sabato 16 gennaio 2016

€UROPA OGGI (E ROMA 23 GENNAIO 2016): FREE TRADE (FOR OTHERS!) , IN PRACTICE, IS A MORE SUBTLE FORM OF MERCANTILISM


1. Per cercare di spiegare la rilevanza di quanto riportato nella locandina che costituisce l'immagine iniziale di questo post, prenderò il discorso (apparentemente) alla larga. Ma spero non invano: perché, se fosse vano, vuol dire che la tragedia dell'€uropa, priva di freni e consapevolezza, sarebbe inevitabile.
E, invece, dovremmo cercare tutti insieme di evitarla. Anche grazie alla comprensione e alla pratica possibilità di azione politica di persone come Marco Zanni che, per quanto mi consta, costituisce un caso unico non solo all'interno del suo movimento, ma anche in tutto il panorama politico italiano: e vi prego, se mi sbagliassi, di indicarmi altri in grado di "voler" comprendere e adottare azioni coerentemente conseguenti

"ACT OF (democratic) VALOR". AD AVERCENE!


"Il protezionismo è una politica economica che, opposta a quella libero-scambista, tende a proteggere le attività produttive nazionali mediante interventi economici statali anche ostacolando o impedendo la concorrenza di stati esteri."

Storia del protezionismo

Nei XVII e XVIII secolo si attuò una forma primitiva di protezionismo, il mercantilismo, una politica tesa al rafforzamento dell'economia interna ed alla massima limitazione delle importazioni.
Nel XVIII secolo la nuova economia capitalistica, che assumeva come linea guida la politica della libera concorrenza, limitava il protezionismo ai settori più deboli della produzione e in genere a quello agricolo meno sviluppato e alle industrie nascenti.
Nel XIX secolo troviamo il primo accenno ad una sorta di teoria protezionistica nello "Stato commerciale chiuso" di Johann Gottlieb Fichte ripreso in parte da Friedrich List, l'ispiratore dello Zollverein (Unione doganale) tedesco del 1834, che nel suo "Sistema nazionale di economia politica" (1841) criticava i principi del free trade (libero mercato) come inidonei per i paesi in via di sviluppo come la Germania del tempo (!).
A seguito della depressione, effetto delle guerre napoleoniche, prima da parte degli stati più coinvolti, Inghilterra, Francia e Austria, poi dal resto d'Europa si adottarono misure protezionistiche per risollevare le proprie industrie stremate dalle lunghe guerre.
Solo verso la fine degli anni quaranta, la ripresa economica riportò in primo piano il libero scambio."

Ma a partire dal 1873 una crisi economica generalizzata riportò i paesi europei, ad eccezione dell'Inghilterra il cui sviluppo economico era tanto avanzato da metterla al riparo da ogni concorrenza, ad un'aggressiva politica protezionista
È questo il periodo delle "guerre commerciali" che accompagnano, secondo alcune teorie storiografiche, il progressivo affermarsi del nazionalismo e la nascita, poco oltre la metà del XIX secolo, di nuovi stati nazionali, come la Germania e l'Italia. Non a caso la svolta protezionista prese le mosse in Europa nel 1878 proprio dalla Germania di Bismarck e dall'Italia (vedi le politiche protezionistiche della Sinistra storica). Anche a causa dell'inizio delle importazioni di frumento dagli USA, che andavano a toccare gli interessi dei proprietari terrieri europei."

3. Qui ancora un altro passaggio che può essere meglio capito solo pensando al coesistente quadro di colonialismo (imperialismo) che caratterizzava le più importanti potenze economiche, e politiche, tra l'800 e il '900. Senza questa cornice non è neppure comprensibile l'immancabile vantaggio che si accompagna, nelle intenzioni di chi lo propugna, al liberoscambismo. E la stessa imputazione di responsabilità al "nazionalismo" appare una vulgata retrospettiva imprecisa e selettivamente inaccurata:

"Il protezionismo nel '900" (trattandosi di Wikipedia, il tutto è da  prendere con beneficio di inventario, per le interne contraddizioni e i salti logici, che, infatti, vedremo più sotto):

