lunedì 20 giugno 2016

E ORA COSA CAMBIERA'? ALMENO RIPENSARE IL CONCETTO DI CASTA....

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1. Una domanda che taluno potrebbe porsi, in questo momento, alla luce dei risultati delle elezioni amministrative, è: "cosa cambierà?"
I concetti per dare una qualche risposta a questo, tutto sommato, ingenuo interrogativo, li potrete ritrovare nel post "La scissione". Là si definiscono, -al di là dell'arrembante neo-retorica- i fenomeni "casta, cricca, corruzione" e (soprattutto)...privatizzazioni.

Per completare il discorso sulle aspettative di "cambiamento" che possiamo nutrire al momento (anche solo limitandosi all'amministrazione delle città), trarrei spunto da alcuni approfondimenti compiuti nel dibattito conseguente al suddetto post.
La chiave interpretativa complessiva per collegare tali commenti con le aspettative di cambiamento conseguenti all'apparente nuovo quadro politico, è sempre quella di recente ribadita:

"Venendo alla "scottante" attualità italiana, si può obiettare che in elezioni amministrative, e quindi riguardanti enti locali di governo-amministrazione, esistono una serie di questioni e caratteristiche socio-economiche legate al concreto territorio, la cui soluzione esigerebbe una conoscenza specifica, appunto, localizzata e un collegamento tra visione e competenze degli eletti e comune sentire degli elettori.
Nulla di più fallace, se si fosse consapevoli della genesi dei problemi che si riversano sulle varie realtà territoriali: i patti di stabilità interna che vincolano le politiche degli enti territoriali molto di più di quanto non sia condizionato l'indirizzo di governo centrale, sono la diretta derivazione del vincolo €uropeo.
O ci si rende conto di ciò, da parte delle forze politiche che si presentano alle elezioni, oppure no: se "no", allora i problemi del territorio semplicemente non possono essere seriamente risolti
...Dunque, bisogna privatizzare i "beni comuni" per fare il "bene comune". E aumentare le tasse per pagare il debito pregresso, raccontando che questo onere non è dovuto alla abolizione della sovranità monetaria e all'adozione del pareggio di bilancio, ma ai costi della corruzione!!!
E l'ente pubblico perde irreversibilmente la sua legittimazione a svolgere quei compiti, previsti dalla Costituzione come oggetto di doveri a carico della sfera pubblica: ma non importa. 
E se si è, per azione o per omissione gravemente colpevole, favorevoli al paradigma €uropeo ed alla sacralità del pareggio di bilancio, ignorandone la funzione ideologica redistributiva, e pensando che sia possibile rispettarlo agendo con occhiuta onestà, NON SI E' CREDIBILI nel dire che non si vuole privatizzare e, anzi, che si intende "ripubblicizzare": si finirà per perdere la faccia o per essere travolti da scandali e inchieste".



2. Ritenuto in ogni modo importante ribadire questo scenario "presupposto", dai commenti al post "La scissione", estraggo ulteriori "direttive interpretative" per formulare facili previsioni su quello che ci possiamo attendere dall'indirizzo politico italiano, non solo comunale, nei prossimi mesi. A prescindere da quale forza politica, tra quelle elettoralmente più rappresentative, si trovi in concreto a gestire i vari livelli di governo:
Effettivamente, la "dottrina Friedman" (così potremmo chiamarla), consiste in un "loop" perverso. 
Si creano, attraverso misure deflattive, disoccupazione e precarietà. Poi, si usano quella stessa disoccupazione e quella stessa precarietà come scusa per implementare "riforme" che porteranno ancora più disoccupazione e precarietà nonché, attraverso la caduta dei prezzi, la diminuzione dei redditi e la riduzione del perimetro dello Stato via tagli e privatizzazioni, ad un rilevante trasferimento della ricchezza dal basso verso l'alto.
Anche lo stesso debito è un pretesto. Queste politiche tutto faranno tranne che alleviarne il peso, se non altro perché un indebitato è strutturalmente più debole.
Ed anche la stessa "corruzione" è un pretesto. Monti incitava la classe dirigente italiana, a fare "come Menem in Argentina". Lo abbiamo fatto: abbiamo privatizzato, ci siamo innamorati del cambio forte, abbiamo indossato il cilicio del vincolo esterno....... e ci ritroviamo, infatti, come l'Argentina di Menem allora: in preda alla corruzione e sull'orlo della bancarotta. Perché il liberismo sulle corruzioni e sui fallimenti, ho il fondato sospetto che CI CAMPI SOPRA. Sono la sua fonte di reddito, e quindi CI DEVONO ESSERE.

Questo dovrebbe altresì far riflettere chi invoca misure liberiste per "moralizzare il paese"........ non è una questione, tanto per fare un esempio, solo di "numero delle municipalizzate" ma della loro struttura giuridica. E' la gestione privatistica, in forma di società per azioni (fatta, il più delle volte, in regime di monopolio o quasi), che facilita le male gestioni, le assunzioni clientelari (non c'è più nemmeno il filtro formale del concorso pubblico), gli intrecci tra politici, amministratori e finanziatori disonesti, che poi chiamano il cittadino a pagare...
Sono le regole che impongono spurii ed inefficienti partenariati pubblico-privato le cause dove si annidano gli sprechi.....
Voglio essere provocatorio: immaginiamo un'ATAC ente pubblico, con dipendenti assunti per pubblico concorso e sottoposto ai controlli del MEF e della Corte dei Conti. Sarebbe più corrotto dell'odierna municipalizzata? Io non credo......
I social network invasi dal livore sono pieni di citazioni (a sproposito) di Bukowski..... una, però, è stranamente trascurata (o per lo meno, mi pare decisamente rara su FB), ed è questa:
"Il capitalismo è sopravvissuto al comunismo. Bene, ora si divora da solo".
Che è esattamente quello che sta succedendo. Un tempo, la piaga delle locuste liberiste toccava a ex-sovietici (Russia 1998), asiatici e sudamenticani (Cile, Argentina....).
Oggi, l'occidente "si divora da solo": Irlanda, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo
. Tutti paesi della NATO, tutti contributori, anche militarmente, alla "causa" occidentale in medio oriente. E sacrificati così. E' buona politica, questa?  

3. A questo commento è seguita un'interessantissima testimonianza di un operatore "di settore" che ci dice una cosa fondamentale: leggi primarie, direttamente derivanti da direttive europee, prestabiliscono il quadro di azione delle realtà municipali in senso privatizzatore. I sindaci possono fare ben poco, al punto in cui siamo:
Professore, io lavoro in un grande Comune del Nord, all'Ufficio enti partecipati, ormai da dieci anni. 
L'esproprio delle reti del gas delle ex municipalizzate, reti pagate dai cittadini, che stanno facendo proprio adesso, in questo momento, nel silenzio generale, è vergognoso. 
Grazie ad un Decreto Ministeriale che ha espropriato i Comuni dell'autonomia decisionale in materia di servizi pubblici locali, in barba alla Costituzione vigente (e al Titolo V riformato, controverso, ma ancora in vigore), hanno istituito queste sovrastrutture opache (si dice di secondo livello, come le nuove Province, obbrobri mai previsti dalla nostra Carta Costituzionale, o sbaglio, professore?) dalla governance diluita che si chiamano ATO (x idrico) o ATEM (per il gas), dove a decidere sono le segreterie di partito (i sindaci votano senza sapere cosa votano, perché la materia è diventata troppo tecnica, sulla base delle indicazioni del partito), lontano dal controllo dei Consigli Comunali! 
E, sempre con Decreto Ministeriale viene imposto (in teoria x incentivare gli investimenti, in realtà per far sì che le concessionarie ingrassino!) di concedere questi beni pubblici per un piatto di lenticchie (unica gara in cui è stato imposto un tetto MASSIMO di offerta per il canone di concessione, non più del 5%, quando fino all’anno scorso i Comuni si portavano a casa il 20-30-40% !) alle grandi multiutilities locali, che ormai di locale hanno ben poco, e sono di fatto monopoli misto pubblico-privati, dove il privato (quale? Lettura interessante andare a vedere chi sono i soci di queste multiutilities) la fa da padrone
E mentre Italgas, Enel Gas, A2A etc. si approprieranno per un tozzo di pane delle reti pubbliche di distribuzione del gas naturale, i cittadini se la prendono con il dipendente pubblico lavativo che osa perfino scioperare....(discussione di oggi su Twitter...).
Così mentre prima i Canoni del servizio tornavano nelle casse dei Comuni per essere spesi per la collettività, adesso andranno agli azionisti delle utilities. Certo oggi tra gli azionisti ci sono anche molti Comuni, ma.... a gare fatte, Cottarelli (o chi per lui...dopo di lui, ndr) penserà bene di imporre loro di cedere al mercato le proprie quote, così siamo sicuri che i profitti vadano solo ai privati.
Quindi riassumendo: le reti ce le siamo pagati noi con la fiscalità generale (e locale).
Adesso che quasi tutta l’Italia (almeno al Nord, infatti sono i primi ATEM a dover partire con le gare) è stata metanizzata a spese del contribuente, i profitti ci assicuriamo bene che vadano ai privati.
Di questo non parla NESSUNO, NESSUNO.
Si è fatto tanto parlare dell’acqua pubblica, e intanto ci hanno scippato le reti del gas (business ben più lucroso...)".


