domenica 19 febbraio 2017

NON E' RILEVANTE (GRAMSCI, LA CONTA E IL GOVERNO TECNICO "RESPONSABILE")


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1. Tra le grandi questioni sulle quali trepidano, in questi giorni, telegiornali, radiogiornali e giornaloni, non v'è nulla di veramente rilevante.
Non è rilevante che i partiti europeisti siano 5, 6, 7 o 8 (magari, differenziando l'offerta mediante scissioni, riescono ad allargare il "bacino di utenza"). 
Tanto si alleeranno comunque tra di loro. 
Anche se qualcuno di questi dovesse rimanere fuori dall'alleanza perché non si vuole..alleare o perché, magari, gli altri, messi tutti insieme, non hanno bisogno di spartire il potere e i suoi vantaggi anche con questo. Ognuno poi, si sa, ha un suo "altroeuropeismo", come operazione di marketing elettorale (privo di qualsiasi effetto concreto) e lo sfrutta come se fosse il brevetto su un prodotto offerto sul mercato elettorale.

2. Quindi non è rilevante se si voterà con un tipo di legge elettorale o l'altra: ci sarà sempre, preventivamente o, più probabilmente, dopo le elezioni, una Große Koalition.
E questa esisterebbe, per una necessità di autoconservazione più o meno già implicita e consapevole, anche se non venisse dichiarata prima delle elezioni.
Chi oggi non ha già fatto autocritica sull'adesione all'euro e sulle politiche del piano inclinato verso la distruzione che esso comporta, sa di poter vincere la gramsciana "conta" (qui, p.3.1.), cioè le elezioni idrauliche orwellianamente mediatizzate, ma non di poter vincere il "dopo elezioni". 

3. E, quindi, con ogni probabilità, come ogni volta che si deve distruggere in nome dell'€uropa la sovranità e il benessere del popolo italiano, si farà un governo tecnico, infarcito di appelli allo straniero e di "esaltatori acritici degli scambi internazionali" nonché condito di "unità nazional€" e di "r€sponsabilità".

4. Dunque è irrilevante che si faccia passare come svolta "sociale" o addirittura keynesiana la futura concessione di redditi di inclusione o di varie forme di redditi di cittadinanza
Questa misura è comunque obbligata, nell'ottica della stessa necessità di autoconservazione, dalle ulteriori politiche economiche fiscali imposte comunque dall'europeismo, tra solenni investiture di governo tecnico e magari qualche altro nuovo piantarello.
E' irrilevante che ci si opponga o meno a ulteriori privatizzazioni quando sono la logica delle risorse scarse e del debito pubblico come causa della crisi economica italiana a dominare.

5. Ed è persino irrilevante che la "beffa" di un governo tecnico - che si succeda alle elezioni "politiche", dopo un'intera legislatura (o quasi: la differenza è anch'essa irrilevante) di governi supportati da maggioranze elette con una legge elettorale dichiarata incostituzionale-, possa indicare che nessuno può vincere il dopo-elezioni, perché nessuno può più esercitare la sovranità e perseguire gli interessi generali del popolo italiano, indicati dalle norme fondamentali della Costituzione.
E' irrilevante perché la sovranità non esiste più già oggi, per rinuncia (illegittima) già preventivamente compiuta e il dibattito politico è solo un lunare susseguirsi di alibi preventivi, e di false prospettive di concessioni, per nascondere l'asfalto, con cui ricoprire definitivamente il benessere e la democrazia, che continuano a impastare senza alcuna remora o ripensamento.

venerdì 17 febbraio 2017

CORTE COSTITUZIONALE N.7 DEL 2017: LA PATRIMONIALE INCOMBENTE E L'AUSTERITA' ESPANSIVA COME...RIMEDIO ALLA "CRISI ECONOMICA"


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1. Di recente, con la pronuncia della Corte costituzionale n.7 del 2017, si è diffuso un certo "entusiasmo" (mediatico) circa la censura che la stessa Corte rivolge al legislatore quando questi si mette all'opera, per rispettare il pareggio di bilancio, cercando ogni mezzo per soddisfare questo principio assurto a grund norm della quasi totalità della legislazione più rilevante degli ultimi anni
Nel caso, si è trattato della declaratoria di illegittimità costituzionale della norma emanata dal governo Monti che imponeva un prelievo fisso, a favore dello Stato, sostanzialmente patrimoniale (al di là dell'indice utilizzato per determinare la base imponibile) sulle casse previdenziali "autonome" di determinate categorie professionali (ricorrente era la cassa dei commercialisti).
Cercheremo però di evidenziare con la massima semplicità possibile di come non solo, con tale decisione, non sia stato posto in dubbio il "valore" del pareggio di bilancio come equiordinato, se non in concreto prevalente, su quelli tutelati da altre norme costituzionali, ma come, sempre in applicazione dello stesso principio, si sia preventivamente, (sia pure "in astratto" ma non perciò in modo meno significativo), preannunziata la legittimità di "prelievi eccezionali" da parte dello Stato, autorizzati da un "particolare momento di crisi economica".

2. Vi riporterò, nella sua apparente incidentalità, il passaggio rappresentativo di tale interpretazione.
Questo passaggio ci dà conto, ancora una volta, non solo della ormai consolidatasi gerarchia (o NON gerarchia) dei valori costituzionali ma, inscindibilmente, del concetto di "crisi economica", tanto genericamente evocata, quanto ostinatamente trascurata nell'individuare le sue cause efficienti nonché, - elemento veramente decisivo nella comprensione della materia (ovvero nella "incomprensione" della Corte)-, il legame univoco di queste cause con le politiche fiscali ed economiche imposte dall'appartenenza all'eurozona
E quindi, a ben vedere, nelle stesse ormai "inconsapevoli", affermazioni della Corte,  sfugge il legame univoco di questa generica "crisi economica" con l'introduzione dell'art.81 Cost. come obbligo derivante dal c.d. fiscal compact, per l'appunto incompreso nella sua autonoma capacità generatrice della crisi: quest'ultima intesa sia come crescita negativa, cioè recessione, sia come crescita ridotta o prossima allo zero, cioè stagnazione, entrambe accompagnate, come riflesso inevitabile del loro manifestarsi, dalla evidenza della crisi occupazionale (cioè dal dilagare della disoccupazione divenuta connotato sociale della realtà italiana proprio in conseguenza dell'adesione alla moneta unica).

