mercoledì 30 aprile 2014

STORIA (NON TROPPO SEGRETA) DELLA PACE NEL FEDERALISMO EUROPEO

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Questo importante post di Arturo ripercorre, sul piano dell'indagine comparata di filoni di pensiero apparentemente distinti, le convergenze pragmatiche che guidano, in un'alternanza tra facciata idealistica (strumentale) e decisioni autoritarie filo-oligarchiche, il federalismo internazionalista nell'orientare la società umana.
Rammentiamo un'analoga trattazione, con un approccio più fenomenologico, in questo post.
Il punto è che, comune a entrambe le versioni di tale pensiero, è la negazione di ogni valore della sovranità democratica costituzionale.
Una suggestione risalente e datata, che viene portata avanti nell'inerzia "critica", perseguendo simultaneamente, per via mediatica, l'eliminazione dalla memoria collettiva del progresso (ben tangibile quanto osteggiato) costituito dal costituzionalismo democratico, e così, rendendo le comunità sociali incapaci di rendersi conto e quindi di reagire.
Ma una suggestione di cui oggi, all'apice del suo tentativo di imporsi, paghiamo le dure conseguenze, peraltro deliberatamente o, dissimulatamente (a seconda del filone che si dichiara di seguire), programmate fin dall'inizio.
La risposta a tutto ciò, per chi ancora non fosse consapevole, è dunque il ripristino della legalità costituzionale. 
E non mi stancherò mai di ripeterlo. Specialmente in vista del 1° maggio.
1. La litania dei più banali argomenti pro-euro la conosciamo (L'Espresso ce ne ha fornito un piccolo campionario di recente). Quello che alla fine rispunta sempre è però che l'Europa e l'euro difenderebbero la “pace”. 
Un valore su cui tutti concordiamo: chi mai potrebbe dirsi “per la guerra”
E in effetti è un fatto reale che stiamo assistendo a forme di ostilità più o meno evidente fra i popoli europei che non si vedevano da molto tempo
Dunque “più Europa”?
Ma perché l'Europa, per non parlare dell'euro, dovrebbero essere strumenti efficaci nella difesa pace
Se perfino un autorevole sostenitore del federalismo europeo come Sergio Pistone ammette tranquillamente che le “spinte disgregative” “di tipo nazionalistico” attualmente in corso sarebbero causate dai “deficit di efficienza e di democrazia che da sempre caratterizzano il processo di integrazione europea e che si sono accentuati con l'istituzione dell'unione monetaria ed esasperati con la crisi finanziaria ed economico-sociale iniziata nel 2008”, in grazia di quale acrobatico salto logico dovremmo concludere che dosi maggiori della medicina che ha provocato quei sintomi, che in teoria era chiamata a curare, costituirebbero la giusta terapia? 
Chi si produce in simili contorsioni evidentemente “sa” che la federazione è lo strumento adatto allo scopo. In base a quale ragionamento, fondato su quali presupposti? E' raro vederli esplicitati, tanto meno discussi. 
Ho provato quindi a scavare un pochino nella storia dell'idea di unificazione europea per vedere di scoprirli. La (ovviamente provvisoria) conclusione a cui sono arrivato è che tali presupposti sono costituiti da visioni e giudizi sulla società e lo Stato che o sono incoerenti con le ricette proposte oppure infondati (e spaventosamente reazionari). Vediamo un po' di cosa si tratta.

2. Innanzitutto che la protezione della “pace” costituisca la ragion d'essere prima ed essenziale dei progetti di federazione europea è proclamato in continuazione dai suoi stessi teorici. Iniziamo con  Hayek: “Senza dubbio lo scopo principale di una federazione interstatale è assicurare la pace [...]” (Friedrich A. Hayek, “The Economic Conditions of Interstate Federalism,” New Commonwealth Quarterly, V, No.2 (September, 1939), ristampato in F. A  Hayek, Individualism and Economic Order, Chicago, Chicago Press University, 1948, pp. 255–72. La traduzione è mia).

Qui bisogna aprire una breve parentesi: Hayek non è citato spesso fra i “padri nobili” dell'Europa; qui, e in molti altri post (per non parlare del libro), è stato ampiamente spiegato perché Europa ed euro assolvano efficacemente agli obiettivi che il noto economista si proponeva. 
Ad ulteriore conforto di tale ricostruzione, oltre al nominato Streeck, si possono citare due storici, dall'orientamento opposto, come Bernard Moss e John Gillingham [un sentito grazie a Bazaar per la segnalazione di quest'ultimo]:

Based primarily on ordo-liberal principles of market competition and sound money, the EC acted as regional enforcer of labor subordination and wage discipline much as Friedrich Hayek, the Austrian-born economist-philosopher, had advocated
After the Second World War Hayek had rallied liberal economists and policy makers to challenge Keynesianism and the welfare state in his elite Mont Pelerin Society (Hartwell, 1995). 
Unlike social democrats, who supported the welfare state as a barrier to Communism, Hayek perceived the danger of communism arising from within, from the spiraling inflationary demands of labor backed by the democratic state. He was a neo-liberal because he recognized the difference that laws and political institutions could make to market outcomes.” (B. H. Moss (a cura di), Monetary Union in Crisis. The Europea Union as a Neo-liberal Construction, N. Y., Palgrave MacMillan, pag. 12).
“Hayek developed the theory that is at the very core of the liberal project for Europe, but he remained vague about how the process of European integration could be set in motion. 
He did not delve deeply into specifics of implementation. Instead, one finds among the leading figures (ORDO-liberals) of the Freiburg School – men infuenced by yet distinct from the “Austrians” – the clearest understanding of the fact that, in order to operate satisfactorily, the damaged economy of the war-torn continent had to be nested in a new set of “market-conforming” (Marktkonform) institutions that 
(a) guaranteed respect for property and contract, 
(b) was anchored in monetary stability, and 
(c) was designed to protect the competition principle. 
Such an institutional emphasis can be said to typify even liberal German economic thinking. ORDO-liberalism is also characterized by a profound moral revulsion to national socialism, deep ethical concerns and commitments, and a quite specific engagement with the problems of economic reconstruction in the remnants of the broken and occupied German nation. On the German issue, Hayek’s Freiburg associates would “pick up the ball and run with it.” (J. Gillingham, European Integration, 1950-2003. Superstate or New Market Economy?, N.Y., Cambridge University Press, 2003, pag. 10).