4. Per approfondire ulteriormente l'argomento, poi, soccorre il (consueto) riferimento bibliografico di Arturo:


Elena, se hai voglia di scrivere qualcosa lo leggerei volentieri anch'io. Intanto penso possa interessarti questo pregevole paper di Roberto Bin, intitolato "I diritti di chi non consuma", che affronta fra l'altro la questione delle multiutilities, rispetto a cui:

"[...] qualsiasi legame con gli enti rappresentativi è reciso"; "i servizi pubblici hanno" quindi "perso ogni rapporto con il circuito della responsabilità politica: può infatti un ente locale rispondere politicamente pro quota azionaria? Chi risponde della politica dei servizi pubblici, e a chi? Mentre appare irrisoria l’ipotesi chesoprattutto in situazioni dove il mercato non esiste – siano i consumatori lillipuziani a bilanciare il peso del colosso industriale, è però del tutto evidente che i cittadini sono completamente scomparsi dell’orizzonte: con loro è scomparsa la “comunità” quale destinataria dei servizi pubblici, e la politica come sede delle scelte sull’estensione, l’intensità e il carattere sociale degli stessi."
5. A proposito, non si dica poi che società e industria pubbliche siano così inutili e dannose. Per chi si volesse informare, è in atto, da tempo, una vasta rivisitazione di dati e realtà del fenomeno:
Comunque deve avvenire (e avverrà) un bel regolamento di conti che dovrà toccare tutti i vertici della classe dirigente italiana, quelli si, veramente corrotti e per corrutele ben più gravi delle spaghettate di Fiorito. A partire dai vertici (anche quelli FINO AD OGGI "intoccabili").
Per esempio; prendiamo questa intervista a De Cecco pubblicata dal Manifesto il 14 gennaio 2014.
"Per­ché le pri­va­tiz­za­zioni degli anni Novanta sono state un fallimento?
Sono state le più grandi dopo quelle inglesi e hanno cam­biato la fac­cia dell’industria ita­liana senza fare un graf­fio al defi­cit pub­blico. Se si voleva distrug­gere l’industria ita­liana ci sono riu­sciti. Ma non credo che Prodi volesse distrug­gere quello che aveva con­tri­buito a creare. Que­sto risul­tato non è stato voluto, ma è sicuro che sia stato asso­lu­ta­mente dele­te­rio. 
Gli studi della Banca d’Italia dimo­strano che al tempo l’industria di Stato faceva ricerca per tutto il sistema eco­no­mico ita­liano. Dopo le pri­va­tiz­za­zioni, chi ha preso il posto dell’Iri, ad esem­pio, non l’ha voluta fare
Siamo rima­sti senza un altro pila­stro impor­tante della poli­tica indu­striale, men­tre si con­ti­nuano a fare solenni discorsi sull’istruzione, sulla ricerca o la cul­tura. In que­sti anni è stato distrutto tutto. Su que­sto non ci piove.
Le prime pri­va­tiz­za­zioni sono state fatte per impo­si­zione della City di Lon­dra. Siamo stati ricat­tati. Credo che era molto dif­fi­cile per le auto­rità poli­ti­che riu­scire a sot­trarsi, dati i pre­cari assetti poli­tici che anche allora ci affligevano
".


A questo punto, sarebbe quantomeno miope e, peggio, imprudente, non ripensare in profondità il concetto di "CASTA", in un modo ben diverso da quello che faceva comodo a Einaudi e "agli industriali inferociti" (anche se al tempo, almeno, erano solo "nazionali); un modo, quello finora agitato, che magari, sulla scorta di facili suggestioni, consente di attirare consenso: ma che rende invece inadeguata la visione di chi volesse veramente governare senza piegarsi alle oligarchie e nell'interesse democratico generale. 

52 commenti:

  1. Mi sembra pertinente al post, e bene integrata coi reperti offerti da Francesco (che colgo l'occasione per ringraziare caldamente!) nei commenti allo scorso post, questa citazione di Caffè (Umanesimo del Welfare, "MicroMega", n. 1 (1986), pagg. 116-127, ora in La solitudine del riformista, Bollati Boringhieri, Torino, pagg. 247-8): "Per immotivata che sia, a mio giudizio, l’insorgenza critica nei confronti della tutela pubblica del benessere sociale, ritengo che l ’effetto di gettare via un bimbo vitale insieme con l’acqua sporca del bagno in cui era immerso si sia già verificato.
    Non mi sembra conveniente, su un piano generale come con riguardo specifico all’economia italiana, procedere a una tassonomia di distinguo, che non modificherebbe in alcun modo convincimenti che si pongono sul piano dei giudizi di valore. Non erano in gioco (per lo meno allo stato dell’attuale strumentalizzazione) problemi di «clientelismo» o di ingenti disavanzi previdenziali, allorché Luigi Einaudi considerava la «pensione di vecchiaia» come «un povero surrogato di quel più alto tipo di società nella quale essa è inutile perché il vecchio possiede nella casa propria, nel podere ereditato e costrutto pezzo a pezzo, nel patrimonio formato con il risparmio volontario, nell’affetto di una famiglia saldamente costituita il presidio sicuro contro l’impotenza della vecchiaia»."


    Qui c'è una nota: "L. Einaudi, Lezioni di politica sociale (1949), Einaudi, Torino 1964, pag. 95. Naturalmente idee analoghe, in stile meno suadente, si possono oggi ritrovare negli scritti di M. Friedman e familiari. Cfr. in particolare M. e R. Friedman, Free to Choose, Harcourt Brace Jovanovich, New York 1980; trad. it. Liberi di scegliere, Longanesi, Milano 1981."

    "Ovviamente, con debite varianti, considerazioni più o meno analoghe erano espresse per altre forme di intervento assistenziale, rispetto alle quali veniva costantemente evocato «quel più alto tipo di società» che le avrebbe praticamente rese superflue.
    Dovrebbe pertanto essere chiaro che le contestazioni più recenti dello Stato assistenziale hanno radici antiche e che tali contestazioni non si superano sul terreno delle verifiche contabili, ma sul piano di una riflessione che investa «il tipo di società», quando l’attenzione si sposti dalle configurazioni ideali agli aspetti concreti del presente e, possibilmente, del prevedibile futuro."


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    1. Una non innocua vena nostalgica, che lungi dall'essere soltanto fuori dalla realtà contadina effettivamente vissuta (e diffusa), ha successivamente perso finanche la più pallida connessione con una qualche giustificazione etica e antropologica.

      Anzi, di questa pseudo-giustificazione (dello smantellamento dello Stato democratico pluriclasse), si è perduta persino la memoria: l'urbanizzazione e la polarizzazione industriale che hanno svuotato le campagne, sono state rivestite dei profitti di coloro che guardavano a Einaudi come al loro modello ideologico: senza curarsi della contraddizione, perché con lui condividevano la doppia verità.

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    2. Difficile non vederne l'affinità con vari tipi di decrescismo.

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    3. In realtà il "più alto tipo di società" mi rammenta, in termini molto concreti e al di là di storicizzabili tassonomie, lo Stato superminimo rothbardiano, recuperato dalla degenerazione del welfare con tattiche simili a quelle predicate da David Friedman (figlio di Milton http://orizzonte48.blogspot.com/2016/06/2-giugno-1946-2-giugno-2016-il-presente.html?showComment=1464892989227#c8269443392016462590).

      Alla fine, nel nome della doppia verità, con diversi approcci (e diverse carriere e prebende pubbliche lautamente acquisite), le idee sono sempre quelle: poche, brutali e sostenitrici di una raggelante gerarchia dell'essere umano, solo in vita e misero nella morte, se non appartenente agli "eletti" (in grazia del Dio-mercato)

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    4. Il Mercato come demiurgo che plasma le coscienze degli uomini a colpi di "durezza del vivere". #Übermenschen101 #mecojoni

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    5. Grazie a te, Arturo, ed al tuo impegno contagioso

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  2. A proposito di federalismo, immigrazione e politiche redistributive, leggete cosa ci dicevano Alesina, Glaeser e Sacerdote nel 2001: « Political explanations for the observed level of redistribution focus on institutions that prevent minorities from gaining political power or that strictly protect individuals' private property. Cross-country comparisons indicate the importance of these institutions in limiting redistribution. For instance, at the federal level, the United States does not have proportional representation, which played an important role in facilitating the growth of socialist parties in many European countries. America has strong courts that have routinely rejected popular attempts at redistribution, such as the income tax or labor regulation. The European equivalents of these courts were swept away as democracy replaced monarchy and aristocracy. The federal structure of the United States may have also contributed to constraining the role of the central government in redistribution.
    These political institutions result from particular features of U.S. history and geography. The formation of the United States as a federation of independent territories led to a structure that often creates obstacles to centralized redistributive policies. The relative political stability of the United States over more than two centuries means that it is still governed by an eighteenth-century constitution designed to protect property. As world war and revolution uprooted the old European monarchies, the twentieth- century constitutions that replaced them were more oriented toward majority rule, and less toward protection of private property. Moreover, the spatial organization of the United States-in particular its low population density-meant that the U.S. government was much less threatened by socialist revolution. In contrast, many of Europe's institutions were established either by revolutionary groups directly or by elites in response to the threat of violence.
    Finally, we discuss reciprocal altruism as a possible behavioral explanation for redistribution. Reciprocal altruism implies that voters will dislike giving money to the poor if, as in the United States, the poor are perceived as lazy. In contrast, Europeans overwhelmingly believe that the poor are poor because they have been unfortunate. This difference in views is part of what is sometimes referred to as "American exceptionalism".
    Racial discord plays a critical role in determining beliefs about the poor. Since racial minorities are highly overrepresented among the poorest Americans, any income-based redistribution measures will redistribute disproportionately to these minorities. Opponents of redistribution in the United States have regularly used race-based rhetoric to resist left-wing policies. Across countries, racial fragmentation is a powerful predictor of redistribution. Within the United States, race is the single most important predictor of support for welfare. America's troubled race relations are clearly a major reason for the absence of an American welfare state ».

