lunedì 18 maggio 2015

SCUSATE, NON POTEVO RESISTERE...(IL REDDE RATIONEM è IL REDDE RATIONEM)

http://i.ytimg.com/vi/PZD3RhumpjU/maxresdefault.jpg

 Questo è il redde rationem.

Che poi, se volete, è l'effetto inevitabile che porta al "25 luglio al rallentatore".

 

IL PENSIONATO CHE HA FATTO RICORSO ALLA CONSULTA: “I 500 EURO DI RENZI? IO NE PRENDO 1.600 AL MESE E MI SPETTANO ALMENO 2.500 EURO. CI SARÀ UNA VALANGA DI RICORSI” – “IL PREMIER CI INTIMIDISCE CON LA MINACCIA DI TAGLI ALLA SPESA SOCIALE”:

Il presidente del Consiglio afferma che rimborsare l’intera cifra costringerebbe il governo a tagli alla scuola o alla spesa sociale.
«I numeri li sparano grossi. È sbagliato considerare 18 miliardi facendo il calcolo fino al 2020, si deve fare anno per anno, come la Finanziaria, non mi risulta che l’Italia faccia piani quinquennali come i paesi comunisti di antica memoria. E poi Renzi non può fare questi atti di intimidazione: vuole farci sentire colpevoli di una cosa che ha stabilito la Consulta. Vogliono far passare i pensionati come una risma di farabutti che vanno addosso ai poveracci».
...Eppure non tutti i pensionati sono d’accordo con la Corte Costituzionale. C’è chi vuole rifiutare il rimborso, per favorire i giovani.
«Lo farei anch’io, ma solo se con questi soldi si facesse un tesoretto per abbattere il costo del lavoro in maniera strutturale, non solo per pochi anni. Solo così potrei rinunciare all’aumento della pensione che mi tocca e alla cifra che mi spetterebbe di diritto, perché io ho pagato tutti i contributi».

Se il "non ci sono le risorse" viene affermato - forse, finalmente, in "soldoni", percepibili da qualsiasi cittadino comune, abituato che a pensare che almeno la legalità costituzionale fosse intangibile- rispetto a una sentenza della Corte costituzionale che APPLICA uno dei diritti fondamentali, e immodificabili da qualsiasi fonte internazionale, nessuno può più sentirsi al sicuro...dall'€uropa.

SEI FAMIGLIE SU DIECI TEMONO CHE UN FAMILIARE POSSA PERDERE IL LAVORO E DUE TERZI DEGLI ITALIANI PREVEDONO CONSUMI FERMI O IN CALO – DE RITA: “LA GENTE NON SI FIDA”

"...Questo pessimismo si proietta nel futuro: alla domanda di come saranno le cose fra sei mesi, il 71% degli intervistati vede una situazione stabile o in peggioramento. Di questi, un cospicuo 41% risponde che sostanzialmente i consumi resteranno uguali, e un altro 30% li vede in calo. Solo il restante 24% del campione esprime un segnale di fiducia prevedendo un aumento della spesa dedicata ai consumi. 

Una raffica di imposte
Non contribuisce a migliorare il clima la raffica di nuove tasse in arrivo: nel 2016 potrebbero arrivarcene sulla testa altri 16 miliardi. A lanciare l’allarme è la Cgia di Mestre (gli artigiani): «Oltre a trovare le risorse per rimborsare i pensionati e per far fronte all’eventuale bocciatura da parte dell’Ue dei nuovi regimi di fatturazione, il governo Renzi - dice la Cgia - dovrà individuare altri 16 miliardi di euro, altrimenti nel 2016 scatterà la clausola di salvaguardia che innalzerà le aliquote Iva e ridurrà le detrazioni/agevolazioni fiscali ai contribuenti italiani, con automatico aumento delle imposte».

Certo in teoria ci sarebbe l’alternativa dei tagli delle spese, ma visto che se ne parla da anni, e se ne parla con urgenza, ma finora non si è fatto nulla, non possiamo credere ai tagli finché non li vediamo."

L'unico punto ancora "in bianco": ma il pensionato ricorrente, oltre a rilasciare interviste a Repubblica, si rende conto del perchè "non ci sono risorse"?
No perchè, tra il rendersi conto e il "non" ci passa una breccia grande come un treno (...per l'€uropa che non smette mai di tirare in una direzione). Questa breccia è quella che bisognerebbe che ognuno  colmasse con le famose "risorse culturali"...di sopravvivenza.

domenica 17 maggio 2015

ARRIVEDERCI

Carissimi tutti,
con questo post, annuncio che inizierà un periodo di sospensione, o quantomeno di sostanziale allentamento, della produzione del blog, almeno nella sua forma espressiva fin qui seguita.
Se si porrà un'esigenza di comunicare, probabilmente, di quando in quando, l'affiderò a qualche forma di "poesia": la più negletta, ai nostri giorni, tra le forme d'arte; la meno riformabile e trasformabile, in funzione del "mercato" e, come tale, la più disprezzata del nostro tempo. 
Un disprezzo che va di pari passi col "soggettivismo pop", che sottrae alla stessa arte ogni traccia della sua originaria funzione, cognitiva e narrativa di quella tensione spirituale che appartiene a tutti e che, tuttavia, non potrebbe trovare altrimenti espressione.
Ho comunque di fronte la difficile prospettiva di scrivere un nuovo libro, che riordini e approfondisca il lavoro qui svolto nella fase successiva al già pubblicato "Euro e (o?) democrazia costituzionale".

Ma non è solo questo, il motivo: la "complessità" che caratterizza il condizionamento culturale e mediatico perseguito dal sistema neo-liberista esige risposte che lo spieghino adeguatamente, risposte senza le quali non vi sarebbe quel recupero di "risorse culturali" che considero essenziale per un autentico riscatto democratico.

La democrazia costituzionale è in rapido dissolvimento: ciò è l'effetto di una strategia ben radicata e accuratamente programmata, attivata da chi dispone di risorse pressocchè illimitate...al fine di affermare la limitatezza delle risorse dello Stato democratico (per quanto si tratti, per ESSI, di investimenti insignificanti e, perciò, ad altissimo rendimento, in termini di instaurazione del sentire neo-orwelliano "di massa";  e cioè in termini di "ritorno" di cui ha potuto avvantaggiarsi l'oligarchia che ha concepito questo programma). 

Anche se l'idea restauratrice di base è molto semplice e brutale, - come ho cercato di illustrare a più riprese in questa sede -, essa agisce in termini politici e culturali molto articolati, cioè stratificati nel corso del paziente lavorio che ha portato all'affermazione, come verità assolute, degli slogan deliranti del nuovo sistema di disattivazione della democrazia.
Il compito di smascheramento dei meccanismi cognitivi e dell'ideologia sottostante a tali slogan, credo di averlo espletato con tutte le mie forze. 
Questa parte del lavoro rimane a disposizione e, forse, a tutti può giovare un tempo di riflessione e di  sedimentazione, potendo - se lo si desidera - ripercorrere le tappe della divulgazione compiuta in questa sede (che rimangono a disposizione).

Il blog, comunque, rimane aperto alla pubblicazione dei contributi di coloro che sono stati, finora, dei proficui redattori e collaboratori: se essi vorrano, il loro lavoro potrà proseguire in questa sede. 
Forse, di quando in quando, potrò tornare a pubblicare dei post, per focalizzare gli aspetti più eclatanti di quanto presenta la realtà italiana e internazionale.
Ma, allo stato, questo è un vago desiderio: in questa fase, essenzialmente, mi affiderò alle parole di qualche "inutile" poeta. 
Non posso quindi oggi stabilire se e quando potrò ancora tornare a seguire personalmente il blog. 

Devo certamente sottolineare che di questo mi dolgo; abbandonare questa"finestra" è un passo che intraprendo con rammarico ed una certa (conflittuale) titubanza.
Ma come iniziare a scrivere il blog è stato un passo nel buio, - certamente sostenuto, specie nella fase iniziale, dalla vicinanza di tanti lettori e commentatori "amici" - allo stesso modo, oggi, lasciare questo esercizio (quasi quotidiano) di scrittura e di analisi, mi porta in un nuovo territorio.
Una "terra incognita" definita dall'interrogativo - corrispondente ad un'esigenza del tutto personale- sul "senso" di qualsiasi opera informativa, che cerchi di correggere e bilanciare lo spaventoso abbandono della verità che emerge dal sistema mediatico.

Sono conscio del fatto che per altri, meritoriamente impegnati in questo stesso lavoro, cioè nell'ambito dei blog che compongono una (più o meno) analoga offerta di contenuti informativi, probabilmente non si presenta, nella stessa misura e urgenza, questa necessità di riflessione.
Quindi, la precisazione con cui vi lascio (per il momento...) è che ho la sensazione che "qualcosa" mi (o ci) sfugga.