3. Ecco dunque il passaggio della sentenza n.7 del 2017:
Se, in astratto, non può essere disconosciuta la possibilità per lo Stato di disporre, in un particolare momento di crisi economica, un prelievo eccezionale anche nei confronti degli enti che – come la CNPADC – sostanzialmente si autofinanziano attraverso i contributi dei propri iscritti, non è invece conforme a Costituzione articolare la norma nel senso di un prelievo strutturale e continuativo nei riguardi di un ente caratterizzato da funzioni previdenziali e assistenziali sottoposte al rigido principio dell’equilibrio tra risorse versate dagli iscritti e prestazioni rese.
L'affermazione, evidentemente a portata generale circa il potere di imposizione fiscale "eccezionale" (appunto: lo "stato di eccezione" dei mercati come neo-detentori della sovranità) considerato legittimo dalla Corte senza mai indagare sulle sue cause, trova ulteriore sviluppo nel periodo immediatamente successivo:
Alla luce di tali considerazioni risultano capovolte anche le argomentazioni dell’Avvocatura dello Stato, secondo cui la fattispecie normativa in esame sarebbe il portato di un’«adeguata ponderazione» delle esigenze di equilibrio della finanza pubblica di cui all’art. 81 Cost. con «gli altri parametri costituzionali richiamati dal Consiglio di Stato […] nel rispetto dei princìpi di proporzionalità e ragionevolezza […] in relazione alla pari necessità di rispetto dell’art. 81 Cost. ed alla luce della necessità di individuare un punto di equilibrio dinamico e non prefissato in anticipo tra tutti i vari diritti tutelati dalla Carta costituzionale».
Una valutazione in termini di proporzionalità e di adeguatezza tra i dialettici interessi in gioco può essere realizzata solo all’interno del quadro legislativo della materia «secondo determinazioni discrezionali del legislatore, le quali devono essere basate sul ragionevole bilanciamento del complesso dei valori e degli interessi costituzionali coinvolti nell’attuazione graduale di quei principi, compresi quelli connessi alla concreta e attuale disponibilità delle risorse finanziarie e dei mezzi necessari per far fronte ai relativi impegni di spesa» (sentenza n. 119 del 1991).
[Inciso necessario per chi non fosse abituato al ragionamento logico-giuridico: se è "riconoscibile", in termini di legittimità costituzionale, la possibilità di un prelievo eccezionale su enti previdenziali che si autofinanziano con i contributi degli iscritti, a fortiori, questa diagnosi preventiva di legittimità vale per ogni categoria di soggetto privato, rispetto a cui il potere di imposizione fiscale, a fini di raggiungimento del pareggio di bilancio, si manifesta senza neppure il problema della destinazione del suo patrimonio allo svolgimento della funzione pubblica di erogazione di prestazioni pensionistiche. 
D'altra parte, ciò è confermato dall'uso della congiunzione copulativa "anche" utilizzata dalla Corte in termini logici che implicano una serie di soggetti verso cui tale prelievo eccezionale è già presupposto come "possibile".]

4. Dunque, prendiamo atto: nei valori costituzionali esistono degli evidenti e continui contrasti e, sì, questi contrasti derivano dai limiti di bilancio imposti allo Stato fin da Maastricht, e peraltro continui e reiterati e niente affatto episodici o contingenti
La Corte pare considerare invece ogni singolo "episodio" legislativo sottoposto al suo esame come caratterizzabile dalla già segnalata visione "atomistica" delle questioni che esamina, facendosi sfuggire, ormai da decenni, che lo "stato di eccezione" è permanente e che i "sacrifici" imposti a tutti gli altri valori costituzionali, per dimensione, durata e pluralità praticamente omnicomprensiva di interventi, assumono ormai un carattere non liquidabile come non lesivo del "nucleo essenziale" dei diritti costituzionali fondamentali (in un tempo ormai lontano...).

5. Il problema lo abbiamo già visto esaminando l'altra pronuncia della Corte affrettatamente salutata come fondamentale "stop" alla priorità, in concreto, del principio €uropeistico del pareggio di bilancio, la n.275 del 2016:
"In particolare, la decisione non affronta e non risolve il problema logico pregiudiziale che è inscindibilmente legato alla ratio ed alla giustificazione della norma censurata (che, appunto, non è certo casuale e frutto di una "malvagia" scelta politica della Regione Abruzzo).  Vale a dire, il problema della "guerra" tra poveri ovvero del conflitto tra diversi diritti costituzionalmente fondati che deriverebbe dal mero garantirne uno, quale incomprimibile, all'interno di un finanziamento che, complessivamente e promiscuamente, è comunque non solo limitato ma progressivamente tagliato in omaggio al principio del pareggio di bilancio Questo si esprime, ormai da anni (e, prima ancora, nell'ottica della riduzione del deficit al 3%, cioè da decenni) in decisioni finanziarie statali di bilancio adottate per adeguarvisi, e, nello specifico, notoriamente, mediante la riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato alle regioni, tutt'al più da compensare con aumenti della imposizione "locale" nel quadro del c.d. "patto di stabilità interno".  Ma questi meccanismi sono da sempre attuati, per vincolo c.d. "esterno", nel quadro della generale riduzione del fabbisogno statale verso il pareggio stesso, "voluto dall'Europa" e, dichiaratamente (da parte delle fonti europee), al fine prioritario di mantenere la nostra adesione alla moneta unica, e quindi al di fuori di qualsiasi (comprovato) vantaggio ponderabile con i costi sociali che emergono nelle sempre più numerose fattispecie all'esame della stessa Corte costituzionale IV.3. La Corte, garantendo il pieno e non solo parziale rimborso (nel caso) delle spese sostenute per il trasporto scolastico dei disabili, ha tuttavia, in forza dell'inesorabile meccanismo dei saldi di bilancio, vincolati dal patto di stabilità interna, necessariamente inciso sulla (altrettanto "piena") erogabilità di altri servizi sociali finanziati in tutto o in parte, dalla regione, mediante lo stigmatizzato "indistinto" stanziamento: magari avrà determinato che una madre lavoratrice non avesse più posto nell'asilo nido per il bambino (venendone soppressa la stessa struttura); o che un anziano indigente e affetto da malattia cronica non potesse più vedersi assicurata l'assistenza domiciliare. Non porsi il problema generale di come il pareggio di bilancio incida, in stretta connessione con la questione devoluta alla Corte, sui complessivi livelli di diritti tutti egualmente tutelati dalla Costituzione, porta a comprimerne, o a sopprimerne uno in luogo di un altro, generando un inammissibile conflitto tra posizioni tutelate.   Un conflitto che, secondo un prudente apprezzamento della realtà notoria, non può essere risolto scindendo una realtà sociale composta da elementi interdipendenti; tale realtà viene, nel suo complesso, sacrificata illimitatamente, in una progressione di manovre finanziarie di riduzione, portate avanti pressocché annualmente, dall'applicazione del pareggio di bilancio e dalla graduale (o anche talora drastica) situazione di de-finanziamento che esso comporta. La sua logica, propria dell'applicazione fattane agli enti territoriali, è infatti quella di una prioritaria allocazione delle risorse al risanamento del debito pregresso e dei suoi oneri finanziari. IV.4. Non si tratta dunque di tutelare un "pochino" (meno) tutte queste posizioni costituzionalmente tutelate, comunque comprimendole tutte contemporaneamente, ma di un generale e inscindibile piano di "caduta" (in accelerazione), dovuto alla crisi economica indotta dalla euro-austerità fiscale, con la disoccupazione (effettiva) record che essa determina e, dunque, con l'oggettivo e notorio (e drammatico) ampliarsi della sfera dei cittadini aventi diritto alle prestazioni costituzionalmente garantite, cioè tutelandi (secondo la Costituzione)".  

