sabato 20 febbraio 2016

LA SOCIETA' APERTA? NEGARE IL CONFLITTO SOCIALE PER DISTOGLIERE L'ATTENZIONE DALLA GERARCHIA

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Pubblichiamo questo post di Bazaar come introduzione a una serie di approfondimenti sul paradigma liberista e sulla sua etica del relativismo
L'illusione che ogni individuo possa da sé dettare le regole per meglio governare il proprio particulare è sempre propagata al fine di preservare il governo effettivo dei pochi sui molti. 
Si dà luogo, in questo modo, a un processo continuo e inarrestabile (per necessità di autoconservazione del potere sociale) per cui ogni fenomeno sociale, e persino psicologico, deve essere fatto oggetto di ribaltamento o dissimulazione.
E ogni disvelamento di tale meccanismo diventa "complottismo": e ognuno di tali complottismi, in questa pretesa visione di tolleranza (ossimorica), si connetterebbe (nell'intera storia dell'umanità!) a forme psicotiche che minacciano l'ordine sociale "naturale" (che come tale non ammette conflitti, se non come deviazioni patologiche).
Alla base di questa para-logica, infatti, c'è un Dio, molto poco trascendente e del tutto storicizzabile, che tuttavia deve farsi "assoluto", senza che tale processo sia manifesto o percepibile: il mercato. Un Dio che ci deve apparire soffuso di apparente apertura e tolleranza, per farsene legittimamente derivare ogni altro ribaltamento e dissimulazione.
Per i brani in inglese trovate la traduzione in nota. 
La lettura delle note è, in ogni caso, fortemente consigliata.




Introduzione: lo studio della storia come processo di revisione.

«Non mi intendo di inconscio e di profondo, ma so che pochi se ne intendono, […] non so, e mi interessa poco sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che  vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio, e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetico o un sinistro segnale di complicità; soprattutto, è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della verità.»,  Primo Levi, “La zona grigia

«Hitler confessò di sperare che un giorno, in Germania, fosse considerato un disonore fare il giurista, queste sue parole erano perfettamente coerenti con il sogno di un Paese ridotto a un perfetto sistema burocratico.» Hannah Arendt, “Alcune questioni di filosofia morale”, p.13, ET Saggi, 2003

 Si cercherà di fornire qualche spunto di riflessione che metta in collegamento il liberalismo, il suo rifiuto sostanziale[1] nella Costituzione repubblicana, e il suo ritorno imposto dall'esterno.

Non è ovvio constatare che tramite l'analisi economica del diritto e l'indagine scientifica che sottende, possa essere interessante revisionare tanto la storia del pensiero economico e filosofico, quanto la Storia tout court.

Il problema è evidente: tra la Storia e la memoria storica c'è di mezzo la propaganda (narrazione in politichese corretto).

Ciò che è da propagare (da “narrare”) dipende da come viene risolto il conflitto sociale: la classe dominante della nazioni dominanti controlla tanto i mezzi di comunicazione, quanto  l'istruzione fino ai livelli superiori.

Possiamo così semplicemente dedurre che lo studio storiografico necessita di una continua revisione, non tanto di fatti – ovvero la ricostruzione documentata di eventi, la cronaca –  quanto della loro analisi ed interpretazione; sulla ricostruzione è necessario poggiarsi sul lavoro degli storici in senso stretto, dei geografi, degli archeologi, ecc., mentre per la loro analisi sono necessarie competenze specialistiche di altre scienze sociali come quelle dei sociologi, degli etnologi, dei demografi o – con un rilievo particolare per la storia moderna –  degli economisti.
Gli economisti, però, forniscono metodi analitici diversi in funzione del paradigma ideologico e scientifico abbracciato. Così come i sociologi e gli scienziati sociali in genere.

Uno storico liberale tendenzialmente arriverà a conclusioni differenti dello storico marxista: lo studio della storia dovrebbe essere per definizione un processo di revisionismo: è sufficiente accettare o meno la legge di Say per aver un quadro opposto e contraddittorio nelle analisi delle dinamiche storiche.

Non pare quindi necessario sostenere come gli allievi di Derrida che «i fatti non hanno realtà, conta solo il testo che li racconta»: c'è un doppio aspetto, uno positivo (che invalida l'interpretazione letterale dell'asserzione derridiana, lapidariamente relativista e “orwelliana”), ed uno di carattere analitico che è, ad esempio, funzione del paradigma scientifico di riferimento (che a sua volta dipende dall'ideologia – dall'etica e dal particulare – dello scienziato sociale).


1 – “L'inestimabile contributo di Popper” (cit. Dugin) e il cospirazionismo.

«Il nostro secolo manca di veri filosofi, liberati dagli indottrinamenti e dai giochi di appartenenza a una scuola, attenti alla vita che ci circonda, felici di affrontare i veri problemi, mettendo a repentaglio se stessi» F. Braudel, “Storia, misura del mondo

«Sono un nemico della società aperta.», Bazaar

 Questa brevissima riflessione sul “revisionismo” porta con sé un corollario: qualsiasi argomentazione contro la narrazione mainstream non può che essere  “cospirazionista”. Ovvero, se un fattoide, un frame o un meme diventa virale, è obbligo indagare se questo favorisce interessi particolari, vantaggi materiali ad un determinato gruppo sociale o, quantomeno, se tali schemi "culturali" siano diffusi con il cosciente sfruttamento dell'inclinazione opportunistica, il particulare.

La fallacia logica o meno delle argomentazioni, il loro carattere scientifico, è ovviamente dirimente. 
In proposito si fa notare che Karl Popper –  nell'affermare l'ovvio ricordando la necessaria “falsificabilità” di qualsiasi argomentazione sui fatti sociali – mette in relazione il totalitarismo[2] con la “teoria cospirazionista della società”, entrando a gamba tesa nella dialettica tra propaganda e controinformazione: pare sfuggirli che la “caccia alle streghe” - dagli untori, ai pogrom - sia stata generalizzata e assurta addirittura a pilastro della politologia con la massima divide et impera[3]. Però, quasi in spregio delle scienze sociali, con la scusa di criticare lo “storicismo”, si premura di attaccare i pilastri del pensiero statuale (Platone-Aristotele, Hegel e Marx), in cui i conflitti sociali sono gestiti politicamente e in cui, in ultimo, si individua nelle classe sociale dominante il... dominus: ovvero l'oppressore da combattere politicamente: cioè si nega de facto l'evidenza per cui in una società gerarchizzata i Pochi, i masters – nonostante i conflitti interni – tendono ad organizzarsi all'oscuro della consapevolezza dei Molti, gli workmen
Eppure il noto epistemologo non disdegnava la cravatta di “Adam Smith”[4]. Come possiamo definire le argomentazioni sociologiche di Popper? Un fondamentale contributo al totalitarismo rovesciato[5]?


2 – L'eclettismo di von Hayek: mentre con Milton Friedman lavorava alla “struttura”, con Popper provvedeva alla “sovrastruttura”.

«Essere nemici della società aperta non significa essere amici della “società chiusa”: grazie Karl per averci dato un'identità!»,  esegesi delle riflessioni di A. Dugin su Popper


Analizziamo come Karl Popper sia stato il volto “buono” del liberalismo estremo e revanscista della Mont Pelerin Society, fornendo una cosmesi democratica ai liberali classici durante la frustrante  convivenza con la repressione finanziaria, la democrazia sociale e l'incredibile successo delle teorie keynesiane durante Les Trente Glorieuses.

