martedì 24 settembre 2013

NON C'E' SOLIDARIETA' SENZA VERITA'

1. Ieri sono andato al convegno sulla presentazione del "Manifesto di solidarietà europea- una proposta alternativa per superare la crisi", organizzato da a/simmetrie, ed ospitato presso la "Link University".
Sugli interventi dei vari Henkel, Kawalec, Granville e Nordvig, lascio a voi farvi un'idea, dato che, probabilmente molto presto, i loro speeches saranno disponibili in filmato.
La mia impressione è che siano persone tecnicamente preparate (il che è già una rarità) e realistiche, cioè dotate della ovvia trasparenza che consente un dialogo in piena correttezza e reciproco ascolto (Henkel ha detto, senza giri di parole, che quando si è visto che l'Italia sarebbe entrata nell'euro, gli industriali tedeschi erano contentissimi, proprio perchè noi eravamo i loro più abili competitori). Insomma, è un enorme piacere constatare che in Europa esistano ancora esponenti, segnatamente del Nord Europa, che non siano affetti dalla spocchia e dalla insensata chiusura mentale dei nostri normali interlocutori "europei" (e parlo per esperienza personale: in linea di massima, all'interno di questa esperienza, posso solo eccettuare gli inglesi. Think about it).

2. Le perplessità nascono quando si è passati al "dibattito" in cui sono intervenuti navigati protagonisti italiani della "costruzione europea".
Non starò qui a sottolineare questo o quel passaggio di singoli partecipanti, ma cercherò di darvi una sintesi complessiva delle mie impressioni.
Cominciamo col dire che, prima, durante gli interventi, l'ottimo Claudio Borghi Aquilini aveva premesso che ogni discorso partiva dall'idea che "la democrazia è meglio". Pare un'ovvietà, ma in quel contesto, è stato particolarmente significativo. E per le ragioni che i lettori di questo blog conoscono (spero) ampiamente.
Il dissidio tra democrazia costituzionale (italiana, ma, più in generale, "contemporanea", nella forma "necessitata" indicata da Mortati) e trattati UE, a partire da Maastricht, è del tutto evidente. O meglio, lo sarebbe, se non si fosse "dimenticato" il modello sociale ed economico che questa Costituzione ha indubbiamente abbracciato, per virare, invece, verso un altro modello, assunto "militarmente" nella sua forma strategica di implacabile destrutturazione del primo( sull'onda di un trentennale battage mediatico e "istituzional-culturale" di ampiezza inusitata) .
Questo, in essenza, è il tema del libro che, nel mio piccolo, sta per uscire (a giorni: terrò aggiornati quei coraggiosi che sono interessati).

3. Qui vorrei fare alcune ulteriori osservazioni che prendono spunto dal "dibattito" cui ho assistito ieri.
Ho sentito invocare, come motore per una via d'uscita dalla crisi, la ripresa della solidarietà tra paesi europei, richiamando lo stesso spirito del Trattato del 1957. Cioè attribuendo una continuità storica e strategica, (più o meno implicita) a tutta la "costruzione europea" nel suo complesso.

Questa posizione, nella sua "indistinzione" su fini e struttura dei trattati rispettivamente vigenti ante e post Maastricht (includendo l'Atto Unico, preparatorio della liberalizzazione dei capitali in Europa), porta ad una paradossale implicazione:
- che l'euro sia, in qualche modo, un'evoluzione "aggiornata" al dopo "Cortina di ferro" della solidarietà cooperativistica europea;
- che le "riforme" che, fin dall'inizio dell'applicazione di Maastricht lo dovevano necessariamente accompagnare (il famoso cammino della "convergenza"), ritraggano da questo spirito solidaristico la loro connotazione e, quindi, si dovrebbe supporre, siano anch'esse compatibili con lo Spirito della democrazia costituzionale.

4. La più grande obiezione che muovo a questa insidiosa costruzione dialettico-ideologica, è che leggendo i trattati attuali (per semplicità; essi, infatti, riprendono Maastricht, rinsaldandone i mezzi "strategici"), ma sapendoli leggere veramente, si può, piuttosto, costruire questa interpretazione strutturale nonchè sistematica, di principi cogenti e caratterizzanti:
- i trattati sono intenzionalmente composti da una miriade di parole e di concetti, che nascondono una valenza normativo-positiva (cioè il "quid novi" che introducono nel mondo del diritto vigente), per lo più, in chiave sistematica, pari a "zero", tranne che per alcune norme "scardinanti" (più che "cardine"), accuratamente selezionate e disseminate, in varie versioni e corollari, all'interno di questa pletorica costruzione pseudo-concettuale.
- Una verbosità che, quando si viene al "dunque", della normazione positivamente applicabile conduce a individuare:
a) grund-norm essenzialmente compendiabili nella "forte competizione" in un mercato unico e "stabilità dei prezzi" (riprese da corollari istituzionali- la BCE- e procedurali che li blindano...inavvertitamente, per un un qualsiasi normale lettore non dotato di un sofisticato bagaglio di conoscenze giuridiche ed economiche);
b) che ogni altro aspetto è subordinato e ridotto a "intenzioni programmatiche" di cui conosciamo le procedure complesse ma i cui contenuti sono del tutto aleatori, se non addirittura esplicitamente esclusi;
c) che, infatti, come ben si vede dall'art.6 TUE, sul "riconoscimento" dei diritti fondamentali, che "non estende in alcun modo le competenze dell'Unione definite nei trattati", tali "diritti" sono derubricati a "principi generali", cioè a previsioni normative che entrano in campo solo in via suppletiva di eventuali lacune della disciplina UE (lacune che, nella monolitica produzione giurisprudenziale delle Corti europee, tendono a non essere ravvisate praticamente mai);
d) che in tal modo, la già "subordinata" tutela dei diritti fondamentali, necessariamente inclusivi dei diritti sociali (il detestato welfare), è lasciata alla cura degli Stati, che, contemporaneamente, in virtù delle suindicate grund-norm, la cui applicazione incondizionatamente prevalente è assistita da tutto il resto della costruzione fondata sui trattati (previsioni procedurali e sanzionatorie, e atti di provenienza delle istituzioni, in testa i Consigli europei), sono posti nell'impossibilità di garantirli.

