sabato 4 novembre 2017

CESSIONI DI SOVRANITA' E DEBELLATIO: LA DISFATTA DELLA DEMOCRAZIA A VOSTRA INSAPUTA



  http://image.slidesharecdn.com/divarionordsudcaritasvicenza-140310134339-phpapp01/95/divario-nord-sud-a-cura-della-caritas-vicenza-7-638.jpg?cb=1394459089
Ripubblichiamo questo post di Bazaar mutandone il titolo (originariamente, e forse più appropriatamente era: IMPERIALISMO, SISTEMA MONETARIO INTERNAZIONALE E SHOCK DOCTRINE- PARTE I) per la sua stretta attualità. 
Se nel marzo 2016, questi argomenti potevano essere assunti come la radiografia di un processo distruttivo costante e inavvertito (secondo il noto sistema della rana bollita), gli accadimenti successivi, sullo scenario €uropeo e mondiale in genere, indicano un'accelerazione. 
La "rana", o meglio "le rane" , specialmente quelle italiane della mitica quanto evanescente "classe media", potrebbero accorgersi di essere in una situazione che non è più ingannevolmente confortante e voler saltar fuori dal calderone. 
Il condizionale è d'obbligo.
Ed infatti, va considerato l'esito pressocché scontato (nelle sue dinamiche complessive e "geometrie" vincolate conseguenti) delle prossime elezioni, che sono pre-destinate a dar vita a un governo "istituzionale" di grande coalizione, il quale, negli esiti addizionali della sua azione, è, già oggi, preordinato a determinare uno shock che farà impallidire quello del 2011. Ma quando tutto ciò avverrà, ben poche "rane" avranno ancora le forze e le "risorse culturali" per tentare di saltar fuori dalla pentola...



1- Introduzione: imperialismo, sistema monetario internazionale e shock doctrine.

«Nel 1977 mia moglie ed io, con i nostri due bambini, abbiamo trascorso la prima di molte estati nella confortevole e rilassante casa di Nicky e Clarissa Kaldor a 2 Adams Road. Anche Nicky aveva lavorato con Keynes da giovane, e amava discutere (o meglio spiegare) l'Economia. Era ossessionato dalla necessità di salvare il mondo dai mali del “monetarismo”, e avrebbe sviluppato questo tema per molte ore consecutive.
Avrò fatto domande che probabilmente considerava  da ignoranti o da incompetenti – o da entrambi – ma che gli davano rinnovata opportunità di inveire contro Milton Friedman e altri vari economisti “neoclassici” e liberisti. Nicky soffriva di narcolessia, e spesso si addormentava in piena foga del discorso, solo per riprendere dieci o quindici minuti dopo, esattamente dal punto in cui era rimasto. Era un meraviglioso e generoso insegnante ed amico, e ho imparato molto da queste lezioni, sebbene avessi un forte sospetto che stava combattendo una battaglia persa contro le forze delle tenebre.» Robert Skidelsky,
 “John Maynard Keynes: 1883-1946: Economist, Philosopher, Statesman”, (2003)

1.1. Si voleva speculare sulla condizione umana e sull'esoterismo inteso come strumento politico, solo come chiosa di questa riflessione: in verità sembrerà un ritorno alla realtà materiale dopo aver riflettuto sul ruolo della moneta nel conflitto tra classi.
Dopo aver provato a chiarire alcuni strumenti cognitivi e cercato in via teorica di comprendere alcuni macro-aspetti dell'evoluzione storica che ci vede passivamente protagonisti, si inquadreranno i più importanti pilastri strutturali su cui sono edificate le sovrastrutture politiche, giuridiche ed ideologiche dell'ultima globalizzazione.
Continueremo a costruire un modello di analisi economica in un paradigma sociologico conflittualista, nei suoi vari aspetti storici e istituzionali, approfondendo come le naturali congiure dei gruppi sociali dominanti trovino simmetrica responsabilità nella passività politica delle classi subalterne: ovvero le riforme strutturali vengono imposte a svantaggio della collettività a causa della mancanza di coordinazione di una società stordita dalla terapia dello shock permanente[1].

1.2. La partita è doppia: ESSI vivono ← perché → NOI dormiamo.
In questo modello di studio la Costituzione Italiana sarà assunta come archetipica, come se fosse adottata da tutti gli stati nazionali democratici che compongono la comunità internazionale. 
[NdQ: e non per caso, dato che, a differenza dell'insieme dei provvedimenti del New Deal e del ben noto Rapporto Beveridge (qui p.1), la Costituzione italiana stabilizza a livello supernormativo e nel modo più compiuto, cioè superiore alla legge del parlamento, la risoluzione paradigmatica del conflitto sociale. 
Ciò, a livello politico-ideologico, occupa, in nome della democrazia pluriclasse e "partecipata", esattamente quello spazio che si fa coincidere con la titolarità della sovranità: dunque, il ruolo costituzionale dello Stato costituzionale democratico esclude, in modo strutturale, l'applicabilità dell'assetto che la teoria neo-liberista di Hayek e di tutti i suoi sussidiari epigoni, fa risalire alla "Legge", cioè ad una fonte, pur essa ritenuta superiore alla legislazione del parlamento, ma esclusivamente legittimata dal bio-potere razional-naturalistico e organicamente antidemocratico, che fa capo alla pretesa di assetto allocativo predicato dalle oligarchie.]

