sabato 11 ottobre 2014

V€RSO LA SCHIAVITU': DALL'ORDOLIBERISMO AL LAVORO MERCE.




1. Per parlare (ancora) dell'ordoliberismo vorrei prendere spunto da questa immagine-citazione tratta da un contributo su twitter.
La traduciamo così non ci sono equivoci:
"Non penso che sia una buona idea rimpiazzare questo metodo lento ed efficace - che solleva gli Stati nazionali dall'ansia mentre vengono privati del potere- con grandi balzi istituzionali...Perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questo è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee...".

"Ordoliberismo: veste €uro-attuale del neo-liberismo che, imperniata sull'obiettivo del lavoro-merce, prende atto dell'ostacolo delle Costituzioni sociali contemporanee (fondate sul lavoro), ed agisce divenendo "ordinamentale", cioè impadronendosi delle istituzioni democratiche per portarle gradualmente ad agire in senso invertito rispetto alle previsioni costituzionali."
Questa vicenda di gradualità nell'impossessamento delle istituzioni democratiche, per invertirne la direzione di intervento, cioè per portarle a tutelare e realizzare interessi di segno opposto a quello per cui vennero concepite dalle Costituzioni nate dalla caduta del nazifascimo, riposa su una precisa forma "etico-comunicazionale", il "pop", una precisa fase operativa che ne consente l'attuazione tecnocratica, ed una precisa ideologia economica di tipo restaurativo, come fine ultimo
"...lo stesso instaurarsi del consumismo di massa in sè, indicava una via di reazione che il sistema conteneva già in sè e consentiva, quindi, un'evoluzione adattativa che restaurasse il modello capitalista auspicato (quello del famoso passaggio di Kalecky).
E questo nella coscienza che ciò potesse farsi con la dovuta gradualità necessaria per attendere sia il consolidarsi della imminente vittoria definitiva sul socialismo "reale", che lo sfaldamento della linea politico-elettorale incentrata su diversi livelli di concessione sul fronte del welfare (che pareva accomunare nella irreversibilità tutti i partiti in campo, nei limiti della funzionalità alla strategia di sedazione dell'avanzata dei partiti comunisti: inutile dire che era, specie in partiti come il Repubblicano USA, una linea "rebus sic stantibus" e tatticamente accettata obtorto collo. Lo stesso, poteva dirsi di settori della democrazia cristiana, come dimostra la vicenda dell'evoluzione delle posizioni sulla banca centrale da quella di Carli anni '70 a quella di Andreatta-Ciampi, primi anni '80)...".

3. Ora questa aspirazione alla restaurazione aveva già espresso, in Europa, cioè nel contesto in cui sarebbe stato connaturato cercare di applicarlo, un sistema di pensiero economico-politico, in sè compiuto.
Questo va identificato nella assoluta contiguità - storicamente attestata da prove inconfutabili (tanto che coloro che si identificano in questa "scuola" non intendono confutarlo ma semmai confermarlo) tra la scuola austriaca di von Mises e von Hayek, e la elaborazione della c.d. "terza via" di Roepke, cioè l'ordoliberismo in senso proprio (la distinzione attiene più alle biografie dei rispettivi protagonisti, cioè a fortune politiche e mutevoli sedi di insegnamento accademico, che ad una reale separazione politico-ideologica, come vedremo).

L'ordoliberalismo, infatti, fin dalla sua genesi, si pone come un tentativo linguisticamente e ideologicamente (nel senso della enunciazione dei valori perseguiti) mirato a rendere accettabile la sostanziale realizzazione -o "rivincita"- del liberismo, cioè del "governo del mercato" sull'intera società; e questo, conservando la facciata del soggetto, lo Stato strutturato (in una molteplicità di funzioni di pubblico interesse), che era visto come la principale interferenza contraria a tale realizzazione. 
4. E' ovvio che, nella fase del nazifascismo, questa strategia si potè valere, certamente in Germania e, per certi innegabili aspetti in Italia, della coincidenza (transeunti, ma "eticamente" favorevole) dello Stato, avversario tout-court, con quello storicamente manifestatosi nel totalitarismo militarista e guerrafondaio di tale epoca (almeno nei luoghi di nascita dello stesso ordoliberismo).
La legittimazione, addirittura "pacifista", del liberismo compromissorio (nella sola fase iniziale) e strumentale (data la permanente mira alla restaurazione del modello liberista nella sua sostanza integrale), potè quindi godere di un'ambigua investitura "etica" di opposizione al totalitarismo.
In effetti, però, l'ordoliberalismo al totalitarismo non rimproverava affatto la soppressione di quelle libertà "attive" (contro cui si era sempre mobilitato) che contraddistinguevano la democrazia abbattuta dagli stessi totalitarismi: in altri termini, rispetto alla soppressione-negazione (eventuale) dei diritti c.d. sociali (ovvero di tutela del lavoro e del welfare), che erano considerati dai neo-liberisti di ogni "scuola" quali inaccettabili distorsioni del mercato (in particolare e soprattutto, di quello del lavoro), rimaneva in posizione neutra
La posizione ordoliberista sulla progressiva natura "interventista" dei totalitarismi, poi, divenne  inevitabilmente critica, in nome di un indistinto richiamo alla libertà, dato che i "fascismi", seppure con livelli quantitativi "non inflattivi" e compatibili con l'alleanza organica col capitalismo industriale nazionale, aderirono in vario modo all'idea rinnovata, (post crisi del '29), dell'erogazione delle "sicurezze" sociali alle masse governate come pure di una forte presenza pubblica nel settore bancario. 
Anzi, questo versante della critica al nazifascismo, è tutt'ora utilizzato dalla parte liberista più ostinatamente (e strumentalmente) ignara delle reali vicende storiche e dei relativi dati economici: estrapolando le politiche sociali dei totalitarismi come elemento caratterizzante principale (se non unico) degli stessi, propone la mistificatoria equazione tra i totalitarismi e lo stesso Stato democratico pluriclasse improntato al welfare (si tratta del fenomeno dell' Antistalismo libertario "liceale")

