domenica 7 aprile 2013

INFORMAZIONE, TECNOLOGIA E MONOPOLI

Da Sofia riceviamo e volentieri pubblichiamo questa post che, nelle intenzioni, serve da introduzione ad una trattazione ulteriore del tema dell'informazione, delle sue finalità ultime e delle posizioni di potere che esso comunque implica.

Nei settori che operano in situazioni monopolistiche/oligopolistiche gli operatori hanno tutto l’interesse a sostenersi l’un l’altro e a mantenere la propria situazione di supremazia; se questo non avviene attraverso la forza di mercato acquisita, avviene attraverso delle norme che impongono l’utilizzo dei prodotti da questi commercializzati oppure attraverso operazioni mediatiche che servono a condizionare l’operato degli utenti; senza considerare che anche il processo di accettazione delle norme richiede da parte degli utenti/cittadini un opera di convincimento sulla giustezza o sulla necessità delle stesse che viene portata avanti sempre attraversi i mezzi di comunicazione con informazioni (distorte o sbagliate) che mettono in evidenza un particolare stato di necessità, o di emergenza, o di pericolo.
In un precedente post, 48 ha già anticipato i termini del problema: Solo che qui "l'unico soggetto" accumula un potere talmente immenso da non avere alcun limite pratico: può persino pianificare a tavolino l'orientamento mediatico e quindi del consenso in qualsiasi parte del mondo e, più ancora, condizionare i governi, specie se esposti ai mercati nella - "stranamente spontanea", da parte degli stessi governi- collocazione sul mercato dei titoli del debito sovrano. Quello che invece è più  inquietante è che questa forza economica soverchiante possa impadronirsi del web e, in generale, di ogni nuova forma di "communication technology", attraverso la creazione di potentissime società ramificate in tutto il mondo, programmando e scansionando lo stesso paradigma culturale di un'epoca".
Su questo potere di pianificare "a tavolino" l'orientamento mediatico, e quindi dei comportamenti di massa e del conseguente "consenso", vi sono diversi scritti.
Gian Maria Fara in un saggio intitolato “INFORMAZIONE, OPINIONE PUBBLICA E DEMOCRAZIA” aveva messo in luce gli aspetti accennati da 48 in maniera molto chiara. Il saggio è piuttosto lungo e per semplificare ne riporto un breve riassunto.

"A rigor di logica, l'opinione dovrebbe essere strettamente ancorata alla conoscenza dei fatti, così come la conoscenza dovrebbe ispirare il formarsi di opinioni informate. I due termini sembrerebbero non aver nessuna vocazione alternativa, anzi appaiono l'uno il complemento naturale dell'altro. L'idea di proporli come dicotomia nasce dalla consapevolezza che nella fase storica che attraversiamo essi si presentino ormai con forti caratteristiche di autonomia. Sempre più spesso ci accorgiamo di trovarci di fronte ad opinioni nate al di fuori di ogni possibile base di conoscenza, così come è evidente che la conoscenza trova sempre maggiori difficoltà a tradursi in opinione. Anzi, si potrebbe parlare di un'opinione che rifiuta ogni ipotesi di conoscenza che possa metterla in discussione.
In nessun altro momento storico si è avuta una tale produzione di sapere, ma il mondo non sembra aver tratto alcun particolare vantaggio dalla nuova possibilità offerta dall' evoluzione della conoscenza. L'avere a disposizione una quantità sempre maggiore di conoscenza e vederla circolare tanto rapidamente per effetto dei processi informativi e comunicativi lasciava sperare in un mondo qualitativamente migliore. Ma a quanto pare non basta essere quotidianamente sommersi dalle informazioni per avere la possibilità di definire meglio l'orientamento della nostra esistenza.
Secondo alcuni autorevoli studiosi, "lo svilupparsi dell'industria della conoscenza si accompagnerà necessariamente al controllo dei suoi prodotti e questo al loro possesso e uso. Agli individui non resterà che partecipare a questo processo in veste di semplici consumatori con scelte limitate se non obbligate" (Capecchi-Livolsi 1989).
A questo punto appaiono evidenti almeno due grandi problemi con i quali il soggetto e la collettività sono chiamati a misurarsi: la enorme disponibilità di conoscenza e le evidenti difficoltà di fruirne in tutto o in parte; i limiti e i vincoli imposti dai detentori di una conoscenza intesa come merce da vendere o nel migliore dei casi da scambiare.
E' per questo che sempre più spesso quando si parla di conoscenza si è costretti a parlare di élites culturali o politiche e di potere. Se conoscenza è potere, potere di decidere e potere di fare, ricorrendo anche in questo caso al paradosso potremmo dire che il potere in una società aperta è alla portata di tutti in considerazione del fatto che la conoscenza,almeno nella accezione generale, si presenta come res nullius, bene a disposizione di tutti .
Ma vi è un altro elemento da non sottovalutare: la diffidenza per una conoscenza che arriva dall'alto, prodotta da élites culturali sospettate, talvolta a torto ma molto spesso a ragione, di voler esercitare una egemonia sulle classi meno colte.
Questione questa ampiamente affrontata dagli studiosi sociali e strettamente legata al tema più ampio del controllo sociale e dei mezzi e dei meccanismi attraverso i quali gli individui vengono "obbligati" ad attenersi alle norme sulle quali il sistema sociale complessivamente si regge.
In una società complessa dove è impensabile poter esercitare il controllo sociale attraverso la coercizione o la forza, i risultati desiderati possono essere ottenuti con la definizione dei bisogni, dei modelli di comportamento, ma soprattutto di comunicazione. Insomma chi ordina il sapere o i saperi, chi gestisce la conoscenza e chi la diffonde esercita sulla società una influenza profonda, una egemonia culturale che lascia spazi minimi alla elaborazione personale e alla produzione personale di senso e di orientamento.
.
Così che, in quella che spesso in modo improprio viene definita "società trasparente", tutto pare congiurare in favore della opacità e del silenzio o di un clamore che sempre più spesso sembra voler nascondere la realtà. L' Occidente ha capito da tempo come in una società che respira grazie alla circolazione dell' informazione, il regolare questa informazione costituisce un elemento determinante del potere.
Ma cosa vuoi dire potere? Secondo alcuni è la capacità di influire sul comportamento altrui e di controllare i mezzi per esercitare tale influenza non soltanto oggi ma anche domani e dopodomani. Naturalmente dobbiamo evitare di attribuire ai mezzi di comunicazione di massa più potere di quanto in effetti non ne abbiano, ma resta il fatto che il settore dell'informazione è uno dei più delicati nella moderna società e che riveste un' importanza eccezionale soprattutto se si tiene conto delle sue capacità di condizionamento.
E come ricorda V. Rovigatti, appare chiaro che " i mezzi tesi ad informare (a dare cioè notizie di interesse generale rivolte al pubblico e pertanto destinate ad una larga diffusione) hanno un grande ruolo nella formazione dell'opinione pubblica. Tanto più quando le notizie in sé e il modo con cui vengono presentate, sono capaci di sollecitare nel pubblico reazioni rapide e virtualmente contemporanee a carattere prevalentemente emotivo".
Uscire dal condizionamento significa avere la precisa consapevolezza che l'immenso potere dell'informazione non può non essere, a sua volta, condizionato da i giochi e dalle manovre di altri poteri come quello economico e quello politico. Il più condizionante dei poteri non sfugge esso stesso alla logica del condizionamento poiché spesso deve sottostare a regole che sono decise altrove e in funzione di interessi che non sempre hanno a che vedere con l'informazione stessa.
Tuttavia non è possibile dimenticare che il cosiddetto "quarto potere" in moltissime occasioni si rivela il "primo potere", la cui capacità di orientamento o, come è più realistico dire, di condizionamento è senza dubbio eccezionale e, in molti casi, decisiva. I mass media tendono a rafforzare più che a modificare i gusti, le opinioni e gli atteggiamenti del pubblico. Si rafforzano quindi gli atteggiamenti preesistenti, e i mutamenti che avvengono piuttosto raramente hanno bisogno di una lunga opera di convincimento.
Quando si affrontano, per esempio, argomenti ad alto valore conflittuale è molto probabile che non si producano cambiamenti ma piuttosto una radicalizzazione, un rafforzamento delle convinzioni di ciascuno. Questo rafforzamento è favorito da alcuni elementi e principalmente da una situazione sociale di maturità, una situazione stabile senza grandi problemi o, al contrario,da condizioni di crisi e di instabilità.
Secondo Klapper(1970). in una società stabile i mezzi di comunicazione di massa hanno in genere l' effetto di rafforzare le opinioni e gli atteggiamenti già esistenti, mentre in una società in crisi, visibile o latente,  essi tendono a promuovere il cambiamento, imprimendo una spinta all'azione, alle aspirazioni profonde e a quelle tendenze già presenti ma inespresse.
 
