mercoledì 27 dicembre 2017

OGGI 27 DICEMBRE: LA COSCIENZA DEMOCRATICA COSTITUZIONALE E LA PROFESSIONE DI FEDE (NELLA SUA DISTRUZIONE)


1. Il 27 dicembre di 70 anni fa il Capo provvisorio dello Stato De Nicola promulgò la Costituzione della Repubblica italiana che entrò poi in vigore il 1° gennaio 1948.
Come abbiamo già annunziato, una celebrazione di questa importanza merita un'iniziativa scientifica che la ricordi adeguatamente, nei modi e nelle circostanze drammatiche che ricorrono, certamente dal punto di vista del rispetto e della corretta applicazione della stessa Costituzione, nell'Italia dell'oggi.
Il convegno la cui locandina trovate sopra riprodotta in immagine, non sarà l'unica occasione di rivendicazione della vitalità nonché di concreto approfondimento scientifico dell'attualità della Costituzione;  speriamo infatti che un ulteriore ed importante evento possa essere organizzato a marzo, dopo le elezioni, e quando sarà necessariamente (ancora) più chiaro lo scenario delle forze politiche portatrici della convergente aspirazione a seppellire la Costituzione del 1948; e ciò avverrà, probabilmente, nel quadro dell'attività di A/simmetrie, avendo Alberto già dato una disponibilità di massima.

2. Sia ben chiaro: il paradosso di questi 70 anni sarà, per tutti i cittadini italiani che abbiano ancora la cultura e la sensibilità per farlo, l'esigenza di doversi accingere, proprio adesso, ad una strenua difesa finale - della democrazia sostanziale, della democrazia necessitata del lavoro-, in contrapposizione con astratte "commemorazioni" che, ignorandone ostentamente il vero significato, moltiplicheranno le pressioni per un suo superamento, riprendendo il cammino delle devastanti proposte intese a distruggerne il senso più profondo. 
Il paradosso, dunque, nascerà dal fatto che, adottandosi una tattica comunicativa che tenderà, questa volta, a presentare la disattivazione della Costituzione entro una facciata nominalistica di fede nei suoi valori,  (valori che ci si sta già preoccupando di rivisitare e "adattare"), si troverà il modo cosmetico per celebrare in sordina "le esequie frettolose di una Costituzione ancora viva" e, consentitemi di dirlo, che più che mai "lotta insieme a noi".

3. Dunque, il fondato timore è che proprio la ricorrenza dei 70 anni dalla nascita della Costituzione, sarà la più ovvia delle occasioni per riattivare il processo di formalizzazione testuale del suo tanto invocato, da decenni, superamento, chiamato "riforma", ma che è in realtà l'abrogazione (dichiaratamente liberale) dei suoi principi non revisionabili in modo provocarne, come diceva Calamandrei, l'automatica distruzione
Un processo che è già in avanzato stato di compimento, in molteplici e illimitate forme de facto, e che attende solo che trascorra un minimo di tempo dal referendum (cioè dall'ultimo, in ordine di tempo, dei fallimenti nella "formalizzazione testuale" dello status quo abrogativo) per coagulare le sue diverse tematiche e istanze particolaristiche, tutte convergenti sulla saldatura in nome dell'€uropa (qui, p.3), di forze politiche variamente propugnatrici o in ogni modo rassegnate alla irreversibilità del vincolo esterno

4. Un campanello di forte allarme, cioè un primo eclatante sintomo di questa (tattica cosmetica della) professione di fede nella Costituzione - agitata per dissimulare urgenti scopi abrogativi della stessa o comunque ad essa estranei-, proviene da questa lettera al Capo dello Stato, scritta per rivendicare l'approvazione della legge c.d. sullo ius soli. Una legge che pretende di basarsi su una discriminazione, relativa ai diritti fondamentali dei non cittadini residenti, che è un'artificiosa costruzione di fantasia (p.4.1.), e che contiene norme di sostanziale facilitazione che con lo ius soli nulla hanno a che fare.

