domenica 7 ottobre 2018

IL RISVEGLIO DELL'OVVIO: LA MERKEL NON LEGGE KRUGMAN

POST DI BAZAAR



    
«La vittoria a sorpresa di R.Brinkhaus [a capogruppo alla Camera] deve mostrare ad Angela Merkel che la [sua] fine è vicina»

1. Il risveglio dell’ovvio nelle coscienze di chi è pagato per non aver coscienza.

Da Berlino a New York sembra che l’ovvio – se non proprio il banale – si faccia breccia nella consapevolezza degli intellettuali delle nazioni dominanti.

Questo articolo su politico.eu di Konstantin Richter si profila come un interessante punto di vista sulla dinamica economico-politica della Germania.

Il nostro rileva come la percezione dell’opinione pubblica sulla politica economica e sulle relative performance della Germania sia assolutamente fuorviata dalla propaganda tedesca.

Richter mette in luce come l’ideologia propria del capitalismo tedesco sia diversa da quella del mondo anglosassone, segnatamente da quella statunitense: «la nostra economia è condotta dall’ansia» a differenza di quella statunitense il cui «successo economico» è «basato sulla mera avidità o sull’ambizione epica o sul desiderio, come da Silicon Valley, di creare la prossima grande innovazione».

I media tedeschi sono focalizzati su altri problemi sociali, come quelli creati dall’immigrazione di massa, oppure su lontani problemi di cronaca internazionale, sorvolando sui segnali che arrivano dalla sfera economica nazionale; e vengono ricordati:

1 – lo scandalo degli accordi di cartello volti alla falsificazione delle quantità di emissioni emesse dai motori delle maggiori case automobilistiche tedesche;

2 – le condizioni disastrose in cui versa Deutsche Bank che «è l’istituzione che ha gestito praticamente la grande impresa tedesca controllando grosse quote delle società più importanti». Commerzbank non è messa meglio.

3 – Tyssenkrupp è sotto attacco dagli investitori;

4 – Bayer si è esposta con l’acquisizione ad alto rischio di Monsanto;

5 – il settore automobilistico non ha investito in innovazione.

Quando all’inizio del terzo millennio la Germania veniva chiamata dalla stampa estera «il malato d’Europa», il catastrofismo propagandato agevolò le riforme del mercato del lavoro e dello Stato sociale di Gerard Schröder, con la relativa compressione delle dinamiche salariali volta alla “svalutazione competitiva”.

Il nuovo modello tedesco di economia di mercato – che noi per inciso sappiamo essere il classico vecchio modello mercantilistico teutonico – ha rassicurato con le sue performance l’opinione pubblica.

Richter fa notare che questo stato di euforia nasconde l’insidioso lato nascosto del modello di sviluppo tedesco: nessuno parla più del problema demografico, della mancanza di personale qualificato – strettamente legati al modello mercantilista –  o del declino di Deutsche Bank.

Soprattutto Richter osserva come il gigante tedesco abbia i piedi d’argilla: come è stato ottenuto l’incredibile surplus tedesco se il vantaggio competitivo su cui sono basate le esportazioni non è stato ottenuto tramite gli investimenti?

Non solo con la svalutazione del lavoro  ottenuta da Schröder.

La rivelazione di una dura presa di coscienza è così espressa: «il successo degli esportatori tedeschi è ancora basato sulla superiorità dei loro prodotti? O è solo la droga anestetizzante dell’euro debole?»

La risposta a questa domanda la conosciamo: l’euro è spaventosamente sottovalutato per il mercato tedesco, regalando un vantaggio competitivo alla Germania che risulta essere destabilizzante per l’intera economia mondiale.

Ma i risvegli sui temi che la frontiera intellettuale italiana ha da tempo acquisito e divulgato, non si fermano al tragico karma alemanno: il nobel Krugman ci porta in altre vette dell’ovvio che, fuori da questi spazi, non è così banale: la dialettica tra microeconomia e macroeconomia che – dopo decenni di neoliberalismo – siamo abituati a non percepirla più, considerato che le due discipline risultano confusamente sovrapposte, non permettendo di distinguerne i diversi ambiti; ciò sappiamo essere naturale in quanto caposaldo del pensiero liberale è il cosiddetto individualismo metodologico che, nelle scienze economiche, si manifesta nello sviluppare modelli microfondati sul comportamento individuale al posto di ragionare per aggregati.

