mercoledì 24 aprile 2013

RIFLESSIONE FRATTALICA: IL RISCHIO INCOMBENTE DELLO SPAGHETTI-TOTALITARISMO SULLE CENERI DELL'UEM?

Il "tramonto" del nuovo nazifascimo (vestito stavolta di darwinismo sociale anti-statalista), affacciatosi sul palcoscenico della Storia in forma di trattati "Von Hayek" e culminante nella moneta unica, ci porta ad una riflessione frattalica sulla dialettica delle forze nella Storia. 
Le ultime vicende sui vertici istituzionali ci danno la misura di un'accelerazione che conduce a ipotizzare una forma di rigetto popolare talmente forte e generalizzata - per quanto tardiva e solo in parte "consapevole"-, da segnare l'epilogo della stagione autoritaria, dell'anti-Stato costituzionale e democratico, perpetrata in nome dell' "€uropa". La situazione è meglio decifrabile sulla scorta di alcune premesse sviluppate in questo blog:
1. Come abbiamo più volte ipotizzato, saremmo oggi, nel 2013, con qualche possibile sfasatura di mesi, in una situazione analoga a quella del 1943. E più volte abbiamo detto che questa volta la Storia, prima manifestatasi come tragedia, si ripeterà in farsa.
2. In un altro post, sul "filone" del controllo dell'informazione, si è detto:
Il sistema, è ormai cosa nota, gestisce l’informazione ma anche, in modi indiretti e spesso occultati, la stessa contro-informazione:  per cui, il prodotto che giunge al cittadino medio è la disinformazione, cioè la famosa “verità ufficiale”, più efficacemente divulgata se contenente, al suo interno, un'apparente dialettica di versioni "opposte", provenienti però dalla stessa indistinta "fonte di divulgazione"

Alla luce di queste premesse, possiamo valutare una tendenza ricorrente nella Storia.
Ogni volta che una forma autoritaria nega la democrazia fino al punto da suscitare un deterioramento del livello di vita che conduce a un dilagante dissenso popolare, ciò può determinare la concomitante spinta all'affermarsi di una reazione simmetrica (nella Rivoluzione francese la parabola dell'Assemblea nazionale dalla Costituzione al Terrore e poi al...Termidoro, ne è stato il primo esempio moderno).
Cioè di una spinta altrettanto autoritaria ma guidata dall'idea che ad una certa classe dirigente "autoritaria", che si era impadronita dello Stato fino a coincidere con esso (dando luogo a un "totalitarismo"), debba sostituirsi una nuova classe dirigente autorizzata a perseguire valori sociali generali opposti e con altrettanta autorità.
Questo contrapposto autoritarismo sarebbe cioè una "necessità" conseguente al tipo di nemico da combattere, radicato dentro la struttura del potere, e quindi profondamente istituzionalizzato, che impone una eradicazione che non tollera compromessi. Cioè non tollera neppure il riconoscimento della precedente "effettività", intesa come adesione diffusa dei governati, del "regime" combattuto.
A rigore, questa visione politica potrebbe condurre alla integrale eliminazione di intere classi sociali che hanno prestato di fatto appoggio alla forma di governo del precedente autoritarismo, fornendogli appunto quella effettività senza cui nessun regime neppure dittatoriale, può realmente affermarsi (secondo pensatori come Kelsen, Mortati, Bobbio): e nella Storia lo stalinismo, l'esperienza dei Khmer e la stessa Rivoluzione culturale di Mao, forniscono eloquenti quanto tragici esempi di questa prassi, apparentemente assistita da una logica ferrea.
La precedente "effettività" (adesione diffusa al precedente regime), in questa visione rende intere "masse", in qualche modo, passibili di essere accusate di complicità, e quindi, in una misura che a un certo punto non si intende più distinguere -astretti dalla "necessità" del nuovo ordine- tutti colpevoli e sottoponibili a giudizio e punizione.
E nel non distinguere si ha facile gioco nell'eliminare ogni possibile concorrenza anche nell'opposizione al precedente regime, creando il mito dell'altrui "compromesso" come forma di complicità attribuita, in base a meri pretesti o comunque ad una visione "alterata", a coloro che pure combatterono il precedente regime abbattuto.

Come passaggio verso questa degenerazione, va ricordato che il tratto comune dello stalinismo nella sua proiezione "internazionalista", cioè fuori dai confini del paese in cui si realizzò nella sua forma più pura e integrale - con l'uso massiccio della polizia segreta "politica" e delle "purghe" di massa-, fu dunque quello della fissazione di un paradigma dogmatico di "ortodossia".
Un'ortodossia, cioè, che non si arrestava a fissare vincolativamente dei principi esplicativi del modello di società da instaurare, ma che ne impediva anche l'adattamento e l'interpretazione alle diverse circostanze che, nel tempo e nello spazio delle diverse realtà politiche di applicazione, si potevano ragionevolmente rendere necessari.
Dunque un sistema che esigeva una forte unificazione del pensiero e del connesso potere decisionale, come solo può consentire l'attribuzione della legittimazione a esprimerli a un leader assoluto (cioè che non tollera istanze di mediazione e discussione).