4.1. Gli elementi allarmanti che si desumono dalla lettera sono quantomeno tre:
a) che faccia irruzione sulla scena politico-mediatica, con così grande tempismo, un'associazione di "figlie e figli di immigrati cresciuti in Italia ma senza passaporto italiano", associazione del cui carattere effettivamente rappresentativo  (di centinaia e centinaia di migliaia di persone per conto delle quali sostiene di parlare) e della cui spontaneità auto-organizzativa, coagulante una tale base  "sociale"  che dovremmo assumere, tendenzialmente, costituita da minorenni, è quantomeno ragionevole avere dei dubbi;

b) oltre all'emergere abbastanza improvviso di questa capacità di mobilitazione, colpisce poi la visibilità immediata ad ampissimo spettro di cui ha goduto l'iniziativa. Ogni importante istituzione dello Stato, il PdR in testa, riceve infatti moltissime missive, richieste, appelli e "denunce", secondo una scansione giornaliera che impegna, infatti, appositi uffici dediti a selezionare e, talora, a rispondere. Ma assai raramente, e solo secondo percorsi "selettivi" che rimangono sempre misteriosi (almeno dall'esterno), si ha notizia sui big-media di tali iniziative e, per di più, divulgate quasi "in diretta", nel giorno stesso dell'invio ("oggi 27 dicembre" è l'incipit del fulltext ostentato dai maggiori quotidiani on line italiani);

c) infine, colpisce, per l'appunto, l'uso plateale di riferimenti al testo costituzionale e al pensiero di illustri Costituenti, quando è del tutto evidente come sia indimostrata (e viene anzi insinuata come del tutto scontata) una situazione sia sociale che giuridico-costituzionale di effettiva e rilevante discriminazione imputabile, in sè, al mero fatto di essere cresciuti in Italia senza passaporto

5. La nostra Costituzione, infatti, riconosce a tutti i soggetti residenti legittimi una notoria e consolidata pienezza di diritti, limitata solo da ragioni di supremo interesse pubblico considerate pienamente legittime dalla nostra Corte costituzionale (qui, p.7) e peraltro comuni a tutti gli ordinamenti giuridici degli Stati democratici, europei e non. 
Per contro, l'eventuale degrado della scuola, la disoccupazione diffusa, il taglio sistematico dei servizi di assistenza sanitaria, alle persone disagiate, e la sterilizzazione delle politiche pubbliche previdenziali e sull'edilizia popolare, - cioè i problemi che si può ragionevolmente supporre che possano incontrare dei giovani immigrati con le loro famiglie-, hanno tutt'altra causa, economica ed istituzionale: cioè i vincoli fiscali UE conservativi dell'euro

6. La concreta e realistica coscienza di questa serie di problemi che investono tutti i residenti in Italia, cittadini e non, avrebbe semmai fornito l'occasione per un'appropriato e ben calibrato  richiamo alla nostra Costituzione; essa infatti, non ha mai inteso consentire un ritorno al capitalismo ottocentesco del gold standard, in cui le politiche volte alla stabilità monetaria finiscono per divenire l'unico obiettivo dell'azione dei governi, sacrificando la tutela del lavoro (di tutti i residenti, GIA' trattati dalla Costituzione allo stesso modo), lavoro inteso come espressione della dignità umana, che viene invece assolutamente subordinata al mito monetaristico.
Di questa coscienza della democrazia e del senso profondo della nostra Costituzione, così ben richiamato dall'invano citato Calamandrei (p.9), nella "lettera" non c'è traccia. 
In definitiva, una grande occasione perduta, dalle figlie e figli, per mostrare tangibilmente non solo la comprensione della Costituzione che invocano (non del tutto a proposito e su basi giuridico-fattuali indimostrate, specialmente quanto alla presunta difficoltà di ottenere la cittadinanza italiana, v.p.10), ma anche per dimostrarsi portatori di quella solidarietà cosciente, interna al corpo sociale cui si dice di appartenere, che la Costituzione pone come baricentro attivo della democrazia del lavoro.