Le tendenze protezionistiche caratterizzarono l'economia europea ed americana (già ma chi era in grado di imporle de facto a tutti gli altri Stati non egemoni? Ndr.) fino alla vigilia della Prima guerra mondiale e si rafforzarono nel periodo tra le due guerre quando la crisi di Wall Street nel 1929 spinse le singole economie nazionali ad una rigida chiusura che nell'Italia fascista prese le forme dell'autarchia.
Nel secondo dopoguerra prevalse la filosofia statunitense del multilateralismo e della libertà totale degli scambi secondo le linee guida stabilite alla Conferenza di Bretton Woods del 1944 che segnò la fine dell'isolazionismo economico americano e del predominio del dollaro sulle altre valute. Da allora si crearono organismi atti a tutelare il libero scambio come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.
Dopo la depressione mondiale a seguito delle crisi energetiche del 1973 e del 1979, si sono manifestate nuove spinte protezionistiche che si sono gradualmente indebolite per la rapida integrazione dei mercati sia economici che finanziari che caratterizza i nostri tempi."

4. Ma guardate però cosa arriva poi a dire Wiki:

Neoprotezionismo 

Il "neoprotezionismo" (o "neocolbertismo") è una politica economica attuata secondo i principi del protezionismo classico da un raggruppamento di Stati (come l'Unione europea) che, avendo interessi comuni, evitano di farsi concorrenza tra di loro in comparti produttivi economicamente e socialmente importanti, quali l'agricoltura e l'industria manifatturiera (!!!) per avvantaggiarsi a vicenda nei confronti della concorrenza mondiale...


5. Ma qui mi fermo perché la "inesattezza" di questa enunciazione, avvalorata da tutta la storia della competizione tra sistemi-Stato aderenti all'UE-M (chiaramente enunciata nei principi fondamentalissimi dell'UE, col "famigerato" art.3, par. 3 del TUE), con la creazione dell'egemonia mercantilista tedesca, è non solo plateale, ma attestata dalla stessa realtà istituzionale €uropea (tratto da un post citato in prosieguo):
"La Germania è una nazione tradizionalmente dedita al capitalismo mercantilista (morsa deflattiva sui salari per limitare l'import e guadagnare competitività di prezzo nelle esportazioni). 
Nell'articolo appena linkato, di Halevi, sottolineo la nota 4, che mostra come, curiosamente, Prodi avesse perfettamente capito come lo SME tendesse a funzionare in situazioni di squilibrio commerciale perseguite e accentuate dalla Germania; conclusione che, a maggior ragione, gli sarebbe stato possibile trarre, a prima vista, rispetto all'euro (misteri della memoria e della cognizione?)
Che nell'euro la Germania abbia poi addirittura accentuato la sua logica mercantilista per strozzare coi differenziali di inflazione, specialmente l'Italia, sua maggiore concorrente manifatturiera sui mercati europei, è cosa che ha rilevato lo stesso Laszlo Andor, commissario UE alle politiche sociali, e la Commissione tutta, procedendo all'apertura di una fantomatica procedura di infrazione per superamento da parte della Germania del limite del 6% di saldo attivo delle partite correnti (cosa che implica cioè un insano squilibrio all'interno dell'area UEM, che porta a livelli di debito-credito tali da minacciarne la stabilità finanziaria)."


6. Possiamo quindi istituire una prima naturale distinzione che si connette straordinariamente al problema dell'€uropa:
a) Il protezionismo adottato da Potenze imperialiste è l'altra faccia del liberoscambismo, perché ne costituisce l'evoluzione conservativa delle posizioni dominanti raggiunte e, al tempo stesso, di utile strumento anche in senso contrario alla contenibilità di tali posizioni da parte di altri competitor statuali.
Questa evoluzione (connaturale agli interessi consolidati delle oligarchie che hanno promosso l'imperialismo liberocambista nella fase di conquista) può logicamente preludere al vero e proprio conflitto armato tra potenze imperialiste: ciascuna supportata dalle rispettive nazioni satellite, colonizzate politicamente o economicamente.

b) Il protezionimsmo adottato da ordinamenti nazionali in via di sviluppo e non dominanti sui mercati internazionalizzati è invece un ragionevole strumento di crescita del c.d."infant capitalism", come spiegato da Chang ne "I Bad Samaritans" con riguardo a casi non certamente guerrafondai quali la Corea o, oggi, in UE, la "fascista" Ungheria. 
Quando, dunque, non si tratti di Stati che, dal loro passato imperialista e colonialista, risultino ossessionati dalla egemonia sugli altri, il "protezionismo" nelle sue varie e modulabili forme, si rivela in definitiva uno strumento di avvio della democrazia economica e socialmente inclusiva; al contempo, se lealmente riconosciuto in funzione delle diverse esigenze di sviluppo della varie società statali, è uno stabilizzatore degli interessi dell'intera comunità internazionale a una convivenza pacifica.