1.3. Come primo passo procederemo ad integrare l'analisi economica con la teoria del circuito monetario, in modo da proporre spunti di analisi in un modello coerente – in primis – a livello nazionale.
Questo ci permetterà, nella dialettica tra dominanti ed asserviti, di fare un'ulteriore distinzione all'interno delle classi dirigenti.
I paradigmi mainstream – in quanto naturali sovrastrutture dei rapporti di produzione – rimarranno sullo sfondo della trattazione, presentandone solo gli effetti strutturali che, data la loro natura normativa piuttosto che predittiva-previsionale, “retroattivamente” inducono a supportare: le riforme in favore delle classi dominanti.
Ricorderemo come l'art.11 Cost. sia stato forzato tanto dall'esterno quanto dall'interno dell'unità nazionale.
Si lascerà sullo sfondo la dialettica della doppia verità, tanto dal punto di vista etico-politico, quanto da quello dell'educazione e dell'istruzione.
[NdQ: i paradigmi mainstream, oltre che aver trovato un'esposizione organica nel libro "Euro e(o?) democrazia costituzionale", sono stati riportati all'interno della illustrazione della principale riforma, - quella che si potrebbe definire "madre"-, a valore normativo e istituzionale che caratterizza la restaurazione, perché di questo in sostanza si tratta, del paradigma (neo)liberista rispetto alle Costituzioni sociali quantomeno europee: cioè la dottrina (normativa) della banca centrale indipendente, corollario essenziale del predicato monetarista e delle altre teorie mainstream più recenti]

1.4. In seguito ipotizzeremo che Keynes – figura paradigmatica del XX secolo –  sia stato osservatore  di due snodi fondamentali in cui rapporti di forza da “tettonica delle placche” si sono riassestati contestualmente alla due grandi guerre mondiali: il Trattato di Versailles (1919) e la conferenza di Bretton Woods (1944).
Se, dall'analisi del primo, l'economista inglese intuì con saggezza l'evolversi delle dinamiche socioeconomiche e politiche europee (ovvero mondiali), la risoluzione del secondo snodo – propedeutico alla pace di Jalta (1945) – fu anch'esso oggetto delle sue critiche, a partire dal momento in cui le soluzioni da lui proposte per il sistema monetario internazionale furono rigettate.
Si proporrà che la valanga che ci sta investendo trova negli accordi di Bretton Woods la palla di neve che già dagli anni '70 si trasformerà in una dottrina dello shock con cui forzare globalmente un'asimmetria sociale e politica riconducibile un dispotismo oligarchico a carattere totalitarista.

 2 – Capitalismo, sovranità e moneta endogena.
«I monetaristi, in stretta analogia con Walras, sostengono che la sovrastruttura della moneta creditizia varia in modo strettamente proporzionale alla base monetaria. […]
In tale situazione raggiungere gli obiettivi monetari non sarebbe un problema: essi verrebbero automaticamente raggiunti determinando o razionando il volume di monete emesse ogni giorno. Ma, in realtà, la banca centrale non può rifiutare lo sconto di titoli primari...»  N. Kaldor, “Il flagello del monetarismo”, 1984
2.1. In un sistema capitalistico non temperato dall'intervento distributivo dello Stato, la classe dominante vede tendenzialmente al vertice del processo decisionale chi controlla il capitale finanziario, ovvero coloro che – attraverso l'emissione di credito – detengono il controllo della prima fase del processo economico capitalistico che, per definizione, è basato sul debito.
Questo ruolo di primo anello del processo produttivo è conteso con lo Stato-nazione democratico che – come tutte le comunità sociali autogovernantesi – rivendica e ipostatizza la propria sovranità  nella capacità di “battere moneta” e di raccoglierla tramite l'imposizione fiscale.
Esistono due importanti tipi di moneta: quella emessa dalla Banca Centrale[2] e quella emessa dal sistema bancario in forma di credito[3]. 

2.2. La moneta bancaria – ovvero il credito bancario – sta alla fonte del sistema capitalistico: in partita doppia, ad ogni debito corrisponde un credito. 
Poiché la variazione di domanda, da parte del pubblico, di contanti e depositi bancari, deve trovare risposta diretta dall'offerta monetaria, questa, in una economia a moneta creditizia, è endogena – ovvero varia in funzione della domanda di credito di famiglie ed imprese – e a garanzia della stabilità del sistema bancario sta la banca centrale, ovvero l'ente strumentale e organo dello Stato che si occupa delle funzioni di tesoreria del “sovrano”. 
Se sovrano è il popolo, la banca centrale svolge funzioni di mutuante di ultima istanza nei confronti del sistema bancario[4] (art.47 Cost.) e monetizza il debito pubblico, attravero la funzione di "tesoriere" dello Stato  (democratico in senso sostanziale).
[NdQ: sulla funzione di tesoreria, come distinta da quella di "prestatore di ultima istanza" rivolta al solo sistema bancario, all'interno di un paradigma di Stato non oligarchico, ma costituzionalmente orientato alla tutela dell'intera comunità sociale, si veda qui e qui].
 
