venerdì 22 dicembre 2017

LA DESTALINIZZAZIONE COME RIFERIMENTO ANALOGICO DEL RECUPERO DELLA DEMOCRAZIA IN EUROPA (IL "SIMBOLO" POLONIA)




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1. Se, per i suoi presupposti cognitivi e per la sua finalità essenziale (procedere, in base ad un assunto bio-ideologico, proposto come "scienza naturale", alla definitiva istituzionalizzazione un normo-tipo di essere umano, "adatto" a stabilizzare l'equilibrio "allocativo" di un dominio elitario "malthusiano") il federalismo €uropeo "dei mercati" e, nello scenario più globale, il "mondialismo", non sono assimilabili alla complessiva esperienza dell'URSS, è però possibile trovare una parziale analogia fenomenologica con alcuni aspetti di tale esperienza.
Lo spunto in tal senso, ce lo fornisce Lelio Basso, in uno scritto della fine del 1963, intitolato "Stalinismo e destalinizzazione".
Quello che mi pare interessante, come ipotesi operativa, non è tanto una paradossale e grottesca definizione dell'Ue come processo di collettivizzazione forzata (dato che essa è semmai consistita in una imposizione forzata dell'individualismo metodologico, attuata su "basi scientifiche e sistematiche" creative di un meccanismo di coordinamento  volto in essenza a «spezzare, in tutto il mondo, gli schemi dottrinari di pensiero» che forniscono una base intellettuale a «dottrine ostili agli *obiettivi americani*»), quanto la possibile analogia (come vedremo "previsionale") con quella fase storica del regime rivoluzionario sovietico denominata destalinizzazione
D'altra parte, nei termini "selettivi" dell'interpretazione che si tenterà di dare, è la stessa "regia" della strategia di conquista del potere neo-liberale che consente di indagare su questa analogia: infatti, assumendo come adottate, in termini simmetrici e oppositivi, certe metodologie - in particolare, ed espressamente, proprio "leniniste"-, gli effetti poi determinatisi possono ragionevolmente trovare una correzione (eventuale) guardando ad esperienze storiche egualmente connesse alle conseguenze socio-culturali di tali stesse metodologie. Come abbiamo visto, infatti: "la c.d. "Rivoluzione liberale"...più semplicemente, e meno pomposamente, si potrebbe chiamare "antisocialista ispirandosi ai metodi di Lenin". In tal senso, ricordiamo l'altra fonte indicata nel post (e fornita da Arturo), relativa al "lavoro" svolto da Buchanan, laddove si rammenta che "Murray Rothbard, al Cato Instituto fondato da Koch, aveva esortato il miliardario a studiare le tecniche di Lenin per applicarle alla causa libertaria"."

2. L'elemento analogico lo si ritrova nel proporre, o intravedere, rispetto alla irriformabilità, e quindi alla crisi per insostenibilità dell'Ue (sempre più manifesta e maldestramente celata), la conseguente opzione di un recupero della democrazia - in luogo del dogma dell'ordine (elitario) del mercato- anticipando che ciò possa eventualmente realizzarsi solo scontando il "fatto compiuto" di generazioni (di subalterni) deresponsabilizzati e incapaci di uscire da un "culto" ideale
Un culto, in questo caso, non della personalità  (dittatoriale ed estrema di Stalin) ma, si potrebbe dire, della "organizzazione irenica",  che con le sue inevitabili scorie e l'inerzia del suo poderoso radicamento "conformista", ostacolerebbe un rinnovamento della democrazia.

3. Andiamo con ordine scomponendo fenomenologicamente il discorso svolto da Basso su quella che è l'essenza del problema che si pone (costantemente) quando debba essere ripristinata la democrazia (sostanziale e "necessitata", ovviamente, non quella "liberale" dell'oligarchia mercatista). 
Preliminarmente, precisiamo, in modo concettualmente ordinato, la differenza tra neo-liberismo, inteso, come abbiamo visto, come fenomeno programmaticamente e geneticamente totalitario, e stalinismo, come deviazione dell'esperienza rivoluzionaria marxista che si incardina sull'influenza di una personalità, qual è stata quella di Stalin, che accelera in senso degenerativo, alcune caratteristiche "russe" dello stesso processo rivoluzionario.