Estratti da: “The Open Society and its Enemies” (1945)

« This theory is widely held; it is older even than historicism (which, as shown by its primitive theistic form, is a derivative of the conspiracy theory). In its modern forms it is, like modern historicism, and a certain modern attitude towards ‘natural laws’, a typical result of the secularization of a religious superstition. The belief in the Homeric gods whose conspiracies explain the history of the Trojan War is gone. The gods are abandoned. But their place is filled by powerful men or groups – sinister pressure groups whose wickedness is responsible for all the evils we suffer from – such as the Learned Elders of Zion, or the monopolists, or the capitalists, or the imperialists.[6]»

Secondo Popper la sociologia conflittualista – che ha tutti i requisiti epistemologici della scienza sociale, tanto che Karl Marx ne è considerato il padre insieme a Max Weber – sarebbe da paragonare all'ideologia propagandata dai nazisti fondata sul “complotto giudaico” che emergerebbe dai famigerati “Protocolli dei Savi di Sion”: l'oligopolio capitalistico, ovvero il “complotto” sui prezzi per eccellenza, sarebbe sociologicamente da classificare come disturbo paranoide. Così come l'imperialismo.   
Ovvero la centralità del conflitto distributivo da risolvere tramite l'azione politica garantita da uno Stato capace di intervenire a regolare l'attività economica, sarebbe da ritenere una teoria paranoica dell'economia: Keynes agente segreto dell'Ochrana[7]? Pericoloso nemico delle società aperte e propugnatore di idee funzionali al totalitarismo?

D'altronde:

«The dogma that economic power is at the root of all evil must be discarded[8]

Secondo Popper, che la miseria imposta alle classi meno abbienti sia alle radici delle sofferenze sociali va scartato, altrimenti pare non si sia popperianamente democratici.

«But I wish to add here that economic intervention, even the piecemeal  methods advocated here, will tend to increase the power of the state. Interventionism is therefore extremely dangerous. This is not a decisive argument against it; state power must always remain a dangerous though necessary evil.»[9]

L'interventismo è estremamente pericoloso, mentre liberismo e liberoscambismo che avevano appena generato due guerre mondiali, pare proprio di no
Ma si sa, il free trade non ha nulla  a che fare con la bilancia dei pagamenti e i conflitti bellici: porta pace ventoteniana. O no?

Su certe “perle” da cui sono estratti questi passi, non è necessario soffermarsi oltre, dopo aver ricordato la pessima opinione da ambo i lati ideologici stando con Leo Strauss e Walter Kaufmann  in riferimento alla “preparazione” di Popper in relazione alle critiche a Platone ed Hegel[10], o su altre pregevoli considerazioni sull'evoluzione del capitalismo, o, da rabbrividire – considerando che si ha a che fare con uno dei maggiori epistemologi moderni – sulle sue critiche alla “meccanica quantistica”. (In relazione a quest'ultima gaffe si potrebbe trovare agevolmente un certo filo conduttore tra positivismo e determinismo... e relativismo[11]).

Si nota che usa spregiudicatamente, come fa notare  Kaufmann, i medesimi metodi della propaganda totalitaria: «The calamity in our case is twofold. First, Popper’s treatment contains more misconceptions about Hegel than any other single essay. Secondly, if one agrees with Popper that “intellectual honesty is fundamental for everything we cherish” (p. 253), one should protest against his methods; for although his hatred of totalitarianism is the inspiration and central motif of his book, his methods are unfortunately similar to those of totalitarian “scholars” and they are spreading in the free world, too»[12].

Mentre per i fenomeni naturali può essere stata effettivamente l'ignoranza che ha fatto impersonificare le catastrofi con degli dèi più o meno antropomorfi – e il positivismo popperiano acquisterebbe pure un senso – con i fenomeni sociali l'identificazione di queste “calamità” con alcuni gruppi sociali in posizione di minoranza, è stato storicamente usato per motivi politici: l'ignoranza in cui venivano tenute le classi subalterne era strumentale a quelle forme di ingegneria sociale ante litteram chiamata “caccia alle streghe” o, meglio, ricerca del “capro espiatorio sociale” proprio a creare quelle tensioni “sub-sezionali” che distogliessero l'attenzione dal gruppo sociale dominante. Ovvero quello che impone decisioni politiche che, dai tempi di Platone, veniva stigmatizzato  per  perseguire i propri interessi materiali senza curarsi della comunità sociale di riferimento. Ovvero quello degli oligarchi.

È quindi un caso che proprio ciò che sarebbe nato “ontologicamente” anticapitalista come il nazionalsocialismo, trovasse come obiettivo fondamentale l'effettiva distruzione del gruppo sociale ebraico? Ovvero del gruppo sociale che, per eccellenza, è stato usato come “maschera” del capitalismo finanziario?

No, e analizzeremo in seguito il motivo; basti ora ricordare la nota citazione di Bebel: «L'antisemitismo è il socialismo degli imbecilli»[13].  1893.

Nel caso, come già ricordato, possiamo trovare le radici del “cospirazionismo” volto al divide et impera proprio a fondamento della Costituzione USA con Madison che, chiarendo l'essenza del federalist n°10 a Jefferson in una missiva, spiega: «Divide et impera, the reprobated axiom of tyranny, is under certain qualifications (quando il tiranno “sono io”?, ndr), the only policy, by which a republic can be administered on just principles (i principi “tecno-naturali” del capitale e del darwinismo sociale?, ndr)»[14]. Che ironia,  sembra che ci siano dei “cospiratori” che trovano utili il risultato pratico delle “teorie del complotto”: d'altronde federalisti e liberali pare avessero la paranoia della cospirazione democratica.

