giovedì 21 agosto 2014

CONTO FINANZIARIO E PNE TRA VALUATION EFFECT E SALDI DELLE PARTITE CORRENTI ("ci facciamo buttare fuori?")


Personalmente vi consiglio di rileggerlo 3 volte. Così, per attività cognitiva "numerologica" (e, più seriamente, data l'importanza e delicatezza del tema). Francesco Lenzi ci dà un altro saggio della sua bravura divulgativa, pur affrontando uno dei temi economici più tecnici e sdrucciolevoli che ci sia.
Anzi, direi, attualmente, il più "scottante".
A lui va il nostro ringraziamento collettivo. 
Al netto del percorso di comprensione dello sviluppo delle premesse, magistrale nella sua invidiabile chiarezza, rimane quell'interrogativo finale.
Ho il "sentore" che una delle migliori risposte-soluzioni (e chiedo in proposito il conforto dello stesso Francesco) sia la formula che Cesare Pozzi indica nel "facciamoci buttare fuori": finanziare investimenti diretti esteri dei residenti (essenzialmente "pubblici") con spesa pubblica programmata per rafforzare il controllo nazionale di filiere "internazionalizzate", ma rigorosamente strategiche. (A cui accoppiare investimenti industriali pubblici, legati al territorio, in settori altrettanto strategici ad alta tecnologia, ovviamente non aperti all'investimento di controllo estero, quanto semmai in più dignitose e paritarie joint venture di scambio delle utilità raggiungibili nella R&S congiunta). 
E ciò sia per il valuation effect legato (potenzialmente e...pericolosamente) al recupero della flessibilità del cambio, che per stimolare l'effetto "sostituzione" (dei prodotti italiani rispetto a quelli esteri ora importati) sul flusso delle partite correnti.
Ma su questo, lascio volentieri il campo alle ipotesi ed ai commenti di chi è ben più "ferrato" del sottoscritto...

Questo post nasce come integrazione di quanto descritto prima nell’incontro di Viareggio e poi nello spazio (http://orizzonte48.blogspot.it/2014/07/viareggio-e-la-traiettoria-culturale-lo.html ) gentilmente offertomi da Orizzonte48. 
Avrei voluto chiudere la trattazione della evoluzione della posizione patrimoniale sull’estero in un unico post, cercando di dare un visione organica di come essa si sia formata, o almeno di come partendo da poco più di 50 miliardi, sia passata nel giro di 16 anni ad oltre 465 (per la verità, con i recenti dati diffusi siamo già oltre 500 miliardi). Però, sia gli interessanti commenti al post, sia alcune discussioni intraprese su twitter mi hanno stimolato verso altri elementi di analisi che prendono in considerazione l’altro lato della bilancia dei pagamenti, il conto finanziario.
Credo sia però importante innanzitutto indicare brevemente cosa si intenda per conto corrente, conto capitale e conto finanziario della bilancia dei pagamenti.
La bilancia dei pagamenti viene definita nel manuale della Banca d’Italia (https://www.bancaditalia.it/statistiche/quadro_norma_metodo/metodoc/manuale_bilpag.pdf ) come schema statistico che registra le transazioni economiche realizzatesi, in un determinato periodo di tempo, tra residenti e non residenti in un’economia
Nella bilancia dei pagamenti trovano quindi registrazione tutte quelle attività che determinano il cambiamento di proprietà di un bene o di un’attività finanziaria
Le transazioni di beni, servizi, redditi e trasferimenti unilaterali si registrano nel conto corrente, il cui saldo è chiamato saldo di partite correnti
Le transazioni che riguardano la parte residua dei trasferimenti unilaterali e le cessioni di attività non prodotte e/o non finanziarie (brevetti, marchi, licenze) si registrano nel conto capitale
Le transazioni aventi per oggetto attività e passività finanziarie sono registrate nel conto finanziario
Volendo semplificare se per esempio un soggetto residente compra un’auto straniera, l’acquisto viene registrato con segno negativo nella sezione commercio di beni del conto corrente. Quest’auto dovrà essere però anche pagata (o almeno di regola dovrebbe esserlo) e fino al momento del pagamento sarà indicato nel conto finanziario (col segno positivo) il debito del soggetto residente che l’ha acquistata con il soggetto estero che gliel’ha venduta. Al momento del pagamento poi, se il soggetto residente si è procurato (attraverso un’esportazione o attraverso un altro prestito) la valuta stabilita per onorare il proprio debito, pagherà come convenuto estinguendolo, altrimenti chiederà una nuova dilazione, oppure avrà sempre l'alternativa di lasciare il chiodo.  Questo che vale come esempio per il singolo soggetto residente, vale allo stesso modo per una categoria di soggetti, o per la Nazione intera. Se un Paese nel suo complesso ha acquistato dall’estero, in un determinato periodo, più beni di quanti ne ha invece esportati avrà un conto corrente negativo, e corrispondentemente un conto finanziario positivo (espressione del debito che il Paese ha verso l’estero). A meno di errori ed omissioni quindi, al termine di ciascun periodo, la somma del saldo di partite correnti e del conto capitale corrisponde al saldo del conto finanziario cambiato di segno.

