giovedì 3 novembre 2016

IL BOOMERANG INCONSAPEVOLE: RESPINTO IL VINCOLO €STERNO, CHI VORREBBE ANCORA LA "GOV€RNABILITA'" E DEVASTARE LA COSTITUZIONE DEL 1948?


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1. Mi hanno "taggato" con questo esilarante (per quanto...crudele) video che può essere assunto come una metafora. Ma non necessariamente soltanto della "politica della sinistra": direi di qualsiasi politica che discenda da un'inerzia esogena, cioè eteroimposta, inconsapevole degli interessi dell'intera comunità sociale. In altri termini, che discenda dalla perduta cultura dell'interesse democratico nazionale.

2. Il tema ovviamente riguarda il problema di come si debba disporre di adeguate premesse culturali, - storiche, economiche e giuridico-istituzionali- per identificare un "nostro" indirizzo politico, prima generale e comunitario, poi svolto in concrete politiche economiche, industriali e fiscali, che siano veramente aderenti agli interessi degli italiani.
Quanto ora detto parrebbe un'ovvietà ma, a questo punto della degenerazione della vicenda della sovranità democratica nazionale, dobbiamo prendere atto, e di conseguenza temere, che non lo sia affatto.

L'argomento, quindi, riguarda specificamente il nostro ordinamento costituzionale, proprio in una fase in cui tra ipotesi di "rinvio" della consultazione referendaria, e tensioni, anzi, "torsioni" riguardanti la tradizionale fedeltà della classe governante in Italia, da almeno 35 anni, all'idea salvifica del "vincolo esterno" e della riforma costituzionale "efficiente" e che privilegi la "governabilità".
Queste parole d'ordine, ripetute da decine da anni e sorte all'indomani della formulazione programmatica del "vincolo esterno", - essendo cioè del tutto evidente il legame antico e attualissimo tra le due cose- sono entrambe il frutto avvelenato della desertificazione culturale eteroimposta alla società italiana dalle forze del mercato sovranazionali, che hanno sostituito la stessa classe politica "autoctona" nella determinazione dell'indirizzo politico e svuotato di senso il processo elettorale.

3. Come ciò agisca, tra trasformazioni sociali deflazioniste e antitetiche alla tutela del lavoro di tutti, cioè al valore di vertice della nostra Costituzione, lo si è visto in una continua progressione di stagnazione della crescita (proprio a partire dall'imposizione del "vincolo esterno"), oscillante tra out-put gap e recessione, che ha disseminato una crescente disoccupazione e la distruzione dei diritti sociali: cioè, precariato e flessibilità nell'occupazione lavorativa (quando c'è), drastica riduzione della previdenza pubblica principalmente pensionistica, del servizio sanitario universale, del livello delle prestazioni della scuola e dell'istruzione pubbliche, e di ogni altra prestazione che la Costituzione aveva affidato allo Stato democratico nazionale.

Insomma, se davvero, un senso di ribellione (se non di crisi di coscienza) verso gli esiti del vincolo esterno, sta pervadendo la gran maggioranza delle forze politiche italiane, - cosa prevedibilissima ma che solo tre o quattro anni fa sarebbe risultata sorprendente per "l'uomo della strada"-, le proposte politiche conseguenti dovrebbero necessariamente essere coerenti e funzionali a questo mutato scenario di riferimento.
Non si può continuare con gli slogan della "governabilità" e della esigenza di rendere più efficiente la nostra Costituzione: sarebbe una continuità di rimedi e di aspirazioni strettamente conseguenti dalle nefaste scelte che, a parole, si vorrebbero criticare e in gran parte rinnegare.

4. Quando alcuni anni fa, avevamo sintetizzato le ragioni per le quali dovessimo rivendicare che "La Costituzione del 1948 non si tocca", avevamo delineato un quadro semplificato anticipatore, già allora, della fotografia del confuso presente:
"L'analisi parte dalla Costituzione, per illustrare come il suo modello sia il frutto di 150 anni di lotte sociali e di problematiche che vennero affrontate in un modo che teneva già conto di tutto quanto, nella sua attuale riproposizione ordoliberista, si riaffaccia, con implacabile "ovvietà", sul palcoscenico della Storia umana.
…a quella scelta, operata in un (raro) momento felice comune all'intera Nazione, e al termine di una tragedia, dovremmo saldamente attenerci
Per evitare "che tutto questo si ripeta".
[Incombe sempre] il pericolo di dare per scontato che occorra "fare le indispensabili riforme", propinando, al corpo sociale stremato, dosi ulteriori della stessa medicina avvelenatrice ordoliberista (o semplicemente spaghetti-liberista); un pericolo sempre presente.
Anzi, radicatissimo e diffuso.
Ci dovremo parare le spalle sia dalle offensive dei diritti cosmetici che dalle pulsioni anti-Stato democratico che attaccano a forbice la sovranità costituzionale
Questa battaglia è già in sè impervia: simultaneamente dovremo prepararci al collasso dell'euro e al tentativo di rilancio dell'internazionalismo liberoscambista che verrà fortissimamente tentato in preparazione di questo collasso".

5. Una cosa, dunque, si imporrebbe come segno di coerenza con la riscoperta dell'interesse nazionale sovrano da parte dell'attuale classe politica italiana (tranne alcuni giapponesi dediti all'€uropeismo "fuori tempo massimo" della Storia): di abbandonare per la sua dannosa superfluità, l'idea delle riforme costituzionali "adeguatrici" (A COSA?), della "governabilità" (esclusivamente al servizio dei mercati sovranazionali), e delle leggi elettorali asservite a questi obiettivi.
Sulla inanità, figlia della perdita delle "risorse culturali", di queste idee, lasciamo volentieri la parola ai ben consapevoli Padri Costituenti (ringraziando i miei preziosi commentatori).
Ecco l'interpretazione "autentica" di Mortati rispetto alla straordinaria "unità di intenti" che si raggiunse in sede Costituente:
“Del tutto infondato appare, anche al più superficiale esame, attribuire carattere compromissorio a tali proclamazioni [di principio dalle quali è da attingere il criterio di graduazione dei molteplici interessi voluti tutelare], poiché esse risultano, se considerate nel loro nucleo essenziale, espressione univoca e coerente, in ogni loro parte, della volontà della grande maggioranza dell’Assemblea (8)”
Nota 8: “Jemolo, op. cit., p. 15 si è domandato quale classe politica rifletta, e quali aspirazioni di questa classe politica assecondi la Costituzione (con riferimento all’ opinione secondo cui questa si informerebbe al pensiero cristiano-sociale). Esatto quanto ritiene l’ A. che questo pensiero non abbia linee che valgano a dargli una vera fisionomia propria. Ma è vero che sussista tale ispirazione? Se alla concezione cristiana si voglia ricondurre il profondo motivo espresso dalla Costituzione essa deve essere intesa in un largo senso, non collegandola all’origine storica ed all’elaborazione dogmatica, in un senso analogo cioè a quello messo in rilievo da un noto saggio del Croce. Calata nella realtà di oggi quella concezione trova la sua più autentica espressione negli ideali del socialismo. Ed è a questa realtà che la nostra Costituzione ha voluto adeguarsi. (C. Mortati, Considerazioni sui mancati adempimenti costituzionali Aa. Vv., Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea Costituente, Vol. IV, Vallecchi, Firenze, 1969, pp. 468)".  

6. Ed ecco il chiaro pensiero di Mortati sul mito (neo-liberista) della governabilità:
"Mortati, che qualcuno ha avuto la faccia di bronzo di tirare in ballo fra i presunti padri nobili della riforma, afferma, pensate un po', che non c'è bisogno di alcun rafforzamento dei poteri del governo, perché i poteri necessari allo svolgimento delle sue funzioni in Costituzione ci sono già tutti. 
Non solo negli artt. 76 e 87, ma anche e soprattutto nell'art. 41: "Efficacia culminante, nel senso espansivo dei poteri di Governo, assumono poi i programmi ed i controlli, non già solo autorizzati ma imposti, secondo la logica del sistema, dall’ ultimo comma dell’ art. 41, che non possono, per la loro stessa natura, se non incentrarsi, entro le linee fissate dalla legge, nel potere esecutivo.” (C. Mortati, Considerazioni sui mancati adempimenti costituzionali in in Aa. Vv., Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea costituente, Vol. IV, Vallecchi, Firenze, 1969, pp. 478).