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[1]      “Sostanziale” nel senso di “strutturale”, in quanto fondato sul liberismo economico: la “forma” istituzionale è stata in gran parte mantenuta nei suoi tratti distintivi.
[2]      Il “complotto giudaico” è stato un fattoide fondamentale per infiammare l'antisemitismo, strumento riduzionistico a scopo identitarista posto a fondamento dell'ideologia improntata  alla “teoria delle razze” propagandata dai nazifascisti.
[3]      Il potere costituito di carattere oligarchico trova funzionale incanalare – manipolando debolezze emotive e culturali - il dissenso delle classi subalterne verso individui e gruppi sociali da “sacrificare” affinché venga distolta l'attenzione dalle responsabilità della classe sociale dominante sul disagio sociale: “i capri espiatori” diventano un innocente parafulmine su cui scaricare le tensioni sociali.
[4]      I liberisti sfrenati come Milton Friedman, successore di Hayek alla Mont Pelerin Society, usavano portare una cravatta con raffigurato Adam Smith che, ne “La ricchezza delle nazioni” (1776)  evidenziava, analizzando il conflitto distributivo, che i padroni (masters) si riescono ad organizzare meglio dei lavoratori (workmen): [11] «Quali siano comunemente i salari dei lavoratori, dipende ovunque dal contratto che abitualmente viene perfezionato tra le due parti, i cui interessi non sono affatto i medesimi. I lavoratori desiderano guadagnare il più possibile, i padroni pagare il meno possibile. I primi sono disposti ad unirsi al fine di aumentare, questi ultimi al fine di diminuire i salari dei lavoratori.»
        [12] «Non è, tuttavia, difficile prevedere quale delle due parti ottiene, generalmente in tutte le occasioni, il sopravvento nella controversia, e costringe l'altra in conformità dei suoi desiderata. I padroni, essendo meno numerosi, possono unirsi molto più facilmente [Adam Smith complottista?, ndt]; e la legge, inoltre, autorizza, o almeno non vieta loro, di associarsi, mentre lo vieta ai lavoratori. Non abbiamo leggi del Parlamento contro le associazioni per abbassare il prezzo del lavoro; ma molte contro le associazioni per elevarlo. In tutte queste controversie i padroni possono resistere molto più a lungo. Un proprietario terriero, un agricoltore, un imprenditore, un commerciante, se non impiegano un solo lavoratore, potrebbero generalmente vivere un anno o due grazie alle scorte che hanno già acquisito. Molti operai non potrebbero sopravvivere una settimana, pochi potrebbero sopravvivere un mese, e quasi nessuno un anno senza lavoro. Nel lungo periodo l'operaio può essere necessario al suo padrone come il suo padrone lo è a lui; ma la necessità non è così immediata.»
La selezione del passo, va segnalato, trae ispirazione da quanto a suo tempo segnalato da Alberto Bagnai su Goofynomics.
[5]      Il concetto viene chiarito in seguito.
[6]      «Questa teoria è largamente condivisa; è più vecchia anche dello storicismo (del quale, come mostrato dalla sua primitiva forma teistica, è un derivato dalla teoria del complotto). Nelle sue forme moderne è, come lo storicismo moderno, e un certo atteggiamento moderno nei confronti delle “leggi naturali”, un tipico risultato della secolarizzazione religiosa. La credenza negli dèi omerici  i cui complotti spiegano la storia della Guerra di Troia è finita. Gli dei vengono abbandonati. Ma il loro posto è riempito da uomini potenti e gruppi – gruppi di pressione sinistri [un po' come quelli  che finanziavano proprio la Mont Pelerin Society del buon Popper?, ndt] -la cui malvagità è responsabile di tutti i mali che soffriamo – come i “Savi di Sion”,  i monopolisti,  i capitalisti o gli imperialisti».
[7]      Con buona certezza il documento relativo al contenuto delle riunioni segrete dei “Savi di Sion” pare sia un falso fabbricato a fini persecutori dalla polizia segreta zarista, l'Ochrana.
[8]      «Il dogma che il potere economico sia alla radice di tutti i mali deve essere rifiutato»: in realtà nella sociologia conflittualista le “condizioni sociali” dipendono dalla struttura economica e dal risultato del conflitto distributivo. L'uso del termine “dogma” e della locuzione “radice di tutti i mali” permettono di far associare al lettore –  rispettivamente – gli attributi di “fanatismo” e “infantilismo” ad una scienza sociale. Evidente il tentativo di associare l'ideologia e l'autoritarismo sovietico al totalitarismo nazifascista screditando contemporaneamente la prospettiva del conflitto in favore del funzionalismo liberale. Che al socialismo reale non fosse corrisposta egual socializzazione del potere non significa che negli ordini liberali questo sia avvenuto: anzi, i presupposti costituenti sono proprio opposti. Il regime liberale vede tendenzialmente identificato il potere reale con quello economico a differenza dello Stato sociale che – tramite lo Stato interventista – promuove l'equità distributiva e progressivamente socializza il potere.
[9]      «[NdT: Non sono un economista...] Ma desidero aggiungere che l'intervento economico [dello Stato in economia, ndt], anche nei metodi parziali sostenuti qui, tenderà ad aumentare il potere dello Stato. L'interventismo è quindi estremamente pericoloso. Questo non è un argomento decisivo a sfavore; il potere dello Stato deve rimanere un pericolo – ma necessario – male».
[10]     «[...] Il saggio anti-hegeliano in questione è La società aperta e i suoi nemici (1945). Qui Hegel – in buona compagnia di Platone e Marx – viene accusato di una serie di nefandezze politiche e di recenti catastrofi di cui sarebbe una specie di mandante morale. Sostanzialmente: di essere un proto-fascista, o un proto-comunista. Cosa che per l'epistemologo austriaco naturalizzato britannico non sembra fare una gran differenza. Per l’occhiuto e poliziottesco Popper, Hegel è, né più né meno, che “l’anello mancante tra Platone e le moderne forme di totalitarismo”.
        La casa editrice Modern Library ha saputo premiare, come solo le istituzioni americane sanno fare, questo bel saggione in difesa dell’uomo-bianco-civile-tollerante-buono-e-democraticoliberale, inserendolo nella hit parade dei 100 migliori libri di non fiction del secolo (dove al primo posto svetta The education of Henry Adams, libro autobiografico sugli psicodrammi di un superlaureato di Harvard, che rimpiange di aver sprecato gli anni a studiare materie umanistiche, quando sarebbe stato meglio darsi alle scienze hard).» Tommaso Tuppini, “Hegel”,
[11]     Gran parte dei modelli che interpretano la meccanica quantistica non sono “deterministici” come la fisica classica o anche quella relativistica: nella prima metà del '900 , con la quantistica anche nelle scienze dure viene introdotta un'incertezza “irrisolvibile” a causa del “fattore umano”. L'uso spregiudicato del positivismo nelle scienze sociali – data la loro “doppio natura” come proposto precedentemente, dovendo incorporare anche l'arbitrio etico-politico, ovvero il “fattore umano” – tende a nascondere la potenziale “indeterminatezza” del conflitto distributivo: questa non disinteressata forzatura spinge di converso al “relativismo etico” (se non esiste un “libero arbitrio” nella sfera dell'agire umano in conseguenza della causazione deterministica di principi fisici, tutta la struttura etica si sfalda nel nichilismo e si impone il relativismo morale: l'etica smette di avere influenza politica e l'individuo, come soggetto decisionale e dotato di volontà, si deresponsabilizza). Della stessa fallacia ideologica è affetta la critica di Popper, nel momento in cui tenta di arginare “positivisticamente” il carattere assolutistico del totalitarismo con argomenti “liberali”, e propone de facto il relativismo... assoluto.
[12]     [12]«La catastrofe nel nostro caso è duplice. In primo luogo, il trattato di Popper contiene più idee sbagliate su Hegel rispetto a qualsiasi altro singolo saggio. In secondo luogo, se si è d'accordo con Popper che “l'onestà intellettuale è fondamentale per tutto ciò che abbiamo a cuore”, si dovrebbe protestare contro i suoi metodi (p.253); infatti, anche se il suo odio verso il totalitarismo è ispirazione e motivo centrale del suo libro, i suoi metodi sono, purtroppo, simili a quelli degli “studiosi” dei regimi totalitari – e si stanno diffondendo anche nel mondo libero», Walter Kaufmann, 1959, “The Hegel Myths and Its Method”.
[13]     Un po' come ai giorni nostri “l'islamofobia è il sovranismo dei diversamente furbi”.
[14]     «Divide et impera, il riprovevole brocardo della tirannia, è sotto determinate circostanze, l'unica politica tramite la quale una repubblica può essere amministrata solo su principi» Un “dividi e regna” a cui sono funzionali enormi spazi, giganteschi mercati del lavoro, differenti esigenze economiche legate a geografia e territorio, localismi e, su tutti, l'immigrazione. Potersela prendere con afroamericani ed ispanici per la criminalità è assolutamente più immediato che comprendere come certe condizioni sociali trovino responsabilità politica nell'élite economica. Il razzismo è l'altra faccia del liberalismo.  

giovedì 18 febbraio 2016

BREXIT-DELIRIUM. IL FANTASMA MOLTO VIVO DELLA COOPERAZIONE ECONOMICA EXTRA-UE (L'Islanda e la Svizzera guerrafondaie?)


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Nobel per la pace all’Europa, l’ironia di Twitter: i tweet più cattivi [FOTO]

1. La storia della Brexit deve dare molto fastidio. 
Abbiamo visto come i principali infastiditi siano gli USA che, nel manifestare la propria contrarietà, devono ammettere che il Regno Unito dentro l'UE serve a guidarla meglio (cioè "ancora" meglio), verso i propri interessi.

Non risulta perciò sorprendente che si animi, nel sistema mediatico europeista "a prescindere" (dai fatti e dai dati), un singolare quadro di deterrenza propagandistica anti-Brexit
Nella consueta scissione tra stime espertologiche, alquanto "pop", e  argomenti, molto più aderenti ai fatti dell'economia reale e della finanza pubblica, che animano l'effettivo dibattito nel Regno Unito, su "Affari &; Finanza" de La Repubblica, si ipotizza che l'uscita dall'UE dovrebbe "costare circa 11 miliardi in tariffe doganali e l'equivalente di una perdita di circa 176 sterline l'anno per ogni cittadino e di 426 sterline per ogni famiglia".
Gli europeisti, che esistono anche in UK e che, secondo l'articolo, alla fine trovano i loro principali esponenti nei "mercati finanziari" e nella Bank of England - e già questo dovrebbe significare "qualcosa"- ammoniscono che "l'uscita dall'Unione precipiterebbe questo paese in una condizione da Corea del Nord comunista, distruggendo il suo import-export".

