(Sic...)
1. Insomma, proseguendo nel discorso più che mai attualizzato dalla
fissazione delle elezioni per il prossimo 4 marzo, la domanda è: a cosa
potrebbero servire queste elezioni?
Abbiamo visto (in molte occasioni, come tema ricorrente, e da ultimo qui) come la risposta più immediata dipenda in
definitiva dalla forma di Stato in cui si svolga il processo elettorale:
democrazia "liberale" (o formale) o democrazia sociale (o
sostanziale). Nella prima, in termini molto pratici, l'indirizzo politico
prescinde da qualsiasi preferenza espressa dalla volontà popolare (e,
preliminarmente, ci si assicura, attraverso organizzazioni che agiscono sulla base di precisi
obiettivi programmatici, che la stessa volontà sia comunque
condizionata da un accurato sistema di controllo mediatico-culturale).
2. Questo dualismo, sulla cui irriducibilità a un substrato comune non ci
dovrebbero più essere dubbi (nel senso che se ancora li si avesse, si sarebbe
troppo lontani da una comprensione utile...per se stessi), ci impone di
accertare preventivamente in quale dei due modelli alternativi, in questo
momento storico, ci troviamo a partecipare alle elezioni.
A livello intuitivo, cioè di reazione quasi-istintiva e non determinata da
capacità di valutazione che implichino complesse conoscenze
storico-istituzionali e politico-economiche, il corpo elettorale italiano
sta reagendo com'è naturale che sia in una democrazia formale/liberale: cioè
si astiene in percentuale crescente.
Un fenomeno che abbiamo più volte analizzato, evidenziando come sia il
risultato di un vero e proprio modello operativo, promosso dalle elites, e studiabile con
una certa precisione.
3. E sappiamo pure come questo modello operativo sia stato perseguito
attraverso la teoria del vincolo esterno, in modo da trasformare,
per l'appunto, la democrazia sociale della nostra Costituzione in una
democrazia liberale, introdotta tramite l'imposizione - mai pienamente vagliata nella sua legittimità -,
della prevalenza delle regole giuridiche derivanti dai trattati europei;
e tutto questo, secondo una mera prassi applicativa dei trattati che
non è mai corrisposta ad alcuna previsione esplitica degli stessi e
che, quindi, non è mai stata oggetto di ratifica e di approvazione da parte
dei parlamenti e dei cittadini degli Stati che ne subiscono le conseguenze.
Questa complessiva situazione che segna la inutilità delle elezioni stesse,
- almeno nelle intenzioni delle elites che hanno governato questa
trasformazione del nostro ordine costituzionale, anche nei suoi principi
immodificabili-, è perfettamente riassunta in questo tweet di Federico Fubini:
Delle promesse elettorali irrealistiche dei partiti, non preoccupa che le
attuino sul serio (sono inattuabili). Ma che dopo il 4 marzo ai politici manchi
la legittimazione per attuare misure meno popolari, ma serie, perché non hanno
mai chiesto il voto su questo
— federico fubini (@federicofubini) 2 gennaio 2018
4. Dunque, il vincolo esterno, cioè i trattati, servono a trasporre la
determinazione dell'indirizzo politico in una sfera che renda pressocché
superflue le elezioni ed elimini le incertezze sui suoi contenuti che
potrebbero derivare da una democrazia rappresentativa di interessi più
compositi di quelli della timocrazia capitalista.
Si tratta in sostanza di una metodologia che assimila il blocco delle
democrazie europee, coinvolte nella costruzione €uropea, alla democrazia federalistica e liberale degli USA:cioè,
gli stessi USA che sono, i promotori del progetto.
