domenica 23 settembre 2018

LIBERISTA SFRENATO, A VOLTE PERSINO SELVAGGIO


POST DI BAZAAR



«Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio»

(La democrazia costituzionale ed i suoi nemici)

In un interessante articolo, Luciano Capone, giornalista de “Il Foglio”, ci porta nei meandri del pensiero elitista di matrice liberale, regalandoci minuti di autentica estasi intellettuale.

Chiaramente non perché si condivida alcunché dell’elaborazione del giornalista, ma, se si desidera usare una metafora, si può affermare che ci si addentra nell’analizzare l’articolo con lo stesso entusiastico interesse con cui un oncologo esamina una biopsia particolarmente rivelatrice di una forma di cancro; o con l’appassionata curiosità di uno psichiatra che valuta gli effetti particolarmente vistosi di un paziente affetto da grave psicosi.

L’articolo si apre indicativamente così, non con una fenomenologia di fatti, ma con una serie di (pre)giudizi sulle orme della tradizione “elitistico-liberale”:

« Stiamo vivendo in un’epoca storica particolare. Le persone si trovano di fronte a problemi epocali – come la stagnazione economica o l’immigrazione – sono molto arrabbiate perché non vedono una via d’uscita all’orizzonte e in questa situazione vengono preferite le spiegazioni semplicistiche e le soluzioni facili a quelle più articolate. »

1 – Teorema della memoria corta (detto anche l’Alzheimer del liberista, oppure morbo di Al)

Secondo Luciano Capone – senza alcun riferimento al capitalista liberale statunitense, «sfrenato, e a volte persino selvaggio» – quest’epoca storica sarebbe «particolare»; ovvero i fatti sociali che la caratterizzano non sarebbero già conosciuti e studiati da un’abbondante letteratura (Bagnai 2011).

Siamo alla terza (alla terza!) globalizzazione, e gli effetti del «capitalismo sfrenato» –  come diceva l’amico di Al, Karl Popper – del liberoscambismo «selvaggio», della deregulation finanziaria, sono dibattuti e discussi almeno dai tempi di Adam Smith.

Che l’unione monetaria avrebbe comportato una «stagnazione economica», ovvero che l’euro avrebbe impresso «un bias deflazionista all’economia mondiale» (R.N. Cooper, 1978), non lo sapevano solo gli economisti in ambito accademico, ma anche coloro che politicamente premevano per l’integrazione europea (Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, 1978).

Se abbiamo la documentata certezza che l’unione monetaria fu una consapevole scelta politica che avrebbe danneggiato il capitalismo industriale (quello soprattutto rappresentato delle PMI non in grado di delocalizzare) e la classe lavoratrice (tramite la compressione dei salari, l’instabilità occupazionale e l’alto tasso di disoccupazione e sottoccupazione), è anche documentato che la scelta del «liberismo sfrenato» accompagnata all’adesione alla «economia sociale di mercato» dei trattati europei, avrebbe usato l’immigrazione per riformare la sociostruttura in senso classista:

«Con l’annunciata costituzione dell’Unione europea, che già oggi vede al suo vertice i grandi paesi d’immigrazione del continente, noi possiamo facilmente prevedere la tentazione della classe dirigente a seguire il modello americano nella costruzione di una società a piramide, a strati etnico-sociali sovrapposti, incomunicabili fra loro, che avrebbero alla loro base gli immigrati dei paesi più lontani, e poi quelli dei paesi “associati” e poi ancora quelli “comunitari”, e in seguito i lavoratori locali e su di loro, man mano, gli altri strati superiori. La classe operaia resterebbe così divisa in tanti tronconi che si distinguerebbero per le loro origini etniche e non per i loro comuni interessi di classe, proprio così come oggi in America.» Paolo Cinanni, “Che cosa è l’immigrazione" (raccolta di scritti pubblicati tra il 1969 ed il 1973).

Un’analisi già compiuta più volte in questi spazi.