Il conto finanziario viene presentato attraverso la stessa classificazione utilizzata per la posizione patrimoniale sull’estero. In esso, infatti, sono distinti i flussi in base alle macro-categorie dei soggetti residenti (Governo, Banca d’Italia, Istituti finanziari, altri – privati) e alla tipologia di attività/passività (investimenti diretti esteri, investimenti di portafoglio, altri investimenti, derivati, riserve). 
La posizione patrimoniale sull’estero è quindi, sia per soggetti che per tipologia finanziaria, facilmente raccordabile con il conto finanziario. Nell’esempio di prima il debito commerciale sorto nel periodo a carico del settore privato a seguito dell’acquisto dell’auto, viene rilevato nel conto finanziario nella voce altri investimenti e quindi posto in aumento del corrispondente stock della posizione patrimoniale sull’estero. 
Nel conto finanziario però non sono registrati solo i corrispondenti debiti/crediti sorti a seguito di operazioni di conto corrente, ma vengono registrati tutti i movimenti di capitali in entrata/uscita dal Paese. I capitali possono certamente affluire per finanziare un deficit di partite correnti, ma possono anche affluire per sfruttare maggiori rendimenti offerti all’interno del Paese piuttosto che in altre aree, oppure per sfruttare particolari opportunità di investimenti, o per altri svariati motivi. 
In generale, comunque, nelle passività vi saranno indicati tutti i movimenti che i soggetti non residenti hanno effettuato su attività domestiche. Nelle attività tutti i movimenti che i soggetti residenti hanno eseguito su attività estere. La differenza tra le attività e le passività determina il saldo del conto finanziario. Si può avere lo stesso saldo di conto finanziario (e quindi di conto corrente cambiato di segno) con afflussi di capitali per 100 e deflussi per 90, oppure con afflussi 100.000.000 e deflussi per 99.999.990.  Sembra una banalità, ma è importante capire che mentre dal punto di vista contabile la posizione è esattamente la stessa, dal punto di vista di solidità finanziaria, resistenza agli shock e rischio  sistemico, maggiori sono gli importi assoluti e maggiore è la fragilità, la cosiddetta sistematicità, dell’economia domestica.
Sperando che a questo punto la gran parte di voi abbia sopportato questa breve infarinatura di contabilità internazionale, vorrei proseguire l’analisi svolta nel post precedente, completandola con l’esame di come si è evoluto il conto finanziario dell’Italia. 
Questo ci servirà innanzitutto per verificare ed analizzare l’entità dei flussi finanziari in ingresso e in uscita dall’Italia. Poi, comparandoli con le voci della posizione patrimoniale sull’estero sarà possibile ricavare le variazioni di valore subite sia dalle attività estere degli italiani che dalle attività italiane dei soggetti esteri. Verificare cioè il valuation effect non solo in termini quantitativi, come si può fare partendo dal saldo di partite correnti, ma anche qualitativi (quali settori e su quali strumenti si sono avute variazioni di valore). I dati, analogamente a quanto fatto nel post precedente, sono ricavati esclusivamente dal database Banca d’Italia.
Partiamo cominciando ad analizzare l’evoluzione della sezione passività (quindi relativa agli investimenti che i soggetti esteri hanno fatto in Italia, i cosiddetti capitali in ingresso) del conto finanziario, che ho preferito raggruppare per movimenti semestrali in modo da eliminare la volatilità presente nei dati mensili.


Si possono distinguere cinque periodi principali. Innanzitutto quello che dal 1988 arriva fino alla metà del 1992, quello dello SME credibile, quello dei primi grandi flussi finanziari in ingresso in Italia
Con la crisi della lira del 1992 termina questo periodo e passati pochi mesi ne avvia uno nuovo e breve nel quale gli afflussi sono quasi esclusivamente sottoforma di investimenti di portafogli che dureranno per circa due anni. Nel 1994 gli afflussi, probabilmente a causa delle tensioni sui mercati internazionali (http://en.wikipedia.org/wiki/Mexican_peso_crisis ), si arrestano ed, in misura contenuta, cambiano anche di segno trasformandosi in rimpatri di capitali (reversal). 
Dopo un periodo di circa un anno di volatilità, da agosto 1995 si assiste ad un periodo di importanti flussi di capitali esteri in entrata che fino al 2000 continuano in modo ininterrotto. 
In questo periodo arrivano complessivamente dall’estero verso attività italiane circa 640 miliardi di euro. Le turbolenze internazionali di inizi 2000 provocano l’arresto dei flussi ed un parziale reversal. Il periodo di pausa però, come avvenuto a metà anni novanta, è durato solo alcuni mesi e, intorno alla metà del 2002, inizia il quarto ed ultimo periodo di afflussi, quello che termina con la crisi Lehman Brothers. Durante questo periodo gli afflussi sono stati molto i più importanti in termini di valori nominali, circa 960 miliardi di euro, ed hanno riguardato non solo i classici investimenti di portafoglio (azioni ed obbligazioni), ma anche investimenti diretti ed altre forme finanziarie (presumibilmente crediti commerciali e pronti contro termine). 
Con la crisi del 2008 si assiste al primo degli importanti deflussi di capitali che la nostra economia ha recentemente sperimentato. Nei sei mesi a cavallo del fallimento Lehman Brothers, dal luglio 2008 a dicembre 2008 i soggetti non residenti ritirano dall’Italia circa 100 miliardi di euro.  Da quel momento inizia l’ultimo periodo, fatto di alta volatilità dei flussi sia in ingresso che in uscita, con rimpatri di capitali che erano totalmente sconosciuti nei 20 anni precedenti
Di particolare evidenza è la crisi del 2011, gli enormi rimpatri di capitali (i disinvestimenti di attività di portafoglio sono stati pari a circa 180 miliardi da luglio 2011 a luglio 2012, oltre il 10% del Pil) ed il contestuale ampliarsi dei debiti con l’Eurosistema TARGET2 (evidenziato tra gli “altri investimenti”). Poi, dalla metà del 2012, grazie alle ormai famose parole di Draghi,  il ritorno dei capitali e la diminuzione dell’esposizione con l’Eurosistema. Da allora, nonostante gli investimenti di portafoglio siano ritornati abbondanti per circa 155 miliardi, il flusso cumulato è però ancora negativo, con un deflusso netto di capitali per  circa 24 miliardi, segno della più che proporzionale riduzione della esposizione verso gli “altri investimenti” (basti notare che soltanto i debiti TARGET2 sono diminuiti di 110 miliardi).
Quanto invece alla evoluzione delle attività del conto finanziario (gli investimenti che i soggetti italiani hanno fatto all’estero) questo è quello che si ottiene, raggruppando i flussi su base semestrale come fatto in precedenza.