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    1. Quando non si ha la più pallida idea della connessione tra welfare e EGUAGLIANZA SOSTANZIALE, come programma costituzionalmente obbligatorio per le istituzioni democratiche, si finisce per non capire cosa sia la redistribuzione ex ante (che passa per l'istruzione e la sanità pubbliche) e per avallare luoghi comuni terrificanti. Ma veramente terrificanti...

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    2. Pensiamo se riescono a denazionalizzare pure gli USA e il Fogno spinelliano si avvera...

      Ieri sera, disfando degli scatoloni, mi è saltato in mano una monografia di Albertini del '63: "Il federalismo e lo stato federale".

      Non è scienza sociale: è fognare, fognare, fognare...

      Deliri.

      E il confine fra quanto costoro ci sono o ci fanno non è assolutamente chiaro.

      A memoria (a pag.151), «Perché con le "migrazioni" [già le chiamavano così], ossia lo spostamento del fattore lavoro, le persone possono conoscersi meglio. [Non è uno scherzo: cioè grazie ai campi profughi finalmente posso conoscere la cucina siriana...]

      Grazie alla mobilità delle merci, il libero scambio aumenta il legame tra i popoli. [ e te pareva... con tutta la roba cinese che mi gira per casa mi sento molto legato ai cinesi: soprattutto si sentono molto legati i disoccupati del made in Italy che hanno subito il dumping dei prodotti orientali]

      Ovviamente la prefazione inizia con Kant. La pace!

      Infatti, abbiamo tutti i "federalisti" schierati nell'operazione Anaconda (con cinquantamila imbecilli da venticinque Paesi) per imporre la pace kantiana alla Russia.

      I federalisti europei non sono altro che fascisti con altri mezzi.

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    3. Vabbè, la pag.151 è giusta, ma il libro è "Federalismo", Mulino, 1979

      «[...] grazie al gigantesco sviluppo dei mezzi di comunicazione, [le persone] si avvicinano sempre più tra loro. Il traffico di persone fa sì che esse si conoscano sempre meglio, col commercio i loro interessi materiali si intrecciano, con la stampa le idee circolano come mai era avvenuto».

      Raccontano le stesse cazzate da sempre.

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    4. Dal che si desume che, in assenza di federalismo europeo, -che dico "mondiale"!-, e quindi di sottrazione della sovranità democratica agli Stati nazionali, i commerci internazionali non si sono verificati, la gente non conosceva la pratica del turismo nè lo studio delle lingue, e le tecnologie non consentivano nè il trasporto aereo, nè l'informatizzazione tutta in blocco

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  3. Agli uomini illuminati dal "raggio di fede" di merighiana memoria, qualora desiderino approfondire la visione ufficiale della Chiesa in materia di assistenza ai bisognosi e rapporti con lo Stato (quantomeno ai tempi della stesura del testo), consiglio la lettura integrale dell'enciclica di Benedetto XVI Deus caritas est. Cito un passaggio significativo: « Fin dall'Ottocento contro l'attività caritativa della Chiesa è stata sollevata un'obiezione, sviluppata poi con insistenza soprattutto dal pensiero marxista. I poveri, si dice, non avrebbero bisogno di opere di carità, bensì di giustizia. Le opere di carità — le elemosine — in realtà sarebbero, per i ricchi, un modo di sottrarsi all'instaurazione della giustizia e di acquietare la coscienza, conservando le proprie posizioni e frodando i poveri nei loro diritti. Invece di contribuire attraverso singole opere di carità al mantenimento delle condizioni esistenti, occorrerebbe creare un giusto ordine, nel quale tutti ricevano la loro parte dei beni del mondo e quindi non abbiano più bisogno delle opere di carità. In questa argomentazione, bisogna riconoscerlo, c'è del vero, ma anche non poco di errato. È vero che norma fondamentale dello Stato deve essere il perseguimento della giustizia e che lo scopo di un giusto ordine sociale è di garantire a ciascuno, nel rispetto del principio di sussidiarietà, la sua parte dei beni comuni. È quanto la dottrina cristiana sullo Stato e la dottrina sociale della Chiesa hanno sempre sottolineato. La questione del giusto ordine della collettività, da un punto di vista storico, è entrata in una nuova situazione con la formazione della società industriale nell'Ottocento. Il sorgere dell'industria moderna ha dissolto le vecchie strutture sociali e con la massa dei salariati ha provocato un cambiamento radicale nella composizione della società, all'interno della quale il rapporto tra capitale e lavoro è diventato la questione decisiva — una questione che sotto tale forma era prima sconosciuta. Le strutture di produzione e il capitale erano ormai il nuovo potere che, posto nelle mani di pochi, comportava per le masse lavoratrici una privazione di diritti contro la quale bisognava ribellarsi.
    [...] Il marxismo aveva indicato nella rivoluzione mondiale e nella sua preparazione la panacea per la problematica sociale: attraverso la rivoluzione e la conseguente collettivizzazione dei mezzi di produzione — si asseriva in tale dottrina — doveva improvvisamente andare tutto in modo diverso e migliore. Questo sogno è svanito. Nella situazione difficile nella quale oggi ci troviamo anche a causa della globalizzazione dell'economia, la dottrina sociale della Chiesa è diventata un'indicazione fondamentale, che propone orientamenti validi ben al di là dei confini di essa: questi orientamenti — di fronte al progredire dello sviluppo — devono essere affrontati nel dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell'uomo e del suo mondo.
    Per definire più accuratamente la relazione tra il necessario impegno per la giustizia e il servizio della carità, occorre prendere nota di due fondamentali situazioni di fatto: [continua nel commento successivo]

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  4. a) Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino: « Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? » [18]. Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21), cioè la distinzione tra Stato e Chiesa o, come dice il Concilio Vaticano II, l'autonomia delle realtà temporali [19]. Lo Stato non può imporre la religione, ma deve garantire la sua libertà e la pace tra gli aderenti alle diverse religioni; la Chiesa come espressione sociale della fede cristiana, da parte sua, ha la sua indipendenza e vive sulla base della fede la sua forma comunitaria, che lo Stato deve rispettare. Le due sfere sono distinte, ma sempre in relazione reciproca.

    La giustizia è lo scopo e quindi anche la misura intrinseca di ogni politica. La politica è più che una semplice tecnica per la definizione dei pubblici ordinamenti: la sua origine e il suo scopo si trovano appunto nella giustizia, e questa è di natura etica. Così lo Stato si trova di fatto inevitabilmente di fronte all'interrogativo: come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l'altra più radicale: che cosa è la giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione pratica; ma per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico, derivante dal prevalere dell'interesse e del potere che l'abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile.

    In questo punto politica e fede si toccano. Senz'altro, la fede ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente — un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell'ambito proprio della ragione. Ma al contempo essa è una forza purificatrice per la ragione stessa. Partendo dalla prospettiva di Dio, la libera dai suoi accecamenti e perciò l'aiuta ad essere meglio se stessa. La fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e di vedere meglio ciò che le è proprio. È qui che si colloca la dottrina sociale cattolica: essa non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato. Neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa. Vuole semplicemente contribuire alla purificazione della ragione e recare il proprio aiuto per far sì che ciò che è giusto possa, qui ed ora, essere riconosciuto e poi anche realizzato. [continua]

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  5. La dottrina sociale della Chiesa argomenta a partire dalla ragione e dal diritto naturale, cioè a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano. E sa che non è compito della Chiesa far essa stessa valere politicamente questa dottrina: essa vuole servire la formazione della coscienza nella politica e contribuire affinché cresca la percezione delle vere esigenze della giustizia e, insieme, la disponibilità ad agire in base ad esse, anche quando ciò contrastasse con situazioni di interesse personale. Questo significa che la costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare. Trattandosi di un compito politico, questo non può essere incarico immediato della Chiesa. Ma siccome è allo stesso tempo un compito umano primario, la Chiesa ha il dovere di offrire attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili.

    La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l'adoperarsi per la giustizia lavorando per l'apertura dell'intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente.
    [...] Le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono invece un suo opus proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo quello che corrisponde alla sua natura. La Chiesa non può mai essere dispensata dall'esercizio della carità come attività organizzata dei credenti e, d'altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l'uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell'amore ». [linea alla regia]

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    1. Me le sono più o meno lette tutte le "dottrine sociali" dell'ultimo secolo e spicci. Eccezioni di socialismo in un mare opaco di ordoliberismo.

      Infatti:

      «nel rispetto del principio di sussidiarietà, la sua parte dei beni comuni»

      «come realizzare la giustizia qui ed ora? Ma questa domanda presuppone l'altra più radicale: che cosa è la giustizia? Questo è un problema che riguarda la ragione pratica;» Kant lo citano tutti, le Costituzioni rigide degli Stati nazionali, non pervenute.

      «la Chiesa ha il dovere di offrire attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili.»

      Il noto lavoro di "epochè" del clero con l'obiettivo di riscoprire coscienza di classe nei fedeli.

