giovedì 3 novembre 2016

IL BOOMERANG INCONSAPEVOLE: RESPINTO IL VINCOLO €STERNO, CHI VORREBBE ANCORA LA "GOV€RNABILITA'" E DEVASTARE LA COSTITUZIONE DEL 1948?


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1. Mi hanno "taggato" con questo esilarante (per quanto...crudele) video che può essere assunto come una metafora. Ma non necessariamente soltanto della "politica della sinistra": direi di qualsiasi politica che discenda da un'inerzia esogena, cioè eteroimposta, inconsapevole degli interessi dell'intera comunità sociale. In altri termini, che discenda dalla perduta cultura dell'interesse democratico nazionale.

2. Il tema ovviamente riguarda il problema di come si debba disporre di adeguate premesse culturali, - storiche, economiche e giuridico-istituzionali- per identificare un "nostro" indirizzo politico, prima generale e comunitario, poi svolto in concrete politiche economiche, industriali e fiscali, che siano veramente aderenti agli interessi degli italiani.
Quanto ora detto parrebbe un'ovvietà ma, a questo punto della degenerazione della vicenda della sovranità democratica nazionale, dobbiamo prendere atto, e di conseguenza temere, che non lo sia affatto.

L'argomento, quindi, riguarda specificamente il nostro ordinamento costituzionale, proprio in una fase in cui tra ipotesi di "rinvio" della consultazione referendaria, e tensioni, anzi, "torsioni" riguardanti la tradizionale fedeltà della classe governante in Italia, da almeno 35 anni, all'idea salvifica del "vincolo esterno" e della riforma costituzionale "efficiente" e che privilegi la "governabilità".
Queste parole d'ordine, ripetute da decine da anni e sorte all'indomani della formulazione programmatica del "vincolo esterno", - essendo cioè del tutto evidente il legame antico e attualissimo tra le due cose- sono entrambe il frutto avvelenato della desertificazione culturale eteroimposta alla società italiana dalle forze del mercato sovranazionali, che hanno sostituito la stessa classe politica "autoctona" nella determinazione dell'indirizzo politico e svuotato di senso il processo elettorale.

3. Come ciò agisca, tra trasformazioni sociali deflazioniste e antitetiche alla tutela del lavoro di tutti, cioè al valore di vertice della nostra Costituzione, lo si è visto in una continua progressione di stagnazione della crescita (proprio a partire dall'imposizione del "vincolo esterno"), oscillante tra out-put gap e recessione, che ha disseminato una crescente disoccupazione e la distruzione dei diritti sociali: cioè, precariato e flessibilità nell'occupazione lavorativa (quando c'è), drastica riduzione della previdenza pubblica principalmente pensionistica, del servizio sanitario universale, del livello delle prestazioni della scuola e dell'istruzione pubbliche, e di ogni altra prestazione che la Costituzione aveva affidato allo Stato democratico nazionale.

Insomma, se davvero, un senso di ribellione (se non di crisi di coscienza) verso gli esiti del vincolo esterno, sta pervadendo la gran maggioranza delle forze politiche italiane, - cosa prevedibilissima ma che solo tre o quattro anni fa sarebbe risultata sorprendente per "l'uomo della strada"-, le proposte politiche conseguenti dovrebbero necessariamente essere coerenti e funzionali a questo mutato scenario di riferimento.
Non si può continuare con gli slogan della "governabilità" e della esigenza di rendere più efficiente la nostra Costituzione: sarebbe una continuità di rimedi e di aspirazioni strettamente conseguenti dalle nefaste scelte che, a parole, si vorrebbero criticare e in gran parte rinnegare.

4. Quando alcuni anni fa, avevamo sintetizzato le ragioni per le quali dovessimo rivendicare che "La Costituzione del 1948 non si tocca", avevamo delineato un quadro semplificato anticipatore, già allora, della fotografia del confuso presente:
"L'analisi parte dalla Costituzione, per illustrare come il suo modello sia il frutto di 150 anni di lotte sociali e di problematiche che vennero affrontate in un modo che teneva già conto di tutto quanto, nella sua attuale riproposizione ordoliberista, si riaffaccia, con implacabile "ovvietà", sul palcoscenico della Storia umana.
…a quella scelta, operata in un (raro) momento felice comune all'intera Nazione, e al termine di una tragedia, dovremmo saldamente attenerci. 
Per evitare "che tutto questo si ripeta".
[Incombe sempre] il pericolo di dare per scontato che occorra "fare le indispensabili riforme", propinando, al corpo sociale stremato, dosi ulteriori della stessa medicina avvelenatrice ordoliberista (o semplicemente spaghetti-liberista); un pericolo sempre presente.
Anzi, radicatissimo e diffuso.
Ci dovremo parare le spalle sia dalle offensive dei diritti cosmetici che dalle pulsioni anti-Stato democratico che attaccano a forbice la sovranità costituzionale. 
Questa battaglia è già in sè impervia: simultaneamente dovremo prepararci al collasso dell'euro e al tentativo di rilancio dell'internazionalismo liberoscambista che verrà fortissimamente tentato in preparazione di questo collasso".

