sabato 31 maggio 2014

LE INCERTE OPZIONI DI SALVEZZA ITALIANA NELL'ERA DELLA FINANZA CHE PERDE IL SUO RAPPORTO DI STRUMENTALITA' CON L'ECONOMIA REALE. -1

 redemption : Segno di salvezza con sacerdote isolato su sfondo bianco

Cari lettori (concetto che allargo alla, più o meno omogenea, community di twitter),
sono reduce da un convegno a Rovereto (nell'ambito di una delle giornate dell'Alterfestival) che mi ha mostrato come, a livello locale, esistano forme di auto-oganizzazione associativa attive e capace di svolgere un'azione pragmatica di coinvolgimento del "pubblico" e specialmente, "aperta"; cioè non necessariamente legata alla matrice di un'unica voce critica dell'€urofollia, ammettendo un sano pluralismo di approcci.
Questo pluralismo, lungi dal provocare disorientamento e controversie autolesioniste, appare piuttosto il presupposto ideale per trovare una cornice unitaria degli sforzi comuni volti ad elaborare una linea collettivamente spendibile, che intendiamo come contrapposizione alla deprimente continuità delle soluzioni che l'attuale classe di governo ha (è il caso di dirlo) nel mirino.

In questo e in una serie di prossimi post, ci occuperemo dunque, delle prospettive e degli strumenti di politica economica (e fiscale) alternativa all'approccio €uro-continuista che pare essersi sviluppato attualmente (come mostra il precedente posta appena linkato, in relazione allo scenario acutamente delineato nel post di Francesco Lenzi).

Tratteremo dunque di come qualificare, nell'ambito delle teorie economiche, quella che il mainstream indica di voler (forse) ora adottare, di quali articolati problemi ci pone in concreto la fine della valuta unica, come pure degli alternativi scenari in cui questa potrebbe verificarsi (ipotesi in cui includiamo anche la gamma di soluzioni che vanno dalla mitizzata "modifica dei trattati", che allude alla uto-distopica "altra Euopa", alla più sensata eurodissoluzione concordata).

Vi dico subito che tratteremo anche dell'ipotesi di Cesare Pozzi che, con ragionevolezza in premessa assolutamente condivisibile, ci dice, - è meglio chiarirlo subito- che first of all, dobbiamo disporre di un modello coerente e consapevole che rilanci e valorizzi gli assets di sistema di cui ancora oggi l'Italia (non si sa ancora per quanto) dispone.
Il suo "facciamoci buttare fuori", implica la priorità di questa realizzazione politico-economica e, sopratutto di modello di sviluppo industriale. Quali siano le meditate conseguenze del fissare una tale priorità programmatica, verrà in dettaglio passato in rassegna; ma possiamo preannunciare che, in termini di Costituzione democratica e di riattivazione della fondamentale Costituzione economica, la soluzione sintetizzata da Cesare, rinvia direttamente sia alla sovranità sia alla indispensabile ed immediata "disponibilità" di una nuova e diversa classe dirigente (politica e "economica" nel senso riferibile alle istituzioni autorappresentative delle forze produttive).

In questo quadro ci occuperemo anche dell'ormai tristemente famoso European Redemption Fund, che purtroppo famoso è solo all'interno della parte più informata e consapevole dell'opinione pubblica, e non certo della nostra classe politica.
L'ERF, comunque lo si voglia realizzare, è una misura drasticamente neo-classica, liberista nelle sue necessarie premesse teoriche e pratiche. E questo ancorchè fosse inserito in un vagheggiato neo-europeismo "arcadico", cioè di preteso allentamento dei limiti del deficit pubblico attuali, - che a stretto diritto sono individuabili nel (molto probabilmente illegittimo) pareggio di bilancio "strutturale" (piuttosto che nel 3% imprudentemente speso da esponenti del governo, che non paiono coscienti dei "vincoli esterni" in cui hanno inconscientemente imbarcato la società italiana) presenta comunque un costo esiziale. L'ERF, infatti, obbliga al raggiungimento di un avanzo primario del pubblico bilancio dell'ordine di 5-7 punti di PIL all'anno (a seconda delle più o meno fantasiose ipotesi di alleggerimento del tetto del deficit da "rinegoziare", non si sa bene come e quando).
Come ciò sia compatibile con qualsiasi ipotesi di crescita, rimane un mistero.

Ci (ri)occuperemo anche del TTIP, cioè del nuovo trattato di liberoscambio transatlantico che incombe, con le sue trattative segrete e con la già constatabile incognita sulle incombenti incertezze di tenuta del modello socio-economico di entrambe le parti coinvolte (USA ed UE). E comunque, non ultimo, con la sua prospettiva di un enforcement delle sue regole affidato ai panels di giustizia arbitrale "privatizzata" che, composti da avvocati designati dai grandi gruppi multinazionali interessati, può imporre agli Stati condanne finanziariamente insostenibili e modifiche ordinamentali in contrasto stridente con le rispettive norme costituzionali fondamentali

Fatta questa essenziale precisazione, che spero di aver espresso in termini sufficientemente chiari, mi rendo conto che il tema, o il "complesso" di questi temi, si presta a svariate interpretazioni, se non altro, ove subentri la suggestione della fissazione di un paradigma "critico" che divenga a sua volta affetto da rigidità (nelle soluzioni).
Per questo nei post che seguiranno, utilizzeremo il contributo dato dai più attenti commenti per incardinare, in un dialogo "partecipato", il discorso relativo ai vari oggetti preannunziati; insomma useremo la logica (democratica) dell'accertamento dell'impatto delle varie opzioni "super-regolatorie" presenti sul tappeto, senza mai dimenticare di verificarne la compatibilità coi principi fondamentali e non soggetti a revisione della nostra Carta Fondamentale.

Cominciamo col riportare una serie di mail che Francesco Lenzi mi ha inviato un uno scambio cui, come vedrete, ha partecipato sinteticamente ma significativamente, lo stesso Cesare Pozzi (cui chiedo venia se riterrà che il suo intervento risulti suscettibile di precisazioni ulteriori, per meglio consentirgli di esprimere il suo sempre prezioso pensiero: come lui ben sa, le sue analisi sono sempre massimamente benvenute su questo blog e, anzi, aneliamo ad averne). Aggiungo che, "ad usum lectoris", ho talvolta espanso il senso di alcune mie frasi in modo da renderle meno ellittiche e più immediatamente comprensibili, ma senza tradire, spero, il "thema" del contraddittorio instaurato:

1- Il dialogo inizia da questa mail che condusse al post di Francesco sopra linkato:
"Caro Francesco (spero questa sia ancora la tua mail),
sto rimuginando da alcuni giorni sul ruolo di Blackrock; in chiave frattalica e non meramente venture-speculativa.