Avverto un momento di profondo disorientamento collettivo, uno scollamento tra verità "salvifiche", rese accessibili, e utilizzazione adeguata di questa medesima chance di consapevolezza: almeno relativamente all'attivazione di un percorso di liberazione, in ogni strato della società e in ogni livello (ascensionale o discendente che sia) di rispettiva risposta concreta.
Ma potrebbe essere il riflesso ingannevole di un mio stato d'animo...
Spero, con la fase di revisione che mi consentirà la scrittura del libro, di focalizzare questo "qualcosa". 
Scoprire i propri limiti, e magari riuscire a superarli, è sempre utile per definire il nostro rapporto con il tempo in cui viviamo e con il tempo limitato della nostra esistenza.

A tutti, per ora, mando un grande abbraccio collettivo e offro una...poesia di arrivederci:

Arrivederci (di Nicanor Parra)
E' venuta l'ora di ritirarsi
sono profondamente grato a tutti
tanto agli amici compiacenti
quanto ai nemici frenetici
inobliabili figure sacre!
Me misero
se non fossi riuscito a guadagnarmi
l'antipatia quasi generale:
salve cani felici
pronti sulla mia strada ad abbaiare!
Mi accomiato da voi 
con la più grande letizia del mondo.

Grazie di nuovo, grazie
riconosco che mi scendono le lacrime
ci vedremo di nuovo
in mare sulla terra dove sia.
Scrivete, fate i bravi
confezionate il pane
tessete senza sosta ragnatele
vi faccio ogni genere di auguri:
tra le cime appuntite 
degli alberi che son detti cipressi
io vi aspetto con denti e molari.

venerdì 15 maggio 2015

LA PERCEZIONE INVERSA- MARGIN CALL'S COUNT DOWN

http://thumbs.dreamstime.com/x/diagramma-che-mostra-percezione-visiva-un-essere-umano-48096463.jpg


1. Proviamo a capire "l'implicito" (cioè quello che conta, essendo "l'esplicito" di un governatore di BC, generalmente, una tautologia) di questa ennesima dichiarazione di Draghi: 
 Che poi sarebbe a dire:
"Il quantitative easing della Bce resterà in piedi per tutto il tempo necessario, è presto per dichiarare vittoria. Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, durante un intervento al Fondo monetario internazionale a Washington".
Quindi la domanda è: per tutto il tempo necessario...a chi?
I mercati azionari europei (naturalmente eccettuata la Grecia...perchè sarebbe fuori dal QE) sono in forte rialzo e certamente c'era da aspettarselo.

2. C'è chi dice che il rally azionario dell'eurozona "non è una bolla";  si tratterebbe di aspettative giustificate dalla prospettiva di un rialzo dei profitti - dovuto naturalmente al traino delle esportazioni da "svalutazione"- per le euro-equities. Queste sarebbero ancora convenienti (rispetto ai titoli scambiati a Wall Street), registrando un rapporto prezzo/utili ancora dimezzato rispetto alle azioni scambiate a Wall Street; così il Sole 24 ore, riportando l'opinione di Goldman&Sachs!
Anche se poi, ammette:
"Per questo praticamente tutti gli investitori, economisti e analisti ritengono che il rally del mercato azionario europeo sia destinato a continuare. E ritengono che in Borsa non ci sia una bolla speculativa: del resto i listini europei non stanno facendo altro che anticipare l'auspicata ripresa economica del Vecchio continente. Il rischio è però che questa sbornia di liquidità faccia perdere il senso della realtà agli investitori: se in Borsa ancora non si vedono veri eccessi, altrove se ne vedono eccome.
È il caso probabilmente delle obbligazioni emesse da aziende poco affidabili (i cosiddetti «junk bond»): la domanda per questi titoli è così forte che i rendimenti continuano a scendere (ormai quelle con rating «BB» rendono meno del 3%) e le emissioni ad aumentare. In Europa, calcola Fitch, le emissioni nel 2014 hanno superato il record per il quinto anno di fila. Tanti economisti sentono odore di bolla anche in alcuni mercati immobiliari, per esempio nei Paesi nordici. E gli eccessi stanno tornando nella finanza strutturata americana. Ma nel mondo fantastico del «quantitative easing» è difficile capire se si tratti di vere bolle o di «nuova normalità». Fin che qualche banca centrale stampa denaro, del resto, la realtà resterà distorta. La vera domanda è: poi cosa accadrà
?"

3. In aggiunta, Vito Lops ci parla dell'obbligazionario pubblico, il più legato agli effetti diretti del QE:
"Il “qe” dopo appena un mese di vita ha creato però un paradosso sui titoli di Stato. In alcuni casi i tassi sono scesi talmente tanto che la Bce tecnicamente non può più acquistarli.  E’ previsto che non possono essere acquistati bond con un tasso inferiore a quello sui depositi, fissato al momento a -0,2%. Bene, alla chiusura di venerdì c’erano titoli di quattro Paesi dall’area ad avere fino a certe scadenze rendimenti ancor più bassi: la Germania (su scadenze fino a 3 anni); Austria, Finlandia e Paesi Bassi (sulla scadenza a 2 anni). 
Nel complesso (escludendo i titoli annuali che non rientrano nella manovra) ci sono più di 300 miliardi di euro in bond dell’Eurozona che non sono più acquistabili dalla Bce perché i tassi sono troppo bassi da essere persino usciti dalla coperta del “qe”."

4. A questo punto vi ripropongo questo bel grafico sul saldo delle partite correnti USA, che "casualmente" riporta il livello del saldo negativo a quello del momento di lancio del QE3, nel 2012:

United States Current Account

E riproduciamo, anche, il CAB della Gran Bretagna:
United Kingdom Current Account




Insomma, si possono fare molte analisi sul trade-off,  tra gli effetti negativi sull'industria "oil" (e quella dei servizi e produzioni connessi), e quelli positivi sui restanti settori industriali, quanto a investimenti, profitti, e occupazione.

Ma di certo c'è un importante "core" di paesi anglosassoni che, a questi livelli di prezzo del petrolio, non ci guadagna tanto in benessere, convenienza esportativa, livelli occupazionali e rivalutazione della propria divisa che "incentiva" le importazioni (non oil). E forse si stanno accorgendo che non è questo il dispetto "giusto" che possono fare a Putin.

Quindi per loro, la continuata svalutazione dell'euro e il calo dei rendimenti del settore obbligazionario, non sono un grande affare. Anzi, con la loro tradizionale "potenza di fuoco" sui mercati finanziari, hanno tutto l'interesse a che questi tassi ritornino in alto...

E nemmeno hanno interesse a che si prolunghi pericolosamente una bolla sul proprio azionario. Ma chi controlla e anticipa questi processi di aggiustamento, ormai?  

5. Se la FED aumentasse i tassi, le "sofferenze" sui mutui decollerebbero; e i relativi ABS, e derivati vari, sul sistema "oil" salterebbero a gran velocità. Ma se non lo facesse, dovrebbe assistere al fallimento di un'epoca passivamente: l'effetto ricchezza creato dall'azionario gonfiato dal QE, non smuove gli investimenti e i consumi USA (semmai ha creato una bolla speculativa su solo settore immobiliare, il "residential") e ha scatenato un'orgia di buyback (acquisto delle proprie azioni) delle imprese quotate, a unico giovamento dei "premi" attribuiti agli a.d.

La coperta da un lato o dall'altro è troppo corta. E forse lo starnuto diventerà un'esplosione, dopo giugno o dopo settembre, visto che così i media "specializzati" sembrano credere (c'è da aspettarsi che la Yellen, se pure lo farà quest'anno, inizialmente alzerà i tassi in modo praticamente simbolico)...Ma poi, chi assorbe il prodotto dell'area euro (fuori o dentro di essa)? 

Cioè, come faranno le azioni €uro-area a giustificare i futuri, crescenti, profitti da export e la "non speculatività" del rialzo attuale (che non si fermerebbe certamente ad aspettare i bilanci del prossimo anno)?

A 'sto punto fatevi due calcoli e vedete quanto manca per un bel "margin call". 

Steen Jakobsen: Get Ready For The Biggest Margin Call In History

"...0% interest rates at $0 down has not created the additional momentum to the economy the Fed was hoping for. The trickle down effect, the wealth effect, has instead made for bigger inequality in society. So I think we’re set for a rate hike in either in June or in September. I think this will be the biggest margin call in history on the asset inflation created by the Fed .

That’s where I differ from most Fed watchers. Everyone else is looking at employment, inflation targeting. I don’t think Fed is at all looking at those. They are saying “Listen, the 0% interest rate is getting us absolutely nowhere, we think it’s very, very important for us to move to a more neutral place”. At the same time we will communicate that we are open-minded to additional programs or whatever needs to be done to secure the long term growth of the economy. But that will be on the down side, not on the up side. And as year has progressed, and I’ve said this publicly, I think 2015 is already lost in terms of recovery here. And that will take the market by surprise.

The market will ask in September when the Fed hikes: “Why are you hiking interest rate when growth is below target, inflation below target”? Well, the Fed's response will be “Because this is the biggest asset inflation we’ve seen in human history and we need to address it”.

