giovedì 20 giugno 2013

ISTRUZIONE, OPINIONE PUBBLICA E CONTROLLO DEMOCRATICO. LA COSTITUZIONE DIMENTICATA



Questo post di Sofia, vibrante di passione civile, si colloca nel solco di molte cose che abbiamo già detto su questo blog. In particolare dà continuità al discorso contenuto nel post di Cesare Pozzi, laddove si accenna al problema che pone la funzione di produttività comunemente accettata e che diviene il perno centrale della pressione dei decidenti a far accettare le attuali politiche:
"Infatti, se non ci sono distorsioni nei prezzi ed è quindi verificata l’ipotesi di mercati dei fattori produttivi perfettamente concorrenziali, (essa funzione, ndr.) descrive la capacità di sfruttare il trasferimento delle conoscenze, che si generano esogenamente nel mondo, in modo da produrre un miglioramento. È solo se si diffonde una percezione collettiva di una modificazione vantaggiosa che il sapere che si accumula esogenamente rispetto al sistema economico si traduce in un cambiamento effettivo che modifica la precedente configurazione di equilibrio".
Questo ordine di problemi, come vedrete, nel post è trattato nella sua necessaria proiezione pre-economica, cioè di modello sociale-normativo antecedente alla capacità descrittiva di ogni funzione econometrica.
Tale insopprimibile realtà, come ci indica lo stesso Cesare, è una precondizione del tutto trascurata nel discorso neo-classico liberistico, e ciò ci rinvia alla ormai difficilissima proposizione del tema nei suoi termini corretti (nel contesto ormai dominante del "più Europa"):
"Ipotizzando un indicatore che misuri il rapporto tra competenze e costo della vita, se esistono aree produttive con rapporti più alti si genera una forte pressione sul costo del lavoro per unità prodotta che viene spacciata erroneamente per innovazione di processo, mentre nulla si è in concreto in grado di dire in questo senso in quanto due modelli culturali diversi, che esprimono due diverse “aree di “offerta” non consentono confronti perché tra loro sono incommensurabili...
...La rappresentazione neoclassica della produttività alimenta facilmente l’equivoco consentendo di proporre confronti tra valori diversi di produttività del lavoro sulle “aree comuni di mercato” anziché sulle “aree comuni di offerta” che prescindono da un’analisi delle conseguenze effettive dei percorsi normativi che se ne ricavano."
E "l'area comune di offerta" coincide inevitabilmente con lo Stato nazionale, unico luogo storicamente possibile di effettività dei diritti fondamentali, la cui caratterizzazione come modello normativo risale al "patto fondamentale" contenuto nelle Costituzioni, che, a loro volta, costituiscono, o almeno dovrebbero costituire, il punto di condensazione della base e dell'evoluzione culturali volute compattamente dalla comunità. Almeno finchè non gli viene sottratta persino la memoria di questa volontà popolare sovrana.


Diritto costituzionale all’istruzione: violazione ed effetti sul controllo democratico e sulla funzione dell'opinione pubblica.