D’altronde, come amava dire la Thatcherpasdaran del liberismo antioperaio e discepola di Hayek «non esiste la società: esistono soltanto gli individui».

2. Risvegli: «La macroeconomia è meglio di ciò che pensate, la microeconomia è peggio, ed i dati sono limitati»

 

Krugman fa notare l’assoluto fallimento della comunità scientifica degli economisti nel dare supporto alla politica al fine di evitare, gestire, ed uscire dalla crisi che, da più di dieci anni, sta dilaniando la vita di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.

Il massimo che gli economisti riescono a produrre come autocritica è chiedersi se «non sarebbe necessario dare un maggiore ruolo ai mercati finanziari nei loro modelli».

Pochi, però, «hanno fatto ciò che avrebbero dovuto», ossia, «mettere in discussione interamente la direzione che ha preso la macroeconomia in questi ultimi quarant’anni».

L’economista americano ci informa che generalmente tra economisti la vulgata è – sulla falsa riga del meno-stato-più-riforme, più-disastro-economico, meno-stato-più-riforme, più-disastro-economico, ecc., in un circolo vizioso e viziato dagli interessi immediati delle classi egemoni – che il fallimento delle ricette economiche sia stato dovuto a troppa-macroeconomia-troppo-poca-microeconomia.

Per cui il circolo vizioso e viziato di meno-stato-più-riforme, con tutti i vari corollari microfondativi della microeconomia applicati alla crisi, ha trovato pure la leva del circolo vizioso (e viziato) di troppa-macroeconomia-troppo-poca-microeconomia, ricette-inutili-quando-va-bene-e-catastrofiche-quando-va-male, e via, viziosamente, nelle bolge infernali della stagnazione quando va bene, della recessione e della depressione quando va male.

Paul Krugman ci dice che «l’esaltazione della micro come l’unica “vera” teoria economica dà alla microeconomia troppo credito e ciò è di gran lunga la causa  dei modi in cui la scienza economica ha fallito».

L’imbarazzante conclusione di queste dinamiche, ci informa il premio Nobel, è stata che influencer, tanto all’esterno quanto all’interno della professione economica, hanno deciso che la scienza economica è un «nonsense» – insomma, non è proprio una scienza – e, quindi, sarebbe stato molto meglio affidarsi a «coloro che erano immersi nel mondo reale, ovvero ai grandi capitani d’impresa»; da cui l’epopea mediatica accompagnata dalla maestosa immagine: “lo ideale dell’omo virile” schumpeterianamente emerso dalla selva di cadaveri lasciati dal darwinismo mercatista: in breve, l’epopea degli espertologi.

Oppure – osserva l’illustre economista – di converso e per amor di positivismo, ci si è «concentrati sui risultati empirici e si è tralasciato i modelli».

Secondo Krugman gli aitanti espertologi del mondo dell’imprenditoria (e delle grandi organizzazioni sovranazionali, aggiungiamo noi) sono stati, «nell’ultimo decennio, più dannosi che inutili, mentre le vocine nell'aria udite dagli squilibrati (sic) con potere decisionale hanno, come al solito, dato un pessimo consiglio». Parole di Paul.

Mentre – guarda un po’ – se «l’evidenza empirica è importante e ce n’è sempre più bisogno, i dati non parlano pressoché mai per se stessi; punto che è stato ampiamente dimostrato dai recenti eventi di politica monetaria».

Insomma, di fronte all’evidenza del disastro economico-sociale che ci circonda, dove una banda di «squilibrati» – quattro noci in un sacco (avrebbe Togliatti in Costituente a proposito dei liberali) – ha dirottato e preso in ostaggio gran parte dei Paesi a democratizzazione avanzata, pare che qualche Nobel abbia iniziato timidamente a far dell’epistemologia delle scienze sociali.

