lunedì 22 febbraio 2016

L'EURO-CONTINUITA' LIBERISTA: DETERMINISMO ATTIVAMENTE NICHILISTA IN QUANTO COSTRUTTIVISTA

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Questo post di Bazaar è complesso e va riletto più volte (comprese le note a piè di pagina, che ho in parte integrato per una migliore comprensione di chi volesse approfondire). Ma ne vale la pena. 
Non credo abbia bisogno, il post, di ulteriori commenti introduttivi: tratta di temi che, in questo blog, ricorrono continuamente e cerca di farne il punto. Teorico ma anche molto pratico. 
La "continuità" dell'aspirazione strutturale neo-liberista è un processo in evoluzione, ma costante nei suoi principi informatori (che implicano un'idea riduzionistica dell'Uomo che tendono a realizzare "ad ogni costo": da qui il costruttivismo che caratterizza i suoi esiti totalitaristici conformi alle sue irrinunciabili premesse).
Perciò, calato nella Storia, assume forme (sovrastrutturali) solo apparentemente nuove, sicché nulla è più fuorviante, - e genera l'incapacità delle democrazie di impedire "che tutto questo si ripeta"-, che combattere, o stigmatizzare ritualmente, le sue forme "vecchie" (precedenti) come fossero una deviazione, peggio ancora se vista come irrazionalismo inspiegabile
Nei meccanismi che contraddistinguoo il liberismo, si tende irresistibilmente a raggiungere sempre lo stesso "equilibrio allocativo", proiettato su dimensioni crescenti (ovvero, oggi, mondialiste), e a riprodurre la stessa natura gerarchica che disconosce l'eguaglianza sostanziale; cioè nega, implicitamente ma necessariamente, il valore della vita dei singoli individui (esseri umani in quanto tali), in favore dell'eguaglianza formale, che è solo un altro modo, socialmente accettabile (e solo in certe fasi) per denominare la gerarchia anti-umanitaria.
(Le parti in campo giallo corrispondono alle variazioni dell'ultima versione rielaborata da Bazaar).




1 – Le scienze sociali: struttura e sovrastruttura.

« Se c'è qualcosa di certo, è che io non sono marxista », Karl Marx, 1882

Si è visto come rispetto a qualsiasi “maschera indossata” per confondere gli avversari nel conflitto distributivo (streghe, untori, “politici corrotti”, ebrei, musulmani, rettiliani, ecc.) la società gerarchizzata vede impersonalmente un conflitto permanente in cui l'identità di classe, la coordinazione e – in definitiva – la coscienza sociale non sono diffuse equamente. Ovvero esiste una determinante asimmetria informativa tra la classe dominante e quelle subalterne.

Se esiste una classe sociale dominante – che politicamente “cospira” per definizione, indipendentemente dalle Istituzioni contestuali al momento storico – esiste anche una gerarchia sociale che tendenzialmente manipola cultura e informazione in modo più o meno marcato: in un regime totalitario, ovviamente, il “marcato” diventa totale.

Braudel sosteneva che: «Quando vogliamo spiegare una cosa, dobbiamo diffidare ad ogni istante della eccessiva semplicità delle nostre suddivisioni. Non dimentichiamo che la vita è un tutto unico, che anche la storia deve esserlo e che non bisogna perdere di vista in nessuna occasione, neppure per un attimo, l’intrecciarsi infinito delle cause e delle conseguenze. […] Noi studiamo la società e al nostro studio, in quanto tale, non possono bastare i mezzi di ogni singola scienza presa separatamente»

Ovvero la complessità sociale vuole un approccio multidisciplinare[1].

Affinché questo “tutto unico” possa essere analizzato negli aspetti principali in cui si declina, è necessario utilizzare una qualche forma di riduzionismo; ovvero ridurre la varietà dei criteri ad un unico modello semplificato.

«La vita è fatta di correnti che scorrono a velocità diverse: alcune […] mutano di giorno in giorno, altre di anno in anno, altre di secolo in secolo. [] geografia, civiltà, razza, struttura sociale, economia e politica. Tale classificazione si basa sulla velocità, più o meno grande, che caratterizza le diverse storie: all’inizio della serie, al massimo livello di profondità, le più lente, le meno condizionabili dall’intervento dell’uomo; alla fine, quelle che sono maggiormente influenzate, ovvero l’economia e la politica.»

La storia delle civiltà può essere quindi analizzata con diverse metodologie come la geopolitica, l'approccio etnico – di cui la teoria delle razze è la sua variante “estrema” – il liberalismo o il marxismo. Anche le religioni propongono propri modelli riduzionisti.

Liberalismo e marxismo riducono le dinamiche storiche all'economia: quella che, prendendo in prestito gli strumenti cognitivi messi a disposizione da Marx[2], viene definita struttura: l'organizzazione della società gerarchizzata in funzione del modo di produzione. Ovvero «l’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale»

Il modo di produzione «condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita».

Con sovrastruttura si intendono «tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato» così come le ideologie, condizionanti la percezione del reale e con funzione anestetizzante rispetto la dissonanza cognitiva degli individui e dei gruppi sociali che le subiscono passivamente. L'ideologia introiettata diviene falsa coscienza.

Hayek non si è inventato niente, ha solo ricordato ciò che è sempre stato pacifico sia tra i liberali – esotericamente – sia tra i marxisti, essotericamente[3].

Ovvero, anche tra i liberali – con buona pace di Popper – è comunemente accettato il “materialismo storico” (che di base nulla ha a che fare con l'ateismo, a differenza di ciò che credono alcuni “tradizionalisti”: mentre ha molto a che fare con le istituzioni religiose).

Questa convergenza economicistica tanto liberale quanto marxiana illumina anche il motivo per cui la nostra Costituzione trova la sue norme fondanti a tutela dei diritti fondamentali proprio nella cosiddetta costituzione economica.

Il ciclo retroattivo struttura, sovrastruttura e coscienza inquadra ancora perfettamente, ai giorni nostri, il fenomeno mediatico.

Chi controlla la struttura economica, controlla i mezzi di informazione e «ciò per cui gli uomini  debbano credere e per cui si debbano affannare»: controlla le ideologie dominanti, ovvero il sistema di valori e la coscienza della comunità sociale.

Poiché questo processo ha una retroazione - come era già chiaro ai socialisti di fine '800, e, “ingegnerizzato” nel mondo liberale da maestri della propaganda come Bernays e Lippmann –  tanto la sovrastruttura politica, quanto la propaganda ideologica manipolatrice delle coscienze, potevano cambiare fino a rivoluzionare la struttura economica.

Bene, così è più chiaro perché la propaganda ci incita a fare le “riforme”... strutturali.[4]


2 – Chi non comprende la Storia è destinata a riviverla: coscienza storica è coscienza politica.

«Fu soltanto durante la guerra, dopo che le conquiste nell’est europeo avevano reso possibili i campi di sterminio e messo a disposizione enormi masse umane, che la Germania fu in grado di instaurare un regime veramente totalitario […] Il regime totalitario è infatti possibile soltanto dove c’è sovrabbondanza di masse umane sacrificabili senza disastrosi effetti demografici» H. Arendt, Le origini del Totalitarismo, pp. 430-431.

Si è già nominato in precedenza il  totalitarismo rovesciato e verrà meglio focalizzato in seguito: a proposito Chris Hedges e Joe Sacco  (in “Days of Destruction, Days of Revolt.”, 2012), sostengono che in questo regime:

a) ogni risorsa naturale ed ogni essere umano è mercificato e sfruttato all'estremo;
b) i cittadini sono espropriati della loro libertà e della loro partecipazione politica tramite l'eccesso di consumismo e di sensazionalismo.

Il sensazionalismo può essere a suo volta considerato “consumismo applicato alle informazioni” – informazioni come “beni di consumo di massa” – e il consumismo stesso come mera sovrastruttura volta al controllo della fase keynesiana dello sviluppo capitalistico. Ovvero, il consumismo non ha sostanzialmente nulla a che fare con la struttura economica “keynesiana” e con il consumo di massa identificato con la domanda aggregata.

La propaganda, la manipolazione dell'informazione, della cognizione e della coscienza diventano strumenti per creare – insieme a modi di produzione nuovi – un utopico (o distopico...) “uomo nuovo”.

Un “uomo” palingeneticamente trasformato tanto nella psicologia quanto, per vie eugenetiche, biologicamente: Simona Forti elabora questo pensiero di Hannah Arendt: « “la vera natura del totalitarismo” sembra infatti corrispondere a un'esplosiva combinazione di determinismo e costruttivismo[5] razionalistico. La volontaristica asserzione per cui tutto è possibile, anche trasformare "la condizione umana", si farebbe forte del richiamo alle irresistibili e inarrestabili leggi della Natura e della Storia, e si invererebbe nel tentativo di generare, per la prima volta, una nuova natura dell'uomo. Grazie al deserto prodotto dal terrore, da una parte, e alla ferrea logica deduttiva dell'ideologia, dall'altra, il totalitarismo riesce in ciò che per la metafisica era rimasto sempre e soltanto un sogno, un'ipostasi del pensiero: la realizzazione di un'unica Umanità, indistinguibile nei suoi molteplici appartenenti. Nei campi di concentramento gli esseri umani ridotti a esemplari seriali di una stessa specie animale perdono completamente quell'unicità e quella differenza che sono la conseguenza del fatto che "non l'Uomo, ma gli uomini abitano la terra"[6]»

Al di là della imprescindibile distinzione che la stessa Arendt farà in seguito per l'esperienza stalinista che, da “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, distinguerà nettamente dal totalitarismo nazifascista per motivi etici relegandola ad una forma classica di autoritarismo, la differenza da aggiungere – e magari correlare – sono le differenze di carattere strutturale ben rimarcate da Kalecki rispetto agli «ignoranti» che equiparano l'interventismo statalista del nazifascismo a quello sovietico.