4. Basso su quest'ultimo punto è piuttosto chiaro (seleziono dei passaggi, sperando di rendere le parti essenziali dell'articolata analisi):
"Vediamo innanzi tutto di distinguere, nel fenomeno che comunemente si chiama “stalinismo”, quello che ne costituisce il substrato obiettivo e quelle che ne sono le specifiche connotazioni personali, essendo tuttavia chiaro che i due aspetti non possono essere interamente separati, perché quei caratteri personali non avrebbero avuto modo di affermarsi senza l’aiuto delle circostanze obiettive e queste, d’altra parte, avrebbero potuto dare luogo ad uno sbocco diverso se alla testa dell’URSS non si fosse trovata la forte personalità di STALIN. 
Il substrato obiettivo dello stalinismo è evidentemente il fatto rivoluzionario: una rivoluzione che tende a distruggere un vecchio equilibrio, a spossessare dal potere forze tradizionali, a infrangere vecchi istituti e a modificare vecchi rapporti, che perciò richiede una forte tensione di volontà, una notevole concentrazione di sforzi, una grande rapidità di decisioni, richiede perciò stesso che il potere sia affidato ad una cerchia ristretta: la diffusione democratica del potere mal si addice ad un periodo rivoluzionario
Questo insegna l’esperienza di tutte le rivoluzioni: solo si può aggiungere che...se...la nuova società è già contenuta nel grembo della precedente, il passaggio sarà più facile ed esigerà quindi un minore intervento dall’alto, una minore concentrazione di poteri. 
Questo non fu però il caso della rivoluzione russa in quanto rivoluzione socialista: se l’abbattimento dello zarismo e l’appropriazione delle terre da parte dei contadini potevano considerarsi maturi, certo erano ben lungi dall’essere mature nella Russia del 1917, le premesse del socialismo che esigono sia già avvenuta la totale distruzione dei rapporti pre-capitalistici, una forte concentrazione industriale, un alto sviluppo della produttività, ecc.
Ne consegue che quando LENIN e i bolscevichi s’impadronirono del potere nell’ottobre 1917, e proclamarono la repubblica socialista, essi fecero una scelta che traeva le sue origini non dalle condizioni oggettive del loro Paese ma dalla esperienza del movimento operaio occidentale, dove il socialismo era nato come aspirazione politica e dove si era elaborata la dottrina marxista della rivoluzione.
...alla sperata dittatura del proletariato fu necessario sostituire la dittatura del partito bolscevico, il solo che credeva nella rivoluzione socialista e manifestava la decisa volontà di farla trionfare. 
In pari tempo la gestione del potere si rivelava sempre più complessa e difficile e sempre più richiedeva competenze specializzate: il peso dei tecnici e soprattutto della burocrazia doveva necessariamente accrescersi e consolidarsi. Tutti questi fenomeni erano in atto già prima della morte di LENIN e la necessità di difendere una rivoluzione che non aveva solide basi nella struttura economico-sociale del paese e che perciò era in permanente pericolo, anche indipendentemente dagli attacchi esterni, aveva come necessaria conseguenza di spingere ulteriormente avanti il processo di concentrazione del potere in mani sempre più ristrette e sempre più fermamente decise a percorrere fino in fondo il difficile cammino della costruzione del socialismo in una società ancora prevalentemente precapitalistica. 
...
Si suole a questo punto far intervenire, per spiegare la degenerazione del potere, il carattere di STALIN e si cita a questo riguardo il testamento di LENIN che metteva in guardia il partito contro la brutalità e la slealtà di STALIN. 
Ma a mio giudizio questo richiamo al carattere di STALIN è anch’esso insufficiente, anche se certamente queste qualità personali del dittatore hanno avuto il loro peso. 
Quel che mi sembra necessario sottolineare è soprattutto la formazione culturale di STALIN e dei suoi collaboratori, così diversa da quella di LENIN e dei suoi principali collaboratori. Costoro erano dei marxisti, nutriti anche di cultura occidentale e conoscevano la distanza che separava la realtà russa dalla civiltà socialista che vi volevano introdurre; avevano l’esperienza di proletariati più evoluti e di società tecnicamente più sviluppate e probabilmente avrebbero meglio capito, dall’interno, le difficoltà della esperienza, unica nella storia, che si preparavano ad affrontare. Ma questo gruppo di dirigenti scomparve presto dalla scena, o per morte naturale o perché eliminato dalle lotte interne di partito: STALIN e le nuove leve bolsceviche che lo seguirono avevano scarsa esperienza del mondo e della cultura occidentali, ed erano molto più legati alla cultura tradizionale di un popolo fondamentalmente contadino. Perciò anche il loro marxismo era rozzo, meccanico, deterministico; i problemi erano visti in termini semplicistici di bene e di male; il dogma sostituiva la ricerca e l’autorità tendeva a rivestirsi di forme culturali. 
...
Come “i contadini - secondo la testimonianza di EHRENBURG - guardavano le macchine sospettosi e, quando una leva rifiutava di funzionare, si arrabbiavano come se avessero a che fare con un cavallo testardo e spesso rovinavano quella macchina”, allo stesso modo, con un analogo processo mentale, quando le difficoltà obiettive di questo difficile trapasso opponevano resistenza ai piani di STALIN, egli guardava sospettoso quelle difficoltà obiettive e scorgeva ovunque sabotaggio e tradimento. 
E come il contadino si accaniva contro la macchina, trattandola come tradizionalmente si trattava l’animale da lavoro, così STALIN si accaniva contro le resistenze che la società inevitabilmente opponeva alle trasformazioni troppo affrettate e si comportava come tradizionalmente si erano comportati i detentori del potere: il regime poliziesco, le deportazioni, le torture, i processi, le confessioni, la stessa sospettosità e capricciosità che lo caratterizzava come il culto di cui volentieri si circondava, non sono un’invenzione di STALIN ma la reazione tradizionale del potere che non riesce a dominare interamente gli avvenimenti e non riesce neppure a comprenderne interamente le difficoltà, la complessità e le contraddizioni".

