«Liberista
sfrenato, a volte persino selvaggio»
(La
democrazia costituzionale ed i suoi nemici)
In
un interessante articolo,
Luciano Capone, giornalista de “Il Foglio”, ci porta nei meandri
del pensiero elitista di matrice liberale, regalandoci minuti di autentica
estasi intellettuale.
Chiaramente
non perché si condivida alcunché dell’elaborazione del giornalista, ma, se si desidera
usare una metafora, si può affermare che ci si addentra nell’analizzare
l’articolo con lo stesso entusiastico interesse con cui un oncologo esamina una
biopsia particolarmente rivelatrice di una forma di cancro; o con
l’appassionata curiosità di uno psichiatra che valuta gli effetti
particolarmente vistosi di un paziente affetto da grave psicosi.
L’articolo
si apre indicativamente così, non con una fenomenologia di fatti, ma con
una serie di (pre)giudizi sulle orme della tradizione “elitistico-liberale”:
«
Stiamo vivendo in un’epoca
storica particolare. Le persone si trovano di fronte a problemi epocali – come
la stagnazione economica o l’immigrazione – sono molto arrabbiate perché non
vedono una via d’uscita all’orizzonte e in questa situazione vengono preferite le spiegazioni
semplicistiche e le soluzioni facili a quelle più articolate. »
1
– Teorema della memoria corta (detto anche l’Alzheimer del liberista, oppure
morbo di Al)
Secondo
Luciano Capone – senza alcun
riferimento al capitalista liberale statunitense, «sfrenato, e a volte persino selvaggio» – quest’epoca
storica sarebbe «particolare»; ovvero i fatti sociali che la
caratterizzano non sarebbero già conosciuti e studiati da un’abbondante letteratura (Bagnai 2011).
Siamo
alla terza (alla terza!) globalizzazione, e gli effetti del «capitalismo
sfrenato» – come diceva l’amico di
Al, Karl Popper
– del liberoscambismo «selvaggio»,
della deregulation finanziaria, sono dibattuti e discussi almeno dai
tempi di Adam Smith.
Che
l’unione monetaria avrebbe comportato una «stagnazione economica»,
ovvero che l’euro avrebbe impresso «un
bias deflazionista all’economia mondiale» (R.N. Cooper, 1978), non lo sapevano solo
gli economisti in ambito accademico,
ma anche coloro che politicamente premevano per l’integrazione europea (Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America, 1978).
Se
abbiamo la documentata certezza che l’unione monetaria fu una
consapevole scelta politica che avrebbe danneggiato il capitalismo
industriale (quello soprattutto rappresentato delle PMI non in grado di
delocalizzare) e la classe lavoratrice (tramite la compressione dei salari,
l’instabilità occupazionale e l’alto tasso di disoccupazione e
sottoccupazione), è anche documentato che la scelta del «liberismo
sfrenato» accompagnata all’adesione alla «economia sociale di mercato»
dei trattati europei, avrebbe usato l’immigrazione per riformare la sociostruttura in senso
classista:
«Con
l’annunciata costituzione
dell’Unione europea, che già oggi vede al suo vertice i grandi paesi
d’immigrazione del continente, noi possiamo facilmente prevedere la tentazione della classe dirigente
a seguire il modello americano nella costruzione di una società a piramide, a
strati etnico-sociali sovrapposti, incomunicabili fra loro, che avrebbero alla loro base gli
immigrati dei paesi più lontani, e poi quelli dei paesi “associati” e
poi ancora quelli “comunitari”, e in seguito i lavoratori locali e su di loro,
man mano, gli altri strati superiori. La classe operaia resterebbe così divisa in tanti
tronconi che si distinguerebbero per le loro origini etniche e non per i
loro comuni interessi di classe, proprio così come oggi in America.» Paolo
Cinanni, “Che cosa è l’immigrazione" (raccolta di scritti pubblicati tra il 1969 ed il
1973).
Un’analisi
già compiuta più volte in questi spazi.
Cosa
significa? Che gli studiosi delle scienze sociali hanno poteri divinatori?
No:
significa che a scelte politiche corrispondono oggettive conseguenze
sulla sociostruttura e sui rapporti di forza che questa permette tra capitale, lavoro ed i ceti creati dai relativi rapporti di
produzione.
Deduciamo
quindi che, secondo l'articolo in commento, «le spiegazioni semplicistiche e le soluzioni
facili» sono da decenni quelle che – date determinate decisioni
politiche – i massimi esperti di scienze sociali avevano usato per predire
le dinamiche sociologiche in atto. Ovvero le dinamiche che, nei fatti, si sono
effettivamente realizzate convalidando le determinanti ideologiche e di
interesse materiale che erano ab origine ipotizzate nelle analisi e
nella costruzione degli scenari previsionali.