6. Con il sopra riportato percorso argomentativo della sentenza n.7 del 2017, la Corte conferma questo ordine di obiezioni in modo categorico: la discrezionalità del Legislatore - essenzialmente su iniziativa del governo, ormai stabilmente esecutiva di diktat minacciosi provenienti dalle istituzioni €uropee (altro aspetto costantemente ignorato dalla Corte) -  è, secondo lei, interna a una dialettica e tutti i valori costituzionali (originariamente posti dalla Carte del 1948), proprio perché dialetticamente contrapponibili, sono ormai posti su un piano di parità con quello del pareggio di bilancio.
Questo potenziale super-valore - proprio in conseguenza della continua visione atomistica e priva di "memoria" e prospettiva storica del complesso delle misure fiscali e finanziarie adottate dallo Stato italiano come politica ormai permanente e pervasiva -   porrebbe i rapporti tra norme costituzionali in termini "dialettici": ma nel dir ciò, si finisce inevitabilmente per attribuire a questa disposizione di origine sovranazionale (UEM), un'attitudine caratterizzante dell'intero ordinamento.
E questa funzione caratterizzante del pareggio di bilancio trova poi il suo addentellato nell'accettazione acritica, anzi nella ipostatizzazione (per reiterazione ormai inerziale), dell'idea - tecnico-economica- che esso abbia una funzione risolutiva della (abbiamo visto generica) "crisi economica".

7. Eppure la Corte dimentica che, nel 2010, alla "vigilia" della grande stagione dell'austerità espansiva, alla cui ideologia la Corte si è ormai ostinatamente adeguata, l'Italia era ormai uscita dalla recessione, era tornata a crescere e avrebbe potuto, senza particolari sforzi, tranquillamente rispettare il limite di deficit del 3%, stabilito dal precedente patto di stabilità dell'eurozona.
Dunque, l'imposizione del fiscal compact, - peraltro da considerare la formalizzazione di una precedente costante aspirazione al pareggio di bilancio, che risaliva a periodi in cui non c'era affatto una crisi economica (e già questo dovrebbe portare a qualche riflessione la stessa Corte)-, non pare potersi obiettivamente e ragionevolmente giustificare come rimedio alla recessione o anche solo alla stagnazione: e, con essa, la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, . 
Di più, l'adozione del paradigma dell'austerità espansiva, non solo è stato messo in dubbio dallo stesso FMI, che l'aveva originariamente diffuso e travasato nelle sollecite spire dei meccanismi di "stabilizzazione" adottati normativamente dall'eurozona,  ma esso, solo che si consultino con un minimo di attenzione i dati dell'Istat, risulta essere la causa diretta della crescente disoccupazione e del suo già visto livello strutturale senza precedenti nella storia della Repubblica.

8. Sul piano della storia economica, abbiamo proprio visto, nel post precedente che tale idea di "stabilizzazione" è in realtà il portato di un'ideologia monetaria, prima "neo-classica", cioè propria degli anni '20, e poi esplicitamente adottata dall'unione monetaria €uropea (pp.6-6.1.), che si impernia tutta su un rimedio, e uno solo: cioè quello deflazionista e di traslazione sul mercato del lavoro dei costi del debito estero di una Nazione (che è appunto il perno della dottrina delle banche centrali indipendenti).
La correzione dei conti con l'estero - il vero problema che si voleva ovviare attraverso il fiscal compact- e il pagamento dei creditori esteri dell'eurozona, allarmati dalla crescente posizione debitoria dei c.d PIGS, avviene attraverso lo strumento fiscale, espressamente additato in tale funzione (il caso della Grecia dovrebbe dissipare ogni dubbio, al riguardo, se no si è accecati dallo slogan moralistico che avrebbe "falsificato i conti pubblici"...). 

9. Ciò perché si è ben consapevoli che l'austerità fiscale limita i consumi e la spesa interna (anche quella per investimenti) prima di tutto attraverso l'innesco del taglio di quella parte del PIL che è la spesa pubblica, (e lo stesso Padoan ha fatto una rilevante ammissione al riguardo), che a qualsiasi titolo effettuata (piaccia o no), aumenta il reddito dei cittadini. 
Tagliato per via fiscale tale reddito - accoppiando ovviamente al taglio della spesa pubblica anche l'aumento della pressione fiscale- si limitano le importazioni: la crescente disoccupazione che discende dal taglio del reddito, e cioè degli incassi delle imprese derivanti dalla domanda interna, a sua volta, induce la forza lavoro ad accettare complessivamente (aiutata da una serie continua di riforme flessibilizzanti e precarizzanti del mercato del lavoro), una minor retribuzione e ciò non solo avvia un circolo vizioso di minori importazioni, ma anche di fallimenti seriali di imprese basate sulla domanda interna, abbassa il costo del lavoro e promuove in una certa misura la competitività di prezzo delle nostre merci.

Ed infatti, l'Italia, oggi, si trova nella paradossale situazione di avere un surplus delle partite correnti, ma una crescente disoccupazione (ove realisticamente rilevata con criteri quantomeno omogenei a quelli utilizzati negli USA per l'aggregato U6, qui p.5) e soprattutto una concomitante deindustrializzazione nei settori non export-led, che è alla base delle diffuse sofferenze delle famiglie e delle stesse imprese che, non può più essere ignorato, produce la situazione di crisi bancaria e di intervento di salvataggio dello Stato, - sempre però soggetto a obbligo di rientro per via fiscale (pp.4-5),!- che si configura ormai come esplosivo.

10. Ora, in questo quadro, le due grandi giustificazioni della "bilanciabilità" del pareggio di bilancio in dialettica (quasi sempre prevalente) con ogni altro valore costituzionale, nelle sparse ma ormai sedimentate affermazioni "atomistiche" della Corte, si giustifica essenzialmente per due ragioni (tecnico-economiche ma mai verificate in ordine alla loro attendibilità): a) il sussistere di una situazione di crisi economica e b) la scarsità delle risorse finanziarie pubbliche.
Entrambe queste premesse di fatto si rivelano strettamente ancorate all'adesione alla moneta unica. 
Quest'ultima, negli inequivocabili giustificativi enunciati delle stesse istituzioni UE (p.5), si fonda su un particolare concetto della moneta, che si basa sull'idea della banca centrale indipendente e sul divieto di finanziamento monetario agli Stati che, pertanto, assoggettati ai mercati come debitori di diritto comune, devono rendersi solvibili e "appetibili" attraverso la disciplina fiscale a priori imposta dall'appartenanza alla moneta unica.
Se dunque è il pareggio di bilancio, nelle sue varie tappe e proiezioni imposte di volta in volta dalla Commissione UE, alla base del taglio del reddito nazionale e della disoccupazione strutturale, è in definitiva l'euro la causa di recessione (certamente negli anni 2012-2013) e anche della successiva stagnazione deflattiva del paese. Così com'è l'euro, e la sua disciplina fiscale di automantenimento, alla base della crisi bancaria e dei suoi "drammi" di ricapitalizzazione con intervento dello Stato...in pareggio di bilancio.