Mi ha colpito l'articolo di Forte oggi, se non sbaglio su "Il Giornale", che rivela che alla fine del 2011, Blackrock, nella sua proposta, ci avrebbe, in caso, "aiutato" a mobilitare 200 miliardi per acquisti di debito con sottostante cartolarizzazione di beni pubblici.

So che tu valuti il tutto come essenziale presenza venture-speculativa su un mercato a prezzi stracciati come quello italiano, ma nondimeno la frequenza e collocazione di tali investimenti "di sistema" non può non far pensare (Lutwak stesso disse che in caso di euroexit il nostro sistema bancario, quantomeno, sarebbe dovuto passare in mani straniere).

Insomma, non voglio seccarti, ma ti va di provare a fare un post con un'analisi ragionata da par tuo?
...

Spero di riuscire a tentarti :-)
Un caro saluto,
Luciano"

2- "Ciao Luciano,
Riguardo il ruolo che gli Usa hanno giocato in quel periodo tra luglio 2011-luglio 2012 mi pare che, con le ultime rivelazioni di Geithner e il resoconto di Spiegel sul FT, si sia chiarito che se l'euro è ancora tra noi è perchè l'ha voluto Obama, preoccupato che un'ondata di instabilitá finanziaria propagata dal break-up dell'eurozona verso gli Usa avrebbe creato molti problemi al loro sistema finanziario ancora convalescente. Il ruolo di Blackrock in quel periodo è stato perfettamente funzionale al disegno complessivo. 
Fosse stato per i tedeschi (così come han sempre detto in tutte le precedenti nostre crisi valutarie '63 - '74 -'92) probabilmente saremmo stati giá fuori.

Quindi cosa potrá succedere adesso? Il punto da seguire è secondo me solo gli Usa. Decideranno loro.

Io credo che abbiano sottovalutato la tirchieria dei tedeschi
Il piano Geithner prevedeva di tenere insieme i cocci con "riforme" nei periferici e politica monetaria espansiva per gonfiare o i prezzi o gli immobili in Germania e tenere il saldo estero dell'eurozona sottocontrollo. Ora si ritrovano in una situazione in cui 2 (Cina e Giappone) dei tre grandi creditori hanno fatto ciò che gli venne richiesto nel post-Lehman. L'altro invece, la Germania, ha fatto poco o niente. A questo punto io controllo due cose:
1.Eur/Usd. Se superasse la resistenza di 1,38-1,4 potrebbe volare verso 1,5 o più e a quel punto finisce tutto per il colpo di grazia  all'economia reale di Francia e Italia. Anche a 1,4, cmq, mi pare che si sia in affanno, ma magari un altro annetto si va avanti.
Se invece si dovesse svalutare, le conseguenze probabili sarebbero deflazione esportata verso Usa, aumento del surplus estero della zona euro, maggiore pressione sui valori delle attivitá finanziarie e reali soprattutto in Germania (con il DaX e il Bund che son giá oltre i massimi storici). Non proprio una situazione confortevole per Weidmann che potrebbe a questo punto "suggerire" di abbandonare la zona euro ed evitare di cadere da un punto troppo alto. Perchè anche loro dovranno cadere, in un modo o in un altro. A meno che non decidano di condividere i guadagni fatti fino ad oggi.

2. Stato di salute del mercato finanziario Usa. Ormai son ritornati gonfi come nel 2007. Il piccolo rialzo dei tassi dello scorso anno ha fermato il mercato immobiliare. Poi c'è il problema degli student loans e car loans. Un Crollo del mercato USA (Hussman ormai da 6/7 mesi mette in guardia su una possibile correzione di oltre il 50%), che si abbattesse su questo stato della zona euro, la farebbe sparire in un attimo.

Questo a grandi linee lo stato delle cose. I capitali Usa sono ritornati in eurozona per comprare assets da rivendere alla BCE con la prossima operazione straordinaria di giugno-luglio (che è molto probabile debba fare). 
E questo è stato un normale movimento speculativo, che se non ci fosse stato il Belgio :) avrebbe giá smosso gli equilibri. Ma ormai ci siamo. Interessante sará vedere da giugno in poi quale sará lo scenario prevalente. Sempre considerando che in un modo o in un altro la Germania verrá obbligata a ridurre il suo surplus.

Questo in sintesi come la vedo. 
...

Un caro saluto e a presto,

Francesco"

3- Per selezionare quanto di più immediato interesse, e non già espresso pubblicamente nel post medesimo di Francesco, perveniamo direttamente a questa mail:
"ciao Luciano,
ti mando questo post che riassume a grandi linee quale sia lo scenario che ritengo prevalente per i prossimi mesi. Non credo tanto ad una mission di interventismo da parte delle truppe finanziarie americane per stabilizzare l'economia italiana in preparazione di un ital-Exit
Come ho descritto nel post la situazione degli Stati Uniti non è solida per niente. Non è solida per reggere ad una uscita che non sia in qualche modo programmata e supportata finanziariamente. 
Non credo che in Italia avremo, almeno nei prossimi 2-3 anni, qualcuno in grado di aver il coraggio di portarci fuori da questo pantano avendo un piano sufficientemente solido per reggere il periodo del change-over
Ho fatto una serie di letture sulla crisi del sud est asiatico del 1997 e l'elemento critico per l'Italia di oggi, come l'est asia di allora, è l'entità dei debiti esteri a breve
Sono credo troppi per gestire in autonomia l'uscita. Servirebbe un grosso supporto finanziario della FED, e non credo sia ancora un loro interesse strategico. Almeno non nei prossimi mesi. Credo piuttosto che sia arrivato il momento in cui costringeranno la Germania a decidere cosa vuol fare da grande.   


Quanto a BlackRock: dalla seconda metà del 2013 vari report di Blackrock suggerivano l'intervento nei periferici della zona euro per la loro bassa valutazione e per i limitati rischi di un breakup. 
Il comportamente ha avuto quindi un chiaro effetto anticipatore: compro attivi euro sottovalutati, euro si apprezza (anche grazie ai surplus commerciali crescenti), aumentano pressioni deflattive, aumentano spinte per allentamenti monetari e di tassi di interesse, aumentano valori degli assets, realizzo plusvalenze. Le ultime indicazioni sono per una fine corsa dei valori, l'attesa è per quello che Draghi ha annunciato per Giugno. Da lì in poi vedremo la capacità dei tedeschi di reggere ai capital inflows. 

Ti chiedo, visto che l'ho scritto nel tempo libero di oggi pomeriggio, di perdonarmi se non sono sufficientemente chiari alcuni passaggi o se alcune parti non sono scritte per bene. Aggiungi pure le modifiche che credi. 