5. Una cosa, dunque, si imporrebbe come segno di coerenza con la riscoperta dell'interesse nazionale sovrano da parte dell'attuale classe politica italiana (tranne alcuni giapponesi dediti all'€uropeismo "fuori tempo massimo" della Storia): di abbandonare per la sua dannosa superfluità, l'idea delle riforme costituzionali "adeguatrici" (A COSA?), della "governabilità" (esclusivamente al servizio dei mercati sovranazionali), e delle leggi elettorali asservite a questi obiettivi.
Sulla inanità, figlia della perdita delle "risorse culturali", di queste idee, lasciamo volentieri la parola ai ben consapevoli Padri Costituenti (ringraziando i miei preziosi commentatori).
Ecco l'interpretazione "autentica" di Mortati rispetto alla straordinaria "unità di intenti" che si raggiunse in sede Costituente:
“Del tutto infondato appare, anche al più superficiale esame, attribuire carattere compromissorio a tali proclamazioni [di principio dalle quali è da attingere il criterio di graduazione dei molteplici interessi voluti tutelare], poiché esse risultano, se considerate nel loro nucleo essenziale, espressione univoca e coerente, in ogni loro parte, della volontà della grande maggioranza dell’Assemblea (8)”
Nota 8: “Jemolo, op. cit., p. 15 si è domandato quale classe politica rifletta, e quali aspirazioni di questa classe politica assecondi la Costituzione (con riferimento all’ opinione secondo cui questa si informerebbe al pensiero cristiano-sociale). Esatto quanto ritiene l’ A. che questo pensiero non abbia linee che valgano a dargli una vera fisionomia propria. Ma è vero che sussista tale ispirazione? Se alla concezione cristiana si voglia ricondurre il profondo motivo espresso dalla Costituzione essa deve essere intesa in un largo senso, non collegandola all’origine storica ed all’elaborazione dogmatica, in un senso analogo cioè a quello messo in rilievo da un noto saggio del Croce. Calata nella realtà di oggi quella concezione trova la sua più autentica espressione negli ideali del socialismo. Ed è a questa realtà che la nostra Costituzione ha voluto adeguarsi.” (C. Mortati, Considerazioni sui mancati adempimenti costituzionali Aa. Vv., Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea Costituente, Vol. IV, Vallecchi, Firenze, 1969, pp. 468)".  

6. Ed ecco il chiaro pensiero di Mortati sul mito (neo-liberista) della governabilità:
"Mortati, che qualcuno ha avuto la faccia di bronzo di tirare in ballo fra i presunti padri nobili della riforma, afferma, pensate un po', che non c'è bisogno di alcun rafforzamento dei poteri del governo, perché i poteri necessari allo svolgimento delle sue funzioni in Costituzione ci sono già tutti. 
Non solo negli artt. 76 e 87, ma anche e soprattutto nell'art. 41: "Efficacia culminante, nel senso espansivo dei poteri di Governo, assumono poi i programmi ed i controlli, non già solo autorizzati ma imposti, secondo la logica del sistema, dall’ ultimo comma dell’ art. 41, che non possono, per la loro stessa natura, se non incentrarsi, entro le linee fissate dalla legge, nel potere esecutivo.” (C. Mortati, Considerazioni sui mancati adempimenti costituzionali in in Aa. Vv., Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea costituente, Vol. IV, Vallecchi, Firenze, 1969, pp. 478).

