Commentiamo questo articolo (in alcune estese parti: l'intero è una punizione francamente eccessiva), rinvenuto anche in rete dopo la pubblicazione sull'Internazionale del 23 dicembre 2011. L'interesse non è certamente per l'obiettiva (in)attendibilità delle tesi in esso sostenute, ma per il loro valore "sintomatico" eloquente. Cioè il portato di una cultura che facendo leva sulla diffusa ignoranza di elementari principi economici, può alterare la percezione del "mondo" di vasti strati della popolazione.
La matrice dell'occultamento dei dati legati all'effettiva e corretta applicazione dei principi keynesiani, accomuna la teoria della "decrescita" alle teorie neo-classiche "deduttivistiche", cioè basate sulla soggettività arbitraria delle ipotesi di partenza, sviluppate poi in proposizioni di apparente buonsenso.
E non a caso: la teoria decrescista dei "mercati saturi", che "colpevolizza" le masse nei paesi occidentali, si basa su un sistematico abuso di teorie antropologiche che non hanno alcuna attinenza con la proiezione politico-economica che se ne vuole trarre. E che in sostanza appare "l'altra faccia della medaglia", sul versante della "sinistra", della pseudo-antropologia evolutiva da cui muove Von Hayek.
Entrambi gli approcci sono alla base del "debitopubblicocastacriccacorruzionespesapubblicaimproduttivabrutto".
Con lo stesso risultato: la creazione di un luogo comune manipolatore e condiviso che pone le classi dominanti al riparo da ogni consapevolezza democratica sui loro effettivi disegni e fa accettare alle disprezzate masse un virtuoso impoverimento, illudendole, per di più, di una conquistata superiorità etica.
(nota metodologica: non ho inserito links perchè quelli pertinenti sono cosparsi per tutto il blog e poi ci penserete voi stessi, se vorrete, a segnalarmi i vostri più "eloquenti. E' un pò come in quei disegni da colorare per bambini: come vedrete il livello scientifico è più o meno quello)
"La fine del capitalismo" di Wolfgang Uchatius, Die Zeit
Negli ultimi anni le economie dei paesi avanzati hanno prodotto un benessere fittizio, alimentato da consumi crescenti finanziati con il debito. La crisi ha dimostrato che il sistema così com’è non funziona più.
E qui mi casca subito l'asino: gli ultimi anni quali? E in quali economie dei paesi avanzati? La crescita dei paesi avanzati negli "ultimi anni", almeno a partire dall'inizio dell'era della liberalizzazione dei capitali, delle banche centrali indipendenti e della deflazione forzata, ha diffusamente registrato la flessione della dinamica incrementale dei consumi.
Cioè si aumentano i consumi meno di prima, si cresce perciò di meno di prima, e il consumo è sempre più sostenuto dal credito erogato dalla finanza dei paesi che, al loro interno, comprimono la domanda e, in primo luogo, proprio i consumi, proprio per poter esportare nelle economie produttive più deboli, e con più alta inflazione, che sono poste in crescente condizione debitoria verso l'estero, precipitandole poi in crisi economiche da bolle creditizie ove fasi di recessione, prolungate come non mai nel passato, sono caratterizzate, semmai, sistematicamente dal crollo dei consumi.
È arrivato il momento di cercare un’alternativa.
Ma davvero? Detto da un tedesco risulta alquanto paradossale, visto che è il paese che, per definizione, da decenni comprime i salari e, quindi i consumi interni, proprio per basarsi sulla esportazione, e cioè sui consumi degli "altri". L'appello, quindi, suona molto come un espediente moralista, basato su presupposti falsificati, per compattare un paese nello sforzo dell'imperialismo mercantilistico.
Molte migliaia di anni prima della grande crisi finanziaria, nel deserto africano del Kalahari viveva il popolo dei boscimani !kung. Uomini e donne piccoli e tenaci che uccidevano antilopi e zebre con le frecce avvelenate. Prima di mangiarle, però, ne dividevano le carni perché, secondo la tradizione, la preda di un cacciatore apparteneva anche agli altri.