Sempre Fubini ci offre una forte traccia di questa aspirazione e della sua
realizzazione anche sul piano sociale e demografico:
L’Europa dei nuovi emigranti (europei). La UE diventa un po’ più simile
agli USA: i giovani cambiano Stato dell’Unione, si spostano dove c’è lavoro. E
la Germania attira talenti costosamente istruiti nei Paesi meno ricchihttps://t.co/WM3TLBDNLB
— federico fubini (@federicofubini) 2 gennaio 2018
5. Rammentato questo quadro, per rispondere al quesito iniziale (a cosa
potrebbero servire queste elezioni?), possiamo ragionevolmente fare
affidamento sugli studi scientifici effettuati negli stessi USA per verificare
l'effettiva titolarità del potere di indirizzo politico. Ricorriamo ad uno
paper, fondato su un ampio e significativo campo di dati, citatoci da Arturo. Dello studio riporto
l'intitolazione e l'abstract che vi traduco:
·
o
Published
online: 18 September 2014
5.1. Riportiamo in ogni modo alcune figure che sintetizzano le ipotesi verificate dallo studio (e già inserite nel post del 2 gennaio 2018):AbstractCiascuna delle quattro tradizioni teoriche nello studio della politica americana - che possono essere classificate come teorie della democrazia maggioritaria elettorale, della dominazione della elite economica, e di due tipologie di pluralismo dei gruppi di interesse- offre differenti previsioni su quale serie di attori abbiano la maggior influenza sulla public policy: i cittadini normali (average citizens); le elites economiche; e i gruppi di interesse organizzati, aventi base di massa (mass-based) o funzionali al settore delle imprese (business-oriented).Una gran mole di ricerche empiriche tratta dell'influenza di una o l'altra serie di attori, ma fino a tempi recenti non è stato possibile testare queste teorie previsionali contrastanti tra loro all'interno di un unico modello statistico. Lo studio si sforza di realizzare ciò, usando un unico complesso di dati che include la misurazione di variabili chiave per 1,779 interventi di politica normativa (policy issues).L'analisi statistica multivariata indica che le elites economiche e i gruppi organizzati rappresentativi degli interessi del business hanno un sostanziale impatto indipendente sulla politica dello U.S. government, mentre i cittadini medi e i gruppi di interessi mass-based hanno un'influenza indipendente scarsa o nulla.I risultati forniscono un supporto sostanziale alle teorie della Dominazione della elite economica e a quelle del Pluralismo preorientato (Biased Pluralism), ma non per le teorie della Democrazia maggioritaria elettiva o per il Pluralismo maggioritario.
5.2. Questi esiti, tra l'altro, ci consentono una immediata connessione con un altro grafico, indicatore della correlazione tra "grandezza" dello Stato, e dei suoi compiti, e misura dell'astensionismo, nelle varie ipotesi di "forma di Stato": come si vede, nella democrazia liberale (monoclasse e timocratica), l'efficacia della riduzione dello Stato è massima; e l'astensionismo è massimizzato proprio in dipendenza dell'esito, univocamente pro-preferenze delle elites, del processo decisionale pubblico (si veda qui, pp.5 e seguenti)
6. La trasponibilità analogica delle conclusioni di uno studio
statistico è, ovviamente, un'ipotesi probabilistica: ma, per quanto riguarda un
paese che sia impegnato in elezioni "politiche" come l'Italia, in
quanto facente parte dell'unione economica e monetaria europea, le dinamiche
osservabili, relative alla dominance della elite economica e dei gruppi
organizzati degli "affari", sono persino istituzionalmente più rigide
e prevedibili.
Sia per quanto riguarda la prefissazione, "una volta per tutte"
di ogni possibile obiettivo delle politiche economico-fiscali generali,
parlandosi da parte delle stesse istituzioni UE di "pilota automatico"
(v. qui, addendum iniziale), sia per quanto
riguarda la sostanziale ininfluenza dei parlamenti nazionali,
e di conseguenza dei governi che da questi ritraggono, molto in teoria, le
linee programmatiche della "fiducia", nel determinare in modo
"indipendente" tali obiettivi.
Basti al riguardo, da un lato, rammentare il discorso di Barroso sulla
predeterminazione tecnico-efficiente di tale indirizzo, in base al
naturale sviluppo applicativo dei trattati, predeterminazione esaltata come
producentesi al di fuori di qualsiasi dialettica maggioranza-opposizione
(il che è l'esplicita negazione in assunto della rilevanza del processo
elettorale nei singoli Stati membri), e dall'altro, i "paletti"
che, - con piena consapevolezza di questo svuotamento dei parlamenti nazionali
e quindi delle elezioni che ne precedono la composizione-, ha posto la Corte
costituzionale tedesca a qualsiasi obbligo derivante dai trattati nella ben
nota Lissabon Urteil (qui, pp.2-3).