7. E ancora, la chiarezza di visione dell'interesse democratico generale, si rifletteva nelle più comuni, e autorevoli, interpretazioni della Costituzione che erano proposte PRIMA dell'inoculazione della tossina del "vincolo esterno":
"...l’impostazione keynesiana della Costituzione era un dato tanquillamente riconosciuto dalla dottrina. 
Nel commento all’art. 4 del canonico commentario Branca (Commentario della Costituzione a cura di G. Branca, Zanichelli, Bologna, 1975, pag. 220), Federico Mancini, non esattamente un estremista (o magari sì, ma, più tardi, in senso europeista), scriveva: “[…] si potrà osservare che una politica rispettosa del dettato costituzionale avrebbe dovuto articolarsi, da un canto, in una serie di misure intese a realizzare un efficiente servizio di collocamento e a migliorare la formazione professionale della manodopera (v. anche art. 35 2° comma e 38 3° comma); dall’altro, secondo la classica ricetta keynesiana, nell'adozione di programmi di spesa in investimenti sociali idonei a espandere la domanda aggregata.”
Il commento dedica, tra l’altro, un interessante en passant a Prodi e Andreatta (pp. 244 e ss.), accusati, citando Rodotà (!), di “fremiti neoliberisti” per quanto scrivevano in due volumi del ’73: 
"«Il congelamento dei posti di lavoro in uno specifico impianto produttivo», «l’impossibilità di licenziare e di organizzare il lavoro all'interno della fabbrica» [questro è Prodi], la «ferrea stabilità d’impiego in quel posto di quel reparto di quella fabbrica di quel comune» [questo è Zappulli sul Corsera] sono il simbolo e insieme il prodotto di una politica che a tutto mira fuorché a promuovere condizioni generali di sviluppo. 
E le loro nefaste conseguenze stanno davanti ai nostri occhi: un’economia bloccata che minaccia di adagiarsi nel ristagno, un aumento della disoccupazione soprattutto tra le leve che s'affacciano per la prima volta sul mercato, uno sviluppo pauroso delle forme di lavoro precario; e — ultimo, ma non meno grave — quell’effetto caratteristico del «minor timore» con cui gli occupati guardano alla prospettiva della disoccupazione che è l’« emergere dalla base di piattaforme improbabili» (inquadramento unico, centocinquanta ore, salario garantito ecc.) [questo è il buon Andreatta]”.
Risponde Mancini: “[…] anche a prescindere da affermazioni impudiche come quella di chi si duole che la diminuita paura della disoccupazione abbia tolto di mezzo un deterrente contro l’emergere di piattaforme « massimalistiche » [ mi auguro non sfugga la ricorrenza della lamentela] — è la loro interpretazione, la filosofìa su di essi costruita che non possono essere accolte; che vanno, anzi, ribaltate.”
“[…] suggerendo il ritorno al licenziamento « facile» — e cioè al requisito fondamentale per il ripristino dello sfruttamento di allora —, gli economisti di cui s'è detto si fanno portavoce di una risposta tra le più miopi che la domanda operaia di benessere e di potere abbia ricevuto negli ultimi due anni; una risposta non meno indicativa del vuoto strategico in cui si dibatte il padronato italiano di quella consistente nel ricorso al lavoro precario che pure essi giudicano una iattura.”
[…]
“D’altra parte, l’ostacolo — una certa rigidità nell’uso della forza-lavoro e le condizioni che l’hanno resa possibile, prime gli art. 13 e 18 dello statuto —- è una conquista della classe operaia da cui l’intera società ha tratto vantaggio in termini di crescita civile. Come tale, non può essere messo in discussione. « Lo spreco di capitale » provocato « dal riposo delle macchine », per dirla col presidente dell’Iri, è senza dubbio un male; lo spreco di uomo, questo « animale diurno che ha un suo ciclo biologico e viene violentato se lo si costringe a lavorare in condizioni troppo lontane da quel ciclo » è il male.
A siffatta gerarchia di valori anche Taylor redivivo non rifiuterebbe il suo piccolo omaggio a fior di labbra. Ma, nell’economia del nostro discorso, il punto centrale è un altro; ed è formulabile dicendo che, lungi dal contraddire in principio le esigenze della lotta alla disoccupazione, la difesa della condizione operaia può agire positivamente su di essa.”
  

8. Sulla legge elettorale, in questo quadro di democrazia, che non ha certo mancato di portare alla più grande crescita italiana della sua Storia di unità nazionale, garantendo un quadro di poteri di governo adeguato a questo scopo primario, ci dice Lelio Basso (altro massimo esponente, giuridico ed economico, della visione della Costituente):
“… Oggi non si discute più…quale sia il sistema elettorale più adatto a far nascere un’assemblea che rifletta, come uno specchio, la fisionomia politica del Paese, ma al contrario QUALE SIA IL SISTEMA ELETTORALE CHE MEGLIO CONSENTA DI DEFORMARE QUESTA FISIONOMIA NEL PAESE. 
Poiché il partito di maggioranza sa di essersi notevolmente indebolito…esso si preoccupa di trovare un sistema che, falsando la volontà del Paese, gli conservi quella maggioranza di cui non può più disporre. Il problema attorno a cui si arrovellano i cervelli democristiani è ormai soltanto questo: data una determinata situazione politica del Paese, in cui il governo non dispone più della maggioranza dei consensi, trovare la legge elettorale che gli dia egualmente la maggioranza dei seggi.
Come nel 1924, quando la rappresentanza proporzionale fu sostituita con la legge Acerbo, questo capovolgimento di indirizzo significa il CAPOVOLGIMENTO DEI PRINCIPI SU CUI SI FONDA LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE, la quale ha per presupposto appunto l’alternarsi delle maggioranze, cioè la possibilità data alla minoranza di diventare maggioranza, mentre le leggi elettorali basate sui cosiddetti “premi di maggioranza”, del tipo della legge Acerbo…hanno invece lo scopo opposto di perpetuare la maggioranza esistente, di creare UN BLOCCO MASSICCIO DI DEPUTATI NON SORRETTO DA UN’ADEGUATA FORZA NEL PAESE, e perciò stesso di sopprimere la funzione democratica del Parlamento e annullare la vita democratica del Paese.