All’inizio degli anni ottanta i !kung vivevano ancora nel Kalahari. Mentre il resto del mondo aveva inventato l’automobile, la bomba atomica e gli scambi azionari, loro continuavano a tirare frecce avvelenate. E continuavano a dividere tutto. Ma non è durato molto. Un giorno un antropologo statunitense ha notato alcuni importanti cambiamenti nei villaggi !kung. I cacciatori restavano a casa, le capanne erano costruite in modo che i vicini non potessero vedere cosa succedeva all’interno, e quasi tutte le famiglie si erano procurate una cassa con il lucchetto per custodire il loro patrimonio. Cos’era successo? Niente di particolare: il governo del Botswana aveva cominciato a scambiare merci con i !kung. L’economia di mercato era sbarcata anche nel deserto del Kalahari. Un piccolo popolo aveva scoperto i piaceri della proprietà. Per i !kung, quello è stato l’inizio del capitalismo.
Ecco che emerge l'antropologismo propagandistico: il capitalismo nasce quando nasce la proprietà? E solo perchè il "governo" (???) "scambia" merci con i cacciatori-raccoglitori? Le soluzioni sono due: o si trattava di baratti, oppure qualcuno doveva aver fatto credito ai !kung.
In entrambi i casi, se questi non hanno cambiato (in quel momento...) le loro abitudini, di caccia-raccolta, il capitalismo non può essere iniziato, dato che si tratterebbe solo di una alterazione non decisiva dei beni disponibili. Se questi, come presumibile, ne facevano un uso diretto individuale, si verifica, limitatamente a quei beni, solo il venir meno della ragione cooperativa della caccia e della raccolta, ma la "produzione a fine di scambio" (non di autoconsumo) non si verifica e quindi non ci sono !kung "capitalisti". Avremo solo cacciatori-raccoglitori inquinati nel loro mondo dall'immissione di beni di utilità superiore a quella espressa dall'autoproduzione a uso individuale (magari attrezzi per scavare, particolari vestiti che consentono di risparmiare il tempo di raccolta e tessitura di quelli scarnamente già utilizzati). L'articolo nel suo pressappochismo non entra nei dettagli perchè l'autore difetta di queste nozioni elementari.
Insomma, per come ci è raccontato in questo esordio, parrebbe un triste episodio di sussidiazione a scopo di assimilazione, con il pericolo della fine della cultura indigena, ma senza la specializzazione di ruoli sociali, la divisione del lavoro e la segnalata finalità di produzione a fini di scambio, con l'introduzione di una qualche forma di moneta, che caratterizza una forma basica di capitalismo. L'assimilazione distruttiva, piuttosto, si verificherà, come vedremo, allorchè l'etnia in questione viene costretta a un sistema educativo-formativo che gli fa perdere i suoi skills naturali, evolutisi in quella situazione climatica e ambientale, da cui vengono fisicamente espropriati.
Nel frattempo da noi è cominciata la fine del capitalismo, almeno nella forma in cui lo conosciamo oggi. Per capire cos’è successo è utile richiamare l’immagine usata dall’economista austriaco Joseph Schumpeter per descrivere l’essenza del capitalismo: la macchina. Una metafora perfetta, dal momento che il successo dell’economia di mercato è legato indissolubilmente alle innovazioni tecnologiche, come la macchina a vapore, la locomotiva, l’altoforno e la catena di montaggio. Per questo è facile descrivere l’intero sistema come un’unica grande macchina che produce sempre qualcosa e in quantità sempre maggiori. Oggi, per esempio, un tedesco ha a disposizione televisori, libri, mobili, radio, fotocamere digitali, lavatrici, cellulari, automobili, computer. In totale possiede diecimila oggetti diversi. E dal momento che le aziende producono sempre nuovi oggetti, si può dire che la macchina raggiunge il suo scopo solo se le persone continuano a comprare.
Aridaje! Ricomincia a esortare i tedeschi a comprimere ulteriormente i consumi, facendo, strano caso, gli interessi delle elites industriali e finanziarie, che certamente non si sentono coinvolte nel mero possesso di televisori e lavatrici...
Una cifra illuminante.
Alla fine degli anni ottanta la grande macchina ha ricevuto un nuovo inaspettato slancio. Dopo la caduta del muro di Berlino il capitalismo si è diffuso in tutto il mondo, fino agli angoli più remoti dell’Europa orientale, dell’Asia e dell’Africa. Ha trovato nuovi mercati dappertutto: in Ucraina, Romania, India, Cina, Vietnam, Cambogia e perfino tra i !kung. Dopo essersi sviluppato nei paesi industrializzati dell’Europa e del Nordamerica, il capitalismo ha realizzato la sua espansione globale in diverse fasi, tutte innescate da una forte crescita economica.