Il diritto all’istruzione viene garantito dalla costituzione sotto diversi aspetti:
— la libertà di insegnamento (art. 33, comma 1 Cost.);
— la presenza di scuole statali per tutti i tipi, ordini e gradi di istruzione (art. 33, comma 2 Cost.);
— il libero accesso all’istruzione scolastica, senza alcuna discriminazione (art. 34, comma 1 Cost.);
— l’obbligatorietà e gratuità dell’istruzione dell’obbligo (art. 34, comma 2 Cost.);
— il riconoscimento del diritto allo studio anche a coloro che sono privi di mezzi, purché capaci e meritevoli mediante borse di studio, assegni ed altre provvidenze da attribuirsi per concorso (art. 34, comma 3 Cost.);
— l’ammissione, per esami, ai vari gradi dell’istruzione scolastica e dell’abilitazione professionale (art. 33, comma 5 Cost.);
— la libera istituzione di scuole da parte di enti o privati (art. 33, comma 3 Cost.);
— la parificazione delle scuole private a quelle statali, quanto agli effetti legali e al riconoscimento professionale del titolo di studio (art. 33, comma 4 Cost.).
E sotto gli occhi di tutti come la crisi economico-finanziaria, attraverso tagli alla spesa pubblica, abbia influito in maniera incisiva proprio sul settore scolastico.
Ovviamente i tagli sono sempre stati giustificati dalla necessità di dover ridurre l’inefficienza dello Stato, gli sprechi e quindi il debito pubblico, migliorare il sistema scolastico con l’introduzione di regole meritocratiche. Ma alla prova dei fatti emerge che si tratta solo di slogan di facciata.
Sembrerebbe non essere un caso che i tagli più importanti siano stati fatti nel settore scolastico: per verificare la "non casualità" limitiamoci ad analizzare gli effetti di questi tagli.
Innanzitutto vediamo, come sempre, prima i numeri.
Ma la stessa politica è stata seguita dal governo Monti con 300 milioni di euro di tagli nell'ultima legge di stabilità che ha messo a rischio la sopravvivenza di 20 atenei.
Tra il 2007 e il 2011, in Italia, il solo personale docente tagliato nelle scuole è stato di 87.000 unità, a cui si aggiungono 35.000 di personale ATA.
Il numero degli insegnanti è calato dell'11,1%, mentre in Germania è aumentato del 13%, in Finlandia del 12,9%, in Svezia del 21,9%. Le loro retribuzioni sono state congelate o ridotte in 11 paesi, e il nostro paese mantiene un solido primato negativo. Peggio hanno fatto solo la Grecia (dove il taglio all'istruzione è stato del 20%) e la Slovacchia (15%). Il taglio degli insegnanti, e quello ai bilanci, ha prodotto la chiusura o l'accorpamento di scuole, come dei corsi di laurea per ragioni meramente di bilancio, non per l'efficienza propagandata. 
A confermarlo è un recentissimo studio della Commissione europea che rivela che tra i 27 il nostro è il Paese che ha ridotto di più i bilanci del settore: -10,4% tra il 2010 e il 2012.
Sarà per lo scalpore prodotto da questo studio che, forse, il governo italiano ha cancellato tagli all'Istruzione, all'Università e alla Ricerca che sarebbero partiti fra due anni, nel 2015.
Secondo quanto emerge da uno studio pubblicato da Eurostat che compara la spesa pubblica nel 2011, l'Italia è all'ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura (1,1% a fronte del 2,2% dell'Ue a 27) e al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, per percentuale di spesa in istruzione (l'8,5% a fronte del 10,9% dell'Ue a 27).
Non è difficile immaginare gli effetti di questi tagli sui diritti elencati dalla Costituzione (su visti): che peso può avere la libertà di insegnamento a fronte di eserciti di insegnanti sempre più precarizzati e demotivati (in base alle rilevazioni del Miur i precari sono trecentomila, continuamente si discute di tagli/blocchi degli stipendi e da ultimo del blocco degli scatti di anzianità)? Quando hanno provveduto a nuovi tagli di risorse che hanno comportato la chiusura di molti istituti (o il doversi rivolgere a istituti privati), i nostri politici si sono forse ricordati che la Costituzione garantisce il libero accesso all’istruzione scolastica? La presenza di scuole statali per tutti i tipi, ordini e gradi di istruzione? E che l’istruzione dell’obbligo è, appunto, obbligatoria e gratuita?
I tagli che hanno comportato la impossibilità di corrispondere le borse di studio come si conciliano con il diritto costituzionale (di cui all’art. 34 comma 3) allo studio anche per coloro che sono privi di mezzi  (nel 2012 145.000 studenti non si sono visti corrispondere le borse di studio). Il concorso tenutosi quest’anno per l’assunzione di insegnanti è avvenuto a dieci anni di distanza dall’ultimo; come si concilia questa modalità di impiego a fronte del diritto di cui all’art. 33, comma 5 Cost. e dell’utilizzo degli insegnanti prevalentemente con l’istituto delle supplenze?
Come se non bastasse, da Bruxelles, il commissario europeo responsabile per l’istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù, Androulla Vassiliou, ha affermato, alludendo all’Italia, che un paese che non investe nella modernizzazione dell’istruzione e delle abilità, che non rende i giovani competitivi rispetto ai più agguerriti concorrenti stranieri, è incapace di risolvere i problemi legati alla disoccupazione giovanile e quindi di promuovere la crescita economica nazionale (e ce lo doveva dire lui! Oltre al danno pure la beffa!). 
Il fatto è che, per quanto sia ridicolo sentire la predica proprio da Bruxelles, Vassiliou ha ragione.
Gli effetti immediati su bambini, adolescenti e uomini (oltre agli effetti economici sulle famiglie), di una scuola che non è più in grado di offrire un servizio (il più importante di tutti, forse, insieme alla sanità) di qualità, sono sotto gli occhi di tutti: bambini e ragazzi che da giugno (periodo in cui le scuole pubbliche chiudono perché non hanno soldi per prolungare attività aggiuntive per il periodo estivo) sono riversati dai nonni o dalle baby-sitter, attività pomeridiane pressoché inesistenti per tutto l’anno, mancanza o scarsità di corsi di musica, o d’arte, o sportivi che riversano i ragazzi nelle strade e nelle piazze; insegnanti sempre più demotivati, programmi scolastici orientati a trasmettere le cognizioni minime necessarie anziché a formare uomini con una capacità critica e di ragionamento che, partendo dal contesto storico di provenienza è capace di proiettarsi alla realtà economico-politico-sociale del momento.
A dirla tutta, gli effetti sono molto più gravi di quanto si tende a pensare, toccano molteplici aspetti dello sviluppo formativo e culturale dell’individuo e finiscono per avere ripercussioni sulla sfera sociale, politica, economica degli stessi e dell’intera comunità a cui quell’individuo appartiene. E ci vogliono decenni per rimuovere le conseguenze negative dovute ad una istruzione di carente qualità.
Sono stati, ad esempio, evidenziati gli inevitabili effetti dell’istruzione (o piuttosto della mancanza di istruzione) sulla formazione o sullo sviluppo dell’opinione pubblica (effetti che erano già noti a partire dall’età moderna, epoca in tutti gli stati nazionali decisero di mettere in campo grandi risorse per finanziare la scuola). 
Opinione pubblica intesa come insieme di attitudini, convinzioni, giudizi, conoscenze, nozioni della popolazione e la cui importanza diventa cruciale in modo particolare quando tutto questo bagaglio di conoscenze serve ad esercitare i propri diritti (tra cui quello di voto), a farli rispettare (soprattutto quelli fondamentali).
Una interessante analisi è stata condotta, tra gli altri, da Maurizio Lichtner ("Soggetti, percorsi, complessitá sociale", La Nuova Italia 1990) che a sua volta richiama teorie di Habermas, Dewey ed Heller i quali partivano proprio dall'evidenza che è l’ignoranza la causa della inefficacia dell’opinione pubblica nella sua essenziale funzione di controllo democratico sull'operato dei governi.
Dewey sosteneva che mediante l'educazione si può promuovere e sviluppare una intelligenza sociale (non l'intelligenza come possesso individuale, quindi), la capacità di confronto, di discussione, di proposta, capace di dirigere il cambiamento. Questa opinione pubblica illuminata va costruita e ci vuole, quindi, un impegno educativo continuativo.
Perché al problema dell’istruzione se ne aggiungono altri, che comunque non sono altro che una ulteriore e diretta conseguenza della mancanza di istruzione stessa.
Ad esempio manca lo spazio pubblico di discussione sui problemi generali (non solo nelle scuole, quindi), perché  l'opinione pubblica é diventata (anch’essa) una finzione giuridica, una facciata del tutto formale di legittimazione di poteri di fatto oligarchici e sempre più autorefenziali, con i quali, quindi, è difficile pensare di partecipare e fornire competenza, conoscenza, metodo.
Fuori dal quadro istituzionale politico, l'opinione pubblica si trasforma nell'opinione di massa e ciò che si pensa in questi ambiti é irrilevante politicamente o non ha incidenza politica proprio perché è la realtà di opinioni che non sono frutto di riflessione e discussione. Ma se non hanno la pretesa di valere razionalmente, se non rinviano a un retroterra di riflessioni informate, le opinioni non hanno neppure un riferimento all'individuo; non ci sono più opinioni individuali e l'opinione pubblica quindi non é più concepibile come "insieme di opinioni individuali", svincolata come è da un livello minimo di cultura critica autonomamente esercitabile.
Sono assumibili come reali solo i processi di gruppo, é reale solo l'opinione che all'interno di un gruppo, senza che i singoli ne siano neppure consapevoli, si afferma come opinione dominante.
La formazione dell’opinione pubblica nel bar, nella strada, nella piazza, o anche nei meet-up telematici o nei social network, anziché all'interno di un sistema di istruzione e formazione pubblica, vincolato alla imparzialità (art.97 Cost.) ed alla libertà (art.33 Cost.) sancite dalla Costituzione (art.97 Cost.), ha maggiori probabilità di portare a questo: a opinioni informali, luoghi comuni indiscussi, espressione di una cultura inconsciamente condivisa e  frutto di un processo di apprendimento passivamente riassunto in slogan, totalmente privo di autonoma riflessione razionale, basata cioè sulla diretta capacità di conoscere e valutare i fatti assunti nella loro effettiva rilevanza: un processo, come tale, artificiale,  che dipende dai gruppi di cui si é parte, dalla staticità del loro livello di formazione-informazione, con opinioni formulate in serie, e corollari incapaci di evolvere i postulati, data la chiusura, abilmente indotta dal sistema mediatico, alla inoculazione di nuove informazioni che alterino il rassicurante quadro semplificato che li ispira.

Opinioni che conseguentemente e difficilmente si trasformano in volontà di intervento aderente alla realtà effettuale, e non danno luogo ad alcuna soggettività politica capace di correggere problemi che non sono, in concreto, neppure percepiti nella loro dimensione reale. Quanto piuttosto costantemente "virtualizzati" , se non contraffatti, da sintesi mediatiche, offerte sulla base di condizionamenti che non si è in grado di riconoscere, e la cui creazione e portata suggestiva sfugge alla massa di coloro che li assimilano.
Anzi, tali opinioni, proprio perché maturate senza la necessaria conoscenza delle reali ragioni che hanno determinato gli avvenimenti, finiscono per essere un ulteriore strumento di distorsione del sistema:  di queste opinioni si tiene conto mediante i sondaggi diventando, in un processo di ulteriore sintesi preorientata dal potere stesso di formulare i quesitioggetto di analisi manipolatorie.

Proprio perché non vi é alcuna discussione pubblica svolgibile sulla base di adeguate capacità cognitive e ricognitive della selezione e della rilevanza razionale dei fatti proposti al pubblico, con i sondaggi si fa emergere quel che si vuole e se ne fa l'uso che si vuole; atteggiamenti, preferenze, opinioni, sono certamente politici ma solo in quanto abbiano qualche rilievo per l'esercizio delle funzioni amministrative e di governo.
Solo che tale "rilievo" si risolve in una legittimazione che finisce per ratificare inevitabilmente l'assetto preorientato e pianificato da coloro che controllano l'assetto mediatico e, in definitiva, i suoi riflessi sul consenso di cui possono godere i governanti.

