martedì 27 settembre 2016

QUAESTIONES D€ REFERENDI SUBTILITATIBUS (1...?)


https://chs.revues.org/docannexe/image/382/img-7.png
(Il punto interrogativo nel titolo è dovuto all'incertezza sulla proseguibilità del lavoro svolto sul blog: la shadow-censura  dei links permane...)

1. Cominciamo dal quesito: secondo alcuni costituzionalisti, il quesito al referendum sulla riforma costituzionale sarebbe "corretto".
Ceccanti, utilizza un argomento formale-testuale: "le prassi seguite finora sui referendum che riguardano la conferma di riforme costituzionali sono chiare. Il quesito ha sempre riprodotto testualmente il titolo della legge di modifica approvata". 
Ma questo costituzionalista, ordinario di diritto pubblico comparato, già senatore per il partito principale proponente della riforma:
"oltre ad essere uno tra gli ispiratori del progetto del Partito Democratico ed eletto all’Assemblea Costituente (ndr; di tale partito), è anche uno dei principali autori dello Statuto del PD... 
Da sempre[3] sostenitore della necessità di riformare la Costituzione[4], prende più volte posizione a favore del sì al referendum costituzionale dichiarando, tra l'altro, agli inizi del 2016: "Dubito che l'opinione pubblica, al di là delle appartenenze politiche e culturali, voglia tenersi un sistema che ci potrebbe far ricadere nell'impasse del 2013 per la formazione del Governo e che in assenza di una Camera delle autonomie scarica i conflitti sulla Corte costituzionale. Il Presidente del Consiglio ci ha messo la faccia perché è la riforma che giustifica la prosecuzione della legislatura, ma il quesito è soprattutto su una indifferibile riforma, giusta nel merito che resterà anche dopo Renzi e che in realtà nella sua elaborazione era stata condivisa, sin dai lavori della Commissione di esperti del Governo Letta, anche dall'intero centro-destra" (sic, ex multis, il sunto di Wikipedia). 

2. Più improntata a una ricostruzione problematica del quesito, in virtù della maggior distanza da propensioni politiche personali, risulta dunque la valutazione di Ainis:  
"Purtroppo il vizio, se così si può dire, è all'origine. Risulta dalla tendenza ad attribuire alle leggi titoli accattivanti, con intuizioni che hanno solo un obiettivo di resa comunicativa
I precedenti ci sono e i primi che mi vengono in mente sono il decreto definito Salva Italia o la legge sul mercato del lavoro chiamata Jobs Act. Ma anche il governo Monti si distinse con un nome particolarmente ammiccante come il decreto Crescita Italia. L'effetto, quando si passa al referendum su modifiche costituzionali, è che come in uno specchio il quesito riporta il titolo della legge...
All'origine dovevano accorgersi in parlamento anche di quale titolo andavano approvando. Non si può obiettare ora quando, purtroppo, tutto è stato fatto". 
Dubitiamo, per come sono andate le votazioni nelle due camere, che qualcuno, anche volendo, potesse far notare, e formulare diversamente, la natura "comunicativa e accattivante" del titolo.

3. Però è vero che ormai quello che troverete sulla scheda elettorale è questo:

http://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2016/09/refe1.png

Mentre, per fare un esempio, altrettanta verosimiglianza e "resa" di quel che i cittadini saranno chiamati a decidere, avrebbe potuto rivestirla questa versione alternativa del quesito che trovate subito sotto; che, tra l'altro, non condivido pienamente, perché fa risaltare aspetti casta-cricca-corruzione-spesa-pubblica-improduttiva-per-la-politica, e non ne emerge, invece, il punto fondamentale della riforma, cioè la €uropean connection, cioè la vera posta in gioco nel referendum:


4. Ma il "vizio" di impostazione logico-giuridica del fronte del "no", è cosa di cui non ci si può stupire.
Fa parte di un frame sempre più radicato e inestirpabile nell'opinione di massa: scollegare la riforma costituzionale dalla questione europea, è l'altra faccia dell'atteggiamento per cui l'euro è sbagliato e porta all'austerità "cattiva", ma rimane comunque una scelta irreversibile a fronte dei presunti "costi" dell'€xit, che vengono regolarmente sovrastimati, mentre si tace sui costi, in crescita esponenziale, del rimanere nella moneta unica.

5. Come rendersi conto della €uropean connection, - che peraltro è enunciata, come prima e principale ragione giustificativa della riforma, nella stessa Relazione governativa di originaria presentazione del ddl. costituzionale al Senato- ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps:

b) verificate il testo dei "nuovi" articoli artt. 55 - "Le Camere": cioè conformazione, struttura e "mission" istituzionale delle Camere- e 70 - "La formazione delle leggi": cioè procedure e contenuti generali, ma anche "tipizzati", della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due "nuove" Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all'oggetto deliberativo delle Camere stesse-;

c) vi accorgerete, dunque, che l'effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che "la partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea" è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l'adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato

d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell'Unione, così com'è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato.