Ora, quindi, la macchina capitalistica dei paesi industrializzati dovrebbe andare al massimo e l’economia dovrebbe crescere a ritmi senza precedenti. Dovrebbe, ma in realtà è successo il contrario, qualcosa di strano e inaspettato.
Facce capì, Wolfgang: il capitalismo si è diffuso in tutto il mondo "dopo la caduta del muro di Berlino"? "fino agli angoli più remoti dell'Europa orientale"? O piuttosto ha trovato "nuovi mercati"? Che volevi di'? Sì perchè non è proprio la stessa cosa: il capitalismo, almeno nelle forme basiche dette sopra, preesisteva e cercava comunque di scambiare (indipendentemente da chi sia il proprietario dei mezzi di produzione e da quale sia lo specifico regime della proprietà individuale), e quindi di "commerciare", sempre e comunque, in tutto il mondo, o almeno coi vicini (entro certi limiti "politici" che erano propri dei paesi del socialismo "reale"): quello che può essere cambiato è il regime giuridico degli scambi internazionali, quale l'esistenza di dazi, di limiti legali all'apertura al commercio estero, e, soprattutto, di limiti alla circolazione dei capitali. Insomma, non ci descrive il capitalismo che si estende, ma una sua forma, peraltro già esistente, ma in diversa misura, che è quella della "apertura" dei mercati. Il che è un pò diverso, Wolfgang.
La macchina non funziona più come prima.
Una cifra è illuminante: 354 miliardi di euro. Rappresenta la crescita del pil tedesco tra il 2000 e il 2006, quindi prima dell’inizio della crisi. Se consideriamo che i tedeschi sono 82 milioni, questo significa che in quegli anni il loro reddito medio è cresciuto di 4.317 euro. Una cifra inferiore al passato. Ma non bisogna essere troppo avidi. Del resto, con 4.317 euro si possono comprare un bel po’ di cose. Il vero significato dei 354 miliardi di euro è un altro. Lo si capisce quando si confronta questa cifra con l’aumento del debito pubblico tedesco tra il 2000 e il 2006: 342 miliardi. È quasi la stessa cifra del pil. Già prima della crisi, quindi, la Germania ha raggiunto il suo benessere indebitandosi sempre di più. In pratica, il paese si è fatto prestare il benessere. La crescita è stata fasulla. La macchina dell’economia tedesca corre, ma corre a vuoto.
Questo non basta per far dubitare del capitalismo. L’inizio del terzo millennio non è stato facile per le imprese tedesche. I costi del lavoro sono alti, la concorrenza sul mercato internazionale è feroce, l’economia tedesca è ingessata da un numero eccessivo di leggi. Forse, quindi, non siamo di fronte a un problema del capitalismo, ma a un problema esclusivamente tedesco. In fondo, ci sono diversi modelli di macchina capitalistica: accanto al sistema tedesco, per esempio, ci sono quello francese, l’americano, il giapponese.
Oh! Finalmente Wolfgang ci fornisce il dato di questa "spaventosa" crisi: ma come il PIL cresce meno di prima e tu non sai che ciò vuol dire che c'è (anche) esattamente quel minor incremento, o addirittura il decremento, dei consumi, ciò che contraddice in partenza la tua stravagante ipotesi? Comunque sia apprendiamo quale sia il segno "inequivocabile" della crisi del capitalismo immaginario/decrescista di Wolfgang: è aumentato il debito pubblico! E te pareva!
Ma la perla è che il "vero significato" della crescita del PIL, (peraltro esemplificata intempestivamente, per il 2000-2006, e proprio laddove, in Germania, si è pacificamente verificata una flessione, output-gap, rispetto alla crescita possibile in quegli anni in confronto alla media europea), è che ci sia stato un incremento del debito pubblico "eccessivo" (peraltro, per come ce la presenta è manifestamente falso: il debito pubblico ha un incremento indicato dello 0,96% del PIL, quindi inferiore all'incremento del PIL stesso e ciò avrebbe dovuto condurre a un decremento del rapporto debito/PIL). Comunque sia 'sto debito è eccessivo, per Wolfgang: sì ma rispetto a quali parametri misurabili e significativi di sostenibilità?