Analogamente a quanto visto in precedenza si possono individuare anche per i capitali investiti dagli italiani all’estero i cinque periodi visti in precedenza. Infatti, proprio per una semplice identità contabile, se un flusso finanziario in ingresso non è destinato a finanziare un movimento di parte corrente, verrà a finanziare l’acquisto di attività all’estero. In qualche modo, o sotto una qualunque forma, se i capitali in ingresso eccedono la differenza tra i consumi ed il risparmio domestico, essi dovranno esser riciclati all’estero
Da notare poi come la parte di investimenti diretti verso l’estero, soprattutto nel periodo 2002-2008 sia molto più rilevante rispetto a quanto osservato fino agli anni 2000, ad ulteriore conferma di quanto visto nel post precedente, riguardo la strategia di internazionalizzazione del sistema economico italiano. Dicevamo infatti che: “A differenza dei Paesi emergenti ed in via di sviluppo (i quali investono all’estero prevalentemente in titoli di debito e valute), il modello di espansione internazionale dei Paesi sviluppati è quello di aumentare le passività nella forma di capitale di debito (investimenti di portafoglio_Bonds & notes) per impiegare all’estero, in capitale di rischio, le risorse così ottenute, che tendenzialmente dovrebbero offrire dei rendimenti superiori a quelli pagati sul capitale di debito. Questa dinamica si evidenzia chiaramente per l’Italia e giustifica anche il miglioramento dei saldi nella voce redditi delle partite correnti”.
Il carattere internazionale della nostra economia è evidente da questi due primi grafici. Inseriti in un contesto di liberalizzazione dei flussi finanziari, la dinamica degli investimenti italiani verso l’estero dipende dai capitali esteri che arrivano. Maggiore è la stabilità dei flussi in entrata, più lunga la loro scadenza temporale, maggiore è la possibilità di “programmare” progetti di investimento sia in Italia sia all’estero. 
Purtroppo negli ultimi anni questa stabilità è stata ben lontana. Sono ormai sei anni che la nostra economia è bastonata da ingenti deflussi di capitali che portano spesso i soggetti che li hanno ricevuti a liquidare le proprie attività, seguiti poi da altrettanto ingenti flussi in entrata che, nel giro di qualche mese, cambiano nuovamente di segno. E l’euro in tutto questo, pur essendo stato pensato come elemento in grado di favorire la circolazione di capitali a medio/lungo termine grazie all’eliminazione del rischio di cambio, non sembra aver risolto il problema. Anzi, non solo i flussi si sono dimostrati altamente volatili, ma con la sciagurata gestione della cosiddetta crisi dell’eurozona, fatta di valutazioni moralistiche, annunci (http://www.businessweek.com/news/2012-05-11/schaeuble-dares-greece-exit-as-contingency-plans-begin ) e ritrattazioni (http://www.spiegel.de/international/europe/german-finance-minister-schaeuble-rules-out-athens-euro-exit-a-861335.html), lettere (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-29/testo-lettera-governo-italiano-091227.shtml?uuid=Aad8ZT8D) e documenti secretati (http://online.wsj.com/public/resources/documents/Greece-IMF-2010-Bailout-Minutes.pdf ), si è data ulteriore incertezza ad un mercato dei capitali che dal 2008 non sembra più in grado di svolgere quella funzione (se mai abbia potuto svolgerla) di stabilizzazione dei percorsi di crescita dei Paesi e che debba essere in qualche modo gestito, anche attraverso l’importante leva del tasso di cambio.
Una volta descritta l’evoluzione dei flussi in entrata ed in uscita, da parte di soggetti residenti e non, è possibile analizzare le variazioni di valore che hanno avuto le varie attività. Avendo, infatti, ricavato i flussi periodici è possibile raccordarli con le variazioni delle corrispondenti voci della posizione patrimoniale sull’estero per verificare se tale variazione sia dovuta al valuation effect (differenza di valore delle attività/passività in essere) oppure ai nuovi flussi finanziari. Si può in sostanza andare oltre la rilevazione del valuation effect vista nel precedente post e verificare chi ha avuto le maggiori perdite/guadagni, su quali strumenti si sono avute queste variazioni di valore e se esse coincidano con quelle rilevabili dal saldo di partite correnti.
Per prima cosa analizziamo il valuation effect sulle attività detenute da soggetti italiani.


Come logico attendersi, nei momenti di crescita internazionale le attività estere aumentano di valore (salvo che non si siano fatti investimenti in regioniparticolarmente sfortunate dal punto di vista della congiuntura internazionale ). Così, a periodi di crescita dei valori corrispondono, negli anni 2001-2002 e 2006-2008, periodi di forte correzione delle valutazioni. Nel complesso le attività detenute sotto forma di IDE, investimenti di portafoglio e altri investimenti, da soggetti italiani, hanno tutte perso valore. Gli IDE hanno avuto una diminuzione di valore di circa 50 miliardi di €, gli investimenti di portafoglio di circa 19, e gli altri investimenti 34 miliardi. Più di 100 miliardi di euro la perdita di valore complessiva nel periodo 1998-2013.   
A parziale compensazione di tale variazione negativa le riserve sono aumentate di valore per circa 46 miliardi. Quanto infine all’esposizione in derivati, essa ha subito una variazione negativa di valore di circa 66 miliardi. Non è però possibile ricavare se essa sia dovuta ad una diminuzione del valore dei derivati esteri detenuti da soggetti italiani oppure a un incremento del valore delle attività italiane derivate detenute da soggetti esteri (perché a differenza delle altre voci del conto finanziario, la voce derivatives non viene distinta in attività/passività).
Riguardo alle attività italiane detenute da soggetti esteri si ha la seguente situazione


In maniera opposta rispetto a quanto visto per le attività estere degli italiani, le variazioni positive della posizione patrimoniale sull’estero italiana si hanno quando le attività detenute dai soggetti esteri perdono valore, e a causa delle recenti crisi hanno perso molto valore.  Dal 2008 al 2011 infatti, le rettifiche in diminuzione di valore su attività finanziarie di soggetti non residenti sono state ben 320 miliardi di euro. Poi, con la stabilizzazione dei mercati finanziari, i valori si sono ripresi ed il valuation effect è diminuito. Chi avesse fatto investimentiin Italia tra il 2012 ed il 2013 avrebbe così realizzato rilevanti profitti intermini di capital gain. Considerando l’intero periodo 1998-2013, le attività italiane dei non residenti si sono deprezzate per complessivi 83 miliardi di euro, 15 negli investimenti diretti, 32 negli investimenti di portafoglio, 36 negli altri investimenti.
Andando ancora avanti e raggruppando per tipologia di attività/passività, senza distinzione tra soggetti detentori, si nota come fino al 2008 siano state le variazioni di valore degli investimenti di portafoglio ad avere avuto il principale effetto negativo sulla PNE. In seguito, a causa della crisi dei valori italiani e il recupero delle valutazioni nel resto del mondo, l’effetto si è rovesciato. Nel 2011 la PNE era migliore di quanto ci si sarebbe dovuto aspettare sulla base dei flussi cumulati di conto finanziario, il valuation effect era quindi positivo.



