mercoledì 6 dicembre 2017

"RIDURRE IL PERIMETRO DELLO STATO": LE FANTASIE DI BARRO E L'€UROPOVERTA' (NO LIMITS)

http://vocidallestero.it/2017/07/01/bollettino-bce-non-si-puo-fare-default-con-la-propria-moneta/

1. E' sempre interessante, - e già lo abbiamo fatto in passato- esaminare gli "andamenti di lungo periodo dell'economia italiana", paper on line aggiornato periodicamente sul sito del dipartimento economico della Presidenza del consiglio. L'ultima versione è stata aggiornata a ottobre 2017.
La vulgata mainstream predica che la spesa pubblica determini lo spiazzamento della spesa privata, in particolare in investimenti, dissuadendone l'effettuazione, sicché questo crowding-out agirebbe secondo le linee della equivalenza ricardiana "modernizzata" da Barro
Secondo questa fantasiosa ipotesi (i cui "tenets" sono rigorosamente deduttivistici e mai verificati nella realtà, come precisa Stiglitz; qui, pp.4-6) aumentando la spesa pubblica, e, in condizioni di Welfare State, anche solo non tagliandola, il risparmio tenderebbe ad accumularsi senza convertirsi in investimenti: ciò in quanto il settore privato, (famiglie e imprese), tenderebbe a difendersi preventivamente mettendo da parte le risorse per assolvere un crescente carico tributario "compensativo" a posteriori, dell'aumento (o del mancato taglio) della spesa pubblica. 
Ovvio che questa ipotesi presuppone l'assetto istituzionale di limiti legali all'indebitamento pubblico, portati fino alla obbligatorietà del pareggio di bilancio

2. Non altrettanto ovvio è che, in questo assetto istituzionale (deficit-ceiling, con forzosa progressiva riduzione del perimetro dello Stato) possa crearsi il risparmio stesso o, quantomeno, aumentare la relativa propensione e indurre un aumento degli investimenti
La realtà propria dell'Unione europea, caratterizzata da una particolare rigidità di questo assetto istituzionale, accentuata ulteriormente nell'eurozona, indica che accade un fenomeno esattamente opposto, (come vedremo al punto sucessivo): il risparmio diminuisce drasticamente come tendenza in rapporto al PIL, e quindi tocca un punto di caduta da cui, proprio la logica del pareggio di bilancio,  lo induce a risalire nella predicata "posizione difensiva" del settore privato, ma senza convertirsi, né prima nè dopo, in un aumento degli investimenti: al più si potrà avere, sempre da un punto di caduta minimo, che denota un assetto distruttivo del capitale fisico impiegato, una piccola risalita, dovuta agli investimenti "lordi", cioè alla mera ricostituzione e manutenzione (sostitutiva) dello stesso volume di impianti impiegati dalle imprese sopravvissute (e quindi si avrà un capitale fisico industriale in restrizione costante).

3. Questo fenomeno lungi dal confermare la teoria di Barro, enfatizza, semmai, che la propensione all'investimento dipende da tutt'altro che dalle attese di minor tassazione adottata in pareggio di bilancio, cioè finanziata da corrispondenti tagli della spesa pubblica; investimento e domanda interna sono in relazione diretta molto più oggettiva e tangibile di quanto non sia l'aspettativa di minor inflazione e di tassi di interesse anche prossimi allo zero.
Questo andamento è particolarmente evidente in Italia successivamente all'entrata nell'UE e, ancora più, nell'unione monetaria (ma già si era manifestato con lo SME e il divorzio tesoro-bankitalia, certamente riguardo al risparmio privato).

Effetti sul risparmio del settore privato in Italia di SME-divorzio, manovre di convergenza (1992 e a partire dal 1996) verso l'unione monetaria nonché dell'austerità espansiva (dall'estate 2010 al picco del governo Monti).

Andamento di risparmi e investimenti in piena "era" di adozione dell'euro

4. Il dato è confermato a livello comparato Italia-UE, con l'Italia impegnata in privatizzazioni (qui, pp.7 e ss.) e in riduzioni percentuali dell'indebitamento annuale più intense degli altri euro-membri, e che sono risultate ben lungi dallo stimolare qualsiasi tipo di aumento di un "sano" investimento (privato), cioè che non fosse transitoriamente legato a effimere imprese che cercarono di sfruttare il denaro a basso costo e la flessibilizzazione del mercato del lavoro; e quindi investimento labor intensive e tecnologicamente povero indotto finanziariamente dall'euro:

Tra il 2000 e il 2007 gli investimenti pubblici e privati in Italia in percentuale del PIL sono cresciuti raggiungendo il 22% del Pil, pur risultando inferiori alla media Ue (oltre il 23%). Tra il 2008 ed il 2009 la crisi finanziaria internazionale ha determinato una caduta degli investimenti in Italia leggermente meno intensa rispetto al resto dell’Europa, seguita da una parziale e temporanea ripresa. Con la crisi del debito europeo e la seconda recessione tornano a calare ulteriormente gli investimenti nel 2011, scendendo al 16,5% del PIL nel 2014, allargando nuovamente il divario rispetto alla media europea.