7. E ancora, la chiarezza di visione dell'interesse democratico generale, si rifletteva nelle più comuni, e autorevoli, interpretazioni della Costituzione che erano proposte PRIMA dell'inoculazione della tossina del "vincolo esterno":
"...l’impostazione keynesiana della Costituzione era un dato tanquillamente riconosciuto dalla dottrina. 
Nel commento all’art. 4 del canonico commentario Branca (Commentario della Costituzione a cura di G. Branca, Zanichelli, Bologna, 1975, pag. 220), Federico Mancini, non esattamente un estremista (o magari sì, ma, più tardi, in senso europeista), scriveva: “[…] si potrà osservare che una politica rispettosa del dettato costituzionale avrebbe dovuto articolarsi, da un canto, in una serie di misure intese a realizzare un efficiente servizio di collocamento e a migliorare la formazione professionale della manodopera (v. anche art. 35 2° comma e 38 3° comma); dall’altro, secondo la classica ricetta keynesiana, nell'adozione di programmi di spesa in investimenti sociali idonei a espandere la domanda aggregata.”
Il commento dedica, tra l’altro, un interessante en passant a Prodi e Andreatta (pp. 244 e ss.), accusati, citando Rodotà (!), di “fremiti neoliberisti” per quanto scrivevano in due volumi del ’73: 
"«Il congelamento dei posti di lavoro in uno specifico impianto produttivo», «l’impossibilità di licenziare e di organizzare il lavoro all'interno della fabbrica» [questro è Prodi], la «ferrea stabilità d’impiego in quel posto di quel reparto di quella fabbrica di quel comune» [questo è Zappulli sul Corsera] sono il simbolo e insieme il prodotto di una politica che a tutto mira fuorché a promuovere condizioni generali di sviluppo
E le loro nefaste conseguenze stanno davanti ai nostri occhi: un’economia bloccata che minaccia di adagiarsi nel ristagno, un aumento della disoccupazione soprattutto tra le leve che s'affacciano per la prima volta sul mercato, uno sviluppo pauroso delle forme di lavoro precario; e — ultimo, ma non meno grave — quell’effetto caratteristico del «minor timore» con cui gli occupati guardano alla prospettiva della disoccupazione che è l’« emergere dalla base di piattaforme improbabili» (inquadramento unico, centocinquanta ore, salario garantito ecc.) [questo è il buon Andreatta]”.
Risponde Mancini: “[…] anche a prescindere da affermazioni impudiche come quella di chi si duole che la diminuita paura della disoccupazione abbia tolto di mezzo un deterrente contro l’emergere di piattaforme « massimalistiche » [ mi auguro non sfugga la ricorrenza della lamentela] — è la loro interpretazione, la filosofìa su di essi costruita che non possono essere accolte; che vanno, anzi, ribaltate.”
“[…] suggerendo il ritorno al licenziamento « facile» — e cioè al requisito fondamentale per il ripristino dello sfruttamento di allora —, gli economisti di cui s'è detto si fanno portavoce di una risposta tra le più miopi che la domanda operaia di benessere e di potere abbia ricevuto negli ultimi due anni; una risposta non meno indicativa del vuoto strategico in cui si dibatte il padronato italiano di quella consistente nel ricorso al lavoro precario che pure essi giudicano una iattura.”
[…]
“D’altra parte, l’ostacolo — una certa rigidità nell’uso della forza-lavoro e le condizioni che l’hanno resa possibile, prime gli art. 13 e 18 dello statuto —- è una conquista della classe operaia da cui l’intera società ha tratto vantaggio in termini di crescita civile. Come tale, non può essere messo in discussione. « Lo spreco di capitale » provocato « dal riposo delle macchine », per dirla col presidente dell’Iri, è senza dubbio un male; lo spreco di uomo, questo « animale diurno che ha un suo ciclo biologico e viene violentato se lo si costringe a lavorare in condizioni troppo lontane da quel ciclo » è il male.
A siffatta gerarchia di valori anche Taylor redivivo non rifiuterebbe il suo piccolo omaggio a fior di labbra. Ma, nell’economia del nostro discorso, il punto centrale è un altro; ed è formulabile dicendo che, lungi dal contraddire in principio le esigenze della lotta alla disoccupazione, la difesa della condizione operaia può agire positivamente su di essa.”
  

8. Sulla legge elettorale, in questo quadro di democrazia, che non ha certo mancato di portare alla più grande crescita italiana della sua Storia di unità nazionale, garantendo un quadro di poteri di governo adeguato a questo scopo primario, ci dice Lelio Basso (altro massimo esponente, giuridico ed economico, della visione della Costituente):
“… Oggi non si discute più…quale sia il sistema elettorale più adatto a far nascere un’assemblea che rifletta, come uno specchio, la fisionomia politica del Paese, ma al contrario QUALE SIA IL SISTEMA ELETTORALE CHE MEGLIO CONSENTA DI DEFORMARE QUESTA FISIONOMIA NEL PAESE. 
Poiché il partito di maggioranza sa di essersi notevolmente indebolito…esso si preoccupa di trovare un sistema che, falsando la volontà del Paese, gli conservi quella maggioranza di cui non può più disporre. Il problema attorno a cui si arrovellano i cervelli democristiani è ormai soltanto questo: data una determinata situazione politica del Paese, in cui il governo non dispone più della maggioranza dei consensi, trovare la legge elettorale che gli dia egualmente la maggioranza dei seggi.
Come nel 1924, quando la rappresentanza proporzionale fu sostituita con la legge Acerbo, questo capovolgimento di indirizzo significa il CAPOVOLGIMENTO DEI PRINCIPI SU CUI SI FONDA LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE, la quale ha per presupposto appunto l’alternarsi delle maggioranze, cioè la possibilità data alla minoranza di diventare maggioranza, mentre le leggi elettorali basate sui cosiddetti “premi di maggioranza”, del tipo della legge Acerbo…hanno invece lo scopo opposto di perpetuare la maggioranza esistente, di creare UN BLOCCO MASSICCIO DI DEPUTATI NON SORRETTO DA UN’ADEGUATA FORZA NEL PAESE, e perciò stesso di sopprimere la funzione democratica del Parlamento e annullare la vita democratica del Paese.

Nove mesi dopo le elezioni fatte con la legge Acerbo nasceva in Italia la dittatura fascista attraverso il colpo di forza del 3 gennaio, che la Camera, nata a sua volta da una legge antidemocratica, non poteva che avallare. IL CHE IN ALTRE PAROLE VUOL DIRE, OGGI COME IERI, CHE LA SOPPRESSIONE DELLA PROPORZIONALE indica la volontà del governo di PASSARE DALLA FASE DI DEMOCRAZIA PARLAMENTARE A QUELLA DI STATO-REGIME”
[L. BASSO, Proporzionale e democrazia parlamentare, in Il Comune democratico, aprile 1952, n. 4, 101-102].