Ricapitolando, le attività estere degli italiani (incluse le riserve) hanno perso di valore per circa 58 miliardi. La variazione di valore delle attività derivate è stata negativa per circa 65 miliardi, mentre le attività italiane di soggetti estere si sono deprezzate di circa 83 miliardi. Il valuation effect complessivo, rilevato sulla base dei saldi del conto finanziario, è stato quindi pari a 41 miliardi, un valore notevolmente diverso rispetto a quello, pari a 211 miliardi di euro, rilevato dall’analisi del saldo di partite correnti. La differenza, a meno del saldo di conto capitale (che rimane comunque di importi marginali), è relativa all’effetto degli errori ed omissioni.
La voce errori ed omissioni è una voce residuale della bilancia dei pagamenti, risultato della differenza tra il saldo di partite correnti (sommato al saldo di conto capitale) e il saldo del conto finanziario. Tale differenza è normalmente considerata trascurabile, ma, come appare evidente, non lo è. Per chi avesse voglia, si potrebbe approfondire le cause di queste importanti differenze. Posso ipotizzare che gran parte delle differenze sia da imputarsi a transazioni che sfuggono alla rilevazione delle partite correnti. Le rilevazioni di conto finanziario, essendo maggiormente tracciabili, dovrebbero essere molto più affidabili.
Confrontando il saldo di conto finanziario e di partite correnti, pare che ci siano molte transazioni in diminuzione (maggiori importazioni  o minori esportazioni di beni e servizi, maggiori trasferimenti in uscita, minori trasferimenti in entrata, e così via) che sfuggono alla rilevazione e che hanno fatto rilevare un saldo di partite correnti migliore - meno negativo - di quello che effettivamente è stato. Inserendo nel grafico relativo alla differenza tra PNE e PNE da saldo cumulato di partite correnti, presentato nel post precedente, l’andamento della PNE da saldo cumulato di conto finanziario, le differenze da valuation effect, benché nell’ordine di decine di miliardi di euro, sono molto più limitate rispetto a quelle descritte in precedenza e il valore della PNE alla fine 2013 è quasi interamente spiegato dai flussi cumulati di conto finanziario.

 
 In conclusione, è da notare come il valuation effect, essendo l’Italia un Paese debitore netto nei confronti dell’estero, agisca in controtendenza rispetto alla dinamica dei valori sul mercato domestico
Ricordiamo che i valori nella posizione patrimoniale sull’estero sono inseriti, ove sia possibile secondo il prezzo di mercato (mark-to-market). Pertanto, se il mercato domestico migliora (tassi d’interesse più bassi, quotazioni azionarie più elevate),  seguendo o meno l’andamento dei mercati esteri, la PNE peggiorerà,  anche con equilibrio del saldo di partite correnti. Effetto opposto si ottiene quando le valutazioni delle attività italiane si deprezzano. Effetto che è ancora più rilevante se, come nel 2011, avviene in controtendenza con la dinamica internazionale.
In questo modo si spiega il forte peggioramento della PNE avvenuto negli ultimi mesi. A fronte di valutazioni di attività estere che sono aumentate, si è avuto un più che proporzionale aumento dei valori delle attività italiane detenute da soggetti esteri. Questo peggioramento è quindi “normale” per la nostra economia, fortemente integrata con l’estero e con PNE negativa. 
Il problema non sarà quanto nei prossimi mesi peggiorerà la PNE (che fino a quando continuerà, se continuerà, la bonaccia sui mercati sarà presumibile aspettarsi), ma sarà quello di verificare se dal 2012 i capitali che sono arrivati possano essere maggiormente stabili, più a lungo termine rispetto a quelli che erano presenti all’inizio della crisi del 2011. Interessante sarà analizzare la scadenza delle nuove passività emesse e chi sia maggiormente esposto su passività di breve termine. 

Con un saldo positivo di partite correnti non abbiamo più bisogno di finanziare all’estero i nostri (ormai pochi) consumi e importazioni, ma nel caso si verificasse un nuovo deflusso di capitali siamo sicuri di aver le risorse (in termini di attività estere) necessarie per fronteggiarlo autonomamente?

martedì 19 agosto 2014

PROFETI DEL RITORNO ALLA CRESCITA (dal Bruegel Brief alla Commissione Attali: "un giorno ci sarà una crisi...")

Il profeta Abdia.

Ne abbiamo già parlato a proposito del discorso "finale" (essenzialmente per le nostre sovranità costituzionali democratiche) di Barroso, come pure a proposito degli enunciati rifondativi in chiave €uropea, da parte della Venice Commission, della stessa legittimità dell'idea di Costituzione: questa neo-legittimità si ottiene attraverso gli "esperti indipendenti" che affermano l'inarrestabile efficienza - per il bene dei "mercati"- della loro superiore conoscenza tecnocratica e persino "multidisciplinare".

Questa nuova frontiera della legittimità del potere di governo, meta-democratico e meta-sovrano, si nutre della scientificità come pretesa neutralità, contrabbandando "LA SOLUZIONE" come incontestabile risultato "scientificamente esatto"; con ciò occultando, - come ben evidenziano Chang, e lo stesso Galbraith, a proposito delle teorie liberiste neo-classiche (di ogni epoca)-, la sostanza dei giudizi di valore, ideologici e fortemente "parziali", che si vogliono imporre, bypassando parlamenti e dibattiti democratici aperti alla pubblica opinione.
Tutto ciò è reso possibile dalla pratica scomparsa della stessa pubblica opinione, sostituita dalla "opinione di massa", dopo intensi decenni di ordoliberismo mediatico-pop: cioè massa  passiva (a sua insaputa, lanciata nella autoidentificazione dettata dall'inversione dei meccanismi di cusa-effetto), neo-riduzionistica e portata all'accettazione emotiva di slogan di cui non percepisce (più) il significato autolesionista.

A tutto questo ci rinvia questo post di Poggio Poggiolini, che commenta, più che i contenuti (un'operazione ormai...stracca per un cittadino europeo che segua con zelo i media osannanti), il "metodo" del Rapport de la Commission pour la libération dela croissance française.
Messo a punto dalla Commissione Attali nel 2007, ha la particolarità di anticipare, "a prescindere", gli schemi e le terapie che, da lì a poco, la crisi finanziaria globale dei famosi sub-prime avrebbe dato modo, alle "istituzioni europee", di imporre come metodo per il "ritorno alla crescita"...
Da notare la notevole consonanza con un altro "documento anticipatore", il ben noto Bruegel Brief del 2006, redatto sotto la direzione dello stesso Mario Monti.
Insomma, lo sapete, com'è che sono stati così bravi a indovinare il futuro (nostro): "un giorno ci sarà una crisi..." e questi profeti del paradosso, allora, avrebbero reclamato mano libera, tecnocratica, indipendente e incontestabile, per ridisegnare (teologicamente) la società europea. Molto, quella italiana (più di quella francese, certamente: un caso "Attali" di parlare alla suocera perchè la nuora intenda).

UNO, DUE, TRE, QUATTRO, CINQUE, DIECI  .. TRECENTO PASSI

Qualcuno in più dei cento percorsi da P Impastato[1] nelle inchieste sulla malavita organizzata e più dei centochiodi conficcati nei libri della Memoria da E Olmi[2].

Ma se ci si limitassimo alla santificazione della civica denuncia della criminilatà e del malaffare – ucciso, per caso e necessità, lo stesso giorno con A Moro (9/5/1978) - o alla riproposizione di un “piccolo mondo antico” che sacrilega la propria stessa Memoria, non avremmo la curiosità di percorrere quei 200 e più passi o chiodi che separano dai 300 e più punti del “rapporto Attali” (Rapport de la Commission pour la libération dela croissance française[3]) voluto da neoeletto PRESIDENTE N Sarkozy nel 2007 per ridisegnare uno Stato da promozionare come modello moderno, efficiente, efficace, produttivo, competitivo per le sfide proposte dalla globalizzazione.