Ma la perla è che il "vero significato" della crescita del PIL, (peraltro esemplificata intempestivamente, per il 2000-2006, e proprio laddove, in Germania, si è pacificamente verificata una flessione, output-gap, rispetto alla crescita possibile in quegli anni in confronto alla media europea), è che ci sia stato un incremento del debito pubblico "eccessivo" (peraltro, per come ce la presenta è manifestamente falso: il debito pubblico ha un incremento indicato dello 0,96% del PIL, quindi inferiore all'incremento del PIL stesso e ciò avrebbe dovuto condurre a un decremento del rapporto debito/PIL). Comunque sia 'sto debito è eccessivo, per Wolfgang: sì ma rispetto a quali parametri misurabili e significativi di sostenibilità?
Ovviamente Wolfgang non ne sa nulla di nulla. Per lui il debito (pubblico? privato? e che importanza ha? Sempre di colpa si tratta e non bisogna troppo sottilizzare, anche se il debito pubblico non ha nulla a che fare coi consumi privati) semplicemente non può aumentare: se aumenta in termini assoluti, anche se diminuisce in rapporto al PIL, nella sua mentalità, vuol dire che si è consumato di più di quello che si poteva...il che non torna aritmeticamente, ma a lui non importa. L'importante è poter dire che si è "vissuti al di sopra delle proprie possibilità"! E giù tutti a bersela, compresi i lettori italiani dell'Internazionale.
Peccato che l'aumento del debito di quegli anni, in Germania, sia dovuto non all'aumento dei consumi, smentendo l'ipotesi "sfortunata", (poteva pure sceglierselo un altro periodo!), ma al contrario a un aumento della disoccupazione, con intenzionale conseguenza della compressione salariale, sostenuto il tutto però da un notevole incremento del welfare sociale, previsto dalle riforme Hartz: cioè semmai il debito abbia avuto un incremento (sempre che la cifra dell'aumento sia "reale", cioè al netto dell'inflazione, ma chiederemmo troppo a Wolfgang), ciò è stato dovuto, come è noto, a tutti tranne che a Wolfgang, non all'aumento dei consumi ma all'aumento del deficit pubblico, cioè al maggior indebitamento da spesa pubblica che unilateralmente e in violazione degli scopi cooperativi del trattato UEM la Germania ha posto in essere per poter esportare di più.
Ognuno si distingue leggermente dall’altro in base alle leggi, ai contratti di lavoro, ai governi e ai sindacati. (Ecco appunto: i tedeschi si vogliono distinguere ma non per consumare di più; al contrario per impedirsi di consumare troppo e per indurre gli altri paesi a consumare la loro produzione).
Ma forse negli altri grandi paesi industrializzati la macchina ha continuato a correre. E invece no. La situazione è la stessa dovunque. Che si tratti del capitalismo liberista statunitense, di quello centralizzato francese o del sistema giapponese basato sulla logica del consenso: se si toglie la scorza dei debiti, il frutto della crescita economica è minimo.
Ma che dice? Negli altri paesi UEM, compresa la Grecia (ma forse i PIGS non sono paesi ma "sotto-paesi" indegni di essere considerati occidentali e capitalisti, limitati a USA, Francia e Giappone), nel periodo 2000-2006, si cresceva eccome e il debito diminuiva, non aumentava: il debito (tedesco) aumenta se aumento la spesa pubblica sociale per welfare per disoccupazione provocata a fini di deflazione salariale. Lo ripeto perchè Wolfgang sicuramente non l'ha ancora capito e, c'è il caso, neppure i suoi lettori italiani, dato che in maggioranza discorsi di questo tipo li eccitano e li spingono persino a votare..contro ogni logica e interesse personale :-)
Attenzione, non stiamo parlando di come evitare il problema dell’indebitamento. Anzi, per essere chiari, è bene sapere che i debiti sono l’essenza dell’economia di mercato. Il nostro capitalismo funziona così: qualcuno – lo stato o un imprenditore privato, poco importa – si fa prestare del denaro, diciamo un milione di euro, e lo usa per produrre oggetti che possano piacere alla gente.