3. Chiusa parentesi. 
Proseguiamo avvicinando forse il massimo teorico italiano del federalismo europeo, vale a dire Mario Albertini, che proprio nel perseguimento della pace ravvisava il fondamento specifico del federalismo. 
A questo proposito è utile un suo breve scritto, in cui – ci informano i curatori dell'Istituto di studi federalisti Altiero Spinelli – Albertini conduce un'analisi del federalismo “nei suoi tre aspetti (di valore, di struttura e storico-sociale)” “con un'ampiezza che non trova riscontro in altri” suoi “scritti” (la mostruosa mole dei quali ci induce a tenerci caro quello qui linkato :-)). 
Vediamo i passaggi essenziali del ragionamento: della pace si dà una definizione kantiana, che valga a distinguerla da “tregua”. Albertini, op. cit. pag. 9: 
Bisogna stabilire bene la linea di demarcazione tra queste due situazioni. 
La prima è contrassegnata dalla mancanza del rischio di essere aggrediti, ossia dal fatto che tutti sono sicuri senza armi. 
La seconda è contrassegnata dal rischio permanente di essere aggrediti, ossia dal fatto che nessuno è sicuro senza armi
Naturalmente nella seconda situazione si distinguono due casi: quello nel quale gli uomini si stanno battendo e quelle nel quale sono semplicemente in stato di vigilanza perché aspettano di battersi o di difendersi. 
Non c'è dubbio che qualunque persona, messa con chiarezza di fronte ai tre casi di queste due situazioni, riserverebbe il termine di “pace” alla prima situazione, chiamerebbe “guerra” il primo caso della seconda situazione, e parrebbe di un istante di “tregua” nel secondo caso. 
E non c'è dubbio nemmeno sul fatto che la prima situazione è contraddistinta dall'obbligo per tutti di comportarsi secondo un ordine legale, ossia dall'esistenza dello Stato, mentre i due casi della seconda situazione sono contraddistinti proprio dalla mancanza di tale obbligo, ossia dalla mancanza di uno stato comune a tutte le persone che entrano in rapporto tra loro”. Cioè la pace consiste nell'estensione pura e semplice del ruolo pacificatore dello Stato (pag. 12: “Si può quindi affermare che i vari conflitti psicologici, economici, etnici possono essere l'occasione dello scoppio della guerra, quando la guerra è possibile, ma se esiste un ordine statale in grado di risolverli pacificamente essi cessano di essere causa di guerra: la vera causa della guerra è dunque l'assenza di un ordine statale”).

4. Detto con brutale sintesi, Stato mondiale = pace mondiale
Anche nel Manifesto di Ventotene la federazione europea è vista in effetti come “preludio di una federazione mondiale”. 
Insomma, il fogno
Questa funzione escatologica che il federalismo viene chiamato ad assolvere, per quanto possa sembrare (ed essere) ridicola, non va sottovalutata.
Introduce quello che è un elemento importante del discorso sulla pace: il ricatto morale. “Ma come? Volete forse mettervi sul cammino del Bene, della Giustizia, della Civiltà alimentando guerra e inimicizia fra i popoli?”
Il che evidentemente implica che questi profeti di pace siano convinti di aver trovato l'infallibile ricetta in grado di procurarla. 
Scrive Popper (On The Sources of  Knowledge and of Ignorance, London, Oxford University Press, 1966, pag. 177) “The theory that truth is manifest – that it is there for everyone to see, if only he wants to see it – this theory is the basis of almost every kind of fanaticism. For only the most depraved wickedness can refuse to see the manifest truth: only those who have every reason to fear the truth can deny it, and conspire to suppress it.
Yet the theory that truth is manifest not only breeds fanatics – men possessed by the conviction that all who do not see the manifest truth must be possessed by the devil – but it may also lead […] to authoritarianism”. 
Io della ringhiosità di qualche piddino trovo spiegazione in queste righe; non so voi...
Insomma, per tornare al punto, questa salvifica ricetta, in cosa consiste?  
Quali caratteristiche dovrebbe avere il vagheggiato Stato federale di cui stiamo parlando?  
Albertini, op. cit., pag. 14: 
La pace deve sì essere ricercata per sé stessa: essa è un valore specifico universale ma un ordine giuridico universale non può essere raggiunto senza che siano state realizzate la libertà, la democrazia, la giustizia sociale ovunque.” Che meraviglia. A Ventotene si arriva addirittura a promettere una rivoluzione federalista “socialista”. 


5. Tutti convinti, dunque? Un momento, facciamo un passo indietro e torniamo al nostro amico Hayek...
Che in The Road to Serfdom  (The Collected Works of F. A. von Hayek, Vol. II, Londra, The University of Chicago Press, 2007, pag. 312) ci racconta che l'idea di una federazione mondiale non è certo il parto originale delle elucubrazioni dei federalisti nostrani: 
It is worth recalling that the idea of the world at last finding peace through the absorption of the separate states in large federated groups and ultimately perhaps in one single federation, far from being new, was indeed the ideal of almost all the liberal thinkers of the nineteenth century. From Tennyson, whose much-quoted vision of the “battle of the air” is followed by a vision of the federation of the people which will follow their last great fight, right down to the end of the century the final achievement of a federal organization remained the ever recurring hope of a next great step in the advance of civilization. 
Nineteenth-century liberals may not have been fully aware how essential a complement of their principles a federal organization of the different states formed; but there were few among them who did not express their belief in it as an ultimate goal.”

Cioè la federazione mondiale era considerata sì uno strumento di pace, ma solo in quanto lo garantivano quei principi – del liberalismo ottocentesco – rispetto a cui la federazione era “essential a complement”. 
Siamo sicuri che tra questi principi vi fosse la “giustizia sociale” o, niente meno, il socialismo? Proviamo a vedere...  

6. Prima di tutto, basandosi su questi loro principi, dov'è che i liberali à la Hayek vedono l'origine di una minaccia per la pace a cui la federazione può essere antidoto? 
Ce lo dice Hayek stesso in The Road (pag. 301): 
The part of the lesson of the recent past which is slowly and gradually being appreciated is that many kinds of economic planning, conducted independently on a national scale, are bound in their aggregate effect to be harmful even from a purely economic point of view and, in addition, to produce serious international friction. That there is little hope of international order or lasting peace so long as every country is free to employ whatever measures it thinks desirable in its own immediate interest, however damaging they may be to others, needs little emphasis now. Many kinds of economic planning are indeed practicable only if the planning authority can effectively shut out all extraneous influences; the result of such planning is therefore inevitably the piling-up of restrictions on the movements of men and goods.” 

E qui finalmente cominciamo a uscire dalla nebbia: la regolamentazione degli scambi con l'estero conduce alla guerra; la terapia sta nella diagnosi stessa: il free trade porta alla pace
Un'idea non precisamente nuova ("world peace through world trade" è diventato addirittura uno slogan della IBM...) e poco resistente a un esame storico
Come scrive Ian Fletcher in un interessante libretto - Free Trade Doesn't Work, Washington, U.S. Business & Industry Council, 2010, pag. 44: 
Free traders since 19th-century classical liberals like the English Richard Cobden and the French Frederic Bastiat have promised that free trade would bring world peace. Even the World Trade Organization (WTO) has been known to make this sunny claim, which does not survive historical scrutiny.
Britain, the most freely trading major nation of the 19th century, fought more wars than any other power, sometimes openly with the aim of imposing free trade on reluctant nations. (That’s how Hong Kong became British.) Post-WWII Japan has been blatantly protectionist, but has had a more peaceful foreign policy than free-trading America.”
.