Krugman porta l’esempio dei due fisici Julian Schwinger and Richard Feynman: Schwinger riuscì per primo a venire a capo dell’elettrodinamica quantistica, ma i suoi metodi erano incredibilmente complicati.

Feynman ci arrivò egualmente ma con un approccio molto più semplice – i suoi famosi diagrammi – che davano il medesimo risultato ma erano molto più semplici da usare.

Nessuno vide mai Schwinger usare questi diagrammi, ma si mormora che avesse una stanza chiusa a chiave in cui teneva i diagrammi di Feynman che usava in segreto.

Ecco, la macroeconomia moderna ricalca questo aneddoto: immaginate però che  Schwinger controlli tutte le riviste e sia in una posizione per cui può prevenire che nessuno possa pubblicare con il metodo più semplice.

Cos’è l’equivalente dei diagrammi di  Feynman?

Ciò che tutti gli studenti del primo anno dei corsi di economia politica studiano sotto il nome di “modello IS-LM”.

Bene: tutti gli economisti che lavorano in istituzioni che si occupano di macroeconomia ragionano, pensano, e discutono tra loro in funzione del modello IS-LM; ma, quando hanno bisogno di pubblicare sulle riviste, vengono costretti a «microfondare» il loro modello.

E un esempio lo facciamo noi: è come se si volesse dimostrare il principio di Archimede non considerando il volume complessivo dell’acqua spostata dopo averci immerso un solido, ma cercando di capire la reazione fisica dell’acqua studiando il comportamento di ogni singola molecola.

Ecco, la formula di galleggiamento, invece di risultare una semplice equazione con un paio di rapporti, si presenterebbe come un’orgia di equazioni differenziali… non risolte.

E diciamo noi, non risolte perché alla classe egemone non interessa che sia risolto alcunché. Perché la classe egemone ha scommesso sull’affondamento del Titanic (alias, “mercato globale”) e, se la nave non galleggia, i profitti e la sua influenza politica aumentano.

Il delirio matematico permette di dimostrare tutto ciò che fa comodo a chi può finanziare il delirio matematico stesso.

Immaginatevi, quindi, quale potrà essere la deontologia media dell’economista che ce la fa. Che ha un nome prestigioso...

Ora, le analisi basate sul modello IS-LM non danno grandi informazioni in tempi normali, ma forniscono precise previsioni – spesso previsioni molto preziose per le priorità delle persone – durante i tempi di grave crisi.

Ad esempio, se c’è un grande shock avverso della domanda, come quello che è avvenuto nel 2007/2008 quando è scoppiata la bolla dei mutui subprime, si manifesta un cambiamento di regime per cui né la politica monetaria né la politica fiscale hanno i medesimi effetti come in tempi normali.

Ad esempio, la macroeconomia keynesiana afferma che una volta che i tassi di interesse sono vicini allo zero, le politiche monetarie servono a poco o nulla.

Insomma, il famoso quantitative easing delle banche centrali non servirà a produrre inflazione.

Se per esempio si va a spiare (nella stanza chiusa a chiave di cui si diceva più sopra) i modelli di Tobin sul sistema bancario, scopriremmo che grandi aumenti della base monetaria non serviranno nemmeno molto a mettere in circolo moneta.

Ciononostante alcuni economisti sono impazziti nel cercare di spiegare come mai Bernanke alla Fed abbia aumentato di cinque volte la base monetaria e – nonostante gli ammonimenti sul deprezzamento del dollaro e l’allarmismo sull’inflazione – iprezzi siano rimasti al palo.

Eppure, commenta Krugman, «questo è esattamente ciò che ci si sarebbe dovuti aspettare».

...

E sulla politica fiscale?

La macro tradizionale afferma che – quando i tassi di interesse scendono intorno allo zero – non si sarebbe dovuto verificare alcuno spiazzamento, che i deficit non avrebbero dovuto far salire i tassi d’interesse, e che i moltiplicatori fiscali sarebbero stati più grandi che in condizioni normali.