5. Naturalmente lo stesso fenomeno riguarda anche la formazione del risparmio (se non quello "difensivo" susseguente al punto di caduta, determinato dall'austerità e conseguente al suo perpetuarsi a tempo indefinito; cioè come "riforme strutturali"):
Il risparmio italiano, nei primi anni 2000, è inferiore a quello della media Ue, oscillando tra il 20% e il 21% del Pil. Tra il 2007 e il 2010 il risparmio nazionale cala al 17% per effetto della crisi finanziaria internazionale, diventando significativamente più basso della media europea. Dopo l’inizio della seconda recessione il tasso di risparmio ricomincia a salire. Il recupero del tasso di risparmio in Italia riduce parzialmente il divario apertosi rispetta alla media europea, ma senza ancora avvicinarsi ai livelli pre-crisi.

6. Ma tralasceremmo l'oziosa disputa sulla mancata diminuzione della spesa pubblica in termini reali, cioè quelli che contano per i livelli essenziali delle prestazioni attinenti ai diritti fondamentali dei cittadini, rispetto al PIL in queste condizioni "istituzionali".
L'impoverimento reddituale determinato dalla maggior disoccupazione indotta per via fiscale, infatti, fa pesare la spesa pubblica (nominale) percentualmente di più, rispetto ad un PIL che cresce meno a seguito del...venir meno della domanda/spesa pubblica: lo Studio Giarda, appena linkato, evidenzia il fenomeno congiunturale di spese difficilmente evitabili e comprimibili, come quella sanitaria, per una popolazione impoverita e invecchiata, nonché per stabilizzatori automatici vari, tesi a compensare gli effetti sociali destabilizzanti della disoccupazione e della sottooccupazione. 
Ci limitiamo a questi dati, avvertendo che, dopo il 2013-2014, il trend si può solo essere stabilizzato, senza sostanziali variazioni, per via della "flessibilità" di bilancio (ormai agli sgoccioli per via del problema del debito), attesa la insostenibilità politica e sociale di una prosecuzione lineare dello stesso trend in compresenza di deflazione, indicativa di un'irrisolvibile disoccupazione effettiva, cioè quella che comprende, nel dato c.d. U6 (qui, p.5 e qui), il dilagare delle varie categorie di working poors:
http://www.genitoritosti.it/wp-content/uploads/2015/02/perri-realfonzo.jpg
http://1.bp.blogspot.com/-jNtRqaSTkwY/UeUwm_-dN5I/AAAAAAAAAOc/petb1-r2wEw/s1600/sp-reale.png
7. Ma l'effetto delle politiche economico-fiscali fondate sullo spiazzamento e l'equivalenza ricardiana, oltre a distruggere il risparmio e gli investimenti privati (certamente dentro la moneta unica che è un acceleratore del tutto in forma di "stato di eccezione" permanente), è in realtà una via sicura verso l'aumento della povertà, sia assoluta che "relativa" (ma non meno insidiosa dal punto di vista del disagio sociale, del risparmio e del dissipamento strutturale del capitale umano nazionale).
Ce lo attestano i dati del Dipartimento economico citati all'inizio del post, acutizzando il problema di sviluppo diseguale interno al territorio nazionale, proprio per il venir meno dell'intervento finanziario pubblico e fermo restando l'aumento complessivo di povertà in tutta Italia:

La stima ISTAT mostra un lento aumento dell’incidenza della povertà assoluta in Italia nel 2007-2010 (dal 3,5% al 4%) e un’accelerazione nel 2011-13, con un picco del 6,3% delle famiglie italiane in povertà assoluta. Nel 2014 si manifesta un primo ridimensionamento dell’incidenza della povertà assoluta che scende al 5,7%. Il centro e il nord sono caratterizzati da un andamento analogo al dato nazionale, ma con livelli di povertà assoluta inferiori rispetto alla media nazionale di 1-2 punti percentuali, toccando nel 2014 il 4,2% di famiglie in povertà assoluta nel nord e il 4,8% nel centro. Il Mezzogiorno invece ha un livello maggiore di povertà assoluta, il quale cresce più che proporzionalmente rispetto al resto d’Italia dal 5,1% del 2010 al 10,1% del 2013, ma che nel 2014 beneficia di una riduzione più forte, scendendo all’8,6% di incidenza della povertà assoluta, pur rimanendo circa il doppio rispetto al centro-nord. Nel 2015-2016 la povertà assoluta aumenta al nord e al centro, calando moderatamente al sud.