Nove mesi dopo le elezioni fatte con la legge Acerbo nasceva in Italia la dittatura fascista attraverso il colpo di forza del 3 gennaio, che la Camera, nata a sua volta da una legge antidemocratica, non poteva che avallare. IL CHE IN ALTRE PAROLE VUOL DIRE, OGGI COME IERI, CHE LA SOPPRESSIONE DELLA PROPORZIONALE indica la volontà del governo di PASSARE DALLA FASE DI DEMOCRAZIA PARLAMENTARE A QUELLA DI STATO-REGIME”
[L. BASSO, Proporzionale e democrazia parlamentare, in Il Comune democratico, aprile 1952, n. 4, 101-102].

8.1. E tutto questo può risultare chiaro e fondamentale, purché sia chiara la ragion d'essere del sistema proporzionale, una volta calato dentro il sistema di poteri, certamente "governabili" (e in effetti "governati" con successo), della nostra Costituzione del 1948:
"Oggi invece ogni Costituzione moderna, che risponda alle esigenze della vita moderna, considera che IL FULCRO DELLA VIA COSTITUZIONALE, IL CENTRO, IL PUNTO DI EQUILIBRIO DELLA VITA COSTITUZIONALE, NON È PIÙ QUESTO EQUILIBRIO FRA L'ESECUTIVO E IL LEGISLATIVO, inteso il legislatore come rappresentante della volontà indistinta di tutto il popolo, ma è viceversa L'EQUILIBRIO FRA MAGGIORANZA E MINORANZA, fra una parte del popolo e un'altra parte del popolo; diremmo, se volessimo introdurre il concetto in termini nostri, marxisti, FRA CLASSI DOMINANTI E CLASSI DOMINATE E OPPRESSE. 
Ma se non vogliamo tradurlo in termini marxisti, fra maggioranza parlamentare da cui si esprime il governo, che è quindi un tutt'uno con il governo, con coloro cioè che presiedono alla funzione esecutiva, e la minoranza che ha viceversa una funzione costituzionale di stimolo e di freno, a seconda dei casi, e di controllo dell'attività della maggioranza. 
Non vi è, dicevo, nessun dubbio, che la dottrina costituzionalista moderna ha posto a fondamento della vita costituzionale di uno stato democratico non più semplicemente il rapporto fra esecutivo e legislativo e non più semplicemente l’affermazione del principio maggioritario come espressione della volontà di tutto il popolo, ma un principio maggioritario e minoritario, cioè di un certo equilibrio che deve essere tenuto fra maggioranza e minoranza, equilibrio per cui la maggioranza legiferi con il rispetto della minoranza, con il rispetto dei diritti fondamentali che le Costituzioni moderne riconoscono alle minoranze…
Lo scopo delle elezioni non [è] quello di indicare una maggioranza e di darle un largo margine perché essa possa meglio governare secondo i propri principi, ma [è] invece quello di INDIVIDUARE LE DIVERSE CORRENTI POLITICHE E DI ATTRIBUIRE A CIASCUNA IL SUO REALE PESO, IN MODO CHE IL GOVERNO POSSA POI TENERE CONTO DELLE DIVERSE ESIGENZE, E NEI LIMITI DEL POSSIBILE, CONTEMPERARLE. 
… se la presenza e la funzione della minoranza è di rilievo costituzionale (e, ripeto, non v'è dubbio che sia di rilievo costituzionale, talché la nostra Costituzione attribuisce diritti alle minoranze, e fra l'altro appunto quello di far convocare il Parlamento ai sensi dell’art. 62), essa minoranza deve essere presente con il suo peso effettivo.  
Se il rapporto minoranza-maggioranza, che è un rapporto fondamentale, basilare nella vita dello stato moderno è artificiosamente alterato, è artificiosamente alterata la base e la vita dello stato moderno. La minoranza viene privata delle possibilità, delle podestà, dei diritti, delle garanzie che la Costituzione le offre; LA TUTELA COSTITUZIONALE È PRATICAMENTE ANNULLATA…”.
[L. BASSO, La violazione dei diritti del corpo elettorale, in Mondo Operaio, 20 dicembre 1952, n. 24, 7-10].