7. Questa idea, dunque (com'è constatabile da molte altre fonti storiografiche) è basata su una visione immaginaria della Storia, ma, soprattutto il suo legame coi nostri amici federalisti non è chiaro: c'entra? 
C'entra, c'entra...
Prima di tornare a loro però completiamo il quadro dell'analisi hayekiana: la tendenza a regolare gli scambi con l'estero, e quindi al bellicismo, secondo il nostro deriva dall'economic planning, cioè nell'intervento pubblico nell'economia che, disturbando il funzionamento di quelle che lui chiama “regole di pura condotta”, uniche garanti degli interessi generali, altera il mercato a favore di interessi particolari
Insomma, si tratta di quel liberalismo ristretto di cui abbiamo già parlato. Detto più empiricamente, pressioni interne hanno vieppiù spinto gli Stati ad anteporre obiettivi di politica interna all'equilibrio degli scambi commerciali, arrivando a mettere in discussione quella che ne era la suprema garanzia, ovvero il gold standard
Ciò ha offuscato quella “visione che, prima della prima guerra mondiale, offriva un terreno comune a quasi tutti i cittadini delle democrazie occidentali e che è la base del governo democratico.” (Hayek, Le condizioni economiche cit.). 
Sarebbe il caso di precisare: di tutti quei pochi cittadini che da quell'assetto traevano immediato beneficio e non erano chiamati a pagarne i costi

8. Per dare uno sguardo alla realtà dietro le formule ideologiche, apriamo la più autorevole storia del sistema monetario internazionale, vale a dire Globalizing Capital (Princeton University Press, New Jersey, 2008, pag. 2), opera di uno studioso della stazza di Barry Eichengreen e leggiamo un po' qual è il passato-gold standard che Hayek tanto rimpiange
"What was critical for the maintenance of pegged exchange rates, I argue in this book, was protection for governments from pressure to trade exchange rate stability for other goals. Under the nineteenth-century gold standard the source of such protection was insulation from domestic politics. The pressure brought to bear on twentieth-century governments to subordinate currency stability to other objectives was not a feature of the nineteenth-century world.
Because the right to vote was limited, the common laborers who suffered most from hard times were poorly positioned to object to increases in central bank interest rates adopted to defend the currency peg. Neither trade unions nor parliamentary labor parties had developed to the point where workers could insist that defense of the exchange rate be tempered by the pursuit of other objectives. The priority attached by central banks to defending the pegged exchange rates of the gold standard remained basically unchallenged. Governments were therefore free to take whatever steps were needed to defend their currency pegs
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9. Qual è l'obiettivo, dunque?  
La restaurazione di quello che M.S. Giannini definiva “lo Stato monoclasse”, caratterizzato cioè dalla concentrazione del potere nelle mani di una ristrettissima oligarchia che poteva scaricare sulla maggioranza della popolazione, lavoratori in primis, i costi dell'instabilità che il regime economico più conforme ai loro interessi provocava. 
Naturalmente l'imbroglio di Hayek è quello di tentare, secondo una linea fatta propria dall'ordoliberismo (cfr. Moss (a cura di), op. cit., pag. 106: “The ordo-liberals, close to Hayek, blamed the past catastrophes of war, revolution, runaway inflation, and Nazism on state intervention and labor and industrial monopoly”), un'equivalenza fra l'interventismo democratico e quello nazista: insomma, i sindacati, bersaglio ossessivamente additato dal nostro, antesignani delle SS (per quanto non palesemente assurdo di questa lettura, rinvio ovviamente all'analisi di Kalecki). 
Va bene (diciamo così). E i nostri amici federalisti? Non ce li siamo dimenticati...

Il federalismo europeo ci darà la pace: sempre lì siamo. Ma perché gli Stati lasciati a sé stessi dovrebbero essere guerrafondai

10. Per quando già ben leggibili nel Manifesto, le questioni chiave si si presentano nella forma più chiara in un saggio di Altiero Spinelli, Politica marxista e politica federalista (scritto fra il '42 e il '43, quindi dopo il Manifesto di Ventotene, che è del '41) che purtroppo non sono riuscito a reperire on-line. 
Citerò quindi dall'edizione cartacea in mio possesso (I classici del pensiero libero, vol. 25, Milano, RCS Quotidiani S.p.A. su licenza Mondadori, pp. 73 e ss.), con tanto di commossa introduzione di Tommaso Padoa Schioppa (siete invidiosi, lo so...). Dunque, a noi. 
Secondo Spinelli (op. cit., pag. 80) il male che travaglia lo Stato contemporaneo sarebbe il “sezionalismo”, “caratteristica predominante della nostra epoca”. 
Il sezionalismo sorge dal fatto che non esiste una armonia automatica e spontanea fra gli interessi particolari e le esigenze generali di un certo tipo di civiltà. Perché queste esigenze possano farsi valere, occorre sempre stabilire delle regole generali che fissino i limiti entro cui gli interessi particolari possano esplicarsi, e che sieno [sic!] accompagnate da una forza sufficiente per essere rispettate. Se le forze particolaristiche di individui o gruppi riescono a spezzare queste regole generali e ad imporre di fatto altre, in cui si tenga esclusivamente conto dei particolari interessi di quegli individui o gruppi, sopraffacendo il resto della società, danneggiando e svuotando così la forma di civiltà, si ha il fenomeno del “sezionalismo””. 
E qui un campanellino forse comincia a suonare. Vediamo un po' cos'ha da dire Spinelli sui sindacati (pag. 86): 
Per la soluzione sindacalista, basterà dire che, comunque si ridistribuisca nell'interno dei sindacati il reddito, essa non fa altro che esasperare tutti i contrasti sezionali della società odierna, la quale è già in buona parte sindacalista. Il sindacalismo è una mezza idea, che dal punto di vista nazionale val meno che nulla. Essa sorge ed incontra favore per due motivi diversi, che però indicano entrambi la fiacchezza mentale di chi la propone.
Sindacalisti sono innanzitutto molti, i quali vedono che la società attuale è già tutta irta di baronie sindacaliste, e si lasciano trascinare dalla corrente, sperando misticamente che, quando si fosse giunti alle estreme conseguenze, si approderebbe ad una situazione idilliaca. 
Questo sindacalismo è messo avanti specialmente da coloro che cercano di esaltare la combattività delle forze già impegnate in lotte di carattere sezionale. I capi che lo coltivano fanno semplice opera di demagogia. Il sindacalismo non è una soluzione, è un processo di disintegrazione sociale, ruzzolando il quale si giunge infine alla statizzazione di tutta la vita economica
L'equilibrio è [sic. Credo sia “e”] l'armonizzazione fra i vari sindacati, deve alla fine essere imposta dallo Stato, il quale assume dispoticamente tutta la gestione dell'economia, lasciando agli organismi sindacali semplici funzioni tecniche, o sopprimendoli senz'altro come superflui.” 
“Il collettivismo è la segreta tendenza dello stato moderno sovrano” (pag. 89). 
Vogliamo chiamarla “via verso la schiavitù”? 
La lotta di classe è essenzialmente lotta sindacale; non è altro che la lotta per interessi sezionali” (pag. 97). 
E dove starebbero gli interessi generali? Presto detto (pp. 81-82):
Marx aveva visto nello stato il rappresentante ed esecutore degli interessi collettivi della borghesia. Ciò poteva forse sostenersi con un'apparenza di ragione un secolo fa. Ma da un pezzo lo stato ha cessato di essere questo comitato esecutivo, sia pur solo della borghesia, ma comunque dei suoi interessi generali. Questi interessi consisterebbero nella garanzia in un mercato quanto più libero, quanto più ampio e quanto più esenta da situazioni monopolistiche fosse possibile. Lo stato moderno è divenuto invece sempre più il rappresentante e l'esecutore di quei determinati interessi sezionali che sono abbastanza forti o abbastanza insidiosi da costringerlo a piegarsi alla loro volontà e mettere al loro servigio particolare il suo potere. E questi interessi possono essere tanto di particolari gruppi borghesi (cosa che si vede ad esempio quando viene deliberatamente svalutata la moneta) o di particolari gruppi di operai (politica contro l'immigrazione) o di gruppi borghesi alleati a gruppi operai (politica protezionista)”. 
“Nell'ambito della politica federalistica, sarebbero misure intese alla eliminazione di privilegi monopolistici, che si inquadrerebbero nell'opera di distruzione delle più o meno autarchiche economie programmate, e verrebbero ad inserirsi nell'opera di creazione di un libero mercato europeo sul quale solo si può fare affidamento per la fusione delle malate economie nazionali in un'unica, sana, economia europea” (pag. 109). 
E credo che i campanelli che suonano cominciano ad essere più d'uno. 
Proseguiamo (pag. 83): “Il sezionalismo nella vita economica dei singoli paesi, ostacolando il traffico, rende molto più gravi gli attriti fra paese e paese, e spinge con energia verso una politica di militarismo e di imperialismo gli stati sovrani, i quali già per loro natura sono portati a non occuparsi altro che dei propri interessi particolari nazionali. La soluzione totalitaria porta al culmine questa tendenza, poiché sottoponendo tutta la vita economica al potere statale, da una parte affida ad esso tutto intero il compito di ottenere con la forza, rispetto agli altri paesi, posizioni di privilegio, e dall'altro lo rende tanto più capace di prepararsi ad una guerra totale.”