La stima ISTAT dell’incidenza della povertà relativa mostra limitate oscillazioni a livello nazionale con un aumento dall’11,2% nel 2011 al 12,8% nel 2012. Tale aumento è più sensibile ed è continuato più a lungo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza della povertà relativa à passata dal 19,1% nel 2009 al 23,6% nel 2014.

5 commenti:

  1. “Ma l'effetto delle politiche economico-fiscali fondate sullo spiazzamento e l'equivalenza ricardiana, oltre a distruggere il risparmio e gli investimenti privati (certamente dentro la moneta unica che è un acceleratore del tutto in forma di "stato di eccezione" permanente), è in realtà una via sicura verso l'aumento della povertà, sia assoluta che "relativa"”

    E non solo 48

    “Non è escluso che tutto questo si traduca in un aumento dei suicidi.”
    IL PROBLEMA PRINCIPALE È QUELLO DELL’OCCUPAZIONE. L’AUMENTO DELL’OCCUPAZIONE NON PUÒ ESSERE AFFIDATO ALL’ESPANSIONE DELLE ESPORTAZIONI, E CIOÈ A UNA VARIABILE CHE È FUORI DAL NOSTRO CONTROLLO. È necessario rilanciare l’edilizia e fare una politica di opere pubbliche, espandere la spesa pubblica nelle sue componenti non assistenziali. C’è però un equivoco di cui dobbiamo liberarci. Si sente spesso ripetere che la spesa pubblica deve rivolgersi in maggior misura agli investimenti e in minor misura al pagamento di salari e stipendi. Ma alcune riforme, fra le più importanti, richiedono un aumento dell’occupazione nel settore terziario. Se si vogliono migliorare i servizi sociali, SI DEVONO PAGARE SALARI E STIPENDI. Non è vero, poi, che la spesa pubblica è troppo elevata, è il gettito fiscale che è troppo basso per le ragioni che sappiamo…

    LA MIA PREOCCUPAZIONE È CHE SI CONTINUI SULLA STRADA DEL LIBERISMO ECONOMICO, aggravando progressivamente la situazione del Paese. Se si vuole parlare di austerità, per me va bene, purché non sia un esercizio retorico e purché l’austerità sia concretamente finalizzata all’aumento dell’occupazione. E a un’occupazione non precaria. Io vedo la situazione dei giovani. Giovani di venticinque anni che appassiscono nell’inattività. Non è escluso che tutto questo si traduca in un aumento dei suicidi. Occorrono misure immediate per aumentare l’occupazione, accompagnate dagli altri provvedimenti che mi sono sforzato di indicare. DIRE CHE TUTTO SI RISOLVE ESPORTANDO DI PIÙ, PRATICANDO L’AUSTERITÀ E RESTITUENDO EFFICIENZA AL SISTEMA, È UNA COLOSSALE MISTIFICAZIONE…” [F. CAFFE’, Intervista a Federico Caffè, in “Sinistra ’77”, n. 0 (a cura di Fernando Vianello)].

    http://orizzonte48.blogspot.com/2017/09/vademecum-per-la-difesa-della-sovranita.html?showComment=1505293521027#c1223955892196308550

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  2. Ancora una impeccabile analisi, fondata su dati inoppugnabili, come quelli riportati nella tabella sulla spesa pubblica complessiva pro capite, dalla quale emerge chiarissimamente come, a partire dal 2007, si accentui la riduzione della spesa sostenuta dal nostro Paese, che risulta non solo più virtuoso della media degli altri paesi europei, ma anche della Germania, per non parlare della Francia. Ma i lettori di questo blog sanno bene che la narrazione mediatica e politica nazionale non tiene alcun conto dei dati e delle cifre, e si esercita in una stucchevole, ripetitiva e instancabile retorica del rigore, perennemente invocato e mai sufficiente a saziare questi avvoltoi, talebani del neoliberismo più cieco, volto a punire gli italiani per avere “vissuto al di sopra dei propri mezzi”. Il manager di area centrodestra Parisi auspica apertamente che “ci si possa liberare dello Stato”, privatizzando pensioni, sanità, e quant’altro. Resta implicito peraltro, in questa visione apparentemente anarco-capitalista, fortemente impregnata di darwinismo sociale, che debbano residuare solo le competenze governative necessarie a garantire gli interessi e i profitti dei mercati rispetto a quelli dei cittadini. Ordoliberismo, appunto. Parisi riesce poi senza pudore ad affermare che ”negli ultimi 25 anni, in Italia, si sono fatte politiche keynesiane. Tanto è vero che il nostro debito pubblico invece di diminuire è aumentato e non c’è stato un vero sviluppo. Bisogna imboccare un’altra strada”. Che dire? Qualunque commento appare superfluo, quando la realtà dei fatti viene falsificata e deformata fino a questo punto. L'ansia di distruzione del tessuto sociale ed economico che anima questi personaggi (vedi anche le dichiarazioni di Monti alla recente inaugurazione dell'anno accademico della Bocconi) non lascia molte speranze, sono tutti entusiasticamente candidati al ruolo di commissari liquidatori del nostro paese.