7. Queste precisazioni non le elaboro ulteriormente: mi paiono a questo punto autoesplicative. 
Vorrei però richiamare una premessa, nonchè una illustre e geniale economista e due post precedenti, che dovrebbero aiutare a fare le dovute connessioni con quanto abbiamo appena enunciato sulla diversità sostanziale di protezionismo-mercantilista-imperialista e protezionismo-sovranista-democratico: cioè in funzione dell'autonomo benessere di una Nazione che voglia preservare il proprio Stato di diritto democratico, e quindi costituzionale.

La premessa spiega come, in un'economia internazionale dominata dai paesi colonialisti, e quindi dichiaratamente imperialisti, si atteggi la relazione evolutiva tra protezionismo "imperiale" e liberoscambismo -, (sempre da vedere criticamente essendo tratto dallo stesso "pezzo" di Wikipedia):
«Il dibattito sui vantaggi del liberismo o del protezionismo è vastissimo sia tra i contemporanei che tra gli storici. Eppure di fatto la scelta protezionista non rallentò il processo d'integrazione mondiale dell'economia, tanto è vero che il commercio internazionale, nei due decenni precedenti la prima guerra mondiale, fu più vigoroso che mai
Il fatto è che per i contemporanei "protezionismo" significava molte cose assieme...» e non solo una scelta di politica economica. 
Dietro gli interessi economici si agitavano «strategie di politica internazionale di prestigio e di espansione, nonché fieri conflitti teorici tra la rumorosissima e influente ma minoritaria scuola liberista, detentrice dei valori dell'economia classica, e i suoi più pragmatici e spregiudicati nemici, nei parlamenti come nelle associazioni di agrari e industriali. E protezionismo e liberismo divennero così due contrapposte ideologie, due bandiere.» [3] 
In opposizione ai vantaggi della libera iniziativa e del minimo intervento dello Stato in economia con la formazione e la tutela della libera concorrenza, prospettati dalla corrente liberista, i sostenitori del protezionismo [imperialista dei paesi dominanti capaci di imporsi a tutta la comunità internazionale, ndr.] vantavano gli effetti positivi di questa scelta economica quali:
  • evitare l'uscita dal paese di valuta pregiata;
  • aumento dell'esportazione e diminuita dipendenza dalla produzione estera;
  • protezione dei settori industriali nascenti per impedirne il soffocamento da economie estere più progredite (tesi condivisa anche dai liberoscambisti come John Stuart Mill: questo "vantaggio" è spurio, cioè "di sinistra", all'interno di un dibattito epocale, essenzialmente interno ai liberisti e che, nel suo tempo, era confusamente trasversale..., e ciò vale anche per  i due argomenti che seguono, ndr.)
  • favorire la nascita di nuovi settori produttivi prima trascurati o mal utilizzati con conseguente aumento dell'occupazione;
  • indipendenza economica in alcuni settori produttivi dello stato che, tutelati e stimolati, progredirebbero nella ricerca di perfezionamenti tecnici industriali.
8. Svolta questa premessa, l'articolo economico da conoscere è quello di Joan Robinson (scritto, significativamente, nel 1977): Free Trade Doctrine, In Practice, Is A More Subtle Form Of Mercantilism”.  
La traduzione di questo estratto la affido ai più volenterosi dei commentatori:
"When Ricardo set out the case against protection, he was supporting British economic interests. Free trade ruined Portuguese industry. Free trade for others is in the interests of the strongest competitor in world markets, and a sufficiently strong competitor has no need for protection at home.  
Free trade doctrine, in practice, is a more subtle form of Mercantilism. When Britain was the workshop of the world, universal free trade suited her interests. When (with the aid of protection) rival industries developed in Germany and the United States, she was still able to preserve free trade for her own exports in the Empire (ndr: capite l'importanza di mantenere un'area economica "colonizzata" anche, e proprio, SE si perdono colpi in termini di competitività?). The historical tradition of attachment to free trade doctrine is so strong in England that even now, in her weakness, the idea of protectionism is considered shocking."

9. Ed ecco il primo post da richiamare in argomento: 
"Il marxismo-leninismo russo (pur nell'ambiguità di Stalin sul ruolo leader della Russia, ora Nazione egemone, ora, sede ecumenica dell'Internazionale "vivente" in Terra), rendeva insostenibili i vecchi imperialismi (coloniali) europei.