11. E qui – mi auguro - la nebbia si dirada definitivamente e la lettura parallela Hayek-Spinelli dà tutti i suoi chiarificatori frutti. 
In buona sostanza si tratta sempre di impedire, con un bel gold standard a suprema garanzia - la moneta unica è una rivendicazione già contenuta nel Manifesto di Ventotene-, che lo Stato intervenga negli scambi internazionali attraverso “whatever measures it thinks desirable in its own immediate interest”. Naturalmente una misura a disposizione ci sarà ancora: la deflazione, se è vero, come spiegava Joan Robinson, che il free trade, tanto più quando suggellato da un cambio fisso, non è altro che una più sottile forma di mercantilismo.   

Per riassumere, nella visione hayekian-ordo-federalista i due aspetti, interno ed esterno, si rafforzano reciprocamente: lo Stato interventista non potrà che essere autoritario e quindi militarista; la regolamentazione pubblica dell'economia rende indispensabile limitare le pressioni economiche (per esempio deflazioniste...) esterne, deteriorando i rapporti con gli altri Stati. Insomma, nemico della pace non è chi pratica la deflazione, ma chi vorrebbe resistervi (avete capito: la tutela del lavoro e la nostra Costituzione sono i veri nemici della pace; pacifista è chi vorrebbe veder lavorare anche i bambini (vd. dopo)).  
La medicina a tali terribili mali non è altro che la consueta utopia ottocentesca del mercato che si autoregola e la “pace”, come inevitabile sbocco, nient'altro che l'ennesimo esercizio di deduttivismo liberista. L'Europa protegge la pace come garantisce la piena occupazione: date il liberismo, la pace verrà.  

12. Naturalmente è facile obiettare che, seppure vi sono indiscutibili analogie tra Hayek e i federalisti nell'analisi dei difetti dello Stato nazionale, i secondi non sono mai stati soddisfatti del processo di integrazione europea così come esso si è svolto. 

Possiamo vederlo guardando all'oggi: riprendiamo il sunnominato Pistone, che dà conto del dibattito tedesco fra Streeck e Habermas
Questa opposizione [al neoliberismo], va sottolineato, è propria, fin dal Manifesto di Ventotene, dei federalisti, per i quali la democrazia — cioè il valore che richiede la pace per poter essere pienamente realizzato — deve essere allo stesso tempo liberale e sociale (il che significa un impegno strutturale contro le disuguaglianze fra le persone e fra i territori) per essere reale.” Nell'articolo dello stesso autore citato all'inizio: “La sfida è chiaramente il passaggio dall’integrazione economica essenzialmente negativa (cioè l’eliminazione degli  ostacoli  al  libero  movimento  delle  merci,  delle  persone,  dei  capitali  e  dei  servizi)  a un’integrazione economica  che sia anche  positiva (cioè forti  politiche sopranazionali  dirette ad affrontare  gli  squilibri  inevitabilmente  prodotti  dal  mercato  non  governato)”. 

13. Qui la risposta ai federalisti la lasciamo dare direttamente ad Hayek: quegli strumenti di intervento economico di cui è bene che lo Stato venga privato non possono più essere ricostituiti a livello sovranazionale! 
Tale lucida intuizione del nostro fornisce al suo programma federalista, se non altro, una interna coerenza
Questo il ragionamento (tutte le citazioni sono tratte dal saggio del '39): “L'assenza di barriere doganali e la libera circolazione di persone e capitali fra gli Stati hanno alcune importanti conseguenze che spesso sfuggono: riducono notevolmente le possibilità di intervento dei singoli Stati nella politica economica. Se le merci, le persone e il denaro possono muoversi liberamente attraverso le frontiere interstatali, gli Stati membri non posso più influenzare i prezzi attraverso l'intervento pubblico. [...]
Ora, praticamente ogni politica economica odierna volta ad assistere particolari industrie procede tentando di influenzare i prezzi: lo faccia attraverso marketing board, regimi vincolistici, “riorganizzazione” obbligatoria o distruzione di eccesso di capacità produttiva di certe industrie, lo scopo è sempre quello di limitare l'offerta e quindi aumentare i prezzi.  
Tutto ciò diverrebbe chiaramente impossibile per il singolo Stato all'interno dell'unione: l'intero armamentario di marketing board e altre forme di organizzazioni monopolistiche cesserebbero di essere a disposizione dei governi degli Stati.”
Ma anche rispetto a interferenze meno profonde nella vita economica di quelle che comporta la regolamentazione della moneta e dei prezzi, le possibilità aperte ai singoli Stati sarebbero pesantemente limitate. 
Se è vero che gli Stati potrebbero ancora esercitare un controllo sulla qualità delle merci e dei metodi di produzione impiegati, non dev'essere trascurato che, posto che lo Stato non possa vietare l'ingresso di merci prodotte in altre zone dell'unione, ogni obbligo posto dalla legislazione statale su una particolare industria la svantaggerebbe seriamente rispetto alle attività simili in altre zone dell'unione
Come è stato dimostrato dall'esperienza nelle federazioni esistenti, anche norme come la restrizione del lavoro infantile diventano difficili da imporre per i singoli Stati.” 
“E' anche chiaro che gli stati dell'unione non saranno più in grado di perseguire una politica monetaria indipendente. Con una moneta unica, l'autonomia delle banche centrali nazionali sarà ristretta almeno quanto lo era sotto un rigido gold standarde forse anche di più dal momento che, anche sotto il tradizionale gold standard, le fluttuazioni dei cambi tra paesi erano più ampie di quelle fra diverse parti di uno Stato o di quanto sarebbe comunque desiderabile consentire nell'unione.”
“Inoltre, nella sfera puramente finanziaria, i mezzi per raccogliere tasse sarebbero in qualche modo ridotti per i singoli Stati. Non soltanto la maggiore mobilità fra gli Stati renderebbe necessario evitare ogni sorta di tassazione che possa indurre il capitale o il lavoro a spostarsi altrove, ma insorgerebbero difficoltà anche con parecchie forme di tassazione indiretta.”
“Non intendiamo intrattenerci oltre su queste limitazioni che una federazione imporrebbe sulla politica economica degli Stati membri: probabilmente l'effetto generale è stato sufficientemente chiarito da quanto si è detto. In effetti è probabile che la prevenzione di elusioni della normativa fondamentale in materia di libera circolazione di persone, merci e capitali renda desiderabili restrizioni federali alla libertà degli Stati membri ancora più incisive di quanto si è fin qui ipotizzato e una ulteriore limitazione della possibilità di azioni indipendenti.”   
E qui arriva il punto cruciale del ragionamento: 
La pianificazione o la direzione centrale dell'economia presuppongono l'esistenza di ideali e valori comuni; il grado in cui questa pianificazione può essere realizzata dipende dalla misura in cui è possibile ottenere o imporre un accordo su questa scala di valori comuni.” 