11. La "crisi economica" e la "scarsità di risorse" hanno dunque una precisa causa: ma il paradosso estremo è che la Corte costituzionale si ostina, inconsapevolmente, a rinvenire in questa causa...il rimedio (in un paradosso eurisitico da cui rischia di non uscire mai): cioè il pareggio di bilancio e l'austerità fiscale, che, anzichè determinare un ritorno alla crescita e all'occupazione, inducono stagnazione, out-put gap e disoccupazione e caduta deflattiva dei redditi.
Per questo, in ultima analisi, appare vieppiù inquietante, all'interno di questa clamorosa incomprensione della situazione macroeconomica e monetaria italiana, la (quasi) preventiva giustificazione, come rimedio ad una "particolare situazione di crisi economica" di un "prelievo eccezionale".
La prospettiva di una patrimoniale straordinaria a carico di tutti i risparmiatori, e magari dei possessori di immobili,  per far fronte al "rientro" dei salvataggi bancari, o anche solo per rispettare il parametro del debito pubblico all'interno del fiscal compact, è sempre più incombente.
La Corte costituzionale, però, è sempre più lontana dal comprendere le ragioni della "scarsità di risorse" (un corollario della versione "pura" della banca centrale indipendente applicata alla BCE), e della generazione delle crisi economiche: cioè lontana dal comprendere il valore sintomatico, per una corretta diagnosi, della deflazione, già incombente, della disoccupazione e precarizzazione del lavoro, e della stessa recessione
Questa conseguirà immancabilmente all'applicazione del "rimedio" del "prelievo eccezionale" , nei suoi effetti, accontenterà i creditori esteri.
Ma la Corte costituzionale rischia di continuare a dire che ciò corrisponde ad un supremo valore costituzionale "discrezionalmente e ragionevolmente (!)" contrapponibile, - in una dialettica atomistica e svincolata dalla comprensione delle cause della congiuntura cui l'Italia s'è sottoposta col vincolo monetario-, ai diritti costituzionali sanciti dalla Costituzione del 1948....

mercoledì 15 febbraio 2017

DEBITO SOVRANO RISK WEIGHTED, BANCHE CENTRALI INDIPENDENTI E IL "MISTERO" DELLA FINANZA PRIVATA SOSTITUTIVA DELLA SOVRANITA' DEMOCRATICA


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1. In premessa ringraziamo, per l'ennesima volta, Arturo che non solo è l'acuto "filologo" multidisciplinare che continua a segnalare le fonti più rilevanti che confermano il discorso qui svolto, ma lo fa da un livello di comprensione che rischiara la fenomenologia come scienza cognitiva unificante di ogni serio approccio alle scienze sociali. 

2. In questa occasione cerchiamo di sviluppare una dimostrazione unitaria del filo che lega, in modo consequenziale, la finanziarizzazione delle società (ex) democratiche dell'eurozona con il punto di approdo, solo in apparenza inatteso e, per taluni, sorprendente, della futura (ed imminente) regolazione €uropea dei titoli sovrani come risk weighted assets
Questa finanziarizzazione passa, come s'è visto, per la sottoposizione istituzionale, per via di trattato internazionale, autoffermatosi al di fuori dei limiti dell'art.11 Cost., dell'attività finanziaria dello Stato, e quindi in definitiva del suo perseguimento dei fini che concretizzano la sovranità costituzionale, ai "mercati"
S'è altrettanto visto come tale assoggettamento dello Stato sovrano, per via di trattato contra Constitutionem, si stabilizzi in un insieme di politiche obbligate che non solo rendono lo Stato debitore di diritto comune, - laddove la sua sovranità si esprimerebbe normalmente nel non "doverlo" essere-, ma che conducono l'intero substrato sociale di tale Stato, cioè la comunità dei cittadini, nella condizione crescente di debitori, soggetti, con il crescere inevitabile di questa "esposizione", dapprima alla vincolata riduzione del reddito e del conseguente risparmio, e poi, inevitabilmente, all'escussione del loro patrimonio a garanzia di questo credito verso il settore finanziario.

3. Cerchiamo perciò, di precisare la radice normativa "internazionalistica" di questo meccanismo implacabile, quantomeno per dare risposta a chi non riesce a comprendere come esso si sia innescato e stia sempre più agendo, ed anzi, esaltando le aspirazioni "idealistiche" enunciate nel Manifesto di Ventotene, come se fosse coerente contrapporle, (invece che porle alla sua base), alla prevalenza dell'ordine sovranazionale dei mercati come nuovo detentore della effettiva sovranità.
Questo passaggio dimostrativo ci consentirà altresì di capire quale visione della sovranità, appunto ricollocata al di fuori del suo fondamento costituzionale, giunga a far pronunciare a un leader politico come Bersani, senza suscitare particolari reazioni mediatiche o culturali, una frase come "La prima cosa che dobbiamo dire all’Europa, ai mercati, al mondo, agli italiani è: quando si vota". 
Come accade, cioè, che il principale momento costituzionalmente previsto di esercizio diretto della (ormai molto teorica) sovranità popolare sia apertamente subordinato, nella sua opportunità circa il "se" e il "quando", ad una primaria responsabilità verso l'UE e i mercati, giungendo solo all'ultimo posto il renderne conto al popolo italiano, che di questa sovranità è il titolare in base all'art.1 Cost.?

4. Partiamo da questo interrogativo per risolvere un problema che, in un certo senso critico, Zagrelbesky, si pone ma esclusivamente come registrazione di un effetto e al di fuori di qualsiasi indagine, anche solo normativa, circa le sue cause.
Il suo ragionamento è tratto da uno scritto che, già nel titolo, pare porsi il problema della sovranità: G. Zagrebelsky, "Fondata sul lavoro. La solitudine dell'art. 1", Torino, Einaudi, 2013, pp. 53, 67-69.
Qui il momento descrittivo degli effetti: 
"[...] l'economia finanziarizzata, con i suoi "prodotti" immateriali (quelli gli operatori finanziari offrono agli ingenui risparmiatori o ai troppo furbi speculatori) e con le sue "operazioni" finanziarie (quelle che si decidono in consigli d'amministrazione che non rispondo a nessuno), s'è sciolta da questo legame [con l'interesse generale]. Essa ha scavato un solco che la divide dalla vita concreta delle collettività, sulle quali essa scarica il peso dei suoi fallimenti, mentre tiene per sé, per la ristretta nuova classe che la muove, gli effetti dei suoi successi. L'economia della finanza non adempie alcuna funzione sociale, è parassitaria, saprofita."

E qui, il clou del mistero
"Il dominio dei mercati finanziari ha cambiato la nostra vita, *senza che nemmeno che [sic] ci si accorga di come ciò è avvenuto*. Per correre dietro alla speculazione finanziaria - "ce lo chiedono i mercati", "i mercati non capirebbero", "i mercati hanno bisogno", ecc. - la sovranità dei popoli è stata messa sotto tutela, la democrazia è stata impoverita, i diritti compressi o negati, la coesione sociale lacerata e, per venire al nostro tema, il bene-lavoro ha perso il suo valore di fondamento della vita sociale ed è diventato un effetto secondario o eventuale". 

5. Di certo, Bersani e Zagrelbesky, il primo dando per scontato (e incontestabile) il consolidamento di tali effetti, il secondo stigmatizzandoli, ma non sapendo indicare come ciò sia avvenuto, dovrebbero o potrebbero facilmente conoscere la radice istituzionale di essi.  
Arturo ce ne aveva offerta una sintesi fenomenologica sulla diretta derivazione dai trattati europei:
"Il divieto di finanziamento monetario è fondamentale per assicurare che il raggiungimento dell’obiettivo primario della politica monetaria (principalmente il mantenimento della stabilità dei prezzi) non sia ostacolato. Inoltre, il finanziamento del settore pubblico da parte delle banche centrali attenua gli incentivi per una *disciplina di politica fiscale*. Tale divieto deve pertanto essere interpretato estensivamente in modo da assicurare una sua rigorosa applicazione ed è soggetto solo ad alcune esenzioni limitate contenute nell’articolo 123, paragrafo 2, del trattato e nel Regolamento (CE) n. 3603/93." 
Non è ancora abbastanza chiaro? 
b) Prendiamo allora il regolamento 3603/93, considerando 8, che chiarisce la ratio dell'eccezione rispetto al principio generale: "considerando che, nei limiti fissati dal presente regolamento, l'acquisizione diretta, da parte della banca centrale di uno Stato membro, di titoli negoziabili del debito pubblico di un altro Stato membro non può contribuire a sottrarre il settore pubblico alla *disciplina dei meccanismi del mercato* se l'acquisizione è effettuata unicamente ai fini della gestione delle riserve valutarie;"
6. La conclusione è che le denunce di effetti di cui non si indicano mai le cause (in tutto il libro non si fa menzione né un vago accenno né all'euro né ai trattati europei) e che si concludono invariabilmente col più Europa, risultano del tutto inutili per individuare una qualunque soluzione e, anzi, rafforzano le difficoltà da cui si vorrebbe uscire.