9. Che questo insieme di principi democratici "sostanziali" abbia contribuito alla crescita ed alla prosperità della Nazione, come attestano le serie storiche degli indicatori italiani nei primi 25-30 anni del dopoguerra, ha una ragion d'essere che, sul piano del modello economico, consapevolmente adottato, dovrebbe essere ben presente a tutta la nostra attuale classe politica. E senza indulgere in equivoci che sono quelli che hanno portato alla de-sovranizzazione dell'indirizzo politico-economico italiano e allo svuotamento del senso delle elezioni. 
Questa consapevolezza è, nella prospettiva della "liberazione" dal vincolo €sterno, essenzialissima:
"E pensare che basta una lettura dei documenti dell'epoca per chiarire l'"equivoco".
Per esempio sulla relazione della Presidenza della Commissione per lo studio dei problemi del lavoro del Ministero per la Costituente, un documento ripetutamente citato nei lavori dell'Assemblea, leggiamo:
“Fu esattamente detto che ad ogni forma di economia corrisponde un regime. E tutte le Sottocommissioni sono state unanimi, perciò, nell’auspicare che la nuova Carta costituzionale contenga almeno quei primi principii che, riconosciuto il lavoro come elemento della organizzazione sociale del popolo italiano, traccino le direttive della legislazione futura in materia di lavoro, in guisa tale che la dignità della sua funzione, la sua più ampia tutela ed ogni possibilità futura di sviluppo della sua posizione nell’ordinamento sociale siano assicurate.

Si è già rilevato che la Commissione ha considerato il lavoro come uno degli elementi ma non come il solo elemento rilevante della organizzazione economica e sociale. Da ciò bisogna dedurre il riconoscimento della proprietà privata dei mezzi di produzione, e quindi una tuttora persistente funzione del capitale privato nel processo produttivo.

La Commissione, nel suo complesso, tenuto anche conto delle risposte al questionario e degli interrogatorii, si è orientata verso un sistema eclettico che comprende così il principio della «sicurezza sociale» come quello del «pieno impiego», recentemente affermatisi in America ed in Inghilterra, con decisiva tendenza verso ogni forma di benintesa cooperazione.

La possibilità di occupazione nella attuale situazione non può essere creata che da una politica di spesa pubblica e da una politica di lavori pubblici.  
L’orientamento teorico della Commissione, come risulta anche dalla relazione della Sottocommissione economica, è volto verso le teorie della piena occupazione, in quanto essa risulti attuabile nel nostro sistema di produzione, teorie che stanno alla base dei piani Beveridge e consimili. La relazione rappresenta perciò una indicazione di politica economica che corrisponda alla realizzazione del principio giuridico del diritto al lavoro."

11. Se veramente si vogliono la ripresa della crescita, la soluzione del problema della disoccupazione ed il superamento del sistema ordoliberista dei trattati, incentrato sulla competizione tra Stati anticooperativa, non si possono ignorare queste risorse, già pronte e disponibili, poste come principi legali supremi dall'attuale Costituzione. 
Perché "cambiare per cambiare", senza averne piena coscienza e memoria storica? 
Perché piegarsi anche nell'attimo fondamentale di "rigetto" del vincolo €sterno e di rivendicazione della sovranità, al linguaggio e agli interessi di coloro che questo vincolo ci hanno crudelmente e cinicamente imposto?
La risposta a queste domande fa tutta la differenza. 
Tra un'agonia insensata, e senza fine, e il riconoscersi in una nuova unità nazionale volta alla prosperità condivisa di tutta la comunità italiana, ritrovata nella solidarietà e fratellanza.

martedì 1 novembre 2016

ACCENTRAMENTO DEL POTERE NELL'ESECUTIVO: LE RISPOSTE DELLA "RIFORMA" (OLTRE LA LEGGE ELETTORALE)


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(L'immagine non c'entra? C'entra, c'entra: basta fare attenzione alle sue note a piè di pagina e leggersi bene il post...e i links.
E comunque mi pare irresistibile, visto che siamo nell'anno prima del divorzio tesoro-bankitalia e dell'inizio dell'ondata inarrestabile delle leggi "europeissime").

1. Una delle cose che più dovrebbe lasciare impressionata la nostra memoria, quantomeno "a breve termine" (sperabilmente), è la notevole coerenza e unidirezionalità con cui stanno agendo le forze che sono all'opera per smontare in tutti i suoi elementi fondamentali la democrazia sociale e keynesiana che, a quanto pare improvvidamente, è stata costruita dall'Assemblea Costituente.

Guardate qua come, nonostante le già mostrate e ondivaghe obiezioni alla riforma costituzionale, il Financial Times paia mandare un "pizzino" al nostro governo:
 

In soldoni: lo spread italiano "...è assurto al suo picco da Febbraio dopo che il primo ministro Matteo Renzi ha sfidato i tentativi di Bruxelles di porre un freno alla spesa pubblica del paese. Nell'ultimo bozza di bilancio per il 2017, Renzi, (di centro-sinistra), ha promesso di ridurre il deficit strutturale di bilancio al 2,3% del PIL muovendo da un impegno iniziale di portarlo all'1,8 assunto precedentemente quest'anno".