14. Credo che questo accordo potremmo anche chiamarlo Costituzione
È chiaro che un simile accordo avrà un'ampiezza inversamente proporzionale all'omogeneità e somiglianza dei punti di vista e tradizioni degli abitanti di una certa area. Benché nello Stato nazione la sottomissione al volere della maggioranza sarà agevolato dal mito della nazionalità, dev'essere chiaro che la gente sarà riluttante a sottomettersi a interferenze nella loro vita quotidiana quando la maggioranza che dirige il governo è composta da persone di diverse nazionalità e tradizioni. In fondo è semplice  buon senso che il governo centrale di una federazione composta da popoli diversi sarà circoscritto a un limitato campo di intervento se intende evitare resistenze crescenti da parte dei vari gruppi che lo compongono. Ma cosa può interferire più pesantemente nella sfera personale delle persone di una direzione centrale della vita economica, che inevitabilmente discrimina fra i vari gruppi? Sembrano esservi pochi dubbi che il margine d'azione per la regolamentazione della vita economica di un governo federale sarà decisamente più ridotto di quello di uno Stato nazione. E poiché, come abbiamo visto, il potere degli Stati che compongono la federazione sarà stato a sua volta molto limitato, buona parte dell'interferenza nell'economia a cui ci siamo abituati diventerà impossibile sotto un'organizzazione federale.” Chiaro, no?

15. Concludiamo. 
O ha ragione Hayek – la pace coincide con liberalizzazione, integrazione negativa e moneta unica - ma allora di quale più Europa parliamo? 
Sì, certo, possiamo ancora aggiungere un esercito unico e ratificare giuridicamente un assetto di fatto, ma senza particolari cambiamenti: la distruzione a cui stiamo assistendo è il fisiologico operare del mercato e in ogni caso un ritorno alla regolamentazione pubblica dell'economia costituirebbe un'interferenza nelle regole generali di pura condotta di “un'economia sociale di mercato fortemente competitiva” se condotta a livello federale  e una rivendicazione nazionalista, potenzialmente foriera di scontri e guerre se intrapresa a livello statale: “Qualunque cosa si possa desiderare circa altri fini dell'azione pubblica, sicuramente la prevenzione della guerra e del disordine civile dovrebbero avere la precedenza e se è possibile conseguirli solo limitando lo Stato a questo e pochi altri scopi, quegli altri ideali dovranno cedere il passo.”, ci dice sussiegosamente Hayek.   
Oppure il liberismo non è la risposta a tutti i problemi, e anzi è stata proprio l'esistenza di “un'unione monetaria senza governo economico europeo”, come ricostruisce Pistone, a creare i terrificanti problemi economici e politici che ci troviamo davanti
Se così è, vengono però meno i presupposti che costituiscono la ragion d'essere del federalismo europeo, cioè la critica, che in effetti non sembra avere molto riscontro nella realtà, allo Stato nazionale democratico interventista, visto come anticamera, se non realizzazione, di un concentrato di potere totalitario e militarista.

Quel che in ogni caso mi pare evidente è che i federalisti non sono portatori di magiche ricette che consentano loro di sottrarsi al dibattito nascondendosi dietro apodittiche formulette ricattatorie. 

22 commenti:

  1. se 3 indizi fanno una prova....a quante prove sul vero scopo del processo di integrazione europea siamo arrivati ormai?
    ora che grazie a 48 e a voi ho la chiave di lettura necessaria mi imbatto - sempre principalmente grazie a voi ma non solo - in un indizio dietro l'altro.

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  2. Di primo acchito mi vengono due osservazioni.
    a) Sono cresciuto negli anni '50, quando la critica ricorrente ai marxisti era quella di "essere una chiesa", "andare per articoli di fede"; oggi parleremmo di impostazione assiomatico - deduttiva. Invece i liberali erano pragmatici, empiristici, flessibili... Come no: lo stiamo provando (empiricamente) sulla nostra pelle e questa analisi storica aiuta a capire le radici di certe posizioni.
    b) Mi pare che qui stiano anche le basi di una certa narrazione per cui la seconda guerra mondiale sarebbe scoppiata perché c'erano degli stati totalitari come Germania e URSS (in versione più volgare "dei mezzi matti", come Hitler e Stalin), dimenticando con cura che la prima guerra mondiale è stata scatenata da stati (anche multinazionali, si chiamavano "imperi") guidati da élites colte, educate, sagge, informate. Alcuni vestivano anche di loden, almeno nelle opportune occasioni.
    Una vecchietta direbbe "eh, non si sa proprio più di chi fidarsi...", ma i centri sociali non sono messi meglio.

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    1. Il tratto comune delle due guerre mondiali (più esattamente, pan-europee estese alle aree omogenee e concorrenziali) è esattamente l'inverso della premessa di "Ventotene".
      Non Stati che si attengono al principio di Westfalia e iper-egolano se stessi per interessi sindacali-sezionali, ma Stati che NEGANO il princ di Westfalia rispetto agli altri Stati e, al loro interno, vietano sindacati e interessi pluralisti (non coincidenti con la conquista dei mercati da parte delle rispettive oligarchie industriali).
      Come ciò continui a sfuggire a personaggi vari di "cultura" e alla narrazione mediatica è una delle dimostrazioni più eloquenti dell'orchestrazione (ormai inerziale: va avanti praticamente da sola senza nuovi input) partita con la retorica internazionalista dell'Europa come occasione da non perdere...(di cui parlò, poi dimenticandosene, Luigi Spaventa).
      Imbonitori che cercano di vendere il ghiacciolo agli eschimesi (i popoli che rinunciano alla tutela costituzionale)

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  3. Questo post rappresenta il "palo di frassino" con cui uccidere ogni velleità piddina a difesa del "vampiro europeo".

    Sarei curiosissimo di sapere cosa risponderebbe la nota "figlia di" (Altiero)...

    Un sentito grazie a Arturo. Però, ammazza, quanto leggi...e quanto scrivi! Per quanto, io personalmente, sono stato rapito dalla tua prosa e dalla tua ricostruzione storica.

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  4. Mi permetto di integrare il punto che, giustamente, si ritiene nodale:
    L' obiettivo era quello di distruggere le regole a base della convivenza sociale nelle nazioni, perfettamente "tradotte" da Arturo nelle costituzioni.

    Ovviamente le costituzioni nazionali che formano (o dovrebbero formare) il "terreno" della convivenza civile, a loro volta sono formate da quegli aspetti culturali, valoriali, ecc. che caratterizzano una comune matrice identitaria delle suddette nazioni.

    Si spiega bene, dunque, come la propaganda per ottenere il rigetto delle costituzioni da parte dei popoli, passi anche e soprattutto dalla campagna "antitaliana" e dunque -al di là di come la si pensi a riguardo dei vari aspetti- dalle varie campagne contro la famiglia (famiglia deve richiamare "mafia", "familismo amorale", "femminicidio" magari...), contro la chiesa, contro il campanilismo/provincialismo italiano, contro i rapporti umani informali tipici del nostro paese (l' inflazionato immaginario collettivo de "gli amici degli amici") contro la "tipicamente" italiana "castacriccacoruzzzzzzzione/l' italianisonotutticialtroni", ecc. ecc. ......ecc.