Ovviamente le cose sono andate come dovevano andare secondo la macro keynesiana: non ci sono altri modelli in grado di stupire per accuratezza previsionale e “controintuitività” – eppure – non-economisti (ma anche economisti) si rifiutano di crederci.

La microeconomia non è servita a nulla, se non a ricordare che la macroeconomia keynesiana funziona.

Ciononostante, «la teoria microeconomica, fondata  nella rigorosa derivazione del comportamento individuale dalla massimizzazione dell’utilità, è stata presa come il gold-standard».

La macroeconomia keynesiana, a parte generiche proposizioni di profilo psicologistico come quelle relative alla propensione marginale al consumo, si occupa di aggregati senza esplicitamente descrivere cosa gli individui facciano: questa prassi è sempre stata considerata dubbia e rozza.

Però, cari liberisti-microfondatori, dice Krugman, «il-mondo-non-funziona-nel-modo-in-cui-pensate».

Tutte le previsioni basate sulla macroeconomia microfondata, del tipo: “solo i flussi monetari inaspettati dovrebbero influenzare la produzione reale”, “le temporanee variazioni del reddito non dovrebbero influenzare i consumi”, “la spesa pubblica dovrebbe spiazzare la domanda privata”, ecc. si sono rivelate sbagliate.

Un modo per capire che le teorie ed i modelli usati sono errati, è il dato empirico, ovvero il muro della realtà contro cui si va a sbattere! (Sulla pelle dei lavoratori, ovviamente).

Un altro argomento che tocca Krugman è il principio di autorità: «Io sono un famoso professore, quindi devi credere in ciò che dico». Commenta: «Così non finisce mai bene».

L’atteggiamento fallace opposto, invece, è quello per cui «gli economisti non sanno niente», e, aggiungiamo noi, chiunque può dire la qualunque, in un’orgia di espertologia che va dagli studi televisivi al bar sotto casa.

«Gli economisti non si sono guadagnati il diritto di essere altezzosi e superiori, soprattutto se la loro reputazione deriva dall’abilità di fare matematica complessa: la matematica complessa è stata particolarmente di poco aiuto ultimamente, se mai lo è stata»

Bè, caro Krugman: forse non sono semplicemente degli squinternati coloro che si affidano ai multimiliardari per le ricette di politica economica.

Forse è il pensiero economico dominante che, come direbbe Marx, è sovrastrutturato al potere economico dei multimiliardari.

Forse… nel frattempo tutti gli altri economisti e commentatori continuino a dormire.

martedì 2 ottobre 2018

RECENSIONE DE GRAUWE - PARTE II: "L'IMPOSSIBILITA' DELLA CRESCITA"?

(Ho dovuto abolire le immagini di "illustrazione" introduttiva, perché la piattaforma blogger mi intima di cancellare contenuti coperti da copyright a seguito di segnalazioni di aventi diritto, non rese note e genericamente menzionate; e senza quindi la precisazione di quali esatti contenuti sarebbero in contestazione. Poiché alla intimazione segue "d'autorità" la cancellazione dell'intero post, in TUTTI i suoi contenuti originali, - cioè sacrificando integralmente il diritto d'autore espresso nell'esposizione originale, critica e scientifica degli argomenti - è più agevole continuare il discorso senza immagini e cercare di difendere la libera espressione della sostanza del pensiero qui esposto).

Post di Arturo a completamento della recensione dell'ultimo libro di De Grauwe.