Per quelli che ancora coltivano interesse, conoscenza e cultura civica, il percorso di quei trecento passi porta al nulla e al “vuoto” che avanza oltre quanto già scritto da tempo dall’orda dei pensatori di un mondo “nuovo”: uno Stato snello svuotato dalla democrazia e nella riaffermazione di un Mercato liberato da ogni laccio e lacciuolo, capace, con regole proprie, di governare la società civica animata da concorrenza competitiva, efficiente, efficace e rapace.

Una guideline prodotta furiosamente in 4 mesi con la collaborazione internazionale di 43 membri indipendenti, esperti in diverse discipline, coordinata da Jacques Attali - finanziere, già consigliere economico speciale di F Mitterand fin dagli anni ’80 durante la scrittura del trattato europeo di Maastricht (1992) che disegna il progetto attraverso una  moneta unica europea, l’euro – la cui immagine meglio non potrebbe essere definita con le dichiarazioni registrate durante l’intervento alcongresso “la crise de l’euro” organizzato da S Royal nel gennaio del 2011[4]  per Univertié Participative Populaire tra le risa e applausi delle centinaia di partecipanti. (Molto meglio quando esso, cioè esso tra i 100 intellettuali oggi più significativi al mondo, scrive d’altro[5] dando luogo a qualche più tiepida manifestazione)

Nelle premesse ambiziose già si affacciano gli elementi del particolato integrale che porterebbero ad un umore diverso anche i dati PM10 (Particulate Matter < 10 um) prodotti da 43 centraline metropolitane, tutte racchiuse nella prima dichiarazione chiara, netta, perentoria:
"Le moment est venu … Ceci n’est ni un rapport, ni une étude, mais un mode d’emploi
pour des réformes urgentes et fondatrices. Il n’est ni partisan,
ni bipartisan : il est non partisan."
(Il momento è giunto: questa non è una relazione o uno studio, ma un manuale applicativo per riforme urgenti e fondamentali. Non è di parte, bipartisan: è "non" di parte.)

Seguono poi i 300 & pippa grani del solito rosario di privatizzazioni dell’istruzione-sanità-previdenza-prevenzione, di liberazione da privilegi di casta e privilegi, di snellimento della burocrazia statalista, di revisione delle rappresentanze sindacali degli interessi pluriclassisti che animano il tessuto sociale, di introduzione di contrattualista “evoluta” nei rapporti di lavoro con l’allegoria della “piena occupazione”, di normalizzazione della cultura controllata in una rete gestita dal parternariato rnriato pubblico/privato, di riaffermazione di sicurezza e controllo della conflittualità sociale emergente , di riduzione del debito pubblIico, se non  - tra litanie soporifere del diritto cosmetico al belletto e rossetto trasversale – la costruzione di nuovi insediamenti urbani per i nuovi undermenschen magari “di riserva“ e magari progettati da grandi archi-star internazionali in stile neo-panapticon[6]

Meno del nulla e poco più del meno, gli impatti sociali, la sostenibilità economica dei costi e il vantaggio dei profiiti se non quelli affidati al Mercato internazionale, globalizzato, veloce, reattivo – adrenalinico per effetto lisergico - che poco tollera interventi e regolamenti se non i propri, cioè da essi, gli creatori del “vuoto” che avanza tra la sazietà .   

Ma bel oltre l’analisi sistematica dei 300 &pippa grani – che a dire il vero riappaiono veloci coi boschi cedui nella attualità del governo del Belpaese – risulta più interessante la considerazione della metodologia sistemica adottata attorno alla quale sono necessitate, prima che desiderate, considerazioni chiare, nette, univoche.
    
E qui, nei preliminari come sempre, vengono incontro le genialità del Belpaese espresse – dopo il “bianco di Carrara” sono risorse inestimabili – da 2 dei 43 collaboratori “indipendenti” del “rapporto” che J Attali ebbe a scegliere:

·          F. Bassanini, autorevole pluriministro e ex consigliere del Belpaese, redattore della ononima “legge Bassanini” per la  semplificazione dello Stato con la legge-delega che garantisce al Governo il potere di emanare decreti delegati per la riforma e innovazione del sistema amministrativo, ora a guida della Cassa Depositi &Prestiti, il salvadanaio del Belpaese[7]
·          M. Monti, autorevole economista rettore della Bocconi, navigato €urista delle “porte girevole” dell’Unione Europea, commissario  nella prima commissione Santer (1995-1999) costretta alle dimissioni per corruzione e favoritismi, del quale ci (di)spiace ricordare il concetto politico-sociale[8] allineato al ritorno alla “durezza della vita[9]” (degli altri - sarcasticamente anche detto “back to the future”) e ne conosciamo la “cura”[10]   
All’edizioneitaliana del “rapporto Attali”[11], le nostre autorevoli genialità ne scrivono la prefazione[12] che, oltre chicca, sono “perle” nel illuminare le caratteristiche della metodologia sistemica del “vuovo” che avanza:
“ ..  affidare a una Commissione internazionale di esperti la ricognizione dei freni e degli ostacoli alla crescita e l’indicazione delle riforme e delle misure necessarie per rimuoverli; che questa Commissione sia formata secondo criteri di competenza, esperienza, integrazione multidisciplinare, pluralismo culturale e politico; che ad essa sia assicurata totale indipendenza di valutazioni e di proposte (e che tale indipendenza sia nei fatti rigorosamente rispettata); che dunque la Commissione risulti largamente multipartisan nella sua composizione, assolutamente nonpartisan nella conduzione dei suoi lavori e nelle conclusioni a cui è pervenuta.

I concetti “multipartisan”, “bipartisan”, “nonpartisan”, il riduzionismo della democrazia “matura”[13] sono gli elementi su cui riflettere – ma non troppo - e riconsiderare nella loro essenza, valore, funzione e applicazione che “ .. in coerenza con questo impegno, il Governo chieda alla Commissione di restare in carica, una volta consegnato il Rapporto, per monitorarne l’attuazione e darne conto alla pubblica opinione, accettando implicitamente il rischio di una
valutazione in tutto o in parte critica da parte di un organismo dallo stesso Governo istituito.

