sabato 11 giugno 2022

CONGIUNTURA ECONOMICA INTERNAZIONALE, INFLAZIONE E "SENSITIVITÀ E SOSTENIBILITÀ DELLE FINANZE PUBBLICHE" (L'ICEBERG -1)



1. Perché lo spread? Perché la BCE non possiede i poteri e gli strumenti propri di una vera banca centrale nei confronti dei singoli Stati. 
Riflettendoci: chi le sta intorno la conosce: e pure il limite della capital key per gli interventi BCE con impiego dei tdp venuti a scadenza e rimborsati (in definitiva alle BC nazionali del sist€ma).
Ma è impressionante la ripetitività degli argomenti contra Italiam
completamente fuori contesto: nel 2011, le "riforme" erano in realtà il sistema di correzione del saldo negativo commerciale, verso gli altri paesi dell'EZ (Ger soprattutto), insito nei Tr. UE, col divieto di bail-out (p.7). Quindi dovevamo deflazionare...
Ma oggi, vantando l'Italia un attivo ormai decennale delle partite correnti (e una correzione sbalorditiva della PNE: da -27% del 2011 al segno positivo da circa 2 anni), lo spread ha cause diverse. 
Beninteso, ora come allora, la causa dell'assenza di acquirenti btp, e quindi dello spread, sta sempre nelle regole stesse dell'EZ, in quanto privano uno Stato del sostegno della propria banca centrale, che provveda a (normali) funzioni di "tesoreria" (anticipazioni della BC come "scoperti di conto" e acquisto diretto E permanente dei titoli di uno Stato = monetizzazione in plurime forme: v. art.123 TFUE), quindi non di lender of last resort (che riguarda il sistema finanziario privato).
2. L'analogia, incompleta col 2011: la situazione è diversa (in peggio) per via di clausole CACs e regole dell'Unione bancaria, anche se l'Italia ha oggi, con un certo successo, compiuto il tipo di correzione che, nel 2011, era imposto dalle regole dell'Eurozona.
Ma nel 2011, i mercati finanziari chiedevano rendimenti più elevati per le nuove emissioni (avendo venduto i titoli sul mercato secondario e, quindi, da lì, "trascinando" sulle aste di collocamento i differenziali creati coi crescenti volumi di vendita sul secondario), in funzione di quel passivo coi conti esteri e scontando appunto il metodo di correzione imposto dentro l'EZ (lo stesso Draghi spiegava  molto bene il meccanismo...ma il video "non è più disponibile perché l'account YouTube associato al video è stato chiuso" 😁orizzonte48.blogspot.com/2017/03/maastr… qui v. comunque p.1). Tale aspettativa dava inevitabilmente origine ad un'ulteriore aspettativa consequenziale: e cioè, sia di recessione e di conseguente aumento del rapporto debito pubblico/PIL (puntualmente verificatosi, proprio con la "cura Monti", che almeno correggeva lo squilibrio estero), sia di potenziale Ital-exit dall'euro, con conseguente svalutazione della valuta in cui sarebbero tornati ad essere espressi i titoli. TUTTAVIA, OGGI QUESTE CONDIZIONI NON ESISTONO PIU'. 
Appunto: l'Italia ha già stabilizzato un attivo CA; INOLTRE, le varie clausole CACS, recepite nel 2012, impedirebbero un agevole cambio di valuta dei tdp (qualora divenuti incollocabili se denominati in euro, senza una propria BC); infine la subentrata (al 2011) Unione bancaria appresta, in caso di default inflitto ai creditori dei tdp, -  e dunque riflesso anche nelle perdite di bilancio del nostro sistema bancario, per la consistente quota detenuta di titoli del debito pubblico -, una garanzia che non è più solo il drenaggio di liquidità dalle nostre tasche mediante consolidamento fiscale (più tasse e meno prestazioni ai cittadini italiani), ma che arriva fino ai depositi bancari privati (v. INFINE: PRECISAZIONE), col c.d. bail-in.
3. E il discorso ritorna sempre all'Ital-tacchino ovvero al futuro dell'Italia in mano al "policy maker (sovranazionale) ideale".