 


mercoledì 13 maggio 2015

LA "RICRESCITA" SENZA INVESTIMENTI E CONSUMI: TRA EFFETTI DI €-CORREZIONE E...REDDITO DI CITTADINANZA

 http://storiaestorie.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2013/11/crisi-del-29.jpg

1. Cominciamo da questo grafico relativo alle partite correnti USA:

United States Current Account

Il dato, è facile constatarlo, è il peggiore dal primo trimestre 2013.
La conseguenza però, nel dato trimestrale del PIL Q1 2015, è stata piuttosto negativa:
"Le esportazioni sono diminuite del 7,2%. Le importazioni sono aumentate dell’1,8%. Il deficit commerciale è così salito al livello annualizzato di 522,1 miliardi di dollari dai precedenti 471,4. Il deficit commerciale ha sottratto 1,25 punti percentuali alla crescita del Pil.
Secondo Bloomberg, gran parte della flessione delle esportazioni è dovuta alla crescita del valore del dollaro".

 2. C'è poi un altro elemento, per così dire, "interessante":

Le importazioni crollano dovunque, specie nei paesi emergenti

 Fonte: Bce bollettino economico numero 3, maggio 2015

3. E, infine, eccovi il commento Istat del dato relativo alla c.d. "inversione" della crescita in Italia, nel primo trimestre 2015, che starebbe portando alla pretesa fine della recessione per l'anno in corso (e per un radioso futuro):
La crescita congiunturale è la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dell’industria e di una sostanziale stazionarietà nei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) maggiore dell’apporto negativo della domanda estera netta.

"AL LORDO" delle scorte, implica dunque che il fenomeno, peraltro ricorrente, è quello della ricostituzione delle scorte da parte di imprese che essenzialmente importano materie prime o prodotti finiti (che poi distribuiscono sul mercato interno) ovvero prodotti "intermedi" (importati dall'estero, magari a seguito di delocalizzazioni di parti essenziali della filiera; prodotti intermedi che, comunque, che entrano nella produzione di altre imprese). 
In conseguenza di tali importazioni, le nostre imprese hanno "lavorato" e prodotto beni (e servizi, ma a quanto pare molto "meno") determinando una serie di pagamenti a soggetti residenti (lavoratori dipendenti di quelle imprese e prestazioni indotte ausiliarie e collegate: es; gli stessi fatturati delle imprese residenti che hanno rivenduto materie prime e prodotti importati, o della filiera dello stoccaggio e della distribuzione).
Ma questo, le imprese industriali che ricostituiscono le scorte, lo hanno fatto nella prospettiva di vendere successivamente tali beni sul mercato estero; ma anche su quello nazionale.

4. Per quanto riguarda il primo:
a) il mercato extra-zona euro, come abbiamo visto, contrae le sue importazioni con una tendenza ormai di medio periodo: se ci sarà una tenuta delle vendite verso tale mercato, sarà dovuta in una qualche misura, - misura che le industrie produttrici evidentemente stanno già constatando, e scontando - agli effetti della svalutazione dell'euro rispetto al dollaro (divisa con cui, prevalentemente, vengono eseguite quelle transazioni);
b) il mercato dell'area-euro, non si trova in condizioni differenti da prima, a seguito di tale svalutazione: i rapporti di competitività, cioè i differenziali di tasso di cambio reale rimangono inalterati e soggetti alla stesse dinamiche anteriori a tale svalutazione: per tutti il "vantaggio" esterno all'UEM agisce nello stesso modo (in termini di prezzi "relativi"; non in termini, ovviamente, di struttura e composizione dell'offerta nazionale e di conseguente diversa elasticità delle rispettive esportazioni rispetto alle variazioni del cambio nominale; ma solo, ripetiamo, verso l'area extra-UEM);
c) in conseguenza di ciò, la "quota" italiana di beni importati da altri paesi dell'area euro, rimane quasi invariata: una qualche variazione, dipende dal miglioramento, differenziato, di competività rispetto agli altri paesi UEM; tutti però simultaneamente impegnati a deflazionare il lavoro allo stesso scopo. Anche più di noi, prevalentemente.
Questa situazione ci attribuisce comunque un certo vantaggio in termini di crescita: se sale la domanda complessiva all'interno dell'UEM, sebbene in misura "solo" proporzionale, si vendono comunque più prodotti italiani in tale area. Però è anche vero il "viceversa" come vedremo. 
Sul punto torneremo tra un po', per definire il quadro delle prospettive.

5. Per quanto riguarda il mercato interno, la ricostituzione delle scorte, - magna pars della "componente nazionale" della domanda che, a dire dell'Istat, avrebbe superato il contributo negativo di quella estera-, potrebbe avere un effetto meramente transitorio: cioè circoscritto a questa fase relativa alle scorte che, di per sè, è solo preparatoria di una successiva fase di vendita; perciò è dimensionata su delle "aspettative".

Perchè tale fase non sia di crescita transitoria, cioè perchè tale fase preparatoria non si risolva in un'aspettativa erronea, occorrerebbe però che:
i) ripartissero i consumi in misura stabile e consistente e, soprattutto, corrispondente alle aspettative su cui si sono dimensionate le ricostituite scorte;
ii) ripartissero gli investimenti, attendendocisi, (altra aspettativa), che la struttura degli impianti attuali non sarebbe sufficiente a sopperire ad una domanda interna in rialzo. 
E questo dopo che l'attuale struttura aveva svolto la sua funzione nel produrre ciò che la domanda estera richiedeva mentre, però, la domanda interna (ben più consistente nel determinare il fatturato) si riduceva drasticamente: cioè, tale struttura non può che essersi ridotta. 
E infatti, recessione triennale, disoccupazione raddoppiata e deflazione attestano questa deindustrializzazione. 
Per di più, nel riportare in attivo il saldo delle partite correnti, si è verificato solo un modesto aumento della domanda estera, essendo il saldo attivo delle partite correnti determinato essenzialmente dalla caduta delle importazioni. 

6. Da notare, a conferma di ciò, che gli investimenti sono calati anche nel corso del 2014, come attesta il FMI:

http://www.programmazioneeconomica.gov.it/wp-content/uploads/2015/05/6.31.png

E notare pure che si deve trattare di investimenti PRIVATI, perchè quelli pubblici è previsto che diminuiscano comunque:

http://www.cipecomitato.it/it/immagini/A6.5.png

 
7. Insomma, se - e solo se- ripartissero "durevolmente" (ben oltre un trimestre "al lordo delle scorte") i consumi e gli investimenti, i beni prodotti sarebbero venduti e seguirebbe una "certa" crescita; tutta nel settore privato. Con un auspicabile aumento dell'occupazione che, producendo un maggior reddito disponibile alle famiglie, moltiplicherebbe gli effetti virtuosi. 
Solo che questo aumento dell'occupazione, in concomitanza con questa "fiammata" attuale di crescita relativa al primo trimestre 2015, non si sta semplicemente verificando.

Col non piccolo inconveniente, però, che alla crescita di consumi e investimenti, conseguirebbe sì un consolidamento dell'aspettativa circa il volume della produzione ma questo, a sua volta, condurrebbe alla stabilizzazione delle crescenti importazioni verificatesi per la ricostituzione delle scorte.
E' come un serpente che si mangia la coda: la crescita della domanda interna avviene, in maniera più che proporzionale, determinando un aumento delle importazioni che, però, manda in negativo il bilancio delle partite correnti, provocando un elemento negativo del PIL (che perciò cresce meno).
Tale, ormai, è lo stato della nostra produzione industriale, non padrona delle intere filiere, smantellate, svendute o delocalizzate e, comunque, non più esistente per molti dei beni che sono più pesanti nel paniere dei consumi, proprio "terminate"; produzioni "perse" dalla produzione nazionale.

8. Insomma, dentro all'euro, "non ci possiamo permettere" uno stabile e permanente aumento dei consumi e degli investimenti: per risultare tali da determinare un effettivo vantaggio di crescita, dovrebbero rivolgersi alla ricostituzione delle filiere "pesanti", cioè dei prodotti più presenti e incidenti sulla composizione della domanda interna. 
Senza dimenticare che, anche volendo (coraggiosamente) ricostituire queste "filiere" perdute, e che dovrebbero in ipotesi sostituire i beni "pesanti" importati dall'estero, occorrerebbe prevalentemente importare beni strumentali, acutizzando lo sbilancio delle partite correnti.

Ed infatti, - sebbene non si comprenda cosa ne abbiano capito i politici oggi al governo-, le politiche seguite sul mercato del lavoro e quelle fiscali, cioè di taglio della spesa e di aumento delle entrate pubbliche, tendono esattamente allo scopo di contrarre la domanda interna, determinare un'alta disoccupazione strutturale, un'alta precarizzazione (e diminuzione della popolazione "attiva"), potendosi così imporre una generale diminuzione dei salari (e quindi una convergente contrazione della domanda interna per puntare su aumento delle esportazioni e diminuzione delle importazioni).