5. Questa confusione - se non altro su natura e reali ragioni dell'opposizione agli stessi totalitarismi, (determinata da un'equivoca contingenza storica), - non può certo dirsi casuale, dato che i totalitarismi fascisti si rivelarono come efficaci rimedi proprio al fallimento dei metodi di controllo sociale in precedenza predicati dall'imperante liberismo, quello dell'epoca del gold-standard, del colonialismo e dell'avversione al "monopolio" sindacale.
Quello stesso fallimento, poi, aveva semmai dato luogo, nelle sue più radicali conseguenze, all' "opposto" totalitarismo del comunismo sovietico, che era l'avversario comune sia del nazifascimo che del liberismo. Ma, notare bene, ciò avvenne più per la sopravvenuta sussidiarietà-alleanza del primo con il secondo, che per un'autonoma vocazione "ideologica" dello stesso nazifascimo nel concepire radicalmente lo scontro di classe (che veniva dissolto, piuttosto, nel concetto cooperativo e "corporativo" di popolo-ceto produttivo).

Nondimeno, questa militanza oppositiva, - determinata in ultima analisi dalla (consueta) insofferenza liberista verso mediatori "politici" estranei all'oligarchia liberista, e la cui stessa esistenza attestava la natura fallimentare della società (neo)liberista-, consentì ai liberisti di sedersi al tavolo della "ricostruzione" con un'insperata legittimazione.  
Ancorchè, quantomeno in Italia, gli stessi, in sede di Assemblea Costituente, risultassero recessivi; e parliamo proprio degli Einaudi, dei Nitti, e dei vetero-liberisti strettamente connessi, nella loro traiettoria culturale, proprio ai von Hayek-von Mises e ai Roepke. Cioè, pur nella dialettica delle posizioni su "come", - in tema monetario o di attuazione dell'internazionalismo dei mercati, paludato da "federalismo" europeo-, restaurare il mercato del lavoro perfettamente flessibile, che è il "core" del liberismo, Einaudi e, per certi versi (più politici), de Gasperi (e apertamente Sturzo), furono certamente  attratti dall'area ordoliberista.

6. Tutti i passaggi finora accennati possono trovare, senza grandi sforzi bibliografici, un'agevole conferma sia storica che contenutistica, nelle vicende e nelle biografie che contrassegnarono i protagonisti prima del dopoguerra (ri-costruzione), poi della stessa "costruzione europea", nelle sue fasi "comunitarie" e, successivamente "federal-unioniste".
Per semplificare questa conclusione consigliamo la lettura integrale di questo paper che, sul principale teorico dell'ordoliberismo e della "terza via", cioè di quella che sarà poi la struttura fondamentale del Trattato di Maastricht
Va peraltro precisato che lo stesso Roepke non proponeva la definizione di "terza via" :

"Röpke non disegna una terza via tra l'economia di mercato e l'economia collettivista. Lo dice lui stesso in forma esplicita nel già citato importante scritto del 1961 (L'anticamera del collettivismo): “Chiunque tema il rimprovero d'aver ignorato i segnali della storia mondiale si guarderà bene dal parlare ancora di un “sistema misto”, come se ci fosse una terza possibilità, atta a risparmiare la scelta, spesso scomoda, fra economia di mercato e collettivismo quali principi dell'ordine economico”.
Ma questa esplicitazione semmai conferma la natura "cosmetica" dell'uso del termine sociale da parte dell'ordoliberalismo, in quanto strumentalmente agevolativo di una restaurazione del libero mercato tout-court, (senza particolari concessioni che non siano, appunto, la mera aggiunta del termine "sociale").

Curiosamente, a conferma di quanto per questa restaurazione occorra tener conto di esigenze di marketing politico-comunicazionale, elemento principe della strategia di "costruzione europea", vediamo come, non casualmente, da parte della sinistra filo-europeista si ponga invece un'enfasi prioritaria sulla "terza via"; e ciò specialmente suggerendo una presunta attenzione di "social-lavoristica" di Roepke (ed Einaudi), legata alla sua enunciazione pro-concorrenziale della tutela dei consumatori, (legittimati in realtà solo come "produttori"); in qualche modo, politicamente e mediaticamente, si ritiene vantaggioso lasciar vivere l'equivoco che la tutela dei consumatori equivarrebbe ad una più moderna, ed inevitabilmente "nuova", tutela dei "lavoratori", laddove questa preoccupazione non aveva alcuna cittadinanza nella visione di Roepke.