Il paradosso, quindi, è che esiste un forte interesse al default italiano, nonostante l'Italia sia diventata un esportatore netto, creditrice commerciale del resto del mondo. 
E ciò, perché, grazie agli spread e alla conseguente insostenibilità delle regole di bilancio dell'EZ, (attestata anche dall'ultimo Def, in specie si veda alle pagg. 87-89 circa la "supposta" "sensitività ai tassi di interesse") non solo si impone una nuova tornata di drenaggio "di garanzia", via austerità fiscale, - che, a rigore, non sarebbe più giustificata dalla (superata) condizione di debitrice commerciale dell'Italia- , ma, aggiuntivamente, vigendo l'Unione bancaria, si riesce a escutere lo stock di risparmio, comunque rilevante, degli italiani; questo consiste in depositi bancari e, prima ancora, negli assets (immobili e aziende) che garantiscono i crediti bancari, che andrebbero in sofferenza: e ciò accadrebbe principalmente a seguito dell'ondata inevitabile di politiche fiscali restrittive (giustificata dall'aumento "fuori misura" prevista, dello spread, e quindi dalle regole di governance dell'eurozona), ondata ovviamente aggiuntiva a quella delle insolvenze private causate dall'aumento dei prezzi energetici, (già in corso, tra bollette insostenibili e prezzi in aumento dei beni essenziali importati per produzione e consumo), asset che sarebbero inclusi nella procedura di bail-in bancario "di massa".
Insomma, il banchetto global-finanziario sull'Ital-tacchino è più vicino che mai.
E non ha nulla a che vedere con "mancate riforme", o con la correzione di un'insufficiente competitività. Oggi, pur nell'alta inflazione dell'EZ, quella italiana rimane infatti sotto la media. Ha piuttosto molto a che vedere con la mancata crescita, ripetiamo, scontabile (dai "mercati") a seguito delle regole monetarie e fiscali proprie dell'eurozona che, come s'è visto, si cumulano, pro-ciclicamente, con la forte flessione della crescita (già in corso) dovuta all'inflazione da prezzi energetici e beni comunque IMPORTATI.
Come abbiamo detto molte volte, si tratta di commodities e beni importati per vincolo normativo NgEu, - entro il paradigma, fanaticamente confermato, proprio ieri sull'agenda EV entro il 2035 -, vincolo che ci preclude qualunque politica industriale, necessariamente pubblica, tarata sulla nostra effettiva capacità e potenzialità produttiva e sulle nostre esigenze congiunturali.
4. L'euroboro dei rimedi, possibili (pur secondo gli stessi Trattati UE), ma non culturalmente immaginabili, entro i limiti culturali dell'attuale quadro istituzionale.
Quale potrebbe essere il rimedio a tutta questa distruzione insensata del nostro sistema economico e sociale?
Ovviamente, i mercati, con l'attuale spread, scontano l'assenza di strumenti, anche solo ipotizzati, che possano evitare la nostra discesa nel baratro (e a ciò, appunto, sono molto interessati per...la fase esecutiva di espropriazione).
Ebbene, ho tentato di illustrarlo. il rimedio (più immediato) nel mio ultimo libro "Lo strano caso Italia". Tra l'altro, nel capitolo 3, paragrafi 2-4. E non solo.
Ma è un uroboro: il rimedio presuppone il recupero (concettuale e politico) della sovranità, persino di quel poco che risulta conforme a talune previsioni esistenti nei trattati. Il che presuppone, a sua volta, un previo e ben meditato mutamento del quadro istituzionale e della sua "cultura" (riadeguandolo, nella sua essenza, al modello costituzionale di politiche economiche e sociali).
Un curioso paradosso apparente: la sovranità consiste sempre, in essenza, nel consapevole perseguimento dell'interesse vitale della comunità sociale italiana, libero da condizionamenti sovranazionali.
Oggi pare un concetto politico impensabile, nella sua effettività e al di là di enunciazioni retoriche, ormai scisse dalla realtà delle attuali modalità di formazione dell'indirizzo politico; ma la questione della democrazia, che è arrivata a coincidere con quella della sopravvivenza di un'intera nazione, è tutta qui.
La CULTURA della sovranità democratica del lavoro (art.1 Cost.), della sua concreta essenza, consistente nel benessere dell'intero popolo italiano, è ciò che riempie di senso le istituzioni costituzionali. Senza questo contenuto diventano vuoti simulacri, sorretti da slogan ormai incomprensibili ed avulsi dall'interesse del popolo stesso. 
Addendum di precisazione: in caso di default del nostro debito pubblico, il nostro sistema bancario, in quanto massiccio detentore dei tdp, subirebbe colossali perdite di attivi, che, seguendo le regole dell'Unione bancaria, imporrebbero la partecipazione alle perdite anche dei depositanti, essendo fiscalmente precluso allo Stato un intervento di (difficilmente autorizzabile) ricapitalizzazione pubblica, da cui appunto un bail-in con sopportazione dell'onere da parte non solo di azionisti e obbligazionisti, ma anche dei depositanti (oltre all'immediata escussione dei crediti bancari).