Tuttavia, è sempre più evidente l'intreccio tra il possesso di informazioni e la gestione del potere. La conoscenza e i sistemi di comunicazione non sono asettici o neutrali dal punto di vista del potere. Ogni "fatto" utilizzato negli affari,  nella vita politica e nei rapporti umani di tutti i giorni deriva da altri "fatti" o assunti chesono stati foggiati,  deliberatamente o no, dalla struttura di potere preesistente. Ogni fatto affonda quindi le sue radici nel potere passato e influisce su quello futuro: ha un impatto , grande o piccolo, sulla futura distribuzione del potere (Toffler 1991).
Per questa ragione il campo dell'informazione è in perenne stato di guerra, per ridefinire continuamente la mappa dei poteri a favore di questo o quel gruppo politico e/o economico, a seconda degli equilibri che via via si manifestano. Il risultato che con tale guerra si intende raggiungere è l' affermazione di un gruppo di potere e, conseguentemente, il dominio delle coscienze.
Il rapporto tra opinione pubblica e democrazia è strettissimo e di solare evidenza poiché la prima è il fondamento, la sostanza, della seconda.
Fino alla comparsa sulla scena dei mezzi di comunicazione di massa, l'esistenza di una pubblica opinione era garantita dai giornali e la qualità dell'informazione veniva assicurata da una stampa sostanzialmente libera e pluralistica. "In confronto alla stampa dell'epoca liberale, i mass media da un lato hanno raggiunto una forza di penetrazione e un'efficacia incomparabilmente maggiori: con essi si è estesa la sfera stessa della dimensione pubblica; dall'altro, si sono allontanati sempre più da questa sfera per penetrare in quella, un tempo privata, dello scambio di merci.
Quanto maggiore diventava la loro efficienza pubblicistica, tanto più essi diventavano accessibili alla pressione di interessi privati ben determinati, sia individuali che collettivi. Mentre prima la stampa poteva soltanto mediare e rafforzare il dibattito dei privati raccolti nel pubblico,  adesso, viceversa,  esso è plasmato dai mass media" (Habermas 1988).
Ma c'è anche la possibilità che l'opinione nel pubblico non sia per niente un'opinione del pubblico. Non sta scritto da nessuna parte che una opinione pubblica debba essere autonoma: può essere o essere resa eteronoma.
In entrambi i casi è un'opinione che si colloca materialmente nel pubblico ma la prima sta alla seconda come un originale sta ad un falso. Anzi, ancora di più, un'opinione pubblica prefabbricata eteronoma è non solo la contraffazione ma anche la negazione di un'opinione pubblica autonoma.
La distinzione tra opinione nel pubblico e del pubblico è una distinzione cruciale, essenziale se vogliamo osservare lo stato della società e della democrazia.
Va da sé che un'opinione pubblica pienamente autonoma o pienamente eteronoma costituiscono " idealtipi" che non possono esistere come tali nel mondo reale" (Sartori 1979).
Bisogna cercare di capire in quale modo e attraverso quali strumenti vengono a formarsi o vengono formate l’opinione pubblica.
K.W. Deutsch (1970) descrive un modello che individua una serie di processi discendenti,  a cascata, i cui salti sono intervallati da "vasche" nelle quali le acque si rimescolano continuamente. In questo modello i livelli, i serbatoi o le vasche della cascata sono cinque.
Nel primo livello,  secondo Deutsch, circolano e si confrontano le idee delle élite economiche, sociali e culturali.
Nel secondo livello si incontrano e si scontrano le idee e le visioni delle élite politiche e di governo.
Il terzo livello è costituito invece dalla rete delle comunicazioni di massa e quindi dal personale che trasmette e diffonde i messaggi,  ovvero gli operatori dell' informazione.
Al quarto livello troviamo invece i leader d'opinione a livello locale, e cioè quel 5-10 per cento della popolazione che ha un interesse diretto per la politica che partecipa attivamente allo svolgersi dei fatti sociali, che è attento ai messaggi dei media ed è in grado di decifrarne i contenuti evidenti e sottintesi, e che di conseguenza è punto di riferimento per importanti segmenti della popolazione. Questi opinion leader riconosciuti dal pubblico a livello locale, hanno la possibilità di orientare e di plasmare le opinioni dei gruppi sociali attraverso la propria lettura e interpretazione della complessità.
Il quinto livello,  infine, nel quale tutto confluisce è costituito dal demos, cioè dal serbatoio complessivo dei pubblici di massa...
A tutto ciò occorre aggiungere che nello stesso tempo, assistiamo alla nascita e alla crescita di una "opinione pubblica reticolare" che trova la propria ragion d'essere nella interpretazione dei fatti e dei problemi del vissuto quotidiano. Un'opinione pubblica che si forma dal basso e che guarda con sempre più evidente sospetto ai messaggi, alle idee, alle indicazioni che, attraverso il sistema dei mezzi di comunicazione di massa, giungono dall'alto.
Ecco perché è cresciuta nei soggetti della rappresentanza politica e istituzionale l'ansia di cogliere, di capire, di interpretare ogni sia pur lieve movimento o spostamento di opinioni odi interesse all'interno del corpo sociale.
Un'ansia dimostrata dalla proliferazione incredibile degli istituti e delle società di rilevazione demoscopica, dalla promozione a scienza esatta della doxometria e dalla proposizione ormai quasi ossessiva dei risultati di sondaggi sui qua li sempre più spesso sembra gravare il sospetto di un uso scorretto e strumentale. Tutto ciò "mette in luce le gravi responsabilità di quanti, sia pure con responsabilità diversa, hanno in mano il potere di "comunicare": editori e giornalisti, produttori e registi , emittente e programmisti e più in generale, operatori dei mass media" (Maccari1989).
“La comunicazione di massa e, più in generale, la cultura di massa, alimentano oggi quell'euforia dell' infelicità", come l'ha definita Marcuse, che riesce a incanalare le attese dell'uomo verso una ricerca della felicità racchiusa unicamente nel consumo, nel benessere materiale fine a se stesso, nell'evasione dai problemi reali, nella dimissione da ogni impegno comunitario" (Zanacchi1990).
...A tutto questo vi è da aggiungere il comportamento degli opinion leader, i quali, dimentichi delle loro responsabilità, non hanno alcuna vocazione pedagogica. Preferiscono mostrarsi e mostrare a tutti la loro sapienza per farsi riconoscere come portatori di una conoscenza che peraltro non sono disposti a condividere con nessuno."

Da questo saggio si possono trarre importanti spunti di riflessione.
Il sistema, è ormai cosa nota, gestisce l’informazione ma anche, in modi indiretti e spesso occultati, la stessa contro-informazione:  per cui, il prodotto che giunge al cittadino medio è la disinformazione, cioè la famosa “verità ufficiale”, più efficacemente divulgata se contenente, al suo interno, un'apparente dialettica di versioni "opposte", provenienti però dalla stessa indistinta "fonte di divulgazione"
Alla lunga, questo perverso meccanismo, produce anemia intellettuale, passività e pigrizia inconscia.
La maggioranza dei cittadini finisce per perdere così quella capacità di analisi critica nel leggere le notizie e, quindi, farsi un’opinione personale dei fatti e degli eventi di cui viene a conoscenza. 
Lo scopo del sistema al potere è quello di impedire l’accesso dei cittadini alle notizie oggettive e, al loro posto, offrire un complesso sistema informativo apparentemente pluralista ma sostanzialmente monolitico. L’informazione per il consumo di massa dirige tutto il sistema e le fonti di notizie “ufficiali” sono vitali all’interno di questo processo informativo globale.
In questo contesto, la stessa libertà di informazione è in serio pericolo anche perché i media a larga a diffusione appartengono a pochi grandi gruppi di imprese, che tentano di mantenere ed estendere il controllo su gran parte delle fonti ufficiali di informazione.
La posizione politico-economica di questi stessi gruppi dipende, a sua volta, sempre più, da contenuti prestabiliti e notizie preconfezionate (conflitto di interesse)
Si crea così un rapporto simbiotico tra chi diffonde le notizie e chi le fornisce. Gli oligarchi al potere ricercano a tutti i costi il consenso e lo fanno anche attraverso l’eliminazione delle voci libere e il consolidamento della proprietà dell’informazione nelle mani di pochi gruppi dominanti.