Continuare su questa analisi esigerebbe uno spazio dimostrativo enorme (nel libro, ci abbiamo provato); ma, da un lato, non basterebbe ad eradicare la convinzione della facciata-vulgata della "continuità evolutiva" della costruzione europea in chi continua e proporcela, dall'altro, si registra una realtà obiettiva talmente evidente che non ha bisogno di dimostrazione.

5. Di fronte a quello che constatiamo ogni giorno, da anni, in tutta Europa, la teoria della "continuità evolutiva" si dimostra per quello che è: un colossale strumento di propaganda idealistica, radicalmente negazionista dei fatti.
E non avrebbe senso polemizzare con i "fatti", se non fosse che il "negazionismo" ha una portata strumentale estremamente utile per la strategia di svuotamento progressivo della democrazia costituzionale delle comunità nazionali, deprivate delle conquiste di oltre un secolo di lotte con una subdola gradualità che non "deve" consentirgli di accorgersene...in tempo.

In tal senso, le "riforme" non sono altro che una metonimia che indica l'accelerata esigenza di mutare irreversibilmente il modello socio-economico costituzionale per instaurare il modello Maastricht, che ab origine, programmaticamente e strategicamente, questa solidarietà esclude.
Ed esclude la solidarietà tra le classi sociali, tra i paesi aderenti, e nella stessa più ampia comunità internazionale.
Se c'è una solidarietà residua che il modello Maastricht lascia in piedi, questa è quella tra le elites finanziarie-grandindustriali che governano il disegno ideologico (neo)europeo a matrice teorica (parliamo prima di tutto di teoria generale della sovranità e della soggettività/capacità giuridica degli individui-cittadini), "von Hayek" (consciamente o inconsciamente interiorizzata).

6. Il modello Maastricht, incentrato sull'euro, e sull'ambigua (e volutamente lasciata come "indecifrabile) equazione UE=euro, privilegia esclusivamente la solidarietà tra le oligarchie alla riscossa (in sintesi ulteriore: nel "dopo" rottura di Bretton Woods), ipostatizzando, sempre nel modo strategicamente inavvertito alle "masse", vari livelli di implacabile competizione:
- competizione economica nel mercato (lasciata alla ipocrita capacità equilibrativa e "indicativa" dei prezzi, secondo la esclusiva validazione della legge della domanda e dell'offerta), che concentra la normazione "sul mercato" piuttosto che sull'economia (quella cioè in precedenza affidata all'azione degli Stati costituzionali), secondo la versione teorizzata dal "colloquio Lippman", escludendo, come peso insopportabile (nel senso esistenziale e addirittura antropologico inteso da Padoa-Schioppa), e progressivamente, ogni forma di solidarietà "interna" tra classi sociali;
- competizione inevitabile tra Stati aderenti all'Unione, lasciata alla mera composizione dei tassi di cambio reale, possibilmente in situazione di cambio fisso (unione monetaria), in una riedizione forzata degli effetti del gold standard (come ha ben evidenziato, durante gli interventi anche Nordvig). E ciò esclude, altrettanto, programmaticamente (e in modo occultato dai media) la solidarietà tra Stati membri;
- competizione globalizzata, in una sfida raccolta, più che nella inesistente creazione di un'area europea protetta, - nella difesa dei diritti fondamentali o, per capirci, "umani"-, nella cornice mercantilista della realizzazione di una presunta crescita affidata esclusivamente all'export verso il resto del mondo. E ciò trascurando del tutto, di fatto, e al di là di pavide dichiarazioni di intenti, gli effetti di lungo termine che, sulla competitività, svolge la compressione della domanda interna: in termini di risparmio e conseguenti investimenti e profitti, consentiti effettivamente e utilmente solo da costanti interventi pubblici, con sviluppo delle conoscenze, pubbliche e solo poi private.

Ora di fronte qìa questo quadro, o se ne prende atto o si continua a vivere di...equivoci. O meglio, in termini di democrazia costituzionale (continuo a insistere su questo, perchè la Costituzione del '48, esiste e "lotta insieme a noi") a "morirne". Per Maastricht.

7. Dunque, venendo ad alcune affermazioni percepite durante il dibattito, risulta una pura (prosecuzione della) illusione, specificamente italiana, che la crisi possa essere risolta con una "ripresa" della solidarietà europea. Se ciò non fosse, appunto, una pia illusione, basterebbe a smentirla l'atteggiamento della Merkel e di Schauble, e di Olli Rehn e di Van Rompuy, e di Barroso, e...suvvia, non è neppure questione di nomi (se uno cade, come Juncker, magari spifferando scomode verità, a cui peraltro non si reagisce, un altro prenderà il suo posto).
E' questione che chi nega la solidarietà può, a ragione, invocare i trattati e il loro rispetto. E non parliamo del "mero" fiscal compact, che è solo uno sviluppo naturale della strategia di Maastricht (e della ideologia politico-antropologica di von Hayek).
Basti pensare che la Germania, tanto più accettando acriticamente il monetarismo imposto alla BCE da Bundesbank, ha ragioni da vendere sulla censura dell'OMT di Draghi: e anche ben al di là della questione della mission BCE ex artt.123 e 127 TFUE (quelli della mera finalità della stabilità dei prezzi e del divieto di acquisto dei titoli sovrani, per farla breve). Gli artt.124 e 125 del TFUE, infatti, recitano:
Articolo 124(ex articolo 102 del TCE)
È vietata qualsiasi misura, non basata su considerazioni prudenziali, che offra alle istituzioni, agli organi o agli organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti
pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri un accesso privilegiato alle istituzioni finanziarie.
Articolo 125(ex articolo 103 del TCE)
1. L'Unione non risponde né si fa carico degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, dagli enti regionali, locali, o altri enti pubblici, da altri organismi di diritto pubblico o da imprese pubbliche di qualsiasi Stato membro, fatte salve le garanzie finanziarie reciproche per la realizzazione in comune di un progetto economico specifico. Gli Stati membri non sono responsabili né subentrano agli impegni dell'amministrazione statale, degli enti regionali, locali o degli altri enti pubblici, di altri
organismi di diritto pubblico o di imprese pubbliche di un altro Stato membro, fatte salve le garanzie finanziarie reciproche per la realizzazione in comune di un progetto specifico.