Ciò però presuppone tre condizioni concomitanti:
1) la forza politico-militare che assiste l'affermarsi delle nuova ideologia;
2) la preordinazione anticipata del sistema ideologico stesso, in modo da poterlo imporre senza discussioni anche a coloro che non hanno partecipato alla sua fase elaborativa;
3) la possibilità di accusare di "oggettiva" complicità col precedente sistema coloro che non solo non abbiano partecipato a tale fase fondativa ma che comunque non abbiano condiviso in pieno la sua visione organizzata e prevalente: e ciò anche se si siano opposti al precedente autoritarismo in base a diverse interpretazioni della società, e in particolare in base alla diversa idea di democrazia "pluralista".

Questo porta alla congiunzione inscindibile, da un lato del principio "chi non è con noi è contro di noi", dall'altro, per l'esigenza di intransigente unificazione della prassi (politico-economica), all'autenticazione di una figura di leader incontestabile, la cui parola coincide col bene supremo della società (o, attenzione, in un fenomeno più ristretto, anche solo del gruppo politico fin dalla sua fase di marcia verso il potere).
Il principio può infine riassumersi in quello "chi non è totalmente aderente alla parola del leader e alle sue decisioni è contro il bene supremo della società".

I riflessi di ciò si sono visti dapprima nella guerra civile in Spagna e poi nei conflitti interni alla stessa Resistenza italiana.
Il sintomo per eccellenza che preannunzia una tale deriva sta nel culto della personalità, riferibile a figure autoaffermatesi come carismatiche fin dalla fase di "marcia verso il potere".
Questo non significa che "ogni" figura di leader che sia capace di coagulare intorno a sè le forze di reazione contro un sistema antidemocratico sia di per sè il fondatore di un culto della personalità.
In effetti esistono, come nell'esperienza della Costituente italiana e dei presupposti CLN, dei casi di rinascita democratica posteriori a esperienze totalitaristiche, che passano - per nostra fortuna- per una coesistenza pluralista di diverse forme di opposizione al regime precedente. Cioè esperienze di "liberazione"  che implicano, nel linguaggio e nella prassi, un leale riconoscimento reciproco e non l'oltranzista ricerca delle permanente delegittimazione dell'oppositore "concorrente" (acuendo le divisioni del fronte resistenziale in base alla ricerca delle presunte corresponsabilità altrui, analizzate a posteriori in base alla irrinunciabile ostentazione del paradigma di prassi unica e purificatrice).

Persino, poi,  l'esperienza primigenia del comunismo sovietico ci mostra che il carisma di Lenin era improntato al rigore dell'analisi marxista nella sua fase applicativa, cioè era ancora volto a offrire una intepretazione politica più persuasiva di quella dei suoi avversari, per affermarla non solo con la forza militare ma anche mediante lo smascheramento delle contraddizioni, teoriche e pratiche, delle offerte politiche concorrenti nell'essere avversarie del nemico comune.
Dopo Lenin però venne Stalin, e qui si avverte la prevalenza dell'elemento leaderistico-narcisistico su quello della persuasività logico-politica: una personalità psicotica, come indubbiamente era Stalin, risultò irresistibilmente utile al consolidamento di un gruppo di potere, in modo da evitare che questo potesse di nuovo essere rimesso in contestazione.
L'ambiguo interesse di chi gli sta intorno si trasforma poi da complicità (idea di poter usare il leader per conquistare o stabilizzare il potere), in sudditanza: cioè il mezzo (l'accentramento dogmatico della decisione politica), che già tradisce il fine affermato nella fase fondativa -un paradigma unico di bene supremo della società-, arriva ad assorbire quest'ultimo nel nuovo fine della conservazione del potere. E chi era destinato a farsi "rappresentare" dal leader ne finisce vittima o servo ossequiente.
E come naturale conseguenza si instaura il regime della PAURA (come abbiamo visto, oggi ricorrente in forma farsesca). Non mi soffermo a lungo su questo aspetto.
Quello che preme di far capire- nelle dinamiche sociali come pure in quelle di gruppi più ristretti- è che il totalitarismo ha una spia rossa di allarme:
- il leader che si cura solo della sua affermazione personale senza più avere di vista coerentemente gli scopi iniziali dell'azione giustificante il suo ruolo, tutti assorbiti nelle sue decisioni incontestabili e di cui non deve più dare spiegazione logica;
- la paura degli aderenti al gruppo di esprimere una qualsiasi forma di dubbio o dissenso, anche solo determinati da esigenze logiche e pratiche di razionale adattamento dei principi alla realtà storico-sociale che si manifesta nei fatti.

Nella situazione attuale, ciò non è tanto importante per l'efficacia autonomamente scardinante dell'azione di "liberazione", che come abbiamo più volte evidenziato, sarà dovuta a forze superiori derivanti dallo scenario internazionale.
E' importante però per la fase "Costituente" che seguirà alla liberazione, quella dove sarà necessaria la saldezza e l'unità d'intenti di tutte le forze autenticamente democratiche e desiderose di riaffermare la sovranità costituzionale e nazionale. Riuscendo di nuovo a far prevalere la "ragionevolezza" del popolo nel perseguire i propri stessi interessi, fuori da ogni ulteriore "oscura" manipolazione: recuperare quindi lo Stato-nazione, in forma di democrazia costituzionale, come dimensione ottimale "possibile" di ripristino della stessa democrazia effettiva. E per giungere a questo risultato auspicabile, occorre fin da ora una forte unità di tutte le forze consapevoli presenti in Italia.
Perciò... 
Quando avvertirete un crescente disagio o timore di esprimere un dubbio o di esporre dei fatti di fronte a qualcuno che rivendichi la sua unicità e incontestabilità carismatica; quando vi accorgete che il vostro entusiasmo per le idee di abbattimento di una oppressione si sta trasformando nella preoccupazione di non interrompere il legame con la fonte, identificata come unica e incontestabile, delle decisioni da assumere, preoccupatevi.
Anche se questa volta sarà una "farsa". 
Il "terrore" avrà prevalso sullo spirito resistenziale e state correndo tangibilmente il rischio di cadere dal nobile perseguimento delle libertà democratiche al comodo ma raggelante terrore del "caro leader". Farsesco: il leader e il terrore
Interrogatevi su questa sensazione di sudditanza e rinuncia al pensiero criticamente autonomo: non è mai troppo presto per prevenirla e rimanere uomini liberi.   

martedì 23 aprile 2013

MUCCHETTI ALLA RISCOSSA. RODOTA' CHE FARA'?