Ma
il liberista ha notoriamente la memoria corta: deve sedare il disagio cognitivo
e il senso di inadeguatezza intellettuale causati dal veder costantemente i
capisaldi della propria fede nel mercato invalidati dalla realtà: la realtà,
ovvero ciò contro cui si va a sbattere.
Il
liberista brama la fine della Storia perché il diritto all’oblio logora chi non
ce l’ha.
Soprattutto
quando la coscienza è quella che è. (Sicuramente non è il caso del nostro
simpatico giornalista)
2
– Assioma dell’elitista: qualsiasi fenomeno avverso per le classi subalterne è
un complotto di Madre natura. (Potere è potere di non prendersi
responsabilità).
Lo
smemoratino autore propone quindi un cavallo di battaglia della guerra fredda, un lavoro che un importante autore non proprio di
simpatie socialiste come Voegelin definì: «una vergognosa e dilettantesca schifezza»: ovvero “La società aperta e i suoi nemici”
di Karl Popper.
Opera
in cui Popper ha l’audacia di affermare che i complotti non esistono
salvo quelli tramati dai «nemici» della società aperta, ossia dai
“nemici” dei liberali: ovvero, se esiste un complotto, è quello
cospirato dai socialisti ai danni della grande borghesia liberal e dei rentier.
(Che qualcuno chiamò giudaico-bolscevico, ma transeat).
Questa
cospirazione ordita contro la “Società
aperta” è avallata dal nostro, il quale, infatti, per senso dello Stato… ehm, no, è liberale… per senso civico... meglio… sentenza che «dove si
diffonde una mentalità del genere poi i gruppi sociali tendono a
organizzare contro-complotti».
Avete
letto bene: se i subalterni non allineati al pensiero unico sono
“complottisti”, scopriamo che gli elitisti sono «contro-complottisti» e
hanno pure elaborato una “teoria contro-cospirazionista della società”.
Apperò.
Ciò
che in realtà negava Popper, era di fatto l’esistenza del conflitto
di classe – (Bazaar 2016) – supportando in modo un po’ «dilettantesco» –
citando Voegelin – il paradigma epistemologico naturalista sostenendo che la prospettiva del conflitto generi la
credenza patogena nei ceti subalterni che questi siano effettivamente
subalterni e che, quindi, si possa organizzare la società con una maggior
giustizia distributiva, una maggior giustizia sociale (che invece –
secondo i liberali – non esiste, la distribuzione del reddito è naturale,
e l’unica giustizia deve consistere in quella commutativa, con relativi
procedimenti arbitrali). Questa nuova
consapevolezza (falsa, stando con il nostro), chiamata coscienza nazionale e
di classe, porterebbe «i gruppi sociali» – aka la classe
lavoratrice oppressa – ad ordire «contro-complotti», ossia a
sindacalizzarsi e ad organizzarsi politicamente per rivendicare politiche
socioeconomiche favorevoli ai propri interessi materiali.
Al giovane autore ricordiamo che il padre dell’epistemologia delle scienze sociali moderne rimane effettivamente Karl, ma non Karl
Popper – anche se vanta Soros tra i suoi discepoli – ma Karl Marx, che di discepoli non ne ha
più da decenni.
Qualcuno,
però, la sociologia conflittualista prodotta da ciò che in economia
si chiama conflitto distributivo, non se l’è dimenticata.
Lo
sguardo di un democratico vero, ossia sociale, ha lo sguardo
carico di prospettiva del conflitto. Prospettiva sociologica abbracciata
dalla stragrande maggioranza dei nostri padri costituenti.
È
difficile quindi leggere le ardite tesi del nostro senza provare gli stessi sentimenti che
investivano Voegelin a sentir il vecchio liberale vaneggiare di «teoria
cospirativa della società»:
«“Questa concezione dei fini
delle scienze sociali deriva dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella
società – specialmente avvenimenti come la guerra, la disoccupazione, la povertà, le carestie,
che la gente di
solito detesta – è
il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti”,
scriveva il filosofo liberale.
Egli però non intendeva dire che nella storia non ci siano mai complotti.
Anzi,
Popper sosteneva che spesso avvengono “tutte le volte che pervengono al potere persone che
credono nella teoria della cospirazione” che “sono facili quant’altre mai ad
adottare la teoria della cospirazione e a impegnarsi in una contro-cospirazione
contro inesistenti cospiratori”. In un altro passaggio di “Congetture e
confutazioni”, spesso citato da Umberto Eco, Popper era ancora più esplicito: “Quando i teorizzatori della
cospirazione giungono al potere, essa assume il carattere di una teoria
descrivente eventi reali. Per esempio, quando Hitler conquistò il potere, credendo nel
mito della cospirazione dei Savi
Anziani di Sion, egli cercò di non essere da meno con la propria contro-cospirazione”. La Soluzione finale.»