Il luogo comune che ha sempre accompagnato la nascita e la diffusione di Internet come canale di diffusione e propagazione dell’informazione è la sua intrinseca capacità di garantire una maggiore libertà di espressione. Web, blog, twitter, i contenuti viaggiano senza che nessuno possa realmente impedire che le voci vengano censurate.
Ma la verità è che Internet diventa un grande normalizzatore di stili di vita ed è il più grande strumento per colonizzare il pensiero di una moltitudine di persone che risiedono nei luoghi più diversi del pianeta.
Internet diviene infatti il "luogo" di legittimazione di una nuova "ufficialità", solo in apparenza estranea ai sistemi di formazione del dato-notizia propri dei media tradizionali 
In ogni momento di discontinuità tecnologica che ha accompagnato l’evoluzione dei media si è sempre determinato un ordine di potere economico più ampio del precedente.
I padroni dell’industria mediatica sono oggi dei colossi che un tempo nessuno immaginava potessero esistere. Se da una parte i costi di accesso a internet rendono possibile a singoli e piccoli gruppi di portare la propria voce sulla rete è altresì vero che i capitali che possono garantire l’esercizio di un vero impero mediatico sono alla portata di pochissimi gruppi i quali tendono ad avere interessi plurimi in quella che è oggi diventata la comunicazione convergente video-dati-voce, declinata attraverso il controllo di più media, Internet-TV-Giornali.

In buona sostanza significa essere nella possibilità di immettere sul mercato risorse di un ordine di grandezza tale da mettere a rischio l’esercizio di una libera informazione in quanto condiziona le dinamiche degli investimenti pubblicitari, fonte primaria di sostenibilità del giornalismo.
E nell’era dell’informazione su internet, il fattore egemonico diventa la tecnologia.
Di fatto lo è sempre stata, ma oggi, rispettando la logica che ha finora ha mosso l’industria dell’informazione, lo diventa in modo ancor più evidente.
Piattaforme di distribuzione, infrastrutture di comunicazione sono gli elementi attraverso cui si esercita il nuovo oligopolio dell’industria mediatica. La disponibilità di capitali diventa prioritaria. Murdoch, attraverso le risorse finanziarie che ruotano attorno a News Corporation, è oggi impegnato nel tentativo di estendere il proprio impero sino a mettere in pericolo l’equilibrio che determina libera concorrenza e libero mercato. Google, elemento centrale e trasversale di intermediazione delle notizie, investe nei canali di comunicazione emergente che tendono a divenire essenziali in termini di distribuzione di contenuti e pubblicità, come il mobile e la TV.
A ulteriore testimonianza dell’iperattivismo che mobilita ingenti risorse finanziarie e crea il nuovo oligopolio dell”industria dei media, è anche l’ipotesi di fusione tra AOL e Yahoo!
E il rischio, o l’inevitabile conseguenza con cui dovremmo convivere e misurarci, è quello di una omologazione sempre più forte dei messaggi, in una cornice di novità e di contrapposizione al passato- abilmente ostentata, che, in realtà, sono esclusivamente tese a evolvere, con maggior efficacia, il sistemo di potere teso all'orientamento dei comportamenti della massa dei fruitori-consumatori della notizia e, in definitiva, del tipo di "prodotto" che essa inevitabilmente sottende.

venerdì 5 aprile 2013

MA DRAGHI RIESCE A DIRNE UNA "GIUSTA" ANCHE PER SBAGLIO?

A leggere la notizia viene da ridere. Ma proprio da ridere; in contrappunto con la Germania che si rifiuta di reflazionare e anticipa il pareggio di bilancio acuendo la compressione della propria domanda interna...Ma forse, nell'ideologia economica delirante dei suoi disegni di mercantilismo imperialista, per essere più pronta alla lotta post euro-break?
Certo, la Germania rischia di fare la fine del Giappone,deflazionista in stagnazione, proprio mentre il Giappone pone fine a quella stessa stupidità in cui la Germania si lancia con tutta la sua forza.
E infatti: la Bank of Japan (BOJ) comprerà titoli di stato sul mercato secondario a un ritmo di 7000 miliardi di yen al mese, cioè circa 78 miliardi di dollari. Lo stimolo Fed, per capirsi, è pari sì a 85 miliardi di dollari al mese, ma corrispnde allo 0,54% del PIL USA, laddove BOJ prende in carico acquisti per l'1,1% del proprio PIL. La durata media dei titoli in portafoglio, che coinvolge titoli fino a 40 anni, andrà dagli attuali 3 anni a 7.
Abe ha messo in sella il nuovo governatore Kuroda (ad avercene!), che è riuscito a imporsi - cambiandone alcuni membri in scadenza- al board BOJ, infarcito di esponenti delle banche, più che restii al nuovo corso.
Poco agisce, per ora, questo "stimolo", nel senso della reflazione: a febbraio, - nonostante l'inizio del programma di QE a livelli piuttosto sostenuti (la metà dell'attuale volume) da almeno gennaio-l'indice dei prezzi è sceso di 0,7 su base annua, allontanando l'obiettivo di inflazione al 2% da raggiungere entro i prossimi due anni.
Ma ciò non ci stupisce, dato che non è la sovraofferta di moneta a determinare l'inflazione, nonostante Friedman, Weidman, la stampa tedesca e la "sussidiaria" stampa italiana, nonchè tutto il board BCE con la Commissione UE e Olli Rehn  messi in colonna.
L'effetto dell'annuncio di Kuroda però si riflette sul corso dello yen, che ieri ha perso il 3% su dollaro e euro (una moneta, una garanzia: di stupidità). 
Lo stesso yen, pur calando abbastanza costantemente nelle ultime settimane, rimane sopravvalutato del 4% rispetto al dollaro, in base al criterio della parità del potere d'acquisto calcolata dall'OCSE.
Perde qualcosa il Giappone? Non direi: acquisterà competitività insieme con l'innalzarsi dell'inflazione (e dei salari).
Una bestemmia per Draghi; almeno nella sua versione ufficiale, di stretto rito quantitativ-monetaristico filogermanico, affossatore della domanda in tutta l'UE. E Federico Caffè, che risulta essere stato, taaaanto tempo fa, il suo "maestro", si starà rivoltando nella tomba (ovunque essa sia...).
Dunque il Giappone vedrà anzitutto crescere le proprie esportazioni. Cosa estremamente bizzarra seguendo le teorie di Draghi.
E poi la Bank of Japan ci guadagnerà, e con essa lo Stato giapponese; perchè? Ma perchè gli acquisti calmierano gli interessi sulle nuove emissioni: il decennale giapponese è sceso di 11 punti al minimo dello 0,45%, mentre il bond trentennale di 22 punti base a un minimo di 1,31.
Ciò significa, indovinate, plusvalenze per la BOJ (che abbiamo visto acquista titoli sul secondo mercato, cioè già emessi a rendimenti più alti), che verranno riutilizzate nel programma di acquisti e comunque abbasseranno l'onere del debito (se calano gli interessi sulle nuove emissioni e le vecchie finiscono in mano...allo Stato, è un calcolo facile facile).
Lo so che Draghi non è in grado di fare politiche monetarie se non centralizzate, ma le plusvalenze realizzate da BOJ e FED (da almeno 4 anni), qualcosa gli dovrebbero suggerire invece di concepire l'OMT come una forma di punizione fiscale, a carico dei paesi che vi vorrebbero ricorrere, in modo da amplificare l'amata recessione-disoccupazione, purificatrice nella deflazione.
Ah, e la Borsa giapponese? L'indice Nikkei è salito di oltre il 2%, con rialzo dei titoli bancari (ma sta inflazione non doveva fargli paura?),  dei titoli delle società che esportano e, udite udite!, delle società immobiliari: Perchè? Perchè questi settori dovrebbero beneficiare dell'indebolimento dello yen e del calo dei tassi.
Il pericolo segnalato sarebbe quello di aspettative di inflazione che si rafforzino più del previsto, obbligando alla brusca chiusura dei rubinetti della liquidità: ma al momento di ciò neppure l'ombra.
Oppure, il pericolo potrebbe essere che i concorrenti del Giappone reagiscano cercando un indebolimento parallelo delle rispettive valute. Facciamo il caso degli USA.
Ma non pare certo quello dell'euro, visto il diktat alla deflazione attraverso la riduzione anche NOMINALE dei salari che predica apertamente Draghi, legittimando nuove ondate di recessione in UEM al fine di raggiungere il da lui auspicato "livello naturale di disoccupazione"...dilagante.