Massimo Mucchetti è uno di quei giornalisti che ci hanno per anni proposto le loro analisi sull'economia e la politica del paese, indicando modi di salvare l'euro dalla speculazione dei mercati "cattivi" e per conservarlo "in modo costruttivo" aggredendo il "debito insostenibile"...per colpa nostra.
Uno di quelli che, però, aveva già cominciato a dare segni di "ravvedimento". Sentite questa intervista riportata dal Manifesto e data a "Italia Oggi" nel 2011, e ripresa da Roberto Ciccarelli:
"Stella&Rizzo hanno fallito
Questa è la tesi dell’ex vice direttore del Corriere della Sera Massimo Mucchetti esposta in un’intervista a italia oggi. I due giornalisti del Corriere, autori di un fortunato libro-denuncia contro la “Casta” dei politici e dei dipendenti, mostrarono gli sprechi intollerabili della pubblica amministrazione, prodotti da privilegi oggettivi di una élite. Quella denuncia diede la stura all’immenso risentimento popolare contro una determinata categoria della classe dirigente, scatenando un duplice processo. Il primo è politico:...Fu, quella,un’intuizione giornalistica penetrante dell’allora direttore, Paolo Mieli. Ma lo stesso Corriere e il sistema dei media nel suo complesso non sono riusciti a sfidare realmente la classe politica sul piano delle soluzioni.Quelle inchieste si accompagnavano a una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Montezemolo. Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla Casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il Movimento 5 Stelle. Che ora attacca politici e giornalisti.
Il secondo è sociale e ha investito un aspetto particolare, e ancora misconosciuto, del grillismo e in generale dell’organizzazione del lavoro in Italia. L’odio per la “Casta” ha generato il disprezzo contro chi lavora nel pubblico impiego. Se fa il medico, lavora all’università o nella scuola, in un ufficio avrà senz’altro truccato un concorso, vanterà una raccomandazione, ha truccato le carte penalizzando i “meritevoli”. Fa schifo, insomma.
Quando lo Stato è il più grande sfruttatore di precari
Come dimostrano i dati dell’Aran, la crescita del precariato nella pubblica amministrazione, e in particolare nei settori sensibili del Welfare, scuola e sanità, è avvenuta proprio negli anni in cui iniziava la campagna anti-casta. Insieme a questa crescita è avvenuta la contemporanea espulsione (dovuta principalmente ai pensionamenti) di oltre 200 mila persone. Il blocco del turnover non permetterà l’assunzione di nuovo personale, compresi i precari che attendono nel limbo una stabilizzazione impossibile.
Non solo dunque la virulenta campagna antiKasta si è ritorta contro i suoi autori, ma ha nascosto il processo di ridimensionamento del lavoro pubblico, in particolare nei settori che assicurano la riproduzione intellettuale, e la cura della persona. Insomma, direttamente o indirettamente, la guerra alla “Kasta” (cioè contro la discriminazione dei peggiori contro i migliori) ha alimentato il problema che voleva denunciare: il diritto e la libertà responsabile all’accesso ad un lavoro, nel pubblico o nel privato, in un mercato che è stato spogliato di ogni regola. A partire dallo Stato, il più grande sfruttatore di precari.
Sorpresa: l’Italia ha pochi dipendenti pubblici
Contrariamente a una delle leggende diffuse dai sostenitori dello «stato minimo», questi numeri dimostrano che l’Italia è sotto la media Ocse per numero di occupati nella pubblica amministrazione. Sono meno di quelli francesi, e lo si può capire, considerata le tradizioni dei nostri vicini d’Oltralpe. Ma, sorpresa, l’Italia si classifica sotto i paesi presi ad esempio dai sostenitori del neo-liberismo scatenato: gli Stati Uniti e la patria dell’Iron Lady Margaret Thatcher. Sotto di noi ci sono solo i «Pigs» Spagna e Portogallo e il nuovo «faro» della Germania.
Nessun problema, l’Italia la raggiungerà presto, anche grazie al rinvio dei pensionamenti voluti dalla riforma Fornero, il blocco delle nuove assunzioni e al mancato rinnovo degli interinali, tempi determinati e flessibili, già in atto da tempo. Secondo la Ragioneria generale dello Stato sono diminuiti di oltre il 26% negli ultimi 5 anni. Per l’Aran nel 2012 il calo sarà del 2,3% e continuerà nel 2013. Il risparmio sugli stipendi sarà notevole: nel 2011 la spesa è stata di 170 miliardi (-1,6% sul 2010). Nel 2012 è calata a 165,36 miliardi (-2,3%).
Siamo tornati al 1979
Anche nelle retribuzioni lo stato italiano viaggia a ritroso nel tempo. Oggi è tornato al 1979. E, purtroppo, non si fermerà.
I settori dove i tagli si sono fatti sentire di più sono quelli che garantiscono il Welfare, scuola e sanità, e poi gli enti locali e i ministeri.
Il processo è iniziato con l’ultimo governo Prodi, ma l’onda si è ingrossata rovesciando qualsiasi cosa davanti a sé quando Giulio Tremonti è tornato ad occupare la scrivania di Quinto Sella al ministero dell’Economia, spalleggiato da Renato Brunetta alla funzione pubblica e da Maria Stella Gelmini all’istruzione. Un concerto che ha posto le basi per i tagli del futuro che colpiranno in Lombardia (dove lavora il 25% dei dipendenti pubblici), il Trentino e il Lazio con il 19% e il 18% di dipendenti in eccesso. In Calabria gli uffici sono invece sotto organico del 23%.
Una controprova che l’austerità di Stato continuerà la offre il «rapporto Giarda» sulla spending review (a noi ben noto, ndr.).
Ci attendono nuovi tagli da 135,6 miliardi di euro sui beni e i servizi, 122,1 miliardi di retribuzioni nel pubblico, e un altro 5,2% a scuola e università che dal 2009 hanno già perso quasi 10 miliardi di euro. Sono previsti tagli del 33,1% alla spesa sanitaria, oltre a un’altra sforbiciata del 24,1% agli enti locali, già taglieggiati dal patto di stabilità interno.
Che fine fanno queste risorse finanziarie? Dovrebbero ripianare il debito, che però è aumentato nell’ultimo anno di 19 miliardi. È probabile che anche i prossimi tagli sulla pubblica amministrazione avranno lo stesso effetto. Questa è la regola dell’austerità: più tagli il debito (Monti l’ha fatto per 21 miliardi in 400 giorni), più il debito cresce a causa degli interessi pagati dallo Stato, mentre l’«efficienza» della spesa pubblica tagliata non migliora, deprimendo gli stipendi dei dipendenti (fermi al 2000 e in diminuzione dello 0,8% rispetto al 2011 e di un altro 0,5 e l’1% nel 2012). Nel privato, invece, sono aumentate del 2,1% negli ultimi 11 anni dove però l’Aran registra un calo dell’occupazione.
L’austerità è un circolo vizioso, anche se c’è chi ancora pensa di reinvestire i «risparmi» fatti sui ministeri e gli enti locali per finanziare il debito che la P.A. ha con le imprese".