7. A quest'ultimo riguardo, nella lettera in questione, la citazione dell'art.3, secondo comma, viene accompagnata dall'indicazione del suo "autore" in Costituente, Lelio Basso
Ebbene, è interessante, e spero "istruttivo", sapere cosa pensasse veramente Basso sulla questione della immigrazione e sul diritto dei popoli di rimanere nella propria terra a difendere la propria identità nazionale e culturale, per fondare la democrazia laddove si hanno le proprie legittime radici. E specialmente è istruttivo capire cosa pensasse, Basso, delle cause dello sradicamento dalla terra d'origine e dello sfruttamento che ne consegue.

"Nel 1977 Lelio Basso, in qualità di presidente della Fondazione internazionale per il diritto e la liberazione dei popoli e della Lega dello stesso nome, nella conferenza internazionale tenutasi ad Algeri (dopo che il 4 luglio 1976 era stata ivi sottoscritta la “Dichiarazione d’Algeri”), pronunciò un discorso memorabile ormai dimenticato ed in forza del quale anche lui, oggi, sarebbe etichettato – insieme a Mortati – come xenofobo. Riporto i passi più significativi:
“…… Ora, se diamo uno sguardo a questa Dichiarazione, vediamo che, dopo l'articolo 1, che afferma il diritto di ogni popolo all'esistenza, l'art. 2 è così formulato: “…ogni popolo ha diritto al rispetto della propria identità nazionale e culturale…”. 
Era perciò naturale che, volendo noi stessi dare sempre maggior forza ai principi della carta, chiarirne il contenuto, allargarne la conoscenza, la prima grande iniziativa della nostra Fondazione, dopo quella dello scorso anno, fosse consacrata appunto a quest'art. 2, alla difesa dell'identità culturale dei popoli. Ma non si è trattato per la verità soltanto della successione numerica degli articoli, ma del riconoscimento che questa difesa dell'identità culturale dei popoli dipendenti era la più importante e la più urgente. E appunto per questo avevamo collocato questo diritto quasi in testa alla nostra Dichiarazione, secondo soltanto al diritto all'esistenza.

Perché il più importante e il più urgente?
È il più importante perché cultura significa la lingua, quindi la base di ogni comunicazione fra gli uomini, significa tradizioni, costumi, modi di vita, cioè di abitazione, di alimentazione, di vestiario, di svago, ecc., sistema di valori, tutto ciò insomma che costituisce il sistema nervoso e al tempo stesso la circolazione sanguigna che tiene unita una comunità, che le dà l'unità, la coscienza di una comune appartenenza. Un popolo si riconosce e ognuno riconosce i suoi fratelli appartenenti allo stesso popolo attraverso l'una o l'altra di queste manifestazioni culturali, che sono perciò parte essenziale e insopprimibile dell'esistenza umana. Perché l'uomo non esiste come individuo isolato e la società non è semplicemente una somma di individui, ma è una rete di infiniti rapporti che si incrociano e s'intrecciano in ogni senso, e ogni uomo è, fin dalla nascita, un essere sociale, come dice Marx, un centro di rapporti sociali, che non possono essere recisi senza uccidere la vita stessa dell'uomo.