Il “nazifascismo”, a differenza di ciò che viene comunemente condiviso dai “nostalgici” nonostante le strabordanti evidenze storiche, proponeva sì una certa propaganda anticapitalista (a cui però veniva sovrapposto l'antisemitismo) ma, appunto, goebbelsiana sovrastruttura elevata sopra la struttura di un sistema capitalistico eticamente sfrenato che cercava di internazionalizzarsi finanziando cinicamente una folle politica imperialista.

D'altronde, l'adattabilità del liberismo economico in funzione del contesto geostorico ha dimostrato anche nella storia moderna di usare strumentalmente lo Stato come Leviatano funzionalmente alla libertà del capitale e al contestuale asservimento del lavoro: dal neoliberismo imposto con la violenza nel Cile di Pinochet, all'ordoliberismo che, insieme alla retorica dell'irenismo kantiano del federalismo, è stato progettato per servirsi di un autoritario Stato burocratizzato volto all'instaurazione di un mercato libero da finalità sociali.[7]

Dato il disgusto morale (o, forse, “estetico”) per le sovrastrutture ideologiche promosse dal nazifascismo, pare che a Friburgo l'élite abbia studiato una soluzione diversa e più correct; ma i fini sono strutturalmente i medesimi: la liberalizzazione dei capitali con ogni mezzo e l'asservimento dei lavoratori.

Le proposizioni nell'ordoliberismo sono usate come fossero complementari – ad es. “libero mercato” E “giustizia sociale”, “stabilità monetaria” E “piena occupazione”[8] – mentre, per motivi strutturali, qualsiasi sovrastruttura giuridica non potrà obbligare gli organi di governo ad eseguire entrambi gli obiettivi, essendo per motivi “tecnici” mutuamente esclusivi. Poiché il capitale è naturalmente più forte del lavoro, la spoliticizzazione del governo delle comunità sociali permette di relativizzare l'ordine giuridico in funzione degli interessi del capitale del Paese dominante.

Questo spiega anche in breve il funzionamento dell'Unione Europea.


3 – Il totalitarismo liberale.

«Finché tutti gli uomini non sono resi egualmente superflui - il che, finora, è avvenuto solo nei campi di concentramento, l’ideale del dominio totale non è raggiunto»,  Hannah Arendt, “Le origini del totalitarismo”, Ed. di Comunità, Milano 1996, p. 626

Date queste premesse, si propone che il totalitarismo non è altro che la fase assoluta a cui tende il sistema capitalistico liberale – senza freni e limiti – nel momento in cui viene mercificato e monopolisticamente prezzato qualsiasi oggetto sensibile, da qualsiasi risorsa naturale, all'uomo, dalle norme morali, ai sentimenti.

Sheldon Wolin, il grande teorico politico americano recentemente scomparso, all'inizio degli anni 2000, analizzando la proiezione degli Stati Uniti sul mondo, propose la definizione di “totalitarismo rovesciato”,  secondo le più accettate nozioni del concetto sviluppato inizialmente nell'Italia fascista da Giovanni Amendola, da Sturzo, da un giovanissimo Lelio Basso (che ha coniato il neologismo) e, in seguito, da Carl Schmitt durante la Germania nazista. Fino ai politologi dei giorni nostri.

Vediamo ad esempio C. Friedrich e Z. Brzeziński (1956) sul significato storico di totalitarismo, proponendo già alcuni spunti di riflessione tra parentesi quadre:

a) un'ideologia onnicomprensiva che promette la piena realizzazione dell'umanità; [tipo il “mondialismo”?]
b) un partito unico di massa, per lo più guidato da un capo, che controlla l'apparato statale e si sovrappone a esso;
[tipo il “PUDE”, il “PUO” o il partito unico liberale con a capo il Grande Fratello, ovvero il Mercato?]
c) un monopolio quasi totale degli strumenti della comunicazione di massa;
d) un monopolio quasi totale degli strumenti di coercizione e della violenza armata;
e) un terrore poliziesco esercitato attraverso la
costrizione sia fisica sia psicologica, che si abbatte arbitrariamente su intere classi e gruppi della popolazione;
f) una direzione centralizzata dell'economia.
[Possiamo chiamare anche questo “monopolio” di un mercato massimamente concentrato che pianifica produzione e fissa i prezzi?].

Ovvero, secondo Simona Forti
«Il totalitarismo è messo in moto e tenuto in vita da un terrore che, a differenza della normale violenza politica, non mira a ottenere semplicemente la sottomissione. Se appare “assurdo” e “delirante” è perché non sembra rispondere a nessun tipo di necessità razionale, ma alla volontà di rendere superflue intere categorie di persone che con la loro semplice presenza disturbano il compimento del progetto totalitario (v. Maffesoli, 1979; v. Ferry e Pisier-Kouchner, 1985). Tale terrore si dimostra pertanto inscindibile dall'ideologia. Vero e proprio principio politico del regime, il progetto ideologico si pone l'obbiettivo di una destrutturazione radicale del presente e di una sua ricostruzione finalizzata all'edificazione della nuova storia, della nuova società e del nuovo uomo

E la seguente proposizione potrebbe essere anche presa come didascalia all'ordoliberalismo e al diritto internazionale subordinato ai trattati liberoscambisti:

«[..]il regime totalitario fa convivere una preoccupazione formalistica per il rispetto del diritto positivo con una sostanziale negligenza della legge scritta».

Il totalitarismo è volto «all'annientamento dell'identità psicofisica individuale

E sull'identità, che sia di classe o nazionale (o di genere?), ci si ritornerà (v. nota 5).


4 – Democrazia controllata e totalitarismo rovesciato.


Le differenze che trova Sheldon Wolin in forma di attributi di segno inverso nell'attuale totalitarismo sono principalmente tre:

1 – Le grandi imprese sostituiscono lo Stato come principale attore economico e, tramite attività di lobbying, controllano il governo senza che ciò sia ritenuto corruzione;

2 – Non viene più ricercata una costante mobilitazione di massa, ma la popolazione viene tenuta in uno stato perenne di apatia politica;[9]


L'unico momento in cui vengono coinvolti i lavoratori è al momento delle elezioni, in cui il parossismo mediatico raggiunge il suo culmine e l'ordinamento formalmente democratico permette di far accettare “idraulicamente” il programma imposto dall'élite.

Avendo noi rudimenti economici tali da poter strutturalmente analizzare questo pensiero al di là del dato meramente politologico, sociologico e storico, possiamo agevolmente proporre che “il totalitarismo nazifascista” sia stato una contingenza storica fondata su un imperialismo basato sul nazionalismo statualista in quanto peculiare ad una struttura socioeconomica espressione, a sua volta, di un capitale non ancora sufficientemente internazionalizzato.

La famosa reductio ad Hitlerum di Leo Strauss è da considerarsi nefasta non semplicemente come fallacia logica introdotta per un uso “eristico”, (cioè dedito ad argomentazioni sottili e speciose), nella dialettica di chi non ha argomenti, ma per motivi esattamente opposti a quelli portati avanti dagli educatori “liberal[10] che hanno incominciato ad ingrossare le file dei socialisti dopo la seconda guerra mondiale: infatti, oltre ad innumerevoli storici, attentissimi teorici politici come la Arendt hanno giustamente osservato che stigmatizzare etica, pensieri ed idee riconducibili agli orrori della seconda guerra mondiale (in breve “ad Hitler”), poteva servire ad evitare che certe aberrazioni ideologiche fossero di nuovo funzionali ad un nuovo Olocausto.

Ma perché questa comune argomentazione abbia senso, è necessario affermare – come alcuni storici hanno fatto – che le responsabilità dell'Olocausto sia da attribuire nella sostanza ad Hitler e alla sovrastruttura ideologica del nazifascismo.

Usando noi l'analisi economica come metodo scientifico volto all'ermeneutica delle sovrastrutture giuridiche, politiche ed ideologiche, possiamo quindi altrettanto stigmatizzare come fallace questa posizione: si attribuisce alla struttura storica una genesi sostanzialmente sovrastrutturale, che – come abbiamo postulato inizialmente – dovrebbe solo in termine “retroattivi” conformare le dinamiche storiche, ovvero in termini di retroazione della coscienza sociale  sui modi di produzione da cui è stata sostanzialmente creata.

Questa “retroazione” ha avuto come accidente Hitler e la sovrastruttura ideologica antisemita, producendo l'apparente incomprensibile orrore della Shoah; resta fondamentale a supporto la dimostrazione empirica a sostegno della metodologia analitica qui proposta: John Maynard Keynes ne “Le conseguenze economiche della pace” predice la sostanza delle imposizioni economiche del Trattato di Versailles.

Non poteva prevedere qualitativamente cosa sarebbe successo, essendo – appunto – ancora da verificarsi l'ascesa al potere di Hitler: ma l'analisi di profilo economicistico, nonostante errori e approssimazioni, permise di anticiparne con largo anticipo la sostanza tragica.
   
Ridurre tutti i fenomeni ad Hitler – al di là della fallacia logica e dell'uso propagandistico – significa non aver compreso le fondamenta strutturali della società capitalistica moderna.

Significa – paradossalmente rispetto alle preoccupazioni espresse da studiosi come la Arendt – non contribuire a produrre la coscienza necessaria affinché questo genere di orrori non si ripeta mai più.

Il capitalismo pare essere “funzionale” soltanto fino a che è funzionale al capitale: il concentrazionismo potrebbe essere la sua naturale evoluzione.