Si tratta di cose qui ben note, che abbiamo aggiornato, proprio in risposta a livorosi interventi "grillini",  sia coi dati della Corte dei conti sull'andamento del costo del pubblico impiego, sia con l'analisi del contenuto del famoso studio Giarda.
Ovviamente, l'attacco all'austerity sia di Mucchetti che del "Manifesto", non menziona la parola "euro",: meno che mai in termini di "causa del problema".
Ma il ravvedimento di Mucchetti si sta sviluppando. Sentite qui:
"Non avendo fatto i conti con la propria storia, ex comunisti ed ex democristiani hanno accettato l'Europa di Maastricht che si andava costruendo attorno alla Germania. Hanno fatto propria la teoria del vincolo esterno che Guido Carli considerava essenziale, ma per costringerci alla virtù di Quintino Sella, non di Giuseppe Di Vittorio. Il divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia, che ha favorito l'esplosione del debito pubblico anziché contrastarla, si è ossificata nei Trattati europei sui quali si fonda la Bce, ma non se ne parla come si dovrebbe: con competenza e libertà di pensiero.
Shinzo Abe è oggettivamente più a sinistra della Cgil, ma nel Pd ancora ci si scontra pro e contro Blair.
L'Italia ha bisogno di una destra onestamente liberale e di una sinistra modernamente keynesiana - non importa ex di che cosa, meglio se nuova - che sappia leggere e far di conto, che conosca il mondo per esperienza diretta e non limiti le sue fonti ai giornali e ai blog, che sappia reinterpretare il debito pubblico e il debito privato, la monetizzazione e l`inflazione, le liberalizzazioni e la politica industriale, il Pil folle e quello sostenibile..."

Ora, il punto non è tanto che tutte queste belle cose, anche Mucchetti, poteva dirle prima: e neppure che a questo punto rischia di essere inascoltato dallo stesso PD che non focalizza questi problemi, proprio per la mancanza di "competenza e libertà di pensiero" che affligge, per la verità tutto il resto dell'attuale classe politica di ogni collocazione e, gravemente, lo stesso M5s, a trazione livoroso-antikasta.
Il punto, piuttosto, è che si opera ancora la scissione tra "vincolo esterno-austerità-tedeschi "prepotenti" (cosa che fino a ieri si negava), e €uro-costruzione in sè e per sè, chiarendo come essa sia stata la facciata "bella" della politica "brutta" che ora, e solo ora, si denuncia come tale.
Manca, per il ripensamento de "il debito pubblico e il debito privato, la monetizzazione e l`inflazione, le liberalizzazioni e la politica industriale, il Pil folle e quello sostenibile", proprio l'idea stessa dello Stato costituzionale, nazionale, redistributivo e pluriclasse, negata a partire dal divorzio, e ultimo baluardo agli attacchi "Von Hayek" delle oligarchie, manovrone e incorreggibili, (che hanno giocato la carta "Stella e Rizzo").