9. Ora, queste politiche di correzione della "competitività" proseguono o no? 
Cioè gli effetti del jobs act - essenzialmente di sostituzione di posizioni precarie con contratti a tempo indeterminato, esclusivamente in quanto e per il tempo che esistano i relativi sgravi fiscali- e della riduzione del deficit pubblico attraverso politiche di bilancio strutturale in pareggio, cioè, in soldoni, di riduzione della domanda interna (sicuramente quella pubblica e di conseguenza quella privata), sono forse cessati?
Pare proprio di no. 
E i pensionati privati dell'adeguamento pensionistico, anche dopo la sentenza della Corte costituzionale, ne sanno qualcosa. 

10. Questo non vuol dire che una modesta crescita non sia possibile in queste condizioni; ma solo nel breve periodo, cioè non per una fase prolungata di medio e lungo termine.
Questo per il semplice fatto che non si creeranno, a fronte della univocità delle durevoli politiche fiscali e del mercato del lavoro, le condizioni per stimolare gli investimenti e quindi per arrivare a invertire la deindustrializzazione in corso. E neppure ad invertire la tendenza all'investimento estero, che si appropria della residua produzione nazionale, portando a inevitabile ristrutturazione, con scontata diminuzione di occupazione e salari nelle unità acquisite dai generosi "investitori".

10. Insomma, le politiche seguite non possono portare ad una crescita consistente e stabile: solo a un diverso livello di stagnazione che, però, è dovuto solo ad un rallentamento - spesso pre-elettorale - delle politiche fiscali di correzione.
Tant'è vero che la Commissione UE, che come abbiamo visto, doveva in aprile monitorare lo stato dei conti pubblici italiani, ha già parlato di un'ulteriore correzione di 0,25 punti, dovendosi da questo desumere che i limiti della pseudo flessibilità - rispetto all'obiettivo intermedio di deficit verso il pareggio- siano stati varcati (e si capisce: siamo in periodo preelettorale...). 
Questo, in soldoni, il responso della Commissione, datato 13 maggio e passato piuttosto sotto silenzio:
"Per Bruxelles, infatti, l'Italia dovrebbe realizzare un aggiustamento fiscale pari almeno allo 0,25% del pil quest'anno e dello 0,1% del pil il prossimo, mettendo in atto le necessarie riforme strutturali in entrambi gli anni, tenendo in considerazione la deviazione concessa per l'implementazione delle riforme maggiori."


11. Ora occorre calcolare che il "grosso" dell'effetto recessivo legato al consolidamento fiscale innescato dall'ultima legge di stabilità si colloca "naturalmente" nella seconda parte dell'anno: sia perchè da maggio in poi si pagano le imposte più incisive, sia per ragioni elettorali, relativamente all'effettiva percezione dei previsti tagli alla spesa pubblica (che a loro volta si traducono in maggiori imposizioni da parte degli enti locali, cioè obblighi tributari assolti prevalentemente da metà anno in poi).
Insomma, mentre, come abbiamo visto sopra, gli USA inizieranno inevitabilmente a cercare di correggere il loro accresciuto "buco" delle partite correnti, e mentre i BRICS di certo non saranno un mercato in espansione, i consumi semplicemente non possono ripartire. Certamente in misura non consistente (a pena di aggravare i nostri conti con l'estero). 
E con ogni probabilità non per tutto l'anno, perchè l'incisione delle manovre fiscali non solo è spostata nella seconda parte dell'anno, ma la Commissione europea vuole una correzione in corso nel 2015 e, dopo tanta flessibilità, - adeguamenti pensionistici o meno-, sta già minacciando di avviare una procedura di infrazione dei limiti di deficit ex art.126 TFUE: ma riferita agli obiettivi di deficit intermedi posti nel quadro del fiscal compact, non al limite del 3% che, per l'Italia, non è più quello che conta.

11. Come NON hanno capito quelli che discutono in TV.  
E, tra questi, chi propone il reddito di cittadinanza "anche sforando il 3%, perchè no?". 
Perchè no: siamo nel meraviglioso mondo dell'euro, non lo avete capito?
Le coperture non saranno mai trovate, per il numero reale di disoccupati e sottoccupati e indigenti provocati dalle politiche "fiscal compact". 
MAI. 
A meno che non si decida di "abolire" in termini pratici le pensioni, - cioè inventando tanti modi (già allo studio) di ridurle progressivamente a livelli pressocchè di "indifferenza" (ricardiana), rispetto all'ipotizzato reddito di cittadinanza, - nonchè la sanità pubblica: si arriverebbe così,  a questi livelli di disoccupazione, deflazione salariale e precarizzazione a passare un, diciamo, 300 massimo 400 euro al mese ai vari "derelitti", sfornati in produzione seriale dal sistema, fissando così anche la AUTOMATICA SOGLIA SALARIALE A CUI IN FUTURO PERVERRA' OGNI PROPOSTA DI LAVORO PER I DISOCCUPATI E SOTTOCCUPATI.

Ma a pensarci bene, siccome questa ghiotta prospettiva (reddito di cittadinanza e sua effettiva, non immaginifica, copertura con drastici tagli a pensioni e sanità) dovrebbe piacere, e molto, "nelle alte sfer€", probabilmente la cosa si farà: basta aspettare che si siano svolte le elezioni, e poi, verrà il momento in cui un governo "efficiente" potrà attribuirsene il merito esclusivo.

Intanto, rassicuratevi. Gli effetti della manovra di stabilità e della ulteriore correzione di 0,25, saranno collocati, o quantomeno "registrati", nella seconda parte dell'anno. E consumi e investimenti non saranno ripartiti, nella media dell'anno in corso.
E neppure, ci scommetterei, accresciute le importazioni di beni italiani degli USA e della Francia, se per questo... 

martedì 12 maggio 2015

INTERESSE NAZIONALE A TUTELA IMPOSSIBILE ED ELEZIONI IDRAULICHE (ART.246 E 264 COD.PEN.)

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1. Il modo in cui si sta sviluppando la crisi dell'area euro, ci pone di fronte alla verifica empirica del frame teorico-politico cui tale area è ispirata. Possiamo definirlo un frame ordoliberista ovvero semplicemente neo-liberista: la distinzione è solo tattica, come abbiamo visto, cioè di adattamento storico e geo-politico alle condizioni concrete in cui il neo-liberismo assume il controllo istituzionale della società.

Krugman (qui, tradotto da vocidall'estero.it) ci porta ad una riflessione su questo argomento, con una delle sue analisi relative alla vicenda "Grecia". 
In questo caso, il nodo è  la capacità di resistenza del governo Tsipras nella trattativa sul debito e sulla condizionalità imposta dal famoso memorandum. O meglio il punto "era" questo: si tratta infatti di un'analisi compiuta ai primi di febbraio, quando non si era ancora ben compreso quali fossero i rapporti di rispettiva forza tra le parti del negoziato, per lo meno in funzione di quale posizione (ad adjuvandum) avrebbero assunto proprio gli USA, cioè se avrebbero spalleggiato i greci o l'Eurogruppo e la trojka.

2. Ma il punto al tempo sollevato da Krugman rimane interessante. Egli poneva la questione in questi termini:
"Perchè, quindi, la faccenda va in ebollizione? In parte perché “ciò che tutti sanno” non è mai stato spiegato agli elettori del nord Europa, per cui l’ora di riconoscere la realtà dei fatti è rimandata a una qualche data futura. In parte anche perché ho il  sospetto che i creditori si attendano il solito rituale dei governi debitori che abbandonano miseramente, in nome della responsabilità, le promesse fatte in campagna elettorale, e restano quindi in attesa che il nuovo governo greco paghi il consueto tributo dell’umiliazione.

Ma, come ho detto, stavolta la dinamica è molto diversa.

Sono convinto da tempo che Matthew Yglesias abbia centrato un punto molto importante quando ha notato che i politici dei paesi piccoli in genere hanno degli incentivi personali ad assecondare le richieste della troika, anche se questo vuol dire andare contro gli interessi del loro paese:

“Normalmente si può pensare che la soluzione migliore per il Primo Ministro di un paese sia quella di tentar di fare delle cose che rendano più probabile la sua rielezione. Per quanto le prospettive siano desolanti, questa è la strategia dominante. Ma in un’era di globalizzazione e di EU-rizzazione, penso che i leader dei paesi piccoli si trovino in una situazione piuttosto diversa. Se quando si lascia la carica si è riusciti a ottenere la stima dell’establishment di Davos, allora c’è sempre un posto alla Commissione Europea, o al Fondo Monetario Internazionale, o in qualche carrozzone del genere, al quale si può accedere anche se si è assolutamente disprezzati dai propri compatrioti. Anzi, in un certo senso essere odiati sarebbe un pregio. La dimostrazione ultima della solidarietà nei confronti della “comunità internazionale”, sarebbe di fare quel che vuole la comunità internazionale, anche di fronte ad una forte resistenza da parte dell’elettorato del proprio paese.”