8.1. E tutto questo può risultare chiaro e fondamentale, purché sia chiara la ragion d'essere del sistema proporzionale, una volta calato dentro il sistema di poteri, certamente "governabili" (e in effetti "governati" con successo), della nostra Costituzione del 1948:
"Oggi invece ogni Costituzione moderna, che risponda alle esigenze della vita moderna, considera che IL FULCRO DELLA VIA COSTITUZIONALE, IL CENTRO, IL PUNTO DI EQUILIBRIO DELLA VITA COSTITUZIONALE, NON È PIÙ QUESTO EQUILIBRIO FRA L'ESECUTIVO E IL LEGISLATIVO, inteso il legislatore come rappresentante della volontà indistinta di tutto il popolo, ma è viceversa L'EQUILIBRIO FRA MAGGIORANZA E MINORANZA, fra una parte del popolo e un'altra parte del popolo; diremmo, se volessimo introdurre il concetto in termini nostri, marxisti, FRA CLASSI DOMINANTI E CLASSI DOMINATE E OPPRESSE. 
Ma se non vogliamo tradurlo in termini marxisti, fra maggioranza parlamentare da cui si esprime il governo, che è quindi un tutt'uno con il governo, con coloro cioè che presiedono alla funzione esecutiva, e la minoranza che ha viceversa una funzione costituzionale di stimolo e di freno, a seconda dei casi, e di controllo dell'attività della maggioranza. 
Non vi è, dicevo, nessun dubbio, che la dottrina costituzionalista moderna ha posto a fondamento della vita costituzionale di uno stato democratico non più semplicemente il rapporto fra esecutivo e legislativo e non più semplicemente l’affermazione del principio maggioritario come espressione della volontà di tutto il popolo, ma un principio maggioritario e minoritario, cioè di un certo equilibrio che deve essere tenuto fra maggioranza e minoranza, equilibrio per cui la maggioranza legiferi con il rispetto della minoranza, con il rispetto dei diritti fondamentali che le Costituzioni moderne riconoscono alle minoranze…
Lo scopo delle elezioni non [è] quello di indicare una maggioranza e di darle un largo margine perché essa possa meglio governare secondo i propri principi, ma [è] invece quello di INDIVIDUARE LE DIVERSE CORRENTI POLITICHE E DI ATTRIBUIRE A CIASCUNA IL SUO REALE PESO, IN MODO CHE IL GOVERNO POSSA POI TENERE CONTO DELLE DIVERSE ESIGENZE, E NEI LIMITI DEL POSSIBILE, CONTEMPERARLE. 
… se la presenza e la funzione della minoranza è di rilievo costituzionale (e, ripeto, non v'è dubbio che sia di rilievo costituzionale, talché la nostra Costituzione attribuisce diritti alle minoranze, e fra l'altro appunto quello di far convocare il Parlamento ai sensi dell’art. 62), essa minoranza deve essere presente con il suo peso effettivo.  
Se il rapporto minoranza-maggioranza, che è un rapporto fondamentale, basilare nella vita dello stato moderno è artificiosamente alterato, è artificiosamente alterata la base e la vita dello stato moderno. La minoranza viene privata delle possibilità, delle podestà, dei diritti, delle garanzie che la Costituzione le offre; LA TUTELA COSTITUZIONALE È PRATICAMENTE ANNULLATA…”.
[L. BASSO, La violazione dei diritti del corpo elettorale, in Mondo Operaio, 20 dicembre 1952, n. 24, 7-10].

9. Che questo insieme di principi democratici "sostanziali" abbia contribuito alla crescita ed alla prosperità della Nazione, come attestano le serie storiche degli indicatori italiani nei primi 25-30 anni del dopoguerra, ha una ragion d'essere che, sul piano del modello economico, consapevolmente adottato, dovrebbe essere ben presente a tutta la nostra attuale classe politica. E senza indulgere in equivoci che sono quelli che hanno portato alla de-sovranizzazione dell'indirizzo politico-economico italiano e allo svuotamento del senso delle elezioni
Questa consapevolezza è, nella prospettiva della "liberazione" dal vincolo €sterno, essenzialissima:
"E pensare che basta una lettura dei documenti dell'epoca per chiarire l'"equivoco".
Per esempio sulla relazione della Presidenza della Commissione per lo studio dei problemi del lavoro del Ministero per la Costituente, un documento ripetutamente citato nei lavori dell'Assemblea, leggiamo:
“Fu esattamente detto che ad ogni forma di economia corrisponde un regime. E tutte le Sottocommissioni sono state unanimi, perciò, nell’auspicare che la nuova Carta costituzionale contenga almeno quei primi principii che, riconosciuto il lavoro come elemento della organizzazione sociale del popolo italiano, traccino le direttive della legislazione futura in materia di lavoro, in guisa tale che la dignità della sua funzione, la sua più ampia tutela ed ogni possibilità futura di sviluppo della sua posizione nell’ordinamento sociale siano assicurate.

Si è già rilevato che la Commissione ha considerato il lavoro come uno degli elementi ma non come il solo elemento rilevante della organizzazione economica e sociale. Da ciò bisogna dedurre il riconoscimento della proprietà privata dei mezzi di produzione, e quindi una tuttora persistente funzione del capitale privato nel processo produttivo.

La Commissione, nel suo complesso, tenuto anche conto delle risposte al questionario e degli interrogatorii, si è orientata verso un sistema eclettico che comprende così il principio della «sicurezza sociale» come quello del «pieno impiego», recentemente affermatisi in America ed in Inghilterra, con decisiva tendenza verso ogni forma di benintesa cooperazione.

La possibilità di occupazione nella attuale situazione non può essere creata che da una politica di spesa pubblica e da una politica di lavori pubblici.  
L’orientamento teorico della Commissione, come risulta anche dalla relazione della Sottocommissione economica, è volto verso le teorie della piena occupazione, in quanto essa risulti attuabile nel nostro sistema di produzione, teorie che stanno alla base dei piani Beveridge e consimili. La relazione rappresenta perciò una indicazione di politica economica che corrisponda alla realizzazione del principio giuridico del diritto al lavoro."

11. Se veramente si vogliono la ripresa della crescita, la soluzione del problema della disoccupazione ed il superamento del sistema ordoliberista dei trattati, incentrato sulla competizione tra Stati anticooperativa, non si possono ignorare queste risorse, già pronte e disponibili, poste come principi legali supremi dall'attuale Costituzione
Perché "cambiare per cambiare", senza averne piena coscienza e memoria storica? 
Perché piegarsi anche nell'attimo fondamentale di "rigetto" del vincolo €sterno e di rivendicazione della sovranità, al linguaggio e agli interessi di coloro che questo vincolo ci hanno crudelmente e cinicamente imposto?
La risposta a queste domande fa tutta la differenza. 
Tra un'agonia insensata, e senza fine, e il riconoscersi in una nuova unità nazionale volta alla prosperità condivisa di tutta la comunità italiana, ritrovata nella solidarietà e fratellanza.

35 commenti:

  1. Insomma: a quanto pare - come più volte sostenuto - la nostra Carta obbliga alla realizzazione di quella Democrazia che - per essere "sostanziale" - deve avere come attributi le istanze fondamentali del socialismo inteso nel suo senso proprio di "percorso politico che risolve il conflitto sociale temperando - per via riformistica - il conflitto distributivo in modo da equilibrare effettivamente il potere politico tra i fattori della produzione, capitale e lavoro".

    Questa via riformistica implica ab origine uno sforzo solidaristico tra le maggiori forze del paese per risolvere nelle Istituzioni repubblicane il conflitto sociale e politico: questo "solidarismo", manifesto nella fenomenologia della Costituente, vede di far convergere tanto i ceti dominanti quanto quelli subalterni verso un percorso riformistico che vede come interesse fondamentale condiviso la tutela e valorizzazione del lavoro tramite quella « armonia complessa » che imponga di legiferare in ottica pluriclasse e che il governo persegua gli interessi generali tramite politiche di carattere keynesiano supportate da un importante Stato sociale così come dalle analisi del Rapporto Benveridge.

    Piena occupazione e Stato sociale vengono riconosciuti come obiettivi di carattere strutturale che - date le evidenti e condivise esperienze storiche - sono negli interessi di tutta la comunità nazionale sovrana non collaborazionista e non operante a favore di interessi esteri.

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    1. Sia Lelio Basso che Costantino Mortati erano nati nel segno del Capricorno. Il primo 25 dicembre (!), il secondo il 27 dicembre. Da quello che hai scritto, sembri essere nato il 26 :-)

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    2. Sì, ma a Santo Stefano è doveroso ricordare che i più influenti liberali sono convenuti nel confermare che il fascismo è liberismo con altri mezzi.

      E quindi, come mostrano i democratici sociali, la nostra Costituzione è antifascista in quanto antiliberista: si oppone al laissez-faire esplicitamente ex art. 41 Cost. e a liberoscambismo e vincolo esterno ex art. 11 Cost.



      ("Sembro" nato capricorno; ma, come sai, sono "3 volte" nato il giorno della Rivoluzione d'Ottobre...)

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    3. Già...Il ripudio, chiaro e netto, del liberismo come vera ragione del nostro ordinamento costituzionale, "sociale", sovrano e democratico, certamente nato sulle fatidiche ceneri del regime fascista, è IL MESSAGGIO di questo blog (nato sotto il segno del Sagittario, un po' "cuspide" con lo Scorpione http://www.ilmeteo.it/oroscopo/sagittario), in essenza fenomenologica...