Cosa significa? Che gli studiosi delle scienze sociali hanno poteri divinatori?

No: significa che a scelte politiche corrispondono oggettive conseguenze sulla sociostruttura e sui rapporti di forza che questa permette tra capitale, lavoro ed i ceti creati dai relativi rapporti di produzione.

Deduciamo quindi che, secondo l'articolo in commento, «le spiegazioni semplicistiche e le soluzioni facili» sono da decenni quelle che – date determinate decisioni politiche – i massimi esperti di scienze sociali avevano usato per predire le dinamiche sociologiche in atto. Ovvero le dinamiche che, nei fatti, si sono effettivamente realizzate convalidando le determinanti ideologiche e di interesse materiale che erano ab origine ipotizzate nelle analisi e nella costruzione degli scenari previsionali.

Ma il liberista ha notoriamente la memoria corta: deve sedare il disagio cognitivo e il senso di inadeguatezza intellettuale causati dal veder costantemente i capisaldi della propria fede nel mercato invalidati dalla realtà: la realtà, ovvero ciò contro cui si va a sbattere.

Il liberista brama la fine della Storia perché il diritto all’oblio logora chi non ce l’ha.

Soprattutto quando la coscienza è quella che è. (Sicuramente non è il caso del nostro simpatico giornalista)


2 – Assioma dell’elitista: qualsiasi fenomeno avverso per le classi subalterne è un complotto di Madre natura. (Potere è potere di non prendersi responsabilità).

Lo smemoratino autore propone quindi un cavallo di battaglia della guerra fredda, un lavoro che un importante autore non proprio di simpatie socialiste come Voegelin definì: «una vergognosa e dilettantesca schifezza»: ovvero “La società aperta e i suoi nemici” di Karl Popper.

Opera in cui Popper ha l’audacia di affermare che i complotti non esistono salvo quelli tramati dai «nemici» della società aperta, ossia dai “nemici” dei liberali: ovvero, se esiste un complotto, è quello cospirato dai socialisti ai danni della grande borghesia liberal e dei rentier. (Che qualcuno chiamò giudaico-bolscevico, ma transeat).

Questa cospirazione ordita contro la “Società aperta” è avallata dal nostro, il quale, infatti, per senso dello Stato… ehm, no, è liberale…  per senso civico... meglio…   sentenza che «dove  si  diffonde una mentalità del genere poi i gruppi sociali tendono a organizzare contro-complotti».

Avete letto bene: se i subalterni non allineati al pensiero unico sono “complottisti”, scopriamo che gli elitisti sono «contro-complottisti» e hanno pure elaborato una “teoria contro-cospirazionista della società”.

Apperò.

Ciò che in realtà negava Popper, era di fatto l’esistenza del conflitto di classe – (Bazaar 2016) – supportando in modo un po’ «dilettantesco» – citando Voegelin – il paradigma epistemologico naturalista sostenendo che la prospettiva del conflitto generi la credenza patogena nei ceti subalterni che questi siano effettivamente subalterni e che, quindi, si possa organizzare la società con una maggior giustizia distributiva, una maggior giustizia sociale (che invece – secondo i liberali – non esiste, la distribuzione del reddito è naturale, e l’unica giustizia deve consistere in quella commutativa, con relativi procedimenti arbitrali).  Questa nuova consapevolezza (falsa, stando con il nostro), chiamata coscienza nazionale e di classe, porterebbe «i gruppi sociali» – aka la classe lavoratrice oppressa – ad ordire «contro-complotti», ossia a sindacalizzarsi e ad organizzarsi politicamente per rivendicare politiche socioeconomiche favorevoli ai propri interessi materiali.

Al giovane autore ricordiamo che il padre dell’epistemologia delle scienze sociali moderne rimane effettivamente Karl, ma non Karl Popper – anche se vanta Soros tra i suoi discepoli – ma Karl Marx, che di discepoli non ne ha più da decenni.