      E pensare che sono cresciuto in un ambiente cattolico e federalista...

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  6. Senza mai dimenticare la LITE DELLE COMARI, il divorzio della BANCA D'ITALIA dal MNISTERO DEL TESORO (Formica-Andreatta) che è MADRE DI TUTTE LE PRIVATIZZAZIONI, della dissipazione del patrimonio dell'IRI filoguidato dai "nostri" PRODI e delle spartizioni governate dai DRAGHI a bordo del Britannia a Civitavecchia.

    Ma questa è storia passata, quello che attende è la spoliazione e il macello degli appartenenti del Bel Paese.

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    1. DECENNI

      Dapprima Lelio "il" Basso a scrivere nel 1958 - decennale della Carta Costituzione - "Il Principe senza scettro", poi - sempre a cadenza decennale - Andreatta "il" Nino sulle colonne del salmonato sole24ore nel 1992, poi nel 2010 Luigi Marzillo - magistrato istruttore e relatore de "OBIETTIVI E RISULTATI DELLE OPERAZIONI DI
      PRIVATIZZAZIONE DI PARTECIPAZIONI PUBBLICHE" - a sentenziare sui risultati delle privatizzazioni del 1992.

      Parafrasando, ".. ma è mai possibile, porco di un cane, che le vicende in codesto reame debban risolversi tutte .. "
      dieci anni dopo.

      E dire che leggere la "contemporaneità" con gli strumenti della "storia" non risulta esercizio particolarmente difficile .. è "algebra" e "abecedario" elementare.

      This shit must go out !


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    2. Se "l'analfabetismo" sulle dinamiche evidenti del presente può essere spiegato in funzione del sistema mediatico orwelliano e dela doppia verità di chi lo controlla, è pur vero che da noi questa pratica è particolarmente grave: non è solo che l'analisi che rileva i "fallimenti" (del mercatismo arrembante) viene compiuta 10 anni dopo; è che i risultati rilevati dai fatti storici oggettivi, a posteriori, non vengono collegati agli obiettivi politici dichiarati ex ante, contraddetti platealmente dai fatti stessi.

      Ciò determina la irresponsabilità degli autori delle politiche caratterizzate da quegli erronei obiettivi dichiarati e, di conseguenza, la illimitata attitudine del sistema a riprodurre gli stessi errori.

      Questo fenomeno, visto nell'ottica neo-liberista e hayekiana del "controllo dell'economia come controllo di tutti i mezzi e tutti i fini", appare uno straordinario successo: al di là delle lamentele, ricorrenti e strumentali, sulla instabilità dei nostri governi, si può dire, invece, che negli ultimi 30 anni s'è registrata una straordinaria stabilità di indirizzo politico (deflazionista e anti-lavoro), in un crescendo di rafforzamento del "ci vuole più €uropa".

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    3. Del resto conoscete il vecchio detto:"solo ripetendo sempre gli stessi errori, si impara ad eseguirli perfettamente". (Copyright Genio Corrado Guzzanti). La mia città si appresta a conoscere da vicino i cinquestelle. Ne conosco tanti, anche in posizioni di supporto intellettuale non disprezzabili, e vi assicuro che sono talemente imbevuti di liberismo alle vongole (come solo ex sedicenti di sinistra o monarchici sanno essere) che per i dipendenti del Comune di Roma (che li hanno votati in massa) si preparano giorni di buio pesto. Del resto il Marziano Marino, che non a caso li scimmiottava e li blandiva, ha dato un perfetto antipasto di quello che sarà (chiedere ai maestri del Teatro dell'Opera dipinti come rentier agli occhi invidiosi dell'impiegato comunale medio).

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    4. In effetti, il primo annuncio è stato quello di un "piano" per tagliare il bilancio comunale di 1 miliardo di spesa pubblica, denominata, con assoluta certezza, "sprechi": cioè, nella sola Roma vi sarebbe stato l'accertamento di un miliardo di sprechi. Come, dove, quando? In ogni modo tagliare di un miliardo la spesa pubblica, in una fase congiunturale come questa, non fa dispetto ai "poteri economici forti" (che già si sono orientati da anni a fare investimenti all'estero), ma asfalta ogni pallida possibilità di ripresa dell'economia locale

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    6. Il come pare sia stato indicato in un libro edito da chiarelettere da un consigliere uscente, rieletto. Dove il tutto sia stato concepito, ad onta dell'editore, mi resta oscuro... comunque mi aspetto la desertificazione di tutte quelle imprese che hanno in regime di deroga al codice degli appalti curato la poca manutenzione che in questi anni di vacche magrissime è stato possibile attuare. Finiranno per essere tutte non pagate e se si arrischiano a protestare probabilmente denunciate in procura per i reati più fantasiosi.

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  7. http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/lindipendent-cita-duce-bacchetta-gli-italiani-alle-riforme-radicali-preferiscono-pannicelli-caldi-46692/

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  8. Partiamo da Einaudi ed ammiriamo il suo programma liberale per poi passare a chi ha dichiarato che a Einaudi bisogna ispirarsi per le “riforme”, in un ideale – ma non troppo – passaggio di consegne rigorosamente anticostituzionale. “(…) 5. Rinunciare all’idea nefasta assurda ed anacronistica della sovranità assoluta dello Stato, inserendo l’Italia in una federazione europea. Il che vuol dire, per essere chiari, RINUNCIARE al diritto di avere proprie forze armate e al diritto di regolare e di LIMITARE in qualsiasi modo i rapporti di commercio, di trasporti e di comunicazioni fra Stato e Stato federato. Solo così salveremo i nostri figli dal massacro spaventoso e totale che cadrà sull’Europa fra un quarto di secolo ad opera di un uomo più forte e più abile deciso ad ottenere con la forza quel risultato necessario ed inevitabile dell’unità europea, che gli uomini non avessero il coraggio di volere concordemente oggi (…) 6. Frattanto, ed a guisa di preparazione ad una rinuncia, la quale non dipende solo da noi, abolire senz’altro e subito, e senza pretesa di compensi che sono schiaffi, ogni specie di dazi protettivi, di vincoli al commercio estero ed interno ed alla creazione di nuovi impianti industriali. ED ABOLIRE ALTRESÌ TUTTA LA TIRANNICA LEGISLAZIONE SINDACALE ITALIANA, la quale stava trasformando la nostra in una società ossificata a guisa di CASTE INDIANE ASSERVITE AL GOVERNO CENTRALE (…). (segue)

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  9. Monopoli e socializzazione - Le quali cose fin qui noverate sono le più efficaci al raggiungimento della meta, alla quale esse sono ordinate e dovranno perciò essere intraprese subito. Sono, gli elencati sopra, istituti nocivi da distruggere ed istituti buoni da ricreare. NON HO ACCENNATO ALLE SOCIALIZZAZIONI, O MUNICIPALIZZAZIONI, CHE FIGURANO LARGAMENTE NEI PROGRAMMI ODIERNI, PER DUE RAGIONI: LA PRIMA DELLE QUALI SI È CHE LE SOCIALIZZAZIONI SI IMPORREBBERO PER LE INDUSTRIE A CARATTERE MONOPOLISITICO. MA CHI È PERSUASO, AL PAR DELLO SCRIVENTE, DOVERE LA MAGGIOR PARTE DEI MONOPOLI LA LORO ORIGINE ALLA VOLONTÀ DELLO STATO, DEVE VOLERE NON NAZIONALIZZARE O SOCIALIZZARE IL LATROCINIO (monopolio dovrebbe essere nel dizionario del Tommaseo sinonimo di latrocinio pubblico), ma sopprimere latrocinio e ladroni. COLORO I QUALI PROPUGNANO SOCIALIZZAZIONI DI QUESTA ROBA SI FANNO, SENZA SCRUPOLO, COMPLICI DEI LADRONI. La sola politica degna dei liberali è: giù le mani! e SI ABOLISCONO LE LEGGI, I PROVVEDIMENTI, GLI ISTITUTI CHE HANNO CONSENTITO IL FURTO A DANNO DELLA COLLETTIVITÀ. Restano – e qui viene la seconda ragione del non avere collocato nell’elenco le socializzazioni – i monopoli i quali non derivano da leggi e non possono quindi essere tolti di mezzo con l’abolire le leggi che vi diedero origine; e SONO SOLITAMENTE DEFINITI COME SERVIZI PUBBLICI (ferrovie, tranvie, gas, acqua potabile, imprese elettriche, ecc.) o come imprese di armamenti o come industrie le cui dimensioni sono tali da rendere assai difficile la concorrenza. Qui sia consentito di ricordare che tutti coloro i quali da almeno mezzo secolo si sono resi colpevoli del reato di scrivere in Italia trattati di finanza e politica economica hanno cercato di far del loro meglio per definire i metodi e i limiti delle socializzazioni; e quel che merita assai più, che l’Italia era davvero la terra classica degli esperimenti in materia di socializzazioni. A partire dalla legge Bonomi, la quale un quarto di secolo fa nazionalizzava tutte le forze idrauliche esistenti nel nostro paese e faceva ricadere a pro del demanio dello Stato gratuitamente, e cioè senza un soldo di indennità, tutti gli impianti elettrici costruiti a spese di privati ed esistenti nel nostro paese dopo 60 anni dalla loro iniziale utilizzazione, a partire, ancor prima, dai canali Cavour e poi dall’Acquedotto pugliese e da quello monferrino, e dal Consorzio del porto di Genova, giù giù sino alle numerosissime imprese municipalizzate di gas, luce elettrica, acqua potabile; e, risalendo nell’importanza, alle Ferrovie dello Stato, la cui statizzazione Cavour aveva voluto in gran parte attuata e Spaventa aveva propugnata nel 1876 e nel 1905, dopo vari contrastanti esperimenti, fu definitivamente stabilita, QUANTE NAZIONALIZZAZIONI E CON QUAL RICCA VARIETÀ DI TIPI, ADATTI AI SINGOLI CASI, SI POSSONO ELENCARE IN ITALIA! Qui non si tratta davvero di novità, ma di riprendere una tradizione costante alla quale collaborano uomini di destra o di sinistra, conservatori o socialisti; una tradizione la quale potrà essere arricchita e perfezionata, ma ad arricchire e perfezionare la quale non gioverà l’ira di parte, che nega agli altri la volontà di fare il bene, ma gioverà solo la risolutezza nel non fare il male. ED IL MALE È SOCIALIZZARE PER SOCIALIZZARE, anche QUANDO LA SOCIALIZZAZIONE NON È IL MEZZO ADATTO PER CONSEGUIRE IL BENE COMUNE ed anche quando, invece di rendere complice lo Stato del latrocinio a danno del pubblico, importa sopprimere il latrocinio (…)” [L. EINAUDI, La società liberale, PLI-Sezione Piemontese, supplemento n. 1 de “L’Opinione”, Torino, 1944]. (segue)