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    4. "Questa via riformistica implica ab origine uno sforzo solidaristico tra le maggiori forze del paese per risolvere nelle Istituzioni repubblicane il conflitto sociale e politico: questo 'solidarismo', manifesto nella fenomenologia della Costituente, vede di far convergere tanto i ceti dominanti quanto quelli subalterni verso un percorso riformistico che vede come interesse fondamentale condiviso la tutela e valorizzazione del lavoro tramite quella «armonia complessa» che imponga di legiferare in ottica pluriclasse"

      Già. Purché si faccia sempre molta attenzione a che il principio 'contemperativo' non venga surrettiziamente (e a volte anche inconsapevolmente) degradato e strumentalizzato a pretesto per devitalizzare la dialettica tra le classi, fungendo da vernice neo-socialprogressista con cui rivestire idee grevemente reazionarie, tipo quella SOMMAMENTE SCIAGURATA che la 'moderazione salariale', nel medio termine, è anche nell'interesse dei lavoratori in quanto neutralizza "la più iniqua delle tasse".

      Va benissimo, cioè, parlare inter nos di carattere 'pluriclasse' e di 'solidarismo' fra forze produttive secondo l'intendimento della Costituzione, purché non si trascuri mai di evidenziare come ancor più importante sia chi e come interpreta, sostanzia e soprattutto applica certi concetti in una data contingenza storico-politica caratterizzata da determinati rapporti di forza maturati a seguito di quella stessa dialettica.

      Perché, come più volte strategicamente sottolineato da qualcuno in questo blog, all'atto pratico la differenza operativa la fa (purtroppo, data la sua non immediata conseguibilità) il sostrato cognitivo profondo e specifico alla base di certi concetti-guida genericamente intesi.

      Con tutto ciò ovviamente non sto dicendo assolutamente nulla ma nulla di nuovo (figuriamoci!), bensì semplicemente provando a evidenziare quella che secondo me è una delle più subdole ma cruciali pseudo-contraddizioni latenti nell'apparato analitico di quello che potremmo definire 'riformismo scientifico orientato alla democrazia sostanziale'. Pseudo-contraddizione la cui dissipazione, o possibilmente, meglio ancora, prevenzione a beneficio 'del mondo là fuori', richiederebbe, pur sulla scorta di quel sostrato cognitivo, uno specifico e accurato lavoro di rigorosa linearizzazione (che è altro da semplificazione) espositivo-concettuale tutt'altro che banale.

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    5. Non spacchiamo il capello in quattro PROPRIO QUI!

      Proprio qui dove ormai non c'è sequenza di commenti dove non siano riportati IN ORIGINALE Basso e Caffè, proprio su cosa sia la democrazia economica costituzionale.

      Certo, seguire tutto è faticoso.
      Ma dire qui "fate attenzione" a non farvi ingannare dal neo-corporativismo ad usum supply-side, mi sa un po' troppo di "lezzzioncina".

      Più profondo di e specifico di quanto lo trovi qui, il "substrato", ti sfido a trovarlo altrove...

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    6. Prima di postare ho ponderato (evidentemente male) sul possibile effetto-lezioncina che potevo sortire e ho deciso di rischiarmela. Quell'unghia di sostrato che (forse) ho acquisito in questi ultimi due anni l'ho presa al 99% da qui e da Bagnai. Un'unghia, ovvero una frazione minimale di un corpus enormemente più grande, profondo e per me solo imperfettissimamente attingibile. E questo credo dica tutto sull'oggettiva impossibilità da parte mia di realisticamente venire a fare lezioni 'proprio qui', dove non finirò mai di imparare.

      Provo quindi a spiegarmi meglio: simulando per un attimo un 'downgrade' anche rispetto a quell'unghia di sostrato, intuisco e quindi segnalo come espressioni quali "risolvere/temperare il conflitto", "sforzo solidaristico", "interesse condiviso", "armonia complessa", "ottica pluriclasse", "interesse generale" possono essere (neocorporativisticamente) strumentalizzate proprio nella misura (credo non inesistente, ma forse mi sbaglio) in cui si prestano, loro malgrado, a essere fraintese. Ovvero ad essere colte in una (scorretta ma non facilmente scongiurabile) accezione sedativo-conciliatoria (in nome di un sempre intrinsecamente problematico 'superiore' interesse comune, che pure in certe circostanze può sussistere) invece che dialettico-compromissoria (raggiungimento di un consapevole punto di equilibrio sulla base della reciproca effettiva contezza dell'entità della posta in gioco, dei suoi meccanismi generativo/allocativi e, quindi, di statica e dinamica dei rapporti di forza).

      Sarà anche spaccare il capello in quattro, ma, a mio profanissimo (ma forse proprio per questo, nella fattispecie, non del tutto irrilevante) parere, certe quasi inavvertite criticità linguistico-comunicative sono spesso punte d'iceberg a cui è preferibile dedicare troppa piuttosto che troppo poca attenzione.

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    7. Ma s'era capito: però, ed è questo il punto, queste espressioni sono citazioni di Mortati, Lelio Basso, Rosa Luxeemburg, Ruini, Caffè, Calamandrei, i cui discorsi SONO STATI PIU' VOLTE QUI RIPORTATI PER ESTESO.
      E non si prestano ad alcun equivoco: a meno, appunto, di fare una estrapolazione.
      Ma questo non è certo il caso di Bazaar.
      E non prendo neppure in esame che sia il mio.

      E neanche dovrebbe esserci bisogno che, ogni volta che si cerca una definizione, cioè una sintesi FENOMENOLOGICA, occorra ripetere per espanso tutto il discorso qui svolto in precedenza.

      I problemi linguistico-comunicativi lasciamoli agli ordoliberisti della grancassa mediatica.
      Qui non si lascia neppure una pietra al suo posto e tutti i passaggi sono costantemente verificati e dimostrati; o confutati.

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    8. So di quali giganti queste citazioni sono espressioni. E so che Bazaar (e non solo lui) le utilizza con suprema (e per me e molti altri inarrivabile) cognizione di causa. Ma, credo, noi dobbiamo imparare e capire per (anche) far imparare e capire. Cosa che nel mio piccolo, e forse con un po' di ingenuità, cerco di fare quotidianamente. Se (e sottolineo se) esistono formulazioni che meglio di altre ci consentono salire sulle spalle di quei giganti per veicolarne al meglio, senza snaturarlo, il preziosissimo pensiero, direi che ben vengano, alla faccia degli ordoliberisti della grancassa mediatica, che quanto meno potrebbero non apprezzare particolarmente.

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    9. Fabrizio, con « suprema cognizione di causa » non utilizzo un bel niente: non è colpa mia se il dibattito degli ultimi decenni è talmente da Bar dello sport che si passa per chierici appena si infilano due congiuntivi su tre.

      Nel merito: la tua impostazione ovviamente la condivido... :-)

      Ma Quarantotto, "infilandomi a Santo Stefano", intendeva in primis riconoscere il tentativo di mediare - sintetizzando - la cultura cristiano-sociale mortatiana con quella socialista tout court di Lelio Basso.

      Poiché, riconoscerai - seguendo tu con una certa costanza il dibattito - che lo scrivente è tra i commentatori che più ha stremato gli zebedei urbi et orbi con le fondamenta dialettico-conflittualiste della sociologia, posso accogliere con una certa soddisfazione il tuo appunto: però, se dobbiamo spaccare realmente "il capPello in quattro", ti farei notare che il "solidarismo cristiano-sociale", l'ho tirato in mezzo esemplificando due particolari ambiti; e non l'ho fatto sicuramente per puro caso: il momento costituente, e la spinta volta a mantenere il conflitto stesso all'interno delle istituzioni: naturale sviluppo della volontà del popolo sovrano rappresentato dai costituenti.

      Questa "solidarietà" è il naturale frutto della "coscienza nazionale".

      Che poi tutto ciò possa essere usato tramite una pura operazione nominalistica per proporre il classista imperialismo nazionalista, o la ben più viscida locuzione di "governo di solidarietà nazionale", che sa molto di "appello allo straniero" in versione pinochettiana, sfruttando l'unica vera "conventio ad excludendum" della storia repubblicana - ossia quella imposta al PCI - è incontrovertibile.