ADDENDUM: sottolinerei, senza perderci troppo tempo, che se si è sentito il bisogno di questa interpolazione costituzionale su mission e configurazione contenutistica della funzione legislativa, evidentemente una ragione c'è (v. infatti quanto detto sub n.4).
Ma il punto ha una logica normativa palese.
Se fosse bastato l'art.117, nelle equivalenti vecchia e nuova formulazione, per costituzionalizzare il "vincolo €uropeo", perché allora ricorrere alla modifica di norme ben più fondamentali, come appunto gli artt.55 e 70, appunto per ridefinire la mission del parlamento e tipizzare, - su un singolo trattato!- (cosa che, ad es; non è stata fatta per il trattato NATO, in 60 anni di sua applicazione), lo stesso contenuto vincolato della funzione legislativa? 
ADDENDUM 2: Il riparto di competenze tra Senato e Camera non c'entra molto con la...competenza generalissima, e implicita (per regola del diritto internazionale generale) nella stessa soggettività dello Stato italiano, a ratificare i trattati e a legiferare in derivazione di un qualsiasi trattato (ove necessario): eseguire e attuare i trattati, è precetto già contenuto nell'art.10 Cost (coi limiti indicati dall'art.11 Cost. quanto alle "organizzazioni internazionali").  
L'esecuzione legislativa dei trattati non è una "materia", da fare oggetto di ripartizione di competenze, potendo tale esecuzione intervenire in una molteplicità di materie, e cioè di interessi corrispondenti a diversi settori socio-economici.

Notare che, in questa atipica "grande voglia" di costituzionalizzare come speciale e immutabile l'obbligo di appartenere all'UE e di attuarne le "politiche", si è perfino previsto, nel nuovo art.80 Cost., che la ratifica dei trattati spetti in generale alla sola Camera, mentre "le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all'appartenenza dell'Italia all'Unione europea sono approvate da entrambe le Camere". 
Insomma, l'appartenenza all'UE e l'attuazione delle sue "politiche" divengono non una (giuridicamente inconfigurabile) "materia", ma un precetto costituzionale di determinazione della fonte della sovranità - cioè  dell'indirizzo politico legislativo, che ne costituisce la principale espressione- appunto in funzione di tale appartenenza e di tale attuazione. 
In totale indipendenza dall'espressione elettorale di tale indirizzo politico, - cioè qualsiasi maggioranza sarà vincolata da tale precetto sulla formazione dell'indirizzo politico esterna alla volontà dell'elettorato-, e in contrasto col principio della  sovranità popolare (art.1 Cost.), i cui "modi e forme" di manifestazione, nei crescenti e pervasivi settori devoluti alla competenza dell'UE, divengono ininfluenti su contenuti sempre più imponenti, e fondamentali, della stessa sovranità.
Ed infatti...


6. Ma v'è di più: questo quid novi non può che avere riflessi sulla stessa propensione della Corte costituzionale a sindacare, con effettività e concreta comprensione della natura delle politiche che ci impone l'Unione europea, la violazione dei principi immodificabili della Costituzione (da parte dell'imposizione di tali politiche). 
Queste nuove formulazioni appaiono avere una potenziale funzione omogenea a quella già avutasi con l'altra "grande" riforma imposta dall'Unione €uropea: il nuovo art.81 con il "pareggio di bilancio". 
E, rispetto alla "consapevolezza" mostrata finora dalla Corte, il rischio è del tutto identico: nel costante conflitto tra tali previsioni costituzionali e i principi fondamentali che definiscono i diritti indeclinabili dei cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro (cioè sull'obbligo statale di perseguimento di politiche economiche e fiscali di "pieno impiego"), la Corte non scorgerà alcuna esigenza di ristabilire una gerarchia", tra le fonti (dato che la Costituzione primigenia è superiore a quella derivante da revisione) nonché tra i valori storici della democrazia (norme "economiche", secondo una consolidata giurisprudenza della Corte, non sarebbero, infatti, capaci di incidere sui rapporti sociali e politici. Cioè l'ordine politico-sociale sarebbe indifferente all'assetto economico, lasciato alla insindacabile ideologia perseguita dai trattati!).

7. Concludendo (sul punto riforma & €uropa), autocito una mail inviata a un amico con cui ci dolevamo delle difficoltà "a sinistra" - incluse quindi le ragioni esposte dai comitati per il "no"- a trattare con consapevolezza e senso della realtà la questione €uropea:
Non era affatto difficile portare all'attenzione dei non-colti e dei semicolti il legame cogente della riforma con l'€uropa. Era certamente più facile rispetto a qualsiasi altro aspetto: risparmi di spesa, semplificazione istituzionale, potenziamento dell'esecutivo e "governabilità: tutti elementi su cui infatti si litiga strenuamente perché oggettivamente contraddittori nel testo.
Ed infatti: basta vedere gli artt.1 e 10 della riforma (che ne sono il clou): si costituzionalizza l'obbligo di attuare il diritto UE come mission del parlamento e sostanza immancabile della funzione legislativa.
E' probabilmente l'unico aspetto precettivo non controvertibile di tutta la riforma.
Ergo, l'adesione all'UE-M, COSI' COM'E', risponde ora a un obbligo costituzionale, dato come presupposto indefettibile (superando le "giustificazioni" imposte dell'art.11 Cost. che si tenta di bypassare definitivamente): ciò impedirà, con forza ancor più travolgente, alla Corte cost. di sindacare qualsiasi aberrazione proveniente dall'UEM e renderà il diritto UEM integralmente e incondizionatamente superiore a ogni fonte nazionale.