2.3. Se sovrana è l'oligarchia finanziaria, la banca centrale [NdQ: o il Ministero del tesoro, o equivalente, nel più frequente regime istituzionalizzato di separazione tra governo e banca centrale, quale predicato dalla dottrina delle BC indipendenti] colloca i titoli del debito pubblico sul mercato finanziario privato (a tassi sensibilmente più alti) e può rifiutare lo sconto di titoli primari che le vengono presentati dalle Casse di sconto (è il caso della "indipendenza" che potremmo definire "semplice", quale riscontrabile in Italia  a seguito del divorzio tesoro-Bankitalia, o come è previsto in banche centrali fondamentali quali la Fed o la BoE). 
Ovvero, la banca centrale deve, rifiutare tale acquisto [NdQ: o l'equivalente, - in termini di emissione monetaria a favore dello Stato-, concessione di "scoperti di conto"], in ogni forma diretta, in base ad un esplicito divieto [NdQ: pretesamente supernormativo, in funzione monetarista e quindi liberista-oligarchica, come nel caso dell'imposizione ex art.123 del TFUE]. 
In quest'ultimo caso la banca centrale può essere definita indipendente “pura” (come la BCE), ovvero coattivamente indipendente dal popolo in quanto sovrana è l'oligarchia finanziaria, e, quindi, il sistema delle banche commerciali può fallire in caso di carenze di liquidità. Con quest'ultima eventualità si frantuma tanto l'unità politico-statuale (arché) quanto la struttura sociale (come nel caso tipico di default statali).

2.4. Politica monetaria e politica fiscale sono il simbolo del potere sovrano in quanto possono essere garantite “dalla spada”, ovvero tramite il monopolio della forza: sia che il sovrano sia il signore medievale, sia che il sovrano sia il popolo, sia che sovrana sia un'oligarchia.
Ad oggi, il monopolio della forza è preceduto dal monopolio dei mezzi di comunicazione, che ne fa le veci.
Sovranità, potere e libertà di una comunità sociale sono il medesimo concetto visto da prospettive diverse. (artt. 1,11 Cost.).
[NdQ: sul punto ribadiamo quanto già linkato sopra ed esposto nel post: COSTITUZIONI, BANCHE E SOVRANITA']
Chiedere “cessioni di sovranità” significa pretendere impotenza e asservimento: questo è una tipica imposizione in caso di sconfitta bellica, con resa incondizionata.
[NdQ: l'equivalenza alla "debellatio" militare della cessione di sovranità imposta mediante trattato che sottragga prima la sovranità monetaria, - istituendo una valuta sovranazionale non statale e affidandone la gestione a una banca centrale indipendente pura, che opera sul presupposto esclusivo della conservazione di tale moneta-  e quindi, per necessità, la sovranità fiscale, impedendo ogni possibile soddisfazione delle esigenze sociali di sostegno alla domanda in funzione anticiclica, è illustrata in questo post: I POMPIERI CIECHI DELL'€UROPA E I NEO-LIBERISTI CAPACI "DI TUTTO"].

2.5. Dati gli ordini formalmente democratici, però, ad oggi nessuno ha dovuto dichiarare la guerra a Stati nazionali europei: poiché il conflitto di classe si caratterizza dall'ascondimento da parte della classe dominante della violenza esercitata sulle classi subalterne (cfr. con “la scrittura reticente” nella letteratura liberale), il processo di oppressione e asservimento indicato dalle pressanti richieste di “cessioni di sovranità”, ci porta – in questa congiuntura storica – ad identificare l'imperialismo nazionalista con il conflitto di classe:  stando con il prof. Ernesto Screpanti, abbiamo a che fare con  un imperialismo globale.
Tale processo è garantito dalla globalizzazione finanziaria a trazione USA.

2.6. Libero mercato e dottrina della banca centrale indipendente – agendo in modo concertato rispettivamente dall'esterno e dall'interno rispetto alla sovranità statuale –  si dimostrano  funzionali alla tirannia di un governo sovranazionale a vocazione mondialista.
Questo è il motivo per cui il federalismo interstatale viene usato come grimaldello di ipocrita ideologia irenica, anti-nazionale e anti-sovrana:  la sovranità che viene rigettata- ovvero assorbita e distrutta- è quella del popolo, ovvero si impedisce “tecnicamente” quella forma di governo chiamata democrazia in cui il potere sovrano viene socializzato.