Un altro "divertente" dettaglio, che ci segnala l'Economist:  ("Six years of low interest rates in search of some growth"): nonostante i tassi ai minimi, la curva IS rimane rigida.
Sentite che dicono, senza dover per questo dare ragione ufficialmente a Keynes, gli espertologi USA-UK: "Le imprese nell'approvare progetti di investimento a lungo termine devono considerare una pluralità di fattori: l'equilibrio tra offerta e domanda nel loro settore, i presupposti regolatori e politici, la disponibilità di manodopera qualificata. I tassi di interesse non sono un fattore significativo nella nostra decisione".
Il che appare quasi un brano della teoria keynesiana, scritto in una brutta prosa. Infatti, proseguono gli investitori esteri (quelli che non si vedrebbero da noi per via della "corruzzzione" e della burocrazia elefantiaca)  "i tassi di interesse sono solo una piccola porzione dei costi cui far riferimento".
E qui viene la goduria (platonica: quella che ci rimane se si deve stare nella "notte dell'euro"): "ciò non è sorprendente per chi osservi il Giappone, dove gli interessi nominali sono stati vicini a zero per un decennio, - sebbene quelli "reali" siano rimasti positivi"-, e il livello assoluto degli investimenti in termini reali non è cresciuto rispetto al 1997 (!). Le imprese sono state coinvolte in troppi "cicli" negativi laddove hanno investito in anticipo su una crescita interna che non si è mai verificata".
Lo vogliamo dire a Draghi? Ma lo sa benissimo: solo che "nun je piace cchiù 'o presepe" ormai.

L'Economist ci dice pure: "Il punto chiave non è che gli interessi nominali sono bassi. E' piuttosto che, fuori dal Giappone (ma non sappiamo quanto a lungo ndr.), gli interessi reali sono negativi."
E se gli interessi reali sono negativi (ad es; in USA o, pensa un pò, in Germania) "gli investitori si lanciano su sentieri più rischiosi".
"Le obbligazioni private sono state, nel 2012, il primo "porto di richiamo". Questa domanda su investimento a tasso fisso, ha abbassato il costo del credito per le imprese. Per Standards & Poor's, gli interessi sui bond a basso rating, i "junks", si sono dimezzati dal 12 al 6% nel 2012. Le relative imprese emittenti sono in grado di contrarre prestiti a un tasso che del 4% sotto la media post-2000, laddove una compagnia che abbia un tipico ranking A, può prendere in prtestito al 2,4%, comparato alla "norma storica" del 5,1%.
Come risultato molte multinazionali possono avere credito a tassi più bassi dei Governi europei."

Vi risparmio le ulteriori applicazioni suggerite dall'Economist. Tutte ci confermano la follia del mattatoio UEM.
Questo produce:
- alti costi del credito per le imprese praticamente in tutta l'area UEM, eccettuata la Germania;
- tassi reali positivi rispetto alla perseguita deflazione-disoccupazione, e conseguente disincentivo all'investimento di rischio, in particolare quello produttivo;
- su cui influisce pure la bassa disponibilità di manodopera qualificata, frutto di venti anni di precarizzazione-flessibilizzazione della forza lavoro che ne spinge la qualificazione verso il basso, nella logica del demansionamento e del non investimento nella formazione;
- a ciò si aggiunga anche la definitiva riduzione del capitale umano determinata dalla feroce austerity sulla scuola-università imposta dalle regole di Maastricht e dalla sua versione accelerata-suicida del fiscal compact;
- infine, (come abbiamo visto, per il passato, nella situazione giapponese), il mattatoio UEm produce pure quella aspettativa negativa sulla crescita della domanda interna che è il principale dissuasore per gli investitori.

E, a proposito, queste elementari notazioni (keynesiane "inconsce"?) ormai di dominio pubblico nel resto del mondo, non compaiono mai nel dibattito mediatico italiano: avete sentito mai qualcuno dire che l'austerity scoraggia le aspettative di crescita della domanda (in ciascun settore) e quindi gli investimenti? O che la precarizzazione-flessibilizzazione sfalda la riserva di manodopera qualificata egualmente decisiva per gli investitori? No, neanche un accenno fiacco fiacco; non date retta, la colpa è, invariabilmente, "del peso sull'economia dell'enorme debito pubblico".
Ma non sarà che si tratta piuttosto, in questo caso, dell'enorme peso di mancati investimenti, pubblici e privati che hanno da almeno 20 anni depresso il PIL, cioè il denominatore, stagnante e contratto del numeratore "debito"?
Diciamo piuttosto che Draghi, Weidman e i Monti e "proto-Monti" in arrivo, credono molto di più nell'"esercito di riserva dei disoccupati" che non nella manodopera qualificata e nella spesa pubblica in ricerca e istruzione.
Insomma, Weidman, un pò (ma non troppo, vista l'insistenza sui mini e midi-job e gli inevitabili effetti di lungo periodo di ciò) lo si può capire.
Ma Draghi, che continua a considerare "riforme strutturali" per la crescita (!), diverse dall'austerity, le riforme ulteriormente precarizzanti e deflazionanti del mercato del lavoro, riesce ancora a formulare un pensiero lontanamente riconducibile ai principi che avrebbe dovuto apprendere da Federico Caffè? 

giovedì 4 aprile 2013

LA DOTTRINA DELLE BANCHE CENTRALI. LA SOLUZIONE FINALE ALLE PORTE

I. Per capire cosa stia succedendo con la farsesca storia dei "crediti alle imprese", dobbiamo partire dalla dottrina delle banche centrali indipendenti, quale fissata nei trattati UE-UEM in un modo che non ha paralleli al mondo.
Ribadiamo alcuni passaggi essenziali illustrati nel post sopra linkato, relativamente al vero significato di tale "dottrina":
In realtà la neutralità della politica monetaria (affidata alla BC indipendente) non svolge gli EFFETTI DIRETTI DICHIARATI nel contenere-ridurre l’inflazione.
Questo perché la sottesa teoria quantitativa della moneta (eccesso di offerta come causa dell’inflazione, abbracciata da Bundesbank e imposta a BCE), ovvero la teoria della presunta rigidità della curva LM (rispetto a al tasso di interesse) nei fatti E’ SMENTITA DALLA NATURA ENDOGENA DELLA MONETA. Cioè, empiricamente tutto conferma che la quantità di moneta complessiva dipende dalla formazione e dal livello dei prezzi e non viceversa.
Piuttosto il vero obiettivo di tale dottrina è L’EFFETTO COLLATERALE, FINANZIARIO PUBBLICO, ritenuto capace di AGIRE SULL’INFLAZIONE nel modo redistributivo voluto. Più specificamente è l’effetto sul contenimento salariale e quindi sulla crescita, vista come obiettivo recessivo in favore della “stabilità finanziaria e dei prezzi”. Cioè:
1)        la BC non finanzia-monetizza il deficit pubblico, il che comprime naturalmente il risparmio privato perché
2)        rende più costoso l’onere del debito ed induce a comprimere la spesa pubblica primaria (il che riafferma il valore ideologico del crowding-out, cioè della ipotizzata maggior efficienza dell’allocazione delle risorse ai privati, derivata dalla presunta elasticità degli investimenti rispetto al tasso di interesse);
3)        si ottiene così di sterilizzare progressivamente l’intervento pubblico e di avere una crescente disoccupazione, (non correggibile con espansione fiscale)
4)        la quale disoccupazione crescente (intesa come naturale) diminuisce come tale il livello salariale e quindi l’inflazione.
DA NOTARE: tutti gli effetti così perseguiti confermano implicitamente la Curva di Philips keynesiana, che di facciata tale teoria intende confutare.
Inoltre, si disattivano ex post, cioè come imposizione istituzionale (self-fulfilling prophecy) e non come tendenza empiricamente verificabile, 2 casi su 3 di validità (ammessa) della teoria keynesiana:
1)        curva IS rigida: cioè investimenti poco sensibili al variare del tasso di interesse. “Sensibili” lo ridiventerebbero in quanto rafforzate le aspettative razionali di nulla o negativa variazione dell’inflazione. Ciò sebbene la crescita dovuta al “ripiazzamento” di risorse per investimenti privati non si sia ancora vista, cioè registrata in differenziali di crescita superiori a quelli in precedenza realizzati: le serie storiche del PIL, successive alla progressiva applicazione di tali teorie, indicano invece il contrario;
2)        rigidità verso il basso dei salari (neutralizzando le resistenze del calcolo inflattivo per l’accrescita disoccupazione).