Ma i "nostri" per evidenziare questo aspetto assolutamente centrale della riforma, avrebbero dovuto litigare con tutto lo Stato maggiore dei costituzionalisti ventoteniani (dalla Z. di Zagrelbesky...etc).. Invece se ne sono altamente strafregati: et pour cause.
Faccio notare, cosa che rileva rispetto allo stesso Lapavitsas, che neppure in Grecia sono giunti a manipolare il testo costituzionale per rendere irreversibili l'UE e l'euro.

8. Magari, un una prossima occasione, - essendo il referendum ormai fissato per il 4 dicembre (concomitante, pensate un po', col rinnovo del voto presidenziale in Austria), e quindi non mancando il tempo a disposizione- approfondiremo la "sostanza" della legittimità costituzionale della revisione..."costituzionale".
Una riforma il cui oggetto referendario non solo è vincolato da un quesito prestabilito nella versione "accattivante e comunicativa" sopradetta, non solo ha oggetti talmente multipli e diversificati, nonché sfuggenti agli stessi elettori (come quello attinente all'€uropa), da non poter essere riassumibili in alcun modo in un unico quesito ragionevole e intelleggibile; ma una riforma che, in più, ha un contenuto e un titolo-quesito che sono anche stati prestabiliti dall'Esecutivo
Un Esecutivo che gestirà la campagna referendaria come una prova, una vera e propria "ordalia", per la prosecuzione del suo mandato e della legittimità della maggioranza parlamentare che lo sostiene.

37 commenti:

  1. "Un Esecutivo che gestirà la campagna referendaria come una prova, una vera e propria "ordalia", per la prosecuzione del suo mandato e della legittimità della maggioranza parlamentare che lo sostiene". Ma soprattutto, per non perdere il ruolo di prediletti di fronte al padrone : "Il legame con il governo Renzi è talmente forte che su suggerimento di JP Morgan non solo è stato licenziato Fabrizio Viola ma è stato insediato al suo posto Marco Morelli. Tuttavia per mandare in porto l' operazione occorre fare filotto, a partire dal referendum costituzionale sul quale Renzi rischia la poltrona.". Interessante l'articolo perchè cita i vari Grilli ed presidenti o ex della CdP, tutti passati per JP. Altro che interesse nazionale. Anche qui, l'interesse va dove il soldo tintinna.

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    1. It goes without saying.
      In questa occasione, - lasciando ad attenti lettori di stimare le implicazioni di uno scenario tragicamente chiaro, per chi vuol vedere-, ho cercato di focalizzare un aspetto testuale e contenutistico della riforma che, come chiunque può constatare, è in pratica del tutto assente dal dibattito.

      Con conseguenze a dir poco tragiche.

      Qualcuno si sveglierà? Mah...

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    2. Se vince il SI è la resa incondizionata. Ad una UE macigno a cui ci leghiamo mani e piedi di fronte all'abisso. La speranza che vinca il NO è grande.

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  2. - A proposito di articolo 81:

    "I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione."

    Invece per le altre leggi per cui è prevista la funzione legislativa del Senato della Repubblica

    "Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva."

    Non basta che sulla legge fondamentale della politica economica si voti come vuole l'UE, si deve fare pure di corsa!

    - Aggiungo un ulteriore dettaglio che mi lascia mortificato: a mancare nel dibattito non è solo il tema dell'UE, ma un'attenta lettura e analisi degli strumenti retorici della propaganda per il SÌ! L'idea che questa sia l'ultima occasione per cambiare l'Italia (mentre invece potrebbe essere l'ultima per opporsi all'inibizione della democrazia), l'idea che "basta un sì" e che non serva capire molto di questa riforma... nessuno che metta in questione l'idiozia intrinseca e l'illogicità di questi principii, un insulto all'intelligenza degli italiani, che per non sentirsi chiamati in causa preferiscono sopirla.

    - È oltretutto un quesito provocatorio, e nessuno se ne lamenta! Si usa la stessa tattica che abbiamo visto in atto per quanto riguarda il femminicidio: si propone una legge che abbraccia tutta una serie di provvedimenti molto diversi fra loro per mettere in difficoltà una eventuale azione di dissenso (l'esempio del femminicidio: chi per esempio in Parlamento fosse stato contrario alle disposizioni riguardanti la "Proroga del commissariamento delle Province al 30 giugno 2014" avrebbe avuto più difficoltà a opporsi: perché che fai, ti opponi alla legge contro il femminicidio? TAAAAC).
    http://orizzonte48.blogspot.it/2014/02/il-femminicidio-2.html

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    1. Grazie dell'analitico apporto di osservazioni arricchito dalla fenomenologia del frame comunicativo prescelto: in realtà, è proprio la ricchezza di dettagli del testo a rendere "obbligata" la tattica cosmetica dell'obbligo morale a carico degli elettori.