Ma un vero governo di sinistra, a differenza di uno di centro-sinistra, è molto diverso — non perché le sue idee politiche siano folli o selvagge, perché non lo sono, ma perché i suoi funzionari non saranno mai tenuti in grande stima dall’establishment di Davos. Alexis Tsipras non entrerà mai in un Consiglio di Amministrazione bancario, né diventerà presidente della Banca dei Regolamenti Internazionali, o magari commissario europeo. A Varoufakis non piace nemmeno mettere la cravatta — cosa che, consapevole o no, è un modo per dichiarare visibilmente che non ha nessuna intenzione di giocare al solito gioco. I nuovi leader greci avranno successo o falliranno, sul piano individuale, in base a ciò che succederà in Grecia. Non ci saranno premi di consolazione per un fallimento convenzionale."

3. La citazione di Matthew Iglesias illustra un meccanismo di "sociologia del potere" che collima con quanto, in termini analoghi, abbiamo descritto qui:
"...in un ambiente (ri)globalizzato, e  più che mai liberoscambista-finanziarizzato, ..."uomini d'affari" provenienti dal mondo delle grandi banche universali, o in esse approdati da specifici percorsi accademici e/o governativi, sono sempre più indistiguibili dai vertici istituzionali degli organismi che governano i processi sovranazionali di decisione politico-economica (direi, politica tout-court).   E questa anomalia (per i parametri della imparzialità dell'esercizio delle funzioni di governo, sancita dalla nostra Costituzione) non può che acuirsi, in tali condizioni, perchè si verifica un'eccezionale concentrazione di potere: essa caratterizza la nostra epoca anche più di altre, configurando una piramide gerarchica che disarticola-  in un modo che non ha precedenti, se non nel...medioevo-, il concetto (centrale, negli ordinamenti costituzionali democratici) di interesse generale (non di "bene comune": vi prego, non arrendetevi alla terminologia ingannevole proveniente da questa stessa matrice culturale!).


Tale è l'accentramento di potere istituzionale in questi soggetti che, il loro potere di influenzamento, che è poi un potere supremo di indirizzo e di creazione normativa vincolanti,  viene ormai esercitato a doppio e intrecciato titolo: come eminenti uomini d'affari (spesso divenuti tali in un percorso di induzione reciproca tra i due piani, istituzionale e privato-professionale) e,  aggiuntivamente, proprio in conseguenza di ciò, come legittimati preferenziali alla titolarità delle cariche di governo sovranazionale (e per la verità, anche nazionale, laddove lo "stato di eccezione" riemerga periodicamente nella vita dei sinigoli Stati nazionali assoggettati al vincolo sovranazionale)."
4. Dov'è che la previsione di "inattaccabilità" di un "vero governo di sinistra" fatta da Krugman - ad una sostanziale forma di "corruzione da parte dello straniero" (art.246 cod.pen.) ovvero di "infedeltà in affari di Stato", (art.264 cod pen.)-  mostra la sua fallacia?
Non certo nel fallimento del tentativo di corruzione o di suscitare la "infedeltà" nei negoziatori greci, cosa che, allo stato di quanto sappiamo, è probabilisticamente corrispondente al vero.
Il vero punto debole sta in un altro meccanismo, la cui premessa fenomenologica riposa su questa caratteristica del controllo liberista, una volta instaurato:

"(nel regime liberista)...processo elettorale e opinione pubblica sono due cose distinte, o meglio, il controllo esercitato sulla seconda costituisce la pre-condizione di ammissibilità del primo.

Coloro che soprassiedono saldamente alla conformazione dell'opinione pubblica, però, devono inderogabilmente essere espressione di quella Tradizione, (per la verità molto recente...), che estrinseca e autentica ciò che può legittimamente costituire la Legge, ma avendo la sua origine nel mondo pre-istituzionale e superiore al processo elettorale. 
Questa predeterminazione a priori della Legge, da parte di una oligarchia insita nell'ordine naturale delle cose, fa in modo che la "legislazione" (cioè il prodotto istituzionale dei governi-parlamenti designati elettoralmente) sia sempre perfettamente conforme alla Legge a gli interessi della stessa oligarchia "naturale".
...Il sottinteso (cioè, tale da non dover essere manifestato espressamente ai soggetti che lo subiscono) presupposto elitario di esercizio del potere politico-istituzionale, come appare evidente, rende il processo elettorale (solo) un metodo di rafforzamento del potere di condizionamento dell'opinione pubblica. Cioè l'esito del processo elettorale deve essere costantemente una sua mera conseguenza.
Al punto che permette di elaborare un ulteriore camuffamento della vera titolarità del potere supremo di decisione politica: il concetto di mercato, impersonale e svincolato dall'individuazione di una qualsiasi categoria sociale di essere umani.
L'oligarchia-elite, detentrice del potere di fissare la Legge al di sopra di ogni istituzione sociale (elettiva o meno che sia), trasforma in una meta-necessità incontestabile (come le trasformazioni climatiche o gli eventi meteorologici o terremoti e cicloni), il "governo dei mercati". "
5. Questo è dunque il punto debole della posizione di Tsipras: una volta entrati nell'UE-UEM, anzi proprio a causa di questa decisione, l'asse della democrazia è per sempre sfalsato(p.7). Il processo elettorale sarà diretto sempre e solo a rafforzare il condizionamento dell'opinione pubblica che precostituisce la "effettività" del potere di controllo liberista.
In altri termini, Tsipras ha dovuto adeguare la sua offerta politica al controllo liberista (se pure ha compreso di trovarsi di fronte a questo fatto compiuto) e, pertanto, per vincere le elezioni ha dovuto evitare di evidenziare che la scelta di adesione all'UE-UEM aveva già irreversibilmente compromesso gli equilibri della democrazia costituzionale greca, rendendola una mera forma, "idraulicamente" strumentale a tale controllo (dell'ordine internazionale dei mercati).
Se la sua offerta politica fosse stata nel senso di rivelare questa verità presupposta, la predeterminazione dell'orientamento dell'opinione pubblica non gli avrebbe consentito di vincere le elezioni. Sappiamo infatti come, sicuramente al tempo delle elezioni e, a quanto pare, tutt'ora, i greci siano favorevoli in maggioranza a permanere nell'Unione e persino nella moneta unica.

6. Insomma, le elezioni si possono vincere solo assecondando la "precomprensione" (mediatica) di un'opinione pubblica precostituita dal controllo neo-liberista. Se non lo si facesse, si deve supporre, non si vincerebbero le elezioni. 
Se poi, vinte le elezioni, si decidesse di essere incorruttibili da parte dello "straniero"(art.246 cod.pen.) e di rimanere "fedeli" al mandato di negoziare nell'interesse nazionale (art.264 cod.pen.), ci si troverebbe costretti, dalla logica inevitabile degli eventi, a rinnegare quello stesso "vincolo esterno"- così decisivo nel disattivare la democrazia (e precostituire ogni possibile esito del processo elettorale in conformità al vincolo): ma allora, si andrebbe incontro a un calo di consenso vistoso, perdendosi l'appoggio della maggior parte dell'elettorato.
Per questo, quindi, neppure vale la pena di tentare di "comprare" i recalcitranti a prendere atto del controllo neo-liberista penetrato all'interno degli Stati democratici attraverso il "vincolo esterno". Non è, come ipotizza Krugman, questione di outsiders che non potrebbero mai trovarsi nella situazione di vantaggio promessa o ventilata in cambio del condurre la trattativa in favore dei creditori esteri.
E' invece solo questione di aspettare, per i negoziatori di parte avversa: essi possono contare sul fatto che non si può sostenere l'interesse nazionale (democratico) senza fare i conti con l'irreversibile democrazia idraulica ormai instaurata.

7. Forse, ma molto "forse", le cose sarebbero potute andare diversamente se Tsipras avesse vinto le elezioni dicendo con chiarezza, ai suoi elettori, che solo sottraendosi al vincolo esterno sarebbe stato possibile  ritornare alla famosa tutela delle classi deboli e a un minimo di democrazia sostanziale.
Ma in tal caso, avrebbe rischiato non solo di contraddire tutto quanto sostenuto prima di allora nella sua traiettoria politica (perdendo voti solo per questo), ma anche di trovarsi a dover fare un lunghissimo (e probabilmente "non convinto") lavoro di informazione e di riconversione della percezione della realtà politico-economica da parte dei greci. Trovandosi però contro, in modo compatto e senza distinzioni di colore politico, tutto il sistema mediatico "ufficiale", come tale, decisivo.
"Il risultato è uno e uno solo. 
All'interno del vincolo dei trattati, essendo esclusa la possibilità giuridica della piena democrazia nazionale, dovranno dunque accedere al governo solo partiti che si dichiarino compatibili con ordoliberismo e metodo della democrazia idraulica."
8. Va aggiunto che le alternative sono:
a) un lavoro di rivelazione della realtà economico-politica relativa al "vincolo esterno", portato avanti con inflessibile impegno nel senso di  bypassare il condizionamento mediatico e riportare il problema della democrazia al centro delle priorità dell'opinione pubblica (ipotesi "donchisciottesca");
b) un'offerta politica che rinneghi la moneta unica in sè considerata (cioè, perchè manifestamente disfunzionale), ma non intacchi fondamentalmente il controllo sociale neo-liberista, cioè che continui a voler predicare riduzione del welfare, lavoro-merce e politiche fiscali solo sul lato dell'offerta (ipotesi "national" tea-party, meta-euristica...);
c)  un combinato ambiguo delle prime due ipotesi, sapendo che si rimarrà a lungo all'opposizione; e che, probabilmente, i mutamenti istituzionali, nel frattempo divenuti inevitabile "urgenza" sostenuta dai neo-liberisti, potrebbero non consentire più un ruolo effettivo a qualunque opposizione (ipotesi della cosmesi all'interno della democrazia idraulica).
Questo, almeno, rebus sic stantibus...