Certo, ogni uomo ha anche una sua vita individuale, il bisogno di vivere con se stesso, di scendere nei penetrali profondi della sua anima, ma anche in questi abissi profondi egli troverà sempre l'altro se stesso, il suo essere sociale, i suoi rapporti, i suoi legami con la famiglia, con gli amici, con l'essere amato, con i compagni di lavoro, di studio, di gioco, coi vicini di casa, con gli sconosciuti incontrati per strada, al cinema, in treno, con gli autori dei libri preferiti, con i personaggi della televisione o del cinema, con una infinità di altri esseri umani, che lo condizionano, l'influenzano, lo plasmano, lo stimolano o lo frenano, lo fanno irritare o gioire, gli procurano ansietà o pace, lo giudicano, lo condannano, lo vezzeggiano, lo accompagnano, benevoli o malevoli, in ogni passo e in ogni momento della vita. Ma tutto questo immenso scenario, che è la vita dell'uomo, si svolge nel quadro di una cultura, che apre le strade degli incontri, fornisce i mezzi della comunicazione, consente lo svolgimento dell'attività
.  

Se un uomo è sradicato dalla sua cultura, dal suo ambiente culturale, è sradicato dalla vita: diventa un essere anonimo, impersonale, sperduto in una folla di uomini altrettanto anonimi e impersonali, in balia di uomini che non conosce, di eventi che non controlla, di decisioni cui non partecipa. È LA QUOTIDIANA TRAGEDIA DEGLI EMIGRANTI che voi, fratelli algerini, conoscete bene come la conosciamo noi italiani.

Distruggere o contaminare una cultura significa distruggere la dialettica del momento individuale e del momento sociale che è il ritmo della vita dell'uomo, significa spersonalizzare, gettare nell'anonimato, nel vuoto di un'esistenza puramente materiale, che non ha più calore di vita, che non ha più dimensione umana. Se viene a mancare la cultura, che è l'atmosfera in cui bagna la vita culturale dell'uomo, cioè la sua vita comunitaria e sociale, anche il momento individuale perde la sua linfa e si isterilisce fino a diventare un mero automa che si muove per effetto di spinte esteriori, subite ma non interiorizzate, in forza di una coesione sociale anonima non assimilata, non fatta sangue del proprio sangue.

Ecco perché abbiamo giudicato che la difesa dell'identità culturale di un popolo fosse un dovere primario, e perciò, se vogliamo sul serio impegnarci sul terreno di lotta che noi stessi abbiamo scelto con la Dichiarazione dello scorso anno, cioè sul terreno della difesa dei diritti dei popoli, questa è la prima seria battaglia da impegnare
” [L. BASSO, Discorso introduttivo, in I Diritti dei popoli, ottobre 1977, n. 10/11, 5-10].

E nel 1978 così continuava:
… Il capitalismo è riuscito ad estendere il suo dominio praticamente su quasi tutto il mondo, cerca la materia prima ovunque gli faccia comodo, sovvertendo governi, distruggendo stati, suscitando guerre civili, non importa, purché la società multinazionale arrivi ad avere il valore (?) che le serve.
Vende in tutto il mondo, distruggendo le economie, gli artigianati e le piccole industrie locali. Preleva, come ai tempi della schiavitù dei negri, sottratti dall’Africa e portati in America, PRELEVA UNA MANODOPERA DOVUNQUE LA TROVI AL MINOR PREZZO.


Domina questo mercato mondiale, impone le sue leggi e sovverte tutte le istituzioni per avere ovunque governi che siano al servizio degli interessi del partito e degli interessi del grande capitale
Se dovessi pensare che questo sistema di vita che, come ho detto poc’anzi, si maschera molto bene grazie all’ipocrisia, che si presenta molte volte in forma apparentemente accettabili, se dovessi pensare che questo fosse veramente il destino dell’umanità, che questo che si chiama progresso rappresentasse veramente il nostro futuro, dovrei disperare delle sorti dell’uomo, anche a lontana scadenza, perché sarebbe una ricaduta totale nella barbarie
” [L. BASSO, Saluto alla Rete, V Convegno nazionale della Rete Radiè, Rimini, 29 aprile-1 maggio 1978].