      Il fatto è che questa volta la scelta ha carattere veramente costitutivo di un nuovo e irreversibile ordine: la funzione legislativa diviene formalmente, e non solo per omesso intervento della Corte costituzionale, un momento di mera attuazione dell'indirizzo politico formatosi al di fuori del processo democratico elettorale: anzi al di fuori di ogni istituzione rappresentativa del popolo e del suo territorio (cioè, estera e, nella sostanza, prevalentemente rispondente a interessi privati non nazionali).

      Mi chiedo chi se ne accorgerà mai e se convenga ai suoi stessi propugnatori, visto il livello di difficoltà a mantenere il loro consenso (pur sempre necessario alla loro individuazione-designazione) già rebus sic stantibus...

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    2. Non c'è di che, credo che sia un onore essere pubblicati qui.

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  3. Ma l'eventuale vittoria del Sì potrebbe influire in qualche modo su una (improbabile) uscita unilaterale dell'Italia dalla UE? Mi spiego meglio: se vincesse il Sì, si potrebbero inserire norme tali da rendere impossibile un'uscita unilaterale dell'Italia dall'unione?

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    1. Più di così non potevano inserire (senza perdere il vantaggio della modifica "a insaputa" degli elettori): certo, la questione €xit rimane politica.

      Ma, con un tale testo costituzionale, si allontana la possibilità di invocare la violazione delle norme fondamentali della Costituzione, che in sede di rapporti internazionali, è cosa che ha un notevole peso.

      Qualunque tipo di €xit o eurobreak, infatti, implica un inevitabile strascico potenziale di contenziosi, per sostenere i quali è importante poter invocare la riconoscibilità, da parte "avversa" della gross violation di norme fondamentali dell'ordinamento che si difende dalla altrui pretesa economico-finanziaria.

      Quindi, a maggior ragione, data anche la debolezza delle affermazioni della nostra Corte costituzionale (a differenza di quella tedesca), il "sì" tende anche a precostituire un percorso disagevole di uscita dall'euro: in qualunque modalità questa si verifichi!

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  4. Perdonate ma per me l'italiano e'questo:
    (copio incollo togliendo cio' che offusca)

    La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere
    ...omissis che non c'entra....con eurexit
    per la legge che stabilisce le norme generali,
    le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e
    all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea,
    ....omissis...che non c'entra.......con eurexit
    Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono
    essere abrogate, modificate o derogate
    solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma.

    L'italiano e' violentato in piu' modi (volutamente?)
    Pero' io capisco che come si fa si disfa.
    Perche' leggete che la cosa funziona solo in favore dell'Euro(pa) ?

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    1. Il perché (tale formulazione attraverso una tecnica di affermazione implicita, e una struttura giuridica intenzionale, cristallizzi l'adesione all'UE, rendendola vincolata e immancabile) è detto nel post.
      Lo rilegga.

      La formula finale che lei crede dire qualcosa di così importante è in realtà pleonastica: indica solo quello che è ovvio nella successione tra leggi (nel caso "c.d. "rafforzate" dall'adozione di una procedura legislativa tipizzata bicamerale).

      Si rilegga M.S. Giannini. "in principio era la funzione", con tutto quello che ne consegue.
      Se poi non è un giurista: studi, se no non ne esce. Almeno si legga con attenzione il post, i links e possibilmente l'intero blog...

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    2. Grazie.
      Era per confermare se avevo capito bene il post che ho posto la domanda in quel modo, per me piu' pratico da intendere (non essendo un giurista) .
      Ma anche i non giuristi votano.....

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  5. Così, quando la UE implodera', il PD farà in Italia lUnione Europea del meridione

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  6. Comunque a quanto pare sarà Jamie Dimon, CEO di JP Morgan con qualche "piccolo" problemino di derivati sulle spalle, il salvatore delle banche italiane...

    nel frattempo aspettiamo ancora che qualcuno si pronunci "nel merito" della questione referendum, spiegando il "perchè" la vittoria del SI sia un disastro per l'Italia repubblicana, relegata di fatto ad appendice meridionale di Bruxelles/ Francoforte...

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    1. Non si pronuncerà mai nessuno su "questo" merito. Credono un "un'altra" €uropa e sono disposti a (farci) morire per Maastricht.
      L'unico luogo su cui troverai discusso "questo merito" è il presente piccolo blog.

      Si va festanti verso il disastro, in nome del vincolo esterno: follia di un popolo accecato da media in mano al frame della convenienza estera.

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  7. Sicuramente con questa riforma il regime democratico che -almeno formalmente- eravamo abituati a conoscere, sparisce quasi del tutto. E' la fine, in questo paese, cosiddetto "stato di diritto".
    A monte, la costituzionalizzazione dell'appartenenza all'Unione europea ed il pareggio di bilancio, a valle l'involuzione governocentrica (per consentire al margravio di turno di non avere problemi di sorta?): il tutto configura quasi una sorta di protettorato. Ma forse esagero......