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  3. Ma come, neanche la droga del 'super-ammortamento' (140% del valore del macchinario di nuovo acquisto invece del 100%) riesce più a risollevare gli investimenti!
    Inutile frustare il cavallo morto avrebbe detto mio nonno (classe 1904).

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  4. "Ma tralasceremmo l'oziosa disputa sulla mancata diminuzione della spesa pubblica in termini reali, cioè quelli che contano per i livelli essenziali delle prestazioni attinenti ai diritti fondamentali dei cittadini, rispetto al PIL in queste condizioni "istituzionali"."

    Perchè tralasciare, a volte gli approfondimenti possono essere utili e necessari.

    La spesa pubblica, come sappiamo, e' costituita anche da 'investimenti pubblici'.

    Ora e' stato calcolato che dal 2009 gli investimenti pubblici sono diminuiti del 35%.

    https://www.nextquotidiano.it/investimenti-pubblici-italia/

    Questo in termini numerici.

    Ma non è solo diminuita la quantità, ci sono forti indizi che sia decaduta anche la qualità degli 'investimenti pubblici'.

    Prendiamo per esempio la quota investimenti pubblici per la difesa, all'epoca della prima Repubblica uno dei fiori all'occhiello delle partecipazioni statali.

    A quel tempo la maggiore sovranità italiana rispetto agli USA si rifletteva nella scelta politica di investire nella ricerca e di produrre in casa (con filiera interamente nazionale) gli armamenti ritenuti più efficaci (principalmente radar, navi lanciamissili, cannoni e batterie SAM), con un occhio molto attento alle esigenze dei paesi emergenti e non allineati.

    Dopo la caduta dell'URSS ciò non è stato più possibile e le maggiori pressioni USA hanno condotto ad una caduta verticale della qualità dei progetti di ricerca ed alla perdita irreversibile di importanti quote di mercato nei paesi via via destabilizzati dagli interventi diretti e dalle molte proxy war scatenate dagli USA.

    Dapprima si è quindi persa la cultura della filiera nazionale (per passare allla filiera integrata europea, es. https://en.wikipedia.org/wiki/Timeline_of_the_Eurofighter_Typhoon), poi si sono via varate delle sterili 'collaborazioni' multilaterali pre-destinate al fallimento (es. https://en.wikipedia.org/wiki/Medium_Extended_Air_Defense_System).

    In sostanza, la riduzione dell'Italia a colonia è stata pilotata abilmente da interessi esteri che con ampia evidenza storica hanno operato (col senno di poi possiamo dire questo) fin dalla fine degli anni settanta.

    La distruzione dell'industria nazionale per trasformarci in mercato di sbocco è simboleggiata non solo dal programma F35 (di cui taccio per carità di patria) ma anche dal fatto che dopo oltre 20 anni di MEADS non solo non produciamo più batterie SAM di prestazioni adeguate, ma probabilmente acquisteremo le batterie PATRIOT di produzione USA.

    Ma almeno funzionano?

    http://www.zerohedge.com/news/2017-12-05/sus-supplied-defense-system-failed-intercept-houthi-missile-attack-saudi-capital

    L'articolo di ZH è un esempio di 'anfibologia' (grazie Bazaar).

    A fronte del lancio in rapida sequenza di ben 5 costosissimi intercettori contro uno SCUD modificato 'anticaja & petrella', dire che il sistema PATRIOT ha intercettato la minaccia è una anfibologia.

    Infatti si potrà sempre dire domani che però il primo intercettore ha intercettato male la minaccia, che la testa di guerra ha colpito comunque il bersaglio e che gli altri 4 intercettori si sono intercettati l'un l'altro per un baco del SW.

    (Cioè nel 2017 si ritrova - 'paro paro', come si dice a Roma - lo stesso baco SW - citato pure nella pagina wiki-en del PATRIOT - che fu scoperto nel 1991 in occasione della prima guerra del golfo)

    ESSI falliranno per incompetenza.
    Basta mantenere salda la barra del timone..... e continuare a seminare coscienza.

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    1. Grazie ma..."tralasciavam"o perché già avevamo offerto i dati in numerosi precedenti post (tra l'altro riportati anche nell'ultima versione di gov.it qui linkata e commentando le tabelle pluriennali del Def)

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