Fammi sapere.
Un caro saluto e a presto.
Francesco"
4- La mia risposta, a sua volta, ritengo possa dare alcuni punti di riferimento del grado di sviluppo della discussione, almeno per quanto riguarda la mia attenzione verso il fondamentale "riflesso istituzionale" di ogni possibile dinamica in gioco:
"Caro Francesco,
grazie.
Stasera sono stato a cena con i proff. Giacchè e Pozzi e parlando di Blackrock il primo è esattamente della tua idea. Pozzi a sua volta sostiene la stessa cosa che mi dici quanto ai crediti a breve, ed esprime dubbi quanto alla nostra forza negoziale-commerciale (come prevalenti price-taker) ed alla possibilità di reggere al c.d. "effetto sostituzione" (avendo perso il controllo di troppe filiere in cui siamo solo produttori intermedi, e/o facilmente aggredibili dai concorrenti di altre aree labor intensive o in cui la connessione tra produzione di beni strumentali e natura del prodotto sia caratterizzata, appunto, da una facile "surrogabilità" sul piano delle tecnologie già disponibili).
La situazione è tragica: rimango dell'idea che, recuperando risorse produttive (risparmio bloccato nella "trappola della liquidità") e un serio disegno industriale, nel medio periodo ce la possiamo cavare, ma a condizione di avere una banca centrale con funzioni di tesoriere e adeguate protezioni di repressione finanziaria e di "inversione" fiscale.
Ma richiede una classe politica e industriale di cui ora non c'è traccia. Vabbè, ci vorrano i CNL, perchè la Costituzione prevede e anzi imporrebbe azioni del genere..
A presto,
L. "
5- E' più chiaro ora, per chi avesse ancora dei dubbi sull'ordine generale dei problemi pratici da affrontare?
Andiamo dunque a questa ulteriore importante risposta:
"Io sono meno pessimista (forse anche per natura) sulla situazione prossima ventura.
Ha ragione Pozzi sull'interrogarsi in cosa sia rimasto delle filiere italiane e quale possa essere l'effetto sostituzione della svalutazione, ma credo, proprio perché siamo sempre più price-taker e non price-maker, la valuta ritorni ad costituire uno degli elementi essenziali
Nel senso che se la filiera funziona sul prezzo (stante la media della qualità del prodotto) è stato proprio il non potersi adattare alla competizione di prezzo delle economie emergenti che ha segnato (parte) del declino della manifattura italiana. In sostanza, se partecipi a delle filiere produttive e sei nelle parti intermedie, le pressioni sui prezzi riesci ad assorbirle meglio se puoi giocare sul cambio. Viceversa se il posizionamento è nelle parti più a valle della filiera.
Poi, certo, è molto una questione politica. E' logico che se per uscire imponi il blocco dei capitali, trattenendo all'interno dell'Italia qualcosa come 1000 miliardi di euro, è normale che vai a creare diversi problemi ai nostri partner. Ed anche gli scambi commerciali ne risentirebbero sensibilmente. 

Quanto poi al contesto finanziario/fiscale, posto che gli USA (ma anche GER e FRA) non ci faranno uscire da soli imponendo un blocco dei capitali, credo che il livello dei tassi giochi comunque a nostro favore
Quello che si dice degli USA, sulla loro ripresa, è molto esagerato. Hanno sicuramente seguito una strada migliore della nostra, ma dal punto di vista della domanda interna hanno ancora molto da fare per ristabilirsi e poi c'è l'incognita di cosa potrebbe succedere al mercato finanziario con questo livelli di valutazioni. I tassi staranno bassi per molto tempo e se son bassi in USA saranno molto bassi anche qua da noi (euro o non euro). 
La leva fiscale poi è servita in tutti questi anni per comprimere la dinamica della domanda interna cercando di tenere a bada le importazioni. Non credo che, una volta riaggiustati i cambi reali, l'interesse della nuova classe politica dirigente sia di continuare a fare lo sceriffo di Nottingham.

E poi, un'altra cosa da considerare è che l'Italia, nonostante il disastro di questi 15 anni non è uno dei Pigs
Portogallo, Spagna, Grecia e Irlanda hanno tutte una posizione sull'estero negativa per oltre il 100% del PIL, difficile che senza una forte ristrutturazione del debito loro possano andare avanti fuori dall'euro. L'Italia no, ha poco più del 20%PIL (in effetti attualmente sfiora il 30% ndr.) di debito, una cosa assolutamente gestibile
Inoltre il saldo commerciale con l'Unione europea, durante il periodo 1999-2012, è stato positivo per circa l'1% del PIL. 
La grossa perdita di competitività l'abbiamo avuta verso l'esterno della zona euro. Molto interessante in questo senso è il paper del 2010 del FMI http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2012/wp12236.pdf che cito spesso anche su twitter. 
Fondamentale per capire che il nostro non è stato un problema di competitività intra eurozona (siamo meno competitivi dei tedeschi, ma lo eravamo più degli spagnoli, dei portoghesi, ecc...) ma è stato soprattutto nei confronti degli emergenti e della dipendenza dalle risorse energetiche. Anche il solo riaggiustamento del cambio euro/dollaro, intorno 1,1/1,15 potrebbe darci sollievo nell'immediato. Purtroppo c'è il "piccolo" problema del surplus tedesco. 