« Arbeit macht frei” [...] “Il lavoro rende liberi”. […] Tradotta in linguaggio esplicito, [la scritta] avrebbe dovuto suonare press’a poco così: “il lavoro è umiliazione e sofferenza, e si addice non a noi, [Ubermenschen], [razza] di signori e di eroi, ma a voi [Untermenchen]. La libertà che vi aspetta è la morte”.
In realtà, e nonostante alcune contrarie apparenze, il disconoscimento, il vilipendio del valore morale del lavoro era ed è essenziale al mito fascista in tutte le sue forme. Sotto ogni militarismo, colonialismo, corporativismo sta la volontà precisa, da parte di una classe, di sfruttare il lavoro altrui, e ad un tempo di negargli ogni valore umano. [...]
Questa volontà appare già chiara nell’aspetto antioperaio che il fascismo italiano assume fin dai primi anni, e va affermandosi con sempre maggior precisione nella evoluzione del fascismo nella sua versione tedesca, fino alle massicce deportazioni in Germania di lavoratori provenienti da tutti i paesi occupati, ma trova il suo coronamento, ed insieme la sua riduzione all’assurdo, nell’universo concentrazionario.
Il carattere sperimentale dei Lager è oggi evidente, e suscita un intenso orrore retrospettivo. Oggi sappiamo che i Lager tedeschi, sia quelli di lavoro che quelli di sterminio, non erano, per così dire, un sottoprodotto di condizioni nazionali di emergenza (la rivoluzione nazista prima, la guerra poi); non erano una triste necessità transitoria, bensì i primi, precoci germogli dell’Ordine Nuovo. Nell’Ordine Nuovo, alcune razze umane [...] sarebbero state spente; altre [...] sarebbero state asservite e sottoposte ad un regime di degradazione biologica accuratamente studiato, onde trasformarne gli individui in buoni animali da fatica, analfabeti, privi di qualsiasi iniziativa, incapaci di ribellione e di critica.
I Lager furono dunque, in sostanza «impianti piloti» anticipazioni del futuro assegnato all’Europa nei piani nazisti. Alla luce di queste considerazioni, frasi come quella di Auschwitz, «Il lavoro rende liberi», o come quella di Buchenwald, «Ad ognuno il suo», assumono un significato preciso e sinistro. Sono, a loro volta, anticipazioni delle nuove tavole della Legge, dettata dal padrone allo schiavo, e valida solo per quest’ultimo.
»[11] Primo Levi, in «Triangolo Rosso», Aned, novembre 1959.


ADDENDUM: le obiezioni storiche e logiche di Arturo, che trovate nei suoi primi due commenti, sono correttamente fondate sulla completa considerazione di fatti di indubbia rilevanza economica e sociale.
Certamente, e in questa sede lo abbiamo evidenziato, la seconda guerra mondiale si accompagna alle conseguenze della crisi del 1929, ma questa crisi può essere vista, a sua volta, - senza che occorra rimproverare a Keynes di (non) essere un "veggente", prima ancora che uno scienziato di straordinaria intelligenza-, come il sussulto dell'ostinazione ad aderire al paradigma marshalliano e al connesso (se non altro sul piano storico-politico) gold-standard.  
  
Il fascismo e, come per molti versi evidenzia Bazaar, il nazismo, sono figli, partoriti nel "panico" (di perdere il "controllo": ciò che costituisce la negazione stessa del liberalismo), dell'equilibrio della sottoccupazione.
Un fenomeno, quest'ultimo, che, solo più tardi (rispetto alle "conseguenze economiche della pace"), Keynes avrà evidenziato: certo non poteva spettargli di poter predire le "conseguenze" politico-ideologiche concretamente innescate, per l'autoconservazione del paradigma (cioè Bruning e la sua follia, innescante una controfollia già contenuta, però, in quel paradigma), in conseguenza della incurabilità sociale e politica di tale ipotetico equilibrio. 
Ma quell'autoritarismo è un fenomeno insito nelle premesse scientifico-politiche del liberismo, una volta che il capitalismo (l'oligarchia) si trovasse, inevitabilmente, a dover sottrarre ciò che aveva concesso, a causa della sua capacità automatica di produrre crisi economico-finanziarie.

Di fronte alla consequenzialità della crisi del '29 dall'assetto socio-politico neo-classico (che è la scienza del tardo '800, come ci conferma Ruini in Costituente), possiamo ritrovare nella pace di Versailles una continuità sintomatica, cioè un  antecedente significativamente omogeneo (l'imperialismo free-trade produce la guerra e la guerra implica l'eliminazione possibilmente definitiva del concorrente, senza pensare a effetti geopolitici, che non rientrano nel calcolo del mercantilista imperiale).
Ma altrettanto questa omogeneità si ritrova negli  sviluppi successivi alla crisi, in Germania come in ogni altro Stato "occidentale": usando il "metro" di Bazaar, vogliamo parlare di una dialettica interna al paradigma, geograficamente differenziata quanto alla sovrastruttura?
 
Cioè, nella "reazione" alla crisi stessa, i paesi non di (lunga) tradizione imperialista seguono una via di socializzazione che è evidentemente strumentale e contingente; vale a dire, funzionale a ripristinare al più presto, su basi geopolitiche più estese, i principi dell'equilibrio neo-classico (lo stesso potremmo dire dei paesi imperialistico-coloniali tradizionali, ma in forme che matureranno molto più tardi: e solo dopo che la vittoria militare avrà consentito di prendere tempo rispetto al problema "principale" che, comunque, poneva il socialismo reale sovietico).
In buona sostanza, se sono riuscito a spiegarmi, il problema non è tanto individuare fatti storici eclatanti che possano costituire, sul piano del nesso causale, i fattori strutturali decisivi a spiegare il totalitarismo e la seconda guerra mondiale (e la loro comune genesi della crisi del '29), quanto individuare l'elemento strutturale che ne costituisce il tratto comune, complessivamente intesi: cioè dall'imperialismo colonialista, al gold standard, alla prima guerra mondiale, alla pace di Versailles, al fascismo, alla crisi del '29, alle strategie strumentali che variamente ne conseguirono, fino alla seconda guerra mondiale.

Da questo punto di vista, mi pare eloquente questa sintesi di George Bernard Shaw:


   



[1]      [1]Un esempio per  “ingegneri”: i decisori delle classi dominati che prendono le decisioni politiche si trovano a far delle “derivate” per comprendere come “spingere la Storia”, chi è escluso dal processo decisionale e vede la Storia “dall'esterno” (ovvero “la subisce”), si ritrova a far degli “integrali”...
[2]      “Per la critica dell’economia politica”, K. Marx, 1859
[3]      Mentre nel marxismo viene esplicitato come l'economia sia da ritenere minimo comun denominatore di tutti i fenomeni sociali, nel liberalismo questo viene lasciato implicito
[4]      Lo si diceva che “l'unico ad aver letto e capito Marx sono stati i banchieri”....
[5]      TINA: “There is no alternative”, non esiste alternativa: un determinismo storico, attivamente nichilista in quanto “costruttivista”, alla base delle passate esperienza di totalitarismo.
[6]      Si potrebbero fare una moltitudine di considerazioni, in particolare sul virgolettato finale il cui concetto ha già ispirato alcune sintetiche riflessioni: l'ingiustizia sociale porta naturalmente al relativismo morale.
        Invertendo la proposizione arendtiana, si può parlare di Uomo se e solo se tutte le persone sono eguali nella sostanza. Ovvero non esiste una pluralità di uomini formalmente differenti se la loro esistenza non ha nella sostanza pari dignità.
        Un altro spunto di riflessione sul principio per cui “l'uguaglianza formale” distrugge l'identità, cristallizza il funzionalismo sociale – e l'immobilità tra classi che questo comporta –  è che rende moralmente accettabili le politiche di controllo sociale di carattere malthusiano.
        Si può quindi proporre  che il principio esposto per cui “insistere sull'uguaglianza formale, produce maggiore disuguaglianza sostanziale”, sarebbe stato rinvenibile nell'art.3 Cost. nel momento in cui non fosse stato enunciato il secondo comma: ovvero si può supporre che si sarebbe progressivamente sviluppata quella logica antidemocratica su cui sono stati fondati gli ordini liberali come quello USA e che ora vengono presi a modello per l'unificazione europea.
[7]      Giusto un promemoria: il liberista thatcheriano, hayekiano, friedmaniano, einaudiano, ecc., che sproloquia di “concorrenza perfetta” e  “Stato minimo”, si scorda che il liberismo (o meglio i suoi corollari, come le privatizzazioni...) è il passaggio  ultimo dopo che sono stati imposti i trattati di libero scambio. (Anche la Germania nazista stava costruendo la sua area di free trade con moneta unica, il Lebensraum). Quindi nei processi di liberalizzazione esiste un'asincronia tra libero scambio e laissez-faire. Il paradiso dei liberali, però, si tradurrà a livello globale, con un centro comunque fortemente burocratizzato e una periferia con, effettivamente, uno “Stato minimo”, tipo lo Zimbabwe (che ovviamente “non ha fatto le riforme” perché non c'è nulla “da riformare”...).
          Lo Stato può essere storicamente visto come semplice albero di trasmissione del potere: dove serve, quando serve... in funzione delle esigenze di chi lo controlla.
[8]      Si insiste sull'uguaglianza formale tra capitale e lavoro nonostante i fattori della produzione siano sostanzialmente diversi.
[9]      Cfr. con “The crisis of democracy”.
[10]     Si potrebbero fare riflessioni interessanti sull'evoluzione del trotzkijsmo o su come la Scuola di Francoforte e la tradizionale critica socialista si siano lentamente spostate dalla critica alla “struttura” alla critica delle “sovrastrutture”...
[11]     Grazie a Winston Smith per la segnalazione sulle riflessioni del nostro Primo Levi.