7. Un approfondimento di questi aspetti, d'altra parte, è rinvenibile
nell'intera produzione di questo blog (a partire dalla natura fondamentale dei
trattati economici che fondano le organizzazioni internazionali e
passando per la logica delle condizionalità che da essi derivano
irresistibilmente, qui, pp. 4-7).
Ora, la risposta concreta al quesito iniziale sta dunque in due aspetti, entrambi di pari evidenza, ma caratterizzati dalla
loro non simultanea percepibilità al "cittadino medio",
immerso nel paradosso della proiezione identificativa cui
lo induce il sistema di controllo mediatico-culturale, che sta procedendo alla
sempre più accelerata sterilizzazione della stessa funzione del suffragio
universale nei singoli ordinamenti nazionali, in specie dei paesi appartenenti
all'eurozona:
a) in sostanza, l'unica residua opzione di voto che assume il senso di
una scelta effettiva (e non meramente apparente), verte sull'accettazione o
meno della prevalenza dell'ordinamento sovranazionale dei trattati e, in
particolare, delle regole derivanti dall'appartenenza all'eurozona;
b) il respingere questa prevalenza e queste regole ha senso solo se ci
si pone il problema della vera funzione e finalità delle stesse: cioè,
l'instaurazione di una democrazia liberale/formale che (ri)porti le politiche
pubbliche sotto la Dominance delle elites economiche e dei gruppi organizzati
degli "affari".
8. Con queste due constatazioni obbligate (in base a tutto quanto
precede), è automaticamente definita sia la questione della residua utilità
delle prossime elezioni, sia la questione, ancora più spinosa, della
identificazione delle forze politiche per cui avrebbe un "senso"
esprimere un voto: queste ultime saranno logicamente quelle che sono in
grado di formulare e far coesistere nei loro programmi, con inequivocabile
chiarezza, entrambi gli aspetti critici appena esposti.
Non uno solo di essi (ad es; euro-brutto perché svantaggia le nostre
imprese, ovvero, finanza-brutta e capitalismo predatorio, ma senza
connetterlo all'euro e alle sue regole).
Può esprimersi questa sfumatura, non secondaria, del discorso, anche in
questi termini: la stessa volontà politica di ripristinare la flessibilità
dei cambi all'interno dell'occidente europeo è certamente indicativa di un
obiettivo di ripristino di un certo livello della democrazia del lavoro; ma (come mostra
d'altra parte la situazione del Regno Unito, come quella, sia pur eccezionalistica
dal punto di vista monetario, degli Stati Uniti), ciò non implica automaticamente
l'abbandono del mito delle politiche deflazionistiche-competitive sul
solo lato dell'offerta (cioè dell'elite economica e dei suoi gruppi
organizzati), e la tensione al monetarismo come proiezione attualizzata, e
politicamente accettabile, dell'altra mitologia del gold standard.
Basti ricordare che uno strumento, qual è la moneta unica entro un
trattato liberoscambista, per quanto efficiente, rimane pur sempre tale.
8.1. Se non si è consapevoli del tipo di democrazia che si vuole nel nostro
Paese, le stesse forze che hanno imposto il vincolo esterno e che
hanno da sempre congiurato per disattivare la Costituzione, potranno
sempre trovare altri strumenti, adattandoli alle nuove condizioni di
controllo del consenso che l'evoluzione geo-politica, soggetta a stress
determinati dalla sua stessa rigidità ideologica, riterrà ancora
praticabili.
E li potranno trovare tanto più facilmente in quanto non sia attentamente
rivisto l'impianto giuridico-istituzionale, ormai
strutturato nelle sue alterazioni, che caratterizza l'ordinamento
interno a seguito di decenni di applicazione del vincolo esterno: questa
revisione precondiziona in modo essenziale lo stesso problema delle eventuale
revisione dei trattati, e la realistica possibilità di un utile negoziato che
ne riconduca le previsioni alla compatibilità con l'interesse nazionale.