Qualcuno, però, la sociologia conflittualista prodotta da ciò che in economia si chiama conflitto distributivo, non se l’è dimenticata.

Lo sguardo di un democratico vero, ossia sociale, ha lo sguardo carico di prospettiva del conflitto. Prospettiva sociologica abbracciata dalla stragrande maggioranza dei nostri padri costituenti.

È difficile quindi leggere le ardite tesi del nostro senza provare gli stessi sentimenti che investivano Voegelin a sentir il vecchio liberale vaneggiare di «teoria cospirativa della società»:

«“Questa concezione dei fini delle scienze sociali deriva dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – specialmente avvenimenti come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti”, scriveva il filosofo liberale. Egli però non intendeva dire che nella storia non ci siano mai complotti. 
Anzi, Popper sosteneva che spesso avvengono “tutte le volte che pervengono al potere persone che credono nella teoria della cospirazione” che “sono facili quant’altre mai ad adottare la teoria della cospirazione e a impegnarsi in una contro-cospirazione contro inesistenti cospiratori”. In un altro passaggio di “Congetture e confutazioni”, spesso citato da Umberto Eco, Popper era ancora più esplicito: “Quando i teorizzatori della cospirazione giungono al potere, essa assume il carattere di una teoria descrivente eventi reali. Per esempio, quando Hitler conquistò il potere, credendo nel mito della cospirazione dei Savi Anziani di Sion, egli cercò di non essere da meno con la propria contro-cospirazione”. La Soluzione finale

Ohibò.

Secondo i liberali che vanno dal moderato Popper, a quelli sfrenati, a volte persino selvaggi, la «disoccupazione e la povertà» sarebbero fatti naturali e non derivanti dal conflitto distributivo e da chi si organizza per “vincerlo” e trarre maggior profitto.



 

Adam Smith sosteneva che

«Quali siano comunemente i salari dei lavoratori, dipende ovunque dal contratto che abitualmente viene perfezionato tra le due parti, i cui interessi non sono affatto i medesimi. I lavoratori desiderano guadagnare il più possibile, i padroni pagare il meno possibile. I primi sono disposti ad unirsi al fine di aumentare, questi ultimi al fine di diminuire i salari dei lavoratori. […] Non è, tuttavia, difficile prevedere quale delle due parti ottiene, generalmente in tutte le occasioni, il sopravvento nella controversia, e costringe l'altra in conformità dei suoi desiderata. I padroni, essendo meno numerosi, possono unirsi molto più facilmente; e la legge, inoltre, autorizza, o almeno non vieta loro, di associarsi, mentre lo vieta ai lavoratori».

Era il 1776.

Dobbiamo ritenere Adam Smith il padre del complottismo moderno? Un potenziale pensatore in grado di generare tragedie al pari della «Soluzione finale»?

Sicuramente l’abuso del pensiero smithiano ha generato tragedie: quelle causate dal liberismo acritico – a volte, selvaggio! – dei suoi nipotini.


3 – Il complotto di chi crede nella democrazia e nella Costituzione del ‘48: fenomenologia dell’anticospirazionismo liberale

Al nostro «pare essere sfuggito di mente» un periodo di almeno due secoli di letteratura scientifica, ma in compenso si ricorda selettivamente che «l’unico reale piano complottista», che consiste in «un piano para-golpista per condurre l’Italia fuori dall’Eurozona» – «tramite l’istituzione di un “Comitato” extracostituzionale», è quello organizzato dai “sovranisti” che prestano la propria professionalità ai partiti di governo di questa legislatura.

Se l’unico “complotto” è quello dei “complottisti” che lavorano per la democrazia e la giustizia sociale su cui questa si fonda, è evidente che, affermare pubblicamente di voler assicurarsi che la Repubblica sia condotta nell’alveo della legalità costituzionale, si trasforma in una cospirazione «para-golpista» per sovvertire la Costituzione in se stessa. Magia.