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  10. Correva l’anno 2011, mese di novembre, tempo di incursioni barbariche ed €uriste con a capo Monti, Fornero e compagnia. Un importante ex esponente del PCI rilasciava questa intervista “La lezione di Einaudi. Un'eredità per il riformismo e per tutti. Ci confrontiamo ormai quotidianamente con la crisi di quel progetto europeo che ha rappresentato la più grande invenzione politica della seconda metà del Novecento, sprigionando dinamismo e potenzialità in tale misura da imporsi come punto di riferimento, se non come modello, ben oltre i confini dell'Europa. E quella che ha finito per emergere è in effetti la crisi delle leadership politiche cui spettava dare, dall'inizio del nuovo secolo, sviluppo coerente al processo di integrazione europea. Siamo dinanzi a un’insufficienza storica, che ci rimanda, per contrasto, a quel che fu, in epoche precedenti, "una classe nettamente superiore di statisti", ispiratori e guide delle democrazie occidentali. E citando in proposito il giudizio di Tony Judt (che in quella cerchia collocava anche Luigi Einaudi), tu hai accennato alla questione sempre aperta se furono le circostanze o la cultura dell'epoca a determinare l'ingresso nell’arena politica e l'affermazione di quelle personalità. Ora, se guardiamo all'Europa e anche all'Italia quali uscirono dalla tragedia del nazifascismo e dalla Seconda guerra mondiale, possiamo vedere chiaramente quali prove ineludibili e vitali sollecitarono allora - in condizioni di ritrovata libertà e di rinascente democrazia - forze politiche vecchie e nuove, e forti individualità moralmente e socialmente sensibili, ad assumersi le loro responsabilità, rendendo possibile uno straordinario balzo in avanti dei propri paesi e dell'Europa occidentale. Decisiva era stata non solo la spinta delle circostanze storiche, ma anche la maturazione culturale degli anni seguenti la grande crisi e precedenti il secondo conflitto mondiale. Se così nacque il progetto europeo e prese avvio il processo di integrazione comunitaria, questo processo - dopo essere avanzato tra alti e bassi e non pochi momenti critici giunse a un punto di svolta all'indomani del grande mutamento del 1989. Anche allora operò in modo possente la leva delle "circostanze" e necessità storiche, ma è un fatto che si trovò pronta a raccoglierne la sfida una classe politica europea formatasi nell'esperienza comunitaria in modo da trarne capacità di visione e padronanza istituzionale. Ne scaturirono il Trattato di Maastricht e la scelta della moneta unica. Siamo ora giunti, in special modo in Europa, a un terzo appuntamento con la storia: quello del calare - approfondendolo come non mai - il nostro processo di integrazione nel contesto di una fase critica della globalizzazione. Ed è vero che questa volta le leadership europee appaiono invece in grande affanno a raccogliere la sfida, innanzitutto nei suoi termini di crisi incalzante dell’euro; appaiono palesemente inadeguate anche a causa di un generale arretramento culturale e di un impoverimento della vita politica democratica, CHE HANNO CONGIURATO NEL PROVOCARE FATALI RIPIEGAMENTI SU MESCHINI E ANACRONISTICI ORIZZONTI E PREGIUDIZI NAZIONALI.(segue)

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  11. Per reagire ai rischi che ciò comporta, è importante recuperare apporti di cultura politica che costituiscono preziosi giacimenti ancora insufficientemente esplorati: e farlo innanzitutto paese per paese, a cominciare da noi in Italia. Di qui anche la riflessione di «Reset», che vivamente apprezzo, sull'eredità, SUGLI INSEGNAMENTI DI LUIGI EINAUDI. Ne abbiamo anche discusso, caro Direttore, in una conversazione tra me e te. Permettimi di limitarmi ora a poche, scarne considerazioni. Particolarmente acuta è oggi per le forze riformiste l'esigenza di perseguire nuovi equilibri, sul piano delle politiche economiche e sociali, tra i condizionamenti ineludibili della competizione in un mondo radicalmente cambiato e valori di giustizia e di benessere popolare, divenuti concrete conquiste in termini di diritti e garanzie attraverso la costruzione di sistemi di Welfare State in Italia e in Europa. Ebbene, per comprendere e affrontare le sfide di un'economia di mercato globalizzata, RIMUOVENDO INCROSTAZIONI CORPORATIVE E ASSISTENZIALISTICHE RIMASTE ANCORA PESANTI NEL NOSTRO PAESE, LA LEZIONE DI LUIGI EINAUDI PUÒ SUGGERIRE RIFLESSIONI E STIMOLI FECONDI. Ci si può, naturalmente, chiedere innanzitutto come e perché quel filone di pensiero liberale abbia incontrato sordità e suscitato contrapposizioni nell'area del riformismo e, più concretamente, nella sinistra legata al mondo del lavoro, quando prese corpo, tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, una nuova dialettica politica democratica nell'Italia repubblicana. In effetti, i termini di quella dialettica furono drasticamente segnati da una conflittualità ideologica che discendeva in larga misura dal contesto internazionale presto precipitato nella guerra fredda. DOGMATISMI E SCHEMATISMI EBBERO IL SOPRAVVENTO SU ISPIRAZIONI DI CULTURA LIBERALE PURE PRESENTI NELLO STESSO PCI; e diventò difficile distinguere le verità del "liberismo" einaudiano e più in generale dell'approccio ideale e politico liberale, nella varietà delle sue voci. Ho rievocato quell’atmosfera e quelle incomprensioni, ricordando nel 2009 Norberto Bobbio e il suo dialogo-duello col Pci, sul tema della libertà, negli anni Cinquanta. Varrebbe certamente la pena di ricostruire più attentamente di quanto non si sia ancora fatto, il dibattito in Assemblea Costituente e i contributi di Einaudi, che peraltro abbracciarono campi importanti di interesse generale al di là dei "rapporti economici" (titolo III della prima parte della Carta) e del pur cruciale articolo 81. Interessante, e suggestiva, è l'interpretazione che in Cinquant’anni di vita italiana ci ha lasciato Guido Carli: secondo il quale «la parte economica della Costituzione risultò sbilanciata a favore delle due culture dominanti, cattolica e marxista», MA NELLO STESSO TEMPO, TRA IL 1946 E IL 1947, «DE GASPERI ED EINAUDI AVEVANO COSTRUITO IN POCHI MESI UNA SORTA DI "COSTITUZIONE ECONOMICA" CHE AVEVANO POSTO PERÒ AL SICURO, AL DI FUORI DELLA DISCUSSIONE IN SEDE DI ASSEMBLEA COSTITUENTE». SI TRATTÒ DI UNA STRATEGIA «NATA E GESTITA TRA LA BANCA D'ITALIA E IL GOVERNO», MIRATA ALLA STABILIZZAZIONE, ANCORATA A UNA VISIONE DI "STATO MINIMO", E APERTA ALLE REGOLE E ALLE ISTITUZIONI MONETARIE INTERNAZIONALI. (segue)

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    1. Mi unisco ai ringraziamenti insieme ad Arturo: "timbro e ceralacca" anche sul ruolo del "quarto partito" degasperiano, che non è altro che la fenomenologia del governo ombra dei mercati internazionali che - nell'oscurità criminale - ha perfezionato una costituzione "parallela", programma politico di un reale governo parallelo sovranazionale.

      Quello che Leo Strauss - non propriamente un democratico - definiva come inevitabile tirannia.

      Quello che può essere definito Fogno solo dagli imbecilli.

      La quinta colonna, come è documentato dagli "insiders", è stata la Banca Centrale.

      In breve: "fate tutte le Costituzioni rigide che volete, imponete il vostro ordine giuridico e morale, provate pure a riformare la struttura economico-sociale; noi ci limitiamo a controllare la Moneta. Rimaniamo nell'ombra fintanto che ci stanno 'sti slavi bolscevichi e al limite boicottiamo un po' a suon di propaganda, campagne scandalistiche e deflazioni una tantum [e magari facendo un po' di "polizia" infiltrando Servizi e criminali]; regolàti i conti con i governi popolari del blocco sovietico, al momento propizio ricordiamo che «chi controlla la moneta, non si deve interessare di chiunque sia il legislatore»: il nostro Ordine, espressione della Nostra morale, verrà imposto alla massa di lavoratori parassiti."