5. Sperando di non eccedere in lunghezza, la conseguenza del "fenomeno stalinista" sulle prospettive che si aprirono dopo la sua scomparsa, vanno assunte, ancora una volta, estraendo, dalla ricostruzione di Basso, un elemento di comparabilità analogica.
L'analogia, dunque, può essere istituita, (ferma l'incomparabilità di due traiettorie che sono disomogenee, per origini e finalità), nel tratto comune di un rigido autoritarismo che risulta, come tale, de-responsabilizzante i vari soggetti coinvolti nella struttura gerarchizzata (multilivello) che concretizza i rispettivi regimi, assorbendo, per sua funzione programmatica, ogni traccia residua di democrazia sostanziale (cioè effettivamente partecipata dall'inclusione nei processi decisionali dell'intera base sociale). 

5.1. L'altro elemento comune - ed è importante sottolinearlo- è quello da cui parte l'ipotesi di analogia circoscritta qui formulata: quello della prospettiva (imminente?), nel caso dell'Ue, e della avvenuta registrazione, nel caso della scomparsa fisica di Stalin, della fine del dominio di un regime autoritario, (sia esso geneticamente totalitario, o, invece, degenerativamente dittatoriale personalistico e, perciò, portato al punto da voler forzare la "natura umana" in un processo di cui si perdono le originarie ed esatte coordinate cognitive e di prassi realizzativa); è  appunto questa "fine" che attualizza la potenzialità di una riespansione della democrazia.

6. Su quest'ultimo punto (riespansione democratica), Basso precisa dei pre-requisiti socio-economici che chiariscono l'analogia proposta nei termini che abbiamo tentato di precisare: 
"Nessun regime democratico può nascere o vivere se non sussistono due condizioni fondamentali: una società in relativo equilibrio, senza gravi tensioni interne, anzi fondamentalmente unita sugli obiettivi di fondo da perseguire, e un alto grado di maturità democratica nei cittadini, che significa innanzi tutto coscienza delle proprie responsabilità verso la collettività e capacità di assolverle attraverso la partecipazione e l’iniziativa".
L'analogia si completa con il già segnalato fenomeno di radicazione inerziale di una struttura sociale, e ovviamente politico-burocratica, che, durante la vigenza del (rispettivo) "regime", ha subito il potente e prolungato condizionamento della macchina propagandistica.