Il paradosso è che voci come quella di Rodotà a questo stesso baluardo costituzionale si richiamano: ma non sanno collegarlo all'€uro(pa) in sè, originaria, non quella "cattiva" del fiscal compact/pareggio di bilancio, ma quella dello SME, del divorzio, dell'Atto Unico e di Maastricht e della efficienza, delle privatizzazioni e liberalizzazioni, bancaria per prima.
E, ignorando Rodotà, a quanto pare, tutti gli annessi e connessi della "dottrina delle banche centrali indipendenti", finisce, per altra via, a fare la stessa scissione di Mucchetti.

Magari se giuristi e filosofi che sanno di economia come Mucchetti sapessero comunicare tra loro, forse si avrebbe una visione unitaria del problema: i diritti sociali e i principi fondamentali della Costituzione non sono scindibili dalla tutela del lavoro e questa non è scindibile dalla sovranità monetaria delle istituzioni democratiche.
Forse è un problema di rispettive forme di "precomprensione", cioè di approcci che anticipano, in base a erronei pregiudizi, il senso dei fatti e delle norme europee che dovrebbero interpretare. Ma allora basterebbe che si leggessero entrambi questo post e specialmente si vedessero i relativi links. E lo dico per fare un esempio di procedimento di "sblocco" della incompiutezza delle loro visioni: quello che importa, come momento ormai indispensabile, è la comunicazione tra pensiero economico e pensiero giuricico.
Ma temo che non sia così semplice: temo che il problema sia "politico". Il "loro".
Cioè: come facciamo ad ammettere che abbiamo sbagliato e appoggiato teorie politico-economiche di obiettiva restaurazione oligarchica, liberista e anti-lavoro, senza contestare i Ciampi, gli Amato, i Draghi, e tutto il direttorio di Bankitalia? Che abbiamo continuato a porgere l'€uropa all'opinione pubblica come una meravigliosa soluzione ai problemi che invece aveva irreversibilmente creato e che continua a creare?
Mi sa proprio che non si può.
Ne vedremo delle belle, perchè in qualche modo, comunque la mettano, dovranno cercare di uscirsene. E siamo solo all'inizio...

lunedì 22 aprile 2013

OSSERVATORIO PUD€-6 L'INVULNERABILE ESERCITO DI RISERVA DEL DEBITO PUBBLICO "BRUTTO"

Ora si tende a pensare ad Amato o a Enrico Letta.
E magari, non sorprendentemente a questo punto, alle difficoltà che persino questi nomi di esecutori super-PUD€ potrebbero incontrare, non tanto nella formazione di un governo, quanto nella sua tenuta.
Ma vedete il PUD€ non è un organismo democratico; per definizione.
E' un sistema di potere in cui un organo di amministrazione (estero)controllata - il Parlamento-, prende decisioni di cui non sa valutare il significato sociale ed economico, obbedendo ad assetti di cui conosce a malapena le linee generali divulgate; ed in cui un comitato esecutivo ristretto -il governo- si legittima in funzione del grado di "zelo" nell'attuare le politiche imposte dall'azionista di controllo della Holding Italia. Che di sicuro non è l'elettorato, cioè il "popolo" ex-sovrano. E quindi  anche laddove avesse una sua chiara volontà espressa, a norma di Costituzione, per aderire a un qualunque indirizzo politico che non fosse quello precostituito nei trattati, nei gruppi intergovernativi e nei think-tank UEM.
Quindi non conta tanto chi sia al governo. Quanto COSA pensino coloro che trasmettono al governo la volontà dell'UEM. Che viene poi trasformata in suprema volontà istituzionale.
Facciamo qualche esempio di ciò che conta veramente sapere, molto più che industriarsi a decodificare il sentire dell'elettorato (che rimane attestato, nella sua stragrande maggioranza sul sano principio autolesionistico: debitopubblicocastacorruzionebrutto, efficacemente alimentato, per ora, dalla grancassa mediatica di regime).
Conta sapere che Visco dica: "Non è spendendo allegramente che si torna a crescere. Si cresce se si eliminano vincoli di bilancio...La variabile fondamentale è il disavanzo, che è virtuoso", anche se non è quello imposto dalla lettera della Bce (una concessione ogni tanto bisogna farla purchè si arrivi all'obiettivo finale, ndr.). E questo dovrebbe spingere a una lettura "meno talebana" dell'austerity...La crisi è grave ma non è stata causata dalla correzione di bilancio. La stella polare è conti in ordine e vincoli di bilancio. Non si ricresce tornando a spendere allegramente, ma si cresce se si eliminano i vincoli alla crescita, che non sono legati solo al bilancio pubblico nominale..."
O che Saccomanni abbia detto (nome "caldo" per un prossimo governo): ''Per uscire dalla crisi bisogna ridurre il debito pubblico e privato, e questo, per definizione, richiede tempo e puo' avvenire solo in maniera graduale se si vuole evitare una recessione. I tempi e i modi del deleveraging vengono dettati dai mercati finanziari''. E qui quello che conta è deleveraging, cioè tutelare i creditori finanziari e non fare alcuna analisi sui vincoli di cambio e sui vincoli di bilancio: ignorando senza alcun dubbio o tentennamento gli effetti recessivi del moltiplicatore fiscale di "tagli e tasse". Come se vincoli di cambio, effetti procicici del deleveraging, o moltiplicatore fiscale, non esistessero: e questo fa capire le possibili politiche che ci attendono. Anche se proprio non sono all'impronta quelle della "lettera BCE"!
E quindi "deleveraging": cosa ci ricorda?
Un'altra "voce che conta": "In a recent paper (Padoan et al. 2012), we examine a possible set of policy actions in the pursuit of the ‘good equilibrium’, where debt is relatively low and stable and growth is sustained . We find that historically, on average for the OECD as a whole, the public debt ratio tends to 75% of GDP in a ‘good equilibrium’ whereas once a country breaches a 106% threshold it can no longer, on its own, escape from a ‘bad equilibrium’. The policy messages emerging from our exercise are clear".
Qui si tratta di "equilibrium" non viene affermato papale papale che con un debito sopra il 75% non si abbia "crescita"; ma qualcosa di simile vorrà implicare, sulla base delle un pò misteriose (nel caso) evidenze dell'OECD: forse non è la mancata crescita, visto che le politiche di riduzione di deficit e debito in funzione pro-ciclica portano dritti dritti all'ouput-gap. E alla recessione. Ma qualcosa di "brutto", legato al debito pubblico voleva certo dire. Diciamo: "debitopubblicobrutto".
Ma no! Mi correggo: se vediamo l'archivio del nostro "Osservatorio PUD€", voleva dire proprio che il debito ostacola la crescita! Specie se non si fa "deleveraging", come dice appunto Saccomanni. E "anfatti":
"Growth-enhancing policies must go hand in hand with appropriately paced fiscal consolidation. There are obvious reasons for this:
  • The extraordinary pre-crisis build-up of debt to largely unsustainable levels has left most Eurozone economies with the task of redressing imbalances and embarking on an unavoidable deleveraging. High debt permanently weakens economic growth."..
Ma insomma, noterete, che la bufala di Reinhart e Rogoff (sui quali, da non perdere l'articolo di oggi di Munchau sul FT, che esordisce: "Milton Friedman misfortune was that his policies had been tried"), appare molto più diffusa e tutt'ora "unquestioned" di quanto non si voglia fa passare oggi. E noterete soprattutto la tremenda omogeneità di pensiero tra "quelli che contano".
Quelli che nessuna folla metterà alla berlina, quelli che precostituiscono ogni possibile opzione della politica economica dei paesi UEM (ex) costituzional-democratici.
E poi magari passano da un organismo internazionale al governo, ovvero da Bankitalia al governo...o alla BCE, per continuare a sviluppare il "deleveraging" che è un modo elegantemente paludato per dire "deflazione salariale". 