2. Non solo, ma trattandosi di preoccupazioni provenienti da ambienti molto finanziari (che più finanziari non si può), il monito sulla "distruzione dell'import-export" si estende curiosamente a un aspetto che, forse anche per un lettore di Repubblica, dovrebbe risultare alquanto "singolare", in quanto contraddittorio. 
Sentite un po': "Un'analisi della banca di investimenti Goldman Sachs (che è tra i finanziatori della campagna per il sì alla Ue, dunque non un commentatore neutrale) avverte che il Brexit (Britain exit, cioè Britannia esce - sottinteso dall' Europa) provocherebbe un ritorno della sterlina a livelli non più visti dal lontano 1985".
E dunque, mettendo insieme gli argomenti dell'articolo, siccome una banca d'affari USA come G&S dice che la sterlina si svaluterebbe, ne conseguirebbe una distruzione dell'import-export: ma come, tutti e due insieme e a seguito di una svalutazione?
Ma non ci stanno ora dicendo che il QE di Draghi, svalutando l'euro rispetto al dollaro, sarebbe alla base della "lenta e moderata" ripresa dell'eurozona in quanto favorisce le esportazioni (extra-UEM)? 
Perchè dunque svalutare la sterlina dovrebbe distruggere l'export britannico?

3. Si implica: perché quest'ultimo sarebbe assoggettato a forti dazi come rappresaglia, cioè come decisione politica, adottata, si deve supporre, compattamente dagli ex partners UE.
Peccato che, su un primo piano giuridico ed economico, questa minaccia sia altamente irragionevole: attualmente, infatti, come abbiamo visto (p.7), i britannici  "sanno di essere il mercato di esportazione leader per l'Unione europea (cioè sono forti importatori dai partners UE)".  
Evidentemente non lo sanno, o non lo dicono, i giornalisti italiani.
L'importante è che lo sappia l'Istat del Regno Unito. La realtà infatti ci offre questo dato, laddove per ben oltre il 50%, il saldo passivo delle partite correnti britanniche è realizzato nei confronti dei paesi UE:

http://cdn.static-economist.com/sites/default/files/imagecache/original-size/images/print-edition/20150110_BRC644.png


graph_UK_current_account
E il peggioramento del saldo, in coincidenza con la svalutazione dell'euro e la rivalutazione corrispondente della sterlina, lo si può vedere nel 2015, proprio rispetto al mercato dei "beni" (escludendo i servizi e i redditi da investimenti che sarebbero il settore più "forte" di saldo attivo UK):

 http://chart.finance.yahoo.com/z?s=EURGBP=X&t=5y&l=on&z=m&q=l

https://content.markitcdn.com/corporate/Company/Files/NewsCommentaryContentImage?cmsId=70e4d5c4c7c443899d1907030511ead7&version=1

4. Insomma, il Regno Unito non si troverebbe svantaggiato da una svalutazione della sterlina, considerata l'incidenza di questo fattore rispetto ai suoi principali partners UE, che sono essenzialmente degli esportatori in saldo attivo verso i britannici, secondo le ben note linee del mercantilismo nord-UE(M), e considerato quanto sia un grosso e reale problema, per UK, l'accumulo di deficit delle partite correnti:

http://www.economicshelp.org/wp-content/uploads/blog-uploads/2012/11/oecd-changes-current-account-2008-12.png
E con ciò cade la connessione dell'argomento "G&S", relativamente alla distruzione dell'import e, più che altro, dell'export; argomento irreale (o, come spesso accade nel pensiero €uropeo, surreale, o dadaista) basato sulla svalutazione della sterlina.  
Una svalutazione che certo non fa piacere ai rentiers finanziari globali, perchè una moneta forte non è abbastanza deflazionista: mentre una moneta più debole tende a essere, più o meno, re-flazionista, nella misura in cui le importazioni costano certamente di più, ma, per ciò stesso, vengono ad essere inibite dall'effetto di svalutazione monetaria, esattamente come questo favorisce le esportazioni del paese medesimo.

5. Ma l'altro aspetto da considerare è questa storia dei forti dazi che verrebbero imposti a merci e servizi UK
Sorge spontanea la domanda: perchè i paesi esportatori in attivo verso il Regno Unito dovrebbero autolimitarsi ulteriormente questo mercato di sbocco, in aggiunta all'effetto della svalutazione, solo per "punire" le sue esportazioni? 
Questo non ha nè senso economico, nè giuridico, in corrispondenza del quadro del diritto internazionale, nonché delle relazioni politico-commerciali intraeuropee, esterne all'UE, e neppure del quadro del diritto "europeo".

In questo quadro, anzitutto, il referendum non implica, a norma dei trattati, l'effetto automatico della Brexit.  
Il suo esito sarebbe solo il presupposto "interno" per avviare la procedura di recesso di un paese membro prevista dall'art.50 del TUE.
Ma come abbiamo visto in lungo e in largo ne "La Costituzione nella palude", questa procedura, "serenamente" praticabile da uno Stato non aderente all'eurozona (perché non soggetto al ricatto della BCE sul modello "Grecia"...e, allo stato, anche "Italia"), pone capo a un trattato ulteriore e diverso che, a norma del paragrafo 2 dell'art.50, non regola solo le modalità concrete del recesso ma anche le "future relazioni con l'Unione".

6. E come mai potrebbero essere regolate queste relazioni? Ricorrendo, come implica l'articolo di Repubblica al trattamento di massima chiusura doganale e tariffaria, stile "Corea del Nord"?
A prescindere dalla comune adesione dell'UE e del Regno Unito alla regolazione liberalizzatrice dei commerci del WTO, e per rimanere al quadro attuale dei trattati, l'accordo in questione tra UE e UK, dovrebbe rimanere quantomeno ancorato alla lunga tradizione della "cooperazione economica, finanziaria e tecnica con i paesi terzi", quale prevista dall'art.212 del TFUE
"...l'Unione conduce azioni di cooperazione economica, finanziaria e tecnica, comprese azioni di assistenza specialmente in campo finanziario, con i paesi terzi diversi dai paesi in via di sviluppo" (art. 212, par.1). 
Ed infatti "Nell'ambito delle rispettive competenze,  l'Unione e gli Stati membri collaborano con i paesi terzi e con le competenti organizzazioni internazionali. Le modalità della cooperazione dell'Unione possono formare oggetto di accordi tra questa e i terzi interessati" (par.3).
Nel caso specifico, non semplicemente "possono", ma "devono" essere oggetto di accordo, in virtù della vista previsione esplicita di accordo regolatore del recesso e delle "future relazioni" nell'ambito della procedura ex art.50 TUE.

7. D'altra parte, non si vede perché, per tutti i motivi di convenienza economica sopra visti, i paesi "esportatori" UE debbano adottare verso il Regno Unito un atteggiamento più duro di quanto, nel quadro normativo dei trattati, abbiano finora riservata a paesi come, ad esempio, Norvegia e Svizzera.
Forse che tali paesi, - che a differenza di UK, sono tra l'altro tendenzialmente (in disparte la crisi dei prezzi petroliferi , per la Norvegia, e le rivalutazioni monetarie "obbligate" per la Svizzera) esportatori netti verso l'UE-, hanno visto il loro import-export (che non sono mai lo stesso fenomeno) "distrutto" ed il loro ruolo equiparato a quello della Corea del Nord?

8. Tutt'altro: in passato c'era stata - e in parte ancora opera-, l'Associazione europea di liberoscambio, (AELS, in Italia viene utilizzato l'acronimo EFTA dall'inglese European Free Trade Association): 
"...fondata il 3 maggio 1960 come alternativa per gli stati europei che non volevano, o non potevano ancora, entrare nella Comunità Economica Europea, ora Unione europea; la sua sede è a Ginevra, ma l'associazione ha uffici a Bruxelles e nel Lussemburgo.
La Convenzione di Stoccolma fu firmata il 4 gennaio 1960 da sette stati: Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera e Regno Unito. L'anno successivo, la Finlandia si associò all'AELS, diventandone un membro a tutti gli effetti nel 1986. Nel 1970 entrò a farne parte l'Islanda e nel 1991 fu il turno del Liechtenstein
Già nel 1972 Danimarca e Regno Unito decisero però di lasciare l'Associazione, preferendole la CEE; lo stesso fecero il Portogallo nel 1985 e l'Austria, la Finlandia e la Svezia nel 1995 (nel frattempo la CEE aveva preso il nome di UE - Unione europea). 
Quindi l'AELS è attualmente costituita da quattro stati: Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera; ovviamente nessuno di questi fa parte dell'UE. La Convenzione di Stoccolma fu successivamente sostituita dalla Convenzione di Vaduz."