4. Seconda questione, la disuguaglianza.
4.1. De Grauwe ci riporta la famosa “curva di Kuznets”:




 Il significato della curva si spiega facilmente: 
Basandosi su un’analisi statistica dei dati fiscali americani fra il 1914 e il 1948, l’economista americano Simon Kuznets nel 1953 arrivò alla notevole conclusione che la disuguaglianza di reddito negli USA si era ridotta in modo significativo. Da questa circostanza, Kuznets stabilì che il capitalismo conteneva una legge che garantiva che, man mano che un paese diventava più ricco, la disuguaglianza di reddito si riduceva. Espresse il concetto in quella che fu poi chiamata “curva di Kuznets”, che potete vedere nella figura 5.3. L’asse orizzontale rappresenta il reddito pro capite, quello verticale la disuguaglianza.” (pag. 62).
La curva di Kuznets ha avuto una grande influenza su generazioni di economisti e politici, confutando l’idea marxista che il capitalismo conducesse a disuguaglianze crescenti. Questa teoria ottimista implicava che lo sviluppo del capitalismo lo avrebbe liberato dallo spiacevole tratto della disuguaglianza di reddito, rendendolo socialmente accettabile. Secondo Kuznets, un meccanismo automatico assicurava che il capitalismo non conducesse a sviluppi rivoluzionari, come Marx aveva predetto.
Col senno di poi sembra che la visione di Kuznets fosse solo un sogno, basato su un periodo di storia molto limitato fra le due guerre. 
Purtroppo.

4.2. Il problema è che De Grauwe per destarsi dal sogno usa come sveglia, in modo quasi esclusivo, Piketty.
Ora, non posso qui per motivi di spazio entrare nel merito del vastissimo libro di Piketty. 
Basti dire che contiene sì molti spunti interessanti - alcuni di carattere storico sono autentiche chicche (per esempio l’ipotesi che al declino della Gran Bretagna abbiano contribuito in non trascurabile misura i poderosi avanzi primari volti a remunerare una generosa rendita sui titoli del debito pubblico accumulato durante le guerre napoleoniche) - ma anche un enorme difetto di impostazione di fondo, denunciato da molti economisti eterodossi: “Questo autore ritiene ci si trovi di fronte a un tasso di crescita lenta plurisecolare, determinato da fattori tecnologici e demografici, al quale tutte le nazioni finirebbero prima o poi per convergere. Alla luce di questa convinzione, i casi di più alta crescita sarebbero null’altro che una manifestazione dell’avvicinamento dei Paesi a più basso grado di sviluppo a quelli che si trovano sulla frontiera tecnologica, come pure del recupero – nell’ambito dei Paesi industrialmente più avanzati – di fasi di temporaneo arresto o rallentamento del processo di crescita. L’andamento del capitalismo mondiale non rifletterebbe quindi che una legge millenaria, semplicemente di tanto in tanto localmente perturbata da circostanze di natura accidentale. Né la crescita del prodotto né la sua distribuzione tra salari e profitti dipenderebbero dalle linee di politica economica effettivamente perseguite nei diversi contesti e dai sottostanti rapporti di forza tra le classi: nella sua analisi, tanto il tasso di crescita del prodotto che la sua distribuzione sono sostanzialmente dei dati esogeni, entrambi dipendendo dall’offerta di lavoro e dalla sua produttività (ossia dal progresso tecnico).
La tesi dell’“impossibilità della crescita, quali ne siano le cause e i giudizi sui livelli raggiunti nell’ultimo trentennio – grandemente moderati, secolarmente stagnanti, convergenti ad un presunto ritmo plurisecolare lento – è in essenza la tesi dell’impossibilità di influenzare la crescita attraverso la politica
Del ruolo svolto da questa tesi come potente strumento di conservazione dello status quo abbiamo già detto nel primo capitolo. Ci interessa qui porre in luce che una ragione non secondaria dell’attrattiva da essa esercitata risiede nel fatto di costituire un’idea deresponsabilizzante. Che si tratti di senso di colpa derivante da conversioni opportunistiche o di frustrazione generata da una genuina sensibilità sociale, la “crescita impossibile” è un formidabile alibi, ed è pertanto un comodo abito mentale nel quale ci si infila senza troppa fatica.” (Barba e Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia, 2016, s.p.).

Dal sogno all’incubo, ma sempre addormentati si resta, direi.

Espunta dal quadro la redistribuzione primaria, ossia il conflitto sociale, l’unico rimedio alla disuguaglianza rimane ovviamente la tassazione. Ma rimossa un’analisi corretta della cause del problema, il rimedio appare del tutto privo di realismo: “La liberalizzazione dei movimenti di capitale, per fare il principale esempio concreto, non può coesistere con un sistema fiscale improntato a criteri di accentuata progressività; allo stesso modo, una seria politica di controlli valutari è difficilmente concepibile senza una forte presenza dello Stato nel settore dell’intermediazione finanziaria.” (Ibidem)
D’altra parte una redistribuzione fiscale in grado di rimpiazzare funzionalmente quella primaria non s’è mai vista nemmeno in annate ben più rosee degli odierni chiari di luna, come il “giovane” Piketty stesso riconosceva.   