Il processo di preorientamento, consentito dalla mancanza di difese cognitive e critiche di un'opinione pubblica depauperata del livello essenziale della prestazione "formativa" (artt.33 e 117, comma 2, lett. m) Cost.), svincola in ultima analisi i "decidenti" dallo stesso senso profondo del vincolo elettorale, espressione principale della democrazia.
A tutto ciò aggiungiamo la collaborazione non ufficiale tra i vari livelli di governo (nonchè i rami dell'amministrazione che ne costituirebbe l'apparato imparziale e votato alla buona amministrazione) e associazioni e "formazioni"private, a origine e legittimazione incontrollate e, in definitiva incontrollabili, con il regolare trasferimento di compiti della prima alla competenza della seconda.
Tutto ciò, in omaggio alla cultura (...?) "europea" della inefficienza-inidoneità dello Stato, sancita a livello istituzionale nell'art.5 del trattato UE , viene denominato "sussidiarietà orizzontale": che è ispirata al principio che la stessa legittimazione di ogni forma di cura dell'interesse generale da parte dell'organizzazione pubblica, cioè comune a tutti i cittadini, è "limitata a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei trattati", che,i n un irresistibile processo riduzionistico, sono ormai esclusivametne sovrastati da "forte competizione" sul mercato e stabilità dei prezzi.
Una compenetrazione che richiede, ad entrambi, un grosso lavoro quanto ad iniziative propagandistiche, pubblicitarie, pubblicistiche, di cattura del consenso e di manipolazione intenzionale dell'opinione pubblica.

Non esiste più, in questa alterazione del dettato costituzionale, soggetto ad una tacita e inavvertita abrogazione, una sfera pubblica come luogo di confronto razionale, dove possono essere attuate forme ragionevoli di deliberazione, ma la conciliazione degli interessi é frutto di mera contrattazione e continua negoziazione informalizzate e sotterranee, in cui le posizioni di forza contrattuale sfuggono ai più.

Anche i partiti, che si mostrano come la rappresentanza di interessi di gruppi sociali, in realtà, di fronte ad una opinione pubblica sempre meno consapevole e matura, quando si rivolgono al pubblico hanno solo lo scopo di influenzare il comportamento elettorale, confidando nella precostituzione mediatica, e quindi da parte dei gruppi di interesse economicamente dominanti, dei termini di ogni questione che si decida di proporre come pubblica priorità; quindi  non sollecitano in effetti una discussione, non tentano di costruire una opinione razionale, accelerando e sfruttando l'onda di un mainstream di pensiero concepito e diffuso al di fuori di ogni processo democratico di base. Quello che chiedono non é un consenso razionale ma una "acclamazione" o una "benevola passivitá", un consenso che si incaricano di gestire trasformandolo in "pressione politica".
Da qui il ruolo fondamentale dell’istruzione.
Occorre uno spazio specifico pre-politico, che non può essere neppure il privato individuale dove l'autonomia é apparente e dove é prevalente il peso degli interessi fuori di ogni confronto e possibilità di superamento.
Questo spazio é l'educazione (intesa come attività educativa e auto educativa), dove si indirizzano i singoli cittadini ad essere capaci di opinioni critiche, a formare autonomamente, "intenzionalmente" sul piano della conquista individuale, la loro opinione, a ricevere le necessarie nozioni, le competenze, le capacita di elaborazione e che hanno adeguate occasioni di "lavoro su di se", di confronto, di discussione e, partendo da punti di vista unilaterali diventano capaci gradualmente di elaborare ed esprimere una opinione razionale. Perché solo in questo modo vi saranno maggiori possibilità che le opinioni di massa, manipolative, che circolano sulla stampa, nei media, negli apparati di partito, non prendano il sopravvento sull’opinione pubblica, quella dei  cittadini consapevoli del loro status sociale, dei loro diritti e dei loro doveri, dotati di coscienza civile e partecipi, anche se soltanto come spettatori, del dibattito politico in corso.
I tagli all’istruzione, quindi, non solo hanno come effetto immediato il mancato o l’incompleto godimento dei diritti fondamentali che si sono visti, ma determinano un profondo cambiamento culturale per cui all’opinione pubblica (che, comunque, nelle sue radici di confronto all'interno della polìs, dovrebbe tendere all’argomentazione razionale) si sostituisce sempre di più l’opinione di massa che si alimenta della suggestione, della demagogia, dell’esteriorità, dell’irrazionalità, un’opinione disgregata, assente dalla sfera pubblica, prigioniera del suo particolare, spesso non in grado neanche di esprimere istanze corporative e tanto meno di far valere le sue ragioni mobilitandosi, capace di manifestare la sua esistenza solo come forza passiva solo nei sondaggi e nei rilevamenti dell’audience, strumenti peraltro manipolabili.
Questo è, appunto, uno degli effetti prodotti dalla politica iniziata con l’adesione allo SME: l’asservimento dello Stato alla Comunità Europea e poi all'UE, limitazioni ingiustificate della sovranità, impoverimento dei propri cittadini, limitazione soppressione di diritti fondamentali.
Più di tutti la disseminazione di un'ostilità preconcetta verso lo Stato e le sue funzioni pubbliche, rimuovendone l'origine costituzionale e il processo di sofferta conquista del potere decisionale del popolo sovrano che ne è alla base.  

mercoledì 19 giugno 2013

PRESSIONE FISCALE EFFETTIVA E INCOMPRENSIONE "INFETTIVA"

Lascio alle vostre riflessioni questo comunicato stampa del Ministero dell'Economia sull'andamento delle entrate erariali (cioè del solo Stato, escluse regioni ed enti locali), arrivate a 423,903 miliardi: dati che coinvolgono il "come" si calcola la recessione e il "quanto" la caduta della domanda vanifichi le previsioni di entrata in modo inesorabile e agevolmente prevedibile. Senza dimenticare di quanto, altrettanto puntualmente, influisca il moltiplicatore.
Da notare la caduta del gettito dell'IVA, sebbene con aliquota aumentata due volte nel periodo considerato: sulla possibilità di recuperare un carico di evasione a tale titolo per ben 46 miliardi, come evidenzia, or ora, la Corte dei conti, abbiamo già esaminato un "semplice" e arcinoto sistema.
Che non vorranno mai adottare, anche se (e forse proprio perchè) consentirebbe di riequilibrare il carico fiscale sul lavoro, facendo emergere i volumi d'affari reali e dando luogo a una misura di nuove entrate indirette che consentirebbe di avere le risorse per diminuire le aliquote sul reddito (si tratterebbe di entrate relative a IVA che voi, ogni giorno, avete già pagato, e senza biosgno di innalzare l'aliquota).
Ovviamente sul reddito di tutti, neppure solo dei lavoratori dipendenti e pensionati.
Da notare che, nonostante il luogocomunismo dei livorosi, che il gettito da ritenute del pubblico impiego è rimasto, in termini nominali, sostanzialmente invariato, segno che la drastica riduzione dei salari reali e il blocco contrattuale, protratto fino al 2014, stanno dando i loro effetti (tramutandosi, già quest'anno, in caduta nominale dei relativi redditi per effetto dei tagli a varie voci retributive).
Sempre dalla Corte dei conti, il ricalcolo delle pressione fiscale complessiva (cioè non solo erariale) effettiva ("....attualmente la pressione fiscale effettiva "si è impennata fino al 53%", dieci punti percentuali più su rispetto a "quella apparente"), giunta appunto al 53%, contro il 52% dello scorso anno, indicatore utilizzato qui per calcolare gli effetti sul deficit annuale della recessione...provocata da pressione fiscale aggiuntiva e, ancor più, dai tanto invocati tagli della spesa.
Calcoli perfettamente confermati da OCSE, FMI e Istat. Nonostante le "strane" titubanze di Bankitalia. A voi lettura e deduzioni all'insegna di "elementare Watson". Quanto ci manca un vero Sherlock!:

"È disponibile sul sito del Dipartimento delle Finanze (www.finanze.gov.it) il Bollettino delle entrate tributarie per il periodo gennaio-dicembre 2012, corredato dalle appendici statistiche e dalla guida normativa, che fornisce l'analisi puntuale dell'andamento delle entrate tributarie, e la relativa Nota tecnica che illustra in sintesi i principali contenuti del documento.
Nel 2012 le entrate tributarie erariali, accertate in base al criterio della competenza giuridica, si sono attestate a 423.903 milioni di euro facendo registrare una crescita del 2,8% (pari a +11.697 milioni di euro) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Le entrate tributarie erariali mostrano una crescita tendenziale ancora più sostenuta, pari al 3,2%, se, ai fini di un confronto omogeneo, il risultato è calcolato al netto dell'imposta sostitutiva sul leasing immobiliare una tantum registrata nel mese di aprile 2011.
Il contributo più importante al risultato positivo delle entrate erariali viene dalle imposte dirette che hanno chiuso il  2012 con +10.686 milioni di euro rispetto al 2011 pari a +4,9% per un ammontare complessivo di 228.776 milioni di euro.
Le imposte indirette si sono, invece, attestate sostanzialmente allo stesso livello del 2011 (+1.011 milioni di euro rispetto al 2011 pari a + 0,5%) per un ammontare complessivo di 195.127 milioni di euro. Al netto dell'una tantum sul leasing immobiliare, le imposte indirette sono cresciute di 2.270 milioni di euro pari a +1,2%. Come segue, in dettaglio.
Il gettito IRPEF nel 2012 è cresciuto dell'1,1%  (+1.865 milioni di euro),  per effetto dell'andamento positivo delle ritenute sui redditi dei lavoratori dipendenti privati (+2,4%) e dell'autoliquidazione (+5,8%) a fronte della sostanziale stabilità delle ritenute sui redditi dei dipendenti pubblici e sui redditi da pensione (+0,1%) e del calo delle ritenute d'acconto sui redditi dei lavoratori autonomi (-4,5%) che risentono degli effetti della congiuntura negativa.
Il gettito IRES ha mostrato nel 2012 una variazione tendenziale positiva dell'1,9% (+679 milioni di euro).
Sul risultato hanno influito le modifiche introdotte dal D.L. n. 138/2011 alla c.d. "Robin Tax" (addizionale Ires nel settore energetico; imposta rimessa alla Corte costituzionale per evidente difetto di...capacità contributiva differenziata e puntualmente e diffusamente traslata sui consumatori finali ndr.) che hanno, tra l'altro, ridotto la soglia di imposizione (da 25 a 10 milioni di euro) ed aumentato l'aliquota dal 6,5% al 10%.
L'imposta municipale (IMU), relativamente alla sola quota riservata allo Stato, ha fatto registrare nel corso del 2012 un gettito di 8.007 milioni di euro.
Tra le altre imposte dirette si registra un significativo incremento dell'imposta sui redditi di natura finanziaria (+46,8%, pari a +3.580 milioni di euro) influenzata da diversi fattori di carattere tecnico-normativo e, in particolare, dalla riforma del regime di tassazione delle rendite finanziarie che ha previsto il passaggio dalle previgenti aliquote del 12,5% e del 27% all'aliquota unica del 20%.
Il gettito IVA ha registrato complessivamente una flessione dell'1,9% (-2.232 milioni di euro) che riflette l'andamento negativo del prelievo sulle importazioni (-6,1%) e di quello sugli scambi interni (-1,2%) a seguito dell'andamento negativo del ciclo economico e della stagnazione della domanda interna nel corso del 2012.
In crescita l'imposta di bollo che registra un incremento dell'11,2% (+622 milioni di euro) dovuto alle modifiche normative apportate con i provvedimenti della seconda metà del 2011 alle tariffe di bollo applicabili su conti correnti, strumenti di pagamento, titoli e prodotti finanziari, nonché al versamento del "bollo speciale" per le attività finanziarie scudate.
Positivo l'andamento del gettito dell'imposta sugli oli minerali (+23,9% pari a +4.954 milioni di euro) sostenuto dagli aumenti delle aliquote di accisa disposti dal D.L. 98/2011 e dal D.L. 201/2011, nonché da misure varate per fronteggiare gli effetti degli eventi sismici che hanno interessato i territori di alcune province di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto.
Il gettito dell' imposta di consumo sul gas metano ha segnato nel 2012 una flessione del 13,5% (pari a -642 milioni di euro) a causa del meccanismo di versamento dell'imposta e del calcolo del conguaglio sui consumi dell'anno precedente.
A seguito di modifiche normative si registra l'aumento del gettito dell'imposta sull'energia elettrica (+ 114,1%  pari a +1.480 milioni di euro). Dal 2012 le entrate derivanti dalle addizionali relative all'imposta sull'energia elettrica non affluiscono più ai Comuni delle Regioni a statuto ordinario ed alle Province ma viene attribuito al bilancio dello Stato attraverso il corrispondente aumento dell'accisa erariale.
Infine, il 2012 chiude con un risultato positivo degli incassi da ruoli relativi ad attività di accertamento e controllo che hanno generato incassi per 7.746 milioni di euro, facendo registrare un incremento dell'1,1% (piuttosto deboluccio in verità, vero Monti? ndr.)rispetto al 2011 (pari a +82 milioni di euro).
Le entrate relative ai giochi hanno fatto registrare una riduzione complessiva del 6,2% (-862 milioni di euro), tra queste si segnala la riduzione dei proventi del lotto (-8,6% pari a -589 milioni di euro) e  l'incremento del gettito delle lotterie istantanee (+11,2% pari a +149 milioni di euro).
La crescita delle entrate tributarie rispetto al 2011 è ascrivibile agli effetti delle principali misure correttive adottate a partire dalla seconda metà del 2011 che hanno contribuito sul risultato del 2012 per oltre 21 miliardi di euro (IMU quota erario, aumento aliquota ordinaria IVA, aumento accise, modifiche tassazione rendite finanziarie, aumento addizionale IRES settore energetico, ecc.). Al netto del gettito acquisito per effetto di tali misure, il risultato del 2012 sarebbe stato inferiore a quello del 2011 di circa il 2,5 per cento sostanzialmente in linea con il peggioramento del quadro congiunturale."

martedì 18 giugno 2013

PRODUTTIVITA', FALSO MITO DELLA CONCORRENZA PERFETTA E TRASMISSIONE DELLE "CONOSCENZE"