9. Successivamente, ai sensi dell'attuale art.217 del TFUE, questo accordo è stato esteso, nel senso della maggior integrazione economica e commerciale, con un ulteriore trattato per creare lo "Spazio Economico Europeo".

"Note sintetiche sull'Unione europea - 20161
LO SPAZIO ECONOMICO EUROPEO (SEE), LA SVIZZERA E IL NORD.
Lo Spazio economico europeo (SEE) è stato istituito nel 1994 allo scopo di estendere le disposizioni applicate dall'Unione europea al proprio mercato interno anche ai paesi dell'Associazione europea di libero scambio (EFTA). La legislazione dell'UE relativa al mercato interno diventa parte della legislazione dei paesi SEE una volta che questi ultimi accettano di recepirla. 
L'attuazione e la concreta applicazione sono quindi assoggettate al controllo di appositi organismi EFTA e di un Comitato parlamentare misto.
L'UE è inoltre legata a due dei suoi partner SEE (la Norvegia e l'Islanda) da varie «politiche settentrionali» e forum incentrati sulle aree più settentrionali dell'Europa, in rapida evoluzione, e sulla regione artica nel suo insieme. La Svizzera, pur non facendo parte del SEE, resta un membro dell'EFTA. 
Gli oltre 120 trattati bilaterali settoriali che legano il paese all'UE includono per lo più le stesse disposizioni adottate dagli altri paesi SEE nei settori della libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali. Le relazioni bilaterali sono state, tuttavia, messe a dura prova a seguito dell'iniziativa anti-immigrazione lanciata nel febbraio 2014 e il cui esito ha messo in discussione i principidella libera circolazione e del mercato unico su cui si fondano tali relazioni.
BASE GIURIDICA
Per il SEE: articolo 217 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea (accordi diassociazione)
Per la Svizzera: accordo in materia di assicurazione del 1989, accordi bilaterali I del 1999, accordi bilaterali II del 2004
IL SEE
A.Obiettivi
La finalità dello Spazio economico europeo (SEE) è estendere il mercato interno dell'UE ai paesi dell'Associazione europea di libero scambio (EFTA) che non intendono aderire all'UE o che non l'hanno ancora fatto.
B.Contesto
Nel 1992 gli allora sette membri dell'EFTA negoziarono un accordo che consentiva loro dipartecipare all'ambizioso progetto del mercato interno della Comunità europea, avviato nel 1985 e completato alla fine del 1992. 
L'accordo relativo allo Spazio economico europeo (SEE) fu sottoscritto il 2 maggio 1992 ed entrò in vigore il 1° gennaio 1994. 
Il numero dei membri EFTA/SEE era però destinato a diminuire nel giro di breve tempo: la Svizzera scelse di non ratificare l'accordo a seguito dell'esito negativo di un referendum in materia, mentre l'Austria, la Finlandia e la Svezia aderirono all'Unione europea nel 1995. Rimanevano così nel SEE solo l'Islanda, la Norvegia e il Liechtenstein (e tali sembrano senz'altro destinati a rimanere, mentre la Svizzera, ancora membro dell'EFTA, come vedremo, ha una storia di trattati sua "peculiare", ndr.).
I dieci nuovi Stati membri che hanno aderito all'UE il 1° maggio 2004 sono diventati automaticamente anche membri del SEE, così come la Bulgaria e la Romania quando hanno aderito all'Unione nel 2007 e la Croazia nel 2013.
Nel giugno 2009, anche l'Islanda si è candidata ad aderire all'UE come via d'uscita dalla crisi finanziaria globale del 2008. Il Consiglio ha accettato la candidatura dell'Islanda il 17 giugno 2010 e i negoziati sono iniziati nel giugno 2011. 
Tuttavia, a seguito delle elezioni parlamentari dell'aprile 2013, la nuova coalizione di centro-destra, formata dal Partito dell'indipendenza e dal Partito progressista, ha interrotto i negoziati subito dopo il suo insediamento, rilasciando una dichiarazione nel maggio 2013 e ritirando ufficialmente la domanda di adesione nel marzo 2015. Il governo ha sostenuto che la richiesta di adesione fosse stata solo una mossa da parte del precedente governo socialista, senza un ampio sostegno da parte della popolazione, e che gli interessi islandesi fossero meglio salvaguardati restando aldi fuori dell'UE. Sebbene in quel momento il ritiro abbia scatenato grandi proteste — avendo evitato l'iter parlamentare e il referendum — il dibattito interno sulla questione sembra essersi affievolito e così sembra essere destinato a rimanere, se non per sempre, almeno fino alla fine dell'attuale mandato di governo.
C.Ambito di applicazione del SEE
Il SEE trascende i tradizionali accordi di libero scambio (ALS) in quanto estende l'insieme dei diritti e degli obblighi legati al mercato interno dell'UE ai paesi EFTA (ad eccezione della Svizzera). Il SEE include le quattro libertà del mercato interno (libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali) e le relative politiche (concorrenza, trasporti, energia nonché cooperazione economica e monetaria). 
L'accordo include politiche orizzontali strettamente correlate alle quattro libertà: le politiche sociali (inclusi la sanità e la sicurezza sul lavoro, il diritto del lavoro e la parità di trattamento tra uomini e donne), le politiche in materia di protezione dei consumatori, ambiente, statistica e diritto societario, nonché una serie di politiche di accompagnamento come quelle relative alla ricerca e allo sviluppo tecnologico, non sono basate sull'acquis dell'UE o su atti giuridicamente vincolanti, ma sono attuate mediante attività di cooperazione.
 
D.I limiti del SEE
L'accordo SEE non detta disposizioni vincolanti in tutti i settori del mercato interno o in riferimento ad altre politiche previste dai trattati dell'UE. Più specificamente, le sue disposizioni vincolanti non riguardano:
la politica agricola comune e la politica comune della pesca (sebbene l'accordo contenga disposizioni in materia di scambi commerciali di prodotti agricoli e ittici);
l'unione doganale;
la politica commerciale comune;
la politica estera e di sicurezza comune;
il settore della giustizia e degli affari interni (anche se tutti i paesi EFTA fanno parte dellospazio Schengen); oppure
l'unione economica e monetaria (UEM)."

10. La Svizzera, poi, invece di essere relegata allo status di "Corea del Nord", "stranamente", ha svolto una vasta attività negoziale di integrazione commerciale e tariffaria con l'UE, inclusa l'adesione, da paese non UE, al trattato di Schengen (tra l'altro). Questo è un quadro riassuntivo i cui dettagli possono essere agevolmente verificati sulla fonte ufficiale del governo della Confederazione:
"I principali accordi bilaterali Svizzera-UE
I primi Accordi
1972 Libero scambio dei prodotti industriali
Abolizione degli ostacoli sui prodotti industriali (dazi doganali, contingenti);
1989 Assicurazioni
Stessi diritti di stabilirsi per le compagnie di assicurazione (eccetto il settore dell’assicurazione vita);
1990 (integralmente riveduto nel 2009) Facilitazione e sicurezza doganali 
Regole sui controlli e sulle procedure doganali (regola delle 24 ore);
 Interesse: Accesso reciproco al mercato

Libero scambio
Contenuto:
• L’accordo crea una zona di libero scambio tra la Svizzera e l’UE per prodotti esclusivamente industriali.
Vieta dazi doganali e misure di effetto equivalente per i prodotti industriali con origine nel territorio di entrambe le parti contraenti nonché qualsiasi restrizione quantitativa all’importazione o all'esportazione (contingenti).
Portata dell’Accordo:
Importante per l'economia svizzera poiché nel 2014 il 55 per cento delle esportazioni svizzere (circa 114 miliardi di franchi) erano dirette verso l'area UE e, viceversa, 73 per cento delle importazioni svizzere (circa 131 miliardi di franchi) provenivano dall'UE.
Entrata in vigore: 1973."