Se questi erano stati, da subito, i "negatori di Westfalia", la dialettica conflittuale del tardo '800 e dell'intero '900, fu innescata dal sovrapporsi della Germania nel Risiko degli imperialismi europei (come a suo tempo della stessa Inghilterra, rispetto a Francia, Spagna e Impero asburgico, tutti all'inseguimento del mito carolingio del Sacro Romano Impero). Questione geo-politica del tutto distinta dalla conflittualità intrinseca al capitalismo colonialista, prima mercantilista e poi liberoscambista, conflittualità che precede e contestualizza lo stesso "problema Germania". 

La "sopravvenuta" spinta egemone di quest'ultima aveva appunto già trovato una soluzione in sede europea, all'indomani della seconda guerra mondiale: la democrazia costituzionale

Sopravvenuta la "riunificazione" (delle due Germanie) - ad una situazione che delimitava  (scindendola fisicamente) proprio la sovranità nazionale tedesca-, invece, l'Europa ha rimesso in discussione, in base ad una risalente diagnosi, (quella di Ventotene, ndr.) storicamente sbagliata, proprio questa soluzione (il costituzionalismo democratico) già consolidatasi.
Una soluzione che aveva reso, nel frattempo, del tutto marginale l'ipotesi di "Ventotene": l'Europa si era già strutturata, in forza delle rispettive democrazie del welfare - e non certo della "costruzione europea" rivolta a profili essenzialmente commerciali non decisivi, ma "sussidiari", sul piano politico-, in una serie di inter-relazioni culturali, politiche e persino linguistiche che non avevano precedenti nella storia del continente."
10. Il secondo post: 
"Qui vorremmo completare il panorama delle caratteristiche e conseguenze del capitalismo mercantilista, quali ricostruite da Galbraith nel suo "Storia dell'Economia" (già cit. qui).

E questo per capire a cosa ci stia impegnando Renzi senza porsi il problema del rispetto dei principi inviolabili della Costituzione:

a)  "l'avvento dello Stato nazionale fu accompagnato dalla stretta, intima, associazione tra l'autorità statale e l'interesse dei mercanti" (pag.47), "...Lo Stato è una creatura dei contrastanti interessi commerciali, che avevano in comune l'obiettivo di uno Stato forte, a condizione di poterlo manovrare a proprio eslcusivo vantaggio" (pag.48). 

a1) L'interesse nazionalistico organizzato nello Stato e nella sua sovranità escludente è una fondamentale caratteristica del mercantilismo, in sè palesemente antitetica alla cooperazione necessaria in un'unione economico-monetaria

a2) Piegarsi al modello tedesco significa amplificare e propagare questa NON COOPERAZIONE, con ciò minando lo stesso scenario della "pace" tra i popoli europei, sempre più spinti verso l'interesse nazionale-commerciale incarnato egoisticamente dal proprio Stato contrapposto agli altri ("competitori"; enunciato che per la verità troviamo nell'art.3, par.3 del TFUE, e fa dubitare della conformità a costituzione del Trattato stesso ai sensi dell'art.11 Cost.);

b) "nel pensiero e nella pratica mercantilistici i salari contavano poco o nulla...Non c'era nulla su cui costruire una teoria dei salari; e infatti nessuna teoria del genere figurò in una posizione di rilievo nel pensiero mercantilistico." (Pag.50);

c) pur nella ovvia attualizzazione del mercantilismo, una volta che sia innestato sullo Stato nazionale moderno (non coloniale e in teoria democratico-costituzionale), e coscienti dell'evoluzione tecnologica e produttiva, vale ancora il seguente "decalogo" del mercantilista (pag.56, elaborato da Mun, in England's Treasure, nell'800), rigidamente adottato dalla Germania:

- " un eccessivo consumo di merci straniere nella nostra alimentazione e nel nostro abbigliamento.." va scongiurato;

-  "se il consumo debba essere eccessivo che lo sia dei nostri propri...manufatti...dove l'eccesso del ricco può essere il lavoro del povero";

- "vendi sempre agli stranieri a caro prezzo quel che non hanno, a buon mercato quel che possono ottenere altrimenti...dove possibile, compera a buon mercato da paesi lontani anzichhè da mercanti dei vicini...";

- "non dare occasioni di affari a concorrenti che operano nelle tue vicinanze".