    Il clima di questo referendum è quanto di più vicino, a mio avviso, a quello delle elezioni del 1924. Votare "SI" al referendum di oggi è come votare a favore del "Listone" fascista di allora. Le "pressioni" di chi vuole la riforma saranno altissime e spalleggiate da un'informazione strutturata a mo' di monoblocco ideologico pro-regime.

    Non sono ottimista. Tuttavia, la speranza è l'ultima a morire e rimarrà in vita fino al 4 dicembre prossimo.

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  8. Ci troviamo, in sostanza, innanzi ad un tipico caso di “doppia verità” mediaticamente propagandata con linguaggio orwelliano (nel 2001 era stata utilizzata la stessa tecnica legislativa neoliberista e la riforma ha prodotto la “sussidierietà” catto-liberista, cioè il disimpegno dello Stato): nella sostanza ci predisponiamo a fare meglio i compiti in casa cedendo un altro pezzo importante di sovranità (secondo il distopico teorema Amato) a favore…dei mercati sovranazionali. Però non è il caso che i cittadini capiscono che verranno ridotti alla fame perché potrebbero (forse) non essere d’accordo. Ed allora bisogna agitare la riduzione dei costi della politica, argomento che acchiappa la pancia del gregge. Che poi, quand’anche si avessero lievi risparmi di spesa-pubblica-brutta, gli stessi saranno comunque recessivi. Boh, vaglielo a spiegare al cittadino geneticamente piddino. Un Fantozzi, il Popolo italiano, che subisce ancora e, a quanto pare, subirà per sempre.

    (Ieri mia madre, quinta elementare, al telefono “Mi spieghi che gliene viene in tasca al disoccupato con questa benedetta riforma costituzionale?” ed io “Niente, mamma, è solo il colpo di grazia. Sai, per non farlo soffrire. Noi siamo democratici, mica come quel cattivo di Orban” http://www.stopeuro.org/lungheria-di-orban-la-nazione-che-cresce-piu-di-tutte-in-europa-ma-nessuno-lo-ammette-ecco-la-sua-ricetta-anticrisi/)

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  9. EURO, UNIONE EUROPEA E INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE

    Potrebbe bastare la lettura - non sono giurista .. - del dossier sulla Riforma Costituzionale pubblicato in G.U. n. 88 del 15/04/2016 dal Servizio Studi della Camera per rilevare qualche problema incostituzionalità – puntualizzata da '48 e silente nelle istituzioni “paludate” del Bel Paese – della riforma proposta dall'attuale esecutivo considerando la cessione illimitata (e non “limitazione di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” dell'art. 11) di ogni sovranità “popolare” a favore di “istituzioni” sovranazionali” dell'Unione Europea che svolge – ricordiamolo - attività fondamentali al mantenimento del programma neo-liberista contrapposto al progetto pluriclassita originario scritto nella nostra Carta Costituzionale (la “Più bella del mondo”).

    Quanto non basterebbe a comprendere la portata della riforma il limitarsi alla nuova titolazione del quesito referendario evidenziando il”solo” marginale risparmio economico derivante dall'abolizione del Senato (ab)usando della stessa neo-lingua del neo-liberismo ipocrita globale come proposta da qualche comitato per il NO.

    Basterebbe ricordare - per non dimenticare - la decennale guerra di classe, lo smantellamento dello “stato sociale”, lo smantellamento del welfare sussidiario, la mercificazione delle attività umane,
    la mitizzazione del “lavoratore universale” sradicato dall'ambiente sociale e dal dibattito democratico della politica, ridotto a merce intercambiabile e sfruttabile a vantaggio del “libero scambio” internazionale.

    Basterebbe ricordare - per non dimenticare – la lotta ideologica del neo-liberismo contro le istituzioni e organizzazioni sociali, la narrazione di comunità “sociali” che hanno progressivamente identificato LAVORO e ASSISTENZIALISMO devastando l'alleanza pluriclassista dei lavoratori con la classe media, volano delle rinascite nazionali sulle macerie del “secolo breve”, la progressiva dipendenza del capitale industriale da quello finanziario attraverso politiche monetarie di indipendenza delle banche centrali dalla dialettica democratica..

    Basterebbe ricordare – per non dimenticare – la strategica importanza che ha assunto l'adozione della moneta unica europea in questa guerra “civile ricordandone “il più grande successo dell'euro” in terra greca senza modificarne la Costituzione ma svuotando la politica economica, industriale e fiscale della dialettica democratica a beneficio di elitè sovranazionali “decidenti” e della loro servitù servente “attuatrice” consapevole (!! .. ??) di servire.

    Basterebbe ricordare .

    It's all, folks !!

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  10. però la questione dell'esproprio della funzione legislativa e dell'indirizzo politico emerge in molti altri spazi comunicativi avversi alla riforma. La dovizia giuridica e argomentativa di orizzonte48 è quasi unica, ma forse le forme metaforiche usate in altri consessi sono più immediate, nel senso che non richiedono mediazione di conoscenze giuridiche, dalle masse meno acculturate di scienze sociali.

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    1. Peccato che queste forme metaforiche non menzionino e non alludano in modo corretto - cioè tale da consentire una concreta comprensione che ribilanci il permeismo imperante sui principali temi che sono spinnati dai sì e dai no-, al vincolo esterno e all'assoluta centralità della questione europea.