Riceviamo e stra-volentieri pubblichiamo questo intervento (primo di una serie, auspichiamo) del prof.Cesare Pozzi. Che ci introduce a una serie di temi che partono dall'analisi della produttività, e quindi tipici dell'economia industriale, ma che si allargano alla considerazione di aspetti sistemici della realtà sociale e istituzionale.
Non è una lettura per tutti-tutti, trattandosi di uno scritto alquanto sofisticato: ma credo che per molti dei più attenti lettori non sia un grande problema, data la motivazione e l'approfondimento di cui si sono dimostrati capaci. Contribuendo a innalzare il livello di questo blog in un processo che non sembra certo giunto al termine.
Cesare ci introduce a una diversa considerazione del problema della produttività, confutando l'errata impostazione dei neo-classici. Nel fare ciò ci introduce alla realtà biodinamica dell'uomo quale si manifesta nella "trasmissione delle conoscenze", che divengono "competenze" nell'applicazione produttiva.
Ci introduce a un tema "umanistico" e meta-economico (rispetto al paradigma neo-classico, se non altro) che proprio l'opera di Georgescu Roegen ha dischiuso davanti al potenziale cognitivo dell'umanità.
E Cesare mi ha convinto (come spesso gli capita quando ci confrontiamo) che se una vitalità debba essere attribuita al modello costituzionale del 1948, questa può ritrarsi proprio dalla realtà biologica ed evolutiva dell'homo sapiens-sapiens, (non solo oeconomicus), superando, e cioè identificando, l'entropia che sollecita ogni costruzione sistemica (naturale, quindi anche umana), identificabile, nel caso, mediante il corretto intendimento della Storia.
A questa  direzione di indagine, assolutamente utile ed attuale, cercheremo di prestare fede, magari insieme, nei prossimi sviluppi che ci attendono.
Stay tuned...the best is yet to come


"Intorno al significato che si attribuisce al termine produttività si gioca da sempre una partita importante per definire le politiche che hanno impatto sul funzionamento dei mercati. Purtroppo la teoria economica ha contribuito a cristallizzare una serie di luoghi comuni che si sono tradotti in azioni che hanno avuto un ruolo decisivo nel determinare l’attuale stato di crisi.

Il punto fondamentale da affrontare riguarda l’intreccio tra le strategie d’impresa, che in ultima istanza hanno nella produttività il proprio riscontro, e l’assetto istituzionale di cui ogni Comunità si dota, assetto istituzionale che fornisce i binari entro cui muoversi, stabilendo cosa è giusto e possibile fare in una prospettiva guidata
dalla propria definizione di interesse generale. Letta in questo senso, la rappresentazione del concetto di produttività che viene normalmente data va in direzione contraria agli interessi di paesi come il nostro che si trovano nella situazione di subire gli andamenti dei mercati internazionali.

Parlare di produttività richiede il riferimento a una funzione di produzione che descriva la relazione tra input e output: la scelta dell’economia dominante è stata di fornire una rappresentazione del prodotto in termini di capitale e lavoro secondo la classica formula Y = f(K,L).
Tale funzione non dà indicazioni sul funzionamento di alcun processo produttivo, ma fornisce a diversi livelli (dal singolo settore a tutta un’economia) una rappresentazione sintetica della relazione tra due macrocategorie di fattori produttivi. Poiché descrive tutte le forme di integrazione tra i due vettori di fattori produttivi K e L serve per determinare, dati i prezzi relativi, la relazione migliore, quindi il miglior rapporto tra beni capitali e lavoro, dato lo stato delle conoscenze e, di conseguenza, risponde coerentemente all’obiettivo neoclassico di realizzare il miglior esito allocativo per le conoscenze stesse.

Infatti, se non ci sono distorsioni nei prezzi ed è quindi verificata l’ipotesi di mercati dei fattori produttivi perfettamente concorrenziali, descrive la capacità di sfruttare il trasferimento delle conoscenze, che si generano esogenamente nel mondo, in modo da produrre un miglioramento. È solo se si diffonde una percezione collettiva di una modificazione vantaggiosa che il sapere che si accumula esogenamente rispetto al sistema economico si traduce in un cambiamento effettivo che modifica la precedente configurazione di equilibrio.

Poiché rappresentare la funzione di produzione in questi termini significa proporre relazioni di sostituzione tra i vettori capitale e lavoro, ha un senso matematico se si mantiene la commensurabilità dei vettori stessi tra di loro.
In altri termini, se si prende la popolazione attiva che lavora come un dato, se cambiano le conoscenze
e si realizza effettivamente progresso tecnico, o si produce di più (delle stesse categorie di prodotti, perché implicito nel fatto che devono essere commensurabili tra loro i vettori capitale e lavoro) o diminuiscono le ore lavorate. [Il percorso inverso (riduzione dell’intensità di capitale) rappresenta un’eccezione anche rispetto alla direzione presa dalle motivazioni culturali all’acquisto (aumento dei beni durevoli e standardizzazione dei beni di consumo, inclusi quelli alimentari)].

Sullo sfondo, per poterne valutare l’utilità, si deve avere presente che si tratta di una proposta che vede il miglioramento della qualità della vita declinabile, come detto, o in termini di aumento della quantità di cose disponibili o del tempo libero.
Essendo costruita come relazione di sostituzione per rappresentare e confrontare diverse configurazioni di equilibrio, non riesce ad afferrare l’innovazione di prodotto, che richiede per generarsi che non venga rispettato il principio di commensurabilità nei vettori capitale e lavoro. [In tali casi l’accumulazione di sapere è guidata, nel trasferimento in percorsi effettivi, dalla capacità di tenuta e diffusione di un determinato modello culturale. Ovviamente, i sistemi che hanno più forte la capacità non solo di sviluppare conoscenze, ma anche di renderle effettive, hanno una diversa potenzialità strategica di gestione delle relazioni tra fattori produttivi.]

La valenza euristica di questa funzione di produzione e di conseguenza delle misure di produttività che se ne ricavano è quindi sostanzialmente descrittiva per ciò che concerne l’allocazione delle conoscenze. L’eventuale pressione sul costo del lavoro o sul prezzo del capitale è il segnale che potrebbe non essere verificata l’ipotesi di concorrenza perfetta sui mercati dei fattori produttivi.
I percorsi normativi che possono partire da questo riscontro riguardano quindi l’auspicabilità o meno della concorrenza perfetta e non hanno relazione diretta con la “capacità di produrre”. In tal senso il rischio è che emerga un’analisi del tema della competitività con esiti assolutamente distorcenti.

In effetti, i mercati dei fattori che rientrano nel vettore capitale vengono confusi con quelli finanziari considerati quindi come sostanzialmente in concorrenza perfetta: e così, si può dire naturalmente, la pressione va sul prezzo del fattore lavoro.

Nella realtà, se non ho perfetta sovrapposizione tra il sistema produttivo e il sistema di mercato, cioè esiste un unico mercato mondo, ma si ha una forma di concorrenza tra imprese, che appartengono a diversi sistemi di produzione (stati nazionali), resa possibile dal fatto che la trasmissione delle competenze avviene molto più
rapidamente di quanto possa avvenire l’adeguamento dei rispettivi costi della vita (con la globalizzazione le competenze viaggiano rapidissime, mentre l’inerzia dei sistemi paese rende possibile ottenere dei vantaggi dalle asimmetrie esistenti nel potere d’acquisto e nelle formule distributive prima che si arrivi a un’area di “offerta comune”), la rappresentazione della produttività che deriva dalla funzione di produzione, à la Wicksteed in quanto fonte di orientamenti normativi, è fortemente distorcente rispetto agli obiettivi che si pensa, o si comunica, di voler realizzare.