Insomma, premesso che non abbiamo ancora molto tempo perchè il sistema economico è arrivato ormai sull'orlo del collasso, se veramente la BCE costringesse i tedeschi a levarsi di torno, potremmo avere, già nel breve termine un forte sollievo
Poi si tratta di decidere cosa vorremo fare da grandi, ma credo che così come il sistema economico si è indirizzato sul terziario e gli immobili alla fine degli anni novanta perchè c'erano margini molto più ampi che non su gran parte del manifatturiero, il recupero di redditività sul manifatturiero guiderebbe i nuovi investimenti. Questo nell'immediato.
Per il dopo, lo sappiamo.
Speriamo bene e che le cose succedano sufficientemente in fretta.
Un caro saluto,
Francesco"
6- Il "colloquio" (oggettivamente non-Lippman...) è così proseguito. 
Come vedrete coinvolge, da parte mia lo stesso problema dell'ERF e i suoi riflessi sull'azione fiscale e sulla sostenibilità in termini di crescita o, quantomeno, di ragguardevole out-put gap:
"La tua analisi è confortante: al riguardo ho sempre chiesto a Cesare se avesse dei dati per supportare la "vulnerabilità" strutturale della nostra posizione nelle famose filiere. Lui sostiene che nessuno "vuole" o, comunque, ha il coraggio di fare uno studio serio; Confindustria in primis, che si affida a statistiche rudimentali (ad es; il report Istat sul import ed export, non ci dice nulla sulla nostra capacità di resistenza settore per settore e sulla riespandibilità della produzione sull'intera filiera, quale che ne sia il modo: investimenti, know how e professionalità residue e loro accessibilità nel breve).
Su tutto quello che dici, incombe ovviamente l'ERF: con un avanzo primario "vincolato" dall'UEM a 6/7 punti di PIL (salvo triple o quadruple dip - cioè ulteriore recessione- da consolidamento, e rateo maggiore per via di denominatore in tracollo), sia S (risparmio) che I (investimenti) rischiano di diventare strutturalmente negativi (e non c'è strategia industriale che tenga).
In caso posso aprire un dibattito sul blog pubblicando questa tua mail (precedente)?
Un caro saluto,
L."
7- Questa la risposta di Francesco:
"Non ho certamente dati precisi che, salvo l'ufficio studi della confindustria, pochi altri potrebbero avere sulla capacità di reggere del nostro sistema produttivo in caso di una svalutazione one-shoot e poi un cambio maggiormente amministrabile. 
Mi baso sull'esperienza diretta del mio settore tessile e sulle analisi fatte da istituti tipo fondazione "Edison" e Symbolia. 
Il nostro problema è tutto sul mercato interno perché quando una Nazione grande come la nostra, nonostante un differenziale di competitività con i tedeschi del 20 e del 10% con i Francesi, arriva ad esportare il 30% del PIL ha a disposizione tutte le risorse per potersi pagare le importazioni
Quindi, anche vedendo il modo con cui nel tempo si è mosso il saldo estero in funzione del Reer (tasso di cambio reale, ndr.), non credo che dal punto di vista manifatturiero avremo grosse difficoltà (sempre in termini di capacità di assorbire lo shock da svalutazione che comunque nei primi mesi ci sarà) a riprendere i margini perduti e quindi la capacità produttiva e di conseguenza gli investimenti.
Il mio cruccio sul changeover riguarda la solidità del sistema finanziario
I debiti a breve sull'estero sono 580 miliardi. Circa 240 sul Target2 il resto principalmente in capo alle banche. 
La situazione è molto simile a quella della crisi dell'Est Asia, in cui, sebbene i bilanci pubblici fossero buoni, il deficit di CA non così esplosivo, la rivalutazione del dollaro sullo Yen, la successiva perdita di competitività, la fuga speculativa ed infine il deprezzamento, portarono a quello che Krugman ha chiamato Balance sheet effects
In questa tipologia di crisi, quando se ne vanno i capitali a breve e la valuta si deprezza (quindi l'entità dei debiti esteri aumenta), le banche si trovano a dover liquidare gli assets e comprimere gli impieghi, dando il colpo di grazia all'economia reale, precedentemente provata dalla perdita di competitività. 
Infatti, a seguito della svalutazione la crisi in est asia peggiorò, anche se gli Stati erano fondamentalmente sani e il sistema aveva recuperato competitività attraverso la svalutazione. Solo i prestiti internazionali del FMI e una swap line della FED stabilizzarono la situazione in Sud Corea ed Indonesia. In Tailandia invece la cosa fu risolta, con minori danni e senza un finanziamento ponte dall'estero, con il blocco dei capitali. Ma quest'ultima soluzione, come ti dicevo, credo sia poco percorribile (politicamente) per noi
Rimane l'assistenza finanziaria della Banca del Mondo, la FED, che ci permetterebbe di fare il roll-over sui debiti a breve senza provocare il Balance sheet effect. Bisogna vedere quali carte, e se ci sarà mai la volontà politica, si hanno per richiedere questo tipo di assistenza (come poi venne fatto anche nella crisi della lira del 1963).

Quanto all'ERF, ti dico la mia, così a sensazione, non credo che lo vogliano per primi i tedeschi. Se le elezioni vanno come devono andare, e poi la BCE inizia ad attivare altre misure di allentamento monetario, sarà politicamente costoso anche per il governo tedesco andare avanti sulla mutualizzazione del debito (anche se garantita da quanto di meglio potremmo avere). Magari, più probabile che potranno attivarlo al sopraggiungere di una nuova tempesta finanziaria, spacciandola per àncora di salvataggio offerta ai Paesi deboli. Rimane però quando scritto da Geithner nel suo libro, cioè che a loro non interessa tenerci dentro se questo porta ad una qualsiasi forma di trasferimento.
Riguardo la nostra conversazione puoi tranquillamente pubblicare tutto.
ciao.
Francesco"
8- Ai fini dell'argomento in trattazione, possiamo tralasciare alcuni passaggi intermedi che riguardavano aspetti monetari e di politiche delle banche centrali (sia la BCE che, in prospettiva, una "nuova" banca centrale italiana, riportata alla pubblicizzazione delle sue funzioni in termini conformi agli artt.1, 4 e 47 Cost, quantomeno).
E' interessante, a chiusura di questo dialogo a due, che in fondo parte dall'analisi di alcune considerazioni svolte da Cesare Pozzi, vedere la breve, ma "densa", chiosa che svolge egli stesso. Ovviamente questa va presa con tutte le riserve di "fretta" e esigenza di serio approfondimento che egli stesso enuncia, non di meno prefigurando dei temi che rimangono estremamente rilevanti, (qualche che ne sia la verifica nei famosi "studi" settore per settore riguardanti la capacità produttiva e le residue filiere industriali italiane):
"...Ho letto il tuo scambio di mail con Francesco Lenzi: ogni punto apre una discussione da affrontare a voce. 
In sintesi ti faccio due considerazioni: gli americani hanno perso il controllo della situazione e, se pensiamo possano aiutare la nostra ripresa, i drivers che guidano moneta e relative politiche non sono più legati alle esigenze delle strutture sociali, ma sono determinati da motivazioni squisitamente speculative. Quando i mercati finanziari perdono il loro ruolo di strumentalità rispetto all'economia reale e si inverte il rapporto di potere prevalgono gli obiettivi della parte peggiore, che ci vede come carne da macello o tacchino da spennare.
In questo quadro non esiste più lo spazio per "potersi adattare alla competizione di prezzo delle economie emergenti": da economia divenuta "price taker" attraverso la svalutazione del cambio, ci avviteremmo su noi stessi.
Purtroppo anche l'idea che non abbiamo un problema di competitività intra eurozona si basa sul non considerare il peso indispensabile sul nostro export del deficit energetico: il pareggio sostanziale che si è registrato da quando c'è l'€ non può certo compensare la quantità di energia che dobbiamo importare per mantenere il mostro modello di vita e di produzione. Anche qui dovremmo avere un progetto alternativo ...
Perdona, non sono stato sicuramente chiaro, ma ne parliamo di persona.
Un abbraccio,
Cesare"
Ovviamente, in questa ricognizione del campo di indagine, al momento, ci fermiamo qui.
Ma mi pareva importante delineare in premessa i problemi concretamente sul tappeto.
Fermo restando, come vedremo, e come ben sa chi ha seguito in streaming il dibattito tra me e Cesare a Rovereto, che, sul piano macroeconomico esistono, a mio parere, una serie di "misure" indispensabili che dovranno accompagnare ogni possibile ipotesi di rilancio dell'economia e del benessere sociale italiani.Da queste misure dipende una serie di variabili, affidate a decisioni tecniche ma prima ancora politiche, che possono influire considerevolmente sull'evoluzione dello scenario.