2.7. [NdQ: Sul concetto di sovranità democratica, legato, dalle Costituzioni pluriclasse e solidaristiche, alla tutela primaria dei diritti sociali, cfr.; il citato "Euro e(o?) democrazia costituzionale" e i post: NON BISOGNA MAI DIMENTICARE nonché SOVRANITA' DEMOCRATICA, CITTADINI EUROPEI (only), COLLABORAZIONISTI. 
Da quest'ultimo rammentiamo:
"Come si definisce la capacità-attitudine di un gruppo-comunità territoriale di perseguire i propri interessi (anche) rispetto agli altri Stati? Sovranità.
Se con un trattato, eliminandosi ogni termine finale dei vincoli che impone, vengano stabiliti PER SEMPRE i rapporti di forza tra gruppi sovrani, si sarà, solo per questo, anzitutto eliminata la ragion d'essere della stessa sovranità; ma con questo si sarà anche eliminata la dignità e tutelabilità degli interessi che la sovranità perseguiva, come sua naturale funzione.
OVVIAMENTE QUESTO SOLO PER CHI NEL RAPPORTO DI FORZA SIA LA PARTE "DEBOLE": per chi sia in posizione prevalente, si avrà, al contrario, una riaffermazione rafforzativa della sua sovranità.
Godendo dunque della SOVRANITA' DEMOCRATICA - quella che, sul piano del diritto internazionale esclude il ricorso alla guerra offensiva e sul piano interno riconosce l'eguaglianza sostanziale dei cittadini (art.11 e 1-3 Cost.) - i cittadini si danno delle istituzioni (elettorali) per perseguire, anche e specialmente, sul piano del diritto internazionale, tali interessi democratici (se non altro perchè inclusivi, nel senso della massima rappresentatività delle istituzioni rispetto agli interessi dell'intero corpo sociale). 
Invece, gli stessi cittadini, all'interno di un'organizzazione internazionale che stabilisca per sempre la crescente distruzione della sovranità, come riflesso della inevitabile cristallizzazione dei rapporti di forza tra gli Stati contraenti, perdono di ogni rappresentanza e possono solo adeguarsi alla prevalenza ed alla realizzazione di interessi diversi da quelli del gruppo, oramai assoggettato, di cui si trovano a far parte.
In altri termini, i trattati a fini generali economici (liberoscambisti) possono ottenere dei risultati che, spesso neanche le guerre riescono a raggiungere in favore del "vincitore": sia per l'ampiezza degli interessi prevalenti affermati (in capo ad uno o più Stati dominanti), sia per la stabilità di tale risultato.
Il sacrificio definitivo e perenne degli interessi (solo) del popolo il cui Stato agisce considerando la sovranità un bene rinunciabile, e tale rinuncia un valore positivo, è dunque ciò che, nella sostanza, sostengono coloro che, pur appartenendo a quello stesso popolo (!), si dicono cittadini "europei", cioè di questa UE.
L'UE risulta perciò un'organizzazione non sovrana in senso democratico sostanziale , ma solo in senso strumentale e oligarchico, poichè, in base all'oggettivo contenuto del trattato, non persegue gli interessi pluralistici dell'intero gruppo sociale degli "europei" che il Trattato, in alcuna sua parte, neppure in via di enunciato formale e teorico, riconosce come corpo sociale detentore della sovranità.
Questa organizzazione, in effetti, com'è inevitabile, semplicemente maschera gli interessi dello Stato (o "degli Stati") che ha potuto affermare la prevalenza della propria sovranità nell'assetto del trattato, e cioè la prevalenza dei propri interessi. 
E, a loro volta, questi interessi, corrispondono a quelli, più ristretti, propri della oligarchia dei paesi che rafforzano la propria prevalenza economico-politica].

Ovvero «Federalismo interstatale E Democrazia» sono realizzazioni politiche che – per motivi strutturali – non possono essere complementari: cioè, o «”federalismo” O “democrazia”». Tutto il resto è “narrazione”, “propaganda”: ovvero falsa coscienza.

 3 – Tradimento e collaborazionismo: il Quarto Partito e il piede nella porta dell'articolo 11 Cost.  
«I voti non sono tutto [...]. Non sono i nostri milioni di elettori che possono fornire allo Stato i miliardi e la potenza economica necessaria a dominare la situazione. Oltre ai nostri partiti, vi è in Italia un quarto partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l'aumento dei prezzi e le campagne scandalistiche. L'esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l'Italia senza attrarre nella nuova formazione di governo – in una forma o nell'altra – i rappresentanti di questo quarto partito» De Gasperi in versione complottista nel celebre discorso del maggio 1947.
3.1. Il “grimaldello federalista” è stato possibile utilizzarlo perché, in realtà, era stato posto già un “piede nella porta” della sovranità popolare da quel gruppo sociale che trovava rappresentanza in ciò che il primo capo di governo dell'Italia repubblicana aveva chiamato il “quarto partito”.
Ovvero si constatava che il Capitale nazionale, “tenendo la spada dalla parte dell'elsa” nei rapporti di produzione, metteva pressione affinché le sovrastrutture giuridiche e politiche si conformassero ai suoi interessi. Interessi convergenti con il Capitale internazionale ma che la Costituzione del 1948 subordinerà a quelli del Lavoro: interessi che, come annoterà in seguito Lelio Basso, congeleranno l'attuazione della Costituzione stessa.
Questi “entristi” rappresentavano e rappresentano un gruppo sociale che avrà tendenzialmente interesse a collaborare con forze sovranazionali ed estere; rappresentano una classe incline alla sovversione.