"Il pensiero di Röpke è stato profondamente segnato da alcuni eventi storici come la Prima Guerra Mondiale, la crisi economica degli anni ’30, la nascita di movimenti nazionalistici e socialisti, la
Seconda Guerra Mondiale, il secondo dopoguerra e dalla sua esperienza personale in particolare il servizio militare prestato durante la prima Guerra Mondiale e l’autoesilio.

Significativa è stata anche la sua partecipazione nel  1938 al Colloque di Walter Lippman, famoso tra gli intellettuali di indirizzo liberale dell’epoca; l’incontro con Luigi Einaudi nel  1944, che diventerà un suo grande amico e con il quale  condividerà ampiamente il suo pensiero e le sue teorie: sarà  Einaudi ad applicare la teoria della “terza via” di Röpke in  Italia per la rinascita economica del secondo dopoguerra; ed infine il periodo passato a Graz (1928-1929), dove entra in contatto con la Scuola di economia austriaca, rappresentata da von Hayek e von Mises. L’Ordoliberalismo nasce quindi come espressione di due scuole di economia: quella austriaca (Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises) e quella friburghese (Walter Euken , Eugen von  Böhm-Bawerk , Alexander Rüstow e Wilhelm Röpke)  rappresentata da eminenti intellettuali, considerati i padri  dell’economia sociale di mercato...
...E’ importante precisare che  l’Ordoliberalismo ha dato i  natali a quella “terza via” che  si imponeva come opzione tra il  liberalismo economico e la pianificazione economica, generando quello che è oramai conosciuto come economia sociale di mercato, dove lo Stato assume un ruolo di regolatore al fine ultimo di realizzare il benessere della società in un contesto di libero mercato attraverso i punti programmatici fondamentali dell’economia sociale di mercato
Questi puntii programmatici, nella versione dei padri fondatori dell’ordoliberalismo, si possono sintetizzare così:
• un severo ordinamento monetario;
• un credito conforme alle norme di concorrenza;
• la regolamentazione della concorrenza per scongiurare la
formazione di monopoli;
• una politica tributaria neutrale rispetto alla concorrenza;
• una politica che eviti sovvenzioni che alterino la
concorrenza;
• la protezione dell’ambiente;
• l’ordinamento territoriale;
• la protezione dei consumatori da truffe negli atti d’acquisto."


 

7. Si può dunque senza particolare sforzo riconoscere che questi "punti fondamentali", non soltanto sono ritrovabili con esattezza quasi compilativa nei trattati sull'Unione Europea, ma, di più, essi hanno la "accortezza" di non parlare direttamente, come appunto gli stessi Trattati, dei riflessi IMMANCABILI che la loro attuazione, in termini di regole dominanti nella società interessata (in pratica, quella dei paesi aderenti all'UE), avrebbe avuto sulla restaurazione del mercato del lavoro perfettamente flessibile che è, poi, in sostanza, l'unica irrinunciabile rivendicazione del liberismo.
Al momento in cui, come abbiamo visto sopra, maturarono le condizioni per passare dalla fase difensiva (cioè dalle mere reisistenze in sede Costituente e nell'attuazione della Costituzione) alla fase "operativa", l'ordoliberismo si affidò a uomini come Mitterand, soprattutto, lo stesso Amato e Carli in Italia, Tony Blair, Olof Palme.

Con ciò era saldata, adeguandosi ai tempi (di una minaccia "comunista" che si andava dissolvendo, fino alla caduta del Muro di Berlino), la tradizione "cristiano-democratica" con quella "socialista-liberale", essendo la seconda molto più in grado, per la sua pregressa legittimazione pro-welfare, di far accettare con immediatezza il "TINA" insito nella restaurazione.
Quest'ultima però veniva, ed è tutt'ora, proposta come "nuovo", reso necessario da una liberalizzazione dei capitali e dei movimenti di forza lavoro e non solo più delle merci, che veniva simultaneamente propugnata e costruita. 
Sul piano della comunicazione politico-economica, quindi si andava creando una sorta di petizione di principio, euristica: cioè la causazione artificiale - e "a posteriori", rispetto alla sua stessa enunciazione- della "necessità senza alternative" che andava giustificando l'affidamento di eccezionali poteri sovranazionali erosivo delle sovranità nazionali. Quelli di cui parla appunto Amato nell'incipit.  

8. Ci sarebbe da interrogarsi sulle mutazioni politico-internazionali che condussero a tale saldatura. 
L'auto-proposizione dell'ordoliberismo come "terza via", (nominale e tattica più che sostanzialmente differente dal liberismo),  rese quasi naturale ciò per un processo transitivo di "interpolazione": se occorreva configurare un'alternativa di riequilibrio tra capitalismo sfrenato, in quanto socialmente inaccettabile nell'evoluzione del conflitto di classe nel corso del '900, ed ogni forma di economia pianificata e tendente al "collettivismo" inefficiente, quest'ultimo polo della "triade" compromissoria, - via via che si dissolveva, implodendo, il socialismo reale-, finì per essere identificato col modello economico-misto delle Costituzioni democratiche del welfare.
La costruzione europea attraverso l'ordoliberismo, dunque, come implicano le stesse parole rivelatrici di Amato, si rivelò come occasione di rigenerazione dei partiti socialdemocratici (o riqualificatisi tali)  in funzione antitetica al "costituzionalismo": si considera eticamente "correct" superare la sovranità costituzionale nazionale in nome della "efficienza" sovranazionale (il "vincolo esterno"), ed inizia, segnatamente in Italia, la grande stagione della "revisione" delle Costituzioni basate sulla rigidità dei principi sottostanti ai diritti sociali. 
In generale, in tutta Europa inizia l'offensiva (OCSE-led) delle "riforme", variamente proposte come soluzioni parificate ad una grund-norm dinamica addirittua sovra-costituzionale; una proposizione che tende a far dimenticare ogni passato collegamento con il marxismo e  che "nova" la sinistra filo-europea da pro-labor a "progressista", legittimata dunque, dall'idea di "progresso", a derogare o sospendere l'applicazione dei fondamenti costituzionali del dopoguerra.