38 commenti:

  1. Risposte
    1. Non sai quanto posso capirti.
      Ma non è il momento; per nessuno di noi. Se il seguire i post in precedenza pubblicati non ti aiuta a seguire, prova a rileggere più volte...respirando profondamente :-)

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    2. ahah, lascio un commento prima di leggere il post, ora mi immergo. Farò sapere se ho lo stesso tipo di problema ;-)

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    3. Mi sorprenderebbe: nel tuo caso non hai la scusante del non essere un lettore di lunga data e del non aver letto "Il tramonto dell'euro" e "Euro e/o democrazia costituzionale". Hopefully...

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    4. Non c'è stato bisogno di scusanti :) il discorso mi torna, senza contare che, avendo visto il video su youtube con lei e Pozzi, i toni allarmati di quest'ultimo sulle nostre possibilità di ripresa in seguito ad uscita mi sono già noti, purtroppo. Ma rimango ottimista!

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    5. eh beh se dobbiamo farci prendere dal pessimismo allora....

      la vita continua....e cedere al pessimismo è una vittoria morale per "loro"....per cui non diamogli questa soddisfazione.

      faremo buon viso a cattivo gioco.

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  2. La ringrazio per aver finalmente messo in ordine le diverse tessere del mosaico.

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    1. Il pessimismo è fuori questione per chi sa cogliere il senso "tecnico" del post.
      Si tratta piuttosto di essere consapevoli della difficoltà di mettere a punto un "modello" di recupero e rilancio industriale aderente ai tempi brevi ed alla attualità dei problemi, con priorità e chiarezza sugli strumenti da recuperare.

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  3. io non capisco !
    "La grossa perdita di competitività l'abbiamo avuta verso l'esterno della zona euro---snip---
    Fondamentale per capire che il nostro non è stato un problema di competitività intra eurozona..."
    Ma non era un problema con la politica mercantilista della Germania ? I differenziali di inflazione ? Non era il mercato più importante quello "vicino",quello europeo ?
    O non ho capito nulla o metà del Tramonto dell' euro era sulla competitività intra euro zona ?

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    1. L'Italia ha perso con la sola Germania in termini ASSOLUTI di saldo negativo dalle partite correnti commerciali intra-UEM.
      E certamente ha perso in termini relativi anche negli altri paesi UEM (cioè ha esportato meno delle sue potenzialità al netto della elasticità di prezzo di cui ci siamo privati).
      In più, a partire dall'asimmetria scavata dalle riforme Hartz, ha scontato un cambio del tutto innaturale verso i BRICS, cosa che le impedisce di esportare e, ancor più, che ha reso conveniente importare in "sostituzione".
      Cioè, il lavoro di correzione deve operare sul volume di quanto importiamo, in definitiva (MERCI non inevitabile bolletta energetica), da Germania e area extra-UEM. E' più chiaro adesso?

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    2. no: .
      La frase "il nostro non è stato un problema di competitività intra eurozona" mi sembra significhi qualcosa di molto differente da quello che hai appena scritto.
      Se importiamo Bmw e WW e non vendiamo panda In Germania oFrancia è un problema di competività eurozona.
      Se non vendiamo negli States ed importiamo ..dalla Cina un altro.
      O metiamola in altri termini: qual'è sarebbe stato un problema principale di competitività intra eurozona?

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    3. Il nostro non è stato un problema di competitivitá intra EU (mettiamoci anche i vari Paesi aderenti ERM II) perchè il saldo commerciale con la EU è stato sostanzialmente in pareggio (leggero attivo) dal 1997. Abbiamo perso competitivitá rispetto ai tedeschi, ma l'abbiamo guadagnata rispetto ai Pigs, ai Paesi est-EU ed in parte verso la Francia (che partiva dalla svalutazione nominale di metá anni novanta). Con l'esterno della EU si è invece accumulato tutto il nostro deficit commerciale ed in questo l'euro è stato un (non l'unico però) elemento determinante, sia nel senso di esser sopravvalutato rispetto ai fondamentali della ns economia sia nel senso di aver agevolato i flussi dai Paesi core ritardando la "presa di coscenza" di quanto stava accadendo. Il wp del FMI è molto interessante per questa ragione, perchè spiega come gli squilibri della zona euro siano molto più complicati di quanto possano apparire ad una prima lettura dei dati.

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    4. Se importiamo Bmw e WW e non vendiamo panda In Germania o Francia è un problema di competività eurozona. In termini pratici è un problema di competitività con la Germania. Che è peraltro più che sufficiente, anche se non significa che sei in passiva con tutti gli altri (e non lo siamo stati). Ma il punto, è quanto "meno" abbiamo esportato dagli USA e quanto più abbiamo importato dai BRICS (data la specializzazione e la collocazione dei nostri segmenti di filiera produttiva).
      Poi se non ti pare tornare ti risponderà Francesco.

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    5. Pardon: quanto "meno" abbiamo esportato NEGLI USA

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  4. Ciò che è stato qui riportato sembra tutto abbastanza chiaro alla luce della Dottrina Economica! Ma il focus sembra troppo incentrato sull'UE soltanto. Forse occorrerebbe una sorta di zoom all'indietro e provare a guardare la situazione più in termini geopolitici e strategici globali. Per esempio non sarebbe opportuno approfondire come potrebbe cambiare l'attuale situazione UE in caso andassero subito in porto "positivamente" le negoziazioni per l'istituzione di un'area di libero scambio USA-UE a determinate condizioni prestabilite? Per esempio cosa succederebbe in caso di una pretesa parità dell'USD con l' Euro (moneta senza uno Stato, moneta di transizione al possibile replacement attraverso il dollaro!). Non è ipotizzabile che alcuni stati membri dell'UE non accetterebbero questa situazione e l'UE si spaccherebbe (presumibilmente in una parte filo-russa ed una parte filo-americana)? Non dimentichiamo l'Occhio in cima alla Piramide, né "in God We Trust" (1$), né "We the People" (20$). Si tratta di "fantasticherie" o dell'annuncio di un piano prestabilito che è in via di attuazione? Possiamo "sfuggire" con un progetto "identitario nazionale" a questo piano “globale” prestabilito? Con quali mezzi?
    Anche le tendenze sui "mercati" oggi insegnano che viene usato (dai “peggiori”, come sono stati chiamati!) non più il "diritto" e tantomeno il "diritto delle genti" , bensì l'utilizzo della propria Forza (di qualunque natura e comunque disponibile!), per raggiungere i propri obiettivi! Chiediamoci quindi se Noi abbiamo una Forza e se può essere vincente contro le altre! A dire il vero l'unica nostra Forza è la nostra Debolezza! Quella debolezza che ci aveva portato vicino al crollo del sistema, non solo nazionale ed europeo, ma globale. Eppure, in quel momento abbiamo avuto paura e abbiamo “pregato” che ciò fosse evitato, perché consapevoli delle sofferenze che avrebbe portato al Mondo intero.
    Si! Viviamo il Tempo non più della gestione della Res-Publica attraverso il consenso, ma attraverso la Paura!
    Eppure in qualche dimenticato Libro è proprio lo stato di Paura a essere definito come l’inizio della Saggezza! E ahi-noi la Saggezza implica Sofferenza!