8. Allo stesso modo, ci pare puramente formalistico dire che nei trattati originari e negli atti e regolamenti conseguenti a Maastricht si fosse fissata una possibilità di fare "deficit" pubblico al 3%, per consentire la "crescita". Questo limite è già di per sè una rigidità insostenibile, e come tale si è rivelata, drammaticamente in questi ultimi anni, a fronte della esistenza dei cicli economici. Acutizzati, per intrinseca prevedibilità - segnalata fin dall'inizio dagli economisti più prestigiosi-, dai meccanismi di squilibrio competitivo innnescati dalla moneta unica.

Il fatto è che la stessa "de-negativizzazione" del manifestarsi dei cicli - considerati, per dogma, sempre imputabili in sè all'intervento statale nell'economia, la loro risoluzione facendone carico esclusivamente sul fattore lavoro e sulla sua versione imprenditoriale "unfit", la piccola e media impresa, gli alberi deboli del bosco della evoluzione darwinista che considera oligopoli e monopoli quali naturali "manifestazioni" dell'evoluzione della "grande società" del mercato globale-, è l'essenza della neo-macroeconomia classica che governa l'UE.

E quindi "annotare" analiticamente le clausole dei regolamenti sulla "stabilità e la convergenza" culminati nel fiscal compact, evidenziadone la incompatibilità con le superiori norme dei trattati (e quindi la inefficacia-nullità), non riesce a nascondere il vero problema: l'originaria incompatibilità del disegno di Maastricht coi principi fondamentali della democrazia costituzionale. Invocare, pertanto, una ripresa della solidarietà tra Stati, una volta che una ventennale applicazione, ha portato alla affermazione consolidata del paradigma opposto, significa "wishful thinking" accoppiato a una mancanza di prospettiva storico-politica che si scontra con rapporti di forza la cui realtà è evidente in ogni atto e in ogni prevedibile direzione che assume oggi l'azione delle istituzioni UE e degli Stati che, nella logica degli "assetti di fatto prevalenti", che vale nel diritto internazionale, impongono alle prime la propria convenienza.

9. Certamente il sistema, basato sulla irrealistica correzione degli squilibri per forza "naturale" delle leggi del mercato del lavoro sempre più liberalizzato, è destinato al collasso.
Per le ragioni sopra evidenziate, ma non solo qui; eloquentemente dimostrate dai dati esposti da Brigitte Granville, dalle sempre più stringenti angolazioni di vari economisti italiani, al primo posto del quali, in ordine di tempo e di nitidezza inequivocabile dell'analisi, non possiamo non porre Alberto Bagnai.

In questo senso, la "solidarietà nel quadro dei Trattati" attuali, fondata sulla prospettazione della "continuità evolutiva" rispetto alla realtà del "mercato comune" originariamente concepito, è semplicemente una "non soluzione". Non c'è un "euro buono", come non c'è un Maastricht collegabile alla solidarietà, tra Stati e in qualunque altra proiezione che ne rifletta il senso accolto dalle costituzioni democratiche, pluriclasse, successive alla seconda guerra mondiale.

10. C'è solo lo stretto pertugio di europei, che credendo in una forma oggettiva e "primigenia", di dialogo e di reciproca trasparenza, non inficiata dalle formule stantie che dissimulano l'essenza normativa effettiva dei trattati, ricomincino a dialogare sulla base del riconoscimento delle rispettive diversità e della legittimità dei rispettivi interessi nazionali. Democratici e sanciti dalle Costituzioni.
Intanto che qualcuno trovi un altro e migliore modo di garantire il livello di diritti umani e sociali che, in Europa, ha contrassegnato una stagione di civiltà avanzata che si vuole con troppa fretta liquidare per sempre.

32 commenti:

  1. "Dopo le elezioni tedesche non ci sono più alibi, dobbiamo lavorare per la crescita", dice Letta.

    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2013/09/24/Letta-dopo-voto-tedesco-stop-alibi-crescita-centrale_9351394.html

    Ma.... lo ha capito chi ha vinto????? Ah, ma dimenticavo: oggi il PD è un partito di destra ultraliberista......

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    1. E poi ogni forza politica, in definitiva, esprime solo diverse sfumature di liberismo, mitigato da tatticismi pre e post elettorali. Ma la "lotta per il potere", ridotto alla mera occupazione di postazioni istituzionali "in nome e per conto" della governance UE, si svolge rigidamente all'interno di una sgangherata vulgata mainstream...Al punto che, per la conquista del potere stesso, in chiave tattica, occorre farsi vedere come fanatici assertori di un'accelerazione delle "riforme" distruttive della Costituzione. Come nel caso del rottamatore

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    2. Si ma il nostro Letta non deve dirlo a noi, deve dirlo a Schaeuble ...