9. Questa conclusione sul ruolo dell'ordoliberismo (alquanto lineare per un osservatore non superficiale) può trovare un'autorevole interpretazione autentica nelle stesse complessive parole di Draghi:
"In this context, it is worth recalling that the monetary constitution of the ECB is firmly grounded in the principles of ‘ordoliberalism’, particularly two of its central tenets:
  • First, a clear separation of power and objectives between authorities;
  • And second, adherence to the principles of an open market economy with free competition, favouring an efficient allocation of resources."
- sia nel costante e significativo invito all'effettuazione di riforme strutturali che altro che non sono che il completamento del mercato del lavoro auspicato come "essenza autosufficiente" della rivendicazione liberista.

10. E sul punto specifico, poi, come già ci ha dimostrato questo bel post di Arturo, non esiste un fondamentale dissenso tra, più o meno rivendicate, posizioni ordoliberiste "di sinistra" e posizioni più prettamente "conservatrici": entrambe condannano la tutela collettiva dei lavoratori, sia che fosse vista come miope perseguimento di "interessi sezionali" forieri addirittura del conflitto tra le Nazioni, sia che fosse, come oggi, sanzionata come principale caso di monopolio "avversario del funzionamento del magico "sistema dei prezzi" di mercato, tanto più se legittimato dal deprecato riconoscimento normativo dello Stato.

Le dispute al riguardo, semmai, confermano che, come in tutte le realizzazioni di un programma politico-ideologico, possono esistere diversi punti di vista sulla miglior via di realizzazione del programma stesso, per lo meno per quanto riguarda la suddetta rivendicazione irrinunciabile.
E che questa realizzazione abbia, per l'Europa, utilizzato come perno la "costruzione federalista" - salvo poi rinnegarla de facto, ma nel modo tecnico-paludato e mimetico dei trattati, quando si è trattato di realizzare l'altro caposaldo (più che mai tattico) ordoliberista, quello della moneta unica-, è un fatto storico su cui, il crescendo culminato nei fatti odierni, non dovrebbe lasciare più alcun dubbio.

11. L'ordoliberismo, quindi, per la sua natura tattica (cioè di compromesso o "terza via", apertamente postulati, per rendere accettabili i suoi fini ultimi) è uno strumento ideologico-politico più efficace della dura teorizzazione anti-keynesiana e darwinista sociale di Hayek, perlomeno assunta al suo stato più puro: questi è portato ad ammettere apertamente la preferenza per la dittatura rispetto ad una democrazia (evidentemente "sociale", cioè pluriclasse e non oligarchica) che ostacoli la Grande Società del mercato.
L'ordoliberismo invece svuota gradualmente dall'interno la democrazia, predicando il riduzionismo "idraulico-sanitario" della democrazia già definito da Hayek, ma preferendo farlo in una cornice di apparente conservazione del quadro istituzionale, tale da consentire lo svuotamento della democrazia sostanziale ("necessitata") del secondo dopoguerra, con un'alternanza di gradualità ed accelerazioni sostenute da una forte cornice morale accuratamente proclamata: quest'ultima la fa "assomigliare" all'ordinamento democratico, naturalmente imperniato sui valori solidaristico-umanisti, eliminando così, almeno ad un primo impatto, il senso di minaccia per le comunità sociali coinvolte. Almeno fino a quando  la minaccia non sia stata tradotta in un risultato acquisito ed irreversibile.
Il che ci riporta direttamente al "metodo" teorizzato da Giuliano Amato all'inizio di questa trattazione .
Ma ciò conferma anche il senso dello "stile" della tecnocrazia rivestita da slogan moralistici pop, quale ci descrive il famoso brocardo di Juncker, che riassume in tutta la sua efficienza la tattica politica ordoliberista:
LEGGERE QUESTE DICHIARAZIONI DI PRODI, JUNCKER, AMATO, KOHL, PADOA SCHIOPPA, ATTALI,MONTI: LA UE E' UNA DITTATURA.



23 commenti:

  1. RANE NELLA PENTOLA & GARROTA

    Lessate le rane a fuoco lento (40 e pippa percento), rimane in giro qualche "meddlesome outsiders" da garrotare lentamente guardandoli negli occhi che non sanno tacere la democrazia che essi, cioè essi, vogliono spegnere sadicamente e lentamente un giro per volta.
    .
    Vabbè, vado a commentare da Mazzalai e Bottarelli
    la "grande" vittoria.


    Prima però passo sotto la casa di Amatore Sciesa - è proprio lì di fronte - e ... tiremm innanz!