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    1. LA trattazione dello schema mondiale geo-politico-economico è stata più volte compiuta in questo blog. Anche il 1° di quest'anno e anche nell'aggiornamento dell'ipotesi frattalica "un anno dopo".
      In entrambi si parla delle ricadute potenziali del Ttip, come pure nel post "il rilancio liberoscambista.."

      Ma a parte l'esigenza di seguire meglio ciò che viene qui illustrato se però si segue il discorso complessivo, rammento che la trattazione della questione Ttip, nella premessa appositamente fatta a questo post, che, non a caso, è stato numerato "1", sarà compiuta proprio nell'ambito del discorso qui intrapreso di sistematizzazione dei principali problemi sul tappeto.

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  5. Grazie per aver messo ordine! Il lavoro è molto e difficile, ma avere chiara la situazione e le criticità mi da una panoramica che fa apparire almeno alcune possibilità e spiragli. Di sicuro come paese abbiamo molto poco tempo.

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  6. Sul pluralismo metodologico, come ha detto Chang, meglio non essere man "with one tool".
    La questione del balance sheet effect, per come l'ho capita io, è molto complicata, perché si intersecano questioni legali e politiche assai incerte. L'effetto è innescato da debiti non semplicemente esteri ma denominati in valuta estera. Cito direttamente Krugman: "[...] Asian economies in 1997-1998, like Argentina in 2001-2002, had large private debts denominated in foreign currencies. As a result, currency depreciation produced large negative balance sheet effects, initially overwhelming any positive effect from rising net exports. Furthermore, private foreign-currency debts can act as a constraint on central banks, which may fear the financial consequences of depreciation and feel compelled to raise rates in an attempt to limit the extent of that depreciation." Questa è la ragione per cui l'economia ungherese ha avuto più difficoltà di quella polacca, nonostante nessuno dei due paesi sia nell'euro. La morale che ne cava Krugman, già nel suo lavoro del '99, è che sarebbe opportuno "to discourage firms from taking on foreign-currency-denominated debt of any maturity", ma che una volta che la frittata è fatta "it might be necessary, and even in the interests of investors themselves, to impose emergency capital controls ... enough said." Detto questo, lo status legale dei contratti in diritto estero dipenderà, almeno così sostiene Nordvig (pag. 65), dall'esistenza o meno dell'euro in caso di euroexit: "The risk of redenomination of EUR obligations into new local currency is higher for local law obligations than those issued under foreign law, and this type of differentiation based on redenomination risk already impacts investor behaviour. This distinction is especially relevant in scenarios where the
    break-up is limited, and where the EUR remains a functioning currency. In the alternative scenario
    of a full-blown break-up, redenomination into a new local currency or ECU-2 is possible even for
    foreign law bonds, and there is a less clear-cut case for differing risk premia based on different
    jurisdictions." In ogni caso, come sottolinea Nordvig, si tratta di rischi collettivi che non potranno che essere oggetto di trattativa (per esempio pare che le banche francesi sarebbero le più esposte in caso di GIIPS exit, in particolare nei confronti dell'Italia (pag. 102): non sarebbe argomento da discutere con madame Le Pen?); la vera tragedia mi pare l'assenza di una classe dirigente capace anche solo di porseli questi problemi.

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    1. In Italia vige il sacro terrore del day-after ed effettivamente qualsiasi trattativa svolta dall'attuale classe dirigente apre una prospettiva da brividi.
      D'altra parte, avendo una diversa classe dirigente, probabilmente, saremmo già un pezzo avanti nel megoziato di un'uscita ordinata. E per di più non voluta principalmente da noi...

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  7. È vero che "l'idea che non abbiamo un problema di competitività intra eurozona si basa sul non considerare il peso indispensabile sul nostro export del deficit energetico" ma è importante ricordare che un altro problema che ci ha dato l'euro è, tra le altre cose, quello di aver reso più conveniente l'approvigionamento delle risorse energetiche dall'estero ed evitato che negli ultimi venti anni si sia mai seriamente parlato di un piano energetico nazionale. In sostanza, se l'energia costa il giusto perchè c'è l'eurone che ci protegge, perchè dovremmo preoccuparci di come importare meno energia? Perchè dovremmo investire nella ricerca per trovare fonti d'energiá più convenienti e meno impattanti sull'ambiente? Perchè dovremmo dar vita ad un serio piano di riciclo degli scarti di lavorazione, dei rifiuti, ecc..?

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    1. In realtà il piano "quote" di energie alternative l'UE lo ha lanciato e in bolletta lo stiamo già pagando. Tra l'altro, a seguito delle vicissitudini legate alla competitività di prezzo ed allo spiazzamento legato all'effetto ricchezza immobiliare, anche in termini di CAB, prima verso i tedeschi poi verso la Cina.
      Tutte cose cui, per la verità, il sintetico intervento di Cesare rinvia (peraltro integrato dai suoi plurimi interventi nei convegni)

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    2. Scusa, ma in realtà l' Italia , seppur non abbia fatto un piano energetico strutturale -diciamo- ste cose le ha fatte.
      Ormai, l' Italia è uno dei paesi leader a livello mondiale per produzione (e quota su totale consumato) di energie rinnovabili e anche il riciclaggio in Italia non funziona così male in molti settori, almeno a quel poco che so.
      Il problema sono le eccessive importazioni del NON necessario, non le eccessive importazioni del necessario.
      Mi spiego: Il problema non è l' importazione energetica ma la produzione dei pannelli solari (cinese anziché italiana)!

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    3. Quello che l' euro ha impedito non è stato il piano energetico, ma IL PIANO INDUSTRIALE, proprio per il motivo che tu indichi.

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    4. Nel 1997 importavamo l'82% del nostro consumo energetico, nel 2008 l'84% (dati WorldBank). Nel 2012 siamo scesi al 79%. 5 punti in meno in 4 anni è un risultato di rilievo, ma credo che sia più una conseguenza del calo consumi piuttosto che l'effetto dell'avvio di una sana politica energetica. Poi, certo, è molto meglio importare energia e tecnologia, piuttosto che carne, tessuti, giocattoli e cose così, però per il dopo-euro qualche miliarduccio ce lo butterei in ricerca per fare in modo che questa percentuale possa scendere ancora.