ORA TUTTO SI IMPERNIA SU QUESTO ASPETTO COMPLEMENTARE-ISTITUZIONALE della politica monetaria “credibile” (cioè solo anti-inflattiva in funzione delle aspettative razionali “esatte”).
E, in termini pratici, SUL DIVIETO DI FINANZIAMENTO AGLI STATI DA PARTE DELLE BC. Finanziamento diretto che non descrive la funzione di “Lender of last resort”, che è, invece, una valvola di sicurezza residuale per il caso di grave crisi di liquidità e, inoltre, riguarda anzitutto il sistema bancario (e non lo Stato).
E’ INVECE UN “DIVIETO DELLA FUNZIONE DI TESORIERE DEL GOVERNO”, naturale quando questo sia titolare della politica monetaria.

EBBENE: SOLO L’UEM HA REALIZZATO IL MODELLO PURO DI BC INDIPENDENTE (MONETARISTA E NEO-MACROECONOMICO CLASSICO). PERCHE’ L’HA FATTO MEDIANTE UNA PREVISIONE SUPER-NORMATIVA, PARACOSTITUZIONALE.
Quindi solo l’UEM crede che le aspettative razionali governino effettivamente l’equilibrio economico, garantiscano la piena occupazione, intesa come “disoccupazione naturale” (multi equilibrio); e solo l’UEM crede che sia senza conseguenze per la crescita perseguire incondizionatamente la deflazione per via salariale; come pure che lo spostamento delle risorse dalla spesa pubblica al sistema privato sia garanzia incontestabile di efficiente allocazione delle risorse (e di crescita).
Nel resto del mondo ciò non vige ad un equiparabile livello normativo, con tale rigidità –se non come conseguenza dell’esportazione politica del modello UEM (paesi est europeo)- ed è stato sostanzialmente applicato come criterio di opportunità politica suscettibile di rivedibilità altrettanto politica (cioè al più cambiando una mera legge e non una fonte superprimaria).

II. Sempre dal post citato possiamo trarre questa conclusione: la restaurazione del modello neo-classico, imposta dai trattati UE-UEM, si realizza tramite questa funzione di contro-distribuzione del rischio delle ricorrenti crisi economiche e in generale della ricchezza, nonchè di profonda revisione del ruolo dello Stato (in quanto questo ostacoli, con le sue proposizioni costituzionali, questa restaurazione).
In altri termini: la teoria neo-classica nelle versioni recepite in UE-UEM, non nega i fallimenti del mercato e le crisi cicliche che ne conseguono, ma esclude radicalmente di assumerli come "criticità" da risolvere, predisponendo un sistema che mira a farne sopportare stabilmente il costo a lavoratori e piccole e medie imprese, cioè ai debitori strutturali del sistema bancario-finanziario.
Quest'ultimo deve essere assolutamente salvaguardato nel suo livello di profitti-ricchezza, al punto che se anche il PIL scendesse, ciò deve comportare che salga la quota dei profitti stessi (espliciti ed impliciti, cioè retribuzioni e benefits per gli a.d. bancari) sul reddito nazionale.

III. Di questo sistema, si ha conferma dalle recenti parole di Draghi (all'ultimo Consiglio europeo del 14-15 marzo 2013): egli riafferma la assoluta esigenza che i salari non debbano crescere, neppure nominalmente, se non in corrispondenza dell'aumento della produttività. Produttività contrabbandata come un fatto tecnico, cioè dipendente dall'impegno quantitativo e dalla qualità professionale nell'applicazione del lavoro, ma in realtà dipendente dal livello della domanda e, in concreto, da quella estera, generandosi, in questa visione delirante, un inseguimento della competitività mediante abbassamento del CLUP, che amplifica la caduta della domanda simultaneamente in tutti i paesi interessati e rende impraticabile lo stesso incremento delle esportazioni che dovrebbe risolvere il tutto.
L'ostinazione in questa teoria, i cui effetti si continuano a rivelare fallimentari (la disoccupazione aumenta, la recessione si diffonde, ma la competitività predicata è irraggiungibile simultaneamente da tutti i paesi coinvolti nel diktat), parte non a caso dalla Banca centrale europea, la più "pura" tra le "indipendenti".
Il che dimostra che l'indipendenza è solo uno strumento per mascherare la più pesante delle dipendenze: quella dal sistema bancario, con la finalità programmatica di preservarne il livello di redditività e, quindi, di incrementarne la quota profitti sul PIL nel caso in cui tale preservazione sia alla base di una deliberata creazione di recessione da compressione deflattiva della domanda.

IV. Veniamo alla vicenda dei crediti alle imprese e cerchiamo di esprimere in pochi concetti (sicuramente non sarò all'altezza :-)), perchè è improbabilissimo che questi pagamenti si risolvano in un intervento a favore di imprese e occupazione.
E' una questione ideologica che può essere ritratta come corollario dalle ragioni della dottrina delle BC indipendenti.
Vediamo in cosa consiste la "manovra" messa sul piatto dal rilegittimato governo Monti: circostanza che già ci da' la sicurezza che ci muoviamo all'interno della cornice deflazionista del lavoro, e contraria all'intervento pubblico, imperniata sulla capture bancaria delle banche centrali, assunte come massima e inappellabile autorità ideologica nel campo delle politiche economiche.
Grosso modo, in base a quanto trapela dai giornali, il pagamento alle imprese è impostato così:
- regioni ed enti locali che procedano ai pagamenti debbono garantire un flusso di entrate o di risparmi equivalenti per il futuro (nel medio periodo).
Ciò, alternativamente, in un processo di definizione della copertura che non è certamente terminato, e che non terminerebbe certo col decreto attualmente in fase di elaborazione: 
- sia attraverso un possibile innalzamento dell'aliquota della sovraimposta regionale sul reddito (di 0,6 punti);
- sia attraverso incrementi di tassazione locale, attuali o futuri (v. Tares, che, comunque entrerà in vigore entro l'anno con le sue maggiorazioni, solo rinviate a fine anno, considerata, si noti, l'incombenza di nuove elezioni prima di dicembre);
- sia, ancora, attraverso il blocco degli investimenti di regioni ed enti locali nei successivi 5 anni.
Ulteriore aspetto della questione, alquanto dimenticato nell'informazione mediatica e nei proclami delle associazioni delle imprese: l'accorciamento dei tempi di pagamento, adeguandolo ai termini imposti dalla disciplina europea, dovrebbe valere anche per il futuro, cioè a regime, e quindi determinare una maggior intensità di spesa e quindi un'accelerazione dell'esaurimento delle provviste finanziarie che condurrebbe gli enti ad una stabile riduzione della capacità di spesa, in tutti i settori diversi da quelli che originino l'obbligo del pagamento dei crediti maturati e maturandi coi fornitori.
In ciò va considerato che il nuovo art.97 Cost., impone a tutte la pubbliche amministrazione di assicurare l'equilibrio dei bilanci e che  il nuovo art.119, primo comma, prevede che l'autonomia finanziaria delle regioni sia esercitata "nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci" e concorrendo "ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea".
Questo nei nuovi testi introdotti insieme col pareggio di bilancio statale (nuovo art.81 Cost.) dalla legge costituzionale 20 aprile 2012, n.1.
Votata praticamente all'unanimità da parte degli stessi partiti che adesso dicono al governo Monti, privo di fiducia attuale, di "fare presto".