domenica 10 maggio 2015

FLAGS OF OUR FATHER 7 - LA FINE DELLA..."FINE DELLA STORIA" (TTIP E TTP)- L'ANESTESIA COLLETTIVA

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Il "gran finale" della maxi-inchiesta di Riccardo Seremedi ci posta in uno scenario sinistramente "familiare": privatizzazioni, derivati contratti da città "senza risorse" (anche per via delle delocalizzazioni seguite a liberalizzazioni dei capitali e trattati di libero scambio), ulteriori spinte alla privatizzazione, ulteriori strette sulla copertura pensionistica dei "survivals", calcoli del PIL opportunamente "aggiustati", crollo dei consumi innescata da un mercato del lavoro che acutizza le diseguaglianze di reddito, manifatturiero in dissoluzione, ordinativi in diminuzione e caduta degli investimenti.

Un paradigma al tramonto guidato da entità proteiformi e onnipossenti (nell'assetto politico USA...), che di fronte all'appuntamento con i rivolgimenti della Storia, non si fa scrupolo di trascinare con sè centinaia di milioni di cittadini, anestetizzati mediaticamente (nella migliore delle ipotesi).
La familiarità che, nella nostra realtà, abbiamo acquisito con con questi epifenomeni del tramonto dell'Occidente, ci riporta al rabbioso tramonto dell'euro e ai suoi "derivati". 
Naturalmente, per accorgersi di essere in questa fase distopica della ex-civiltà delle grandi democrazie "illuministe", occorre voler superare la barriera di moralismo colpevolizzatore che i media addestrati dall'oligarchia finanziaria, in preda alla sua "rabbia" irresponsabile, riversano sulle masse occidentali.
E, purtroppo, non c'è da attendersi che il neo-incubo americano serva da "indicatore di allarme" sul nostro destino per questa opinione pubblica autoasservitasi ai propri oppressori.
E' molto più facile vivere nel senso di colpa il gigantesco aggiustamento a spese della collettività escogitato dalle elites al tramonto: si diffonde l'impressione sedativa che "emendarsi", espiare e liberarsi (transitoriamente) del peso di un'angoscia perennemente incombente, ci consenta di ritrovare una serenità "finale". 
Ma questo solo grazie all'imposizione mediatica della totale rimozione del fatto che ogni serenità (solo teoricamente ritrovabile) si basa sul contingente inseguire notizie ad effetto, parziali e fuorvianti, connotate invariabilmente del moralismo instillato dai manovratori. 
Quand'anche momentanea, infatti, questa "serenità" può reggersi solo su un concetto: "è meglio non sapere" (quante volte me lo sono sentito dire, negli ultimi anni!) e vivere la semplificazione (mediatica) del "delitto e castigo" che, catarticamente, ci fa illudere di poter continuare a vivere delle vite "come prima", vite delle quali, invece, abbiamo perso il controllo.
Perchè dietro ogni "crisi" e ogni colpa, non c'è una congiuntura astrale, una casualità magari determinata dalla nostra pigrizia e incautela: c'è un piano inclinato ben orientato, in modo che la "punizione", cioè la trasformazione imposta come "giusta espiazione", non abbia mai fine...
E dunque, la massa delle popolazioni europee è ormai rassegnata, nella sua stragrande maggioranza, a pagare il prezzo delle proprie colpe, kafkianamente costruite ad arte, rimuovendo la realtà dei fatti e accettando a livello inconscio la prospettiva di essere, in fondo, soltanto in attesa di un nuovo crollo. 
Di esso, rimanendo in questa oscurità mediatizzata, si incolperà il caso cinico e baro, o indeterminati "ambienti speculativi": come se questi oscuri ambienti fossero distinguibili dai poteri economici neo-istituzionalizzati che ogni giorno perpetuano le forze implacabilmente messe in gioco, nel gigantesco casinò del capitalismo finanziario internazionalizzato.


1. Un paradigma da rigettare  
 Quante volte abbiamo udito levarsi lamentazioni e lagnanze sulla presunta inattualità dello “Stato imprenditore”, ricettacolo di corruzione e malaffare ; non c'è settore della vita pubblica  (pensioni, sanità, utenze domestiche, security, ecc.) nel quale la furia iconoclasta delle avanguardie mediatiche delle corporations non si sia abbattuta, e tutto per avvalorare l'idea che una “delega in bianco” a multinazionali e rentiers sia per noi vantaggiosa a prescindere – in termini di efficienza e “moralità” - eliminando sprechi e corruzione che inibiscono potenzialità inespresse e, in ultima analisi, provocano l'aumento delle tariffe e del debito pubblico in generale. 
Risulta allora di difficile comprensione – sia detto in termini puramente retorici, va da sé -  il declino irreversibile del modello economico americano, dove la privatizzazione pressoché totale della società non ha – come abbiamo visto – “mantenuto le promesse” di efficienza, moralità e costi contenuti decantate dai suoi apologeti mentre, viceversa, ha portato alla creazione di oligopoli sempre più grandi e potenti, dove scandali, corruzione e aumento ingiustificato di costi e tariffe (in assenza di investimenti apprezzabili) hanno punteggiato le cronache di questi ultimi anni, dalle quali i cittadini emergono - more solito –  sempre “cornuti e mazziati”.  

 2. Se le città falliscono: il caso di Detroit
Pensiamo soltanto alla vicenda di Detroit – patria della General Motors - la cui bancarotta del luglio 2013 è la palese espressione della crisi e della decadenza del capitalismo americano, una  metropoli ridimensionata ed immiserita, dove un terzo degli edifici e della superficie metropolitana è abbandonata e in decadimento, catalogata come “food desert”, ovvero uno di quei luoghi dove la popolazione ha scarso accesso ad alimenti freschi; come sono lontani i bei tempi di William Crapo Durant e Pierre du Pont, quando la città del Michigan si avviava a diventare il simbolo dell'industria automobilistica e della potenza economica americane, segnata in seguito da anni di delocalizzazioni che hanno portato – poco a poco – allo smantellamento del tessuto industriale, arrivato all'acme con la firma del “NAFTA” (North American Free Trade Agreement): tra il 1972 e il 2007, Detroit ha perso l'80% della sua produzione e decine di migliaia di posti di lavoro.

“Counterpunch”  riporta gli sviluppi post-fallimento e le “nuove idee” dell'”Emergency Manager” Kevyn Orr, colui a cui spetta il compito di gestire la fase intermedia che si è aperta dopo l'adesione al “Chapter 9″, la parte della legge fallimentare statunitense che permette alle amministrazioni pubbliche di ristrutturare il loro debito quando si trovano in dissesto finanziario.
La grande pensata del “liquidatore metropolitano” è fare cassa svendendo le utilities cittadine – quelle che danno profitti certi a rischio zero – alla consueta torma di grassatori in giacca e cravatta: la vendita potenziale del “Detroit Water and Sewerage Department” (DWSD) è un altro sviluppo dell'idea che l'acqua, come per qualsiasi merce, esiste per produrre un profitto privato piuttosto che per essere una necessità pubblica.
Nonostante Detroit sia oggi una delle città più povere degli Stati Uniti, le tariffe del “carbone bianco” sono più che raddoppiate negli ultimi dieci anni – come riporta il “Left Labor Reporter” - e nel giugno dello scorso anno sono state ritoccate di un ulteriore +8,7%, giungendo a doppiare i costi rispetto al resto del paese, fino a 150-200 dollari a famiglia.  