7. Anche su questo punto lo scritto di Basso ci offre dei riferimenti essenziali che evidenzio e che vanno assunti nella loro attitudine analogica:
"I compiti più urgenti della destalinizzazione dovevano quindi essere da un lato quello di ristabilire l’equilibrio interno della società e dall’altro quello di sostituire questa burocrazia dogmatica e caporalesca con quadri nuovi capaci di propria responsabilità e soprattutto con una partecipazione più attiva delle masse
Compiti tuttavia di enorme difficoltà perché in contrasto con tutto il passato, in contrasto con le idee comunemente ricevute, con l’abitudine al dogmatismo, con la mentalità, con le tradizioni, con il costume dell’immensa maggioranza del popolo. E sarebbe stato stupefacente che il processo di destalinizzazione avesse potuto procedere speditamente, senza incertezze e senza contrasti, senza ripensamenti e senza battute d’arresto.
In primo luogo era certamente necessario abbattere il mito staliniano che era la base granitica su cui poggiava tutto l’edificio del dogmatismo: solo distruggendo questo mito e il culto da cui era circondato, si poteva far cadere la leggenda dell’infallibilità, e attaccare uno a uno i dogmi, e insieme i metodi di lavoro. 
Ma far cadere la base dell’autorità senza potervene sostituire prontamente un’altra è sempre pericoloso, sicché, nonostante il loro sforzo di fondare la propria opera di rinnovamento sul culto di LENIN, i dirigenti sovietici non poterono impedire che, se non in URSS dove la struttura sociale era ormai sufficientemente consolidata, nelle democrazie popolari, dove perduravano tensioni assai più forti, il crollo del dogmatismo dopo il XX congresso fosse seguito nel 1956 da gravi sconvolgimenti, suscitando anche in URSS delle ondate di ritorno che si manifestarono nell’offensiva della maggioranza del Presidium contro KRUSCIOV nel 1956-57.
...
Ma la complessità di una società altamente industrializzata come quella sovietica e l’originalità assoluta dell’esperienza socialista pongono dei problemi sempre più difficili da risolvere, che urtano contro la resistenza passiva offerta dall’incapacità della generazione staliniana, almeno al suo livello medio, di dar loro un’adeguata risposta che richiede non solo la rottura con i dogmi del passato ma soprattutto una capacità e un’iniziativa creatrici che non si possono improvvisare né nella massa contadina né nel quadro medio. D’altra parte crescono nuove generazioni più libere e più coscienti dell’urgenza dei problemi mentre i più aperti orizzonti verso l’esterno permettono una visione più larga dei problemi. 
...L’arma sottile di questa lotta dei giovani era la denuncia delle complicità con il regime staliniano: chiunque aveva collaborato a quel tempo - ed è chiaro che tutti coloro che hanno oggi più di 35-40 anni avevano in qualche modo collaborato - era presunto complice dei delitti perché doveva aver saputo e aveva taciuto. 
Non sono in grado di valutare l’ampiezza di questo fenomeno, che certamente non investiva tutta la gioventù sovietica ma che deve aver comunque assunto proporzioni preoccupanti: pur tenendo conto infatti delle esigenze di rinnovamento non è pensabile che si possa rompere ogni legame di continuità con un passato che pur presenta un bilancio molto ricco all’attivo, non è pensabile che si possa di colpo rinnovare tutti i quadri della burocrazia, della tecnica e della politica, che si possa affidare ad una generazione nuova, e mancante di esperienza, tutti i compiti di direzione del Paese."