      Sul culto della "complessità" di tutta la costruzione normativa e politica incentrata sul "federalismo" europeista, Amato docet: i trattati - e le riforme Costituzionali che gli danno enforcement- devono essere incomprensibili.

      Avevi forse compreso che la sussidiarietà introdotta nella riforma del Titolo V del 2001, preannunciava lo svuotamento dello Stato sociale?
      Con le "forme metaforiche" così "immediate", saremmo ancora a "caro amico" nel comprendere le ricadute del "vincolo esterno".

      Ripeto: non ci sono scorciatoie di fronte a una tecnica della complessità che nasconde la "doppia verità".
      Altri commentatori, vedi sopra, lo hanno afferrato con immediatezza...

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  11. Se vince il SI al referendum, faranno Jovanotti presidente della Repubblica.

    E, con tutta onestà, credo rappresenti degnamente gli italiani SIini.

    Ma non si dovrebbe parlar male dei votanti della parte opposta, no?

    « La gente può essere erroneamente spinta ad associare il calo dei suoi redditi con l’aumento dell’immigrazione o con la liberalizzazione del commercio. Se si vuole dissipare questa percezione, bisogna fare qualcosa di più che produrre studi dei think tank economici liberali. »

    Questi sono scemi.

    Non è che lo fanno.

    Lo sono.

    Cioè, non è che sia proprio un caso per cui la Storia ha portato alla formazione degli Stati-nazione, delle omogeneità etnico-linguistiche, e, su tutte, alle democrazie. (Quando è stato possibile scegliere).

    Ora: lo ammetto, sono assolutamente d'accordo con Platone e auspicherei alla dittatura dei filosofi.

    C'è solo un problema: ogni qualvolta che c'è da decidere su chi è degno o meno tra i filosofi, l'ultima parola ce l'ha sempre un banchiere sociopatico.

    Risultato? la Storia non è mai - mai! - stata guidata da una "élite illuminata", ma, semplicemente, da un'establishment di disturbati mentali.

    La selezione "naturale" ha tutte le caratteristiche della selezione avversa e dell'azzardo morale.

    Che conclusioni trarre?

    Dopo i disastri nucleari si salvano solo ratti e scarafaggi: come possiamo chiamare l'ordine auspicato tramite la globalizzazione?

    Rattocrazia? Blattocrazia?

    Vorrei chiosare con « ai posteri l'ardua sentenza », ma, in mano a questo ammasso di imbecilli, dubito fortemente che il genere umano avrà mai dei "posteri".

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    1. Punterei di più sulla pipistrellocrazia...

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  12. Chiedo scusa per la mia ignoranza in materia e mi rivolgo a chi abbia la cortesia di rispondermi e togliermi così questa 'curiosità'. Ho appena appreso, cercando informazioni su internet, che non è richiesto il quorum per il referendum costituzionale, in altre parole l'astensionismo non invaliderebbe il risultato elettorale. Com'è possibile questo? Immagino sia previsto dalla Costituzione stessa, non voglio pensare che ci sia una discrezionalità in merito, sarebbe assurdo. E stando così le cose, non è insensato che l'astensionismo possa invalidare il risultato di un referendum dai risvolti economici e ambientali (trivellazioni) e non possa invece nel caso di un referendum indetto per modificare (deturpare) la cosa più sacra che abbiamo a tutela nostra e della democrazia?
    Utilizzando un pò di logica e di senso comune penserei che il non raggiungimento del quorum dovrebbe equivalere ad un NO, in quanto è evidente che in questo caso il cambiamento (e che cambiamento) della Carta dovrebbe implicare una partecipazione attiva e consapevole della maggioranza più ampia possibile dei cittadini italiani, cosa incompatibile con una scarsa partecipazione al voto.
    A me pare assurdo che il non raggiungimento del quorum non invalidi un eventuale SI. Dov'è l'errore? Grazie

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    1. L'art.138 Cost., secondo comma, non prevede il quorum.
      Nei vari precedenti dunque non c'è stata alcuna obiezione di merito a tale sistema, che sarebbe difficile, se non illegittimo (anche se ormai...) revisionare.

      Però è buona abitudine leggersi il testo della Costituzione (finché esiste è agevolmente reperibile on web), e fare semplici ricerche in rete sul relativo significato e sulle prassi applicative.

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    2. Grazie per la cortese risposta. Avevo letto il testo originale dell'art. 138, che mi pare molto chiaro e non necessiti di particolari interpretazioni, quello che non mi è chiaro è il perché non si sia scelto di dotare il meccanismo di revisione costituzionale di un'ulteriore garanzia (da profano così la intendo) come il raggiungimento di un quorum in sede di consultazione elettorale. Probabilmente (sempre da profano) le garanzie presenti nelle fasi antecedenti il referendum furono (e sono) ritenute sufficienti. Purtroppo non si considerava la possibilità di un parlamento composto sulla base di una legge elettorale poi dichiarata incostituzionale!