3.2. Ne consegue che i grandi liberali-federalisti-liberisti – mandatari del grande capitale – potevano diffusamente agire dall'interno delle istituzioni per spingere i “cammelli” dei Trattati dalla cruna dell'ago dell'art.11 Cost.
Così Augusto Graziani evidenzia che, dopo Jalta: «Tutti i ministeri economici vennero affidati a uomini di sicura fede liberista. Einaudi lasciò il governo della Banca d'Italia a Menichella e assunse la direzione del nuovo ministero del Bilancio: Del Vecchio, autorevole studioso di eguali tendenze liberiste, assunse il ministero del Tesoro; i ministeri delle Finanze e dell'Industria andarono rispettivamente a Pela e a Merzagora, ambedue legati agli ambienti della grande industria del Nord. A questo governo spettò di prendere nei mesi immediatamente successivi i provvedimenti di maggiore portata, e di realizzare la famosa svolta deflazionistica del 1947.»[5]

3.3. Prendiamo spunto da questa autorevole citazione in cui liberismo, grande capitale e deflazione sono strettamente legati, per rimarcare che il liberismo è sovrastruttura ideologica del grande capitale, o meglio – a riguardo alla connotazione “deflazionista” – del capitale finanziario: la deflazione è naturale conseguenza della stabilità monetaria, permette contemporaneamente di non veder svalutati i grandi investimenti, e di disciplinare sindacati e rappresentanti politici delle classi subalterne, quelle lavoratrici.
Inoltre, nel caso siano protratte per lungo tempo, le politiche deflattive si rivelano funzionali al controllo sociale e demografico[6].
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[1]      Non è che se dei neocon usano lo slogan della “rivoluzione permanente” quindi Trotskij era un fascista ultraliberista... o viceversa.
[2]      Ovvero la moneta legale, ovvero quella “battuta” dal sovrano: regola i rapporti  economici tra i privati e lo Stato. Lo Stato – in una democrazia sociale – è la comunità sociale nel suo complesso. Poiché tutto si risolve in un circuito che costituisce “l'apparato circolatorio” della struttura economica, in quest'ultimo caso la raccolta fiscale sarà necessariamente informata a criteri di progressività (art.53 Cost.), in favore di un'equità sociale funzionale alla stabilità del sistema: inoltre la propensione al risparmio è tanto maggiore quanto maggiore è il reddito, sottraendo moneta agli investimenti. Se la moneta non ritorna in circolo diffusamente, si favorisce la “necrosi” del sistema produttivo: le insolvenze.
[3]      Questa moneta è scritturale: può essere creata ex nihilo – dal nulla – e regola internamente i rapporti tra privati.
[4]      « Una volta valutata la solvibilità della clientela, e stabilito un congruo ricarico sul tasso di interesse di riferimento fissato dalla banca centrale, le banche commerciali non sono mai vincolate (nella concessione di prestiti) dal rapporto tra riserve immediatamente disponibili e depositi. Laddove necessario, le riserve vengono sempre costituite ex post mediante ricorso a prestiti elargiti da altre banche ovvero tramite cessione di titoli alla banca centrale (la quale non può far altro che assecondare le necessità del sistema bancario). In effetti, in un sistema compiutamente capitalistico non soltanto la quantità di mezzi monetari è fuori dalle possibilità di controllo della banca centrale, essendo creata endogenamente dal sistema, ma la moneta perde anche qualsivoglia agganciamento metallico. È, per contro, possibile stabilire un’equivalenza tra valore aggiunto monetario della produzione in un dato periodo e la quantità di lavoro vivo erogato nel processo produttivo », Marco Veronese Passerella.
[5]      Citazioni filologicamente selezionate da Arturo.
[6]      «Si può di conseguenza affermare che in tutti i paesi ove le entrate annuali delle classi lavoratrici non siano sufficienti per allevare in piena salute le famiglie più numerose, la popolazione è effettivamente frenata dalla difficoltà di procurarsi i mezzi di sussistenza » Thomas Malthus, “Saggio sul principio di popolazione”

giovedì 2 novembre 2017

GLI ALLIEVI E I "MAESTRI": DRAGHI E VISCO VS. CAFFE' E M.S GIANNINI


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1. Di questo "estratto" sotto riportato ci interessa il punto in cui si parla di "allievi" dello stesso maestro. Questa ascendenza scolastica è spesso riportata (v. ad es; qui e qui), laddove come maestro si debba intendere Federico Caffè.


2. Le "bio" curriculari dei due peraltro dicono di percorsi che poi divergono radicalmente dalla "scuola" riconducibile a tale maestro, al punto che questa qualità di "allievi" non risulta oggi ragionevolmente attribuibile se si guarda al percorso scientifico-formativo effettivamente svolto dai due.
Visco, a sua volta, tra il 1974 e il 1981 si perfeziona presso la University of Pennsylvania, dove ottiene il suo Ph.D , evolvendo la sua esperienza in ruoli come questo: "dal 1997 al 2002 è stato Chief Economist e Direttore dell'Economics Department dell'OCSE". 
Per entrambi la prevalente attività di ricerca e di studio, nonché l'esperienza operativa presso istituzioni economiche nazionali e internazionali, si colloca nel solco della neo-macroeconomia classica (v. qui, p.4: quella che, dedita al recupero della visione neo-classica del mercato del lavoro perfettamente flessibile, elabora persino la teoria dei salari di efficienza, per...autogiustificare le proprie posizioni, certamente flessibili ma solo verso l'alto...dato che l'efficienza si dispiega essenzialmente nel rendere flessibili verso il basso, su larga scala, le posizioni altrui).