Che dire, da ultimo, se non la nenia necessitata riaffermazione di “ciò che non siamo e ciò che non desideriamo” e che dei passi del sentiero da percorrere sono solo quelli dove NOI vogliamo andare ben oltre la “democrazia matura” condotta da un partito “unico”.




venerdì 15 agosto 2014

ACRONIMI DI FERRAGOSTO: UE-FREE TRADE, UEM-GOLD STANDARD, UEM-IDE E L'ITALIAN DOWNSIZING (The User's Guide di Ha-Joon Chang)

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Come molti di voi ben sanno, a me piace il modo di vedere le cose di Ha-Joon Chang.
Sergio Govoni, un amico-lettore-costruttore del blog, mi ha regalato l'ultimo libro di Chang,uscito nel marzo 2014, "Economics: the User's Guide". E' una lettura che consiglio, naturalmente.
La sua visione complessiva delle vicende che hanno caratterizzato l'economia mondiale negli ultimi decenni, narrate con linguaggio semplice e diretto (ma non scevro da diversi livelli, o strati, di lettura), è una piccola summa di ciò che i politici e, in generale, la governance capitalistico-finanziaria del mondo "globalizzato", dovrebbero aver ben chiaro.
Anche se in innumerevoli occasioni, abbiamo constatato che questo auspicio (ovvero questo indispensabile presupposto), è in pratica quasi del tutto irrealistico.
Una cosa mi pare importante sottolineare da subito: Chang ci racconta come "la caduta del blocco socialista ci ha fatto transitare in un periodo di "trionfalismo del libero mercato". Qualcuno, come lo scrittore (allora) neo-con Fukuyama, sentenziò la "fine della Storia" (no, non la fine del mondo), basandosi sul fatto che avevamo identificato in modo conclusivo il miglior sistema economico nella forma del capitalismo. Il fatto che il capitalismo si manifesti in molte "varietà", ciascuna con particolari punti di forza e di debolezza, fu beatamente ignorato, nello stato di euforia di quel tempo".

Un tratto unificante, in ogni parte del mondo "avanzato", diciamo quello OCSE, di questo atteggiamento culturalmente e scientificamente approssimativo, è la sua finalità politica: essa consiste nel riaffermare in realtà il liberismo della scuola neo-classica come modello-pensiero unico: certo, opportunamente rivisitato nel nuovo ambiente tecnologico, geopolitico e istituzionale, creatosi tra l'inizio e la metà degli anni '90 del secolo scorso.
Si trattò dunque del ripristino del "capitalismo sfrenato", di cui abbiamo parlato nel post su "Popper e le catastrofi europee", e, al tempo stesso, di nuovi modi di imporre mediaticamente, e quindi nell'ambito democratico-elettorale, ciò che della democrazia è in realtà la negazione in termini
I punti pregnanti di questo "originario" modello da restaurare sono indicati da Chang nell'imperialismo (ipocritamente mercantilista, cioè fingendo, nelle enunciazioni teorico-scientifiche, di non appoggiarsi alla superiorità tecnologica delle armi), espresso nella imposizione di trattati di free-trade sempre a spese dei paesi politicamente e militarmente più deboli, nella vera e propria occupazione coloniale di questi, nonché, sul fronte interno, nella politica fiscale del pareggio di bilancio (the balanced budget doctrine) e nella politica monetaria incentrata sul gold standard.

Nella nuova "era" dell'imperialismo mercantilista e del gold standard "camuffati" (cioè dell'ordoliberismo, se osserviamo la realtà europea), la dottrina del pareggio di bilancio e le modifiche della distribuzione geografica del reddito sono imposte da svariati organismi sovranazionali, che mimano finalità di aiuto, ma che in realtà, nell'interesse del paese prevalente e creditore - che controlla tali organismi (dal FMI-World Bank, nei contesti extraeuropei, alla Commissione-FMI-BCE in UEM), prestano fondi "salvifici" (dei...creditori) in cambio di "structural adjustement programme" (SAP). 
I SAP invariabilmente richiedono "di restringere il ruolo dello Stato nell'economia, tagliando la spesa pubblica e il deficit, riducendo la regolazione (l'odiosa burocrazia causa di ogni male) specialmente nel traffico internazionale di merci servizi e, ovviamente, capitali."

Anche a questo riguardo, abbiamo visto più volte come i trattati UE siano geneticamente asimmetrici e come, in quanto tali, abbiano implicato una ratifica di rapporti di forza corrispondenti (e inevitabilmente incrementali), come l'euro sia una forma "relativa", cioè operante all'interno dell'area UEM, di gold standard, e come, nello sviluppo degli inevitabili eventi che hanno caratterizzato l'area valutaria asimmetrica e intenzionalmente imperfetta, si è arrivati a ripristinare la dottrina del pareggio di bilancio. Per la verità, parrebbe, solo a carico dell'Italia, ma, comunque, non senza aver prima dogmatizzato la follia di un tetto al deficit pubblico di bilancio che non solo è fisso, ma uguale per tutti i paesi UE a prescindere dalle rispettive esigenze di politica industriale e divergenti fasi del ciclo economico.

In Italia, insomma, accecati dal sacro furore di estirpare il nazionalismo, si è gettata nell'oblio la coscienza storica del fatto - ben chiaro a Chang- che le guerre sono innescate dall'imperialismo dominatore dei "liberi" mercati (altrui).
E, parimenti, si è del tutto dimenticato che la via di affermazione privilegiata dell'imperialismo mercantilista o del libero-scambismo (le più tipiche forme del mai domo capitalismo sfrenato, ma non certo l'unica forma del capitalismo in sè) sono i trattati di free-trade
Questi possono portare dei vantaggi, ma ad inevitabile distribuzione ineguale; questa va poi peggiorando, fino a divenire insostenibile per lo sviluppo ed il benessere della parte che se li vede imporre. E per di più da parte di Stati che, in questo nostro frangente di Italia alla "resa dei conti" (fallimentare), avevano certamente una tradizione imperialista, coloniale e liberoscambista, ovvero militare tout-court, che non poteva dar adito a grandi dubbi sul ripetersi del fenomeno.

Ora, in piena rassegnata e fanatica adesione a questo schema di neo-colonialismo, la classe dirigente italiana pare letteralmente ossessionata dagli INVESTIMENTI DIRETTI ESTERI. Cioè dal fatto che il nostro sistema industriale venga acquistato da controllori non nazionali: il solo fatto che questi non siano legati culturalmente e politicamente al territorio italiano e alla sua comunità sociale, rende altamente probabile una intrinseca logica finanziaria di questi investimenti. O anche una logica acquisitiva anticoncorrenziale, cioè da parte dei concorrenti, principalmente europei (ma non solo), al fine di controllare la filiera, gli investimenti nonchè il livello occupazionale e salariale, in funzione esclusiva di profitti, rapidi ed immediati, da realizzare e portare nelle sedi estere degli investitori.