V. Ora, due sono le cose da sottolineare:
1) il fiscal compact-pareggio di bilancio, in tutti i suoi corollari che devastano la Costituzione nelle sue norme sui compiti sostanziali delle istituzioni di governo, non è uno scherzo ma si manifesta brutalmente e da subito: l'intervento pubblico quale in precedenza previsto dalla Costituzione (originaria, non quella revisonata) è meramente eventuale.
Se non ci sono entrate di copertura aggiuntiva rispetto a spese comunque (già) tagliate, tagli che già danno luogo a caduta della domanda e conseguentemente, delle precedenti entrate, l'intervento pubblico semplicemente non si fa. Punto.
Quali che siano gli obblighi costituzionali e legislativi di attivare un certo livello "essenziale" di funzioni (art.97 Cost., primo comma infine) e di prestazioni pubbliche concernenti "i diritti civili e sociali"  (art.120 Cost., secondo comma);
2) considerare l'onere di pagamento delle prestazioni in precedenza eseguite a favore delle p.a. come una spesa pubblica da garantire in costante pareggio di bilancio, significa considerare le funzioni e prestazioni pubbliche a cui queste prestazioni delle imprese private (di forniture e servizi) erano funzionali come un debito "a esaurimento" e comunque immediatamente ridotto nel suo ammontare, non più riproducibile. Mai più.
Se ad es; per pagare forniture già eseguite nel campo del servizio sanitario occorra garantire per il futuro risparmi di spesa in conto capitale, vuol dire che opere e lavori pubblici, eventualmente programmati dallo stesso ente, non si faranno più per un corrispondente ammontare.
E viceversa: se si ammette l'esecuzione di un'opera pubblica regionale o locale, si dovrà rinunziare a forniture nel campo sanitario; comprese medicine di ogni genere e materiali per le sale operatorie.
Da qui non si scampa. 
Vi ricorda la Grecia? Aspettate e vedrete.

VI. Qui, in definitiva, lo scopo ultimo della dottrina delle banche centrali è stato raggiunto: tanto diviene costoso (finanziariamente prima e socialmente poi) il sistema di finanziamento del deficit pubblico che l'intervento dello Stato è drasticamente ridotto, e in modo accelerato, con una progressione geometrica, che segna la vittoria finale del processo iniziato col divorzio bankitalia del 1981, e la fine della "resistenza" inerziale del sistema dell'odiato welfare.   
Il venire meno della spesa pubblica, ormai svincolata nella sua obbligatorietà dalle norme costituzionali che prevedono i compiti che la Repubblica, a tutti i livelli territoriali di governo deve perseguire,  si accompagna alla validità operativa delle sole norme costituzionali sui limiti contabili della finanza pubblica. 
Cioè la Costituzione vede ribaltati i più elementari principi sulla gerarchia di valori (artt. 1-4 Cost., almeno) in essa originariamente stabiliti, sostituita dalla prevalenza di una neo-gerarchia finanziario-contabile stabilita in sede di revisione e che segna la fine della "forma repubblicana" di democrazia fondata sul lavoro, di cui l'art.139 Cost. prevede, invano, la immodificabilità ("revisione").  
Il risultato non è solo il "lieve" disagio a cui nei prossimi anni andranno incontro i cittadini come titolari dei diritti civili e sociali cui dovrebbe essere accompagnato un "livello essenziale" di prestazioni, ma l'ulteriore calo della domanda, l'incremento dei fallimenti delle imprese, private ormai strutturalmente dell'intervento pubblico, e scopo finale, l'aumento della disoccupazione.
Quest'ultimo non solo diminuisce in sè la capacità di resistenza dei lavoratori all'abbassamento dei livelli salariali nominali, (perchè di questo ormai si parla); tale resistenza, infatti, è ulteriormente minata dal venir meno del livello essenziale delle prestazioni sanitarie, scolastiche, di pubblico trasporto e di ogni altro genere in precedenza erogato da Stato ed enti locali, in modo tale che ai corrispondenti bisogni gli stessi cittadini provvedano solo attraverso il ricorso al reddito e al risparmio privati. Ovvero, ove tale reddito non vi sia (stato di disoccupazione) e non sia sufficiente (salario nominale drasticamente ridotto), i diritti civili e sociali (compresi quelli all'abitazione e alla formazione della famiglia) siano in stato di sospensione senza termine finale.
E quindi, la deflazione salariale, il controllo dei prezzi nel senso del loro costante abbassamento, saranno realtà vivente e irreversibile, con la corrispondente rivalutazione dei capitali e dei rendimenti dei creditori bancari.
Il disegno BCE sarà finalmente realizzato - anche in caso di uscita dall'euro, se invariate queste norme costituzionali, - e l'ordine nuovo nato dalla dottrina delle banche centrali indipendenti regnerà sovrano..sulle macerie della Costituzione del 48.


mercoledì 3 aprile 2013

LA "HOLDING-ITALIA" E IL SACRO ROMANO IMPERO. CONGIUNTURA FRATTALICA

Sempre dedicato a Silvia e alla "facilitazione" della cultura "volantinica" che caratterizzò la rinascita italiana in questo tormentato inizio secolo...

Ora tutti si accorgono della torta pasqualina e di quello che avevamo detto, in base a considerazioni del tutto ovvie,  sull'aumento delle tasse e dei tagli (ci sarà anche quello) per coprire la parte dei debiti della p.a. corrispondenti alle c.d. spese in conto capitale, che non sarebbero già contabilizzate nel fabbisogno previsto per il 2013 e che quindi aumenterebbero il deficit.
E ovviamente ancora nessuno dice che anche per la parte che non aumenta contabilmente il deficit, questi (presunti) pagamenti anticiperanno il collocamento del debito programmato, e quindi aumenteranno (oltre che l'onere degli interessi) le esigenze di suo abbattimento, con tasse e tagli, a partire dal 2014 (fiscal compact, lo chiamano).
Creando quell'effetto avvitamento alla "greca" che porterà a austerity incrementale determinata dalla recessione inevitabilmente indotta, che, a sua volta, peggiora i conti pubblici.
Abbiamo anche detto che questo meccanismo, sovranazionale e costituzionalmente illegittimofunziona indipendentemente da qualsiasi esito elettorale e segna l'espropriazione definitiva della sovranità, con la disattivazione dei modi di esercizio della sovranità del popolo rendendo, per gli italiani,  del tutto inutile andare a votare.
Inutile, però, per gli italiani.
Non per chi, a qualunque titolo, fa parte della politica e omette di lottare per svincolarsi senza indugio dal tallone di ferro "europeo".
In effetti le elezioni una funzione residua e specialistica ancora la svolgono: designare i "decidenti" per conto dell'Europa "bancaria", che possono continuare a garantirne il potere totalitario in cambio della perpetuazione "del", o introduzione "nel", giro dei feudatari (del neo-Sacro romano impero crucco).
Divenuti feudatari, infatti, gli eletti, sia a livello nazionale che locale, potranno:
- pesarsi e pretendere lo spazio televisivo e mediatico che ne amplifica la stabilità della stessa posizione, disinformando totalmente e ;
- riunirsi per negoziare decine di migliaia di nomine dirette e indirette, queste ultime formando un qualsiasi tipo di governo )nazionale o locale); e il tutto in base a precari equilibri numerici. Infatti, in tempi di crisi e nell'assenza di un'offerta politica che sia veramente volta a risolverla, mettendo in contestazione l'Europa delle banche, i numeri saranno necessariamente sempre precari (grazie a un elettorato tra il confuso e il disperato).