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  5. Un sentito plauso ad Arturo per questa sua ricerca filologica di altissimo spessore, corroborata - come al solito - da importanti citazioni bibliografiche.
    A proposito di Habermas, per aggiungere ancora un po' di "ciccia" al fuoco, è di lunedì scorso la pubblicazione di un frammento di "Nella spirale tecnocratica", l'ultima fatica editoriale del filosofo tedesco.

    Tra le varie circonvoluzioni mentali di Habermas, spicca questa: "[...] Anche oggi è una questione di solidarietà, non di diritto, stabilire con quanta «diseguaglianza » i cittadini di una nazione benestante vogliano continuare a vivere. Non è lo Stato di diritto che può frenare il numero crescente dei giovani senza lavoro, dei disoccupati e dei sotto-occupati, degli anziani con una pensione da fame[...]".

    Da "Ricca Germania, poveri tedeschi" (Patricia Szarvas UBE; 2014) :"[...]Tra il 2000 e il 2011 la quota di impieghi atipici o non standard (nonché quelli a bassa retribuzione) è passata dal 20 al 25%. L'introduzione dell'Agenda 2010, con la legge sul lavoro temporaneo (2002), le norme sulle occupazioni non a tempo pieno e l'innalzamento dei tetti di guadagno da 325 a 400 euro (2003) per i minijob hanno dato uno speciale impulso all'occupazione 'non tradizionale' e al lavoro part-time (...) Morad e Dorothee sono soltanto due dei milioni di lavoratori che devono fare i conti con lo stipendio mensile, quelli che nelle statistiche ufficiali risultano occupati ma che guadagnano meno di quanto hanno bisogno per vivere, per esistere. Sono parte del boom occupazionale tedesco ma non riescono a trarne vantaggio, devono fare due o tre lavori poco retribuiti per riuscire a mantenere le loro famiglie. Sono i cosiddetti 'working poor', vittime delle riforme del mercato del lavoro (...) A partire dal 2003, con il processo di riforma, i lavoratori atipici sono aumentati in maniera esponenziale (...) In Germania, un lavoratore su quattro ha un'occupazione a basso salario, ovvero quasi il 25%. E' la percentuale più alta - se si esclude la Lituania - riscontrabile tra i 17 paesi UE (...) Secondo uno studio condotto dal principale sindacato tedesco, IG Metall, a novembre 2013 un terzo dei lavoratori del settore metallurgico ed elettronico - ovvero 1 milione di persone - lavorava con contratti atipici.[...]" (pag.29 e seg.)

    Quindi, secondo Habermas, lo Stato di diritto non potrebbe controllare le dinamiche occupazionali e salariali e ci si dovrebbe affidare a una non ben chiara "solidarietà"; dobbiamo perciò ritenere che l'Agenda 2010 e le Riforme Hartz siano piovute inaspettatamente dal Cielo e non siano - come in realtà sono - uno strumento di ridistribuzione del profitto verso l'alto che l'élite tedesca al potere ha scientemente applicato per la funzionalità del proprio progetto neomercantilista e quindi, in ultima analisi, una scelta politica ben precisa.

    Habermas ha probabilmente capito - vedi la polemica con Streeck - che il sogno europeo è morto in partenza ma si rifiuta di ammetterlo, arrivando a chiedere - adesso, a disastro avvenuto - uno "sforzo cooperativo" alla Germania, con costrutti molto fumosi e ripiegati su se stessi riguardo il concetto applicato di "solidarietà", un "girare intorno" all'essenzialità del problema senza giungere mai all'obiettivo che fa assomigliare i suoi scritti sulla crisi europea alle composizioni atonali di Arnold Schoenberg, nelle quali l'uditore spesso si chiede dove il musicista stia andando a parare.

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  6. Infatti, la promessa di Ventotene si .riprometteva di superare in modo definitivo le situazioni che, nel 1941, avevano già condotto alla guerra mondiale, promuovendo un nuovo modello di orgnizzazione dei rapporti fra gli Stati, scontata essendo ormai la pessima riuscita della Società delle Nazioni. Mentre gli estensori del manifesto avevano presenti gli effetti perversi di quel tipo di Stato, ben descritto da 48 nella sua risposta. Tuttavia, credo che un modello di relazioni appropriato alla tutela degli nteressi dei popoli debba sempre ricercarsi, sfuggendo agli esiti disastrosi di un internazionalismo capitalistico sfrenato, ma anche ad una concezione essenzialmente statalistica ed individualistica, poco efficiente a fronte di problemi cme la politica energetica, le strategie e la diplomazia internazionale. La Costituzione è la nostra bandiera e non dobbiamo mai dimenticarlo, ma la bamdiera è anche il segno dietro cui devono marciare forze compatte ed univoche nella direzione e nella fede in condivisi obiettivi. O sbaglio?

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    1. Marciare compatti nella "fede" e in "condivisi obiettivi" è un pò enfatico e generico. Lo statalismo è criticato per la tendenza al collettivismo più che all'individualismo.
      Lo Stato costituzionale è democratico, pluriclasse e, come vedi nell'immagine che introduce il post (art.11) ha tutte le basi per portare al dialogo e alla cooperazione con altri popoli-Stati.
      E' il "di più" che continuamente insinuano nella politica internazionale impostaci (da una oligarchia sovranazionale) quello che ci deve preoccupare.
      Buon 1° maggio!

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  7. Riassumendo, alla base del fogno europeo c'e' la costellazione valoriale del liberismo ottocentesco, declinato nelle due varianti: ordoliberismo hayekkiano (che ha sempre avuto ben chiaro dove voleva andare a parare: nella Great Society della Belle Epoque e del gold standard) e il social liberismo federialista spinelliano, che ha si e' imbozzolato nei vari socialismi nazionali e poi e' germinato potente al loro interno (tanto da costruire ormai il sotteso anche alle azioni della sinistra antagonista e radicale, vedi link su chiamata alle armi contro il raduno no euro). Ironico come a queste elezioni europee assisteremo allo showdown tra queste due impostazioni (austerita' espansiva vs piu' Europa) all'interno del mainstream. Noi sappiamo benissimo chi vincera' alla fine (hayek) anche se assisteremo al tentativo (cosmetico) degli eredi di spinelli dopo lo tranvata che in ogni caso prenderanno alle elezioni. Confesso che ancora non capisco se l'ala spinelliana sia stata solo il biglietto da visita presentabile del progetto back to the future o se, almeno nel pensiero originario delle spinelli, per quanto totalmente antidemocratico e paternalistico nelle assunzioni, ci fosse davvero una sincera aspirazione alla pace universale. Non che importi, a questo punto. (Tra parentesi, l'aspirazione alla pace universale universale e' una forza potente nella cultura occidentale cristiana, data a quando il cristianesimo era ancora nella culla). Vedere i fili del pensiero che si dipanano attraverso i secoli fino a formare complessi ingranaggi che tentano di stritolare l'umanesimo e' un privilegio che questo blog ci ha concesso. Grazie mille, voi state veramente preparando l'armamentario di idee della futura resistenza.