Nella totale "financial deregulation", che in UE le autorità bancarie e politiche si rifiutano di affrontare (se non inasprendo miopemente la vigilanza prudenziale e autogestita della banca "universale", qualità che è il vero irrisolto problema), gli IDE assomiglieranno sempre più alle famose "hostile takeovers"; quelle, ci rammenta Chang, viste nel primo film "Wall Street", in cui cambia il controllo dell'impresa contro la volontà del management e degli azionisti di precedente maggioranza. 
Con la prospettiva che possa verificarsi lo "asset stripping", cioè la vendita, da parte dei nuovi "controllori", degli assets di maggior valore, senza alcun riguardo per la vitalità di lungo periodo dell'impresa stessa. (Quanti casi del genere, tra Alitalia e Telecom, ex-grandi e solide imprese pubbliche privatizzate in nome dell'€uropa e del "rientro del debito"?).
Al riguardo Chang aggiunge, "'per evitare questo destino, le imprese devono distribuire profitti più rapidamente di prima. Altrimenti, gli azionisti impazienti venderanno, riducendo il prezzo delle azioni ed esponendo così l'impresa ad un pericolo ancora maggiore di takeover "ostile".
E il modo più facile per le società di distribuire profitti veloci, è attraverso il downsizing, cioè il ridurre la forza lavoro e minimizzare gli investimenti oltre quanto necessario, per avere risultati immediati, anche se tali azioni diminuiscono le prospettive aziendali di lungo periodo."
Non si scampa.

E si tratta del normale modo di agire delle maggiori imprese, altamente burocratizzate (nella separazione tra proprietà e gestione), dotate di potere di mercato oligopolistico e che, nella logica tipica del controllo dei livelli salariali tramite il sistematico livello sub-ottimale dell'occupazione, anelano all'abrogazione dell'art.18. Che si rivela così uno scontato acceleratore pro-ciclico della recessione-disoccupazione.
La realtà dell'euro, aggiungiamo, è anche questa.


martedì 12 agosto 2014

RIFORME,RIFORME E POI RIFORME: IL VUOTO A PERDERE DELLA DIGNITA' DI UN'INTERA NAZIONE

Moretti : Vabbè... Continuiamo Così..., Facciamoci Del Male! - by SlagoAlessandroSalvago

Poniamo il caso che in vacanza, - in qualche luogo-non luogo, meccanicamente ridotto a turistificio senz'anima dalla mesta euforia della massificazione "consumista senza senso "(Rawls docet)-, un "cittadino medio" trovi il tempo di leggere una pluralità di fonti giornalistiche e, al tempo stesso, abbia misteriosamente conservato cognizioni critiche aderenti alla realtà di dati, leggi economiche operanti e conseguenze istituzionali prevalenti.
La sua "rassegna stampa" emergerebbe più o meno in questo commento...

Le riforme. Le riforme e ... le riforme. 
In questo clima vacanziero, dopo Draghi anche Moody's dice la sua. E gliela lasciano dire. 
E questo perché, come dice Vaciago in un'intervista oggi su "Il Messaggero" (pag.2), "Forse non è chiaro che le sovranità nazionali sono state seppellite da tempo".
Il fatto è che, come tutte le altre iperconvinzioni cialtroniche ripetute come mantra su tutti i giornaloni, questa affermazione è una falsità che dissimula una triste verità.
La falsità sta nel fatto che paesi omologhi all'Italia, - come dovrebbero considerarsi, non a caso, Francia e Germania, ovvero come UK, (sia pure, in altre condizioni istituzionali-internazionali= non adesione a UEM)-, quella stessa sovranità non l'hanno seppellita affatto. E non hanno alcuna intenzione di farlo.

La "triste verità" è che il  meccanismo di "cessione della sovranità", ribadito da Draghi senza mezzi termini, funziona esattamente come teorizzò von Hayek e come sottolineò puntualmente Amato, cioè come DISPERSIONE DELLA SOVRANITA'
Ma questa stessa "dispersione", nella condotta idraulica dell'internazionalismo che produce l'automatico degrado della democrazia a "metodo", HA OPERATO SOLO PER L'ITALIA
Il "vuoto a perdere" della dignità di un'intera nazione, che non ha neppure più l'elementare coraggio civile di riconoscersi come tale nel nome della propria Costituzione (ormai seppellita sotto una montagna di mistificazioni che la rendono irriconoscibile nel suo senso più sostanziale, cioè nei valori irrinunciabili a presidio della solidarietà e del benessere del popolo italiano).

E dunque la sottostante e più profonda "triste verità" si staglia sempre più come AUTORAZZISMO.
Quella orrida pretesa culturale autocolpevolizzante che viene alimentata dai media italiani, in una gara allucinatoria verso la nostra sottomissione ad un modello sociale, ma anche industriale, autolesionista, esterofilo, e senza vie d'uscita, e che fa apparire come "coraggiosa" e controcorrente la posizione "estiva" del nostro premier. Incurante del paradosso logico, egli rivendica la propria autonomia nel "fare", presto e presto (volevo dire "bene", ma le dita si sono rifiutate di digitare), esattamente le riforme che ci vengono imposte, ormai per pura inerzia, da un (variegato) potere sovranazionale detentore della forza, divenuta INARGINABILE, del "vincolo esterno".
E tutto questo viene celebrato dai media in un delirio collettivo che, visto con gli occhi di un osservatore ipoteticamente razionale e attento ai VERI RAPPORTI DI CAUSA-EFFETTO, può spiegarsi solo con la confidenza assoluta, dei vari propagandisti a tempo pieno dell'autorazzismo, nell'oblio collettivo di cui soffrono i lettori, ormai stremati e privi di difese critiche di qualsiasi genere. 
Questi lettori sono cinicamente visti (et pour cause, purtroppo) come malati neurologici deprivati della memoria a breve, in un calvario progressivo e furbamente anestetizzato, che li porta a dimenticare la quantità iperbolica di "riforme", rigorosamente ordoliberiste, che hanno piombato l'Italia esattamente nella situazione in  cui sta.
ScreenHunter 01 Dec. 30 12.35 650x431 Verso la Bancarotta: Asta sui BTP un Bagno di sangue, Spread e Tassi a Livello di Berlusconi (il peggiore)