11. Mi rendo conto che il discorso può apparire complesso, per chi non abbia la visione di un Chang o di una Robinson, ma, nonostante ciò, rimane essenziale lo sforzo di capirlo: ne va delle nostre vite e del futuro dei nostri figli.
E con Marco Zanni spero, vivamente, di riuscire a creare un ponte di comprensione: non tanto tra me e lui, cosa che avrebbe un'importanza limitata, ma rispetto a tutti quelli che vorrano ascoltare e cominciare a capire ciò che costituisce la vera priorità. 
Perciò mi attendo che molti vogliano intervenire, il prossimo 23 gennaio: non per non sentirci soli io e Marco (personalmente ci sono abituato e sarà causato da un mio limite), ma per non lasciare che noi tutti, ma tutti, rimaniamo abbandonati al nostro destino...senza aver mai avuto, anche solo per un attimo, la possibilità di comprendere.

14 commenti:

  1. "Quando Ricardo espose la causa contro la protezione, egli stava supportando gli interessi economici britannici. Il free trade rovinò l'industria portoghese. Il free trade per gli altri è nell'interesse del competitore più forte nel mercato mondiale, e un competitore sufficientemente forte non ha necessità di protezione in casa.
    La dottrina del free trade, in pratica, è una forma maggiormente sottile di mercantilismo. Quando la Gran bretagna era l'officina del mondo, il libero commercio universale si adattava ai suoi interessi. Quando (con l'aiuto della protezione) industrie rivali si svilupparono in Germania e negli Stati Uniti, essa fu ancora capace di preservare il libero commercio per il suo proprio export nell'Impero (ndr: capite l'importanza di mantenere un'area economica "colonizzata" anche, e proprio, SE si perdono colpi in termini di competitività?). La tradizione storica dell'attaccamento alla dottrina del libero commercio è così forte in Inghilterra che, ancora adesso, nella sua debolezza, l'idea del del protezionismo è considerata scioccante"

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  2. Notare poi che List si rifà ad Hamilton: ovvero a cattivoni conservatori, anti-democratici che, però, come si rese conto ben presto Engels, permisero la costituzione di stati nazionali sovrani e industrializzati, capaci di dare la possibilità di organizzare i lavoratori per la loro emancipazione internazionalmente...

    Notare anche che dire "sovrano" e "industrializzato" è in epoca di imperialismo capitalista la medesima cosa: e se sei decrescista e malthusiano potresti non volere né una né l'altra...

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    1. "Saggista anomalo, Pallante. Formazione filosofica, esperienze politiche, contaminazioni scientifiche, incursioni economiche. Ha studiato dai gesuiti, ma ugualmente spiazza questo elogio dei monasteri....
      All’università, Pallante era nel movimento. «Marxista per la tensione all’uguaglianza e alla liberazione dell’individuo, ma non materialista. Anzi penso che il difetto della sinistra sia voler estendere alle classi subalterne i modelli di comportamento di quelle dominanti: più salario per poter comprare più cose».
      Ammira Aurelio Peccei, il manager Fiat promotore del club di Roma che aprì il dibattito sui «limiti della crescita»."
      http://www.lastampa.it/2014/01/17/cultura/tuttolibri/nei-monasteri-la-decrescita-una-via-felice-qdOuMvsfTPuS6bhC3qSRWN/pagina.html