14 commenti:

  1. Nell' aprile di 2 anni fa su Voci dall' Estero venne ripreso un articolo apparso su Vox Eu che trattava di una conversione dei titoli del debito pubblico dei vari stati detenuti dalla bce in debito perpetuo a tasso zero ,per creare uno spazio fiscale necessario per affrontare la pandemia .Il fatto che se ne parlasse su quanto di più "eurortodosso"possa esistere mi fa pensare quella soluzione potrebbe contenere le conseguenze dell' aumento degli spread.Ma dimentico il "piccolo" particolare che anche allora quella proposta compatibile anche con l' orientamento dei "frugali nordici" non venne considerata http://vocidallestero.blogspot.com/2020/04/voxeu-fare-spazio-allo-stimolo-fiscale.html

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    1. Lo rammento. Rimane il fatto che contrasterebbe lo "statuto monetario" per poter essere realizzato (art.123-125 TFUE). Senza una modifica all'unanimità non sarebbe praticabile: la BCE non avrebbe alcun titolo per violare quel principio di "neutralità" che fa sì, in base alle norme citate, che ogni tot di aumento della liquidità debba essere seguito da un tot di restrizione della liquidità.

      Ma poi, dato che la BCE, detiene ora, solo (circa) il 22% del debito pubblico italiano (e si deve presumere, per la regola della capital key, altrettanto per gli altri paesi dell'eurozona), l'intervento ipotizzato non sarebbe sufficiente neppure come volume, diventando un "calcio al barattolo (tanto più che sarebbe "statico", cioè relativo allo stock attuale e non ai flussi di emissione futuri, che rimarrebbero non garantiti "a regime").

      Ad es; per l'Italia rimarrebbe da rollare e riemettere sul mercato il 130% e rotti del Pil; e sempre che la mancata crescita, o più probabilmente, la prossima recessione fiscalmente indotta, non aumenti sensibilmente questo livello di debito: E ciò, evidentemente, relativamente a un Pil in calo o, comunque, a crescita nominale inferiore all'ammontare del deficit...
      Fenomeno che oggi, con l'inflazione corrente appare remoto, ma che è invece potenzialmente in agguato: la recessione innescherà, presumibilmente già dal 2023-2024, una drastica deflazione. Non vedo come possa essere evitata a regole EZ invariate.

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  2. sto leggendo questo magnifico blog non da moltissimo tempo cercando di recuperare, le faccio quindi i miei più vivi complimenti.
    sulla situazione sopra descritta una cosa non mi è chiara: Per quale motivo Italia(nonostante la buona posizione con estero) paga uno spread maggiore rispetto ad altri paesi € (come ad esempio la Spagna) dato che NgEU/vincoli UE e costi materie prime sono simili, perchè soffre di più? sono diversi e non proporzionati gli acquisti BCE per caso? e quindi intenzionalmente spingono più in alto il nostro spread tramite restrizioni BCE per spennarci a dovere?

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    1. Noi abbiamo senza dubbio un rapporto debito/Pil elevato (con l'innesco dovuto al "divorzio" tesoro-Bankitalia dal 1981), e, comunque, più elevato dell'indice massimo (60%, pur flessibilizzato de facto e portato, diciamo, ora intorno al 100%) previsto come sostenibile dalle regole dell'EZ.