11. Naturalmente, tutti questi principi economici e giuridici, e questi rilevantissimi precedenti negoziali che li concretizzano, valgono sia per la Gran Bretagna che, nelle medesime condizioni, per la stessa Italia
L'esempio svizzero smentisce, in base a un pronostico di ragionevolezza e di rispetto dei principi di diritto internazionale comuni alle Nazioni civili, che l'import e l'export siano "vendicativamente" regolati in termini punitivi e non cooperativi al di fuori dell'appartenenza all'UE (e in occasione dell'accordo di recesso previsto dall'art.50 del trattato in caso di Brexit).

E notare che questo alto grado di integrazione economica, obiettivamente cooperativo, non ha implicato alcuna questione relativa alla "cessione di sovranità" dei paesi cooperanti. E anche soddisfatti, a quanto ci attestano i fatti storici, di queste reciproche relazioni.

Avete mai sentito di nazionalismi aggressivi di Svizzera, Norvegia o...Islanda? Insomma, Westfalia e guerra coincidono solo nelle predicazioni tese a conservare un federalismo imperniato sull'asimmetrica dominanza tedesca.

Rimane il fatto che, la storia dei rapporti negoziali e commerciali tra paesi europei, anche successivamente alla venuta ad esistenza dell'UE, indica come la cooperazione economica, doganale, tariffaria e finanziaria sia un fenomeno del tutto naturale, come lo è sempre stato anche in passato e senza passare necessariamente per l'imposizione di un federalismo.
Stati democratici e sovrani, vicini tra loro e forti di una tradizione di scambio economico e culturale che risale a molti secoli prima dell'UE, instaurano, appunto "naturalmente", rapporti di cooperazione economica: molto più elastici, stabili e convenienti di quanto si stiano rivelando quelli fondati sui trattati europei.
Cioè, proprio al di fuori dell'eurozona e dell'UE, si è naturalmente instaurato un tipo di relazioni veramente cooperative, e non mercantilistiche a favore dei paesi più forti, che impongono il contenuto dei trattati in chiave di integrazione "politica" e di "vincolo esterno": proprio perchè queste relazioni si svolgono nell'ambito di trattati a CONVENIENZA RECIPROCA ED EGALITARIA, come prescrive l'art.11 della Costituzione. 

martedì 16 febbraio 2016

ESISTE UN PUNTO DI ROTTURA DELLA CONVENIENZA USA ALLA RISTRUTTURAZIONE SOCIALE IN U€?


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Nota introduttiva: mi scuso se, ad alcuni, questo post potrà apparire "lungo". Ma la sua lunghezza è dovuta all'intreccio di eventi di eccezionale rilevanza, che vedono l'Italia al centro della perturbazione gravissima che sta colpendo l'economia e la situazione geo-politica mondiale.
In altri termini, per quanto al sistema mediatico ed "espertologico" italiano non piaccia dover ammettere che il nostro problema non è "fare le riforme" - e liberalizzare e privatizzare e tagliare la spesa pubblica-, tutte queste belle cose non servirebbero, ora, altro che ad accelerare e a peggiorare la congiuntura italiana, con la novità che, venendo questo nodo al pettine, l'Italia può essere l'epicentro di un terremoto finanziario mondiale: epocale.
Ed è veramente irresponsabile insistere a guardare il dito invece della luna, in una situazione del genere.

1. Star dietro alle recenti dichiarazioni di Draghi con l'ansia di scovarvi qualcosa di nuovo è cosa veramente vana. I "mercati" ne hanno disperato bisogno, ma il "principio di realtà" non ne viene minimamente scosso.
In fondo, le uniche dichiarazioni essenziali sono quelle relative al mancato sostegno, di qualunque tipo, alla sospensione, invocata dall'Italia, delle regole del c.d. bail-in  e quelle di negatoria di una trattativa sottotraccia per l'acquisto da parte della BCE di titoli strutturati rappresentativi delle sofferenze bancarie italiane.
Per il resto Draghi ribadisce che l'austerità fiscale è l'unica via, poichè implica di necessità che il rilancio degli investimenti pubblici si faccia tagliando la spesa pubblica, e quello degli investimenti privati mediante gli sgravi fiscali che, anch'essi, si finanziano tagliando la spesa pubblica (in pareggio di bilancio, ovviamente: per lui). 
Questo è quanto implicitamente affermato da Draghi, sul presupposto che il cammino verso il pareggio di bilancio ("il rispetto del patto"), ad ogni costo rispetto alla crescita e alla tenuta del mercato del lavoro, sia elemento irrinunciabile delle politiche economico-fiscali €uropee, sulle quali Draghi ragiona come postulato di fondo, naturalmente senza far cenno al fatto che il fiscal compact, finora, lo applica soltanto l'Italia. Che viene pure fatta oggetto di reprimende perchè non lo fa abbastanza.

2. L'unica nota positiva pro-Italia è quella della perplessità sulla perdita del carattere risk-free dei titoli sovrani; Draghi si trincera, dietro la consueta tesi che ciò debba dipendere da una decisione simultanea di tutte le principali autorità monetaria mondiali, e quindi rinvia alla "applicabilità" di una regolazione Basilea-4 (cioè all'imposizione alle banche di un ulteriore cuscino di capitale posto a riserva, includendo il rischio dei titoli sovrani da esse detenuti, prospettiva sulla quale le banche protestano dal...2011).
Alla fine dei conti, la parziale rassicurazione di Draghi risulta una mera interpretazione di regole ancora da definire e che, però, sono più che mai, in sede €uropea, soggette all'arrembante arbitrio dei rapporti di forza imposti dai tedeschi.

3. Invece, siccome la realtà è che, in un modo o nell'altro, l'Unione bancaria ha come finalità quella di concentrare il sistema bancario europeo in funzione del rischio che si impone ai risparmiatori, e i tedeschi su questo obiettivo, grazie anche all'alleanza "servente" con i francesi, sono lanciati ad asfaltare il sistema creditizio italiano, diviene incauto e imprevidente pensare che, all'interno delle dinamiche dell'eurozona e dato il funzionamento "col pilota automatico" delle sue istituzioni, si possa fare qualcosa per evitare questo risultato disastroso.
Alberto ci segnala, con colorito ma giustificato sdegno, ciò che penserebbe un governante razionale, se fosse nei panni italiani, secondo la valutazione di un prestigioso economista tedesco, appartenente ai 5 saggi che consigliano la Merkel (quelli che hanno inventato l'ERF per capirci):



4. Vi riporto la traduzione del passaggio fondamentale di quanto "avverte" Bofinger:
"Un nuovo piano tedesco per imporre "haircuts" ai detentori di debito sovrano dell'eurozona rischia di innescare una inarrestabile crisi di tali bonds e potrebbe costringere l'Italia e la Spagna a ripristinare le proprie monete...
"Si tratta del modo più veloce di por fine all'eurozona" ha detto il prof.Peter Bofinger, uno dei "cinque saggi" del German Council of Economic Advisers.
"Un attacco speculativo arriverebbe molto rapidamente. Se fossi un politico italiano e dovessi fronteggiare un tale rischio di insolvenza, vorrei tornare alla mia valuta nazionale il più presto possibile, perchè questo sarebbe l'unico modo di evitare la bancarotta" ha dichiarato al Telegraph (articolo a firma dell'ottimo Evans Pritchard)."