29 commenti:

  1. E' interessantissimo. Mentre leggevo mi sentivo una persona a cui è data la possibilità di usare tutte le sue facoltà di essere umano. E' una sensazione che mi ha aperto alla speranza di un possibile riscatto.
    Quando sono arrivato alla fine della lettura ho sentito il bisogno che potesse continuare.
    Per il momento non voglio aggiungere altro e mi propongo di rileggerlo per assimilarlo meglio.
    Solo una cosa vorrei dire: negli ultimi 2 post si è verificata una coincidenza (coincidenza significativa di Jung?)con quanto stavo riflettendo circa il senso della Storia. La cultura dominante rappresenta la Storia come una semplice successione di eventi, senza analisi e interpretazioni che leghino insieme i vari aspetti (economici e culturali) di un determinato periodo storico. E mi domandavo come fosse possibile fare storia in questo modo.
    Concludo dicendo che qiesto Blog è un'aiuto prezioso per me. E vi ringrazio tanto.
    Valerio

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  2. Sono d’accordo con alcune parti (per esempio totalmente con: “Poiché il capitale è naturalmente più forte del lavoro, la spoliticizzazione del governo delle comunità sociali permette di relativizzare l'ordine giuridico in funzione degli interessi del capitale del Paese dominante.” L’aveva già detto Marx, e in effetti è una gran giusta osservazione ;-)).

    Non concordo invece, e Bazaar lo sa perché ne abbiamo parlato lungamente, sulla questione della seconda guerra mondiale e della Shoah, per due fondamentali motivi. Non sono d’accordo su un riduzionismo che neghi a priori una rilevanza, anche molto importante, di fattori ideologici e politici; non sono d’accordo a indicare le scelte fatte a Versailles come cause strutturali della seconda guerra mondiale (anche se ovviamente concordo con l’impostazione che ritiene che cause strutturali vi siano e possano essere individuate).
    Innanzitutto il dissenso è metodologico, perché se non sono economista non sono nemmeno storico, quindi la storia me la devono raccontare gli storici, cioè coloro che leggono le migliaia di volumi e milioni di documenti che costituiscono le fonti sulla storia della Shoah. Trovo poco sensato pensare di poterne ribaltare a tavolino i risultati di ricerca (per esempio non è semplicemente vero che tutto “verrebbe ridotto a Hitler”: basta leggere la prefazione alla biografia “strutturalista” di Ian Kershaw, o le infinite polemiche che hanno accompagnato quella di Fest, per rendersene conto).
    Il secondo punto di disaccordo riguarda il lavoro di Keynes (che si può trovare qui). Qual è la mia obiezione? Intanto che quella fornita dal nostro non è una spiegazione strutturale di tipo economico o sociale ma politica, in quanto le cause delle scelte confluite nel trattato vengono individuate nelle preoccupazioni politiche francesi (“In so far as the main economic lines of the Treaty represent an intellectual idea, it is the idea of France and of Clemenceau”) e nella demagogia inglese (a cui la maggior saggezza americana non faceva da sufficiente contrappeso). Poi certo, Keynes, che tra l’altro si muoveva ancora all’interno del paradigma marshalliano, indica l’interdipendenza economica come fattore fondamentale di cui gli alleati dovrebbero tenere conto (“Even if there is no moral solidarity between the nearly-related races of Europe, there is an economic solidarity which we cannot disregard. Even now, the world markets are one”). Ma questo aspetto “ingegneristico”, come lo definisce Amartya Sen, è comune a *tutta* la scienza economica, anche quella neoclassico-liberista. Possiamo allora dire che tutta l’economia è improntata al materialismo storico, pure quella fondata sull’individualismo metodologico e la correlata autonomia delle strutture delle preferenze individuali, ma mi pare un’operazione di re-labeling piuttosto discutibile e poco utile a operare distinzioni.

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    1. Immagino che la tesi che mi accingo ad esporre non incontrerà la vostra approvazione, ma trovo comunque opportuno condividerla con voi, se non altro per offrire un'ulteriore spunto di riflessione alla discussione. Inoltre, una della fonti prominenti che mi hanno ispirato a intraprendere questa ricerca è stato proprio il passo di Primo Levi citato nella parte finale del post. Ringrazio, dunque, Bazaar per aver contribuito a diffonderlo e mi complimento altresì con lui per la limpida esposizione di quest'annosa e ostica tematica.

      Ritengo doveroso notare come la materia che ha per oggetto di studio la struttura, ovverosia l'economia, nel passaggio dalle fasi empirico-induttive e logico-deduttive alla fase propositiva, rientra de facto nel campo della sovrastruttura. L'economia politica è una scienza ancillare: non ha come scopo l'analisi e la sintesi delle manifestazioni dei fenomeni produttivi, commerciali, consumistici e di distribuzione della ricchezza in modo da ricavare delle leggi regolatrici che possano stabilire il rapporto che gli agenti economici debbono instaurare fra loro per assicurare il più diffuso benessere dei singoli e della collettività; ha, invece, il compito di garantire una validazione a correnti di pensiero razionalistico che predeterminano in gran parte gli esiti stessi della ricerca: è per via di questa necessità di base che gli scienziati (economici) si trasformano in sacerdoti e l'economia diviene econo-mistica: i suoi adepti si trovano costantemente nella posizione di dover sostenere tutto e il contrario di tutto. E questo, a me pare, gli economisti più influenti lo hanno sempre saputo.

      Il nazismo non ha assolutamente nulla di originale, se non la virulenza con cui le singole membra separate hanno attecchito una volta assemblata in Germania la Creatura di Frankenstein. La chiave interpretativa della mattanza è nell'eugenetica. L'economia occidentale di tutta la prima metà del secolo XX è intrisa di motivi eugenetici. Ancora una volta è negli U.S., terra di frontiera nel campo della ricerca, che certe idee si diffondono apertamente nei ranghi dell'élite. Liberals, progressives, Fabian socialists nei primi tre decenni del '900 negli Stati Uniti d'America avevano come scopo dichiarato quello di estinguere coloro che appartevano alle "low-wage races", da loro etichettati come "unfit", "unemployable", "parasites" (sostanzialmente gli immigrati di origine non anglosassone). Il loro approccio "negativo" alle teorie eugenetiche trae origine dal ribaltamento di prospettiva dell'insegnamento di Darwin: per questi esseri non era il più adatto a sopravvivere, ma il meno adatto ("survival of the unfit"), in quanto disposto a vivere in condizioni peggiori nella nuova realtà lavorativa del capitalismo industriale. L'arrivo in massa di “defectives, delinquents and dependents”, come li definiva Irving Fisher, se non contrastato in maniera decisa e rapida dal ceto etnico dominante, avrebbe comportato l'estinzione dei "natives" (che non erano gli indiani d'America, ma i discendenti dei coloni europei); Edward A. Ross spiegava così il concetto di "race suicide": “the higher race quietly and unmurmuringly eliminates itself rather than endure individually the bitter competition it has failed to ward off by collective action". Il presidente Theodore Roosevelt credeva che quello della "race suicide" fosse il "greatest problem of civilization”.

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    2. Alle pratiche di ghettizzazione, sterilizzazione forzata, disoccupazione imposta (attraverso l'introduzione di salari minimi, fra le altre cose, che si riteneva provocassero un aumento del tasso di disoccupazione, che avrebbe naturalmente riguardato solo i non meritevoli, che dunque non avrebbero più avuto modo di sostentare sé e le proprie famiglie), si sommavano una forte stretta alla politica di accoglienza e una rinascita dei movimenti razzisti. Nel 1914, alle proteste di una delegazione, guidata da Monroe Trotter, che lamentava la sua reintroduzione di pratiche segregazioniste negli uffici pubblici rispetto alle amministrazioni precedenti, il presidente Woodrow Wilson rispondeva che "segregation is not humiliating, but a benefit, and ought to be so regarded by you gentlemen". E poco sorprendentemente è proprio in questa fase storica che gli Stati Uniti si trasformano apertamente in un impero, operazione riuscita a tal punto che alla fine della prima guerra mondiale Gran Bretagna e Francia si troveranno indebitate di svariati miliardi di dollari con i banchieri privati americani (che, a proposito di Versailles, pretendono "to be paid in full", come si suol dire). Smedley Butler, un ex major general dei Marine Corps, nel suo libro del 1935 "War is a Racket", tratta questo tema dal punto di vista di un insider, spiegando come l'esercito americano fosse stato sostanzialmente il braccio armato dell'oligarchia che reggeva il Paese nell'opera di colonizzazione in Centro America e nel Pacifico.
      Lo stesso Keynes si riferiva all'eugenetica come "the most important, significant and, I would add, genuine branch of sociology which exists" ancora nel 1946, poco prima di morire.

      In conclusione, spero che possiate cogliere esattamente il significato delle mie parole se affermo che le cause della seconda guerra mondiale guerre sono sì riconducibili correttamente a ragioni strutturali di insostenibilità di lungo periodo di un regime di liberismo assoluto, ma che la causa primigenia, quella che preoccupa l'élite dall'inizio del lungo processo che culminerà con il rilascio di due bombe atomiche sul Giappone - e non si fermerà lì, vedasi il caso della "civilissima" Svezia -, non investe propriamente la sfera economica, che viene sì presa in considerazione da ESSI, ma come mezzo e non come fine: l'obiettivo finale è l'apoteosi dello Übermensch, non la concentrazione massima di ricchezza. Insomma, le condizioni economiche rappresentano quel fattore che mette i bastoni tra le ruote a questi progetti del neo-illuminismo anti-umano della contemporaneità (che contribuisce a far loro perdere il controllo della situazione), ma non costituiscono intrinsecamente il nucleo della loro essenza: quello, a mio avviso, è pieno di scientismo e di estetica amorale e va considerato e combattuto per quello che è in tutta la sua gravità. Altrimenti ci distruggeranno.

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    3. @Winston Smith

      Al contrario, sono assolutamente allineato: liberalismo, eugenetica e funzionalismo sociologico sono un tutt'uno.

      Un tutt'uno che nasce al centro dell'Impero, quello Britannico e che vede la sua peggiore virulenza nel socialismo fabiano: ovvero quello che ha distrutto il marxismo e che ha rimbambito i progressisti.

      Keynes conosceva quella gente, e, francamente, credo che sia il motivo per cui ha lavorato meglio nei Liberals piuttosto che tra i laburisti... onore a Keynes.