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  2. Complimenti per l'immenso lavoro. A questo punto mi sento di definire gli ideologi di Maastricht come carnefici della democrazia e sicari dell'economia, quantomeno di quella delle piccole e medie imprese...sevedeva! Non vedo l'orda che esca il tuo libro

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  3. Quarantotto ha scritto: Allo stesso modo, ci pare puramente formalistico dire che nei trattati originari e negli atti e regolamenti conseguenti a Maastricht si fosse fissata una possibilità di fare "deficit" pubblico al 3%, per consentire la "crescita". Questo limite è già di per sè una rigidità insostenibile, e come tale si è rivelata, drammaticamente in questi ultimi anni, a fronte della esistenza dei cicli economici. Acutizzati, per intrinseca prevedibilità - segnalata fin dall'inizio dagli economisti più prestigiosi-, dai meccanismi di squilibrio competitivo innnescati dalla moneta unica.

    Ciao Quarantotto solo per ricordare che nel 1991 anno antecedente alla firma del trattato di Maastrich, gli interessi che gravavano sul ns Paese per sevire il debito pubblico erano dell'undici per cento rispetto al Pil. Ti chiedo, si può affermare che il trattato di Maastrich oltre a non contenere nulla di solidale era anche profondamente iniquo nei confronti dell'Italia considerando che il rispetto del parametro del 3% era molto più oneroso per noi rispetto a Francesi e Tedeschi che avevano un onere per interessi di gran lunga inferiore? Non sarebbe stato più equo mettere dei limiti su saldo primario, così tutti i paesi sarebbero partiti dalla stessa linea di partenza? Una cosa è raggiungere il 3% di defcit con un stock sul debito del 60%, un'altra con uno stock del 120%.


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    1. Hai messo il dito sulla piaga. E richiamato una cosa di cui avrei voluto parlare da tempo.
      Al settore B della "dichiarazioni allegate all'atto finale della conferenza intergovernativa che ha adottato il trattato di Lisbona", esiste, al n.49. una "misteriosa" "Dichiarazione concernente l'Italia", il cui contenuto allude a modalità speciali di applicazione degli artt.109 H e 109 I di Maastricht, corrispondenti agli attuali 119 e 120 TFUE. Si tratta proprio delle norme-quadro su politica "monetaria" e politica "economica". Queste avrebbero dovuto applicarsi all'Italia in modo da salvaguardare un "programma decennale di espansione economica" intrapreso dall'italia che tenesse conto della disoccupazione nelle aree del mezzogiorno, in modo da "evitare pericolose tensioni, in particolare per quanto riguarda la bilancia dei pgamenti o il livello dell'occupazione". Dichiarazione richiamata in modo del tutto contorto negli allegati al trattato di Amsterdam, che pare abbia la funzione di "riserva" e, come tale, potendo giustificare una eccettuazione controllata dello stesso art.126 (procedura di deficit eccessivo).
      Perchè, con quali esiti, e con quale perdurante rilevanza, questa "dichiarazione" sia stata richiamata rimane un mistero.
      Di cui chiedere conto ai nostri politici impegnati nella negoziazione.
      Cronaca di un suicidio annunciato?
      Ci sto lavorando su...

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  4. Regali una copia a Guarino!!!! :)
    Aspetto il libro con ansia, e non essendo in Italia spero che sia disponibile anche in formato epub.
    In bocca al lupo e grazie per il magnifico lavoro di spiegazione/divulgazione!
    PS: Al convegno di ieri sarebbe dovuto intervenire lei dopo i vari interventi nostalgico/visionari dei nostri politici-giuristi!

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  5. La solidarietà "nel quadro dei Trattati" significa tentare di asciugarsi restando immersi nell'acqua: "The austerity policies of the last five years can hardly be regarded as a true policy shift. They should rather be seen as a continuum with respect to the entire European Monetary Union (EMU) experience, to whose overall policy stance they just contribute a toughening up." "Reflecting political and conceptual shifts incurred since the late 1970s, the Delors report (1987) and the Maastricht treaty (1992) departed markedly from the views expressed in the chief official documents of the 1970s on European economic and monetary union: the Werner report (1970), the Mac Dougall report (1977), the Jenkins report (1977), and the Marjolin report (1979). In those documents it was widely acknowledged that a common currency in Europe would have required large-scale fiscal transfers between countries; removal of capital controls was envisaged to take place only in the final stage of the process, when, together with the establishment of a common balance of payments, both monetary and fiscal functions had been centralized to a significant extent, so that, between the individual member countries, transfers of funds corresponding to intra-union surpluses and deficits could take place in just the same way as they do between different areas in one and the same country. Over the 1970s, in short, emphasis was on public finance, as a major underpinning for the formation and holding together of a monetary union, and the role of public finance in European integration was examined in the light of the part played by inter-regional flows of public finance in the normal functioning of any modern integrated economy." Questo è Massimo Pivetti

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    1. Sempre prezioso Arturo.
      Di Pivetti avevo conservato questo (del 2012):
      http://www.forexinfo.it/L-austerita-gli-interessi

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  6. Impietoso ma veritiero ritratto di Dago sulle "colpe" che la classe dirigente italiana cerca di scaricare sempre, e comunque, a torto sui più deboli... Assistiamo quindi, con la prossima vsendita delle ultime aziende di Stato (se non se le accolla la CdP novella IRI) al declino industriale del nostro glorioso paese. Ne saremo protagonisti, certo, ma dal lato dello spettatore. E ricordiamoci chi ne è stato attore principale nel prossimo futuro. Ne avremo bisogno.

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  7. "Think about it"

    E' un po' che ci sto pensando.

    Ho sentito un paio di giorni fa l'inviato del Financial Times che emetteva singulti nauseati nello descrivere il becero e ostentato orgoglio nazionale dei nostri media nella vicenda della Concordia raddrizzata. Su RadioLondraTwentyFour.

    Un clandestino appena rifugiato a Lampedusa sarebbe stato più fluente.