8. Astraendo, logicamente, dal filo conduttore "contingente" del discorso di Basso, riguardante la correzione (per così dire, "ideale", pienamente marxiana) verso un'effettiva realizzazione della "società socialista" (auspicata come finalmente democratico-partecipativa e progressivamente liberata dal monopolio istituzionale del partito),  la situazione futura delle democrazie europee proiettate oltre l'Ue mercatista e utopico-liberista, preannuncia di far emergere problemi del genere sopra evidenziato (ovviamente mutatis mutandis rispetto ai contenuti delle rispettive forme propagandistico-autoritarie e delle loro scorie inerziali): 
"Il problema principale rimane quello del riequilibramento di una società che ha subito una serie di spinte forzate e che ha conquistato di slancio delle posizioni di primo piano senza aver assicurato tutte le basi necessarie: bisogna perciò colmare i ritardi nell’agricoltura, rivedere completamente i sistemi di pianificazione e di gestione economica delle imprese, liberare tutta l’economia e tutta la vita sovietica dalle pastoie burocratiche, ristabilire uno sviluppo armonico dei vari settori, ridare spazio all’iniziativa e alla responsabilità, assicurare una base di partecipazione democratica alla vita sovietica. Tutto ciò richiede al tempo stesso molto coraggio e molta prudenza e poiché si tratta di un cammino inesplorato richiede altresì una forte dose di empirismo, pur nel rispetto di alcuni principi fondamentali. Soprattutto difficile e necessariamente lenta la trasformazione dell’uomo, della sua coscienza e della sua mentalità, e purtuttavia essa è il fondamento di tutta la costruzione: finche l’uomo nuovo non sarà formato la società socialista non avrà una base sicura".
 
9. Dobbiamo tenere presente, in proposito, che alle burocrazie di Bruxelles, e alla loro governance lobbistica (privatizzata), corrispondono le "generazioni Erasmus" che, a loro volta, sono cresciute entro la cornice dei governi del TINA europeista, orientati a dissolvere gradualmente, prima ancora che le sovranità, - e senza che gli Stati-comunità (cioè gli stessi popoli nel loro insieme sociologico), dovessero percepire questo processo-, la stessa memoria storica e culturale della sovranità democratica. 
Sarà possibile abbattere del tutto e in modo sufficientemente rapido e ordinato, evitando cesure traumatiche, quel "muro delle coscienze", in cui eccelle la costruzione €uropea, secondo la teorizzazione durevole e costante dei suoi maggiori fautori?

9.1. Rammentiamo la "versione" di Amato:

"Non penso che sia una buona idea rimpiazzare questo metodo lento ed efficace - che solleva gli Stati nazionali dall'ansia mentre vengono privati del potere- con grandi balzi istituzionali...Perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questo è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee...".

E, prima ancora, quella di Monnet (direttamente discendente dalle esigenze di "programmazione" ordinamentale evidenziate dalle teorizzazioni neo-liberiste di Robbins e del colloquio Lippmann; qui, pp.2-3):


9.2. Così come pare ovvio rammentare il "metodo Juncker" (qui, ex multis, p.11), per la sua vocazione a plasmare classi politiche nazionali abituate a "ricevere" dall'alto soluzioni poi offerte mediaticamente come incontestabili, dal punto di vista tecnocratico, e dunque non classi politiche solo sistematicamente deresponsabilizzate sulle conseguenze delle scelte che dovrebbero assumere nel sempre più astratto interesse dei rispettivi corpi elettorali (la vicenda dell'Unione bancaria e della conseguente crisi sistemica del settore in Italia è l'esempio più recente ed eclatante di ciò, ma certamente non il solo e non il primo), ma anche costantemente abituate a contare sulla preordinazione ingannevole di ogni soluzione, legittimata esclusivamente da un incessante manipolazione mediatica:

LEGGERE QUESTE DICHIARAZIONI DI PRODI, JUNCKER, AMATO, KOHL, PADOA SCHIOPPA, ATTALI,MONTI: LA UE E' UNA DITTATURA.

10. Dunque, i tormentati prossimi anni di irrreversibile crisi "da insostenibilità" della costruzione europea, cioè del liberoscambismo "assoluto" da trattato di diritto internazionale "privatizzato" (qui, p.9), ci pongono il problema se la desertificazione delle risorse culturali per uscire dalla crisi, indotta da questo paradigma, sarà un problema insormontabile. Ovvero se, pur con le prevedibili contraddizioni e incertezze, il fatto stesso della inevitabilità della crisi produrrà la reazione istintuale di sopravvivenza dei popoli europei nel recuperare le risorse culturali stesse, in una dialettica emergenziale imposta dall'aggressività crepuscolare del dominio dei mercati e degli "investitori esteri" che minacciano il benessere dei popoli oltre il livello di tollerabilità di una residua sensibilità democratica.