      Sono d'accordo pure sul fatto che la "teoria economica" è sovrastrutturale: infatti ribadisco ad Arturo che "non sta nell'analisi economicistica" in sé che Keynes usa - in senso lato - il materialismo storico. Ma lo fa usando la "logica" per cui la sofferza sociale avrebbe scatenato ripercussioni in Europa. Quindi ha "iniziato a dare i numeri" (a far calcoli...), a rendere positive le sue (ovvie, retrospettivamente) intuizioni. Ovvie in quanto "logiche".

      Il "materialismo" sta nel considerare il primum agens le condizioni socioeconomiche.

      Sono meno d'accordo sul considerare il "denaro" un mero mezzo: è indiscubile che il fine sia sempre e solo il Potere (fine a se stesso, stando con Orwell).

      Ma, in una società capitalistica, denaro e potere tendenzialmente coincidono.

      Tanto che, come è sempre più chiaro da ciò che sta accadendo, anche il potere militare è sempre più inscindibile dal potere finanziario.

      Le porcherie eugenetiche e malthusiane vengono imposte dai (pochi) forti, ai (molti) deboli: ovvero dai ricchi ai poveri.

      «Se la storia del governo britannico dell’India fosse condensata in un singolo fatto, questo sarebbe che in India non vi fu alcun aumento di reddito procapite dal 1757 al 1947».

      – Mike Davis, Late Victorian Holocausts: El Nino Famines and the Making of the Third World, London, Verso Books, 2001.

      «Churchill, spiegando perché difendesse l’accumulo di cibo in Gran Bretagna, mentre milioni di persone morivano di fame in Bengala, disse al suo segretario privato che “gli hindu sono una razza sudicia, protetta grazie alla sua continua riproduzione dal destino che merita”».

      – Madhusree Mukerjee, Churchill’s Secret War: The British Empire and the Ravaging of India during World War II, New York: Basic Books.

      Ovviamente lascio indovinare quale nazione Losurdo è andato ad identificare per le responsabilità del genocidio ucraino che la storiografia ha attribuito a Stalin...

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    4. In Bengala i "liberi mercanti" e la Compagnia delle Indie instaurarono la monocultura dell'oppio, a lungo principale voce di attivo dell'Impero verso la Cina (paese al tempo più ricco del mondo) e principale fonte di entrata del bilancio dell'Impero.

      Tra l'altro, è esplicita la documentazione storica di come tali "liberi mercanti" fossero in grado di "finanziare" (corruzione in nome del libero mercato) le posizioni dei parlamentari in materia, comprese le decisioni di intervento militare contro i paesi (Cina in testa) che si opponevano al commercio dell'oppio invocando il principio di reciprocità (nel Regno ovviamente era vietato da dure leggi a protezione della salute pubblica).

      Il costo dell'ordinario cibo, e la produttività imposta ai contadini costretti alla monocoltivazione, portarono a un impoverimento di tali dimensioni che i britannici, in sostituzione del commercio degli schiavi (cioè usando le stesse navi riadattate), iniziarono a deportare masse di contadini "insolventi" e privati dei loro campi per debiti, in varie isole delle colonie.

      Cioè crearono ondate "spontanee" (!) di emigrazione, spostando fisicamente la forza lavoro superflua all'assetto agricolo monopolista (avevano fatto cosa analoga, a segno invertito, con gli irlandesi al tempo dei primi scioperi, cioè importando, in quel caso, i "cenciosi" per sostituire le manovalanze in sciopero e sconfiggere i primi movimenti sindacali).

      Prima di deportarli nelle isole (dove avrebbero lavorato praticamente in sostituzione di schiavi in altre monoculture), li raccoglievano dalle strade dove mendicavano e li "concentravano" in appositi campi, ricavati da prigioni o costruiti appositamente in città di baracche recintate.

      Tutto questo è praticamente ignorato sui nostri libri di storia e nella coscienza culturale degli €uropei.
      Ma cinesi e indiani, in realtà, non lo hanno mai dimenticato...

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  3. Sorvolo, per non allungare troppo il brodo, su altri aspetti, che pur avrebbero una certa importanza (dal fatto che l’impossibilità di pagare tedesca, e le possibili conseguenze politiche disastrose, erano già state affacciate dai nagoziatori tedeschi; così come parecchie cose ci sarebbero da dire sulla fondatezza delle cifre individuate da Keynes, nonché sui molti cambiamenti che il regime delle riparazione aveva conosciuto prima di arrivare al ’33 (piani Dawes e Young)). Quello che però trovo più criticabile è che a questo punto dal quadro delle cause strutturali della guerra è sparita…la Grande Depressione! Che Keynes ovviamente non aveva previsto nel ‘19 e che non mi è chiaro dove possa trovare posto. Per quanto mi riguarda sono profondamente convinto che sia stata proprio la GD, e la connessa ondata deflazionista legata alla volontà di preservare le strutture istituzionali dell’ordine internazionale dei mercati prima, e le kaleckiane condizioni politiche del pieno impiego dopo (entrambi fattori derivanti da certi rapporti di forza sociali), a costituire la causa strutturale della seconda guerra mondiale, che evidentemente delineano un quadro ben più disturbante e che va molto al di là del caso tedesco. È comunque interessante osservare che anche qui quelle medesime cause hanno avuto il loro peso decisivo. Questo aggiornato lavoro di Ritschl a me pare lo chiarisca molto bene: “One reason why Germany did not renege on her debt is that under the conditions set by the Young Plan, default would hit commercial credits first. This could not be in Germany’s interest as long as there was a hope of returning to an integrated world market.” E infatti, pur dopo la sospensione delle riparazioni nel ’31, “Germany formally stayed with the gold standard, suspending its short-term convertibility but retaining her long-term commitments.” In fondo oggi un trattato di Versailles non c’è, quindi di che ci preoccupiamo? Una depressione e un gold standard purtroppo invece ci sono eccome! *Questo*, per come la vedo io, è il fattore (dietro a cui stanno rapporti sociali che...possono essere cambiati? Possono almeno essere guidati su un sentiero più razionale? Mah) che può far sì che la tragedia si ripeta (sia pure ovviamente in forme molto diverse); anzi, che lo stia già facendo.

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    1. Mitico, ti aspettavo! :-)

      Grazie per essere intervenuto: innanzitutto mi dai modo di evidenziare che non è necessario essere ideologicamente orientati per utilizzare gli strumenti culturali messi a disposizione dagli scienziati sociali. Ovvero non mi stupisce che fosse stato già detto da Marx, perché, in linea di principio, qualsiasi paradigma analitico, dovrebbe conciliarsi con "il buon senso".

      Venendo a noi... (D'altronde le tue ultime considerazioni sono arrivate proprio all'ultimo, ma su cui contavo, in realtà, per chiarire il messaggio del post).

      Innanzitutto, riallacciandomi al post precedente, mi rifaccio a Braudel per quanto riguarda "l'analisi storica" (e in linea di principio sono assolutamente allineato alle tue osservazioni), mentre non faccio "un'analisi storica" di Hitler, ma mi concentro sul senso della straussiana "reductio ad Hitlerum".

      Keynes si muoveva all'epoca dentro il paradigma marshalliano e, forse non a caso, l'andamento "qualitativo" delle sue previsioni - come sottolineato nel post: «nonostante errori e approssimazioni» - si sono verificate squisitamente nella sostanza.

      (En passant, faccio notare che chi stigmatizzò gli errori previsionali nei calcoli furono proprio i liberisti avvelenati dal successivo keynesismo antiliberista...)

      "Il materialismo storico" in Keynes, argomento, sta nell'aver cercato nelle sanzioni economiche e nelle condizioni sociali conseguenti il "primum agens" di futuri sconvolgimenti politici.

      La "sostanza" è stata la sofferenza sociale in cui sono maturate le condizioni in cui personaggi come Hitler hanno cominciato a muoversi nei sottoboschi della scena politica. Il risentimento per gli esiti della guerra hanno avuto un ruolo fondamentale. E, appunto, costoro erano antisemiti.

      È ovvio che il sentiero inclinato verso la IIGM è stato preparato dalla Grande Depressione (con annessa austerità del ministro Brüning, ma questo è stato discusso diffusamente in questi spazi), che ha portato dai "sottoboschi" al governo una "squadra" di criminali. Questo conferma in realtà l'analisi che vede nell'economia il primum agens dei fenomeni storici. Che non è altro che la base del "materialismo storico".

      L'individualismo metodologico è usato nella teoria economica neoclassica, e credo che converrai che, quando non è usato per pura "ingegneria sociale", viene utilizzato più "per spiegare la Storia a posteriori", che per "pubblicare previsioni" (che, stranamente, come ci viene sbattuto in faccia tragicamente oggi, sono costantemente scorrette quando c'è da cambiare l'esito del conflitto distributivo).

      Infatti associo al liberalismo - di cui l'economia neoclassica è parte - un carattere "esoterico". (La doppia verità, la scrittura reticente, ecc.)

      In questo senso "il materialismmo storico" lo usano anche i liberisti (come sottolinei in relazione a Keynes, che pure era ancora marshalliano): solo che fanno finta che non sia così.

      Cosa è il progetto di "federalismo interstatale" europeo o la globalizzazione, ovvero le "riforme STRUTTURALI" se non una celebrazione del "materialismo storico"?

      (Ovviamente "al contrario"...)

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    2. Sulla Shoah non metto in dubbio il ruolo di Hitler: affermo che l'Olocausto è stato (principalmente) ebraico a causa di Hitler, ma che, se non fosse mai nato Hitler, ci sarebbe stato comunque "un altro Olocausto". Fosse solo quello dei russi...

      E questo non lo affermo per "esercizio intellettuale", ma per ammonire che tutto ciò può accadere di nuovo. Stessa sostanza, "accidenti" diversi.

      Perché il sistema che ha permesso Hitler non è morto con Hitler. È qui, ed opera tra noi.

      Se vuoi, chiamale "le conseguenze economiche del Trattato di Maastricht".