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  2. Puntuale come un orologio svizzero -in perfetto sincrono col "disegno" che hai magistralmente "dipinto" qua sopra- la "tourné" della nuova star "de sinistra":
    Piketty (cito sue testuali parole: "l' inflazione è una tassa sui poveri")

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    1. Non ho parole (si fa per dire): Pikketty è l'estrema carta giocata dagli ordoliberisti per conservare l'onda della restaurazione. In questa tragica revanche della deflazione, che riporta le lancette dell'orologio, persino negli USA (se non altro per il pre-panico da debt deflation che li tiene in sospeso sulla prossima bolla), al pre-crisi del '29, la demonizzazione dell'inflazione è solo l'altra faccia del lavoro-merce e del mondo liberiscambista dei consumatori indebitati

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    2. bargazzino mi puoi linkare il riferimento a Pike ? davvero sconcertante : è come se dicesse il sole è un male per per vita...

      accenno e riprendo qui la ^polemica^ sulle accezione di ordoliberismo , solo dei frammenti
      Letto il disorso di draghi (a tel aviv) dove afferma il suo conformarsi ai principi ordoliberali...
      l'ho trovato fra il patetico e il ridicolo (ma questi sanno solo mentire) perchè se i principi
      alla base dei trattati (e dello spirito guida della bce) sono chiaramente ordoliberali
      la prassi della bce non lo è stata...Se davvero gli stati dell'euro e del mercato comune si fossero piegati ai principi dell'ordololiberismo tedesco 'storico' e quelli di V.h. la crisi non ci sarebbe stata ...gli squilibri sarebbero stati di ordini di grandezza inferiori e sarebbero stati gestibili...Ragioniamo perchè al liberista Friedman (piccola confessione :sono stato per un breve periodo estimatore di friedman e anche del liberismo , in parte perchè quello ti insegnavano -e l'hanno insegnata a tutti quella prospettiva...- in parte perchè essere cresciuto in un ambiente profondamente ordoliberale , sembrava un alernativa allettante)
      perchè a friedman non piaceva l'euro e l'europa? perchè l'ordoliberismo è per la conservazione per la stabilita' (come lo è nel pensiero di V.h) certo una stabilita' verso la deflazione...che porta a una societa' diseguale...ma stabile...

      L'euro e l'europa dovevano ispirarsi a sani principi ordoliberali tedeschi ma alla fine succede un casino ...crisi di debito privato stati presi in consegna da tecnici che mettono in atto politiche non ordoliberali ma 'liberiste' (pinochettiane come dice Sil-viar , la cito perchè l'ho sentito dire da lei ed in effetti è proprio cosi'...) le politiche della bce e dell'europa sono state liberiste non ordoliberiste ! perchè alle elite alle grandi banche alla finanza è convenuto cosi'
      solo gli stati con sovranita' (germania francia belgio in misura diversa) hanno attuato politiche 'ordoliberali' in casa propria...
      Faccio un altro distinguo a mio avviso einaudi è neoliberale o liberista non ordoliberista (e la differenza è forte)

      Faccio un altro esempio come la pensate l'ideologia di marchionne ordoliberale^ alla tedesca ^o neoliberale ? direi decismente neoliberale /ista ...
      Bene per un accenno è anche troppo...:)

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    3. Intervieni ripetendo gli stessi concetti che sostieni da sempre " a prescindere". Per te il post è tamquam non esset; links di cui il post è rassegna, links dovuti al contributo di altri commentatori, ignorati.
      Ho capito la tua posizione: ti piace l'ordoliberismo e lo consideri, ignorando quanto qui sostenuto e ripetuto, diverso dal liberismo...perchè per te è così...e basta; una cosa "sana" che avrebbe portato l'UEM di per sè a sane applicazioni e al benessere generale.

      E' come dire che il mercantilismo imperialista tedesco - di cui l'ordoliberismo è storicamente la veste etico-teorica- è un modello esportabile a tutta l'UE-M. Bene, qui non siamo d'accordo ed in base ad analisi documentate e argomentate che non ti piacciono perchè non ti piacciono.

      E infatti non le leggi.

      Basti dire che nessuno storico dell'economia -e neppure lui stesso- sosterrebbe che Einaudi non sia ordoliberista: è uno dei fondatori della corrente data la stretta corrispondenza e il documentatissimo scambio di idee con Roepke e l'esplicita teorizzazione comune.

      Mi pare del tutto inutile discutere.
      Prova ad andare su goofynomics e a dire che l'imperialismo mercantilista in AVO governata dalla sola BC indipendente "pura", altro concetto ordoliberista pacifico (a prescindere da Draghi) è una cosa "sana": dal punto di vista macroeconomico le due tesi sono perfettamente collimanti (basta leggere il rapporto Werner altrettanto da te ignorato).
      Magari avrai più ascolto e "fecondo" scambio di idee.

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    4. http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/10/09/fisco-leconomista-piketty-perche-in-italia-serve-tassa-sulleredita/300415/

      (Minuto 3 e 10 secondi)

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    5. però Piketty specifica che bisogna salvaguardare i patrimoni sotto il milione di euro....cosa che i nostri dubito faranno....