11. La vicenda polacca, ad esempio, pare preannunziare una reazione che già assume un valore simbolico, e (sul piano storico) quasi beffardo, circa questa esigenza di ritrovare il linguaggio e la sostanza della sovranità democratica (contrapposta ad un'idea evanescente e strumentale di concetti come "Stato di diritto" e "rispetto dei diritti umani" che può facilmente portare all'arbitrio del forte sul debole; v. artt. 2 e 7 del trattato europeo) risvegliando  dal condizionamento aggressivo del bis-linguaggio orwelliano che aspira sempre più alla sua realizzazione totalitaria. 
PS: E le norme qui sotto riprodotte (in tre "immagini" tratte dal testo costituzionale tedesco) sono autoesplicative di evanescenza e strumentalità che sconfina nell'arbitrio nell'uso di concetti giuridici agitabili...a piacimento:


15 commenti:

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  2. « Soprattutto difficile e necessariamente lenta la trasformazione dell’uomo, della sua coscienza e della sua mentalità, e purtuttavia essa è il fondamento di tutta la costruzione: finché l’uomo nuovo non sarà formato la società socialista non avrà una base sicura »

    Quindi nella concezione socialista e democratica "uomo nuovo" ha un'accezione spirituale e coscienziale. Culturale. Non biologico-psicologistico, eugenetico-razziale e organicistico-funzionalista.

    Ci stavo proprio riflettendo in questi giorni: vedo gran parte della generazione nata a cavallo tra la metà dei ‘70 ed ‘80, con un certo grado di scolarizzazione e un relativo livello di istruzione, occupare posizioni che non necessiterebbero nulla di più che le scuole dell’obbligo. E sono fortunate, perché potrebbero essere disoccupate, escluse totalmente e depresse.

    (Nota di colore: bar della stazione, mattino presto – barista ad un uomo sui 35 anni, semplice, con il tipico italiano sgrammaticato delle periferie delle grandi città del nord: « ma il dottore prescrive il riposo! Dove vai a quest’ora il sabato mattina! » – risposta, con un sorriso timido ed insicuro – « che palle!… ma meglio così, va… meglio così che niente ». Di nuovo il barista: « che lavoro fai? » – Lui: « Sono imprenditore ». E il barista: « Ah… e di cosa ti occupi? » – Lui: « sono una guardia »)

    La coscienza sociale e politica di oggi: gli istruiti sono assunti da persone non scolarizzate senza scrupoli o, sempre più spesso, da immigrati.

    I precari con PIVA che svolgono professioni mal retribuite e, spesso, alienanti, usano la medesima categoria economica – imprenditore – per definirsi come se fossero Del Vecchio. Sii imprenditore di stesso! (Poi costruisciti la camera a gas con la stampante 3D e sparisci)

    I monumenti, che rappresentano la cultura storica, vengono deturpati da anni di svendita degli spazi a fini pubblicitari e di messaggi promozionali.

    Le marche globali.

    Mentre schermi in tutti i luoghi pubblici bombardano i passanti con immagini private, voci falsamente vivaci e disfunzionali notizie in pillole, come nelle peggiori distopie futuristiche: tutto diviene privato.

    La religione della privazione e dell’alienazione che trionfa con lo slogan “libertà”.

    Vabbè: passando dall’estetica e dal pathos, al logos e all’etica sociale, riflettevo sul senso di “Costituzione materiale”, dal punto di vista sociologico prima che giuridico.

    La Costituzione materiale non è altro che la coscienza sociale e politica di un popolo che si fa nazione e che si determina ed organizza statualmente.
    Voglio dire: in realtà tra coscienza e struttura sociale c’è meno differenza e più relazione di quel che può sembrare. Se è la falsa coscienza prodotta dalla struttura sociale ad essere egemonica, allora lo stesso diritto positivo cesserà di essere orientato secondo Dettato.

    Viceversa, maggiore è la coscienza democratica, meno i rapporti di proprietà e il controllo economico susseguenti possono essere orientati a fini antisociali e criminali.

    Insomma, la differenza tra Costituzione formale e materiale può essere vista non come mera espressione di brutali rapporti di forza, ma, dialetticamente, anche come insufficiente presa di coscienza del popolo e della malattia di cui questo è sociologicamente affetto: il parassitismo classista ed elitista.