      L'unica vera "divulgazione" è quella che diffonde coscienza: chi rimane ai nominalismi, può impararsi anche tutta la Costituzione nella palude a memoria: rimane cervello bituminoso.

      Ho provato a sottoporre qualcuna delle mie esposizioni a persone "vicine": un riscontro è stato appunto che, per quanto fossero comprensibili i vari "passaggi logici", se « avessero dovuto farne un riassunto, non ne sarebbero stati capaci ».

      Bene: preferisco pensare che, effettivamente, essendo certe "esposizioni" il riassunto, della sintesi, del riassunto, della sintesi, del riassunto, della sintesi di un numero sterminato di analisi di grandi autori, non è da escludere che un ulteriore "riassunto" potrebbe essere "non agevole".

      Inoltre, ti dirò, per quanto siano pensieri liofilizzati, credo che del sedimento rimanga; anche io non faccio parte di coloro che capiscono tutto al volo e subito; ma, ad un certo punto, le idee diventano più nitide. Poprio mentre meno ce lo si aspetta.

      A quel punto, anche la sintesi di una catena sterminata di "riassunti", esce: e, generalmente, si presenta come la "causa prima" che ha determinato un certo fenomeno nel suo proprio ambito.

      "Causa prima" che, nelle scienze politiche, è propedeutica (che fare?) alla prassi.

      Si presuppone che la soluzione ad un problema sia la sintesi di un'analisi, ovverosia di una dialettica.



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    10. Caro Bazaar (e caro Quarantotto), conscio del fatto che i miei quarti di capello hanno preso già fin troppo spazio in rapporto al loro trascurabile diametro, aggiungo solo un ringraziamento a entrambi per l'attenzione accordata, per me estremamente preziosa. Spero che la rinnovata consapevolezza della inestirpabilità delle insidie nominalistiche mi sia di aiuto ad alleviare la frustrazione che costituiva la vera molla della mia osservazione iniziale (che, lo ripeto, non era e non poteva essere un appunto a Bazaar e tanto meno ai 'giganti'): quella derivante dalla difficoltà di "diffondere coscienza" (sostrato) come vorrei almeno alle "persone vicine", ovvero a chi avrebbe tutto da guadagnarne (la prassi!), e non lo sa.

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  2. Contrapposizione Costituzione - Trattati?? Mumble, mumble...

    "E stupefacente constatare l’indifferenza con la quale in Italia è stata accolta la ratifica del trattato di Maastricht, rispetto al clamore e al fervore interpretativo che si è potuto registrare in Francia, nel Regno Unito, in Germania, in Danimarca, nella stessa Spagna. La cosa è tanto più difficile da comprendere se si considera che per l’Italia, più che per tutti gli altri Paesi membri della Comunità, il trattato rappresenta un mutamento sostanziale, profondo, direi di carattere «costituzionale».
    L’Unione Europea implica la concezione dello «Stato minimo», l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, la ridefinizione delle modalità di composizione della spesa, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari ed aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva per gli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile (con la sconfessione del principio del recupero automatico dell’inflazione reale passata e l’aggancio della dinamica retributiva all’inflazione programmata), la drastica riduzione delle aree di privilegio, la mobilità dei fattori produttivi, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e nell’industria, l ’ abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche da parte dei produttori di servizi, l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe.
    In una parola: un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di questi ultimi. Ebbene, un cambiamento giuridico di questa portata, con queste conseguenze, è passato pressoché sotto silenzio, senza conquistare le prime pagine dei giornali.”
    (G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, Roma-Bari, 1996 [1993], pagg. 435-6).

    Vuoi vedere che una delle voci più chiare sul punto...è stata proprio quella di Carli?

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    1. Credo infatti che Padoa Schioppa muovesse proprio dal punto di partenza acquisito con questa "versione" di Carli, essendo solo ben più franco: da notare che, non a caso, il linguaggio di Carli è quello "a la page" ai tempi di Mani Pulite(dovrebbe aver scritto tra il 1992 e il 1993...).

      Da rilevare pure che, segnalato da te, e riportato ne "La Costituzione nella palude" (grazie), c'è un praticamente coevo scritto di Guarino che, invece, spiega il "nuovo patto tra Stato e cittadini" in modo tutt'altro che favorevole a questi ultimi.

      Gli hayekian-einaudian-ordoliberisti, fino al brocardo sulla "durezza del vivere", ben sapevano che la manovra di Amato, del 1992, non era una vera emergenza: era solo l'arrivo di un nuovo sceriffo in città.

      Da allora, e fino al crescendo attuale, i governi avrebbero legiferato e disposto solo per "punire" i cittadini delle loro inestinguibili colpe; e per dimnuirne "l'immeritato" benessere.

      Ma in fondo se lo sono meritato: alle elezioni ancora premiano chi sostiene lo "Stato minimo", senza neppure aver capito cos'è e senza saperlo connettere alla violazione plateale della Costituzione.

      Com'è noto, infatti, i progressisti (termine ripugnante ormai), credono che il principio supremo (e unico) della Costituzione sia l'art.9. E gli influencers di Soros gongolano...

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    2. « un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di questi ultimi »: lo Stato è il Popolo sovrano.

      I "cittadini" - che sono una "non collettività" - sono una concezione tipicamente ottocentesca e liberale del classista individualismo metodologico.

      Da liberale, Carli può essere considerato lessicalmente corretto: i cittadini, secondo la concezione censitaria dello Stato borghese ottocentesco, sono le oligarchie finanziarie: tutto il resto è neolingua cosmetica.

      Sul termine "progressista", sarà necessario entrare in polemica anche con le nuove forme di cultura resistenziale di stampo "previano".

      Preve, ricordo, è "ortodosso in quanto eterodosso", ma non del tutto svincolato da certe "omodossie" novecentesche: quando un democratico (sostanziale) parla di "progressismo", parla di progressismo sociale.

      Il progressismo "civile", è da affiancare al "modernismo reazionario", è tendenzialmente da considerare sovrastruttura atta a manipolare coscienza e demografia in senso reazionario, in senso conservativo rispetto ai privilegi dei ceti egemoni.

      Perché parlo di demografia? Perché le scienze sociali di origine marxiano-conflittualiste (le alternative sono di fatto falsa coscienza e propaganda funzionale agli interessi dei dominanti) riconoscono come elementi portanti della struttura sociale, non solo i rapporti di produzione, ma la demografia stessa.

      Dove c'è un liberista, c'è un malthusiano; dove c'è un neoliberista, c'è un neomalthusiano.

      Per questo l'art.9 Cost. - senza tutta l'impalcatura dei diritti lavoristi e sociali - diventa uno strumento di ingegneria sociale e di oppressione di stampo sorosiano...

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    3. Mi fai venir voglia di fare un bel convegno su questi temi, tipo solstizio invernale di orizzonte48 (a referendum forse espletato)...Con l'attiva partecipazione dei più autorevoli commentatori del blog e interessanti ospiti...(Ma chissà se Arturo accetterebbe di parlare in pubblico insieme a te, Francesco, etc :-)

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    4. Son sempre pronto ad aiutare con fonti e testi, ma, ti prego, non mi chiedere di parlare in pubblico: c'est pas mon truc, come dicono i francesi. :-)

      In realtà Padoa Schioppa era meno rozzo: distingueva fra due "constituencies" a cui i politici dovrebbero rispondere. Una sono gli elettori, l'altra il "mercato": “La seconda constituency è il mercato. Il governo dell’economia è «sul mercato» in ogni momento delle ventiquattro ore, sottoposto al giudizio che migliaia di soggetti economici formulano sulla sua capacità di azione, sulla sua coerenza, determinazione, concordia, sulle sue prospettive di durata. Con un’espressione efficace il Presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, ha parlato recentemente di un permanenten Plebiszit, di un plebiscito permanente, al quale i mercati mondiali sottopongono le politiche nazionali, costituendo un importante fattore di disciplina. Ciò è particolarmente evidente nei mercati finanziari e valutari, dove si determinano i prezzi del debito pubblico e della valuta nazionale, mercati dove l’entrata e l’uscita sono oggi facili. […] Sono i singoli in quanto soggetti economici che in ultima analisi giudicano il governo dell’economia: come risparmiatori, esprimono il tasso al quale sono disposti a far credito allo Stato acquisendone i titoli; come consumatori, decidono se avvalersi del servizio pubblico o di quello privato in materie quali i trasporti o i servizi sanitari; come imprenditori, decidono se investire, assumere personale, esportare, importare. Persone e imprese contribuiscono a fissare il valore esterno della moneta secondo la fiducia e le aspettative loro circa l’andamento complessivo dell’economia. Il Principe è stato sempre sottoposto al vincolo della scarsità economica e, in un certo senso, al giudizio del mercato.” (T. Padoa Schioppa, Il governo dell'economia, Il Mulino, Bologna, 1998, pagg. 25-8).