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  3. Che il neoliberismo europeo passi attraverso l'ordoliberismo è una constatazione che mi pare sempre più diffusa nella letteratura. Segnalo da ultimo un libro importante, scritto da Mark Blyth, Austerity. The History of a Dangerous Idea, N.Y., Oxford U. P., 2013, che è stato recensito da Krugman (da cui credo abbia tratto la battuta di qualche giorno fa): (scusate se non riporto i numeri di pagina, ma in questa edizione elettronica non riesco a vederli) "Its [della Germania] ability to withstand the inflationary pressures of the period [fine anni '70] became the model for other European states: first, through the abortive currency pegs to the deutsche mark of the 1980s and 1990s; second, through the incorporation of ordoliberal principles into the ECB constitution and the EU Commission’s competition-focused policies; and third, through the rules-based approach to governing the Euro project. From the Maastricht convergence criteria to the Stability and Growth Pact to the proposed new fiscal treaty—it’s all about the economic constitution—the rules, the ordo.
    For example, the centrality of competitiveness as the key to growth is a recurrent EU motif. Two decades of EC directives on increasing competition in every area, from telecommunications to power generation to collateralizing wholesale funding markets for banks, all bear the same ordoliberal imprint. Similarly, the consistent focus on the periphery states’ loss of competitiveness and the need for deep wage and cost reductions therein, while the role of surplus countries in generating the crisis is utterly ignored, speaks to a deeply ordoliberal understanding of economic management. Savers, after all, cannot be sinners. Similarly, the most recent German innovation of a constitutional debt brake (Schuldenbremse) for all EU countries regardless of their business cycles or structural positions, coupled with a new rules-based fiscal treaty as the solution to the crisis, is simply an ever-tighter ordo by another name.
    If states have broken the rules, the only possible policy is a diet of strict austerity to bring them back into conformity with the rules, plus automatic sanctions for those who cannot stay within the rules. There are no fallacies of composition, only good and bad policies. And since states, from an ordoliberal viewpoint, cannot be relied upon to provide the necessary austerity because they are prone to capture, we must have rules and an independent monetary authority to ensure that states conform to the ordo imperative; hence, the ECB. Then, and only then, will growth return. In the case of Greece and Italy in 2011, if that meant deposing a few democratically elected governments, then so be it."

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  4. L'autore dedica anche un approfondito (per uno straniero) capitolo a Luigi Einaudi: "Einaudi was the founder of a school of public finance economics at the Bocconi University of Milan that produced an economics that was a hybrid of German ordoliberal ideas and what would later be called public choice economics. [...] Einaudi’s economics are the last link in the fossil record of economic ideas that explain why we came to think, once again, that we can all cut our way to growth at the same time.
    Einaudi sought to develop a “liberalismo economico—the economic order adequate to the liberal vision” that would augment man’s natural drive to work, save, and compete.98 State actions that produced inflation, especially misguided Keynesian efforts, blunted these natural drives and should be avoided at all costs. Again, like the German ordoliberals, Einaudi wanted a strong state only to the extent that it expanded the boundaries of the market, facilitated competition by prohibiting monopolies, and created “the legal and political milieu in which men can organize, invent and produce.” In other words—he, too, wanted an ordo. Einaudi was, however, much more than ordoliberalism in Italy, sotto voce. He was also much more than an economic theorist. He was, given his postwar institutional positions, a powerful advocate for European unity, especially through the mechanisms of single markets and single currencies.
    As far back as the 1940s Einaudi had argued, in definite ordoliberal terms, for a European monetary union."

    Blyth, basandosi fra l'altro su questo paper di Santangelo, vede una chiara continuità fra Einaudi e gli attuali Bocconi Boys teorici dell'austerità espansiva. Anche noi abbiamo le nostre glorie, insomma.

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    1. Vabbe', per stavolta ti perdoniamo che non ci hai riportato il numero della pagina :-)

      Guarda, sul fatto che Einaudi (che in un suo articolo dei primi del 900 si definiva "neoliberista" e ci teneva precisare che le sue teorie erano VECCHIE) sia il vero babbo della classe dirigente italiota odierna non v'e' dubbio alcuno.
      Come constatavo qualche giorno fa, si denota nei suoi vecchi articoli una contemporaneita', proprio a livello di linguaggio, di grammatica, che ha del sorprendente (e dell' inquietante)
      Su Einaudi e la sua capacita' di irradiare con le sue corbellerie la "sinistra riformista" si pensi al poro Spinelli, gia' "socialista" e quindi ventriloquo di Einaudi nel suo manifesto di Ventotene...

      Ps:
      Non per schierarmi contro la tassa di successione a priori (che per altro la nostra costituzione non preclude di certo),
      MA
      Non trovate "sorprendente" che quello sia un cavallo di battaglio del "socialista" Pikkety, come lo era del liberista Einaudi?

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    2. Grazie Arturo per questa serie di fonti confermative puntuali e quasi...drammatiche nell'esserlo.

      L'ordo, termine che se non ricordo male risale allo stesso Eucken, non finirà mai di essere un'aspirazione antidemocratica (e di riproporsi): proprio perchè nega la radice della stessa essenza biologicamente immutabile della democrazia. E cioè, l'esistenza, antropologicamente caratterizzante la stessa specie, degli esseri umani come soggetti dotati della stessa dignità e di potenzialità (anche se su attitudini diverse) piuttosto omogenee, una volta resi avulsi dalle catene sociali gerarchiche.
      E il bello è che credono che la loro registrazione di fatti storici artificiali, cioè dei rapporti di forza creati dal capitalismo negli ultimi 200 anni (o giù di lì), riflettano condizioni antropico-organizzative categoriali e "naturali", cioè ascrivibili a centinaia di migliaia di anni della socialità della specie.
      Dal punto di vista scientifico-epistemologico una dimostrazione di conoscenze rozze e llimitate portate fino all'ottusità.