      A ciò corrisponde che la sostenibilità, su cui "giocano" i mercati, può essere data:
      a) principalmente dall'avere una BC che compri i titoli, cosa che non è consentita, alla BCE:, se non con detenzione transitoria e nei limiti del tentativo di correggere un tasso di inflazione ben al di sotto del 2% (ipotesi ora infatti venuta meno) e comunque nei limiti della capital key (quindi in misura percentuale insufficiente e che, inoltre, vincola la BCE a comprare anche titoli di paesi che hanno "safe assets", cioè prezzi di collocamento che non hanno bisogno di essere abbassati, tipo la Germania o l'Olanda);

      b) tramite la crescita (in ipotesi, superiore al deficit annuale del bilancio), "strumento" anch'esso escluso dalle regole dell'EZ, poiché al superamento dell'indice del 60%, o comunque alla mancata riduzione annuale nella misura di 1/20° dell'eccedenza rispetto al tetto del 60%, consegue un obbligo di politiche fiscali così restrittive da azzerare la crescita o, di più, da spingere il Paese in recessione; da questo meccanismo normativo che governa l'EZ, sorge un'aspettativa di maggior emissione di debito - non acquistabile, a rigore di art.123 TFUE, dalla BCE -, aspettativa che, perciò, spinge alla vendita dei titoli già emessi (sul c.d. mercato secondario), fenomeno che, a sua volta, deprime i prezzi di collocamento e, simmetricamente, alza i tassi richiesti a compenso dal mercato.
      Da cui crescita dell'onere complessivo degli interessi ("servizio del debito") e imposizione o minaccia di procedura di infrazione da parte della Commissione Ue, con imposizione di misure di drastico consolidamento fiscale...da cui, appunto, depressione della crescita e aumento del rapporto debito/Pil e così via: in una spiralizzazione irrisolvibile rimanendo dentro regole che impediscono l'intervento di monetizzazione della Banca centrale.

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    2. Questo meccanismo è fine a se stesso quando, appunto, un Paese sia come l'Italia un esportatore netto con una posizione netta sull'esteso positiva: fine a se stesso, perché escogitato come strumento indiretto di correzione del deficit commerciale di un paese dell'EZ, ma si applica, senza discrezionalità o quasi, sotto l'insegna della stabilità finanziaria (cosa che per un paese "sano" non significa nulla, ma che si autoavvera proprio in quanto la BCE non può svoilgere, per vincolo di trattato, alcuna funzione di garanzia/tesoreria del debito pubblico di un paese dell'eurozona.

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    3. Grazie mille Quarantotto è sempre un piacere leggerti!
      Ora è molto chiaro!

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  3. Scandagliare il Washington consensus sulla lotta alla criminalità
    La rapida diffusione internazionale del libro diede vita a un inatteso esperimento di politica del sapere scientifico-sociale. Questo esperimento rivelò che, mentre il mio sguardo analitico era rivolto al cuore dell’Unione europea, il modello del rapporto tra neoliberalismo e penalità delineato nel libro era ancora più adeguato alle periferie del vecchio mondo travolte dalla conversione post-sovietica e ai paesi del Secondo mondo caratterizzati da una storia di autoritarismo, concezione gerarchica della cittadinanza e povertà di massa aggravata da profonde disuguaglianze – contesti nei quali la penalizzazione della povertà non può che produrre effetti catastrofici.
    Da questo punto di vista, le società latinoamericane che si erano lanciate in un precoce esperimento di deregolazione economica radicale (vale a dire, di ri-regolazione a favore delle multinazionali), per cadere poi sotto la tutela di organizzazioni finanziarie globali dedite ad applicare i dogmi del monetarismo, costituivano un terreno alquanto fertile per l’adozione di versioni estreme del populismo penale e per l’importazione delle ricette americane di lotta alla criminalità. In estrema sintesi: le élite del potere delle nazioni sedotte e poi trasformate dai "Chicago Boys" di Milton Friedman negli anni Settanta, non potevano che infatuarsi dei "New York Boys" di Rudolph Giuliani negli anni Novanta – quando cioè era giunto il momento di venire alle prese con le conseguenze della ristrutturazione neoliberale e di affrontare l’endemica instabilità sociale e i disordini urbani prodotti dalle riforme di mercato al fondo di una struttura di classe sempre più duale. Non è un caso che il Cile, paese che per primo si era aperto alle politiche dettate dai "dottori del denaro" dell’Università di Chicago (Valdès 1984) e che sarebbe presto diventato il principale incarceratore del continente, abbia visto il suo tasso di incarcerazione salire da 155/100.000 nel 1992 a 240/100.000 nel 2004, mentre il tasso del Brasile è passato da 74 a 183, quello dell’Uruguay da 97 a 220 e quello dell’Argentina da 63 a 140 (International Center for Prison Studies 2007).
    In tutto il continente si osserva da una parte una forte paura della criminalità urbana, cresciuta parallelamente alle diseguaglianze socio-economiche nel contesto del ritorno alla democrazia e del disinvestimento sociale dello Stato, e dall’altra un’intensa preoccupazione politica per la gestione di popolazioni e territori problematici. Si riscontra anche una gamma comune di soluzioni punitive – l’ampliamento dei poteri e delle prerogative di polizia nei confronti della criminalità di strada e dei reati di droga, l’accelerazione e l’inasprimento delle procedure giudiziarie, l’espansione della prigione-deposito, e la normalizzazione di una "penalità emergenziale" applicata in modo selettivo all’interno dello spazio fisico e sociale. Tali soluzioni sono ispirate o legittimate dalle panacee d’importazione americana, grazie al diligente operato di diplomatici e agenzie di governo statunitensi, alle attività mirate dei think-tank americani e dei loro alleati locali e alla sete dei politici stranieri di parole d’ordine e politiche di ordine pubblico avvolte dal manadell’America.
    Nell’emisfero meridionale come in Europa occidentale, il ruolo dei think-tank nella diffusione della penalità aggressiva "made in USA" è stato cruciale. Negli anni Novanta, il Manhattan Institute ha condotto una vittoriosa campagna transatlantica per mutare i parametri della politica britannica sulla povertà, il welfare e la criminalità.