      Per Carli (op. cit., pag. 7) i "cittadini" sono tout court i mercati finanziari: "La vastità dell’innovazione giuridica contenuta nel trattato di Maastricht comporta un cambiamento di natura costituzionale. Restituisce all’ordinamento giuridico la funzione di contrastare la distruzione del potere d’acquisto della moneta. Sottrae allo Stato gran parte dei poteri di sovranità monetaria. Li trasferisce a livello sovranazionale e li restituisce così ai cittadini."


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    5. Quanto a Mani Pulite (Ibid., pagg. 437-8): “Il trattato sull’Unione Europea impone dunque una progressiva bonifica dell’ordinamento giuridico italiano. La classe politica italiana non si è resa conto che, approvando il trattato, si è posta nella condizione di aver già accettato un cambiamento di una vastità tale che difficilmente essa vi sarebbe passata indenne.
      In fondo, Tangentopoli non è che un’imprevista opera di disinflazione di un’economia drogata, un completamento inconsapevole del trattato di Maastricht. Si è all’improvviso sollevato il velo su un groviglio di oneri occulti che pesavano su interi settori dell’economia italiana, e che venivano bilanciati consentendo alle imprese la pratica immorale di aumentare i prezzi a livelli che eccedevano qualsiasi paragone con quanto sarebbe avvenuto in un regime di libero confronto tra domanda e offerta. L’impresa subiva un onere occulto, non deducibile dall’ imposta, attraverso il pagamento di tangenti. Ma in cambio otteneva due vantaggi inestimabili per un imprenditore che non rispetta le regole del mercato: poter gonfiare i prezzi e impedire l’accesso al mercato di imprese concorrenti che non partecipassero al sistema di cogestione illegale degli appalti.
      […]
      Non ho dubbi sul fatto che, alla lunga, il venire alla luce di Tangentopoli arrecherà non danno, ma vantaggio alla condizione occupazionale del Paese. L’economia di mercato presuppone il rispetto di regole, la violazione delle quali converte un sistema orientato alla selezione dei più meritevoli in un sistema che premia i faccendieri con la vocazione del giuoco d’azzardo. Confido che da questa esperienza storica sappia emergere una nuova generazione di imprenditori.”


      Gran finale (anche se è all'inizio: pag. 8): "Il trattato di Maastricht è stato ratificato dal nostro Paese, prima di altri Paesi della Comunità. Eppure, ancora una volta, dobbiamo ammettere che un cambiamento strutturale avviene attraverso l’imposizione di un «vincolo esterno». Ancora una volta, come già nel caso del trattato di Roma, come nel caso del Sistema monetario europeo, un gruppo di italiani ha partecipato attivamente, lasciando tracce importanti del proprio contributo, all’elaborazione di quei trattati che hanno poi rappresentato «vincoli esterni» per il nostro Paese. Ancora una volta, si è dovuto aggirare il Parlamento sovrano della Repubblica, costruendo altrove ciò che non si riusciva a costruire in patria."


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    6. Aggirare il Parlamento, nota bene, viene proposto come opera meritoria sulla base di una premessa fattuale errata: cioè che tutti-tutti gli appalti fossero contraddistinti da "oneri occulti" che inflazionavano la spesa pubblica.

      Ed invece, più spesso il pilotaggio politico, invece, privilegiava e tutt'ora privilegia, le offerte anomale troppo basse e, successivamente, la connaturale mancata esecuzione della prestazione con la locupletazione, comunque, del corrispettivo: che era spartito col padrino politico (questo il vero senso dello "sfascio").

      La realtà ci dice, invece, che questo sistema, proprio perché basato sulla inadempienza sostanziale unilaterale del settore privato, - correlata appunto a corrispettivi eccessivamente bassi e poi spartiti coi tangentari-, condusse alla crisi del settore privato per due ragioni molto €uropee:
      a) la rarefazione progressiva degli appalti, ex se (tranne ubriacature come "Italia 90", riservate a pochi "amici eletti") (effetto prodromico dei primi esperimenti di rigore fiscale dopo l'atto unico e ovviamente lo SME ristretto e "credibile" v. sub.b);

      b) l'aumento ragguardevole della pressione fiscale, in funzione pro-ciclica (mentre veniva meno la domanda esterna), sempre in concomitanza con l'apertura dei mercati dei capitali e delle merci, nonché con tassi di interesse reale insostenibili (per rimanere nello SME): questi fenomeni, sul piano tributario si riflettevano nel tentativo, a noi ben noto, di ridurre l'onere crescente del debito pubblico col gettito fiscale.

      Le imprese, giunte al limite della sopravvivenza, denunciarono un sistema che non le proteggeva più.
      Ma non capirono cosa stesse accadendo e appoggiarono e lodarono la prosecuzione rafforzata di quello stesso sistema, sperando nel trade-off, in effetti avveratosi negli anni '90, della riduzione del costo del lavoro mediante precarizzazione.
      E così entrando nella stagnazione degi investimenti, nella sostituzione del lavoro al capitale e nella perdita inarrestabile della domanda interna (al netto di qualche fiammata di aspettative berlusconiane).

      E oggi sono ferme a quel punto...chissà fino a quando (fino alla distruzione totale?)

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    7. « Tangentopoli arrecherà non danno, ma vantaggio alla condizione occupazionale del Paese »

      Intendeva forse la "condizione" degli occupanti: in tal caso direi che ci abbia azzeccato...

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    8. Magra soddisfazione vedere come tutti i "vantaggi" sbandierati da Padoa Schioppa e Carli siano stati palesemente "disattesi"...e come il mercato sia uguale se non peggio, visto che sono altrettanto palesi i casi di manipolazione dei tassi, delle valute, raggiro clienti ecc. per cui molti istituti finanziari di grido hanno pagato o devono pagare multe salate (ma mai abbastanza).

      Carli e Padoa Schioppa inoltre, oltre a fare previsioni palesemente errate - a danno dell'immagine degli economisti, a mio avviso - essendo coevi non dovrebbero fare fatica a capire come anche al tempo i governi subirono (come accade oggi negli USA ad esempio) la "cattura" da parte di determinate lobby private (su mandato esterno o meno) o subirono pressioni tali da dover lasciare abortire parti dell'apparato industriale italiano fondamentali per lo sviluppo "in solitaria" della propria economia? Ricadiamo sempre lì (Olivetti, Mattei). Vorrei anche ricordare che il boom economico italiano è stato (anche) agevolato dall'utilizzo di una particolare fonte di energia che non ha molta fortuna negli ultimi tempi: il nucleare. Lasciamo da parte per un attimo i pro e contro della tecnologia. Ma voglio solo ricordare che nel 1967 l'Italia era il terzo paese al mondo per potenza nucleare installata. Perchè si è fatto di tutto per tagliare le gambe a questo campo, che ci avrebbe permesso di essere un po' meno dipendenti dall'estero per le importazioni di combustibili fossili (ricordo che nel 2010 il fabbisogno elettrico italiano è stato soddisfatto con il 38,6% di prodotti petroliferi, 36,8% gas naturale, 7,5% carbone, dipendenda estero 75%). Ora non dico che il nucleare è la panacea di tutti i mali, per carità, ma chi è che ha spinto per farci uscire dal novero dei paesi dotati di tale tecnologia (utilizzabile poi anche in campo medicale, per dire). Dovremmo forse chiedere agli amici di Carli e Padoa Schioppa?