      PALLANTE HA STUDIATO DAI GESUITI, COME DRAGHI, COME IL DISTRUTTORE DEL BENESSERE DELLE CLASSI SUBALTERNE MARIO MONTI. PALLANTE FA SUE LE TESI DEL CLUB STERMINAZIONISTA DI ROMA. LA DECRESCITA DI PALLANTE SI RIASSUME NEL NON "ESTENDERE ALLE CLASSI SUBALTERNE IL COMPORTAMENTO DI QUELLE DOMINANTI. PIÙ SALARIO PER COMPRARE PIÙ COSE". E' CHIARO O NO DA CHE PARTE STA PALLANTE? DALLA PARTE DELLE CLASSI SUPERIORI, CHE POSSONO CONTINUARE A VIVERE TUTTI I LUSSI CHE VOGLIONO. PALLANTE STA DALLA PARTE DI COLORO CHE NON VOGLIONO LA REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO E IL BENESSERE DELLE CLASSI SUBALTERNE. LA DECRESCITA CHE VUOLE PALLANTE E' LA NOSTRA, CIOÈ QUELLA DEL 99% DELLA POPOLAZIONE TERRESTRE, NON QUELLA DI ESSI. PALLANTE E' CHIARAMENTE SCHIERATO NELLA LOTTA DI CLASSE DALLA PARTE DELL'1% PIÙ RICCO DETENTORE DELLA RICCHEZZA E DELLA PROPRIETÀ, CI DICE CHIARAMENTE CHE SE QUESTA RICCHEZZA FOSSE REDISTRIBUITA ALLE CLASSI SUBALTERNE CI SAREBBE LA CATASTROFE GLOBALE PAVENTATA DAL CLUB DI ROMA. LA DECRESCITA E' LA NUOVA RELIGIONE DEI RICCHI. CHI DEVE DECRESCERE SONO I POVERI, IN NUMERO E IN CONSUMI. L'APPARATO RELIGIOSO PSEUDOSCIENTIFICO E' STATO ELABORATO DAL CLUB DI ROMA E I DECRESCENTI SONO I NUOVI SACERDOTI. E DIFATTI E' PER QUESTO CHE PARLANO DI MONASTERI...
      ---
      "e d’altra parte questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sul piano locale), è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda"
      K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, I
      http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaM/MARX_%20GLOBALIZZAZIONE%20E%20COMUNISM.htm
      IL PROBLEMA NON E' LA QUANTITÀ DEI BENI PRODOTTI, O IL PIL, O IL PERICOLOSO, SECONDO "ESSI", AUMENTO DEL SALARIO ALLE CLASSI SUBALTERNE, MA IL CONTROLLO DEL PROCESSO PRODUTTIVO E LA NATURA DELLA PRODUZIONE.
      UNA PRODUZIONE PIANIFICATA DALLO STATO, CON CONSEGUENTE AUMENTO DEL SALARIO DELLE CLASSI SUBALTERNE, AUMENTANDO IL PIL, AUMENTEREBBE ANCHE IL BENESSERE GENERALE; IL CONTROLLO DELLA PRODUZIONE E L'INNOVAZIONE GESTITA DALLO STATO NELL'INTERESSE GENERALE CONSENTIREBBERO ANCHE DI FARE IN MODO CHE LA NATURA DELLA PRODUZIONE ABBIA IL RISULTATO DI ELEVARE MATERIALMENTE (ANCHE TECNOLOGICAMENTE) E CULTURALMENTE LA POPOLAZIONE SENZA PER FORZA DI COSE AVERE UN IMPATTO AMBIENTALE NEGATIVO. MA E' PER QUESTO CHE "ESSI" ODIANO LO STATO. PERCHÉ SONO CONTRARI ALL'ELEVAZIONE MATERIALE E CULTURALE DELLE CLASSI SUBALTERNE.

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  3. E' difficile immaginarsi i diversi livelli di interrelazione; il livello di classe sociale, quello di stato/nazione e quello culturale, Un punto cruciale sul quale i "furbetti della moneta unica mondiale" marciano (quasi) indisturbati.

    Protezionismo = nazionalismo = imperialismo(sic) = guerre; questi sono i classici cui tutti si appellano nel momento in cui , fattogli notare lo sfascio generale causato dal "fogno europeo", si trovano senza argomenti.

    Devo esprimerLe la mia gratitudine per avermi reso possibile comprendere l'importanza imprescindibile della costituzione, non riuscendo io a trovare un valore assoluto cui appellarsi nel determinare la giusta dimensione culturale relativa da preservare e difendere. Essa è l'autentico vessillo da portare in "guerra" verso ESSI (aspettando un prossimo - si spera - passo evolutivo antropologico).

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  4. Post dopo post, decenni di propaganda orwelliana vengono lavati via e diventano sempre più chiari, da un lato, i veri caratteri della società progettata dagli ordoliberisti, dall'altro per derivazione il carattere mendace dei Trattati.
    Istituire un'Unione economica e monetaria e, al contempo, imporre una forte competitività tra gli Stati aderenti all'Unione stessa e impedire loro politiche anticicliche altro non è che la forma più moderna e adeguata ai tempi del mercantilismo germanico.
    A questo punto, mi chiedo se una delle strade giuridicamente perseguibili per ridiscutere radicalmente l'unione europea non possa consistere nella valorizzazione dell'insanabile illogicità delle politiche comunitarie discendenti dai trattati. Fare un'Unione per farsi una guerra (commerciale, per il momento) ha un che di orwelliano. Portare quest'incoerenza alla luce del sole, oltre che un argomento giuridico, potrebbe essere, per politici e per chi fa politica nella società, un modo per costringere gli ordoliberisti a scoprirsi, trovandosi a dover giustificare, per una volta in maniera razionale, la loro costruzione.