Il rischio di questo pericoloso sovvertimento potrebbe essere una «Soluzione finale». Il nostro dixit.

«I cospirazionisti, insegna Popper, non sono soltanto pericolosi perché credono ai complotti finti. Ma soprattutto perché, quando arrivano al potere, attuano quelli veri.» Chiosa, raggiungendo il culmine della tipica raffinatezza liberal dell’analisi sociologica.

Possiamo sviluppare così l’assioma: «Un cospirazionista che accede al potere si trasforma in un cospiratore».

(“Cospiratore” contro se stesso, dato che siamo in un regime democratico… almeno che non si ritenga sovversivo far rispettare la Costituzione formale al posto di quella materiale… magari anche a discapito di interessi esteri...)

Possiamo assumere che il nostro, in realtà, da bravo elitista liberale, ci stia parlando per proiezione, ovvero ci stia dicendo che – usando le parole del più rappresentativo tra coloro che si occuparono di sottrarre Banca d’Italia al controllo democratico, Andreatta – il processo di integrazione europea sia stato una «congiura aperta» o – stando con Guido Carli – un «atto sedizioso» configurabile come «un piano para-golpista per condurre l’Italia [dentro l’] Eurozona».

L’esegesi dell’articolo ci dà altri spunti di riflessione: «l’unico reale piano complottista» è quindi quello realizzato «tramite l’istituzione di un “Comitato” extracostituzionale», tipo Commissione Europea che, secondo voci maligne, sarebbe un noto comitato d’affari: il paradiso dei lobbisti «al riparo del processo elettorale», ricordando Monti.

Insomma, il nostro ci dà da intendere che i trattati europei operino extra e contra constitutionem.

Capiamo quindi che le scienze sociali supportano il progresso democratico quando riconoscono la volontà politica delle élite di imporre «disoccupazione e povertà», «la stagnazione economica o l’immigrazione». Tutt’altro che «analisi semplicistiche» che portano a «soluzioni facili».

Anzi, a seguire questa chiave ermeneutica, ipotizzare di lasciare il potere ai liberali, che non possono soffrire il controllo democratico della sovranità popolare, viene da pensare che l’unica soluzione riservata all’Europa dagli “anti-cospirazionisti” sia proprio la soluzione paventata dal nostro: quella «finale».

8 commenti:

  1. Tempo fa, anche negli sproloqui liberisti, la lotta di classe (che era ben nota agli stessi economisti borghesi… “…Per quanto mi riguarda, non a me compete il merito di aver scoperto l’esistenza delle classi nella società moderna e la loro lotta reciproca. Molto tempo prima di me, storiografi borghesi hanno descritto lo sviluppo storico di questa lotta delle classi ed economisti borghesi la loro anatomia economica…”, K. MARX, Lettera a J. Weydemeyer - 5 marzo 1852) era roba seria, condita, certo, di argomentazioni infondate, ma che entrava nel merito e cercava di presentarle in maniera il più possibile acconcia. Ora siamo addirittura al dilettantismo dopolavoristico, selvaggio per giunta, alla supercazzola gratuita. I “problemi epocali” e le spiegazioni semplicistiche”? Il nostro riesce ad arretrare persino rispetto alla stessa economia borghese. Mi chiedo dove andremo a finire di questo passo. Ridatemi Einaudi!

    Rammentiamo a Capone: “Quando il capitale stesso non si riduce a furto o appropriazione indebita, ha comunque bisogno del concorso della legislazione per consacrare l’eredità, SAY, t.I, p. 136. Come si diventa proprietario di fonds produttivi? Come si diventa proprietario dei prodotti che vengono creati per mezzo di questi fonds? Attraverso il diritto positivo. SAY, t.II, p. 4. Che cosa si acquisisce con il capitale, con l’eredità di una grande fortuna, per esempio? “Chi eredita, per esempio, una grande fortuna, non acquisisce perciò immediatamente potere politico. Il genere di potere che questo possesso gli trasmette immediatamente e direttamente è il potere di comprare, è un diritto di comando su tutto il lavoro degli altri e su ogni prodotto di quel lavoro esistente in quel momento sul mercato” Smith, t.I, p. 61.