      Qesto era il messaggio, in cui non vedo contrapposizione dalle tue rigorosissime analisi filologiche, ma un decisivo supporto.

      Perché, alla fine, arrivi alle mie medesime conclusioni... :-)

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    3. Alla fine ci si aggira su conclusioni omogenee: i meccanismi causali, d'altra parte, agiscono in concreto su un numero praticamente illimitato di variabili-concause.

      Infatti, come evidenzio nell'addendum, alla fine il tratto comune accettabile è quello che, ex ante, le contiene (grosso modo) tutte.

      Anche in Storia, dovendo attribuirsi la responsabilità, occorre riferirsi alla "casualità adeguata", sapendo però individuare gli "antecedenti" necessariamente metaindividuali (eterna oscillazione tra von Bury e von Kries): certo dobbiamo commisurare gli antecedenti allo specifico evento imputabile (nel caso il passaggio attraverso l'antisemitismo ideologico).
      http://www.unipegaso.it/materiali/LMG-01/annoII/DirPenI_Sica/ModV/Lezione_V.pdf

      Ma è da considerarsi antecedente già contenuto nell'antecedente "principale" con riguardo alla Germania...

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    4. Mi era sfuggito "l'addendum": grazie pure per gli spunti sulla teoria condizionalistica.

      Ma infatti non mi sono minimamente addentrato negli aspetti filologici delle dinamiche storiche: ho preso dei paradigmi di riferimento ("Braudel", e materialismo storico) e li ho portati alle loro estreme conseguenze.

      La Logica è indifferente ai paradigmi: e quello che fa Bagnai usando il paradigma neo-classico per smascherare le contraddizioni logiche dei liberisti, o il paradigma keynesiano per evidenziare le contraddizioni logiche dei keynesiani, da tempo lo ripropongo usando il paradigma marxista per smascherare le contraddizioni dei marxisti.

      E la Logica impone che la Storia va saputa in funzione al dettaglio della dinamica analizzata.

      Trovassi un marxista-leninista-trotzkijsta, ripeto, **uno**, che usi nelle analisi il "materialismo storico", la dialettica hegeliana e capisse qualcosa di economia e di prospettiva del conflitto, sarei sbalordito.

      Alla fine, tutti - ripeto, **tutti**, generalmente ex-sessantottini - finiscono per dichiarare che ora vedono la Storia "dal punto di vista antropologico", sono diventati "liberali", "buddisti", oppure, come il sindaco della mia città, un ex-comunista che mi guarda sornione, interdetto, visto che era implicato nel fallimento e nella relativa distruzione di famiglie (rigorosamente proletarie) che hanno perso i risparmi di una vita nell'acquisto di immobili nel complesso residenziale in cui anch'io sono andato ad abitare...

      Questo tipo di analisi potrebbe agevolmente dimostrare il ruolo reazionario assunto dai cosiddetti "antifascisti" nel dopoguerra, insieme ai loro cavalli di battaglia.

      (Non che si salvino dall'altro lato: come mi segnalava Arturo, un feroce anti-liberale come Alan de Benoist è "federalista"... ma possibile che con tutta la sua erudizione non conosca il "Principio di non contraddizione"?)

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    5. Sarà che ho avuto un'educazione scientifica: ma quando Hegel scrive che "ciò che è Reale è Razionale e ciò che è Razionale è Reale", penso subito a Gödel e ai logici matematici, che generalmente non hanno dubbi nel dare un significato ontologico ai concetti matematici. Le Idee come ipostatizzazione non sono il frutto di un perditempo di buona famiglia vissuto migliaia di anni fa.

      E credo che Zinoviev sarebbe d'accordo con me.

      (Lascerei per ora la Tradizione di Gerusalemme, che, nella Kabbalah, usando le "parole" - Logoi - è possibile realizzare magie... :-) )

      Il punto è che quando uso le proprietà di Leibniz "delle monadi", ho la certezza che non mi sto occupando del sesso degli angeli: se se ne deducono delle proprietà della dialettica "forma/sostanza", credo che, se non ci sono fallacie logiche e sono "razionali", queste siano reali: se l'ortodossia marxista è stata il rispetto formale di slogan, né consegue che il marxismo non può essere stato ortodosso nella sostanza. Omodossia versus Ortodossia (cfr. Bagnai 2012)

      La "reductio ad Hitlerum" è la stessa logica del processo di Norimberga e la rifiuto. La reputo una cinica e vergognosa pagliacciata in cui sono state nascoste le cause strutturali funzionali all'ascesa di Hitler.

      Quindi la guerra non ha come "primum agens" Hitler ma la logica delle politiche deflattive di cui il Trattato di Versailles è parte.

      Lo stesso vale per l'Olocausto.

      Il fatto che le sovrastrutture influenzino la struttura, non significa che i rapporti di forza naturali tra capitale e lavoro cambino: quindi senza una rivoluzione totale della struttura, la "retroazione" delle sovrastrutture tenderanno ad apportare modifiche "accidentali" nei rapporti di produzione.

      Per questo sono fondamentali le costituzioni rigide e, sempre per questo, non sono sufficienti se non vengono effettivamente attuate al "centro dell'Impero".

      E questo, fino a popperiana prova contraria, lo vuole la Logica.

      Ma non credo di essere stato il primo a dirlo... :-)

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    6. Dai, che la conversazione è interessante. :-)

      Quanto a storia e filosofia, una semplice osservazione: la filosofia per Hegel arriva al livello ontologico attraverso quello ontico, cioè quello della realtà studiato dalle scienze particolari. Da questo punto di vista non bisogna scambiare la filosofia con la storia. In altre parole, come ha spiegato ripetutamente il bravo Paolo di Remigio, non esiste una storia idealistica diversa dalla storia scientifica, cioè quella che ci restituisce la storiografia; esiste un'analisi filosofica che, nella storiografia, scorge anche un progresso della libertà (politica) grazie al suo carattere autocritico, consendo "a noi di non volgere via lo sguardo dalla storia, travolti dal senso di nausea."

      Almeno in prima battuta alla storiografia bisogna quindi necessariamente restare, sia pure naturalmente per estrarne quegli aspetti interessanti ai fini pratici, non puramente conoscitivi, a cui il costituzionalismo è connesso. Per fare un esempio concreto, ecco i termini, storiograficamente limitati ma operativamente essenziali, con cui Mortati (Istituzioni di diritto pubblico, vol I, Padova, Cedam, 1975, pag. 87) tratta del fascismo: “La centralizzazione dell’ordinamento statale ebbe a raggiungere il suo acme ed i contatti con il popolo, ai quali era rivolta soprattutto l ’opera del partito fascista e della propaganda politica (considerata come funzione propria dello stato), vennero ricercati solo allo scopo di assicurare la sua passiva obbedienza al regime. La regolamentazione giuridica dei rapporti di lavoro e la definizione in via giudiziaria delle vertenze in ordine ad essi, nonché il collegamento che si tentò di attuare fra le forze sociali della produzione e del
      lavoro con gli organi rappresentativi dello stato, in cui si concretò quello che venne chiamato il « regime corporativo », non riuscirono a lievitare alcuna sostanziale trasformazione perché gli istituti che li realizzarono rimasero costruzione artificiosa ed imposta dall’alto, messa al servizio della conservazione del preesistente assetto economico-sociale. Quest’ultima considerazione conduce ad escludere che l’ordinamento fascista abbia innovato a quello monarchico-liberale poiché (a parte ogni valutazione dei procedimenti formali seguiti pel suo insediamento e pei successivi svolgimenti, che non sono sufficienti ad invalidare gli elementi univoci emergenti dalla considerazione realistica dell’esperienza costituzionale in esame) esso si presenta piuttosto nella figura di strumento delle classi dominanti rivolto alla repressione dei fermenti di vita nuova, che erano stati potentemente alimentati dalla crisi bellica.”

      Le mie perplessità sull'enfasi sul lavoro di Keynes derivano proprio dall'utilità pratica di un suo richiamo. Pavento una facile retorsio: il mercato funziona tanto bene; certo, se i demagoghi che reggono gli Stati si mettono a dare segnali fuorvianti imponendo politicamente misure che trascurano i benefici collettivi di un suo funzionamento unrestricted, poi il mercato, poverino, che colpa ne ha se va tutto a carte quarantotto? Siccome questa linea argomentativa non è precisamente anni luce da quella avanzata da Keynes del '19 (tanto per chiarire meglio: "A Free Trade Union should be established under the auspices of the League of Na-tions of countries undertaking to impose no protectionist tariffs whatever against the produce of other members of the Union, Germany, Poland, the new States which formerly composed the Austro-Hungarian and Turkish Empires, and the Mandated States should be compelled to adhere to this Union for ten years, after which time adherence would be voluntary. The adherence of other States would be voluntary from the outset. But it is to be hoped that the United Kingdom, at any rate, would become an original member. [...]

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    7. It would be objected, I suppose, by some critics that such an arrangement might go some way in effect towards realizing the former German dream of Mittel-Europa. If other countries were so foolish as to remain outside the Union and to leave to Germany all its advantages, there might be some truth in this. But an economic system, to which every one had the opportunity of belonging and which gave special privilege to none, is surely absolutely free from the objections of a privileged and avowedly imperialistic scheme of exclusion and discrimination. Our attitude to these criticisms must be determined by our whole moral and emotional reaction to the future of in-ternational relations and the Peace of the World.”) ecco che forse risultano più chiare le mie perplessità.
      Poiché i fatti, per come la storiografia oggi li ricostruisce, suggeriscono che i fattori causali individuati da Keynes hanno avuto un impatto minore, e comunque seguendo un percorso ben più tortuoso, di quello che lui immaginava, secondo me non è poi molto utile, ma anzi può risultare fuorviante, concentrarsi più di tanto su Versailles. Certo, naturalmente è corretta l’obiezione che ne coglie una continuità imperialista-oligarchica a cui lo stesso free trade appartiene (ponendosi così ovviamente in una prospettiva ben diversa rispetto a quella del Keynes del ’19). Se i nessi causali fossero più stringenti, correttezza argomentativa imporrebbe di tenerne conto e introdurre la precisazione; siccome però a quanto pare non è così (il fatto poi che Mantoux fosse liberista non ha importanza: quel che conta è se è aveva ragione nel merito circa le capacità di pagamento tedesche e quanto pare ce l’aveva), a me pare che si perda in nettezza argomentativa almeno quanto si guadagna.