    Il profondo disprezzo.

    Quello percui il "razzismo" si manifesta per ciò che realmente è: atroce, spietato, cinico classismo.

    I grànd, gròss e ciùla teutonici sono sempre in prima fila a fare il lavoro sporco e ad assumersene le prevedibili conseguenze. (Parliamoci chiaro, tolti i "Juden", le storiche menti crucche rimangono decimate...).

    Ma comincio a presumere che la chiave di ciò che sta accadendo è, come al solito, quella dei meccanici.

    La mano invisibile dell'Impero, silenziosa ma che tutto pervade.

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  8. A simple adjustable spanner.

    :-)

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    1. Mi sa che il gioco di parole ha tolto la "sostanza" alla riflessione (pardon!):

      in questa congiuntura, tra i grandi attori, sembrano assolutamente assenti gli anglosassoni che, oltre a "parlare" pubblicamente tramite certi media, non compaiono tra gli interessati in gioco. Eppure, in particolare per la nostra penisola, la loro influenza è sempre stata tanto silenziosa quanto pervasiva a tutti i livelli. Specialmente i più alti.

      Mi chiedevo se per questa follia collettiva europea, come per il secolo passato, far luce sugli iteressi inglesi possa fornire una descrizione più "razionale" dell'apparente eurodelirio.

      La tua osservazione iniziale mi ha spinto a considerare che le forze sociali dominanti dietro le autorità atlantiche parlano inglese.

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    2. Interessi inglesi? A cosa? A che la moneta unica sia dominata dal modello tedesco?
      Che il Washington consensus, di origine USA-FMI, sia alla base programmatica delle generali politiche adottate, a livello globale, negli ultimi 25 anni, è una cosa. Che poi, oggi specialmente, questo paradigma soffra del suo fallimento sostanziale, rimanendo persino dentro il FMI soggetto a una progressiva revisione (sul ruolo dell'austerity, sull'efficacia della mera politica monetaria, persino sull'apprezzamento dell'azione delle BC in funzione di monetizzazione del debito, come dichiarato recentemente dalla Lagarde), è nei fatti.
      La bank of England, spostata su presupposti post-monetaristi, fa QE di acquisto quasi totale del debito inglese da due anni abbondanti: e questo li ha in parte salvati, insieme alla SVALUTAZIONE della sterlina, post crisi 2008. Ha un governatore post-keynesiano canadese e l'unico limite è l'idea del crowding out (cioè delimitazione dell'intervento pubblico per la ripresa privata), portata avanti da Cameron. Con risultati modesti, persino oggetto di richiamo da parte degli USA (argomenti trattati in vari post); risultati che sono tali, come in USA, per la contraddizione tra politiche monetarie espansive e politiche di spesa PUBBLICA restrittive. Come accade coi rep in USa e come ha implicitamente ma chiaramente lamentato lo stesso Bernanke. I giapponesi, seguono impostazioni economiche opposte e infatti stano crescendo (sia domanda interna che estera).
      Nonostante ciò, la follia €uro-demenziale, consiste nell'austerity prociclica e nella politica monetaria senza sostegno al debito pubblico.
      Un "unicum" che non ha nulla a che vedere nè con UK, nè con gli USA. E che ha una matrice politico-ideologica in von Hayek (sul presupposto di un monetarismo anni '80 in cui in USA non credono da almeno 15 anni e in UK neppure). Che dire?

      Di sicuro il modello "pseudo-gold standard" imposto dalla Germania, e la ricorrezione pan-mercantilista dell'intera UEM, non solo non trovano riscontro nelle politiche inglesi o USA, ma neppure rispondono a loro interessi. Sia con le analisi del treasury, che in sede di G20, gli USA deprecano le politiche UEM, perchè tirano già l'intera domanda mondiale, di cui hanno bisogno per scaldare la loro stessa ripresa. Esistono delle contraddizioni (Cameron, i tea-party, una capture della finanza rispetto alla loro governance), ma no, decisamente no: attribuire la follia UEM a interessi addirittura "inglesi" non trova riscontro nei fatti.

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    3. Ho sicuramente mal interpretato il tuo giudizio sugli anglosassoni (generalmente - da me in primis - ritenuti spocchiosi e sprezzanti a causa del loro colonialismo secolare e della loro potente e transatlantica "high society").

      Evidentemente le forze in gioco sono talmente eterogenee che è difficile presumere un qualsiasi esito razionale (ma possibile che un Paese a sovranità limitata come la Germania possa mettere in crisi il mercato globale senza che i suoi riferimenti politici intervengano? Dico de facto, non formalmente).

      Ma, giustamente, la follia hayekiana alemanna che si sviluppa in una politica economica autolesionista credo possa trovare un precedente storico (e ideologico) con quella sovietica.

      Ti ringrazio sinceramente per il gentile impegno e l'efficacia del tuo articolato feedback.

      Complimenti anche a tutta la community: il vostro contributo ha creato un polo d'opinione sempre più influente.

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  9. LA CRUNA DELL'AGO

    Ho visto asini volare, cammelli attraversare le crune, ma al mondo mai nessuno ha raccontato di una MONETA SENZA UNO STATO e un'UNIONE SENZA UNA COSTITUZIONE.
    Come in democrazia non ho mai visto, ma qualcuno ha raccontato che possono esistere altri metodi di governo, che i legittimi interessi contrapposti di gruppi sociali fossero governati da tecnocrati "unti da dio".
    Meglio credere che il "peggior" metodo di governo, la democrazia, in attesa che si pensi a "qualcosa" di migliore, possa evolversi darwiniana(mente) in "qualcosa" di più efficiente, efficace e produttivo.
    La solita sciocca, ingenua, futile domanda: ma tutto questo nell'interesse di chi?