5. Spero risulti chiaro a questo punto come l’operazione di spezzettamento dei nessi causali impedisca l’elaborazione di un quadro esplicativo generale e quindi la predisposizione di una reazione, culturale e politica, all’altezza della gravità della situazione.
Vi invito a confrontare le giustapposizioni di De Grauwe con l’organica connessione di cause ricostruita da Alberto, che ovviamente si guarda bene dal separare finanziarizzazione, disuguaglianza e conflitto sociale: il paragone è impietoso.

Giudizio complessivo negativo, dunque?

6. Sì, però…ho lasciato per ultimo quello che mi pare il guizzo più notevole, certamente il più interessante per noi, di tutto il libro.
Arriviamo al seguente paradosso: la democrazia è necessaria per proteggere il capitalismo nel lungo periodo. Le istituzioni democratiche rendono possibile identificare interessi collettivi velocemente e dar loro voce. Questo obbliga i politici a promuovere gli interessi collettivi invece degli interessi individuali dei ricchi e influenti. In questo modo le istituzioni democratiche portano stabilità: la discrepanza tra interessi individuali e collettivi non cresce in misura eccessiva”. (pag. 78).

Questa è un’affermazione molto impegnativa e apprezzabile, una vera rottura epistemologica col neoliberalismo: non è il mercato il luogo di verificazione della bontà dell’azione pubblica, ma è la politica che deve tutelare interessi collettivi che il mercato non solo non garantisce ma mortifica.
Se, come dice Foucault (Naissance de la biopolitique. Cours au Collège de France (1978-1979), a cura di M. Senellart (sotto la direzione di F. Ewald e A. Fontana), Paris, Gallimard-Seuil, pag. 120), a me pare giustamente, il rapporto Stato – società teorizzato dal neoliberismo si organizza attorno all’idea di « uno Stato sotto sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto sorveglianza dello Stato » (chiamiamolo vincolo esterno?), l’osservazione di De Grauwe rompe senz’altro con questa logica.   
Ho già accennato ai faticosi presupposti perché quel che è perfettamente ovvio in pratica, anche alla luce degli stessi fatti riportati da De Grauwe, lo risulti anche in teoria, ma la conclusione resta comunque apprezzabile.

6.1. Il problema sono le conseguenze che NON vengono tratte.
In un impressionante libro Martin Gilens [le cui conclusioni abbiano visto riportate nel saggio di cui abbiamo parlato qui, n. 5] analizza come il sistema politico americano promuova gli interessi dei percettori dei redditi più elevati. Ciò è strettamente connesso col fatto che negli USA il denaro è il fattore fondamentale per vincere le elezioni. In una certa misura si potrebbe dire che anche gli USA sono vittima di una forma di “capitalismo clientelare” [crony capitalism].”
Se dunque scopriamo che effettivamente la forma più massiccia e seriale di corruzione” è quella che agisce sul processo normativo”, il rimedio dovrebbe essere “la democrazia sostanziale (sto citando da qui), ossia un insieme di garanzie che assicuri alla maggioranza la possibilità di partecipare, e determinare, il processo decisionale: uno stretto legame fra “contenuto sociale e contenuto politico della democrazia”, come diceva Basso (qui, n. 3. Nota: spero non vi sia sfuggita la possibilità di leggere integralmente Il principe senza scettro sul sito dedicato a tutti i suoi scritti, fornito pure di motore di ricerca interno). 
Siamo realisti, non chiediamo tanto a De Grauwe; dopo la sferzata al sistema politico americano uno sguardo a quello europeo, in cui viviamo lui e noi, non mi pare però sarebbe stato chiedere troppo.
Non pervenuto.  
6.2. Ed è un gran peccato. Perché con tutto il male che si può dire, e che abbiamo detto, della Costituzione americana, perlomeno legislativo ed esecutivo lì vengono *eletti*. Forse le prodezze di un’élite che ha fatto della sottrazione di se stessa al processo elettorale (che per lei è  “è certo miglior cosa”, come diceva ironicamente Gramsci parlando di quella fascista) il proprio credo,  almeno un accenno critico l’avrebbero meritato: il disastro dell’euro non è per nulla estraneo all’alterazione dei rapporti di forza politici fra maggioranza e minoranza “ricca e influente”, proprio il contrario: non bastassero i fatti (che non bastano mai), si tratta di una valutazione facilmente ricavabile anche da un autore di impeccabile caratura mainstream come Eichengreen (qui, n. 2), per tacere di una vasta letteratura politologica e storica (Majone, Gillingham, Bartolini, Anderson, Scharpf, eccetera), spesso non meno ortodossa.
Nell’ambito della quale vi ho già citato Collignon - Schwarzer e Posen, e ora ci aggiungo una colonna accademica dell’integrazionismo come Moravcsik
L’UE riguarda essenzialmente la promozione del libero mercato. I principali gruppi di interesse che la sostengono sono imprese multinazionali, non ultime quelle americane.” (Conservative Idealism and International Institutions, Chicago Journal of International Law, Fall 2000, p. 310).
No, perché un tale assordante silenzio rispetto a ovvietà ampiamente attestate in letteratura spinge l’eurostrabismo, come lo chiamo io, oltre i limiti della cecità (e del ridicolo).