Ci conforta (a livello puramente teorico e morale, dato l'atteggiamento ufficiale delle autorità italiane), che Bofinger dica esattamente quanto avevamo prospettato, negli stessi termini, nei post delle ultime settimane:
"Certo, se gli italiani, invece di aggirarsi sulle spoglie del latte versato in Etruria, non fossero distratti dal treno che sta arrivando sullo stesso binario a velocità accelerata (dalle stesse pensate dei nostri "responsabili"), forse si sveglierebbero dal torpore €uropeista (e autorazzista). In un disperato istinto di sopravvivenza, probabilmente farebbero capire ai propri governanti (ove mai debbano eleggerli), e finché sono in tempo, di non essere d'accordo.
Ma non c'è modo che si sveglino, con questa grancassa mediatica, a disposizione dei creditori e rentiers esteri...
E dunque non c'è modo che la nostra classe politica si ponga lontanamente il problema di quanto sia urgente, dal 1° gennaio 2016, più che mai, uscire dall'eurofollia: ormai non più depressiva, ma giunta sulle soglie di un'incalcolabile e irreversibile distruzione della società italiana."
5. Ma la soluzione finale, mirata essenzialmente all'Italia, escogitata dai tedeschi, ha il difetto, che forse può spiegare l'atteggiamento perplesso di Draghi sopra segnalato, di inserirsi in una situazione mondiale esplosiva, che renderebbe alquanto indelicato far precipitare un corso degli eventi, sui mercati finanziari, in cui, a rigor di logica (ma non di rapporti di forza costituzionalmente illegittimi che governano l'UEM), i tedeschi sono "gli ultimi che possono parlare".
Vi riporto al riguardo alcuni passaggi della interessante informativa settimanale EIR-Strategic Alert, che mostra il punto di vista di una frangia che, per quanto "dissidente" e  anti-Wall Street, è pur sempre di fonte USA e non priva di capacità riassuntiva dello scenario attuale:



Per le banche e i mercati azionari in Europa, Stati Uniti e Giappone, la seconda settimana di febbraio si è dimostrata la peggiore del 2016. Il collasso è in via di accelerazione, nonostante i tentativi disperati delle banche centrali di metterlo sotto controllo. Le promesse rassicuranti, il Quantitative Easing, gli interessi zero, nessuno di questi strumenti ha funzionato, e la pila di debito senza valore continua a crescere e crescere (vedi sotto).

Anche se questo non sorprende i lettori della nostra newsletter, in quanto lo avevamo previsto, ha dato la sveglia ad alcuni cosiddetti esperti, che avevano continuato a dormire mentre veniva alimentata la bolla speculativa. Particolarmente netti i moniti provenienti da Londra la settimana scorsa:

* Il Financial Times, "autorevole" portavoce della City di Londra, ha scelto un titolo significativo per l'articolo dell'8 febbraio a firma Dave Shellock, "I timori sulla crescita fermano gli indici azionari europei e di Wall Street". L'autore parla "delle nuvole scure sulla crescita globale che si diffondono in tutti i mercati globali."

* Allister Heath, vicedirettore del Daily Telegraph, ha scritto sull'edizione dell'11 febbraio: "Il mondo non può permettersi un altro crac finanziario. Esso potrebbe distruggere il capitalismo così come lo conosciamo." Heath aggiunge che "nessuna nazione sviluppata potrebbe tollerare oggi un'altra crisi bancaria ed un'altra vera e propria recessione con sanguinose conseguenze". Un nuovo salvataggio, teme, potrebbe scatenare una "reazione a catena incontrollata e da cataclisma" nella popolazione, conducendo ad una "Guerra contro la City".

* Il redattore economico del Guardian, Larry Elliott, esamina la caduta libera dei titoli bancari nelle ultime settimane, notando che la fiducia nella capacità delle banche centrali di affrontare la crisi sta svanendo. A questo proposito cita Steen Jakobsen, economista capo di Saxo Bank, che dichiara: "Questa settimana resterà nella storia finanziaria come la settimana in cui morì la pianificazione delle banche centrali - la versione del 2016 del crollo del muro di Berlino."
 

Nel frattempo, l'8 febbraio, nell'ennesimo tentativo trasparente di placare i mercati, i capi delle banche centrali francese e tedesca - François Villeroy de Galhau della Banca di Francia e Jens Weidmann della Bundesbank - hanno pubblicato un appello congiunto per la creazione di un Ministero delle Finanze dell'Eurozona, quale "soluzione più diretta per ripristinare la fiducia nell'area dell'Euro". La loro proposta per una "ampia condivisione della sovranità e dei poteri a livello europeo" in realtà consoliderebbe soltanto la dittatura delle banche in Europa, e la politica monetarista che ha provocato la crisi attuale.

La disperazione dei mercati e di coloro che prendono le decisioni è giustificata, come abbiamo scritto più volte. All'interno dell'"economia da bisca" attuale non c'è alcuna soluzione alla crisi; bisogna chiudere la bisca. In modo simile all'approccio preso con successo dal Presidente americano Franklin Delano Roosevelt durante la crisi del 1933, Stati Uniti ed Europa devono introdurre un sistema bancario a due binari (con la legge Glass-Steagall), cancellare il debito tossico, creare commissioni che indaghino sui crimini dei banchieri, come fece la Commissione Pecora allora, e dar vita ad un sistema creditizio nazionale per finanziare gli investimenti nell'economia reale.





Ieri erano le banche italiane, oggi la Deutsche Bank e il Credit Suisse, domani Société Générale e poi le banche americane: il quadro d'insieme dei titoli bancari in caduta fino al 30-40% dall'inizio dell'anno esclude ogni spiegazione isolata e punta alla natura sistemica della crisi, simile a quella del 2007-2008 ma di dimensioni superiori.

Come abbiamo indicato con largo anticipo oltre un anno fa, l'elemento scatenante della crisi è stato lo scoppio della bolla delle commodity e del petrolio, che svolge lo stesso ruolo che svolse la crisi dei subprime nel primo crac globale. 
La maggior parte delle banche colpite dalle vendite è fortemente esposta al settore dell'energia e delle commodity. La direttiva sul bail-in ha aggravato la fuga degli investitori.

Si prenda Deutsche Bank, il cui titolo è crollato del 40% dall'inizio dell'anno. L'11 febbraio, un'azione DeBa valeva 14 euro, portando il capitale a circa 20 miliardi. Questo fa un indice di leva finanziaria inferiore al 2% su un bilancio di 1,7 mila miliardi. In cima a tutto c'è una montagna di derivati, per un valore nozionale che supera i 54 mila miliardi!

Il Credit Suisse, i cui titoli sono crollati del 43% da gennaio, ha ora un capitale di 21,7 miliardi a fronte di un bilancio di 836 miliardi, che fa una leva finanziaria di poco superiore al 2,5%. Ma anche per il Credit Suisse l'aspetto più preoccupante sono i 45 mila miliardi di scommesse derivate. Questo significa che se vanno male scommesse per la metà di un millesimo di quel valore nozionale, l'intero capitale della megabanca svizzera viene spazzato via.

Sia DeBa che CS hanno una vasta esposizione nel settore dei titoli energetici ad alto rischio. Lo stesso vale per Société Générale, la banca francese che ha perso il 14% in un solo giorno la scorsa settimana, e il 36% da gennaio. Mentre DeBa non fornisce dati precisi, è noto che l'esposizione di SocGen è di circa 24 miliardi e quella di CS di circa 8,3 miliardi.

Sull'altra sponda dell'Atlantico, la Markit calcola che il 26% di tutti i titoli ad "alto rendimento" in mano alle banche USA è ora classificato come debito "distressed" e cioè a più alto rischio finanziario, con una rendita di dieci punti superiore a quella dei titoli del Tesoro USA. Su un totale di circa duemila miliardi di dollari, si tratta di circa 500 miliardi, che si aggiunge all'11% di sofferenze (circa 225 miliardi di dollari). La quota "distressed" era al 7% solo un anno fa.

Una fonte giapponese con grande esperienza nel campo ha osservato che con regole normali, tutto il debito ad alto rendimento sarebbe classificato a "rischio" o ad "alto rischio", costringendo le banche ad accantonare riserve fino a circa il 50% o addirittura il 75% del totale dei titoli detenuti.