3. La dissonanza cognitiva del continuare a classificarli come "allievi" di Caffè, pertanto, si può spiegare solo come curiosa rimozione dei rispetti percorsi formativi e professionali; cioè come un problema di comunicazione-informazione al riguardo...
Ma una volta superata questa dissonanza è evidente che il maestro Caffè non può più collocarsi tra gli antecedenti della cultura economica da essi espressa e portata avanti in ruoli istituzionali. Questo distacco dalla "matrice" diviene perciò non segno di contraddizione (che gli si potrebbe imputare ove ci si ostinasse a definirli allievi in senso di appartenenti ad una "scuola", anzicchè meri "studenti" di quel professore) bensì di una manifesta trasformazione divergente.

4. Questa ormai incolmabile divergenza si può agevolmente verificare proprio riportandosi al reale pensiero di Caffè sui temi che, oggi, caratterizzano l'azione e le prese di posizione dei due (supposti) allievi. Vale perciò la pena di riportarlo, questo pensiero, ricorrendo ai ritrovamenti filologici di Arturo:
"Caffè e l’Europa ma anche specificamente Caffè e l’euro.
Nel suo manuale (Lezioni di politica economica, a cura di N. Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 1990) mette in guardia per ben tre volte contro l’ipotesi di una moneta unica europea. Eccovele:
pagg. 110-11: “Il difficile cammino della integrazione europea viene reso più arduo sia dalla pretesa di anticipare gli eventi, prima che se ne siano stabilite le basi (ad esempio ‘la moneta europea’); sia dalla pretesa di non tener conto delle fasi congiunturali avverse, come se la Comunità fosse stata configurata soltanto in vista di periodi favorevoli.”;
pagg. 298-99: parlando del gold standard: “In esso coesistevano varie e distinte monete (sterlina, dollaro, marco, franco ecc.), ma, attraverso il vincolo dei cambi fissi e sin quando fossero rispettate le “regole del gioco” necessarie per il buon funzionamento del gold standard (le regole, cioè, elencate a p. 294), si può dire che sostanzialmente la situazione era molto analoga a quella che comportasse l’esistenza di una moneta unica. 
Le singole economie nazionali dovevano adattarsi alle esigenze di uno standard monetario intemazionale: questo assicurava la stabilità dei cambi; ma non la stabilità dei prezzi interni dei singoli paesi che dovevano adattarsi, come si è visto, per assicurare il riequilibrio delle bilance dei pagamenti.
La stabilità dei cambi favoriva lo sviluppo degli scambi e degli investimenti internazionali; ma imponeva questo vincolo di adattabilità delle economie interne, adattabilità che molto di frequente si realizzava attraverso la disoccupazione e in genere la più o meno prolungata sottoutilizzazione delle risorse disponibili. E opportuno non perderlo di vista oggi che (in mutate condizioni) si prospettano possibilità di una “moneta unica" nell’ambito di aree integrate.
”;
pag. 344: “Rispetto a questi problemi costituiscono ’’risposte fatue” quelle fornite dal moltiplicarsi di progetti di pretese soluzioni che sembrano non tener conto degli insegnamenti della storia (dalle proposte per la creazione di una “moneta europea”, alla possibilità che dovrebbe essere concessa ai cittadini di economie ritardate di effettuare investimenti in valuta estera, all’attrattiva che continua a esercitare il ritorno al sistema aureo). 
Il carattere “fatuo” delle risposte non vuol dire, peraltro, che esse non siano rappresentative di giudizi di valore e di interessi sezionali chiaramente individuabili. 
A monte dei problemi tecnici considerati nel presente capitolo vi è una crisi irrisolta delle politiche economiche: la riaffermazione di un liberismo economico che spesso confonde la valorizzazione dell’iniziativa individuale con la salvaguardia a oltranza di posizioni privilegiate; l’offuscarsi della concezione di Stato garante del benessere sociale, che spesso si tende a valutare alla stregua di uno Stato acrìticamente assistenziale (Caffè, 1982), la tendenza a riabilitare il mercato, trascurandone le inefficienze (vedi p. 50).”.
Insomma, anche Caffè era fra "quelli che ce l’avevano detto". Ovviamente, direi".