    Il capitale è dunque il potere di governo sul lavoro e i suoi prodotti. Il capitalista possiede questo potere non per via delle sue qualità personali o umane, ma nella misura in cui è proprietario del capitale…Che cos’è il capitale? “Une certaine quantitè de travail amassé et mis en réserve” Smith t. II, p. 312. CAPITALE È LAVORO ACCUMULATO...
    ” [K. MARX, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Milano, 2018, 31].

    La Costituzione ha inteso spezzare questo processo vizioso. E cosa rimaneva da fare alla tribù dei liberisti di cui il nostro afferma orgogliosamente di far parte? Legittimare il furto utilizzando la sovrastruttura giuridica (v. Say), il diritto positivo ammantato di fogni. Venne precisato, come ci ricorda anche Bazaar, da chi guidò la spedizione per l’Italia a Maastricht:

    come già nel caso del Trattato di Roma e del Sistema monetario europeo, si è dovuto aggirare il Parlamento sovrano della Repubblica, costruendo altrove ciò che non si riusciva a costruire in Patria, ancora una volta un cambiamento strutturale avviene attraverso l’imposizione di un “vincolo esterno…” [G. CARLI, Cinquant’anni di vita italiana, in collaborazione con P. Peluffo, Laterza, 1996, 8]. Ed un capo tribù, il prof. Mario Monti, osservò ancora più puntualmente che il Trattato di Maastricht rappresentava, per l’economia italiana, una “… radicale riforma costituzionale…”, poiché modificava totalmente “… il modello di governo dell’economia che si è imposto negli anni 60 e 70…” [M. MONTI, Il governo dell’economia e della moneta. Contributi per un’Italia europea, Milano, 1992, 513].

    Perciò, si ricordino sempre i “populisti” quanto affermato da A. Gramsci, già citato e che ripropongo: “il liberismo è una regolamentazione di carattere statale… un programma politico... introdotto e mantenuto per via legislativa e coercitiva …destinato a mutare la distribuzione del reddito nazionale”.

    (Anche del nostro, che etichetta come para-golpisti coloro i quali intendono riaffermare la legalità costituzionale, ci ricorderemo. E' una promessa)

    RispondiElimina
  2. il passo successivo (la soluzione finale?) all'espropriazione dei diritti costituzionali (via sovrastruttura giuridica) che urtano la dinamica capitalistica sarà (ma già lo è con ogni evidenza) la balcanizzazione della forza lavoro già prevista da Cinanni. in proposito è curioso scoprire con il senno di poi come la strategia dell'individualismo sfrenato (ringraziando Capone per le perle linguistiche da cui trarre numerosi spunti di riflessione) promossa negli anni 80 adesso sposi quella dell'immigrazione di massa.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. D'altronde l'individualismo delle masse è omologante, non vi è un'esaltazione dell'unicità della persona come nell'epopea liberale.

      Il "meticciamento" auspicato da Scalfari vale nella sostanza solo per i ceti subordinati.

      Le classi egemoni sono già "meticce": ma il punto determinante è che il razzismo correttamente inteso non è semplicemente il cercare di raggiungere obiettivi politici tramite lo sradicamento, il mescolamento, e l'alienazione dei popoli, ma è quello per cui si crea un'organizzazione sociale in cui chi ha "sangue nobile", chi è stato "darwinisticamente selezionato" dalla competizione capitalistica per appartenere alle classi dominanti, non si possa mescolare per sociostruttura con chi appartiene alle classi subalterne.

      Si incrocino tutte le razze, l'importante è che i ricchi lo facciano coi ricchi ed i poveri lo facciano con i poveri!