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    5. Tema vasto e complesso quello dell'energia/risorse/modelli di vita e produzione.

      Credo la chiave sia in queste parole di Pozzi: «… la quantità di energia che dobbiamo importare per mantenere il mostro[sic] modello di vita e di produzione. Anche qui dovremmo avere un progetto alternativo» Interessante il lapsus.

      Mi azzardo ad interpretarle: un progetto alternativo che scommetta sulla possibilità di avere un elevato standard di vita (per alcune fasce di popolazione potenzialmente migliore di quello attuale) con consumi di energia (di risorse in genere) nettamente inferiori.

      Se i dati riportati in Il fabbisogno energetico globale degli edifici sono corretti, i consumi di energia sono ripartiti in (fig. 4) 40% per gli edifici, 43% trasporti e 17% per l'industria (i dati si riferiscono all'Europa nel suo complesso, va verificato quanto si discosta l'Italia da questa ripartizione dei consumi).

      Il settore su cui si può intervenire più rapidamente sembrano gli edifici. Naturalmente va fatta una seria valutazione del ciclo di vita dei materiali e dei processi di ristrutturazione degli edifici per evitare che il risparmio energetico sia illusorio (energia grigia elevata).

      Niente di particolarmente avveniristico, dato che, ad esempio, il metodo del Economic Input-Output Life Cycle Assessment (EIO-LCA) è stato sviluppato da Leontief (quello delle tavole di input-output, su cui si basa anche il metodo EIO-LCS) sin dagli anni '70.

      Un'altra osservazione riguardo l'intreccio fra modelli di vita e di produzione: c'è stata, nel recente passato, la tendenza a trasformare qualsiasi bene durevole in bene di consumo. La nostra traiettoria culturale, come la chiama Pozzi, è stata spostata sul consuma rapidamente tanti beni poco costosi perché usa-e-getta (e quindi spesso di scarsa qualità).

      È arrivato il momento di valutare se questa traiettoria ci ha portato un reale miglioramento della qualità della vita (possiamo trovare un consenso su questo termine?) rispetto a quella dove i beni durevoli erano sì più costosi (ciò non significa inaccessibili in un'ottica di più equa redistribuzione del reddito), ma di qualità elevata e realmente durevoli. Ma soprattutto dobbiamo capire se è sostenibile sul medio-lungo periodo e con quali costi.

      Forse siamo ostaggio della paura della scarsità: le politiche economiche che agiscono sul lato dell'offerta implicitamente assumono che ci sia una scarsità di beni col giusto prezzo. Ma sono completamente sconnesse dalla realtà attuale, che è una realtà di abbondanza di beni con prezzi abbordabili (per chi ha un reddito), a volte persino in calo. Avete mai visto un negozio o un supermercato con penuria di prodotti?

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    6. Oddio, la penuria di prodotti, rispetto a prima, quantomeno in termini di "gamma-differenziazione di prodotti" già inizia a vedersi (non scherzo: nel campo alimentare sicuramente, ma presto anche nel resto dei settori: ad es, l'offerta di automobili di segmenti "superiori" verrà ritarata in restrizione su certi mercati, come accadde già negli anni '70 al tempo della crisi petrolifera).

      Il problema che poni è reale e merita approfondimento.
      Tutta l'impostazione della green economy è contagiata da questa corsa alla obsolescenza-decadimento accelerati che caratterizza i beni di consumo durevoli e persino le soluzioni costruttive "innovative" (cioè in conto capitale).
      Spero con Cesare di poterne fare un'apposita trattazione, essendo di grande rilevanza nel ridefinire qualsiasi modello di sviluppo (ripresa).

      Ti anticipo che, come emerso da alcune conversazioni a Rovereto, ogni seria risoluzione non può prescindere dalla spesa pubblica in ricerca e anche (hopefully) in produzione industriale, nonchè dalla possibilità di finanziarne le forme di incentivazione-contributo. MA NON IN PAREGGIO DI BILANCIO.
      In tale cornice la salute e l'ambiente divengono un lusso "al di sopra delle nostre possibilità"

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    7. Quarantotto non ho dati su cui basarmi, quindi faccio un azzardo, generalizzo delle osservazioni: la contrazione della domanda a cui stiamo assistendo dovrà necessariamente avere un impatto sull'offerta. Però è appunto conseguenza di politiche di austerità che ci condannano ad una decrescita infelice.

      Per il resto: ragionavo sul dopo €-exit nella prospettiva in cui ci siamo sempre posti (per esempio, come punto di partenza, secondo i punti elencati ne Il tramonto dell'euro), quindi al di fuori della cornice dell'eurodelirio, dei pareggi di bilancio, riduzione del ruolo dello Stato nell'economia e compagnia brutta.

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  8. Sul problema energetico: io dico la mia, ma se si vuole intraprendere un percorso di autonomia energetica, si dovrà fare ricorso alle materie prime (parlo del materiale utilizzato per le celle fotovoltaiche, provenienti dalle "terre rare"), per cui si dovrà tenere conto di quanto peserà sulla bilancia dei pagamenti. In altri termini, ci conviene fare SUBITO acquisti di materie prime prima di uscire dall'euro...

    Una domanda mi sembra spontanea: se non avessimo il problema delle forniture energetiche, saremmo stati come la Germania o come la Francia in termini di crescita economica?

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  9. Io una cosa l'ho capita! Ci serve il campione del mondo di mikado per smontare l'€uro.
    Il tutto mentre ci sono quelli che muovono apposta il tavolo per far crollare il castelletto.

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    1. :-) Ma tanto quannoche je conviene lo smonteno senza fasse probbblemi. I calcoli razionali li facciamo noi perchè ci preoccupiamo dell'impatto sociale; ESSi pensano solo a come aggiornare e raffrozare il controllo

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  10. Ecco ma invece di un'uscita pura e semplice sarebbe praticabile una soluzione mediana?
    Mi riferisco alla valuta complementare o a crediti statali al portatore (come teorizzano alcuni pentastellati).

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  11. Una domanda per Francesco Lenzi:
    per quanto riguarda i dati sulla posizione italiana nelle filiere, è possibile avere qualche riferimento bibliografico a proposito delle ‘analisi fatte da istituti tipo fondazione “Edison” e Symbolia’?

    E un’altra domanda per Quarantotto: credo che la registrazione dello streaming di Rovereto sia questa. È così? Ce ne sono anche altre, dello stesso o di altri interventi nella stessa sede?

    Grazie.

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    1. Ma grazie a te come al solito.
      Di altre registrazioni non sono a conoscenza, mi avevano promesso di inviarmi i links...
      A presto!