2. Vi ho tradotto la parte essenziale del discorso riportata nell'immagine per poterci poi riallacciare al..."semestre italiano" considerato un evento storico di riaffermazione dell'autonomia presunta della posizione italiana in €uropa e, invece, autoaffondatasi fin dal primo giorno.
Sulla (il)logica degli spread, all'interno di un'eurozona in cui il problema sono gli squilibri commerciali e finanziari privati che vanno corretti "distruggendo (per via fiscale) la domanda interna" (come diceva Monti), s'è detto tante volte, fino alla nausea. Ma non c'è verso di farlo capire ai "mercati" e ai giornaloni della finanza internazionale: certamente, perché non sono "interessati" a capire. 
Tutt'altro.

3. Ma la coerenza e unidirezionalità dell'azione destrutturante della democrazia in nome dell'€uropa, sono dimostrati proprio dall'inadeguatezza della posizione italiana anche quando possa apparire di "ribellione", peraltro da punire prontamente.
A seguito del noto discorso di "Telemaco", e della magnifica "eredità", in esso reclamata, dell'irenica costruzione €uropea, (discorso tenuto appunto all'apertura del semestre italiano del 2014), all'indomani di un'affermazione elettorale che si era presunto conferisse al governo italiano una posizione di forza, avevamo infatti osservato: 
"La vulgata pop della crisi, recentemente evolutasi in modo "generico" - o meglio atecnico, in quanto riferita a spesa pubblica, sostenibilità del debito pubblico e spread-, non va confusa con la "consapevolezza" effettiva della stessa, nei suoi integrali ed univoci legami con l'Europa della moneta unica.
Quest'ultima, a rigor di logica, costituisce null'altro che una eredità in pesante passivo, che qualsiasi Telemaco cum grano salis accetterebbe "con beneficio d'inventario"; cioè prendendone decisamente le distanze e non facendosi carico di debiti contratti da altri ("padri della Patria") e con un'imprudenza che ha fatto il gioco di creditori in ampia male fede (se non altro nel prestare, e nel non cooperare rispetto all'assolvimento delle obbligazioni che il trattato poneva, anche e specialmente, a loro stesso carico). 
Non pare affatto conoscere "benissimo" i nodi del problema. O almeno non tiene comportamenti che rivelino tale conoscenza.
Altrimenti, tanto per cominciare, non avrebbe fatto cenno alla patrimonializzazione dell'Italia, in replica al tedesco...che nel frattempo aveva abbandonato l'aula con una scortesia che Scultz, Scultz! (l'amico del giaguaro), in altri casi avrebbe stigmatizzato; ma non in questo ("strano" no?).
L'argomento in replica usato da Renzi è quello tipico del debitore "scaduto" (dai termini di pagamento), di fronte al creditore che avanza pretese eccessive ma, che si riconoscono comunque fondate. Cioè è una ricognizione di debito, avanzandosi semplicemente una rivendicazione di solvenza di fronte alla pretesa stessa. 
Il tedesco, usando un trito argomento di economia ordoliberista pop, ha fatto riferimento all'aumento del debito a seguito di aumento del deficit e all'influenza di ciò sulla crescita (in soldoni).
Se Renzi avesse "capito i nodi", avrebbe potuto replicare:
- che la sostenibilità del debito italiano è, secondo la commissione UE (!), la migliore tra i grandi paesi UEM, 
- che tuttavia le misure che hanno portato a questo risultato (che il crucco dovrebbe stamparsi bene nel capoccione semivuoto), stanno conducendo alla morte industriale italiana;
- che la crescita stimolata dal deficit è l'unica via possibile di fronte al molto più reale problema della pluriennale caduta della domanda italiana causata dalle politiche imposte dall'UEM;
- che il problema, in caso di  aumento del deficit pubblico, è semmai la domanda estera, cioè gli squilibri commerciali (debito privato) che proprio le violazioni tedesche citate dallo stesso Renzi avevano contribuito ad aggravare in tutta UEM con atteggiamento doppiamente violativo dei trattati;
- che il problema, dunque, era essenzialmente l'assetto della moneta unica e che, se non lo si affrontava, questa era a rischio e, perciò, al tedesco conveniva essere più conciliante e meno ignorante, perchè la sua Germania è quella che rischia di più in caso di euro-break.
Devo continuare?
Anche solo accennare ad una parte di queste argomentazioni avrebbe avuto un effetto NEGOZIALE effettivo ed incisivo, per la stessa ottica di rilancio dell'UE che Renzi invoca, non solo per l'Italia.
Ma per farlo occorreva avere una effettiva conoscenza dei "nodi"..."