Che è poi la politica economica che ingrossa festante "l'esercito di riserva dei disoccupati". Fingendo di volere la crescita...cioè abbattendo il debito.
Insomma, i defilati e super-influenti pensatori economici del PUD€ sono molto più fortunati di Milton Friedman: le loro politiche sono state provate, hanno miseramente fallito, sono stati persino smascherati gli errori della dimostrazione teorica delle stesse, ma si continua a perseguirle.
E l'impopolarità se la prendono gli "altri". La "casta". Almeno finchè non si siedono in un governo della Holding Italia:  ma anche allora non è detto.
In fondo, trovano sempre qualcuno che la butta in caciara (anzi, in molti, tanti quanti gravitano nella NMC-mediatica come "tecnici") e ripropone sodali della stessa schiera di pensiero; per ognuno che cade, tipo Monti, cento prenderanno il loro posto. Direttamente provenienti dal training bankitalia-G&S-OCSE-Bruegel Group e chi più ne ha più ne metta.


domenica 21 aprile 2013

DALLA PRESIDENZA PRODI AL GOVERNO "PRONI"...ANCORA DI PIU'

Che è la "prima della classe" nell'attuazione del modello mercantilistico-bancario franco-tedesco-a trazione bundesbank (ormai parlare di linea BCE è ridicolo, dopo questa notizia su "Euroclear e STEP", con buona pace della tigre di carta dell'irrealizzato OMT condizionale...fantasma di Draghi); e quindi "folleggia" nel distruggere la domanda interna nei consumi, dopo aver distrutto la nazionalità del sistema industriale.
IDE, IDE, IDE, saldo positivo in esportazione per la partita merci ma deficit prevalente nella partita "redditi" della bilancia dei pagamenti: con distribuzione della ricchezza verticistico-finanziaria.
Il tutto per realizzare il mito dell'area UEM esportatrice verso il resto del mondo, con deflazione salariale esasperata e a costo della stagnazione-recessione stabilizzate per 10 anni, secondo le espresse parole di Weidman (esattamente il cul de sac da cui i giapponesi cercano oggi di uscire, col QE reflazionista di Aso e Abe). Intensificando la risposta del resto del mondo, ormai chiara in sede di G20: gli altri svalutano e crescono e sono insofferenti ai Weidman, Schauble e Olli Rehn.
Ovviamente, questo intensificato credit crunch in compressione dei consumi, più il decantato modello Cipro, (prelievo patrimoniale sulla liquidità delle famiglie) ora appoggiato da Bankitalia per "fatti concludenti" ("non si torna a crescere con la spesa pubblica!"+ pareggio di bilancio=emergenza e prelievo! Visco dixit), più le inevitabili svendite degli assets pubblici, sono ormai chiaramente alle porte.
E considerate che Amato, probabile premier o ministro in arrivo, è dal 2010 "main consultant" di Deutschebank, che scrive (come mostra il link di cui sopra) i piani delle svendite italiane (e non solo) su carta intestata della Commissione UE. Ma poi se anche fosse Enrico Letta non cambia nulla.