      Sul resto, che mi pare meno importante e su cui direi che i margini di accordo sono ampi, cercherò di essere stringato.

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    8. Se mi indichi il fattore soggettivo come conditio sine qua non della Shoah, siamo perfettamente d’accordo; anche l’attacco all’URSS, se pure corrispondeva a linee di fondo di lungo periodo dell’imperialismo tedesco, si sviluppa con una brutalità in cui è difficile non riconoscere un peso notevole a fattori contingenti (“Nella notte tra il 5 e il 6 luglio [1941] Hitler dichiarò per la prima volta di mirare, per il suo Reich, al confine degli Urali. L’8 luglio annunciò la sua “decisione radicale” di “radere al suolo Leningrado e Mosca per impedire che vi rimanga gente che poi dovremmo sfamare durante l’inverno”. Disse di voler provare una “catastrofe nazionale”, in modo da privare dei suoi centri non solo il bolscevismo ma anche il potere moscovita.” A. Hillgruber, Storia della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 1994, pag. 85). Ciò detto concordo pienamente, sia sul piano storico che in relazione alle preoccupazioni per l’oggi, ma l’ho sempre fatto, che è ragionevole ipotizzare che la Depressione e il gold standard avrebbero portato a un qualche disastro bellico, i cui contorni dubito possano essere precisati con maggior nettezza. Né c’è neanche alcun dubbio che sia stata la stessa Depressione ad aprire la porta a Hitler: ma questo sta su ogni libro di storia (dici: “il sistema che ha permesso Hitler non è morto con Hitler. È qui, ed opera tra noi.”: ti ci metto la firma, se vuoi :-)). Anche se poi si gioca all’equivoco, soprattutto da parte degli storici non economici, sulle cause della Depressione stessa: e lì se ne potrebbero citare delle belle…

      Se poi il capitalismo sia fornito di anticorpi naturali, tra cui il costituzionalismo democratico si candida ad essere il più raffinato, contro simili derive oppure se debba necessariamente andare a sbattere, e sa il cielo quanto forte, per poter (magari) tornare indietro, la penso come Branko Milanovic: “I do not think that we have an empirical answer to it”. Temo avremo occasione di scoprirlo (augurandoci di sopravvivere alla scoperta).

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    9. Oddio, sia pure all'interno della visione marshalliana e freetrade, indubbiamente, ma la soluzione escogitata da Keyens avrebbe dato effetti esattamente opposti a quelli dell'emarginazione tedesca vista nell'ottica dell'impero concorrente che non avrebbe dovuto mai più rialzarsi dal vincolo del debito.

      Se adottata, tale soluzione, avrebbe teoricamente evitato l'ondata inflazionista circoscritta al paese gravato dalle eccessive riparazioni (ciò è evidente e non dovrebbe essere spiegato) e forse avrebbe anche impedito il generarsi della monocultura mercantilista tedesca per tutto il secolo a venire. Forse...

      Questo conferma che di Keynes non dovrebbe interessare (ora per allora) la teoria economica su cui ragiona, ma la sua enorme e superiore intelligenza rispetto ai suoi contemporanei. E d'altra parte, non è casuale che, da questa premessa, elaborasse poi un'altra teoria generale.

      Quanto a Shoa e atteggiamento verso gli slavi, rimango dell'idea che si tratti dell'applicazione di una traiettoria culturale che gli anglosassoni avevano già ampiamente sperimentato col loro colonialismo.

      Solo che i tedeschi dovendo, - per natura, (fin dai tempi dei cavalieri teutoni), e per consolidamento degli assetti mondiali dell'accesso alle risorse da parte degli imperi extraeuropei - proiettare il loro imperialismo sui vicini, compiono l'operazione (ribadisco:omogenea), dentro l'Europa.

      Ed è questo che colpisce, logicamente, la nostra sensibilità e la nostra valutazione storica...ma a posteriori.
      E, specialmente, sempre elidendo nella memoria la simultanea connessione con gli effetti e, più ancora, coi metodi del colonialismo (incluso lo schiavismo) sui popoli extraeuropei!

      Ho come l'impressione che, all'interno delle "razze bianche", date le premesse (sovrastrutturali) del colonialismo anglosassone, fosse dato per scontato (dagli anglosassoni in quanto egemoni: dimenticando però gli irlandesi...) che non si potesse, in qualche modo "eccedere": cioè che Malthus e Ricardo e i rapporti di produzione che essi implicavano fossero giustificati e evolvibili verso un progresso che escludeva un programmatico status schiavista (corollario ipocrita dell'eguaglianza formale e del contrattualismo "liberato" dall'ancien regime).

      Forse la differenza è tutta qua, nel "principio di specialità" (culturale e geografico) rispetto all'applicazione di principi informatori comuni: ma è solo formale e si basa su una scommessa relativa al creduto progresso sociale del capitalismo industriale (che il metodo nazista-tedesco, rigidamente negava).

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    10. Non c'è nessun dubbio che ci siano forti elementi di continuità fra colonialismo (naturalmente non solo inglese: le lettere scritte da de Tocqueville sulle campagne francesi in nordafrica fanno accapponare la pelle) e Drang nach Osten nazista: fu proprio la Arendt a dedicare una delle tre parti delle Origini del totalitarismo all'argomento, ma già Carl Schmitt, nella sua giustificazione del Grossraum tedesco, aveva fatto ricorso a tale argomentazione. E' osservazione ricorrente anche in storiografia. Per esempio il succitato Hillgruber (op. cit. pag. 81): parlando delle disposizioni di Hitler relativamente agli Einsatzgruppen, che abolivano "l'obbligo di perseguire giudiziariamente i crimini o i delitti commessi da appartenenti alle forze armate nei confronti dei civili sovietici, mentre l'ordine sui "commissari" stabiliva l'obbligo di "procedere immediatamente e senza eccezione col massimo rigore" contro i commissari politici dell'Armata rossa e di "passarli direttamente per le armi se sorpresi a combattere o ad esercitare attività di resistenza".
      Senza l'aiuto diretto o indiretto di ufficiali superiori delle forze armate - dei quali solo pochissimi rifiutarono apertamente di eseguire questi "ordini criminali" - e senza la collaborazione dei funzionari dell'amministrazione civile tedesca nei "Commissariati del Reich", sarebbe stato impossibile attuare il tentativo di Hitler (largamente riuscito negli anni 1941-1944 nei territori sovietici occupati) di trasferire ad un conflitto fra due grandi potenze in Europa i medesimi metodi barbarici di condurre la guerra che fino ad allora erano stati applicati alle guerre coloniali europee [...]".

      Concordo anche che c'è molta ipocrisia per questo scandalizzarsi perché certe cosacce sono capitate qui.
      E' interessante l'ipotesi circa una differenza in termini di convinzioni sul progresso economico-sociale; io aggiungerei anche il ruolo che si pensava il paese colonizzatore potesse giocare nel sistema mondiale. Possono essere le spiegazioni da porre alla base di osservazioni come queste: "L'espanzionismo nazista oltrepassava una soglia e modificava la gerarchia di codici e valori dell'imperialismo classico. Quest'ultimo occupava territori per saccheggiarli, ottenere materie prime, conquistare nuovi mercati, "estendere la civilizzazione" e, a questo fine, doveva postulare la superiorità razziale dei popoli europei su quelli colonizzati, sottoponendoli se necessario ad una politica di sterminio. Il nazismo si inscriveva in questa logica, ma lo scopo centrale e prioritario del suo espansionismo era l'allargamento, su basi biologico-razziali, del dominio tedesco. Non si trattava solo di conquistare dei territori, si trattava soprattutto di germanizzarli. L'eugenismo e il razzismo erano per il nazismo molto più che una giustificazione e una copertura ideologica della propria politica di conquista, ne erano il motore". (E. Traverso, La violenza nazista, Bologna, Il Mulino, 2002, pag. 87).

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    11. NOn ti sfuggirà una "leggera" contraddizione interna nel ragionamento di Traverso :-)

      Nella sostanza logica, la differenza che se ne ricava è solo quantitativa: l'idea di progresso del liberismo d'antan (e tout-court, in verità) è in realtà una finzione che si sorreggeva sulla comparazione razzista ricontestualizzata (un bianco "lumpen", poteva diventare "qualcuno" buttandosi in attività criminali consentite nelle colonie, ma vietate in patria per ragioni di ordine pubblico economico. Negli USA stessi, al loro interno, la "sanatoria" di ricchezze derivanti da attività criminali di successo era pratica comune...).

      Psico-collettivamente, mi pare dunque che, sulla versione tedesca (intraeuropea) del "metodo", giochi un ruolo decisivo il tentativo fallito del loro primo imperialismo stroncato dalle potenze marittime e liberoscambiste anglosassoni.

      A quel punto, occorreva "fare presto", per radicare il Reich millennario (e già porre la questione in questi termini temporali è fortemente indicativo dell'abreazione collettiva di un popolo che deve "rifarsi").

      Alla fine, se ci pensi, si ritorna a Versailles e ai metodi che esso riflette...

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    12. Però, come insegna Hegel, la quantità, oltre una certa misura, diventa qualità. ;-)

      E la misura, in questo caso, è la sproporzione fra interessi, per non dire capacità, della politica e dell'economia tedesche, anche declinate in chiave imperialista, e gli obiettivi politici nazisti. Gli obiettivi hitleriani non erano una riedizione della ricerca di un'egemonia regionale in una Mitteleuropa allargata, come all'epoca del secondo Reich, ma un progetto di *egemonia mondiale* che la Germania non era minimamente in grado di conseguire (quello Giapponese, se mai, era una forma tradizionale di imperialismo). Per questo il richiamo all'ideologia diventa inevitabile: il senso della considerazione di Traverso è questa.