4. Invece, come noi dovremmo ormai ben sapere, questi argomenti non sono tutt'ora tirati seriamente in gioco, dato che ci si fa un vanto che il deficit ottenuto, con la manovra "spendacciona", (e mal vista dai mercatoni parlanti tramite il FT), il più basso valore mai registrato in Italia dai tempi di Maastricht (almeno): e dunque, stiamo parlando della logica per cui riducendo il deficit, e l'intervento pubblico, si promuova la "crescita"; solo che questa logica viene comunque "validata" attenuandola "un pochino". 
Accettata tale premessa (pseudo-scientifica), si finisce inevitabilmente per accettare il contraddittorio sul fatto che "il problema italiano è il debito causato dall'eccesso di spesa pubblica".
Come pure sappiamo che a questa "attenuazione" italica della logica €uropea dell'austerità espansiva, - al netto dell'inserimento nei trattati del fiscal compact, che, abbiamo altrettanto visto, costituisce questione di lana caprina per un paese come l'Italia, con l'attuale art.81 Cost., nonché questa attuale giurisprudenza della Corte costituzionale- si propone un pronto ed efficiente rimedio: l'approvazione della riforma costituzionale per adeguarsi alla nuova governance €uropea e alle politiche €uropee, adeguamento esplicitamente indicato come "ragione" della riforma dal nostro governo proponente.

5. Sul punto, registriamo una voce del "no" che dice cose in buona parte condivisibili, e peraltro assodate, ma dimentica la questione €uropea, indebolendo il suo costrutto critico. Ve ne riporto la parte essenziale:
"...la riforma è mal pensata e mal scritta di per sé, a prescindere dalla legge elettorale: le modalità di composizione del Senato restano segnate da irresolubile contraddittorietà e le sue possibilità di effettivo funzionamento assai incerte; il procedimento legislativo si complica al di là di ogni ragionevolezza; 
; gli strumenti di garanzia (presidente della Repubblica, giudici della Corte costituzionale, membri laici del Csm, Statuto delle opposizioni) cadono nella disponibilità della maggioranza; la ripartizione dei giudici della consulta tra Camera e Senato è del tutto irrazionale; i rapporti Stato-regioni restano contraddittori e comunque sempre nella disponibilità del governo qualora decida di attivare la clausola di supremazia; il concreto esercizio della democrazia diretta è reso più difficile, mentre il potenziamento dei relativi strumenti rimane (l'ennesima) promessa".
...Facile dire che non si verificano pericolose concentrazioni di potere quando non ci sono i presupposti per concentrare il potere; difficile è dire lo stesso quando quei presupposti si verificano. L'Italicum è esattamente questo: uno strumento di concentrazione del potere che la nuova Costituzione non riuscirebbe a contenere. 
http://image.slidesharecdn.com/ilfascismo-120308114750-phpapp02/95/dopoguerra-e-fascismo-in-italia-61-728.jpg?cb=1331208023

Negli anni passati, la Costituzione è riuscita, sia pure con difficoltà, a impedire che forze politiche venate di autoritarismo avessero mano libera nel governare il Paese. Se oggi la stessa Costituzione non è riuscita a impedire il suo stravolgimento, è solo perché la sentenza che ne sanciva la violazione da parte del Porcellum è stata ignorata. Se la maggioranza non avesse potuto godere a tempo illimitato dell'illegittimo raddoppio dei seggi, oggi non si discuterebbe di riforma costituzionale".

6. Nel dibattito televisivo con De Mita, il premier ha chiesto di indicare quali fossero le norme della riforma che portassero a un rafforzamento del potere del premier e del governo rispetto al parlamento.
In realtà, anche avendo elementari conoscenze storiche, la risposta non era difficile da dare, tanto che il citato articolo del prof.Pallante le cita, (peraltro in modo avulso dall'€uropa e quindi indebolendone la denunzia). Si tratta de:
a) "il voto a data certa (che) consegna il calendario dei lavori parlamentari nelle mani del governo, così completando (con fiducia, decreti-legge, maxi-emendamenti, ecc.) il dominio dell'esecutivo sul legislativo";
b) "i rapporti Stato-regioni restano contraddittori e comunque sempre nella disponibilità del governo qualora decida di attivare la clausola di supremazia".

7. Le relative previsioni sono, la prima, l'approvazione delle leggi nei tempi prefissati unilateralmente dal governo, nell'art.72, comma 4, della "nuova" Costituzione riformata:
"Esclusi i casi di cui all’articolo 70, primo comma, e, in ogni caso, le leggi in materia elettorale, le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali e le leggi di cui agli articoli 79 e 81, sesto comma, il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di Governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione. In tali casi, i termini di cui all’articolo 70, terzo comma, sono ridotti della metà. Il termine può essere differito di non oltre quindici giorni, in relazione ai tempi di esame da parte della Commissione nonché alla complessità del disegno di legge. Il regolamento della Camera dei deputati stabilisce le modalità e i limiti del procedimento, anche con riferimento all’omogeneità del disegno di legge".
La seconda, la "clausola di supremazia" (che meriterebbe un ampio discorso a sè), è contenuta nel "nuovo" art.117, comma 4:
"Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale".