      Ovverosia: la Moneta è più rigida della Costituzione rigida.

      Platone è fin troppo chiaro sulla doppia verità e sulla scrittura reticente, in merito al parlare in modo suadentemente poetico e "per metafore", fino a far affermare esplicitamente a Trasimaco che "la giustizia è ingiustizia" e "perseguire l'ingiustizia è perseguire la giustizia".

      Di morale non ce n'è "una": come duemila anni di plagio cristiano ha scolpito nelle menti dei subalterni, medio-piccole borghesie comprese.

      Esiste la morale dei tiranni e la morale degli schiavi.

      Se non si comprende nel profondo questo concetto, non è possibile una corretta ermeneutica degli scritti di economisti, filosofi e scienziati sociali in genere.

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  12. In effetti, benché, per usare le espressioni di Carli, quel che accomunava in Assemblea Costituente la concezione cattolica e la concezione marxista fosse «il disconoscimento del mercato», l'azione di governo fu già nei primi anni della Repubblica segnata da scelte di demolizione dell'autarchia, di liberalizzazione degli scambi e infine di collocazione dell'Italia nel processo di integrazione europea. E con i Trattati di Roma del 1957 e la nascita del Mercato Comune, furono riconosciuti e assunti dall'Italia i fondamenti dell'economia di mercato, i principi della libera circolazione (merci, persone, servizi e capitali), LE REGOLE DELLA CONCORRENZA; QUELLE CHE ANCOR OGGI VENGONO DENUNCIATE COME OMISSIONI O COME CHIUSURE SCHEMATICHE PROPRIE DELLA TRATTAZIONE DEI "RAPPORTI ECONOMICI" NELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA, VENNERO SUPERATE NEL CROGIUOLO DELLA COSTRUZIONE COMUNITARIA e del diritto comunitario. NELL'ACCOGLIMENTO E NELLO SVILUPPO DI QUELLA COSTRUZIONE, SI RICONOBBE VIA VIA ANCHE LA SINISTRA, PRIMA QUELLA SOCIALISTA E POI QUELLA COMUNISTA.
    La distanza maggiore che tuttavia rimase tra le posizioni liberali, e specificamente einaudiane, da una parte, e quelle della sinistra di derivazione marxista (e anche quelle prevalenti nella pratica di governo della Democrazia Cristiana), dall'altra parte, è quella relativa al ruolo e ai limiti dell'intervento dello Stato nell'economia. Nella discussione in Assemblea sul testo che sarebbe diventato l'articolo 41 della Costituzione, EINAUDI PRESE LE DISTANZE CON PUNGENTE IRONIA DALL'EVOCAZIONE DI "PIANI" E "PROGRAMMI" E DAL RICORSO A ESPRESSIONI DI DUBBIO SIGNIFICATO COME "L'UTILITÀ SOCIALE"; fu nello stesso tempo eloquente e fermissimo nel sollevare il problema dei monopoli, della necessità di scongiurarne la formazione e, comunque, di sottoporli a controlli. Ma al di là di quel dibattito in Assemblea Costituente, e più in generale, egli indicò come propria dei "liberisti" non solo una linea antiprotezionistica, ma la netta convinzione (si veda in proposito l’analisi di Paolo Silvestri, nel capitolo che il suo libro su Einaudi dedica a Liberalismo e liberismo) CHE LO STATO DOVESSE FARE «PASSI ASSAI PRUDENTI NELLA VIA DELL’INTERVENIRE NELLE FACCENDE ECONOMICHE», anche paventando che tali interventi generassero corruzione nella società. Fino ad affermare: «IL LIBERISMO NON È UNA DOTTRINA ECONOMICA, MA UNA TESI MORALE».
    E invece è indubbio che in Italia, già a partire dagli anni Cinquanta, lo Stato intervenne con sempre minore "prudenza" e senso del limite, nella vita economica: dapprima, e per un non breve periodo, si trattò di un intervento diretto nell'attività produttiva, anche da Stato proprietario (sia pure nella più flessibile forma del sistema delle partecipazioni statali); si trattò poi di un ricorso crescente alla spesa pubblica, e sempre di più alla spesa pubblica corrente, in funzione di domande e interessi di carattere politico-elettorale e con la conseguenza dell'accumularsi di uno spaventoso stock di debito pubblico. (segue)

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  13. Vorrei solo aggiungere alle indicazioni fornite nel post la considerazione che le elezioni amministrative sono politiche in buon grado poiché permettono agli elettori qualche controllo sulla modalità di scelta degli eletti (diversamente dal porcellum e altre leggi preferite dai partiti).
    Se questa considerazione ha qualche fondamento le interpretazioni diverse dal "voto contro" qualcosa sono poco credibili e buone solo per gli aficionados di questo o quel partito risultato vincitore qua e là.
    Il pude ha capito ma non può tenere comportamenti diversi da quelli attuali e i vincitori si troveranno subito con i cordoni della borsa chiusi. Specialmente se si metteranno davvero di traverso alle banche (Appendino avrà inteso dire proprio questo con "Profumo si dimetta"?)

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  14. Ora che a minare la sostenibilità di quella grande e irrinunciabile conquista che è stata la creazione dell'euro concorre fortemente la crisi dei debiti sovrani di diversi Stati tra i quali l'Italia, è diventata ineludibile una profonda, accurata operazione di riduzione e selezione della spesa pubblica, anche in funzione di un processo di sburocratizzazione e risanamento degli apparati istituzionali e del loro modus operandi. Tale discorso non può non investire le degenerazioni parassitarie del "Welfare all’italiana", rifondando motivazioni, obiettivi e limiti delle politiche sociali, ovvero rimodellandole in coerenza con l'epoca della competizione globale e con le sfide che essa pone all'Italia.
    Da un lato, quindi, OCCORRE FARE PIÙ CHE MAI I CONTI CON LA REALTÀ DEL MERCATO E QUINDI DEL RUOLO, già d'altronde ampiamente riconosciuto, CHE SPETTA ALL'INIZIATIVA E ALL'IMPRESA PRIVATA, CON LE SUE ESIGENZE DI LIBERTÀ, DI AFFRANCAMENTO DA VINCOLI CHE NE COMPRIMONO LA COMPETITIVITÀ, e dall'altro lato c'è da valorizzare altre essenziali componenti di una visione liberale come fu quella di Luigi Einaudi. Una visione - lo ha ben messo in evidenza Francesco Forte nel convegno promosso il 13 maggio 2008 dalla Banca d'ltalia - che accanto al valore del libero mercato postulava quello della «riduzione delle disuguaglianze nei punti di partenza o d’arrivo», e considerava possibile la convergenza tra l’uno e l’altro. E Forte ha anche ben definito in quale senso, assai moderno, emergesse in Einaudi «un principio di libertà come responsabilità».
    Il recupero di simili approcci e contributi di pensiero ai fini di una revisione, di un adeguamento al nuovo contesto generale, della piattaforma programmatica e di governo delle forze riformiste, non può apparire né improprio né arduo: se è vero che, come è stato osservato, LA FECONDITÀ DELLA RICERCA DEL LIBERALE EINAUDI resta testimoniata dalla varia collocazione di uomini usciti dalla sua scuola, tra i quali eminenti liberalsocialisti e socialisti liberali.
    Il "recupero" di cui parlo dovrebbe essere parte di quel rinnovato sforzo di qualificazione culturale e morale della politica italiana ed europea, la cui necessità ho richiamato - caro Direttore - come punto di partenza di questa mia lettera. Non possiamo ormai che riflettere sull'Italia guardando all'Europa: ANCHE COSÌ TORNANDO A INCONTRARE EINAUDI, come grande anticipatore e assertore di quella prospettiva di unione federale dell'Europa che oggi siamo chiamati a rilanciare mirando con coraggio einaudiano AL PIÙ COERENTE SUPERAMENTO DEL DOGMA E DEL LIMITE DELLE SOVRANITÀ NAZIONALI. [GIORGIO NAPOLITANO, “Reset”, novembre-dicembre 2011, http://www.reset.it/caffe-europa/napolitano-lettera-einaudi-reset].

    Direste che un personaggio simile andava in giro impugnando una bandiera con sovraimpressi falce e martello (simbolo del lavoro)?

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    1. Insomma, non si nega che Einaudi "perse" in Costituente; però vinse nel dopoguerra in nome dell'Europa dei mercati.
      La Costituzione dunque, in questa visione di politica allo stato pura, svincolata dalla normatività della Costituzione come aveva avvertito Calamanderi, va ritenuta sostanzialmente reinterpretabile e abrogabile nei suoi principi fondamentali (opportunamente circondati da oblio).
      Cioè, la Costituzione, sempre attenendoci al famoso passo di Calamandrei, andava distrutta e, ben prima dell'attuale riforma, direi che ci sono praticamente riusciti...

