vulnerabile?
«Certo, è così. Si sommano diverse componenti. L’arrivo massiccio di profughi, la crescita economica bloccata e l’alto tasso di disoccupazione. Ma c’è un numero chiave: circa l’8% della popolazione non si sente francese, non si riconosce nello Stato. E queste persone non sono rifugiati appena sbarcati. Sono figli di immigrati, giovani di seconda o terza generazione. E’ la percentuale più alta tra i Paesi europei. Dalla Francia sono partiti tanti foreign fighter verso l’Iraq e la Siria».
Messa così il governo di Parigi non sembra avere molti margini. Proprio ieri il presidente François Hollande aveva annunciato la revoca delle misure di emergenza…
«Il governo può rafforzare di nuovo le misure anti-terrorismo o i controlli alla frontiera. Ma questo non contribuirà a risolvere la questione di fondo, offrendo una possibilità ai giovani francesi, figli di immigrati, che oggi non si sentono accettati dal Paese. Quindi, se vogliamo andare in profondità, a questo punto per la Francia vedo solo due opzioni.
O si apre con decisione o si blinda. Prima strada: intensificare al massimo l’opera di integrazione dei giovani che oggi si sentono esclusi. Vuol dire massicci investimenti nell’educazione, in programmi di deradicalizzazione mirati, in posti di lavoro. Oppure la Francia può scegliere di diventare come Israele: sottoporre a stretta sorveglianza i soggetti considerati un potenziale pericolo per lo Stato».
Quale delle due opzioni sta guadagnando spazio politico e psicologico nell’opinione pubblica francese?
«Mi piacerebbe fosse la prima opzione, quella dell’integrazione, ma vedo invece avanzare la seconda».
5. E, se avanza la seconda, come risulta irresistibilmente probabile, anzi "vincolato" dalla rigida struttura fiscale della moneta unica, dato il divieto imprescindibile di fare quei "massicci investimenti nell'educazione e in posti di lavoro", la logica della "accoglienza" indiscriminata (ormai understated in modo strisciante), verrà contraddittoriamente mantenuta proprio per produrre i presupposti :
a) di un mercato del lavoro e di un sistema sociale "equalizzati" rispetto ai paesi di provenienza, considerato indispensabile per la competitività mercantile del sistema che adotta la moneta unica;
b) per un continuo riprodursi, - nel tempo del consolidarsi generazionale di questa presenza di immigrati accompagnata da assenza di mobilità sociale e scontato scontro con gli strati più poveri delle popolazioni locali-,  di nuove leve di giovani esasperati da rifiuto e emarginazione economico-sociale, che determinino, in un calcolo cinico, proprio quei problemi di sicurezza pubblica che, divengono una sorta di guerra civile permanente. ADDENDUM: una guerra civile che cristallizzi, al più alto livello di efficacia, il sub-conflitto sezionale che consente la stabile realizzazione del progetto delle elites globalizzatrici (come ben focalizza Rodrik, p.4: Inoltre, le elites possono ben preferire - e ne hanno l'attitudine- di dividere e comandare...giocando a porre un segmento di non elite contro l'altro);
c) per portare a livello di stabilità istituzionalizzata lo stato di eccezione che consegue a tale guerra civile permanente, in modo che, analogamente a quanto avvenne in Italia ai tempi della strategia della tensione, sia resa incontestabile la prosecuzione delle politiche economico-sociale attuali; l'idea della "israelizzazione" delle ex-democrazie sociali sottintende di raccogliere il consenso intorno a una "Autorità" salvifica e "protettiva", che possa rivendicare la sua legittimazione in termini polizieschi e di militarizzazione, anche esterna e in funzione di spesa "keynesiana", di ogni residua funzione dello Stato. O del super-Stato €uropeo...