Decide, per esempio, di investire il milione di euro in acciaio. Compra gli strumenti necessari per lavorarlo, assume lavoratori e alla fine fabbrica delle automobili che vende in blocco per due milioni di euro. In questo modo si crea il plusvalore, il benessere, la vera crescita economica. È così che si avvia la macchina della ricchezza e i diecimila prodotti a disposizione di un tedesco diventano ventimila. Con questo obiettivo, secondo la logica del capitalismo dei paesi sviluppati, lo stato chiede in prestito un milione di euro (???...rectius "logica di Wolfgang", ndr). Oggi, però, il plusvalore e il benessere sono entità molto labili. Infatti crescono solo i debiti.
Non c'è dubbio: ha le idee inguaribilmente confuse. E notare che è riuscito a non usare MAI LA PAROLA "BANCHE". Vorrà dire qualcosa?
Perchè mai, infatti, un imprenditore pubblico o privato chiedendo credito alle banche (e dillo! Wolfgang!), cioè contraendo debito privato, dovrebbe incrementare il debito pubblico? Wolfgang non lo sa (o forse è abituato alla massiccia tendenza al sussidio pubblico alle esportazioni dei tedeschi, e da' per scontato che il capitaslimo funzioni sempre così. E' una sagoma!) . E temiamo che, alla sua età e con la sua sicumera, non lo capirà mai. Sta di fatto che afferma, senza alcuna vergogna o dubbio, che ogni investimento (privato, anche se effettuato da un'impresa pubblica), normalmente finanziato dal sistema bancario (privato), "nella logica del capitalismo", si traduce automaticamente in equivalente ammontare di debito pubblico!!!
Perchè mai, infatti, un imprenditore pubblico o privato chiedendo credito alle banche (e dillo! Wolfgang!), cioè contraendo debito privato, dovrebbe incrementare il debito pubblico? Wolfgang non lo sa (o forse è abituato alla massiccia tendenza al sussidio pubblico alle esportazioni dei tedeschi, e da' per scontato che il capitaslimo funzioni sempre così. E' una sagoma!) . E temiamo che, alla sua età e con la sua sicumera, non lo capirà mai. Sta di fatto che afferma, senza alcuna vergogna o dubbio, che ogni investimento (privato, anche se effettuato da un'impresa pubblica), normalmente finanziato dal sistema bancario (privato), "nella logica del capitalismo", si traduce automaticamente in equivalente ammontare di debito pubblico!!!

Aldilà della solita retorica su Berlusconi Lavoce.info fotografa l'UE in piena desertificazione lavorativa. Se non sono 50 ma 25 i milioni di disoccupati, deve far più scandalo l'errore di Berlusconi o l'enormità delle cifre? A mio avviso la seconda. Allora, come si diceva più su, e non me ne vogliano affatto gli interessati (fra cui mi ci metto, Moral Hazard!) perchè la critica qui non è ai diritti presi in esame, ma alla strumentalizzazione che l'UE ne fa: cosa me ne faccio io dei diritti quale coppia di fatto, o di diritti per l'adozione o per il matrimonio fra persone dello stesso sesso se ci viene tolto il diritto al lavoro, il diritto all'istruzione, il diritto alla sanità, il diritto a vivere un'esistenza dignitosa? Non avremo lavoro, non avremo possibilità per i nostri figli di vederli studiare ed elevarsi nella scala sociale e di curarli in caso di malattia (grave o meno grave). Non avendoli, che ce ne faremo della possibilità di adottarli o della possibilità di sposarmi con il mio compagno/compagna oppure avere, in caso di coppia di fatto, gli stessi diritti delle coppie sposate? Se non abbiamo un lavoro, o campiamo con 700euro al mese, ci sposiamo? Facciamo figli? Compriamo casa? Manteniamo la nostra prole? Possiamo mandarli a scuola? Possiamo permetterci un'esistenza dignitosa? Se io non mi posso sposare, protesto perchè il mio diritto venga riconosciuto in ogni sede. Se io non posso lavorare, protesto arrivando al punto tale di immolare mè stesso. Perchè il lavoro adeguatamente remunerato è dignità, il lavoro è speranza, il lavoro è futuro per me e per i miei figli. Non scordiamocelo. Non per nulla il lavoro è la pietra fondante della nostra Costituzione. Ce lo stanno togliendo. E non ci ascoltano. Ed arriviamo al punto tale da distruggere il nostro corpo perchè senza lavoro non c'è futuro, non c'è uguaglianza, non c'è vita. "