Oggi, come abbiamo ancora una volta visto nel post precedente, la prospettiva della nuova disciplina dell'eurozona di riqualificazione dei titoli sovrani come risk weighted assets, è solo lo sviluppo coerente di questa finanziarizzazione e di questa disattivazione della sovranità degli Stati, sottraendola ai popoli che ne sono i detentori in base alle Costituzioni democratiche.

6.1. Ancora una volta Arturo segnala i fondamenti teorico-economici e istituzionali di tale inevitabile step ulteriore in questa univoca direzione (inserisco nel suo commento la traduzione in italiano dei brani in inglese):
"Sulla proposta di nuovo regolamento, segnalo, fosse sfuggita a qualcuno, la pregevole intervista a Marco Zanni realizzata da Messora.
Vale la pena linkare anche l'intervento di Benoît Cœuré di cui parla Zanni: il nostro ammette candidamente che la rischiosità del debito pubblico dei paesi dell'eurozona dipende esclusivamente dall'assetto istituzionale di quest'ultima
"E nelle economie più avanzate, come altrettanto nella maggior parte dei modelli macroeconomici, il debito degli Stati è concepito anch'esso come sicuro.
Sussiste un'effettiva piena unificazione (ndr: intesa come armonizzazione nei fini) tra il bilancio della banca centrale e quella dell'autorità fiscale, tale da rendere il debito governativo risk-free in termini nominali.
La banca centrale può gartantire il suo pagamento in liquidità e per il suo pari valore in tutti gli Stati del mondo. Perciò non c'è alcun rischio di credito connesso ai  sovereign bonds, sebbene essi possano tuttavia comportate un rischio di inflazione se la banca centrale è sollecitata dal governo a finanziare deficits inflazionari.  
Nell'area euro, tuttavia, questa stessa relazione istituzionale non può applicarsi.
Si ha una banca centrale e diciannoce differenti autorità fiscali, i paesi membri non assumono la responsabilità per il debito di ciascun altro, e alla Banca Centrale Europea, per ottime ragioni, è vietato dal Trattato "il "finanziamento monetario", che significa l'acquisto diretto del debito dei vari Stati membri ".

E quali sono queste "very good reasons"? 
Presto detto: "Il debito sovrano nell'eurozona è così esposto al rischio di credito in un modo in cui non lo sono le altre economie avanzate"
E ciò accade invero per un disegno intenzionale. La costruzione dell'eurozona - la proibizione di finanziamento monetario racchiusa nel trattato UE, la “no bailout clause”– è deliberatamente intesa a incoraggiare i mercati a differenziare tra i debiti sovrani dell'eurozona basandosi sulla loro sostenibilità fiscale.
L'idea è che l'esercizio della disciplina di mercato appresterà un continuo controllo sulle azioni dei governi, che condurrà a sua volta a politiche più solide (ndr; tali nella visione dei mercati, cioè dei creditori finanziari, secondo la logica del loro profitto, quindi sul piano delle garanzie di restituzione del capitale e della vantaggiosità dei rendimenti, accettabili come interessi reali positivi, quindi superiori all'inflazione).
Insomma, la cara dottrina delle banche centrali indipendenti, effettivamente "nuova" solo in apparenza, secondo cui lo Stato deve mettersi in mano ai mercati finanziari, severi ma infallibili giudici della "soundness" delle politiche pubbliche.
Basterà (si domanda Arturo) quanto sopra per risolvere finalmente il "mistero" di Zagrebelsky o continueremo ancora a lungo a sentire il ritornello finanza kativa/Europa buona?

7. Poiché c'è da ritenere che il mistero possa ancora a lungo rimanere tale, per avere qualche probabilità in più di una "improvvisa" di realizzazione (se non in Bersani, almeno in Zagrelbesky, che almeno scorge delle criticità nella sovranità lasciata ai "mercati" finanziari),  traduciamo anche il brano linkato (sempre da Arturo) relativo alla "apparenza" della novità della dottrina delle banche centrali indipendenti (la teoria è esplicitata in modo eloquente, ma non è per questo attendibile nei suoi vari passaggi, rinviando al riguardo alla trattazione della dottrina della BC indipendenti sopra linkata):
"La Commissione sulla valuta e gli scambi si focalizza sull’inflazzzione (chi l’avrebbe detto!):  
L'inflazione è una "modalità di tassazione non-scientifica e dissennata" (v. qui, pensiero ripreso da Einaudi, in "addendum") che produce costi della vita più elevati e consequente "malessere del lavoro".
“In secondo luogo le banche, in particolare le banche di emissione, devono essere indipendenti dalla pressione politica al fine di agire esclusivamente “entro le linee di una finanza prudente"(Resolution III, 28). 
Più specificamente, i tassi di interesse devono salire al fine di restringere il volume del credito disponibile. Invero, "se il saggio controllo del credito porta al denaro "caro", questo risultato aiuterà di per sè a promuovere l'economia" (Resolution VII, 29). La commissione è consapevole che queste misure accrescono il costo della restituzione del debito flottante. Tuttavia afferma:
“non vediamo ragioni del perché la comunità nella sua capacità collettiva (cioè i Governi) dovrebbero essere soggetti a qualcosa di meno della normale misura di restrizione del credito che riguarda i membri individuali della comunità"  (Resolution IV, 28).”
 
Cioè lo Stato deve mettersi in mano ai mercati finanziari: lo sappiamo benissimo che il senso dell’indipendenza delle banche centrali è questo, ma le conferme fan sempre piacere.
Ovviamente “a  Brussels si è già concordi sul fatto che “E' altamente desiderabile che i paesi che hanno deviato da un effettivo gold standard debbano ritornare ad esso,” [Resolution VIII, 19].”