      La razza che "non si sporca" con le altre è quella delle dinastie di rentier che - in una società divisa in caste - risulta garante di ingiustificabili privilegi e immobilità sociale.

      La "razza ariana" è quella di coloro che nascono schifosamente ricchi o di coloro che vengono cooptati per rinfoltire la prole composta di rampolli debosciati.

      Egotismo ed edonismo radicale per le élite, massificazione omologante, miseria e controllo orwelliano per i lavoratori.

      Questo a sommi capi il glorioso progetto politico tutto darwinismo, malthusianesimo e pedigree del cosmpolitismo borghese: un bel medioevo con plebi ignoranti e affamate, efficienti a svolgere le funzioni che vengon assegnate loro, ed incapaci semplicemente di immaginare il significato di "emancipazione" o "libertà".

      Se non si è completamente sociopatici è difficile entusiasmarsi...

      Elimina
    2. Hai centrato un punto fondamentale della globalizzazione politica mondialista: le classi egemoni sono già meticce.

      Questo è un apparente paradosso: normalmente l'esempio è la molla più potente per farsi obbedire.
      Ma nell'attuale descrizione la cosmesi del meticciato agisce in senso diametralmente opposto sulle classi contrapposte, in un rapporto verticale di condiscendenza che cela la realtà del conflitto di classe.

      Un meccanismo estremamente abile, non c'è che dire: una censura, ancora una volta (come l'idea irenica del mercato e della moneta unica), che agisce con la cooperazione fondamenale dei subalterni.
      Di più: sigilla l'accettabilità potenziale dell'aferesi del conflitto sociale dal panorama coscienziale collettivo con addirittura una sanzione di positività morale per l'oligarchia.

      Si pensi solo alle vicende dei reali inglesi, dalle circostanza della scomparsa di Lady D. fino ai più recenti matrimoni interrazziali.
      L'attuale (pseudo)meticciato delle elites, in effetti, favorisce la concentrazione di ricchezza e la riduzione del rischio (di perdita del controllo istituzionale).

      All'opposto, il meticciato propugnato per tutti noi, favorisce l'indebolimento, culturale anzitutto, sul mercato del lavoro e l'aumento del rischio, di lungo termine, relativo all'incapacità di una difesa collettiva organizzata.

      Basta vedere i video "rap" di un apposito canale italiano dedicato: un inno alla...mobilità sociale determinata dalla "specialità" dell'individuo che "ce la fa" a trasformarsi in successful prodotto di mercato (sempre sia lodato).

      Elimina
    3. TEDIO-EVO (cit.)

      Allineato puntual/mente (come la bussola da rilevamento) e mediatica/mente (come il "quarto potere"), il FENOMENO GLOBALE manifesta, irradia e dissolve la contrapposizione degli interessi delle "classi" appartenenti alla comunità.

      Il dissolvimento iniziatico con "zia" T.I.N.A. che ora tedia, con cupa indifferenza e stanchezza.

      Che dire, il "progetto" di essi, cioè essi, finora è stato una "battaglia" vinta .. vediamo come finisce la "guerra".

      PUNTO

      Elimina
    4. e così si ritorna al 1776, ad Adam Smith, con l'amplificazione che i padroni sono sempre meno numerosi e meticciati tra loro, come una casa reale o una dinastia di banchieri, e il proletariato sempre più numeroso, spezzettato e conflittuale come una Babilonia.

      Elimina
    5. Evolutionary theorist Oliver Curry teorizava nel 2006 una divertente teoria: la popolazione umana in futuro si dividerà in 2 specie esattamente nella linea da te descritta nel commento.

      http://news.bbc.co.uk/2/hi/uk/6057734.stm

      Elimina
  3. Che altro aggiungere a questo eloquente e illuminante testo di una VERA TESTA PENSANTE che fa sperare ancora nella mai sopita vitalità del pensiero critico, bravo Bazaar!

    RispondiElimina