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  4. Un decennio dopo ha dato vita all’Inter-American Policy Exchange (IAPE), un programma destinato a esportare in America Latina le strategie di lotta alla criminalità promosse dall’istituto, all’interno di un pacchetto di politiche neoliberali che comprendeva anche l’istituzione di "aree di sviluppo imprenditoriale" (business improvement districts), la riforma della scuola con l’introduzione dei vouchers e della responsabilità burocratica, la riduzione delle aree d’intervento del governo e le privatizzazioni. I messi diplomatici di questa campagna non erano altri che lo stesso William Bratton, il suo ex assistente al New York Police Department William Andrews, e George Kelling – il celebrato co-inventore della teoria delle "finestre rotte". Gli esperti del Manhattan Institute articolavano esplicitamente questa visione imperiale e imperialistica in un famoso articolo della rivista "Time":

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  5. L’America Latina è la nuova frontiera della riforma del lavoro di polizia. Avendo preso parte alla riforma dei dipartimenti di polizia americani, compreso il New York Police Department negli anni Ottanta e Novanta, vediamo un enorme potenziale di trasformazione per le istituzioni di polizia in Sudamerica, in Centroamerica e in Messico – istituzioni che hanno bisogno di una radicale riorganizzazione. La buona notizia è che grazie agli enormi sforzi di governi, imprese e cittadini, l’inversione sta ora avendo luogo.
    Questi missionari delle politiche di "legge e ordine" si sono spostati a Sud per tenere incontri non solo con i capi di polizia e i sindaci delle grandi città, ma anche con governatori, ministri e presidenti. Sostenuti dall’ufficio permanente dell’IAPE con sede a Santiago in Cile, fanno propaganda attraverso locali think-tank di destra, branche della Camera di Commercio americana presenti nel paese, organizzazioni imprenditoriali e ricchi protettori, tenendo conferenze, offrendo consulenze politiche e persino prendendo parte a manifestazioni pubbliche – Kelling una volta tenne un famoso discorso a Buenos Aires di fronte a circa 10.000 argentini riuniti nello stadio Luna Park per protestare contro l’aumento della criminalità.

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  6. Se necessario, I’IAPE elude il livello nazionale e collabora direttamente con oppositori regionali o municipali del governo centrale, per promuovere le loro ricette pro-mercato e di polizia. È questo il caso del Venezuela, dove il presidente di sinistra Hugo Chavez intende combattere la criminalità riducendo la povertà e le disuguaglianze, mentre i suoi avversari politici – come il sindaco di Caracas – condividono il punto di vista del Manhattan Institute che siano i criminali gli unici responsabili della criminalità, e che il compito di eliminarli spetti solo alle forze dell’ordine.
    Il Manhattan Institute traduce i suoi rapporti, estratti e comunicati stampa in spagnolo e portoghese, e li distribuisce a opinion-maker in tutta l’America Latina L’istituto organizza anche viaggi a New York per infornate di amministratori latinoamericani, affinché partecipino a visite sul campo e a sedute di addestramento e indottrinamento sulle virtù del "meno Stato" (sociale ed economico) e della severità penale (per i crimini dei poveri). Questo evangelismo politico "ha prodotto un’intera generazione di politici latinoamericani per i quali il Manhattan Institute è l’equivalente di un Vaticano ideologico" (New York Times, 11 novembre 2002).