      Apriamo la più importante analisi economico-diplomatica della politica estera del Terzo Reich uscita negli ultimi anni, The Wages of Destruction di Adam Tooze (Londra, Penguin, 2006, pag. XXV): "Even if the conquest of living space can be rationalized as an act of imperialism, even if the Third Reich can be credited with a remarkable effort to muster its resources for combat, even if Germany's soldiers fought brilliantly, Hitler's conduct of the war involved risks so great that they defy rationalization in terms of pragmatic self-interest.
      And it is with this question that we reconnect to mainstream historiography and its insistence on the importance of ideology. It was ideology which provided Hitler with the lens through which he understood the international balance of power and the unfolding of the increasingly globalized struggle that began in Europe with the Spanish Civil War in the summer of 1936."

      Il consenso delle masse "non derivò però dalle sue [di Hitler] ossessioni ideologiche personali o dalla sua peculiare visione del mondo" (I. Kershaw, Hitler e l'enigma del consenso, Roma-Bari, Laterza, 2004, pag. 113), ma da "prosaici motivi di bottega, per questioni locali, per calcolo razionale legato a interessi privati o per la considerazione puramente negativa che Hitler non avrebbe potuto fare peggio degli altri, e perciò gli si poteva dare una chance, nella speranza che riuscisse a fare qualcosa di buono". (Ibid., pag. 64). Si tratta di ipotesi oggi rese ancora più solide dalle ricerche sul rapporto fra disoccupazione e voto nazista ("This article analyses the impact of the onset of the Great Depression on voting patterns at the local level in the final years of the Weimar Republic. [...] By analysing the determinants for the vote shares of all major parties/party blocs we demonstrate unequivocally that the economic crisis was the crucial prerequisite for the political collapse of the Weimar Republic.).

      Il che ci riporta alla Grande Depressione e quindi, certo, anche a Versailles.

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    13. Tooze, attraverso un circonlocuzione di prammatica, ci rinvia al "fare presto" di Hitler.
      Ma va detto che l'ideologia poteva (com'è inevitabile che sia comunque) essere applicata in vari modi e gradi diversi.
      Credo allora che nel suo caso entri in gioco la psichiatria
      http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/hitler-soffriva-imbarazzante-condizione-che-potrebbe-spiegare-119080.htm

      Certo il fatto che ci dovrebbe interessare è che gli esiti quantitativi del totalitarismo, insito nella dinamica liberista, possano ANCORA OGGI essere determinati dall'attitudine a non filtrare la preposizione al vertice di soggetti portatori di una grave psicopatologia.

      Anzi...Questo fattore, come vediamo nell'esperienza italiana più recente, è considerato dal sistema del tutto irrilevante, proprio perché estraneo ai principi che guidano rigidamente la struttura e, per usare la spiegazione di Bazaar, con una retroazione i cui costi sono considerati inferiori ai benefici ("La Grecia è il più grande successo dell'euro")

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  4. Far capire cose del genere ai governanti del "dopo" non sarà uno scherzo. (non oso ripensare alla spiegazione della democrazia per il primo presidente della Repubblica Italiana). Se non fosse che il "dopo" ci serve...

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  5. Sostanzialmente condivido.
    Mi chiedo, non per 'irrorare' di pessimismo la discussione ma per cercare di capire a che punto siamo, se non ci troviamo in un’epoca storica del tutto nuova, in cui, cioè, rispetto ad altre epoche, l'Uomo Nuovo è ‘finalmente’ compiuto.
    Riprendendomi a una famosa intervista di Pasolini (del '74...), i criminali al potere nelle precedenti epoche non erano riusciti a impedire il formarsi di popoli o ampie fasce di esso basate su valori opposti a quelli sui quali si reggeva il potere stesso.
    Al contrario, l'attuale regime sembra avere compiuto l'opera, riuscendo a conformare a sua immagine e somiglianza la natura dei cittadini.
    Rispetto alle volte precedenti, gli strumenti ‘in più’ del Potere sono stati:
    * da un lato, ovviamente, le tecnologie che hanno reso via via possibile un indottrinamento H24 e 'piacevole' al palato
    * dall’altro lato, la ‘democraticità’ del sistema. Il sistema è "aperto" anche agli ultimi (per cooptazione, of course), ai quali è consentito l'accesso a qualunque livello, in cambio ... della vita, cioè di una completa, pre-conscia adesione morale.
    La ‘democraticità’ porta a molteplici vantaggi, già detti in questo blog, quali una diminuzione dei rischi di ribellione (perché distruggere un sistema che possiamo conquistare dall’interno?) e uno spostamento del conflitto sociale TRA i poveri (una sana competizione per l’accesso al potere … e oggi tutto è potere).
    Ma anche, soprattutto, un formidabile meccanismo di selezione dei peggiori. Si elimina il rischio della ‘scheggia impazzita’, del principe illuminato, del ‘matto’. Solo i simili con i simili.

    La situazione, apparentemente disperata, potrebbe in realtà essere gravida di cambiamenti favorevoli. Tecnologie e correlati strumenti di conoscenza (come dimostra questo blog) e apertura verso il basso sono gli spiragli lasciati dal sistema … la società aperta può essere veramente aperta (… come una mela, secondo la nota gag di P. Villaggio).

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    1. Questa visione di (apparente?) compimento dell'opera mi trova abbastanza concorde.
      Come pure che questa situazione sia potenzialmente foriera di miglioramenti ora insospettabili.
      "Dobbiamo" crederlo...

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    2. Pessimismo della ragione,ottimismo della volonta?

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  6. Bel post. Molto interessante
    Le osservazioni sul ruolo dei media, mi hanno fatto tornare in mente un passaggio di “farenheit451” di Ray Bradbury: “Offri al popolo gare che si possono vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari, o il nome delle capitali dei vari Stati. Riempi i loro crani di dati non combustibili, imbottiscili di fatti al punto che non si possano più muovere tanto sono pieni, ma sicuri d’essere veramente bene informati. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione di movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno.”

    Ecco, a ben vedere è proprio così. Basta osservare come si esprimono, sui social network, i cosiddetti “progressisti”: dai loro slogan e dalle loro battute, si percepisce chiaramente la loro certezza di essere “bene informati” e detentori della vera “cultura”, estrinsecata nelle dotte citazioni di aforismi promananti da altrettanti “intellettuali di riferimento” (e già questa è una bella contraddizione: rinnegano Dio per poi aggrapparsi al principio di autorità). Si percepisce altrettanto chiaramente la loro “certezza di pensare” e la loro “sensazione di movimento”, il loro essere convinti, ad esempio attraverso le battaglie sui diritti cosmetici, di reggere le briglie della storia. E invece hanno smarrito il più elementare senso critico e sono, per l’appunto, “fermi come macigni”. Ostentano “Il nome della Rosa” di Eco come fosse il vangelo del nuovo millennio e non si rendono conto di recitare proprio la parte del “venerabile Jorge”, convinti come sono che non vi sia alcun progresso possibile “oltre” la loro visione del mondo.

    Sorprende, inoltre, come una certa letteratura della prima metà del ‘900 (Bradbury, Orwell) avesse già intuito certi pericoli. Letteratura che oggi viene taciuta, quasi dimenticata. Quanta “falsa letteratura” riempie, invece, le librerie di oggi (e di “dati non combustibili” la mente delle persone)? E gli editorialisti, non stanno forse assumendo il ruolo di sacerdoti di una non-religione?

    Quello della “libera informazione” come madre della democrazia moderna è in effetti un mito che meriterebbe (come quello che vede la democrazia derivare dal liberalismo), di essere sottoposto a una severa revisione critica.

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    1. In questi giorni ho potuto notare come l'affermazione che i propri figli si chiamano Franco e Luca mentre invece il loro nome è Carla, che oggi è venerdì mentre è mercoledì oppure che si ha 80anni mentre se ne ha 90, fa partire una richiesta di infermità mentale.
      Chi dice che il pareggio di bilancio è conforme alla Costituzione, che la uem affratella gli europei e che uscendo la benzina costerà 77volte7, invece, è centrato sulla realtà.

      Misteri della medicina.

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  7. @winston Smith

    il "brano" proposto suona come una sintesi "leggera" del trash eurista ..

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  8. @ Arturo, Bazaar, Quarantotto:

    In attesa del dirimente due più due, non è che dovremmo iniziare a domandarci quanto fa uno più uno?

    @ poggiopoggiolini:

    La cosa interessante è che l'album in questione è del 2006 e in quel brano c'è un esplicito riferimento al "new califate". Ma è l'intera coppia di strofe a risultare complessivamente inquietante, col senno di poi. La riporto per completezza:

    "Empires built, and nations burned
    Mass graves remain unturned
    Descendants of the dispossessed
    Return with bombs strapped to their chests

    There's hate for life, and death in hate
    Emerging from the new caliphate
    The victors of this war on fear
    Will rule for the next thousand years".

    Parliamo pur sempre di un album con dei pezzi che hanno avuto diffusione planetaria, utilizzati come trailer music per una serie di blockbusters made in Hollywood. Il genere è chiaramente post-09/11, ma l'associazione di idee effettuata non pare essere del tutto casuale. E anche qualora lo fosse, a mio parere non è da ignorare. Sai com'è, quando si fa riferimento a imperi millenari proiettati nel futuro non mi sento mai molto tranquillo.

    Infine, la solita chicca per appassionati: “IMPERIUM CAROLI MAGNI / DIVISUM PER NEPOTES / ANNO DCCC XL III / DEFENDIT ADOLPHUS HITLER / UNA CUM OMNIBUS EUROPAE POPULIS / ANNO MCM XL III”.

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