Insomma le elezioni (ripeto: nazionali e locali) funzionano come strumento per la formazione di un atipico consiglio di amministrazione di una holding o, più esattamente, grazie alla "riforma" del Titolo V della Costituzione, di una serie di holdings che controllano una sterminata quantità di "soggetti operativi" (a cominciare dal governo che funziona come comitato esecutivo, ristretto, di amministratori delegati): non solo società pubbliche e miste, ma anche enti, consulenti, organismi persino previsti dalla Costituzione.
Ma tutti, consiglio di amministrazione della holding e soggetti operativi, invariabilmente asserviti ad un'unica mission: realizzare ciò che "vuole l'Europa", contro gli interessi nazionali chiaramente indicati dalla Costituzione come inderogabili

La foglia di fico, che non fa trapelare la già avvenuta colonizzazione italiana da parte delle potenze (bancarie) straniere che esprimono la governance europea e fungono perciò da azionisti di controllo della holding, è che, per ora, nel consiglio di amministrazione-Italia (assemblee nazionali e locali), siedono cittadini italiani. Per ora.
Ma questo avveniva anche nel Sacro Romano Impero carolingio e poi germanico, dove i margravi e i duchi e i vescovi-principi o conti, per conto dell'imperatore, erano per lo più nativi (non sempre, ma anche se venivano dall'estero, come un Olli Rehn, dovevano comunque accattivarsi i vassalli locali e tutti insieme governare un popolo di miserabili in quello che era un assetto parassitario o, in tempi di crisi e di guerra, "predatorio").

Ora tutto questo ci dice che il valoroso alleato - tedesco, anche se in origine doveva essere franco-tedesco, nel vero spirito, o fantasma, del Sacro Romano Impero-, sta dispiegando sempre più le forze sul territorio italiano.
E quindi ci dice che quand'anche uno scontento generalizzato, determinato dai rovesci politico-economici (anzichè militari), portasse alla sfiducia di questa linea feudale e imperialista di gestione della politica nazionale (25 luglio), gli sviluppi successivi sarebbero alquanto conflittuali (8 settembre e vicende conseguenti).
Ma sarà, come sappiamo, la versione farsesca. Non però per le nostre tasche e non senza che l'infrastruttura solidaristica italiana sia stata prima rasa al suolo.

Piccolo addendum delle 19.20: guardatevi qui cosa sta succedendo. Allora: omettendo di adempiere al primo dovere costituzionale di un "cittadino", e cioè "essere fedeli alla Repubblica e osservarne la Costituzione" (54 Cost.) -cosa che esige di "svincolarsi senza indugio dal tallone di ferro dell'UEM- è possibile evitare di entrare nei giochini tra feudatari sulla spartizione dei "beneficia et jura" concessi dal diritto "eminente" dell'Imperatore?

martedì 2 aprile 2013

UN UNICO PUNTO FONDAMENTALE.

L'ottimo g.b. nel fare gli auguri di Pasqua, ci dice:
"Incredibile come alla fine in Italia si sia perso il senso della tragedia che stiamo vivendo: abbiamo dato talmente per scontati i principi Costituzionali, che non li abbiamo più, e ora riteniamo talmente normale che dall'estero vengano a comprarci i nostri tesori che non li consideriamo nemmeno più alla stregua di un'invasione, perchè se è vero che il tedesco che compra in Italia è pur sempre soggetto alle leggi italiane, è anche vero che se a comprare è una grossa banca magari di quelle che finanziano anche il debito pubblico, ecco che le leggi prendono il nome di memorandum."
"Perfetto. Il corto circuito tra cessione di sovranità alla finanza UEM (tedesca) e democrazia, sta proprio nella fine della legge come espressione della volontà del popolo sovrano e nella espropriazione di fatto dell'indirizzo politico: dalle istituzioni costituzionali elette a organismi sovranazionali svincolati da qualsiasi esito elettorale italiano."

Siccome non sono mai chiaro (per definizione), provo a scomporre quest'unico punto (cessione della sovranità=fine della democrazia costituzionale):
1- cessione di sovranità: deriva dal fatto stesso:
a) di aver adottato una moneta non nazionale ma emessa da un entità sovranazionale non prevista dalla Costituzione;
b) di essersi sottoposti ai criteri di convergenza dell'inflazione (chiaramente imperfetti e difettosi nella teoria delle aree valutarie ottimali), nonchè di riduzione del deficit secondo indici posti astrattamente e immotivatamente in sede internazionale, vincolando in connessione anche il rapporto debito/PIL, così cedendo di fatto anche la sovranità fiscale (artt. 136-140 del Tr. sul funzionamento dell'Unione);
c) dall'aver aggravato questa situazione di cessione accettando i vincoli derivanti dai regolamenti del 2011 che hanno modificato il Trattato stesso e configurato il fiscal compact;
   
2- fine della democrazia costituzionale: deriva dal fatto stesso che:
a) il deficit (indebitamento annuo del bilancio statale) servendo a creare risparmio privato (art.3 e 47 Cost.) e a perseguire politiche di eguaglianza sostanziale tra i cittadini (art.3, comma 2, Cost, norma chiave sui compiti istituzionali dei pubblici poteri di tutta la Costituzione), nell'ambito della loro condizione di lavoratori (art.1, 4 e 36 Cost.), non può essere limitato nell'ammontare secondo un indice prefissato una volta per tutte;
b) questo a maggior ragione se il corso della moneta adottata non sia conforme alla inflazione media corrente nello Stato rispetto ad altri partecipanti all'Unione monetaria, tollerandosi anzi nel trattato differenze fino a 1,5% tra i paesi UEM (protocollo 13 al trattato sui criteri di convergenza) in assenza di previsioni di trasferimenti finanziari a carico di un bilancio federale UEM.

Con ciò si è ottenuto di violare:
- l'art.139 Cost., in quanto si è di fatto, con un vincolo internazionale, sospeso, senza limiti di tempo, l'obbligo del potere governativo-legislativo di raggiungere gli obiettivi imposti dai principi fondamentali della Repubblica fondata sul lavoro, non assoggettabili a revisione;
- l'art.11 Cost., dato che un trattato internazionale, comunque denominato, non può portare a "cessioni" di sovranità - ovvero alla sua "sospensione" senza limiti di tempo-, sebbene solo a "limitazioni" della medesima sovranità.
E questo, però, purchè sia fatto, anzitutto, "a condizioni di parità", cosa esclusa proprio dai suddetti criteri di convergenza, e dalla inattendibilità complessiva degli stessi, che, come tutti constatano oggi, portano a condizioni sempre più divergenti di attuazione della moneta unica.
E, inoltre, sia fatto per "assicurare la giustizia e la pace tra i popoli" laddove invece, le regole della moneta unica hanno dato luogo a una crescente competizione tra i paesi europei coinvolti, con un trattato che non contiene regole per mitigarla, in particolare imponendo ai paesi ad inflazione media più bassa, per un periodo significativo, di aumentarla per creare leali condizioni di convergenza.

Molte altre cose si potrebbero aggiungere sia dal punto di vista giuridico che economico.
Ma quello che conta è come ormai appaia del tutto evidente che le elezioni in Italia non possono più svolgere la funzione di scelta democratica popolare sull'indirizzo politico -e quindi anche fiscale e monetario- che gli organi elettivi debbano perseguire (artt.3, comma 2, 48, 51, 54, 56 e 57 Cost.).
Qualunque sia l'esito delle elezioni questo indirizzo politico fondamentale, - rimanendo ben poco al di fuori della politica fiscale e monetaria-, è già predeterminato senza alcuna partecipazione del popolo sovrano ed una volta per tutte, come detto, senza limiti di tempo.
Perciò la sovranità non appartiene più al popolo (art.1 Cost.) e le forme per il suo esercizio previste dalla Costituzione sono una mera "fictio juris internationalis" contraria alla Costituzione

lunedì 1 aprile 2013

IL VINCOLO ESTERNO, LA DECISIONE PUBBLICA E LA CORRUZIONE

Dedicato non tanto ai "saggi", quanto alla parte consapevole del M5S, se ha a cuore l'Italia. E perciò dedicato a chiunque abbia a cuore il nostro Paese.