Io proprio non riesco a capire, Presidente, cosa ci sia di sbagliato nel discorso di Lelio. Non credo che sia solo un problema di “livello culturale”…"

13 commenti:

  1. Ho guardato ,per curiosità i commenti al pezzo di Repubblica che trattava della lettera al Capo dello Stato a favore dello jus soli.Mi conforta il tenore della quasi totalità dei commenti che è contrario alla linea del giornale .Martin Wolf in un articolo citato da lei in un post dell' anno scorso scriveva su Ft (qui la traduzione apparsa sul "sola 24"http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2016-01-27/i-perdenti-economici-rivolta-contro-elite-123847.shtml')che unico bene che molti dispongono,oggi,è solo la propria cittadinanza ,dato che i diritti sociali delle Costituzioni postbelliche,keynesiane e lavoriste sono "superati"(anni fa un ministro della nostra Repubblica disse impunemente che il lavoro non è un diritto)essendo il "mercato" e non lo Stato l' istituzione preposta a governare i popoli.Chi vuole svendere la cittadinanza permettendo che sia acquisita grazie ad un ingresso illegale nel nostro Paese non può che aspettarsi un ammutinamento elettorale come già avvenuto nelle altre parti del mondo.Se la sono cercata !

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  2. Ma infatti lo Ius Soli è una chiacchiera sul nulla per offuscare il diritto più importante secondo solo a quello dell'esistenza stessa: il diritto all'identità culturale, la quale identità presuppone quella nazionale, personale e di classe.

    Questo dà evidenza dell'orrore in cui siamo immersi: una guerra di annientamento camuffata in tutti i modi dai mezzi di produzione informativa... da missione di pace.

    Hegel e Marx hanno dimostrato teoricamente ed empiricamente che non si può comprendere una singola lotta politica se non considerata organicamente nel "tutto".

    Un genocidio può passare solo grazie all'occupazione prima e alla distruzione materiale poi dell'ente statale, esponenziale del potere sovrano del popolo: niente Stato, niente esercito. Niente moneta. Nessuna difesa: niente sovranità, niente popolo.

    Questa è una descrizione sintetica di gran parte della battaglia in atto: cosa serve dare il voto il primo possibile a immigrati durante un esodo forzato catalogabile come "arma di immigrazione di massa"? dove tra gli irregolari solo pochissimi possono vantare lo status di profugo?

    Semplice.

    A cedere direttamente anche quella parte di sovranità che si esercita con il diritto di voto agli occupanti, per interposta persona.

    Poiché ciò che sta succedendo in UE, dalla Grecia all'Italia, è prodotto del medesimo capitalismo predatorio che ha saccheggiato i tesori del lavoro secolare delle famiglie dell'Unione Sovietica, (ricordando sempre i raffinati politologi che credono che la U€ e l'URSS siano la medesima cosa...), sappiamo anche che per permettere in queste dimensioni esorbitanti espoliazione, svendita e distruzione delle forze armate, promozione delle mafie locali, politiche malthusiane tutto gender, matrimoni gay, eutanasia, aborto e distintivo, drammatico abbassamento della speranza di vita creando numeri genocidiari che nessuna guerra o purga staliniana avrebbero mai potuto raggiungere, è necessaria la collaborazione e il tradimento dei ***vertici*** stessi dello Stato nazionale.

    I collaborazionisti, interposte persone che governano in nome di interessi esteri, ovvero del capitalismo predatorio atlantista, risulterebbero estromessi dalla competizione elettorale: a parte qualche cretino, nessuno vuole essere invaso da stranieri dopo che ti hanno tolto qualsiasi proprietà e risparmio. Così, i traditori della patria, avrebbero invece "italiani freschi" da cui acquistare consensi, annacquando la sovranità dei già residenti e distruggendo qualsiasi solidarietà nazionale e di classe da contrapporre all'oppressore, allo sfruttatore, al nemico. All'invasore.

    Non bisogna cedere alle provocazioni dialettiche su singoli temi, tutti avvelenati da moralismo peloso e falsa coscienza.