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  13. Buongiorno Dott. Caracciolo, le chiedo una piccola delucidazione su un punto che mi sta tormentando da qualche giorno. La modifica del comma 1 dell'Art. 117 con la sostituzione del termine comunitario con il termine Unione Europea perché renderebbe più stringenti i vincoli per il nostro Paese? Non era già sufficiente l'attuale formulazione per vincolare (purtroppo) tutte le scelte politiche dei vari governi italiani?
    La ringrazio

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    1. La questione è specificamente trattata al punto 5 del post, con un apposito addendum. Per i non giuristi, o giuristi non memori dei lineamenti fondamentali del diritto, rammento che l'art.10 Cost riconosce l'osservanza da parte della Repubblica italiana delle "norme del diritto internazionale generalmente riconosciute", tra cui campeggia il "pacta sunt servanda", cioè l'Italia esegue i trattati.

      Dunque riscrivere in altra norma della Costituzione che l'Italia esegue i trattati internazionali, "tra cui" quello UE, è solo una ripetizione, a livello normativo di fonte inferiore (revisione costituzionale rispetto all'originario Potere Costituente), di quanto meglio affermato all'art.10 Cost.

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    2. Però, consiglio di rileggersi tutto il post dove è escluso che sia l'art.117 di nuova e vecchia formulazione a costituire il precetto che vincola a livello costituzionale, in modo ben diverso dal pacta sunt servanda, a eseguire le politiche €uropee; cioè ad asservire comunque il Parlamento a realizzare un indirizzo politico formatosi al di fuori della sovranità nazionale (a Bruxelles, come mandataria di Berlino) e dunque, a prescindere dall'indirizzo formatosi in Italia a seguito di QUALSIASI esito elettorale.
      Chiaro?

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  14. Innanzitutto la ringrazio per la velocità della risposta. Mi sono riletto la parte del post che mi ha segnalato e ho colto quello che voleva evidenziare. Ora mi è tutto molto più chiaro.

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    1. Non c'è di che: in realtà ho publbicato il suo commmento dopo aver resistito a molti altri con la stessa domanda.
      Il fatto è che su questo blog, NON SI è MAI POSTO L'ACCENTO SULL'ART.117. E questo, ed altri post, spiegano perché. La questione dell'art.117 è agitata dalla parte più ordoliberista ed ottusa del dibattito a favore della riforma o che cerca di MINIMIZZARNE la portata.

      In sostanza, il dubbio può sorgere solo a NON lettori del blog che siano, al tempo stesso, vulnerabili alla propaganda mediatica di ogni colore partitico...

      Per non ricadere nell'equivoco e per non mancare il vero punto, consiglio la rilettura dell'intero post.

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  15. Grazie, personalmente non sono vulnerabile alla propaganda, anzi. Se posso permettermi sono un lettore occasionale del suo blog, ma sul tema Europa e Euro sto portando avanti una battaglia culturale nella mia provincia (Pordenone) organizzando seminari e serate divulgative sulle contraddizione dell'Europa, sulle idee di Bagnai, Cesaratto, Brancaccio e Zenezini (mio professore universitario di economia internazionale). Le ho fatto questa domanda perché, non essendo un giurista ma un economista, volevo avere un argomentazione più solida nel controbattere a quanti sviliscono il lavoro di chi, con serietà e rigore scientifico, sta portando avanti la lotta contro questa Europa.
    Grazie ancora per tutto quello che fa!

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  16. twitter impedisce di condividere le pagine del tuo blog. tutto normale?

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  17. twitter non consente di condividere le pagine del tuo blog: tutto normale?

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  18. Condividerei la tesi giuridica (non l'allarmismo), circa la grande novità, se non fosse che l'art. 117 post 2001 - nei commi successivi al primo - contiene pressoché già tutti gli elementi in esame - cioè la costituzionalizzazione sia della "necessaria" partecipazione alla UE sia dell'attuazione-esecuzione degli atti Ue.
    Che poi vi siano anche gli artt. 55 e 70 a "infiltrare" nel tessuto costituzionale l'Unione Europea non vedo come non possa essere conseguenza del riparto di competenze.
    Tanto che la "pericolosissima" previsione dell'art. 55 è riferita al Senato, ma non c'è un equivalente per la Camera. Ed è inserita per la "partecipazione alle decisioni dirette a" e per la "verifica dell'impatto delle politiche".
    Si tratta di funzioni distinte da quella legislativa, sicchè, dedurre un rafforzato obbligo di attuare (sempre e comunque, al di là del bene e del male) le politiche dell'Unione Europea - quasi per osmosi dalla mission di raccordo-codecisione-.valutazione mi pare operazione ermeneutica poco ortodossa.
    Detto in altri termini: se la Corte costituzionale volesse liquidare ogni valutazione d'incostituzionalità perché le norme e le politiche UE ormai sono costituzionalizzate, e cioè sempre legittime...lo dovrebbe fare, molto più linearmente,sulla scorta degli artt. 10,11, e 117 e non già dell'art. 55.
    Per quanto poi riguarda l'art. 70, è diretta conseguenza dell'art. 55. Se al Senato è dato un ruolo partecipativo/consultivo rispetto alle fasi ascendente e discendente della partecipazione alla Ue, è abbastanza naturale (e per una volta coerente, in una riforma che pure ha parecchie incoerenze linguistiche e giuridiche) che "la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea" sia bicamerale.
    L'unica novità insomma è che per uscire dalla UE occorrerà intervenire con legge costituzionale su qualche articolo in più.