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    9. Solo qualche dato (per dire che se al tempo non si fossero tagliate le gambe a queste tecnologia, anzi ponendo il tutto sotto controllo statale, i benefici sarebbero stati abbastanza importanti): primo semestre 2011 bilancia commerciale energetica - 59,1mld euro, 1209 impianti termoelettrici (a gas, carbone, prodotti petroliferi) per coprire 67% fabbisogno naz. elettricità a fine 2010, +32% costo energia elettrica per imprese italiane rispetto UE, +35% costo utenze domestiche rispetto media UE. Anche qui colpa dei lavoratori? O dei cittadini? Forse i Padoa Schioppa e Carli, prima di vedere la pagliuzza negli occhi dei cittadini/ lavoratori, era meglio si fossero ben accorti della trave nei loro...

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    10. Ho dimenticato le fonti. Ne metto due, una pro https://books.google.it/books?id=8wGKNQTibPcC&pg=PA86&lpg=PA86&dq=potenza+nucleare+installata&source=bl&ots=3HC79zgBqM&sig=VV8h2SocQTvyGM0X4HVzuxy3yQw&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi6j_zuxI_QAhXGDxoKHfZfDgMQ6AEIQzAH#v=onepage&q=potenza%20nucleare%20installata&f=false e una contro https://books.google.it/books?id=wIu_-CGq2v0C&pg=PA104&lpg=PA104&dq=potenza+nucleare+installata&source=bl&ots=h1f3ffPTjy&sig=o3gkKrnoTHhoCtPvzfT7ap-7BBc&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi6j_zuxI_QAhXGDxoKHfZfDgMQ6AEIODAF#v=onepage&q=potenza%20nucleare%20installata&f=false in cui sono inseriti i dati che ho comunicato. Spero di non essere andato troppo OT. Se si, mi scuso.

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    11. Quella che si ritrova in un Padoa Schioppa è la mentalità tipica di chi ha addentato il frutto avvelenato dell'Illuminismo, che porta a scindere, scomporre, sezionare, suddividere ciò che più di ogni altra cosa è sì molteplice, ma nell'unità: l'uomo. Stato e società, società e individuo, uomo e cittadino, elettore e soggetto economico, produttore e consumatore, risparmiatore e investitore: molteplicità, queste, sempre presentate in qualità di dicotomie assolute, che divengono tanto più irrinunciabili e inamovibili quanto più la frammentazione prosegue fino a raggiungere il grado massimo dell'astrazione, che consente di proiettarle sul piano della più mistica trascendenza; avremo allora gli archetipi, le figure mitiche appartenute a una Età dell'Oro persa a causa del peccato e a cui far ritorno dopo i momenti della confessione, dell'espiazione e della catarsi: al Corrotto subentra l'Incorruttibile, al Faccendiere l'Imprenditore, al Bamboccione il Meritevole, in una parola, allo Stato il Mercato, il luogo edenico rispecchiante quel paradiso perduto "quae vindice nullo, sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat".
      Ai Greci, in effetti, sarebbero bastate due parole per liquidare un Padoa Schioppa qualsiasi, quelle stesse parole scolpite sul frontone del tempio dedicato ad Apollo a Delfi: γνῶϑι σεαυτόν. Ma ognuno è figlio del proprio tempo, e se i primi erano cresciuti con i Sette Sapienti, il secondo si è ritrovato con le Sette Sorelle.

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  3. Già, proprio Mani Pulite. Ed infatti:

    “… La nostra scelta del ‘vincolo esterno’ nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli ISTINTI ANIMALI della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese …” [G. CARLI, Cinquant’anni di politica italiana, Roma – Bari, 1993, 267]

    Carli, ancor prima, ci racconta peraltro la “sua visione” della situazione italiana degli anni ’70 e della crisi di quegli anni generata, secondo lui, da un deterioramento dello “spirito imprenditoriale” (che sarebbe stato causato, a sua volta, dalle nazionalizzazioni industriali (Enel nel 62) e, nientemeno, dalle rivendicazioni sindacali di fine anni ’60):

    “… dal ’69 in poi questo processo di distruzione vera e propria dello spirito imprenditoriale ha registrato un’accelerazione senza confronti col passato. LO STATUTO DEI LAVORATORI E LA RIGIDITÀ DELLA FORZA-LAVORO: sono stati questi i due momenti fondamentali del deterioramento della situazione. Con essi siamo arrivati al culmine della disgregazione del sistema …” [G. CARLI, Intervista sul capitalismo italiano, a cura di E. Scalfari, Laterza, Roma – Bari, 1977, 113]. Visioni di purissimo mercato a sfondo autorazzistico.

    E’ davvero vergognoso che i lavoratori rivendichino condizioni migliori e che lo Stato conservi la proprietà di assets strategici nell'interesse della Nazione. Lo spirito imprenditoriale prima di tutto! (la Costituzione se ne stia buonina in un cassetto). (segue)

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  4. Sull’adesione dell’Italia all’€uropa del vincolo esterno, però, la Costituzione, seppur inascoltata, ha sempre cercato di farsi sentire con la voce di Uomini coscienti:

    “… Più in generale, l’interrogativo che vide schierati su fronti opposti i più autorevoli economisti dell’epoca riguardò l’ispirazione di fondo che avrebbe contraddistinto la politica economica del mercato comune europeo: avrebbe essa assunto un carattere conservatore o progressista? L’interrogativo venne posto esplicitamente da Jan Tinbergen. Egli menziona i timori di R. Frisch, L. Johansen e Gunnar Myrdal, secondo i quali, sostanzialmente, il mercato comune avrebbe costituito “un
    Ritorno al lasciar fare e un consolidamento delle posizioni imprenditoriali”. In termini pittoreschi, citati dallo stesso Tinbergen, i pericoli temuti si riassumevano nel considerare come colonne portanti del mercato comune “capitalismo, conservatorismo, cattolicesimo”.

    Per suo conto, Tinbergen è d’avviso diverso. Egli sostiene che il mercato comune contempla importanti deviazioni dal lasciar fare. Esso prevede una regolamentazione completa dei mercati agricoli; una politica degli investimenti intesa a neutralizzare qualsiasi danno posa derivare a qualche ramo industriale o a qualche regione dall’eliminazione delle tariffe tra i paesi membri; una integrazione attiva della sicurezza sociale e una politica attiva del pieno impiego (il sogno, NdR). E’ singolare che per rafforzare le sue argomentazioni di un mercato comune non inteso a difendere le posizioni conservatrici, Tinbergen citi l’esistenza in Italia di un ampio settore pubblico dell’economia e “la completa neutralità del Trattato di Roma nei confronti dei cambiamenti quali la nazionalizzazione dell’energia elettrica”.

    L’esperienza ha dimostrato in modo rude, proprio con riguardo ai problemi del nostro paese, in qual modo l’esistenza della Comunità economica europea sia stata strumentalizzata proprio per contestare, anche sul piano giuridico, la compatibilità con le regole del Trattato del provvedimento di nazionalizzazione, oppure l’ampiezza o il modo di operare del sistema italiano delle partecipazioni statali. Non si tratta, come è ovvio, di rilievi occasionali o di polemiche contingenti. Si tratta di fatti rivelatori di un equivoco di fondo: UN EQUIVOCO CHE INVESTE I RAPPORTI TRA MERCATO E POLITICA ECONOMICA, nel senso che le configurazioni che quest’ultima assume hanno come presupposto IL RICONOSCIMENTO DELL’ESISTENZA DI PROBLEMI LA CUI SOLUZIONE OLTREPASSA CIÒ CHE PUÒ ATTENDERSI DALL’OPERARE DELLE FORZE DI MERCATO (la democrazia sociale costituzionale, NdR). Ove questo riconoscimento è apparso inevitabile, le politiche adottate sono apparse affette da un deteriore corporativismo; mentre, troppo spesso, è prevalso l’avviso che obiettivi pur desiderati (pieno impiego, investimenti correttivi di squilibri settoriali) dovessero attendersi dall’azione naturale delle forze di mercato e non dalla adozione di idonee e coordinate misure di politica economica…” [F. CAFFE’, In difesa del Welfare State, Rosemberg&Sellier, Torino, 1986, 145-146]

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    1. Tinbergen mi mancava.
      Certo dimostra che la cosmesi paralogica è proprio lo stile originario della strategia ordoliberista (i cittadini, sono indifferenziati individui, TUTTI LIBERI, TUTTI! e la politica economica contrappone Stato e...cittadini liberi: brutta, cattiva e tassatrice!).