E quindi, "continuiamo così, facciamoci del male"
Un giorno, forse non lontano, ma mai abbastanza vicino, gli impoveriti permanenti di tutte le classi economiche - anche quelle ancora oggi capaci di riorganizzare la propria continuità consumistica a livelli di reddito minori ma considerati transitoriamente tollerabili-, si accorgeranno che la "ripresa" non arriverà mai; che sono stati ingannati e che il prezzo dell'umiliazione nazionale non era un sacrificio che AVREBBE MAI POTUTO condurre ad una "nuova prosperità". 
E pure von Hayek, con un involontario ribaltamento umoristico delle sue deliranti teorie, li aveva avvertiti: "VERSO LA SCHIAVITU'



sabato 9 agosto 2014

"L'ACCONCIATURA". E I CONTI (ELETTORALI) CHE NON TORNERANNO

 
Avevamo evidenziato nell'ultimo post che la prossima manovra "di stabilità" sarebbe stata acconciata sulle aspettative mediatizzate che hanno convinto la maggior parte degli italiani che tagliare la spesa pubblica non sia una misura recessiva (al massimo grado, secondo il moltiplicatore fiscale, che, in un'economia in recessione e in funzione del rapporto inverso debito PIL, sale vertiginosamente):
"Inutile dire che alla fine quello che conterebbe sono i saldi: un mix di inasprimento della pressione fiscale (rozzamente offerta come redistribuzione) e di tagli della spesa, per circa 1,5 punti di PIL, porterebbe nel 2015 ad una recessione almeno di 2,2 punti di PIL (non vi devo rispiegare il moltiplicatore "Sapir", di cui tante volte abbiamo parlato)"
 
Prontamente, queste dichiarazioni confermano l'ipotesi (notare che sono riprese anche dal Sole24ore):
 "8 Agosto 2014
"Il dato del Pil è negativo", ha detto ieri sera il premier Matteo Renzi a In Onda su La7, "lavoreremo di più e lavoreremo meglio per portare l'Italia fuori dalla recessione". Tiene il punto, Renzi, spiegando che "tecnicamente", negli ultimi anni, dal 2007, l'Italia "non è mai uscita dalla recessione". "È interessante ragionare sui dati - spiega - perchè la recessione tecnica dipende da un segno meno consecutivo in ultimi due trimestri", spiega, "Ma negli ultimi anni l'Italia ha il segno meno per 11 volte, tranne una pausa. Dalla recessione non siamo mai usciti tecnicamente". Renzi annuncia che nel 2014-2015 ci sarà una manovra "di tagli alla spesa", 16 miliardi di spending review per il 2015 per rispettare il 3% deficit/pil "anche con una crescita non esaltante". Il premier promette ancora una volta che sarà ridotta la pressione fiscale ed ha commentato le parole di Draghi sugli Stati europei che devono cedere sovranità: "Parlando di Italia ha fatto notare l'importanza delle riforme e poi ha fatto un ragionamento più complessivo che riguarda l'Ue...", "Sono assolutamente d'accordo con Draghi, se è un affondo affondo anche. Il presidente della Bce ha detto una cosa sacrosanta, noi dobbiamo rimettere in ordine l'Italia per farla diventare più competitiva". Renzi ha inoltre smentito che siano in arrivo lettere da Bruxelles "L'Italia ha delle condizioni economiche per le quali è molto più forte delle paure di chi teme un default o un fallimento".

Allora diamo per buono che quanto detto sia attuato. Tanto più perchè piacerebbe molto a Draghi ed alla batteria degli spaghetti tea-party, assecondando la trojka che non pare mai sazia di imporre le sue ricette depressive.
16 miliardi di tagli di spesa, moltiplicati per 1,7 circa, moltiplicatore fiscale misurato (ormai ottimisticamente) dal FMI, danno un effetto recessivo "minimo" di 27,2 miliardi.
Il falso "non-inasprimento" della pressione fiscale, realizzato mediante riduzione delle detrazioni e deduzioni fiscali, gestito con iniziali cifre "da paura" per giungere a misure finali più "attenuate" (cioè l'obiettivo iniziale), in pura illusione finanziaria da manuale (con gli italiani funziona sempre), magari unito, su pressione UE, a una prima tranche di rivalutazione delle rendite catastali, fornirebbe il resto della manovra di stabilità: diciamo un 6 miliardi (anche se per gli spaghetti tea-party dovrebbero essere almeno 10). Morando, vice-ministro dell'economia, comunque, avvalora questo "saldo" complessivo, parlando di una manovra di 22-24 miliardi (quindi i miliardi di leva puramente impositiva potrebbero ben essere 8 anzichè 6, cosa non del tutto indifferente)
Con un moltiplicatore dell'imposizione fiscale intorno alla metà di quello della spesa questi 6 miliardi avrebbero un impatto recessivo di circa 5,1 miliardi (6x0,85). E sempre che non siano, appunto, 8 o, magari per accontentare i sempre più decisivi spaghetti tea-party, 10. Ma tant'è.
Totale della manovra "non recessiva", - prudentemente stimata nei saldi e sui moltiplicatori FMI di un paio di anni fa-, 32,3 miliardi di minor PIL nel 2015. Quindi qualcosina di più di 2 punti del PIL attuale (2,1 più o meno).

Ma attenzione, gli effetti percentuali potrebbero essere ancora maggiori, dato che il PIL nominale 2014 dovrebbe  essere ancora più basso di quello registrato nel 2013, per effetto del proseguire ormai conclamato della recessione
E questo ancorchè si tenterà di rivalutare il PIL coi nuovi criteri di calcolo, in vigore dall'ottobre di quest'anno, che consentono di includere con più larghezza il "nero" (inclusivo del fatturato di prostituzione e traffico degli stupefacenti).
Ma a parte questi "accomodamenti", sui quali non si potrà più di tanto contare, dato che le stime che proponiamo sono comunque già ottimistiche e prudenziali - mentre la realtà si mostra ormai costantemente più aspra del previsto-, la domanda è: come potrà reggere il consenso fino alle ventilate elezioni di giugno, non appena TUTTO quello che il governo è capace di mettere in campo, se non altro per evitare di essere messo in fuorigioco dall'€uropa, inizierà a scandire il disastro dell'economia? 
E se già le elezioni regionali di aprile 2015 segnassero un clamoroso arretramento di tutti i partiti del PUO, (partito unico ordoliberista), che si saranno intestati questo tipo di manovra "non recessiva"?
Ogni calcolo effettuato oggi potrebbe rivelarsi, per tutte le forze del PUO, completamente irrealistico: e non sarebbe una novità, dato che, nella loro azione di governo, a partire dal 2011, hanno dimostrato di aver sottostimato costantemente gli effetti recessivi delle manovre di "risanamento" dei conti pubblici.
Ma davvero pensano che ci sarà una ripresa nei primi mesi del 2015 e che prendere tempo convenga?
E poi: siamo sicuri che la situazione non potrebbe precipitare anche prima, magari per l'irrompere di fattori esogeni che ora (nella politica italiana) si continua ad ignorare?

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