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  12. Davvero un post grandioso che al di là dell' aspetto politico economico fa pensare sulla natura incredibile dell' essere umano. Grazie per il lavoro che state facendo.

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  13. Ciao Quarantotto, se avessi saputo che venivi a Rovereto, sarei venuto anche in bici per stringerti la mano, scalando il passo Pian delle Fugazze. Se devo essere sincero questo post mi ha messo in confusione, ma il problema italiano da 30 anni, post divorzio Tesoro/banca d'Italia non è anche la mancata crescita del mercato interno? Non è questa contrazione che riduce gli investimenti e quindi la Produttività? E la crisi che è scoppiata in eurozona non è una crisi fra creditori ( paesi del centro) e debitori (paesi periferici)? La Spagna, la Grecia il Portogallo si sono indebitati con gli emergenti o con i paesi core?

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    1. Il problema della mancata crescita interna si è posto, per via del vincolo sul cambio, inizialmente come output-gap e quindi come disoccupazione sopra le potenzialità produttive. Considera che questo è un dato sostanzialmente trascurato nelle analisi attuali, che tendono a evidenziare altri problemi strutturali.
      Eiste un post 92, fino al 1996 (rientro nello SME ristretto e sostanziale rivalutazione) che è fatto essenzialmente di calo degli investimenti-flessibilizzazione del lavoro (fase iniziale) dovuti alla manovra fiscale di convergenza. ma con l'entrata in vigore dell'€ circolante, quando ancora non era manifesto il forte deterioramento in corso sul saldo CAB, subentrò l'effetto ricchezza sugli immobili e lo spiazzamento conseguente del risparmio-investimento.

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    2. Cioè l'effetto SME-divorzio è una compressione della domanda privata ed estera cui supllirono, in parte, forti deficit. Poi agiscono i limiti di deficit e di debito ex maastricht prevalendo la leva fiscale con effetto accelerato, e ancora non ammesso, delle riforme del mercato del lavoro.
      Ma certamente un nostro spiazzamento sull'immobiliare subito e non governato ha aggiunto alti elementi non puramente legati al cambio ed alla percezione del calo degli interessi (problemi connessi, certo, ma in qualche modo gestibili diversamente).
      Sinceramente col senno di poi non saprei dirti se il "partito delle tasse" o quello "delle banche" avrebbero saputo esprimere la politica industriale che suggerisce retrospettivamente Cesare.
      Quel che è certo è che il nostro sistema perde quote di mercato UE a causa della "Mossa" tedesca sul REER; che i vincoli fiscali si assommano allo spiazzamento sull'immobliare nell'amplificare la perdita di competitività extra-UEM a causa di mancati investimenti. Che, peraltro, cosa che appare sfuggire sia a Cesare che a Francesco, potevano conseguire solo ad una diversa e tempestiva politica fiscale, che colpisse da subito il settore immobiliare, i flussi di consumo e di esportazione di capitali (evasione) che ne conseguirono, e agisse con un forte stimolo, determinato da quel gettito "mirato", indirizzando la spesa pubblica e lo sgravio simultaneamente vrso ricerca e attenuazione a regime del trattamento fiscale degli utili reinvestiti (tralasciando l'assurda IRAP).
      Ora, essendo in recessione, la base imponibile (domanda interna) non consente questa manovra a scoppio ritardato che si sta rivelando troppo distruttiva.
      Cioè, dal 2002, diciamo, si sarebbe dovuto:
      - togliere di mezzo IRAP;
      - aumentare, indicizzandole ragionevolmente con tempestive ricerche di mercato, le rendite catastatali;
      - aumentare l'IVA incidente su certi settori sensibili all'importazione massiccia "sostitutiva" (certo in modo approssimativo non potendo fare aiuti di Stato);
      - rivedere le aliquote del reddito (alzando in particolare la soglia di applicazione di quella al 38%) e consentire forti deduzioni dal reddito imponibile di spese di beni e servizi opportunamente individuati, in modo da far emergere così anche le basi imponibili delle relative attività;
      - incentivare il reinvestimento di utili in settori estranei all'immobliare, e specialmente nell'IRS;
      - istituire subito un consistente credito pubblico alle esportazioni;
      - evitare ulteriori flessibilizzazioni del mercato del lavoro;
      - fare spesa pubblica, anche non rispettando il deficit al 3% nella misura in cui GER e FRA simultaneamente non lo rispettavano, in formazione e ricerca pubbliche (anche nel campo energetico) nonchè in infrastrutture diffuse localizzate nelle realtà urbanizzate (evitando accuratamente la riforma del Titolo V!).

      Ma con Prodi e Tremonti (per motivi diversi, ma sempre ..sbagliati) non era pensabile una organica politica fiscale e industriale del genere.

      Oggi è tardi e diviene prociclica, nella parte che stanno realizzando in ritardo, mentre nella parte mai realizzata, ignorano il moltiplicatore fiscale e Haavelmo, e si sono legati a vincoli fiscali ancora più stringenti.
      Insomma avremmo dovuto avere governanti nell'interesse dell'Italia e che sapessero quale fosse la struttura industriale italiana.
      E comunque dove li troviamo, ancora oggi?
      Come ne usciamo in termini pratici?



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  14. Ciao 48 sofia e cesare!

    E' stato un vero piacere vedervi e parlarvi a Rovereto, le problematiche sollevate non sono affatto banali in un mondo (anche non mainstream) dove si tende a sottovalutarle, dipingendo le leggi e dinamiche economiche come un qualcosa di quasi "naturalistico" e dimenticandoci che dietro tutto c'é una fondamentale carenza della politica e una globale mancanza di visione e di strategia.

    Il problema principale resta lo stesso di cui abbiamo parlato a cena. A chi affidare questa "correzione di rotta", in una situazione in cui "creare il partito dal basso" pare un'opzione impraticabile nei tempi che ci consentirebbero di sperare?

    A chi affidare il messaggio costituzionale che in queste sedi viene divulgato e a quale classe dirigende affidare la creazione della nuova traiettoria culturale? Secondo Cesare molto é fattibile già ora per cambiare rotta, nonostante i vincoli di bilancio, ma la cosa fondamentale é individuare qualcuno disposto a fare l'interesse nazionale senza curarsi delle prevedibili accuse di fascismo/nazionalismo.

    Se come dice lui occorre "farsi buttare fuori", servono persone determinate e non ricattabili che abbiano un forte interesse nel perseguire questa strada, ben oltre il risultato elettorale. Gli ambienti "a sinistra" paiono del tutto sordi a questi argomenti. Le soluzioni "a destra" portano con sé molti altri concetti difficilmente presentabili e accettabili, ma sono state le uniche ricettive a questi argomenti. Da perderci il sonno...

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