      Si ammansisce il somarello con la continuità: tutto continuerà e cambieremmo solo le parti brutte (fornendo criteri fuorvianti su come saranno individuate) e poi..."si affama la bestia".


      Myrdal, povero sant'uomo, subì infatti l'affronto di ricevere il Nobel nel 1974 insieme ad Hayek.

      E da allora, tutti gli ignorantoni della massa anestetizzata continuano a credere che "liberalismo" e "liberismo" siano due cose diverse. Tirando in ballo anche Keynes (per qualche riga da cui traggono la sua equivalenza a...Bentham, sull'individualismo metodologico che sarebbe scisso dal libero mercato. Povero Keynes, aggiungiamo).

      Proprio vero che è inutile persino farli studiare: sono rimasti troppo indietro, ormai e, dopo decenni e decenni, si sa, le capacità di studio e di comprensione, se non si hanno solide bbbasi...

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  5. Per gli ignorantoni non esiste alcun legame tra i “punti fermi” (che in Caffè consistevano nell’attenzione alle politiche “per gli uomini comuni”, ovvero la Costituzione democratica) e la riflessione economica. Questo è il dramma.

    Caffè, richiamando alla lettera proprio G. Myrdal, poteva perciò affermare “… il credere nell’esistenza di un corpus di conoscenze scientifiche acquisite indipendentemente da ogni giudizio di valore è, come ora io ritengo, ingenuo empirismo…” [F. CAFFE’, Lezioni di politica economica, Torino, 1978, 14].

    Un’accolita di pseudoempiristi (sociopatici) impantanati nelle loro formule matematiche e nei loro modelli, peraltro clamorosamente strampalati. Possono studiare quanto vogliono, ma restano irrecuperabili

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    1. L'empirismo è una malattia, non è una filosofia: il « cinismo da cretini » a cui porta il determinismo empirista di stampo anglosassone, ha come ovvia conseguenza il positivismo popperiano e lo scientismo.

      Non è casuale che certe riflessioni radicali che si fanno in questi spazi, tanto da essere sempre intrecciate ad analisi di carattere epistemologico, si ispirano all'atteggiamento fenomenogico; unico reale « empirismo radicale ».

      « il credere nell’esistenza di un corpus di conoscenze scientifiche acquisite indipendentemente da ogni giudizio di valore », sappiamo non essere sempre così « ingenuo ».

      Pareto, ad esempio, esplicita subito introducendo il suo manuale di economia politica, che, poiché la morale è una qualche forma di "credenza" le cui conclusioni non hanno nessun riferimento "positivo", oggettivabile, universalizzabile, allora... il problema non sussiste e le questioni delle scienze sociali si risolvono con la "neutrale"... matematica.

      D'altronde, le scienze sociali non si fonderebbero sulla sociologia... ma, con gran stupore controintuitivista, sulla "psicologia" :-)

      Così l'individualismo metodologico dovrebbe avere un fondamento "scientifico" :-)

      Poiché la medicina sarebbe ovviamente concorde nel definire la morale dei dominanti frutto di una patente sociopatia, allora "la morale non esiste". :-) Credulità da minus habentes che si affidano alle religioni, frutto di un'antropologia non ancora raffinata e dotata di "scienza".

      Ma questa è, nonostante i simpatici ragionamenti della nostra elitista "mente raffinatissima", un questione seria.

      La morale individuale esiste perché la vita è conflitto, in primis con se stessi.

      Questa è la morale.

      La crescita umana è innanzitutto il frutto del superamento - Aufhebung - di questi conflitti interiori. Che ci sono, sono continui, e ad ogni fenomeno in cui imbatte la nostra coscienza corrisponde una tesi, a cui viene contrapposta in antitesi la nostra risposta coscienziale, la cui essenza fenomenologica - l'arbitrio - avviene in uno stadio pre-psichico, pre-psicologico.

      La difficile percezione di questa conflittualità, del suo puro manifestarsi a livello emotivo, e solo in un secondo microistante nella sua sintesi a livello comportamentale, è già un segno di immaturità umana.

      Quando questa conflittualità non è assolutamente avvertita, siamo generalmente in presenza di una qualche forma di disturbo psichico: se quindi si passa alla realtà intersoggettiva, questa malattia appare come più o meno grave privazione di empatia.

      La mancanza di empatia è tipico sintomo delle più pericolose sociopatie.

      E tutto ciò non è una "opinione relativa": è una opinione cosciente organicamente coerente con i risultati delle stesse scienze che, come sottolineava Husserl ricordando Galileo, tanto efficientemente "scoprono", quanto, distrattamente, "ricoprono".

      E questo "ricoprire", nelle scienze sociali diventa il paludare del conflitto distributivo e sessuale.

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    2. Aggiungerei che la teorizzazione per cui, da un lato, la morale non esiste, e dall'altro, ci si "possa" affidare alle religioni (monoteistiche, ca va sans dire) come frutto di un'antropologia (bio-psicologia) prescientifica, è, a sua volta, uno dei fondamenti della "doppia verità".

      In tutte le religioni monoteistiche, infatti, la morale codificata in qualche Libro, non si applica all'elite; ma l'elite - ANCHE OGGI- affida alle religioni un compito conciliativo tra morale (proprio nel senso di "mores" da promuovere) e regole implicite di prevalenza istituzionale delle elites: in pratica, oggi più che mai, la Legge naturale del mercato.

      La quale, infatti, corrisponde alla volontà divina assunta come "Bene comune", il cui temperamento con la "compassione caritatevole", non a caso, non è oggetto di alcun obbligo, rimanendo affidata alla "spontanea" coscienza individuale del beneficato dalla Grazia mediante la ricchezza...

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  6. Dimenticavo: anche Federico Caffè era nato nel segno del capricorno (6 gennaio 1914). Ma sono mere coincidenze :-)

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    1. Dicono che quelli del Capricorno siano razionali e profondi, ma un po' "tirati" col denaro. In questo caso, peraltro, ciò rende ancor pià "serie" le loro teorie e meglio escludono la ocnfusione tra Stato sociale, che interviene nell'economia, e spesa pubblica "allegra" (e retorica dei "tornii"). Tanto più che del vincolo esterno dei conti con l'estero sono i più seri ad occuparsene: partecipazione pluriclasse al potere socio-economico, ergo responsabilità salariale in condizione di pieno impiego, per non finire ne "l'appello allo straniero" e nel ricatto della "competitività"...

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    2. 25 dicembre - 6 gennaio? Una banda di Καλικάντζαροι, questi costituenti.
      Detto da una nata il 31 dicembre.
      L'idea di un convegno al solstizio, a questo punto, sarebbe la perfezione.

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  7. Per quanto concerne le parole di Carli sul declino dello spirito imprenditoriale Italiano dovuto alle Nazionalizzazioni e allo Statuto dei lavoratori, riporto le parole di Giuseppe De Rita pronunciate in una trasmissione " La Storia siamo noi":

    "Nel 1970 il Censis aveva censito 500.000 mila siti produttivi in tutta la penisola. Nel 1980 i siti produttivi erano raddoppiati."

    Questi libberisti sono dei fottuti mentitori di professione, sono così incalliti nelle loro menzogne che difficilmente sono in grado di dire una cosa vera e ancora più difficile per loro che possano capire una Verità. Sono immersi nelle loro menzogne.
    Sono proprio in quegli anni che si sviluppa il fenomeno della piccola impresa Italiana, negli anni 80 andava di moda "il piccolo è bello" sostenuto da tutti gli accademici che avevano libero accesso ai media del padrone.

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    1. Ti ho retwittato su questi dolenti FATTI, e stai avendo un grande successo :-)

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  8. Uno dei più grandi pregi di questo blog è la decostruzione di tutti i luoghi comuni imposti da decenni di rimbombante propaganda mediatica mercatistica. Qui la natura "compromissoria", ovviamente data per scontata da tutti.
    Compreso il buon Vauro, che ne faceva ieri sera un improbabile elogio dalla Gruber

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