La corruzione, comunque la si voglia vedere, è il prezzo attribuito a titolo privato ad un pubblico decidente come compenso di intermediazione per l'assetto di interessi= "effettiva distribuzione della ricchezza", conseguente ad una concreta decisione del pubblico potere.
Ora, più elevato è il numero delle opzioni alternative insite nella decisione, cioè più numerosi sono i momenti di discrezionalità (tecnica e amministrativa), più elevata è la probabilità e la stessa organizzazione del fenomeno corruttivo.
Facciamo un esempio; se occorre costruire una strada o una linea ferroviaria da un luogo pianeggiante ad un altro, passando per una pianura (appunto), e, si badi bene, senza che in mezzo vi sia una ampia serie di insediamenti industriali (manifatturieri o anche agricoli) o di insediamenti civili aventi un particolare valore giuridicamente tutelato (storico, archeologico, architettonico, paesaggistico), la probabilità che l'opzione decisionale del pubblico potere sia limitata ad un'unica soluzione tecnicamente razionale (con limitate varianti), condurrà ad una bassa probabilità di corruzione.
In tutti i casi in cui ricorrano diverse condizioni, o meglio, come in Italia, ricorrano simultaneamente tutte le condizioni di massima variabilità delle opzioni e di massima comprensenza di interessi rilevanti, e variamente comprimibili, nell'ambito della decisione da assumere, le probabilità di corruzione, cioè di compensi di intermediazione per il perseguimento di un assetto piuttosto che un altro, sono molto elevate.
Ma anche supponendo, in questa situazione di complessità di "variabili", che non vi sia alcun accordo illecito e si applichino solo le regole previste per l'adozione della decisione (cioè decisione puramente legale), si avrà probabilmente:
a) connaturale -quindi inevitabile- complessità (normativa, ma prima ancora, "di fatto", cioè nella realtà naturale) del processo decisionale e quindi sua conseguente lunghezza temporale;
b) controvertibilità elevata della decisione assunta;
c) alto margine di erroneità nel merito (cioè tecnico-razionale) della decisione stessa;
d) spostamento della correzione degli errori o delle violazioni di legge (non dolose), che hanno importato indebito e irrazionale sacrificio di taluni interessi in luogo di altri,  nella sede giurisdizionale;
e) esito della verifica giurisdizionale di legittimità-razionalità (ragionevolezza e attendibilità) della decisione pubblica dipendente da vari sottofattori:
- e1) volume delle risorse dedicate dall'ordinamento alla predisposizione del controllo giurisdizionale, cioè sufficiente in base a realistiche considerazioni di politica della giustizia;
- e2) tendenza inevitabile al prevalere degli interessi economicamente più forti che possono dedicare maggiori risorse sia alla introduzione delle loro ragioni nel contenzioso-processo, sia a precostituire momenti decisionali pubblici di difficile sindacabilità nel merito da parte dello stesso giudice.

Quali che siano le risposte che un ordinamento fornisce a tutte queste problematiche - e in Italia, afflitta dalla trentennale crociata contro spesa corrente e investimenti pubblici, è facile immaginare quale sia il "livello" sub-ottimale di risposta- un fenomeno sarà comunque registrabile con certezza: l'assetto perseguito, cioè gli interessi materiali sottostanti, saranno sempre realizzabili a costi più elevati rispetto a realtà geo-politiche che non soffrano di una comparabile situazione di "congestione-complessità" degli interessi in conflitto.
Tra questi costi, rientra la corruzione, ma, - e, sia chiaro, senza alcuna ombra di cinismo-, non è detto che il suo irrompere nel quadro, conduca necessariamente a una crescita dei costi rispetto alla situazione di ipotetica osservanza integrale della legalità.
La corruzione può sia sveltire la decisione, e normalmente questa è una delle sue ragioni di convenienza per l'operatore che corrisponde il relativo compenso, sia eliminare in tutto o in parte il costo del contemperamento della decisione con interessi contrapposti a quelli economici prevalenti, che tendono ad avere l'iniziativa nel quadro sociale delle economie capitaliste "complesse". Cioè in società comunque caratterizzate dalla complessità, tecnologica e sociale,  stratificatasi nel tumultuoso sviluppo del capitalismo, sospeso nella continua tensione ad aumentare l'efficienza della produzione, e quindi il profitto, sia attraverso la compressione della tutela del lavoro sia attraverso l'innovazione di processo e di prodotto.  

In termini pratici, poi, questa invarianza della maggior costosità della congestione di interessi (a radice geo-storica-culturale, come in Italia), simultaneamente meritevoli di tutela negli ordinamenti democratici, conduce ad una maggior inflazione relativa rispetto a paesi con diverse situazioni geo-culturali. Piaccia o no.

Senza allargare troppo il discorso (cosa che richiederebbe un libro o forse più d'uno), ciò significa che, anche adottando tutte le best practices decisionali, cioè introducendo leggi "innovative" e "grandi riforme", adottate in altri paesi, asseritamente più "progrediti" del nostro - ma che diavolo può voler dire se non abbiamo la prova di come saprebbero gestire una situazione come la nostra?-, la nostra inflazione "relativa" sarebbe sempre maggiore di paesi che hanno condizioni essenziali diverse dalle nostre.
E questo, abbiamo visto, anche eliminando al 100% la corruzione, che sul versante delle forze economiche, tende semmai a risolversi in un abbassamento di costi, salvo poi gravi esternalità a scapito degli interessi collettivi: ambientali, paesaggistici, storico-archeologici ecc.
Occorre menzionare il caso dell'ILVA? O rammentare perchè a Roma non è, solo e principalmente, la corruzione che impedisce di avere un sistema di metropolitane con costi e tempi sopportabili?
Certo il palazzo della Cancelleria (edificato tra il 1483 e il 1513) è attribuito al Bramante e a Bregno e contiene un gigantesco affresco del Vasari, e tante altre meraviglie rinascimentali; ma è costato lo smantellamento (ulteriore) dei marmi del Colosseo nonchè dell'intero Teatro di Pompeo (I sec A.C.). E si sovrappone a un Mitreo e alla tomba dell'illustre console Aulo Irzio. Se si fossero applicati i criteri di tutela artistica e archeologica dell'attuale Costituzione non sarebbe mai stato edificato; comunque mai in questa attuale conformazione.
E la sua edificazione sarebbe comunque costata infinitamente di più.

Tutto questo per dire che, realisticamente, se non è possibile avere i costi, e quindi l'inflazione che hanno altri paesi, più poveri di storia, di arte, di bellezza e di esigenze composite di tutela, del nostro, non si entra in un sistema di moneta unica con questi paesi.
Anche perchè poi questi stessi paesi, accortisi di questa ricchezza collettiva, che si riflette anche in quella privata (un appartamento sul Canal Grande, a Fiesole, o a Piazza Navona, vale necessariamente di più di uno comparabile di Magonza, per quanto questa sia una bellissima cittadina...ricostruita), invece di cooperare alla sua tutela, sopportandone i costi come la pretesa natura politico-unitaria dei trattati UE imporrebbe, vorranno appropriarsene, spingendo per la liquidazione di tali beni come garanzia dei loro crediti (determinati dai differenziali di inflazione deliberatamente perseguiti!). 

E questo a meno che, dal giorno dopo l'entrata nell'UEM, non si fosse deciso che deportazioni di insediamenti umani, senza indennizzo se non meramente simbolico, distruzione di siti storici e paesaggistici (dalle coste a Pompei), e irrilevanza della tutela della salubrità e dell'ambiente urbano e lavorativo, non siano immediatamente operabili in nome della moneta unica e quindi, "dell'Europa".
Il che, in fondo, è sempre meglio del raggiungere, mediante un prolungato stillicidio di tagli e austerity, gli stessi risultati, ripetendo ipocritamente "lovuolel'europa", sperando che la gente non se ne accorga.
O, meglio ancora, che pur accorgendosene, debba stare zitta perchè colpevole di "aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità".
Perchè questo è quello che sta accadendo da trent'anni, da quando cioè si è innalzato sopra la Costituzione il "vincolo esterno".