Ipotizzando un indicatore che misuri il rapporto tra competenze e costo della vita, se esistono aree produttive con rapporti più alti si genera una forte pressione sul costo del lavoro per unità prodotta che viene spacciata erroneamente per innovazione di processo, mentre nulla si è in concreto in grado di dire in questo senso in quanto due modelli culturali diversi, che esprimono due diverse “aree di “offerta” non consentono confronti perché tra loro sono incommensurabili.
L’innovazione di processo reale non può infatti che dipendere dalla realizzazione di economie di apprendimento. Il fatto che esista lo spazio per una riduzione del costo del lavoro viene erroneamente scambiato come il segnale dell’esistenza di rendite di posizione, ma l’eventuale prezzo di concorrenza perfetta del lavoro non può essere ricavato da un mercato esterno a quello della Comunità in questione. Un’eventuale revisione delle scelte distributive di un paese (ad esempio, cambio delle normative sul lavoro che ne abbatte i costi) può rappresentare una scelta politica/strategica per fare concorrenza a produzioni estere, ma va valutata in termini di contropartite per l’impatto diretto e indiretto che ha sulla tenuta del sistema sociale.

Subire al contrario la pressione sul costo del lavoro, senza un’adeguata costruzione politico/strategica, genera una tenuta di breve dei profitti, ma comporta una caduta di medio termine di un’economia, che vede ridursi la sua capacità complessiva di spesa non solo in termini di consumi, ma anche di investimento nel cambiamento.
La rappresentazione neoclassica della produttività alimenta facilmente l’equivoco consentendo di proporre confronti tra valori diversi di produttività del lavoro sulle “aree comuni di mercato” anziché sulle “aree comuni di offerta” che prescindono da un’analisi delle conseguenze effettive dei percorsi normativi che se ne ricavano.

Per comprendere le distorsioni e gli effetti perversi che si generano  effettivamente nella realtà si deve invece analizzare la produttività a partire da una funzione di produzione rappresentativa dei processi produttivi. In questo senso la strada più utile è quella che considera la suddivisione in fondi e flussi proposta da N. Georgescu Roegen.

L’indivisibilità e l’ozio dei fattori di fondo, lavoro e capitale, sono i due elementi su cui intervenire per aumentare l’efficienza di un processo produttivo e quindi per formulare un primo giudizio sulla sua produttività. In secondo luogo, poiché sono queste le caratteristiche dei fattori produttivi che consentono di analizzare il funzionamento dei processi produttivi, è a partire da tale analisi che si possono avere gli elementi per effettuare un confronto tra diversi processi produttivi in modo da elaborare una teoria della produttività.

In termini reali, la possibilità di effettuare questa prima valutazione in maniera precisa sul singolo lavoratore si scontra con la varianza nelle loro caratteristiche (in altri termini, nessuno è in grado di sapere quanto e con quanta resa è in grado di lavorare una persona); concretamente, con il passare del tempo l’orario di lavoro tende a ridursi generando inefficienza strutturale, in parte compensata dall’aumento della popolazione che, consentendo in linea teorica di lavorare su più turni, può far aumentare meno il non utilizzo dei fattori fondo capitale. Il risultato che ne esce in un inquadramento neoclassico è il mantenimento tendenziale della stessa paga oraria per unità di lavoro, con la conseguente riduzione del salario pro-capite, mentre nella realtà la riduzione del tempo individuale di lavoro ha generato un esito sorprendentemente utile, cioè un meccanismo di autorinforzo che, nelle economie di mercato, si è tradotto nella proliferazione di mercati assolutamente voluttuari del tempo libero.

Tali mercati sono però, indirettamente (perché richiedono un processo di accumulazione precedente e contestuale sui mercati “indispensabili”), estremamente deboli in due sensi: nel primo perché dipendono prioritariamente dalla scelta politica di accettare un certo livello di inefficienza del fattore fondo lavoro nei mercati dei beni primari e successivi; nel secondo perché la comunità che li genera è esposta alla falsa innovazione di processo di cui sopra (e nella difficoltà di comprendere il circolo vizioso in cui si entra accettando questa strada gioca un ruolo decisivo una non corretta rappresentazione del problema della produttività in quanto fornisce una falsa giustificazione scientifica alla pressione sul costo del lavoro).

In termini reali sul fattore capitale esistono due problemi legati alla produttività della produzione in linea.
Il primo riguarda i cosiddetti beni durevoli e i beni di consumo standardizzati, la produzione in linea di queste due categorie di beni genera strutturalmente un eccesso di capacità produttiva. Se vengono sfruttate a pieno le conoscenze scientifiche, queste categorie di beni possono essere prodotte con livelli di automazione sempre più spinti che generano la trappola del costo fisso, in altri termini, se aumento la capacità produttiva riduco il costo medio unitario e quindi potenzialmente il prezzo, così se uno parte gli altri lo devono seguire e la capacità produttiva richiede mercati in espansione esponenziale. La commoditizzazione e la globalizzazione amplificano gli esiti economicamente distruttivi di questa deriva.
Il secondo problema è legato all’insostenibilità ambientale di questo percorso in termini di flussi…"

QUELLO CHE NON VOGLIONO CAPIRE- 2. ANCORA SUL REDDITO DI CITTADINANZA COME "METAFORA" DELL'INCONSAPEVOLEZZA

Da quanto ho potuto constatare, "quello che non vogliono capire" rimane incompreso.
E allora si cercherà di rispiegarlo.
Anche perchè non è indifferente comprendere come un qualsiasi "movimento" possa ritenersi alternativo al sistema politico a orientamento unico (PUD€), neo-classico liberista e "punitivo" del lavoro, non già collocandosi su un versante di "apparenti tematiche di sinistra" o meno, ma comprendendo e attuando la sostanza dell'autentico mutamento del paradigma di governo.
In assenza di ciò, come è ben evidenziato in questa interessante intervista, la disaffezione politico-elettorale colpirà chiunque non sappia veramente percorrere un'inversione di linea, rispetto a una situazione in cui i cittadini hanno ormai, in maggioranza, perfettamente compreso che, qualunque coalizione possa governare, per quanto atipica o formalmente nuova, non possano attendersi nessun mutamento della politica economica, risultando quindi indifferente l'espressione del voto.