8. Passiamo a Genova:  
“La necessità della  political independence of central Banks allo scopo di condurre una finanza prudente è proclamata nella seconda risoluzione della Commissione per la moneta. Comunque, la Commissione di Genova, espande la necessità di cooperazione e coordinamento tra banche centrali al fine di ottenere la stabilità monetaria. See Resolutions III and XII of the Currency Commission. Il principio del free trade è centrale per la Commissione sui Cambi.
Così, nella misura in cui ci sia un deficit nel bilancio annuale di uno Stato, che è finanziato creando moneta fiduciaria o credito delle banche, nessuna riforma delle divise è possibile e nessun approccio all'istituzione di un gold standard è fattibile
La più importante riforma di tutte è quella di portare al pareggio la spesa annuale dello Stato, senza la creazione di nuovo credito non rappresentato da nuovi assets. 
Il pareggio di bilancio richiede adeguata tassazione ma se la spesa pubblica è così elevata da portare la tassazione a un punto che va oltre ciò che può essere prelevato dal reddito di un paese, la tassazione potrebbe condurre ancora all'inflazione.
Ridurre l'inflazione del Governo è il vero rimedio.
Il pareggio di bilancio dovrà essere esteso al punto da rimediare un deficit della bilancia dei pagamenti esterni, attraverso la riduzione dei consumi interni. [Resolution VII, 3]” Questa “distruzione” della domanda interna però mi ricorda qualcosa…:-)

8.1. D’altra parte tanta severità è inevitabile: “La Conferenza è dell'opinione che la severa applicazione dei principi sopra delineati è la condizione necessaria per il ristabilimento delle finanze pubbliche su solide basi.
Un paese che non si adegui al più presto nell'esecuzione di tali principi è condannato senza speranza di ripresa economica (doomed beyond hope of recovery).” 
Anche questo catastrofismo non mi risulta del tutto nuovo… 

9. Ecco appunto: queste sono le indicazioni delle Conferenze di Bruxelles e Genova del 1920 e del 1922, con le quali i banchieri centrali e gli esperti economisti del tempo volevano curare la "ripresa" economica del "primo" dopoguerra
E l'inflazione non è la "più ingiusta delle tasse": ma era, e rimane, in relazione inversa con il livello di disoccupazione (se si rammenta che i disoccupati non hanno alcun reddito), mentre, entro limiti fisiologici, è in relazione diretta con gli investimenti (nell'economia reale) sul proprio territorio nazionale.
Poi venne la crisi del 1929 e si accorsero che non riuscivano a venirne a capo con queste grandi ideone.
Ma sono le stesse del Manifesto di Ventotene (a saperlo leggere entro le sue linee ispiratrici einaudiane) e, naturalmente, dell'€uropa della pace e del benessere...

10. A proposito, c'è qualcuno che si illude ancora che si possa riformare tutto questo?
Sarebbe come chiedere uno sconto sul prezzo a un venditore di auto dopo aver acquistato, pagandola interamente, l'auto, ed averla usata per alcuni anni e centinaia di migliaia di kilometri. Se l'auto si rivela un bidone, non puoi aspettarti, a quel punto, che NON ti dicano: "il contratto è eseguito, il prezzo è stato liberamente pagato e ormai non accettiamo reclami".
Semmai, voler curare l'€uropa col "più €uropa" (o "da dentro", che è la stessa identica cosa) significa pagare un sovrapprezzo per il bidone.
Appunto: i titoli pubblici come risk weighted assets e la istituzionalizzazione della Trojka come "grande riforma"

martedì 14 febbraio 2017

PRODI & ORFINI: GLI INVESTIMENTI INCROCIATI E GLI INVESTIMENTI PUBBLICI, NEL 2017 DELLE PROPOSTE €URO-BANCARIE



1. Aveva cominciato Prodi: dopo aver messo in dubbio, nel 2013, i fondamenti dello Stato di diritto, per non ostacolare gli investitori esteri, oggi lamenta che questa invocazione continua, tipica della nostra classe di governo, possa portare alla colonizzazione.
C'era stato il tempestivo avvertimento di qualche voce dissonante, ma era risultato del tutto vano.
La "religione" dell'investitore estero si affermava sullo slogan che INEVITABILMENTE essa conducesse alla maggior crescita&occupazione: un vero e proprio atto di fede che si scontrava con i dati macroeconomici italiani, regnante tale paradigma.

"Gli strumenti governativi messi in atto, dal Jobs Act alla Riforma della PA al Piano Industria 4.0, senza dimenticare le misure per risolvere il problema delle sofferenze bancarie, sono apprezzati dagli investitori, che ora si aspettano anche una maggiore stabilità politica ed efficienza nel funzionamento delle Istituzioni. Dobbiamo tener conto delle testimonianze degli imprenditori che ce l’hanno fatta a consolidare e far crescere le proprie aziende con l’apporto di capitali esteri.  In un mondo globale, la cassa è globale. Noi dobbiamo agire perché il valore aggiunto generato renda le attività che si svolgono nel nostro Paese uniche ed attrattive per storia, qualità, bellezza e capacità di crescita.”  
“Ci troviamo in un momento di grande attenzione sul tema degli investimenti” sottolinea il Presidente dell’Agenzia ICE, Michele Scannavini “e le riforme in atto vanno nella giusta direzione. L'Italia sta migliorando la propria percezione all'estero e oggi è più capace di attrarre e valorizzare gli investimenti produttivi, che inevitabilmente si traducono in maggiore crescita, sviluppo, occupazione e benessere". 

"Ho sempre pensato e tuttora penso che gli investimenti incrociati fra i diversi paesi siano un positivo contributo al progresso tecnologico e un aiuto allo sviluppo. Si deve anche in buona parte a qualificati investimenti esteri la rapidità con cui le nostre imprese hanno affrontato il processo di modernizzazione e l’apertura ai mercati che hanno fatto dell’Italia uno dei paesi industrialmente più avanzati del mondo.
Per esercitare i suoi effetti positivi questo processo deve tuttavia avere due caratteristiche. In primo luogo non si deve trattare soltanto di acquisti di imprese al semplice scopo di accaparrarsi una quota del mercato italiano ma anche di mettere in atto nuovi investimenti (i così detti greenfield). Investimenti in grado di fare progredire il nostro sistema produttivo e di assumere  e specializzare nuova mano d’opera.
In secondo luogo, in queste fertilizzazioni incrociate, vi deve essere un certo equilibrio. Le presenze estere in Italia debbono cioè essere equilibrate, o almeno accompagnate, da parallele iniziative italiane negli altri paesi. Altrimenti si finisce con l’essere progressivamente colonizzati fino a perdere la nostra identità.
Purtroppo questo è quanto sta avvenendo nel nostro paese. Gli esempi ormai non si contano più e vanno dalle più grandi aziende produttive fino a un interminabile elenco di imprese di piccola e media dimensione".
Segue (persino), l'elenco dell'industria italiana che è passata di mano, parlando di mercato di saldi (!), includendo ne "l'effettone" la cessazione del flusso di investimenti di controllo nel settore bancario, laddove gli investitori "mitologici", chissà perché, prediligono acquistare crediti in sofferenza a prezzi stracciatissimi. Ora.

4. Alla direzione PD questa linea, in qualche modo, trova una diffusa eco (più o meno cosciente). 
Certamente non possiamo dirla estranea al clima inevitabilmente pre-elettorale. Renzi ha fatto riferimento alla necessità di un piano di investimenti simile a quello attuato da Barack Obama dopo la crisi finanziara del 2008. Orfini si è poi espresso contro le privatizzazioni, che per gli investitori esteri sono state l'occasione più ghiotta di banchettare su tutti i nostri settori industriali, e ritorna sugli investimenti pubblici, che, almeno quanto alla "provvista", sono investimenti nazionali:  "Non possiamo immaginare che oggi ricominciamo una stagione di privatizzazioni, serve una grande strategia di investimenti pubblici".