      In effetti, è da aggiungere, poichè forme analoghe di teorizzazione ipostatizzata delle gerarchie sociali di ciascuna organizzazione sociale succedutasi a partire dalla rivoluzione agricola, divengono variamente dominanti a partire da un certo punto dello sviluppo umano, - sempre molto recente rispetto ai tempi dell'evoluzione filogenetica-, c'è da chiedersi: cosa è successo a un certo punto all'umanità?

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    3. @Bargazzino: neppure io sono radicalmente contro l'imposizione della successione (tecnicamente non è una tassa ma un'imposta). Ma dipende da quale modello socio-economico si consideri rispondente allo sviluppo del benessere generale.
      Accettata la dinamicità tecnologica e innovativa (di processo e di prodotto) che conseguirebbe (teoreticamente, il condizionale è d'obbligo), la successione dovrebbe essere tassata solo sui patrimoni derivanti dall'esercizio dell'impresa, cioè quelli che passerebbero dall'imprednitore-ideatore e organizzatore a erdei non meritevoli in alcun modo e versati al mero investimento finanziario.
      Per il resto, cioè sui beni ereditati derivanti dalla soddisfazione, durante la vita del dante causa, di bisogni generali fondamentali (l'abitazione e il risparmio ad un livello che consenta ad es; una effettiva scelta "vocazionale" sulla propria formazione), essa risulta meramente distruttiva e non porta vantaggi in termini di pieno utilizzo dei "fattori della produzione".
      Tant'è che tassarla oltre il limite che precluda agli eredi di soddisfare queste aspirazioni in continuità con quanto realizzato dalla generazione familiare precedente, risulterebbe contraria agli artt.42 e 47 Cost. Poi si può discutere se siano fissabili delle soglie coerenti: ciò in effetti, non può univocamente essere stabilito una volta per tutte (ed infatti la Costituzione non lo fa, affidandosi al parametro dell'accessibilità a tutti di casa e risparmio nonchè a quello della pubblica istruzione non gravabile da oneri per sostenere quella privata).

      Pikketty, vuole dunque conservare ciò che invece andrebbe colpito (l'accumulo del capitale transnazionale mobile, non soggetto alla sovranità degli Stati nazionali e praticamente esente) e colpire ciò che andrebbe esentato. In nome di un'eguaglianza che altro non è che l'abbrutimento di massa. Cioè, in fondo, il programma del meticciato di Kalergy

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    4. Terreno assai sdrucciolevole quello di eredità e successione. La ovvia obiezione "Perché trattarne in Costituzione, se ne occupa il diritto civile " non tiene, imho, conto della posizione finale :l'art 42. Ciò non è irrilevante (ancorché ampiamente preterintenzionale.
      Il valore del Piketty documentale è ragguardevole, specie insieme a Saez. Su ESSO divulgatore avete già detto tutto

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    5. "La ovvia obiezione "Perché trattarne in Costituzione, se ne occupa il diritto civile " però non è affatto "ovvia": l'imposta di successione è questione di sistema tributario e di modello socio-economico, non coinvolgendo il diritto civile se non in via di riflesso.

      Nella mia risposta mi baso proprio sugli artt.42 e 47 Cost.
      Ribadisco che "tassarla oltre il limite che precluda agli eredi di soddisfare queste aspirazioni in continuità con quanto realizzato dalla generazione familiare precedente, risulterebbe contraria agli artt.42 e 47 Cost. Poi si può discutere se siano fissabili delle soglie coerenti: ciò in effetti, non può univocamente essere stabilito una volta per tutte (ed infatti la Costituzione non lo fa...).
      Ma vorrei tornarci su "funditus"...

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  5. ESATTO. Al di la di questo (cioe' che e' una paraculata di cui si avvantaggera solo il grande capitale transnazionale...a discapito della classe media nazionale che ha il "torto" della "resilienza")
    Andando sul piano teorico; dimmi se sbaglio nell' analisi che segue. E il tuo giudizio e' certamente qualificato!:
    L' idea della tassa di successione è di tipo liberale (infatti Luigi Einaudi ne era innamorato).Dice (per semplificare): Il mercato assegna la ricchezza (E LO STATO NON DEVE INTERFERIRE), quando crepi, con la tassa di successione, riequilibri il NATURALE squilibrio creato dal mercato (che tende a concentrare le ricchezze, dunque, dopo un po' di generazioni ti ritrovi nel feudalesimo, senza correttivi) e con il ricavato do un po' di elemosina ai poveracci (il reddito di cittadinanza)L' IDEA SOCIAL-DEMOCRATICA (che io condivido e che la nostra Costituzione formalizza)Dice:Io Stato garantisco A TUTTI UNIVERSALMENTE dei DIRITTI inalienabili: Il diritto alla salute, all' istruzione, ad un lavoro DIGNITOSO e COMUNQUE con una paga DIGNITOSA e anche alla tutela del risparmio e alla proprietà privata (FINO A CHE QUESTO COINCIDE -e puo' benissimo coincidere- CON L' INTERESSE SOCIALE).(insomma, l' idea liberale è di una redistribuzione a valle del processo economico, l' idea progressista/social-democratica è di una redistribuzione A MONTE di tale processo)