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  10. Ero anch'io alla presentazione.
    Ciascuno trova la propria interpretazione alle parole dei relatori e attribuisce a ciascuna di esse importanza più o meno grande in funzione del proprio metro.
    Quindi mi sembra di leggere ne suo post una netta contrapposizione alle tesi del prof. Guarino. Che però ha fornito una possibilità interessante con le clausole opting out. Che immagino non siano da prendere come una soluzione definitiva, ma quale possibilità intermedia con cui iniziare a sottrarsi dalle conseguenze peggiori della moneta unica. In modo da fermare per l'intanto la dissoluzione del paese e darsi tempo per definire la strategia più efficace per sottrarsi al destino neocoloniale cui sottintende il progetto della moneta unica.
    Comprendo che la visione di Guarino sia forse troppo moderata per quello che potrei definire impropriamente come intransigenza antieuro.
    Però ha un vantaggio, quello di evitare il fronte contro fronte tra noi e l'UE, che ci vedrebbe inevitabilmente perdenti, favorendo invece una tattica forse meno diretta ma che, proprio in quanto tale e se condotta con la sagacia tipica del professor Guarino, potrebbe condurci a risultati migliori anche se forse in tempi più lunghi.

    Quanto agli stranieri, da loro ho sentito molte volte pronunciare la parola mercati e mai quella di individui, famiglie, lavoro disoccupazione ed effetti su di essi delle misure eurocratiche. A dimostrazione della loro grande concentrazione sui numeri, che però non sembra tenere in considerazione o comunque lascia troppo sullo sfondo le loro implicazioni pratiche.
    Mi piacerebbe sentire la sua opinione sul clamoroso equivoco tra Henkel e Scotti, con quest'ultimo imputato dal primo di una posizione totalmente opposta a quella che ha sostenuto. Cosa che a me sembra indicativa della concreta difficoltà di comprendersi tra individui di cultura, storia e linguaggi troppo diversi, ovvero della contraddizione irrisolvibile n.1 di tutta la costruzione comunitaria.
    Infine, vorrei sentire la sua anche sul commento di Henkel, per me inaccettabile, che si preoccupa se i greci paghino le tasse o meno, quando tutti conoscono le condizioni in cui versa l'infanzia in quel paese, dove si vendono alimentari scaduti a prezzo minore perché le persone non possono permettersi quelli a prezzo pieno e sono costrette a bruciare le suppellettili per scaldarsi l'inverno. Condizioni in larga parte rese tali proprio dall'intransigenza interessata dei tedeschi.
    Grazie

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    1. Henkel riflette un pensiero tedesco che non può che essere quello: è implicito anche nelle ragioni per cui ha aderito all'iniziativa. Ma per quanto ci riguarda, questa iniziativa almeno riapre i giochi nel senso del recupero degli spazi di autonomia dell'azione degli Stati. Senza la quale potremmo frustrarci a constatare le più grandi assurdità dell'euro senza giungere a nulla.
      Sull'evasione in Grecia, così come in Italia, sono problemi che si risolvono con la sovrana scelta dei singoli paesi. E' chiaro che finchè c'è l'euro, occhiuti nordeuropei possono giocare su questi aspetti per rimarcare fattori che più che individuare la cause della crisi, finiscono per evidenziare proprio la inconciliabilità di strutture socio-economiche all'interno delle politiche di Maastricht.
      Sulla incomprensione tra Scotti e Henkel, molto potrebbe essere dovuto alla traduzione; ma la posizione di Scotti mi pare sia emersa con chiarezza, E nei termini problematici qui indicati.
      Quanto all'opting out di Guarino, qui non lo si è criticato. Anzi, autonomamente, in precedenti post, si sono indicate soluzioni analoghe.
      Il problema non è questo o quello strumento giuridico per uscirne, una volta che ci sia la volontà politica, ma quale visione macroeconomica consapevole, ci porti a uscire. O a fronteggiare l'euro break quando, prutroppo sempre troppo tardi, sarà emerso dai fatti.

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    2. Appunto dico: dal momento che la posizione di Scotti è emersa con chiarezza, e che la scenetta del servizio traduzione di prendersi la colpa ha avuto tratti surreali, non so fino a che punto la domanda di Henkel sia effettivamente prodotta da un equivoco momentaneo piuttosto che dall'impossibilità di capirsi per i motivi che ho menzionato prima.
      A parte questo, dal momento che la mentalità dei tedeschi è tale e non puoi cambiarla, siamo sicuri che uno che ti chiede se hai pagato le tasse ancor prima di prendere in considerazione l'idea che potresti star morendo di fame sia innanzitutto in grado di comprendere il concetto stesso di solidarietà, poi di applicarla e infine possa fornire un qualche aiuto a concretizzare gli obiettivi del Manifesto che non sia il semplice apporre la sua augusta firma sotto un documento?
      Dico la verità e so che può suonare molto scomoda. A me quelle persone, che hanno ripetuto all'infinito la parola mercati e non hanno mai menzionato la parola cooperazione o individui, danno l'impressione di essere dei tecnocrati affatto differenti dagli altri.
      E che la loro posizione si debba unicamente a motivi di ambizione, ovvero nell'essere i primi a presidiare posizioni che nel prossimo futuro rischiano di diventare di pressante attualità.

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    3. Premesso che gli economisti parlano di mercati (e non solo) in termini scientifici, e non sono tenuti a parlare di solidarietà, cioè di un concetto valoriale contenuto nei trattati, e quindi in una norma, intezionalmente formulata in modo ipocrita (cioè sì da renderlo un valore "zero"), la loro posizione era proprio quella di chi desidera intraprendere un cammino che conduce al punto in cui nessuna rilevanza abbia la domanda "hai pagato le tasse?'" fatta da un signore di un altro paese aderente.
      Preferisco di gran lunga chi parla di concetti tecnici economici per dimostrare che l'euro è un cattivo affare (per il PIL, che è spesa pubblica e consumi, cioè "vita" della gente comune), piuttosto che chi parla ancora di ritrovare la solidarietà "all'interno" dei trattati, fingendo o non avendo ancora capito che quei trattati, lungi dall'essere un'evoluzione di quelli originari, tutto vogliono fuorchè la solidarietà tra i paesi membri.
      E questo, poi, è il senso e il tema del post.