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    1. Grazie a te per la sintesi e buon 1° maggio.
      In effetti gli Hayekiani stravincono perchè la loro presa mediatica è stata perfezionata in oltre 30 anni. Gli "altri" neppure hanno tentato veramente di contrastarli, dato che non scorgevano un pericolo effettivo...e si trovavano comunque ad avere grande spazio, in quanto considerati "utili" come sedativo "etico" del disagio che andava creandosi.
      Ora è tardi per prendere le distanze sul serio, persino dall'accusa di ambiguità (e di complicità)

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    2. Altra bella ricerca ( unitamente a tutti i richiami) da studiare. L'orizzonte di comprensione si allarga.Il link sulla"sulla chiamata alle armi contro il raduno no euro" si riferisce ad evento capitato proprio qui nella mia città. E per quel poco che so della cossidetta "sinistra antagonista e radicale," -almeno qui- io ho sempre avuto il sentore che si trattasse di un fenomeno prodotto dall'interno stesso, quasi "eterodiretto". Forse mi sbaglio ma negli anni sempre si ' rafforzato in me questo sentire. E da cio' , secondo me, la logica di cio' che scrive orizzonte48: "Gli "altri" neppure hanno tentato veramente di contrastarli, dato che non scorgevano un pericolo effettivo...e si trovavano comunque ad avere grande spazio, in quanto considerati "utili" come sedativo "etico" del disagio che andava creandosi." Ecco cosi' il quadro mi ritorna tutto.Un grazie ancora e buon primo maggio (vero) a tutti.

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    3. Seguo (a fatica) e ringrazio tutti i commentatori (oltre a 48).
      chi mai potrebbe dirsi “per la guerra”?
      https://www.youtube.com/watch?v=tDqYluvVWf4 quelli che riconoscono che" la pace è per far quello chevoi(loro) volete".
      E'quando si riesce a confondere : i partigiani come" banditen" che uno di sinistra dovrebbe riscoprire cos'è la lotta di classe.

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    4. @Bruna: forse non eterodiretti, ma inconsciamente condizionati dal fatto, non dimentichiamolo, che la prassi ordoliberista gestisce l'informazione e anche la controinformazione, ponendo in ombra i veri presupposti e fini della sua azione progressiva.
      E questo fenomeno si acuisce in epoca "web" e di accelerazione della conoscenza preta porter di fatti e, specialmente, fattoidi (sempre riflesso della resecazione di una parte fondamentale dei processi causativi effettivi della realtà).

      Il "loro" vero capolavoro è portare le cose a un punto tale che la massa invoca ciò che essi desiderano, ed è contrario agli interessi generali, per rimozione e disperazione su ogni altra alternativa.

      @piperinik: se segui "a fatica" è normale: devi solo fare la "fatica" di approfondire il percorso del blog. E spero che si riveli uno sforzo piccolo comparato col vantaggio di disporre di un numero adeguato di strumenti per alimentare la passione civile :-)

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  8. Ringrazio tutti per le parole gentili: essendo il mio primo tentativo di divulgazione, son lieto se son riuscito ad essere chiaro senza annoiare (ma se ci son critiche, esprimetele senza imbarazzi! Per esempio, piperinik, la fatica è stata dovuta alla lunghezza, alle citazioni non tradotte...?).
    Aggiungo due dighe sulla questione dell'identità. A mio modo di vedere non si tratta tanto di una contrapposizione identità sì - identità no, perché penso avesse ragione Aristotele quando diceva che una "non identità" sociale non esiste (vado a memoria: "fuori dalla società ci può essere solo una belva o un dio". In fondo è ovvio: forse che i piddini hanno un'dentità debole? Anzi, è vero il contrario: è proprio per questo che è così difficile ragionarci!). Ma nemmeno identità nazionale sì - identità nazionale no: quel filone liberista che considera l'intervento pubblico una forma di corruzione è saldamente radicato in una tradizione nazionale che fa capo a Pareto, di cui il fascismo si è in vari momenti appropriato (ad esempio Mussolini il 20 settembre del '22 a Udine si scaglia violentemente contro "lo Stato ferroviere, lo Stato postino, lo Stato assicuratore". "Non si dica che lo Stato così svuotato rimante piccolo. No! Rimane grandisima cosa, perché gli resta tutto il dominio degli spiriti, mentre abdica a tutto il dominio della materia": Mussolini, OO, a cura di E. e D. Susmel, Firenze 1951-63, XVIII, pag. 419) ma che è poi risultata perdente in sede di Costituente. D'altra parte, visto che nell'ultimo post si parla di Spagna, chi legge regolarmente un economista catalano come Vicenc Navarro sa bene quanto la destra spagnola attualmente al potere usi il tradizionale nazionalismo spagnolista per criminalizzare la sinistra catalana. Insomma, il bersaglio vero è lo Stato interventista pluriclasse: tutte le identità che contribuiscono al suo funzionamento, andranno combattute (quelle di classe di lavoratori e piccoli imprenditori in primis. Quest'attacco può dispiegarsi efficacamente colpendone la cornice politico-istituzionale entro cui sono storicamente riuscite a farsi valere, cioè la comunità nazionale e la sua Costituzione. In The Road Hayek dedica specificamente alcune righe all'argomento su cui magari torno un'altra volta); quelle identità che a tale funzionamento non forniscono alcun contributo possono essere ignorate; quelle che lo ostacolano, sono invece benvenute.

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    1. L' identità dei piddini consiste in una NON identità. Una finta identità posticcia (completamente "artificiale" cioè che non trae origine da nessuna tradizione ma solo dalla martellante e ossessiva propaganda imposta dall' alto e che questa "identità" ha creato), se preferisci.

      Mussolini del '22 senz' altro puo' aver detto quelle cose li, era il periodo in cui si chiedeva un "governo forte", "uno che sistemasse le cose", uno che "mettesse ordine" , ATTRAVERSO UNA CAMPAGNA MARTELLANTE DEI LIBERALI DELL' EPOCA E DEI LORO GIORNALI. E quei liberali non solo appoggiarono l' ascesa di Mussolini benedicendola, ma ci fecero pure un "bell'" accordo elettorale. E il primo Mussolini; quello della "quota 90 lire", quello che "metteva ordine" tra i braccianti (con le sue squadracce), quello che tagliava i salari; faceva cose buone e giuste per i suddetti liberali.

      Il Mussolini del '36, probabilmente non era molto d' accordo col Mussolini del '22 e quelle cose li' non penso proprio che le dicesse piu'. Ovviamente, il Mussolini del '36, quello dell' IRI, quello della nuova legge bancaria, quello del sabato festivo (si, ok, a modo suo, diciamo) "stranamente" si scoprì autoritario, agli occhi dei liberali di cui sopra.....guarda un po'....!


      Spero tu non mi dia del fascista, perché non lo sono, banalmente, e perché non la penso molto diversamente da te, diversamente da come credi tu. Io cerco solo di capire, e di capire la storia cercando di eliminare i miei pregiudizi, compresi quelli tipo "fascismo male assoluto" o "nazismo male assoluto" (persino da li ci sarebbe da imparare qualcosa, per esempio da Schacht).