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  6. A questo punto non sembrano esserci dubbi che la UE sia ispirata all'ordoliberismo. Però nella prassi, solo gli "italiani" sembrano essere particolarmente votati alla causa. I vari Padoa Schioppa, Monti, Amato, Prodi, Draghi (tutti di Goldman Sachs, feudo hayekiano?) lo hanno dichiarato e anche applicato concretamente, i francesi non mi sembrano così ligi, i tedeschi addirittura hanno interpretato la UE come mercato truccato per favorire i propri interessi nazionali (di classe) e ribadendo più volte la propria sovranità. In olanda Bolkestein, ex commissario e membro della Hayek foundation insieme ad Issing (http://www3.varesenews.it/lombardia/mario-monti-premiato-dalla-hayek-foundation-30993.html ; http://www.hayek-stiftung.de/116.html?&L=1), sembra aver cambiato idea e d oggi è apertamente anti-euro.

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    1. L'intreccio tra "tattica" (non dimentichiamolo) ordoliberista e costruzione europea, in realtà, ha diverse proiezioni nei vari paesi, ma a seconda del livello instrusivo di "convergenza" che imponeva: agli estremi opposti si trovano proprio Italia e Germania, i paesi che non casualmente sono a più forte radicamento ordoliberista.
      Per la Francia, però, Mitterand segna una svolta fondamentale (v.paper principale linkato e, se per questo, altre fonti nello stesso senso). Insomma, la Francia realizza allo stato quasi più puro la "novazione" socialdemocratica in senso neo-liberista (cioè non avendo una tradizione risalente al livello di quella Einaudi-Spinelli-De Gasperi-Sturzo-Ancreatta-Prodi).

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    2. Scorrendo tra i tanti documenti sul sito della fondazione che ho linkato si possono trovare molte dichiarazioni interessanti.
      2 a caso:
      La Thatcher ad esempio conferma che Hayek fornisce i fini piuttosto che i mezzi.
      http://www.hayek-stiftung.de/fileadmin/user_upload/Preisverleihungen/2003/dank_thatcher.pdf
      Monti dice che i suoi principi economici, compresi quelli sulla banca indipendente, sono ispirati dal pensiero di Hayek e la scuola di Friburgo
      http://www.hayek-stiftung.de/fileadmin/user_upload/Preisverleihungen/2005/2005_monti_rede.pdf

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    3. Bravo Gianni: come cerco di dire nel post, basta una minima ricerca sulle fonti dirette per trovare conferme tutte dotate di un'evidenza che non lascia dubbi.
      Ma al tempo stesso, è straordinario come questa mole di (auto)rappresentazioni di un disegno così pervasivo, sfugga totalmente ai nostri media (anche ai giornalisti teoricamente più critici del sistema)

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    4. Penso che se anche conoscessero tuti questi documenti, i più si fermerebbero alla versione ufficiale: innoqui economisti, anzi emeriti, visto che hanno lavorato in grandi istituti, che sono per la libertà ed hanno fini sociali e che occupano cariche politiche grazie al curriculum che hanno. Al "disegno" non crederebbero, lo reputerebbero da complottisti paranoici e un po' svitati.

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  7. Ciao Bargazzino, se posso permettermi sono d'accordo parzialmente , quando scrivi "quando crepi, con la tassa di successione, riequilibri il NATURALE squilibrio creato dal mercato (che tende a concentrare le ricchezze, dunque, dopo un po' di generazioni ti ritrovi nel feudalesimo, senza correttivi) e con il ricavato do un po' di elemosina ai poveracci (il reddito di cittadinanza)"... il "dopo un po' di generazioni ti ritrovi nel feudalesimo", vale solo per alcuni casi, in quanto la maggior parte dei figli e nipoti non ha bisogno della tassa di successione per sperperare il patrimonio ereditato, lo fa' benissimo da se', magari continuando a fare il mestiere del padre quando invece non e' in grado): i soldi si fanno e si perdono rapidamente. Il problema sono invece i grandi capitalisti transnazionali...,quelli che hanno manager tipo marchionne e stuole di avvocati..... anzi dovrebbe esserci un limite al patrimonio anche in vita (visto che campano 100 anni), ... tassare a bestia i rockfeller, rotschild, agnelli, murdoch , soros e via dicendo...gia' ancora in vita, allora si che non avremmo piu' il bildelberg et similia a governare gli stati. Chiaramente una chimera.

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    1. Sono d' accordo.
      Ma io parlavo a livello teorico.
      Confrontavo il modello liberale con quello social-democratico.
      Il punto è che, come ho scritto, l' uno preve una redistribuzione A MONTE (praticamente in automatico) del processo di accumulazione capitalistico, l' altro A VALLE. Una modalità assai piu' farraginosa che in relata' non funziona proprio per i motivi da accennati, tra gli altri.

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  8. Ciao Quarantotto, il link al paper su Roepke è morto. Qui ho trovato una fonte che dovrebbe essere equivalente (sempre della Stanciu "liberata"), non avendolo letto allora non so se corrrisponda in toto.

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