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    4. Siamo d'accordo. Gli economisti non parlino di solidarietà, ma di mercati e dell'economia.
      Ma allora mi sfugge cosa abbiano a che fare con un Manifesto che ha il suo titolo e l'obiettivo proprio nella Solidarietà.
      Concetto che riguarda l'uomo e non i mercati.
      Lasciando agli economisti la formulazione di tale concetto, rischiamo che sia effettuata secondo criteri inadeguati, in un'ottica che privilegia le esigenze dei mercati rispetto a quelle dell'individuo. Che poi è la madre di tutti i mali della nostra epoca, l'aver demandato a mezzi impropri la soluzione di problemi politici. Cioè a una casta di tecnocrati che hanno una precisa scala gerarchica delle priorità. Quella in cui l'individuo e i suoi bisogni sono ridotti a una sorta di variabile di importanza marginale, finita sullo sfondo di una questione centrata sulle esigenze dei mercati. Così da divenire una sorta di pezzo di ricambio tuttofare e intercambiabile a piacere, ingranaggio il cui valore si misura nella capacità di operare con la massima efficacia a favore dello sviluppo maggiore e fine a sé stesso del mercato. Che a sua volta è divenuto interesse unico e supremo regolatore dei rapporti di ogni ordine e merito.
      Credo che questo sia il motivo principale per cui agli economisti non debbano essere demandati compiti che spettano ai politici. Ai quali si deve imporre, una volta e per tutte, di assumersi le loro responsabilità. Proprio perché l'economia e la giurisprudenza sono strumenti necessari a costruire uno scenario, una prospettiva che devono essere tracciati nelle loro linee fondamentali dalla politica.
      Se questa si fa sopraffare dai suoi stessi strumenti, come è accaduto negli ultimi decenni, si hanno i risultati che sono di fronte ai nostri occhi. Ovverosia regimi dispotici basati su un'egemonia pseudo valoriale di elementi che dalla loro essenza di mezzi atti a raggiungere il benessere condiviso, sono stati innalzati a idoli di una religione che con il passare del tempo riesce sempre più difficile arrivare soltanto a pensare di poter mettere in discussione.
      Tali quindi da non avere più alternativa nell'immaginario comune, assurgendo a un potere assoluto e immutabile.
      Di qui l'instaurarsi di rapporti di produzione in cui al singolo viene fatta passare per naturale la sottomissione totale alle esigenze aziendali, quali motori dei mercati che hanno priorità assoluta.
      Ecco allora che ci ritroviamo al punto di mettere in discussione persino l'obbligo di applicare le sentenze della Cassazione che imporrebbero alla Fiat di dare spazio ai delegati della Fiom, mobbizzati e licenziati senza tenere in alcun conto persino gli articoli della Costituzione.
      In tale contesto non so che senso abbia il voler trovare solidarietà all'interno o meno di trattati redatti per negarla. Quanto invece il riconoscere e affermare la solidarietà di per sé, metodo necessario ai fini del vero obiettivo da prefiggersi: la giustizia sociale, per la quale il rilievo maggiore lo hanno i rapporti tra le classi sociali e non tra gli stati.
      In caso contrario l'uscita o la permanenza nell'euro sono indifferenti, in quanto frutto del progetto di una elite svincolato dalle esigenze di ordine sociale. A seguito del quale vi sarà comunque una classe predona che vorrà avere per sé tutti i vantaggi dell'una o dell'altra opzione, scaricandone i costi sul resto della collettività.
      In quest'ottica, un Manifesto basato su soluzioni meccanicistiche al posto della visione e delle progettualità proprie di una politica consapevole, rischia di diventare ininfluente alla soluzione di problemi causati dal lasciare che l'ideale da cui è maturato il concetto di Comunità Europea, finisse nelle mani di tecnocrati nella sua attuazione pratica.
      Pertanto, se è vero che la causa di un problema non può essere la sua soluzione, è solo una politica basata su precisi concetti di solidarietà e giustizia sociale a poter evitare l'implosione del continente europeo.

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    5. La sua risposta è un lungo sfogo di argomenti eterogenei. Che non solo non coglie ciò che è scritto nel post e detto nelle mie risposte, "attaccandosi" a dati terminologici, e dunque è OT, ma dimostra di non conoscere ciò che viene detto su questo blog, dove di solidarietà e giustizia sociale si è parlato, da mesi, in modo da rendere chiaro il collegamento col discorso che si riallaccia al "manifesto". E' un fatto complesso, che richiede conoscenze complesse, che sono precluse da un condizionamento mediatico interessato a sostenere questa Europa e questa politica. Questa oligarchia.
      E' regola di buona educazione del web intervenire conoscendo cosa si dica in un blog.
      Fare un numero di interventi illimitato su questi presupposti, non serve a sviluppare alcun dialogo ed approfondimento.

      Vuole negare a economisti (e parrebbe pure ai giuristi) la legittimazione a esporre analisi che informino il pubblico e riaprano un dibattito democratico che, lei pare ignorare, NON SI E' MAI SVOLTO SU QUESTI ARGOMENTI, e lasciare decidere tutto ai "politici" (perchè si preoccuperebbero dell'individuo!), ignorando le forze che in realtà hanno ridotto la politica a mera portavoce dell'oligarchia finanziaria? Va bene l'ha detto. Spero si ritenga soddisfatto.
      Ma il discorso si chiude qui.