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    2. Caro bargazzino, lo sai che ora che mi ci fai pensare mi rendo conto di non aver mai dato del fascista a nessuno in vita mia? Non credo che comincerò oggi.:-) Scherzi a parte, visto che sull'essenziale, la Costituzione, siamo d'accordo, è chiaro che non la pensiamo troppo diversamente (comunque non erano *d*ighe, ma *r*ighe...). In ogni caso possiamo chiacchierare tranquillamente anche se abbiamo riferimenti culturali un po' diversi, no? (Insomma, se son riuscito a dialogare civilmente fino allo sfinimento (loro!) con vari piddini...;-)). Non entro nel merito di tutte le singole questioni, a meno che tu non lo desideri (ti prego solo di credere che a tutti gli oggetti di studio, senza eccezione, ho cercato - naturalmente per quanto mi è stato possibile - di avvicinarmi con uno spirito simile al tuo. Per questo, tra l'altro, ho speso diversi mesi della mia vita a leggere tutti e otto i volumi del De Felice), e vado direttamente al (banale) punto che volevo esemplificare col caso del fascismo: di un'identità come quella nazionale (come d'altra parte di una qualsiasi tradizione) si possono fare diversi usi, per esempio un uso oppressivo e manipolatorio così come emanancipativo e democratico (Sapir dice spesso che prendersela con la nazione a causa del nazionalismo sarebbe come rifiutarsi di usare il treno perché i nazisti l'hanno impiegato per il trasporto delle vittime della Shoah); solo la ragione può consentirci sempre di distinguere. Detto questo ti prego di credere che i miei sono spunti e riflessioni che intendono essere utili per tenerci a galla in mezzo alla tempesta in cui ci troviamo tutti insieme, mai e poi mai esibizioni, men che meno polemiche, del mio irrilevante IO.
      Un caro saluto.

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    3. Non dimenticate mai l'assioma del Renzismo: se non sei col Capo, vuoi buttare a mare ogni possibilità di riformare questo paese. Il Piddino difenderà Renzi con le unghie e con i denti, perché dopo Renzi c'è il diluvio. Per il PD.

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  9. Cito dal saggio del '39: "Non soltanto [gli Stati] si troveranno privati delle funzioni assunte dalla federazione e di quelle che, non potendo essere esercitate né dagli Stati né dalla federazione, dovranno essere lasciate libere dalla normazione, ma ci sarà anche un'ampia devoluzione di poteri dagli Stati a unità più piccole. Ci sono molte attività che oggi sono affidate agli Stati sovrani semplicemente per rafforzali in tale ruolo ma che in realtà potrebbero essere svolte in modo molto più efficiente a livello locale o comunque a un livello territoriale più ridotto. In una federazione tutti gli argomenti a favore della centralizzazione basati sul desiderio di rafforzare quanto più possibile gli Stati sovrani spariscono anzi, probabilmente si rovesciano. Non soltanto la maggior parte delle forme di pianificazione potrebbe essere intrapresa da unità territoriali relativamente piccole, ma la competizione fra loro, insieme con l'impossibilità di erigere barriere, eserciterebbe un salutare controllo sulle loro attività e, pur lasciando aperta la porta a un desiderabile sperimentalismo, tenderebbe comunque a mantenerlo entro limiti appropriati." Quindi un certo tipo di localismo può accompagnarsi felicemente a un progetto di smantellamento della democrazia costituzionale (la presenza di affiliati del Bruno Leoni tra i teorici dell'indipendentismo veneto non credo sia una bizzarra coincidenza...). Insomma, la vedo così: identità sì (anche perché "no" è un'illusione che lascia solo campo libero ai manipolatori); ma sempre anche *ragione* (lo dico per una messa a fuoco mia: non penso certo che i lettori di questo blog abbiano bisogno di un simile consiglio ;-). Un saluto a quelli che ho conosciuto ieri e ovviamente al nostro generosissimo ospite. :-)).

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    1. Un caro saluto a te, Arturo.
      Considerazioni deduttive sul localismo alla Hayek le ho (sinteticamente) svolte anche su twitter in risposta a confuse rivendicazioni che con l'anti-euro-ordoliberismo nulla hanno a che fare. Non è un caso che il localismo e le macroregioni siano oggi la nuova frontiera (distopica) dell'anti-Stato sposato all'intangibilità degli assetti oligarchici transnazionali.
      Una cosa così evidente che solo la confusione estrema, consentita dalla desertificazione mediatica di ogni cultura democratica, non fa risaltare agli occhi di tutti.

      Quanto a taluni che hai conosciuto il1°, ti segnalo questa, diciamo, esienza di chiarimento che a me, sul momento, risultava del tutto ignota:
      http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=7723
      Pare che la connessione tra liberoscambismo, internazionalismo, oligarchie e "libera deflazione in libera federazione" a moneta unica, nella suggestione di Ventotene, sia ben mimetizzata nella "grande democrazia" al posto della "grande società".
      Talora ho l'impressione che il labirinto non lasci vie d'uscita

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    2. Is quoque! Strano, però: per mettermi sulla strada giusta a me son stati indispensabili Paggi e D'Angelillo, mentre da un marxista duro e puro mi sarei aspettato un'istintiva diffidenza verso gli Stati Uniti d'Europa visto quel che ne dicevano classici come la Luxemburg o Lenin, in opere non certo minori (per esempio Imperialismo fase suprema del capitalismo, che ho letto da poco). Tra l'altro, a proposito di federalisti europei, nell'ultimo articolo di Bagnai sul Fatto si citava questo paper di Castaldi, pudissimo ma da cui scopriamo, ciliegina sulla torta, che i federalisti sono stati forse i primi teorici della shock economy (o più in generale shock policy), almeno in Italia. Questa la catena "logica" del ragionamento: siamo di fronte a una crisi storica degli stati nazionali europei (straordinario questo bipensiero per cui gli Stati un giorno corrono sulla strada dell'iperregolamentazione schiavistica e un altro sono impotenti a regolare alcunché: l'unica cosa che non cambia è il rimedio); un'iniziativa costituente dal basso è impossibile; allora sai che si fa? La crisi la acutizziamo noi per attivare un processo di "gradualismo costituzionale": "Da un lato era necessaria una cessione di sovranità riguardo a un settore magari limitato ma decisivo per l'assetto statuale, tale da creare una contraddizione tra l'esistenza di tale sovranità europea e l'assenza di una vera unione politica e di un vero governo federale. Compito dei federalisti era quindi quello di individuare il settore più propizio e in cui fosse più probabile l'emergere di una crisi dei poteri nazionali tale da aprire una finestra di opportunità per tale cessione di sovranità. Dall'altro lato, per sfruttare la contraddizione tra una sovranità europea in assenza di un governo europeo era necessario creare un'istituzione democratica europea, in grado di rivendicare progressivamente sempre maggiori poteri per sè e per l'Europa. La sintesi programmatica e normativa del gradualismo costituzionale era dunque: elezione europea, moneta europea, governo europeo (cfr. Albertini 1976-1999)."
      PS: il Frank che ha commentato il post di Riccardo non è quello che hai conosciuto giovedì. Adesso vede un po' se riesce a modificare il nick. ;-)

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    3. Ah ecco, duplicazione di Frank, mannaggia (mi pareva troppo ostinato su posizioni vetero-pessimistico-manicheiste, rispetto a quello da me conosciuto!) :-)
      Quanto alla miopia nello stimare l'idea dell'internazionalismo come impatto sulla democrazia, temo che sia un vizio ricorrente dei marxisti duri e puri.
      Il miglior interprete della democrazia costituzionale italiana era sì profondo conoscitore del marxismo, ma preferiva la Rosa Luxemburg extra-leninista. Parlo di Lelio Basso...

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