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    1. Sul piano logico hai perfettamente ragione: ma sul piano politico (cioè dei rapporti di forza prevalenti)la questione è, per quanto in base a calcoli grossolani e rivelatisi errati, già risolta.

      L'Italia, per la tradizione del pensiero economico (direi più un'ideologia), risalente agli Einaudi e in genere ai suoi oligopoli familiari, congregatisi del c.d. IV partito dal II dopoguerra, agita la bandiera della deflazione perchè conveniente alla competitività e, più ancora, al ripristino del mercato del lavoro-merce.

      Queti obiettivi, ancora oggi principale bandiera della maggior parte delle forze politiche (pur utilizzandosi varie formule cosmetiche aggiornate dall'opportuno armamentario ordoliberista), contraddistinguono il IV partito al comando (istituzionalizzato in Confindustria e Banca d'Italia).

      Da qui l'incessante perseguimento della destrutturazione dello Stato costituzionale, che tutelando il lavoro e il salario indiretto, non consente la restaurazione della "durezza del vivere", opportunità prioritaria da non perdere fornita dai meccanismi dei trattati europei.

      Quindi, per ESSI, versione "spaghetti", non c'è illogicità: travisando e sbagliando i calcoli, ma pur sempre considerando l'obiettivo finale un bene ampiamente superiore.

      Almeno fino a quando non verrebbero minacciate le stesse posizioni di comando, specificamente nel settore bancario, come oggi pare poter accadere con crescente pericolo (unione bancaria che li scuote e li agita non poco...e per insipienza previsionale determinata da incultura economica).

      Ma mollare l'obiettivo principale è molto difficile, anche di fronte alla prospettive di autodistruzione.
      L'avidità è una pessima consigliera: avidità che è principalmente psicologica: quella di riuscire in un mondo in cui tutti gli altri, italiani, falliscono cfr; qui seconda parte: http://orizzonte48.blogspot.it/2014/03/il-rabbioso-tramonto-delleuro-il-ttip-e.html.

      Sul meccanismo dell'avidità autodistruttiva:
      http://orizzonte48.blogspot.it/2014/01/la-trappola-per-scimmie.html

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    2. Ovviamente, non molleranno, non molleranno mai, sono come quei cani allevati alla ferocia che non mollano la presa nemmeno quando sono feriti a morte.
      Ottimisticamente, argomenti semplici sull'illogicità della costruzione europea possono servire a informare e far pensare tante persone in buona fede che ancora non hanno compreso la realtà in cui vivono.
      Purtroppo è l'intero sistema di valori in cui viviamo che si basa sull'avidità distruttiva di cui parli. Il consumismo, il carrierismo, l'aziendalismo altro non sono che eufemismi per declinare la guerra dell'uomo contro il suo prossimo. Si dice competizione, o anche cooperazione (tanto ogni parola è buona in regime orwelliano...), ed è una guerra di potere, tra poveri di spirito.
      Ma questa mentalità psicotica comincia a essere sempre più scoperta, e le persone che non vi si conformano, anche se forse non hanno ancora una chiara visione d'insieme, sono una minoranza, sicuramente, ma forse sufficiente.

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    3. Plastico esempio (lo segnalo caso mai fosse sfuggito a qualcuno): "Non possiamo sacrificare sull’altare del “vincolo europeo” anche quello che di buono abbiamo in Italia. Sicuramente non possiamo sacrificare la nostra Costituzione. E neanche la “salute” della nostra economia: avere banche solide è essenziale per avere una economia sana e vigorosa. Se dobbiamo scegliere tra Weidmann e Calamandrei non abbiamo dubbi: noi scegliamo Calamandrei e i nostri padri costituenti che recepirono la necessità di “scolpire” nella nostra Costituzione la tutela del risparmio."

      Queste righe sono state scritte da un banchiere su un giornale locale di proprietà del gruppo L'Espresso. Evidentemente qualcuno sente chaud aux fesses (pardon my French...). Sarà abbastanza per smuovere veramente qualcosa?

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    4. Arturo, ti ringrazio per aver segnalato questo articolo.
      Secondo me, il periodo-chiave del pezzo è questo: "La questione è pertanto molto seria: non basta più constatare che lo “spirito” dei Kohl, dei Mitterrand, dei Delors è svanito, sostituito oggi dallo strapotere della Merkel e dei vari Weidmann, con la loro cerchia di mastini finlandesi, olandesi che giocano a fare i duri con i paesi mediterranei e con la nostra Italia, ancora forte industrialmente (seconda manifattura d’Europa) ma debole politicamente.".