Le grandi banche di Wall Street hanno dai 15 ai 20 miliardi di dollari di titoli ad alto rendimento, ad eccezione di Citibank, che ne ha per circa 50 miliardi. Ma gli accantonamenti ammontano a qualche centinaia di milioni, che coprirebbero tra il 5 e il 7% quando già l'11% è in sofferenza

6. La stessa fonte si sofferma sul cruciale versante italiano di questa congiuntura, descritto con una certa oggettiva vena cronacistica che, tuttavia, evidenzia un percorso in necessaria accelerazione (nonostante il nostro sistema mediatico stia cercando di "sopire e troncare"):


Lo scontro tra l'Italia e l'UE sulle banche si fa incandescente e potrebbe giungere al punto di far crollare l'intero castello di carta, come ha osservato Seremy Warner sul Telegraph del 13 febbraio. La situazione in cui l'UE non permette all'Italia di usare soldi pubblici per salvare le banche, ma non offre altri mezzi, significa che si vuole usare l'Italia come cavia per collaudare le regole del bail-in.

Ciò è inaccettabile, e le istituzioni e lo stesso Parlamento hanno tracciato una linea rossa. La sola minaccia del bail-in sta già causando una fuga dei depositi.

Il 15 febbraio la Camera ha iniziato la discussione di diverse mozioni per sospendere, rinviare o modificare le regole del bail-in. Mentre il dibattito e il voto sono stati aggiornati al giorno successivo, è prevedibile che passi la mozione "soft" del Partito Democratico, che chiede un anticipo della revisione delle regole, come previsto dalla legge stessa, rispetto alla mozione più radicale di M5S che chiede una sospensione/cancellazione delle regole perché incostituzionali.

La mozione del PD è stata scritta dal capogruppo in Commissione Finanze Michele Pelillo, che è molto vicino a Renzi, e sembra che sia stata concordata con il ministro dell'Economia Padoan. Coincide con la posizione del governatore di Bankitalia Ignazio Visco e dallo stesso Padoan al Senato la settimana scorsa.

Ma anche la revisione anticipata è una richiesta inaccettabile per Bruxelles se è vero, come ha scritto l'Huffington Post, che il capo dell'Eurogruppo Jerome Dijsselbloem avrebbe reagito dicendo che "un ritorno al passato sarebbe la cosa peggiore". E Mario Draghi, più controllato, ha dichiarato in Commissione Affari Monetari del Parlamento Europeo, in contemporanea alla discussione in aula a Montecitorio, che sarà "difficile" rivedere le regole appena approvate.




Sorprendendo molti, il ministro dell'Economia Gian Carlo Padoan ha dichiarato al Senato il 4 febbraio che il governo Italiano sarebbe a favore della separazione bancaria, ma purtroppo non lo sono gli altri nell'UE, per cui non si fará.

Padoan ha risposto alla senatrice Laura Bottici (M5S) durante il question time. La Bottici aveva chiesto "se il Governo non ritenga fondamentale procedere, nel più breve tempo possibile, verso una separazione netta tra banche d'affari e banche commerciali."

Bottici ha spiegato che "Questa separazione, infatti, consentirebbe di prevenire il rischio di contagio sistemico che la crisi delle banche interconnesse porta con sé, anche prendendo atto delle evidenze che mostrano come non sempre le banche di maggiori dimensioni si siano dimostrate più efficienti ma, anzi, un eccessivo livello dimensionale abbia finito con il gravare gli istituti di credito di ulteriori oneri, anziché abbatterne il rischio.

"La separazione delle attività bancarie consentirebbe di salvaguardare meglio i risparmi dei cittadini anche perché eliminerebbe i conflitti d'interesse interni agli istituti di credito che svolgono sia attività di raccolta del risparmio che attività d'investimento e permetterebbe, inoltre, di incoraggiare l'allocazione delle risorse nei confronti dell'economia reale, a discapito delle attività speculative che hanno contribuito all'ipertrofia dei mercati finanziari".

Padoan ha risposto che "in ambito europeo si sta anche discutendo, come è stato sollevato da un onorevole interrogante, della separazione tra banche d'affari e banche commerciali, che, com'è noto, è stata, per esempio in alcune varianti, introdotta in altri Paesi fuori dalla zona euro. Devo però dire che una soluzione a breve appare problematica e questo perché ciascuno Stato membro propende per la difesa delle specificità nazionali, che sono spesso difficili da conciliare.

"In questo quadro l'Italia è favorevole alla distinzione dei ruoli nel settore, ma è anche caratterizzata, rispetto ad altri Paesi, da una pressione inferiore perché le nostre banche non hanno una componente rilevante di attività di investimento e anche per questo motivo presentano un rischio inferiore rispetto ad altri Paesi".

In altre parole, Padoan dice che il governo italiano sarebbe favorevole a un regime di separazione bancaria, ma che la riforma non passerebbe a livello europeo. Poiché la differenza tra separazione e non separazione è la differenza tra sopravvivenza e suicidio, le implicazioni della dichiarazione del ministro dell'Economia indicano un chiaro corso d'azione: uscire dall'Eurozona."

7. Ora, questo report dell'EIR forse pecca di ingenuità nella valutazione politica: sono gli USA, come al solito, i più interessati al mantenimento ad ogni costo dell'eurozona, per ragioni che abbiamo più volte indicato: la ristrutturazione dell'assetto sociale implicata dalla moneta unica e dalle sue regolazioni a cascata, sono esattamente il quadro programmatico che giustifica, agli occhi del partner transatlantico, l'esistenza stessa del federalismo e di tutta la costruzione europea.
C'è però, anche per gli USA - intesi come sistema governato da un establishment finanziario, peraltro posto in contestazione dallo stesso elettorato americano-, un punto di rottura oltre il quale i rischi sistemici evidenti superano i vantaggi dell'€urofollia lasciata al controllo del folle laboratorio ordoliberista tedesco
Possono gli stessi USA, a questo livello di degenerazione dell'aggressività anticooperativa innescatasi all'interno dell'eurozona, limitarsi a puntare sull'influenza mitigatrice di Draghi?

"Traspare l'inconsapevolezza, o l'attuale "incomprensione" della reale dimensione del "livello europeo": questo è la causa principale (come ancora ieri ha riaffermato Stiglitz) della crisi che attanaglia la sopravvivenza del "patto sociale" e del "riconoscimento a tutti i cittadini dei diritti fondamentali e della pari dignità sociale". 

Che tale livello europeo non possa mai, - se non a condizioni ormai divenute utopistiche e da sempre estranee al brutale scenario che sta letteralmente infiammando l'intera Europa -,  costituire una "soluzione", per "articolare una robusta iniziativa di crescita", può essere compreso solo comprendendo una scomoda verità: cioè i radicali meccanismi che proprio l'Europa ha intenzionalmente innescato per impedire l'adempimento dell'obbligo de "la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l'eguaglianza". 



...Colmare questo "gap" cognitivo è un compito arduo per un giurista, essendo d'ostacolo il filtro della vulgata "economicistica", - di valore esclusivamente ideologico e antitetico al paradigma della Costituzione-, che è ormai recepita dalle deboli vestigia del costituzionalismo italiano.  



Ma se ci si trova nella posizione di "arbitrare" una partita dalla quale dipende la salvezza del Paese, e della stessa possibilità di mantenere in futuro l'esistenza stessa dei diritti fondamentali costituzionali, questo gap va assolutamente colmato

Il momento è così grave che, per la democrazia costituzionale, non ci sarà una seconda possibilità.

Per l'Italia, come comunità sociale di esseri umani che possano condurre un'esistenza "libera e dignitosa", non ci sarà una seconda possibilità.

E la difficoltà del compito che attende il Presidente della Repubblica risiede integralmente nel saper rinunciare a questa conciliazione di opposti". Cioè all'ossimoro che attanaglia l'Italia da 30 anni e che assume le vesti, ormai tragiche, per i suoi costi sociali ed economici, del vincolo esterno.