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    6. Sinceramente non mi sembra di aver scritto che voglio negare certe cose. Ma solo che economia e giurisprudenza dovrebbero essere "gli strumenti necessari per costruire uno scenario, una prospettiva che devono (o almeno dovrebbero) essere tracciati nelle loro linee fondamentali dalla politica". E non dai "politici".
      Meno che mai da certi di loro o anche dalla stragrande maggioranza di quelli nostrani, dai quali si sa che non ci si può attendere altro che il peggio per questo paese.
      Proprio in quanto strumenti, ritengo che il compito di economia e giurisprudenza sia proprio realizzare analisi come lei dice, in base alle quali la politica possa essere più efficace nel sintetizzare progetti e azioni volti a migliorare la vita dei cittadini. Cosa che mi sembra sia suo compito specifico, e per quanto mi riguarda è suo dovere svolgere.
      Se poi non lo fa, come nel caso in questione, dal mio punto di vista sarebbe più opportuno trovare una classe politica che faccia il suo dovere piuttosto che obbligare altre discipline e i loro studiosi, che hanno già il loro daffare, a prendere il suo posto. Non mi sembra un discorso così fuori dal mondo.
      Inoltre, dato che anche lei dice, e almeno su questo siamo d'accordo, che gli economisti non siano tenuti a parlare di solidarietà, qualcuno dovrà pur farlo.
      E se alla presentazione ci fosse stato questo qualcuno a farlo nei termini dovuti, non credo sarebbe stato un male. Anzi, si sarebbe guadagnato in completezza e in aderenza allo spirito del Manifesto.

      Dopodiché non è che tutti gli economisti siano dei santi, basti pensare a Reinhart e Rogoff, o molto più in piccolo ad Alesina, Giavazzi, Zingales o Scacciavillani.
      Ciò detto non mi sembra neppure di aver mai sostenuto che in questo blog, che seguo da tempo e ne utilizzo spunti per i miei interventi in altri spazi, non si parli di solidarietà.
      Chi ha avuto modo di leggere quegli interventi sa perfettamente che sono uno strenuo avversatore di questa Europa e dei suoi sostenitori, nei limiti delle mie possibilità. L'ultima volta è stata proprio in occasione dell'ultimo commento di Bagnai su FQ, mi sembra proprio lunedi, nel quale ho menato fendenti a destra e a manca, e messo più di qualche luogocomunista di fronte alle proprie contraddizioni.
      Allora non capisco per quale motivo, in caso di contraddittorio, sia necessario tacciare l'interlocutore di cose inesistenti.
      Grazie per l'attenzione.

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  11. Ecco, ci siamo! Si profila all'orizzonte la vendita in Spagna della Telecom, annunciata, a sentire le voci ufficiali, solo da un comunicato (crederci????!!!). Il nostro Primo Ministro, dopo il pippolone su quanto staranno attenti ai diritti dei lavoratori (sic!!), ci ricorda che l'Azienda (che ce volete fà??!!) è privata! E giù li i distinguo dei vari D'Alema: "Mica sono stato io!!"La colpa allora è tutta del cattivo Prodi, che da solo e senza il consenso di nessuno ha venduto un'Azienda STRATEGICA per l'Italia!! Allora, chiedo: se strategica era la Telecom e molte altre grandi Aziende che siete in procinto di vendere, perchè continuate a proporre queste soluzioni che nn risolvono, ma aggravano la nostra situazione???!!! Purtroppo leggendo questo e alti blog, noi la risposta la conosciamo!! Qualche piddino, invece, magari qualche domanda può cominciare anche lui a farla!!!
    Si, caro 48, anch'io ho sentito la mancanza di un suo intervento, sia all'università, che nell'incontro in Commissione. Spero di ascoltarla a Pescara! grazie

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    1. Ci vediamo a Pescara (Insciallah). Ma anche lì, non mi faranno intervenire molto :-)

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  12. Caro 48,
    questo post mi conforta, nel senso che, ascoltando gli interventi alla Camera e alla presentazione del Manifesto avevo avuto un'impressione strana sentendo chi ritiene che ci siano uno spirito e una lettttera originari che sarebbero stati traditi. Nella mia sconfinata ignoranza mi pare bizzarro che qualcuno di quelli che hanno messo per iscritto i trattati, i regolamenti, ecc si sia sbagliato, oppure che in un convivio di angelici sognatori si sia inserito il seme del male. A me pare invece proprio che quel che e' stato costruito fosse pienamente voluto. Lo dimostrano i fatti,sotto forma di politiche, decisioni, imposizioni.
    Credo che nella situazione emergenziale in cui ci troviamo possiamo anche pensare di avere dei compagni di un piccolo pezzo di strada, necessario e non sufficiente Poi, come dice Borghi, rifaremo le squadre e tanti auguri a tutti!
    Grazie per la chiarezza della tua visione e per le tue spiegazioni e grazie a tutto il convivio che qui si riunisce
    Non commento quasi perche' non ho grandi contributi da dare, ma leggo, assimilo, cerco di capire
    Attendo notizie sul libro. :-)
    Beatrice

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    1. Ehi, alla fine hai commentato, e te la sei cavata mica male... :-)

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  13. Ma si, ormai siamo al massimo possibile di sopportazione. Mi RIFIUTO di pensare che continuera' cosi'. Un intero schieramento (pdl) e' sul punto di dare le dimisiioni dal parlamento. Non centra nulla con l'euro, la sovranita' monetaria ecc.? C'entra, c'entra...
    E dal blog di Grillo segnalo questo articolo
    http://www.wallstreetitalia.com/article/1624729/euro/euro-la-guerra-gia-vinta-dalla-germania-noi-commissariati.aspx
    dove si parla di sovranita' monetaria.
    Finalmente, che si apra un serio dibattito, su cui stanno lavorando a/simmetrie ed i blog che stanno dietro.

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