    È il quadro nel suo insieme che va trattato, sempre nelle discussioni: e chi nega le premesse stesse del quadro economico e geopolitico attuale non è semplicemente un interlocutore. È attivamente o passivamente un agente pronto ad innescare il panico e l'isteria generale e, in ultimo, la guerra civile.

    Perché questo fa la propaganda collaborazionista: fomenta guerre civili propedeutiche all'occupazione e all'espoliazione definitiva.


    (D'altronde la "proprietà", nell'individualismo liberale, è sacra solo quando è la propria. I comunisti volevano espropriare i grandi capitalisti dei mezzi di produzione, il capitalismo liberale vuole invece espropriare di tutti gli averi i lavoratori: vita compresa)

    (I cattolici continuino pure a fare sacrifici e a donare l'obolo alle varie missioni, così, fratelli, avrete il vostro numerino nell'attesa di essere accolti da San Pietro: noi qui, invece, siamo nella merda e vorremmo essere circondati da uomini con le palle e con un minimo di coscienza...)

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    1. Fenomenologicamente, quell'"obolo" va visto, in modo molto pragmatico, come una forma di assicurazione: cedo una parte del risparmio per acquisire un bene reperibile solo su un mercato di sostanziali "futures" - e quindi a prestazione futura eventuale (e selettiva: cioè in base all'accertamento "sperato", molto postumo, della conformazione a regole di condotta tutto sommato abbastanza confortanti per la coscienza).

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    2. Casualmente mi sono imbattuto in un 'concorsone' bandito da (super)privati per studenti di architettura canadesi per "rehumanizzare" i centri di detenzione. Ottimo esempio di Uni--->Impresa:(

      << The Opportunity: challenges architecture students to create a more humanitarian design of a Detention Center by emphasizing family and community rather than isolation. STEEL offers great benefits in this endeavor, as it allows for longer spans and more creative light filled spaces.>>

      La critica formulata dal blogger a proposito dello 'HUMANITARISM' mi sembra in linea con quella più volte espressa da Bazaar...

      <<The very notion of “humanitarian Detention Center” that constitutes the explicit program of this competition could indeed appear to many as a contradiction in itself, a detention center being, by definition, at odds with the notion of humanitarianism.

      [N.B] I however would like to insist that not only there is no contradiction contained in the association of these terms, but that
      the latter even expresses the core of Western militarized humanism.

      - Humanitarianism does not consists in a political struggle against the violence of its structures.

      - Rather, it claims to embody an apolitical position that mitigate this violence when, in fact,

      it makes this violence disappear from regimes of visibility,

      legitimizes it, and ultimately reinforces these structures to which it is fully part of.
      https://thefunambulist.net/architectural-projects/when-the-acsa-and-the-steel-lobby-invite-you-to-design-a-humanitarian-detention-center

      [P.S. In realtà un pretesto (al volo:) per augurare buon lavoro a O48 e a tutta la comunità..leggo tutti i post segnandomi la 'roba' da recuperare in futuro e..grazie in anticipo per l'eventuale registrazione degli interventi di Perugia!]

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  3. "è necessaria la collaborazione e il tradimento dei ***vertici*** stessi dello Stato nazionale"

    Occhio che con una constatazione così forte (e fatta così 'apertis verbis' proprio sotto al post di Gilberto Gismondi) si rischia il 278 c.p. (anche se, considerando nel complesso tutti gli attuali vertici istituzionali, mi parrebbe più calzante il 410 c.p. ....).