    (Il dilemma che porta ad un certo determinismo nell'esito del confronto politico, è che il primo pugno stordente lo dà sempre per costruzione la società alla persona umana che ne è immersa).

    La nostra generazione ha una grandissima responsabilità.

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    1. nata alla fine degli anni 70, liceo classico, Erasmus, master post-laura, volente o nolente piva, stramboide antivaccinista... un “caso studio”, praticamente...
      E intanto son qui, che auguro un buon Natale a tutti voi, di cui ormai non posso più fare senza.

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    2. laurea (che figura barbina!)

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  3. Ciao Quarantotto, Auguri di un sereno Natale a te e a tutto il blog. Colgo l'occasione per ringraziarti di tutto il lavoro culturale che stai facendo e favorendo in questo importantissimo blog.

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  4. .MALA TEMPORA CURRUNT
    (otc, cit. Marcus Tullius Cicero)

    Dall'ultimo banco - quello degli svogliati e dormiosi - verrebbe da tradurlo in “corrono brutti tempi” e la conseguenziale lamentosità inoculata in zia T.I.N.A. ma tra natàlie e natalìe a me “mi” viene, con l'occasione della benevolenza che è concessa:

    1. il rimembrare il SAPORE che l' “enclave” della comunità alimentata caparbiamente dal '48 non è SOPITA e non sopirà MAI

    2. il godimento dello spulciare – quando s'è desti e svegli – i magnifici stimoli di “quattro amici al bar” che stimolano il SAPERE che “fatti non foste a viver come bruti”

    3. la indelebile dichiarazione di “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”

    4. la ri/scoperta che “anche se muore non sarà mai sconfitta” (cit. imperfetta dal Vasilij Semënovič)

    Da ultimo, per ciò che vale, l'augurio di FELICITADE, l'atto che procede da perfetta virtù dell'anima poi del corpo.

    Tiremm innzanz ..!!

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    1. Grazie Poggio.
      Come dice sopra @Mauro Gosmin, il "lavoro culturale", probabilmente si sta diffondendo anche fuori dall'enclave; e più di quanto, realisticamente, non ci si aspettasse...
      Buon Natale a te e a tutti i lettori del blog

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  5. Ecco riporto un passo dello scorso post di Natale:

    Louis Marie Stanislas Fréron, - un giornalista che si rivelerà un acuto rivoluzionario, ma anche un successivo fiero oppositore di Robespierre-, in un "salotto" tenuto a casa di D'Anton, fa questa analisi (pagg.199-200, op.cit.):

    "Le idee che vent'anni fa erano considerate pericolose adesso sono luoghi comuni del dibattito istituzionale - ma ciononostante ogni inverno c'è gente che muore di fame. E noi, a nostra volta, militiamo contro l'ordine esistente soltanto perché non siamo riusciti a fare la scalata sui suoi sordidi pioli. Se Fabre [Fabre d'Églantine, commediografo e romanziere, piuttosto incline a fare della rivoluzione una vicenda di affarismo personale, fino alla...ghigliottina comminatagli, insieme allo stesso D'Anton, durante il "terrore" robespierrano, ndQ.], ad esempio, venisse eletto, domani, all'Accademia, vedreste in quattro e quattr'otto la sua brama rivoluzionaria trasformarsi nel conformismo più zuccheroso e disinvolto".

    Questo era il "sentimento" diffuso nei vari strati sociali nel Natale del 1788.
    Tanti dettagli che ci ricordano il presente: certo, mutatis mutandis, e frattalicamente, beninteso.

    Un caro augurio di Buon Natale a tutti i lettori!

    http://orizzonte48.blogspot.com/2016/12/il-gelido-natale-della-sovranita.html?spref=tw

    p.s. naturalmente tanti auguri anche da parte mia ai lettori del blog

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  6. Mi associo anch'io agli auguri di buon Natale a Quarantotto, che non ringrazieremo mai abbastanza per l’eccezionale lavoro culturale e la profondità delle analisi storico-politiche, grazie ai quali riusciamo a comprendere i contorni del progetto di dominazione che le elite stanno tenacemente perseguendo. E poiché i lettori di questo blog, pur nelle loro diverse sensibilità, sono certamente accomunati dalla loro posizione di eretici e dissenzienti rispetto al mondo del pensiero unico da cui siamo circondati, mi piace citare un passo da “Pensare altrimenti” di Diego Fusaro, uno dei pochissimi intellettuali ai quali possiamo oggi fare riferimento:
    “…La dissidenza è il dissenso che si fa stile di vita e che diviene pratico e rivoluzionario, inverandosi nella prassi che porta l’oggetto criticato a corrispondere con le sue potenzialità inespresse…è in altre parole il dissenso che resiste e non rifluisce; che, a differenza di quello della generazione del 68, passata ad amare il grande fratello…non si arrende e non si placa ma persevera lungo la via dell’obstinate contra”.
    Gianni