Ohibò.
Secondo
i liberali che vanno dal moderato Popper, a quelli sfrenati, a
volte persino selvaggi, la «disoccupazione e la povertà»
sarebbero fatti naturali e non derivanti dal conflitto distributivo e da chi si organizza per “vincerlo” e trarre maggior
profitto.
«Quali siano comunemente i salari dei lavoratori, dipende ovunque dal contratto che abitualmente viene perfezionato tra le due parti, i cui interessi non sono affatto i medesimi. I lavoratori desiderano guadagnare il più possibile, i padroni pagare il meno possibile. I primi sono disposti ad unirsi al fine di aumentare, questi ultimi al fine di diminuire i salari dei lavoratori. […] Non è, tuttavia, difficile prevedere quale delle due parti ottiene, generalmente in tutte le occasioni, il sopravvento nella controversia, e costringe l'altra in conformità dei suoi desiderata. I padroni, essendo meno numerosi, possono unirsi molto più facilmente; e la legge, inoltre, autorizza, o almeno non vieta loro, di associarsi, mentre lo vieta ai lavoratori».
Era il 1776.
Dobbiamo
ritenere Adam Smith il padre del complottismo moderno? Un potenziale
pensatore in grado di generare tragedie al pari della «Soluzione finale»?
Sicuramente
l’abuso del pensiero smithiano ha generato tragedie: quelle causate dal
liberismo acritico – a volte, selvaggio! – dei suoi nipotini.
3
– Il complotto di chi crede nella democrazia e nella Costituzione del ‘48:
fenomenologia dell’anticospirazionismo liberale
Al nostro «pare essere sfuggito di mente» un periodo di almeno due
secoli di letteratura scientifica, ma in compenso si ricorda selettivamente che
«l’unico reale piano complottista», che consiste in «un piano
para-golpista per condurre l’Italia fuori dall’Eurozona» – «tramite
l’istituzione di un “Comitato” extracostituzionale», è quello organizzato
dai “sovranisti” che prestano la propria professionalità ai partiti di governo
di questa legislatura.
Se
l’unico “complotto” è quello dei “complottisti” che lavorano per la democrazia
e la giustizia sociale su cui questa si fonda, è evidente che, affermare
pubblicamente di voler assicurarsi che la Repubblica sia condotta
nell’alveo della legalità costituzionale, si trasforma in una cospirazione «para-golpista»
per sovvertire la Costituzione in se stessa. Magia.
Il
rischio di questo pericoloso sovvertimento potrebbe essere una «Soluzione
finale». Il nostro dixit.
«I
cospirazionisti, insegna Popper, non sono soltanto pericolosi perché credono ai complotti finti. Ma soprattutto perché, quando arrivano
al potere, attuano quelli
veri.» Chiosa, raggiungendo
il culmine della tipica raffinatezza liberal dell’analisi sociologica.
Possiamo
sviluppare così l’assioma: «Un cospirazionista che
accede al potere si trasforma in un cospiratore».
(“Cospiratore”
contro se stesso, dato che siamo in un regime democratico… almeno che non si
ritenga sovversivo far rispettare la Costituzione formale al posto di quella materiale… magari anche a discapito di interessi esteri...)
Possiamo
assumere che il nostro, in realtà, da bravo elitista liberale, ci stia parlando per proiezione,
ovvero ci stia dicendo che – usando le parole del più rappresentativo tra
coloro che si occuparono di sottrarre Banca d’Italia al controllo democratico, Andreatta
– il processo di integrazione europea sia stato una «congiura aperta» o
– stando con Guido Carli – un «atto sedizioso» configurabile come
«un piano para-golpista per condurre l’Italia [dentro l’] Eurozona».
L’esegesi
dell’articolo ci dà altri spunti di riflessione: «l’unico reale
piano complottista» è quindi quello realizzato «tramite l’istituzione di
un “Comitato” extracostituzionale», tipo Commissione Europea che, secondo
voci maligne, sarebbe un noto comitato d’affari: il paradiso dei lobbisti «al
riparo del processo elettorale», ricordando Monti.
Capiamo quindi
che le scienze sociali supportano il progresso democratico quando riconoscono
la volontà politica delle élite di imporre «disoccupazione e povertà»,
«la stagnazione economica o l’immigrazione». Tutt’altro che «analisi
semplicistiche» che portano a «soluzioni facili».
Anzi,
a seguire questa chiave ermeneutica, ipotizzare di lasciare il potere ai
liberali, che non possono soffrire il controllo democratico della sovranità
popolare, viene da pensare che l’unica soluzione riservata all’Europa dagli
“anti-cospirazionisti” sia proprio la soluzione paventata dal nostro: quella
«finale».