5. Ma (nella stessa sede, che non a caso, traeva da un post dedicato alla "irriformabilità" dei trattati), anche Francesco, riporta un'interessante raccordo tra Caffè e la critica dell'attuale "cosmopolitismo", del capitale, in cui si inscrive la cooperatività mostrata da Draghi e Caffè alla realizzazione, in particolare, dell'eurozona, e che si pone nel solco di una lunga storia di trasformazione (appunto) dell'agire politico-economico delle istituzioni di Bretton Woods e delle organizzazioni economiche (liberoscambiste) in generale:  
"Quel “cosmopolitismo” (l’ordine sovranazionale del mercato) denunciato da Basso corrisponde a “l’automatismo internazionale” criticato duramente da Federico Caffè proprio per gli sviluppi decisionali che si sono poi materializzati in seno agli organismi internazionali :
“… La circostanza che Beyond the Welfare State costituisca una raccolta di saggi e non un’opera unitaria non diminuisce l’interesse di un pensiero come quello di Gunnar Myrdal sempre ricco di approfondite riflessioni. In primo luogo, nel discutere sullo “Stato dei servizi”, che è l’equivalente svedese della ricordata espressione inglese, egli può parlare come protagonista: come componente, cioè, del gruppo di coloro che “in qualità di esperti e talvolta anche di veri e propri uomini politici, promossero attivamente riforme sociali ed economiche intese a perfezionare…questo grande movimento riformistico della nostra epoca”.
Proprio in conseguenza di questa diretta partecipazione egli fu in grado, da un lato, di rendersi conto della “costante lotta di retroguardia contro le riforme” organizzata da coloro “che avevano interessi legati al vecchio ordine”. In realtà, come accade per tutte le posizioni conservatrici, essa si rivelò completamente miope, in quanto “lo stato organizzatore dei servizi ebbe un’influenza così forte sullo sviluppo della produttività potenziale degli individui, che nel processo dinamico della sua realizzazione, si potè avere un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse povere in una situazione economicamente progressiva senza deprimere le condizioni della maggior parte di coloro che, godendo dall’inizio di una situazione vantaggiosa, dovettero in un primo tempo fare le spese delle riforme”.
Ciò non evitò che queste posizioni di retroguardia trovassero un appoggio negli economisti legati alla TRADIZIONE DELL’AUTOMATISMO INTERNAZIONALE, la cui preservazione richiedeva che le singole economie nazionali fossero obbligate ad adattarsi ai mutamenti del mondo circostante, anche a costo di subire disoccupazione e depressione. Senza concordare con le conclusioni pratiche di questi economisti, Myrdal riconosce l’importanza della premessa di valore internazionalistica, la quale, peraltro, nelle condizioni contemporanee, non può trovare un’adeguata difesa in un utopistico “automatismo”.
“Dobbiamo innanzi tutto tenere presente che lo Stato del benessere è uno Stato organizzatore”. 
Oggi IL GIOCO DELLA DOMANDA, DELL’OFFERTA E DEI PREZZI non può considerarsi effettivamente “libero”, né sul mercato dei capitali e della mano d’opera, né su quello delle merci e dei servizi; è regolato, infatti, dalla legislazione e dall’amministrazione statale …nonché dalle grandi imprese semipubbliche e private operanti entro la struttura e sotto il controllo statale.
In ultima analisi, se vogliamo ristabilire l’integrazione dell’economia mondiale, dobbiamo preoccuparci di coordinare e armonizzare proprio tali complesse strutture di interferenza organizzata sui mercati”. 
Purtroppo, la rete delle organizzazioni cui era stato affidato il compito di realizzare una cooperazione internazionale “organizzata” (equivalente in qualche modo allo “stato organizzatore” sul piano interno) si è dimostrata incapace di conseguire i suoi obiettivi, proprio per il progressivo stravolgimento delle meditate carte statutarie su cui le varie organizzazioni si fondavano. Stravolgimento nel senso di ricondurre, attraverso successive crisi, VERSO SOLUZIONI “AUTOMATICHE” LE QUALI …RIFLETTONO IN REALTÀ LE PRESSIONI DELLE POTENZE EGEMONI.
In tal modo lo sforzo compiuto da Myrdal di porsi in una posizione più ampia, libera da preoccupazioni nazionalistiche, finisce da un lato per fornire una conferma ulteriore di quanto è mancato nella realizzazione dello “stato dei servizi”; dall’altro…ci porta a riflettere sull’appoggio concreto che…l’internazionalismo nominalmente automatico finisce per dare alle resistenze di retroguardia delle posizioni di privilegio. 
Basti pensare al CARATTERE FARISAICO che assume la martellante insistenza contro I PERICOLI DEL PROTEZIONISMO SUL PIANO MONDIALE E L’ASSOLUTA INDIFFERENZA NEI CONFRONTI DELLE CONDIZIONI DI LAVORO E DI SFRUTTAMENTO…”.
E l’allora CEE, ricorda Caffè “… va considerata nel vasto movimento di idee, di dibattiti, di concretamenti e di inevitabili compromessi che contraddistinsero, prima ancora della cessazione del secondo conflitto mondiale, il disegno di dar vita a una collaborazione economica internazionale organizzata, basata cioè su concordati impegni e su istituzioni intese a favorirne…l’osservanza. Nell’ambito mondiale questo disegno contemplava una cooperazione istituzionalizzata sul piano valutario, su quello finanziario e su quello commerciale…Ma sul piano della cooperazione commerciale internazionale si dimostrò insuperabile il contrasto tra un liberalismo di tipo tradizionale e l’aspirazione … a evitare, come si disse, la stabilizzazione delle disuguaglianze”.
Perciò “possiamo renderci conto delle ragioni che impediscono ai distinti monologhi di tradursi in costruttivi dialoghi. 
In un saggio molto noto, Lord Kaldor ha posto in evidenza le limitazioni imposte alla politica economica dai conflitti nell’impiego di determinati strumenti, per inibizioni di carattere politico, sociale, ideologico. 
Se la collaborazione internazionale organizzata costituisce un punto dal quale non si torna indietro, nulla, tranne l’interpretazione deviante dei tecnocrati, preclude che, con motivate richieste avanzate nelle sedi stabilite, sia possibile far ricorso, quando occorra, a temporanee misure di contingentamento, di razionamento, di controlli fisici, di regolamentazione delle forme e della entità DELL’INDEBITAMENTO ESTERO E DEI MOVIMENTI DI CAPITALI IN GENERE …” 
In definitiva, “un vero quadro incisivo di politica economica non può essere fornito che da alcune opzioni fondamentali le quali, nelle condizioni contemporanee, sembrano essere costituite:

a) dalla riaffermazione di un livello pressoché pieno dell’occupazione, come traguardo fondamentale, indispensabile per legittimare il consenso e reagire, in forme non repressive, ai fenomeni asociali di conflittualità;

b) dal riconoscimento che il pieno impiego comporta non soltanto una politica di controllo pubblico della domanda globale, ma altresì una politica di attenta AMMINISTRAZIONE DELL’OFFERTA COMPLESSIVA. Sul terreno, appunto, dell’offerta, sia i fenomeni aberranti delle eccedenze agricole da distruggere sia i fenomeni di carenze strutturali di periodo lungo attestano con chiara evidenza i limiti e le insufficienze delle indicazioni fornite dal mercato;

c) queste indicazioni non sono che il riflesso dell’esistente distribuzione dei redditi e dei patrimoni. E poiché tale distribuzione risulta estremamente sperequata nella realtà comunitaria, occorre essere chiaramente consapevoli che questa sperequazione si riflette necessariamente nel sistema dei prezzi. Questi sono bensì degli indicatori sociali …; ma proprio perché espressione di una sperequata distribuzione dei redditi e dei patrimoni sono fattori di cumulativo aggravamento di queste tendenze e non di una loro attenuazione che può soltanto attendersi dall’azione dei poteri pubblici;

d) occorrerebbe riacquistare la consapevolezza che il peso ingente e a volte esclusivo, fatto gravare sulla politica monetaria come strumento di lotta antinflazionistica, è necessaria conseguenza della generale riluttanza all’impiego dei controlli diretti…
” [F. CAFFE’, In difesa del Welfare State – Saggi di politica economica, Rosemberg& Sellier, 1986, 40-43, 98, 144, 151-152].

6. Per completare il quadro della divergenza dall'ex "maestro" Caffè e dalle sue ancor attualissime (e ideologicamente rifiutate) soluzioni, - e data la ben evidente direzione assunta dall'azione istituzionale sostenuta da Draghi e Visco (negli ultimi decenni), riportiamo un passaggio di Massimo Severo Giannini (sempre citato da Francesco), relativo al modello economico costituzionale (keynesian-kaldoriano, come ci viene testimoniato direttamente qui).
Per inciso: tale modello dovrebbe  essere, per tutti gli appartenenti alle istituzioni della Repubblica che abbiano prestato giuramento di fedeltà e osservanza della Costituzione, normativamente superiore al "modello di crescita di Solow" e della Commissione UE; una superiorità gerarchica della fonte costituzionale che è vitale per la democrazia, tanto che, in caso di incompatibilità, teoricamente (purtroppo), dovrebbe intervenire lo sbarramento dell'art.11 Cost. cioè i famosi controlimiti che Luciani (qui, p.11), segnala costituire non solo un limite di legalità incombente sulla Corte costituzionale, ma anche su "altri organi dello Stato", al di là del momento giurisdizionale:
"Ci tengo a sottolineare, come puntualmente fatto nel post, l’aspetto riguardante anche la politica di amministrazione dell’OFFERTA, perché è strettamente legato alla strumentazione dell’IMPRESA PUBBLICA (art. 43 Cost.) con la quale lo Stato organizza servizi pubblici e produce beni essenziali nell’interesse della collettività e non per profitto, strumento necessario non solo ai fini del livello occupazionale, ma anche per combattere quelle “strozzature” che vengono utilizzate dai trust finanziarizzati per imporre “l’inflazione programmata” (!). Ma sia il sostegno alla domanda che all’offerta necessita della sovranità monetaria:
“… Le imprese pubbliche appartengono a due tipi fondamentali: le imprese di servizi pubblici, le imprese per obiettivi politici (politico-economici, politico sociali…). Con queste configurazioni si presentano già allorché sorgono, nel sec. XVII: le fabbriche d’armi, gli arsenali, LE BANCHE PUBBLICHE…).
Lo Stato liberale fu, per sua ideologia (dati gli interessi che impersonava) avverso all’impresa pubblica: onde le soppresse, e quelle di cui non si potè provare, le trasformò in organizzazioni di tipo amministrativo…mentre altre che non potè sopprimere, FURONO PRIVATIZZATE…
L’avvento dello STATO PLURICLASSE ha mutato il quadro, in quanto le nuove classi emergenti reclamarono la collettivizzazione di imprese private che per la loro posizione dominante o il loro carattere monopolistico fossero ritenute perturbatrici, o di interi settori di attività imprenditoriali attinenti a servizi di interesse pubblico generale…
” [M.S. GIANNINI, Istituzioni di diritto amministrativo, Milano, 1981, 234-235].

La conclusione è che, poiché scripta manent, nel bilancio di una vita al servizio delle varie "istituzioni" (che non sono tutte eguali e non sono tutte costituzionalmente "compatibili"), ognuno, poi, avrà i ringraziamenti delle forze che avrà sostenuto.