5. Insomma, la crescita, che lo stesso Renzi indica come la vera cura per i conti pubblici, si fa con gli investimenti pubblici, anche se non si sa come finanziarli in misura realisticamente adeguata all'interno della moneta unica e della sua "costituzione materiale": problemino non da poco, in una fase in cui Moscovici, parlando di "non ultimatum", conferma che di questo si tratta e che, passate le elezioni, ne vedremo di tutti i colori.
Ma Prodi, con un'ottimistismo della volontà che pare dimenticare come oggi vengano intesi, più che mai, gli "aiuti di Stato", suggerisce che:  
"Si tratta di costruire, in collaborazione fra governo, Confindustria, Cassa Depositi e Prestiti, Banche e Fondi di Investimento italiani, gli strumenti che possano favorire le scelte indispensabili per garantire lo sviluppo ottimale del nostro sistema produttivo. Nessun dirigismo, nessuna programmazione forzata ma la costruzione di un establishment che affianchi le nostre imprese e le aiuti ad affrontare il futuro".
6. Peccato che banche e fondi di investimento italiani - il versante che non sarebbe tacciabile di aiuto di Stato a priori e che, comunque, sarebbe monitorato occhiutamente sulle condizioni di mercato non discriminatorie relative all'offerta di credito alle imprese italiane- saranno presto alle prese con un piccolo €uroproblemino.
Parliamo della proposta della Commissione UE di ulteriore regolamento e (anche) direttiva sui requisiti patrimoniali delle banche che, in mezzo a un oceano di bla-bla-bla, per cui si vuole uscire dalla crisi e aumentare la stabilità finanziaria, senza dire una parola sulla generazione della crisi €uropea da parte della stessa...disciplina €uropea (e fingendo sfacciatamente di non vedere l'applicazione discriminatoria e distruttiva, unicamente per Italia, dell'Unione bancaria), si parla, con nonchalance, di "ridurre i costi di emissione/derivanti dalla detenzione di determinati strumenti (obbligazioni garantite, strumenti di cartolarizzazione di alta qualità, strumenti di debito sovrano, derivati a fini di copertura)
Insomma, si vuol introdurre una graduazione di rischio, una sorta di rating, concernente il debito sovrano, e porre l'intero sistema bancario italiano (o, più o meno, rimasto tale) di fronte all'obbligo di cederne comunque la parte eccedente un certo ammontare "limite", nonché, in aggiunta, di cedere i titoli, deprezzati drasticamente in base a tale indicizzazione di rischio, se non si sia in grado di aumentare in misura adeguata, - e oggi impensabile, senza ricorrere a capitale estero, e quindi perdendo il controllo proprietario del capitale-, il capitale di "garanzia".

7. C'è da presumere che, durante questo 2017, la proposta procederà spedita, tra pareri del parlamento UE gioiosamente favorevoli e Ecofin dove l'Italia garantirà un'adesione "nell'interesse primario dell'€uropa", salvo poi accorgersi, come nel caso dell'Unione bancaria, che l'applicazione di regolamento e direttiva ha i concreti effetti di un'autentica tempesta perfetta messa sulla residua politica fiscale italiana.
I rendimenti del debito pubblico italiano, magari a QE terminato, andrebbero immediatamente alle stelle e le banche a tutto dovrebbero pensare fuorché ad aumentare il credito alle imprese, che, a loro volta, a tutto potrebbero pensare fuorché ad investire in una situazione in cui si privatizzerebbe, per ridurre immediatamente il debito, persino il Colosseo (minimo), e le manovre di rientro (aggiuntive a quella che comunque si dovrà fare per il già disposto, e insufficiente, salvataggio bancario), sterminerebbero la domanda interna fino a livelli in cui Monti sembrerà un moderato keynesiano (a sua insaputa).

8. Ed è forse (forse) per questo, in preparazione della mattanza post elettorale, che Orfini, ieri sera, a "Porta a Porta", ha dichiarato che i problemi che oggi si trovano a fronteggiare sono in gran parte il frutto della scelta della "terza via" compiuta dalla sinistra "vincente" degli anni '90
Ma il ripensamento di linea, oltre alla opposizione alle privatizzazioni, passerebbe per una cosa che, a dirla oggi, pare tutta-bella, e per un'altra che non si può dire prima delle elezioni. 
La cosa è perfettamente coerente nella pratica ma contraddittoria sul piano delle misure di "rimedio" invocate: nel senso che, vista l'effettiva natura della "terza via" (qui p.6), cioè l'ordoliberismo, cavallo di battaglia della sinistra ulivista, trova non la sua correzione ma il suo compimento, ben progettato dagli Hayek e dai Friedman, nella lotta alla povertà "nell'interesse degli abbienti" e nella denazionalizazione privatizzata della moneta.

9. La prima di queste misure, accennate da Orfini a "Porta a Porta", è il reddito di inclusione, cioè la versione (provvisoriamente) mild, - ma opportunamente da calibrare, nella sfera di applicazione e nelle modalità di finanziamento -, del reddito di cittadinanza. 
Il che significa che di fronte a tanta dilagante povertà, che si prevede in aumento, data anche l'acquiescenza implicita e preventiva ad ogni inconstestabile dis€gno €uropeo, - cui si giura rinnovata e indeclinabile fedeltà (anti-Trump, per di più, che non guasta)-, il sistema del welfare, sanità e pensioni pubbliche, andrà in soffitta per sempre.

10. La seconda misura di "salut€ pubblica di fed€ltà irrinunciabil€" all'€uropa, sarà una maxi-patrimoniale che, dentro l'euro, cioè dentro il fiscal compact, ancorchè vagamente flessibile, nessuno potrà evitare.
D'altra parte anche D'Alema, in caso di scissione perché non gli piace "l'assenza di progetto" di Renzi, non è di quelli che "danno la colpa all'euro" e ci tiene a rimanere "dentro l'€uropa" come progetto irrinunciabile e sempre migliorabile (perché la stabilità monetaria è un po'...troppa e si può immaginare un altro euro orientato alla crescita e alla giustizia sociale: basta dirlo e la Merkel lo accetterà).
Renzi, per conto suo, viene quindi additato come colui (che afferma) che "il tema (anti) europeo resta cruciale per Renzi, e lo sarà anche nella campagna elettorale che ha in mente di fare".
Ne vedremo delle belle: altro che politiche industriali con "investimenti pubblici"!
Questa è una corsa (incosciente) contro il tempo...di un nuovo 25 luglio...

domenica 12 febbraio 2017

INCONTRO DRAGHI-MERKEL: MA L'ART.130 TFUE E' IN DESUETUDINE APPLICATIVA?


1. In attesa delle elezioni, - non quelle in Italia, dove per definizione le cose, nel breve temine, non possono cambiare in modo sostanziale- c'è una notevole confusione in €uropa: al punto che, all'interno nell'avvicendarsi di notizie, e analisi espertologiche, orwelliane, sfuggono i risvolti di quelle veramente rilevanti.
Prendiamo l'incontro Draghi-Merkel di un paio di giorni fa. La cancelliera aveva parlato di "europa a più velocità" e, in molti, l'avevano fraintesa: in effetti, ciò che contava, in quella dichiarazione, era più un'oscura minaccia a chi non si adeguava all'intensificazione dell'attuale modello mercantilista a trazione germanica che non la prospettiva di una volontà politica di cambiare i trattati. Insomma, contava più quello che non era stato detto: e di sicuro non era stato detto, dalla Merkel, che lei, proprio lei, ipotizzasse un euro a più velocità.