 3. L'acqua  è un bene comune, non una merce  
L’escalation delle tariffe è iniziata nel 2013, quando l’amministrazione comunale ha dichiarato bancarotta ed ha aperto il vaso di Pandora dei processi di privatizzazione e svendita di tutto il patrimonio pubblico, arrivando -  tra marzo e giugno 2014 – a sospendere il servizio a circa 12.500 utenze che non riuscivano a pagare le bollette, una strategia di recupero crediti che il DWSD ha lanciato per presentare la società in una veste più attraente agli occhi degli investitori privati, rendendo però impossibile alla metà degli utenti la regolarità nei pagamenti; attualmente, circa 17.000 abitanti di Detroit non fruiscono più di acqua corrente (i residenti possono vedersi privati dell'erogazione anche per non più di 150 dollari di debito), una scelta disparitaria poiché ha risparmiato i grandi utenti aziendali, responsabili di circa la metà delle morosità, dove solo 40 trasgressori hanno - secondo il Dipartimento - conti scaduti che vanno da circa 35.000 a più di 430.000 dollari.   
                                                                                                                        
L'evidente insostenibilità della situazione ha spinto la popolazione - supportata dagli attivisti locali della “Detroit People's Water Bord” e dalle organizzazioni americane e canadesi “Food and Water Watch” e “Blue Planet Project”  - a richiedere l’intervento delle Nazioni Unite; la risposta della Special Rapporteur per il diritto all’acqua, Catarina de Albuquerque, non si è fatta attendere: in un comunicato, la Albuquerque ha dichiarato che “i distacchi dovuti a mancati pagamenti per mancanza di risorse economiche costituiscono una violazione del diritto umano all’acqua. Essi sono infatti ammissibili solo se può essere dimostrata la solvibilità dell’utente. In altre parole se l’impossibilità di pagare è oggettiva il distacco costituisce una violazione dei diritti umani.”
                                           
Il DWSD fornisce circa 600 milioni di galloni di acqua al giorno a Detroit e a 127 comunità suburbane in 7 contee, fatturando circa 1 miliardo di dollari all'anno con un favorevole rapporto costi-ricavi ; se il sistema idrico fosse privatizzato, il bilancio della città di Detroit riceverebbe un piccolo sollievo temporaneo ma rinuncerebbe ai futuri ricavi, perdendo altresì il controllo di un bene pubblico costruito con denaro pubblico, ed è appena il caso di ricordare che la cessione dei servizi idrici - a domanda anelastica, gestiti necessariamente in regime di monopolio naturale - alle multinazionali dell'acqua reca sempre in dote aumenti considerevoli nelle tariffe, come hanno recentemente sperimentato 5 città della Pennsylvania, dove le bollette sono arrivate a più che triplicarsi.
                                                                                                                                       

 4. Derivati alla deriva
Una delle concause nella caduta di Detroit è da ricondursi anche alla sottoscrizione di complicati strumenti finanziari come i derivati legati alle obbligazioni municipali, e vi è il fondato sospetto che il DWSD abbia pagato alle banche 537 milioni di dollari in penali per uscire dai suoi “interest-rate default swaps”;  invece di limitarsi a vendere obbligazioni “plain vanilla” - corrispondendo ai detentori un importo stabilito e pianificato nel tempo  - Detroit  (come molte altre amministrazioni) si è impelagata in questi contratti, ritenendoli una forma di assicurazione a copertura del rialzo dei tassi di interesse: la loro prevedibile discesa  – per effetto della politica monetaria della banca centrale, tipica in una recessione - ha invece lasciato l'amministrazione scoperta per grandi somme di denaro, e il “Financial Times”  riporta che ciò costerà a Detroit 2,7 miliardi di dollari per ripagare 1,4 miliardi di dollari di prestiti ricevuti, inclusi 502 milioni di dollari in pagamenti di interessi e 770 milioni di dollari come costo sui derivati: tra l'altro, i 537 milioni di dollari versati dal DWSD alle banche, per cessare i pagamenti extra a copertura degli swaps, sono più di quattro volte l'intera bolletta dell'acqua scaduta, sia residenziale che commerciale.                                                                                                           

 5. Anche Chicago è in difficoltà
Negli ultimi anni diverse città americane hanno dichiarato fallimento, molte in California – Stockton, San Bernardino, Vallejo, per citarne solo alcune  -  mentre altre sembrano sul punto di aggiungersi al club e, tra queste, Chicago sembra quella messa peggio; lo scorso febbraio, Moody's  ne ha declassato il rating a Baa2 - a due passi sopra il livello “spazzatura” - e ciò potrebbe innescare la cessazione immediata di quattro accordi di “interest-rate swaps”  (ancora loro) - un onere di circa 58 milioni di dollari - avvertendo che il giudizio potrebbe peggiorare ulteriormente, e portare a costi più elevati in futuro, se le banche decidessero di interrompere altre operazioni di copertura sui tassi di interesse contro le fluttuazioni degli stessi.                                                                      
Tali “pizzini” sono del tutto conformi alla consolidata prassi che vede i banchieri di Wall Street  “dettare la linea” sulle opzioni di spesa delle amministrazioni pubbliche; l'oggetto del contendere è qui rappresentato dai fondi pensione - troppo generosi, a loro dire – e pertanto si minaccia un declassamento “a cascata” - che esporrebbe Chicago a dei  pagamenti immediati e a sensibili variazioni nei tassi di interesse (e alla probabile insolvenza) – se il vulnus non verrà sanato: Chicago detiene contratti swap relativi a 2,67 miliardi dollari di debiti, e l'articolo di “Reuters” illustra diversi scenari in proposito, tutti estremamente sfavorevoli, che dimostrano come le grandi banche d'affari e le agenzie di rating (che sono, in effetti, entità sovrapponibili) tengano in pugno la metropoli dell'Illinois: la stessa Standard & Poor's  ha paventato un possibile downgrade multiplo se quest'anno la città non presenterà un piano sostenibile per far fronte ai propri crescenti contributi pensionistici.   

 6. La fabbrica del consenso reloaded: numeri in allegria
Quanto fin qui esposto dovrebbe rendere abbastanza evidente che l'economia americana non è affatto - e non può essere - quella “locomotiva mondiale”  di cui si favoleggia nella “catena di montaggio” della “fabbrica del consenso”, e gli stessi dati (e successive revisioni) del PIL,  che dovrebbero suffragare tale asserzione, scontano una certa qual dose di aleatorietà   derivante da numeri aggiustati e adattati, aggregati e disaggregati alla bisogna, da farli ritenere poco attendibili; una pratica che ricorda la stessa maestria e disinvoltura di un sarto nell'atto di confezionare un abito per un cliente fisicamente poco proporzionato.
Aveva fatto gridare al miracolo la revisione del “Bureau of Economic Analysis”, secondo il quale la crescita del 3° trimestre 2014 era arrivata a toccare addirittura il 5% , ma “Zero Hedge”  ha scoperto cose assai interessanti sul “taglia e cuci” dei sarti della “maison Obama”: analizzando – a fine giugno - la revisione definitiva del 1° trimestre 2014 (Q1), Tyler Durden si è accorto che il BEA aveva rimosso i pagamenti di ObamaCare dai risultati già deludenti di quel trimestre, un fattore sospetto che lo aveva portato a scommettere sulla loro riutilizzazione in uno dei trimestri successivi.
Questo è esattamente quello che è successo nel Q3, dove i 2/3 della "spinta" del consumo personale provengono dallo stesso ObamaCare che inizialmente avrebbe dovuto incrementare proprio il PIL del Q1, fino a quando i pessimi numeri di quest'ultimo hanno “suggerito” al BEA di estrarre i circa 40 miliardi di dollari in PCE (Personal Consumption Expenditures) da quel trimestre oramai compromesso e riutilizzarli in un altro, nella fattispecie il 3°: del resto, sarebbe bastato dare un'occhiata alla rilevazione dello stesso periodo dell'anno precedente (2,7%) per rendersi conto che la situazione economica generale non poteva giustificare un simile miglioramento nell'arco di 12 mesi.
E infatti il successivo Q4 del 2014  – secondo l'ultima (?) revisione di qualche giorno fa – è ritornato ad attestarsi intorno al 2,2%, ben sotto il trimestre precedente e le aspettative degli stessi analisti; e non va meglio con le previsioni del 1° trimestre del 2015: la FED di Atlanta ha rivisto le proiezioni già diverse volte, passando dal quasi 2,5% di febbraio fino allo 0,2% di fine marzo.                                                                                                

 7. Vendite al dettaglio in affanno   
I dati che arrivano dall'economia reale lasciano poco spazio per voli pindarici; le vendite al dettaglio collassano, e focalizzando la nostra attenzione solo nel recente passato abbiamo il flop del “Thanksgiving Day” e del “BlackFriday” -  il weekend lungo del Giorno del  Ringraziamento, dedicato tradizionalmente allo shopping - con un calo dell'11% (negozi e web) , e la serie negativa (dicembre: - 09% ; gennaio: - 0,8% ; febbraio: - 0,6%) più lunga dal crash Lehman.
E che dire del simbolo per antonomasia del consumismo americano, lo “shopping mall”?
In tutta l'America, grandi centri commerciali un tempo rutilanti ed affollati sono ora in fase declinante e in disfacimento; famose catene di negozi ad alto richiamo come Sears e JCPenney stanno chiudendo i loro punti vendita e i proprietari dei centri commerciali stanno avendo difficoltà nel trovare dei rivenditori abbastanza grandi per sostituirli; con una nuova ondata di chiusure all'orizzonte, circa il 15% dei centri commerciali statunitensi fallirà o sarà trasformato in spazio non-retail entro i prossimi 10 anni. 
Dal 2010, più di due dozzine di grandi spazi commerciali sono stati chiusi mentre altri 60 sono in bilico, e con la disuguaglianza di reddito che continua ad allargarsi solo gli shopping malls di fascia alta riescono a mantenere un accettabile livello di vendite, a differenza di quelli frequentati dalla middle class e dal proletariato.
                                                                                                                                     
8. Nuvole nere all'orizzonte
L'indice PMI (Purchasing Managers Index) della “Kansas City Fed” - che monitora la salute economica del settore manifatturiero riferito a: nuovi ordini, livelli di magazzino, produzione, consegne dei fornitori e ambiente di lavoro - è precipitato di un - 4 a marzo (contro le aspettative di + 1), un livello toccato nel febbraio 2013; l'indice ha ormai perso  6 punti degli ultimi 8 mesi e il rapporto è un disastro su tutta la linea: i nuovi ordini sono crollati a - 20 (2° registrazione più bassa dal crash Lehman), portafoglio ordini inevasi imploso, la settimana lavorativa media è crollata a -17 (valore più basso post Lehman), e le aspettative future del capex (investimenti in conto capitale per l'acquisto di beni durevoli, come ad esempio i macchinari) sono scese al minimo da cinque anni
Uno degli intervistati ha osservato:  "non vediamo l'economia forte come viene dipinta nei rapporti dei media nazionali".
 