8. Il primo articolo non avrebbe bisogno di ulteriori commenti, se non quello di rammentare come vi sia un precedente equivalente sul piano del precetto sostanziale che viene introdotto. 
"Mi riallaccio quindi al post precedente dove si parlava di involuzione anti-parlamentare. Chiara, ormai, come il sole (l'unico dubbio è se assimilare l'attuale momento ai tempi di Di Rudinì e Pelloux ovvero a quelli di Mussolini). Si vuole una forma di governo esecutivo-centrica e basta, con un parlamento ratificatore.
Ora: la legge n. 2263 del 1925 recitava (art. 6): 
"Nessun oggetto può essere messo all’ordine del giorno di una delle due camere, senza l’adesione del capo del governo."
(La legge di nonno Benito, proprio lei).

Mi si dica se, nei fatti, un ddl costituzionale presentato dall'esecutivo che ne pretende un'approvazione (quasi) integrale, dove si detta uno specifico contingentamento dei tempi di esame dei disegni di legge non si uniformi alla medesima ratio.
Ma a sciogliere i dubbi, ci pensa la lettera b) dell'articolo 10, del citato ddl Renzi-Boschi, che recita [ndr; si tratta della versione originaria del testo della riforma, poi modificata, ma non nella sostanza, nei passaggi parlamentari, fino alla forma sopra riprodotta]: "Il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare che un disegno di legge sia iscritto con priorità all'ordine del giorno e sottoposto alla votazione finale entro sessanta giorni dalla richiesta ovvero entro un termine inferiore determinato in base al regolamento tenuto conto della complessità della materia. Decorso il termine, il testo proposto o accolto dal Governo, su sua richiesta, è posto in votazione, senza modifiche, articolo per articolo e con votazione finale. In tali casi, i termini di cui all'articolo 70, terzo comma, sono ridotti della metà"...

9. Alla facile obiezione che esistano altri ordinamenti in cui sia inserita una previsione acceleratoria ex parte principis, fino alla predeterminazione di quel fondamentale momento di scelta che è la priorità dell'ordine dei lavori, propria dell'organo deliberante, e non di un organo "richiedente" che corrisponde a un diverso potere sul piano costituzionale, si può replicare che sì, esistono previsioni del genere.
Ma simili previsioni o non sono poste a livello costituzionale "formale", lasciando libero il Parlamento di riappropriarsi della propria autonomia di indirizzo politico.
Oppure sono in Costituzioni, come quella tedesca, che risultano improntate al concetto di indirizzo prevalente fissato dall'Esecutivo in quanto, in ossequio alla teoria ordoliberista della predeterminazione del più essenziale indirizzo politico da parte della fissazione "automatica" dell'equilibrio autonomo dei mercati, questo stesso indirizzo non possa realmente considerarsi la conseguenza delle indicazioni del processo elettorale.
Da notare, in ogni modo, che le esigenze acceleratorie e predeterminative dell'ordine e dei tempi delle deliberazioni parlamentari sollecitate dal governo, in Germania, sono regolate in modo meno perentorio e draconiano di quanto non risulti dalla norma di riforma attuale italiana (cfr; art.76 della Legge Fondamentale tedesca). 

Al processo elettorale (e a quello di elaborazione programmatica dei partiti che si rivolgono agli elettori), in questa visione, non compete, oltre il limite della discussione sulle libertà negative (nonché sui "diritti cosmetici"), di mettere in discussione la connaturata tecnocrazia interprete delle esigenze dell'ordine superiore del mercato e della formazione dei prezzi: anzi, la formazione spontanea dei prezzi è considerata il "voto permanente" (dei consumatori) cui è affidata ogni democraticità concepita nel campo economico e fiscale.

10. In questo schema di riduzione dell'autonomia dell'indirizzo politico proveniente dal circuito "elezioni-rappresentatività parlamentare della volontà del corpo elettorale", è evidente come si inscriva il modello della governance €uropea, quale espressamente enunciato nella interpretazione "autentica" fornita dal famoso "discorso di Barroso" nonché dagli auspici riformatori della Venice Commission.

Ed è questo aspetto di imposizione e orientamento €uropeista delle "ragioni della riforma costituzionale che - in raccordo con una legge elettorale che, per altro verso e con autonoma incisività, riduce la rappresentatività del parlamento in funzione, ossessivamente dichiarata, della governabilità (v.p.2.1.) -, risultano carenti le ragioni del "no" provenienti da più parti.
E non solo: ignorandosi questi aspetti, pure così eclatanti, si rende oggettivamente inattendibile ogni resistenza e opposizione alla "attuazione delle politiche europee" che si reclama solo a parole. 

Questa esigenza di "disciplinata" attuazione, infatti, rimane il clou innovativo, - di più profonda modificazione del "luogo" (cioè Bruxelles) e dei modi (non elettorali) di formazione dell'indirizzo politico fondamentale nonché della conseguente attività legislativa-,  apportato dalla stessa riforma costituzionale.