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    1. E' pur sempre una tesi sostenibile: ha il grave difetto, sul piano costituzionale, di essere asistematica,- difetto non da poco-, e di privilegiare una interpretazione strettamente letterale, che prescinde totalmente dalla gerarchia interna, dettata pregiudizialmente dall'ordine logico-costruttivo relativo alle funzioni/organi più importanti, implicita in un testo costituzionale.

      Ma, ripeto, quando si arriva alla individuazione del quid novi in senso conforme, in realtà il problema di differenza di percorsi non è grave.
      Anche se non vedo affrontato il problema della inconcepibilità di una ripartizione di "competenze" (?) tra organi legislativi che, sulla base della costituzionalizzazione, del tutto ANOMALA di uno specifico trattato, non procede, come ho illustrato, per via di un concetto giuridicamente accettabile di "materia", secondo la giurisprudenza della stessa Corte.
      Basti pensare alla conseguente totale incoerenza, giuridica e anche pratica, del nuovo art.80.

      Semmai grave è la confusione concettuale e la asistematicità del neo-legislatore costituente che procede incoltamente, in ordine sparso (purché si arrivi all'obiettivo).

      Un legislatore poco dotato di cultura giuridica che non bisognerebbe "inseguire" in questa sua evidente alterazione dei principi generali del diritto (dell'organizzazione statale).

      Ma se pure si può convenire su conclusioni praticamente coincidenti, non concordo sull'understatement "unica novità insomma è che per uscire dalla UE occorrerà intervenire con legge costituzionale su qualche articolo in più": se non altro perché, a tacer d'altro (occorrerebbe aver soppesato il post con maggior attenzione), l'uscita dall'eurozona, accoppiata o meno che sia con quella dall'Unione, non è in alcun modo compatibile coi tempi di una revisione costituzionale.
      Nè con quelli, pure più appropriati, di una declaratoria di illegittimità costituzionale interna del corpus asistematico e violativo dell'art.1 Cost (almeno) della riforma.

      E' un fatto tecnico economico-finanziario che invito ad approfondire (Il Tramonto dell'euro è un libro che tratta egregiamente dei problemi essenziali di questo tipo).

      Dunque le conseguenze, com'è evidenziato nel post, sono gravissime e afferiscono all'implicito sbarramento ad ogni revisione del "vincolo esterno" che ne deriva: ragioni tecnico-economiche che coloro che hanno "dettato" la riforma conoscevano benissimo e hanno astutamente insinuato (contando sull'acquiescenza di un legislatore che, nella migliore delle ipotesi, è...disattento).

      E le hanno immaginate in tal modo anche nella proiezione della tutela che, in base al diritto dei trattati e internazionale "generale", risulterebbe così difficilmente invocabile (ad es; la riconoscibilità ex bona fide della "gross violation" del diritto interno "fondamentale").
      Di questo si parla anche nei commenti al post in approfondimento al punto 6 dello stesso, sui quali invito egualmente a riflettere.
      Senza understatements e underestimations...

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    2. Eh, sì, proprio una perla questo intervento di Jack. Che ringraziamo per fornire tal archetipico "punto di vista", ovvero "punto prospettico", ovvero "punto di osservazione", ovvero "punto di fuga", ovvero - come puntualizza Weber - punto d'attacco.

      Eh sì, dietro al "relativismo del valore dell'opinione", un giurista di passaggio, Carl Schmitt, nota come la weberiana « espressione "punto di attacco" svela la potenziale aggressività immanente a ogni posizione di valori" . Espressioni come "punto di osservazione", "punto di vista" suonano fuorvianti e danno l'impressione di un relativismo, relazionismo e prospettivismo apparentemente illimitati, e con ciò altrettanta tolleranza, legata a una sostanziale, benevola neutralità. »

      Abbiamo invece un patente "understatement" che svela il « fatale rovescio » del relativismo valoriale: « l'aggressività tetico-ponente del valore » nella sua relativistica valutazione.

      Alberto Bagnai lo chiama « fascismo dell'opinione ».

      Io la chiamo come Hartmann, ovvero "tirannia dei valori".

      "Valori" che non hanno nessun fondamento materiale: quel "fondamento materiale" (cfr Hartmann, e, su tutti, Scheler) che è poi "fondazione empirica delle scienze sociali".

      « Un giurista che s'impegna nel diventare un attuatore immediato di valori [con la loro "aggressività" e "virulenza"] dovrebbe sapere ciò che fa. Dovrebbe rifletteresull'origine e sulla struttura dei valori, senza prendere alla leggera il problema della tirannia dei valori e della loro attuazione immediata », Schmitt

      Sempre che Jack sia almeno un giurista...

      Ma perché non infiliamo la UE nell'art.1 se la gerarchia interna ha "un valore relativo"? È indifferente che Italia sia un repubblica democratica fondata sulla stabilità dei prezzi? e che la sovranità appartenga alla UE?

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