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  4. Sì, si potrebbe dire che in effetti lo 'jus soli' non è altro che una delle tante materializzazioni dell'unico diritto che il capitalismo globale riconosce a un popolo povero (o economicamente sottomesso): esportare se stesso.
    E si badi bene: esportare se steso dove vogliono loro, non dove vorrebbe l'emigrante: si veda, sul punto, la reticenza de 'Leuropa' a rivedere gli accordi di Dublino, o la progressista Francia dell'Europeista Macron che sbarra il confine con la Liguria.......
    Tutta questa campagna a favore di questi presunti 'diritti' (esportare te stesso da un'altra parte se c'è deflazione, farla finita con un'iniezione letale se sei povero e non ce la fai a sopravvivere, e così via..... citofonare ai radicali per un elenco dettagliato), è parallela ad un periodo di forte involuzione della democrazia. Basti pensare al fatto che nella presente legislatura -una delle peggiori se non la peggiore della storia repubblicana- abbiamo dovuto assistere ad ritorno all'800 del diritto del lavoro accompagnato da un tentativo di riforma para-fascista della Costituzione (da parte di un parlamento incostituzionale che si è arrogato nientemeno che del potere costituente!), e questo da parte di quelle formazioni politiche che si proclamavano (non so con quale faccia), eredi delle tradizioni di sinistra e della resistenza......
    Eliminato -o meglio, neutralizzato e idraulicizzato- lo spazio democratico, il processo finale di 30 anni è questo: una scelta dicotomica tra il nuovo 'fascismo bianco' dei mercati e il 'fascismo vecchio stile' (comunque a quello funzionale). Verrebbe da dire: signori europeisti-progressisti-globalisti, chapeau! E non in senso positivo........

    Viviamo in un periodo storico veramente buio, tanto tecnologicamente evoluto quanto privo di umanità e di coscienza. La mia sensazione è che la civiltà occidentale si stia suicidando culturalmente. Ben venga allora questo ribadire i valori e i principi sottesi alla nostra costituzione. Fino ad ora, l'unica vera via del progresso.

    Approfitto per augurare (a posteriori) un sereno natale e un buon 2018 a tutto il blog. Che il nuovo anno ci porti qualche speranza, o, quanto meno, nuova forza di lottare.

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  5. Tutti seguiamo twitter, comunque, per chi lo avesse perso, segnalo questo abstract da Civiltà Cattolica.
    Andiamo alla conclusione: ci vogliono riforme costituzionali "solide" (al primo posto) e cessione di sovranità a leuropa.
    E grazie per la franca chiarezza.

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  6. "Dunque, il fondato timore è che proprio la ricorrenza dei 70 anni dalla nascita della Costituzione, sarà la più ovvia delle occasioni per riattivare il processo di formalizzazione testuale del suo tanto invocato, da decenni, superamento, chiamato "riforma", ma che è in realtà l'abrogazione (dichiaratamente liberale) dei suoi principi non revisionabili in modo provocarne, come diceva Calamandrei, l'automatica distruzione."

    Mi pare proprio che l'annuncio della decisione di inviare un contingente militare in Niger SENZA DIBATTITO PARLAMENTARE certifichi la distruzione consumata da tempo dell'art. 78.

    Niente dichiarazione dello stato di guerra, nessuna assunzione di responsabilità politica per i probabili e prevedibili caduti in combattimento (come per tutte le altre missioni di guerra precedenti).

    Occorre anche osservare che, essendo stata abolito il servizio militare di leva, le nostre truppe saranno costituite da soldati mercenari (cioè persone altrimenti disoccupate che si offriranno 'volontarie' per ottenere in aggiunta allo stipendio percepito in patria la cospicua indennità di missione).

    Da: http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=20060811154502

    "In sostanza, si registra un certo processo di "decostituzionalizzazione" del confronto politico-istituzionale - che si aggiungerebbe a quello che è stato recentemente qualificato come un ormai ricorrente processo di "decostituzionalizzazione" delle regulae poste dagli artt. 10 e 11, 78 ed 87 della Costituzione" (MOTZO G., Costituzione e guerra giusta alla periferia dell'impero, in Quad. cost., 1999, 376) - tantopiù marcato ed evidente laddove, come nel caso della partecipazione alla missione Enduring freedom, più intenso e particolareggiato è risultato lo sforzo di dimostrare la piena rispondenza dell'impegno militare italiano alle norme del diritto internazionale (sottolinea questo aspetto, da ultimo, DE FIORES C., "L'Italia ripudia la guerra?", cit., 26, che parla in proposito di scrupoloso impegno nell'evitare "di dedicare un purché minimo accenno a quanto si trova scritto in Costituzione". Un sussulto di sensibilità è dato, tuttavia, di riscontrare in occasione del dibattito sulla conversione in legge del d.l. n. 421 del 2001, ove risulta presentata, come già all'epoca della c.d. Guerra del Golfo, anche una questione pregiudiziale di costituzionalità).