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  7. La concezione duale del ruolo dello Stato che l’istituto propugna è per loro sacrosanta: laissez-faire in alto, intervento pervasivo e penalizzante in basso. Questi politici sono ansiosi di adottare politiche inflessibili di ordine pubblico e di espandere l’incarcerazione per mantenere la sicurezza nelle strade e tenere sotto controllo i disordini che affliggono le loro città, nonostante la corruzione rampante della polizia, la bancarotta procedurale delle corti di giustizia e l’inquietante brutalità delle prigioni dei loro paesi. Tutte queste circostanze fanno sì che le strategie di mano dura si traducano sistematicamente in un aumento verticale di

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  8. La concezione duale del ruolo dello Stato che l’istituto propugna è per loro sacrosanta: laissez-faire in alto, intervento pervasivo e penalizzante in basso. Questi politici sono ansiosi di adottare politiche inflessibili di ordine pubblico e di espandere l’incarcerazione per mantenere la sicurezza nelle strade e tenere sotto controllo i disordini che affliggono le loro città, nonostante la corruzione rampante della polizia, la bancarotta procedurale delle corti di giustizia e l’inquietante brutalità delle prigioni dei loro paesi. Tutte queste circostanze fanno sì che le strategie di mano dura si traducano sistematicamente in un aumento verticale di paura della criminalità, della violenza, e della "detenzione e punizione extralegale per reati minori, compresa l’occupazione in stile militare e la punizione collettiva di interi quartieri" (Dammert e Malone 2006).
    Il magnetismo della penalità in stile americano e i guadagni politici che essa promette sono tali che i rappresentanti politici di tutta l’America Latina hanno continuato a invocare risposte punitive alla criminalità di strada, nonostante i partiti della sinistra siano ascesi al potere trasformando la regione in "un epicentro del dissenso nei confronti del neoliberalismo e di resistenza al dominio politico ed economico degli Stati Uniti" (Hershberg e Rosen 2006).

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  9. Un’efficace illustrazione di questo è data dalla sottoscrizione ufficiale di un contratto da 4,5 milioni di dollari (finanziato da un consorzio di imprenditori locali guidato da Carlos Slim Heru, l’uomo più ricco dell’America Latina) tra il sindaco progressista di Città del Messico Andrès Manuel Lopez Obrador e l’impresa di consulenze Giuliani Partners, per somministrare la pozione magica della "tolleranza zero" alla capitale messicana, a dispetto dell’ovvia inadeguatezza di tali misure sul campo (Lorpard 2003). Un solo esempio: il tentativo di eliminare i venditori ambulanti e i lavavetri (in gran parte bambini), attraverso un assiduo intervento di polizia è destinato a fallire, dato il loro numero (nell’ordine delle decine di migliaia) e il ruolo centrale che svolgono nell’economia informale della città – e dunque nella riproduzione delle famiglie di classe povera del cui supporto elettorale Obrador ha bisogno. Per non parlare del fatto che la stessa polizia messicana è profondamente coinvolta in scambi informali di vario tipo, legali e illegali, necessari per integrare stipendi da fame. Ma non importa: a Città del Messico come a Marsiglia o a Milano, ciò che conta non è adottare strategie realistiche di riduzione della criminalità, ma mettere in scena la determinazione delle autorità ad attaccarla frontalmente, in modo da riaffermare simbolicamente la forza di chi comanda.

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    1. In sintesi, questo (lungo) post per dire che si ritorna allo Stato liberale puro2.0 (cioè con nuove tecnologie repressive rispetto all'800), criminalizzando la povertà e conducendo, dall'alto, il conflitto di classe con metodi polizieschi e para-militari, mentre l'indirizzo politico viene assorbito dai centri di irradiazione (ben finanziati) dal capitalismo sfrenato, determinato dall'agenda sovranazionale?
      Ma certamente sì.
      Si tratta del processo inverso alla Grande Trasformazione di Polanyi.
      Ed è un tema già trattato su questo blog. (per le sue ovvie proiezioni sulla nostra situazione, in un trend che appare oggi inarrestabile).

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