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  7. Un saluto e un augurio veloce, ma sentito, a tutti (con un pensiero particolare per il segugio Luca :-)).

    Osservazione en passant: il riferimento di Rothbard a Lenin, chiaramente limitato al coté militante-cospirativo del Che fare?, è molto solettivo e fuorviante: il lavoro del 1902 era legato a una situazione in cui l’attività politica era *vietata*, nel senso che a svolgerla si rischiava la Siberia. “Curioso” che analoga decontestualizzazione venisse compiuta dall’ortodossia “marxista-leninista”.

    In effetti Draper, analizzando l’elaborazione leniniana sul ruolo del partito nel suo svolgimento storico, concludeva osservando che “The leading authorities of Leninology in the Western scholarly establishment are not different in kind from their blood-brothers in the Stalinist professoriat.”.

    Parallelismi…

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  8. La ricorrenza del Natale mi offre oltre lo scambio consueto degli auguri anche l' opportunità di significare la mia riconoscenza a tutti i partecipanti a questo blog che arricchiscono con i loro commenti i post del Presidente .Il recupero delle risorse culturali non è solo una riappropriazione cognitiva ma anche un ristoro della personalità politica,pubblica,sbriciolata per anni dall' individualismo metodologico propagato da tutti i media(trai quali annovero pure i partiti infiltrati dall' ordoliberismo)BUON NATALE E GRAZIE DI TUTTO!!!

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  9. Buon Natale.


    (Per essere più buoni Vi esorto a sostituire, eliminare o, al limite, deturpare, le targhette d'auguri non in nobile lingua italiana che incontrate.
    - Merry Christmas DELENDUM EST.

    Se nei negozietti sentite orrorifica musica natalizia swingata e in lingua barbara, fate notare il fastidio all'esercente.

    Se vedete chi fa collette per qualsiasi organizziane non a fine di lucro, specialmente se vanta un nome in lingua barbara, guardate con un certo disgusto chi versa l'obolo al mercato dell'imperialismo dei buoni e dei giusti)

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  10. Salve a tutti, sono uno dei tanti lettori che non commentano (essendo molto giovane ho solo da imparare) ma ricorrendo il Natale ne approfitto per fare gli auguri al presidente, ai lettori e ai commentatori, e colgo l'occasione anche per esprimere la mia gratitudine per il lavoro egregio che viene portato avanti su questo blog ormai da 5 anni. Ricordo infine che oggi 25 dicembre è anche il giorno in cui nacque Lelio Basso, da noi tanto apprezzato e continuo punto di riferimento.
    Di nuovo Buon Natale a tutti.

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  11. Buona sera a tutti. Anche io , vi seguo molto e non intervengo , perché seppur vecchia, ho sempre molto da imparare.
    Ringrazio lei Presidente e i commentatori. Vi sono grata.
    Buon Natale a tutti. Bruna

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  12. La Polonia é paese dalla forte identità nazionale (che non si vergogna di celebrare pubblicamente figure, come il maresciallo Piłsudski,che in Italia sarebbero decisamente "politically uncorrect"), la quale porta il popolo polacco a percepire istintivamente come negativa qualsivoglia "cessione di sovranità nazionale" (situazione opposta a quella del nostro paese, dove concetti come "sovranità", "nazione", "amor di patria", sono stati spesso screditati dalla sinistra in quanto associati all'esperienza fascista). Per questo penso che i paesi dell'Europa dell'Est, che hanno conosciuto molto bene gli effetti perversi del totalitarismo stalinista, possano rappresentare un alleato fondamentale nella lotta per cambiare l'attuale assetto europeo.

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