      Come è possibile che uno stato con la seconda manifattura d'Europa sia trattato alla stregua dell'ultimo arrivato con un'economia di sussistenza? Noi lo sappiamo, ma provassero lorsignori a spiegarlo ai loro compatrioti che la "loro" Italia è stata data in pegno in cambio di qualche ombrellone in prima fila sulla spiaggia assolata, sacrificando l'interesse generale al bene comune dei pochi che se lo potevano permettere. Peccato che ora lo tsunami monta furioso e si appresta a reclamare anche le loro anime. Cala un sipario e si apre una scena.

      Quale futuro? La miseria o l'orrore?

      Altri in amar lo perde, altri in onori,
      altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
      altri ne le speranze de' signori,
      altri dietro alle magiche sciocchezze;
      altri in gemme, altri in opre di pittori,
      ed altri in altro che più d'altro aprezze.

      Sono tutti matti. :-)

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    5. Kohl-Mitterand-Delors sono gli artefici della situazione attuale, Merkel e altri tuttalpiù i successori, che, a differenza dei predecessori, risultano invisi per via dell'attuale fase liquidatoria che si trovano a gestire, oltre che per una minore cultura generale, che li rende meno abili a portare la maschera.
      Ciò detto, tutto fa brodo, anche l'opinione, per quanto contraddittoria (vedi sopra), di un tecnico del settore, private banker emiliano, espressa a titolo personale.
      Peraltro, sullo specifico tema del bail-in penso che siano in molti a essere contrari, quello che, in generale, manca è una comprensione d'insieme del fenomeno dentro cui il bail-in si colloca.

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    6. Ti rinvio per l'approfondimento che giustamente accenni, al post appena pubblicato ora

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    7. Giovanni Fracasso19 gennaio 2016 00:46

      A Duccio Tessadri: per quale motivo "contradditoria"? Le mie opinioni sono note da molto tempo. Ho invitato Bagnai in Facoltà di Economia a Parma (dove ho fatto il Dottorato) nel 2012 ...quando in Italia tutti invece "incensavano" Monti. Conosco le opere di Augusto Graziani dalla fine degli anni 90.

      Sono a scoprire oggi ...l'acqua calda.

      Giovanni Fracasso

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  5. "Nell'estate 1944, Rossi diede alla stampe il "Manifesto di Ventotene", scritto da lui e da Altiero Spinelli al confino, nel giugno-agosto 1941. Non sappiamo quale impressione abbia prodotto in Einaudi la lettura di questo oggi celebre testo. Certo, però, non avrà condiviso l'uso ripetuto di termini come "imperialismo", "militarismo", "ceti privilegiati", e la veemente denuncia delle responsabilità dei "grandi proprietari fondiari e [del]le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie".
    *E' innegabile, tuttavia, che i punti di accordo superavano quelli di contrasto*. Questo spiega il sostegno che Einaudi, nel dopoguerra e durante la Presidenza della Repubblica, offrì sempre alle iniziative del Movimento federalista europeo di cui Rossi e Spinelli furono animatori". (R. Faucci [IL biografo di Einaudi], Einaudi, UTET, Torino, 1986, pp. 321-22). Con ciò potrà la discussione sul Manifesto di Ventotene considerarsi definitivamente chiusa? (Domanda retorica).

    Comunque, tanto per quadrare tutti i conti fino alle cifre dopo la virgola, vi ricordate l'opuscolo I problemi economici della federazione europea scritto da Einaudi nel '44 che ho citato nei commenti a questo post? Ebbene, Faucci ci informa (pag. 322) che fu scritto "su richiesta di Rossi". E poi chi non capisce non vuol capire.

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    1. Senza dimenticare che lo stesso Manifesto è espressamente dedicato a Einaudi, come omaggio alla sua "illuminata" guida, nella persona dal suo (al tempo noto) alias "Junius" (riportai ciò in apposito post e, l'ho trasposto a pag.197 de "La Costituzione nella palude": ma tu lo ben sai...).
      Ma chi non vuol capire non "deve" capire: ne va della propria stessa dichiarazione confessoria di responsabilità (anche da illecito penale, naturalmente avendoci una magistratura che volesse capire certi meccanismi e ideologie "economiche").

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