    Se ne deve dedurre che, ove non si voglia pensare ad una rimozione, ovvero scomodare la legge psicologica per cui la reiterazione dell'illecito genera attenuazione della coscienza della sua illiceità, la sistemazione del problema offerta nella prima occasione, quantomeno sotto il profilo strutturale-argomentativo, sia da considerarsi pacificamente accolta e abbastanza condivisa anche nelle successive, malgrado il mutare di maggioranze."

    E' proprio vero: "la reiterazione dell'illecito genera attenuazione della coscienza della sua illiceità".

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    1. In realtà, come cercherò di spiegare via via che l'inevitabile manifestarsi del disegno si manifesterà nei prossimi mesi, l'accelerazione in atto investe aspetti ordinamentali ancora più vasti ed evidenti, ma "tecnicamente" meno percepibili di quello relativo all'art.78 e alla deliberazione dello stato di guerra.

      Quest'ultimo, pure è un sintomo importante di ciò che ho definito "abrogazione tacita della Costituzione mediante l'accertamento dell'illecito consistente nella sua violazione" con contestuale formazione (spesso "giurisprudenziale"!) di un nuova norma, di livello pretesamente costituzionale, su basi del tutto EXTRATESTUALI: che è poi la teoria della "costituzione materiale" che, implicitamente (cioè non a seguito di un esplicito dibattito parlamentare né, tantomeno, di revisione costituzionale) incorpora le regole di diritto internazionale ("privatizzato") di vari trattati (e loro prassi applicative o fonti di soft law da essi derivate), dando per acquisita la loro insindacabilità alla luce dell'art.11 Cost.: pur esso, per necessità, abrogato de facto.

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  7. Gentilmente,
    ci sara' una registrazione degli interventi?

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    1. Credo di sì e proverò a metterla a disposizione dei lettori

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  8. Ciao Quarantotto, mi scuso in anticipo se dico delle inesattezze o banalità, ma come può un giurista medio accettare a livello intellettuale che due Stati membri ( Italia e Germania) appartenenti alla stessa organizzazione Internazionale UE/UEM, per uno il Diritto comunitario è sovraordinato alla propria Costituzione, mentre per l'altro è sotto ordinato alla propria Costituzione? Ma questo non confliggie con l'art 11 della nostra Costituzione che consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità?
    Un' altra incongruenza agli occhi di un profano del Diritto. I ministri nel momento di ricevere l'incarico giurano fedeltà e osservanza alla Costituzione e non al diritto comunitario, ma poi nell'esercizio delle loro funzioni devono rispettare il secondo rispetto alla prima. Sempre agli occhi di un profano ci avviciniamo molto alla schizofrenia. E se non bastasse l'ultimo comma della nostra Costituzione recita testualmente: la Costituzione dovrà essere fedelmente osservata come Legge fondamentale della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato.
    Colgo l'occasione per augurare a tutto il Blog un Sereno e Vittorioso 2018

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    1. Auguri di Buon Anno a te, Mauro!
      (In realtà domande del genere hanno trovato già risposta nelle analisi fatte in questa sede: speriamo che prima o poi se le ponga correttamente la Corte costituzionale...che dà per scontato che sia la Costituzione a dare prevalenza ai trattati, perché non è ravvisabile un contrasto tra le norme fondamentali della prima e obblighi di esecuzione meramente...economici e, come tali, "moralmente" virtuosi).

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