E dunque.
Esistono due tipi di welfare. Perchè esistono due modelli di società che poi sono due diversi modelli di capitalismo: uno è quello costituzionale e l'altro è quello "internazionalista-oligarchico-finanziario".
E infatti esiste un welfare "costituzionale", chiaramente identificabile in base alle previsioni della Carta fondamentale e un welfare "euro-trainato", che tende a orientare la società verso il modello finanziario-oligarchico del mainstream neo-classico.
Questi, sul piano economico, corrispondono a un ulteriore dualismo qui più volte evidenziato, che si incentra su due concetti diversi e incompatibili di "piena occupazione".
1. La Costituzione presuppone che la Repubblica democratica, essendo fondata sul lavoro (art.1), garantisca o tenda a garantire la piena occupazione in senso keynesiano, cioè di utilizzazione più ampia possibile della forza lavoro, considerando la disoccupazione uno stato residuale che (solo) l'intervento pubblico tende a riassorbire a livelli fisiolgici.
Il modello di capitalismo neo-classico di Maastricht e dell'UEM, considera la piena occupazione il risultato di un riequilibrio "naturale" dell'effetto sistemico di domanda e offerta; tale principio incide anche sul "lavoro", considerato alla stregua di qualunque altro fattore della produzione o merce, e quindi implicando il riequilibrio mediante un'alta flessibilità salariale.
Il cui primo riflesso attuativo è la progressiva eliminazione per via legale, degli elementi che consentono tale rigidità: primi i meccanismi di indicizzazione salariale e poi, in varie forme, la stessa stabilità della posizione lavorativa, depotenziata attraverso forme di lavoro appunto "instabili" e poi attraverso un nuovo regime di licenziamenti, cioè la flessibilità "in uscita" .
La piena occupazione sarebbe raggiunta in presenza di qualunque livello di riequilibrio del prezzo del lavoro e il processo implica di vincere le resistenze a tale elasticità mediante un mercato del lavoro normativamente inteso a disattivare i meccanismi che innescano ogni rigidità all'adattamento dei salari verso le esigenze del sistema produttivo.
E normativamente imposto dall'UE non dalla Costituzione.
Il che determina fisiologicamente, nel tempo, un grado di disoccupazione stabilmente più elevato, e comunque funzionale a tale obiettivo di piegare le resistenze dei lavoratori ad accettare salari inferiori secondo le esigenze di aggiustamento dettate dall'aggiustamento dei costi delle imprese.
2. Poichè questo riequilibrio, basato sulla considerazione del lavoro come merce esclusivamente soggetta alla legge della domanda-offerta, esige, come abbiao visto, l'eliminazione di ogni elemento di rigidità, si introducono vincoli di bilancio pubblico, in particolare delimitando l'indebitamento fiscale, che si traduce in sostegno alla domanda e, quindi, all'occupazione, generato al di fuori del riequilibrio spontaneo dei costi di produzione (cioè in definitiva di quello che viene inteso come il reale fenomeno inflattivo). E ciò fino al punto di introdurre il pareggio di bilancio.

3. Questa misura acutizza lo schema fino a portarlo al livello "ideale" predicato dalla dottrina neo-classica, ma esso trova un complemento indispensabile nella indipendenza della banca centrale, il cui contributo alla flessibilità del lavoro, e quindi alla crescita strutturale della disoccupazione in funzione di flessibilità-deflazione salariale, è meno evidente ma altrettanto efficace.
L'affidamento esclusivo del rendimento dei titoli del debito pubblico alle dinamiche del mercato finanziario determina l'innalzamento rapido, e a effetto cumulativo, del costo della stessa spesa pubblica corrente non coperta dalle entrate.
Il deficit diviene così un rischio di ulteriore innalzamento di tale costo, instaurandosi una condizione di "pericolo", strutturale e crescente, di non sostenibilità del debito, in quanto la crescita della ricchezza nazionale può verificarsi a tassi inferiori a quelli dell'incidenza annuale del deficit, per di più inesorabilmente ampliato dal costo cumulato degli interessi.
Questa sola misura (l'indipendenza), quindi, tende a "disciplinare" la spesa pubblica, in quanto il suo aumento deve divenire, in termini reali, più contenuto del tasso di inflazione, per impedire di far dilatare il costo degli interessi (secondo la legge della domanda e dell'offerta in combinazione con lo "sconto" da parte degli investitori finanziari della solvibilità in prospettiva dei titoli emessi a quei rendimenti).

4. Unito poi a "tetti" del deficit, il sistema funziona in termini di progressiva sterilizzazione dell'efficacia di sostegno della spesa pubblica sulla domanda: questa tende a stabilizzarsi sui livelli salariali dettati dalle esigenze di competitività del sistema industriale. E cioè sulla produttività che, però, a sua volta, è strettamente correlata al livello di cambio verso l'estero della moneta adottata.
Quindi questo ulteriore componente della dottrina neo-classica accelera l'instaurazione del sistema in cui il lavoro è, per necessità, solo una merce, che diviene agevolmente sotto-domandato, in coincidenza con l'interagire dei quattro fattori - regime del mercato del lavoro, banca centrale indipendente, delimitazioni legalizzate del deficit di bilancio e rigidità del cambio verso monete più forti di quella nazionale.

5. L'intervento pubblico a sostegno dell'economia diviene una mera eventualità, soggetta a rigidi limiti congiunturali, e cioè realizzabile in una fase di espansione che, però, il vincolo di cambio potrebbe non consentire mai, sottraendo stabilmente la domanda estera, nel complesso delle voci che compongono il current account balance, al prodotto nazionale.
La domanda perciò tende inesorabilmente a calare, determinandosi un output-gap che può, in situazioni di crisi determinate da fattori esterni, divenire recessione acuita dall'inasprimento pro-ciclico di queste stesse politiche. Che mirano in apparenza al deleverage, cioè a ridurre l'indebitamento, ma lo fanno in modo strettamente contabile, tralasciando coscientemente di percorrere quel prioritario sistema di solvibilità del debitore che è la sua possibilità di tenuta e di incremento reddituale.

6. Preso atto, più o meno consapevolmente (a seconda della capacità culturale della forza che abbraccia tale "dottrina"), dell'irreversibilità di questo sistema, si finisce per accedere a un welfare non di sostegno diretto o indiretto dell'occupazione, quale quello previsto in Costituzione: questo prevede la tutela dell'equa retribuzione, art.36 Cost., la positiva valutazione ordinamentale della tutela sindacale, art.39 Cost., la cura dell'istruzione pubblica e della formazione professionale, artt. 33 e 35 Cost., il sostegno pubblico all'elevazione culturale e professionale dei privi di mezzi (art.34, commi 3 e 4), il coordinamento legislativo dell'attività economica PUBBLICA E PRIVATA per indirizzarla a fini sociali (art.41 Cost.), la "adeguatezza" dell'assistenza sociale - e dunque pensionistica- in caso di iogni genere di mpedimento della possibilità lavorativa (art.38 Cost.).
Tutte previsioni che implicano appunto, con evidenza palmare, non solo il sostegno pubblico diretto o indiretto al livello occupazionale e salariale, ma anche forme che si traducono in un" salario indiretto", cioè in mezzi di sostentamento del cittadino/a-lavoratore-trice apprestati dallo Stato in dipendenza di eventi e condizioni non direttamente esplicantisi nel rapporto di lavoro.
Ma si tratta appunto di spesa pubblica. E di spesa pubblica programmaticamente assunta dallo Stato come "obbligatoria", cioè irrinunciabile alla luce dei principi fondamentali (art.1, 2, 3, in particolare secondo comma e 4 Cost.).
7. Aderire a un sistema di welfare che, invece, si connetta alla accettazione della crescente e strutturata maggior disoccupazione, come nel caso del salario di cittadinanza, da un lato implica la rinuncia a perseguire programmaticamente gli strumenti di sostegno diretto e indiretto del lavoro e della domanda mediante spesa pubblica, dall'altro, assoggetta queste stesse provvidenze, nel quadro in cui vengono assunte, alla clausola, in effetti extracostituzionale, del limite del deficit o del pareggio di bilancio.
Cioè da un lato si prende semplicemente atto, senza più attribuirvi significato congiunturale da correggere,  che il sistema fa della disoccupazione la principale emergenza sociale, rinunciando a rivendicare gli altri strumenti costituzionali intesi a prevenirla, dall'altro, la cura di questa emergenza è perseguita nei limiti dell'accettazione dello schema generale neo-classico: cioè "se e in quanto" ciò sia compatibile coi tetti del deficit o ancor più col pareggio di bilancio, e quindi col perseguimento del sistema di sterilizzazione dell'intervento pubblico a favore della qualificazione ordinamentale (contraria ai principi della Costituzione) del lavoro come merce.