Questo riassunto della prospettiva italiana è il risultato palese del voto di ieri.
E' chiaramente una tattica suicida per l'economia reale italiana (e europea). Gli USA rimarranno con le mani in mano?
Quando e come agiranno non è dato di sapere.
Ma la certezza dell'oggi è che siamo passati dalla "Presidenza Prodi" (che come giustamente fa notare Vittorio Banti poteva sconvolgere le intese verticistiche europee con una tardiva e rancorosa vena critica), al "governo proni"...ai desideri tedeschi.

sabato 20 aprile 2013

SUPER-PUD€ OMNIA VINCIT

In fondo sono tutti contenti: Schauble, Merkel, Weidman, "Olli", Floris,  l'anima de li...sognatori "loro".
E, in fondo in fondo, possiamo essere un pò contenti anche noi. Il 25 luglio può compiersi solo se ci sia "in sella" esattamente ciò che ha cominciato il ventennio
E almeno non ci saranno più le farse sul "rinegoziare in europa", il "cambiamento" delle politiche economiche per la crescita "sostenibile" nel "risanamento" e la priorità da attribuire al "lavoro" (le "convergenze parallele" in confronto sono un'esposizione di Cartesio fatta da Stendhal) .  
Twopacks e "modello Cipro" per tutti; e Alfano dentro, pronto a badogliare (visto che se si autodistruggono del tutto, appoggiando l'ennesima serie di "lovuolel'europa", poi neanche il "capo" potrà ottenere un perenne salvacondotto). Ne vedremo delle belle! Estote parati

venerdì 19 aprile 2013

CHE SORPRESA! STA ARRIVANDO IL 25 LUGLIO. L'IMMUTABILE DIREZIONE EURISTA DEI GOVERNI ITALIANI E L'ESTABLISHMENT USA

L'ipotesi frattalica consiste in una previsione, o predizione, non in una tesi su cosa si auspica che accada, Cioè nel prevedere non si prende posizione ideologica ma si registrano fattori causali concomitanti che indirizzano gli accadimenti.
Si suppone che certe "forme" nella natura fattuale della Storia umana si riproducano seguendo delle regolarità. Queste non sono esprimibili in misure matematiche: sarebbe troppo difficile per la impossibilità di stimare la misteriosa "intensità" del tempo nel prodursi non lineare degli eventi umani. Non di meno, tali regolarità seguono (in ipotesi, appunto) delle ciclicità, diseguali nell'apparenza ma informate  al disegno interno di una struttura costante. Ciò risponde, quantomeno, al principio intuitivo "La Storia si manifesta prima come tragedia e poi come farsa".

Ora mi rendo conto che il riferimento agli USA può turbare la consolidata e diffusa diffidenza che, sulla scia di una compatta tradizione che suole definirsi di sinistra, ma che spesso esaurisce proprio in ciò tale identità, fa della condanna del modello sociale ed economico degli USA un tipico caprio espiatorio dei nostri mali.
Corollari diffusi di questa ottica sono le facili conclusioni sul "tramonto" della potenza mondiale americana e sulla presunta volontà degli USa di avversare l'euro per il timore che esso si sostituisca al dollaro come valuta di riserva mondiale. Alberto Bagnai ha ampiamente dimostrato come ciò non abbia alcun fondamento e, anzi, contrasti coi fatti che vedono, finora, gli USA addirittura troppo inerti di fronte al'idea della stabilità europea che sarebbe garantita dalla moneta unica e dalla visione dell'UE come "Stati Uniti d'Europa in itinere".

Ma abbracciare queste realtà di fatto, che sarebbe ridicolo negare, non toglie nulla alla natura previsionale - e non di "giudizio di valore- dell'ipotesi frattalica.
Nonostante l'automatismo critico verso gli USA, riprecisiamo che la previsione rimane sempre quella:
1. la Germania mette a ferro e fuoco (in senso monetario e finanziario questa volta) l'Europa, in attuazione di un disegno ritenuto imperialista (mercantilistico) dallo stesso commissario europeo agli affari sociali, Andor, dalla stessa denuncia compiuta dal Belgio nei confronti delle politiche di dumping salariale tedesco, da De Grauwe, e dagli stessi economisti tedeschi più obiettivi e accorti (Bofinger e Flassbeck, per i "sognatori europei" che dubitassero del significato dell'azione tedesca in Europa).
2. Quindi, avendo certo la convenienza a non vedere il prolungamento della stagnazione della domanda nell'area economica più importante del pianeta, gli USA, impegnati nel risanamento della loro stessa economia contro gli eccessi della contrarietà pregressa alla spesa pubblica sociale e del deflazionismo pro-finanza, "intervengono" in Europa, nelle forme coerenti con la natura finanziaria ed economica del "conflitto europeo", per neutralizzare l'egemonia tedesca che si manifesta in esiti distruttivi.

Quindi il problema non è ideologico o morale; ma quello di capire se e come effettuare una previsione esatta.
Il modello USA, assunto come "via d'uscita" prevedibile, è quindi visto in un senso neutrale proprio della logica predittiva, un fattore da comprendere, non da "valutare" ricercando coerenza e giustizia altruistica sostanziali. Operazione che può, a livello di giudizio storico, tranquillamente essere compiuta pure rispetto alle precedenti occasioni dell'intervento USA in Europa in funzione anti-germanica.
Ma la Storia ricostruisce e, talvolta, può dare valutazioni, cercando di non deragliare dal suo intento ricostruttivo. Cioè sapendo che i giudizi di valore sono un rischio, perchè, a loro volta, storicizzabili insieme col superamento delle premesse ideologiche in base alle quali sono formulati.
Un'ipotesi predittiva, invece, è neutra per definizione: può essere sbagliata o meno, soffrire di vizi nella completezza o nell'intendimento dei suoi elementi di formulazione, ma, non implica alcuna valutazione, etica o ideologica. Se predico che la Juventus batterà il Crotone, ad es., non implico di essere tifoso della squadra vincitrice.