2. Su questo punto, riportiamo la sintesi "ufficiale" dell'incontro fatta dal Corriere della sera
Non hanno parlato di tassi d’interesse, Angela Merkel e Mario Draghi, nel loro incontro alla cancelleria di Berlino. Hanno però parlato di qualcosa di più: del futuro dell’Europa. E la cancelliera ha chiarito che la sua proposta di diverse velocità d’integrazione non riguarda l’eurozona, da mantenere unita. «Non è vero che ho parlato di velocità diverse riguardo all’eurozona — ha detto dopo il colloquio con il presidente della Bce — Anzi, l’area euro dev’essere coesa e continuare a sostenere tutti i progetti varati assieme, come il fondo salva Stati» 
La confusione, chiunque l'avesse fatta e amplificata, viene esplicitamente stigmatizzata:
Nei giorni scorsi, c’erano state discussione e confusione sulla proposta di Merkel di formalizzare un’Europa a velocità multiple. Tra queste, il sospetto che intendesse un nucleo forte di Serie A e i Paesi deboli ai margini. Idea che avrebbe messo in discussione la tenuta dell’euro. Dopo avere parlato con il guardiano della moneta, Merkel ha voluto dunque precisare che la proposta riguarda altro, non l’unità valutaria.
3. Al di là di fumose esemplificazioni sulle "diverse velocità" in alcuni irrilevanti settori (almeno per le priorità dei cittadini comuni che, in €uropa, sono alle prese con disoccupazione strutturale devastante e distruzione sistematica del welfare), al di là della generica inquietudine, priva di qualsiasi autocritica, per cui l'UE sarebbe alle prese con "enormi cambiamenti", appunto, "nell’era della Brexit, di Donald Trump e delle crisi multiple dell’Europa", l'incontro è servito in pratica per dire che l'applicazione dei trattati prosegue per quella che è, che è sempre stata e che sempre sarà
Anche nei settori, - su tutti l'immigrazione e il controllo dei megasurplus esteri di Germania e Olanda-, in cui le crisi "multiple" sono, evidentemente, dei momenti evolutivi interni al "migliore dei mondi possibile". Quello dei trattati della pace, della cooperazione e della "durezza del vivere".
4. Infatti, ci tiene a precisare il Corsera, 
"Draghi...non ha mai caricato di significati eccessivi il surplus commerciale tedesco e sa che Merkel non potrà, in un anno elettorale, frenare la spinta all’export delle imprese". 
Traduciamo però in termini di previsioni normative dei trattati questo bel siparietto, così rassicurante e sereno sul futuro dell'eurozona: la Merkel, in veste e nell'esercizio delle sue funzioni di capo del governo dello Stato membro dell'eurozona più importante, - che passa il suo tempo a pianificare e a dettare le politiche socio-economiche cui, esplicitamente, si devono adeguare gli altri paesi dell'eurozona stessa-, incontra il presidente della BCE, la più importante istituzione "federale" dell'eurozona (anzi, l'unica, necessaria e sufficiente, a rigor di trattati) per rassicurare tutti gli altri Stati membri che le cose andranno avanti così.
Quindi, Draghi avrebbe ricevuto e/o sollecitato istruzioni, attinenti all'esercizio delle sue funzioni, - se non altro perché la Merkel avrebbe potuto ventilare un diverso quadro normativo che regolasse tale esercizio-, e la Merkel, proprio riguardo all'esercizio della sua iniziativa politica quale capo di governo in proiezione applicativa ma anche modificativa dei trattati (le "più" velocità), avrebbe ricevuto e/o sollecitato istruzioni da Draghi. 
Chiariamo che le istruzioni sono proprio delle indicazioni orientative, adottabili nelle più diverse forme, compreso un incontro "diplomatico", pubblico e "protocollare", attinenti ai rispettivi indirizzi generali nell'esercizio dell'ampia discrezionalità che caratterizza sia i poteri della BCE sia, al contempo, il potere di negoziazione, rilevantissimo, che all'interno delle istituzioni €uropee caratterizza la posizione di capo del governo tedesco.

5. E cosa dicono i trattati sul punto? Quello che è espresso nell'art.130 del TFUE (che abbiamo già incontrato varie volte):
"Nell'esercizio dei poteri e nell'assolvimento dei compiti e dei doveri a loro attribuiti dai trattati e dallo Statuto del SEBC e della BCE, nè la Banca centrale europea, nè una banca centrale nazionale nè un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o agli organismi dell'Unione, DAI GOVERNI DEGLI STATI MEMBRI nè da qualsiasi altro organismo. Le istituzioni gli organi e gli organismi dell'Unione, NONCHE' I GOVERNI, DEGLI STATI MEMBRI SI IMPEGNANO A RISPETTARE QUESTO PRINCIPIO E A NON CERCARE DI INFLUENZARE I MEMBRI DEGLI ORGANI DECISIONALI DELLA BANCA CENTRALE..."

6. Dunque, l'anomalo incontro tra il presidente della BCE e il capo del governo tedesco, culminato in una dichiarazione concordata che indirizza la futura discrezionalità di entrambi nell'esercizio delle rispettive funzioni all'interno del quadro istituzionale UE-M, è esattamente la situazione che è vietata dalla norma in questione. 
Basti pensare che Draghi, - che è abituato ad esternare, anche in via scritta, sulle più minuziose istruzioni relative alle politiche fiscali dei paesi dell'eurozona, e sulla priorità delle più drastiche riforme del mercato del lavoro-, viene indotto, a sentire il Corsera, a glissare, per l'ennesima volta, sul surplus commerciale tedesco che, sul piano delle sue competenze, influisce in modo decisivo nel rendere insostenibile l''eurozona e nel vanificare i suoi tentativi, più o meno creativi, di limitare le asimmetrie determinate dalla moneta unica.
L'assuefazione a questa alterazione applicativa dei trattati (economici), nei ruoli dei rispettivi protagonisti, e negli indirizzi anticooperativi che ne scaturiscono, - tutti rafforzativi delle problematiche che comporta la moneta unica-, è una cosa molto grave.

7. E in questo quadro, risulta quasi un beffa che, contemporaneamente all'incontro in questione, la Germania abbia, ancora una volta, preso un unilaterale posizione sulla questione Grecia, come, sempre lo stesso articolo, ci riferisce:
Sempre ieri, una vecchia crisi è tornata, quella greca. In discussione è la sostenibilità del piano di salvataggio ellenico da parte dell’Europa. Le opinioni sono contrastanti e il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha detto che Atene deve fare le riforme stabilite, «altrimenti dovrà andare per un’altra strada», cioè abbandonare l’euro. Posizione forte, come da tempo ha il ministro tedesco sulla questione. Ma che Merkel ha poi sempre mediato, con l’appoggio di Draghi, per non mettere in crisi l’eurozona. Due leader uniti di fronte alle debolezze dell’Europa.
8. Cosa poi abbia mediato la Merkel, con l'appoggio di Draghi, nel massacro continuativo della Grecia, non è dato di sapere. Specialmente se ha appena detto a Draghi che l'eurozona non si tocca, cioè che la Grecia deve rimanere nell'euro...per ripagare i debitI corrispondenti al surplus tedesco. Il che vale, come monito e esempio "educativo", per tutti i paesi "debitori" dell'eurozona.
Ma questo è è lo stesso identico concetto espresso da Schauble, che ipotizza la Grexit solo dopo essersi assicurato che i soldi dell'ESM e della trojka abbiano messo al sicuro i crediti bancari tedeschi, prospettando che l'uscita, cioè il default, ovvero il taglio concordato del debito greco, comunque accompagnato dalla svalutazione della neo-dracma, siano a carico di chi ha contribuito all'ESM...cioè noi (che avevamo posizioni creditorie trascurabili, a differenza dei francesi, verso la stessa Grecia).