      "Confessio est regina probationum"

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    2. Esatto. La confessione inquietante sta nel fatto che, nonostante la visione einaudiana fosse uscita perdente, tuttavia tra il 1946 e il 1947, "De Gasperi ed Einaudi avevano costruito in pochi mesi una sorta di "costituzione economica" che avevano posto però al sicuro, al di fuori della discussione in sede di Assemblea Costituente". Si trattò di una strategia "nata e gestita tra la Banca d'Italia e il governo". Quella strategia si sarebbe cominciata a realizzare in maniera pesante con il divorzio Tesoro-Banca Italia (nella lettura che ne do io)

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    3. Per la verità sarei curioso di sapere chi, nel PCI di Togliatti, ai tempi della Costituente, avesse queste simpatie per il liberismo Einaudiano: che poi, come sappiamo, è (era, già al tempo) lo stesso di von Hayek &co.
      Quindi marxisti hayekian-liberisti: nel 1946-48? Mi paiono più coerenti e credibili i "fascisti su Marte" (se in qualche modo il conflitto sociale era stato compreso)

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    4. In effetti le simpatie pericolose iniziarono tardi e la svolta del Pci avviene negli anni '70. Nel '48 Togliatti aveva tra l'altro condannato in maniera decisa il movimento federalista, risultando per lui imprescindibile il tema della sovranità statale come mezzo per adottare politiche a favore dei lavoratori. Quindi in Costituente escludo anch'io ci fossero tra i comunisti seguaci di Einaudi o Spinelli

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    5. @Quarantotto

      Credo che lo espliciti parlando di "liberalsocialisti e socialisti liberali", che, per quanto mi riguarda sono sinonimi, e che si rifanno alla tradizione "liberista e federalista" di Salvemini, e che trovano l'evoluzione aberrante nel comunista rinnegato Altiero Spinelli.

      In ottica anti-stalinista (ossia anti-sovietica, ossia anti-russa) i trotzkijsti sono stati i primi - a giudicare dalle carriere di certi post-sessantottini - ad essere stati cooptati dal batterio pop del liberalismo, con l'arendtiana e popperiana assimilazione di liberalismo == democrazia liberale == democrazia ==> QUINDI ==> autoritarismo sovietico == mancanza di liberalismo.

      Come lascia sottinteso Zinoviev prendendo le difese della figura di Stalin, il libertarismo di Trotzkij nella dialettica con Stalin è stato strumentalizzato - tramite la logica della doppia verità - confondendolo con il liberalismo.

      È difficile comprendere che il socialismo liberale continentale tende al "liberismo" mentre il liberalismo sociale anglosassone tende al "socialismo".

      In generale, quindi, direi che il liberalismo si è sempre infiltrato nel socialismo; basti ricordare il socialismo cosmopolita da cui è nato l'esperanto.

      Ed effettivamente, pensando ad Einaudi, è riuscito a far scrivere ad un ex-comunista e ad un futuro "compagno" radicale, il Manifesto del capitalismo sfrenato liberista: il Manifesto di Ventotene.

      Ha fatto passare due liberisti, uno sfrenato come Rossi, l'altro fognatore come Spinelli, per socialisti! Ha asfaltato da solo la strada verso l'eurocomunismo!

      Per quello che posso leggere, è stato Einaudi a vincere la guerra fredda...

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    6. Ma forse non era lontano dalle loro posizioni il maestro di Giorgio Napolitano, Giorgio Amendola.

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    7. @Bazaar: le questioni e distinzioni che (ri)proponi, meritano un approfondimento ragionato e documentato nei vari passaggi. Cosa che in parte hai già fatto ma in tracce sparse nei commenti.
      Tra l'altro, una parte del problema è di tipo lessicale: dipende dalla traduzione in italiano come "liberalismo" sia della parola liberalism che della locuzione free-trade/fre-competition (quest'ultima intesa proprio come dottrina politico-economica capace di plasmare i rapporti internazionali all'insegna dell'imperialismo).

      Sulla convinzione che esista un liberalismo politico e "intellettuale" (cioè incentrato sulla supremazia delle libertà, non necessariamente viste come un "numero chiuso" satellitare della proprietà come unico baricentro), e anche una "free-competition-doctrine" più squisitamente aderente all'ideologia della classe imprenditrice, forse nel Regno Unito ha più senso parlare. Non in Italia, dove la natura "uggiosa" della distinzione, com'è noto, fu battuta in breccia dallo stesso Einaudi (come abbiamo già dibattuto un paio di anni fa).
      Comunque grazie...

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    8. Visto che lo stato di eccezione manovrato dalla banca centrale fu usato per buttarli fuori dal governo, sarebbero stati ben autolesionisti ad accodarsi. Comunque da Bagnai avevo riportato questo intervento (qui la seconda parte) di Togliatti in Assemblea Costituente: ognuno lo può leggere e farsi un'idea.

      Vi era stata in precedenza (19 marzo 1947) la presentazione di un emendamento, proposto da Quintieri Quinto, all'art. 47, secondo cui: "La Repubblica tutela il valore della moneta nazionale ed il rispar­mio". Il proponente si produsse in un intervento dal familiare lirismo: la stabilità monetaria diventa presupposto “non soltanto per qualunque sviluppo regolare dell'economia (« senza moneta stabile non c'è lavoro» (ult. op. cit., p. 4029), ma anche per il prestigio dello Stato (« Si tenga conto che lo Stato, nello svalutare la moneta, compie una specie di suicidio, perché svaluta, insieme con la moneta, anche il suo prestigio ») e per l’indipendenza del paese (« Sarà vano infatti parlare di indipendenza nazionale, finché non avremo una moneta relativamente stabile ed in conseguenza un minimo di attività produttiva efficientemente organizzata». Benché si rivolgesse ai colleghi “indipendentemente dal colore politico”, “ricevette gli applausi soltanto di una parte dell ’assemblea (applausi a destra si legge nei resoconti)” e l’emendamento fu respinto (S. Ortino, Banca d’Italia e Costituzione, Pacini Editore, Pisa, 1979, pagg. 170-71).

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    9. Traggo liberamente dal celeberrimo discorso di insediamento di Benito Mussolini in qualità di Presidente del Consiglio quei passaggi che ricordano più da vicino la situazione odierna: « I nostri rapporti con gli Stati Uniti, sono, ottimi e sarà mia cura di perfezionarli sopratutto nel campo di una desiderabile intima collaborazione d'ordine economico.
      [...]Col Canada sta per essere firmato un Trattato di commercio.
      [...] Quanto al problema economico finanziario l'Italia sosterrà nel prossimo convegno di Bruxelles che debiti e riparazioni formano un binomio inscindibile. Per questa politica di dignità e di utilità nazionale occorrono alla Consulta organi centrali e periferici adeguati alle nuove necessità della coscienza nazionale e all'accresciuto prestigio dell'Italia nel mondo.
      Le direttive di politica interna si riassumono in queste parole: economie, lavoro disciplina, Il problema finanziario è fondamentale: bisogna arrivare colla maggiore celerità possibile al pareggio del bilancio statale. Regime della lesina: utilizzazione intelligente delle spese: aiuto a tutte le forze produttive della Nazione: fine di tutte le residuali bardature di guerra (Vive approvazioni).
      Sulla situazione finanziaria, che pure essendo grave, è suscettibile di rapido miglioramento, vi riferirà ampiamente il mio collega Tangorra in sede di richiesta dell'esercizio provvisorio.
      Chi dice lavoro, dice borghésia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che, si armonizzano con quelli della produzione e della Nazione. (Vivi applausi).
      [...] Chiediamo i pieni poteri perché vogliamo assumere le piene responsabilità. Senza i pieni poteri voi sapete benissimo che non si farebbe una lira - dico una lira - di economia ».

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    10. Quando si parla di liberalsocialismo in Italia bisognerebbe anche tenere conto di un fattore: il grande peso che nell'elaborazione vi ebbero i filosofi, che ne fecero una scatola vuota a disposizione di chi poteva avere interesse a indossare un certo vestito. La testimonianza di Salvemini su questo punto è molto chiara: "II 2 marzo 1946 Gaetano Salvemini, che pure riteneva Calogero un intellettuale di valore e per la cui rivista si era impegnato in precedenza a collaborare, dopo l’uscita dei primi due numeri di «Liberalsocialismo», invierà dagli Stati Uniti questo acre commento a Egidio Reale: «Ho ricevuto la nuova rivista di Calogero. Se avessi avuto bisogno di perdere ogni ultimo filo di speranza, questa rivista me lo avrebbe fatto perdere. Astrazioni, astrazioni, astrazioni. [...] Venti anni di onanismo filosofico crociano nella prigione fascista hanno tolto a un numero spaventoso di intellettuali italiani ogni capacità di pensiero realistico. Sono cani senza denti: abbaiano alla luce ma non addentano niente. [...] I problemi sono infiniti. Ma non pare che i liberal-socialisti ne abbiano sentore. Le sole questioni di cui si interessano è che cosa è la libertà, che cosa è il socialismo, come il socialismo possa e debba conciliarsi colla libertà, e come la libertà col socialismo, e così all’infinito, pestando l’acqua nel mortaio, e non approdando mai a nulla. Una certa dose di analisi concettuale è necessaria a chi vuole operare con coerenza ed ef­ficacia e non andare a vanvera. Ma ridurre tutta la propria attività intellettuale ad analisi concettuali è evadere la realtà, è sfuggire le proprie responsabilità in una società che si dissolve nella fame» (Salvemini, Lettere dall'America 1944/1946 cit., pp. 230-31).” (F. Sbarberi, L'utopia della libertà eguale, Bollati Boringhieri, 1999, pagg. 207-8).