Ciò premesso, ci soffermiamo, a titolo esemplificativo, su un elemento di formulazione dell'ipotesi frattalica che ha un valore indiziario dello scenario in preparazione, nel tentativo di comprendere le dinamiche e trovare degli strumenti di verifica dell'esattezza dell'ipotesi stessa.
Allen Sinai è un economista "formato alla Scuola di Chicago" non un neo-Keynesiano come Stiglitz o Krugman. Considerato uno dei "più ascoltato al mondo". Ed è un consultant ("guru" di WS!) influente negli ambienti finanziari. Quindi la sua presa di posizione non è il salto in avanti di un "wannabe", che contrasti il pensiero economico dominante in USA. La sua posizione è molto "establishment". E non sempre azzecca le sue previsioni (essendo un monetarista, un neoclassico), talvolta invece sì.(parliamo della crisi sub-prime, previsione non del solo Roubini)
Ma in questa intervista su  "Il Messaggero" del 17 aprile, trapela come la via intrapresa da Obama e la sua visione della congiuntura mondiale vedano, su punti fondamentali, una unità di intenti tra Amministrazione presidenziale e gli stessi ambienti del business USA.
Egli ci dice, proprio che in Europa, invece, manca "la comunità di intenti".
"Il problema fondamentale dell'Europa continua a risiedere nella politica: da una parte l'incapacità di trovare punti di incontro tra gli interessi dei diversi paesi membri, dall'altra l'incapacità di molti tra loro di trovare un indirizzo per le scelte nazionali".
Rispondendo alla insinuazione che la mancata crescita in UEM sia imputabile al rallentamento della Cina, ci dice: "Sarebbe una follia pensare che è la Cina a influire negativamente sugli equilibri mondiali. La frenata cinese è in buona parte una scelta strategica del governo, che era preoccupato del passo precipitoso della crescita..."
Sulla situazione mondiale che vede BRICS lanciati verso la crescita, gli USA in tenue ripresa e l'UE che sprofonda, precisa: "I numeri sono sotto gli occhi di tutti. Il fatto è che non possiamo permetterci un sistema a marce differenziate, perchè siamo utti connessi gli uni agli altri. Se l'Europa affonda, gli USa non saranno più in grado di sostenere la propria crescita e presto saremo anche noi nei guai."
E indica le misure più urgenti in chiave UEM:
"C'è un'emergenza Italia; lo sappiamo da tempo ma di fronte a questi dati non ci si può più nascondere (altro che endorsement neo-classico al governo Monti! ndr.).
Fino a quando non sapremo se il vostro paese avrà un governo (e non basta, ndr.) e quale direzione intenderà prendere per uscire dalla crisi, non ci saranno i presupposti per disporre una strategia comune in Europa...Poi verrà il turno della Germania di consentire finalmente a politiche di distensione del credito..."
Tradotto con meno diplomazia: non basta avere un governo italiano se questo non prende una decisione sulla fine della insensata austerità, andando a richiederla in sede Europea e costringendo i tedeschi a mutare l'atteggiamento del creditore intransigente (e ipocrita). Il mutamento di politica deve essere in senso anticiclico, finendola con la frottola dell'austerità espansiva che i tedeschi impongono senza incontrare vera resistenza. E con una non nascosta responsabilità dei governi italiani.
In conclusione, a chiunque si illudesse che ciò sia l'ennesimo auspicio sulla possibilità di far ragionare i tedeschi, nel quadro attuale dei trattati e delle politiche UEM, aggiunge "Ogni giorno che passa divento più pessimista. Una risposta autorevole (sulla presa di posizione anti-austerità italiana, ndr.) a questo punto dovrebbe arrivare dalla vostra banca centrale (!) con un'immissione massiccia di liquidità. Ma Draghi e il suo istituto sembrano defilati, incapaci dell'alzata di testa che ci si aspetterebbe...I dati del FMI (sulla misura della recessione UEM) potrebbero rivelarsi a breve termine eccessivamente ottimisti".

Questo per capire come, mentre l'OCSE insiste nella sua linea intransigente a sostegno delle politiche della commissione UE-bundesbank, gli USA, dal loro punto di osservazione, hanno perso la speranza nella ragionevolezza e nella capacità dell'UEM di cambiare rotta.
E siccome esplicitamente ciò li pone a rischio di "finire nei guai", non rimarranno (politicamente e per quanto in loro potere) con le mani in mano.
L'UEM è un problema mondiale; l'Italia ne è una delle chiavi di volta.
Gli USA eplicitano la loro perplessità sull'atteggiamento italiano e ne disapprovano la prosecuzione.
Solo la stampa italiana non pare trarre le conclusioni da queste significative prese di posizioni. Fino a quando non capiterà che un intervento USA si manifesterà a contraddire la litania che la crisi è dovuta al debito pubblico e alla spesa pubblica eccessivi.
Ma quando accadrà si stupiranno? Come accade il 25 luglio 1943 (dopo lo sbarco in Sicilia, una sopresa solo all'interno di un'opinione pubblica manipolata)?
Ecco, questo è il nocciolo dell'ipotesi frattalica.