6.3. Il problema è che, in materia di integrazione, dalle premesse poste da De Grauwe, ossia che il mercato ha sempre bisogno di istituzioni politiche sovraordinate, dovrebbero derivare a piombo le conseguenze individuate da Stiglitz nel suo libro sull’euro (The Euro, W. W. Norton & Company, N. Y., 2016, s.p.): 
La lezione fondamentale da trarre è che l’integrazione economica – la globalizzazione – fallirà se travalica l’integrazione politica. La ragione è semplice: quando i paesi si integrano, diventano anche più interdipendenti, così che le azioni di alcuni hanno influenza anche sugli altri. C’è quindi molto bisogno di un’azione collettiva per assicurarsi che ciascuno compia più azioni positive e meno negative verso gli altri paesi.
Ci sono due problemi: in assenza di una sufficiente integrazione politica un’unione economica mancherà delle istituzioni necessarie per intraprendere la suddetta azione collettiva per rendere l’integrazione benefica per tutti; in assenza di sufficiente solidarietà, la condizione di certi gruppi sarà peggiore di quel che sarebbe stata in assenza di integrazione.”
Ma quando le circostanze economiche sono molto diverse, quando alcuni paesi sono debitori e altri creditori, allora l’integrazione politica, compresa la creazione delle istituzioni politiche necessarie per far funzionare l’integrazione, diventa più difficile.”
Ciò che è necessario non sono solo strutture economiche simili ma anche analoghi sistemi di credenze, riguardanti la giustizia sociale e il funzionamento del sistema economico.” 
Col che, “purtroppo”, si colpisce al cuore la strategia di integrazione fondata sul federalismo divisivo e ritrovano tutta la loro saggezza e pregnanza le indicazioni di Mortati: “il trasferimento di competenze dagli organi interni a quelli comunitari in tanto deve ritenersi ammissibile in quanto appaia sussistente, non già un'identità di struttura tra gli uni e gli altri, ma il loro sostanziale informarsi ad analoghi criteri in modo che risultino soddisfatte le esigenze caratterizzanti il nostro tipo di stato” (qui: torniamo quasi alle origini del blog :-)).  
E certo allora la reticenza di De Grauwe risulta comprensibile.

7. Proviamo allora a tirare le somme.
Il libro di De Grauwe è un collage di mezze verità composto da chi, pur rendendosi conto dei rischi che seguono al disastro prodotto dall’egemonia sociale e culturale di cui è stato parte, non riesce a trovare il coraggio e la lucidità per compiere un salto di qualità in termini di analisi.
Peccato per lui e voltiamo pagina.