8. E dunque, in questo continuo incombere del sovrastante e inderogabile nuovo principio della riduzione della spesa pubblica, il nuovo "welfare" assumerà sempre e solo, nel tempo, il livello che non interferisce col riequilibrio naturale della domanda e dell'offerta: a livelli crescenti di disoccupazione, scontati nell'indebolimento della domanda provocato dall'insieme dei fattori sopra indicati, l'onere, altrimenti crescente, sarebbe considerato comprimibile e riducibile.
Il welfare non sarà più un sistema attivo di promozione delle classi sociali subalterne, e in pratica di aumento del benessere generale determinato dalla mobilità sociale, ma una mera valvola di sicurezza per impedire il crollo "eccessivo" della domanda stessa. 
Ci si colloca così  in un'ottica temporeggiatrice - non correttiva del "ciclo" da parte delle politiche fiscali- che mira all'abituarsi della società a nuovi e più bassi livelli di reddito e, quindi, di prezzi, ottenendosi così quella deflazione che tutela il credito finanziario in termini reali e che spingerebbe le imprese verso gli investimenti contandosi sull'"effetto ricchezza" determinato dalla aspettative di calo dell'inflazione.
Nulla di tutto questo si verifica e si è mai verificato: quello che si verifica, nell'attuazione dell'ideologia neo-classica, è piuttosto la contrazione della domanda e la minor ricchezza collettiva, inclusi i profitti considerati in assoluto e nella loro dinamica di crescita.
Ma aumenterà la loro rigidità verso il basso in percentuale al PIL, cioè l'assetto redistributivo nel suo insieme, potendosi comprimere il costo del lavoro, e più ancora, come evidenzia Kalecky, potendosi raggiungere l'obiettivo delle grandi imprese finanziarie e industriali di avere la forza politica incontrastata di influenzare e indirizzare l'azione dei governi.
Questa è dunque la società che sottende il "reddito di cittadinanza", che assume, appunto, la funzione di strumento di ratifica della resa delle forze sociali e politiche alla realizzazione del modello costituzionale (Keynesiano).

domenica 16 giugno 2013

C'E' GRANDE CONFUSIONE SOTTO IL CIELO

C'è grande confusione sotto il cielo.Ma veramente grande confusione: anzi, se voi sapreste darmi interpretazioni, - ovviamente non denuncie di quanto tardivamente i "molti" (forse dovevo mettere una "r") si sveglino oggi-, sarà un "dibbbbattito" certamente utile.
Ovviamente noi abbiamo le coordinate dell'ipotesi frattalica. Ma qui il punto è quale "exit" si sta concretamente preparando, cioè in pratica, quali tendenze si contrapporranno "veramente" non quando ci sarà stato il 25 luglio, ma proprio dopo l'8 settembre.
Personalmente, i modelli contrapposti per me sono quelli indicati in questo post: e su questo rimango fermamente attestato.
Proprio perchè c'è internazionalismo e internazionalismo: "E in fondo la questione dell'euro va vista solo su questo piano: uscirne per rimanere nel dominio incontrastato dei "nipotini di Von Hayek" è un'operazione di facciata. Una beffa. Uscirne per ripristinare la sovranità dei diritti, costituzionale e universalistica, è la vera frontiera della democrazia"
Una lode va ovviamente proprio a voi, che avete animato il post PUD€YRICON  e, senza troppe elucubrazioni, avete iniziato a seppellire il tutto con un risata.
Intanto il materiale umano per dar vita alla rivista satirica pare proprio che non manchi. A Viareggio (con chi ci sarà) parleremo anche di questo: e ovviamente non ne (ri)parleremo solo a Viareggio. E chissà chi ci sarà: magari sarà un summit "resistenziale" del massimo spessore. Anzi, comunque lo sarà con chi verrà, perchè gli appuntamenti importanti, spesso,ci si accorge che sono tali solo "a posteriori", guardando in retrospettiva al dispiegarsi degli eventi.

venerdì 14 giugno 2013

PUD€YRICON, NUMERO ZERO

Non è che le notizie manchino.
Diciamo che l'importante è decodificarle. Cioè, una volta che si è possesso di una serie organica di informazioni sull'effettivo funzionamento dei meccanismi giuridico-economici che si stanno verificando (sulla nostra pelle), è possibile operare con un "traduttore" di quello che ci viene offerto dai media.
Dunque trasformarlo da linguaggio "PUD€" in proposizioni esplicative aderenti alla realtà. Il che poi sarebbe la "verità" criticamente ricavata.
Certo non la verità assoluta e definitiva, ma l'avvio e l'evolversi di un processo che allarga le sue fonti cognitive proprio perchè comprende le connessioni e, perciò, smaschera inevitabilmente chi cerca, invece, di disattivare la capacità critica e di nascondere queste connessioni.
In fondo, questo blog si basa su questo e molti di voi sono diventati bravissimi nella "decodificazione".
Ora mi fermo, se no parto con una tirata sui metodi cognitivi, tiro fuori Popper e perdo il filo su ciò che volevo dirvi veramente :-)
Quello che infatti volevo proporvi, durante questo fine settimana che si annuncia torrido (e non solo per un G8 tutto da "decodificare" o il nodo delle tasse che viene al pettine), è di scrivere voi, invece dei commenti, o meglio, assecondando una certa "vena" di commento, dei pezzi "satirici" sulle notizie del momento.
Magari l'esperimento sarà destinato a sicuro insuccesso ("tutti ar mare a mostra' la chiappe chiare") o magari no.
L'esperimento però ha l'intento sia di divertirci fra di noi, sia quello di "saggiare" se, fra noi resistenti anti-PUD€, esista il materiale umano per dar vita a un RIVISTA SATIRICA.

Insomma, le "penne" potenzialmente non mancano: da verificare sono la "faccia tosta" e la disponibilità, oltre che, ovviamente, l'ispirazione indispensabile.
Un esempio di quello che è il tipo di "pezzi" che si potrebbero produrre - attenzione: un esempio, non un paradigma, dato che la vostra creatività è "sovrana"- è questo intervento di Riccardo, posto in coda ai commenti del post di ieri.
Visto l'esperimento dei volantini anti-PUD€ e la "verve" mostrata più volte da alcuni commentatori, si può fare una "prova" per vedere cosa possa venire fuori.
Ovviamente se avete amici (o parenti, venghino, venghino) versati in queste cose coinvolgeteli e fategli scrivere qualcosa o scrivetela insieme a loro.

Il TEMA è il più ampio possibile, in modo da non vincolare l'ispirazione sperimentale: PUD€, ultimi provvedimenti economici, BCE, personaggi più vari, e variamente alla ribalta, che si prestino anche a battuta folgorante, calembour, giochi di parole, ragionamenti paradossali.
"Gran varietà"!
La satira, come vi viene e come vi libera dal quel disgusto per un "potere" che, mai come adesso, si può dire "ipocrita" e invadente.

Quindi spero che vi diverta l'iniziativa e che insieme si trovi un nuovo filone di espressività, o meglio, si dia vitalità a un filone che, voi stessi, avete già espresso.
E magari a fare la rivista ci riusciamo pure.
Il cui "nome", però, sarà oggetto di un diverso sondaggio...se no molti tenderanno a fermarsi lì e, soddisfatti, non sforzeranno l'ispirazione sui contenuti :-)
E POI: NON SIATE TIMIDI. NON CI SARA' MICA UN VINCITORE O UN PERDENTE. CHIUNQUE DARA' UN CONTRIBUTO SARA' UN VINCITORE.
MICA DEVE ESISTERE SOLO LA SATIRA DI "DISTRATTIVA DI MASSA" (che suscita l'indignazione sugli epifenomeni e tralascia il "core")!