E come se non bastasse, c'è il crollo del settore dello scisto – le cui conseguenze stanno appena emergendo - a far vacillare anche “Lady Liberty”; il 13 gennaio, la FED di Dallas prevedeva che nel solo Texas 140.000 posti di lavoro potrebbero essere eliminati e la “Schlumberger”  - prima società di servizi petroliferi del mondo - taglierà 9.000 posti di lavoro, dopo che l’utile netto del quarto trimestre 2014 è sprofondato dell’81% a causa di svalutazioni da 1,6 miliardi di dollari delle attività produttive in Texas.
Come scrive William Engdahl “[...] il boom del petrolio di scisto negli Stati Uniti era una bolla di Wall Street, come già abbiamo notato, alimentato dalla Federal Reserve con tassi di interesse a zero e banche di Wall Street alla disperata ricerca di prestiti dopo il crollo della bolla immobiliare nel 2008. Hanno fatto grassi profitti sottoscrivendo 'junk bonds' per le compagnie petrolifere dello scisto, molte delle quali di piccole e medie dimensioni che ora scompariranno (…) fino a quando i tassi d’interesse negli Stati Uniti erano bassi, negli ultimi sei anni, e il prezzo del petrolio era oltre i 100 dollari al barile, le compagnie petrolifere potevano accollarsi il rischio e le banche prestare con liberalità. Ora avviene una brusca frenata mentre i proventi del petrolio crollano del 40-50%, negli ultimi sette mesi. Fintanto che i prezzi erano alti, le compagnie petrolifere dello scisto potevano avere prestiti come se non ci fosse un domani [...]”.
                                                                                                                                               

 9. Una volta  Francis Fukuyama mi disse che...
L'élite finanziaria americana e i suoi “political puppets” sono sicuramente coscienti della  insostenibilità economica e sociale interna, e di quanto l'accelerazione del declino del dollaro - ad opera, soprattutto, di Russia e Cina – come valuta di riserva e strumento internazionale di pagamento, ponga loro dei problemi quasi insolubili ; gli Stati Uniti, venendo meno il loro diritto di signoraggio, sarebbero ora obbligati a compiere drastici aggiustamenti strutturali, poiché non potrebbero più permettersi di aprire un passivo della bilancia commerciale in condizioni di totale impunità.                                                         
Invece di prendere atto dell'inevitabilità del crepuscolo, rassegnandosi alla fine della “fine della storia”  e adoperandosi per una gestione multipolare e più equilibrata della politica mondiale – convocando, ad esempio, una sorta di Bretton Wood  II per definire un nuovo assetto monetario mondiale – Washington, come al solito, pensa di risolvere i suoi problemi scaricandoli sui presunti “preziosi alleati”.
E' da vedersi in quest'ottica la fretta con cui Wall Street e Corporate America vogliono arrivare alla firma di trattati come TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e TTP  (Trans-Pacific Partnership), due cavalli di Troia attraverso i quali le corporations d'oltreoceano mirano a rafforzare, in maniera definitiva, il controllo economico su due macroaree strategiche a ridosso di Russia e Cina nel tentativo di impedirne lo sviluppo e che, nel caso del TTIP  arriverebbero nel Vecchio Continente  “[...] per riversarsi sui pochi settori industriali ancora in vita e sul vecchio e, specialmente, nuovo settore dei servizi; quest'ultimo verrà creato privatizzando pensioni e sanità, da devolvere a soggetti finanziari stranieri cui si aprirebbe un ghiotto mercato in Europa […]”, dove le eventuali controversie tra stati e multinazionali verrebbero definite “[…] mediante diritto internazionale autoapplicativo, enforced da arbitri privati pagati dalle multinazionali [...]”, come scrive il giurista Luciano Barra Caracciolo.
  

 10. “Gli Stati Uniti hanno bisogno di una guerra”
Diversi commentatori e politologi, come ad esempio Paul Craig Roberts, ritengono che   Washington stia cercando uno scontro armato – magari anche una “guerra per procura”, con gli europei nel ruolo degli “utili idioti” - per risolvere tutti i propri problemi economici, avendo bene in mente che i semi della destabilizzazione in Medio Oriente e soprattutto i venti di guerra che spirano ai confini della Russia, dove USA e NATO stanno ammassando truppe e armamenti pesanti,  sono due facce della stessa medaglia; Sergei Glaziev, economista e consigliere di Putin, ha sviluppato un'analisi molto lucida degli odierni accadimenti, come capita ormai raramente di ascoltare, specie in Italia : 
“[…] Ora gli Stati Uniti vogliono ancora mantenere la loro leadership a spese dell'Europa. 
Questo processo è minacciato da una Cina in rapida espansione. Il mondo oggi sta slittando su un altro ciclo, questa volta politico. Questi cicli hanno una durata di secoli e sono associati con le istituzioni globali che regolano l'economia. Oggi stiamo passando dal ciclo americano dell'accumulo del capitale a un ciclo asiatico. 
Questa è un'altra crisi che sta sfidando l'egemonia americana. Gli americani, per mantenere la loro posizione di egemonia di fronte alla competizione con la Cina e con altre nazioni asiatiche emergenti, stanno iniziando una guerra in Europa. Vogliono indebolire l'Europa, spezzare la Russia e soggiogare l'intero continente europeo. E così, invece della zona di sviluppo da Lisbona a Vladivostok offerta dal presidente Putin, gli Stati Uniti vogliono iniziare una guerra caotica su questo territorio, coinvolgere l'Europa in questa guerra, svalutare il capitale europeo, cancellare il proprio debito pubblico, sotto il cui fardello gli Stati Uniti stanno già cominciando a crollare, annullare i debiti che hanno con la Russia e con l'Europa, soggiogare i nostri spazi economici e stabilire il controllo sulle risorse del gigantesco territorio eurasiatico. Credono che questa sia la loro unica maniera per mantenere l'egemonia nel mondo e superare la Cina [...]”.

11.Requiem                                                                                                                                            
In conclusione, tanto per ricordare chi comanda negli Stati Uniti, è sintomatico il modo con il quale le banche di Wall Street continuano a giocare al “Casino Royale” senza alcun ritegno, ben sapendo che – in caso di necessità -  i contribuenti saranno nuovamente forzati a salvare loro i glutei; lo scorso dicembre, durante le discussioni e le votazioni al Congresso sul nuovo piano di spesa del governo, è accaduto che Citigroup (e JPMorgan Chase) sia riuscita a far inserire furtivamente la sua legislazione di deregolamentazione sui derivati nel “Cromnibus”, il piano di spesa da 1.1 trilioni di dollari che vincolerà il budget governativo fino al prossimo settembre  (si chiama Cromnibus perché è la “Continuing Resolution” (CR) del piano di spesa omnibus).
Citigroup, con la partecipazione volontaria del Congresso e di Obama, ha impostato il paese verso il prossimo crollo finanziario in cui appare destinata a giocare un altro ruolo da protagonista, visto che la legislazione appena approvata dal Congresso permette a Citigroup e ad altre banche di Wall Street di mantenere i loro assets più rischiosi - interest rate swap e altri derivati - nell'unità bancaria che è supportata dall'assicurazione federale sui depositi FDIC (Federal Deposit Insurance Corp.), che è - a sua volta – supportata dai contribuenti americani, assicurandosi così un altro piano di salvataggio se il bubbone dei derivati dovesse scoppiare ancora una volta.
Secondo i dati di Bloomberg, negli ultimi cinque anni - quando si supponeva che la riforma finanziaria Dodd-Frank avrebbe reso più sicure queste mega banche - Citigroup ha aumentato il valore nozionale dei derivati nei propri libri contabili del 69%: lo scorso giugno, secondo Bloomberg, Citigroup aveva 62 trilioni di dollari in contratti aperti, contro i 37 trilioni di dollari del giugno 2009.

La “Sabbia del Tempo” nella clessidra è ormai agli sgoccioli...

“Prima o poi verrà un crollo, e sarà forse terribile”.   (Roger Babson, settembre 1929)