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    11. LOL! C'è molta matrice "teologica", e dunque crociana, in questo ignorare la struttura sociale conflittuale del capitalismo e i meccanismi economici effettivi del conflitto stesso. Ma saperlo annullerebbe l'idea che il libero mercato - e ogni suo sviluppo spontaneo- sia una condizione naturale della convivenza sociale

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    12. A quanto pare il virus liberista, per via filosofica, e' rimasto in incubazione per anni anche in ambienti che si definivano "socialisti". Ed allora il vecchio Giorgio a modo suo forse ha detto il vero. Quel virus si sarebbe risvegliato in concomitanza della "questione morale" (questa di certo affine al moralismo teologico di Einaudi) posta da Berlinguer negli anni '70 a pie' di svolta ed ancora oggi in auge per giustificare l'impossibile. Ieri sera a Rai Storia si parlava di terremoto dell'Irpinia; una intera serata a dire quanto lo Stato e' stato disastroso in quella occasione e di come la classe politica abbia gestito male i fondi della ricostruzione. Poi l'intervista a Mario Segni che ha sparato a zero sulla decadenza morale della classe politica di allora (un rafforzamento continuo della convinzione negli italiani che lo Stato e i politici siano sempre e comunque brutti).
      La storia potrebbe in qualche modo essere andata cosi' o e' una tesi del tutto campata in aria?

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  15. Il passo di Arturo riportato nel post cita Roberto Bin, di cui ho speso apprezzato gli scritti e che ho sentito di persona, in una lectio alla Scuola Costituzionale di Rovigo (Unife), difendere con estrema energia la democrazia costituzionale come unica forma democratica di sovranità, contro l'ordine dei mercati.

    Dovrete scusarmi, dunque, l'almeno parziale OT, perché ho bisogno di lumi: mi spiazza la netta presa di distanze di Bin dall'appello dei Costituzionalisti contro la riforma che sarà oggetto di referendum - una posizione già bellamente strumentalizzata, ad esempio, da M. E. Boschi.
    Il Nostro, ovviamente, argomenta nel merito (a parte la polemica finale sull'appellismo, che posso condividere) e appunto: potrebbe forse il problema stare alla radice, nei macro-obiettivi della riforma più che nella valutazione di efficacia tutta interna al testo (cioè nel giudizio sulla commisurazione dello strumento ai singoli obiettivi "tecnici" perseguiti)?

    Ho letto il contro-appello di Bin: non vi è traccia del riequilibrio(-squilibrio) tra Esecutivo e Parlamento o tra poteri extraordinamentali e poteri statuali ("fate presto"), vi sono solo riflessioni circa il rapporto tra leggi di interesse nazionale e altre fonti, a proposito del nuovo Senato.

    Insomma (e mi scuso per l'espressione involuta e faticosa: quello giuridico non è il mio codice linguistico abituale), può essere che Bin sia "costretto" ai propri distinguo da un marchiano errore degli Appellisti? Che, cioè, la campagna per il NO abbia da subito poggiato su argomenti sbagliati o quantomeno non essenziali?

    In tal caso, saremmo di fronte all'ennesimo falso dibattito (idraulico?), col che ritorno in tema, in fondo, scusandomi per l'escursione.

    L'incompetenza genera ansia, e così pure il rischio di delusione patita da uno dei miei riferimenti di un tempo: ille quoque???

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    1. Confesso che ho grandi difficoltà a seguire le diatribe interne alla categoria accedemica dei costituzionalisti.
      In un passato post, con Arturo e altri, abbiamo commentato riguardo a questo fenomeno, sempre un po' incentrato sulla figura di Zagrelbesky (e sui "contrari" e "favorevoli" ad egli stesso), e sulla singolare idea che il partito della Costituzione sia ujn fatto generazionale e ascrivibile ai vecchi partiti di sinistra della 1a Repubblica.
      Magari qualcuno sa ritrovare, nel blog, quel versante del dibattito, che sgonfierebbe un pochino le eccessive preoccupazioni che ti poni.

      In ogni modo, Bin era (cristianamente...) favorevole alla presente riforma costituzionale ben prima dell'appello ad essa contrario
      http://www.famigliacristiana.it/articolo/roberto-bin-deriva-antidemocratica-una-preoccupazione-eccessiva.aspx

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    2. La discussione su Zagrebelsky era partita da qui.

      Quanto a Bin, la sua presa di posizione ha lasciato spiazzato, a dire il meno, anche me, proprio rispetto alla preoccupazione che esprimi tu, Luca. In un suo scritto di pochi anni fa (Che cos'è la Costituzione?) c'è un capitolo intitolato "Ciò di cui meriterebbe davvero parlare", in cui leggiamo: "Non può che sorprende allora che si continui a discutere di riforme costituzionali che avrebbero l’intento di rendere “più efficiente” il sistema decisionale delle istituzioni italiane, quando è a tutti chiaro che ben poco spazio è rimasto alla “sovranità” di queste istituzioni. La “missione” delle costituzioni – almeno nella prospettiva che ho cercato di tracciare in questo scritto – non è curarsi tanto dell’efficienza, quanto delle garanzie: quali garanzie apprestano le riforme costituzionali nei confronti di decisioni fondamentali per l’equilibrio degli interessi sociali assunte in sedi del tutto estranee al circuito della legittimazione democratica e della responsabilità politica? La risposta è sconfortante, nessuna: il tema è del tutto assente dal dibattito. Eppure il conflitto sociale oggi non è affatto risolto, ma è fomentato proprio dalle scelte che “i mercati” impongono quotidianamente in nome della “natura delle cose”: le enormi disuguaglianze tra e nelle nazioni sono il problema centrale, ed è illusorio pensare che il loro superamento possa essere l’esito “naturale” della crescita economica, che anzi oggi tende ad accentuarle. Tanto si parla, da una e dall’altra parte politica, di “aggiornare” la nostra costituzione: eppure questo aspetto inedito del conflitto sociale resta del tutto assente dal dibattito. Un dibattito che sembra guardare a temi sfocati, privi di aderenza rispetto alle questioni che in tutto il mondo sono al centro della discussione."

      Si nota, come dire, un certo spostamento di accenti.

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    3. Come dire, in fondo Napolitano aveva poi preso una ben precisa posizione: e non certo come stravagante e politicamente isolata boutade, ma con precisi e solidi riferimenti (e scelte di campo: v. sotto quanto riportato da Francesco)...

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    4. Come non prendere una ben precisa posizione alla presenza di cotanti uomini di studio, letteratoni del tempo antico?

      « Don Abbondio, vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Renzo mise a proferire le parole: - signor curato, in presenza di questi testimoni, quest'è mia moglie -. Le sue labbra non erano ancora tornate al posto, che don Abbondio, lasciando cader la carta, aveva già afferrata e alzata, con la mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta, il tappeto del tavolino, e tiratolo a sé, con furia, buttando in terra libro, carta, calamaio e polverino; e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s'era avvicinato a Lucia. La poveretta, con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: - e questo... - che don Abbondio le aveva buttato sgarbatamente il tappeto sulla testa e sul viso, per impedirle di pronunziare intera la formola. E subito, lasciata cader la lucerna che teneva nell'altra mano, s'aiutò anche con quella a imbacuccarla col tappeto, che quasi la soffogava; e intanto gridava quanto n'aveva in canna: - Perpetua! Perpetua! tradimento! aiuto! -
      [...] In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s'era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore; eppure, alla fin de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a' fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo. »

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  16. Certo! Ma, al di là di Bin, mi angoscia la visibilità esclusiva di QUEL dibattito, che divora l'intero possibile spazio di discussione e puntualmente aggira le questioni cruciali.

    Vecchi costituzionalisti versus ggiovani, Zagrebelsky contro tutti, voi una cinquantina noi 200, tornerà il fascismo no non tornerà...

    Esattamente come casta/anticasta, o-ne-stà/latrocinio (?), vecchi e rottamatori, bacchettoni e libertari... Trump/Clinton!

    Non si parla d'altro, cioè non si parla di niente.

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  17. Mi permetto un piccolo addendum di natura storica.

    Dal discorso pronunziato da Giuseppe Zanardelli al teatro Guillaume in Brescia il 13 gennaio 1895.
    "La perturbazione delle legittime competenze statutarie si rinviene in primo luogo costante nell'abuso sistematico dei decreti laddove sarebbe stato necessario provvedere per legge. Già nella discussione finanziaria della scorsa estate (...) da molti oratori dell'uno e dell'altro ramo del Parlamento si lamentò che non solo quando trattavasi di decreti-catenaccio, ma per ogni specie di imposte, si facesse con decreto reale ciò che è riservato al potere legislativo. Le relazioni di quelle autorevoli Commissioni avevano nel modo più aperto deplorato questi metodi (...) accusando il Governo d'avere per tal modo assunto una autorità che non gli era concessa dallo Statuto, di aver tolto al Parlamento, con prematura ingerenza in questioni di tanto interesse, assoluta libertà di discussione e di giudizio. Ma nonostante tali avvertimenti e proteste, il sistema fu dal Ministero imperturbabilmente continuato, estendendolo ad ogni specie più diversa di provvedimenti d'indole legislativa".

    Ricorda qualcosa di recente? Tipo qualcosa successo a partire dal dicembre del 2011 e contemporaneo all'affermazione del principio del Pareggio di bilancio (comunque perseguito o almeno dichiarato anche all'epoca)?. A me si......

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  18. da ricordare che poi venne Bava Beccaris....

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  19. Di "esproprio delle reti del gas delle ex municipalizzate" ha parlato proprio recentemente il Pedante

    http://ilpedante.org/post/la-distribuzione-del-gas-naturale

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